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Castelli dell’Umbria visitabili: i più belli da non perdere
Da viaggaimo.it del 30 settembre 2020

I più bei castelli dell'Umbria visitabili e aperti al pubblico per una gita fuori porta.

Per gli amanti dei castelli, l’Umbria è una regione ricca di antiche fortificazioni visitabili dal pubblico. Un tour dei castelli suggestivo e romantico, ideale per una gita fuori porta nella regione umbra.

Castelli dell’Umbria visitabili

La regione dell’Umbria, anche nota come il polmone verde d’Italia, vanta paesaggi naturali mozzafiato, ma non solo. Infatti, è costellata da splendidi borghi antichi che testimoniano la storia dellaregione.
Simboli di questi antichi e pittoreschi borghi sono i loro castelli che, in genere, sorgono sulle pendici di colli a ridosso del quale si sviluppano i centri abitati. Alcuni di questi manieri e rocche sono visitabili anche all’interno, regalando ai visitatori un’esperienza speciale nel cuore della storia dei borghi. Vediamo, quindi, quali sono i castelli più belli da visitare nella regione dell’Umbria.

Rocca Flea di Gualdo Tadino

La Rocca Flea, anticamente nota come Arx Major Terre Gualdi, si erge nella parte alta di Gualdo Tadino. Si tratta, inoltre, di uno dei massimi esempi di architettura fortificata italiana del basso Medioevo. La sua costruzione ingloba quello che era un antichissimo luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo fondato in epoca longobarda.
Le prime testimonianze risalgono al XII secolo e, dopo essere stata trasformata in palazzo signorile, agli inizi dell’800 divenne carcere femminile e dal 1888 divenne un carcere mandamentale. Oggi, invece, ospita il Museo Civico di Gualdo Tadino.

Rocca di Spoleto

La Rocca di Spoleto o Rocca Albornoziana si trova sulla sommità del colle Sant’Elia che sovrasta la città di Spoleto.

Questa era il principale baluardo del sistema di fortificazioni fatto edificare da papa Innocenzo VI. Aveva, infatti, lo scopo di rafforzare militarmente e rendere più evidente l’autorità della Chiesa nei territori dell’Italia centrale. All’interno della Rocca sono situati anche il Laboratorio di diagnostica applicata ai Beni culturali e la Scuola europea di conservazione e restauro del libro antico.

Rocca Maggiore di Assisi

La Rocca Maggiore domina la cittadina di Assisi e la valle del Tescio. Si può raggiungere la fortezza a piedi attraverso la porta Perlici, eretta nel 1316. Da qui si ammirano le mura assisane ancora intatte che, nel loro lungo percorso, agganciano le due rocche, Maggiore e Minore. L’antica rocca risale a prima del 1173 e divenne residenza anche del piccolo futuro re di Sicilia e imperatore Federico II di Svevia.

Castello della Pieve del Vescovo

L’antico castello della Pieve del Vescovo risale al XIV secolo e sorge dominando la valle del Caina, a circa un chilometro da Corciano, in provincia di Perugia. Costruito in stile tardo-rinascimentale, il castello era la residenza del vescovo di Perugia. Inoltre, ancora oggi appartiene all’Arcidiocesi di Perugia assieme alla città della Pieve.

Scritto da Ilenia Albanese

 

Da Gallarate alla Valle del Serchio in bici per visitare le fortificazioni
Da luccaindiretta.it del 30 settembre 2020

Il viaggio di Roberto e Leonello ha toccato anche Colognora e Sommocolonia

Hanno attraversato l’appennino, le valli modenesi e poi la Garfagnana e la Valle del Serchio, visitando le storiche fortificazioni della zona. E’ l’impresa in bicicletta, durata 6 giorni, di Lionello e Roberto Morandi di Gallarate, che raccontano il loro viaggio, ricordando con piacere soprattutto la visita alla Valle del Serchio:

“Vogliamo ringraziare chi ci ha accolti e guidati nel vostro territorio – scrivono Roberto e Lionello -, a cominciare dalla minuscola comunità del paese di Colognora di Pescaglia: siamo arrivati nel bel villaggio sotto la pioggia e qualche chicco di grandine, guidati a voce dagli abitanti che ci hanno indicato subito dove ricoverare le bici. Un grazie all’accoglienza di Alessandro del locale b&b e al signor Roberto del Museo del Castagno, una realtà davvero preziosa a cui con piacere abbiamo dedicato una visita approfondita”.  “A Bagni di Lucca – proseguono – abbiamo apprezzato in particolare il cimitero inglese, non solo per il luogo in sé ma anche per l’impegno di Fondazioni e altre realtà che hanno promosso il restauro dei sepolcri negli ultimi anni. Dopo la visita a Barga, a Sommocolonia abbiamo visitato il piccolo paese, incrociando anche un gruppo di statunitensi, e abbiamo toccato i luoghi della battaglia del 26 dicembre 1944, mantenuti anche grazie all’impegno della Associazione Toscana Volontari della Libertà. Con un pizzico di dispiacere abbiamo invece dovuto rinunciare – per ragioni di tempo – alla visita alla linea gotica di Borgo a Mozzano: ringraziamo comunque il locale comitato per l’ottima organizzazione proposta in fase preparatoria (ci hanno spedito i moduli). Il filo conduttore del nostro percorso era in effetti proprio il tema della Linea Gotica, che abbiamo esplorato anche grazie ad altri musei nel modenese: siamo convinti che la tutela della storia dei territori e delle loro specificità sia un elemento prezioso anche per assicurare uno sviluppo sostenibile delle aree montane e interne”.

 

Rave party con droga nell'ex base Nato sul Grappa
Da ilgazzettino.it del 29 settembre 2020

di Olivia Bonetti

In 400 sul Grappa, alla ex Base Nato con auto, camper e un tendone per far festa a più non posso. Il rave party con musica a palla, andato avanti da sabato sera a domenica pomeriggio, non ha mancato di dare nell'occhio. Così domenica mattina sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Feltre, con la polizia di Stato, che aveva ricevuto diverse segnalazioni. Molti ragazzi sono stati identificati, altri se la sono data a gambe, altri ancora sono stati segnalati alla Prefettura, in via amministrativa, come consumatori di droga. Sono stati sequestrati alcuni spinelli, ma non ci sono state denunce e nemmeno è stata rinvenuta sostanza stupefacente in grossi quantitativi. Le indagini sono in corso per risalire all'organizzatore.

L'ALLARME

I rave party nel Feltrino non sono una novità. È ancora vivo il ricordo di quello che vide come teatro l'ex-base Nato del Forcelletto, sul Grappa, cui parteciparono quasi 5mila giovani provenienti da tutta Italia a inizio degli anni Duemila. Ebbene, quello di domenica, nello stesso luogo era dieci volte più piccolo, ma la musica e il baccano altrettanto fastidioso. Come avviene in questi casi, presumibilimente, dopo un tam tam via social i giovani hanno occupato l'area davanti all'ex base militare per dare vita al classico festino con musica sparata a tutto volume. Diverse le segnalazioni arrivate ai carabinieri da parte di privati: alla fine è scattato il blitz identificando i ragazzi alla ex base Nato, dove era in corso il rave party.

LE INDAGINI

Il terreno è pubblico e al momento non si conoscono gli organizzatori della festa, che potrebbero rischiare la denuncia per occupazione abusiva di suolo pubblico. I militari, domenica mattina, al loro arrivo, hanno identificato i partecipanti: tutti ragazzi tra i 20 e i 30 anni provenienti da diverse province del Veneto e ovviamente anche dal Bellunese. C'erano tantissime automobili, camper e un tendone in cui c'erano le casse acustiche, le apparecchiature e il fulcro della festa. I carabinieri del Norm, guidati dal comandante Alberto Cominelli, hanno rinvenuto diversi spinelli, ma utilizzati ciascuno da un singolo consumatore. Le persone trovate in possesso dei pochi grammi di droga sono state segnalate alla prefettura come consumatori e la sostanza sequestrata. Ora per gli investigatori il rebus è risalire all'organizzatore che potrebbe incorrere in una denuncia per l'occupazione del terreno. Resta da valutare anche l'aspetto degli assembramenti, e del rispetto delle norma di sicurezza anti-contagio e anche su questo aspetto potrebbero incorrere in guai.

I CONTROLLI

Ieri mattina i carabinieri feltrini sono tornati sul posto: la tenda, le auto il camper la festa non c'erano più. D'altronde nevicava intensamente. I militari hanno effettuato il sopralluogo per verificare lo stato dei luoghi lasciati dai ragazzi. Avevano ripulito tutto.

 

Il Forte di Bard entra nella Rete delle fortificazioni con Piemonte e Liguria
Da gazzettamatin.com del 28 settembre 2020

Il Forte di Bard entra nella rete delle fortificazioni del Nord-Ovest.

E’ stato siglato venerdì 25 settembre, proprio a Bard, il protocollo d’intesa che pone le basi per l’avvio delle attività della Rete delle Fortificazioni.
Tredici le realtà aderenti di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta che si sono confrontate nel corso di una mattinata di lavori, coordinati dal direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc, e che hanno poi sottoscritto la firma dell’accordo di collaborazione triennale.

La Rete vede coinvolti, oltre al Forte di Bard:
• il Comune di Alessandria;
• il Comune di Casale Monferrato;
• il Comune di Vinadio;
• il Centro Studi e Ricerche Storiche sull’Architettura Militare del Piemonte;
• la Sezione Piemonte Valle d’Aosta Istituto Italiano Castelli;
• l’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura Militare del Forte di Bramafan;
• l’Associazione Casalese Arte e Storia;

• l’Associazione Progetto San Carlo Forte di Fenestrelle;
• il Museo Pietro Micca e dell’assedio di Torino del 1706;
• l’Associazione Amici del Museo Pietro Micca e dell’Assedio di Torino del 1706;
• l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, referente per il Forte dell’Annunziata di Ventimiglia.

Il Protocollo intende avviare un rapporto di collaborazione teso a concretizzare iniziative comuni rivolte alla valorizzazione del patrimonio fortificato (realizzazione di studi ed iniziative di comunicazione, promozione di studi, ricerche, seminari su temi di comune interesse).
Per raggiungere questi obiettivi si costituirà un Gruppo di lavoro rappresentativo delle 13 realtà coinvolte che si riunirà con cadenze regolari ogni tre mesi a rotazione sulle diverse sedi.
Il Protocollo è stato sottoscritto da Ornella Badery (Presidente del Forte di Bard), Cherima Fteita Firial (Assessore del Comune di Alessandria), Federico Riboldi (Sindaco di Casale Monferrato), Angelo Giverso (Sindaco di Vinadio), Micaela Viglino Davico (Presidente del Centro Studi e Ricerche Storiche sull’Architettura Militare del Piemonte), Enrico Lusso (Presidente della Sezione Piemonte Valle D’Aosta Istituto Italiano Castelli), Pier Giorgio Corino (Presidente dell’Associazione per gli Studi di storia e architettura militare), Antonella Perin (Presidente Associazione Casalese Arte e Storia), Fabrizio Del Prete (Rappresentante dell’Associazione Progetto San Carlo Forte di Fenestrelle), Franco Cravarezza (Direttore Museo Pietro Micca), Fabrizio Zannoni (Presidente Associazione Amici del Museo Pietro Micca), Davide De Luca (Direttore della Fondazione Artea di Vinadio), Daniela Gandolfi (Dirigente e referente del Forte dell’Annunziata di Ventimiglia).

 

Torna "Le rocche di Caterina", viaggio nelle quattro fortezze della “Signora di Imola”
Da ilnuovodiario.com del 29 settembre 2020

Quattro visite nel fine settimana per scoprire anche lati nascosti della storia della Leonessa di Romagna

Le quattro rocche di Caterina

Di Giovanni Baistrecchi

Dopo il grande successo di pubblico della prima edizione, torna Le rocche di Caterina, un viaggio organizzato da If Imola Faenza nelle quattro fortezze della Signora di Imola. Sabato 3 e domenica 4 ottobre andranno in scena quattro visite guidate per scoprire Caterina Sforza, la “Leonessa di Romagna”, e le sue magnifiche rocche.
In ognuna delle fortezze sforzesche verrà messo in luce un aspetto diverso della vita di Caterina. A Riolo si parlerà della battaglia combattuta tra gli Sforza e le truppe del Sassatelli proprio nel paese termale. Durante la visita i bambini potranno vestirsi da dame e cavalieri e gli adulti provare parti di armatura.
A Dozza protagonisti saranno il potere e le passioni di madama la Contessa, con laboratori per bambini. Alla rocca di Imola invece la visita alla fortezza sarà l’occasione per ripercorrere un momento fondamentale della vita di Caterina che segna il passaggio dall’innocenza fanciullesca alla maturità e alla consapevolezza del ruolo di Signora di Imola e Forlì: il matrimonio con Girolamo Riario. Nella rocca di Bagnara si esplorerà invece una delle passioni di Caterina: l’erboristeria.
Al termine della visita adulti e bambini potranno cimentarsi nella realizzazione di una delle ricette di Caterina.

La rocca di Imola, foto di repertorio

Le visite guidate avranno i seguenti orari:

Sabato 3 ottobre: mattina 15:30 – pomeriggio 18:00

Domenica 4 ottobre: mattina 10:30 – pomeriggio 15:30

Ogni visita durerà circa due ore.

Il ritrovo sarà presso le biglietterie delle rocche, circa 10 minuti prima della partenza della visita. Prenotazione obbligatoria entro le 16 di venerdì 2 ottobre a IF Imola Faenza Tourism Company, tel 0542 – 25413, mail: info@imolafaenza.it.

La storia di Caterina e delle sue fortezze rivive negli esclusivi modellini delle rocche!

Presso le rocche di Bagnara, Riolo e Imola saranno disponibil  gli imperdibili modellini da collezione realizzati da Il Nuovo Diario Messaggero. Interamente dipinti a mano, sono in vendita anche presso i nostri uffici di via Emilia 77/79 a Imola!

 

“Un chilometro di mura all’anno”, parte il restauro delle fortificazioni
Da estense.com del 28 settembre 2020

Investiti 900mila euro contro il degrado. Si comincia dal tratto nord

Si chiama “un chilometro di mura all’anno” il progetto che il sindaco di Ferrara Alan Fabbri, con l’assessore Andrea Maggi, hanno presentato rendendo ufficiale un piano che prevede, a partire da quest’anno, il restauro conservativo, contro il degrado, di un chilometro all’anno di tratto di fortificazioni, sui 9 complessivi. A tal fine l’Amministrazione ha investito circa 900mila euro. Si inizia con la parte Nord, dalla fine di viale Belvedere fino a porta degli Angeli e il progetto riguarda anche il rifacimento di parte della pista ciclabile da piazzale San Giovanni al doccile di San Rocco. Con il ribasso d’asta si conta di procedere con le manutenzioni del percorso ciclabile dal doccile a piazzale Medaglie d’Oro.
L’iniziativa, sotto il profilo tecnico, è stata illustrata dalla dirigente del servizio beni monumentali Natascia Frasson e porta la firma di Rina Scicchitano e Davide Naldi. Intanto, sempre con fondi dell’Amministrazione, a ottobre sarà conclusa la sistemazione dell’area verde di viale Belvedere. Si va inoltre – è stato annunciato – verso la conclusione dell’intervento sui fornici. E’ anche in corso un monitoraggio sui baluardi di San Pietro e Sant’Antonio, “che si muovono fino a un centimetro all’anno”, ha detto Frasson. “Per il prossimo anno abbiamo in programma un progetto pilota per far fronte a questo problema”.

“Una promessa elettorale che inizia a concretizzarsi”, ha detto il sindaco, annunciando di avere avuto una interlocuzione col ministro (ferrarese) Dario Franceschini, “per una collaborazione nel segno di un progetto che vogliamo consegnare alla nostra città”. “L’abbiamo detto – ha rimarcato il primo cittadino – e lo stiamo facendo: riteniamo fondamentale impiegare risorse, energie e investimenti per tutelare e valorizzare l’immenso patrimonio di Ferrara. Solo così potremo promuoverne al meglio l’immagine. Leo Longanesi diceva che alle manutenzioni l’Italia preferisce le inaugurazioni. Noi stiamo dimostrando il contrario, facendo seguito al piano straordinario di manutenzione ordinaria lanciato in campagna elettorale”. “Il progetto – ha sottolineato l’assessore Maggi – mira anche a dare stessa nobiltà all’intero tratto murario”. “Le mura – ha aggiunto – sono uno straordinario patrimonio monumentale, turistico, architettonico e consentono la pratica dell’attività motoria di tanti ferraresi”.

 

Ex polveriera ancora inutilizzata «Tutta colpa dei ritardi di Enel»
Da laprovinciadicomo.it del 28 settembre 2020

L’accusa del presidente della Spina verde dopo la segnalazione di Luca Gaffuri. Ma l’azienda elettrica replica: «Hanno costruito la cabina solo a maggio»

Più di un anno dalla riqualificazione e l’ex Polveriera di Albate, nel Parco Spina Verde, non è ancora fruibile dal pubblico. Sul ritardo è un rimbalzo di responsabilità tra l’ente Parco ed Enel. Sotto la lente sono finiti i tempi per ottenere la fornitura elettrica della struttura. Intanto il verde se ne sta lentamente riappropriando, l’erba è cresciuta alta persino sui tetti dei nuovi spogliatoi e fino a nascondere parte della storica cancellata. Il rischio è anche quello che questo immobile, rimesso completamente a nuovo, isolato e non custodito, possa diventare l’obiettivo di vandalismi. La denuncia di abbandono arriva dal consigliere regionale del Partito Democratico, Luca Gaffuri. Durante una passeggiata nei boschi di Albate, Gaffuri ha constatato le condizioni in cui versa quello che avrebbe già dovuto essere, nei piani del Parco e del Comune, un punto di riferimento per i visitatori che numerosi frequentano quella zona dell’area naturale protetta, dotato di bar e servizi igienici. «Ma tutto sembra, tranne che una realtà pronta all’accoglienza» commenta il consigliere.
A ritardare l’apertura, per il presidente del Parco, Giorgio Casati, sarebbe stata l’Enel. «Da non crederci, dopo varie richieste, l’elettricità all’ex Polveriera l’abbiamo avuta solo questo agosto, quando la struttura era pronta dall’autunno 2019, finita e consegnata – commenta Casati – Un disguido che ci è costato parecchio soprattutto sulla tabella di marcia, perché non abbiamo potuto nemmeno aprire il bando per dare in gestione l’immobile». Ma Casati fa una promessa: “Entro fine anno l’ex Polveriera sarà aperta. Abbiamo già tre manifestazioni di interesse e questo autunno il bando finalmente ci sarà».

L’immobile su più piani può contare sugli spazi per un bar, sulla disponibilità di bagni igienici e spogliatoi per i visitatori e su una sala polivalente. Il progetto è stato realizzato tramite un finanziamento di Fondazione Cariplo. Circa 327 euro sono arrivati dal bando Cultura 2014 e hanno coperto le spese per rimettere a nuovo l’ex presidio militare e dargli una diversa vocazione. I lavori sono iniziati tre anni fa, ma la struttura non è mai stata utilizzata. La preoccupazione che rimanga un’incompiuta, non sul piano architettonico ma su quello della fruibilità, c’è e si fa sentire.
«Come Parco ci siamo dovuti occupare anche di far realizzare una cabina di trasformazione – continua Casati – trovandoci sempre di fronte il muro di gomma di Enel. Siamo i primi ad essere arrabbiati e a voler offrire un servizio ai cittadini che fruiscono del nostro parco».
Enel rispedisce al mittente le accuse, sostenendo che «i tempi di evasione della pratica sono tempi tecnici dovuti alla predisposizione, in carico al cliente, della cabina all’interno del parco, e dai successivi tempi autorizzativi e tecnici previsti dalla normativa. La prima richiesta di fornitura era datata maggio 2018, poi decaduta. Ma solo nel maggio 2020 il cliente ha effettuato la comunicazione di fine opere, che ha permesso l’avvio dell’iter realizzativo per l’allaccio della cabina, avvenuto nel giugno 2020. Nel successivo mese di luglio 2020 è stato quindi attivato il contatore».

 

Così Pechino salva la Grande Muraglia dal disfacimento
Da ilgiornale.it del 27 settembre 2020

Incuria, speculazioni edilizie e turismo di massa hanno cancellato centinaia di chilometri di Muro. Un colossale piano di restauri lo riporterà all'antico splendore

Gli artigli della tigre economica hanno distrutto il simbolo del Paese. Zampata dopo zampata, mentre il Pil della Cina cresceva di anno in anno con un tasso medio del 9%, la Grande Muraglia si è sgretolata, rischiando di perdere fascino, storia e presenza stessa.  Da fine agosto qualcosa sta cambiando: lo si evince dal movimento di un gruppo di manovali che si arrampica su per le montagne a nord di Pechino. Aiutati solo dagli asini e da rudimentali sistemi di carrucole, trasportano tonnellate di materiali da costruzione lungo sentieri ripidi e accidentati. Dopo mesi di stop per la pandemia, uno dei più grandi progetti di restauro al mondo è finalmente ripartito. Anche se è uno dei simboli nazionali della Cina, la Grande Muraglia è caduta in disgrazia durante il boom economico. Le antiche fortificazioni sono state danneggiate dalla speculazione edilizia e dal turismo di massa, che hanno cancellato centinaia di chilometri di mura. Per la politica di «ringiovanimento nazionale» di Pechino, restituire la Grande Muraglia all'antico splendore è diventato un obiettivo prioritario. Le amministrazioni locali, dalla capitale, a est, fino a Jiayuguan, a ovest, a più di 1500 chilometri di distanza, hanno avviato lavori di ricostruzione su larga scala. Intere zone sono state classificate «cintura culturale», con controlli severissimi sugli sviluppi edilizi futuri.
La Grande Muraglia rivisitata (ma non troppo) vive attraverso gli occhi di Cheng Yongmao. Bastone da passeggio alla mano, spinge via un ramo ricoperto di rugiada mentre avanza su un tratto pericolante del muro di pietra che si inerpica per la collina. Avventurarsi in queste zone può essere massacrante, ma Cheng, 63 anni, non sembra provare fatica. In qualità di capo ingegnere dei lavori di restauro di Jiankou, uno dei tratti più ripidi della muraglia, passa ore ogni giorno a scalare le vette a nord di Pechino, dando consigli agli operai sugli interventi di restauro. Cheng e la sua squadra fanno parte di un gigantesco progetto di conservazione del monumento più famoso della Cina, che si estende dalla costa orientale del Paese fino al deserto del Gobi, più di duemila chilometri a ovest. È una sfida ingrata, resa ancora più ardua dalle difficoltà del terreno. Lungo il tratto isolato di Jiankou, i restauratori usano principalmente materiali tradizionali sviluppati all'epoca della dinastia Ming (tra il 1300 e il 1600). I metodi per trasportarli sono altrettanto antiquati: gli asini portano i mattoni e i sacchi di calce fino alla cresta della montagna, poi gli operai li issano sulla muraglia con delle carrucole e se li caricano in spalla fino alle torri di guardia. «Il trasporto dei materiali è una delle parti più difficili - spiega Cheng - solo degli alpinisti possono svolgere questo lavoro».

