ANNO
2008
la Nuova di Venezia — 28 dicembre
2008 pagina 22 sezione: CRONACA
Forte Cosenz, restauro a rilento Nuovi
fondi sono attesi a breve
FAVARO. Procede, anche se a rilento, il restauro dell’area di forte
Cosenz, leggi la trasformazione del gioiellino militare nel campo trincerato
mestrino in un centro ricreativo e culturale. Quest’anno i lavori non sono stati
ultimati, del resto il cantiere è rimasto in stand-by per la richiesta di Via
(Valutazione di incidenza ambientale) e ora è fermo in attesa di nuovi fondi che
però dovrebbero arrivare a breve. Ad aprile il campo da calcio e la prima
casetta alla quale sta lavorando l’impresa dovrebbero essere pronti e
utilizzabili. Per il recupero e la ristrutturazione di quello che viene definito
«il fabbricato di truppa» e del «ricovero mezzi» di Forte Cosenz, la Regione ha
stanziato in un primo tempo 105 mila euro. Poi un edificio è andato bruciato e
ci sono voluti maggiori fondi. La prima fase, attualmente in corso di
attuazione, prevede la ristrutturazione dello stabile che si trova sulla destra
appena oltrepassato il cancello, che accoglierà un salone ricreativo e gli
spogliatoi. Non è ancora stato deciso a quale scopo sarà adibito il caseggiato
che si trova di fronte. «Ci sono diverse richieste di associazioni - spiega
Nelvio Prizzon - Ci piacerebbe creare uno spazio per le associazioni d’arma,
carabinieri piuttosto che polizia o finanza. Abbiamo ancora tempo per decidere.
La nostra intenzione è dar vita ad un servizio per la comunità, ad un centro
diurno per persone che non sanno dove andare, piuttosto che un luogo per
ritrovarsi. L’importante è che sia utile». Il terzo lotto di lavori vedrà invece
la costruzione di una palestra all’interno dello spazio dell’ex polveriera. La
ristrutturazione dei caseggiati del forte è stata anche presa di mira dai
vandali. Senza contare l’incendio di due estati fa. (m.a.)
Messaggero Veneto — 23 dicembre 2008
pagina 15 sezione: SPECIALI
Le montagne, la nostra storia
di LEONARDO ZANIER Per i tipi della Comunità montana e delle Edizioni Rossi, è
uscito negli scorsi giorni, “Carnia, il silenzio delle vette” sontuoso libro
fotografico di Renato Candolini, con scritti di Gianpaolo Carbonetto, Luca
Matteusich, Luciano Santin e Leonardo Zanier. Riportiamo il contributo di
quest’ultimo, per gentile concessione degli editori. In carnico la parola Alpi
non esiste. Si avvicina, come sinonimo, Mont. Infatti si dice: la in mont, anin
in mont, a son lats in mont, cjama la mont. Ma qui la mont (dove si va) sono
(erano?) i pascoli alpini, le malghe, la stagione estiva di vacche, pecore,
capre e pastori e casari. Dove si vive per 3-4 mesi, risparmiando il foraggio
dei fondi valle, fabbricando il formaggio più sontuoso e profumato che sia dato
di mangiare. Perché l’aria è tersa, i pascoli son pieni di fiori, gli animali
son quasi sempre in moto e all’aperto. Quello che sta più sopra non interessava:
non c’è neppure erba, salvo in piccoli spiazzi qua e là, appena abbastanza per i
camosci. E poi è tutto uno sfasciume, un franare: ghiaioni, pezzi di guglie e
sassi di ogni dimensione che si staccano, dopo le gelate, e rotolano talvolta
addirittura fin dentro i pascoli. Picchi e creste destinati a diventare pianura.
Certo senza fretta. Come erano all’inizio. Fondali marini. Che, nei tempi dei
tempi, sollevandosi, accartocciandosi, mescolandosi, si son portati dietro ogni
sorta di minerali e miliardi di conchiglie di fossili compattati. Meraviglia
delle meraviglie: le ammoniti che, per millenni, hanno sviluppato le loro spire
inventando e obbedendo alle rigorosissime regole della sezione aurea. Avevano
dunque ragione i triestini, gente di mare, ma noi ragazzi ridevamo sentendoli,
quando sciando dallo Zoncolan si gridavano l’un l’altro: «Sta attento che qua
torno xè pien de scoi». E ci sono ex voto che raccontano di cadute disastrose,
ma non letali, altrimenti non ci sarebbe il PGR, andando, in anni di carestia, a
strappare col falcetto erba nei canaloni. Rispetto ai pascoli: come sciare fuori
pista quando c’è il rischio di valanghe. Conquistare una vetta: altro concetto
che non esisteva, magari ci si arrivava, senza pensare di aver fatto chissà che,
andando a caccia. Il contrabbando operava più in basso. Le vette inviolate, le
prime ascensioni, le scalate su pareti impossibili, sono un’invenzione recente;
all’inizio neppure della borghesia delle vicine città, ma semmai di austriaci,
tedeschi, inglesi, solo dopo verranno la SAF e il CAI, i rifugi, le vie ferrate,
le direttissime. Così comincia anche il turismo nell’area alpina. Alberghi,
sanatori, seconde case... Ma nei “foresti” che scalano e misurano c’è anche un
forte interesse militare e, dopo l’annessione, anche nei “nostri”: studiare,
misurare, cartografare, conoscere, possedere il territorio. Certo che poi le
montagne, le Alpi, le sponsorizzano molto, ci fanno addirittura una lunga e
sanguinosissima guerra, impiantano teleferiche che portano i materiali
(esplosivi, armi, munizioni, reticolati, vivande) dai fondi valle alle vette.
Dove le teleferiche sono impossibili o troppo pericolose, perché esposte, si
ricorre ai muli o si inventano le “portatrici carniche”. Due inverni sulle vette
o poco sotto, metri di neve, freddo infame, cecchini, mitragliatrici, cannonate,
mortai, assalti corpo a corpo, gallerie scavate in segreto sotto il nemico, con
grande reciprocità, e poi fatte saltare, dilaniando e distruggendo quello che
sta sopra. Tutti questi “gloriosi fatti”, illustrati e a colori, diventano anche
centinaia di copertine de La Domenica del Corriere. Le montagne vedranno poi,
per anni, il mestiere rischiosissimo di recuperante, non solo di reticolati e
metalli, ma anche di munizioni, di bossoli di cannone, di bombe inesplose,
un’occupazione per molti alternativa all’emigrazione. E poi riprendono le
escursioni, ora più manovre che escursioni, con grandi motivazioni patriottiche:
il presidio e la difesa del baluardo che Dio... «Oh penna d’aquila / oh penna
nera / che sempre vigila / là sul confin (...) Nella Carnia / nel Cadore / sulle
alpi del Trentino / ogni bimbo nasce alpino / saldo il piede / e saldo il
cuor...». Le generazioni degli indigeni, a seguire, salvo beninteso gli alpini,
la mia e quella prima, arrivano a cose fatte, cioè quando tolmezzini, udinesi e
triestini, hanno già piantato la piccozza e la bandiera su tutte le vette:
proprio su tutte! Ma prima le bucano di nuovo, questa volta per costruire “Il
Vallo Alpino del Littorio”: una lunga sequela di gallerie, di fortini e di
casematte che vogliono significare l’impegno del fascismo contro l’occupazione/Anschluss
dell’Austria da parte del III Reich. Ma l’impegno dura pochi mesi: al monito,
agli alpini schierati sul confine, segue l’alleanza, quindi l’Anschluss. Quel
sistema di fortificazioni non sarà mai utilizzato. Diventerà cava di piastrelle.
Segue il dilagare delle armate dell’Asse Roma-Berlino su tutta l’Europa. Resta
fuori il Cervino e poco altro. Disgregato il fascismo, i nazisti dilagano in
proprio. E qui nasce la "Repubblica libera della Carnia", al Cervino si aggiunge
il Cogliàns. Ma dopo pochi mesi verrà travolta e anche la Carnia invasa. Da lì,
per i partigiani, le montagne (intese anche qui come malghe, ma ora anche come
rifugi alpini e alte quote) saranno utilizzate per sfuggire ai rastrellamenti
dei nazifascisti, passare un inverno braccati, ma senza teleferiche: le valli
sono ormai tutte occupate dai nazi-cosacchi, i rifornimenti, di inglesi e
americani, arrivano, quando arrivano, dal cielo, col paracadute. Qualche anno
dopo la fine della guerra ci saliamo anche noi, festosamente, in cima al
Cogliàns, al Peralba, al Creton di Culzei e su tutte le altre cime, proprio su
tutte. Le Alpi son diventate, anche per i carnici, le loro Alpi: luogo di
meraviglia, di osservazione e di meditazione, lettura del mondo per quello che
contengono e nascondono: grappoli di cristalli e fiori rarissimi, laghi e
laghetti trasparenti come gemme incastonate, ungulati e volatili che non
scendono mai, e per quello che da lì permettono di vedere: alte creste infinite,
oceani di nebbia, albe e tramonti indimenticabili, i paesetti sotto minuscoli
(magari semivuoti e con i prati attorno diventati bosco). Scrivevo in Il câli:
Sul Talm Cjatâts sul colm dal Talm doi di Ludario vegnûts cassù da Uster a fâ -
como ogni an - il plen di Cjargno Proprio così è successo e ci siamo parlati a
lungo: emigrati da molti anni in Svizzera, ritornavano ogni estate e salivano
fin lì ad aggiornare, quasi ricaricare, il loro immaginario, a vedere i loro
paesetti, i prati, i boschi, le strade, i torrenti lì sotto, concludendo come
rassicurati: tutto è al suo posto, anche noi... In Licôf avevo scritto, in
omaggio al piccolo abete rituale infiocchettato e inchiodato sul colmo del
tetto, nel momento in cui una nuova casa ha raggiunto il suo punto più alto: tra
il spiç dal colm e il cîl il spiç dal peç Ed ecco che viene a trovarmi Renato
Candolini, l’autore di queste stupende fotografie. Me le fa scorrere davanti,
illustrandole una a una, e mi dice: «... quello che ho voluto far vedere,
girando anni su queste montagne, è la fascia alta della Carnia, dai tetti degli
ultimi paesetti o insediamenti: da Orias, Luint, Maranzanas, Clavaias, Grac,
Ludario, Voltois, alle vette, alle cime delle catene alpine carniche, con la
grande giogaia di calcare che va dal Passo di Monte Croce Carnico al Passo
Giramondo e che esprime la sua massima potenza nel gruppo Coglians-Cjanevate,
montagne che mai si conoscono abbastanza per quante sono e per quanto sono
belle: fino allo strazio». Giusto i tetti e le creste; altrimenti come direbbe
Brecht, nella sua poesia, Il fumo, in cui mi son limitato a mettere al posto di
lago, montagna: «Il fumo La casetta fra gli alberi in montagna Dal tetto sale il
fumo. Non ci fosse, Come tristi allora sarebbero Casa, alberi e montagna Che
significa, detto in altro modo: tra i spiçs dai tets e il cîl i spiçs dai crets»
Ma non bastano i spiçs dai tets, ci vuole anche il fumo...
