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ANNO 2020

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Il bunker della guerra diventa hotel di lusso e design
Da wysesociety.it del 13 febbraio 2020

Un hotel di lusso, con un grande giardino sul tetto, nascerà all’interno di un enorme ex bunker nazista. Nel 2021 la catena Nhow, che fa parte del gruppo NH Hotel, inaugurerà un nuovo albergo ad Amburgo. Fin qui niente di strano, se non fosse che le 136 stanze saranno costruite sul tetto di un edificio molto particolare: l’impressionante bunker di St. Pauli, quartiere nella zona ovest della seconda città tedesca, affacciata sul fiume Elba. L’edificio disporrà di 136 camere, un bar, una caffetteria e un ristorante. L’apertura è prevista per la metà del prossimo anno.

Un bunker con vista sull’ambiente

A convincere la società immobiliare che gestiva la gara d’appalto è stato il fatto che il progetto si sposa alla perfezione con l’ambiente circostante e punta molto sugli spazi verdi. L’hotel sarà infatti integrato nel giardino sul tetto e offrirà agli ospiti una vista panoramica su Amburgo, in particolare sulla sala da concerto Elbphilharmonie. Intorno al bunker verrà inoltre creata una passerella immersa nel verde per dare modo agli ospiti di concedersi piacevoli e rigeneranti passeggiate. Completeranno il tutto un bar, un ristorante e una caffetteria. «Non sarà un hotel di lusso, ma di design», afferma Juliane Voss, portavoce della catena spagnola, che come riferimento cita la struttura del gruppo già presenti a Milano, dove il filo conduttore è rappresentato dalla moda. Il prezzo per alloggiare nell’hotel, che si chiamerà nhow Hamburg, partirà da 100 euro a notte. Altri esempi analoghi saranno nei prossimi anni rintracciabili a Roma, Bruxelles, Santiago del Cile, Lima, Amsterdam e Francoforte: tutte metropoli dove Nhow conta di aprire entro il 2023.

Amburgo, la città dei bunker riconvertiti

A ingolosire il gruppo potrebbe essere stato anche l’economia crescente legata al «dark tourism», che prevede la visita di siti associati alla morte e alla tragedia. Il St. Pauli è uno dei più grandi fra i circa 600 bunker rimasti ad Amburgo, città in cui negli anni della Seconda guerra mondiale ne furono costruiti oltre un migliaio. ‘Hochbunker Feldstrasse fu costruito nel quartiere St Pauli di Amburgo nel 1942 in soli 300 giorni da mille vittime del regime. Progettato per ospitare 18 mila persone, nell’estate del 1943 rappresentò un rifugio per ben 25mila tedeschi. La struttura si sviluppa su cinque piani e ha una forma piramidale. Dopo la guerra è divenuta sede di alcune emittenti televisive e, di recente, è stata utilizzata come spazio per concerti. Ora lo spazio ospita circa 40 attività commerciali tra cui locali notturni, stazioni radio e studi tv. Il parco sul tetto, che sarà aperto a tutti gli abitanti dell’edificio, includerà un memoriale dedicato alle vittime della Germania nazista.

 

Martinsicuro, il torrione ha bisogno di lavori di manutenzione: l’appello
Da cityrumors.it del 13 febbraio 2020

Martinsicuro. “Vedere il torrione così fa piangere il cuore”. Il rammarico, che non è certo una posizione politica, ma uno stimolo ad intervenire, è di Giuseppe Capriotti, consigliere comunale di minoranza al Comune di Martinsicuro che lamenta la situazione della Torre di Carlo V.

Uno dei simboli della “giovane” cittadina costiera e diventato nel corso degli anni, sede del centro del centro di educazione ambientale Scuola Blu e sede del museo archeologico di Castrum Truentinum. “Questa struttura necessità di manutenzione straordinaria. Non facciamo passare altro tempo cari amministratori. È patrimonio della comunità martinsicurese, a noi il compito di preservarlo e farlo vivere”, chiosa Capriotti.

Diverse le criticità presenti, dal locale caldaie e il transennamento di alcune parti, che anche da un punto di vista estetico, non rappresenta un biglietto da visita per un locale simbolo della cittadina.

 

Alla scoperta del “Pastiss”, avamposto sotterraneo del Mastio della Cittadella
Da piemontetopnews.it del 11 febbraio 2020

La massiccia fortificazione militare, voluta da Emanuele Filiberto, venne costruita tra il 1572 e il 1574. Il suo nome si deve all’intricato e dedalico reticolo di gallerie e di collegamenti, che percorrono il Forte in lungo e in largo

TORINO. Era il 1536 quando Enrico I, re di Francia, occupava militarmente quasi tutti territori del Ducato sabaudo, costringendo Carlo II di Savoia, detto Il Buono, ad arroccarsi in Vercelli, una delle poche piazzeforti ancora in mano al duca. Ci sarebbero voluti più di vent’anni prima che Emanuele Filiberto, figlio di Carlo, infliggesse ai Francesi una sconfitta epocale: era il 10 Agosto del 1557, a San Quintino, in Piccardia. Il giovane valoroso ed ambizioso duca, formatosi alla corte e nell’esercito dello zio Carlo V, capo del Sacro Romano Impero, con quella vittoria riscattava finalmente le terre che i Francesi avevano strappato con la forza a suo padre, tenendole per oltre vent’anni.

Nel 1563, a distanza di soli sei anni da quella squillante vittoria, Emanuele Filiberto decide di trasferire la capitale del Ducato da Chambéry a Torino. La città è ancora ingessata tra le mura dell’esiguo castrum della romana Julia Augusta Taurinorum: un quadrato di poco più di 700 metri di lato, un fazzoletto di neppure 50 ettari di superficie. Appena insediatosi a Torino, più che pensare a rendere più accogliente il Palazzo Ducale, Emanuele Filiberto bada alla concretezza. Non gli interessano certo gli agi della corte. Sa piuttosto che il suo piccolo stato da sempre fa gola ai Francesi e sa pure che i territori subalpini, per la loro posizione strategica di “porta d’Italia”, possono costituire un bocconcino prelibato anche per gli Spagnoli, o per qualsiasi altra potenza militare dell’epoca. Decide allora di rafforzare le mura della città, per renderle più resistenti, più robuste e più alte: tali da costituire un’adeguata difesa, in grado di reggere alla minacciosa potenza delle moderne e dirompenti armi in dotazione degli eserciti più potenti dell’epoca.

Il disegno originale del Pastiss attribuito a Francesco Paciotti

Ma rafforzare le mura non basta. Emanuele Filiberto, valente generale formatosi sui campi di tante battaglie, ed esperto di strategia militare, sa quanto importante sia, nella difesa di una città, la presenza di un forte Mastio difensivo. E così, ordina all’ingegnere militare urbinate Francesco Paciotti (detto Paciotto) di costruire una Cittadella forte e solida: gli commissiona cioè una fortificazione militare che possa costituire un baluardo sicuro, un deterrente temibile anche per il più potente e arrogante degli invasori.

In pochi anni, nasce così la Cittadella di Torino: un avamposto a difesa delle mura della capitale sabauda, una costruzione che lascia meravigliati tutti gli strateghi militari dei principali eserciti europei, che la invidiano, la ammirano e la temono. E sotto, invisibile all’occhio del nemico, un reticolo di gallerie ipogee, di passaggi segreti che possano permettere gli spostamenti delle truppe da un lato all’altro della città, con avamposti e cunicoli che spesso si spingono ben al di là delle mura. Tra le fortificazioni aggiuntive, volute da Emanuele Filiberto, c’è anche il Pastiss, edificato tra il 1572 e il 1574, con funzioni di baluardo e di avamposto difensivo.

Il forte è stato riscoperto nel 1958 da Guido Amoretti e da Cesare Volante. Vi si accede da una botola delimitata da una griglia alta un paio di metri, aperta sul sedime stradale di via Papacino, all’angolo con corso Matteotti. Si tratta di un fortino, o meglio di una casamatta di difesa, con una muratura corazzata a prova di bomba. Sicuramente, quanto resta del Forte del Pastiss dopo i lavori di ampliamento urbanistico avvenuti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, non rappresenta che una piccola parte di un più grandioso disegno di opere di fortificazione; ma è assai probabile che il progetto originario non sia comunque mai stato completato nella sua interezza. In ogni caso, quasi sicuramente, quella parte di fortificazioni avanzate della Cittadella, chiamate Pastiss, non furono mai teatro di azioni belliche.

Il Forte è protetto da una muraglia esterna di 2,80 metri di spessore, sotto la quale si trova una galleria di contromina che serviva a disperdere, in caso esplosione di mine nemiche, l’onda d’urto e ad espellere i gas prodottisi attraverso 15 pozzi aperti nella volta a botte.

Una ricostruzione in tridimensionale del Pastiss

L’interno della fortezza si sviluppa su due livelli, coperti con volte trilobate a botte. Su ciascuno dei due livelli sono posizionate feritoie e cannoniere. All’interno del Pastiss, si dirama un’ampia rete di gallerie, camere sotterranee, pozzi per il ricambio d’aria e per l’illuminazione, con scale in muratura per la comunicazione interna tra i due livelli. Proprio da questo intenso e labirintico reticolo di passaggi e di collegamenti sotterranei, è nato il nome di Pastiss, che identifica la particolare fortificazione.

Il restauro dell’opera, realizzato dal Gruppo Scavi e Ricerche dell’Associazione Amici del Museo Pietro Micca, si è protratto per lunghissimi anni, ed è stato completato nel 2014: quanto è rimasto di questo gioiello della Torino fortificata sotterranea è stato finalmente recuperato.

Su un pannello a copertura di uno dei quattro lati della botola di accesso al Pastiss sta ora scritto: “Grazie ai lavori di restauro e di recupero conclusisi nel 2014, il Pastiss è oggi visitabile attraverso il Museo Pietro Micca e dell’Assedio di Torino del 1706. Se ne consiglia la visita dopo quella del Museo, sito in Via Guicciardini 7a”.

Questa è davvero una bella notizia, visto che la visita fino a pochi anni fa non era consentita, se non in casi eccezionali, ed era retaggio di pochi fortunati studiosi e appassionati ricercatori. Un altro fulgido gioiello dei tesori sotterranei di Torino tornato alla luce.

 

La CIA possedeva una società di cifratura: aveva il controllo delle comunicazioni segrete dei suoi clienti
Da dday.it del12 febbraio 2020

Un’indagine del Washington Post ha rivelato che la CIA ha acquistato la Crypto AG nel 1951. Da allora, l’agenzia di spionaggio americana ha avuto il pieno controllo dei dispositivi venduti dalla società di cifratura ai suoi clienti, Vaticano compreso

Il Washington Post e la televisione pubblica tedesca ZDF hanno potuto esaminare documenti comprovanti che una società che vendeva dispositivi di cifratura a più di 120 Paesi è stata posseduta e gestita dalla CIA. Secondo l’indagine giornalistica, la società di cyber security Crypto AG è stata acquistata dalla CIA nel 1951, nel corso della guerra fredda, attraverso una collaborazione con la rete di spionaggio della Germania Ovest.