L'intervento tuttavia è urgente e necessario. La Grande Muraglia è stata costruita da varie dinastie imperiali cinesi che si sono succedute nell'arco di quasi duemila anni e il tempo ha lasciato il segno sulle antiche fortificazioni. Anni di esposizioni al rigido clima della Cina settentrionale hanno indebolito lunghi tratti della muraglia e altri danni sono stati causati dall'uomo. Negli anni Novanta, durante il boom dell'economia cinese, le amministrazioni locali hanno cominciato a sfruttare il potenziale della Grande Muraglia come destinazione turistica, ma hanno preso pochissime precauzioni per proteggerla dai visitatori. A volte le attività commerciali hanno superato il limite. Nel 2006 l'ente che gestisce Juyongguan, un tratto della muraglia vicino a Pechino, ha consentito ai visitatori il permesso di incidere i loro nomi sui mattini pagando l'equivalente di 125 euro nell'ambito di un programma chiamato «Muraglia dell'Amore». A Jiankou i residenti hanno piazzato delle scale accanto ai tratti più difficili da raggiungere, facendole usare a pagamento agli escursionisti. Gli affari andavano bene. Ogni anno venivano più di centomila persone a fare trekking su questi spettacolari passi montani. Anche l'antica pavimentazione ha cominciato a cedere sotto il pestare costante di piedi e bastoni da passeggio, creando pericoli per la sicurezza. In particolare, lungo l'Aquila che vola verso l'alto, un tratto quasi in verticale che si arrampica su una cima ripidissima, molti escursionisti sono rimasti feriti o addirittura sono morti per aver perso l'equilibrio.
Gli sforzi a livello nazionale per tutelare la Grande muraglia sono cominciati a metà degli anni duemila. Solo a quel punto si è cominciato a capire l'entità dei danni fatti nei decenni precedenti. Nel 2005 una perizia delle sezioni della muraglia intorno a Pechino ha rilevato che solo il 10% dell'antico monumento era rimasto in buone condizioni. La svolta è arrivata nel 2006, quando il governo ha aggiunto buona parte della Grande muraglia alla lista dei siti culturali protetti e ha sbloccato fondi pubblici per 640 milioni di dollari destinati alla ristrutturazione. Successivamente, tra il 2007 e il 2016, l'amministrazione di Pechino ha investito ulteriori 77 milioni di dollari. «Quando la gente pensa alla Cina, pensa alla Grande Muraglia - ha detto il presidente Xi Jinping nel corso di una recente visita ai cantieri - dobbiamo dare grande importanza alle radici profonde dello spirito nazionale cinese».
La squadra di Cheng è una convinta sostenitrice dell'intervento minimo. Più del 95% dei mattoni usati è originale e i materiali aggiuntivi sono stati ridotti al minimo. Le difficoltà logistiche estreme legate al restauro di fortificazione che si trovano in cima alle montagne, e sono tagliate fuori dalla rete stradale moderna, hanno rallentato i lavori. Mentre gli asini si arrampicavano su salite ripidissime caricandosi in groppa i materiali da costruzione, gli operai portavano a mano spranghe d'acciaio da quaranta chili per issare i mattoni sui bastioni. Dopo alcuni giorni molti tra gli operai hanno gettato la spugna con le ginocchia gonfie per lo sforzo. «Non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci - sottolinea Cheng - la forza lavoro non manca di certo a questa nazione. L'obiettivo è alla portata di mano: la Grande Muraglia tornerà a splendere entro due anni».

 

Le Torri costiere a guardia della bella Puglia
Da ilgiornaledipuglia.com del 25 settembre 2020

VITTORIO POLITO – Com’è noto la Puglia è una terra multiforme sia dal punto di vista geografico che morfologico, per non parlare di quello storico e culturale. Una regione allungata sul mare, ricca di castelli, cattedrali, santuari, musei, palazzi, ville, masserie, trulli e torri. Per la sua posizione geografica la Puglia è sempre stata territorio di confine, perciò terra di conquista subendo, forse, il maggior numero di occupazioni e invasioni nel tempo. Con l’avvento dei Normanni (1018 -1019), che si insediarono in Puglia come mercenari al servizio di Melo da Bari, iniziò la costruzione di castelli e torri allo scopo di incrementare la difesa del territorio.

La torre è una costruzione a sviluppo verticale, con pianta poligonale o circolare, isolata o inserita in un più complesso organismo, con funzioni difensive oppure di avvistamento, detta torre di guardia, posizionata solitamente o in altura o sulla costa,queste ultime, dette torri costiere, sono strutture fortificate situate lungo i litorali al fine di prevenire e contrastare possibili invasioni dal mare.
Il nostro bel Salento è costellato di torri, poiché è stato esposto frequentemente alle scorrerie di pirati o dagli assalti degli eserciti invasori, e si è protetto nel tempo da una fitta rete di torri, castelli e masserie fortificate.

Già nell’antichità romana il fenomeno della pirateria non era sconosciuto e già allora si cominciarono a prendere le dovute misure lungo la costa. Il fenomeno assume però rilievo notevole nel XV e XVI secolo. Tra il 1558 ed il 1567, per far fronte alle continue scorrerie si realizzano in tutto il Sud ben 339 torri e nella sola Puglia 96: 16 in Terra di Bari, 80 in terra d’Otranto, un’area molto più vasta, come si sa, rispetto all’attuale Provincia di Lecce.

Dal punto di vista storico, le prime torri nel Salento furono erette proprio nel periodo dell’impero romano: altre ne seguirono, costruite nel Medioevo, sotto la dominazione sveva e poi sotto quella angioina. La costruzione delle torri seguiva criteri ben precisi, in quanto dovevano poter comunicare con quelle più vicine, attraverso segnali luminosi messi in atto dalle sentinelle al fine di segnalare possibili pericoli provenienti dal mare. La loro ubicazione, inoltre, veniva scelta in modo da avere la migliore visuale possibile anche verso l’entroterra, in modo che dalla fortificazione potessero essere lanciati tempestivamente gli eventuali segnali di allarme. Alcune di queste, per esempio Torre San Gennaro, Torre San Cataldo, Torre Palascia, Torre Badisco, Torre Santa Maria di Leuca, sono state completamente distrutte e sono state inserite nell’itinerario solo per motivi storici.

E così in una escursione troviamo San Foca, attivissimo porto munito di fortezza, o Torre dell’Orso, una delle cinque marine di Melendugno, Torre Colimena in territorio di Manduria, che con le sue caditoie e il ponte levatoio, sorveglia la lunga distesa di spiaggia dorata. Torre Mozza, una località balneare del Salento meridionale, in provincia di Lecce, e territorialmente appartenente al Comune di Ugento. Il centro abitato prende il nome dall’omonima torre cinquecentesca, che si affaccia su una lunga distesa sabbiosa. Torre Vado l’antica torre costiera, che dà il nome alla marina, si erge sul pittoresco porto turistico, approdo di pescatori e vacanzieri. Tanto per citarne qualcuna.
Oggi, molte torri risultano in pessime condizioni, mentre buona parte sono state restaurate negli anni scorsi per scopi turistici ed escursionistici.

Questo inusuale tour delle antiche torri è un modo simpatico e diverso per vivere il territorio, per conoscere i luoghi e i paesaggi unici di una Puglia senza tempo, bella e affascinante! Anche Bari, oltre al grande Castello, ha la sua Torre di avvistamento nel quartiere di Torre a Mare, originariamente un villaggio di pescatori. Le stradine del borgo, fiancheggiate da case a tinte pastello, arrivano fino alla piazza principale, al cui centro si trova una torre di avvistamento del XVI secolo, la Torre Pelosa.
Torre a Mare, terra antichissima, risale forse al IV-VI millennio a.C. e dopo l’anno 1000, assunse il nome di “la Pelosa” o “Pelosa, meglio conosciuta con il nome dialettale di “a P-làos”. Il Podestà del tempo, Michele Viterbo, con Regio Decreto. n. 1471 del 25 agosto 1938, ottenne l’autorizzazione a modificare il nome dell’allora “Torre Pelosa” in “Torre a Mare”.
In seguito ad alterne vicende, il viceré di Napoli, Parafan de Ribera, ordinò la costruzione di 16 torri da Monopoli a Bari. Alla nostra città toccò Torre Carnosa e Torre Pelosa. Della Torre Carnosa, che era ubicata al quartiere Japigia, non vi sono più tracce se non il nome, ma quella di Torre Pelosa, oggi Torre a Mare, la cui costruzione iniziò nel 1568, gode ottima salute ed oltre ad ospitare varie manifestazioni culturali è sede dell’Archeoclub Bari.

 

Ex polveriera riparte la bonifica
Da ilrestodelcarlino.it del 25 settembre 2020

C’è qualcosa nel terreno dell’ex polveriera e la bonifica prevista e svolta un paio di anni fa non basta. Il Comune sull’area della ex polveriera ha da tempo in animo la riconversione della zona facendone un’area naturalistica. Ma l’utilizzo militare negli ultimi decenni ne fanno una zona a rischio. Nella primavera del 2018 il Comune, ricevuto il bene dallo Stato, aveva predisposto una attività di bonifica bellica dell’area. Le operazioni si sono svolte sulla totalità delle aree, ma in alcune zone sono emerse quelle che in gergo vengono definite interferenze ferromagnetiche. Oggi l’amministrazione ha deciso di andare a fondo estendendo la superficie di analisi anche a lotti limitrofi. Ma questo ha un costo, per l’esattezza 48.681 euro che verranno spesi per affidare l’incarico alla ditta Gap service Srl, già interessata nella prima fase dell’intervento, con sede nel padovano.

 

Caldarola: passeggiata e tavola rotonda su castelli e fortezze
Da viverecamerino.it del 23 settembre 2020

Accendere i riflettori su due siti storico-archeologici e aumentare tra i cittadini la consapevolezza del valore "patrimoniale" dei beni comuni, e del beneficio che deriva dal vivere immersi in questo “patrimonio”, tanto per la sua portata storica, quanto per le attività attuali.
Con questo obiettivo, l'associazione Club per l'Unesco di Tolentino e delle Terre Maceratesi Odv, con il patrocinio del Comune di Caldarola e la collaborazione dell'associazione Giovanile G-Lab-San Ginesio organizza la "Passeggiata patrimoniale" intitolata "Castelli, fortezze e forza delle comunità locali", in programma domenica 27 settembre nel territorio di Caldarola. Riconosciuta dal Consiglio d'Europa, la "passeggiata patrimoniale" è concepita e realizzata da coloro che vivono e lavorano in un territorio specifico e con cui hanno particolari affinità: storica, culturale, nella memoria o di esperienza personale.
La passeggiata si svolgerà contemporaneamente in due differenti siti: nell’area Archeologica di  Pievefavera e nel borgo di Vestignano, entrambi nel comune di Caldarola. I partecipanti potranno spostarsi in autonomia da un sito all’altro, e per le visite sono previsti 4 turni (alle ore 10, ore 11, ore 15 e ore 16) guidati da esperti: nell’area archeologica di Pievefavera sarà presente Enzo Catani, archeologo dell’Università degli Studi di Macerata, nel Borgo di Vestignano a condurre le visite ci sarà invece Diletta Grassetti, archeologa medievista. La partecipazione è gratuita, ma è obbligatorio prenotarsi entro il 25 settembre contattando il coordinatore dell'attività al numero 348.7690544.

Ciascun turno potrà accogliere massimo 15 partecipanti nel rispetto delle norme anti contagio da Covid-19.
A seguire è prevista la tavola rotonda intitolata “Tutela e valorizzazione dei beni culturali del territorio” che si terrà alle 17,30 nella Sala Tonelli, in viale Aldo Moro a Caldarola: relatori esperti e amministratori interverranno sui temi delle aree archeologiche come tessuto connettivo dell’entroterra maceratese e il policentrismo medievale marchigiano.

da CSV Marche www.csv.marche.it

 

Fortezza di Castrocaro, salgono a 600mila euro i finanziamenti con la Tonellato
Da ilrestodelcarlino.it del 23 settembre 2020

Il via al restauro del ‘Girone’ tassello di una lunga opera di recupero in fase di rilancio

E' una rinascita lenta ma costante quella della millenaria fortezza di Castrocaro Terme, uno dei più fulgidi esempi di architettura militare fortificata. La rocca è stata sottoposta a restauro per la prima volta nel 1980 e aperta al pubblico nella primavera del 2000 grazie anche al lavoro instancabile dei volontari della Pro loco, che tuttora gestisce il maniero. Dopo secoli di oblio, "il gigante addormentato si è risvegliato", disse all’epoca Caruso, presidente dell’associazione di volontariato e direttore del museo storico archeologico allestito in seno al castello.

Nei giorni scorsi sono partiti i lavori sul Girone, la parte più antica del castello. "Termineranno entro fine anno" spiega Caruso. Un intervento che verrà realizzato grazie ai 160.000 euro erogati dal Cipe (il Comune ne ha aggiunti 25.000): l’iniziativa di chiedere il contributo risale al 2017, stanziamento poi ottenuto grazie all’intervento del parlamentare forlivese Marco Di Maio, sollecitato dal sindaco Marianna Tonellato, insediatosi allora da pochi mesi.

Nei due anni e mezzo della giunta Tonellato ammontano a ben 600.000 i contributi destinati al recupero della fortezza e chiuso un cantiere ne aprirà un altro. "Ci vorranno ancora tanti anni per arrivare a un recupero completo – dice Caruso – probabilmente io non riuscirò ad ammirarne il risultato ma l’importante è che si proceda in questa direzione".

 

Violata l’ex base militare Back Yard Un  gruppetto di persone sorpreso dai carabinieri ad armeggiare vicino agli ingressi
Da cronacadiverona.com del 22 settembre 2020

Venerdì (25 settembre 2020), alle 11, il sindaco di Grezzana Arturo Alberti ed il consigliere comunale Giovanni Avesani effettueranno un sopralluogo nell’ex base militare all’interno del monte Vicino, a Grezzana, dopo l’ennesima intrusione di alcuni malintenzionati. Sarà presente anche Claudio De Castro, coautore del libro “Viaggio nelle basi segrete della Nato – West Star e Back Yard”. L’ispezione, inoltre, servirà all’Amministrazione per valutare il miglior utilizzo del sito. Il gruppetto di malintenzionati sarebbe riuscito, probabilmente, a scorrazzare – sempre che non si fosse perso tra tunnel e locali – nel bunker di Grezzana se non fosse stato sorpreso dai carabinieri ad armeggiare con degli arnesi per aprirsi un varco tra le griglie di uno dei due ingressi secondari, che avrebbe dovuto essere protetto anche da un muro, divelto nel corso delle incursioni compiute, in precedenza, da altri. Meno vulnerabile, invece, l’ingresso principale, poichè sbarrato da una porta blindata installata dal Comune, a cui il Demanio ha ceduto gratuitamente la proprietà della fortificazione.

“L’Amministrazione comunale, in collaborazione con le forze dell’ordine, intensificherà la sorveglianza nel circondario per impedire altri accessi non autorizzati nell’ex base militare”,assicurano Alberti e Avesani.

Back Yard – Giardino dietro casa – fu denominata l’ex stazione per le comunicazioni dell’Alleanza Atlantica. Un nomignolo così paradisiaco da indurre, tutt’oggi, in tentazione. Tanto più irrefrenabile quanto più il presidio – fu dismesso nel 2000 – era segreto. Eppure, una riproduzione della cittadella – disposta su un piano simile a tre ipsilon – è incorniciata da sempre nel corridoio del municipio di fronte all’ufficio del sindaco. Ciò nonostante, agli ingressi secondari, ogni muro eretto dal Comune è stato puntualmente abbattuto da ignoti. Così, dopo i praticanti dell’urban exploration – l’abusiva perlustrazione di edifici pubblici e privati abbandonati (i resoconti delle incursioni nel Back Yard risalenti al 2014 sono ancora reperibili sul web) e, diciamo così, i bunkeroli – i predatori di reperti bellici (sebbene i generatori di corrente siano troppo ingombranti per essere spostati) – è la volta dei presunti ladri di metalli. Le apparecchiature rimaste nell’ex postazione militare, sebbene non siano più usate, contengono comunque il rame: così prezioso da essere stato istituito l’Osservatorio nazionale sulle razzie di metalli.
Back Yard contribuì, in Europa, a contrastare l’avanzata del Patto di Varsavia al tempo della Guerra Fredda, durante cui le superpotenze non si scontrarono mai direttamente. Difatti, metà del mondo era influenzato dagli Stati Uniti; metà, dall’Unione Sovietica.
Il manufatto fu progettato, costruito e reso operativo tra gli anni Cinquanta e Settanta contemporaneamente a West Star – Stella d’Occidente – all’interno del monte Moscal, ad Affi. West Star era il più grande bunker antiatomico d’Europa. Aveva anch’esso tre accessi. Il corpo centrale si sviluppava su tre piani: due simili ad un otto, l’altro destinato agli impianti. I due presidi, ovviamente, interagivano
West Star fu dismesso nel 2007. Attualmente, è di proprietà del Comune di Affi, dopo, anche in quest’occasione, la cessione gratuita del Demanio. L’assessore Gianmarco Sacchiero, delegato proprio alla riconversione e valorizzazione dell’ex base militare ad Affi, è stato recentemente invitato dagli amministratori di Grezzana a visitare Back Yard. All’interno di West Star, il Comune di Affi intende realizzare un museo interattivo dedicato alla Guerra Fredda collegato a un circuito europeo.

 

Alla ricerca dei bunker britannici "perduti" della Seconda Guerra Mondiale
Da everyeye.it del 22 settembre 2020

Di Salvo Privitera

In seguito all'evacuazione di Dunkerque nel giugno 1940, il primo ministro Winston Churchill ordinò la creazione di un gruppo di 'unità ausiliarie' britanniche clandestine appositamente addestrate e altamente riservate, che sarebbero state dispiegate in caso di invasione da parte dell'Asse in Gran Bretagna. Il loro compito? Combattere le operazioni di guerriglia dietro le linee nemiche dopo un'invasione marittima dell'Asse, incluso l'assassinio di ufficiali tedeschi di alto rango, e la demolizione e il sabotaggio di linee ferroviarie, aerei, depositi di carburante e munizioni. La loro esistenza e le loro operazioni non sono mai state ufficialmente riconosciute, ma un nuovo studio fa luce sulle loro attività analizzando i possibili bunker segreti da loro utilizzati.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Conflict Archaeology, ha esaminato tre basi operative che si trovavano in vari stati di conservazione. Gli esperti hanno anche svolto un'indagine intrusiva limitata per studiare i bunker in modo più dettagliato, scoprendo portelli di fuga, camere principali intatte e manufatti che includevano stufe, illuminazione e attrezzi da cucina. "La maggior parte delle persone conosce la battaglia britannica nel 1940, così come la Guardia nazionale. Tuttavia, non sapranno di questi tentativi segreti per rallentare l'attesa invasione tedesca per dare tempo alla resistenza finale. Questa ricerca ha scoperto un'affascinante parte nascosta della storia del nostro paese durante la guerra", afferma il dottor Jamie Pringle.

"In superficie alcuni di questi bunker sembrano fogli di lamiera ondulata sepolti e deformati e scommetto che la maggior parte delle persone penserebbe che sia stato lasciato lì. Non sanno che in realtà faceva parte di qualcosa di molto più grande",  aggiunge il dottor Kris Wisniewski della Staffordshire University. "Le nostre scoperte delle loro basi operative forniscono una prova tangibile della cupa determinazione a difendere la Gran Bretagna in una delle sue ore più buie", afferma infine l professor Peter Doyle della London South Bank University.

 

Rotterdam, “scoperto” un bunker antiatomico risalente alla Guerra fredda
Da 31mag.nl del 22 settembre 2020

Sulla Schiebroekselaan, nella parte nord di Rotterdam, i volontari della Fondazione per il Patrimonio Culturale della Guerra fredda – Stichting Cultureel Erfgoed Koude Oorlog(https://www.facebook.com/coldwarbunker.nl/) hanno scovato un bunker isalente agli anni ’60, scrive Rijnmond.nl. (https://www.rijnmond.nl/nieuws/199242/Jarenoudebunker-ziet-eindelijk-daglicht-Alsof-je-een-tijdcapsule-opent)
Pim van den Bos ricorda come il bunker si sia salvato dalla demolizione dell’area  negli anni ’90 grazie alle proteste di un residente. La struttura, perfettamente conservata, “è una capsula del tempo, tutto è rimasto così com’era”.

La fondazione si occuperà della ristrutturazione e della manutenzione del luogo.
“Faremo in modo che il bunker possa tornare a vivere e sia finalmente accessibile al pubblico”. Non c’è dubbio che c’è ancora molto lavoro da fare. “Non è stato fatto niente in tutti questi anni”, ricorda Van den Bos. “Quando abbiamo rimosso la porta in legno, abbiamo trovato quella in acciaio. In realtà ci aspettavamo che fosse arrugginita o saldata. Con nostro grande stupore abbiamo scoperto che era semplicemente aperta, il che ci ha reso più facile entrare”.

“Anche se le parti in legno si erano marcite nel corso del tempo, abbiamo trovato un ventilatore ad aria, una seduta reclinabile, un secchio per la toilette e le provviste: insomma tutto quello che era necessario per vivere nel bunker”
Anche durante la seconda guerra mondiale doveva esserci un bunker realizzato con le traversine ferroviarie esattamente nello stesso punto. Quello trovato ora risale al 1965 e presenta un’entrata laterale.

