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Fortezze di Puglia: Il Castello o Palazzo Baronale di Collepasso
Da lavocedimaruggio.it del 28 febbraio 2020

Il primo nucleo del Castello o Palazzo Baronale di Collepasso risale all’epoca bizantina e probabilmente si trattava di un fortilizio, successivamente riadattato sotto le dominazioni normanna e sveva. Tuttavia l’attuale struttura venne costruita nella seconda metà del XVI secolo da Pietro Massa sulla preesistente fortezza. Nel corso dei secoli vennero effettuati diversi lavori di ampliamento e ristrutturazione, culminati nel XVIII secolo per volere dell’allora Signore di Collepasso, il Barone Oronzo Leuzzi. Durante la Signoria della Baronessa Aurora Leuzzi, la struttura divenne il centro di importanti attività culturali. Nel 1987 il Palazzo è divenuto proprietà del Comune che, dopo alcuni lavori di restauro negli anni 1992 e 2006, lo ha adibito ad attività culturali ed artistiche.
La struttura si presenta a pianta quadrangolare e si sviluppa su due piani. Accanto al corpo centrale si snodano due ali ai lati, in linea con lo stesso ma più basse. In alto la facciata principale presenta un piombatoio e diversi beccatelli, inoltre nella parte centrale si distinguono delle merlature sul terrazzo, corrispondenti probabilmente alla parte più antica della struttura. L’accesso è garantito da due portali sul prospetto principale: quello a sinistra, che consente l’accesso in un ampio locale con volte a botte e pavimentazione in chianche di Cursi, mentre quello a destra permette l’ingresso in un atrio con volte stellate e da qui attraverso un secondo portale si giunge all’ampio cortile interno quadrangolare. Intorno al suddetto cortile si articolano diversi ambienti, un tempo adibiti a locali di servizio, tutti con volte a botte mentre dall’atrio di ingresso una scalinata permette di accedere al piano nobiliare, che occupa soltanto i versanti sud ed ovest, le cui ampie stanze risalgono al XVIII secolo.

Il Palazzo Nuovo, ubicato in Piazzetta Cristoforo Colombo, così chiamato per distinguerlo da quello Baronale, è più recente, risale infatti alla prima metà del XIX secolo per volere del Conte Bartolomeo Alberti e della Baronessa Aurora Leuzzi, ed è attualmente abitato dai loro discendenti.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Lucignano e le sue fortificazioni, presentazione del libro con Eugenio Giani. Regione e Comune insieme per il recupero
Da sr71.it del 28 febbraio 2020

Sabato 29 febbraio alle ore 16.30 nella sala don Enrico Marini (ex Corpus Domini), piazza San Francesco – Lucignano, alla presenza del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani, della Vice Presidente Lucia De Robertis, del Sindaco di Lucignano Roberta Casini e dell’assessore alla cultura Serena Gialli con la moderazione di Guido Perugini, verrà presentato il libro scritto da Fabiano di Banella dal titolo “Lucignano le sue fortificazioni e altro”.

La pubblicazione è stata resa possibile con un contributo della Regione Toscana e di alcuni sponsor quali L.F.I., Aretina Marmi e Associazione Maggiolata.

Lucignano, le sue fortificazioni e altro, la presentazione del libro.

Le interviste al sindaco Roberta Casini, alla vice presidente del Consiglio regionale della Toscana Lucia De Robertis, all’autore Fabiano Di Banella e al presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani

 

Russia, sistemi missilistici teleguidati C-350 Vityaz messi a disposizione delle forze aerospaziali
Da sputniknews.com del 26 febbraio 2020

Il nuovo sistema di difesa aerea a medio raggio è stato già testato presso la base militare delle forze aerospaziali russe, a Gatchina.

Le Forze aerospaziali russe hanno ricevuto il primo sistema di difesa missilistico teleguidato C-350 Vytyaz, rende noto il Ministero della Difesa di Mosca. Il nuovo sistema di arma è già pervenuto presso la base militari di Gatchina, dove è stato testato in uno scenario di ricerca e distruzione del bersaglio:

"Il C-350 ha dimostrato tutte le proprie qualità, distruggendo con i suoi lanci teleguidati un nemico immaginario e riprendendo immediatamente la posizione", hanno dichiarato fonti ministeriali ai media russi.

Il C-350 Vityaz

I sistemi di difesa aerea a medio raggio S-350 Vityaz sono progettati per proteggere le moderne e promettenti armi da attacco aereo da attacchi massicci. Esso è in grado di riflettere simultaneamente gli attacchi di varie armi aeree ad altitudini elevate. Può funzionare sia autonomamente che come parte di una difesa aerea a più strati. L’azione di combattimento dell'S-350 è completamente automatica.

Il sistema è un lanciatore semovente che funziona in combinazione con un radar a tutto angolo con scansione elettronica dello spazio e un posto di comando basato sul telaio di un'autocarro VAZ.

Le munizioni del complesso comprendono missili a medio raggio utilizzati nei sistemi di difesa aerea S-400 e missili a corto raggio. Per la prima volta, il sistema è stato presentato al pubblico al forum Armya-2019.

 

Le Gallerie del Rivellino a Palmanova fanno il boom di visitatori
Da ilfriuli.it del 26 febbraio 2020

Nel 2019, +27% rispetto all’anno prima. Maggiore afflusso nei mesi di marzo, aprile, settembre e ottobre

Sono state riaperte da due anni e già sono un punto di riferimento nell’offerta turistica della città stellata, patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO. Le Galleria di contromina 2R del Rivellino, segnano un aumento di visitatori in doppia cifra: +27% rispetto allo stesso periodo del 2018.
Da aprile a dicembre 2018, segnavano 3.412 visitatori, nello stesso periodo del 2019, 4.678. I mesi di maggiore afflusso sono quelli primaverili e quelli autunnali, marzo-aprile e settembreottobre. Nell’intero 2019, dati alla mano, si sono registrati in totale 6.542 visitatori.
“Sono numeri destinati a salire di anno in anno, sia grazie alla costante promozione turistica che cerchiamo di sviluppare sia grazie all’annuale ampliamento delle aree di visita. Vogliamo valorizzare i Bastioni proponendo esperienze, raccontare come sono stati realizzati, come vivevano i soldati e come si muovevano le truppe, le tecniche ingegneristiche e le tattiche militari. Questo sistema di gallerie e forticazioni rientra in un più ampio progetto complessivo di valorizzazione dei Bastioni che di anno in anno stiamo sviluppando e ampliando”, commenta il Sindaco di Palmanova Francesco Martines.

È di due anni fa (il 29 dicembre 2017) l’inaugurazione ufficiale del percorso di visita attrezzato e illuminato delle Gallerie del Rivellino. Tutta la cinta bastionata di Palmanova è percorsa, nel suo sottosuolo, da un sistema di gallerie, alcune delle quali percorribili e visitabili. Quelle costruite all’interno dei rivellini furono chiamate gallerie di contromina perché all’occorrenza potevano essere minate e fatte esplodere per danneggiare i nemici in avvicinamento. Realizzate dal Provveditore Generale Girolamo Corner, nel 1675, hanno una profondità di 9 m e si snodano per diverse centinaia di metri sotto terra.
L’area attrezzata, lunga circa 250 metri, è visitabile ogni sabato e domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17 (in orario invernale) o dalle 16 alle 19 (in orario estivo). Informazioni e aperture infrasettimanali per gruppi, solo su prenotazione, telefonando allo 0432 92 48 15.
A ottobre 2018 fu riaperta alle visite guidate la prima delle due logge di Baluardo Donato, quella dotata di galleria di Sortita. Agli angoli di ogni baluardo, gli orecchioni, i costruttori della Fortezza realizzarono due logge per i soldati. Quella collocata sul lato sinistro del baluardo è dotata di una rampa di sortita che collega direttamente all’esterno delle fortificazioni. Questa veniva utilizzata per i movimenti delle truppe, anche dotate di picche fino a sei metri di lunghezza, e per le milizie a cavallo.
Ad aprile 2019 viene riqualificata e riaperta anche la seconda loggia, utilizzata dalle truppe come posto di guardia e di ricovero, con la relativa riservetta destinata al deposito di polveri, oltre ad un doppio nuovo belvedere panoramico sulle fortificazioni. Si completa così la riqualificazione del Bastione meglio conservato della Fortezza di Palmanova, tra Porta Cividale e Porta Udine.
“Abbiamo ancora molto da fare ma ci stiamo impegnando quotidianamente per dare il giusto valore ad un patrimonio straordinario come quello dei Bastioni. Stiamo lavorando per ampliare l’offerta di visita, permettendo a sempre più persone di accedere alle zone attrezzate e migliorando l’esperienza attraverso materiali informativi e multimediali, oltre alla realizzazione di audioguide multilingue. Abbiamo anche organizzato, assieme all’Associazione Amici dei Bastioni, una serie di eventi musicali per far vivere innovovative esperienze al pubblico. Anche i principali eventi cittadini vengono utilizzati come vetrina, realizzando visite guidate ad hoc”, aggiunge Luca Piani, assessore comunale con delega ai Bastioni.

 

Fortezze di Puglia: La Casa dei Cavalieri di Malta di Bitetto
Da lavocedimaruggio.it del 25 febbraio 2020

Sono molto scarse le notizie che possediamo in merito alle origini della presunta Casa dei Cavalieri di Malta a Bitetto, al punto che la stessa attribuzione all’Ordine è legata più alla tradizione popolare che non alla realtà storica. A vantaggio di tale ipotesi ci sarebbe l’appartenenza, di recente scoperta, agli Ospitalieri di una masseria nei dintorni del paese, oltre alla presenza di una croce a otto punte scolpita all’ingresso dell’antico Hospitale di San Giacomo, situato a pochi metri dalla struttura.

Sulla facciata della casa – torre si nota un blasone attribuibile a Ottavio de Nicolò che prese parte alla Guerra di Restaurazione Portoghese (1640 – 1668) e per i suoi servigi ebbe la nomina ad Ammiraglio della Regia Marina Spagnola. Nel XVII secolo furono ospitati all’interno dell’edificio alcuni monaci del Seminario di Conza ed i suoi procuratori continuarono ad abitarvi sino al 1753.

La casa – torre si sviluppa su tre livelli e due piani intorno ad un cortile interno, con la facciata principale all’angolo fra le vie Sant’Antonio e Leonese. L’ingresso è sormontato da una cornice a denti di sega. Di notevole interesse sono le finestre, le cui architravi presentano una decorazione a motivi geometrici, mentre all’ultimo piano si notano due splendide bifore. La casa e la corte interna rivelano un impianto a forma di Tau.

Cosimo Enrico Marseglia

 

A 30 anni dalla Guerra Fredda: la percezione pubblica della NATO
Da buongiornoslovacchia.sk del 25 febbraio 2020

“L’ultimo summit Nato di Londra dello scorso dicembre 2019, a 30 anni dalla fine della guerra fredda, è stato un incontro al vertice che ha portato alla luce alcuni dei problemi interni all’Alleanza atlantica. Leggendo il testo della London Declaration si riscontrano, infatti delle costanti degli ultimi anni, prima tra tutte il mancato raggiungimento della soglia di spesa del 2% del PIL in difesa, come deciso ormai 6 anni fa. Russia, terrorismo, guerra asimmetrica, attacchi cyber e instabilità internazionale sono tra gli altri macro-topics ormai ricorrenti”. Inizia così l’analisi che Ester Sabatino, ricercatrice del programma Difesa dello IAI, firma per il magazine online dell’Istituto Affari Internazionali. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

“In risposta anche all’ultimo punto, la Nato ha messo nero su bianco l’approccio a 360 gradi che i 29 Stati membri intendono seguire per assicurare la sicurezza internazionale: aumento e rinnovamento delle capacità militari tenendo in considerazione gli avanzamenti tecnologici, strategia e pianificazione. Il tutto per rispondere in breve tempo e in maniera più efficace alle esigenze dell’Alleanza, grazie anche alla messa a disposizione delle forze rapidamente dispiegabili.
A differenza degli anni passati, nella Dichiarazione non si leggono aree di interesse come Mediterraneo, Nord Africa, o Medio Oriente, ma, per la prima volta c’è l’inclusione, non a sorpresa, della Cina come attore da “monitorare”. Ciò non denota un mancato interesse nella stabilità di queste regioni – non a caso l’impegno del contrasto al terrorismo rimane tra le attività primarie dell’Alleanza – ma piuttosto un cambio di focus e una capacità dell’alleato americano di far valere le sue richieste. Alleato che ha più volte criticato i Membri europei della Nato per non spendere quanto accordato e che non ha esitato a prendere, in autonomia, decisioni rilevanti per la stabilità internazionale, causando la rinomata reazione del Presidente francese Emmanuel Macron, arrivato a definire la Nato come brain death.

IL PROCESSO DI RIFLESSIONE NATO E LA PERCEZIONE PUBBLICA

Il summit di Londra ha portato alla luce anche un altro importante aspetto.
A differenza di quanto fatto negli ultimi anni, gli Alleati hanno deciso di riunirsi nuovamente solo nel 2021, saltando quindi il Summit del 2020. Durante questo periodo è stato dato al Segretario Generale Stoltenberg il mandato di portare avanti un processo di riflessione forward-looking per rafforzare la dimensione politica della Nato, includendo in questo il processo di consultazione interalleata.
I capi di Stato e di governo sono quindi consapevoli che l’Alleanza è soggetta a spinte talvolta divergenti e che è necessario fare qualcosa per non trovarsi in una situazione di crisi interna severa. La perdita di consensi sull’opportunità e convenienza di avere la Nato è stata riscontrata anche in un recente sondaggio del Pew Research Center. Secondo i risultati dell’indagine, sebbene l’opinione pubblica dei 16 paesi Nato intervistati sia generalmente favorevole alla Nato (53 per cento), ci sono Paesi come la Grecia e la Turchia che hanno storicamente un’opinione pubblica avversa all’Alleanza (rispettivamente il 51 e 55 per cento degli intervistati sono sfavorevoli).
Se ciò può confermare il trend storico di Atene e Ankara, il sentimento di disaffezione dei confronti della Nato è diventato rilevante se si considerano Paesi come la Francia o la Germania, dove negli ultimi dieci anni c’è stata una perdita percentuale di consensi che si aggira attorno al 20 per cento. Perdita di consensi che c’è stata anche sul territorio americano se si paragonano i risultati del sondaggio di quest’anno con quelli dell’anno precedente (rispettivamente 52 e 60 per cento di giudizi favorevoli), mentre sull’ultimo decennio la percezione è rimasta tendenzialmente invariata. Piuttosto positiva è invece la considerazione della Nato tra i Paesi baltici e la Polonia, Paese, quest’ultimo, che registra la percentuale più alta di risposte favorevoli (82 per cento). In relazione a ciò, è bene ricordare che la Nato sta portando avanti dal 2016 l’enhanced Forward Presence sul loro territorio, completata dalla missione di Air Policing attiva dal 2004, a garanzia della sovranità statale di questi Paesi da un possibile attacco russo.

LA NATO NELL’IMMEDIATO

La percezione pubblica dell’Alleanza è un indicatore da tenere sotto osservazione e da dover correggere, con le opportune politiche, se si raggiungono livelli troppo bassi di consensi. In altre parole, si dovrebbero dare ai cittadini le opportune garanzie di protezione alleata, che possono arrivare solo se si agisce in concerto con i propri partner e per il bene comune della stabilità internazionale, pur sempre mantenendo quel grado di autonomia decisionale tipica della politica estera di uno Stato. Azione questa, che presuppone una convergenza delle volontà politiche sulle priorità della Nato.
Quanto successo negli ultimi mesi del 2019 e nei primi giorni del 2020 – non incluso nel sondaggio sulla percezione della Nato – ha avuto e può continuare ad avere delle ripercussioni sull’Alleanza, che deve essere in grado di prevedere e affrontare in modo congiunto. L’esercitazione Defender Europe 20 che si svolgerà in Europa nei prossimi mesi può essere un buon banco di prova per testare e dimostrare le capacità interalleate di difesa in risposta ad attacchi convenzionali. Defender Europe 20 vedrà il più alto numero di soldati americani sul territorio europeo degli ultimi 25 anni e interesserà il transito di un totale di circa 35.000 soldati (Usa ed europei) dai Paesi Bassi, per il Belgio, attraverso Francia e Germania, in direzione Paesi Baltici e Polonia”.

 

Riapertura delle torri del Castello Scaligero di Valeggio sul Mincio
Da veronasera.it del 24 febbraio 2020

Riaprono dal 21 marzo 2020 le torri del Castello Scaligero di Valeggio sul Mincio, simbolo del paese e luogo di suggestiva e maestosa imponenza medievale.

Potrete gustare il panorama della valle del Mincio, per i più piccoli conoscere la tragica storia del fantasma di Andriolo da Parma, rilassarvi nel cortile interno e conoscere i nostri insostituibili "castellani".

Le torri rimarranno aperte fino ad ottobre, il sabato, domenica e festivi con i seguenti orari: 10 - 13 / 15 - 18.

 

Visita guidata 'Bari fortificata'
Da baritoday.it del 24 febbraio 2020

Domenica 01 ore 10.30 appuntamento con l’itinerario “Bari Fortificata – La città dalle possenti mura”. E’ fortificata da mura nella parte che guarda verso la terra ferma e da un castello.[…] (Da Giovanni Adorno, Itinerarium Terrae Sanctae).

Scopriremo insieme le grandiosi fortificazioni di Bari.

Costo: 10 euro
Castello e sotterranei
Mura Aragonesi
Baluardo di Sant’Antonio
Corte Catapano
Porta Nova
Punto di incontro: Piazza Federico II

Come PRENOTARE: Inviando una mail a info@pugliarte.it e/o chiamando o mandando un sms o WhatsApp al 3403394708 indicando il numero di partecipanti, un cognome e un numero di telefono.

L’EVENTUALE DISDETTA DEVE ESSERE COMUNICATA ENTRO MASSIMO 24H PRIMA DALL’INIZIO DELL’EVENTO.

 

Una postazione contraerea risalente alla Seconda Guerra Mondiale: la scoperta sulle colline di Varazze
Da savonanews.it del 24 febbraio 2020

Una nuova scoperta è stata effettuata al di sopra dell'autostrada all'altezza di Varazze dall'esperto di archeologia e speleologia Claudio Arena del gruppo "Savona Sotterranea". Si tratta di una piccola collinetta rocciosa con tre grosse postazioni antiaereo risalente al periodo della Seconda Guerra Mondiale.

La scoperta è avvenuta tramite una ricerca iniziata via satellite dove, con un piccolo indizio, Arena ha potuto poi effettuare un sopralluogo e identificare tre grossi scavi. Il primo da fronte mare in direzione sud, dove probabilmente era posizionato un mitragliatore, ed altri due lato est in direzione Genova.
Sicuramente queste postazioni erano adibite a una decina di militari durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Questa può ritenersi un ritrovamento a livello storico di notevole interesse, poiché non era stato trovato fino ad oggi nessun indizio scritto a prova dell'esistenza di queste postazioni, o comunque di tutto un piano di difesa lungo le nostre coste liguri.

 

I Castelli del Molise: tesori di storia e archeologia poco valorizzati
Da termolionline.it del 22 febbraio 2020

TERMOLI. Il Molise, culla di storia, patria dell’archeologia e regina dei castelli: malgrado i circa 4mila 400 chilometri quadrati, il territorio può fregiarsi di un numero importante, contando oltre 160 siti e fortificazioni. Il dato è emerso durante l’incontro dal titolo ‘I Castelli del Molise – Fortificazioni e territorio’ organizzato dall’Unitre, cui hanno partecipato l’architetto e presidente Unitre Maria Luciani, la professoressa Unimol Lucia Checchia e l’architetto Lucio Giorgione, membro del Consiglio Direttivo Nazionale dell’Istituto Italiano dei Castelli.

Accanto all’alta presenza di beni storico-archeologici fortemente identitari, però, non sempre corrispondono una valorizzazione ed una tutela degli stessi, come sottolineato dall’architetto Giorgione. I castelli, nello specifico, soffrono di alcuni ostacoli burocratici ed economici: “La chiusura continua o i mancati restauri. Si cerca di valorizzare e coinvolgere l’opinione pubblica in tutto questo, ma le difficoltà sono tante”. Una situazione che si allarga, a macchia d’olio, anche in altre regioni del sud che risultano le più penalizzate.

Prima di poter riscoprirli, però, è necessaria mettere in atto un’indagine, delle ricerche storiche “per far capire al territorio che esistono queste emergenze. Se non c’è conoscenza è difficile farlo capire all’esterno. la continua ricerca, il continuo studio e la continua valorizzazione di questi castelli può portare ad una domanda turistica molto più elevata”, ha aggiunto Giorgione. Eppure, se si riuscisse ad investire economicamente per il recupero di questi beni, si potrebbe attivare una rete turistica dedicata alla storia di quei posti che si intreccia perfettamente con l’identità stessa dei luoghi in cui i castelli sorgono e raccontano storie che, spesso, non compaiono nei libri: “I castelli italiani sono legati alle vicende storiche d’Italia – ha concluso l’architetto – Seguendo le dinamiche storie degli stati prima dell’Unità d’Italia”.