Il controllo diretto della Crypto AG ha permesso alla CIA di progettare i dispositivi di cifratura della società stessa, facendo in modo che tutte le comunicazioni segrete dei suoi clienti passassero sulle scrivanie dell’agenzia di spionaggio americana. La Crypto AG è stata il principale fornitore di servizi di crittografia per clienti come l'Iran, ma anche il Vaticano. La CIA ha mantenuto il controllo della società almeno fino al 2008, quando è stato redatto il rapporto confidenziale dell'agenzia che poi è stato ottenuto dal Washington Post. Naturalmente, la supervisione della CIA sulla Crypto AG nel corso degli anni ha seguito di pari passo le relative conquiste tecnologiche, passando dal primo dispositivo meccanico di crittografia a manovella venduto nel 1940 ai più recenti dispositivi elettronici. Sembra che la società abbia sottoscritto anche contratti con Siemens e Motorola per aggiornare i suoi strumenti spionistici.

Liquidata nel 2018 a causa di un calo nelle entrate, la Crypto AG è stata divisa tra altre due società: la CyOne Security e la Crypto International che, raggiunte dal Post, hanno negato ogni attuale coinvolgimento con la CIA.

 

TRE CANNONI RECUPERATI A TORRE FARO NEL 2010: PRECISAZIONE DELL’ASSESSORE CARUSO
Da vocedipopolo.it del12 febbraio 2020

Messina, 12 febbraio 2020 In riferimento ad articoli stampa relativi ai tre cannoni recuperati a Torre Faro nel gennaio del 2010, l’Assessore alla Cultura e al Turismo Enzo Caruso precisa quanto segue: “Essendo stato, il sottoscritto, promotore e coordinatore delle operazioni di recupero, nella qualità di Direttore del Museo Storico di Forte Cavalli, alle quali hanno preso parte la Capitaneria di Porto, la Soprintendenza ai BB.CC.AA., l’Arsenale Militare, il Comune di Messina, i rappresentanti dell’allora Circoscrizione e la poetessa Maria Costa che, al momento del recupero, recitò una sua poesia in vernacolo dedicata ai ‘Cannoni di Garibaldi’, mi pregio fornire utili informazioni e dettagli in merito ai cannoni recuperati.

Un’operazione congiunta dal punto di vista istituzionale, fatta ‘alla luce del sole’, con l’obiettivo di valorizzare i reperti mediante la realizzazione di un monumento da porre ‘ad imperitura memoria’ di importanti pagine di storia che hanno interessato la spiaggia di Capo Peloro. Dopo le operazioni di recupero, che portarono alla luce un terzo cannone rispetto ai due emergenti dalla sabbia, i pezzi di artiglieria furono trasportati con mezzi dell’Autoparco Municipale, allora coordinati dall’Assessore Pippo Isgrò, presso l’Arsenale Militare, diretto dall’Amm. Gianfrancesco Cremonini dove, sotto l’alta supervisione della Soprintendenza, furono sottoposti ad un’azione di pulitura e restauro che ne consentirono lo studio e la possibile identificazione.

Alla luce delle operazioni di pulitura, le immagini dei tre reperti furono inviate dal sottoscritto alla dott.ssa Ruth Rhynas Brown, già funzionario delle Royal Armouries di Leeds in Inghilterra e al dr. Renato G. Ridella, archeologo e collaboratore dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del C.N.R. di Genova, a quel tempo tra i più accreditati esperti di artiglierie storiche in ambito europeo che, dopo un’attenta analisi e confronto, fornirono una puntuale e dettagliata relazione e tre accuratissime schede tecniche, trasmesse alla Soprintendenza, che riportavano le Fonderie e la data di fusione, il calibro, la Nazionalità e il possibile impiego. Alla luce dell’importanza storica dei tre cannoni, l’Assessore Pippo Isgrò diede mandato all’Arch. Nino Principato, allora impiegato al Comune, di redigere il progetto di un Monumento e di stimare il preventivo delle somme da impiegare per la realizzazione. Essendo avvenuto il recupero a ridosso della Notte della Cultura 2010, il Cannone più grande fu esposto nell’androne di Palazzo Zanca con una cerimonia di inaugurazione cui prese parte il Sindaco Buzzanca e l’Ammiraglio Cremonini, direttore dell’Arsenale.

Nelle more di stanziare le somme per la realizzazione del Monumento a Torre Faro, fu deciso quindi dal Comune di depositare i cannoni presso il Forte S. Salvatore, custodito dalla Marina Militare, affinchè fossero esposti alla fruibilità dei visitatori. In più occasioni, Consiglieri di Quartiere, abitanti del Faro hanno manifestato preoccupazioni in merito a paventate appropriazioni indebite o sottrazione di beni storici (attenzioni che però non avevano mai evidenziato prima del loro recupero). Proprio lo scorso anno, durante la Festa degli Aquiloni, la Pro Loco invitò il sottoscritto davanti al Lanternino a relazionare con diapositive tutte le operazioni di recupero per informare il villaggio di Torre Faro e rassicurare circa l’impegno di realizzazione del Monumento. Come ribadito, i cannoni, esposti a Forte S. Salvatore, continuano ad appartenere al Comune di Messina e alla Comunità di Torre Faro e qualora il Comune o la VI Municipalità o il villaggio di Torre Faro riuscissero a recuperare le somme per la realizzazione del Monumento (attraverso una petizione, il contributo di alcuni sponsor, una donazione…) NULLA OSTA al loro ritrasferimento sul luogo ove sono stati recuperati. Nella qualità di Assessore alla Cultura e al Turismo, – conclude Caruso – per le deleghe che mi sono state assegnate dal Sindaco e la sensibilità personale che mi spinge alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico del nostra territorio, manifesto il mio impegno, del Sindaco e della Giunta a perseguire l’obiettivo di supportare ogni iniziativa volta alla tutela e alla promozione della Città di Messina e dei suoi ‘tesori’”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello Baronale di Bitritto
Da lavocedimaruggio.it del11 febbraio 2020

L’imponente Castello Baronale di Bitritto risale alla dominazione normanna, ed originariamente era formato da tre torri a pianta quadrata collegate fra loro da altri corpi di fabbrica adibiti a magazzini, dormitori, scuderie, etc. Il complesso sorgeva sui resti di una villa romana del I-III secolo d.C., tornati alla luce durante alcuni lavori di ristrutturazione, insieme alle fondamenta dell’edificio normanno, e si inseriva nelle mura urbiche dell’abitato. Aveva due accessi, uno rivolto all’interno mentre l’altro si affacciava all’esterno, giunti entrambi sino ai nostri giorni.

Subentrati gli Svevi ai Normanni, la struttura viene ampliata, assumendo un carattere prettamente difensivo, con la costruzione di un nuovo corpo di fabbrica interno munito di camminamenti e scale che collegano fra loro le torri e le cortine. Inoltre, poiché la torre sudorientale era stata abbattuta, al suo posto ne venne eretta una cilindrica conservatasi sino ad oggi. Ulteriori lavori di ampliamento e ristrutturazione nel corso dei secoli portarono alla costruzione del porticato con loggia all’interno del cortile e dello scalone che porta al piano nobile dove è possibile ammirare lo splendido salone con volta a crociera sostenuta da eleganti colonne dotate di capitelli.
Rimasta proprietà della Curia Arcivescovile sino alla fine del secolo XIX, la struttura è stata adibita in  seguito a scuola elementare, poi a cinema, sino a quando non è stata acquistata dal Comune ed oggi è sede del Municipio e della Biblioteca Comunale, inoltre può essere utilizzata per importanti eventi artistici e culturali.
Il castello si presenta a pianta all’incirca trapezoidale e mantiene due delle torri originali, una a pianta quadrata all’angolo nordorientale ed una cilindrica all’angolo sudorientale. Presenta bellissimi balconi e loggiati ornati da splendide trifore. Oltre ai resti della villa romana e delle fondamenta della fortezza normanna, i lavori di restauro hanno portato alla luce pozzi, palmenti, cisterne in ottimo stato, risalenti a prima dell’XI secolo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Troppi test militariIndizi di Guerra Fredda
Da metronews.it del11 febbraio 2020

USA Il termometro lo hanno fornito le tensioni con l’Iran che hanno segnato gli ultimi mesi del 2019: in quelle occasioni gli Stati Uniti hanno condotto una serie senza precedenti di esercitazioni militari. Sta tornando una sorta di Guerra fredda tra Usa e Russia? Gli indizi ci sono, e più di qualcuno se ne è accorto.

F-35 Lightning

Da maggio a settembre, si sono svolti 93 distinti test militari in 29 Paesi, tra cui l’Italia, via terra e via cielo. Nuovissimi F-35 Lightning II sono decollati dallo Stato dello Utah, diretti in nord Italia, come rivela il settimanale Newsweek, senza spiegare il tipo di missione. Ma sembra certo che quelli chiamati “war games”, non sono stati fatti in Medio Oriente e non erano diretti a Teheran. Piuttosto erano contro Mosca e rappresenterebbero la più lunga serie di test anti-russi dai tempi della Guerra fredda. «In vista di un possibile deterioramento del clima in Europa - spiega Newsweek, citando documenti legati alla Nato - c’è preoccupazione di non poter avere sufficienti soldati via terra nell’Est Europa che possano fare da deterrente a interferenze o attacchi russi». Nel documento si farebbe anche cenno a esercitazioni militari di Mosca in vista di un possibile uso di armi nucleari.

Sicurezza nazionale

Fino allo scorso maggio la priorità sembrava un’altra: l’ex consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, aveva annunciato che i caccia bombardieri B-52 e la portaerei Abraham Lincol erano diretti in Medio Oriente a causa dei «segnali di problemi in aumento» dall’Iran. Ma da quel giorno di fine maggio, i caccia 18-4 Super Hornet si sono diretti in Romania. Nei giorni successivi hanno attraverso i cieli a nord della Grecia, sopra lo Ionio e si sono diretti in Lituania. I Navy Seals hanno portato avanti altre esercitazioni, via terra, a ottocento chilometri da Mosca. Altre esercitazioni sono state effettuate in Finlandia, Estonia, Grecia, Turchia, Slovenia, Croazia, Ungheria e al largo delle coste scozzesi. A fine maggio il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, si lamentava per la crescente attività militare Nato al confine. Secondo l’agenzia russa Tass, negli ultimi tre anni sono aumentati di dieci volte le intercettazioni aeree da parte dell’aviazione russa.

 

Al via i lavori di recupero e consolidamento di Torre Uluzzo, tutto pronto per la prossima estate
Da leccenews24.it del11 febbraio 2020

L’intervento comporterà, altresì, la riqualificazione dell’area circostante. La durata dei lavori sarà di due mesi e l’importo complessivo di quasi 50 mila euro, in gran parte finanziati dalla Regione Puglia.

“Già in tempo per la prossima estate la torre sarà in salvo, garantendo alla baia e a tutto il territorio uno dei suoi simboli. Si tratta di un elemento romantico e fortemente identitario del paesaggio di Uluzzo e di tutto il parco di Portoselvaggio. Il finanziamento ci permette di mettere in salvo l’immobile, nei confronti del quale nel corso dei secoli non abbiamo avuto la necessaria cura e l’altrettanto necessaria attenzione per impedirne il degrado. Ma renderemo fruibile anche l’area circostante facendo sì che la torre diventi un elemento ‘vivo’ del contesto”, con queste parole il sindaco di Nardò, Pippi Mellone e l’assessore all’Ambiente, Mino Natalizio, commentano la partenza dei lavori di recupero e consolidamento di Torre Uluzzo.