“La gente doveva disporre di un proprio rifugio vicino casa. Questo bunker era destinato ai passanti che si fossero trovati per strada durante un improvviso allarme aereo”. La capienza è di circa cinquanta persone, un tram affollato più o meno.”Nel corso degli anni sono cresciuti diversi arbusti e alberi, ma era già noto nel quartiere che il rifugio fosse ancora lì”. L’intenzione è di aprirlo al pubblico per l’Open Monumentendag del prossimo anno.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Castello Monaci
Da lavocedimaruggio.it del 22 settembre 2020

La tenuta che oggi conosciamo come Castello Monaci, sita al confine fra le provincie di Lecce e Brindisi, in territorio di Salice Salentino, nei primi documenti del XVI secolo che la citano, appare nominata come Li Formosi, e successivamente denominata come Masseria Monaci per via della presenza dei Monaci Basiliani. L’ordine dei suddetti monaci, in origine fuggiti dall’Impero Bizantino nell’VIII secolo d.C. per sfuggire alla persecuzione iconoclasta voluta dall’Imperatore Leone III Isaurico, possedeva diverse tenute nel territorio pugliese. Dopo che i Basiliani vennero cacciati via, i loro beni furono in parte concessi ad altri ordini religiosi o cavallereschi, ed in parte diventarono demaniali o di proprietà della corona. Nel corso del XVIII secolo la struttura appartenne dapprima ai Padri Gesuiti di Lecce, e successivamente fu di proprietà della corona.

Fu in seguito che la tenuta passò attraverso la proprietà di diverse famiglie nobili, a cominciare dalla Contessa Lucrezia Filomarino, al Nobile Giuseppe Como sino ai Baroni De Martino. Fu nel corso di tali passaggi di proprietà che la struttura venne ampliata e modificata, perdendo così l’aspetto originale, per assumere quello di un’elegante residenza signorile che la rende in tutto simile ad un castello.

Le modifiche principali ebbero inizio intorno alla metà del XIX secolo ad opera del Barone De Martino, con la realizzazione di due torri cilindriche gli angoli, del primo piano e dei merli in alto. Tutto venne ridisegnato conferendo alla struttura un aspetto medievaleggiante, con torri angolari munite di strutture simili a guardiole in alto, frammisto ad elementi ispirati al barocco ed al neoclassicismo. Dopo la morte del barone, tuttavia, il castello conobbe un periodo di abbandono sino a quando venne acquistato dalla famiglia Provenzano di Ugento, che provvide a ristrutturarlo secondo alcuni stilemi dell’epoca liberty. Oggi il castello è proprietà della famiglia Memmo, cui è pervenuto in dote matrimoniale dai Provenzano. La struttura oggi è adibita a fastose cerimonie nuziali, un’occasione unica per celebrare le proprie nozze in un castello. Inoltre è sede di un’azienda vinicola ed ospita un museo del vino.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Storia e curiosità dei Castelli di Puglia
Da giornaledipuglia.com del 22 settembre 2020

VITTORIO POLITO - Il castello è un edificio fortificato, cinto di mura e torri, utilizzato nel medioevo, per dimora e difesa dei nobili proprietari di terre e dei signori feudali.

In Puglia, la maggior parte dei Castelli sono presenti a Bari, Barletta, Castel del Monte, Castellana, Gioia del Colle, Oria e Trani, risalenti all’epoca normanno-sveva. Vi sono anche castelli e fortificazioni del Rinascimento per difendersi dalle minacce provenienti dal mare. Furono gli spagnoli a fortificare la costa secondo le più moderne tecniche di difesa, avvalendosi della collaborazione di architetti quali Evangelista Menga (1480-1571), Giangiacomo dell’Acaja (1500-1570), che spesso riadattarono manieri già presenti, rendendoli inespugnabili come quelli di Acaja, Copertino, Gallipoli, Lecce, Monte Sant’Angelo, Nardò, Otranto e Taranto, tanto per citarne qualcuno. Ma i residenti nei Castelli non vollero essere più i “signori della guerra”, ma anche “signori della cultura e dell’arte”.

Così, molti avamposti di importanza strategica, furono ingentiliti e trasformati in ambienti ricchi di arte e cultura come Carovigno, Conversano, Francavilla Fontana, Manduria, Martina Franca e San Vito dei Normanni.

Una delle fortezze più note in Terra di Bari è rappresentata da Castel del Monte, definito “Corona imperiale sulle Murge”, solitario e fascinoso in territorio di Andria (BA). Una meta da non perdere. Si tratta di un enigmatico e affascinante maniero, tradizionalmente attribuito a Federico II di Svevia. Il castello di forma ottagonale, ruota intorno al numero 8 con le sue 8 torri, 8 stanze interne sia al piano terra che al piano superiore.

Una fortezza “simbolo del potere e della liturgia imperiale non esente da presunzione di eternità, testimonianza di un clima culturale e artistico a cavallo tra tradizione romanica e novità di stampo gotico oltralpino, costantemente in rapporto con il senso classico di equilibrio e di misura”.

Il Castello di Bari, risalente all’epoca normanno-sveva è da identificare con l’attuale cinta quadrangolare interna munita d torri angolari ed intermedie. Nel corso della distruzione di Bari nel 1156, avvenuta ad opera di Guglielmo il Malo (1120-1166), andò distrutto anche il castello. Il solito Federico di Svevia intorno al 1233 lo fece restaurare valorizzandone l’aspetto residenziale e rappresentativo.

Il Castello di Gioia del Colle (BA), realizzato nell’XI secolo su un preesistente edificio bizantino, appare più alto e severo poiché inserito nel contesto urbano. Toccò ancora una volta a Federico di Svevia disporre la “ricomposizione” romantica” della sua immagine complessiva, nella quale rientrano gli allestimenti dei saloni al primo piano, un eclettico ed esotico trono e la monumentale scalinata che ricorda un Medioevo fantastico.

Il Castello ospita anche il Museo Archeologico Nazionale.

Il Castello di Monte Sant’Angelo (FG) è il risultato di dieci secoli di storia, ma anche di distruzioni, ricostruzioni e ristrutturazioni. La torre pentagonale destra, detta “dei Giganti” è attribuita ai Normanni. Un edificio fortificato su un precedente impianto difensivo, realizzato prima con Rainulfo, conte di Aversa, e poi con Roberto il Guiscardo.
Ad Otranto (LE), dove perirono per mano turca 800 idruntini, furono adottate iniziative finalizzate a rinforzare le difese della città. L’attuale Castello è frutto di un successivo intervento spagnolo. Ha un aspetto poderoso, dotato di torrioni muniti di cannoniere, è dotato di pontone rivolto verso il mare “alto e tagliente come la prua di una nave”.

Non potendo, ovviamente, citare i numerosi Castelli della Puglia, termino con quello di Conversano (BA), sorto per volere degli Altavilla, una delle più importanti famiglie di origine normanna. Nato come opera difensiva, venne trasformato in seguito come residenza signorile con l’avvento della famiglia Acquaviva d’Aragona che abitò nel Castello dal 1456 al 1847. Paolo Fenoglio (1590-1645), è l’autore delle decorazioni della camera nuziale del Guercio di Puglia (Giangirolamo II), che nonostante la sua pessima fama di crudele sfruttatore, fu anche un raffinato mecenate. Le sale sono mostrano decorazioni del ’600 e ’700, mentre il maniero è sede della Pinacoteca Comunale e dispone di cortile porticato e loggia rinascimentale.
Le notizie di cui sopra sono state riprese dal tascabile di Stefania Mola “Puglia – I Castelli” (Adda Editore), al quale rimando per gli approfondimenti. Segnalo anche per gli appassionati ed i cultori il bel volume di grande formato del giornalista Michele Cristallo “Nei Castelli di Puglia” (Adda Editore), nel quale si possono leggere le numerose altre “facce” dei nostri Castelli rappresentate dalla valenza storica, monumentale e architettonica.

Entrambi i volumi si avvalgono delle foto di Nicola Amato e Sergio Leonardi.

 

I| 26 SETTEMBRE 2020 | PORTO ERCOLE – Con Antico Presente alla scoperta dei forti spagnoli dell’Argentario
Da eventidellatuscia.it del 22 settembre 2020

Esiste una muraglia che nulla ha da invidiare a quella cinese, a parte la lunghezza. La posizione però ed il panorama sono assolutamente migliori! Si trova a Porto Ercole, ed è proprio da lì che inizieremo la nostra scoperta del territorio, conosciuto da molti per la bellezza delle sue insenature e la limpidezza delle acque, ma pochi si sono soffermati ad ammirare i forti spagnoli, con le originali ed imponenti architetture, che lo circondano. I tre forti, Forte Filippo, Forte Stella e la Rocca sono stati, per secoli, i baluardi difensivi del piccolo porto contro chiunque volesse effettuare razzie e scorribande, sia dal mare che da terra, e per la loro posizione strategica godono di una vista e sentieri mozzafiato.
La nostra visita inizierà con il Forte Filippo costruito da quattro bastioni e profondamente incassato in un fossato scavato nella roccia. L’unico punto di accesso è rappresentato da un ponte levatoio posizionato nel lato est. La potenza di fuoco delle artiglierie del Forte, era completata dalla Batteria di Santa Caterina, una struttura edificata poco più in basso, che permetteva di far fuoco con tiri radenti e precisi. Sia Forte Filippo che la Batteria di Santa Caterina sono di proprietà privata ma noi cammineremo lungo i profondi bastioni che delimitano il forte da cui si gode uno stupendo panorama.
Ridiscendendo per i sentieri profumati della macchia mediterranea, attraverseremo il piccolo borgo marinaro di Porto Ercole che si svelerà ai nostri occhi come un caratteristico porticciolo dagli odori antichi, con le reti appoggiate sui caratteristici gozzi e con le facce dei pescatori segnate dal vento e dal mare.
Superato il porto saliremo nel cuore antico di Porto Ercole attraverso la porta Pisana; da qui si diramano un dedalo di vicoli e la cinta muraria, che abbracciando l’intero abitato e conducono alla Rocca. In Piazza Santa Barbara, da cui si ammira un bel panorama sul porto, si trova il palazzo del Governatore con la facciata in stile rinascimentale. La Chiesa più antica invece si trova sulla sommità del paese, di origine settecentesca, è stata in parte ricostruita dopo l’ultima guerra ed al suo interno sono conservate le lapidi dei governatori spagnoli dell’antico Stato dei Presidi. Sarà proprio dentro l’antico borgo che percorreremo le tracce di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, conosciuto come il Caravaggio. La morte di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio viene definita uno dei grandi gialli della storia dell’arte. Tra le poche certezze sembra esserci la data, il 1610, e località della morte, che viene identificata con Porto Ercole. Il Caravaggio stava scappando perché, accusato della mote di Ranuccio Tomassoni durante una partita al gioco della pallacorda, era stato condannato a morte. La sua fuga durò 4 anni e si concluse proprio a Porto Ercole, sul Monte Argentario, dove ammalato, morì.

Risaliremo sull’altro versante fino ad arrivare alla Rocca, complesso fortificato che non rappresenta il frutto di un unico progetto a differenza dell’altro forte. La sua struttura è lo specchio di numerose ristrutturazioni fatte da uomini diversi in un arco di tempo che va dal XIII al XIV secolo. In basso, in direzione del porto, sono tutt’ora visibili i resti di un bastione poligonale che apparteneva alla batteria di Santa Barbara, che, come nel caso della batteria di Santa Caterina, completava le potenzialità di fuoco della Rocca.
Dalla sommità della Rocca si scorge uno dei più bei panorami del centro Italia, con tutta la costa dell’Argentario e delle piccole calette di fronte ad una piccola isola chiamata appunto Isolotto.
Vogliamo con questo itinerario fare il pieno di bellezza e sentirci forti e potenti, non per possedere i forti, ma per avere il privilegio che tutto il mondo ci invidia, di poterci andare a passeggiare tutte le volte che vogliamo. Andarci al tramonto però, è un occasione per pochi !

Escursione a cura di Antico Presente

Guida
Sabrina Moscatelli, Guida Turistica Abilitata e Guida Ambientale Escursionistica A.I.G.A.E e Giuseppe Di Filippo Guida
Ambientale Escursionistica A.I.G.A.E

Dati tecnici
Il Percorso di media difficoltà è lungo circa 7 km, dislivello 350 mt. Durata 4 ore.

Appuntamento
Sabato 26 settembre alle ore 15.30 all’entrata di Porto Ercole nei parcheggi liberi in via Fosso dell’Aiaccia (una traversa di fianco alla chiesa).

Equipaggiamento
Abbigliamento sportivo, scarponcini da trekking, pantaloni lunghi, repellente per insetti, cappello per la testa, acqua. Utili i bastoncini.

Condizioni
Prenotazione obbligatoria alla quale si riceverà conferma sulla disponibilità e tutte le informazioni riguardo i DPI e il rispetto delle regole e che dovrete firmare per conoscenza in nostra presenza. Con la prenotazione i partecipanti dichiarano di avere la giusta preparazione per l’escursione.

Quota individuale
€ 10,00 comprensiva di polizza professionale RC con massimale di Euro 5.000.000. I ragazzi fino a 16 anni non pagano mai la quota di partecipazione ma solo gli ingressi ove richiesti.

Informazioni e prenotazioni
Sabrina 339.5718135, info@anticopresente.it, www.anticopresente.it

 

Valorizzare le fortificazioni
Da abitare.it del 22 settembre 2020

Di Elena Franzoia

Il centro museale ospiterà una sezione faunistica dedicata alle rare specie di chirotteri presenti nell’area. (Courtesy Dario Castellino)

Vista esterna delle casermette. (Courtesy Dario Castellino)

L'architetto Dario Castellino ha progettato il riuso e la riqualificazione di un complesso sistema fortificato della Seconda Guerra Mondiale. A cavallo tra Alpi Marittime e Cozie

Architetto cuneese specializzato nell’architettura di montagna, Dario Castellino ha progettato il riuso e la riqualificazione dell’Opera n.5 di Moiola, iniziata nel 1940 nell’ambito di quel Vallo Alpino che doveva costituire un baluardo difensivo esteso all’intero arco montuoso.

Uno degli undici malloppi di calcestruzzo, che si mimetizzano con le rocce del paesaggio. (Courtesy Dario Castellino)

Lasciato incompiuto nel 1942 e tutelato dalla Soprintendenza nel 2016, lo sbarramento di Moiola presenta otto livelli collegati da un sistema ipogeo di rampe e corridoi da cui emergono undici blocchi di calcestruzzo (detti “malloppi”) con funzione di avvistamento e guardia armata.

Su incarico del Comune e dell’Unione Montana Valle Stura, Castellino ha immaginato non solo la rifunzionalizzazione del luogo come museo di sé stesso e centro di informazione turistica, ma anche la valorizzazione ambientale dell’area che insiste sulla strada statale 21 e la creazione di un sistema di percorsi destinati a un turismo leggero e alternativo.

L’area presenta significativi caratteri di biodiversità legati alla presenza di rare specie di pipistrelli (2 in via di estinzione e 5 vulnerabili) che hanno trovato nel sistema ipogeo di Moiola l’habitat ideale per lo svernamento, motivando precise esigenze di tutela.

Al restauro conservativo dell’impianto ipogeo, che dovrà garantire sia la fruizione turistica, sia il riposo dei pipistrelli, Castellino ha affiancato il riuso delle tre casermette esterne a fini museali che, allo scopo di ospitare i servizi di accoglienza dei visitatori, saranno attrezzate all’interno con nuove volumetrie in legno indipendenti e reversibili.

 

Mura di Treviso, al via il progetto di recupero
Da oggitreviso.it del 21 settembre 2020

Ca’ Sugana ha destinato 157mila euro per interventi per la salvaguardia delle mura

Di Isabella Loschi

TREVISO - Via libera al progetto di recupero delle Mura di Treviso. Obiettivo è quello di sistemare, curare, conservare e valorizzare le mura cinquecentesche della città fino a farne un sito di storia e cultura anche con percorsi dedicati aperti al pubblico. Il primo passo è l’approvazione della variazione di bilancio, che sarà discussa nel prossimo consiglio comunale. Cà Sugana ha destinato 157mila euro per la realizzazione di “intenti tipo” all’interno del progetto generale per il recupero delle mura cittadine. “L’intento - si legge nella delibera - è quello di tipicizzare gli interventi individuando una o più modalità di restauro a seconda della situazione di tratto di cinta muraria interessato”. Il tutto in accordo con la competente Sovrintendenza.

In attesa di definire le linee guida della progettazione e di realizzare gli interventi per la salvaguardia dell’opera, le mura nelle scorse settimane sono state interessate da un diserbo realizzato con i droni così da raggiungere anche i punti più complicati dove i normali mezzi meccanici non arrivano.

 

Campidoglio: avanti con riqualificazione in area di Forte Boccea
Da it.notizie.yahoo.com del 21 settembre 2020

Roma, 21 set. (askanews) - Si va avanti con il progetto di riqualificazione del complesso di Forte Boccea, una delle storiche fortificazioni militari di Roma, all'interno del Municipio XIII. Il percorso di riqualificazione, frutto di una proficua collaborazione tra Roma Capitale e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, prevede la messa in sicurezza e la valorizzazione, dal punto di vista ambientale, sociale e funzionale, dell'area esterna al sito.

Si tratta di uno spazio lasciato abbandonato per anni e che ora sarà riqualificato. Gran parte dell'area esterna al Forte sarà resa disponibile per cittadini e turisti, mentre il restante spazio verrà utilizzato dalla Presidenza del Consiglio per le attività della Scuola di formazione del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Il progetto mira alla creazione di un parco urbano in cui è previsto anche il trasferimento del mercato di via Urbano II, con un intervento richiesto e atteso dai residenti della zona.

 

Nuraghe Arrubiu: ecco com’era nell’antichità in uno splendido video 3D
Da vistanet.it del 21 settembre 2020

Avete mai pensato a come potessero essere i nuraghi nell’età del loro massimo splendore? Marco Mellace, insegnante dell’Istituto tecnico Luca Paciolo di Bracciano a capo del progetto “Flipped Prof”, lo ha fatto.

In un video pubblicato su Youtube e sulla pagina Facebook di Flipped Prof viene mostrato lo splendido Nuraghe Arrubiu di Orroli all’epoca del suo massimo sviluppo, databile a partire dal 2000 avanti Cristo, un’età in cui forse solo gli egiziani erano in grado di competere con i sardi in fatto di architettura.

Come molti sanno, le fortificazioni originali dei Nuraghi, erano torri ben più definite e svettanti di quelle che sono arrivate fino a noi.

Dei veri e propri castelli sorti nell’Isola nel bel mezzo dell’età del bronzo che raccontano di una civiltà assai avanzata per l’epoca.

 

Porte aperte e visita al bunker storico di Mairano
Da tio.ch del 20 settembre 2020

Sabato 26 settembre sarà possibile scoprire il suo funzionamento.

Di Davide Milo

IRAGNA - Al bunker militare di Mairano, a Iragna, il 26 settembre dalle 11 alle 16 si offrirà la possibilità di una visita promossa dalla Società ticinese di artiglieria. L'opera A8154 risale agli anni '40 e serviva a chiudere l'accesso alle alpi da nord. Il bunker, armato da un obice di 10,5 cm, faceva parte delle opere della linea Lona.
La costruzione della linea Lona iniziò nel 1939 e terminò nel 1943. L'opera principale era la posizione di fanteria Lodrino - Osogna, composta da 23 fortini e dallo sbarramento anticarro a forma di V.
Un sistema di impianti di minamento stradali e ferroviari, dei ricoveri e delle posizioni d'arma completavano il dispositivo lungo la Boggera, nella parete rocciosa sopra il paese di Osogna. Il supporto d'artiglieria era dato dai bunker a nord del dispositivo principale, lungo la linea Mairano - Mondascia (4 in zona Mairano e 4 in zona Mondascia). Completava la linea il campo di aviazione militare di Lodrino, costruito nel 1940 in ragione di un possibile impiego di combattimento aereo o di appoggio alle truppe di terra. Dopo la seconda guerra mondiale il dispositivo difensivo fu potenziato attraverso la costruzione di una postazione per lanciamine da fortezza e di numerosi ricoveri in calcestruzzo prefabbricato.

Le opere d'artiglieria e di fanteria rappresentate presso il bunker di Mairano sono il preludio o la conclusione di ogni visita alla linea Lona. Il bunker ristrutturato e riattivato dalla STA, situato su "La via della Pietra" itinerario turistico di nuova concezione ed interesse storico e naturalistico.

 

Costa Azzurra: alla scoperta del territorio. Il Fort de la Drête
Da montecarlonews.it del 20 settembre 2020

Montecarlonews propone luoghi, itinerari, passeggiate alla scoperta del Dipartimento delle Alpi Marittime. Le foto sono di Patrizia Gallo e Danilo Radaelli

È meta continua di gite e di escursioni, anche perché unisce al lato culturale anche la possibilità di sostare, pasteggiare e fare una partita a bocce.
Si tratta del Fort de la Drette che si trova nel territorio del Comune di Eze: ce lo propongono Patrizia Gallo e Danilo Radaelli con una serie di fotografie che documentano l’escursione. Dopo la guerra del 1870, Nizza divenne una roccaforte strategica circondata da fortificazioni staccate facenti parte del sistema Séré de Rivières.

Il Fort de la Drette, chiamato anche Fort de la Drête, è una di queste fortificazioni. Si trova in una posizione rocciosa a est di Nizza, vicino al Colle di Eze, a un'altitudine di 510 metri. Si trova a ovest della Grande Corniche, da dove controlla le rotte di invasione, provenienti dalla valle del Paillon e dal Col de Tende.

Questa fortificazione è stata costruita dal 1879 al 1884, contemporaneamente ai forti vicini di Revère e Tête de Chien. Dispone di locali in muratura in macerie che ospitano una forza lavoro di circa 300 uomini. Sono presenti una caserma, una sala per la telegrafia, due cucine, un panificio, negozi di alimentari e magazzini per il servizio di artiglieria. Le armi di questo forte sono collocate intorno alla caserma su 12 piattaforme di tiro lungo la Rue des Remparts. Il tutto è circondato da un fossato a secco difeso da basse casematte di artiglieria.