 

SE CI PASSI DAVANTI: Il Castello di Sormano e la sua storia
Da brianzaweb.com del 22 febbraio 2020

Porzione residua di cinta muraria esterna di un castello: la muratura, realizzata con blocchi in pietra disposti in corsi regolari, è conservata solo nella parte basale. I merli del tipo “a coda di rondine” (detti anche merli ghibellini) sopra la muratura residua sono stati aggiunti negli anni Sessanta del XX secolo, così come la pusterla con portale in serizzo, lo stemma dei Sormani e la lapide murata a ricordo, nell’ambito di un intervento di restauro e di ricostruzione della struttura muraria.

La lapide moderna riassume la vicenda del sito segnalando la presenza sotto le mura dei resti di un castello di cui i Sormani avrebbero avuto il possesso dall’epoca altomedievale fino alla fine del XII secolo quando Sormano divenne libero comune ed entrò a far parte del “quartiere chiamato Monte di Sera” (nome dell’entità territoriale di cui facevano parte, con Sormano, le comunità di Brazova, Caglio e Dicinisio). Il castello venne poi distrutto nel 1555 dagli Spagnoli.
Le fonti storiche e d’archivio offrono alcune interessanti informazioni, come il documento del XII secolo, segnalato nel contributo su Sormano pubblicato nel 2002 dagli studiosi dell’Istituto d’Arte Lombarda: viene qui citato Ottone di Sormano, figlio di Anselmo, che in quanto alleato fedele dell’imperatore Federico I per questo motivo avrebbe visto risparmiato il suo castello dall’abbattimento che il Barbarossa aveva, invece, decretato per altri analoghi edifici nel territorio lariano.
Risale alla prima metà del XV secolo (1421) un atto di compravendita di case e terreni a Sormano in cui troviamo citato il castello come toponimo: nei suoi pressi si trovava una pianta di castagno, anche questa indicata nell’accordo di vendita tra due privati. Alla fine dello stesso secolo (1491), in un documento in cui sono citati i Sormani, compare un riferimento ad un terreno localizzato post castrum: tale indicazione andrebbe a confermare che, alla fine del XV secolo, il castello fosse ancora integro.
Nel 1555 il castello venne distrutto dalle truppe spagnole del capitano Pozzo, inviato ad Asso dal governatore di Milano per eseguire le disposizioni dell’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500-1558) nel Triangolo Lariano; questi aveva stabilito di abbattere le architetture fortificate presenti nel Ducato di Milano, non solo per il gravoso costo della loro manutenzione, ma anche per non lasciare ai nemici luoghi di potenziale arroccamento.

I ruderi dell’abbattuto castello due secoli dopo vennero visti da Carlo Mazza, che nelle sue Memorie storiche del 1796 annota che “[…] a Sormano v’ha un fondo che, dall’esistenza dell’antico forte, porta ancora il nome di “Castello” . L’area che si può credere fosse in esso compresa è vasta e domina assai bene tutto il dintorno. In detta terra, come nell’altra di Dicinisio, esistono ancora due torri con grosse muraglie […]”.
I resti della struttura fortificata, di proprietà privata, vengono ricordati nel Censimento dei Castelli della Lombardia, pubblicato nel 1991 da Regione Lombardia (Settore Cultura e Informazione – Servizio Musei e Beni Culturali) a cura di F.Conti, V.Hybsch, A. Vincenti dell’Istituto Italiano dei Castelli.
Gli studiosi, pur sottolineando che l’intervento effettuato negli anni Sessanta del XX secolo ha consolidato l’insieme murario, tuttavia osservano che la “ricostruzione-restauro” della struttura ha portato ad una diversa percezione del monumento rispetto a quello che doveva essere in origine , “tanto più che gli inserimenti moderni sono stati eseguiti con la stessa pietra delle murature antiche, rendendo impossibile distinguere le aggiunte dalle parti d’epoca” e non rendendo così possibile una datazione certa della cinta muraria nella sua porzione originaria.
Ad oggi non risultano essere state effettuate indagini sugli alzati murari superstiti, né saggi di scavo alla base.

Fonte: Comunità Montana Triangolo Lariano

 

Il Torrione Passari di Molfetta torna all'antico splendore - Mercoledì la riapertura ufficiale al pubblico
Da molfettaviva.it del 21 febbraio 2020

Nella giornata di mercoledì prossimo, 26 febbraio, riaprirà ufficialmente al pubblico un altro scrigno della storia di Molfetta: il Torrione Passari. Edificato a partire dal 1515, su richiesta dell'Università di Molfetta, il Torrione Passari venne progettato all'interno di un sistema urbanistico di carattere prevalentemente difensivo. Chiamato "Torrione del Mare di Passaro", fu innalzato a ridosso del mare e lungo Via Sant'Orsola dove ben presto le famiglie nobiliari della città costruitono le proprie abitazioni. Nella seconda metà del Cinquecento l'Università concesse il Torrione alla famiglia Gadaleta i cui eredi, nel 1769, vendettero sia il palazzo che il Torrione stesso alla famiglia Nisio, proprietaria fino al 1968 quando arrivò la cessione al Comune di Molfetta.

Questo luogo è stato dichiarato "monumento di interesse artistico" nel 1955 dal Ministero della Pubblica Istruzione: dopo la riapertura al pubblico del 2003, è diventato un importante spazio espositivo che da quest'anno, dopo due anni di intensi lavori, si arricchisce di nuovi ambienti per tornare al suo antico splendore. Nella mattinata odierna, c'è stato un sopralluogo della stampa per presentare il risultato del lungo cantiere: sono intervenuti anche il Sindaco Tommaso Minervini e l'Assessore alla Cultura Sara Allegretta. Presenti anche il presidente del Consiglio comunale Nicola Piergiovanni e il consigliere Pasquale Mancini.

Di grande rilievo è la restituzione di ambienti che, in precedenza, non erano fruibili al pubblico in quanto destinati a deposito. I lavori di restauro hanno portato a un rifacimento della pavimentazione in coccio pesto ed è stata riportata a vista la pietra originaria. Al contempo, sono stati rimossi gli intonaci fatiscenti, è stato rinnovato l'impianto d'illuminazione nei due piani e la struttura è stata munita di nuovi servizi igienici. Le operazioni sono state condotte con il coordinamento della Dott.ssa Caliandro della Sovrintendenza: il Torrione Passari tornerà così a essere un contenitore culturale di arte contemporanea, ricco di ambienti espositivi e spazi che saranno a disposizione di scolaresche, turisti e amanti della storia cittadina.

A partire dalla settimana successiva alla riapertura, gli orari di visita saranno i seguenti: dal martedì al venerdì ore 11-17, sabato e domenica ore 10-13 e 18-21.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Sant’Agata di Puglia
Da lavocedimaruggio.it del 21 febbraio 2020

Già in epoca bizantina Sant’Agata di Puglia venne dotata di una roccaforte militare con funzioni di osservazione e difesa sulla Valle del Calaggio. Passata prima sotto la dominazione longobarda quindi, nella seconda metà dell’XI secolo sotto quella normanna, continuò a svolgere un analogo compito.
Subentrati gli Svevi, durante il regno di Federico II il Castello di Sant’Agata venne incluso fra i castra appartenenti al Regio Demanio. Nell’elenco rientravano le fortezze che per la loro valenza di natura strategica dovevano essere gestite direttamente dalla Curia Regia. Successivamente, seguendo le sorti del Regno di Napoli, il maniero passò prima nelle mani degli Angioini, quindi degli Aragonesi. Durante il regno di Alfonso d’Aragona la struttura venne acquisita dalla famiglia Orsini che, eseguendo alcune modifiche architettoniche lo portarono ad assumere le caratteristiche di una residenza ducale.
Nel 1576 il castello viene acquistato dai Loffredo che a lungo conserveranno la signoria sul paese e che contribuiranno alla sua trasformazione in residenza abitativa. Tali modifiche interessarono sia l’esterno sia gli ambienti interni, al punto che oggi delle antiche vestigia medievali restano soltanto alcuni tratti di mura ià in epoca bizantina Sant’Agata di Puglia venne dotata di una roccaforte militare con funzioni di osservazione e difesa sulla Valle del Calaggio. Passata prima sotto la dominazione longobarda quindi, nella seconda metà dell’XI secolo sotto quella normanna, continuò a svolgere un analogo compito.
Subentrati gli Svevi, durante il regno di Federico II il Castello di Sant’Agata venne incluso fra i castra appartenenti al Regio Demanio. Nell’elenco rientravano le fortezze che per la loro valenza di natura strategica dovevano essere gestite direttamente dalla Curia Regia. Successivamente, seguendo le sorti del Regno di Napoli, il maniero passò prima nelle mani degli Angioini, quindi degli Aragonesi. Durante il regno di Alfonso d’Aragona la struttura venne acquisita dalla famiglia Orsini che, eseguendo alcune modifiche architettoniche lo portarono ad assumere le caratteristiche di una residenza ducale.
Nel 1576 il castello viene acquistato dai Loffredo che a lungo conserveranno la signoria sul paese e che contribuiranno alla sua trasformazione in residenza abitativa. Tali modifiche interessarono sia l’esterno sia gli ambienti interni, al punto che oggi delle antiche vestigia medievali restano soltanto alcuni tratti di mura

Cosimo Enrico Marseglia

 

Sul punto più alto della città vecchia, il Fortino Sant'Antonio Abate, uno dei baluardi che hanno scandito la cinta muraria barese
Da baritoday.it del 18 febbraio 2020

Situato sul lungomare Imperatore Augusto, il Fortino di Sant'Antonio Abate, è il punto più alto della città vecchia. Da qui lo sguardo percorre l'intero tracciato delle mura medievali e il profilo del lungomare risalente alla prima metà del Novecento. Insieme a quello di Santa Scolastica, questo forte rappresenta uno dei baluardi difensivi della città.
Nato in origine come torre di avvistamento sulla parte orientale della penisoletta a triangolo, entro cui è contenuta l'antica Bari, il forte è dedicato a Sant'Antonio per i resti di una cappella che accoglie una statua lignea a lui dedicata. Il fortino è stato oggetto di restauri e interventi di consolidamento nel corso degli anni. L'aspetto odierno risale alla seconda metà del Cinquecento quando fu riedificato per volere di Isabella d'Aragona. Dopo un lungo periodo di abbandono, il forte è oggi accessibile da via Venezia ai locali del primo piano e dal lungomare Imperatore Augusto ai locali al pianoterra e utilizzato per mostre, dibattiti e incontri aperti al pubblico.

Storia

Fu Roberto il Guiscardo, durante l’assedio a Bari, a voler edificare, nel 1071, una torre di pietra a guardia e protezione dell’antico porto. Una torre che tuttavia iniziò a manifestare segni di cedimento intorno al 1359 minacciando di abbattersi sulla sottostante chiesa, probabilmente dedicata a “San Nicola sul porto” e ricordata in alcuni documenti del 1178 e del 1226. Di questa chiesa, così come anche di una cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, sono stati ritrovati resti (una parete di navata con copertura a cupola centrale, resti di absidi, pavimento e ingresso) inglobati nelle murature del fortino durante i numerosi restauri subiti. Dopo una serie di interventi di consolidamento, nel 1440 un feudatario locale, tale Caldora, vi edificò nello stesso punto una torre “a guisa di piccolo castello” che, così come tutti i segni “forti” del potere, non fu mai ben vista dai Baresi che, circa un trentennio più tardi, la diroccarono dalle fondamenta. Fu Isabella d’Aragona, nella sua campagna di restauro e di abbellimento della città vecchia condotta tra il 1501 e il 1524, a prevedere il rifacimento della torre e del suo aspetto originario: fu inserita nel contesto del molo allora impreziosito da una colonna di origini romane acquistata dalla chiesa di San Gregorio de Falconibus. Oggi la colonna è collocata insieme ad altre, ai piedi della prima parte della Muraglia, accedendo da piazza Ferrarese.
Ulteriori opere di restauro furono avviate e condotte dalla Universitas barese nel 1548 fino a dargli, tra il 1560 e il 1578, un aspetto fortificato simile a quello attuale. A seguito di ulteriori vicende durante il regno di Carlo III di Borbone, nel 1847 la torre fu presa in carico dal sindaco di Bari per poi andare successivamente in rovina. Soltanto tra il 1994 e il 2000 il Comune, che ne è proprietario, e la Soprintendenza ai Beni Culturali hanno avviato una campagna di restauro sotto la direzione dell’arch. Cusatelli per ridare dignità e valore alla struttura e per restituirla, con uno scopo diverso, ai suoi baresi.

Cultura popolare

Questo edificio sul mare ha svolto negli anni una duplice funzione: quella di osservatorio di protezione contro l’arrivo di eventuali aggressori ma anche quello di chiesa dedicata a santi con funzioni taumaturgiche. Il nome del fortino deriva da una piccola cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, aperta il 17 gennaio di ogni anno in occasione festività del santo, durante la quale si può ammirare la statua lignea e una lapide con la scritta S. DE FRATR. M. inglobata nel pavimento.
Per i poteri taumaturgici attribuiti al santo è consuetudine che, nella stessa ricorrenza, i cittadini vi portino i loro animali per la benedizione nonché i pazienti affetti da Herpes Zoster, malattia comunemente nota come Fuoco di Sant’Antonio. Fino ad alcuni anni fa, nella ricorrenza dell’Ascensione, venivano sparate tre salve di cannone per salutare la città di Venezia e l’azione della sua flotta, che nel 1002 aveva liberato Bari dai saraceni. La simpatica cerimonia era detta “della vidua vidua”, forse perché la folla indicava con le parole “la vi, la vi” (in dialetto “la vedi, la vedi”) ognuno dei proiettili che credeva di vedere uscire dal cannone al momento dello sparo (V.A. Melchiorre).

(Fonte ViaggiareinPuglia e Around.Bari)

 

Nuova illuminazione su Muraglia e Fortino: “Bari così è ancora più bella”
Da bordeline24.it del 18 febbraio 2020

La Muraglia di Bari Vecchia, dal Fortino a Santa Scolastica, si accende con il nuovo impianto di illuminazione artistica realizzato da Enel X. A premere l’interruttore, questa sera, sono stati l’assessore Giuseppe Galasso e il direttore di Enel Italia Carlo Tamburi che hanno inaugurato la lunga fila di luci led, 150 in tutto, sul lungomare Imperatore Augusto all’altezza del fortino Sant’Antonio. L’installazione rende ancora più suggestiva la visuale della Muraglia, simbolo della città medievale e confine dimenticato tra la terra e il mare.

Attraverso la sostituzione dei corpi illuminanti tradizionali con moderni impianti a LED, infatti, è stato possibile far risaltare la profondità spaziale e dare importanza ai volumi e alle linee architettoniche. Il nuovo sistema di illuminazione permette anche di cambiare colore, creando scenari di luce in occasione di particolari eventi e in base alle esigenze del Comune e della Soprintendenza ai Beni Culturali.
“La luce ha il potere di valorizzare edifici e spazi pubblici delle nostre città- ha dichiarato Galasso – cambiando la nostra stessa percezione delle cose, anche di quelle che guardiamo da sempre. Il progetto di illuminazione artistica della Muraglia dimostra come la bellezza possa essere resa ancor più suggestiva da un uso accurato e sapiente delle luci. Da stasera, quindi, Bari si mostra a cittadini e turisti ancora più bella, anche grazie a un sistema di illuminazione a led basato sulla sostenibilità e sul risparmio energetico. Per questo ringrazio Enel X che ha voluto effettuare questo investimento con generosità e grande attenzione per uno degli scorci più incantevoli della nostra città”.
“Siamo estremamente soddisfatti di avere contribuito a realizzare un’infrastruttura innovativa e sostenibile in grado di valorizzare la bellezza di uno dei luoghi più suggestivi della città di Bari” ha commentato Carlo Tamburi, direttore Enel Italia. “Innovazione e sostenibilità sono due cardini della visione di Enel che in associazione alla lungimiranza dell’amministrazione comunale fanno sì che Bari disponga di una nuova illuminazione capace di coniugare efficienza e sostenibilità, tutelando il patrimonio artistico della città”.

 

Il magnifico regalo di Tim: apre il mausoleo di Augusto
Da ilgiornaledellarte.com del 18 febbraio 2020

Roma. Dopo 70 anni di oblio e promesse non mantenute, una sorpresa attesa da decenni: l’inaugurazione, la prossima primavera, del Mausoleo d’Augusto, la monumentale (87 metri di diametro e 45 di altezza) sepoltura che il primo imperatore romano commissionò nel 28 a.C. Ad annunciarlo uno spot sulle tv nazionali della Fondazione Tim che ha sostenuto i lavori (13mila i metri quadrati di muri restaurati) con 6,5 milioni di euro aggiunti ai 4,275 investiti dal Comune e dal Mibact.

Nella prima metà del Novecento il mausoleo è stato la più grande sala sinfonica del suo tempo, dall’acustica perfetta, dove si esibivano Toscanini e Mahler. I lavori sono a buon punto sulla sommità, dove si stanno adagiando enormi marmi, mentre alla base si intravede lo spettacolare giardino all’italiana ispirato a quello realizzato nel 1500 da Francesco Soderini, con il grande belvedere che offre una vista spettacolare sul cuore di Roma.

Intorno si sta attrezzando una passeggiata archeologica. Il progetto è di Francesco Cellini che nel 2006 ha vinto il concorso internazionale bandito dal Campidoglio al tempo del sindaco Walter Veltroni. Piazza Augusto Imperatore, ancora sconnessa, diventerà un anfiteatro con una scalinata che salirà dal mausoleo all’Ara Pacis.

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020

 

La leggenda del castello di Gemona
Da udinetodaay.it del 17 febbraio 2020

ll castello di Gemona, posto su uno sperone di roccia a guardia della città, è di origine celtica. In seguito, fu fortificato dai Longobardi e, in epoca romana, grazie alla sua posizione strategica, era usato per sorvegliare la via Julia Claudia ad Noricum.

Il castello

Ancora oggi il castello è raggiungibile a piedi da via Bini, nel centro storico di Gemona del Friuli. Nonostante i danni causati dal terremoto del '76, infatti, la struttura antica è stata ricostruita e oggi si possono vedere ancora numerosi resti. Oltre alla cinta muraria, si può osservare il torrione e diversi vani interni al castello. Dalla collina, inoltre, si può ammirare il panorama sulla pianura friulana.

La leggenda

Come per altri manufatti antichi, anche sul castello di Gemona si tramanda da anni una leggenda avvolta nel mistero. Molto tempo fa, un ambulante senza denaro giunse a Gemona in una notte d'estate. Non avendo soldi, si fermò a dormire sotto il Palazzo del Comune e a mezzanotte, venne svegliato da una voce che gli sussurò: "se hai coraggio, domani sera a quest'ora fatti trovare nuovamente qui". Scosso dalla curiosità, il giorno seguente l'ambulante seguì le indicazioni della strana voce, e si ripresentò a mezzanotte nello stesso posto. Qui, udì ancora quella voce, che gli disse: "devi seguirmi alla torre del Castello e lì dovrai gettare un sasso e, poco dopo, vedrai comparire una tremenda bestia a cavallo di una cassa con una chiave in bocca; non devi aver paura. Il tuo compito sarà quello di strappare dalla bocca della bestia la chiave prima che scocchi l'una di notte". Anche se intimorito, l'ambulante fece quanto richiesto, ma proprio quando sembrava avercela fatta, scoccò l'una di notte. La bestia e la cassa scomparvero tra le fiamme, e l'ambulante fallì la sua missione. Allora la voce disse: "avevo la speranza di essere liberata da te; purtroppo ora dovrà nascere un nuovo albero da cui ricavare la culla per un altro uomo che possa aver maggior fortuna". L'anima, ancora oggi, attende qualcuno che la liberi e la leggenda continua a essere tramandata: sotto il castello di Gemona potrebbe essere sepolto un tesoro e si aspetta ancora l'uomo giusto per poter risolvere questo mistero.

 

Castello Maniace di Siracusa, una splendida fortezza
Da siciliafan.it del 17 febbraio 2020

Il Castello Maniace di Siracusa (https://www.siciliafan.it/siracusa-tra-leprime-30-mete-al-mondo-da-visitare/) è uno dei più importanti castelli federiciani (https://www.siciliafan.it/ecco-5-castelli-siciliani-sulle-tracce-difederico- ii/). La possente mole della costruzione si trova sulla punta estrema dell’isola di Ortigia (https://www.siciliafan.it/ortigia/), sul un luogo che racchiude imponenti tracce del passato. Prende il suo nome dal condottiero bizantino Giorgio Maniace e in merito alla sua storia sono state fatte numerose ipotesi.