L’intervento comporterà, altresì, la riqualificazione dell’area circostante, un pezzo di patrimonio e di storia della città, oltre che un simbolo dell’area di Portoselvaggio, che sarà messo in salvo.
La durata dei lavori sarà di due mesi e l’importo complessivo di quasi 50 mila euro, è in gran parte finanziati dalla Regione Puglia. L’Amministrazione neretina, infatti, è riuscita a intercettare un cospicuo finanziamento sull’avviso per interventi su torri costiere e di avvistamento e procederà, quindi, alla conservazione e alla messa in sicurezza della Torre che domina l’omonima baia, oggi in stato di profondo degrado. Nello specifico si procederà a consolidare l’aspetto del manufatto (rendendo solidali tra loro quelle parti di struttura muraria valutate a rischio distacco), poi, verrà effettuata la rimozione della vegetazione infestante. Nell’ottica della valorizzazione del bene, il progetto prevede, inoltre, la sistemazione dell’area circostante e del percorso di avvicinamento, al fine di garantire una fruizione dell’area in sicurezza. In particolare, si prevede di ripristinare alcuni tratti di muretti a secco preesistenti ridotti allo stato di rudere che rappresentano di fatto validi ostacoli all’avvicinamento indiscriminato alla torre e allo strapiombo della scogliera. A tal proposito sulla testa dei muri verrà installata un’apposita segnaletica di pericolo in posizione. La “linea difensiva” dei muretti verrà integrata parzialmente da una staccionata.

Torre Uluzzo

La Torre prende il nome dal termine dialettale con cui si indica l’asfodelo, pianta delle gigliacee presente nell’area circostante. Nel 1568 fu Leonardo Spalletta di Nardò ad aggiudicarsi l’appalto del Regno di Napoli per la costruzione dell’opera che fu realizzata su disegno dell’ingegnere Giovanni Tommaso Scala. È stata utilizzata fino al 1777, come dimostrano numerose testimonianze. Si eleva a strapiombo sul mare dominando una cala di notevole bellezza e inestimabile valore archeologico, che ospita la cultura dell’Uluzziano e le testimonianze fossili del primo “sapiens” d’Europa. È raggiungibile a piedi tramite un sentiero sterrato accessibile dalla strada litoranea tra Santa Caterina e Sant’Isidoro. Lungo il tragitto sorgono alcuni muretti di pietra a secco, arricchiti da una caratteristica vegetazione spontanea (mirto selvatico, fichi d’india, macchia mediterranea). Orientamento, esposizione agli agenti atmosferici, umidità, vegetazione infestante sono i principali fattori che hanno causato la cattiva conservazione delle strutture, il danneggiamento delle creste murarie, il crollo di parti della muratura, l’erosione diffusa. Oggi la torre rappresenta un pericolo per l’incolumità dei visitatori e dei fruitori del tratto di costa.

 

Il Baluardo San Nicola verso una nuova vita
Da laprovinciacr.it del11 febbraio 2020

Lunedì 24 febbraio via ai lavori di riqualificazione dell’area

SABBIONETA (11 febbraio 2020) - Restituire un’adeguata fruibilità e un aspetto più consono al contesto monumentale della cinta muraria è l’obiettivo dell’intervento che prenderà il via lunedì 24 nell’area al piede del Baluardo San Nicola.

Una zona attualmente adibita a parcheggio che però va decisamente risistemata.

In tutto 81 mila euro di spesa (all’80% finanziati dalla Regione nell’ambito del Progetto AttrAct Sabbioneta) per un primo lotto che andrà anche a risolvere le situazioni di degrado in essere e a favorire una progressiva messa a sistema con la rete dei percorsi lungo le fortificazioni di Sabbioneta.

 

Trump e i nuovi missili nucleari
Da altrenotizie.org del 10 febbraio 2020

Il dipartimento della Difesa americano ha aggiunto di recente una nuova arma a “bassa potenza” al proprio arsenale nucleare che potrebbe alterare i già precari equilibri tra le principali potenze militari del pianeta e, a dispetto delle intenzioni ufficiali, provocare una conflagrazione atomica di proporzioni catastrofiche. I missili W76-2 sarebbero già stati installati a bordo di almeno una nave da guerra USA e il battesimo della loro operatività si intreccia pericolosamente alla competizione sempre più accesa tra Washington e Mosca, soprattutto per quanto riguarda il progressivo tracollo dell’impalcatura creata a partire dalle fasi finali della Guerra Fredda per limitare la proliferazione e ridurre il numero di armi nucleari a disposizione delle due super- potenze.

Mentre il Pentagono non ha fornito dettagli circa l’impiego dei missili nucleari a “bassa potenza”, qualche giorno fa era stata la “Federazione degli Scienziati Americani” (FAS) a sostenere, basandosi su fonti civili e militari anonime, che questi ordigni già dalla fine dello scorso anno si trovano a bordo della nave da guerra “Tennessee”, impegnata nell’oceano Atlantico. La caratteristica dei missili W76-2 è quella di avere appunto una testata nucleare con una potenza inferiore rispetto allo standard di queste armi. Più precisamente, anche se non confermato dai vertici militari USA, essa sarebbe pari a cinque chilotoni, cioè circa un terzo della bomba sganciata su Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Associated Press ha citato come termine di paragone anche i missili W76, installati sui sottomarini “strategici” americani, i quali hanno una potenza di 90 chilotoni e i W88 di addirittura 475 chilotoni.

A livello ufficiale, l’input alla costruzione dei missili a “bassa potenza” W76-2 era contenuto nel documento del Pentagono di un paio di anni fa che rivedeva la posizione americana riguardo l’uso di armi atomiche (“Nuclear Posture Review”). In esso si raccomandava la costruzione di questi nuovi missili balistici nucleari, lanciabili dai sottomarini (SLBM), per “garantire un’opzione di risposta rapida in grado di penetrare le difese nemiche” e per far fronte a una presunta debolezza del “deterrente” americano. Già nel 2015, l’allora vice-segretario alla Difesa, Robert Work, in un’apparizione di fronte alla commissione “Forze Armate” della Camera dei Rappresentanti, aveva in realtà spiegato la giustificazione sfruttata dal Pentagono per promuovere la produzione di missili nucleari a “bassa potenza”. La sua tesi si collegava prevedibilmente al comportamento della Russia, al cui governo attribuiva una decisione militare-strategica teoricamente minacciosa per gli Stati Uniti, anche se tutt’altro che reale. La dottrina militare russa in questione era cioè definita dagli USA come una “strategia di escalation per favorire una de-esclation”. Nel concreto, il Pentagono imputava e continua a imputare a Mosca la scelta di considerare, in una situazione di conflitto, anche l’uso limitato preventivo di armi nucleari, tra cui missili “a bassa potenza”, per costringere il proprio nemico a fare un passo indietro nel timore di innescare un’escalation nucleare.

Su questa premessa, in larga misura per non dire del tutto ingannevole, si basa la decisione dell’amministrazione Trump di puntare su nuovi missili nucleari dalle potenzialità “limitate”. Invertendo le responsabilità, in altre parole, la disponibilità di armi di questo genere dovrebbe scoraggiare gli avversari degli Stati Uniti, come la Russia, dall’utilizzo di armi nucleari “a bassa potenza”, proprio perché ciò provocherebbe una risposta simile da parte di Washington. Nella logica contorta del Pentagono, ciò dovrebbe rafforzare il principio della deterrenza e far diminuire quindi il rischio di una guerra nucleare. In realtà, a livello generale, una strategia che preveda la consegna ai militari di un’ulteriore opzione nucleare può difficilmente essere considerata come un contributo alla pace. Nello specifico, inoltre, quest’ultima evoluzione della dottrina nucleare americana si inserisce in un progetto di modernizzazione e rafforzamento dell’arsenale atomico USA lanciato qualche anno fa dall’amministrazione Obama. Esso prevede una spesa complessiva di oltre mille miliardi di dollari e ha come obiettivo ultimo quello di cercare di arrestare, non esattamente con mezzi pacifici, il declino della posizione internazionale degli Stati Uniti.

La natura artificiosa del pretesto usato da Washington per decretare la prima aggiunta al proprio arsenale nucleare strategico da decenni è testimoniata dal fatto che il governo e i militari russi non hanno stabilito in nessun documento né presa di posizione ufficiale la legittimità dell’impiego di armi atomiche in maniera “preventiva” o in risposta a un attacco “convenzionale”, a meno che quest’ultimo sia talmente devastante da mettere a rischio “l’esistenza stessa dello stato”. La rinuncia da parte di Mosca a queste opzioni è evidente sia dalla lettura del più recente documento strategico delle forze armate russe, risalente al 2014, sia dalle spiegazioni date nei mesi scorsi dal presidente Putin. Parlando ad esempio nel corso di un meeting del Valdai Club lo scorso ottobre, il numero uno del Cremlino fece riferimento proprio alle decisioni americane in proposito e affermò che “la dottrina nucleare russa non prevede [la possibilità di] un attacco preventivo”, ma soltanto un’eventuale “azione reciproca”, in risposta cioè a un attacco nucleare. A tutti gli effetti, è piuttosto la strategia degli Stati Uniti che prevede l’opzione di un’offensiva nucleare a fronte di “un attacco non nucleare” e di “un’aggressione convenzionale su larga scala”. La definizione di minaccia a cui è possibile rispondere con armi atomiche è chiaramente più vaga rispetto a quella adottata dalla Russia, dove l’unica ipotesi che includa un lancio di missili nucleari dopo un attacco “convenzionale” è collegata a una minaccia all’esistenza dello stato. Il vero obiettivo di Washington non è perciò tanto quello di rafforzare il proprio deterrente per evitare una guerra nucleare, quanto, in maniera inquietante, di colpire preventivamente con armi nucleari di “bassa potenza” paesi nemici, soprattutto se sprovvisti di ordigni nucleari, a cominciare dall’Iran. Ovviamente, anche attacchi dello stesso tipo potrebbero essere contemplati contro potenze nucleari, come la Corea del Nord, o le stesse Russia e Cina, confidando in una “de-escalation” o, per meglio dire, in una resa da parte di queste ultime per evitare l’annientamento nucleare reciproco. Questi argomenti propongono la tesi agghiacciante di una guerra nucleare che può essere combattuta e vinta. Che essi vengano seriamente presi in considerazione dai vertici politici e militari americani è confermato dalla coincidenza temporale della probabile installazione dei missili W76-2 sulla nave da guerra “Tennessee” con la decisione da parte del presidente Trump di assassinare a Baghdad il generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Qasem Soleimani.

NBC News aveva scritto a fine gennaio che, nello stesso vertice da cui era uscita la decisione di uccidere Soleimani, Trump aveva autorizzato il Pentagono a colpire una serie di obiettivi militari iraniani, verosimilmente in caso di risposta all’assassinio del generale in territorio iracheno. Di fronte a queste informazioni, è legittimo ipotizzare come a Washington fosse allo studio una provocazione nei confronti di Teheran che, in caso di risposta, poteva fornire la giustificazione per condurre un attacco di ampia portata contro la Repubblica Islamica, forse anche con missili nucleari “a bassa potenza”.

L’ipotesi della provocazione studiata a tavolino è ulteriormente irrobustita dalla recente notizia, proveniente dal governo di Baghdad, sull’identità dei responsabili dell’episodio che era stato all’origine della guerra sfiorata con l’Iran. Il 27 dicembre, Washington aveva denunciato il lancio di missili contro una propria base militare in Iraq, a seguito del quale era morto un “contractor” iracheno-americano, puntando il dito contro la milizia sciita filo-iraniana Ketaib Hezbollah, puntualmente colpita da una ritorsione che aveva fatto decine di vittime. Gli Stati Uniti avevano poi ricondotto la pianificazione del blitz al generale Soleimani, la cui morte sarebbe stata dunque una giusta punizione. Come rivelato da un’indagine del New York Times, dopo settimane da questi fatti è invece emerso da Baghdad che l’operazione contro la base americana situata nei pressi della città di Kirkuk sarebbe stata portata a termine non da gruppi paramilitari iracheni sostenuti da Teheran, ma da ciò che resta dei fondamentalisti dello Stato Islamico (ISIS).