 

I bastioni di Santo Spirito
Da arezzonotizie.it del 19 settembre 2020

L'ingresso iniziò a chiamarsi Santo Spirito, dal nome del monastero delle clarisse

Marco Botti

Coloro che raggiungono il centro storico di Arezzo percorrendo via Vittorio Veneto, dopo il sottopasso ferroviario si trova di fronte due possenti edifici speculari. Sono ciò che rimane della cinta muraria del XVI secolo e di Porta Santo Spirito, l’ingresso cinquecentesco a sud-ovest, ma per gli aretini sono semplicemente i bastioni.
A Porta Santo Spirito faceva riferimento la più importante direttrice viaria che giungeva in città fin dal periodo etrusco, che in epoca romana divenne la consolare Cassia Vetus e attraversò il medioevo e tutti i secoli a seguire, fino ai nostri giorni, senza perdere mai di rilevanza. Possiamo considerare l’ingresso cittadino come l’erede di Porta Burgi o Porta del Borgo, che gli inizi del XII secolo si spalancava più o meno all’altezza dell’odierna via dei Pileati. Arezzo, in forte espansione, necessitava di nuove mura difensive e la porta fu trasferita nel periodo 1194-1200 quasi all’altezza dell’attuale incrocio tra via Garibaldi e Corso Italia. Con la signoria trecentesca dei Tarlati fu progettata una cerchia ancora maggiore, la più grande della storia della città. Il nuovo accesso a sudovest venne realizzato intorno al 1319 in un punto mai definito con precisione dagli studiosi, più o meno all’incrocio di via Vittorio Veneto con via Piave e via Leon Battista Alberti.
Fu in quel periodo che l’ingresso iniziò a chiamarsi Santo Spirito, dal nome del monastero delle clarisse che sorse nel 1261/62 non lontano dal Bastione di levante. Di fronte aveva l’ospedale di Santo Spirito, provvisto di portico meravigliosamente affrescato – secondo Giorgio Vasari nelle sue “Vite” del 1568 – da Spinello Aretino. Il complesso religioso fu costruito al posto del monastero di Santo Spirito de Strata, che invece si trovava a Saione, nei dintorni della chiesetta di Sant’Antonio Abate.
Negli anni Trenta del XIV secolo anche questa porta, come le altre del perimetro tarlatesco, fu  abbellita con una statua in pietra raffigurante la “Madonna con il Bambino”. Oggi la scultura è conservata nel loggiato superiore del Palazzo Comunale. Nel Cinquecento le tecniche militari e il modo di erigere le fortificazioni cambiarono. Sotto il dominio dei Medici, nel 1538, partì la costruzione di nuove mura. Erano più piccole delle precedenti, con sole quattro entrate e provviste di sette baluardi difensivi.
La zona di Santo Spirito fu quella che subì l’arretramento più consistente rispetto alla cinta dei Tarlati e la nuova entrata fu realizzata intorno al 1548/50. Monastero e ospedale omonimi vennero a trovarsi nell’area di passaggio della cinta e furono purtroppo demoliti. Nel Bastione di ponente si nota ancora la targa marmorea fatta collocare intorno al 1560, che cita il granduca Cosimo I dei Medici. In origine si trovava sopra la porta.
L’accesso alla città era provvisto di antiporto con un piano superiore utilizzato per accogliere i soldati, ma in seguito servì anche come deposito e persino come sala teatrale della Fraternita dei Laici nel XVIII secolo, abbinato al Teatro Grande delle Logge Vasariane. Quello di Santo Spirito, di dimensioni inferiori, veniva chiamato Teatro Piccolo ed era usato per spettacoli minori, come ad esempio quelli delle marionette. La situazione rimase immutata fino all’Ottocento, ma la modernità incalzava e l’arrivo della ferrovia, negli anni Sessanta, convinse gli urbanisti dell’epoca che le mura limitavano la voglia di svilupparsi della città. Cominciò così il discutibile – sarebbe meglio dire sciagurato – smantellamento, che proseguì per molti anni. Porta Santo Spirito, ricordata anche come Porta Romana, fu rasa al suolo nel 1893 e al suo posto vennero realizzati, su progetto di Umberto Tavanti, due poderosi edifici con le facciate contrapposte e una barriera daziaria con cancello, intitolata a Vittorio Emanuele II. In alto, su quello orientale, si può ancora scorgere il nome del re scolpito. Per innalzare i due fabbricati si sfruttarono sia i brevi tratti murari non ancora distrutti, sia i materiali di recupero dagli abbattimenti già effettuati. Dalla demolizione si salvò pure un bell’arco, risistemato all’ingresso del santuario di Santa Maria delle Grazie.
Il bastione di levante è oggi sede del Quartiere di Porta Santo Spirito, uno dei quattro in cui è suddiviso il territorio durante la Giostra del Saracino, e del Circolo dei Ghibellini inaugurato nel 2003. Nel lato che guarda viale Michelangelo si notano la lapide con il numero dei caduti della provincia d’Arezzo per motivi bellici e una graziosa fontanella. Il bastione di ponente, già sala espositiva e per conferenze, dal 2013 è diventato il Museo del Quartiere. Al suo interno ospita le lance d’oro vinte, i costumi storici e i vecchi vessilli. Dal 2019 la piazzetta tra i due bastioni è intitolata a Edo Gori, indimenticato rettore scomparso nel 2005.

 

Solaro, lavori in corso in Polveriera
Da ilsaronno.it del 19 settembre 2020

SOLARO – “Affinché tutto sia perfetto in vista delle visite guidate nell’ambito di Ville aperte in Brianza che inizieranno sabato 26 settembre e proseguiranno domenica 27 e nel week-end successivo, le nostre Guardie ecologiche volontarie si stanno adoperando con qualche lavoretto di manutenzione – lo annunciano dall’ente di gestione del Parco delle Groane – Ad esempio sono intervenute sull’impianto che serviva a manovrare le spolette degli ordigni esplosivi posizionato in un angolo appartato della Polveriera raggiungibile solamente attraverso un sentiero in mezzo al bosco.

Le robuste protezioni in calcestruzzo – che vedrete – dovevano riparare gli artiglieri da scoppi accidentali. Questo è solo uno dei tanti segreti custoditi da questo angolo di parco che da sito bellico è stato trasformato in un paradiso della natura”.

E’ già possibile iscriversi gratuitamente alle visite guidate nella ex Polveriera (che si trova a Solaro in via della Polveriera 2, proprio dove c’è la sede del parco) attraverso il sito di Ville aperte.

Ecco il link per procedere alla registrazione http://villeaperte.info/visiteguidate/visita/1031

 

Fortezze e Castelli di Puglia: La Torre della scomparsa Montecorvino
Da lavocedimaruggio.it del 19 settembre 2020

Montecorvino era una città sorta intorno al 1051 per volere dei Bizantini, e rientrava in un progetto difensivo diretto alla creazione di alcune città di frontiera, che includeva anche altri centri quali Fiorentino, Dragonara, Troia, al confine con i territori controllati dai Longobardi. In epoca normanna fu anche sede vescovile e fra i suoi vescovi si ricorda il normanno Alberto. Nel 1137 Montecorvino venne attaccata e distrutta dal Re di Sicilia Ruggero II de Hauteville.

Ricostruita venne nuovamente abbattuta durante le guerre fra angioini ed aragonesi ed, infine, nel 1452 un terremoto completò l’opera. Della città restano oggi alcuni frammenti di mura della Chiesa di Sant’Alberto, tre delle cinque porte di ingresso alla città e tracce della cinta muraria, alcuni vicoli ed una parte della torre quadrangolare.

I resti della alta torre andata distrutta nel 1137 svettano sulla cima di una collina. Resta in piedi la parete settentrionale e parte di quelle adiacenti e, per effetto dell’erosione e del tempo, ha assunto una strana forma, al punto da essere ribattezzata come la Sedia del Diavolo. Intorno alla struttura, in origine di forma quadrangolare, i resti di fortificazioni che probabilmente facevano parte di un unico sistema difensivo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

A piedi lungo la Linea Gotica, il viaggio della memoria con gli jesini Giulia e Gabriele
Da centropagina.it del 18 settembre 2020

I due giovani hanno percorso a piedi i 500 km della Linea Gotica, scenario di guerra e Resistenza. Un cammino di "trekking civile", promosso da Costess Jesi e dall'associazione "Fuori dalle vie maestre"

Di Simona Marini

Con centinaia di chilometri macinati a piedi da costa a costa, dal Tirreno all’Adriatico, i due jesini Giulia Boria e Gabriele Galdelli sono i primi ad aver percorso integralmente quest’anno il Cammino della Linea Gotica, l’itinerario di “trekking civile” sui luoghi della II Guerra Mondiale e della Resistenza. L’impresa dei due giovani – lei segretaria, lui operatore sociale – è stata compiuta dal 2 al 19 agosto 2020, lungo il percorso di 500 km e 26 tappe promosso dall’associazione culturale e sportiva “Fuori dalle vie maestre”, nata in seno alla cooperativa sociale Costess di Jesi per diffondere la cultura della memoria, della cittadinanza responsabile, della conoscenza storica, ambientale e paesaggistica.

Il Cammino sulla linea Gotica è un itinerario percorribile sia a piedi che in mountain bike, che congiunge Cinquale in provincia di Massa Carrara a Montecchio in provincia di Pesaro Urbino, per un totale di circa 26 tappe e 145 ore di cammino. Il percorso unisce la passione per l’escursionismo al desiderio di conoscere meglio un passato che rappresenta, seppur tragicamente, il crogiolo di quei comportamenti, idee e valori da cui è nata la Costituzione italiana.
C’è il gusto di camminare in mezzo al verde, su sentieri, mulattiere, carrarecce e stradine poco trafficate, ma c’è anche la volontà di realizzare una sorta di pellegrinaggio laico, riprendendo l’invito di Piero Calamandrei «Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo in cui è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani». Per questo il Cammino tocca tanto il cuore della Linea Gotica (dove furono costruite le fortificazioni e si scontrarono Tedeschi ed Alleati), quanto i luoghi delle distruzioni e delle stragi e, non ultimo, i luoghi in cui donne e uomini della Resistenza, spesso sacrificando la vita, lottarono contro gli occupanti e – riscattando la vergogna dell’Italia fascista – gettarono le basi morali dell’Italia repubblicana. Lungo la Linea Gotica, dai primi mesi del ’44, reparti addestrati compirono eccidi e stragi in molte località di Toscana, Umbria, Marche, Emilia-Romagna. Vennero poi i bombardamenti degli Alleati e, per finire, le distruzioni operate dai tedeschi al momento della ritirata.

Tale viaggio è stato affrontato dai due ragazzi con lo scopo di attraversare i luoghi di una memoria che, raccontano, «non può essere custodita unicamente da pochi superstiti ma che deve essere condivisa e sopravvivere alle generazioni». Il racconto della loro avventura è stato pubblicato in questi giorni sul blog dei viaggiatori del Cammino della Linea Gotica.

«Abbiamo percorso integralmente il Cammino della Linea Gotica dal 2 al 19 agosto 2020 – raccontano -. Giulia era alla sua prima esperienza di cammino; Gabriele no. Giulia aveva paura di non avere la forza di portare il suo zaino fino alla fine; temeva che 500 km fossero troppi per i suoi piedi e che le continue salite e discese avrebbero affaticato all’inverosimile le sue ginocchia. Gabriele aveva le stesse paure, ma non lo diceva».
Nel loro diario di viaggio, intenso ed emozionante, si definiscono due “ritornanti”.
«Percorsi pochissimi chilometri, neppure la metà di quelli che dividono la stazione ferroviaria di Forte dei Marmi, da cui siamo partiti, a Cinquale, abbiamo capito che noi stavamo ritornando. Stavamo ritornando verso le Marche, la nostra regione; stavamo ritornando all’essenzialità: pochi comfort, un paio di scarpe, una tenda, due mandorle in tasca e tanto cammino; stavamo ritornando alla natura animale dell’uomo capace di muoversi non tra auto, semafori e palazzi, ma tra faggi, castagni, rocce e torrenti; stavamo ritornando indietro con la memoria ad un passato, tanto recente nei fatti, quanto apparentemente dimenticato, quasi fosse un trapassato, a giudicare dal comportamento, dalle affermazioni, dai motti, che vanno di moda oggi, nel ventennio del nuovo millennio (o nel nuovo ventennio di questo millennio?)».
«La storia l’abbiamo studiata tra i banchi di scuola. Due parole sugli etruschi, tre sugli egizi, quattro sui greci, cinque su romani e barbari; poi le guerre, tante, un metronomo che ha da sempre scandito la vita e la morte del genere umano. La Prima Guerra Mondiale non fu sufficiente, serviva qualcosa di più grande per raggiungere il baratro: la Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo capito che c’era un colore e che ce n’era un altro. Abbiamo letto che ci sono stati morti, tanti, troppi. Abbiamo mandato a memoria due date, forse tre. Abbiamo preso una posizione, netta, definita. Poi però siamo andati avanti con il programma scolastico e abbiamo voltato una pagina, poi un’altra e un’altra ancora. Mancava qualcosa però tra le righe stampate in quel libro. Mancava la forza drammatica e disarmante dell’esperienza diretta; quel vedere con i propri occhi, toccare con le proprie mani (e con i propri piedi, nel nostro caso) ogni centimetro di terra in cui la guerra si è combattuta per davvero. Essere in quei luoghi, con la consapevolezza di esserci per un determinato motivo, con la conoscenza precisa degli avvenimenti storici, trasforma lo studio teorico e scolastico in un profondo e concreto atto partecipativo e politico. Scegliere di ripercorrere la Linea Gotica è stata per noi una scelta politica; decidere di non dimenticare è per noi una scelta politica».

 

Linea Cadorna, le trincee orobiche dove la guerra non è mai arrivata raccolte in una mappa
Da lavocedellevalli.it del 17 settembre 2020

Di Eleonora Busi

Sulle nostre Orobie esistono delle trincee che ancora attendono la Grande Guerra. 15 postazioni, un vero e proprio museo a cielo aperto dove ancora vivono i resti di quella che era chiamata la “Linea Cadorna”, la Frontiera Nord lunga ben 70 chilometri realizzata come fortificazione delle Alpi al fine di prevenire possibili invasioni da parte della Svizzera tedesca e dall'Austria, allora alleata della nemica Germania. Grazie ad un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, la storia delle 15 postazioni orobiche è ora raccontata e illustrata nella carta storicoescursionistica in scala 1:70.000 “Le trincee delle Orobie: sui Passi della storia nel 1915 – 18”.
“La carta fa parte di un più ampio progetto promosso dal CAI Bergamo, in collaborazione con il CAI Alta Valle Brembana e il Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi” per riscoprire e valorizzare le trincee della Linea Cadorna – raccontano dal Centro Storico – La realizzazione, che si è avvalsa del sostegno di numerosi enti e associazioni, è stata curata dalla Commissione Cultura del CAI Bergamo, col supporto della Commissione Sentieri, e in particolare da Lino Galliani e Claudio Malanchini, che sono anche soci del Centro Storico, con la collaborazione, tra gli altri, del socio Denis Pianetti”.
La carta, che verrà distribuita nelle sezioni, sottosezioni, al Centro Storico e in occasione della futura presentazione dei Quaderni Brembani, fornisce un quadro chiaro e descrittivo della Linea Cadorna e delle 15 postazioni orobiche, che in Valle Brembana possono essere ammirate ai Passi Salmurano, Verrobbio, San Marco, San Simone, Lemma, Tartano e Porcile, Dordona e di Valcervia, Publino e Venina.

Qui la grande Guerra non arrivò mai: non si udì mai un rombo di cannone, né colpi di cecchini, come invece stava avvenendo sul fronte Orientale. Su queste cime vennero istituite delle fortificazioni che, in ogni caso, non avrebbero resistito a nessun attacco, poiché fatte di muri a secco non rinforzati. Si credeva, infatti, che la Guerra non sarebbe mai arrivata in quei luoghi e così fu, ma per prudenza furono costruite ugualmente opere di difesa. La realizzazione è molto semplice e spartana, costruita principalmente per mezzo della manodopera locale.
Un po' di storia – L'obiettivo di una fortificazione lungo tutte le Alpi era, chiaramente, quello di prevenire possibili invasioni da parte della Svizzera tedesca e dall'Austria, allora alleata della nemica Germania. Ufficialmente chiamata Sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera, più tardi divenne in breve “Linea Cadorna”, per ricordare il generale che la aveva fortemente voluta Luigi Cadorna, Capo di stato Maggiore dell'Esercito.

Le trincee costarono esosi finanziamenti, che ammonterebbero, oggi, a circa 150 milioni di euro: furono realizzati in totale 25mila mq fra bunker, gallerie, fortini e depositi, 70 chilometri di trincee, 88 appostamenti per l'artiglieria, circa 300 chilometri di strade militari e 400 chilometri di mulattiere. Di quelle fortificazioni ora restano tracce, mulattiere, postazioni in caverna e casermette diroccate. Oltre che ad un immenso, affascinante, museo a cielo aperto.

 

Atomiche in Italia, cosa rivelano gli archivi Usa
Da agi.it del 17 settembre 2020

Nuovi documenti americani della Guerra fredda spiegano perché Jfk prima rinunciò e poi ottenne lo schieramento di armi nucleari nella penisola

di Nicola Graziani

AGI - No, non veniva dalla Germania post nazista portando la sua conoscenza in fatto di missili e razzi: si nascondeva semmai tra i sogni bacati di qualche complottardo nostalgico, magari entusiasta di Trujillo, Colui che avrebbe fatto saltare il Mondo con i suoi abitanti. L’infernale archipendio chiamato Macchina di Fine di Mondo non sarebbe scattato per via di un tre stelle convinto che i comunisti gli avvelenassero l’acqua minerale. Sarebbe bastato molto meno: un oscuro paio di stellette o poco più, forse nascosto in qualche caserma periferica o in qualche ufficio al ministero della Difesa in Via XX Settembre. Quando John Fitzgerald Kennedy lo lesse in un rapporto segreto, alla vigilia della tremenda figuraccia della Baia dei Porci, dovette prendere una sofferta decisione. Fu così che grazie al Dottor Stranamore nascosto in Italia cambiò tutto, nella Guerra Fredda: la dottrina nucleare, i rapporti tra Usa ed Urss, persino gli equilibri interni della Nato. Straordinaria potenza di un uomo mai esistito oppure, se esistito, somigliante molto meno al Generale McArthur che non, piuttosto, al Colonnello Buttiglione, lo stralunato ufficiale dell'Esercito italiano creato da Mario Marenco come caricatura del mondo militare. E'quanto emerge da nuovi documenti dei National Archives statunitensi.

Della Baia dei Porci si è detto, ma da sola la circostanza non rende il quadro generale. In quel momento infatti Kennedy si trova chiuso tra le pressioni dei repubblicani del Congresso, che lo accusano di essere “soft on communism”, ed un Nikita Krusciov che lo considera e lo tratta da ragazzino viziato. La Nato è in crisi: il Generale De Gaulle non solo medita l’abbandono della struttura militare dell’Alleanza, che arriverà anni dopo, ma si è messo a finanziare gli autonomisti francofoni del Quebec. L’America Latina ribolle tra voglie castriste e caudilli sanguinari. In Europa l’entusiasmo per il nuovo inquilino della Casa Bianca è forte, ma vai a sapere se durerà e se, soprattutto, sarà possibile reggere alle spallate dei bolscevichi: quando Khrusciov parla di coesistenza pacifica non si sa mai se intenda coesistere per sempre da buoni vicini oppure lasciare che l’Urss ricarichi le pile per tornare all’attacco. Infine l’Italia: chiede di poter mettere bocca sull’impiego dei missili nucleari americani presenti sul suo territorio. Ce ne sono, di missili dispiegati in tutta Europa, ben 4.000. La maggior parte in Germania Ovest, certo, ma l’altro paese geograficamente adatto a fare da rampa di lancio in caso di attacco nucleare è la Penisola, e la cosa è stata opportunamente valutata nel destinare vettori e testate.

L’Italia: si apra a questo punto una parentesi.

La caduta di Tambroni

Premessa essenziale per comprendere questa storia, che ci giunge oggi grazie al lavoro del National Security Archive della George Washington University, accademia tra le migliori della Capitale americana: siamo nel febbraio del 1961. Nel 1961 l’Italia incubava un cambiamento politico gravido di conseguenze: finiva il centrismo, era in gestazione il centrosinistra. Con un passaggio traumatico: il Governo Tambroni, frutto di una mai più ripetuta intesa della Dc con un Msi all’epoca dichiaratamente neofascista. Scontri di piazza, morti e feriti. Tambroni messo da parte, al suo posto Amintore Fanfani.
La cosa, si vedrà, ha la sua importanza nel lungo periodo. Nell’immediato basti dire che a pretendere il diritto di parola sull’uso dei missili dislocati tra Aviano e Sigonella è proprio lui. Del resto si tratta di un discepolo di Giorgio La Pira, sindaco (che sant’uomo, ma che tormento) di Firenze che si diverte in quegli anni ad andare a Mosca a interloquire con Krusciov – in compagnia dell’altro suo allievo Vittorio Citterich – infischiandosene di quel che si dice di lui sul Potomac.
In sintesi: JfK, mentre medita sui complicati equilibri internazionali, osserva John John che gli salta sulle ginocchia in mezzo allo Studio Ovale, ma non sa esattamente che pesci prendere. Da ultimo arriva un avvertimento, a firma di una sottocommissione del Congresso (quella unificata per gli Affari Europei): esistono “questioni imbarazzanti riguardanti l’attenuarsi degli standard di custodia e controllo da parte americana delle armi nucleari, soprattutto in quelle destinate ai bombardieri”. Proprio come nel film di Kubrik, che però uscirà solo nel 1964.

Un dottor Stranamore ante litteram

Ma il romanzo da cui è tratto, “Red Alert” di Peter George, è in piena circolazione dal 1958, e chissà chi ha suggerito la trama all’Autore. Comunque sia, c’è poco da scherzare, tanto più che il rapporto segreto sottolinea che “i missili nucleari Jupiter sono dislocati in paesi politicamente instabili”. Ora, i Jupiter sono finiti, per l’esattezza, in due capisaldi del fianco sud della Nato. Il primo à la Turchia, il secondo l’Italia. La Turchia, in quel periodo, tira avanti tra un golpe militare e l’altro.
Si dirà: In Turchia è così, ma in Italia no. Giusto, ma anche sbagliato: perché questi  sono gli anni in cui è in gestazione non solo il centrosinistra, ma anche la reazione a quella che viene considerata da qualcuno un incredibile cedimento alle sinistre, interne ed internazionali. Anni in cui il tintinnar di sciabole si ode sui marciapiedi di Roma, di generali con il monocolo e reduci della X Mas. Cresce così la preoccupazione americana: i ricordi della Seconda Guerra Mondiale sono ben vivi. In particolare lo sono alla luce di un terzo passaggio del rapporto, quello in cui si cita esplicitamente l’eventualità di uno “psicolabile” che ne approfitti per “usare le armi in modo non autorizzato”. Più esplicitamente: “si impossessi di un’arma nulceare e la spari”. Un Generale Ripper, insomma, ma anche quello che Tognazzi sarà anni dopo in un film di Monicelli: “Vogliamo i colonnelli”. L’onorevole Tritorni, eletto nella circoscrizione di Querceta-Castiglioncello-Vada, è qualcuno che fa veramente paura agli uomini più potenti della Terra. Dategli in mano non una bomba per far saltare la Madonnina del Duomo di Milano, ma La Bomba, e vedrete che botto.