La storia del Castello Maniace

Nel sito in cui sorge, infatti, quasi certamente esistevano delle fortificazioni fin dai tempi dei greci. Maniace, dunque, potrebbe aver promosso la sua restaurazione o la costruzione di opere di difesa del porto di Ortigia, durante la sua campagna militare.
Qualche anno dopo, gli arabi si impadronirono di nuovo di Siracusa e del maniero, che tennero fino al 1087, quando furono cacciati e sconfitti dai Normanni. L’impianto originario del Castello Maniace si deve a Federico II di Svevia. Fu lui, infatti, ad affidarne la realizzazione all’architetto Riccardo da Lentini, tra il 1232 e il 1239. Passato agli angioini nel 1266, venne espugnato dalla popolazione siracusana in rivolta nel 1282. Quando Siracusa fu sede della Camera Reginale (1305 – 1536) il castello ha
ospitato le Regine Costanza d’Aragona nel 1362, Maria d’Aragona nel 1399, Bianca d’Aragona nel 1416, e Germana de Foix. Nel 1540 vi alloggiò anche l’ammiraglio Andrea Doria durate la spedizione organizzata da Carlo V contro i Musulmani. Nei secoli la struttura dell’edificio è stata rimaneggiata, dovendola adattare a residenza, a caserma, a prigione. Nel Cinquecendo il castello divenne costruzione militare e venne a lungo utilizzato come prigione. Dopo il 1535 il vicerè Ferdinando Gonzaga, per contrastare le frequenti incursioni piratesche saracene, fece approntare un piano di rafforzamento delle cose. Fu allora che il castello venne rafforzato. Alla fine del XVI secolo, il castello Maniace era divenuto il punto nodale della cinta muraria di Ortigia ma, il 5 novembre 1704, l’edificio venne squassato da una violenta esplosione della polveriera che proiettò i pezzi di otto delle volte a crociera e di blocchi di pietra nel raggio di alcuni chilometri. Negli anni successivi venne operato un rimaneggiamento che, lasciando così com’erano le parti rovinate dall’esplosione e demolendo sei delle otto volte danneggiate ne dispose l’ampliamento del cortile e la realizzazione di magazzini Anche dopo l’unificazione d’Italia e fino alla seconda guerra mondiale, il Castello Maniace rimase una struttura militare.

Le caratteristiche del Castello Maniace

Il castello presenta una poderosa struttura a quadrilatero, di aspetto severo in virtù del suo scopo difensivo. Ai quattro angoli della costruzione vi sono quattro torri cilindriche con base ottagonale inserite armoniosamente nell’opera muraria.
Si accede attraverso la porta carraia della ex-caserma Abela sita, a Siracusa, in piazza Federico di Svevia. Attraversando il successivo cortile si trova un ponte in muratura che adduce ad una porta, con colonne laterali, di epoca spagnola (XVI secolo). Tale ponte ha sostituito l’antico ponte levatoio ligneo che scavalcava il fossato che circondava il castello all’epoca della costruzione e lo separava dalla estrema punta meridionale di Ortigia.
Contrasta con l’aspetto generale dell’opera il portale marmoreo decorato, la cui profondità della strombatura fu sfruttata dai costruttori per realizzarvi dei virtuosismi artistici. La sala principale interna è costituita da 24 volte più una che dovrebbero rappresentare i regni di Federico II con al centro quello di Sicilia.
Foto Wikipedia – Credits (https://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_Maniace_Front.jpg)

 

TORRI BORGHI E CASTELLI MEDIEVALI NELLA MARSICA
Da terremarsicane.it del 16 febbraio 2020

Strutture fortificate ed incastellamento in area marsicana tra X e XII secolo”
La Marsica costituisce un’area privilegiata e per molti aspetti ancora del tutto sconosciuta per analizzare uno dei fenomeni più caratterizzanti dei secoli finali dell’altomedioevo, quello dell’incastellamento. Le caratteristiche morfologiche, le vicende storiche ed il consistente patrimonio di strutture fortificate conservate in elevato consentono un’indagine capillare su un contesto omogeneo e definito, posto in una zona cardine per i collegamenti dell’Italia centrale ed in corrispondenza della importante frontiera tra il ducato di Spoleto prima e il regno normanno dopo ed i territori papali e i principati longobardi dell’Italia meridionale. La ricerca ha avuto come limiti territoriali i confini della diocesi marsicana, cosi come sono delineati nelle bolle pontificie del XII secolo, la prima del 1114-1115 di Pasquale II (PL CLXIII, coll. 338340), la seconda del 1188 di Clemente III (DI PIETRO 1869, pp. 311-320); comprendendo pero anche la Valle Roveto che per ragioni non solo morfologiche, ma soprattutto storiche, va considerata parte integrante della regione (PICCIONI 1999, pp. 5-10).

Per quanto riguarda le fonti documentarie sono state utilizzate principalmente quelle anteriori al XII secolo, in quanto contemporanee all’inizio del processo di fortificazione del territorio, si tratta pertanto principalmente di documentazione di matrice monastica che rappresenta pero per la regione in esame l’unica fonte per quanto attiene i secoli finali dell’altomedioevo. Essa e costituita principalmente dai cartulari delle grandi abbazie dell’Italia centro-meridionale Farfa, Montecassino, Subiaco, S. Vincenzo al Volturno e S. Clemente a Casauria (RF, LL, ChF, ChCass, RS, ChS, ChV, ChCasaur). Lo studio condotto ha permesso di raggiungere alcuni significativi risultati per quanto attiene la genesi e lo sviluppo delle strutture fortificate medievali, le caratteristiche strutturali e costruttive degli impianti, il ruolo avuto dai castelli nelle trasformazioni dell’assetto territoriale della regione dall’antichita al medioevo. L’identita storica e territoriale della Marsica. legata alla popolazione italica dei Marsi, messa in ombra dal processo di romanizzazione che investe il suo territorio dal IV secolo a.C. e ne caratterizza l’assetto fino alla tardantichith, ha avuto uno dei suoi momenti di maggiore espressione ed affermazione a partire dal VI secolo, quando la Marsica diviene prima gastaldato longobardo nell’ambito del ducato di Spoleto, successivamente (X sec.) contea legata ad una famiglia comitale di origine transalpina, che una volta insediatasi nel territorio ne prese anche il nome, quella dei comites Marsorum (SENNIS 1994, pp. 13-22).

E’ proprio nell’ambito di questo quadro storico che maturano e si realizzano le premesse del processo di incastellamento, con l’inserimento dei castelli nel sistema insediativo preesistente ereditato dalla tardantichita. Per quanto riguarda i tempi e i modi di realizzazione degli impianti fortificati l’analisi delle fonti documentarie e dei dati archeologici disponibili permettono di far risalire le prime menzioni relative all’esistenza di strutture fortificate nella Marsica al X secolo. ma e solo dalla seconda meta dell’XI che le attestazioni divengono più numerose. Per più di un terzo di esse e possibile cogliere un legame con l’operato del potere laico rappresentato nella Marsica tra X ed XI secolo dai conti o da esponenti della famiglia comitale dei Marsi. Questo gruppo familiare di origine transalpina, probabilmente proveniente dal regno borgognone, giunse in Italia al seguito del re Ugo di Provenza nella prima meta del X secolo e si inserì nelle questioni politiche e patrimoniali del centro Italia, disponendo di ingenti beni terrieri in aree limitrofe a quella marsicana (SENNIS 1994, pp. 25-34). In quel momento la Marsica era controllata e dipendeva quasi interamente dai grandi monasteri dell’Italia centro-meridionale (Farfa, Montecassino, Subiaco, S. Vincenzo al Volturno, Casauria) (SALADINO in questi stessi atti).

I conti tesero allora ad inserirsi in questo sistema di potere, imponendo il loro controllo sul territorio per mezzo di tre operazioni: l’acquisizione di terre, mediante contratti a livello con i principali monasteri, la creazione di monasteri privati, a cui affidare la gestione dei beni fondiari, il controllo della sede episcopale (SENNIS, 1994, pp.39-40). A queste l’analisi dei documenti e la ricerca topografica ed archeologica permettono di affiancare, forse in un momento di poco successivo alla meta del X secolo, anche la creazione delle strutture fortificate o almeno di alcune di esse. Si e infatti constata una precisa relazione tra beni monastici concessi a livello ai conti e successiva realizzazione degli impianti fortificati nei siti oggetto di concessione. Esemplificativo a riguardo e il caso del monastero di S, Maria di Luco, fondato dalla contessa Doda, moglie di Berardo I, primo conte dei Marsi, donato a Montecassino e successivamente nella seconda meta del X secolo concesso a livello al conte Rainaldo II. Il documento che riferisce del contratto riporta i possedimenti del monastero cassinese in diciasette località, di queste undici risultano da documenti successivi fortificate.

Si sarebbe pertanto attuato tra la meta del X e l’XI secolo un processo di fortificazione del territorio, promossoessenzialmente dai conti e realizzato sulla base del sistema insediativo esistente, del quale si mantiene integralmente il tessuto. Le stesse fonti testimoniano, infatti, il perdurare di forme di insediamento diverse da quelle fortificate legate da un lato alla maglia insediativa ereditata dalla tardantichità, dall’altra alla capillare rete dei centri monastici. Lo sviluppo dei castelli sotto la spinta del potere laico dei conti ne determina il carattere essenzialmente politico e strategico-militare, volto al controllo del territorio e all’affermazione della presenza del potere laico su di esso. Questo carattere si rispecchia nella localizzazione di questi impianti che privilegia i luoghi strategicamente rilevanti, in prossimità degli assi viari e delle zone di confine, in particolare verso Roma e i principati longobardi dell’Italia meridionale, e le relazioni con i patrimoni fondiari dei conti.

Tali funzioni di controllo si coniugano in molti casi con funzioni residenziali assolte sia nei confronti di una popolazione civile stabile, sia degli stessi conti. Per quanto riguarda questi ultimi le fonti permettono di identificare alcuni castelli con funzione di residenza signorile (Trasacco, Carsoli, Auretino, Oricola, Civita/Carseoli, S.Donato, Balsorano). Le vicende interne alla famiglia comitale, che in particolare a partire dalla prima metà dell’XI secolo tendono a frammentare il controllo sul territorio attraverso la creazione di ambiti territoriali dipendenti dai vari rami della famiglia (Carseolano, Valle Roveto, settore nordorientale e sudoccidentale del bacino fucense), determinarono con ogni probabilità la mancanza di un centro del potere unico e formalmente prioritario e la conseguente proliferazione dei castelli, legati alla residenza comitale e alla gestione del potere. I siti noti dalle fonti come residenza comitale sono tutti menzionati dalle fonti come castra e si collocano in luoghi dalla evidente caratterizzazione strategica, oppure in zone in cui e massiccia la presenza di beni immobili legati alla famiglia comitale, in modo tale da costituire delle centralita geografiche nell’ambito della aree in cui sono inseriti . A partire dal X e fino alla fine dell’XI secolo, attraverso le fonti si coglie la progressiva espansione delle strutture fortificate a partire dal bacino fucense, per il quale si hanno le attestazioni più antiche (Civitas Marsicana, attuale S. Bendetto dei Marsi, Trasacco), verso il resto della regione con una significativa concentrazione lungo i principali assi viari . La distribuzione dei centri fortificati non sembra essere, almeno inizialmente, finalizzata ad un controllo sistematico del territorio, bensì la documentazione restituisce una situazione a ”macchia di leopardo” che solo per piccole aree e a partire non prima della meta dell’XI secolo si organizza in sistema, probabilmente in relazione con la formazione delle aree di pertinenza dei singoli conti.

Tale processo trova un chiaro riscontro nella rete dei traguardi ottici fra i castelli, grazie ai quali la funzione difensiva e di controllo dei singoli impianti si estende. correlandosi a quella degli altri siti, ad un territorio più vasto. Un tale sistema di avvistamento e controllo del territorio si può riscontrare con particolare evidenza nella seconda meta dell’XI secolo nella Valle Roveto e nella piana di Carsoli, due aree che significativamente sono attraversate dalle principali vie di accesso alla regione, la prima dalla strada che collegava Alba Fucens con Sora, la seconda dalla via Tiburtina Valeria. L’inserimento dei castelli nell’assetto territoriale esistente avviene essenzialmente tenendo conto soprattutto della rete viaria. La stretta relazione che emerge tra fortificazioni e viabilità permette in primo luogo di verificare ancora nel X e nell’XI secolo la piena efficienza della rete stradale romana (QUILICI, 1983, p. 410). Ad essa si affianca una capillare rete di collegamenti a carattere locale, ma anche sovraregionale gia attiva in epoca romana, ma molto probabilmente erede della fitta maglia insediativa protostorica.

In pieno accordo con la morfologia del territorio i castelli si collocano in prevalenza sui versanti montani dei quali privilegiano gli speroni aggettanti o i piccoli rilievi che si staccano dai versanti principali come nei casi di Marano, Civita d’Antino, Balsorano, Tremonti, Venere. Questa posizione consentiva un buon controllo delle valli e delle pianure senza ricorrere ad altitudini troppo elevate ed un facile collegamento con le zone coltivate e con la rete stradale poste alle quote inferiori. Quasi altrettanto numerose sono le fortificazioni collocate lungo le dorsali montane principali o secondarie che attraversano da nord-ovest a sud-est la regione. Di questi sistemi montani sfruttano i picchi isolati o i crinali da cui si può avere una visone globale del territorio circostante ed il controllo di due versanti montani (Castello della Ceria, Girifalco, S. Donato, Luppa, Carce, Camerata). Questa condizione si associa in alcuni casi con la funzione di controllo su valichi attraversati da strade (Pietracquaria, Girifalco, Castello della Ceria).

Un gruppo non numeroso di fortificazione si pone invece su alture isolate o ai margini di pianure o alla confluenza di valli con evidenti caratteristiche strategiche, Albe, Castelvecchio di Sante Marie, Oricola. Poche strutture si collocano infine in aree pianeggianti, si tratta di impianti legati ad insediamenti preesistenti di epoca romana, Civita (romana Carseoli), S. Benedetto dei Marsi, Trasacco, o con particolari funzioni difensive di sbarramento (Le Starze, presso Balsorano). Per quanto riguarda i rapporti tra queste nuove forme di occupazione del territorio e la maglia insediativa preesistente, i dati che sono emersi sono fortemente condizionati dallo stato attuale delle conoscenze sull’assetto territoriale della regione per le epoche precedenti il medioevo, pertanto l’incidenza dei fenomeni di sovrapposizione, rioccupazione e continuità insediativa che si sono rilevati hanno carattere indicativo. Si sono riscontrati diversi casi di rioccupazione di fortificazioni preromane in cui si ha a volte una puntuale riutilizzazione del circuito murario preromano con integrazioni e sopraelevazioni (Carce, Rovine di Lecce), a volte sono il solo toponimo o la forma dell’impianto medievale a far ipotizzare una rioccupazione degli antichi siti come ad Oricola e a Morrea.

Per tutti i municipia romani e attestata o sulla base delle ’ fonti, o delle testimonianze archeologiche, una fase fortificata nel X-XI secolo, ma i pochi elementi topografici noti per questi centri non permettono di capire se la fortificazione dell’insediamento abbia in questi casi comportato ed, eventualmente, in che misura ’ la trasformazione o la sostituzione degli apprestamenti difensivi di età romana. Sei strutture fortificate invece si collocano in prossimità di vici romani (Balsorano?, Bisegna?, Gioia vecchia?, Morrea, Venere), mentre due sono in vicinanza di ville di età imperiale (S. Potito, Bisegna). Rispetto a questi insediamenti le fortificazioni si collocano a quota più elevata ed in posizione dominante, ma in questi casi non e sempre accertata una continuità insediativa dall’epoca romana al medioevo. Per quanto riguarda le caratteristiche costruttive le fonti nel definire le strutture fortificate usano una terminologia piuttosto ripetitiva e standardizzata, dettata dagli usi notarili, imperniata essenzialmente sull’uso dei termini castrum e castellum, a cui si affiancano alcuni rari riferimenti ad elementi della fortificazione, quali porte e torri, non attestati pero prima della seconda metà dell’XI secolo (Tabella 2). Alle testimonianze delle fonti si affianca un patrimonio monumentale molto ricco e in numerosi casi inalterato da interventi recenti.

Dei trenta castelli noti dalle fonti entro l’XI secolo e stato possibile ubicarne con precisione ventisette, di essi ventitre conservano ancora oggi strutture in, elevato. Ad essi le ricognizioni sistematiche hanno: permesso di affiancare altri quattordici siti, che presentano delle strutture fortificate, non riscontrate nelle fonti prima del XII secolo, ma che l’analisi stratigrafica degli elevati, ha permesso, almeno in via di ipotesi, di attribuire ad una fase compresa tra X ed XI secolo. Dallo studio delle strutture si e potuto verificare in primo luogo la varieta tipologica di questi impianti risultato sia di continue trasformazioni, sia di ricostruzioni a fundamentis, successive al momento della realizzazione. In base allo stato attuale delle strutture conservate in elevato si sono enucleate quattro tipologie principali:
1 – Cinte urbane;
2 Impianti fortificati medio-piccoli, comprendenti le torri isolate e la torre con recinto;
3 – Impianti fortificati di grande estensione, distinti in recinti comprendenti al loro interno una fortificazione ed altri edifici non con funzioni difensive e recinti con all’interno un’altra fortificazione con caratteri di residenza signorile;
4 – Castelli-residenza . Dall’analisi tipologica emerge da un lato la difficoltà oggettiva di risalire, partendo dagli elementi che si conservano ancora in elevato, alla forma dell’impianto originario, confermando la scarsa conservazione di strutture attribuibili alle fasi iniziali dell’incastellamento, dall’altra che la torre risulta essere l’elemento cardine della gamma tipologica. Essa compare, prevalentemente in forma quadrangolare, sia come struttura isolata, sia all’interno di impianti più complessi, ma sempre come elemento originario o come rinforzo e ristrutturazione di strutture già esistenti. Anche in alcuni castelliresidenza, che non hanno subito radicali trasformazioni nel basso medioevo, la struttura turrita sembra emergere come nucleo originario attorno al quale si e organizzato il complesso (Pereto, Celle/Carsoli, Marano).

La ricognizione e lo studio stratigrafico delle strutture murarie conservate in elevato ha permesso di ampliare in modo consistente la conoscenza delle tecniche costruttive e dei cantieri che hanno realizzato questi impianti. Tutte le strutture sono realizzate con la tecnica a doppia cortina, con nucleo in conglomerato, costituito da pezzame di calcare, a volte frammenti fittili, e malta. Esulano da questo sistema solo alcune cinte murarie che sono realizzate con pezzame di calcare costipato senza uso di malta, per tutto lo spessore del muro (Civita d’Antino, Carce). In questi casi si tratta di strutture che si collocano in siti gia occupati da cinte fortificate preromane delle quali e stato evidentemente riutilizzato il materiale ed imitata la tecnica costruttiva.

La natura geologica della regione marsicana, caratterizzata in prevalenza da calcari, ha determinato fin da epoca preromana un uso ininterrotto del calcare come materiale da costruzione, sia perché facilmente reperibile, sia perché di facile lavorazione, soprattutto se semplicemente spaccato o sbozzato. Le strutture fortificate sono tutte realizzate con questo materiale, che nella maggior parte dei casi doveva essere reperito sul luogo stesso della costruzione, come attestano ancora alcune cave abbandonate nei pressi dei siti fortificati (S.Donato, Girifalco), e che, a secondo della lavorazione e della grandezza dei blocchi, ha dato luogo a paramenti più o meno regolari. Nella maggior parte dei casi l’apparecchiatura dei paramenti e molto disorganica e la malta sopperisce alla disomogeneità del materiale In alcuni casi nel paramento sono inseriti rari frammenti fittili usati come ”inzeppature” tra il pezzame litico. Questi frammenti si sono rilevati un buon indicatore delle differenze fra le varie apparecchiature murarie. Posa in opera, omogeneità della grandezza del pezzame, tipo di malta e modalità di realizzazione di alcune parti costruttive, come gli angolari, sono stati gli altri parametri con cui sono state analizzate le murature. Si sono cosi delineati quattro grandi gruppi tipologici, al cui interno successivamente si potranno delineare ulteriori suddivisioni, ma che possono proporsi come punto di partenza per tracciare uno sviluppo diacronico di queste struttura.

L’aggancio cronologico per stabilire una successione diacronica dei tipi e stata fornita dal tipo più tardo individuato, che per le caratteristiche tecniche, per la stratigrafia e per la presenza di elementi costruttivi datanti, quali la scarpatura, deve essere stata realizzata a partire dal XIII secolo. Questo paramento si distingue per un’apparecchiatura a filari composta da pezzame di calcare di misure omogenee senza inserzione di frammenti fittili. Tenuto conto di tali caratteristiche che nel ventaglio delle attestazioni costituivano il punto di arrivo di quello che sembra essere un lungo processo di regolarizzazione della posa in opera e delle dimensioni del materiale costruttivo, si e proceduto alla definizione degli altri tipi secondo quest’ordine e seguendo delle coordinate cronologiche che tenessero conto della stratigrafia degli elevati e dei dati delle fonti scritte. Si sono cosi definiti i seguenti tipi murari:

1) Paramento caratterizzato da apparecchiatura disorganica realizzata con materiale molto disomogeneo nelle dimensioni con presenza in alcuni casi di frammenti fittili usati come ”inzeppatura”, databile tra la fine X e l’XI secolo;
2) paramento con filari di orizzontamento, composto da pezzame litico molto disomogeneo e presenza in molti casi di frammenti fittili, databili nell’XI secolo con prolungamenti anche nel XII;
3) paramento a filari irregolari realizzati da materiale litico poco disomogeneo nelle dimensioni e con uso sporadico di frammenti fittili, databile al XII secolo, ma con esempi noti anche nel secolo precedente. Questa proposta di sviluppo cronologico dei paramenti murari delle strutture fortificate marsicane se da un lato permette di anticipare la costruzione di alcuni impianti, o parti di essi al X-XI secolo (Tremonti, Luppa, Carce), o a datarne altri per cui non si dispone di fonti storiche (Castello della Ceria), dall’altro mette in evidenza ancora una volta l’esiguo numero delle strutture conservate per i secoli anteriori al XII, dimostrando il ruolo fondamentale dello scavo per lo studio delle testimonianze monumentali delle prime fasi dell’incastellamento.