 

Macron: Force de Frappe più piccola ma deterrente nucleare dell’Europa
Da analisidifesa.it del 9 febbraio 2020

La Francia ha ridotto il suo arsenale nucleare a meno di 300 testate. Lo ha annunciato il 7 febbraio il presidente Emmanuel Macron, illustrando il “bilancio esemplare” del suo Paese in materia di disarmo. La Francia – ha detto Macron in un discorso sulla strategia di difesa e dissuasione nucleare francese – “ha un bilancio unico al mondo, conforme alle sue responsabilità ed interessi, avendo smantellato in modo irreversibile la sua componente nucleare terrestre, le sue installazioni di test nucleari, quelle per la produzione di materie fissili per armamenti, e ridotto la dimensione del suo arsenale, oggi inferiore a 300 armi nucleari”.

Emmanuel Macron ha proposto ai paesi europei “un dialogo strategico” sul “ruolo della dissuasione nucleare francese” nella sicurezza dell’Europa. “I partner europei che auspicano di impegnarsi su questa strada potranno essere associati alle esercitazioni delle forze francesi di dissuasione.

Macron torna così a proporre di porre al servizio della Ue la “Force de frappe” (il deterrente nucleare di Parigi), consentendo quindi di costituire un’alternativa all’ombrello nucleare statunitense offerto ai paesi NATO. Con l‘uscita della Gran Bretagna dalla Ue, la Francia resta oggi l’unica potenza nucleare europea. La proposta francese rafforza ulteriormente l’esplicito tentativo di porre Parigi alla guida della politica di difesa comunitaria (https://www.analisidifesa.it/2019/09/macron-ottiene-ladesione-ellitaliaalleuropean-intervention-initiative/) consentendo al tempo stesso di condividere con i partner Ue i costi miliardari del suo arsenale nucleare basato su armi atomiche lanciabili con missili ASMP-A da cacciabombardieri Rafale (2 reparti dell’Armèe de l’Air e 2 reparti imbarcati sulla portaerei Charles De Gaulle) e sui 4 sottomarini nucleari lanciamissili balistici classe Le Triomphant dotati di missili balistici intercontinentali M-51. (https://www.navaltechnology. com/projects/triomphant/)

 

Altri due spazi dell’Arsenale recuperati, andranno al Salone Nautico
Da lavocedivenezia.it del 8 febbraio 2020

La Giunta approva i progetti definitivi per il recupero di due aree dell’arsenale Nord. Zaccariotto: “Si tratta di spazi da mettere in sicurezza e che saranno utilizzati per il Salone Nautico di giugno”.

La Giunta comunale, riunitasi nei giorni scorsi a Ca’ Farsetti, ha infatti approvato, su proposta dell’assessore ai Lavori pubblici Francesca Zaccariotto due delibere riguardanti l’Arsenale di Venezia per un totale di 400 mila euro. Nello specifico, dopo che la Giunta lo scorso 23 dicembre ha approvato i progetti di fattibilità tecnico ed economica ha dato ora il via libera a quelli definitivi. La prima delibera, per un totale di 200mila euro, riguarda una pluralità di interventi di manutenzione diffusa, da eseguirsi sugli edifici dell’area dell’Arsenale Nord.
Il lavoro più consistente riguarda l’edificio N116, un manufatto inserito nel complesso dell’Arsenale localizzato all’interno dell’area verde denominata Casermette. L’edificio al suo interno ospita una cabina di media tensione a servizio di alcune Tese dell’Arsenale e presenta un precario stato di conservazione.

Gran parte della struttura di copertura è crollata sull’impalcato del solaio sottostante pertanto, a garanzia dell’incolumità dei fruitori degli spazi limitrofi e per garantire il buon funzionamento della cabina ubicata al piano terra, anche in funzione della seconda edizione del Salone Nautico di Venezia, si è deciso di mettere in sicurezza la struttura La seconda delibera prevede invece interventi che interesseranno le pavimentazioni che costituiscono la chiusura del cavedio impiantistico realizzato nella banchina della Nuovissima, oltre che le pavimentazioni delle aree limitrofe allo scalo di alaggio e varo e delle aree adiacenti il bacino piccolo di carenaggio, al fine di eliminare barriere architettoniche e parti di pavimentazioni deterioratesi nel tempo. E’ inoltre previsto il ripristino di una vasca settica esistente al fine di un suo adeguamento igienico funzionale.
“L’Amministrazione comunale – commenta Zaccariotto – ha stabilito, su diretta indicazione del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro – che, dopo il successo della prima edizione del Salone Nautico, si provvedesse a dare una significativa sistemazione delle aree esterne e dei fabbricati che il prossimo giugno ospiteranno la seconda edizione di un evento che ha dimostrato, in numero di accessi e in partecipazione di espositori, di essere un punto di riferimento per tutto il popolo del mare. Ecco quindi che con questi 400mila euro andremo a mettere a punto quelle aree che, dopo essere state abbandonate per decenni, ora tornano ad avere un ruolo in quella strategia di rilancio di una delle eccellenze veneziane nel mondo qual è la nautica”.

 

Casoli, finanziamento per il castello che diventa polo culturale del Sangro Aventino
Da tgmax.it del 8 febbraio 2020

Porta la firma dell’on. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, il finanziamento di 840 mila euro concesso al Comune di Casoli (Chieti) per fare del Castello ducale il polo culturale e nodo del sistema territoriale delle fortificazioni del Sangro Aventino. A darne notizia è il sindaco Massimo Tiberini. Il cospicuo finanziamento è inserito nel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, pubblicato lo scorso 29 gennaio, concernente gli enti attuatori.

“Siamo stati ammessi alla successiva fase di stipula delle convenzioni con il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo – spiega entusiasta il sindaco Tiberini – per l’attuazione del progetto Bellezz@-Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati”.
La valorizzazione del Castello ducale casolano “potrebbe incidere – secondo il primo cittadino – anche sui centri storici, ricostituendone il tessuto demografico e dei servizi e facendoli tornare a vivere”, mentre le famiglie sono sempre più attratte dai servizi offerti dalle città.
“Nell’area del Sangro Aventino – spiega Tiberini – sono presenti fortificazioni medioevali, come ad esempio Roccascalegna, che possono rappresentare nodi di un sistema storico culturale di primo livello, tale da costituire una offerta per il turismo che caratterizza le terre di mezzo, quelle tra la costa e la montagna”.

“In questo sistema, complesso e variegato, un sistema museale integrato e interagente diventa l’obiettivo da realizzare – conclude il sindaco – al fine di rafforzare la competitività territoriale. Un investimento nel patrimonio storico, controllato in tutte le sue fasi, è un investimento su tutta la comunità dei Comuni del crinale”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: La scomparsa Cittadella Fortificata di Casalnuovo Monterotaro
Da lavocedimaruggio.it del 7 febbraio 2020

Sin dall’epoca romana, e forse anche prima, per via della sua importante posizione strategica in montagna, Casalnuovo venne utilizzato con funzioni essenzialmente difensive e di controllo ed osservazione del territorio circostante. Molto probabilmente rientrava in un dispositivo difensivo imperniato su diverse piazze dislocate nell’Appennino Dauno, allo scopo di acquisire un controllo continuo e costante del Tavoliere delle Puglie.

Più che un castello, i ruderi oggi visibili si riferivano ad una vera e propria cittadella fortificata, posta sulla vetta del monte che il nome al paese stesso: il Monte Rotaro. Sul versante settentrionale è ancora possibile osservare la traccia dell’antica cinta muraria, mentre su quello occidentale si osservano ancora tratti di parete che ne delimitavano il fossato. Tuttavia i resti più importanti sono quelli della torre a pianta quadrangolare che si sviluppa su tre livelli con soffitti a botte, in parte crollati. Inoltre la struttura attualmente è anche priva di copertura. Nei pressi della torre vi è una cisterna, che probabilmente era utilizzata per raccogliere l’acqua piovana. Sempre nell’area limitrofa si nota la presenza di un’altra torre cilindrica.

Il sito fu sottoposto a tutte le varie dominazioni succedutesi nel corso dei secoli, in particolare sotto il regno di Federico II di Svevia gli abitanti di Casalnuovo si ribellarono e l’imperatore, per rappresaglia, ne fece abbattere la cinta muraria.

Il complesso oggi avrebbe bisogno di urgenti interventi conservativi e di restauro.

Cosimo Enrico Marseglia

 

“Turris”: il progetto turistico per far conoscere le torri di Langa si presenta a Murazzano
Da unionemonregalese.it del 7 febbraio 2020

La torre di Murazzano, in uno scatto particolarmente suggestivo di Marco Aimo

Appuntamento per sabato 8 febbraio nel salone polivalente. Proiezione in anteprima del video promozionale

Tutto è pronto, ormai ci siamo. Il progetto promosso dall’Associazione “Turris” inizia a raccogliere i primi frutti dell’incessante lavoro portato avanti in questi anni. Sabato 8 febbraio, il salone polivalente di Murazzano, a partire dalle ore 18, ospita un evento tutto dedicato all’iniziativa nata con l’obiettivo primario di valorizzare e rendere fruibili ed aperte al pubblico le principali torri e fortificazioni medievali di Langa, Monferrato e Roero. Nell’occasione, dopo i saluti istituzionali del sindaco “padrone di casa”, Luca Viglierchio, e di Luigi Ferrua, sindaco di Rocca Cigliè e da qualche mese alla guida dell’Associazione “Turris”, si passerà alla proiezione in anteprima del video promozionale “Di torre in torre, di collina in collina”, realizzato e montato nei mesi scorsi, grazie ad una serie di spettacolari riprese aeree (tramite drone) delle torri dei Comuni che aderiscono all’iniziativa turistica. Alle 18.45 è prevista invece una relazione sulla cronostoria del progetto, durante la quale si scopriranno anche i progetti futuri in cantiere. «Ormai quasi quattro anni fa – spiega Luigi Ferrua – abbiamo iniziato questo cammino in otto, ora i Comuni invece sono 14, con l’ingresso di Monforte proprio in questi giorni e il futuro inserimento anche di Novello. “Turris” è già così un circuito molto valido, con un seguito importante, ma ovviamente dovrà essere sviluppato al meglio dal punto di vista dell’attrazione turistica. di Mattia Clerico

 

Trapani, il consigliere Toscano "Recuperiamo la Torre di Marausa"
Da tp24.it del 7 febbraio 2020

Salviamo la Torre di Marausa, è questo l'appello che fa il consigliere comunale Massimo Toscano. La Torre che è un simbolo della frazione trapanese, realizzata nel XVII secolo è detta anche la "Torre di Mezzo", una delle tante torri costiere della Sicilia, attiva dal 1619 e nel secolo scorso utilizzata per scopi militari. Ad oggi è chiusa e abbandonata da tempo.

"Nel 2017 è stata affidata dall'agenzia del Demanio ad un privato per il riuso e la realizzazione di un B&B e quindi non più fruibile per il pubblico - afferma Toscano -.