Alto Adige — 16 dicembre 2008 pagina
43 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
In mostra le fortificazioni del Vallo
Alpino
Cinquant’anni di guerra (dal 1939 all’89), calda prima, fredda poi,
in cui l’Europa viene stretta in una vera e propria cintura di ferro, di cui la
nostra regione è uno degli anelli: il Museo della Guerra di Rovereto ha aperto
sabato i per una mostra di grande interesse ed attualità, per il suo spingersi
alle «ragioni» più vicine alle scelte politiche moderne: «Bunker», ovvero le
fortificazioni del Vallo Alpino, Alto Adige 1939-1989. Significativo che
un’istituzione fondamentale per la conservazione e studio dei materiali relativi
alla prima guerra mondiale come il Museo della Guerra roveretano si spinga da
tempo su questioni che traghettano direttamente all’oggi: «Da tempo il nostro
impegno è quello di allargare la visione ai conflitti dell’età contemporanea -
dice il direttore, Camillo Zadra - Questa volta abbiamo ripreso, ampliato e
integrato con materiali e testi una mostra organizzata dalla Provincia Autonoma
di Bolzano (curata da Christina Niederkofler e Andrea Pozza). Il tema è
quantomeno originale, vicino al presente, abbastanza sconosciuto, una novità
anche per noi, che rende conto di una precisa organizzazione militare nata, per
volontà di Mussolini, nel’34, in funzione antitedesca (dopo il tentativo del’33
di Hitler di mettere le mani sull’Austria e il tentativo di colpo di stato
interno ad opera dei partiti d’ispirazione nazista, Mussolini, ancora lontano
dall’alleanza col tedesco, schiera le proprie divisioni al Brennero) e
proseguita del dopoguerra come sistema difensivo contro le truppe del Patto di
Varsavia». Non va scordato, precisa Zadra, che fino al ’55 i russi occupavano
l’Austria. Il «Vallo Alpino del Littorio» (che fa del Trentino un «caso
europeo», per la presenza di due archi fortificati paralleli, lungo i confini),
così, continua ad essere integrato con nuove strutture. Fino alle soglie degli
anni Novanta, alla caduta del Muro di Berlino, la cintura voluta da Mussolini
continua a svolgere una qualche funzione. Dopo, con la sua dismissione, viene di
fatto “consegnato” alle province di Bolzano, Belluno e alla Regione Friuli: «Dei
350 bunker, in caverna, interrati, mimetizzati nella vegetazione, con camere di
combattimento con postazioni per cannoni e mitragliatrici, la Provincia di
Bolzano ne tenne una ventina, tra cui quello visitabile di Fortezza. Gli altri
vengono lasciati ai proprietari dei fondi agricoli su cui sorgevano», spiega
Zadra. Chilometri di gallerie e di depositi, bunker mascherati da falegnamerie e
da baracche dell’Anas, che la mostra documenta con fotografie,
ricontestualizzazioni dei materiali, importanti testi esplicativi, esposizione
di strumentazioni e soluzioni ingegneristiche che non mancheranno di stupire,
come le inedite maschere antigas da fortezza, che si collegavano al sistema di
circolazione interna dell’aria. L’allestimento si terrà fino all’11 gennaio 2009
(orario di visita: 10-18; chiuso i lunedì non festivi, 24, 25, 31 dicembre e 1
gennaio). Info: www.museodellaguerra.it - Anna Maria Eccli
la Nuova di Venezia — 09 dicembre
2008 pagina 36 sezione: GIORNO/NOTTE
Batteria Amalfi, quanti ricordi
di Francesco Macaluso Quando si pensa alla storia del secondo
conflitto mondiale, la mente va subito agli ossari, ai crimini di guerra, alle
località che hanno ospitato importanti battaglie. Pochi hanno la fortuna di
confrontarsi con racconti e emozioni vissute dai protagonisti. Per conservare
questo importante tassello della storia moderna prima che se ne sgretoli la
memoria, lo storico Furio Lazzarini, presidente dell’associazione «Forti e musei
della costa» di Cavallino-Treporti, ha compiuto un lavoro di ricerca
storiografica durato 10 anni intervistando decine di veterani di tutta Italia
che hanno combattuto la seconda guerra mondiale nel Veneziano tra il 1942 e il
1945. La ricerca ha permesso a Lazzarini, attraverso il pugno di foto ingiallite
e ricordi che ogni reduce aveva da consegnargli, di ricostruire la vita della
batteria Amalfi di Cavallino-Treporti negli anni di Salò. Il libro intitolato
«L’Amalfi racconta» descrive la suspence, ma anche speranze, amicizie e amori,
vissuti al culmine del secondo conflitto mondiale all’interno della imponente
struttura bunker sormontata da due enormi cannoni girevoli che potevano sparare
una granata al minuto ad una distanza di 19,8 chilometri. Il contenuto in
immagini ed esperienze raccontate a viva voce dagli ospiti e relatori ha
incantato il pubblico durante la presentazione del libro organizzata dall’Apt e
con Union Lido, nei giorni scorsi. Toccante la testimonianza della professoressa
Franca Zocche, ordinaria della Bocconi di Milano e figlia dell’ultimo comandante
dell’Amalfi tra il ’43 e il ’45, Umberto Zocche. In prima fila non sono mancati
una ventina di reduci dal Veneto e dal Trentino e tra tutte sarà ricordata la
simpatica testimonianza del veterano dottor Celio Visentin, all’epoca infermiere
all’Amalfi. A 60 anni da quei fatti c’è stata commozione di fronte alle immagini
che ritraevano quelli che oggi sono veterani come ragazzi giovani e pieni di
coraggio fra le cannoniere della imponente torre corazzata di Ca’ Savio. A fine
convegno i ristoratori di Cavallino-Treporti hanno offerto agli ospiti
dell’appuntamento piatti tratti realizzati leggendo le ricette dell’epoca.
la Nuova di Venezia — 06 dicembre
2008 pagina 39 sezione: PROVINCIA
Progetti chiusi nei cassetti, intanto i
forti cadono a pezzi
CAVALLINO. La batteria Vettor Pisani, a 60 anni dalla sua dismissione, potrebbe
trasformarsi in un museo storico artistico polifunzionale con tanto di
tensostruttura e teatro all’aperto, negozio di gadget e di articoli locali e
area ristorazione con bar e ristorante specializzato. Sull’immobile militare,
ora in grave stato di abbandono dove non mancano i continui atti di vandalismo,
ci sarebbero il progetto e anche gli investitori, mancano solo l’interessamento
e le autorizzazioni rispettive del comune e del demanio marittimo, attuale
proprietario. E’ infatti chiuso da due anni nei cassetti dell’amministrazione
comunale di Cavallino-Treporti un ampio progetto, per un costo di realizzazione
di circa 6 milioni di euro, commissionato dall’associazione «Forti e Musei della
Costa» al corso professionalizzante progettista d’interni Enaip di Dolo. Sulla
possibile ristrutturazione interna ed attivazione della storica struttura
militare ormai dismessa, visto che gli esterni sono vincolati dalla
Soprintendenza ai beni storici e culturali, avrebbero già puntato gli occhi da
un punto di vista finanziario alcuni imprenditori ed enti della zona disposti a
compiere il cospicuo investimento mettendo in rete la batteria Pisani nel
percorso museale veneto degli spazi espositivi dedicati ai due grandi conflitti
bellici mondiali. «La Pisani sarebbe il più immediato obiettivo di ripristino
fra le fortificazioni militari - spiega l’ex sindaco Claudio Orazio, ripetendo i
contenuti del suo intervento alla presentazione del libro «L’Amalfi racconta»
imponente opera dello storico Furio Lazzarini - visto che è di proprietà del
demanio marittimo che dipende dalla Regione. L’attuale amministrazione
interessandosi al demanio marittimo e in Regione potrebbe darsi una bella mossa
su questo fronte visto che il degrado di queste fortificazioni e torri
telemetriche è sempre più preoccupante e potrebbe rendere sempre più difficile e
costoso un restauro. Non vorrei che anche l’ultima presentazione del libro
«L’Amalfi racconta» che descrive la vita di uomini e donne attorno ad un’altra
grande fortificazione del litorale, fosse solo un’altra occasione per fare una
passerella politica con bei propositi per abbindolare gli elettori e poi magari
far cadere tutto nel dimenticatoio come sempre». (f.ma.)
il Corriere delle Alpi — 30 novembre
2008 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
La Grande Guerra in una guida
interprovinciale
Anche la Provincia di Belluno è stata presente in questi giorni a Verona al XII
Salone dei beni e delle attività culturali, a VeronaFiere, con uno stand in
associazione con le Province di Treviso Venezia e Vicenza supportate dalla
Regione Veneto. Nell’ambito del Salone le Province hanno proposto ai visitatori
la prima guida ai luoghi della Grande Guerra. Il volume illustra una selezione
dei luoghi della memoria del conflitto rinvenibili a livello regionale, tra le
quali i campi di battaglia e le fortificazioni, spesso trasformati in musei
all’aperto, i sacrari, i musei che raccolgono le testimonianze della vita in
trincea. La Guida interprovinciale è il primo frutto di un complesso progetto di
collaborazione proposto dalla Direzione regionale ai Beni Culturali della
Regione Veneto alle Province di Belluno, Treviso, Venezia e Vicenza, e che ha
come obiettivo specifico la valorizzazione dei luoghi e delle memorie della
Grande Guerra, mettendo a sistema il ricco patrimonio di testimonianze materiali
ed immateriali, anche con l’obiettivo di programmare il percorso di
avvicinamento alle celebrazioni del centenario che si svolgeranno nel 2018. Il
tavolo di lavoro fra le Province ha previsto per il futuro la messa in rete dei
musei e di siti storici, la creazione di un portale Internet, oltre alla
programmazione degli eventi di valorizzazione e alla omogeneizzazione della
segnaletica e delle soluzioni informative. La Provincia di Belluno oltre alla
guida ha presentato al pubblico i materiali sui luoghi recentemente recuperati e
valorizzati come musei all’aperto e singoli musei presenti nel proprio
territorio, tra i quali il Museo storico del 7º Reggimento Alpini allestito a
Villa Patt di Sedico, dove il materiale sulla prima guerra mondiale costituisce
il nucleo più importante delle collezioni. Il Museo del 7º Reggimento Alpini
espone al pubblico i cimeli di guerra conservati nel museo sacrario ospitato
nella caserma Salsa di Belluno dal 1937 al 2003. Dopo il trasferimento nei
locali di Villa Patt di Sedico, grazie all’intervento della Provincia i
materiali storici sono stati esposti all’interno di un allestimento di grande
suggestione che ripercorre la storia del 7º Reggimento Alpini dal 1887 ai nostri
giorni. Il museo è aperto tutte le domeniche, al mattino dalle 9 e al pomeriggio
fino alle 18.
la Nuova di
Venezia — 18 novembre 2008 pagina 20 sezione: CRONACA
Forti al Comune,
priorità al Mezzacapo
ZELARINO. Il Comune ha in mano i forti del
Campo trincerato di Mestre, ma cosa ne farà in tempi di crisi? Il passaggio del
lotto che comprende tra gli altri il Mezzacapo di Zelarino e il Gazzera di via
Brendole è cosa fatta, ma restano dubbi sul futuro delle strutture. Mara Rumiz,
assessore al Patrimonio, auspica un concorso dei privati. Laura Fincato,
titolare dell’assessorato ai Lavori Pubblici, inserisce due punti fermi
all’interno della partita: soldi ce ne sono e l’intervento al Mezzacapo è una
priorità. Il problema di forte Mezzacapo di via Scaramuzza è rappresentato dalla
massiccia presenza di componenti in amianto te: il crollo, causa maltempo, di
due baracche ha portato allo sbriciolamento e alla dispersione sul suolo del
pericoloso materiale. La «pulizia» dell’area diventa quindi non solo più
complicata, ma anche più costosa, tanto che si ipotizza un costo totale attorno
ai 50.000 euro. «Spero di risolvere questo problema con un esborso minore -
puntualizza la Fincato - ma va detto che intervenire urgentemente al Mezzacapo è
per me una priorità. Qui non si tratta solo di una manutenzione alle strutture,
ma anche di eliminare un potenziale rischio per la salute di tutti, ovvero
l’amianto. Abbiamo messo a bilancio 300.000 euro per gli interventi sui forti,
chiaro che questa somma non potrà essere dirottata esclusivamente per le
esigenze di Zelarino. Quando si deciderà come impiegare la cifra, però, farò sì
che il Mezzacapo sia in cima alla lista. Tempi? Probabile che l’operazione
bonifica scatti nel 2009». Mezzacapo priorità del Comune, insomma, mentre a
forte Gazzera si cerca di migliorare ancora una struttura già utilizzata dalla
gente. In questi giorni, infatti, i volontari del comitato di gestione di Forte
Gazzera hanno iniziato alcuni lavori nell’area esterna della ex postazione di
artiglieria di via Brendole. Stanno posando dei piastroni nella zona dei
barbecue. Verrà realizzata, inoltre, una sorta di separè tra la zona dove si
cucinano le vivande e quella dove sono sistemati i tavoloni usati per feste e
picnic. E per il futuro aumenterà anche l’offerta museale del forte, visto che
si sta lavorando per aprire nuovi spazi espositivi all’interno del frontone
centrale del Gazzera, di recente oggetto di un intervento di manutenzione del
Comune. (Maurizio Toso)
Il 6 novembre
2008
LA GIUNTA REGIONALE ASSEGNA UN CONTRIBUTO DI 191 MILA EURO PER LA BONIFICA
DELL'AREA EX POLVERIERA di Precenicco
Il Vice Sindaco Massimo Occhilupo esprime grande soddisfazione per
l'importante decisione assunta dalla Giunta Regionale nella seduta del 6
Novembre 2OO8 di assegnare, su proposta dell'assessore alla pianificazione
Territoriale, autonomie locali e sicurezza Federica Seganti un contributo
straordinario di EURO 191 MILA per la bonifica dell'area ex Polveriera.
L' Amministrazione Comunale - ha affermato il vice sindaco Massimo Occhilupo -
ha sostenuto fortemente questa richiesta nelle sedi opportune poichè condivide
la prospettiva di una riqualificazione dell'area ( 33 MILA MQ) di
proprietà comunale - strategica per l'intera comunità.
Obiettivo dell'amministrazione comunale è il recupero e la riqualificazione
dell'area con l'inserimento di attività turistiche e del tempo libero,
salvaguardando l'impianto originario del forte.
Infatti, nella variante N. 6 del PRGC è stata inserita come zona per
attrezzature turistico ricettive e ricreative da attuare attraverso un PRPC con
interventi di ripristino ambientale dell'area e di ristrutturazione e
ampliamenti sui fabbricati esistenti e nuovi edifici al limite del perimetro
dell'area.
Anche per questa opera ha
affermato il vice sindaco, se pur con delle pratiche complesse, si è riusciti a
dare risposte per la riqualificazione dell'intera area su un asse strategico dal
punto di vista turistico.
BORMIO: PER IL 90° DELLA GRANDE GUERRA
UN AMBITO RICONOSCIMENTO.
Lunedì 3 Novembre
2008 è stata celebrata a Bormio la cerimonia di commemorazione del
90° anniversario della fine della 1° Guerra Mondiale.
Compatti hanno partecipato gli Alpini della locale Sezione dell'A.N.A.,
alla presenza del primo cittadino di Bormio Prof.ssa Elisabetta
Ferro Tradati e di numerosa popolazione locale.
Dal punto di riunione, stabilito in piazza del Kuerc', un lungo
corteo di fiaccole - capeggiato dalle classi quinte della scuola
elementare di Bormio - è sfilato lungo la via principale del paese,
la Via Roma, ed ha raggiunto sotto una debole pioggia il monumento
ai Caduti in Piazza V Alpini.
Dopo la benedizione
dell'Arciprete di Bormio, Don Giuseppe Negri, è stata data lettura
della lettera di saluti e di augurio del Generale Perona, Presidente
dell'Associazione Nazionale Alpini.
E' seguito un discorso del Sindaco di Bormio, rivolto soprattutto ai
bambini delle Scuole Elementari, che si sono cimentati per
l'occasione cantando l'inno d'Italia.