Dal confronto fra le modalità di realizzazione delle strutture fortificate e quelle note per i pochissimi insediamenti monastici della regione attribuibili all’IXX secolo non si evidenziano differenze sostanziali, identico e il materiale utilizzato ed i modi costruttivi. D’altra parte l’impiego sistematico del calcare reperito sul posto sia nei paramenti, che nel legante rende assai probabile l’esistenza di maestranze locali, che conoscevano a fondo le risorse del luogo e che prestavano la loro opera a committenze diverse. Infine per quanto attiene le trasformazioni dell’assetto del territorio, la creazione dei castelli non ha determinato, almeno fino all’ XII secolo, l’abbandono o la crisi delle forme d’insediamento precedenti. Le fonti stesse continuano ad attestare, contemporaneamente alla presenza dei castelli, l’insediamento sparso, le curtes, i casali, le strutture monastiche. Certamente una parte della popolazione ando a risiedere nei castelli, ma a quanto sembra solo in piccola parte. Il trasferimento sembra interessare principalmente due categorie sociali i servi e i contadini di alcuni monasteri più importanti (S.Maria di Luco, S.Maria in Cellis), ed i ricchi proprie tari laici, che in alcuni casi possiedono anche parte dei castelli.
E’ evidente, invece, che i nuovi siti fortificati divengono i nuovi centri del potere, sostituendosi in parte agli antichi municipi romani sebbene anch’essi abbiano conservato una loro centralità politica ed economica, anche se non un assetto urbano paragonabile a quello di età classica, fino al medioevo. Solo la Civita Marsicana, erede di Marruvium, sembra non partecipare di queste trasformazioni: pur rimanendo un centro difeso da mura, il suo peso a livello territoriale in questa fase sembra essere legato solo alla presenza vescovile, per altro assai poco incisiva in questo periodo. Anche gli edifici di culto non subiscono fenomeni di attrazione da parte delle strutture fortificate. Questi in alcuni casi si pongono a loro difesa, come per i monasteri di Celle, Rosciolo e Luco.
Solo per Morrea le fonti testimoniano quello che sembra essere il primo ed unico esempio di chiesa castrense attestata prima del XII secolo in area marsicana, definita nel 1089 ecclesia S. Mariae, quae de rebus ejusdem S. Restitutae in eodem castro Morrei noviter est constructa (GATTOLA, Hist. I, p. 248). La sua costruzione non comporta pero l’abbandono della sottostante chiesa di S. Restituta che preesiste alla creazione del castrum. Ugualmente diverse chiese rurali attestate dalle Rationes decimarum nelle campagne in molti casi sopravvivono senza fenomeni di trasferimento od attrazione da parte dei castelli limitrofi fino ad età moderna (RatDec, pp. 2154). La realizzazione delle strutture fortificate ha comportato, in più della meta dei siti indagati, la formazione di un borgo attorno al nucleo fortificato, che a sua volta e stato dotato di apprestamenti difensivi.

Sia le fonti, che i caratteri costruttivi di questi abitati permettono pero di attribuire questi fenomeni poleogenetici al basso medioevo (XIV-XV secolo). E’ pertanto ipotizzabile che se un processo di concentrazione e nuclearizzazione del tessuto insediativo vi e stato, come d’altra parte e attestato in ampie aree della Marsica fino ai primi del XX secolo, questo si sia realizzato non contemporaneamente alla nascita dei primi castelli, ma lungo un ampio arco cronologico che ha avuto certamente un momento di sostanziale accelerazione in epoca normanna, quando il quadro insediativo medievale risulta sostanzialmente compiuto ed i nuclei demici sembrano essersi ormai per la maggior parte aggregati attorno ai castra attestati nel Catalogus Baronum (CatBar, pp. 214-225).
I Normanni al momento della conquista, nella prima metà del XII secolo, trovano pertanto un territorio con una rete di fortificazioni già esistenti di cui si servono per trasformare quello che era un insieme di castelli costruiti a difesa delle vie di accesso alla regione e delle sue principali risorse economiche, in un sistema di centri fortificati espressione politica e militare della presenza dello stato su un territorio ormai trasformato in frontiera settentrionale del regno normanno, ruolo che la Marsica manterrà fino all’Unità d’Italia.

Testi della prof.ssa Maria Carla Somma

 

Un tunnel sotto i Giardini dell’Arena, riportato alla luce dopo 100 anni
Da mattinopadova.it del 15 febbraio 2020

Padova sotterranea, entro il 2021 sarà possibile visitare il “corridoio” creato nel 1908 per collocare le artiglierie a difesa della città

Di LUCA PREZIUSI

PADOVA. Torna alla luce dopo più di un secolo la Padova sotterranea dei Giardini dell’Arena. Nell’ambito del progetto complessivo del restauro delle Mura cinquecentesche, entro il prossimo anno sarà possibile visitare anche l’antico sottopassaggio chiuso dal 1908, realizzato all’epoca per collocare le artiglierie a difesa della città, fino alle rive del fiume Piovego. Un tunnel suggestivo, in cui da 3 anni gli speleologi lavorano per studiarne le fattezze e comprenderne la percorribilità assieme agli esperti della Soprintendenza, e che verrà aperto al pubblico entro il 2021 (ieri il via ai cantieri), creando così un vero e proprio polo turistico con la Cappella degli Scrovegni, gli Eremitani e i musei civici.

Dall’ingresso sotto alle cascatelle dei Giardini dell’Arena, attraverso una rampa che porta fino a cinque metri di profondità, sarà visibile al pubblico il Torrione Arena e le sue casematte, da dove spuntavano una volta i cannoni e le gallerie di difesa. Va ricordato che fino al 2011 non si sapeva nemmeno dell’esistenza di questo “traforo”, e che i primi lavori per liberarlo da acqua e fango sono iniziati nel 2016 grazie al Comitato Mura e agli speleologi.

«Questo è solo un pezzetto del lavoro che faremo per riqualificare le Mura» spiega l’assessore ai Lavori pubblici, Andrea Micalizzi «perché oltre al Bastione chiuso da 100 anni, il cantiere prevede l’intera riqualificazione delle Mura fino al Bastione del Portello Nuovo, poco prima della golena San Massimo. Dietro questi lavori c’è n’è uno fondamentale di studio, conoscenza e scoperta, che grazie all’associazionismo padovano ora può trasformarsi in qualcosa di tangibile e concreto». Oltre agli ipogei, quindi avranno nuova vita anche le parti esterne delle Mura fino al Portello (costi: 800mila euro). Verranno creati dei camminamenti per permettere ai turisti di osservare le Mura calpestandole, e non solo come un pezzo di storia da fotografare da lontano. Entrano sempre più nel vivo quindi i cantieri per il recupero del sistema bastionato. Il tutto come parte di un piano da 29 milioni di euro in dieci anni. Il primo stralcio è finanziato dal bando periferie con 5,4 milioni. A questi cantieri si unirà l’anno prossimo la sistemazione delle rive e la creazione di una serie di approdi fluviali lungo il Piovego, le Porte Contarine per imbarcazioni da diporto, poi in piazzale Boschetti e in Golena S. Massimo. Il ponte Gradella, invece, rimetterà in comunicazione il bastione con l’ex Macello.
Si potranno percorrere quindi le gallerie di soccorso e le casematte, e si ripristinerà il camminamento di ronda. Stesso percorso sul Torrione Castelnuovo, che avverrà con una struttura in acciaio. Sarà collegato al ripristino della galleria di soccorso che porta al Portello Nuovo con una passeggiata di duecento metri. In questo modo si potrà arrivare all’altro tunnel già esistente, che collega il Castelnuovo al Portello Vecchio vicino all’ex Gasometro.

 

Fortezze di Puglia: La Torre Capece di Barbarano del Capo
Da lavocedimaruggio.it del 14 febbraio 2020

La Torre Capece di Barbarano del Capo fa parte di un antico castello baronale, oggi parzialmente ristrutturato, risalente al XVI secolo e costruito appunto dalla famiglia Capece. L’imponente struttura conserva ancora oggi le caratteristiche tipiche di una fortezza militare con funzioni prevalentemente difensive, contro le frequenti incursioni piratesche provenienti dal non lontano mare.

Una corte consente di accedere all’interno di diversi ambienti ripartiti lateralmente. Sulla destra vi sono tre locali indipendenti, cui è possibile accedere solo dall’esterno, uno dei quali era adibito a palmento, un altro a mulino, mentre l’ultimo fungeva da scuderia. Sulla sinistra si incontrano invece due ambienti con volte a botte e pavimento probabilmente originale che erano costituivano dei magazzini o depositi. La corte inoltre consente l’accesso ad un bellissimo giardino.
Sempre dal cortile, una scala conduce ai piani superiori ed all’imponente torre quadrangolare alta 18 metri e dotata di base scarpata. Dalla scalinata è possibile accedere al primo piano, sulla cui porta campeggia un’epigrafe con la scritta: “DEPOSE I POTENTI ED ESALTO’ GLI UMILI MDV (1505)” sovrastante il blasone della famiglia Capece.

Il primo piano, un tempo adibito a corpo di guardia, prende luce da una finestra sotto la quale si apre una botola, probabile rifugio in caso di necessità. Una piccola scala consente di accedere al secondo piano, sufficientemente ampio e forse utilizzato per il riposo dei militi e, proseguendo, la stessa scala permette di raggiungere il terrazzo, da cui si gode uno splendido panorama, e che presenta diverse aperture per il posizionamento delle bocche da fuoco. La struttura si caratterizza per presenza di feritoie e piombatoi che ne evidenziano il carattere difensivo, mentre la cornice superiore è sostenuta da venti beccatelli per ciascuno dei quattro lati.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Il Forte di Sanremo indisponibile, protestano i promotori dell’evento su Libereso
Da lastampa.it del 13 febbraio 2020

Il Comune ha proposto un’alternativa per l’evento dedicato a Libereso Guglielmi, che nelle prime tre edizioni si era svolto al Forte di Santa Tecla: è il Palafiori - spiega l’assessore Silvana Ormea - Oppure, di spostare la data». Quest’anno la location, nel periodo «tradizionale», quello del compleanno di Libereso (dal 20 aprile al 1° maggio), si è infatti resa indisponibile: ospiterà un evento legato alla celebrazione del centenario della Conferenza di pace del Castello Devachan. Ma gli organizzatori di «Forza della Natura» non ci stanno e protestano: hanno annullato la manifestazione dedicata e puntato l’indice contro l’amministrazione. «Ci riserviamo di proporre la quarta edizione in un’altra città e in un periodo diverso - afferma il direttivo dell’associazione Libereso Guglielmi - A luglio avevamo presentato la richiesta dei locali del Forte e avanzato la richiesta di inserimento nel calendario manifestazioni del Comune. Dopo una prima concessione, nei giorni scorsi il Polo museale ha comunicato l’indisponibilità dei locali. “Forza della natura” era diventata un punto di riferimento importante per chi è interessato alle tematiche di sviluppo sostenibile, facendo registrare nelle prime tre edizioni circa 50 mila presenze, contribuendo a far conoscere la struttura museale del Forte e a ricordare la figura di Libereso. Una manifestazione che è stata inserita fra le più importanti a livello regionale con la partecipazione al Forum nazionale promosso nel 2019 dal Ministero dei Beni culturali. Il tutto nel ricordo di Libereso, un precursore del rispetto verso la natura, del recupero della biodiversità e della sostenibilità ambientale».

Il Forte nel mese di aprile ospiterà la pergamena originale dell’evento storico che nel 1920 vide a Sanremo esponenti dei Governi di Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone: i vincitori della Prima Guerra mondiale. Qui si posero le basi per la nascita di Israele.

 

Il bunker della guerra diventa hotel di lusso e design
Da wysesociety.it del 13 febbraio 2020

Un hotel di lusso, con un grande giardino sul tetto, nascerà all’interno di un enorme ex bunker nazista. Nel 2021 la catena Nhow, che fa parte del gruppo NH Hotel, inaugurerà un nuovo albergo ad Amburgo. Fin qui niente di strano, se non fosse che le 136 stanze saranno costruite sul tetto di un edificio molto particolare: l’impressionante bunker di St. Pauli, quartiere nella zona ovest della seconda città tedesca, affacciata sul fiume Elba. L’edificio disporrà di 136 camere, un bar, una caffetteria e un ristorante. L’apertura è prevista per la metà del prossimo anno.

Un bunker con vista sull’ambiente

A convincere la società immobiliare che gestiva la gara d’appalto è stato il fatto che il progetto si sposa alla perfezione con l’ambiente circostante e punta molto sugli spazi verdi. L’hotel sarà infatti integrato nel giardino sul tetto e offrirà agli ospiti una vista panoramica su Amburgo, in particolare sulla sala da concerto Elbphilharmonie. Intorno al bunker verrà inoltre creata una passerella immersa nel verde per dare modo agli ospiti di concedersi piacevoli e rigeneranti passeggiate. Completeranno il tutto un bar, un ristorante e una caffetteria. «Non sarà un hotel di lusso, ma di design», afferma Juliane Voss, portavoce della catena spagnola, che come riferimento cita la struttura del gruppo già presenti a Milano, dove il filo conduttore è rappresentato dalla moda. Il prezzo per alloggiare nell’hotel, che si chiamerà nhow Hamburg, partirà da 100 euro a notte. Altri esempi analoghi saranno nei prossimi anni rintracciabili a Roma, Bruxelles, Santiago del Cile, Lima, Amsterdam e Francoforte: tutte metropoli dove Nhow conta di aprire entro il 2023.

Amburgo, la città dei bunker riconvertiti

A ingolosire il gruppo potrebbe essere stato anche l’economia crescente legata al «dark tourism», che prevede la visita di siti associati alla morte e alla tragedia. Il St. Pauli è uno dei più grandi fra i circa 600 bunker rimasti ad Amburgo, città in cui negli anni della Seconda guerra mondiale ne furono costruiti oltre un migliaio. ‘Hochbunker Feldstrasse fu costruito nel quartiere St Pauli di Amburgo nel 1942 in soli 300 giorni da mille vittime del regime. Progettato per ospitare 18 mila persone, nell’estate del 1943 rappresentò un rifugio per ben 25mila tedeschi. La struttura si sviluppa su cinque piani e ha una forma piramidale. Dopo la guerra è divenuta sede di alcune emittenti televisive e, di recente, è stata utilizzata come spazio per concerti. Ora lo spazio ospita circa 40 attività commerciali tra cui locali notturni, stazioni radio e studi tv. Il parco sul tetto, che sarà aperto a tutti gli abitanti dell’edificio, includerà un memoriale dedicato alle vittime della Germania nazista.

 

Martinsicuro, il torrione ha bisogno di lavori di manutenzione: l’appello
Da cityrumors.it del 13 febbraio 2020

Martinsicuro. “Vedere il torrione così fa piangere il cuore”. Il rammarico, che non è certo una posizione politica, ma uno stimolo ad intervenire, è di Giuseppe Capriotti, consigliere comunale di minoranza al Comune di Martinsicuro che lamenta la situazione della Torre di Carlo V.

Uno dei simboli della “giovane” cittadina costiera e diventato nel corso degli anni, sede del centro del centro di educazione ambientale Scuola Blu e sede del museo archeologico di Castrum Truentinum. “Questa struttura necessità di manutenzione straordinaria. Non facciamo passare altro tempo cari amministratori. È patrimonio della comunità martinsicurese, a noi il compito di preservarlo e farlo vivere”, chiosa Capriotti.

Diverse le criticità presenti, dal locale caldaie e il transennamento di alcune parti, che anche da un punto di vista estetico, non rappresenta un biglietto da visita per un locale simbolo della cittadina.

 

Alla scoperta del “Pastiss”, avamposto sotterraneo del Mastio della Cittadella
Da piemontetopnews.it del 11 febbraio 2020

La massiccia fortificazione militare, voluta da Emanuele Filiberto, venne costruita tra il 1572 e il 1574. Il suo nome si deve all’intricato e dedalico reticolo di gallerie e di collegamenti, che percorrono il Forte in lungo e in largo

TORINO. Era il 1536 quando Enrico I, re di Francia, occupava militarmente quasi tutti territori del Ducato sabaudo, costringendo Carlo II di Savoia, detto Il Buono, ad arroccarsi in Vercelli, una delle poche piazzeforti ancora in mano al duca. Ci sarebbero voluti più di vent’anni prima che Emanuele Filiberto, figlio di Carlo, infliggesse ai Francesi una sconfitta epocale: era il 10 Agosto del 1557, a San Quintino, in Piccardia. Il giovane valoroso ed ambizioso duca, formatosi alla corte e nell’esercito dello zio Carlo V, capo del Sacro Romano Impero, con quella vittoria riscattava finalmente le terre che i Francesi avevano strappato con la forza a suo padre, tenendole per oltre vent’anni.

Nel 1563, a distanza di soli sei anni da quella squillante vittoria, Emanuele Filiberto decide di trasferire la capitale del Ducato da Chambéry a Torino. La città è ancora ingessata tra le mura dell’esiguo castrum della romana Julia Augusta Taurinorum: un quadrato di poco più di 700 metri di lato, un fazzoletto di neppure 50 ettari di superficie. Appena insediatosi a Torino, più che pensare a rendere più accogliente il Palazzo Ducale, Emanuele Filiberto bada alla concretezza. Non gli interessano certo gli agi della corte. Sa piuttosto che il suo piccolo stato da sempre fa gola ai Francesi e sa pure che i territori subalpini, per la loro posizione strategica di “porta d’Italia”, possono costituire un bocconcino prelibato anche per gli Spagnoli, o per qualsiasi altra potenza militare dell’epoca. Decide allora di rafforzare le mura della città, per renderle più resistenti, più robuste e più alte: tali da costituire un’adeguata difesa, in grado di reggere alla minacciosa potenza delle moderne e dirompenti armi in dotazione degli eserciti più potenti dell’epoca.

 

Il disegno originale del Pastiss attribuito a Francesco Paciotti

Ma rafforzare le mura non basta. Emanuele Filiberto, valente generale formatosi sui campi di tante battaglie, ed esperto di strategia militare, sa quanto importante sia, nella difesa di una città, la presenza di un forte Mastio difensivo. E così, ordina all’ingegnere militare urbinate Francesco Paciotti (detto Paciotto) di costruire una Cittadella forte e solida: gli commissiona cioè una fortificazione militare che possa costituire un baluardo sicuro, un deterrente temibile anche per il più potente e arrogante degli invasori.

In pochi anni, nasce così la Cittadella di Torino: un avamposto a difesa delle mura della capitale sabauda, una costruzione che lascia meravigliati tutti gli strateghi militari dei principali eserciti europei, che la invidiano, la ammirano e la temono. E sotto, invisibile all’occhio del nemico, un reticolo di gallerie ipogee, di passaggi segreti che possano permettere gli spostamenti delle truppe da un lato all’altro della città, con avamposti e cunicoli che spesso si spingono ben al di là delle mura. Tra le fortificazioni aggiuntive, volute da Emanuele Filiberto, c’è anche il Pastiss, edificato tra il 1572 e il 1574, con funzioni di baluardo e di avamposto difensivo.

Il forte è stato riscoperto nel 1958 da Guido Amoretti e da Cesare Volante. Vi si accede da una botola delimitata da una griglia alta un paio di metri, aperta sul sedime stradale di via Papacino, all’angolo con corso Matteotti. Si tratta di un fortino, o meglio di una casamatta di difesa, con una muratura corazzata a prova di bomba. Sicuramente, quanto resta del Forte del Pastiss dopo i lavori di ampliamento urbanistico avvenuti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, non rappresenta che una piccola parte di un più grandioso disegno di opere di fortificazione; ma è assai probabile che il progetto originario non sia comunque mai stato completato nella sua interezza. In ogni caso, quasi sicuramente, quella parte di fortificazioni avanzate della Cittadella, chiamate Pastiss, non furono mai teatro di azioni belliche.

Il Forte è protetto da una muraglia esterna di 2,80 metri di spessore, sotto la quale si trova una galleria di contromina che serviva a disperdere, in caso esplosione di mine nemiche, l’onda d’urto e ad espellere i gas prodottisi attraverso 15 pozzi aperti nella volta a botte.