Ad oggi il bene si trova ancora non utilizzato ed è rimasto chiuso senza che nessuno si sia premurato di salvaguardarlo. Nel frattempo sta cedendo alle intemperie risultando abbandonato al degrado più assoluto, nonostante vanti alle spalle una gloriosa storia. Non sono contrario all'utilizzo privato di un bene ma pur sempre quando questo avviene contestualizzato rispettandone la storia e le caratteristiche».

 

Ecco perché non è obsoleto il dibattito sulle basi Usa in Italia
Da ilprimatonazionale.it del 6 febbraio 2020

Roma, 6 feb – Lo scorso 3 gennaio, nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Baghdad, il generale iraniano Qassem Soleimani cade vittima di un raid voluto dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di concerto col Pentagono e apparati del cosiddetto Deep State americano. Muore così il secondo uomo più importante di Teheran, colui che nella guerra civile siriana e per contenere l’avanzata dell’Isis in Iraq ha guidato la Forza Quds a sostegno di Bashar al- Assad. In tutta risposta, la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, proclama tre giorni di lutto nazionale, definendo Soleimani un martire (shahid) e conferendogli, post mortem, il grado di Tenente Generale. Immediatamente si diffonde la preoccupazione che l’evento possa cambiare gli equilibri geopolitici del Medio Oriente mentre in Italia circola la notizia secondo cui il drone che avrebbe colpito l’auto su cui viaggiava il generale iraniano sarebbe partito dalla base aerea di Sigonella in Sicilia. Notizia poi smentita dal ministero della Difesa e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Le basi Usa in Italia

La vicenda fin qui narrata torna a sollevare una vecchia questione, quella sulle basi Usa, che divide in due opposte fazioni: chi, da un lato, sostiene la necessità di ospitarle sul territorio nazionale e chi invece le considera l’ennesimo sopruso di una potenza muscolare e prevaricatrice, una violazione della sovranità nazionale, un costo esoso, quello destinato alle attività di manutenzione, che grava sulle spalle degli italiani nonché un pericolo contro la nostra incolumità. Mentre si fa strada il timore che l’opinione pubblica – inebetita dalla frenesia degli acquisti in questa stagione di costi al ribasso, da notizie frivole come l’addio di Harry e Meghan alla Royal Family, o attenta com’è a seguire il tam tam mediatico su chi saranno i cantanti, gli ospiti e le soubrette del Festival di Sanremo – abbia completamente ignorato il riaffacciarsi di questo tema, tornato di attualità anche in occasione della crisi siriana e di quella libica.

In Italia, basi e installazioni militari Usa ufficialmente dichiarate sono 120, ma c’è chi parla pure di altre 20 basi totalmente segrete. L’Italia è la nazione in Europa che ha il numero maggiore di militari americani, e, quando nel resto d’Europa sono diminuiti, in Italia sono persino aumentati. Non ultimo, nelle basi di Aviano nel Friuli e Ghedi in Lombardia, sono presenti 90 testate atomiche. L’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA), anche detto “Accordo Ombrello”, ovvero il trattato che disciplina lo stato giuridico delle basi americane in Italia, è stato sottoscritto da Usa e Italia il 20 ottobre del 1954, in piena Guerra Fredda, quando si rese necessario creare un avamposto da cui poter contrastare la possibile invasione dell’Europa Occidentale da parte dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, e la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica, questa minaccia non esiste più, eppure gli armamenti nucleari sul territorio nazionale stanno ancora lì. Perché?

Riprendersi la sovranità militare

Perché dalla fine della Seconda Guerra mondiale, l’Italia, uscita sconfitta dal conflitto, firmando l’armistizio con le forze alleate, l’8 settembre 1943, ed entrando, successivamente, a far parte del Patto Atlantico, ha rinunciato alla propria indipendenza per firmare un patto non di alleanza ma di sudditanza agli Usa, prima potenza mondiale, che da oltre mezzo secolo influenza le nostre vite. Dunque, il dibattito sulla presenza militare americana sul nostro territorio non è obsoleto, ma è una questione della massima urgenza, poiché è a rischio la nostra sicurezza nazionale e perché è moralmente necessaria una lotta per la nostra sovranità militare. Mauro Bulgarelli, ex deputato dei Verdi, promosse, era il 2007, un referendum per smantellare qualsiasi armamento nucleare sul territorio italiano. Oggi, riproporre un referendum torna di attualità, ma il timore è che ancora una volta la nostra sia la voce di chi grida nel deserto. Viene allora in aiuto un adagio indiano: “Il fiume non va spinto, scorre da sé”. In altre parole, nonostante tutto, è più saggio non abbandonare la speranza che prima o poi i tempi saranno maturi per un cambio di paradigma.

Annarita Curcio

 

Susa: l’area della ex Polveriera a San Giuliano bonificata dall’amianto Terminate le operazioni di bonifica di tutte le coperture
Da lagendanews.com del 5 febbraio 2020

Susa ex polveriera militare

SUSA – L’area dell’ex Polveriera di più di sette ettari precedentemente del Demanio Militare e ora di proprietà comunale si trova alle porte di Susa sulla Statale 24 e versava da decenni in stato di totale abbandono. Il finanziamento complessivo originariamente era di 300 mila euro di cui 107 mila del Patto Territoriale e i restanti da fondi statali. Giuliano Pelissero Assessore al Patrimonio e ai Rapporti con le Frazioni spiega.

“Il progetto prende avvio con la firma dell’accordo in Municipio esattamente sei anni fa, nel 2014, tra l’ex Sindaco di Susa Gemma Amprino, l’allora Presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e l’allora Vice Presidente della Coldiretti Sergio Barone.

Siamo particolarmente soddisfatti della conclusione di una prima fase di un percorso importante che ha coinvolto l’area della ex Polveriera in località San Giuliano“.

 

Susa ex polveriera militare

ARRIVA LA SMART VALLEY

“L’intervento faceva parte del programma di opere denominato “Smart Susa Valley”. Passano gli anni, il Progetto in qualche modo si tiene in vita ma ridimensionato nelle cifre. Ora, da pochi giorni sono state finalmente portate a termine le operazioni di bonifica di tutte le coperture delle strutture presenti nell’area. Un’operazione concreta di difesa dell’ambiente che i cittadini della Frazione, così come di tutta Susa, attendevano da tanti anni. Di ambiente non ci si deve limitare a parlare ma occorrono fatti concreti e misurabili. Va sottolineato che si tratta di un’operazione prodromica a qualsiasi altra ipotesi di destinazione di quella vasta zona che ha avuto in passato una vocazione agro pastorale“.

UN RECUPERO

Conclude Pelissero. “Occorrerà inoltre ragionare sul recupero funzionale in particolare di due grandi strutture ivi presenti. Ricordo che un edificio è attualmente già utilizzato come deposito di materiale comunale e in disponibilità all’Ufficio Tecnico“.

 

Cosa vedere a Castel San Pietro Romano
Da siviaggia.it del 5 febbraio 2020

Il borgo di Castel San Pietro Romano sorge arroccato su una collina e guarda dall’alto dei suoi 763 metri di altezza il panorama del Monte Ginestro. Castel San Pietro si trova a meno di 50 chilometri da Roma ed è uno dei paesi più piccoli ma più pittoreschi del Lazio. Il suo centro storico ha giovato di un’importante rivalutazione nel 2017, che ha portato Castel San Pietro ad entrare a far parte dei Borghi più belli d’Italia e ad essere premiato come una delle 100 mete d’Italia. Il nome del villaggio è da attribuire all’apostolo Pietro, che in antichità si ritirò su queste colline, ma l’origine di Castel San Pietro risale al Medioevo: la popolazione dell’antica Praeneste, ora Palestrina, si mosse tra queste alture in cerca di sicurezza e di luoghi più facilmente difendibili dagli attacchi dei nemici. Oggi Castel San Pietro si gode il suo splendore e si presta a piacevoli soggiorni di relax e scoperta, tra stretti vicoli, scorci panoramici e antiche fortezze.

Cosa vedere a Castel San Pietro

Sul paese di Castel San Pietro domina indisturbata la Rocca dei Colonna, una spettacolare fortezza medievale che sembra fondersi alla perfezione con con l’ambiente circostante. Un vero gioiello architettonico del borgo, voluta dalla famiglia dei Colonna, il cui stemma campeggia ancora sull’arco d’accesso alla Rocca. La sua funzione difensiva è palese, data la sua posizione strategica che domina dal Monte Ginestro una vasta porzione del territorio sottostante: dalle sue mura si possono infatti godere panorami mozzafiato sui Colli Albani e Tuscolani e sui paesaggi della campagna romana fino a Tivoli ed ai Monti Lucretili.
Il terreno brullo e carsificato che circonda Rocca Colonna appare a dir poco splendido da lassù, specialmente al tramonto, quando il sole tinge di colori caldi i colli romani . La fortezza ha purtroppo vissuto anni di degrado, passando da essere punto militare strategico a palazzo residenziale fino ad essere infine completamente abbandonata. È stata però magistralmente restaurata nel 2000, ritornando alla sua antica maestosità. Tra gli edifici religiosi più importanti del borgo si annovera invece la chiesa di Santa Maria della Costa, risalente al XVIII secolo sulle antiche rovine di un monastero. Altra chiesa importante è quella dedicata a San Pietro Apostolo, che si affaccia sulla piazza principale del paese, Piazza San Pietro, e sorge anch’essa sui resti di una precedente costruzione romana.
Sempre sulla stessa piazza si erge una delle perle di interesse architettonico del borgo di Castel San Pietro, Palazzo Mocci: residenza nobiliare di una delle famiglie più importanti dell’area è oggi sede del Museo Virtuale Terra Nostra ed insieme ad altre zone del paese è stato location di diverse produzioni cinematografiche, tra le quali Pane, Amore e Fantasia di Luigi Comencini del 1953, con Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica e Marisa Merlini.
Da non perdere a Castel San Pietro anche le sue Mura Ciclopiche, di origine preromana e databili nel VI sec. a.C, costituite da grandi blocchi di pietra irregolari messi in opera a secco ancora in buona parte ben conservate e visibili. I dintorni di Castel San Pietro non sono meno suggestivi, ed ospitano una natura rigogliosa e numerosi sentieri escursionistici che si addentrano nelle campagne della periferia di Roma. A pochi chilometri dal centro si trova ad esempio la Valle delle Cannucceta, area naturale protetta dichiarata Monumento Naturale della Regione nel 1995, mentre al sud del paese della Rocca dei Colonna sorge Palestrina, una città d’arte dall’irresistibile fascino custode di opere artistiche dall’inestimabile valore.

Cosa mangiare a Castel San Pietro

Castel San Pietro mostra tutta la bellezza e l’autenticità delle aree limitrofe alla Capitale anche nella sua gastronomia: verace, genuina e assolutamente da non perdere. È impossibile passare da queste zone d’Italia e non assaggiare un piatto di bucatini all’amatriciana o una carbonara preparata secondo la ricetta originale. La cucina tradizionale di Castel San Pietro offre piatti succulenti della cucina romano-montana: si passa dagli gnocchi a coda de sorica per arrivare allo spezzatino, e passando per una squisita pasta e fagioli ci si può tuffare poi su della succulenta carne alla brace. Senza dimenticarsi di dare un morso ad un giglietto di Palestrina, per completare l’itinerario enogastronomico: un celebre biscotto secco, oggi presidio Slow Food, dal sapore caratteristico e dalla singolare forma a giglio, da cui prende il nome.