Difficile che Kennedy conoscesse l’onorevole Tritoni, ma ugualmente convocò lo Stato Maggiore Unificato. Pone domande, il Presidente, ma non ottiene risposte esaurienti. Di lì a poco il disastro della spedizione contro Castro aprirà un solco tra politici e militari che non si richiuderà nemmeno ai tempi del Vietnam. Inizia così un intricato scambio di telegrammi, note, avvertimenti tra e all’interno delle cancellerie di mezzo mondo, in cui gli Usa un po’ si impongono, un po’ subiscono, alla fine devono trovare la quadra. Però la soluzione non arriva, si fa aspettare, si allontana e si avvicina come una Fata Morgana ed intanto a Vienna Kennedy viene pubblicamente umiliato da Khrusciov, in Sudamerica l’Alleanza per il Progresso langue ed in Europa quel revanscista di De Gaulle si rifiuta di parlare persino inglese in pubblico: Il Continente siamo Noi. E Fanfani? Fanfani tiene duro: o decidiamo anche noi sull’impiego delle armi, o nisba. Il monello è abituato a tenere a bada le correnti democristiane, figuriamoci se gli fa impressione la Casa Bianca.
Da ultimo la spunta, quel tremendo. Nel marzo del 1961 il consigliere della Casa William R. Tyler chiede ufficialmente al segretario di Stato Dean Rusk (il che, conoscendo la scarsa autonomia decisionale di Rusk, equivaleva al Presidente che lo imponeva senza mezzi termini) di scrivere a Robert McNamara, il ben più riottoso segretario alla Difesa. Quest’ultimo, un repubblicano di peso alla Corte di Re Artù, doveva essere informato che il permesso preventivo nell’uso delle armi nucleari “non può essere rifiutato ad un paese che ne ospita sul proprio territorio e che ne faccia richiesta, attribuendo alla questione un’importanza di carattere politico”. Del resto, perché rifiutare all’Italia ciò che in fondo già si garantisce a Francia e Regno Unito? Una equiparazione che sa tanto di fine della Seconda Guerra Mondiale: Roma non è più il ragazzo da picchiare, ma un alleato da rafforzare. Tanto più che sarebbe “cosa ben poco felice se si volesse persistere in posizioni negative nei riguardi delle richieste italiane, cosa che potrebbe minare alla base la reciproca fiducia che si è installata nel campo della collaborazione atomica e resiste fino a questo momento”. Frase sibillina che trova la sua spiegazione in una circostanza: i Jupiter erano stati accettati dall’Italia senza che si ricorresse ad un lacerante ed incerto dibattito parlamentare a Montecitorio.
In parole povere: Kennedy rinunciò chiedersi se si trattasse di una cessione di sovranità da parte americana, Fanfani a chiedersi se si trattasse di una cessione di sovranità da parte italiana. Entrambi avevano un solo nemico: il Colonnello Buttiglione.

L'abbandono della dottrina MAD

Tempo pochi mesi, infatti, e cambiò tutto. Dopo qualche mese Kennedy disse alla Nato che sarebbe stata abbandonata la Dottrina della Distruzione Reciproca Assicurata (Mad), quella che fino ad allora sanciva il principio che ogni pur minimo attacco nucleare sovietico avrebbe avuto come risposta l’impiego di tutte le armi nucleari della Alleanza.
Dopo qualche mese – un po’ di più – sarebbe stato trovato il primo accordo Usa- Urss per la limitazione degli esperimenti nucleari nello spazio. Dopo qualche mese, soprattutto, piombò a Bologna per un convegno organizzato da Il Mulino il principale dei consiglieri del Presidente americano, Arthur Schlesinger Jr. Il convegno era di storia contemporanea, e la storia contemporanea fu fatta: da Washington arrivava il via libera definitivo al centrosinistra, che sarebbe stato gestito nella sua primissima fase – indovinate da chi? – da Amintore Fanfani. Il quale non mancò di farsi sentire, il tremendo monello, anche pochi mesi dopo, quando il mondo era di nuovo nelle grinfie del Dottor Stranamore.
Krusciov, ancora convinto che Kennedy fosse un ragazzino viziato, gli aveva piazzato una salva di missili nucleari alle porte di casa, vale a dire a Cuba. La vicenda dei Missili di Ottobre, e la sua conclusione tutta a favore degli Usa e del loro giovane presidente, sarebbe stata raccontata da Bob Kennedy in un avvincente libretto, Thirteen Days.
Avvincente ma non completo, perché se è vero che Khrusciov tornò a casa con le pive nel sacco (lo avrebbero fatto secco al Cremlino più tardi, per questo) e che JfK ne uscì come un eroe nazionale e internazionale, il buon Bob dimenticò di annotare che in mezzo a tanta gagliardia svolse il suo compito anche un accordo – non scritto, ma sono quelli che durano di più – tra le superpotenze, e prevedeva la rimozione di un quantitativo di Jupiter da alcuni anni puntati contro l’Urss. Inutile dire che si trattava dei missili che si trovavano in Italia. Inutile dire che a metterci una parolina piccola piccola, ma alla fine ascoltata, era stato sempre lui, Amintore Fanfani. Diavolo d’un uomo: alla fine della storia si ritrovava ad avere in saccoccia il diritto di dire no all’uso delle armi nucleari, senza avere la seccatura di tenersene in casa nemmeno una.

Jfk in Italia e gli SS-20 sovietici

Ma è davvero la fine della storia? No, e per due motivi. Il primo è che Kennedy, sempre dopo qualche mese, arrivò in Italia in visita di stato e fu una marcia trionfale. Bagni di folla, applausi scroscianti: in Europa amavano l’America e De Gaulle si sarebbe rassegnato a non mandare più soldi in Quebec. Lo portarono letteralmente in trionfo in mezzo alla gente su via dei Fori Imperiali, e qui qualche buontempone ebbe l’idea di sfilare dalla fondina la pistola di una gente dei servizi di sicurezza americani. Chissà, magari si sognava di utilizzarla in qualche golpe prossimo venturo.
Il secondo motivo è che gli anni passarono, ma i missili restarono. Sul finire degli anni Settanta il governo della Germania Ovest denunciò che l’Urss aveva piazzato di nascosto una selva di SS-20 a testata multipla contro le principali capitali europee. Si proponevano, al Cremlino, di raggiungere anche una serie di obiettivi in America. Occorreva una risposta a suon di Cruise e Pershing-2 da dispiegare in tutta l’Europa Occidentale, Italia compresa. Non si potè evitare, questa volta, il dibattito parlamentare: l’opinione pubblica era troppo divisa. Non si potè evitare, al paritempo, il cambiamento di governo. E chi venne indicato a coprire la carica di Presidente del Consiglio? Ancora lui, Amintore Fanfani. Il monello sapeva fare le monellerie, ma sapeva farle sul serio. Andò alle Camere e, sulla base delle sue ottime conoscenze di latino, usò il periodo ipotetico della realtà e della concretezza: “Si vis pacem, para bellum”. Lo avrebbe detto di sicuro anche JfK.Lo avrebbe detto, chissà, anche Giorgio La Pira.

 

Forte Altavilla, perché l’ingresso è curvo? La storia dell’antico baluardo
Da anconatoday.it del 16 settembre 2020

La storia e la curiosità del forte che sorge a Pietralacroce

Il Forte Altavilla, che sorge a sud della città nella zona di Pietralacroce, è una delle roccaforti chiamata a respingere, dopo l’unità d’Italia, gli attacchi austriaci. Costruito dall’architetto militare Giuseppe Morando, fa parte della “seconda linea difensiva” della città insieme al forte Garibaldi e forte Scrima. Il forte è protetto da un fossato, attraversabile da un ponte levatoio, e murate con feritoie. Queste ultime sono suddivise in gallerie di scarpa, scavate sul perimetro interno del fossato; gallerie di controscarpa, sul perimetro esterno del fossato e dal muro alla Carnotm sempre nella parte interna del fossato.

L'ingresso

La galleria d'ingresso è curva per impedire che dall'esterno si potesse colpire direttamente la parte interna del forte. All'interno della fortificazione sono presenti alloggiamenti e gallerie che conducono alle difese del fossato, locali aperti al pubblico solo su richiesta da inviare al Comune di Ancona.

Gli eventi

Ogni anno si svolgono al forte visite guidate nell'ambito della manifestazione "Ancona Trekking Urbano", una passeggiata turistica urbana a piedi organizzata dall'amministrazione comunale per visitare e conoscere meglio la città e che riscuote sempre crescente successo di partecipazione di pubblico. Inoltre nel periodo natalizio il forte è suggestivo scenario di un presepe vivente organizzato dai parrocchiani della chiesa Santa Croce di Pietralacroce. Durante l'estate vi si svolge la manifestazione "Festa per la libertà dei popoli".

 

LA SPEZIA. AL VIA IL RECUPERO DELLE 7 CAPONIERE PRESENTI SULLA CINTA MURARIA
Da laprimapagina.it del 15 settembre 2020

Il Servizio Economato e Patrimonio del Comune della Spezia rende noto che è stata indetta la proceduta ad evidenza pubblica per l’affidamento in concessione del recupero e della gestione delle 7 Caponiere presenti sulla Cinta Muraria, vero e proprio elemento di raccordo tra il cuore della Città, dalla Cattedrale a Pegazzano, fino alla collina.
Nel mese di giugno la Giunta Peracchini ha approvato le linee di indirizzo per l’utilizzo del complesso immobiliare, propedeutiche al bando di gara per la concessione, che prevedevano le seguenti attività esercitabili dai gestori: accoglienza e promozione turistica, ricettiva e agrituristica, di inclusione sociale, di valorizzazione del territorio e della rete escursionistica, attività culturali e formative. Inoltre, la presenza di
un punto di ristoro, bar e ristorante.
La concessione d’uso, della durata di 12 anni, prorogabile per altri 6 anni, è finalizzata quindi alla realizzazione di un progetto di gestione dei beni che ne assicuri la corretta conservazione nonché l’apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione. Un progetto dunque rivolto al recupero dei percorsi ‘sopra e sotto le mura’ e a una nuova destinazione delle Caponiere, che si arricchiscono di una destinazione ‘turismo escursionistico’, rafforzando la Rete Escursionistica Ligure e i relativi nodi identificabili nelle strutture fortificate nella Cinta Muraria anche attivando le misure necessarie per garantire la sicurezza ai frequentatori e la cartellonistica informativa e divulgativa.

Il canone a base di gara varia in relazione ad ogni singola caponiera da un minimo di 4.560 euro annui a un massimo di 8.670 euro annui, così come specificato nel bando stesso, consultabile al link http://trasparenza.spezianet.it/, dove sono inoltre illustrati gli oneri a carico del concessionario, il sistema di gara e il criterio di aggiudicazione e la modalità di presentazione delle offerte che dovrà avvenire entro le ore 12 del 9 ottobre 2020.

Chiarimenti e precisazioni tecniche riguardanti il bando di gara potranno essere richiesti al Servizio Patrimonio del Comune della Spezia contattando:

Istruttore Amm.vo Jessica Bertilorenzi tel. 0187/727529, Istruttore Amm.vo Silvia Piacentini tel. 0187/727921, Istruttore Direttivo Tecnico Luca Ghelardi tel. 0187/727919 Istruttore Tecnico Giacomo Cantergiani tel. 0187/727916

 

Un data center nella base Nato di Montevergine: tra ecologia e 5G
Da thewam.net del 14 settembre 2020

L'idea è quella di candidare l'Irpinia come provincia delle Tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) all'interno della Regione Campania

Di Antonio Dello Iaco

Un data center nell’ex base Nato di Montevergine. È questa la proposta di di Elisabetta Graziano, giovane politica avellinese militante nel movimento Campania Libera.

La proposta

Per Elisabetta bisogna partire dalla creazione di un Data Center unico per la Pubblica amministrazione campana. Il luogo ideale sarebbe l’ex base Nato di Montevergine che è di competenza proprio della regione.

Un luogo così in alto è adatto per un data Center: non ci sarebbero neanche problemi per il raffreddamento delle apparecchiature e per l’alimentazione del Data Center. Si punterebbe poi sulle energie rinnovabili, come un mini eolico o le turbine idroelettriche a caduta d’acqua.
«Potremmo parlare del Data center più ecologico d’Italia nel territorio con la più alta vocazione naturale al Green: la verde Irpinia», ha dichiarato Graziano.

I vantaggi per la provincia

I vantaggi che il Data Center porterebbe in Irpinia sarebbero diversi. Tra questi ci sono in particolare:

• Il migliormaneto della mobilità pubblica per raggiungere il santuario di Montevergine
• La razionalizzazione delle antenne con l’attivazione anche del 5G con ricadute immediate per tutte le aree visibili dal sito e con impatto ridotto
• Marketing territoriale amplificato sui concetti green, sicurezza e connettività

La base Nato di Montevergine

L’ex base Nato di Montevergine è nata nel 1966 quando la United State Air Force in Europe decise di puntare sulle montagne irpine. È stato il 2181st Communication Squadron a operare a Montevergine e a smistare un terzo di tutte le comunicazioni radio tra America, Europa e Medio Oriente. La posizione geografica di Montevergine è infatti molto strategica. È possibile vedere da un lato tutto il golfo di Napoli e dall’altro la costa salernitana fino al Cilento.
La base Nato di Montevergine era collegata con circa altre 50 strutture simili sparse nel mediterraneo e non solo, che comunicavano con la tecnologia Troposcatter, un segnale lanciato nella troposfera raggiungibile in ogni condizione meteo. Della base oggi sono rimasti i tracciati perimetrali degli edifici, i grandi supporti semicircolari dove erano piazzate le potentissime apparecchiature di ricetrasmissione e qualche struttura di minore importanza, oltre che ai tunnel e ai cancelli di accesso. Prima di iniziare la demolizione sono stati eseguiti dei test su tutta l’area per determinare la presenza di materiali pericolosi. I lavori sono finiti nel 2007 con la demolizione di buona parte dell’ex base Nato.

Ufo a Montevergine

Negli anni scorsi si era parlato più volte di avvistamenti Ufo in Irpinia e nei pressi della stazione Nato di Montevergine. Alcuni cittadini hanno testimoniato la presenza di oggetti sospetti tra i monti della provincia di Avellino. Una delle più note testimonianze è quella di un giovane che ha ripreso una strana luce a intermittenza colorata nei pressi proprio del Santuario. Il ragazzo ha detto in un programma della Rai con Giancarlo Magalli di essersi anche avvicinato il più possibile all'oggetto salendo sulla montagna. A quel punto però il suo telefono è andato all'improvviso in tilt.

 

Geomorfologia antropogenica legata ad attività militari: l'esempio della Rocca del Castello di Termini Imerese dall’Antichità al 1950
Da esperonews.it del 14 settembre 2020

Il geomorfologo ungherese Zoltán Ilyés, ha tratteggiato che i sistemi di fortificazione, e relative opere (mura, argini artificiali, fossati, strade militari etc.), costituiscono degli esempi significativi di forme del paesaggio legate all’attività umana (Human landforms) e,

nello specifico, di origine militare, quindi realizzate per fini difensivi e/o offensivi, secondo tecniche progressivamente sviluppatesi ed affinatesi nel corso dei secoli (cfr. Z. Ilyés, Military Activities: Warfare and Defence, in J. Szabó, L. Dávid, D. Lóczy (Eds.)  Anthropogenic Geomorphology. A Guide to Man-Made Landforms, Springer, Dordrecht 2010, Chapter 14, pp. 216 e segg.).

Relativamente allo studio delle forme del paesaggio legate all’attività antropica per scopi militari, oltre ai metodi di ricerca propri delle Scienze della Terra, appare imprescindibile il contributo delle discipline legate alle Scienze storiche, quali ad es. l’archivistica, la storia dell’arte e dell’architettura militare, l’archeologia, l’epigrafia, etc.

L’esempio del Castello di Termini Imerese, nonostante che gran parte della fortezza non sia più esistente (ma della quale rimangono ancora alcuni tratti superstiti di linee difensive o singoli elementi bastionati, oltre a brandelli di strutture murarie, resti di cisterne e qualche casamatta), è particolarmente importante nell’ambito della geomorfologia antropogenica, anche in relazione agli avvenimenti successivi alla sua vandalica distruzione, quali le imponenti modifiche del sito prodotte dalle attività di cava.
Nuovi dati d’archivio, contemporanei alla distruzione della fortezza, recentemente scoperti dagli scriventi e qui resi noti per la prima volta, costituiscono un originale contributo alla ricostruzione delle vicissitudini che portarono allo smantellamento della piazzaforte, collocata in un sito di crinale (o displuvio o spartiacque) secondario, dominante sul territorio circostante, naturalmente difeso ed altamente strategico per il controllo dell’intero golfo di Termini Imerese e del vasto entroterra.

Una fonte di prima mano è costituita dalle deliberazioni municipali di Termini Imerese, suddivise in due serie, rispettivamente denominate di Consiglio Comunale (ai segni DCC) e di Giunta Municipale (ai segni DGM) che si conservano nella Biblioteca Comunale Liciniana di Termini Imerese (d’ora in poi BLT). Soltanto la prima serie, cioè quella delle Delibere del Consiglio Comunale, inizia dall’anno 1860 ed è quella che abbiamo perquisito ai fini della ricerca. Illuminante è la deliberazione del consiglio civico, datata 14 Giugno 1860 (cfr. DCC, 1860-1862, vol. 1, sindaco Sig. Dott. Don Luigi Marsala, 14 Giugno 1860, Art[icolo]. n. 8, ms. BLT, ai segni DCC 1), ci informa che il Forte fu sottoposto ad un vero e proprio «svaliggiamento [sic] commesso dalla plebaglia» che non ebbe rispetto nemmeno per la chiesa di S. Ferdinando di Castiglia, sino allora di regio patronato (Regia Ecclesia sub titulo Sancti Ferdinandi in Castro Thermarum). Le autorità municipali, da poco insediatesi, riuscirono soltanto, in fretta e furia, a salvare poche cose: in primis «la campana della parrocchia di detto Forte» che fu «collocata a titolo di deposito nella chiesa di S. Carlo [Borromeo]».
Nessuna menzione del dipinto, opera del pittore Alessio Geraci, allievo del frescante Vito D’Anna, raffigurante il santo titolare, che doveva essere posto nell’altare maggiore della chiesa eponima e del quale fa cenno il letterato, studioso e critico d’arte palermitano Agostino Gallo (1790-1872) nel suo manoscritto Notizie di artisti Siciliani da collocarsi nei registri secondo l’epoche rispettive che si conserva presso la Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”, ai segni XVH. 20.1, f. 436.
Assieme alla fortezza, quindi, scomparve per sempre anche la chiesa di S. Ferdinando, sorta sul sito del medievale luogo di culto castrense di S. Basilio (per quest’ultimo, pur mancando allo stato attuale delle ricerche documenti probanti, non è da escludere che fosse di regio patronato). A proposito della parrocchia di S. Ferdinando, rimangono due volumi cartacei manoscritti, contenenti gli atti ecclesiastici relativi ai sacramenti ivi officiati, che si conservano presso l’Archivio Storico della Maggior Chiesa di Termini Imerese (d’ora in poi AME) e recanti, rispettivamente, le segnature O 116 (1800-23) ed O 117 (1824-60).
Ecco in sintesi la storia controversa di questa parrocchia che si innesta nella diatriba relativa alle cappellanie maggiori dei due regni, rispettivamente di Napoli e di Sicilia. La disputa sorse a seguito dell’ingerenza del Cappellano Maggiore del Regno di Napoli, nell’ordine i monsignori Testa Piccolomini, Capobianco e Gervasi, che, ad onta dei diritti del Cappellano Maggiore del Regno di Sicilia, estesero pervicacemente la loro giurisdizione sulle chiese castrensi dell’Isola, in forza di una certa interpretazione della bolla Convenit di Benedetto XIV (Prospero Lambertini, papa dal 1740 al 1758), datata 6 Luglio 1741 ed accordata al re Carlo III di Borbone, relativi ai diritti del detto Cappellano Maggiore e sulle chiese palatine. Per inciso, soltanto nel Gennaio 1799, per sovrana dichiarazione, la giurisdizione sopra le chiese dei castelli e delle fortezze dell’Isola, tornò in mano al Cappellano Maggiore del Regno di Sicilia, Monsignor Alfonso Airoldi giudice del Tribunale della Regia Monarchia (cfr. Della Chiesa di Ustica e sua dipendenza dal Cappellano Maggiore del Regno di Sicilia. Memoria. Reale Stamperia, Palermo 1807, pp. 37-38).
Nel 1778, il sac. palermitano Ferdinando Stabile, avendo avuto in concessione il 13 Giugno, dal Cappellano Maggiore del Regno di Napoli, Monsignor Matteo Gennaro Testa Piccolomini (1708-1782), arcivescovo titolare di Cartagine, le lettere patenti di Regio Paroco [sic], Beneficiale, e Rettore della Chiesa di S. Giacomo del Quartiere militare in Palermo, nonché Vicario Generale del Cappellano Maggiore di Napoli, iniziò ad utilizzare ufficialmente questi titoli e prerogative. Come ebbe a scrivere Candido Aristea (pseudonimo dietro il quale, secondo G. Mira, Bibliografia siciliana etc., G. B. Gaudiano, Palermo 1875, vol. I, p. 54, si celerebbe il palermitano monsignor Simone Judica, mercedario scalzo, cantore ovvero Ciantro della Cappella Palatina), lo Stabile, in forza di tali lettere patenti, nel 1781, a sua volta, spedì la Patente di Cappellano Regio del Castello di Termini al Prete D[on]. Liborio Rini [...] senza considerare, che il recinto, e la Chiesa di quel Castello era soggetta all'Arcivescovo di Palermo, da cui si davano le Patenti di confessioni al Cappellano, e che ai Soldati ivi stazionati si amministravano i Sacramenti dalla Chiesa Matrice (cfr. C. Aristea, Difesa dei dritti del Cappellano maggiore del Regno di Sicilia, Solli, Palermo M. DCC. XCIV. p. C). Queste ed altre disposizioni fecero ben presto intervenire la Deputazione del Regno di Sicilia e la curia arcivescovile di Palermo aprendo una lunga ed affatto serena contesa che finì per coinvolgere anche il parlamento siciliano.