 

Una ricostruzione in tridimensionale del Pastiss

L’interno della fortezza si sviluppa su due livelli, coperti con volte trilobate a botte. Su ciascuno dei due livelli sono posizionate feritoie e cannoniere. All’interno del Pastiss, si dirama un’ampia rete di gallerie, camere sotterranee, pozzi per il ricambio d’aria e per l’illuminazione, con scale in muratura per la comunicazione interna tra i due livelli. Proprio da questo intenso e labirintico reticolo di passaggi e di collegamenti sotterranei, è nato il nome di Pastiss, che identifica la particolare fortificazione.

Il restauro dell’opera, realizzato dal Gruppo Scavi e Ricerche dell’Associazione Amici del Museo Pietro Micca, si è protratto per lunghissimi anni, ed è stato completato nel 2014: quanto è rimasto di questo gioiello della Torino fortificata sotterranea è stato finalmente recuperato.

Su un pannello a copertura di uno dei quattro lati della botola di accesso al Pastiss sta ora scritto: “Grazie ai lavori di restauro e di recupero conclusisi nel 2014, il Pastiss è oggi visitabile attraverso il Museo Pietro Micca e dell’Assedio di Torino del 1706. Se ne consiglia la visita dopo quella del Museo, sito in Via Guicciardini 7a”.

Questa è davvero una bella notizia, visto che la visita fino a pochi anni fa non era consentita, se non in casi eccezionali, ed era retaggio di pochi fortunati studiosi e appassionati ricercatori. Un altro fulgido gioiello dei tesori sotterranei di Torino tornato alla luce.

 

La CIA possedeva una società di cifratura: aveva il controllo delle comunicazioni segrete dei suoi clienti
Da dday.it del12 febbraio 2020

Un’indagine del Washington Post ha rivelato che la CIA ha acquistato la Crypto AG nel 1951. Da allora, l’agenzia di spionaggio americana ha avuto il pieno controllo dei dispositivi venduti dalla società di cifratura ai suoi clienti, Vaticano compreso

Il Washington Post e la televisione pubblica tedesca ZDF hanno potuto esaminare documenti comprovanti che una società che vendeva dispositivi di cifratura a più di 120 Paesi è stata posseduta e gestita dalla CIA. Secondo l’indagine giornalistica, la società di cyber security Crypto AG è stata acquistata dalla CIA nel 1951, nel corso della guerra fredda, attraverso una collaborazione con la rete di spionaggio della Germania Ovest.

Il controllo diretto della Crypto AG ha permesso alla CIA di progettare i dispositivi di cifratura della società stessa, facendo in modo che tutte le comunicazioni segrete dei suoi clienti passassero sulle scrivanie dell’agenzia di spionaggio americana. La Crypto AG è stata il principale fornitore di servizi di crittografia per clienti come l'Iran, ma anche il Vaticano. La CIA ha mantenuto il controllo della società almeno fino al 2008, quando è stato redatto il rapporto confidenziale dell'agenzia che poi è stato ottenuto dal Washington Post. Naturalmente, la supervisione della CIA sulla Crypto AG nel corso degli anni ha seguito di pari passo le relative conquiste tecnologiche, passando dal primo dispositivo meccanico di crittografia a manovella venduto nel 1940 ai più recenti dispositivi elettronici. Sembra che la società abbia sottoscritto anche contratti con Siemens e Motorola per aggiornare i suoi strumenti spionistici.

Liquidata nel 2018 a causa di un calo nelle entrate, la Crypto AG è stata divisa tra altre due società: la CyOne Security e la Crypto International che, raggiunte dal Post, hanno negato ogni attuale coinvolgimento con la CIA.

 

TRE CANNONI RECUPERATI A TORRE FARO NEL 2010: PRECISAZIONE DELL’ASSESSORE CARUSO
Da vocedipopolo.it del12 febbraio 2020

Messina, 12 febbraio 2020 In riferimento ad articoli stampa relativi ai tre cannoni recuperati a Torre Faro nel gennaio del 2010, l’Assessore alla Cultura e al Turismo Enzo Caruso precisa quanto segue: “Essendo stato, il sottoscritto, promotore e coordinatore delle operazioni di recupero, nella qualità di Direttore del Museo Storico di Forte Cavalli, alle quali hanno preso parte la Capitaneria di Porto, la Soprintendenza ai BB.CC.AA., l’Arsenale Militare, il Comune di Messina, i rappresentanti dell’allora Circoscrizione e la poetessa Maria Costa che, al momento del recupero, recitò una sua poesia in vernacolo dedicata ai ‘Cannoni di Garibaldi’, mi pregio fornire utili informazioni e dettagli in merito ai cannoni recuperati.

Un’operazione congiunta dal punto di vista istituzionale, fatta ‘alla luce del sole’, con l’obiettivo di valorizzare i reperti mediante la realizzazione di un monumento da porre ‘ad imperitura memoria’ di importanti pagine di storia che hanno interessato la spiaggia di Capo Peloro. Dopo le operazioni di recupero, che portarono alla luce un terzo cannone rispetto ai due emergenti dalla sabbia, i pezzi di artiglieria furono trasportati con mezzi dell’Autoparco Municipale, allora coordinati dall’Assessore Pippo Isgrò, presso l’Arsenale Militare, diretto dall’Amm. Gianfrancesco Cremonini dove, sotto l’alta supervisione della Soprintendenza, furono sottoposti ad un’azione di pulitura e restauro che ne consentirono lo studio e la possibile identificazione.

Alla luce delle operazioni di pulitura, le immagini dei tre reperti furono inviate dal sottoscritto alla dott.ssa Ruth Rhynas Brown, già funzionario delle Royal Armouries di Leeds in Inghilterra e al dr. Renato G. Ridella, archeologo e collaboratore dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del C.N.R. di Genova, a quel tempo tra i più accreditati esperti di artiglierie storiche in ambito europeo che, dopo un’attenta analisi e confronto, fornirono una puntuale e dettagliata relazione e tre accuratissime schede tecniche, trasmesse alla Soprintendenza, che riportavano le Fonderie e la data di fusione, il calibro, la Nazionalità e il possibile impiego. Alla luce dell’importanza storica dei tre cannoni, l’Assessore Pippo Isgrò diede mandato all’Arch. Nino Principato, allora impiegato al Comune, di redigere il progetto di un Monumento e di stimare il preventivo delle somme da impiegare per la realizzazione. Essendo avvenuto il recupero a ridosso della Notte della Cultura 2010, il Cannone più grande fu esposto nell’androne di Palazzo Zanca con una cerimonia di inaugurazione cui prese parte il Sindaco Buzzanca e l’Ammiraglio Cremonini, direttore dell’Arsenale.

Nelle more di stanziare le somme per la realizzazione del Monumento a Torre Faro, fu deciso quindi dal Comune di depositare i cannoni presso il Forte S. Salvatore, custodito dalla Marina Militare, affinchè fossero esposti alla fruibilità dei visitatori. In più occasioni, Consiglieri di Quartiere, abitanti del Faro hanno manifestato preoccupazioni in merito a paventate appropriazioni indebite o sottrazione di beni storici (attenzioni che però non avevano mai evidenziato prima del loro recupero). Proprio lo scorso anno, durante la Festa degli Aquiloni, la Pro Loco invitò il sottoscritto davanti al Lanternino a relazionare con diapositive tutte le operazioni di recupero per informare il villaggio di Torre Faro e rassicurare circa l’impegno di realizzazione del Monumento. Come ribadito, i cannoni, esposti a Forte S. Salvatore, continuano ad appartenere al Comune di Messina e alla Comunità di Torre Faro e qualora il Comune o la VI Municipalità o il villaggio di Torre Faro riuscissero a recuperare le somme per la realizzazione del Monumento (attraverso una petizione, il contributo di alcuni sponsor, una donazione…) NULLA OSTA al loro ritrasferimento sul luogo ove sono stati recuperati. Nella qualità di Assessore alla Cultura e al Turismo, – conclude Caruso – per le deleghe che mi sono state assegnate dal Sindaco e la sensibilità personale che mi spinge alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico del nostra territorio, manifesto il mio impegno, del Sindaco e della Giunta a perseguire l’obiettivo di supportare ogni iniziativa volta alla tutela e alla promozione della Città di Messina e dei suoi ‘tesori’”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello Baronale di Bitritto
Da lavocedimaruggio.it del11 febbraio 2020

L’imponente Castello Baronale di Bitritto risale alla dominazione normanna, ed originariamente era formato da tre torri a pianta quadrata collegate fra loro da altri corpi di fabbrica adibiti a magazzini, dormitori, scuderie, etc. Il complesso sorgeva sui resti di una villa romana del I-III secolo d.C., tornati alla luce durante alcuni lavori di ristrutturazione, insieme alle fondamenta dell’edificio normanno, e si inseriva nelle mura urbiche dell’abitato. Aveva due accessi, uno rivolto all’interno mentre l’altro si affacciava all’esterno, giunti entrambi sino ai nostri giorni.

Subentrati gli Svevi ai Normanni, la struttura viene ampliata, assumendo un carattere prettamente difensivo, con la costruzione di un nuovo corpo di fabbrica interno munito di camminamenti e scale che collegano fra loro le torri e le cortine. Inoltre, poiché la torre sudorientale era stata abbattuta, al suo posto ne venne eretta una cilindrica conservatasi sino ad oggi. Ulteriori lavori di ampliamento e ristrutturazione nel corso dei secoli portarono alla costruzione del porticato con loggia all’interno del cortile e dello scalone che porta al piano nobile dove è possibile ammirare lo splendido salone con volta a crociera sostenuta da eleganti colonne dotate di capitelli.
Rimasta proprietà della Curia Arcivescovile sino alla fine del secolo XIX, la struttura è stata adibita in  seguito a scuola elementare, poi a cinema, sino a quando non è stata acquistata dal Comune ed oggi è sede del Municipio e della Biblioteca Comunale, inoltre può essere utilizzata per importanti eventi artistici e culturali.
Il castello si presenta a pianta all’incirca trapezoidale e mantiene due delle torri originali, una a pianta quadrata all’angolo nordorientale ed una cilindrica all’angolo sudorientale. Presenta bellissimi balconi e loggiati ornati da splendide trifore. Oltre ai resti della villa romana e delle fondamenta della fortezza normanna, i lavori di restauro hanno portato alla luce pozzi, palmenti, cisterne in ottimo stato, risalenti a prima dell’XI secolo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Troppi test militariIndizi di Guerra Fredda
Da metronews.it del11 febbraio 2020

USA Il termometro lo hanno fornito le tensioni con l’Iran che hanno segnato gli ultimi mesi del 2019: in quelle occasioni gli Stati Uniti hanno condotto una serie senza precedenti di esercitazioni militari. Sta tornando una sorta di Guerra fredda tra Usa e Russia? Gli indizi ci sono, e più di qualcuno se ne è accorto.

F-35 Lightning

Da maggio a settembre, si sono svolti 93 distinti test militari in 29 Paesi, tra cui l’Italia, via terra e via cielo. Nuovissimi F-35 Lightning II sono decollati dallo Stato dello Utah, diretti in nord Italia, come rivela il settimanale Newsweek, senza spiegare il tipo di missione. Ma sembra certo che quelli chiamati “war games”, non sono stati fatti in Medio Oriente e non erano diretti a Teheran. Piuttosto erano contro Mosca e rappresenterebbero la più lunga serie di test anti-russi dai tempi della Guerra fredda. «In vista di un possibile deterioramento del clima in Europa - spiega Newsweek, citando documenti legati alla Nato - c’è preoccupazione di non poter avere sufficienti soldati via terra nell’Est Europa che possano fare da deterrente a interferenze o attacchi russi». Nel documento si farebbe anche cenno a esercitazioni militari di Mosca in vista di un possibile uso di armi nucleari.

Sicurezza nazionale

Fino allo scorso maggio la priorità sembrava un’altra: l’ex consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, aveva annunciato che i caccia bombardieri B-52 e la portaerei Abraham Lincol erano diretti in Medio Oriente a causa dei «segnali di problemi in aumento» dall’Iran. Ma da quel giorno di fine maggio, i caccia 18-4 Super Hornet si sono diretti in Romania. Nei giorni successivi hanno attraverso i cieli a nord della Grecia, sopra lo Ionio e si sono diretti in Lituania. I Navy Seals hanno portato avanti altre esercitazioni, via terra, a ottocento chilometri da Mosca. Altre esercitazioni sono state effettuate in Finlandia, Estonia, Grecia, Turchia, Slovenia, Croazia, Ungheria e al largo delle coste scozzesi. A fine maggio il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, si lamentava per la crescente attività militare Nato al confine. Secondo l’agenzia russa Tass, negli ultimi tre anni sono aumentati di dieci volte le intercettazioni aeree da parte dell’aviazione russa.

 

Al via i lavori di recupero e consolidamento di Torre Uluzzo, tutto pronto per la prossima estate
Da leccenews24.it del11 febbraio 2020

L’intervento comporterà, altresì, la riqualificazione dell’area circostante. La durata dei lavori sarà di due mesi e l’importo complessivo di quasi 50 mila euro, in gran parte finanziati dalla Regione Puglia.

“Già in tempo per la prossima estate la torre sarà in salvo, garantendo alla baia e a tutto il territorio uno dei suoi simboli. Si tratta di un elemento romantico e fortemente identitario del paesaggio di Uluzzo e di tutto il parco di Portoselvaggio. Il finanziamento ci permette di mettere in salvo l’immobile, nei confronti del quale nel corso dei secoli non abbiamo avuto la necessaria cura e l’altrettanto necessaria attenzione per impedirne il degrado. Ma renderemo fruibile anche l’area circostante facendo sì che la torre diventi un elemento ‘vivo’ del contesto”, con queste parole il sindaco di Nardò, Pippi Mellone e l’assessore all’Ambiente, Mino Natalizio, commentano la partenza dei lavori di recupero e consolidamento di Torre Uluzzo.

L’intervento comporterà, altresì, la riqualificazione dell’area circostante, un pezzo di patrimonio e di storia della città, oltre che un simbolo dell’area di Portoselvaggio, che sarà messo in salvo.
La durata dei lavori sarà di due mesi e l’importo complessivo di quasi 50 mila euro, è in gran parte finanziati dalla Regione Puglia. L’Amministrazione neretina, infatti, è riuscita a intercettare un cospicuo finanziamento sull’avviso per interventi su torri costiere e di avvistamento e procederà, quindi, alla conservazione e alla messa in sicurezza della Torre che domina l’omonima baia, oggi in stato di profondo degrado. Nello specifico si procederà a consolidare l’aspetto del manufatto (rendendo solidali tra loro quelle parti di struttura muraria valutate a rischio distacco), poi, verrà effettuata la rimozione della vegetazione infestante. Nell’ottica della valorizzazione del bene, il progetto prevede, inoltre, la sistemazione dell’area circostante e del percorso di avvicinamento, al fine di garantire una fruizione dell’area in sicurezza. In particolare, si prevede di ripristinare alcuni tratti di muretti a secco preesistenti ridotti allo stato di rudere che rappresentano di fatto validi ostacoli all’avvicinamento indiscriminato alla torre e allo strapiombo della scogliera. A tal proposito sulla testa dei muri verrà installata un’apposita segnaletica di pericolo in posizione. La “linea difensiva” dei muretti verrà integrata parzialmente da una staccionata.

Torre Uluzzo

La Torre prende il nome dal termine dialettale con cui si indica l’asfodelo, pianta delle gigliacee presente nell’area circostante. Nel 1568 fu Leonardo Spalletta di Nardò ad aggiudicarsi l’appalto del Regno di Napoli per la costruzione dell’opera che fu realizzata su disegno dell’ingegnere Giovanni Tommaso Scala. È stata utilizzata fino al 1777, come dimostrano numerose testimonianze. Si eleva a strapiombo sul mare dominando una cala di notevole bellezza e inestimabile valore archeologico, che ospita la cultura dell’Uluzziano e le testimonianze fossili del primo “sapiens” d’Europa. È raggiungibile a piedi tramite un sentiero sterrato accessibile dalla strada litoranea tra Santa Caterina e Sant’Isidoro. Lungo il tragitto sorgono alcuni muretti di pietra a secco, arricchiti da una caratteristica vegetazione spontanea (mirto selvatico, fichi d’india, macchia mediterranea). Orientamento, esposizione agli agenti atmosferici, umidità, vegetazione infestante sono i principali fattori che hanno causato la cattiva conservazione delle strutture, il danneggiamento delle creste murarie, il crollo di parti della muratura, l’erosione diffusa. Oggi la torre rappresenta un pericolo per l’incolumità dei visitatori e dei fruitori del tratto di costa.

 

Il Baluardo San Nicola verso una nuova vita
Da laprovinciacr.it del11 febbraio 2020

Lunedì 24 febbraio via ai lavori di riqualificazione dell’area

SABBIONETA (11 febbraio 2020) - Restituire un’adeguata fruibilità e un aspetto più consono al contesto monumentale della cinta muraria è l’obiettivo dell’intervento che prenderà il via lunedì 24 nell’area al piede del Baluardo San Nicola.

Una zona attualmente adibita a parcheggio che però va decisamente risistemata.

In tutto 81 mila euro di spesa (all’80% finanziati dalla Regione nell’ambito del Progetto AttrAct Sabbioneta) per un primo lotto che andrà anche a risolvere le situazioni di degrado in essere e a favorire una progressiva messa a sistema con la rete dei percorsi lungo le fortificazioni di Sabbioneta.

 

Trump e i nuovi missili nucleari
Da altrenotizie.org del 10 febbraio 2020

Il dipartimento della Difesa americano ha aggiunto di recente una nuova arma a “bassa potenza” al proprio arsenale nucleare che potrebbe alterare i già precari equilibri tra le principali potenze militari del pianeta e, a dispetto delle intenzioni ufficiali, provocare una conflagrazione atomica di proporzioni catastrofiche. I missili W76-2 sarebbero già stati installati a bordo di almeno una nave da guerra USA e il battesimo della loro operatività si intreccia pericolosamente alla competizione sempre più accesa tra Washington e Mosca, soprattutto per quanto riguarda il progressivo tracollo dell’impalcatura creata a partire dalle fasi finali della Guerra Fredda per limitare la proliferazione e ridurre il numero di armi nucleari a disposizione delle due super- potenze.

Mentre il Pentagono non ha fornito dettagli circa l’impiego dei missili nucleari a “bassa potenza”, qualche giorno fa era stata la “Federazione degli Scienziati Americani” (FAS) a sostenere, basandosi su fonti civili e militari anonime, che questi ordigni già dalla fine dello scorso anno si trovano a bordo della nave da guerra “Tennessee”, impegnata nell’oceano Atlantico. La caratteristica dei missili W76-2 è quella di avere appunto una testata nucleare con una potenza inferiore rispetto allo standard di queste armi. Più precisamente, anche se non confermato dai vertici militari USA, essa sarebbe pari a cinque chilotoni, cioè circa un terzo della bomba sganciata su Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Associated Press ha citato come termine di paragone anche i missili W76, installati sui sottomarini “strategici” americani, i quali hanno una potenza di 90 chilotoni e i W88 di addirittura 475 chilotoni.

A livello ufficiale, l’input alla costruzione dei missili a “bassa potenza” W76-2 era contenuto nel documento del Pentagono di un paio di anni fa che rivedeva la posizione americana riguardo l’uso di armi atomiche (“Nuclear Posture Review”). In esso si raccomandava la costruzione di questi nuovi missili balistici nucleari, lanciabili dai sottomarini (SLBM), per “garantire un’opzione di risposta rapida in grado di penetrare le difese nemiche” e per far fronte a una presunta debolezza del “deterrente” americano. Già nel 2015, l’allora vice-segretario alla Difesa, Robert Work, in un’apparizione di fronte alla commissione “Forze Armate” della Camera dei Rappresentanti, aveva in realtà spiegato la giustificazione sfruttata dal Pentagono per promuovere la produzione di missili nucleari a “bassa potenza”. La sua tesi si collegava prevedibilmente al comportamento della Russia, al cui governo attribuiva una decisione militare-strategica teoricamente minacciosa per gli Stati Uniti, anche se tutt’altro che reale. La dottrina militare russa in questione era cioè definita dagli USA come una “strategia di escalation per favorire una de-esclation”. Nel concreto, il Pentagono imputava e continua a imputare a Mosca la scelta di considerare, in una situazione di conflitto, anche l’uso limitato preventivo di armi nucleari, tra cui missili “a bassa potenza”, per costringere il proprio nemico a fare un passo indietro nel timore di innescare un’escalation nucleare.

Su questa premessa, in larga misura per non dire del tutto ingannevole, si basa la decisione dell’amministrazione Trump di puntare su nuovi missili nucleari dalle potenzialità “limitate”. Invertendo le responsabilità, in altre parole, la disponibilità di armi di questo genere dovrebbe scoraggiare gli avversari degli Stati Uniti, come la Russia, dall’utilizzo di armi nucleari “a bassa potenza”, proprio perché ciò provocherebbe una risposta simile da parte di Washington. Nella logica contorta del Pentagono, ciò dovrebbe rafforzare il principio della deterrenza e far diminuire quindi il rischio di una guerra nucleare. In realtà, a livello generale, una strategia che preveda la consegna ai militari di un’ulteriore opzione nucleare può difficilmente essere considerata come un contributo alla pace. Nello specifico, inoltre, quest’ultima evoluzione della dottrina nucleare americana si inserisce in un progetto di modernizzazione e rafforzamento dell’arsenale atomico USA lanciato qualche anno fa dall’amministrazione Obama. Esso prevede una spesa complessiva di oltre mille miliardi di dollari e ha come obiettivo ultimo quello di cercare di arrestare, non esattamente con mezzi pacifici, il declino della posizione internazionale degli Stati Uniti.