Il presepe vivente di Castel San Pietro

Nel poetico quadro di Rocca dei Colonna, prende vita nel periodo natalizio il Presepe Artistico a grandezza naturale.
Le rocce carsiche della Rocca accolgono pastori, animali ed una Natività vibrante di fascino. L’ambiente della fortezza e le formazioni naturali che la circondano diventano una location perfetta per mettere in scena un presepe d’eccezione che attira ogni anno decine di visitatori incuriositi dall’incanto dell’opera.

 

I borghi storici più belli del Veneto. Scopri le bellezze medievali per le tue gite fuoriporta in Veneto
Da veronawinelove.com del 4 febbraio 2020

Il Veneto è un territorio ricco di storia, tradizioni e arte. Vanta la presenza di numerosi borghi storici medievali e molti sono conosciuti come borghi più belli d’Italia. Antichi manieri e imponenti mura di cinta circondano piccoli centri storici dove il turista ha l’occasione di poter fare un salto nel passato. I borghi del Veneto si trovano in scenari geografici diversi tra loro: paesaggi collinari o alpini, circondati da vitigni o lungo le coste del lago. Allora, vediamo insieme i borghi storici medievali più belli della regione Veneto.

Arquà Petrarca: bandiera arancione del Turing Club e uno de “I Borghi più Belli d’Italia”

Arquà Petrarca è un borgo medievale che si trova a 26 km da Padova, immerso nel verde dei Colli Euganei. La sua storia e lo stesso nome sono legati al poeta Francesco Petrarca, che negli ultimi anni della propria vita volle stabilire la sua residenza proprio ad Arquà Petrarca.
Infatti, qui si può visitare la casa di Petrarca in via Valleselle, ancora immersa nel verde e contornata dagli orti di un tempo. Altro monumento legato alla memoria del poeta del Canzoniere è la Tomba del Petrarca, un’arca in marmo rosso di Verona, posta sul sagrato della chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Chiesa che nei secoli fu più volte rimaneggiata, e al suo interno spicca l’altare centrale, proveniente dall’Eremo del Monte Rua, opera di Francesco Rizzi.
Un’altra chiesa di particolare interesse è l’Oratorio della SS. Trinità, d’aspetto romanico, ad unica navata e con il tetto a capanna, inoltre, il tempio custodisce opere d’arte, fra cui tracce di affreschi. All’esterno della chiesa si trova la Loggia dei Vicari, realizzata in pietra locale. Era il luogo preposto alle riunioni e alla risoluzione dei problemi tra i capifamiglia ed i Vicari.
Un ultimo luogo legato al poeta è la Fontana del Petrarca, che esisteva già prima del suo al borgo medievale, alla quale egli era solito andare ad attingere l’acqua. Nel borgo alto di Arquà Petrarca invece, si trova Palazzo Contarini, realizzato in stile gotico veneziano del XV secolo e l’osteria “Del Guerriero”, ormai abbandonata.

Arquà Petrarca possiede un patrimonio storico e naturalistico inestimabile, infatti è considerato uno dei borghi più belli d’Italia e ha ricevuto il riconoscimento della Bandiera Arancione da parte del Touring Club Italiano, un marchio di qualità turistico- ambientale. Il borgo medievale è anche conosciuto dal punto di vista enologico, infatti la sua produzione di vini spazia dal rosso dei Colli Euganei, ai vini dolci da uve Moscato di vario ceppo. Arquà Petrarca è conosciuta anche per la produzione di olio e fa parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio. Un prodotto tipico da provare è la giuggiola, frutto ottimo per confetture, dolci e liquori.

Borghetto: tra “I Borghi più Belli d’Italia”

Borghetto è un borgo medievale che si trova in provincia di Verona, a 30 km dalla città scaligera. Fa parte, come frazione, del comune di Valeggio sul Mincio. La sua posizione geografica sul corso d’acqua tra Mantova e Verona ne ha fatto da sempre un luogo di passaggio e di confine, un villaggio di mulini che ad oggi è ancora molto apprezzato sia da turisti italiani che stranieri. Domina la scena del borgo il Ponte Visconteo, diga fortificata, realizzata nell’arco di due anni a partire dal 1393 su ordine di Gian Galeazzo Visconti.
Altrettanto punto di interesse è il Castello scaligero con la sua Torre Tonda, situato sulla collina nella vicina Valeggio sul Mincio. Il Ponte Visconteo e il Castello Scaligero, all’epoca del loro massimo splendore, facevano parte di un unico complesso difensivo fortificato, le due strutture erano infatti collegate da due cortine merlate. L’incuria e le guerre però non hanno saputo conservare intatto il patrimonio, nonostante ciò è stato riaperto un sentiero che scende dal castello lungo la collina fino al ponte- diga.
Da non perdere un assaggio dei tortellini di Valeggio, conosciuti anche con il nome di “nodo d’amore”. Il tortellino di Valeggio è infatti il protagonista della “Festa del Nodo d’Amore”, manifestazione enogastronomica che si tiene ogni anno il terzo martedì di giugno. Non può mancare una visita al vicino Parco Giardino Sigurtà, aperto alle visite da marzo a novembre e situato a Valeggio sul Mincio.

 

Cittadella e le sue Porte verso le città venete: cosa vedere

Cittadella si trova a nord di Padova ed è l’unico borgo in Europa a pianta ellittica, dove è possibile percorrere l’antico camminamento di ronda, lungo 1660 metri. La cinta muraria fu costruita nel 1220 dal comune di Padova per proteggersi dalla minaccia di Treviso. Il punto di inizio del camminamento delle mura di Cittadella è porta Bassano, dove si trova la biglietteria. Quattro sono le porte che si aprono in corrispondenza dei punti cardinali, rivolte verso le città limitrofe: Treviso, Padova, Vicenza e Bassano. Al punto d’arrivo del camminamento di ronda si trova la mole della Torre di Malta, ora sede del Museo Archeologico e punto panoramico su tutta Cittadella.
Passeggiando si può osservare il Palazzo Municipale o Palazzo della Loggia, edificio in stile gotico con un portico al piano terra che ospita gli stemmi dei podestà ed un leone di San Marco in pietra. Durante il camminamento di ronda si può visitare anche la Parrocchiale dei Ss. Prosdocimo e Donato, edificio di origine cinquecentesca, oggi dalle forme neoclassiche. Per le informazioni utili sulle mura di Cittadella visita il sito dell’ufficio turistico.
A Cittadella non mancano le tradizioni enogastronomiche. La polenta fa da padrona in tutte le sue versioni, gialla, bianca e persino dolce, con la torta chiamata “La Polentina di Cittadella”. Assieme alla polenta non possono mancare “gli osei” e vari tipi di cacciagione.

Marostica, la città degli scacchi. Cosa vedere

Marostica è un borgo medievale che si trova in provincia di Vicenza, città murata adagiata sulla fascia pedemontana.
Deve il suo aspetto fortificato alla dinastia degli Scaligeri che nel XIV secolo hanno fatto costruire il castello superiore sul colle Pausolino, il castello inferiore e la cerchia muraria di collegamento. Tra gli edifici di interesse ci sono appunto i due castelli di Marostica. Il Castello inferiore risale al 1312 e con i suoi merli, la pianta rettangolare e il mastio costituisce un esempio di architettura militare. Anche il Castello superiore risale al 1312, è di forma quadrata, con quattro torresini ai lati e una torre al centro.
Un tempo il maniero era dotato di un pozzo, tutt’oggi visibile nel cortile  interno, di una chiesa e di un affascinante mulino a vento. I due castelli sono collegati dalla cinta muraria che scendendo lungo il versante collinare disegna con il proprio perimetro una forma pentagonale.
Da vedere anche il Doglione, detto anche Rocca di Mezzo, che risale al medioevo e nel XIII secolo ebbe la funzione di casello daziario per le merci in entrata o di passaggio a Marostica.
Marostica è celebre in tutta Italia anche per la partita a scacchi, dove le pedine sono interpretate da personaggi viventi. È uno spettacolo folcloristico in costume di ambientazione storica, che si ripete ogni due anni il secondo fine settimana di settembre. Nel mese di maggio Marostica ospita la Festa della Ciliegia di Marostica Igp., una ciliegia rossa e polposa.

 

Montagnana: tra i “Borghi più Belli d’Italia”

Anche Montagnana sorge nel cuore della pianura padana, a 16 km dai Colli Euganei e 56 km da Padova. La cittadina di Montagnana è protetta da una cinta di mura tardomedievale realizzata verso la metà del Trecento per opera dei Carraresi, signori di Padova, spinti dalla necessità di contrastare il potere degli Scaligeri di Verona su quest’area.

Inoltre, ben 24 torri scandiscono la cinta muraria, lunga 2 km. Tutt’intorno, in passato, vi era un ampio fossato oggi trasformato in una distesa verde.
Uno degli accessi principali al borgo si trova in corrispondenza della Rocca degli Alberi, una pittoresca struttura difensiva medievale. Ancora più imponente è il Castello di San Zeno, opposto alla rocca. È possente con le sue alte mura e il Mastio che sfiora i 40 metri di altezza. Oggi ospita il Museo Civico “Antonio Giacomelli”, la biblioteca civile e il Centro Studi sui Castelli.
A dominare il centro di Montagnana c’è il Duomo, affacciato alla piazza principale, eretto tra il 1431 e il 1502. Le linee sono tardo-gotiche ma riportano modifiche del tardo Rinascimento. Sulla stessa piazza si trova Palazzo Valeri e l’antico Monte di Pietà. Proseguendo in via Matteotti ci si imbatte nel palazzo Magnavin-Foratti, in stile gotico-veneziano.

Uscendo da Porta Padova ci si trova di fronte a Villa Pisani, capolavoro del Palladio, decorata dalle sculture di Alessandro Vittoria. La villa è tra i beni patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Montagnana è anche conosciuta per la Festa del prosciutto crudo dolce che si tiene nel mese di maggio e il Wine Festival di giugno.

Soave: il Castello, il borgo e il vino Soave

Ai piedi dei Monti Lessini sorge Soave, borgo medievale dominato dal castello e circondato da mura merlate alla ghibellina, scandite da 24 torri. Il castello scaligero è una struttura militare realizzata nel medioevo, costituita da un mastio circondato da tre cortili e dalle mura, che scivolano lungo il monte e circondano il centro di Soave.
Addentrandosi nel borgo di Soave si trovano il Palazzo di Giustizia del XIV secolo e il Palazzo Scaligero del XIV secolo, oggi sede municipale. Tra le chiese spicca il Santuario di Santa Maria della Bassanella, all’interno del quale sono presenti degli affreschi del XIV secolo. La chiesa principale del centro è la Parrocchiale di San Lorenzo, mentre lungo la salita al castello si trova la Chiesa di Santa Maria dei Domenicani.

Visitando Soave non può mancare una visita ad una cantina, con una degustazione dei vini locali, il Soave il Recioto. A Soave, la terza domenica di settembre c’è la Fiera dell’Uva che festeggia il momento della vendemmia.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello o Palazzo Marchesale di Lizzano
Da lavocedimaruggio.it del 4 febbraio 2020

Secondo l’ipotesi più diffusa, il primo nucleo del Castello di Lizzano, corrispondente all’attuale ala nord – occidentale, risalirebbe al XII secolo, sotto la dominazione normanna, mentre la parte sud – orientale sarebbe stata edificata durante la successiva epoca sveva. Secondo altri, invece, la suddetta ala sud – est sarebbe stata costruita nel XV secolo. Posta alle pendici di un poggio su cui nel tempo si è sviluppato il paese, la struttura si presenta priva di strutture tipiche medievali come ad esempio torri, mura di cinta e fossati.