Il secondo atto di questa querelle che coinvolse anche il Castello di Termini, è menzionato nei volumi cartacei manoscritti della parrocchia di S. Ferdinando, dove si legge che con regio dispaccio del 6 Gennaio 13a Indizione 1789, Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia, dietro una consulta di Mon[signo].re Capp[ella].no Maggiore Arc[ivescovo]. Sanchez de Luna, cioè il napoletano Isidoro Sánchez de Luna D’Anna (1705–1786), benedettino, ratificò l’istituzione in parrocchia della detta chiesa. Si oppose fermamente a tale novella istituzione l’arciprete sac. Dottor Don Antonino Sperandeo Ganci (in carica dal 20 Gennaio 1783 sino alla sua morte avvenuta il 12 Gennaio 1817), insistendo sia sul fatto che il castello ricadeva nella diocesi di Palermo e, conseguentemente, la giurisdizione ecclesiastica spettava di diritto, secondo i sacri canoni, alla chiesa madre di Termini, comprensiva dell’intero territorio e gli abitanti, senza alcuna esclusione, sia insistendo anche sull’incompatibilità dovuta alla contiguità eccessiva tra le due parrocchie.
La controffensiva si ebbe il 16 Ottobre 1790, allorché il nuovo Cappellano Maggiore del Regno di Napoli (in carica dal 1789 al 1797), il brindisino monsignor fra Alberto Maria Capobianco (1708-1798) dell’ordine dei predicatori, arcivescovo di Reggio in Calabria (il quale pomposamente si sottoscriveva Archepiscopus Reginus, Metropolitanus Calabriæ, Archimandrita Joppoli, Comes Civitatis Bovæ, Baro Terre Castellaccii, Abbas S. Dionysii, atque Regiarum Ecclesiarum S. Nicolai de Buccisano, Præfectus Regia Universitatis Studiorum hujus Civitatis, Serenissimi Regis utriusque Siciliæ Prælatus Aulicus, Consiliarius, & Major Capellanus), spedì lettere sigillate di fondazione in parrocchia della chiesa del Castello di Termini, e vi istituì il parroco Rini, in virtù del regio dispaccio del 28 Agosto 1790, e sempre in forza della predetta bolla di Benedetto XIV. In tali lettere, si insisteva sul fatto che il recinto fortificato del Castello, di fatto, fosse avulso dalla città di Termini, essendo chiuso da ogni lato e connesso con l’abitato esclusivamente attraverso dei ponti levatoi (quod castrum idem undique sit clausum, & per versatiles pontes solummodo ad ipsum adest iter), e si interdiva del tutto l’ingresso di qualsiasi altro parroco per l’amministrazione dei sacramenti, minacciando sanzioni. Il re, a sua volta, avendo riconosciuto che le annue once 20 del legato del fu D[on]. Cristofaro Pedrosa (già castellano di Termini, che fece testamento il 19 luglio 1640 agli atti di locale notaio Francesco Vassallo), non erano eseguibili a favore della nuova Parrocchia del Castello di Termini per le spese di cera, di lampada etc., volle sostituirlo con il vacante beneficio di S. Angelo lo Scopello di Trapani, pari ad once 84, e tarì 17. [grana] 4. [piccioli] 2., di cui once 7.[tarì] 40 per congrua del parroco, ducati 58 per spese di cera, lampada, e di un Sagrestano, e la somma residua per assegnamento di un Economo Curato. Inoltre, avendo il Rini negli ultimi 6 anni supplito del proprio ad alcune spese necessarie per le suppellettili sacre in detta chiesa, il re gli concedette in compenso un’annata dei frutti del detto beneficio, vacante già da più di due anni (cfr. Della Chiesa di Ustica...cit., Appendice di Documenti, Doc. VII, pp. 8-11). La nuova parrocchia, pertanto, fu definitivamente affidata alle cure del sac. Beneficiale Liborio Rini Mirabella (m. 26 Settembre 1812 di anni 58 incirca colpito di moto apoplettico), che ebbe concessi anche gli antichi benefici che erano legati al luogo di culto castrense, molti dei quali divenuti meramente nominali, spettanti sulle chiese di «S. Egidio», «S. Margherita», «S. Maria della Consolazione della Terravecchia nella parte inferiore del Castello», della cappella di «S. Antonio Abate nella chiesa Madrice di Termini» e di «S. Lucia». Tanto per far rimanere la cosa in famiglia, la cappellania, invece, fu concessa al fratello sac. Vincenzo Rini Mirabella (cfr. Registri di battesimo, degli sponsali e dei defunti della parrocchia di S. Ferdinando del Castello di Termini, voll. 2, mss. cartacei, 1800-1860, AME). La parrocchia di S. Ferdinando, come risulta dal libro secondo dei battezzati, rimase in funzione sino alla data dell’armistizio, il 31 Maggio 1860, essendo parroco il sac. termitano Ignazio La Cova.

Dopo gli avvenimenti del 1860, il sito della fortezza, almeno nominalmente, rimase di pertinenza militare, comprese le servitù spettanti. Relativamente a diversi forti italiani, tra cui quello di Termini Imerese, il Regio Decreto dato a Torino il 16 Aprile 1862, stabilì la cessazione di tutte le servitù militari disposte dai precedenti regnanti e l’acquisizione al demanio pubblico, essendo declassificate dalle opere di fortificazione e dai posti fortificati dello Stato.
Dopo il selvaggio ed indiscriminato saccheggio del castello, perpetrato da una moltitudine inferocita ed  esasperata dai recentissimi cannoneggiamenti sofferti dalla città, proseguì l’implacabile attività di demolizione delle strutture, facilmente depredate ed utilizzate come materiale da costruzione, senza alcun impedimento da parte delle autorità preposte e con il rammarico dei “cultori delle patrie cose”, come si diceva a quel tempo, che si adoperarono per salvare dall’oblio almeno le testimonianze più rilevanti del glorioso passato di questo sito.
Tra le opere d’interesse storico, linguistico, epigrafico ed archeologico, fu recuperata un’importantissima iscrizione monumentale in lingua araba ed in caratteri cufici, datata agli inizi degli anni 60’ del X sec. d. C., essendo in carica l’imam fatimida Al- u’izz (341-365 dell’Egira; 952-975 d. C.), relativa al rifacimento del complesso fortificato. L’epigrafe, oggi conservata nel locale museo civico, appare intagliata a rilievo in alcuni conci di una biocalcarenite dai caldi toni giallastri, materiale lapideo che, probabilmente, fu estratto dai depositi marini del Pleistocene inferiore-medio presenti nell’area corrispondente alle attuali piane di Palermo (donde la denominazione commerciale di “Pietra di Palermo”) e di Bagheria (“Pietra dell’Aspra” o “di Solùnto”). I predetti elementi litici «infino [sic] al maggio 1860, erano incastrati nel muro contiguo alla porta meridionale del principal corpo di quel castello», come ci informa il grande arabista siciliano Michele Amari (1806-1889), nella sua opera Le epigrafi arabiche di Sicilia, trascritte tradotte e illustrate, parte prima, L. Pedone-Lauriel, Palermo MDCCCLXXV, p. 11.

L’Amari, ci fornisce ulteriori ragguagli: «il popolo di Termini sollevato, di maggio [sic] 1860, irrompea nel castello; ponea mano a smantellarlo. Generosi e colti cittadini, tra i quali posso nominare il barone Enrico Jannelli, accorsero allora al castello per salvare dalla distruzione ciò che si potesse. La mercé loro, tutte le pietre, comprese le due che si scoprirono nel demolire, furono tolte con diligenza e trasportate alla casa comunale; dove serbansi tuttavia, con altri pregevoli frammenti di antichità greche, romane e del medio evo. Io le studiai a mio bell’agio, andato apposta in Termini, nell’ottobre dello stesso anno 1860. Seppi allora dal Jannelli e da signori Ignazio De Michele e cancelliere Romano, che altre pietre con iscrizioni non si erano trovate: e vidi insieme con quei gentili uomini gli avanzi, o piuttosto lo scheletro del castello, che tuttavia lavoravano ad abbattere e in oggi non ne resta nulla» (cfr. M. Amari, Le epigrafi arabiche di Sicilia...cit., p. 12).
Il castello, saccheggiato e ridotto sempre più ad un coacervo di ruderi, venne ben presto considerato un mero elemento di “disturbo” nel paesaggio urbano. Il 14 Novembre 1865, essendo sindaco Giacinto Lo Faso, il consiglio comunale, su proposta del consigliere Giovanni Marsala, deliberò di chiedere la cessione della Rocca da parte del governo al fine di togliere i «gravi inconvenienti all’ornato pubblico, alla salubrità, e al decoro della città» prodotti dalla «mostruosità» (sic) o «deformità» (sic) costituita «dalle rovine del detto castello».
L’opera devastatrice continuò sino al 1885 c. e da questo vero e proprio “palinsesto” storico ed archeologico fortunosamente furono altresì recuperate delle lapidi funerarie di epoca romana, già reimpiegate come materiali da costruzione nelle strutture murarie della fortezza, che furono acquisite dal locale museo civico da poco istituito (cfr. Livia Bivona, Iscrizioni latine lapidarie del Museo civico di Termini Imerese, G. Bretschneider, Roma 1994, p. 157, 177; O. Belvedere, Elementi della forma urbana, in O. Belvedere, A. Burgio, R. Macaluso, M. S. Rizzo, Termini Imerese. Ricerche di topografia e di archeologia urbana, Palermo 1993, p. 33).

Alla distruzione della stragrande maggioranza delle strutture fortificate fece seguito la modifica sostanziale dell’assetto morfologico della Rocca calcarea giurassico-cretacea. A partire dal 1873, infatti, furono aperte alcune cave di pietra calcarea, a cielo aperto, per estrarre il materiale lapideo, necessario per la realizzazione della struttura a gettata di massi, con cui fondare l’originario molo di sopraflutto dell'erigendo porto che, attorno al 1914, risultò già finito nella sua orditura principale (cfr. A. Contino, Aqua Himerae. Idrografia antica ed attuale dell’area urbana e del territorio di Termini Imerese (Sicilia centrosettentrionale), Giambra Editori, Termegrafica, Terme Vigliatore, Messina, 2019, p. 66). In conseguenza di tale attività estrattiva, si ebbe lo stravolgimento paesaggistico della Rocca e della relativa fascia costiera tanto che l’aspetto anteriore all’apertura delle cave non è oggi, in gran parte, più riconoscibile. Soltanto attraverso l’analisi complessiva della cartografia storica sinora nota, relativa al Castello di Termini Imerese (cfr. L. Dufour, Atlante storico della Sicilia. Le città costiere nella cartografia manoscritta 1500-1823. Lombardi, Siracusa 1992, 503 pp.), è possibile ricostruire il paesaggio anteriormente alla distruzione del Real Forte ed alla devastante attività estrattiva. Scomparve, anzitutto, lo spettacolare promontorio roccioso denominato “Muso di Lupa”, che riparava la rada, proteggendo il mare di pertinenza dell’antica tonnara di Termini (cfr. P. Bova – A. Contino, Termini Imerese, dal XII al XVI secolo: il promontorio scomparso di “Muso di Lupa” e la tonnara, in questa testata online, Domenica, 12 Gennaio 2020) ed il relativo ecosistema costiero, reso ancor più punteggiato, per la presenza di una secca sottomarina sulla quale furono fondate le strutture del molo di sopraflutto o diga foranea.
L’aspetto paesaggistico della parte più elevata della Rocca, precedente al 1860, è stato totalmente stravolto a causa dell’attività delle cave predette che hanno letteralmente aggredito, quasi da ogni lato, distrutto o snaturato le forme del rilievo esistenti, cancellando letteralmente una parte geologicamente recente della storia geomorfologica di questo sito. Basta sottolineare che persino il culmine fu abbassato di almeno 6 metri.

Fortunatamente, possiamo farci almeno un’idea di come fosse la Rocca prima del 1860, grazie al pittore e studioso d’arte locale Ignazio De Michele Di Littri (n. 1810), autore di un olio su tela, databile alla prima metà del XIX sec. (nella foto), che si conserva nella sezione ottocentesca della pinacoteca del museo civico di Termini Imerese. Si tratta di una veduta abbastanza fedele della Rocca e del Castello di Termini Imerese, vista da un’ottimale angolazione prospettica, cioè dal palazzo De Michele sito nel Piano di S. Caterina, oggi Piazza S. Giovanni (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 64).
Analizzando attentamente l’iconografia di questo importante dipinto, si evincono dei dettagli, totalmente sfuggiti agli studiosi precedenti, che evidenziamo qui per la prima volta. Innanzitutto, la vetta rocciosa era costituita da due creste, sulla più alta delle quali si ergeva la torre principale (o mastio), quest’ultima, limitata a NO da un impluvio che nell’opera ottocentesca del De Michele appare regimato da un collettore artificiale che doveva avere la funzione di convogliare le acque che fluivano in tempo di pioggia, proteggendo le strutture fortificate da eventuali danni prodotti.
Inoltre, dal punto di vista geologico, le due creste corrispondevano ad altrettanti grandi corpi calcarei, pendenti verso N con una inclinazione sull’orizzontale di una quarantina di gradi sessagesimali. Per comprendere la genesi di questi due cospicui corpi rocciosi carbonatici, bisogna tornare indietro nel tempo geologico di c. 150 milioni di anni, quando si depositarono, sotto forma di flussi di detrito (debris flow), in un bacino marino, aperto e relativamente profondo, che nella letteratura geologica è detto Imerese (perché la successione-tipo oggi affiora soprattutto nei Monti di Termini Imerese), nell’antico margine continentale africano (quest’ultimo era separato da quello europeo per mezzo dello scomparso oceano della Tetide, cfr. ad es. L. M. Schoenbohm, Continental–continental collision zone, in: J. Shroder & L. A. Owen, eds., Treatise on Geomorphology, Academic Press, San Diego, CA, vol. 5, Tectonic Geomorphology, 2013, pp. 13–36). I due predetti megacorpi di brecce calcaree grigiastre del Giurassico superiore (Formazione Crisanti, membro delle Brecce ad Ellipsactinia del Titonico), furono originati dall’accumulo, in una scarpata sottomarina, di cospicui volumi di frammenti di varia pezzatura, che in seguito litificarono, derivanti dallo smantellamento di depositi calcarei tipici di un contiguo ambiente marino poco profondo (il cosiddetto dominio di piattaforma Panormide). I due corpi dovevano essere separati da un contatto erosivo, verosimilmente legato ad un canyon sottomarino.
Successivamente, nel Terziario, i movimenti tettonici compressivi, legati all’interazione reciproca tra la placca continentale europea e quella africana, produssero nei rispettivi paleomargini imponenti fenomeni di raccorciamento (generando pieghe, faglie inverse e sovrascorrimenti). In tale contesto, furono coinvolti anche i depositi del bacino Imerese che vennero sradicati, traslati, piegati, fagliati ed accavallati sino ad essere inglobati nella catena montuosa siciliana, oggi orientata E-O (per ulteriori approfondimenti, cfr. R. Catalano, G. Avellone, L. Basilone, A. Contino, M. Agate, Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1: 50000 del foglio 609-596 “Termini Imerese”-“Capo Plaia”, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Servizio Geologico d’Italia, Dipartimento di Geologia e Geodesia dell’Università degli Studi di Palermo, 2011, 224 pp.).

Le fasi distensive, innescatesi tra la fine del Terziario e gli inizi del Quaternario, generalmente ritenute un effetto dell’apertura del Tirreno, determinarono il parziale collasso della catena, generando faglie dirette che hanno dato origine ad un’alternanza di blocchi variamente abbassati (fosse tettoniche o graben) o sollevati (pilastri tettonici o horst, quale l’alto morfostrutturale della Rocca). Il sollevamento tettonico regionale ha poi determinato estese azioni di erosione selettiva che hanno sempre più evidenziato morfologicamente il rilievo isolato della Rocca (costituito da rocce dolomitiche, silicee e calcaree, relativamente più resistenti all’erosione), mentre nelle aree circostanti, i depositi prevalentemente argillosi, più erodibili, hanno subito il progressivo abbassamento della superficie topografica. La presenza nella successione Imerese affiorante nella Rocca, di un’alternanza di orizzonti più erodibili e più resistenti all’erosione ha dato origine a pittoresche forme del rilievo caratterizzate da pendii acclivi dolomitici o da alte creste calcaree che si intervallano con declivi più morbidi corrispondenti ai livelli silicei (hard-on-soft landforms). Pertanto, l’erosione selettiva, agendo sulla vetta della Rocca, ha messo in evidenza morfologica i due megacorpi calcarei dando vita alle duplici creste rocciose, dalle scarpate molto acclivi, separate dall’impluvio impostatosi lungo una discontinuità preesistente, cioè l’antico canale erosivo sottomarino fossile di c. 150 milioni di anni.

Queste ed altre testimonianze della lunga storia geologica della Rocca sparirono definitivamente man mano che le cave modificarono irrimediabilmente l’aspetto paesaggistico di questo pittoresco sito, già naturalmente fortificato. Le cave, infatti, distrussero ogni traccia degli elementi morfologici che dovevano costituire una delle più suggestive testimonianze presenti nel golfo di Termini Imerese degli effetti combinati, sia delle ripetute oscillazioni del livello relativo del mare, sia del sollevamento costiero legato alla tettonica quaternaria. Tali elementi morfologici, attestanti l’esistenza di una costa fossile, quali le falesie, i solchi di battente ed anche diverse grotte (usate come deposito nel XVII sec.). La grotta principale, detta ‘di Impallaria’ nel XVII sec., si apriva alla base di una lunga parete rocciosa a spiovente, con altezza massima di circa 15 m, che rappresentava la maggiore delle falesie fossili. La pittoresca parete rocciosa a strapiombo, è chiaramente raffigurata nel precitato dipinto del De Michele (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 64). Le cavità site la base delle falesie fossili, erano state prodotte dall’azione combinata di fenomeni di dissoluzione carsica e del modellamento operato dal mare e, soprattutto, dal moto ondoso, sul calcari giurassici della Rocca.
Nonostante lo scempio prodotto dalle cave, ancor oggi, però, alla quota grossomodo corrispondente alla base delle falesie distrutte, si rinvengono lembi di depositi marini di spiaggia, ciottoloso-sabbiosi, con tutta probabilità testimonianti dell’esistenza di piccole baie, intervallate da scogliere rocciose interessate dalla presenza di una piattaforma d’abrasione fossile di una certa ampiezza. Questi depositi, scoperti da uno degli scriventi negli anni 80’ del XX sec., sono discordanti sui calcari giurassici della Rocca, tramite una superficie di erosione marina, molto articolata alla scala dell’affioramento. La quota di tali depositi (c. 75-76 m s.l.m.) è compatibile con le fasi trasgressive del Pleistocene medio, legate all’instaurarsi di condizioni climatiche calde che, provocando la fusione ed il conseguente arretramento delle coltri glaciali, cagionavano l’innalzamento del livello generale del mare. Pertanto, proprio durante una di tali fasi, la vetta della Rocca del Castello doveva presentarsi totalmente separata dalla terraferma, a formare un grande isolotto, bordato da una costa rocciosa intensamente modellata dall’azione del mare e degli agenti esogeni. Nelle fasi climatiche fredde, al contrario, si aveva l’espansione delle coltri glaciali che, sottraendo una cospicua aliquota idrica, cagionavano l’abbassamento del livello generale del mare ed il conseguente spostamento verso il largo della linea di costa.

Gli effetti del sollevamento regionale, sovrapponendosi a quelli prodotti dalle oscillazioni climatiche quaternarie, finirono poi per far emergere definitivamente la predetta linea di riva, divenuta ormai “fossile”, comprese le superfici di abrasione, le falesie e le grotte marine. Queste ultime, verso la fine del Pleistocene superiore, ospitarono più volte l’uomo preistorico (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., pp. 36-37).
Riguardo alle grotte summenzionate, lo storico locale sac. Vincenzo Solìto (cfr. V. Solìto, Termini Himerese posta in Teatro etc., tomo I, Dell’Isola, Palermo 1669, p. 120) rammenta l’interessante tradizione orale secondo la quale dei nuclei familiari musulmani le scelsero come loro dimora: «per memoria da Padri à [sic] figliuoli si crede che à [sic] quei tempi quei Saraceni (….) habitassero [sic] vicino al Castello, e come animali nelle grotte sotto al Castello medesimo». A nostro avviso, questa fonte orale rimanda ad una tradizione attendibile, viste le ben note abitudini trogloditiche delle popolazioni berbere islamizzate. Interpretiamo ciò come indizio della presenza, nell’area di pertinenza del castello, di insediamenti trogloditici berberi, magari eredità di precedenti abitati rupestri bizantini, non a caso, in un settore già frequentato sin dalla preistoria.

L’antica fortezza medievale, per la quale si può postulare un incastellamento bizantino (kàstron), come sembra far propendere la presenza di un luogo di culto castrense dedicato proprio a S. Basilio di Cesarea detto il Grande (uno dei quattro padri della chiesa greca assieme a S. Gregorio di Nazianzio, S. Giovanni Crisostomo e S. Atanasio), sito nell’area di pertinenza della torre principale o mastio del castello. A ciò si aggiungono anche i ripetuti tentativi da parte dei Bizantini di riappropriarsi della fortezza termitana che ebbero successo nel 957 con l’impresa dell’intrepido Basilio, protocarebo, cioè capitano di vascello (cfr. M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, vol. II, pp. 251-252), e nel 964 d. C. (cfr. M. Amari, Storia deiMusulmani..cit., II, pp. 263-264).
L’incastellamento bizantino, a sua volta, dovette riutilizzare il sito dell’antichissima acropoli di un centro indigeno, verosimilmente ellenizzato dagli imeresi, forse già durante l'età arcaica e classica e, successivamente, importante centro fortificato (phrourion) cartaginese ed ellenistico, oppidum romano (dal 252 a. C., durante le prima guerra punica), indi considerevole colonia augustea. Evidenziamo, qui per la prima volta, la rilevanza della presenza, nel sito dell’antichissima acropoli, di un grande slargo (sin dal medioevo destinato a piazza d’armi), vero e proprio punto di osservazione privilegiato, chiaramente ubicato sul fianco orientale, in posizione nettamente eccentrica rispetto al cosiddetto mastio, peraltro non lontano dall’ingresso meridionale. In ambito mediorientale, le fortezze erano caratterizzate dalla presenza di una torre maggiore (nelle lingue semitiche denominata con le grafie MGDL\MQTL, letta variamente in maqtal o migdal o mogdul, cfr. ad es. C. R. Krahmalkov, A Phoenician-Punic Grammar, Brill, Leiden 2001, p. 128), mentre il grande piazzale risultava decentrato. Ciò ci induce a ritenere che questa peculiarità, attestata nel castello di Termini Imerese, non sia affatto casuale, bensì possa essere interpretata come un retaggio della pianificazione relativa all’impianto cartaginese della fortezza, secondo consuetudini ben documentate nel cosiddetto “mondo punico” (cioè nell’ambito dei discendenti dei colonizzatori fenici viventi soprattutto nel Mediterraneo centrooccidentale, cfr. S. Moscati, Fenicio o punico o Cartaginese, “Rivista di Studi Fenici”, 16, pp. 3‐13).