La serata si è
conclusa con la consegna di un importante riconoscimento da parte
del Sindaco Elisabetta Ferro Tradati ad un cittadino di Bormio che
si è messo in evidenza a livello nazionale nello studio e
nella divulgazione degli eventi legati alla Grande Guerra nel
territorio dell'Alta Valtellina, portando indirettamente lustro ed
immagine al Bormiese.
Il Dott. Giovanni
Peretti, geologo ma da sempre appassionato dei tematismi legati al
proprio territorio e della Grande Guerra in particolare, da anni
porta avanti con passione e scientificità numerose ricerche sia sul
terreno che a livello di archivi privati e pubblici.
Ne sono scaturiti
importanti volumi, magnificamente illustrati, tra i quali spiccano
"Il Capitano sepolto nei Ghiacci" (per il quale ha curato in
particolare l'apparato iconografico ed il restauro delle oltre
duecento fotografie d'epoca), "Il Sentiero della Pace in Lombardia"
ed i più recenti "Battaglie per la Trafojer" e "Battaglie per il San
Matteo", libri di grande formato molto importanti nella storiografia
legata alla Prima Guerra Mondiale nell'Ortles Cevedale, sia dal
punto di vista documentale che iconografico, riportanti imponenti
archivi fotografici inediti.
Per questi ultimi,
Giovanni Peretti è stato insignito di due importanti riconoscimenti
a livello nazionale, il prestigioso Premio AMEDEO DE CIA 2007,
rivolto a coloro che, con le loro azioni ed opere, hanno saputo
tenere alto i valori dell'alpinità soprattutto nei confronti delle
nuove generazioni, ed il noto Premio Giornalistico Nazionale VAL DI
SOLE 2008, nella Sezione Speciale dedicata al 90° Anniversario della
Grande Guerra.
Altre significative
gratificazioni sono giunte da Milano, da Bergamo, da Sondrio, da
Firenze e con una non celata soddisfazione Giovanni Peretti, nel
ringraziare per l'ambito riconoscimento il Sindaco del suo Comune,
ha sottolineato il particolare piacere di ricevere proprio dalla sua
terra un'attestazione di stima per le disinteressate ricerche che
svolge da anni.
In questo caso, il
motto "nemo profeta in patria" è stato sfatato.
La
Gazzetta di Mantova - 31 ottobre 2008
Nei cunicoli del forte con il Parco del Mincio
Visita al Forte di Pietole, domenica, con il
Parco del Mincio. L’iniziativa si svolge nell’ambito del programma
di ‘Escursioni d’Autunno’ promosso dal Parco del Mincio con alcune
associazioni del territorio. Exploring Academy è l’associazione di
speleologi che negli ultimi anni ha studiato ed esplorato palmo a
palmo la struttura facendola riemergere dall’oblio. Sono proprio gli
esperti speleologi di Exploring Academy che domenica, consegnando
torce e caschi ai partecipanti, guideranno il gruppo di visita
attraverso cunicoli e stanze segrete raccontando anche i passaggi
della complessa storia del forte. Impegnativa la durata
dell’escursione completa: 7 ore di cammino cui si somma il tempo per
consumare il pranzo al sacco. Il percorso non presenta particolari
difficoltà ed è adatto anche ai bambini non troppo piccoli ma
prevede il passaggio in un lungo cunicolo nel quale è necessario
stare ricurvi. Previsto anche un percorso di due ore. L’escursione
si svolgerà a partire dalle 9.30 del mattino anche in caso di
maltempo (gran parte del percorso è al coperto) al costo di 10 euro
(le metà per l’itinerario più breve) prenotandosi al numero
333/9378780. Con un minimo di sei partecipanti, anche ogni prima
domenica dei mesi di dicembre, gennaio e febbraio.
Il calendario di ‘Escursioni d’Autunno’ prosegue domenica prossima
alle Bertone dove si festeggerà il termine della stagione di
apertura al pubblico del bosco giardino prima della pausa di risposo
invernale: caldarroste per tutti e visita guidata nel bosco giardino
dei mille alberi e delle cicogne per scoprire i colori dell’autunno.
Ultima tappa il 16 novembre con un appuntamento dedicato all’acqua e
alle arti preziose.
Messaggero
Veneto — 27 ottobre 2008 pagina 13 sezione: NAZIONALE
Rinasce
il forte della Grande guerra sul Col Badin
CHIUSAFORTE. Bastano
pochi minuti per raggiungere il forte corazzato sul colle Badin
dalla statale 13. Una struttura imponente, che fu costruita
dall’Esercito Italiano tra il 1904 e il 1907, dalla quale si può
avere una visuale mozzafiato della valle del Fella. Da qui, ieri, ha
preso il via il recupero della memoria storica di Chiusaforte, con
la posa della prima pietra del nuovo forte Col Badin. Una giornata
molto attesa dall’amministrazione comunale e dal sindaco Luigi
Marcon che, con il recupero del forte, contano di dare nuova linfa
al comparto economico-turistico della valle. Per questo hanno
investito molto in questo progetto, organizzando una cerimonia in
prossimità del 90º anniversario della fine della Grande Guerra. E
così, ieri a Chiusaforte, sono arrivati l’assessore regionale
Roberto Molinaro, il Soprintendente per i Beni architettonici del
Friuli Venezia Giulia Guglielmo Monti, alcuni storici, gli
amministratori della valle e moltissima gente comune. Tutti per
testimoniare la rinascita del forte corazzato, che sarà fatto
tornare a nuova vita grazie a due finanziamenti regionali che,
complessivamente, superano i 2 milioni di euro. Non si tratterà,
però, di una semplice ristrutturazione, in quanto molte parti del
forte resteranno segnate dal degrado, a testimonianza del
trascorrere del tempo. L’intenzione dell’amministrazione comunale,
in accordo con la “C&C architettura ingegneria srl” rappresentata
dall’architetto Fulvio Caputo, è quella di dar vita a un luogo della
memoria aperto al futuro, dove convivranno tra loro spazi museali e
ricettivi, sale espositive e zone di accoglienza per i visitatori. I
lavori di sistemazione, affidati all’Agriforest, termineranno alla
fine del 2009. «Il “gigante” di Chiusaforte si sta risvegliando – ha
commentato il sindaco Marcon – e, tra breve, sarà trasformato in un
luogo di esperienza condivisa, riservato ai turisti, agli
appassionati di storia e alle scuole. Sul Col Badin si potrà entrare
in contatto con una realtà museale basata su conoscenze emozionali e
sensoriali». Una visione condivisa anche dall’assessore regionale
Roberto Molinaro, che ha evidenziato l’interesse della Regione per
gli interventi di recupero del patrimonio storico del Friuli Venezia
Giulia: «Si tratta di manufatti risalenti ad un periodo storico di
cui le comunità dovrebbero riappropriarsi, che potranno essere
sfruttare come risorsa e motivo di attrazione. Per questo – ha
aggiunto – la Regione ha intenzione di creare una rete tra le varie
forticazioni, dal Carso al Friuli, per valorizzarle in maniera
complessiva. Il Comune di Chiusaforte – ha concluso Molinaro – si
trova ad affrontare una duplice sfida: restituire in termini di
fruibilità una testimonianza storica della Grande Guerra e
trasformarla in un luogo a vantaggio della comunità locale». A
posare la prima pietra del nuovo forte, sono stati proprio Marcon e
Molinaro, dopo aver firmato la pergamena che è stata sotterrata a
ricordo della cerimonia di ieri. Alessandro Cesare
Messaggero Veneto
— 26 ottobre 2008 pagina 15 sezione: UDINE
Recupero del forte
sul colle Badin: stamane la posa della prima pietra
CHIUSAFORTE. Comincerà
oggi, con la posa della prima pietra, il recupero architettonico del
Forte corazzato sul colle Badin, a Chiusaforte. Un avvenimento che
l’amministrazione comunale ha voluto celebrare con una giornata di
approfondimento storico dal titolo “Il futuro della memoria.
1904/2008”, a pochi giorni dal novantesimo anniversario della fine
della Grande Guerra. Il programma della giornata prevede, dalle 10
alle 12, nella sala convegni del Centro scolastico, la presentazione
del progetto di recupero del forte sul colle Badin. Dopo il saluto
del sindaco Luigi Marcon, interverranno l’assessore regionale
Roberto Molinaro e il Soprintendente per i Beni architettonici,
archeologici, artistici e storici del Friuli Venezia Giulia
Guglielmo Monti. Spazio poi all’approfondimento storico con le
relazioni di Roberta Cuttini (“Architetture della Grande Guerra: i
Forti del Tagliamento”) e Davide Tonazzi (“Forti e territorio:
Chiusaforte”), prima della presentazione del recupero da parte di
Fulvio Caputo (“La nuova vita di un vecchio Forte”). Dalle 14 alle
17 sarà possibile partecipare alle visite guidate al Forte Col Badin,
non prima però della cerimonia di posa della prima pietra. (a.c.)
26 Ottobre 2008: Si è spento
l’ultimo Cavaliere di Vittorio Veneto
il
Bersagliere Delfino Borroni
E'
morto ieri sera, a 110 anni compiuti da poco, Delfino Borroni, l'ultimo
cavaliere di Vittorio Veneto. Borroni, nato il 23 agosto 1898 a Turago
Bordone, piccolo paese nelle vicinanze della Certosa di Pavia, era
ospite di una casa di riposo per anziani in Lombardia. Arruolato nel
corpo dei bersaglieri come soldato semplice, venne mandato al fronte
sull'Altipiano di Asiago e visse le tragiche giornate di Caporetto.
Tornò a casa nel Natale del 1918. Tre anni
dopo fu assunto dall'azienda tranviaria e impiegato come macchinista sul
tram chiamato 'Gamba de Legn' che percorreva la linea
Milano-Magenta-Castano Primo, il paese dove ha abitato per moltissimi
anni, continuando a fare anche dopo la pensione il meccanico di
biciclette, la sua grande passione.
Altre informazioni in rete anche a questo
link
http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_26/borroni_morto_1dc9ba5e-a3a0-11dd-8d2c-00144f02aabc.shtml
Ci associamo ai numerosi
messaggi di cordoglio alla famiglia in riverente rispetto per questo
ultimo protagonista di quei tragici eventi.
Messaggero Veneto — 24 ottobre 2008 pagina 19
sezione: CULTURA - SPETTACOLO
Col Badin, memoria e futuro nella Fortezza
CHIUSAFORTE. A pochi giorni dal novantesimo anniversario della
fine della Grande Guerra, sta per essere ufficializzato il recupero
architettonico del Forte corazzato sul colle Badin. Domenica l’incontro
intitolato Il futuro della memoria. 1904/2008 richiamerà l’attenzione
sul Canal del Ferro con l’intervento di storici e politici e con la posa
della prima pietra della nuova struttura. Collocato su uno sperone
roccioso alle pendici del colle Badin, il Forte corazzato (in origine
“Fortezza Alto Tagliamento-Fella”, poi “Fortezza di Chiusaforte”) fu
realizzato dall’Esercito italiano tra il 1904 e il 1907. Disposto su
quattro livelli, comprendeva alloggi per la truppa e gli ufficiali,
quattro cupole corazzate per i cannoni, opere difensive (come gallerie
per fucilieri e cofani laterali per mitragliatrici), nonché edifici di
supporto e servizio (depositi per le munizioni, officine, e magazzini).
Il 24 ottobre 1917, durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo,
l’esercito austro-tedesco ruppe il fronte italiano davanti a Plezzo e
Tolmino, e dopo cinque giorni i nostri contingenti si ritirarono
attraverso la valle del Fella. Il Forte ebbe il compito di opporre una
resistenza tenace. Dopo un violento fuoco di sbarramento e l’esplosione
finale con cui si fecero saltare i cannoni e le cupole, la guarnigione
si arrese alle truppe del 30° battaglione di Feldjager della 59° Brigata
alpina. Cominciò così il lento degrado del Forte, terminato nel 2001 con
il suo trasferimento come proprietà dal Ministero della Difesa al Comune
di Chiusaforte. Nel 2005 fu sottoposto a vincolo di tutela da parte del
Ministero dei beni culturali per le sue caratteristiche e per la
presenza di sistemi di difesa ravvicinati, innovativi per l’epoca in cui
fu realizzato. Grazie a un contributo regionale di 1,6 milioni di euro,
ora potrà essere risistemato. Ma non si tratterà di una semplice
ricostruzione di un manufatto utilizzato durante la Grande Guerra, bensì
di un luogo della memoria aperto al futuro, dove convivranno spazi
museali e ricettivi, sale espositive e zone di accoglienza per i
visitatori. Per questo i vari edifici subiranno un processo di restauro
differente: quelli destinati a ospitare a lungo le persone saranno
restaurati in maniera completa, mentre negli altri si fermerà, con
tecniche particolari, il processo di degrado e rimarrà leggibile
l’immagine di rovina e del trascorrere del tempo. L’obiettivo di questa
“strategia formale” è di mostrare la storia attraverso l’architettura:
dal periodo della guerra e dell’abbandono al momento della salvaguardia
e della valorizzazione. La ristrutturazione si concretizzerà in tre
fasi: il restauro architettonico degli edifici, l’allestimento di un
museo della memoria, la sistemazione degli spazi esterni e degli accessi
a valle. La struttura accoglierà comitive studentesche, studiosi o
turisti che, visitando il percorso, potranno conoscere le vicende
belliche che si sono svolte nei territori circostanti e informarsi sulla
vita e sulle abitudini della comunità durante quel periodo. Agli ospiti
sarà dato non solo “ristoro” culturale, ma anche la possibilità di
soggiornare e di pernottare. Alle esposizioni permanenti si
affiancheranno mostre temporanee e i locali interni potranno accogliere
riunioni, piccoli convegni o incontri conviviali. Domenica il programma
prevede, dalle 10 alle 12, nella sala convegni del Comune di Chiusaforte,
la presentazione del progetto di recupero del Forte. Spazio poi
all’approfondimento storico mentre nel pomeriggio, dalle 14 alle 17,
sarà possibile partecipare alle visite guidate al Forte Col Badin, al
termine della cerimonia di posa della prima pietra. Una giornata
organizzata dal Comune con la collaborazione e il sostegno della
Regione, della Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia, della Comunità
Montana e della Fondazione Crup. Alessandro Cesare
il Corriere delle Alpi — 23 ottobre 2008 pagina
37 sezione: SPETTACOLO
Quella spia del dopo Caporetto
«Missionari» venivano chiamati, con enfasi patriottica e riconoscenza
quasi religiosa, quegli agenti segreti che durante la Grande Guerra,
dopo Caporetto, volontariamente si offrivano di farsi trasportare oltre
le linee nemiche per raccogliere notizie sui movimenti e sullo spirito
delle truppe occupanti. Scendevano in territorio invaso in punti già ben
studiati in precedenza, vestiti da soldati, per evitare l’immediata
fucilazione in caso di cattura. Erano però provvisti anche di abiti
civili, carte d’identità, lasciapassare austriaci falsi, gabbiette di
piccioni viaggiatori e materiale vario. Dopo aver raccolto il maggior
numero di notizie possibile ed averlo trasmesso con segni convenzionali
ai nostri ricognitori o più spesso tramite piccioni, essi dovevano venir
recuperati da nostri aerei o, nella peggiore delle ipotesi, cercare di
raggiungere le nostre linee sul Piave a piedi o via mare. Quello che
però è rimasto defilato alla storia ufficiale e sconosciuto agli stessi
cadorini è che il creatore ed organizzatore di tutte le attività
dell’Ufficio Informazioni della III Armata, dai primi combattimenti sul
Carso fino alla rivincita sul Piave, fu un grande amico del Cadore.