Passato attraverso la proprietà di diversi signori, tra cui i Chyurlia, i De Raho ed i Clodino, che hanno avuto il feudo di Lizzano, il castello è stato nel corso dei secoli più volte ampliato e modificato. Nel XVII secolo, quando il paese era feudo della famiglia ducale Clodino, la struttura, all’epoca conosciuta come Palazzo del Duca, conobbe un periodo di grande splendore. Caduto definitivamente il feudalesimo sotto la signoria dei marchesi della famiglia Chyurlia, il maniero fu acquistato da diversi proprietari che, con incauti interventi, ne hanno stravolto l’aspetto.

Il complesso ha una pianta all’incirca quadrangolare, con un piccolo atrio della stessa forma all’interno, e si presenta piuttosto severo nel suo aspetto. La parte più antica è rappresentata dalla torre. Uno scalone consente di raggiungere il piano nobile, caratterizzato da sale ampie e spaziose e piuttosto sobrie e severe. Tra l’altro è possibile scorgere le tracce del cosiddetto Pozzo della Morte, l’abisso in cui venivano gettate le vittime ed i cui resti potrebbero ancora essere presenti sul fondo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Il Castello Normanno Svevo, la maestosa fortezza simbolo di Bari scrigno d'arte e di storia
Da baritoday.it del 4 febbraio 2020

Posto a difesa dell’ingresso principale della città, a pochi passi dalla Cattedrale, accoglie oggi i visitatori prima di addentrarsi tra i vicoli del centro storico

Chi arriva a Bari ne rimane incantato: il maestoso Castello Svevo come un grande capitano difende la città ma allo stesso rappresenta la storia della nostra magnifica città, Bari, capoluogo della Puglia ricca di storia e tradizione. Edificato dai Normanni nel XII secolo e restaurato per volere di Federico II attorno al 1230, il Castello Svevo di Bari è oggi sede della Soprintendenza Regionale. Il Castello Normanno Svevo di Bari è la fortificazione simbolo di Bari, sede della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici e Storici della Puglia. Posto a difesa dell’ingresso principale della città, a pochi passi dalla Cattedrale, accoglie oggi i visitatori prima di addentrarsi tra i vicoli del centro storico.

Un po' di storia

Il Castello svevo di Bari è un’imponente fortezza risalente al XIII secolo, oggi adibito a sede museale; ubicato ai margini del centro storico, nei pressi dell’area portuale e della Cattedrale, con la sua mole rappresenta uno dei più importanti e noti monumenti della città. Storicamente attribuito al re normanno Ruggero II, il Castello sorge nel 1131 su preesistenti strutture abitative bizantine e, dopo il duro intervento di Guglielmo I il Malo, viene recuperato da Federico II di Svevia tra il 1233 e il 1240.
Nella seconda metà del XIII secolo, Carlo d’Angiò attua un programma di restauro mirato a rinforzare l’ala nord del Castello, al tempo lambita direttamente dal mare. Il nucleo normanno-svevo è a pianta trapezoidale, con una corte centrale e tre alte torri angolari fortemente bugnate. Superando la torre sud-occidentale, detta dei Minorenni per averne ospitato la sezione carceraria nel XIX secolo, si incontra l’ingresso originale, il portale federiciano che conduce nel cortile centrale. Qui oggi affacciano tre saloni ed una piccola cappella dalle forme classiche. Nel XVI secolo, Isabella D’Aragona e la figlia Bona Sforza trasformano radicalmente il Castello, adeguandolo allo sviluppo dell’artiglieria pesante con la costruzione di una possente cinta muraria bastionata intorno al nucleo normanno svevo, e allo stesso tempo ingentilendo l’interno del complesso. In questa fase l'interno del Castello assume l’aspetto di una dimora rinascimentale, con un’elegante e scenografica doppia rampa di scale che collega il pian terreno ai grandi saloni del piano nobile.
Nei secoli a seguire, in particolare durante la dominazione borbonica, il Castello subisce un sostanziale abbandono, divenendo prima carcere e poi caserma. Solo nel 1937 diventa sede della Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie di Puglia e Basilicata.

Nel 2017, a seguito di lavori di restauro e musealizzazione, gli uffici della Soprintendenza vengono trasferiti e il Castello viene integralmente restituito alla pubblica fruizione.

 

Quaderno 4 - Torre Borraco
Da lavocedimanduria.it del 3 febbraio 2020

Francesca Dinoi

<La torre si trova in contrada Bocca di Boraco, a guardia dell’omonimo torrente di acqua dolce nel comune di Manduria. Nel sistema delle torri costiere costruite nel XVI secolo ricadenti nella provincia di Taranto, la torre Borraco é compresa tra Torre S. Pietro e Torre delle Moline. Costruita per difendere un territorio a rischio di invasioni dal mare, attraverso l’intervento di restauro la torre Boraco ha riacquistato la sua originaria funzione di presidio nel territorio costiero, perdendo l’accezione militare per diventare un punto di vista privilegiato per la contemplazione del paesaggio.>

Committenti D’Ayala Valva | D’Alessio
Progetto e Direzione lavori Gloria A. Valente, Lorenzo Netti, Vittorio Carofiglio
Cronologia Progetto preliminare 2005 | Progetto definitivo 2010 | Progetto esecutivo 2012 | Realizzazione 2013
Riconoscimenti APULIA MARBLE AWARDS 2013 – Sezione Architettura – Primo premio
Materiali lapidei utilizzati Carparo | Bronzetto di Apricena | Pietra di Cursi, http://www.nettiarchitetti.it/portfolio/torre-bora...

«La torre versava in un grave degrado: la parte basamentale dell’edificio ed in particolare i quattro cantonali esterni erano fortemente deteriorati e presentavano importanti sbrecciature ed ammanchi di materiale. Inoltre i crolli subiti dagli elementi di coronamento e di gran parte delle caditoie, così come l’implosione della volta e della copertura, avevano ulteriormente deteriorato la statica del manufatto evidenziando fenomeni di distacco delle pareti. All’interno del vano al primo piano era cresciuta una rigogliosa vegetazione spontanea e addirittura un grande albero di fico.
Lo stato di rudere ed il crollo della volta hanno permesso di studiare e meglio comprendere le tecniche costruttive adottate per le torri costiere. Il materiale crollato ed accumulato alla base della torre e all’interno del vano è stato recuperato e selezionato per essere riutilizzato nel restauro ed ha rappresentato il modello di riferimento per la scelta del nuovo materiale integrativo. I beccatelli crollati hanno messo in mostra la tecnica costruttiva della controscarpa: conci di tufo carparo sono stati collocati di testa nella muratura di parete formando l’ammorsamento per incastrare a spina i conci che completavano all’esterno la mensola di appoggio per la caditoia. La volta, ad un solo filare di tufo carparo posti di piatto, presentava sull’estradosso un riempimento di pietrame misto sciolto. Nelle operazioni di restauro, si è inizialmente intervenuti sul piano fondale e risarcendo la muratura espulsa; si sono riconnessi i filari di tufo mancanti agli spigoli, punto di accumulo di tensioni, ammorsandoli alla base attraverso l’inserimento di conci nuovi e/o di recupero attraverso la tecnica del cuci-scuci.

Sulla base degli elementi ancora esistenti si è proceduto alla ricostruzione delle murature della controscarpa superiore e dei beccatelli, delle archibugiere e delle caditoie, nonché del toro marcapiano di coronamento. Laddove non si è potuto riutilizzare il materiale di spolio si è utilizzato tufo carparo di Alezio con stilatura dei giunti con malta di calce idraulica naturale, inerti silicei, polvere di tufo e cocciopesto. Una leggera velatura a latte di calce lievemente pigmentata e tonalizzata con terre esclusivamente naturali armonizza, pur senza mistificare la sua origine posteriore, il nuovo materiale con quello preesistente. La pavimentazione della copertura è stata realizzata con lastre di Pietra di Cursi, mentre quella interna in battuto di cocciopesto.
Completata la fase di restauro si è passati alla integrazione della preesistenza con un nuovo elemento costituito da un corpo scala per accedere alla quota +5,50 m. Il nuovo intervento è stato concepito come un “blocco lapideo compatto” e riconoscibile nella sua forma, una sorta di “proliferazione” dalla “torre madre” da cui, prendendone la materia, se ne distacca fisicamente in maniera netta pur portandone con sé la traccia dell’inclinazione in alzato (parallelo alla torre). Due setti murari portanti, in blocchi di carparo posti di piatto, delimitano la sequenza di gradini a tutto masso di Bronzetto di Apricena, monoliti sagomanti in modo tale da essere sovrapposti uno all’altro a incastro in un’apposita sella di appoggio. Giunti alla sommità, la rotazione di 90° segna un cambio di materiale. Sulla mensola del blocco lapideo, costituita da una “piega” del blocco stesso, si àncora un ponte in acciaio COR-TEN, che irrompe fino all'uscio come materia viva, già corrotta dalla ruggine. Il cambio del materiale segna questa distanza tra i due elementi in dialogo e funge da “giunto” dilatato oltre misura. Compreso tra lastre di acciaio da 8 mm di spessore e alte 120 cm il ponte, con doghe di larice, conduce all’accesso. Una prima porta/pannello, anch’esso in acciaio COR-TEN (scelta questa dettata, vista la localizzazione, dalle specifiche sue caratteristiche) è a protezione di una porta in acciaio e vetro. Questa, così come i due infissi delle finestre interne, è in lamiera di acciaio da 5 mm pressopiegata e saldata, realizzata su disegno, ed è in battuta contro lo stipite di pietra in modo da risultare invisibile dall’esterno. L’ultimo intervento sarà affidato al tempo. All'azione corrosiva e levigatrice del mare e del vento così come ai muschi ed il licheni che potranno proliferare sulla pietra, sul tufo e su tutta la materia viva che incontreranno.»

https://www.archilovers.com/projects/83966/recupero-e-riuso-di-torre-daboraco.html

«Ristrutturare un rudere del 500 con un tocco di modernità e, dopo aver lottato a lungo contro la Soprintendenza, vedere il proprio lavoro riconosciuto dalla prestigiosa Biennale di Venezia. É la piccola impresa portata a termine da tre architetti baresi: Lorenzo Netti, Gloria Valente e Vittorio Carofiglio, che hanno guidato il restyling di Torre Borraco, suggestiva struttura posta a pochi passi dal mar Ionio. L'edificio si trova nel territorio di San Pietro in Bevagna, frazione di Manduria, in provincia di Taranto. Il progetto rientra tra i 67 studi esposti nel padiglione italiano della rassegna, scelti su un totale di cinquecento candidature. Ai selezionatori è piaciuta l’aggiunta di una moderna e innovativa scalinata esterna che permette oggi di accedere al piano superiore della torre di avvistamento: un elemento questo addirittura assente nella conformazione originaria. La novità, documentata con una serie di fotografie dettagliate, ha così fornito un tratto distintivo a uno storico immobile che sembrava destinato al degrado.