La natura artificiosa del pretesto usato da Washington per decretare la prima aggiunta al proprio arsenale nucleare strategico da decenni è testimoniata dal fatto che il governo e i militari russi non hanno stabilito in nessun documento né presa di posizione ufficiale la legittimità dell’impiego di armi atomiche in maniera “preventiva” o in risposta a un attacco “convenzionale”, a meno che quest’ultimo sia talmente devastante da mettere a rischio “l’esistenza stessa dello stato”. La rinuncia da parte di Mosca a queste opzioni è evidente sia dalla lettura del più recente documento strategico delle forze armate russe, risalente al 2014, sia dalle spiegazioni date nei mesi scorsi dal presidente Putin. Parlando ad esempio nel corso di un meeting del Valdai Club lo scorso ottobre, il numero uno del Cremlino fece riferimento proprio alle decisioni americane in proposito e affermò che “la dottrina nucleare russa non prevede [la possibilità di] un attacco preventivo”, ma soltanto un’eventuale “azione reciproca”, in risposta cioè a un attacco nucleare. A tutti gli effetti, è piuttosto la strategia degli Stati Uniti che prevede l’opzione di un’offensiva nucleare a fronte di “un attacco non nucleare” e di “un’aggressione convenzionale su larga scala”. La definizione di minaccia a cui è possibile rispondere con armi atomiche è chiaramente più vaga rispetto a quella adottata dalla Russia, dove l’unica ipotesi che includa un lancio di missili nucleari dopo un attacco “convenzionale” è collegata a una minaccia all’esistenza dello stato. Il vero obiettivo di Washington non è perciò tanto quello di rafforzare il proprio deterrente per evitare una guerra nucleare, quanto, in maniera inquietante, di colpire preventivamente con armi nucleari di “bassa potenza” paesi nemici, soprattutto se sprovvisti di ordigni nucleari, a cominciare dall’Iran. Ovviamente, anche attacchi dello stesso tipo potrebbero essere contemplati contro potenze nucleari, come la Corea del Nord, o le stesse Russia e Cina, confidando in una “de-escalation” o, per meglio dire, in una resa da parte di queste ultime per evitare l’annientamento nucleare reciproco. Questi argomenti propongono la tesi agghiacciante di una guerra nucleare che può essere combattuta e vinta. Che essi vengano seriamente presi in considerazione dai vertici politici e militari americani è confermato dalla coincidenza temporale della probabile installazione dei missili W76-2 sulla nave da guerra “Tennessee” con la decisione da parte del presidente Trump di assassinare a Baghdad il generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Qasem Soleimani.

NBC News aveva scritto a fine gennaio che, nello stesso vertice da cui era uscita la decisione di uccidere Soleimani, Trump aveva autorizzato il Pentagono a colpire una serie di obiettivi militari iraniani, verosimilmente in caso di risposta all’assassinio del generale in territorio iracheno. Di fronte a queste informazioni, è legittimo ipotizzare come a Washington fosse allo studio una provocazione nei confronti di Teheran che, in caso di risposta, poteva fornire la giustificazione per condurre un attacco di ampia portata contro la Repubblica Islamica, forse anche con missili nucleari “a bassa potenza”.

L’ipotesi della provocazione studiata a tavolino è ulteriormente irrobustita dalla recente notizia, proveniente dal governo di Baghdad, sull’identità dei responsabili dell’episodio che era stato all’origine della guerra sfiorata con l’Iran. Il 27 dicembre, Washington aveva denunciato il lancio di missili contro una propria base militare in Iraq, a seguito del quale era morto un “contractor” iracheno-americano, puntando il dito contro la milizia sciita filo-iraniana Ketaib Hezbollah, puntualmente colpita da una ritorsione che aveva fatto decine di vittime. Gli Stati Uniti avevano poi ricondotto la pianificazione del blitz al generale Soleimani, la cui morte sarebbe stata dunque una giusta punizione. Come rivelato da un’indagine del New York Times, dopo settimane da questi fatti è invece emerso da Baghdad che l’operazione contro la base americana situata nei pressi della città di Kirkuk sarebbe stata portata a termine non da gruppi paramilitari iracheni sostenuti da Teheran, ma da ciò che resta dei fondamentalisti dello Stato Islamico (ISIS).

 

Fallisce il lancio del satellite che preoccupa gli Stati Uniti
Da ilgiornale.it del 10 febbraio 2020

Che non sia un bel periodo per l'Iran è chiaro a tutti. E quando le cose vanno male, anche le operazioni propagandistiche che dovrebbero rafforzare l'orgoglio nazionale falliscono miseramente.

Il governo di Teheran aveva ieri in programma di lanciare nello spazio il satellite Zafar (parola che in farsi significa «vittoria»), ma il razzo che lo trasportava non ha raggiunto la velocità necessaria per entrare in orbita e il lancio è fallito. Un insuccesso doloroso per una campagna a cui il governo iraniano teneva moltissimo, anche per mettere un po' di pressione agli Stati Uniti, che da parte loro avevano manifestato un certo nervosismo per il lancio di un satellite che era stato definito «pacifico» ma che comunque rappresentava un segnale inquietante. «Oggi - ha annunciato ieri su Twitter il ministro iraniano per l'Informazione, le Comunicazioni e la Tecnologia Mohammad Javad Azari Jahromi - lanceremo il satellite Zafar e le prime immagini inviate saranno per i martiri della squadra». Il satellite avrebbe dovuto raccogliere immagini per uso geografico e agricolo e per ottenere informazioni utili a prevenire i terremoti e i disastri naturali. Obiettivi «civili» che non avevano rassicurato gli Stati Uniti, che pensano invece a un primo passo verso lo sviluppo di una tecnologia balistica. La tecnologia usata per il lancio del satellite può certamente far parte di un progetto a lungo termine per il lancio di ordigni nucleari.

Peraltro al momento c'è una grande fibrillazione tra i due Paesi, dopo che il 3 gennaio gli americani hanno ucciso grazie a un attacco portato da un drone all'aeroporto di Baghdad il generale Iraniano Quasem Soleimani, ciò che ha provocato l'immediata reazione dell'Iran che il giorno dopo ha lanciato missili su una base missilistica in Irak. Il lancio è avvenuto dalla stazione spaziale di Semnan, nel Nord del Paese e il vettore avrebbe dovuto raggiungere la velocità di 7400 chilometri all'ora. A partire dal 2009 l'Iran ha lanciato con successo tre satelliti, ma lo scorso hanno ci sono stati ben due fallimenti. L'IRan ha speso poco meno di due milioni di euro per progettare lo Zafar e il suo gemello, lo Zafar 3. Il costo del satellite è di più di 10 milioni di euro e il suo «ciclo vitale» è di 25 anni. Il peso del satellite è di 113 chili.

 

Macron: Force de Frappe più piccola ma deterrente nucleare dell’Europa
Da analisidifesa.it del 9 febbraio 2020

La Francia ha ridotto il suo arsenale nucleare a meno di 300 testate. Lo ha annunciato il 7 febbraio il presidente Emmanuel Macron, illustrando il “bilancio esemplare” del suo Paese in materia di disarmo. La Francia – ha detto Macron in un discorso sulla strategia di difesa e dissuasione nucleare francese – “ha un bilancio unico al mondo, conforme alle sue responsabilità ed interessi, avendo smantellato in modo irreversibile la sua componente nucleare terrestre, le sue installazioni di test nucleari, quelle per la produzione di materie fissili per armamenti, e ridotto la dimensione del suo arsenale, oggi inferiore a 300 armi nucleari”.

Emmanuel Macron ha proposto ai paesi europei “un dialogo strategico” sul “ruolo della dissuasione nucleare francese” nella sicurezza dell’Europa. “I partner europei che auspicano di impegnarsi su questa strada potranno essere associati alle esercitazioni delle forze francesi di dissuasione.

Macron torna così a proporre di porre al servizio della Ue la “Force de frappe” (il deterrente nucleare di Parigi), consentendo quindi di costituire un’alternativa all’ombrello nucleare statunitense offerto ai paesi NATO. Con l‘uscita della Gran Bretagna dalla Ue, la Francia resta oggi l’unica potenza nucleare europea. La proposta francese rafforza ulteriormente l’esplicito tentativo di porre Parigi alla guida della politica di difesa comunitaria (https://www.analisidifesa.it/2019/09/macron-ottiene-ladesione-ellitaliaalleuropean-intervention-initiative/) consentendo al tempo stesso di condividere con i partner Ue i costi miliardari del suo arsenale nucleare basato su armi atomiche lanciabili con missili ASMP-A da cacciabombardieri Rafale (2 reparti dell’Armèe de l’Air e 2 reparti imbarcati sulla portaerei Charles De Gaulle) e sui 4 sottomarini nucleari lanciamissili balistici classe Le Triomphant dotati di missili balistici intercontinentali M-51. (https://www.navaltechnology. com/projects/triomphant/)

 

Altri due spazi dell’Arsenale recuperati, andranno al Salone Nautico
Da lavocedivenezia.it del 8 febbraio 2020

La Giunta approva i progetti definitivi per il recupero di due aree dell’arsenale Nord. Zaccariotto: “Si tratta di spazi da mettere in sicurezza e che saranno utilizzati per il Salone Nautico di giugno”.

La Giunta comunale, riunitasi nei giorni scorsi a Ca’ Farsetti, ha infatti approvato, su proposta dell’assessore ai Lavori pubblici Francesca Zaccariotto due delibere riguardanti l’Arsenale di Venezia per un totale di 400 mila euro. Nello specifico, dopo che la Giunta lo scorso 23 dicembre ha approvato i progetti di fattibilità tecnico ed economica ha dato ora il via libera a quelli definitivi. La prima delibera, per un totale di 200mila euro, riguarda una pluralità di interventi di manutenzione diffusa, da eseguirsi sugli edifici dell’area dell’Arsenale Nord.
Il lavoro più consistente riguarda l’edificio N116, un manufatto inserito nel complesso dell’Arsenale localizzato all’interno dell’area verde denominata Casermette. L’edificio al suo interno ospita una cabina di media tensione a servizio di alcune Tese dell’Arsenale e presenta un precario stato di conservazione.

Gran parte della struttura di copertura è crollata sull’impalcato del solaio sottostante pertanto, a garanzia dell’incolumità dei fruitori degli spazi limitrofi e per garantire il buon funzionamento della cabina ubicata al piano terra, anche in funzione della seconda edizione del Salone Nautico di Venezia, si è deciso di mettere in sicurezza la struttura La seconda delibera prevede invece interventi che interesseranno le pavimentazioni che costituiscono la chiusura del cavedio impiantistico realizzato nella banchina della Nuovissima, oltre che le pavimentazioni delle aree limitrofe allo scalo di alaggio e varo e delle aree adiacenti il bacino piccolo di carenaggio, al fine di eliminare barriere architettoniche e parti di pavimentazioni deterioratesi nel tempo. E’ inoltre previsto il ripristino di una vasca settica esistente al fine di un suo adeguamento igienico funzionale.
“L’Amministrazione comunale – commenta Zaccariotto – ha stabilito, su diretta indicazione del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro – che, dopo il successo della prima edizione del Salone Nautico, si provvedesse a dare una significativa sistemazione delle aree esterne e dei fabbricati che il prossimo giugno ospiteranno la seconda edizione di un evento che ha dimostrato, in numero di accessi e in partecipazione di espositori, di essere un punto di riferimento per tutto il popolo del mare. Ecco quindi che con questi 400mila euro andremo a mettere a punto quelle aree che, dopo essere state abbandonate per decenni, ora tornano ad avere un ruolo in quella strategia di rilancio di una delle eccellenze veneziane nel mondo qual è la nautica”.

 

Casoli, finanziamento per il castello che diventa polo culturale del Sangro Aventino
Da tgmax.it del 8 febbraio 2020

Porta la firma dell’on. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, il finanziamento di 840 mila euro concesso al Comune di Casoli (Chieti) per fare del Castello ducale il polo culturale e nodo del sistema territoriale delle fortificazioni del Sangro Aventino. A darne notizia è il sindaco Massimo Tiberini. Il cospicuo finanziamento è inserito nel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, pubblicato lo scorso 29 gennaio, concernente gli enti attuatori.

“Siamo stati ammessi alla successiva fase di stipula delle convenzioni con il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo – spiega entusiasta il sindaco Tiberini – per l’attuazione del progetto Bellezz@-Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati”.
La valorizzazione del Castello ducale casolano “potrebbe incidere – secondo il primo cittadino – anche sui centri storici, ricostituendone il tessuto demografico e dei servizi e facendoli tornare a vivere”, mentre le famiglie sono sempre più attratte dai servizi offerti dalle città.
“Nell’area del Sangro Aventino – spiega Tiberini – sono presenti fortificazioni medioevali, come ad esempio Roccascalegna, che possono rappresentare nodi di un sistema storico culturale di primo livello, tale da costituire una offerta per il turismo che caratterizza le terre di mezzo, quelle tra la costa e la montagna”.

“In questo sistema, complesso e variegato, un sistema museale integrato e interagente diventa l’obiettivo da realizzare – conclude il sindaco – al fine di rafforzare la competitività territoriale. Un investimento nel patrimonio storico, controllato in tutte le sue fasi, è un investimento su tutta la comunità dei Comuni del crinale”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: La scomparsa Cittadella Fortificata di Casalnuovo Monterotaro
Da lavocedimaruggio.it del 7 febbraio 2020

Sin dall’epoca romana, e forse anche prima, per via della sua importante posizione strategica in montagna, Casalnuovo venne utilizzato con funzioni essenzialmente difensive e di controllo ed osservazione del territorio circostante. Molto probabilmente rientrava in un dispositivo difensivo imperniato su diverse piazze dislocate nell’Appennino Dauno, allo scopo di acquisire un controllo continuo e costante del Tavoliere delle Puglie.

Più che un castello, i ruderi oggi visibili si riferivano ad una vera e propria cittadella fortificata, posta sulla vetta del monte che il nome al paese stesso: il Monte Rotaro. Sul versante settentrionale è ancora possibile osservare la traccia dell’antica cinta muraria, mentre su quello occidentale si osservano ancora tratti di parete che ne delimitavano il fossato. Tuttavia i resti più importanti sono quelli della torre a pianta quadrangolare che si sviluppa su tre livelli con soffitti a botte, in parte crollati. Inoltre la struttura attualmente è anche priva di copertura. Nei pressi della torre vi è una cisterna, che probabilmente era utilizzata per raccogliere l’acqua piovana. Sempre nell’area limitrofa si nota la presenza di un’altra torre cilindrica.

Il sito fu sottoposto a tutte le varie dominazioni succedutesi nel corso dei secoli, in particolare sotto il regno di Federico II di Svevia gli abitanti di Casalnuovo si ribellarono e l’imperatore, per rappresaglia, ne fece abbattere la cinta muraria.

Il complesso oggi avrebbe bisogno di urgenti interventi conservativi e di restauro.

Cosimo Enrico Marseglia

 

“Turris”: il progetto turistico per far conoscere le torri di Langa si presenta a Murazzano
Da unionemonregalese.it del 7 febbraio 2020

La torre di Murazzano, in uno scatto particolarmente suggestivo di Marco Aimo

Appuntamento per sabato 8 febbraio nel salone polivalente. Proiezione in anteprima del video promozionale

Tutto è pronto, ormai ci siamo. Il progetto promosso dall’Associazione “Turris” inizia a raccogliere i primi frutti dell’incessante lavoro portato avanti in questi anni. Sabato 8 febbraio, il salone polivalente di Murazzano, a partire dalle ore 18, ospita un evento tutto dedicato all’iniziativa nata con l’obiettivo primario di valorizzare e rendere fruibili ed aperte al pubblico le principali torri e fortificazioni medievali di Langa, Monferrato e Roero. Nell’occasione, dopo i saluti istituzionali del sindaco “padrone di casa”, Luca Viglierchio, e di Luigi Ferrua, sindaco di Rocca Cigliè e da qualche mese alla guida dell’Associazione “Turris”, si passerà alla proiezione in anteprima del video promozionale “Di torre in torre, di collina in collina”, realizzato e montato nei mesi scorsi, grazie ad una serie di spettacolari riprese aeree (tramite drone) delle torri dei Comuni che aderiscono all’iniziativa turistica. Alle 18.45 è prevista invece una relazione sulla cronostoria del progetto, durante la quale si scopriranno anche i progetti futuri in cantiere. «Ormai quasi quattro anni fa – spiega Luigi Ferrua – abbiamo iniziato questo cammino in otto, ora i Comuni invece sono 14, con l’ingresso di Monforte proprio in questi giorni e il futuro inserimento anche di Novello. “Turris” è già così un circuito molto valido, con un seguito importante, ma ovviamente dovrà essere sviluppato al meglio dal punto di vista dell’attrazione turistica. di Mattia Clerico

 

Trapani, il consigliere Toscano "Recuperiamo la Torre di Marausa"
Da tp24.it del 7 febbraio 2020

Salviamo la Torre di Marausa, è questo l'appello che fa il consigliere comunale Massimo Toscano. La Torre che è un simbolo della frazione trapanese, realizzata nel XVII secolo è detta anche la "Torre di Mezzo", una delle tante torri costiere della Sicilia, attiva dal 1619 e nel secolo scorso utilizzata per scopi militari. Ad oggi è chiusa e abbandonata da tempo.

"Nel 2017 è stata affidata dall'agenzia del Demanio ad un privato per il riuso e la realizzazione di un B&B e quindi non più fruibile per il pubblico - afferma Toscano -.

Ad oggi il bene si trova ancora non utilizzato ed è rimasto chiuso senza che nessuno si sia premurato di salvaguardarlo. Nel frattempo sta cedendo alle intemperie risultando abbandonato al degrado più assoluto, nonostante vanti alle spalle una gloriosa storia. Non sono contrario all'utilizzo privato di un bene ma pur sempre quando questo avviene contestualizzato rispettandone la storia e le caratteristiche».

 

Ecco perché non è obsoleto il dibattito sulle basi Usa in Italia
Da ilprimatonazionale.it del 6 febbraio 2020

Roma, 6 feb – Lo scorso 3 gennaio, nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Baghdad, il generale iraniano Qassem Soleimani cade vittima di un raid voluto dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di concerto col Pentagono e apparati del cosiddetto Deep State americano. Muore così il secondo uomo più importante di Teheran, colui che nella guerra civile siriana e per contenere l’avanzata dell’Isis in Iraq ha guidato la Forza Quds a sostegno di Bashar al- Assad. In tutta risposta, la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, proclama tre giorni di lutto nazionale, definendo Soleimani un martire (shahid) e conferendogli, post mortem, il grado di Tenente Generale. Immediatamente si diffonde la preoccupazione che l’evento possa cambiare gli equilibri geopolitici del Medio Oriente mentre in Italia circola la notizia secondo cui il drone che avrebbe colpito l’auto su cui viaggiava il generale iraniano sarebbe partito dalla base aerea di Sigonella in Sicilia. Notizia poi smentita dal ministero della Difesa e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Le basi Usa in Italia

La vicenda fin qui narrata torna a sollevare una vecchia questione, quella sulle basi Usa, che divide in due opposte fazioni: chi, da un lato, sostiene la necessità di ospitarle sul territorio nazionale e chi invece le considera l’ennesimo sopruso di una potenza muscolare e prevaricatrice, una violazione della sovranità nazionale, un costo esoso, quello destinato alle attività di manutenzione, che grava sulle spalle degli italiani nonché un pericolo contro la nostra incolumità. Mentre si fa strada il timore che l’opinione pubblica – inebetita dalla frenesia degli acquisti in questa stagione di costi al ribasso, da notizie frivole come l’addio di Harry e Meghan alla Royal Family, o attenta com’è a seguire il tam tam mediatico su chi saranno i cantanti, gli ospiti e le soubrette del Festival di Sanremo – abbia completamente ignorato il riaffacciarsi di questo tema, tornato di attualità anche in occasione della crisi siriana e di quella libica.

In Italia, basi e installazioni militari Usa ufficialmente dichiarate sono 120, ma c’è chi parla pure di altre 20 basi totalmente segrete. L’Italia è la nazione in Europa che ha il numero maggiore di militari americani, e, quando nel resto d’Europa sono diminuiti, in Italia sono persino aumentati. Non ultimo, nelle basi di Aviano nel Friuli e Ghedi in Lombardia, sono presenti 90 testate atomiche. L’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA), anche detto “Accordo Ombrello”, ovvero il trattato che disciplina lo stato giuridico delle basi americane in Italia, è stato sottoscritto da Usa e Italia il 20 ottobre del 1954, in piena Guerra Fredda, quando si rese necessario creare un avamposto da cui poter contrastare la possibile invasione dell’Europa Occidentale da parte dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, e la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica, questa minaccia non esiste più, eppure gli armamenti nucleari sul territorio nazionale stanno ancora lì. Perché?