Intendiamo parlare di Ercole Smaniotto, nato a Livorno nel 1875,
Sottotenente nel 1896, Aiut. Magg. in seconda al 7º Alpini, da sempre
legato alle montagne del Veneto e del Trentino. Fu proprio grazie ai
suoi rilevamenti orografici e ai suoi studi di fortificazione, che egli
nel 1911 venne promosso Capitano per meriti eccezionali, con l’incarico
di costituire presso la Div. Mil. di Verona l’Ufficio “Monografie del
Terreno”. Trasferito a Milano alle dirette dipendenze del Sotto Capo di
Stato Maggiore Gen. Porro, divenne responsabile della segreteria di
quella sezione del Servizio Segreto Militare Italiano, che raggiunse il
suo culmine operativo nel 1913 e che rivaleggiò col servizio segreto
dell’esercito austriaco. Fu grazie ad un paziente lavoro di ricognizione
sul terreno e di successive rielaborazioni che fu pubblicata nel 1912 la
serie di Guide Militari che visualizzavano in chiari itinerari strade e
sentieri di montagna di Veneto e Trentino. Così ricordava il Col.
Smaniotto un suo amico, il Magg. Trener: “Figura alta, viso pallido,
occhi penetranti, intelligenti e buoni, passo svelto, più da uomo molto
occupato che marziale. Parla poco quando non occorre, ma è d’indole
comunicativa, non però con tutti”. Egli si segnalava per la sua capacità
di trattare con gli ufficiali richiamati e coi volontari irredenti,
scegliendo gli “agenti” giusti e distinguendosi nell’ammodernamento del
servizio: per esempio introdusse il metodo di analisi stereoscopica
delle fotografie ed adottò in larga scala il sistema della fotografia
aerea dei territori, il lancio dei piccioni, le missioni speciali...
Morì il 20 ottobre 1918 per “spagnola”, attorniato dai suoi amici
(Gigante, Simoni, Fabbroni, Kobelinsky, don Costantini), e fu sepolto a
Mogliano Veneto, alla presenza del Duca d’Aosta. Il servizio svolto
dallo Smaniotto contemplava anche gli interrogatori dei prigionieri, le
intercettazioni telefoniche (il 14 giugno 1918 la stazione di
intercettazione di M. Spinoncia captò il giorno e l’ora dell’offensiva
austriaca prevista per quello stesso mese), l’uso di palloni frenati, il
servizio propaganda dopo Caporetto, la costituzione della legione boema
per dar voce alle parole dei czechi disertori... Ma è proprio dopo
Caporetto che lo Smaniotto scelse di battere la via delle missioni
speciali e pensò anzitutto all’uomo giusto, a Camillo De Carlo, da lui
già notato al Comando Aeronautico della III Armata, ma che ricordava
ancora giovanetto quando lo aveva conosciuto in una villeggiatura a
Pieve di Cadore. Fu a Villa Favier, il 15 gennaio 1918, che il Col.
Smaniotto offrì al De Carlo l’affascinante dilemma “forca o gloria?”, da
cui sarebbero nate tutte le sue imprese. Ma esiste un secondo aggancio
col Cadore, che risale anzi ad alcuni anni prima, e precisamente al
1907, quando lo Smaniotto, allora Tenente, sfruttava le sue conoscenze
“affettive” della nostra regione per redigere importanti studi di
fortificazione, che poi furono sfruttati, e almeno parzialmente
realizzati, dal Mag. Ferdinando Pecco, il “padre” della Fortezza
Cadore-Maè. Egli cercò di rispondere al quesito, in quegli anni invero
assillante, della posizione migliore per un nuovo forte corazzato in
grado di dar protezione all’opera bassa (ed obsoleta) di Col Piccolo.
Come sappiamo, prevalse in seguito l’idea di fortificare Tudaio e Col
Vidal, ma lo Smaniotto patrocinò allora la regione “Pragrande”, a quota
1700, sulle pendici di Monte Col, a sud-est di S.Stefano. Come si può
evincere dalle sommarie notizie, lo Smaniotto fu senz’altro uomo
poliedrico ed attivo, legato sempre al nostro Cadore da vincoli di
affetto e di lavoro, in un nesso unico di profonda conoscenza del
territorio e soprattutto di indubbia fede nella forza e virtù dei suoi
abitanti. Walter Musizza Giovanni De Donà
Messaggero Veneto
del 18/10/08
Grande Guerra e i forti sul
Tagliamento
RIVE D’ARCANO. Si terrà oggi,
alle 10, nel Forte Col Roncone di Rive d’Arcano (sulla strada panoramica
Fagagna-San Daniele) il convegno storico che avrà come tema “I forti del
Tagliamento nella Grande Guerra in Friuli”, organizzato
dall’Associazione Military Historical Center di Udine. Interverranno il
professor Gianluca Volpi, il dottor Marco Pascoli e l’architetto Roberta
Cuttini. I forti del Tagliamento rappresentano un patrimonio culturale
di indiscussa rilevanza per la funzione che in quel periodo storico, e
nel nostro territorio di confine, hanno rivestito. Il convegno rientra
in un percorso storico-culturale che l’Associazione sta portando avanti
da diversi anni con lo scopo di recuperare e mostrare al pubblico
preziose testimonianze della prima guerra mondiale, in cui il Friuli
Venezia Giulia ha avuto un ruolo importante.
la Nuova di Venezia — 17
ottobre 2008 pagina 24 sezione: CRONACA
Forte Mezzacapo, operazione
pulizia
ZELARINO. Vogliono che Forte
Mezzacapo resti un patrimonio per la collettività, in particolare per la
comunità di Santa Lucia Tarù. Per questo motivo ieri un gruppo di
rappresentanti di associazioni ha deciso di cominciare a pulire
perlomeno l’area esterna della struttura militare, in fase di passaggio
al Comune. Atto di forza che ha un preciso valore simbolico: chi vive da
queste parti rivendica questo spazio, contrario a soluzioni come quella
della «farm», prospettata dalla presidente di Chirignago-Zelarino, Maria
Teresa Dini. Due le associazioni maggiormente impegnate nel blitz. Sono
«Dalla guerra alla pace» e il comitato civico di Santa Lucia Tarù. Hanno
superato la sbarra che dà su via Scaramuzza e hanno cominciato a
ripulire dalle sterpaglie l’area attorno al vecchio alloggio del
maresciallo comandante. L’irruzione è soprattutto formale e simbolica,
visto che penetrare nel Forte è un gioco da ragazzi. In questo periodo,
poi, ci sono anche i cacciatori che ci bazzicano, con tanto di fucile a
tracolla e cani da riporto. Per ora i cittadini si limiteranno a pulire
l’area esterna. «Questo deve essere uno spazio per la collettività -
spiega Vittorio Darisi, presidente dell’associazione “Dalla guerra alla
pace” - Qualcuno dovrebbe ricordarsi che al momento la realtà di Santa
Lucia Tarù non ha nessun luogo di socializzazione». A ribadire il
concetto è anche Albino Ghedin, vicepresidente del comitato di Santa
Lucia Tarù. «Con il nostro ingresso al forte, con i lavori che stiamo
facendo - afferma - vogliamo rivendicare il fatto che sentiamo nostra
questa struttura». La situazione generale al Mezzacapo è difficile. Il
complesso, enorme, presenta più criticità, a cominciare dal deposito
nell’area esterna crollato in parte per l’incuria. Dentro è ancora
peggio. Su quattro baracche in legno, con componenti in amianto, tre
sono crollate al suolo anche per effetto di un temporale particolarmente
violento di questa estate. Ci sono anche zone apparentemente a posto,
come il blocco a un solo piano che una volta ospitava le camerate: parte
del tetto, però, è stata danneggiata tre anni fa da alcuni ordigni fatti
esplodere dagli artificieri dell’esercito. Le potenzialità del
complesso, però, sono grandi, considerando anche che Forte Mezzacapo si
estende su un’area davvero grande. E l’associazione «Dalla guerra alla
pace» rilancia una proposta: ripristinare il vecchio fossato, una misura
che garantirebbe un migliore equilibrio idraulico a tutta questa zona.
Messaggero Veneto — 17
ottobre 2008 pagina 19 sezione: UDINE
Fine settimana con il
Marciât da Vile
VILLA SANTINA. Ritorna il Marciât da Vile, la più antica fiera della
Carnia, che con le sue centinaia di bancarelle e giostre, l’area
agroalimentare, la mostra dell’artigianato e il mercatino delle pulci
“Il Baule della Nonna” richiama per ogni edizione migliaia di
visitatori. Il mercato, organizzato dal comune in collaborazione con la
Pro Loco, le associazioni locali ed il Parco intercomunale delle colline
carniche, un tempo punto di ritrovo degli abitanti delle Valli Degano e
del Tagliamento, attira anche ai giorni nostri gente anche dalle altre
vallate della montagna e dalla pianura friulana. Un mercato che dura tre
giorni, da sabato sino a lunedì 20 ottobre compresi, con musica e balli,
giochi ed animazione per i più piccoli. Il programma: prevede con inizio
alle 9 nel piazzale della stazione la riscoperta dei sapori tradizionali
di un tempo e dei prodotti dell’artigianato con attività dimostrative e
con lavorazioni dal vivo a cura degli Amici dell’A.R.T.E. per i più
piccini nel parco sarà a disposizione il castello di Fantasilandia con
spettacoli e sorprese. Il centro sociale propone sculture di acqua: le
grotte della Carnia a cura del Museo geologico della Carnia di Ampezzo.
Ogni pomeriggio durante le tre giornate, sarà inoltre possibile prender
parte a delle gite guidate alle fortificazioni del vallo littorio in
località Plera con l’associazione Xma Regio Italica. Domenica
pomeriggio, alle 14, nel parco si esibirà la scuola di ballo Happy Dance
Studio mentre lunedì 20 ottobre alle 9 sarà proposto un laboratorio
didattico per i bambini dai 6 ai 10 anni. Per tutta la durata della
fiera nelle sale del municipio funzionerà una ricca pesca di
beneficenza. (g.g.)
il Corriere delle Alpi — 17
ottobre 2008 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
La caduta dei fortini
Le truppe occupanti del Feldmaresciallo Boroevic, dopo aver vagliato
nella primavera 1918 la possibilità di prelevare le cupole corazzate dei
nostri forti (mod. Armstrong, spessore mm 140, in acciaio al nichelio
superiore al 3%, a M. Tudaio, Col Piccolo, Col Vidal, Pian dell’Antro,
M. Rite) e di portarle presso i loro stabilimenti Skoda, Poldihutte,
Resicza ecc., al fine di riciclarle in funzione del disperato bisogno di
acciaio palesato dall’impero austro ungarico, decisero ai primi segnali
di cedimento del fronte sul Piave, di distruggerle sul posto per non
lasciarle al nemico, come fatto invece da di Robilant e Piacentini al
momento della ritirata di Caporetto nel novembre 1917. Apposite squadre
di artificieri arrivarono in Cadore per la bisogna e il 12 ottobre si
sistemò all’Albergo “Lozzo” un gruppo di 84 uomini incaricati del
sabotaggio ed evidentemente tanto esperti di fuoco da provocare la sera
stessa del loro arrivo, verso le 21.30, un incendio che rovinò parecchie
camere. La prima vittima fu Batteria Castello, presso Pieve di Cadore,
distrutta alle ore 17 del giorno 16 ottobre, mentre Forte Monte Ricco,
poco discosto dal primo, subì tre esplosioni, rispettivamente alle 17.30
dello stesso giorno, alle 16 del 17 e alle 10.30 del giorno 28, con una
esiziale pioggia di detriti sull’abitato di Sottocastello. Col Vaccher
saltò invece alle 10.45 del giorno 18 dopo ché gli austriaci avevano
fatto evacuare la popolazione di Tai e Valle. Al momento dello scoppio,
ricordavano alcuni testimoni, si vide la parte superiore del forte
aprirsi a mò di garofano seguita, qualche secondo dopo, da un rumore
sordo. Col Piccolo, presso Vigo, fu distrutto alle 11 del 19 con spicchi
delle corazze finiti a 500 metri di distanza e notevoli danni alle case.