Esempi di tale pianificazione militare cartaginese sono stati messi in evidenza in diversi siti punici della Sardegna (cfr. F. Barreca, La civiltà fenicio-punica in Sardegna, Sardegna Archeologica, Studi e Monumenti 3, Prima ristampa 1988, Carlo Delfino editore, p. 79). Del resto, dopo la distruzione della vicina colonia greca di Imera, Termini Imerese (Θερμαί Thermai o Θέρμα Therma, secondo le fonti greche, toponimo derivato dalle sorgenti termali che si ritiene siano state cantate da Pindaro nella XII ode olimpica), sorse de facto nel 407 a. C., proprio come città fortificata cartaginese, con dei volontari militari provenienti dalla Libia di quella epoca (cfr. Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 79, 7-8) e, secondo una tradizione riportata da Marco Tullio Cicerone nelle sue Verrine (cfr. Verr., II, 35, 86), accogliendo anche i profughi imeresi (cfr. D. Mertens, Griechen und Punier. Selinunt nach 409 v. Chr. “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, römische Abteilung”, 1997, 104, pp. 301‐320). Purtroppo, le successive vicissitudini del sito e, soprattutto, l’attività di cava, hanno irrimediabilmente cancellato, senza rimedio, uno straordinario “scrigno” archeologico lasciando labili tracce della frequentazione antica del sito, quali i resti di alcune grandi cisterne, rivestite in cocciopesto (opus signinum), tradizionalmente ritenute ellenistiche o romane (cfr. O. Belvedere, Elementi della forma urbana...cit., pp. 33-34).
Il kàstron bizantino fu verosimilmente soppiantato dal qal‘at arabo, come abbiamo visto, restaurato nel X sec. d. C. e menzionato due secoli dopo dal geografo islamico, attivo presso la corte normanna, al-Idrīsī (italianizzato in Idrisi, n. c. 1100; m. 1164- 165): «fortezza nuova» edificata «sopra un poggio che sta a cavaliere sul mare» (cfr. M. Amari – G. Schiaparelli, L’Italia descritta nel «Libro del Re Ruggero» compilato da Edrisi. Memoria letta nella seduta del 17 dicembre 1876, “Atti della Reale Accademia dei Lincei”, anno CCLXXIV, 1876-77, serie seconda, vol. VIII, Salviucci, Roma 1883, pp. 27-28). Il castello, uno dei più importanti fortilizi normanni (cfr. H. Bresc, L’incastellamento in Sicilia, in M. D’Onofrio, a cura di, I Normanni popolo d’Europa 1030-1200, Venezia 1994, pp. 217-220; F. Maurici, Castelli medievali di Sicilia. Guida agli itinerari castellani dell’Isola, Regione siciliana. Assessorato dei beni culturali ambientali e della pubblica istruzione, Palermo 2001, 478 pp.), si ergeva in tutta la sua imponenza, esclusivamente sulla parte più elevata, naturalmente protetta dalla naturale conformazione geologica della Rocca (quest’ultima con sviluppo E-O, non a caso secondo la direzione degli strati rocciosi, immergenti a N).

L’antica fortezza, retta da un castellano, che comandava la guarnigione, era parte integrante di una vasta rete di castelli demaniali, di proprietà regia, o castra regii demanii (cfr. H. Bresc – F. Maurici, I castelli demaniali della Sicilia (secoli XIII-XV), in F. Panero - G. Pinto, a cura di, Castelli e fortezze nelle città italiane e nei centri minori italiani (secoli XIII-XV), Cherasco, Centro Internazionale di Ricerca sui Beni Culturali, 2009, pp. 271-317).
Il castello medievale era servito da due ben protetti ingressi, provvisti di archivolti a sesto acuto, uno settentrionale ed uno meridionale. L’asse viario (ruga) di S. Basilio (Ruga Sancti Basili), che a N conduceva al castello, iniziava dal Piano di S. Caterina, fiancheggiato dalle abitazioni di privati cittadini, che da un lato si addossavano ai fianchi dello sprone roccioso della Rocca dell’Orologio (dalla forma di piramide a base triangolare, che si ergeva isolato immediatamente ad occidente dalla vetta della Rocca del Castello ed era così nominato per l’esistenza di un orologio solare). La strada, fiancheggiando l’alta falesia della Rocca, attraverso un’erta salita accedeva alla porta settentrionale della fortezza. La strada di S. Basilio, proseguendo dentro il perimetro fortificato, dopo aver superato, con andamento sinuoso, vari dislivelli altimetrici, raggiungeva il culmine, dove si ergeva la massiccia struttura della torre principale, dotata di baglio, con l’omonima chiesa castrense, affidata ad un apposito cappellano, dipendente come giurisdizione dal Cappellano Maggiore di Sicilia (dal XVI dal Giudice della Regia Monarchia), per l’assistenza spirituale dei militari e dei carcerati, mentre al controllo di un custode erano assegnate le oscure e malsane prigioni (donde l’altra denominazione di Ruga ad carceres Sancti Basili). Nel 1571, l’assetto medievale del complesso mastio-carceri-chiesa castrense, fu profondamente ed irrimediabilmente stravolto da un evento imprevisto e catastrofico: la formidabile esplosione della polveriera, causata da un fulmine che colpo la torre principale (i documenti degli anni 90’ del Cinquecento, che accennano all’incendio del Borgo, nel colorito linguaggio del tempo, utilizzano spesso lemmi siciliani, parlando di «trono», cioè tuono). Sulla scorta di eventi similari, riportati da diaristi palermitani del Cinquecento (come quello del castello a mare di Palermo del 19 Agosto 1592, cfr. F. Paruta e N. Palmerino, Diario della città di Palermo in G. Di Marzo, Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX: pubblicati sui manoscritti della Biblioteca comunale di Palermo, “Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia, ossia raccolta di opere inedite o rare di scrittori siciliani dal XVI al XIX secolo”, Biblioteca comunale di Palermo, L. Pedone Lauriel, Palermo 1869, vol. I, pp. 132-133), possiamo verosimilmente ipotizzare che l’incendio delle polveri dovette provocare una terribile deflagrazione, che generò un’onda d’urto a bassa frequenza, udibile sotto forma di boato formidabile, che dovette essere percepita anche a decine di chilometri di distanza. Il castello e l’abitato dovettero essere scossi dalle fondamenta e non è da escludere che si ebbero crolli e lesioni agli edifici, nonché episodi di panico nella popolazione. Subito dopo, si dovette avere una ricaduta (fallout) di materiali proiettati dall’esplosione che si riversarono sotto forma di un nugolo di detriti e di spezzoni lignei ardenti. I primi, ricadendo provocarono vari danni, mentre i secondi, innescarono degli incendi che si estesero inesorabilmente, avendo facile presa sulle onnipresenti strutture lignee delle abitazioni ed oltrepassando facilmente gli angusti vicoli (vanelle), si estese a macchia d’olio, bruciando gran parte dell’antico quartiere della Terravecchia o Vecchio o del Borgo o del Rabato, dentro le mura civiche (intra moenia), che si allargava tutto attorno alla fortezza medievale, comprendendo anche il sito dell’attuale Via Serpentina Paolo Balsamo, che infatti rimase in buona parte privo di edifici (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 48 e pp. 182-184). Una nube di fumo, denso ed acre, dovette avviluppare la fortezza e la città in una cappa nera ed opprimente. Non è noto, allo stato attuale delle ricerche, né il mese, né il giorno dell’evento, né tampoco l’entità dei danni in termini economici e di vite umane. Questo fu uno degli avvenimenti che segnarono il definitivo tramonto della città medievale.

Per quanto riguarda la porta meridionale, elemento sopravvissuto del castello medievale, sappiamo che, sino alla sua demolizione (già avvenuta nell’ottobre 1860), si presentava nella sua struttura costituita da due arcate a sesto acuto, ubicate una dietro l’altra (altezza massima di circa 6 m). Di essa esiste una interessante raffigurazione del 1858, riprodotta nella predetta opera dell’Amari (cfr. Le epigrafi arabiche di Sicilia...cit., p. 12), dove il grande arabista racconta il lungo iter che gli consentì di acquisire le informazioni di base relative alla già citata epigrafe araba ed alla sua collocazione a tergo della porta meridionale del castello, anteriormente al fatidico 1860: «Di cotesta iscrizione io feci parola nella Storia dei Musulmani di Sicilia, tomo II, pag. 274, nota 3, accennando alla speranza che un giorno la si potesse legger meglio. E poiché m’era tolto, quand’io pubblicai quel volume, di tornare in Sicilia, volli procacciarmi delle impronte su carta, sì di questo e sì d’ogni altro monumento d’epigrafia arabica che possediamo in Sicilia. Non era facil cosa allora a ritrarre un cantuccio dell’innocuo castello di Termini. Ci si provò, primo, il mio ottimo amico, e in oggi carissimo congiunto, Francesco Sabatier, in un viaggio ch’ei fece in Sicilia nella primavera del 1858, per istudiare i monumenti dell’antichità e del medio evo. Ma il comandante del castello, dopo averlo cortesemente accolto e mostratagli la iscrizione, ricusò di farne levare le impronte. Per l’amor del cielo, gli disse, io sarei denunziato se vi vedessero con un lapis in mano in questo castello! Io ho gli ordini più severi. E lo accomiatò. Rivoltomi allora al duca di Serradifalco [Domenico Lo Faso e Pietrasanta, 1783-1863, archeologo, architetto, letterato e patriota], benemerito dell’archeologia e volenteroso ad aiutarmi in quelle mie ricerche, ei prese altro cammino, e riuscì nell'intento. Chiestane licenza al comandante generale in Palermo, egli mandò in Termini persona abile, accompagnata dal professor Salvatore Cusa [1821-1893], che fin d’allora insegnava paleografia greca ed arabica nell’Archivio regio di Sicilia. E così, allo scorcio dello stesso anno 1858, io m’ebbi in Parigi una bella impronta della iscrizione e di più un disegnetto colorato del muro dov’essa era incastrata e della porta attigua. La curiosità nostra, dico del Serradifalco, del Cusa e mia, non fu soddisfatta con ciò. S’era accorto il Cusa che la iscrizione continuava sotto una fabbrica aggiunta; se n’era accertato facendovi praticare un buco. Ma la cosa restò lì. Regnando Ferdinando II che avea in uggia e in sospetto perfin l'abbiccì, non era da sperare che si mettesse la martellina nella casa d’un castellano, per far piacere ad archeologi ed orientalisti».
L’Amari (cfr. Le epigrafi arabiche di Sicilia...cit., p. 17), concludendo la sua disamina scrisse: «Maggior voglia avrei, ma non meno scarsi mezzi, di investigare se quella piccola porta coll'arco aguzzo che si vede nel disegno, si possa riferire alla dominazione musulmana. Invero non sarebbe impossibile, né inverosimil cosa, che la iscrizione disposta in tredici righi, fosse stata murata a tempi di Moezz, proprio su la porta; e che poi, rimutando l'edifizio e rifacendo il rivestimento del muro, sia parso bello di stender quel rabeschi in unica fila. Da un altro canto, l'arco acuto potrebbe essere opera di secoli posteriori; per esempio, di re Federigo, dopo la occupazione di Carlo di Valois; ovvero di alcun barone, nell'anarchia feudale che straziò la Sicilia, correndo lo stesso secolo XIV. Ma difficil era a sciogliere cotesto problema avanti il maggio 1860; difficilissimo nell'ottobre seguente, quando non rimaneva altro che il masso della muraglia; impossibile oggidì che le fabbriche sono adeguate al suolo, e che una passeggiata pubblica invita a goder l'aria e lo spettacolo del mare e della deliziosa costiera, là dove stettero in arme, a volta a volta, guardinghi e sospettosi, i Musulmani, i Normanni, i Francesi, gli Aragonesi, gli Spagnuoli, i Savoiardi, e i soldati de’ Borboni di Napoli». Ulteriori preziose informazioni, relative all’ingresso meridionale del castello, risalenti allo scadere del Settecento, che potrebbero avallare l’ipotesi dell’origine musulmana dell’archivolto, ci vengono fornite dall’erudito termitano Gerolamo Maria Sceusa Provenzano, accademico euraceo con lo pseudonimo Uranio Bellino, nella sua importante opera manoscritta Termini Imerese Splendidissima, e Fedele Città Della Sicilia, suo Nome, sua Origine, suo culto, e Suoi progressi, sotto i Dominij che il nostro Regno han governato, datata 1796, ms. della BLT ai segni AR d β 22. Lo Sceusa nel suo autografo cartaceo ci informa che la detta iscrizione araba era collocata «nella Torre ove esiste la Porta del R[ea]l Castello» 

aggiungendo che «n[umer]o due monete d’argento ritrovate nelle rovine di essa», erano in suo potere e ne riporta il “disegno” a penna esibente entrambi i versi presenti. Si trattava, quindi, di una torre con evidente funzione di fiancheggiamento, al fine di proteggere l’ingresso meridionale, che potrebbe essere rimasto immutato nei secoli seguenti.
Agli inizi del Seicento fu realizzato lo scavo in roccia lapidea del fossato di difesa del ponte levatoio (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 61), a servizio dell’accesso meridionale. Quest’ultimo, fu successivamente protetto da nuove apposite strutture bastionate, rispondenti ai più recenti mezzi di offesa e di difesa, mentre l’antica entrata medievale divenne ormai del tutto obsoleta rispetto allo sviluppo dell’artiglieria. Nella pianta acquerellata di Termini (Termine), pregevole anche per la qualità pittorica, ma che purtroppo omette di riportare l’edificato urbano, inserita nell’opera cartacea manoscritta dell’incisore, disegnatore e cartografo Francesco Negro, Plantas de todos las plaças y fortaleças del Reyno de Sicilia sacadas por orde[n] de Su Mag[esta]d el Rey D[on] Phelippe Quarto anno de CIƆIƆCXXXX, della Biblioteca Nacional de España (http://www.bne.es/) (Madrid), ai segni Ms 1, mancano del tutto tali strutture bastionate che, quindi, furono realizzate posteriormente al 1640. Finalmente, sin dagli inizi del Settecento, l’ingresso meridionale si presentava, protetto da due baluardi avanzati. Il più interno di tali bastioni, chiamato di Villa Reale, è visibile nel disegno acquerellato di Gabriele Merelli, Tenente di Mastro di Campo Gen[era]le, eseguito a punta di china di tinta seppia scura, intitolato Castello di Termine, contenuto nella sua opera Descrittione del Regno di Sicilia e dell’isole ad essa coadiacenti dedicata all’Altezza Serenissima del Signor Don Gio[vanni] D’Austria, tomo II, datato 16 Agosto 1677, che si conserva nella Biblioteca Reale di Torino, Ms. Militari 39 (cfr. V. Manfré, Memoria del potere e gestione del territorio attraverso l’uso delle carte. La Sicilia in un atlante inedito di Gabriele Merelli del 1677, “Anuario del Departamento de Historia y Teoría del Arte”, vol. 22, 2010, pp. 161-188). Il bastione più esterno, invece, fu realizzato regnando Filippo di Borbone V di Spagna e IV di Sicilia, ed era detto di Balvases, prendendo nome dal marchese di Balvases, Carlo Antonio Spinola e Colonna, viceré di Sicilia dal 1707 sino alla cessione dell’Isola a Vittorio Amedeo di Savoia. I due baluardi erano stati compiuti avanzando le fortificazioni sul sito dell’attuale Belvedere Principe di Piemonte, sacrificando la parte residua del quartiere della Terravecchia in plano Castri, per l’appunto posto nel pianoro, sopravvissuto in parte all’immenso rogo del 1571 e definitivamente distrutto nel primo ventennio del Settecento, allorché si progettò un grandioso rinnovamento delle strutture fortificate, giammai realizzato (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 62).

Soprattutto nella seconda metà del Cinquecento, con l’acuirsi sia della minaccia turca, sia delle scorrerie barbaresche, l’importanza strategica della cittadina imerese si accrebbe notevolmente grazie alla presenza nella rada del Regio Caricatore del Grano (complesso di magazzini per lo stoccaggio temporaneo di vettovaglie prima di essere sottoposte a dazio) che faceva di Termini il Granaio di Palermo. Pertanto, tra il 1553 c. ed il 1580, l’area di pertinenza dell’antica fortezza medievale fu ampliata con la costruzione di una nuova cinta bastionata provvista di cortina con muraglia a scarpa, realizzata a sacco e coronata di merlatura, nonché da qualche casamatta. Tale cortina, secondo i relativi capitolati di appalto, avrebbe dovuto essere realizzata esclusivamente con un parametro esterno in conci lastriformi di pietra da taglio, costituita da un calcare marnoso di provenienza locale, squadrati e spianati in facciavista, disposti in corsi orizzontali e paralleli (mentre in realtà ingloba anche frammenti di terracotta, ciottoli, materiali di reimpiego quali frammenti di cocciopesto etc.) rilegati da calce impastata con acqua dolce, con l’aggiunta di cenere di fornace (cinniràzzu) e sabbia fine di provenienza fluviale (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., pp. 60-62). Grossi blocchi, generalmente di calcarenite giallastra, come abbiamo già visto di provenienza non locale, rinforzano gli spigoli dei bastioni superstiti; il medesimo materiale lapideo costituisce anche l’elemento decorativo di coronamento, composto da una continua cornice che svolgeva anche la funzione di rinforzo della muratura e rendeva molto difficoltosa la possibilità di arrampicarsi.

Il nuovo perimetro fortificato inglobò una parte della Terravecchia, sita in posizione pittoresca a ridosso del promontorio, prospiciente sul mare, posta a N della culminazione del castello medievale e che oggi si presenta totalmente snaturato dall’opera distruttiva delle cave di pietra a servizio delle opere portuali. L’asse principale che attraversava tale quartiere del Borgo intra moenia era la Ruga Porte False che, per l’appunto, terminava con la Porta Falsa, dalla quale si poteva raggiungere il promontorio detto Muso di Lupa, oppure si poteva scendere, attraverso una gradinata, sino alla riva del mare dove la roccia, prima dell’opera distruttiva delle cave, assumeva l’aspetto suggestivo di un grande piano inclinato, coincidente con la pendenza naturale degli strati calcarei, tanto da dare al sito la denominazione vernacolare siciliana di Sciddicaculu, nomignolo appioppato anche ai termitani (cfr. A. Contino, Aqua Himerae...cit., p. 64). La Porta Falsa, antichissimo ingresso civico, per la sua posizione strategica a cavaliere sul mare e per avere nelle sue immediate vicinanze il nuovo deposito degli esplosivi (in sostituzione di quello scoppiato nel 1571) fu protetto da nuove duplici robuste strutture bastionate, simmetricamente disposte ai lati dell’entrata, nonché da un ponte levatoio, prendendo poi il nome di porta di Soccorso o di Mare. Agli inizi di Giugno del 1860, questo ingresso fu utilizzato come via di fuga della guarnigione borbonica. I due grandi bastioni, furono distrutti negli anni 70’ dell’Ottocento, durante le fasi iniziali dell’attività di cava, quando i lavori portuali per la realizzazione del primo tronco del molo richiesero il rapido avanzamento dei fronti estrattivi, che secondo una disposizione comunale dovevano mantenersi verticali.

La Terravecchia enucleata nel perimetro castrense conteneva anche abitazioni civili, alcune delle quali sopravvissute all’incendio del 1571, ed edifici ecclesiastici (oggi totalmente scomparsi) che dalla seconda metà del Cinquecento, con l’ampliamento del recinto murario del Castello, erano divenuti “castrensi”: S. Maria della Terravecchia o Nostra Signora della Grazia o della Consolazione, detta La Piccola (Pichula), per le modeste dimensioni, e S. Egidio Abate, documentata sin dal 1129-30 (cfr. L. T. Withe, Il Monachesimo latino nella Sicilia normanna, Dafni, Catania 1984 p. 140), nei pressi del Castello medievale. Allo stato attuale delle ricerche non conosciamo l’esatta ubicazione di S. Egidio, sappiamo con certezza che era inclusa nell’ambito castrense ed era esistente e funzionante ancora negli anni 60’ del Seicento. Alla luce di ciò, stupisce alquanto l’affermazione, relativa all’ubicazione di detta chiesa castrense, dello storico locale Vincenzo Solìto (cfr. V. Solìto, Termini Himerese posta in Teatro etc., tomo II, Bisagni, Messina 1671, p. 6): «però non saprei adesso indovinare il luogo preciso». Tra gli atti ecclesiastici presenti nei registri conservati in AME, relativi a questo luogo di culto dedicato al santo patrono dei lebbrosi, degli storpi e dei tessitori (celebre è il santuario provenzale di Saint Gilles du Gard presso Arles, sugli itinerari che, rispettivamente, avevano come mete finali Santiago de Compostela e la Terra Santa, cfr., J.F.X. Murphy, St. Giles, in “The Catholic Encyclopedia”. Robert Appleton Company, New York 1909, ad vocem), ci piace ricordare quello del 14 novembre 1666, allorché l’arciprete GiuseppeColnago benedisse le nozze tra Don Luigi de Villaruel della città di Leon in Spagna, Capitan di Corazze e Regio Castellano, con Donna Dorotea di Francisci e Galletti della città di Palermo, proprio nella chiesa di S. Egidio dentro il Castello (cfr. AME, Sponsali, vol. 25 f. 194r).
Sin dal 1553, sotto il viceregno di Giovanni de Vega (1547-1557), sono documentati i primi appalti per le nuove opere di fortificazione finalizzate a cingere la città ed ampliare il perimetro della fortezza. Nelle more dei lavori di ampliamento dell’area di pertinenza del Castello, vennero distrutti interi quartieri, ubicati nella parte alta della cittadina, ai piedi della Rocca del Castello e di quella dell’Orologio. Le nuove strutture bastionate, edificate tra la fine degli anni 50’ e gli inizi degli anni 60’ del Cinquecento, sotto la direzione dell’architetto Bartolomeo Cascione, nel loro complesso furono denominate Bastione Nuovo o Tenaglia ed incapsularono totalmente la precitata Rocca dell’Orologio. Tali fortificazioni erano rafforzate da due bastioni avanzati. Quello orientale, ancora visibile essendo contiguo ad un giardino in via Castellana, fu detto di S. Clara (per essere sorto sul sito del distrutto tardo-quattrocentesco monastero di clarisse sotto il titolo di Nostra Signora della Catena). La funzione principale del bastione di S. Clara fu quella di proteggere un ingresso secondario, denominato Porta della Terravecchia, perché da esso si poteva discendere alla porzione del quartiere della Terravecchia inglobato nel nuovo recinto castrense. Il bastione occidentale, provvisto di garitta, fu detto della Piazza o della Villa o della Città, per essere rivolto verso la piazza principale della cittadina imerese. Le strutture della cosiddetta Tenaglia sono tuttora in gran parte esistenti, anche se quasi del tutto attorniate dai caseggiati del viale Enrico Iannelli, e delle vie Belvedere, Castellana, Emilia e Circonvallazione Castello, che sorsero progressivamente negli anni 70’ ed 80’ dell’Ottocento sui lotti di terreno dall’amministrazione comunale concessi a privati.