Riprendersi la sovranità militare

Perché dalla fine della Seconda Guerra mondiale, l’Italia, uscita sconfitta dal conflitto, firmando l’armistizio con le forze alleate, l’8 settembre 1943, ed entrando, successivamente, a far parte del Patto Atlantico, ha rinunciato alla propria indipendenza per firmare un patto non di alleanza ma di sudditanza agli Usa, prima potenza mondiale, che da oltre mezzo secolo influenza le nostre vite. Dunque, il dibattito sulla presenza militare americana sul nostro territorio non è obsoleto, ma è una questione della massima urgenza, poiché è a rischio la nostra sicurezza nazionale e perché è moralmente necessaria una lotta per la nostra sovranità militare. Mauro Bulgarelli, ex deputato dei Verdi, promosse, era il 2007, un referendum per smantellare qualsiasi armamento nucleare sul territorio italiano. Oggi, riproporre un referendum torna di attualità, ma il timore è che ancora una volta la nostra sia la voce di chi grida nel deserto. Viene allora in aiuto un adagio indiano: “Il fiume non va spinto, scorre da sé”. In altre parole, nonostante tutto, è più saggio non abbandonare la speranza che prima o poi i tempi saranno maturi per un cambio di paradigma.

Annarita Curcio

 

Susa: l’area della ex Polveriera a San Giuliano bonificata dall’amianto Terminate le operazioni di bonifica di tutte le coperture
Da lagendanews.com del 5 febbraio 2020

Susa ex polveriera militare

SUSA – L’area dell’ex Polveriera di più di sette ettari precedentemente del Demanio Militare e ora di proprietà comunale si trova alle porte di Susa sulla Statale 24 e versava da decenni in stato di totale abbandono. Il finanziamento complessivo originariamente era di 300 mila euro di cui 107 mila del Patto Territoriale e i restanti da fondi statali. Giuliano Pelissero Assessore al Patrimonio e ai Rapporti con le Frazioni spiega.

“Il progetto prende avvio con la firma dell’accordo in Municipio esattamente sei anni fa, nel 2014, tra l’ex Sindaco di Susa Gemma Amprino, l’allora Presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e l’allora Vice Presidente della Coldiretti Sergio Barone.

Siamo particolarmente soddisfatti della conclusione di una prima fase di un percorso importante che ha coinvolto l’area della ex Polveriera in località San Giuliano“.

 

Susa ex polveriera militare

ARRIVA LA SMART VALLEY

“L’intervento faceva parte del programma di opere denominato “Smart Susa Valley”. Passano gli anni, il Progetto in qualche modo si tiene in vita ma ridimensionato nelle cifre. Ora, da pochi giorni sono state finalmente portate a termine le operazioni di bonifica di tutte le coperture delle strutture presenti nell’area. Un’operazione concreta di difesa dell’ambiente che i cittadini della Frazione, così come di tutta Susa, attendevano da tanti anni. Di ambiente non ci si deve limitare a parlare ma occorrono fatti concreti e misurabili. Va sottolineato che si tratta di un’operazione prodromica a qualsiasi altra ipotesi di destinazione di quella vasta zona che ha avuto in passato una vocazione agro pastorale“.

UN RECUPERO

Conclude Pelissero. “Occorrerà inoltre ragionare sul recupero funzionale in particolare di due grandi strutture ivi presenti. Ricordo che un edificio è attualmente già utilizzato come deposito di materiale comunale e in disponibilità all’Ufficio Tecnico“.

 

Cosa vedere a Castel San Pietro Romano
Da siviaggia.it del 5 febbraio 2020

Il borgo di Castel San Pietro Romano sorge arroccato su una collina e guarda dall’alto dei suoi 763 metri di altezza il panorama del Monte Ginestro. Castel San Pietro si trova a meno di 50 chilometri da Roma ed è uno dei paesi più piccoli ma più pittoreschi del Lazio. Il suo centro storico ha giovato di un’importante rivalutazione nel 2017, che ha portato Castel San Pietro ad entrare a far parte dei Borghi più belli d’Italia e ad essere premiato come una delle 100 mete d’Italia. Il nome del villaggio è da attribuire all’apostolo Pietro, che in antichità si ritirò su queste colline, ma l’origine di Castel San Pietro risale al Medioevo: la popolazione dell’antica Praeneste, ora Palestrina, si mosse tra queste alture in cerca di sicurezza e di luoghi più facilmente difendibili dagli attacchi dei nemici. Oggi Castel San Pietro si gode il suo splendore e si presta a piacevoli soggiorni di relax e scoperta, tra stretti vicoli, scorci panoramici e antiche fortezze.

Cosa vedere a Castel San Pietro

Sul paese di Castel San Pietro domina indisturbata la Rocca dei Colonna, una spettacolare fortezza medievale che sembra fondersi alla perfezione con con l’ambiente circostante. Un vero gioiello architettonico del borgo, voluta dalla famiglia dei Colonna, il cui stemma campeggia ancora sull’arco d’accesso alla Rocca. La sua funzione difensiva è palese, data la sua posizione strategica che domina dal Monte Ginestro una vasta porzione del territorio sottostante: dalle sue mura si possono infatti godere panorami mozzafiato sui Colli Albani e Tuscolani e sui paesaggi della campagna romana fino a Tivoli ed ai Monti Lucretili.
Il terreno brullo e carsificato che circonda Rocca Colonna appare a dir poco splendido da lassù, specialmente al tramonto, quando il sole tinge di colori caldi i colli romani . La fortezza ha purtroppo vissuto anni di degrado, passando da essere punto militare strategico a palazzo residenziale fino ad essere infine completamente abbandonata. È stata però magistralmente restaurata nel 2000, ritornando alla sua antica maestosità. Tra gli edifici religiosi più importanti del borgo si annovera invece la chiesa di Santa Maria della Costa, risalente al XVIII secolo sulle antiche rovine di un monastero. Altra chiesa importante è quella dedicata a San Pietro Apostolo, che si affaccia sulla piazza principale del paese, Piazza San Pietro, e sorge anch’essa sui resti di una precedente costruzione romana.
Sempre sulla stessa piazza si erge una delle perle di interesse architettonico del borgo di Castel San Pietro, Palazzo Mocci: residenza nobiliare di una delle famiglie più importanti dell’area è oggi sede del Museo Virtuale Terra Nostra ed insieme ad altre zone del paese è stato location di diverse produzioni cinematografiche, tra le quali Pane, Amore e Fantasia di Luigi Comencini del 1953, con Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica e Marisa Merlini.
Da non perdere a Castel San Pietro anche le sue Mura Ciclopiche, di origine preromana e databili nel VI sec. a.C, costituite da grandi blocchi di pietra irregolari messi in opera a secco ancora in buona parte ben conservate e visibili. I dintorni di Castel San Pietro non sono meno suggestivi, ed ospitano una natura rigogliosa e numerosi sentieri escursionistici che si addentrano nelle campagne della periferia di Roma. A pochi chilometri dal centro si trova ad esempio la Valle delle Cannucceta, area naturale protetta dichiarata Monumento Naturale della Regione nel 1995, mentre al sud del paese della Rocca dei Colonna sorge Palestrina, una città d’arte dall’irresistibile fascino custode di opere artistiche dall’inestimabile valore.

Cosa mangiare a Castel San Pietro

Castel San Pietro mostra tutta la bellezza e l’autenticità delle aree limitrofe alla Capitale anche nella sua gastronomia: verace, genuina e assolutamente da non perdere. È impossibile passare da queste zone d’Italia e non assaggiare un piatto di bucatini all’amatriciana o una carbonara preparata secondo la ricetta originale. La cucina tradizionale di Castel San Pietro offre piatti succulenti della cucina romano-montana: si passa dagli gnocchi a coda de sorica per arrivare allo spezzatino, e passando per una squisita pasta e fagioli ci si può tuffare poi su della succulenta carne alla brace. Senza dimenticarsi di dare un morso ad un giglietto di Palestrina, per completare l’itinerario enogastronomico: un celebre biscotto secco, oggi presidio Slow Food, dal sapore caratteristico e dalla singolare forma a giglio, da cui prende il nome.

Il presepe vivente di Castel San Pietro

Nel poetico quadro di Rocca dei Colonna, prende vita nel periodo natalizio il Presepe Artistico a grandezza naturale.
Le rocce carsiche della Rocca accolgono pastori, animali ed una Natività vibrante di fascino. L’ambiente della fortezza e le formazioni naturali che la circondano diventano una location perfetta per mettere in scena un presepe d’eccezione che attira ogni anno decine di visitatori incuriositi dall’incanto dell’opera.

 

I borghi storici più belli del Veneto. Scopri le bellezze medievali per le tue gite fuoriporta in Veneto
Da veronawinelove.com del 4 febbraio 2020

Il Veneto è un territorio ricco di storia, tradizioni e arte. Vanta la presenza di numerosi borghi storici medievali e molti sono conosciuti come borghi più belli d’Italia. Antichi manieri e imponenti mura di cinta circondano piccoli centri storici dove il turista ha l’occasione di poter fare un salto nel passato. I borghi del Veneto si trovano in scenari geografici diversi tra loro: paesaggi collinari o alpini, circondati da vitigni o lungo le coste del lago. Allora, vediamo insieme i borghi storici medievali più belli della regione Veneto.

Arquà Petrarca: bandiera arancione del Turing Club e uno de “I Borghi più Belli d’Italia”

Arquà Petrarca è un borgo medievale che si trova a 26 km da Padova, immerso nel verde dei Colli Euganei. La sua storia e lo stesso nome sono legati al poeta Francesco Petrarca, che negli ultimi anni della propria vita volle stabilire la sua residenza proprio ad Arquà Petrarca.
Infatti, qui si può visitare la casa di Petrarca in via Valleselle, ancora immersa nel verde e contornata dagli orti di un tempo. Altro monumento legato alla memoria del poeta del Canzoniere è la Tomba del Petrarca, un’arca in marmo rosso di Verona, posta sul sagrato della chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Chiesa che nei secoli fu più volte rimaneggiata, e al suo interno spicca l’altare centrale, proveniente dall’Eremo del Monte Rua, opera di Francesco Rizzi.
Un’altra chiesa di particolare interesse è l’Oratorio della SS. Trinità, d’aspetto romanico, ad unica navata e con il tetto a capanna, inoltre, il tempio custodisce opere d’arte, fra cui tracce di affreschi. All’esterno della chiesa si trova la Loggia dei Vicari, realizzata in pietra locale. Era il luogo preposto alle riunioni e alla risoluzione dei problemi tra i capifamiglia ed i Vicari.
Un ultimo luogo legato al poeta è la Fontana del Petrarca, che esisteva già prima del suo al borgo medievale, alla quale egli era solito andare ad attingere l’acqua. Nel borgo alto di Arquà Petrarca invece, si trova Palazzo Contarini, realizzato in stile gotico veneziano del XV secolo e l’osteria “Del Guerriero”, ormai abbandonata.

Arquà Petrarca possiede un patrimonio storico e naturalistico inestimabile, infatti è considerato uno dei borghi più belli d’Italia e ha ricevuto il riconoscimento della Bandiera Arancione da parte del Touring Club Italiano, un marchio di qualità turistico- ambientale. Il borgo medievale è anche conosciuto dal punto di vista enologico, infatti la sua produzione di vini spazia dal rosso dei Colli Euganei, ai vini dolci da uve Moscato di vario ceppo. Arquà Petrarca è conosciuta anche per la produzione di olio e fa parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio. Un prodotto tipico da provare è la giuggiola, frutto ottimo per confetture, dolci e liquori.

Borghetto: tra “I Borghi più Belli d’Italia”

Borghetto è un borgo medievale che si trova in provincia di Verona, a 30 km dalla città scaligera. Fa parte, come frazione, del comune di Valeggio sul Mincio. La sua posizione geografica sul corso d’acqua tra Mantova e Verona ne ha fatto da sempre un luogo di passaggio e di confine, un villaggio di mulini che ad oggi è ancora molto apprezzato sia da turisti italiani che stranieri. Domina la scena del borgo il Ponte Visconteo, diga fortificata, realizzata nell’arco di due anni a partire dal 1393 su ordine di Gian Galeazzo Visconti.
Altrettanto punto di interesse è il Castello scaligero con la sua Torre Tonda, situato sulla collina nella vicina Valeggio sul Mincio. Il Ponte Visconteo e il Castello Scaligero, all’epoca del loro massimo splendore, facevano parte di un unico complesso difensivo fortificato, le due strutture erano infatti collegate da due cortine merlate. L’incuria e le guerre però non hanno saputo conservare intatto il patrimonio, nonostante ciò è stato riaperto un sentiero che scende dal castello lungo la collina fino al ponte- diga.
Da non perdere un assaggio dei tortellini di Valeggio, conosciuti anche con il nome di “nodo d’amore”. Il tortellino di Valeggio è infatti il protagonista della “Festa del Nodo d’Amore”, manifestazione enogastronomica che si tiene ogni anno il terzo martedì di giugno. Non può mancare una visita al vicino Parco Giardino Sigurtà, aperto alle visite da marzo a novembre e situato a Valeggio sul Mincio.

 

Cittadella e le sue Porte verso le città venete: cosa vedere

Cittadella si trova a nord di Padova ed è l’unico borgo in Europa a pianta ellittica, dove è possibile percorrere l’antico camminamento di ronda, lungo 1660 metri. La cinta muraria fu costruita nel 1220 dal comune di Padova per proteggersi dalla minaccia di Treviso. Il punto di inizio del camminamento delle mura di Cittadella è porta Bassano, dove si trova la biglietteria. Quattro sono le porte che si aprono in corrispondenza dei punti cardinali, rivolte verso le città limitrofe: Treviso, Padova, Vicenza e Bassano. Al punto d’arrivo del camminamento di ronda si trova la mole della Torre di Malta, ora sede del Museo Archeologico e punto panoramico su tutta Cittadella.
Passeggiando si può osservare il Palazzo Municipale o Palazzo della Loggia, edificio in stile gotico con un portico al piano terra che ospita gli stemmi dei podestà ed un leone di San Marco in pietra. Durante il camminamento di ronda si può visitare anche la Parrocchiale dei Ss. Prosdocimo e Donato, edificio di origine cinquecentesca, oggi dalle forme neoclassiche. Per le informazioni utili sulle mura di Cittadella visita il sito dell’ufficio turistico.
A Cittadella non mancano le tradizioni enogastronomiche. La polenta fa da padrona in tutte le sue versioni, gialla, bianca e persino dolce, con la torta chiamata “La Polentina di Cittadella”. Assieme alla polenta non possono mancare “gli osei” e vari tipi di cacciagione.

Marostica, la città degli scacchi. Cosa vedere

Marostica è un borgo medievale che si trova in provincia di Vicenza, città murata adagiata sulla fascia pedemontana.
Deve il suo aspetto fortificato alla dinastia degli Scaligeri che nel XIV secolo hanno fatto costruire il castello superiore sul colle Pausolino, il castello inferiore e la cerchia muraria di collegamento. Tra gli edifici di interesse ci sono appunto i due castelli di Marostica. Il Castello inferiore risale al 1312 e con i suoi merli, la pianta rettangolare e il mastio costituisce un esempio di architettura militare. Anche il Castello superiore risale al 1312, è di forma quadrata, con quattro torresini ai lati e una torre al centro.
Un tempo il maniero era dotato di un pozzo, tutt’oggi visibile nel cortile  interno, di una chiesa e di un affascinante mulino a vento. I due castelli sono collegati dalla cinta muraria che scendendo lungo il versante collinare disegna con il proprio perimetro una forma pentagonale.
Da vedere anche il Doglione, detto anche Rocca di Mezzo, che risale al medioevo e nel XIII secolo ebbe la funzione di casello daziario per le merci in entrata o di passaggio a Marostica.
Marostica è celebre in tutta Italia anche per la partita a scacchi, dove le pedine sono interpretate da personaggi viventi. È uno spettacolo folcloristico in costume di ambientazione storica, che si ripete ogni due anni il secondo fine settimana di settembre. Nel mese di maggio Marostica ospita la Festa della Ciliegia di Marostica Igp., una ciliegia rossa e polposa.

 

Montagnana: tra i “Borghi più Belli d’Italia”

Anche Montagnana sorge nel cuore della pianura padana, a 16 km dai Colli Euganei e 56 km da Padova. La cittadina di Montagnana è protetta da una cinta di mura tardomedievale realizzata verso la metà del Trecento per opera dei Carraresi, signori di Padova, spinti dalla necessità di contrastare il potere degli Scaligeri di Verona su quest’area.

Inoltre, ben 24 torri scandiscono la cinta muraria, lunga 2 km. Tutt’intorno, in passato, vi era un ampio fossato oggi trasformato in una distesa verde.
Uno degli accessi principali al borgo si trova in corrispondenza della Rocca degli Alberi, una pittoresca struttura difensiva medievale. Ancora più imponente è il Castello di San Zeno, opposto alla rocca. È possente con le sue alte mura e il Mastio che sfiora i 40 metri di altezza. Oggi ospita il Museo Civico “Antonio Giacomelli”, la biblioteca civile e il Centro Studi sui Castelli.
A dominare il centro di Montagnana c’è il Duomo, affacciato alla piazza principale, eretto tra il 1431 e il 1502. Le linee sono tardo-gotiche ma riportano modifiche del tardo Rinascimento. Sulla stessa piazza si trova Palazzo Valeri e l’antico Monte di Pietà. Proseguendo in via Matteotti ci si imbatte nel palazzo Magnavin-Foratti, in stile gotico-veneziano.

Uscendo da Porta Padova ci si trova di fronte a Villa Pisani, capolavoro del Palladio, decorata dalle sculture di Alessandro Vittoria. La villa è tra i beni patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Montagnana è anche conosciuta per la Festa del prosciutto crudo dolce che si tiene nel mese di maggio e il Wine Festival di giugno.

Soave: il Castello, il borgo e il vino Soave

Ai piedi dei Monti Lessini sorge Soave, borgo medievale dominato dal castello e circondato da mura merlate alla ghibellina, scandite da 24 torri. Il castello scaligero è una struttura militare realizzata nel medioevo, costituita da un mastio circondato da tre cortili e dalle mura, che scivolano lungo il monte e circondano il centro di Soave.
Addentrandosi nel borgo di Soave si trovano il Palazzo di Giustizia del XIV secolo e il Palazzo Scaligero del XIV secolo, oggi sede municipale. Tra le chiese spicca il Santuario di Santa Maria della Bassanella, all’interno del quale sono presenti degli affreschi del XIV secolo. La chiesa principale del centro è la Parrocchiale di San Lorenzo, mentre lungo la salita al castello si trova la Chiesa di Santa Maria dei Domenicani.

Visitando Soave non può mancare una visita ad una cantina, con una degustazione dei vini locali, il Soave il Recioto. A Soave, la terza domenica di settembre c’è la Fiera dell’Uva che festeggia il momento della vendemmia.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello o Palazzo Marchesale di Lizzano
Da lavocedimaruggio.it del 4 febbraio 2020

Secondo l’ipotesi più diffusa, il primo nucleo del Castello di Lizzano, corrispondente all’attuale ala nord – occidentale, risalirebbe al XII secolo, sotto la dominazione normanna, mentre la parte sud – orientale sarebbe stata edificata durante la successiva epoca sveva. Secondo altri, invece, la suddetta ala sud – est sarebbe stata costruita nel XV secolo. Posta alle pendici di un poggio su cui nel tempo si è sviluppato il paese, la struttura si presenta priva di strutture tipiche medievali come ad esempio torri, mura di cinta e fossati.

Passato attraverso la proprietà di diversi signori, tra cui i Chyurlia, i De Raho ed i Clodino, che hanno avuto il feudo di Lizzano, il castello è stato nel corso dei secoli più volte ampliato e modificato. Nel XVII secolo, quando il paese era feudo della famiglia ducale Clodino, la struttura, all’epoca conosciuta come Palazzo del Duca, conobbe un periodo di grande splendore. Caduto definitivamente il feudalesimo sotto la signoria dei marchesi della famiglia Chyurlia, il maniero fu acquistato da diversi proprietari che, con incauti interventi, ne hanno stravolto l’aspetto.