Del resto per il 2018 la famosa rassegna d'arte contemporanea, in programma dal 26 maggio al 25 novembre, ha voluto celebrare proprio il "minuscolo" dell’Italia: si è dato cioè spazio a microinterventi effettuati in paesi di provincia, spesso trascurati, a discapito delle "solite" grandi opere realizzate nelle aree urbane più popolate. Ma torniamo alla torre. "Si tratta di uno stabile in “pietra di carparo” alto 12 metri - spiega Netti -, usato secoli fa come postazione di vedetta per difendersi dai pirati saraceni. Al piano superiore si accedeva tramite una rudimentale scala interna, sfruttata dai guardiani che, in caso di pericolo, accendevano dei fuochi per "avvisare" il territorio circostante. Anni e anni di abbandono l'avevano però ridotto in rovina". La svolta arriva nel 1998, anno in cui si decide di far partire i lavori di restauro. "Di torri del genere ce ne sono diverse in Puglia - prosegue l'esperto -, normalmente in mano allo Stato e riadattate a casermette della Guardia di Finanza o a ponte radio, come per la costruzione presente a Santo Spirito. Nel "nostro" caso invece l'immobile appartiene a privati: le famiglie nobili D'Ayala Valva e D'Alessio, che alla fine degli anni 90 hanno finanziato la ristrutturazione con 150mila euro".
Nonostante i fondi, il cantiere si è però chiuso solamente nel 2012. "La particolarità  della nostra idea – continua Netti - consisteva nell'introdurre una nuova rampa esterna dall’aspetto contemporaneo. Un'innovazione che tuttavia si è a lungo scontrata con le certezze della Soprintendenza ai beni architettonici: secondo loro lo stabile, seppur semidistrutto, sarebbe dovuto rimanere così com’era". Ma dopo anni di “lotte” finalmente è arrivato l’ok dell’ente pubblico. "Gradualmente le norme in materia di recupero sono diventate meno stringenti - evidenzia Gloria -. Anche se siamo stati costretti a diverse modifiche in corso d'opera, soprattutto riguardo al tetto". E alla fine però i tre architetti sono riusciti concretizzare il loro piano, ammodernamento compreso. "La scala, realizzata in pietra, è staccata dal corpo dell’edificio - sottolinea la Valente -. A collegarla con la torre c'è un ponticello rossiccio di corten, tipologia di acciaio preossidato particolarmente resistente. Si tratta di una novità che amiamo definire "iconema", cioè un elemento che risalta a tal punto da renderlo tratto distintivo di un determinato paesaggio». In effetti, anche se chiusa al pubblico, la struttura è diventata un punto di riferimento per i turisti che affollano San Pietro in Bevagna durante l'estate. "Su internet abbiamo scovato un gruppo di camperisti austriaci che si danno appuntamento proprio nei pressi della costruzione - conclude Vittorio -. La chiamano "torre con la scala fuori": segno che siamo riusciti a trasformarla in qualcosa di veramente insolito".»

Antonio Bizzarro su Barinedita.it

 

Il Monte Cifalco e i fortini tedeschi della seconda guerra
Da frosinonetoday.it del 3 febbraio 2020

Con Itinarrando L'arte di camminare raccontando sabato 8 febbraio alle ore 9,30 trekking a S. Elia Fiumerapido per l'escursione " I fortini tedeschi della seconda guerra e il Monte Cifalco". La linea Gustav fu una linea fortificata difensiva approntata in Italia con disposizione di Hitler del 4 ottobre 1943 dall'organizzazione Todt durante la campagna d'Italia nella seconda guerra mondiale Uno dei luoghi che i tedeschi prepararono minuziosamente è il monte Cifalco. Alto 947 metri e posizionato una decina di chilometri a nord di Cassino dove inizia la valle del Rapido, esso domina il valico tra due valli che puntano a nord: quella del Rapido e la valle d’Atina. Qui lungo la salita vi sono ancora - visitabili - le fortificazioni tedesche.

Dettagli e prenotazioni: 380 765 18 94 sms whatsapp telefono

*Obbligo di scarpe da trekking!

-> Guida: -> GUIDA: Alex Vigliani, Guida Ambientale Escursionistica AIGAE operante ai sensi della legge 4/2013 con codice - LA465 - Libero professionista con Partita Iva 03095230607
--> Aiuto Guida: Supporto Itinarrando

Numero max partecipanti 25

*Possibilità condivisione auto
*Obbligo scarpe da trekking.
Appuntamento finale:
ore 9,00 - (Luogo preciso da comunicare in fase di prenotazione)
Appuntamenti intermedi per codnivisione posti auto: è buona norma dividere le spese di viaggio tra gli occupanti dell'auto condivisa.

Roma secondo prenotazioni
Frosinone ore 8.00 Madonna della Neve, Bar Cinzia -
Altri luoghi di incontro a seconda delle prenotazioni e disponibilità

Dettagli tecnici:
Lunghezza: 6 km
Dislivello: 300 m
Difficoltà: E - Percorso senza grandi difficoltà ma che presenta comunque alcuni passaggi scomodi.
Ragazzi: dai 18 anni in su
Amici a 4 zampe: sì (al guinzaglio con animali al pascolo)
Le tre A per l'escursione:
Abbigliamento Attrezzatura Alimentazione
Scarponcini da trekking obbligatori
Bastoncini da trekking altamente consigliati!
Pantaloni lunghi, cappellino o copricapo, vestiario a strati da maglietta a maniche corte/a strato intermedio/a giacca antivento all'occorrenza, giacca antipioggia.
Occhiali da sole
Nello zaino (20/30 L)
Acqua (2 l minimo), magliette di ricambio, guanti e cappello di lana, pile leggero, crema protezione solare, luce frontale o torcia.
Alimentazione:
Snack energetici
Barrette, frutta secca, frutta, per il pranzo al sacco consigliati pasti leggeri e facilmente digeribili.
Accessori utili: binocolo, macchina fotografica, scarpe di ricambio da lasciare in auto, taccuino e penna per appunti di viaggio, tessera fedeltà di Itinarrando per raccolta timbrino.
Sicurezza:
Itinarrando utilizza PRM canale 8/16 in collegamento con Rete Radio Montana
Le guide e gli accompagnatori volontari di Itinarrando sono dotati di corso BLSD e Primo Soccorso.
*Per partecipare è necessario essere o diventare soci 2020 dell'Associazione Culturale Itinarrando (quota associativa 5 euro, convenzione CAPIT/UNIPOL)
*L'attività proposta prevede un contributo di giornata comprensivo di guida ambientale escursionistica AIGAE di 10 euro
L'associazione culturale Itinarrando si rivolge solo a guide professioniste per le proprie visite guidate e per le escursioni in natura, ha una sede fisica autofinanziata, gestisce una libreria liberamente consultabile da tutti gli associati tutti i giorni, promuove attività con ospiti nazionali e non e partecipa a progetti per la salvaguardia e promozione dell'ambiente e del territorio in genere.

 

Torrelunga, antiche mura a rischi crollo: l'Ailanto va estirpato
Da giornaledibrescia.it del 1 febbraio 2020

Il crollo di dicembre: il baluardo della Pusterla, caduto per l’Alianto - © www.giornaledibrescia.it

Le sue radici hanno infestato con arroganza una pietra millenaria dopo l’altra, insinuandosi tra le fessure e gli interstizi nel tentativo di scardinare le antiche mura. Tanto che i tecnici del settore Edilizia monumentale sono sulle sue tracce ormai da mesi.

Lo hanno cercato, rintracciato, osservato e hanno studiato un piano per dargli la caccia.

Specie perché «lui», l’Ailanto, il loro nemico numero uno, li ha bruciati sul tempo già una volta, quando nel mezzo di dicembre ha sbriciolato una parte della muratura del baluardo della Pusterla: la sua caduta...

 

Per oltre duemila anni la città si è sviluppata fino al perimetro della cinta rinascimentale
Da ilpiacenza.it del 1 febbraio 2020

di Renato Passerini

La città di Piacenza, ha ricordato il professor Fausto Fiorentini nel primo appuntamento culturale 2020 della Dante Alighieri, ospitato nella sede della Famiglia Piasinteina, fu fondata nel 218 a.C., quando i Romani diedero vita alla colonia di "Placentia" articolata a scacchiera attorno al Decumano (l’odierna via Roma) e al Cardo (le attuali vie San Francesco e X Giugno). La città si sviluppa nel primo millennio e nei secoli successivi a raggiera verso le quattro valli fino alle mura rinascimentali fatte edificare dal 1525 da Papa Clemente VII. Dal 1545 al 1923 anche i nuovi insediamenti urbanistici rimarranno all’interno delle mura a causa della “Tagliata”, l’ordine impartito nell’ottobre 1545 dal duca Pier Luigi Farnese che, a scopo difensivo, proibiva l’edificazione di qualsiasi manufatto e le coltivazioni per un raggio di circa 1400 metri tutt’intorno alla cinta muraria, alfine di poter individuare potenziali attacchi di truppe nemiche e vanificare le gittate dei loro cannoneggiamenti.

Nei secoli successivi oltre i confini della “Tagliata”, presero via via consistenza vari insediamenti abitativi: San Lazzaro, Sant’Antonio Trebbia e Mortizza che, cresciuti d’importanza, avevano ottenuto da Napoleone (10 settembre 1812) la stessa autonomiaamministrativa del comune di Piacenza. Nei primi anni del Novecento la città che contava oltre 40 mila abitanti, ambiva a espandersi, oltre le mura, ove erano sorti insediamenti quali il Camposanto, la Stazione ferroviaria e alcuni servizi collegati al macello. Le sue aspirazioni erano però bloccate dalla netta opposizione degli amministratori dei comuni “contermini” i cui confini arrivavano fin sotto le sue mura e avevano sul proprio territorio attività industriali di rilievo quali il Cementificio alla Farnesiana, il Consorzio Agrario sulla direttrice per S. Lazzaro dove avevano sede anche le Officine meccaniche piacentine, aziende che contavano centinaia di dipendenti la maggior parte dei quali risiedeva a Piacenza. La situazione volgerà a favore di Piacenza quando nel1923 il suo Podestà Bernardo Barbiellini Amidei, otterrà dal Governo Mussolini il Regio Decreto n.1729 il cui testo stabiliva l’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant’Antonio Trebbia e Mortizza. In realtà “l’unione” aveva di fatto determinato la soppressione dei comuni contermini e Piacenza vedeva accresciuta notevolmente la superfice del suo territorio e in pectore la popolazione.

La Diocesi di Piacenza fu tra le prime istituzioni a capire i futuri sviluppi della città e già nel 1926 il vescovo Menzani intuisce che a est della città alcuni insediamenti isolati tra vaste distese di campi quali la “Baia del Re” e “Molino degli Orti”, hanno notevoli prospettive di sviluppo e così il 16 giugno 1927 istituiva la parrocchia del Corpus Domini con relativa chiesa e canonica: un fabbricato di legno esteso a piano terra collocato tra le vie Farnesiana e Casati. Seguirà nel novembre 1929 la costruzione dell’attuale tempio, mentre l’espansione cittadina proseguirà sempre a raggiera con una notevole accelerazione nella seconda metà del secolo scorso.

Nell’articolato dibattito seguito alla conversazione di Fiorentini è stato accennato anche alla migliorata sensibilità della comunità verso la conservazione delle vestigia del passato, evidenziando, riguardo alla zona Farnesiana - S. Lazzaro l’opportunità di un intervento trso a valorizzare le due colonne della “Tagliata” ancora esistenti.

Sull’’argomento Colonne della Tagliata ricordiamo l’articolo:

https://www.ilpiacenza.it/attualita/la-colonna-emblema-della-tagliata-di-pier-luigi-farnese-sara-restaurata-dall-ente-farnese.html