L’entrata secondaria della Porta della Terravecchia era anch’essa servita da un ponte levatoio, come conferma un documento degli inizi dell’Ottocento che lo ricorda per essere bisognoso di lavori di riparazione, diretti da Francesco Castiglia Capomastro del Real Castello. Si tratta di una lettera data a Palermo e datata il 24 Luglio 1808, nella quale, per l’appunto, furono stabilite le opere di riparazione del ponte levatoio a servizio della Porta della Terravecchia (cfr. Documenti sul castello di Termini, 1808- 1857, Sezione militare, Ministero della Guerra, fascio 407, Segreteria di Guerra – n[umero] 32, ms. BLT). En passant, ci piace ricordare un’altra missiva, datata 22 Aprile 1834, conservata nel medesimo fondo documentario, nella quale si evidenzia che la detta porta era bisognosa di urgenti restauri perché si paventava la possibilità di sortita ed evasione da parte dei reclusi nel bagno penale. Quest’ultimo era ubicato nel «sito più alto del Castello detto della croce», cioè nel mastio.
Quindi, sia l’entrata meridionale, sia quella della Terravecchia erano protette da ponti levatoi e, pertanto, vi doveva essere anche il relativo fossato, successivamente riempito da materiale di scarto (sterro), divenendo così una sorta di discarica a cielo aperto. Qui di seguito menzioniamo la documentazione da noi scoperta e che, per la prima volta, comprova l’esistenza della detta trincea che non solo andò irrimediabilmente ad incidere sugli strati archeologici, ma anche su quelli del sottostante substrato siliceo.

Una volta che il comune acquisì la Rocca con le sue pertinenze si volle “nascondere” alla vista le strutture bastionate della cosiddetta Tenaglia, concedendo per fini edificatori a dei privati cittadini i suoli di terreno antistanti. Ciò è confermato, ad es., dalla deliberazione del consiglio comunale di Termini Imerese, approvata in data 15 Maggio 1874, relativa alla «Concessione di terreno per uso di fabbricare». Tale delibera ci informa che «il tratto di terreno comunale che, dal parterre di Belvedere al piano di San Giovanni confina col bastione del diruto castello», come da «pianta e stima dell’architetto comunale Sig [nor]. [Antonino] Ciresi» era stato «diviso in N[umer].o 151 lotti per la complessiva rendita di lire duemilacentottantasei e cent[esimi]. ventidue annuali» da concedersi in enfiteusi per «uso di fabbricare» (cfr. DCC 8, 1873-1880, vol. 8, 15 Maggio 1874 n. 35, sindaco il Sig. Cav. Francesco Cosenz, ms. BLT).

La presenza del fossato, anche se ormai occultato dal riempimento di materiale di scarto, costituì un fattore poco allettante per gli eventuali enfiteuti, proprio nei tratti in cui raggiungeva una maggiore profondità, visti i più alti costi di fondazione richiesti. Ciò è confermato da un’ulteriore deliberazione del consiglio comunale di Termini Imerese, datata 5 Febbraio 1880, relativa alla «Enfiteusi di terreno a confinare con il diruto Castello». Da essa si apprende che negli anni precedenti, come da rogiti in notar Benedetto Geraci ed Antonino Gargotta Facella, erano stati accordati a dei privati, per fini edificatori, dei lotti di terreno limitrofi «colle trincee del diruto castello a partire dal Passeggio Belvedere fino al piano di San Giovanni». I lotti contigui al Belvedere erano stati già assegnati, mentre non si era potuto «concedere la zona retrostante verso il piano di San Giovanni addossata ai bastioni del detto abolito castello» giacché «il suolo fino a considerevole profondità» risultava costituito «di un deposito di sterro» e, pertanto, i privati erano restii a farsi carico delle elevate spese di fondazione delle abitazioni da edificarvi (cfr. DCC 8, 1873-1880, vol. 8, sindaco il Sig. Giambattista Benincasa, ms. BLT, pp. 550-555). Concludiamo, evidenziando che la scomparsa del castello di Termini Imerese e lo stravolgimento della sua Rocca, iniziata nel 1860 col saccheggio e sistematica demolizione della fortezza, proseguita dal 1873 con l’attività di cava, sempre più aggressiva e pervasiva per tutta la prima metà del Novecento (in barba alla legge 1 giugno 1939 n. 1089 “Tutela delle cose di interesse artistico o storico”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 184 del giorno 8 agosto 1939), ha comportato per la cittadina imerese una perdita incalcolabile in termini paesaggistici, storici, archeologici, architettonici, turistici, ecologici, geomorfologici, stratigrafici, paleontologici etc. L’irreparabile distruzione di quell’unicum che era la fortezza termitana con il suo ineguagliabile paesaggio castrense, frutto di un felice connubio tra la naturale possanza del sito e l’accorta plurimillenaria attività antropica. Non esitiamo a catalogare la distruzione ed il successivo, progressivo, fatale deterioramento del paesaggio termitano, non solo di quello castrense, emblematicamente qui tratteggiato, come un ennesimo esempio della miope gestione dell’ingente patrimonio paesaggistico italiano (Cfr. E. Turri, Il paesaggio tra persistenza e trasformazione, in Touring Club Italiano, Il paesaggio italiano. Idee, contributi, immagini, Touring Editore, Milano 2000, pp. 72-75), da parte dei responsabili che, in realtà, con la loro condotta finiscono spesso per essere degli irresponsabili.

Ma anche oggi, volendo fare il punto del primo ventennio del XXI sec., dobbiamo constatare, purtroppo, che una vera, profonda e diffusa cultura di salvaguardia e corretta gestione dell’ingente ed insostituibile patrimonio paesaggistico italiano, non è ancora divenuta “percezione” comune e partecipe degli italiani (Cfr. ad es. S. Settis, Italia S.P.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, Torino 2002; L. Benevolo, L’architettura nell’Italia contemporanea. Ovvero il tramonto del paesaggio, Laterza, Bari 2006). Tutto ciò, nonostante l’approvazione del Testo Unico sulla Tutela dei Beni Culturali e del Paesaggio (cfr. Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004 – Supplemento Ordinario n. 8), ed alla luce della più nitida Convenzione Europea del Paesaggio (cfr. Council of Europe, European Landscape Convention, Florence 2000, http://www.coe.int/t/dg4/cultureheritage/Conventions/Landscape/default_en.asp) e della carta internazionale del turismo culturale (cfr. ICOMOS, International Charter on Cultural Tourism – 1999, http://www.icomos.org/tourism/charter.html; ICOMOS Australia, Carta di Burra per la conservazione dei luoghi e dei beni patrimoniali di valore culturale, 1979 e successive modificazioni ed integrazioni).

Patrizia Bova e Antonio Contino

Ringraziamenti: vogliamo esprimere la nostra riconoscenza, per l'indispensabile supporto logistico nelle ricerche, rispettivamente, ai direttori ed al personale della sezione di Termini Imerese dell’Archivio di Stato di Palermo e della Biblioteca comunale Liciniana di Termini Imerese. Un ringraziamento particolare va a don Francesco Anfuso e don Antonio Todaro per averci permesso in questi anni di effettuare delle fondamentali ricerche presso l’Archivio Storico della Maggior Chiesa di Termini Imerese. Questo studio è dedicato ai nostri rispettivi padri: Giuseppe Bova (1930-2020) e Salvatore Contino in arte Tinosa (1922-2008), che ebbero sempre nei loro cuori un grande amore per la città di Termini Imerese ed un vivido ricordo dell’attività estrattiva delle cave della Rocca del Castello.

 

Bunker militare a rischio crollo, interdetto un tratto di strada
Da agrigentonotizie.it del 13 settembre 2020

L'ordinanza è stata firmata dal sindaco per circa 40 metri della via Santa Rita da Cascia in contrada Parco Angeli nel rione commerciale del Villaggio Mosè

Il bunker militare risalente alla seconda guerra mondiale “è in precarie condizioni statiche”. Il sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, nelle ultime ore, ha interdetto al traffico veicolare e pedonale, con chiusura temporanea, il tratto di strada interessato, di circa 40 metri, della via Santa Rita da Cascia in contrada Parco Angeli nel rione commerciale del Villaggio Mosè. Già lo scorso luglio, l’undicesimo reparto Infrastrutture – ufficio Demanio e servitù militari effettuò un sopralluogo, segnalando la pericolosità per l’incolumità pubblica rappresentata proprio dalla struttura militare in disuso ed in precarie condizioni statiche. Bunker sovrastante ad un tratto di strada comunale: la via Santa Rita da Cascia.
Dal sopralluogo tecnico è scaturito, in maniera particolare, che il bunker militare - posizionato in prossimità della sede stradale di via Santa Rita - “manifesta evidenti problemi di instabilità per vetustà e per erosione del terreno di fondazione”. L’undicesimo reparto Infrastrutture ha comunicato al Comune l’avvio dell’iter tecnico-amministrativo di competenza per rimediare alla situazione di grave pericolo accertato, ma ha chiesto, in contemporanea, agli uffici comunali di valutare la possibilità di delimitare il tratto di strada, adottando le misure necessarie a tutela della pubblica e privata incolumità. Per le “compromesse condizioni strutturali e di stabilità sia del bunker che del terreno/scarpata” è stato decisa la demolizione del bunker. L’eventuale recupero non sarebbe del resto economicamente vantaggioso. In attesa che questo accada è risultato necessario mettere in sicurezza i luoghi, salvaguardando la pubblica e privata incolumità. Ed è per questo, appunto, che, nelle ultime ore, il sindaco Firetto ha firmato un’ordinanza di interdizione e chiusura temporanea del sottostante tratto di circa 40 metri della via Santa Rita da Cascia in contrada Parco Angeli al Villaggio Mosè.

 

Calabria, rischia di crollare la cinquecentesca Torre Ancinale di Satriano
Da finestresullarte.info del 13 settembre 2020

Una torre cinquecentesca in Calabria è in condizioni precarie e rischia di crollare: lo denuncia Italia Nostra.

In Calabria rischia di crollare un importante edificio cinquecentesco, la Torre Ancinale (nota anche come Torre Ravaschiera), a Satriano Marina, nel territorio comunale di Satriano. Si tratta di un bene prezioso perché è una delle poche fortificazioni costiere del Cinquecento che ancora sopravvivono nella zona. Il nome deriva dal fatto che si trova nei pressi del fiume Ancinale (l’altro nome con cui invece è nota si deve al fatto che nel Seicento divenne proprietà dei principi Ravaschiera). In antico era parte di un complesso di oltre trecento fortificazioni che difendevano i confini del regno di Napoli sotto l’imperatore Carlo V: la torre Ancinale, in particolare, era stata costruita come torre di avvistamento contro i corsari che infestavano l’area. Questo importante edificio però rischia di crollare: a denunciarlo è la sezione di Italia Nostra di Soverato e Guardavalle.

Si trova da anni in stato di abbandono, tanto che già nel 2011 risultò al primo posto in Calabria (e al dodicesimo in Italia) nella classifica dei “Luoghi del Cuore” del FAI, senza che però il riconoscimento riuscisse a scuotere le amministrazioni locali e a muoverle verso operazioni di salvaguardia. “Le forti piogge da settembre 2009 a oggi”, denuncia Italia Nostra, “hanno fatto crollare un sottotetto a capriate che copriva 4 ambienti. Il luogo, un tempo caratterizzato da un meraviglioso paesaggio fluviale, potrebbe ospitare (se ricreato) nuovamente le diverse varietà di pesci e uccelli acquatici ormai scomparsi. La sezione di Italia Nostra rileva che ci sarebbero tutti i presupposti per realizzare anche una pista ciclabile. Il frantoio, poi, si presta a essere recuperato proponendolo come esempio funzionante di archeologia industriale mediterranea. Potrebbe, così, ospitare una mostra multimediale didattica permanente e temporanea di artisti locali e no. L’auspicio per la sezione di Italia Nostra, ma non solo, è quello che gli amministratori prendano consapevolezza del privilegio di possedere nel proprio territorio un bene d’importanza storica; la  stabilità dell’Edificio storico è sempre più precaria e si sta solo aspettando il crollo definitivo”.

A tutto ciò, conclude Italia Nostra, si aggiungono “le difficoltà di far coincidere i legittimi interessi privati con quelli pubblici, la messa in mora dei proprietari dalla Soprintendenza archeologia belle arti di Cosenza e, da ultimo, il minacciato attraversamento nella zona della Torre, del tratto stradale conclusivo della trasversale delle Serre”

 

Umbria dimenticata: le rovine del castello di Zocco
Da duemondinews.com del 13 settembre 2020

Il bastione, uno dei protagonisti della storia medievale del lago Trasimeno, in stato di totale abbandono – foto di Alessio Cao

(DMN) Magione Collocato su una piccola altura sopra Monte del Lago, il castello di Zocco domina silenzioso le acque del lago Trasimeno e la valle sottostante.

Guardiano maestoso, ormai ridotto a un rudere dimenticato, è stato per lungo tempo uno dei bastioni difensivi più importanti della zona lacustre.

Costruito nel 1274, era originariamente abitato da circa 150 persone, dotato di tre porte di accesso e di ben sette torri difensive lungo il perimetro della cinta muraria, ancora in piedi e completamente visibile.

Con il passare degli anni il castello perse la sua funzione militare e di conseguenza anche la sua importanza politica, trasformandosi prima in un villaggio di pescatori e successivamente, nei primi anni del novecento, in abitazioni per famiglie contadine della zona.

Il castello di Zocco conserva ancora oggi delle antiche glorie solo le mura, le case coloniche poste all’interno, un vecchio frantoio e l’originaria chiesa di San Macario.

Diverse nel tempo le iniziative popolari per recuperare questo luogo fantastico, quasi un portale verso il passato, che purtroppo verte ancora in uno stato di totale abbandono, lontano dai fasti medievali che lo videro protagonista indiscusso della storia del lago Trasimeno e dei suoi abitanti.

 

Bunker, ossa e dolore: in un libro il volto nascosto della guerra
Da ilgiornale.it del 13 settembre 2020

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, la prefazione di Fausto Biloslavo al libro "Alpi, teatro di battaglie (1940-1945)", pubblicato per i tipi di Hoepli

Di Fausto Biloslavo

Il mosaico di teschi nella cappella che ricorda una delle tante stragi dimenticate di Tito in Slovenia, pubblicato nelle prime pagine di questo libro, è il simbolo dell’orrore di ogni guerra. Dopo le battaglie, sulle Alpi e a qualsiasi latitudine, restano per anni, talvolta per sempre, le ossa dei soldati che si sono sacrificati da una parte e dall’altra del fronte, giusta o sbagliata.

All’inizio degli anni settanta sul Monte Nero, oggi in Slovenia, spuntavano ancora quando la neve si scioglieva e smuoveva i ghiaioni le ossa dei nostri alpini, che durante la prima guerra mondiale si sono immolati per conquistare la vetta. Mio padre le raccoglieva in rispettoso silenzio trasformando la gita con il Club alpino italiano in una specie di pellegrinaggio del ricordo. Per me era la prima volta che intravedevo l’orrore dei conflitti. Molti anni dopo attratto fatalmente dai reportage di guerra ho trovato in Uganda gli altarini di teschi della follia del sanguinario Idi Amin, che ha massacrato il suo popolo. Non dimenticherò i resti avvinghiati di una madre che cercava di proteggere il figlio dalla sventagliata di mitra tirati fuori dalla prima fossa comune di Srebrenica scoperta dopo il massacro. A Sinjar, in Iraq, i teschi con i fori dei proiettili alla nuca delle vittime yazide, compresi bambini, dimostravano la furia genocida dello Stato islamico.

Le guerre sono sempre rappresentate dal cumulo di ossa di chi le ha combattute o subite, come i civili, ma dei conflitti resta anche altro, che solo in apparenza è meno drammatico. Bunker, gallerie, postazioni fortificate in cemento e acciaio, mimetizzate o scavate nella roccia, sono muta testimonianza tramandata ai posteri. I conflitti lasciano sempre un segno, una cicatrice, non solo nell’animo e nelle carni, ma pure nei paesaggi più belli e affascinanti. La natura tende ad avvolgere, inghiottire, nascondere i simboli dei terribili scontri calmando gli spiriti dei caduti, ma non del tutto. Quasi volesse ricordare ai vivi cosa significa la furia, maestosa e terribile, della guerra.

“Alpi - teatro di battaglie - 1940-1945” di Alessio Franconi fotografa perfettamente questi “monumenti” della seconda guerra mondiale tornati alla natura, oramai svuotati per sempre della valenza bellica per lasciare spazio al ricordo.

Un’inevitabile seconda tappa iniziata con il primo libro “Si combatteva qui!” sui luoghi dove è stata consumata nel sangue la Grande guerra. Indro Montanelli, che per me è stato un maestro ed Ettore Mo, che ho conosciuto durante i reportage hanno fatto parte di quella classe di giornalisti che vanno a cercare le notizie sul campo. E la loro bravura e determinazione, come voleva la leggenda, si misurava anche dalla suola delle scarpe, quanto era consumata e bucata a furia di camminare per portare a casa il pezzo. L’autore fa propria questa usanza dei migliori reporter marciando in lungo e in largo attraverso le Alpi alla ricerca dei luoghi perduti della seconda guerra mondiale. E offrendo al lettore la chicca dei possibili percorsi da ripetere per vivere dal vero le emozioni trasmesse dal libro.
In gran parte luoghi a lungo dimenticati in nome del politicamente corretto o perché sono passati agli onori della storia battaglie epiche in altri continenti come El Alamein e disastrose disfatte raffigurate dalla tremenda ritirata di Russia. Sulle Alpi con i francesi o nella Slovenia costellata di massacri da ambo le parti si sono combattute aspre battaglie, che rivivono in queste pagine. Grazie all’originalità fotografica di Alessio Franconi, che scatta sempre senza nessuna presenza umana attorno. L’immagine si concentra sui resti silenti delle fortificazioni invecchiate dal tempo, ma che sono ancora capaci di trasmettere i ricordi dei furiosi scontri o delle stragi di allora. Talvolta gli scheletri di cemento sono ancora bucherellati dai proiettili di mitragliatrice o dalle schegge. Franconi si apposta fra i monti e nelle boscaglie per ritrovare il momento giusto, la luce o la nebbia giusta per resuscitare i bunker come se fossimo ancora nel 1940. E si infila nei cunicoli della linea Maginot o scende le scale a pioli ferrate che ti portano nelle viscere della terra dove gli uomini si barricavano come topi per resistere e reagire alla valanga di fuoco dell’artiglieria.
La seconda guerra mondiale torna alla luce non solo con le immagini, ma grazie alle parole dei diari di chi l’ha combattuta, come il nonno dell’autore.“Muli squarciati, soldati dell’artiglieria caduti accanto, un infinità di cose buttate con lo scopo evidente di alleggerirsi e passare oltre [il fuoco di sbarramento n.d.a.] il più presto possibile, qui si sente veramente la tragicità della guerra” scriveva Giovanni Drago durante l’avanzata in Francia al Lac de color nel Vallon de Savine. Le possenti fortificazioni della linea Maginot, che si estendeva fino al mare, hanno solo rallentato l’offensiva e la momentanea fine della Grandeur già stritolata dai tedeschi. I bunker, però, tornano a parlare: “Continuiamo la lotta all’interno, ma il nemico scaglia delle bombe a mano nelle feritoie che vengono a cadere ai piedi dei tiratori” è la testimonianza del comandante Lanteri dell’esercito francese. Sfogliando le pagine del libro sulla guerra di ieri mi tornano alla mente quelle di oggi con lo stesso groviera di postazioni degli uomini in armi, che come formiche sperano di resistere alla fine. Le fitte trincee dei talebani che percorrevano da una parte all’altra la piana di Shomali, ultima difesa prima di Kabul, prima incenerite dal cielo dai B 52 americani in una tempesta di fuoco e poi travolte da uno sciame di carri armati dei mujaheddin che combattevano contro gli integralisti. O la grande galleria di una vecchia ferrovia a ridosso dell’aeroporto di Mosul, gigantesco rifugio e campo di addestramento sotterraneo delle bandiere nere dello Stato islamico conquistato durante la liberazione della “capitale” del Califfato. Oppure la cintura di trincee serbe sulle colline di Sarajevo diventate oggi percorso “turistico”, come l’ingresso del tunnel sotto l’aeroporto unica via nella bolgia della guerra etnica per raggiungere Sarajevo assediata e ridotta alla fame. Nel 1994 lo avevo percorso sotto il martellare dei mortai che facevano tremare le pareti.

Cicatrici materiali delle guerra, che sembrano non scomparire mai e che Franconi ha rintracciato lungo le Alpi. Il libro sfiora anche la tragedia delle foibe, non solo quelle delle vittime italiane, ma pure dell’immane eccidio dei prigionieri di guerra sloveni, croati e serbi, che avevano combattuto pure contro i nazisti, massacrati per ordine di Tito quando la guerra era finita da settimane. Una storia celata per tanto tempo dai vincitori, che meriterebbe un volume a parte nell’ideale trilogia di questo ricordo fotografico del Novecento segnato da due guerre mondiali. Un passato che sembra lontano, ma che potrebbe sempre riaffacciarsi come i dieci anni della sanguinosa implosione della ex Jugoslavia.Ogni volta che torno a casa dopo un reportage di guerra in paesi lontani prendo il treno diretto a Trieste. E quando i binari costeggiano il mare della mia città riaffiorano, come dei flash, i momenti più drammatici vissuti in prima linea. Poi guardo il golfo del capoluogo giuliano, che potrebbe essere qualsiasi luogo della nostra nostra bellissima Italia e mi rendo conto di quanto siamo fortunati a vivere da 70 anni in pace. Per questo il senso del libro si racchiude tutto in una frase dell’autore: “Viaggiare, ricordare ed esplorare per non ripetere” gli orrori della guerra.

 

Domani ” Storia viva al Forte ” per scoprire il passato di Forte Marghera
Da notizieplus.it del 12 settembre 2020

In occasione dell’European Fortress Day, la Fondazione Forte Marghera organizza per domani, 13 settembre, quattro visite guidate con rievocazione storica, alle ore 10.30, 12, 16 e 17.30). Guidati da accompagnatori in costume sarà possibile fare una passeggiata all’interno del campo trincerato percorrendo quattro tappe, corrispondenti a 4 luoghi e ad altrettanti momenti storici particolarmente significativi per la storia del Forte e del territorio:

• 1797 – La Caduta della Repubblica
• il trattato di Campoformido, la costruzione del Forte da parte degli Austriaci e l’arrivo dei Francesi nel