Non servì infatti far notare al nemico che si trattava di opere di
difesa ormai inutili, la cui distruzione non rivestiva più alcun senso
tattico, e nulla potè nemmeno la presenza nelle case vicine di molti
civili ammalati di spagnola ed impossibilitati ad abbandonare i loro
letti. Il sindaco di Vigo, nella “Relazione sulle violazioni ai diritti
delle genti”, datata 27 dicembre 1918 avanzò l’ipotesi che le esplosioni
fossero state volute dagli austriaci per distruggere il maggior numero
possibile di edifici civili e poter così espletare con agio l’ultima
spoliazione, quella della “staffa”. Analoga sorte, sempre nel periodo
compreso tra il 16 e il 26 ottobre 1918, toccò ai forti di Pian
dell’Antro e di M. Tudaio, dove le operazioni conobbero qualche intoppo,
costringendo gli artificieri austriaci a salire più volte sulla cima e
perfino a litigare tra loro per le difficoltà incontrate nell’indovinare
il “botto” vincente. Come si può desumere anche da queste notizie, il
nemico “programmò” davvero la sua ritirata, facendo con calma e con
largo anticipo sui tempi dell’Addio al Cadore ciò che noi, nel bailamme
del dopo Caporetto, non fummo in grado di fare, per ragioni di ordine
materiale e psicologico. Quando, tra le 14 e le 14.30 del 4 novembre
1918, arrivarono a Pieve le nostre autoblindomitragliatrici Lancia (15^
squadriglia della 5^ Sezione della I Divisione) trovarono tutti i nostri
forti distrutti, ed anzi già divenuti meta di “escursioni” da parte dei
locali, alla ricerca di qualche cosa utile in mezzo alle macerie. Non
sappiamo se nel fumo delle esplosioni tutti i cadorini abbiano
riconosciuto, come voluto da un cronista dell’epoca, la figura di Cecco
Beppe balzante dagli abissi, ma certo possiamo constatare comunque che
quella fine ingloriosa poneva davvero fine al capitolo della Fortezza
Cadore-Maè, alla cui ombra e sotto la cui egida il Cadore tutto conobbe,
dal 1882 in poi, solo amarezze e delusioni. Walter Musizza Giovanni De
Donà
la Nuova di Venezia — 10
ottobre 2008 pagina 24 sezione: CRONACA
l Comune sta diventando più Forte
ZELARINO. Il Comune ora non può tirarsi indietro sulla partita dei forti
Mezzacapo, Gazzera e Pepe. Nei giorgi scorsi è stato siglato il rogito
che segna il passaggio all’amministrazione comunale del lotto
comprendente le tre basi, finora sotto il controllo del Demanio
militare. L’ultimo passaggio perché la vicenda si possa definire
conclusa spetta alla Corte dei Conti, che dovrà solo registrare
l’avvenuto accordo tra le parti derivante dal rogito. Una formalità,
insomma, visto che ora l’attenzione si sposta tutta sull’utilizzo dei
forti, in particolare Mezzacapo e Gazzera. Quelli all’interno del
territorio di Chirignago-Zelarino. Situazione attuale. Tralasciando
forte Pepe, tra le altre due ex basi dell’esercito quella in condizioni
migliori è senza dubbio forte Gazzera. Da anni è diventato un punto di
aggregazione e promozione culturale, tanto che domenica scorsa ha
ospitato le iniziative cittadine legate alla giornata mondiale
dell’alimentazione. Diversa la situazione del Mezzacapo, situato in via
Scaramuzza a Zelarino. La struttura è in stato di abbandono da anni e in
occasione di un’ondata di maltempo che ha colpito la città un paio di
mesi fa è crollata una delle baracche, aumentando il rischio di
inquinamento da amianto. Azione urgente. Questo ultimo fatto è a
conoscenza di Municipalità e Comune, con quest’ultimo che già sta
predisponendo un piano di azione. L’assessore al Patrimonio Mara Rumiz,
infatti, ha spiegato che si sta già pensando di inserire nel bilancio
2009 le adeguate risorse economiche per effettuare la bonifica al
Mezzacapo. Sui costi relativi all’operazione non ci sono ancora stime,
in passato però era stato ipotizzato un esborso di 20.000 euro. Somma
che rischia di non poter bastare, visto che le condizioni della parte
interna con il passare del tempo si sono fatte sempre più precarie.
Futuro prossimo. Il passaggio effettivo dei forti porterà a un aumento
delle attività svolte al loro interno. E per il Mezzacapo
Chirignago-Zelarino ha già qualche idea. Una potrebbe essere la
riconversione della vecchia base dell’esercito in un polo per
l’agricoltura locale. «Il principio è quello della farm - spiega Maria
Teresa Dini, presidente della Municipalità - ovvero un punto dove le
esperienze degli agricoltori possono essere messe in rete e dove può
anche essere prevista la possibilità della vendita diretta dei
prodotti». In ogni caso, tutti i progetti potranno essere valutati ed
eventualmente applicati solo dopo la bonifica in profondità dell’intera
area di forte Mezzacapo. (Maurizio Toso)
la Nuova di Venezia — 13
settembre 2008 pagina 19 sezione: NAZIONALE
«Lido ciclabile, ecco tre
percorsi da attuare»
LIDO. Una serie di piste ciclabili e
percorsi di durata e lunghezza variabile per permettere a chi - turista
o abitante - vuole trascorrere una giornata in bicicletta nelle isole
del Lido e, in seguito, anche al Pellestrina, di farlo in tutta
tranquillità. Questa è la proposta che, in seguito anche agli ultimi
gravi incidenti avvenuti nelle isole, lanciano gli addetti ai lavori dei
noleggi biciclette dell’isola. «L’idea è nata dalle continue lamentele
dei clienti, specialmente stranieri - spiega la signora Patrizia di «lidoonbike»,
ideatrice dell’iniziativa - che si rammaricano del fatto di arrivare in
un’isola adatta alle piccole scampagnate su due ruote e trovare solo
piccoli tratti adibiti alle biciclette. In più, troppo spesso, quando
riportano i mezzi che noleggiamo, tornano da noi con escoriazioni dovute
a cadute per evitare scontri con le automobili o per lo stato a tratti
pessimo del manto stradale». Da queste considerazioni è nata l’idea -
per ora semplice proposta «su carta» ma con la possibilità concreta di
una futura attuazione - di individuare dei percorsi alternativi alle
zone di maggiore traffico di vetture, ma che tocchino l’intera isola
mostrando ai turisti le bellezze del Lido. «Abbiamo disegnato tre
percorsi - dice ancora Patrizia - con itinerari da una, due e tre ore,
che vanno in pratica a coprire l’intero arco del Lido, dall’aeroporto
alle fortificazioni degli Alberoni. Per ora le distribuiamo ai nostri
clienti come possibili «idee», specificando che non si tratta ancora di
percorsi specifici per le biciclette, ma ci piacerebbe che l’idea avesse
un seguito, e che almeno alcune delle idee da noi proposte diventassero
realtà, a partire magari dalla futura riorganizzazione della porta
acquea del Piazzale». «Le piste ciclabili attrezzate intorno a Venezia
si fermano per adesso a Punta Sabbioni - spiega Claudio, trentenne
cicloamatore udinese che ha già girato in bicicletta mezza Europa - e
sarebbe decisamente bello avere la possibilità, una volta lì, di
imbarcare il proprio mezzo sulla motonave e proseguire il viaggio con
Lido e Pellestrina per giungere a ricongiungersi, passata Chioggia, alle
zone del Padovano». (Massimo Tonizzo)
la Nuova di Venezia — 11 settembre 2008 pagina
14 sezione: ALTRE
Stupendi i forti ma perché tutto quel degrado? Da sei estati trascorro
le mie vacanze al campeggio Stella Maris, assieme ad un gruppo di
connazionali e, sempre più, abbiamo imparato a frequentare e conoscere
il territorio di Cavallino-Treporti iniziando a conoscerne le
caratteristiche e la storia. Dall’ufficio informazioni del campeggio
avevamo saputo delle molte fortificazioni ex-militari qui esistenti, con
un maestoso forte costruito durante la reggenza asburgica del
Lombardo-Veneto da parte dell’Austria, nostro Paese d’origine. Ho poi
acquistato alcune copie del buon libricino-guida, fortunatamente per i
miei amici scritto anche in tedesco e intitolato «La batteria Amalfi
nella Grande guerra» di Furio Lazzarini e pubblicato dalla locale
associazione «Forti e musei della costa». Assieme ad una decina di altre
persone interessate, ho quindi organizzato una gita sui forti, seguendo
la mappa e le puntuali indicazioni e avvertenze contenute nel libro.
Tutti i partecipanti hanno espresso sorpresa e meraviglia per
l’importanza di queste opere militari, a molti di noi del tutto
sconosciute, alcune di imponenti dimensioni e dalle architetture più
disparate, ma nel frattempo abbiamo anche verificato le pessime
condizioni in cui giacciono questi edifici storici, tra incuria,
vandalismi e vegetazione che li stanno distruggendo. Come per noi,
pensiamo risulterebbero molto interessanti per le migliaia e migliaia di
turisti che scelgono Cavallino per le vacanze, e abbiamo chiesto
spiegazioni rivolgendoci a vari interlocutori. Le risposte sono state le
stesse dell’anno scorso o del precedente ancora dove, sostanzialmente,
la questione del recupero e fruizione pare dipendere dalla burocrazia,
dalla mancanza di fondi o piuttosto dalla volontà politica, ma ci
rassicurano che, prima o poi, partiranno dei progetti e cominceranno dei
lavori. A noi resta invece la sensazione che si farà poco, oppure
proprio niente, e ci chiediamo quindi se possiamo in qualche modo
renderci utili. Torneremo ad ogni modo qui in vacanza, anche nella
prossima estate, ma stavolta sperando cambi davvero qualcosa! Gottfried
Niedrist Austria Kriminalpol Innsbruck Il maestro unico: mille
insegnanti in meno A pochi giorni dall’apertura dell’anno scolastico,
quasi a tradimento, è comparso sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge
che contiene un articolo che reintroduce la figura dell’insegnante unico
nella scuola elementare riportando indietro il mondo della scuola d’un
sol colpo, senza alcuna discussione nel Paese e in Parlamento. Il Dl
137/08 cancella i moduli e il tempo pieno nella scuola elementare. Hanno
fatto una «riforma» di «nascosto», con un decreto legge, cosa senza
precedenti, un disastro fatto solo per fare cassa a spese delle
opportunità e delle speranze dei bambini. Nell’anno scolastico
2009/2010, nel solo Veneto, verranno lasciati a casa 320 insegnanti in
relazione alla prima classe delle primarie e se il provvedimento dovesse
rimanere in essere, si prevede, a regime, la riduzione di altri 1000
insegnanti nel quinquennio, mentre l’attuale complessità culturale
richiederebbe, in modo più pressante che mai, la disponibilità di
persone che collaborino ad una formazione integrale e integrata, fatto
completamente ignorato da questo governo. Ci chiediamo cosa intenda fare
la giunta del Veneto qualora il Dl venisse malauguratamente convertito
in legge e come intende evitare il declino della scuola veneta
valorizzando la tanto auspicata e sbandierata voglia di autonomia
nell’organizzazione scolastica regionale. Claudio Rizzato Andrea Causin
consiglieri regionali Pd L’ora di religione confronto interculturale La
proposta dell’assessore all’Istruzione della Regione, rendere l’ora di
religione (tutte) obbligatoria, inserita nell’educazione civica, è
sicuramente valida a patto che venga insegnata da docenti laici. Quanti
di noi conoscono bene la religione cattolica, e quanti conoscono le
differenze dalle altri religioni se non a grandi linee? In primo luogo
penso, indipendentemente dalla propria fede, sia giusto e doveroso anche
per i non credenti conoscere le varie religioni, anche in prospettiva
che l’Italia diventerà sempre di più una società multiculturale e
multietnica. Al mondo esistono religioni monoteiste e non (dal greco
unico, un solo Dio): ebraismo, cristianesimo e islamismo. Il
cristianesimo, nato nel 200 d.C., nel tempo ha subìto delle scissioni ed
è nata l’ortodossia, diffusa in Grecia e in Russia. L’ora di religione,
più che insegnare quanto precedentemente detto, si dovrebbe focalizzare
soprattutto nella storia di Gesù come uomo e non come Profeta. Chi era
Gesù? Dove è nato? Qual è il suo vero nome? Esistono studi da parte di
biblici di fama mondiale, che attraverso reperti e documenti storici
sono riusciti a dare delle risposte. Le varie religioni, poiché sono di
parte, ci raccontano ciò che loro hanno selezionato e non tutto: per
esempio la Chiesa cattolica ci parla dei Vangeli canonici ma non ci dice
quanti sono (attualmente sono almeno dieci), l’ultimo è stato ritrovato
negli anni ’50 del secolo scorso. Ai contrari e agli scettici, a tale
proposta dico: l’ora di religione inserita nell’educazione civica è
quantomeno un arricchimento del proprio bagaglio culturale. Pertanto
auspico che la proposta diventi legge regionale. Gennaro D’Ambrosi
Venezia
da Il Giornale di
Vicenza del 10 settembre 2008
Pasubio 2008 Gara Unuci tra militari in congedo
In occasione della
ricorrenza del 90° dalla fine della Grande Guerra la sezione Unuci di
Schio organizza una gara di orientamento denominata "Pasubio 2008", il
12 e 13 settembre. La gara riservata a pattuglie militari in servizio e
in congedo ha visto l'adesione di squadre straniere, di molte Sezioni
Unuci d'Italia e delle Associazioni Combattentistiche e d'Arma.