Il complesso ha una pianta all’incirca quadrangolare, con un piccolo atrio della stessa forma all’interno, e si presenta piuttosto severo nel suo aspetto. La parte più antica è rappresentata dalla torre. Uno scalone consente di raggiungere il piano nobile, caratterizzato da sale ampie e spaziose e piuttosto sobrie e severe. Tra l’altro è possibile scorgere le tracce del cosiddetto Pozzo della Morte, l’abisso in cui venivano gettate le vittime ed i cui resti potrebbero ancora essere presenti sul fondo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Il Castello Normanno Svevo, la maestosa fortezza simbolo di Bari scrigno d'arte e di storia
Da baritoday.it del 4 febbraio 2020

Posto a difesa dell’ingresso principale della città, a pochi passi dalla Cattedrale, accoglie oggi i visitatori prima di addentrarsi tra i vicoli del centro storico

Chi arriva a Bari ne rimane incantato: il maestoso Castello Svevo come un grande capitano difende la città ma allo stesso rappresenta la storia della nostra magnifica città, Bari, capoluogo della Puglia ricca di storia e tradizione. Edificato dai Normanni nel XII secolo e restaurato per volere di Federico II attorno al 1230, il Castello Svevo di Bari è oggi sede della Soprintendenza Regionale. Il Castello Normanno Svevo di Bari è la fortificazione simbolo di Bari, sede della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici e Storici della Puglia. Posto a difesa dell’ingresso principale della città, a pochi passi dalla Cattedrale, accoglie oggi i visitatori prima di addentrarsi tra i vicoli del centro storico.

Un po' di storia

Il Castello svevo di Bari è un’imponente fortezza risalente al XIII secolo, oggi adibito a sede museale; ubicato ai margini del centro storico, nei pressi dell’area portuale e della Cattedrale, con la sua mole rappresenta uno dei più importanti e noti monumenti della città. Storicamente attribuito al re normanno Ruggero II, il Castello sorge nel 1131 su preesistenti strutture abitative bizantine e, dopo il duro intervento di Guglielmo I il Malo, viene recuperato da Federico II di Svevia tra il 1233 e il 1240.
Nella seconda metà del XIII secolo, Carlo d’Angiò attua un programma di restauro mirato a rinforzare l’ala nord del Castello, al tempo lambita direttamente dal mare. Il nucleo normanno-svevo è a pianta trapezoidale, con una corte centrale e tre alte torri angolari fortemente bugnate. Superando la torre sud-occidentale, detta dei Minorenni per averne ospitato la sezione carceraria nel XIX secolo, si incontra l’ingresso originale, il portale federiciano che conduce nel cortile centrale. Qui oggi affacciano tre saloni ed una piccola cappella dalle forme classiche. Nel XVI secolo, Isabella D’Aragona e la figlia Bona Sforza trasformano radicalmente il Castello, adeguandolo allo sviluppo dell’artiglieria pesante con la costruzione di una possente cinta muraria bastionata intorno al nucleo normanno svevo, e allo stesso tempo ingentilendo l’interno del complesso. In questa fase l'interno del Castello assume l’aspetto di una dimora rinascimentale, con un’elegante e scenografica doppia rampa di scale che collega il pian terreno ai grandi saloni del piano nobile.
Nei secoli a seguire, in particolare durante la dominazione borbonica, il Castello subisce un sostanziale abbandono, divenendo prima carcere e poi caserma. Solo nel 1937 diventa sede della Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie di Puglia e Basilicata.

Nel 2017, a seguito di lavori di restauro e musealizzazione, gli uffici della Soprintendenza vengono trasferiti e il Castello viene integralmente restituito alla pubblica fruizione.

 

Quaderno 4 - Torre Borraco
Da lavocedimanduria.it del 3 febbraio 2020

Francesca Dinoi

<La torre si trova in contrada Bocca di Boraco, a guardia dell’omonimo torrente di acqua dolce nel comune di Manduria. Nel sistema delle torri costiere costruite nel XVI secolo ricadenti nella provincia di Taranto, la torre Borraco é compresa tra Torre S. Pietro e Torre delle Moline. Costruita per difendere un territorio a rischio di invasioni dal mare, attraverso l’intervento di restauro la torre Boraco ha riacquistato la sua originaria funzione di presidio nel territorio costiero, perdendo l’accezione militare per diventare un punto di vista privilegiato per la contemplazione del paesaggio.>

Committenti D’Ayala Valva | D’Alessio
Progetto e Direzione lavori Gloria A. Valente, Lorenzo Netti, Vittorio Carofiglio
Cronologia Progetto preliminare 2005 | Progetto definitivo 2010 | Progetto esecutivo 2012 | Realizzazione 2013
Riconoscimenti APULIA MARBLE AWARDS 2013 – Sezione Architettura – Primo premio
Materiali lapidei utilizzati Carparo | Bronzetto di Apricena | Pietra di Cursi, http://www.nettiarchitetti.it/portfolio/torre-bora...

«La torre versava in un grave degrado: la parte basamentale dell’edificio ed in particolare i quattro cantonali esterni erano fortemente deteriorati e presentavano importanti sbrecciature ed ammanchi di materiale. Inoltre i crolli subiti dagli elementi di coronamento e di gran parte delle caditoie, così come l’implosione della volta e della copertura, avevano ulteriormente deteriorato la statica del manufatto evidenziando fenomeni di distacco delle pareti. All’interno del vano al primo piano era cresciuta una rigogliosa vegetazione spontanea e addirittura un grande albero di fico.
Lo stato di rudere ed il crollo della volta hanno permesso di studiare e meglio comprendere le tecniche costruttive adottate per le torri costiere. Il materiale crollato ed accumulato alla base della torre e all’interno del vano è stato recuperato e selezionato per essere riutilizzato nel restauro ed ha rappresentato il modello di riferimento per la scelta del nuovo materiale integrativo. I beccatelli crollati hanno messo in mostra la tecnica costruttiva della controscarpa: conci di tufo carparo sono stati collocati di testa nella muratura di parete formando l’ammorsamento per incastrare a spina i conci che completavano all’esterno la mensola di appoggio per la caditoia. La volta, ad un solo filare di tufo carparo posti di piatto, presentava sull’estradosso un riempimento di pietrame misto sciolto. Nelle operazioni di restauro, si è inizialmente intervenuti sul piano fondale e risarcendo la muratura espulsa; si sono riconnessi i filari di tufo mancanti agli spigoli, punto di accumulo di tensioni, ammorsandoli alla base attraverso l’inserimento di conci nuovi e/o di recupero attraverso la tecnica del cuci-scuci.

Sulla base degli elementi ancora esistenti si è proceduto alla ricostruzione delle murature della controscarpa superiore e dei beccatelli, delle archibugiere e delle caditoie, nonché del toro marcapiano di coronamento. Laddove non si è potuto riutilizzare il materiale di spolio si è utilizzato tufo carparo di Alezio con stilatura dei giunti con malta di calce idraulica naturale, inerti silicei, polvere di tufo e cocciopesto. Una leggera velatura a latte di calce lievemente pigmentata e tonalizzata con terre esclusivamente naturali armonizza, pur senza mistificare la sua origine posteriore, il nuovo materiale con quello preesistente. La pavimentazione della copertura è stata realizzata con lastre di Pietra di Cursi, mentre quella interna in battuto di cocciopesto.
Completata la fase di restauro si è passati alla integrazione della preesistenza con un nuovo elemento costituito da un corpo scala per accedere alla quota +5,50 m. Il nuovo intervento è stato concepito come un “blocco lapideo compatto” e riconoscibile nella sua forma, una sorta di “proliferazione” dalla “torre madre” da cui, prendendone la materia, se ne distacca fisicamente in maniera netta pur portandone con sé la traccia dell’inclinazione in alzato (parallelo alla torre). Due setti murari portanti, in blocchi di carparo posti di piatto, delimitano la sequenza di gradini a tutto masso di Bronzetto di Apricena, monoliti sagomanti in modo tale da essere sovrapposti uno all’altro a incastro in un’apposita sella di appoggio. Giunti alla sommità, la rotazione di 90° segna un cambio di materiale. Sulla mensola del blocco lapideo, costituita da una “piega” del blocco stesso, si àncora un ponte in acciaio COR-TEN, che irrompe fino all'uscio come materia viva, già corrotta dalla ruggine. Il cambio del materiale segna questa distanza tra i due elementi in dialogo e funge da “giunto” dilatato oltre misura. Compreso tra lastre di acciaio da 8 mm di spessore e alte 120 cm il ponte, con doghe di larice, conduce all’accesso. Una prima porta/pannello, anch’esso in acciaio COR-TEN (scelta questa dettata, vista la localizzazione, dalle specifiche sue caratteristiche) è a protezione di una porta in acciaio e vetro. Questa, così come i due infissi delle finestre interne, è in lamiera di acciaio da 5 mm pressopiegata e saldata, realizzata su disegno, ed è in battuta contro lo stipite di pietra in modo da risultare invisibile dall’esterno. L’ultimo intervento sarà affidato al tempo. All'azione corrosiva e levigatrice del mare e del vento così come ai muschi ed il licheni che potranno proliferare sulla pietra, sul tufo e su tutta la materia viva che incontreranno.»

https://www.archilovers.com/projects/83966/recupero-e-riuso-di-torre-daboraco.html

«Ristrutturare un rudere del 500 con un tocco di modernità e, dopo aver lottato a lungo contro la Soprintendenza, vedere il proprio lavoro riconosciuto dalla prestigiosa Biennale di Venezia. É la piccola impresa portata a termine da tre architetti baresi: Lorenzo Netti, Gloria Valente e Vittorio Carofiglio, che hanno guidato il restyling di Torre Borraco, suggestiva struttura posta a pochi passi dal mar Ionio. L'edificio si trova nel territorio di San Pietro in Bevagna, frazione di Manduria, in provincia di Taranto. Il progetto rientra tra i 67 studi esposti nel padiglione italiano della rassegna, scelti su un totale di cinquecento candidature. Ai selezionatori è piaciuta l’aggiunta di una moderna e innovativa scalinata esterna che permette oggi di accedere al piano superiore della torre di avvistamento: un elemento questo addirittura assente nella conformazione originaria. La novità, documentata con una serie di fotografie dettagliate, ha così fornito un tratto distintivo a uno storico immobile che sembrava destinato al degrado.

Del resto per il 2018 la famosa rassegna d'arte contemporanea, in programma dal 26 maggio al 25 novembre, ha voluto celebrare proprio il "minuscolo" dell’Italia: si è dato cioè spazio a microinterventi effettuati in paesi di provincia, spesso trascurati, a discapito delle "solite" grandi opere realizzate nelle aree urbane più popolate. Ma torniamo alla torre. "Si tratta di uno stabile in “pietra di carparo” alto 12 metri - spiega Netti -, usato secoli fa come postazione di vedetta per difendersi dai pirati saraceni. Al piano superiore si accedeva tramite una rudimentale scala interna, sfruttata dai guardiani che, in caso di pericolo, accendevano dei fuochi per "avvisare" il territorio circostante. Anni e anni di abbandono l'avevano però ridotto in rovina". La svolta arriva nel 1998, anno in cui si decide di far partire i lavori di restauro. "Di torri del genere ce ne sono diverse in Puglia - prosegue l'esperto -, normalmente in mano allo Stato e riadattate a casermette della Guardia di Finanza o a ponte radio, come per la costruzione presente a Santo Spirito. Nel "nostro" caso invece l'immobile appartiene a privati: le famiglie nobili D'Ayala Valva e D'Alessio, che alla fine degli anni 90 hanno finanziato la ristrutturazione con 150mila euro".
Nonostante i fondi, il cantiere si è però chiuso solamente nel 2012. "La particolarità  della nostra idea – continua Netti - consisteva nell'introdurre una nuova rampa esterna dall’aspetto contemporaneo. Un'innovazione che tuttavia si è a lungo scontrata con le certezze della Soprintendenza ai beni architettonici: secondo loro lo stabile, seppur semidistrutto, sarebbe dovuto rimanere così com’era". Ma dopo anni di “lotte” finalmente è arrivato l’ok dell’ente pubblico. "Gradualmente le norme in materia di recupero sono diventate meno stringenti - evidenzia Gloria -. Anche se siamo stati costretti a diverse modifiche in corso d'opera, soprattutto riguardo al tetto". E alla fine però i tre architetti sono riusciti concretizzare il loro piano, ammodernamento compreso. "La scala, realizzata in pietra, è staccata dal corpo dell’edificio - sottolinea la Valente -. A collegarla con la torre c'è un ponticello rossiccio di corten, tipologia di acciaio preossidato particolarmente resistente. Si tratta di una novità che amiamo definire "iconema", cioè un elemento che risalta a tal punto da renderlo tratto distintivo di un determinato paesaggio». In effetti, anche se chiusa al pubblico, la struttura è diventata un punto di riferimento per i turisti che affollano San Pietro in Bevagna durante l'estate. "Su internet abbiamo scovato un gruppo di camperisti austriaci che si danno appuntamento proprio nei pressi della costruzione - conclude Vittorio -. La chiamano "torre con la scala fuori": segno che siamo riusciti a trasformarla in qualcosa di veramente insolito".»

Antonio Bizzarro su Barinedita.it

 

Il Monte Cifalco e i fortini tedeschi della seconda guerra
Da frosinonetoday.it del 3 febbraio 2020

Con Itinarrando L'arte di camminare raccontando sabato 8 febbraio alle ore 9,30 trekking a S. Elia Fiumerapido per l'escursione " I fortini tedeschi della seconda guerra e il Monte Cifalco". La linea Gustav fu una linea fortificata difensiva approntata in Italia con disposizione di Hitler del 4 ottobre 1943 dall'organizzazione Todt durante la campagna d'Italia nella seconda guerra mondiale Uno dei luoghi che i tedeschi prepararono minuziosamente è il monte Cifalco. Alto 947 metri e posizionato una decina di chilometri a nord di Cassino dove inizia la valle del Rapido, esso domina il valico tra due valli che puntano a nord: quella del Rapido e la valle d’Atina. Qui lungo la salita vi sono ancora - visitabili - le fortificazioni tedesche.

Dettagli e prenotazioni: 380 765 18 94 sms whatsapp telefono

*Obbligo di scarpe da trekking!

-> Guida: -> GUIDA: Alex Vigliani, Guida Ambientale Escursionistica AIGAE operante ai sensi della legge 4/2013 con codice - LA465 - Libero professionista con Partita Iva 03095230607
--> Aiuto Guida: Supporto Itinarrando

Numero max partecipanti 25

*Possibilità condivisione auto
*Obbligo scarpe da trekking.
Appuntamento finale:
ore 9,00 - (Luogo preciso da comunicare in fase di prenotazione)
Appuntamenti intermedi per codnivisione posti auto: è buona norma dividere le spese di viaggio tra gli occupanti dell'auto condivisa.

Roma secondo prenotazioni
Frosinone ore 8.00 Madonna della Neve, Bar Cinzia -
Altri luoghi di incontro a seconda delle prenotazioni e disponibilità

Dettagli tecnici:
Lunghezza: 6 km
Dislivello: 300 m
Difficoltà: E - Percorso senza grandi difficoltà ma che presenta comunque alcuni passaggi scomodi.
Ragazzi: dai 18 anni in su
Amici a 4 zampe: sì (al guinzaglio con animali al pascolo)
Le tre A per l'escursione:
Abbigliamento Attrezzatura Alimentazione
Scarponcini da trekking obbligatori
Bastoncini da trekking altamente consigliati!
Pantaloni lunghi, cappellino o copricapo, vestiario a strati da maglietta a maniche corte/a strato intermedio/a giacca antivento all'occorrenza, giacca antipioggia.
Occhiali da sole
Nello zaino (20/30 L)
Acqua (2 l minimo), magliette di ricambio, guanti e cappello di lana, pile leggero, crema protezione solare, luce frontale o torcia.
Alimentazione:
Snack energetici
Barrette, frutta secca, frutta, per il pranzo al sacco consigliati pasti leggeri e facilmente digeribili.
Accessori utili: binocolo, macchina fotografica, scarpe di ricambio da lasciare in auto, taccuino e penna per appunti di viaggio, tessera fedeltà di Itinarrando per raccolta timbrino.
Sicurezza:
Itinarrando utilizza PRM canale 8/16 in collegamento con Rete Radio Montana
Le guide e gli accompagnatori volontari di Itinarrando sono dotati di corso BLSD e Primo Soccorso.
*Per partecipare è necessario essere o diventare soci 2020 dell'Associazione Culturale Itinarrando (quota associativa 5 euro, convenzione CAPIT/UNIPOL)
*L'attività proposta prevede un contributo di giornata comprensivo di guida ambientale escursionistica AIGAE di 10 euro
L'associazione culturale Itinarrando si rivolge solo a guide professioniste per le proprie visite guidate e per le escursioni in natura, ha una sede fisica autofinanziata, gestisce una libreria liberamente consultabile da tutti gli associati tutti i giorni, promuove attività con ospiti nazionali e non e partecipa a progetti per la salvaguardia e promozione dell'ambiente e del territorio in genere.

 

Torrelunga, antiche mura a rischi crollo: l'Ailanto va estirpato
Da giornaledibrescia.it del 1 febbraio 2020

Il crollo di dicembre: il baluardo della Pusterla, caduto per l’Alianto - © www.giornaledibrescia.it

Le sue radici hanno infestato con arroganza una pietra millenaria dopo l’altra, insinuandosi tra le fessure e gli interstizi nel tentativo di scardinare le antiche mura. Tanto che i tecnici del settore Edilizia monumentale sono sulle sue tracce ormai da mesi.

Lo hanno cercato, rintracciato, osservato e hanno studiato un piano per dargli la caccia.

Specie perché «lui», l’Ailanto, il loro nemico numero uno, li ha bruciati sul tempo già una volta, quando nel mezzo di dicembre ha sbriciolato una parte della muratura del baluardo della Pusterla: la sua caduta...

 

Per oltre duemila anni la città si è sviluppata fino al perimetro della cinta rinascimentale
Da ilpiacenza.it del 1 febbraio 2020

di Renato Passerini

La città di Piacenza, ha ricordato il professor Fausto Fiorentini nel primo appuntamento culturale 2020 della Dante Alighieri, ospitato nella sede della Famiglia Piasinteina, fu fondata nel 218 a.C., quando i Romani diedero vita alla colonia di "Placentia" articolata a scacchiera attorno al Decumano (l’odierna via Roma) e al Cardo (le attuali vie San Francesco e X Giugno). La città si sviluppa nel primo millennio e nei secoli successivi a raggiera verso le quattro valli fino alle mura rinascimentali fatte edificare dal 1525 da Papa Clemente VII. Dal 1545 al 1923 anche i nuovi insediamenti urbanistici rimarranno all’interno delle mura a causa della “Tagliata”, l’ordine impartito nell’ottobre 1545 dal duca Pier Luigi Farnese che, a scopo difensivo, proibiva l’edificazione di qualsiasi manufatto e le coltivazioni per un raggio di circa 1400 metri tutt’intorno alla cinta muraria, alfine di poter individuare potenziali attacchi di truppe nemiche e vanificare le gittate dei loro cannoneggiamenti.

Nei secoli successivi oltre i confini della “Tagliata”, presero via via consistenza vari insediamenti abitativi: San Lazzaro, Sant’Antonio Trebbia e Mortizza che, cresciuti d’importanza, avevano ottenuto da Napoleone (10 settembre 1812) la stessa autonomiaamministrativa del comune di Piacenza. Nei primi anni del Novecento la città che contava oltre 40 mila abitanti, ambiva a espandersi, oltre le mura, ove erano sorti insediamenti quali il Camposanto, la Stazione ferroviaria e alcuni servizi collegati al macello. Le sue aspirazioni erano però bloccate dalla netta opposizione degli amministratori dei comuni “contermini” i cui confini arrivavano fin sotto le sue mura e avevano sul proprio territorio attività industriali di rilievo quali il Cementificio alla Farnesiana, il Consorzio Agrario sulla direttrice per S. Lazzaro dove avevano sede anche le Officine meccaniche piacentine, aziende che contavano centinaia di dipendenti la maggior parte dei quali risiedeva a Piacenza. La situazione volgerà a favore di Piacenza quando nel1923 il suo Podestà Bernardo Barbiellini Amidei, otterrà dal Governo Mussolini il Regio Decreto n.1729 il cui testo stabiliva l’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant’Antonio Trebbia e Mortizza. In realtà “l’unione” aveva di fatto determinato la soppressione dei comuni contermini e Piacenza vedeva accresciuta notevolmente la superfice del suo territorio e in pectore la popolazione.

La Diocesi di Piacenza fu tra le prime istituzioni a capire i futuri sviluppi della città e già nel 1926 il vescovo Menzani intuisce che a est della città alcuni insediamenti isolati tra vaste distese di campi quali la “Baia del Re” e “Molino degli Orti”, hanno notevoli prospettive di sviluppo e così il 16 giugno 1927 istituiva la parrocchia del Corpus Domini con relativa chiesa e canonica: un fabbricato di legno esteso a piano terra collocato tra le vie Farnesiana e Casati. Seguirà nel novembre 1929 la costruzione dell’attuale tempio, mentre l’espansione cittadina proseguirà sempre a raggiera con una notevole accelerazione nella seconda metà del secolo scorso.

Nell’articolato dibattito seguito alla conversazione di Fiorentini è stato accennato anche alla migliorata sensibilità della comunità verso la conservazione delle vestigia del passato, evidenziando, riguardo alla zona Farnesiana - S. Lazzaro l’opportunità di un intervento trso a valorizzare le due colonne della “Tagliata” ancora esistenti.

Sull’’argomento Colonne della Tagliata ricordiamo l’articolo:

https://www.ilpiacenza.it/attualita/la-colonna-emblema-della-tagliata-di-pier-luigi-farnese-sara-restaurata-dall-ente-farnese.html