L'impegno delle Squadre
sarà con una marcia notturna e con la ricerca di vari punti dal Passo di
Pian delle Fugazze al rifugio Papa dove sarà allestito il pernottamento
per i partecipanti alla suggestiva gara. Il giorno dopo le pattuglie si
cimenteranno con cartina topografica, bussola e goniometro nel
ritrovamento e descrizione di vari obiettivi di cui alcuni Sacri alla
Patria sul Pasubio ed infine con la discesa attraverso le 52 gallerie
dove anche qui avranno diversi obiettivi da ricercare e illustrare nella
scheda di gara.
Giudici della gara
saranno Gianfranco Ciancio, i Cap. Fabrizio Frassoni, Cap. Antonio
Garello e il Ten. Carlo Bettanin unitamente al Cap./le Marco Tirapelle.
L'organizzazione sanitaria sarà assicurata dal S.Ten.di Vasc. Salvatore
Bartolomeo e dalla Croce Rossa Italiana di Schio.
da Il Giornale di
Vicenza del 10 settembre 2008
A
villa Dolfin onore al Grappa e alla sua Armata
Il parco antistante la
settecentesca villa Dolfin di Rosàha fatto da cornice, nella serata di
venerdi scorso, ad una riuscita commemorazione dei 90 anni della canzone
del Grappa. L'inno, divenuto un simbolo nazionale, è stato eseguito per
la prima volta il 24 agosto del 1918, nel parco di villa Dolfin, in
occasione di una parata militare svoltasi in onore degli eroi della IV
Armata del Grappa, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, del
Generale Diaz e del vescovo di Vicenza, mons. Rodolfi.
L'iniziativa, che ha
registrato un pubblico numeroso, è stata portata avanti dalla banda
locale e dal Teatro Montegrappa, con il contributo dell'Amministrazione
comunale che ha stanziato la somma di mille euro per le spese
organizzative. Si è trattato di una rievocazione storica, poetica e
musicale del celebre evento, con un omaggio particolare ai Caduti
rosatesi della Grande Guerra, fra cui Nicodemo Bertorelle e Antonio
Alessio, a cui sono state dedicate due importanti strade di Rosà.
Gli artisti del "Teatro
Montegrappa" hanno interpretato in modo magistrale alcune pagine di
storia tratte dal libro "Diario di guerra di un parroco di campagna",
edito nel 1978. Si tratta di una testimonianza viva, quotidiana, legata
sia ad episodi di Caporetto, che alla controffensiva che ha registrato
l'eroismo dei nostri arditi sul Grappa e sull'Altopiano. Negli
intervalli, poesie legate alla Grande Guerra. A rendere più suggestiva
la serata, la riproduzione dell'ospedale militare, allestito dai
figuranti del quadro militare della Ballata del Millennio
dell'Associazione Pro Bassano, con la rievocazione della visita della
regina Elena. Una voce di gioia e di speranza per un futuro migliore è
giunta dal coro "Voices of Joy" di Cusinati, diretto da Marianna
Bordignon, che ha incantato il pubblico con la presentazione di brani
tratti dal repertorio di Bepi De Marzi e dei Beatles.
Non poteva mancare il
concerto della banda Montegrappa, diretta da Mario Bonzagni, che ha
concluso il repertorio con l'inno nazionale. Il gruppo musicale ha avuto
in consegna dai Dolfin, gli strumenti usati per la prima esecuzione
della canzone del Grappa. Poi, questi, passarono alla banda parrocchiale
che giustamente ha preso il nome di Montegrappa, da quel celebre evento
del 1918. La serata si è conclusa con una fiaccolata che ha accompagnato
la banda fino al centro di Rosà. I festeggiamenti sono proseguiti
domenica con il ritrovo nel parcheggio della palestra Balbi e la sfilata
e l'omaggio al monumento dedicato al cap. Meneghetti, autore della
canzone del Grappa, su testo del gen. Emilio De Bono. E' seguita la
sfilata e la commemorazione ufficiale in piazza Card. Baggio. Messa
solenne in duomo e poi rinfresco nella sede degli alpini di via
Schallstadt.
la Nuova di Venezia — 03 settembre 2008 pagina
18 sezione: CRONACA
I forti entrano nella guida del Touring
Al via l’operazione di promozione del campo trincerato di Mestre.
L’operazione, costata 20 mila euro, è stata presentata ieri mattina a
Forte Marghera dall’assessore comunale alle Politiche ambientali
Pierantonio Belcaro e dal presidente di Marco Polo System Pietrangelo
Pettenò. Il campo trincerato, 10 forti presenti nel territorio comunale
e due nell’hinterland (Mira e Spinea), sarà pubblicizzato a livello
nazionale entrando a far parte delle nuove edizioni del manuale del
Touring Club Italiano e della guida Mondadori Musei d’Italia. Entrambe
le pubblicazioni saranno pronte entro ottobre. Per la promozione a casa
nostra è stato predisposto un dépliant informativo che sarà distribuito
in 5.000 copie. Con la stessa tiratura è stata avviata la pubblicazione
di una newsletter, che darà spazio a tutte le iniziative culturali e
ricreative che saranno promosse nei vari forti. Entro fine settembre
sarà aggiornato il sito www.campotrincerato.it. A Forte Carpenedo e a
Forte Marghera saranno inoltre messe a disposizione dei visitatori delle
guide audiovisive in Mp3 in italiano, inglese e tedesco. Finita la fase
sperimentale l’idea è estendere l’iniziativa a tutti gli altri forti.
Sono state inoltre formate tre guide con corsi di 40 ore, che renderanno
più interessanti le visite guidate alle storiche fortificazioni. «Il 19
settembre - hanno spiegato Belcaro e Pettenò - scadrà il pre-bando per
la gestione di Forte Marghera». Ma alcune ali della fortificazione
napoleonica sono fortemente danneggiate, ci sono dei fondi per i
restauri? «Il bando - precisa l’assessore - prevede che chi gestirà il
forte lo debba anche restaurare, con lavori da 60 milioni di euro». Una
cifra notevole, ci sarà qualche soggetto con tale disponibilità e
l’interesse ad investire? «Noi abbiamo lanciato il bando, poi valuteremo
le proposte». Per Pettenò «sono 20 mila all’anno i visitatori richiamati
complessivamente dal campo trincerato». Una cifra a cui secondo
l’assessore vanno aggiunte le 15/20 mila presenze paganti richiamate ad
aprile dalla fiera «Nature». (Michele Bugliari)
Messaggero Veneto — 03 settembre 2008 pagina 10
sezione: UDINE
Tondo: il forte del Monte Festa è un sito di valore
mondiale
CAVAZZO CARNICO Il 26 ottobre 1917, mentre le truppe italiane si
ritiravano da Caporetto, il capitano di complemento Riccardo Noel
Winderling eseguì un ordine del Comando d'Artiglieria del XII Corpo
d'Armata, lasciando la guida di un gruppo di artiglieri sul Pal Piccolo
per assumere quella del Forte di Monte Festa (a quota 1050 metri), tra
il lago di Cavazzo e la conca di Carnia, con l'incarico di renderlo
immediatamente operativo per opporre la massima resistenza all'avanzata
austriaca. Quei duecento uomini che presero possesso della
fortificazione sul Monte Festa, fatta costruire nel 1910 proprio allo
scopo di assicurare la difesa dei confini orientali da un'eventuale
invasione nemica e dotata di otto cannoni a lunga gittatae di altri
armamenti secondari, riuscirono a proteggere adeguatamente, dal 30
ottobre al 7 novembre, la ritirata delle divisioni italiane verso
Vittorio Veneto.Oggi, a distanza di oltre novant'anni da quella storica
impresa, il presidente del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo,
accompagnato dal consigliere regionale Luigi Cacitti, dal sindaco di
Cavazzo Carnico, Dario Iuri, e dalla Guardia Forestale, ha visitato il
Forte di Monte Festa che si vuole recuperare quale sito storico
mondiale, rendendolo ufficialmente accessibile alle visite anche grazie
alla riapertura, qualche mese fa, della strada di accesso da Interneppo.
«Non esistono altre testimonianze così rilevanti della I Guerra Mondiale
come quelle che si trovano sul nostro territorio - ha affermato Tondo
durante il sopralluogo - e proprio per questo abbiamo il dovere e
l'interesse di valorizzarle al massimo, recuperando e mettendo a
disposizione di tutti i visitatori siti ad alto impatto storico come
quello del Monte Festa che, tra l'altro, fa parte dell'affascinante
compendio del lago di Cavazzo Carnico».
il Corriere delle Alpi — 02 settembre 2008
pagina 26 sezione: PROVINCIA
Il Vallo Alpino attira visitatori
VIGO. Sono state diverse centinaia le persone che tra luglio ed agosto
hanno visitato gli impianti militari del Vallo Alpino del Littorio a
“Rin de Soandre”, sotto il Tudaio. Lo testimoniano le firme ed i
complimenti riportati quotidianamente sul piccolo registro che i
volontari di Vigo hanno collocato presso uno degli ingressi. Tra i
visitatori anche un ottantenne che aveva prestato servizio in queste
opere come “Guardia alla Frontiera” durante il secondo conflitto
mondiale. Grazie al paziente lavoro di tanti volontari, durato diversi
mesi, le postazioni blindate e gli osservatori possono essere visitati
in sicurezza grazie ad un impianto di illuminazione che si attiva
automaticamente dalle 10 del mattino alle 18 pomeridiane, mentre tutti i
punti più pericolosi, come i pozzetti per la raccolta delle acque, sono
stati sigillati con della rete metallica. Le opere militari si trovano
nel Comune di Vigo e si possono raggiungere sia da Laggio che da Piniè
lungo la strada che porta al “Pino Solitario” e quindi alla base del
monte Tudaio. Attraversato il Rio Soandre, invece di proseguire sulla
strada militare del forte Tudaio si piega a sinistra e dopo 200 metri si
giunge all’ingresso della postazione alta. Un corridoio scavato nella
roccia porta direttamente ad un osservatorio e a due cannoniere e
proprio in una di queste è stata collocata la copia di un cannone
puntato su Cima Gogna. Ritornati all’esterno si scende poi per una
scalinata detta dei “400 scalini” che conduce all’opera principale dove
si possono vedere il ricovero del presidio (40 uomini circa), l’alloggio
per l’ufficiale comandante, la sala radio, i depositi viveri, le cucine,
i servizi igienici, l’infermeria, le cisterne per l’acqua, i depositi
munizioni, la sala per il gruppo elettrogeno per l’illuminazione e il
funzionamento del sistema di ventilazione e filtraggio dell’aria. Il
tutto compartimentato da porte stagne, che garantivano ai locali
l’isolamento da ogni tipo di esalazione prodotta all’interno o da
eventuali gas immessi dal nemico. Una serie impressionante di corridoi
conduce poi alle cannoniere e alle postazioni blindate per
mitragliatrici il tutto sotteso al controllo della vecchia strada del
Comelico. Queste moderne fortificazioni sono nate sulle rovine della
così detta Fortezza Cadore Maè, crollata inopinatamente nel 1917, nei
tristi frangenti di Caporetto. Realizzate alla vigilia del secondo
conflitto mondiale, in gran parte blindate e in caverna, rientravano in
un ampio sistema definito Vallo Alpino del Littorio, ma più comunemente
noto come Linea non mi fido, voluta da Mussolini fin dal 1931 ed estesa
lungo tutta la frontiera italiana da Nizza a Trieste. L’armamento era
previsto in cannoni di medio calibro (57/43, 75/27 o 47/32) in casamatta
protetta, mitragliatrici (Fiat 14/35), mortai da 81 mod. 35 e anche
lanciafiamme. L’osservazione e la direzione del tiro erano garantite da
torrette metalliche, da impianti fotofonici, stazioni radio e
collegamenti telefonici in cavo protetto. Come già avvenuto nella prima
guerra mondiale, le fortificazioni vennero però via via sguarnite di
cannoni, mitragliatrici, materiali e truppe e nel 1942 tutti i lavori
furono sospesi. Oggi la maggior parte delle opere realizzate nell’alto
Bellunese appaiono in gran parte abbandonate, in parte smantellate dai
recuperanti o danneggiate da qualche vandalo, ma ancora in buono stato.
Queste in territorio di Vigo sono state le prime ad essere recuperate e
valorizzate in chiave turistica e in questa estate hanno certamente
costituito un’attrattiva ulteriore per gli ospiti del Cadore. Walter
Musizza Giovanni De Donà
dal Messaggero di Udine
del 27.08.2008
Fagagna: degrado nel
forte attesi fondi per il restauro
FAGAGNA. La situazione di abbandono in cui versa il forte di
Fagagna, situato vicino alla Baita degli alpini, desta preoccupazione
tra i cittadini: all'interno della struttura, la cui costruzione risale
ai primi anni del 1900, ci sono vari pozzetti scoperti che conducono
alle sottostanti vasche dove confluisce l'acqua piovana. Vasche simili
si trovano pure sul terrapieno del forte, nascoste dalla vegetazione
che, negli anni, ha occupato l'area. Anche il fossato che circonda la
struttura rappresenta un pericolo; non c'è nessuna protezione a tutela
di chi voglia avvicinarsi. Sono in molti a spingersi fin nei pressi
dell'imponente manufatto, durante le loro passeggiate, e le
preoccupazioni maggiori giungono dai genitori che temono che i loro
figli, impegnati magari in quelle "escursioni sul territorio" che hanno
riguardato un po' tutti da bambini, finiscano per introdur-si nel forte
e farsi male. Se qualcuno cadesse in uno dei pozzetti rischierebbe
l'annegamento o-male minore- qualche frattura.
Se il forte di Fagagna è caratterizzato dal degrado, però, altre simili
strutture nei comuni limitrofi sono, invece, state recuperate com'è
accaduto al Forte Col Roncone di Rive D'Arcano, uno splendido esempio di
recupero possibile grazie alla legge regionale 2/2002: la gente perciò
si chiede come mai a Fagagna non si sia realizzato un intervento simile.
«E' bene far sapere ai cittadini che come Comune abbiamo inoltrato due
domande di contributo, una alla Regione e l'altra al Ministero dei Beni
culturali, all'inizio di quest'anno- annuncia il sindaco Gianluigi D'Orlandi-
e attendiamo che ci vengano concessi questi contributi. Ci
permetterebbero di pensare al progetto di ristrutturazione del forte,
per il quale abbiamo già coinvolto l'architetto Cuttini, autore del
progetto di ristrutturazione del Forte di Rive D'Arcano. Abbiamo
realizzato un ponte d'ingresso, ma abbiamo anche transennato l'area.
L'accesso al forte è quindi vietato», (r.s.)
13-08-2008
dal blog su Internet del WWF di
Venezia
MANIFESTO
IN DIFESA DI FORTE MARGHERA
e per la sua riprogettazione
in forma partecipata
PREMESSO
a)
che Forte Marghera, così come l’intero Campo Trincerato di Mestre,
costituisce un bene pubblico di indiscutibile valore storico,
paesaggistico e ambientale per il territorio, non solo comunale, di cui
per troppo tempo la popolazione non ha potuto fruire, e dunque una
opportunità unica ed eccezionale per migliorare la qualità della vita di
un vasto pubblico di cittadini;
b)
che tale riconoscimento è sancito da tutti gli strumenti urbanistici
vigenti, dal PALAV (Piano di Area della Laguna e dell’Area Veneziana)
alla Variante al PRG (Piano Regolatore Generale) per la Terraferma, dal
PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) al Piano Guida
per il Parco di San Giuliano (approvato all’unanimità
dall’Amministrazione Comunale il 19 gennaio 1996), nonché da una serie
di vincoli di tutela ex D.Lgs. 42/2004, parte II, quali il D.M.
07.03.1980 e la declaratoria del 10.11.2002;
c)
che l’area di Forte Marghera, parte integrante del Parco di San
Giuliano, è posta sul bordo lagunare costituendo elemento strategico di
connessione tra Venezia e la Terraferma, nonché elemento centrale sia
del Campo Trincerato di Mestre che del sistema di aree verdi che secondo
il PRG dovrebbe attorniare i centri di Mestre e Marghera (cosiddetto
“Progetto Ambientale”);
d)
che Forte Marghera è posto all’interno della conterminazione lagunare,
fa parte dell’ecosistema lagunare tutelato con specifico decreto ai
sensi del D.Lgs. 42/2004 parte III, è adiacente al Sito di Interesse
Comunitario denominato “Laguna superiore di Venezia” costituisce il nodo
centrale del “corridoio verde” previsto dal PTCP;
e)
che su tale area in passato sono stati sviluppati numerosi studi e
svolte attività di grande interesse, tra i quali si ricordano in
particolare quelli di Marco Polo System GEIE, del 2007, che hanno dato
luogo alla definizione di Linee guida, sia al Piano per il riuso e la
valorizzazione del Campo Trincerato di Mestre, sia per una Progettazione
sostenibile dell’area di Forte Marghera, rispetto al quale la
Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e
Laguna ha recentemente (06.06.2008) espresso “un sostanziale assenso e
apprezzamento”;
f)
che è disponibile un importante contributi di studi, proposte e linee
guida, prodotti dalle tante associazioni di volontariato che si sono
occupate di Forte Marghera, compreso quello redatto da un raggruppamento
di 14 associazioni del territorio (culturali,
ambientaliste, pacifiste e di volontariato),
e denominato Laboratorio
di Progettazione Collettiva F.A.S.E. 1,
che ha elaborato in un anno di lavoro (aprile 2007 – marzo 2008) con
modalità partecipative il documento “Linee guida per Forte Marghera e
per la sua progettazione partecipata”, proponendo di adottare tale
modalità partecipativa nella definizione del futuro di Forte Marghera,
già a partire dalla stesura del Bando per l’assegnazione in concessione
d’uso pluriennale dell’area;
g)
che il Comune di Venezia è in procinto di perfezionare l’acquisito la
proprietà di Forte Marghera, come di altri forti facenti parte del Campo
Trincerato di Mestre, con un importante impegno per la collettività (9,5
milioni di Euro);
h)
che lo stesso Comune di Venezia ha emesso alla fine del mese di giugno
2008 un “Avviso pubblico per la ricerca di soggetti interessati a
concessioni d’uso a fronte dell’assunzione degli oneri di valorizzazione
urbano – architettonica relativamente al compendio Ex Forte Marghera”,
ipotizzando la possibilità di insediare “attività a valenza economica”
tra le quali quelle fieristiche, di pubblico esercizio e ricettive,
nonché la costituzione di un “gruppo di studio” presso la Direzione
Interdipartimentale Patrimonio, al fine di “predisporre un bando di gara
finalizzato all’individuazione di uno o più soggetti a cui concedere un
uso la totalità o parte del compendio dell’Ex Forte Marghera a fronte
del suo integrale recupero urbano – architettonico”.
tutto ciò premesso le sottoscritte associazioni, attive in ambito
locale, e i sottoscritti cittadini, fruitori attuali e potenziali
dell’area pubblica di Forte Marghera
CHIEDONO
1)
che vengano rispettate le disposizioni presenti negli strumenti
urbanistici e di tutela vigenti, senza eccezioni o varianti “in corso
d’opera”, ed in particolare venga mantenuta la destinazione pubblica e
garantita la fruibilità dell’intero bene costituito da Forte Marghera,
evitando di promuovere una gestione del bene dove possano prevalere
logiche di privatizzazione e quindi di alienazione collettiva del forte;
2) che vengano pienamente riconosciuti e tutelati i valori
storici, paesaggistici, ambientali e sociali insiti
in Forte Marghera, con tutte le sue enormi potenzialità, in termini di
pubblica utilità, derivanti dalla posizione strategica, dalla vastità ed
eterogeneità degli spazi e degli edifici presenti, dal suo grande pregio
naturalistico-ambientale e storico-culturale;
3) che per giungere alla definizione delle scelte sull’utilizzo e
sul futuro dell’area vengano adottate modalità riconducibili alla
progettazione partecipata, non solo per la selezione e successiva
definizione “di dettaglio” del progetto, ma già a partire dalla
definizione stessa del bando di gara, coinvolgendo con gli strumenti
adeguati la cittadinanza stessa ed i portatori di interessi – sociali,
culturali, di categoria ed economici – che vi volessero partecipare,
secondo un processo di progettazione aperto, già ampiamente sperimentato
in altri analoghi contesti, non solo nazionali;
4) che vengano valutate opportunità alternative a quella,
prevista dall’avviso pubblico, della concessione quarantennale di Forte
Marghera a privati investitori;
5) che venga garantita la sostenibilità
ambientale degli
interventi previsti, relativamente ad accessibilità, restauro
conservativo, valorizzazione, infrastrutturazione, destinazioni d’uso
dell’edificato;
6) che sia attentamente valutato il rischio dell’inquinamento dei
terreni e dei canali (rischio concreto, per la specificità dell’utilizzo
dell’area nel recente passato e, più in generale per la contiguità con
aree industriali e di colmata), e che i conseguenti e probabili costi di
bonifica possano giustificarsi ed essere posti a carico della
collettività locale solo nell’ottica di un utilizzo pubblico;
E CHE
QUINDI
venga
rispettato il Piano Guida del Parco di San Giuliano (approvato
all’unanimità dal Consiglio Comunale il 19 gennaio 1996), ed in
particolare il punto in cui si dice che “poiché la sua attuazione
richiederà tempi lunghi, duranti i quali potrebbero succedersi diverse
amministrazioni cittadine, una chiara visione del suo futuro dovrà
essere condivisa da tutti i membri della comunità: per essere usufruito
ed avere successo, il parco necessiterà, infatti, di riflettere appieno
le aspirazioni dei suoi utenti. In altri termini, esso sarà espressione
di una progettazione dal basso, partecipata e condivisa dal pubblico,
non il frutto della convinzione di pochi individui”, e che perciò si
avvii fin da subito, avvalendosi anche della collaborazione degli
istituti universitari e di ricerca presenti e operanti nell’ambito
cittadino, un processo di progettazione partecipata in grado di
coinvolgere la più ampia fascia possibile della popolazione interessata
al futuro del Forte.
hai tempo fino al 15 settembre per firmare e far firmare il
manifesto on line
al seguente indirizzo: http://www.petitiononline.com/progpart/petition.html
Alto Adige — 24
agosto 2008 pagina 49 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
La Grande Guerra ora
è online
La Grande guerra ora s’impara online In un sito le notizie sui
forti, le trincee, i reperti e le schede personali dei trentini
caduti A novant’anni dalla fine del conflitto il progetto curato dal
Museo delle Guerra che aggiorna in tempo reale il patrimonio Il
forte di Cadine al Bus de Vela, a pochi chilometri da Trento verso
la valle dei Laghi, sarà pronto il prossimo anno. In ritardo
rispetto ai tempi previsti che, nero su bianco nella pubblicazione
«Beni culturali 2003», segnalava il 2005. Diventerà il «baluardo», è
proprio il caso di dirlo, informativo, sulle fortificazioni trentine
realizzate a partire dalla metà dell’Ottocento fino allo scoppio
dell Prima guerra mondiale. Qui si potrà consultare la mappa
completa di un sistema che comprende 114 forti alcuni dei quali
restaurati e visitabili, altri in sistemazione e parecchi ormai
irrimediabilmente compromessi dai bombardamenti e dall’opera dei
recuperanti nel primo dopoguerra. Ma pure dei camminamenti, delle
trincee, delle postazioni e batterie che fecero del Trentino il
sanguinoso fronte meridionale del conflitto. «Tra un mese e mezzo
circa - riferisce Sergio Flaim, soprintendente ai beni
architettonici della Provincia - termineranno i lavori di restauro
del forte di Cadine. Poi si dovrà passare all’allestimento».
Intanto, a 90 anni dalla conclusione delle ostilità, il patrimonio
trentino sulla Grande guerra finisce in internet. E’ infatti pronto
e visitabile on-line il sito www.trentinograndeguerra.it curato dal
Museo della guerra di Rovereto e che fa parte del più ampio
progetto”Grande guerra” promosso dalla Provincia che intende
valorizzare forti, camminamenti, trincee, reperti sull’onda della
memoria. Ieri la presentazione in piazza Dante presenti l’assessore
provinciale alla cultura Margherita Cogo, il presidente e il
direttore del museo della guerra Alberto Miorandi e Camillo Zadra,
il soprintendente Flaim ma anche i rappresentanti di molte
associazioni interessate all’iniziativa e che, in diversi casi,
hanno portato il loro contributo. «Il sito - ha detto il direttore
Zadra - ha l’obiettivo di documentare, informando in maniera
sintetica, su tutto ciò che in Trentino si sta facendo, e c’è, sulla
Grande guerra». Da settembre saranno consultabili nel sito - come
anticipato dal Trentino nei mesi scorsi - anche le schede, una sorta
di”memoriale”, dei trentini caduti (più di 10 mila) con la divisa
austro-ungarica, ma anche con quella italiana, durante la Grande
guerra. Un lavoro in progress, continuamente aggiornabile, è stato
sottolineato a più voci alla presentazione. All’home page del sito
si aprono alcune grandi finestre sulle fortificazioni, le visite e
le escursioni, gli eventi, le mostre, i musei. Cliccando si apre un
mondo di informazioni, appuntamenti, schede tecniche sul sistema
delle fortificazioni e sui restauri dei forti (complete le news,
peccato che non ci sia alcun riferimento temporale sull’inizio e la
fine dei lavori previsti). «Non si tratta di un sito turistico», ha
precisato il presidente del museo Miorelli. «Quello sulle orme della
grande guerra - ha aggiunto Flaim - è un turismo di nicchia ma in
crescita». Zadra ha delineato il panorama trentino della Prima
guerra mondiale, ciò che resta sul terreno. «In cinquant’anni, a
partire dalla meta dell’Ottocento - ha affermato - si è preparato il
territorio alla guerra. Dal 1860 in poi si sono costruiti forti e
fortificazioni per poi smantellarle e riedificarle secondo le più
aggiornate tecniche di costruzione bellica. Adesso si sta
ricostruendo un paesaggio storico unico in Europa e, anche
attraverso l’attivazione di questo sito, si realizza un progetto di
sistema unico in Italia». «Internet è una soluzione ideale - ha
aggiunto l’assessore Cogo - per una comunicazione completa
dell’operazione». - Paolo Piffer
Messaggero Veneto — 22
agosto 2008 pagina 13 sezione: CULTURA - SPETTACOLO
Due musei, sentieri
opere militari e il lago di Raibl
La storia di Cave spiegata in due musei, ma anche in una serie di
opere militari disseminate sul territorio e raggiungibili grazie a
una miriade di sentieri. Non solo. Il paese è un esempio mirabile di
archeologia industriale, un vero e proprio museo a cielo aperto.
Cave è dunque una meta obbligata per i turisti, che l'anno scorso
sono giunti in questo paese del Tarvisiano ben in 7 mila. Tappa
numero uno, la visita alla Mostra Museo della tradizione mineraria.
Realizzata grazie al grande lavoro dei volontari della cooperativa
Nuova Raibl, è divisa in due parti: in un edificio esterno si
racconta la storia del paese attraverso l'ausilio di pannelli
illustrativi e di decine e decine di cimeli. Dentro la miniera,
invece, un percorso illuminato permette al turista di avventurarsi
lungo 500 metri di gallerie. Solo la mancanza di una serie di
autorizzazioni impedisce ai volontari di inaugurare un vero e
proprio parco geominerario, con centinaia di metri di cunicoli
visitabili all’interno della montagna. «Manca una firma o poco più»,
spiega con rammarico Valerio Rossi, ex presidente della cooperativa.
Il museo è aperto ogni giorno dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30
alle 18 (fino alla fine del mese anche di lunedì). Nell’ex scuola
elementare invece è ospitato il Museo storico militare delle Alpi
Giulie gestito dall’associazione Gruppo storico tarvisiano: in
cinque sale si snoda un excursus dalle guerre austro-napoleoniche,
fino alla prima e alla seconda guerra mondiale, con un sacco di
reperti e pannelli illustrativi. Il museo è visitabile fino a metà
settembre da martedì a sabato con orario 10-12, 15-18 e la domenica
dalle 10 alle 12. A integrazione poi è possibile, e consigliabile,
la visita alle diverse opere militari presenti in zona come la
Batteria di Sella Predil, il forte del lago e il Vallo Littorio.
Sosta d’obbligo al lago di Raibl, angolo incantevole delle Alpi
Giulie dove negli ultimi anni d’estate è sempre più diffusa la
pratica del windsurf. (a.s.)
la Nuova di Venezia — 21 agosto 2008 pagina 21 sezione: CRONACA
Crollate le baracche al forte
ZELARINO. Diventa ancora più difficile la situazione di Forte
Mezzacapo, la struttura militare in procinto di passare al Comune
situata in via Scaramuzza a Zelarino. L’ondata di maltempo che si è
registrata la scorsa settimana, infatti, ha causato una serie di
danni all’interno del complesso, con il crollo di due delle tre
strutture in legno e la caduta di grossi rami che sono andati a
rovinare su altri edifici. A creare la maggiore preoccupazione è il
fatto che le «baracche» crollate facevano già parte dei siti da
bonificare dall’amianto, sostanza nociva presente in forti quantità
in molte vecchie basi militari. In sostanza, l’intervento ora si fa
ancora più urgente, visto che il rischio che polveri vengano
rilasciate nell’aria è maggiore. «Questa non è una buona notizia»,
commenta l’assessore ai Lavori pubblici, Laura Fincato, «in ogni
caso la bonifica al Mezzacapo era già prevista, come era già noto
che anche il terreno avrebbe avuto bisogno di una pulizia speciale.
Il crollo delle due baracche non è da sottovalutare, dalla prossima
settimana metterò in moto gli uffici del mio assessorato per partire
con la bonifica». Il problema di qualunque intervento a Forte
Mezzacapo, però, è legato all’effettiva proprietà dell’area: sulla
carta, infatti, l’intero complesso è ancora nelle mani delle forze
armate, come recitano i cartelli appesi lungo la recinzione esterna.
Il passaggio del forte, che fa parte di un lotto che comprende anche
il Gazzera e il Pepe, dovrebbe essere formalizzato entro la fine del
mese, in ogni caso non è da escludere che il Comune parta con le
operazioni di rimozione dell’amianto anche prima di essere entrato
effettivamente in possesso della struttura. Poco tempo fa, tra
l’altro, all’interno della struttura era stato effettuato un
sopralluogo presenti gli assessori Fincato, Rumiz (Patrimonio), la
presidente municipale Maria Teresa Dini e i rappresentanti
dell’associazione «Dalla guerra alla pace». (Maurizio Toso)
il Corriere delle Alpi
— 20 agosto 2008 pagina 26 sezione: PROVINCIA
Tudaio, una risorsa abbandonata
VIGO. Il Tudaio è divenuto oggi meta turistica ambita, sia per
l’indubbia attrattiva costituita dai ruderi, almeno in parte
visitabili, sia per il vasto panorama offerto. Dal 2001, in seguito
a stanziamenti europei e all’entusiasta opera di volontari, il monte
costituisce l’attrattiva principale di un percorso culturale
opportunamente documentato da guide e pannelli esplicativi. Peccato
però che sia bastato un lustro per portare alla fatiscenza e al
completo degrado tutto l’apparato allestito, finito preda sì di
condizioni climatiche sfavorevoli, ma pure di un triste vandalismo
tipico della nostra epoca. Fatto certo non incoraggiante, ma che non
esime dalla responsabilità di ripristinare convenientemente in nome
dei diritti sacrosanti della cultura e del turismo. Nel 1998, al
Comune di Vigo veniva concesso un finanziamento dalla Regione Veneto
per la realizzazione e lo sviluppo di un itinerario turistico sul
Tudaio (spesa totale 73 milioni di vecchie lire, di cui 51 di
contributo e 22 a carico del Comune, che li ha poi ottenuti dal BIM).
Il percorso da valorizzare rientra nella cosiddetta “Via dei forti
del Cadore” e si proponeva di stimolare non solo il turista ma anche
la popolazione locale alla conoscenza del territorio, dell’ambiente
naturale e della sua storia, con la collocazione di una serie di
pannelli riportanti i toponimi originali, talvolta vecchi di secoli,
in quei luoghi che fino a qualche decennio fa erano interessati
dalle attività silvo-pastorali. Un’altra serie di pannelli aveva
invece riguardato i vari manufatti di uso militare sulla vetta del
monte, corredata da disegni e fotografie d’epoca con sulla vetta un
punto di inquadramento storico geografico: una rosa dei venti
indicante gli obbiettivi militari del forte, le cime principali e
l’ubicazione degli altri impianti fortificatori cadorini. Sulla cima
il vento e il sole hanno rovinato completamente i pannelli grandi e
tre pannelli piccoli; lungo la strada sono stati asportati da
vandali diversi pannelli; a Laggio, infine, sul piazzale-posteggio
presso l’arena, ormai da 5 anni manca l’intero grande pannello
esplicativo. Il monte Tudaio rappresenta oggi una meta turistica
davvero interessante: durante la sua risalita ci sono punti nei
quali davvero non si sa se dedicare tutta la propria ammirazione al
panorama o piuttosto alle testimonianze dell’opera umana, spesso
mirabili proprio sotto i piedi. Muri di scarpa e controscarpa, scavi
nella roccia, riservette, postazioni e gallerie stanno ancora là, a
ricordare il patrimonio di tecnica e volontà speso da soldati e
civili per permettere all’arte della guerra di arrampicarsi fino
alla cima, di piazzare le sue potenti batterie a 2114 metri di
quota. Sulle immense pareti di roccia occhieggiano ancora i grossi
anelli che permettevano lo scorrere delle funi necessarie per il
traino dei cannoni. Quassù, sotto la svettante Cima Bragagnina,
sembra che la storia si sia fermata: le lastre di cemento,
affastellate una sull’altra, sembrano immortalate per sempre
nell’istantanea dell’esplosione, voluta dal nemico invasore
nell’ottobre 1918 per non lasciare il forte intatto come l’aveva
ereditato dopo Caporetto. In tante pietre ad arte connesse, in tanto
cemento, puoi cogliere la preparazione doviziosa ed ambiziosa alla
Grande Guerra, all’inanità dello sforzo, al fallimento strategico e
tattico di tali apparati nel momento del bisogno. E forse quassù la
potenza della natura e la caducità dei disegni umani acquistano un
sapore nuovo, quello di una comprensione intuitiva ed immediata, al
di là di ogni contingenza causale o temporale. (w.m./g.d.d.)
la Nuova di Venezia —
02 agosto 2008 pagina 20 sezione: CRONACA
Due incendi a Forte Tron e in
rudere abbandonato
CA’ SABBIONI. Incendi in
case coloniche abbandonate a Ca’ Sabbioni e a ridosso di Forte Tron.
I residenti chiedono più controlli contro il degrado. A Forte Tron e
nel rudere di una casa colonica si sono sviluppati ieri dei piccoli
incendi. Per uno di questi, in via Colombara ieri alle 15, sono
stati fatti intervenire i pompieri. Si è visto un gran fumo levarsi
dall’edificio abbandonato a pochi passi da via Padana e i residenti
hanno chiesto soccorso viste le fiamme. Il fuoco di sterpaglie e
materiale abbandonato è stato spento con il contributo dei
residenti. Un incendio alle prime ore dell’alba si era sviluppato
anche nell’area di Forte Tron dove sono depositati rifiuti alla
rinfusa che spesso vengono incendiati da balordi che dormono nel
forte di notte. «La situazione da qualche tempo - spiega il
consigliere della Municipalità di Marghera Nilo Dal Molin - è
pesante. In diversi ruderi abbandonati nell’area di via Colombara e
nella zona di Forte Tron - dice Dal Molin - dormono di notte ma
sostano anche di giorno nomadi e sbandati, spesso immigrati
clandestini o barboni. Gli incendi si sviluppano perché questi
lasciano a terra su giacigli improvvisati mozziconi di sigarette o
accendini. Queste aree vanno controllate più assiduamente dai vigili
urbani che devono sloggiare questi abusivi. Spesso sono addirittura
i residenti che spengono le fiamme con secchi l’acqua ed estintori
per evitare che le fiamme intacchino gli edifici vicini. (Alessandro
Abbadir)
il Corriere delle Alpi
— 30 luglio 2008 pagina 21 sezione: PROVINCIA
Le fortificazioni belliche passato e futuro,
guerra e pace
LIVINALLONGO. Una giornata tra la memoria delle follie passate e la
speranza per il futuro, rappresentata dalle fortificazioni belliche
che sono state ripristinate in chiave turistica: questa la chiave di
lettura del Convegno “Guerra e Pace”, che il Circolo Cultura e
Stampa Bellunese ha in programma il 18 agosto, per celebrare i
novant’anni dalla fine del primo conflitto mondiale. L’appuntamento
è per le 10 nella “Sala Bersaglio”, alle pendici del Col di Lana, ed
avrà una scaletta di ospiti accreditati, che cominceranno con i
contributi sulla guerra, per sfociare nella pace. Per capire meglio
l’ottica del Convegno, vediamo una sintesi del programma. L’apertura
sarà affidata a Edoardo Pittalis, che narrerà le parti più toccanti
del libro “Lettere di Guerra di un Ufficiale del Genio”, di Caetani.
Libro che è stato il motivo ispiratore dell’intero evento, e che ne
ha anche scandito la data del 18: l’ultima lettera del Caetani
trascritta, è infatti del 17 agosto 1945. Dopo Pittalis, un
confronto tra due storici sulla guerra per mine: da un lato quella
sul Col di Lana, narrata dal Tenente Colonnello Giuseppe Magrin,
dall’altro, quella sul versante austriaco, riportata invece da
Robert Striffler. E poi, la Pace: Floriano Pra, come presidente di
Dolomiticert ed ex assessore regionale per il turismo, proporrà una
carrellata degli interventi che hanno rivalutato le opere di guerra
in attrazioni turistiche di pace. Quindi il finale, che vedrà la
scrittrice ed alpinista Antonella Fornari con l’intervento, ispirato
ad uno dei suoi volumi, “La voce del silenzio - Appunti di storia di
montagna sui sentieri di Guerra”. L’appuntamento è realizzato con il
contributo di Dolomiticert, del Centro Studi Transfrontaliero del
Comelico e Sappada e della Cm Agordina, con il patrocinio del Comune
di Livinallongo del Col di Lana e delle Cm e con la collaborazione
del Comando regionale per il Veneto del Corpo forestale dello Stato
e l’unità periferica del Servizio forestale regionale di Belluno.
Info Circolo Cultura e Stampa Bellunese: tel. e fax 0437/948911,
info@ccsb.it.
la Nuova di Venezia —
25 luglio 2008 pagina 25 sezione: CRONACA
Forte Tron, bonifica
conclusa A fine estate sarà ceduto al Comune
MARGHERA. «La fase della
bonifica di Forte Tron si è conclusa questa settimana. Entro
l’autunno il forte sarà ceduto al Comune e diventerà un punto di
aggregazione per tutta la città. Intanto in questi due mesi di
lavoro dei militari il forte è stato recuperato dal degrado e
dall’incuria in cui era piombato». Ad annunciare la fine dello
sminamento sono i delegati della Municipalità Valdino Marangon e
Andrea Badon. «In questi mesi di giugno e luglio - spiega Badon - il
Ministero della Difesa ha incaricato una ditta specializzata per
recuperare il materiale bellico. La presenza di militari è stata
elevata e ha evitato che sbandati e incivili aumentassero il
degrado. L’operazione è conclusa e la struttura, dopo l’iter di
assegnazione, potrà essere a disposizione del Comune e della
Municipalità di Marghera che hanno intenzione di farne un luogo di
aggregazione per il quartiere». «Il collegamento con il forte è
stato interrotto in questi mesi dai militari che hanno scavato un
fossato tutto intorno - dice Marangon - Avremmo piacere che questo
fossato restasse lì ed isolasse l’area almeno fino a quando a
settembre non sarà consegnata ufficialmente al Comune e alla
municipalità». (a.ab.)
la Nuova di Venezia — 24 luglio 2008 pagina 30
sezione: CRONACA
I forti passano al Comune entro agosto
ZELARINO. I più ottimisti sul futuro di forte Mezzacapo, l’ex base
dell’esercito di via Scaramuzza, per una volta sono i militari. Già,
perché il Comune ha ricevuto dal quinto Reparto infrastrutture, l’unità
delle forze armate di stanza a Padova che gestisce le risorse
immobiliari, la comunicazione che il passaggio effettivo di forti dal
Demanio Militare a Ca’ Farsetti sarà effettuato entro fine agosto. Il
lotto comprende i forti Mezzacapo, Gazzera e Pepe. Sulla vicenda Mara
Rumiz, assessore al Patrimonio, preferisce andarci cauta: conferma la
scadenza di fine agosto ma aggiunge anche che «prima di cantare vittoria
aspetto che il passaggio avvenga effettivamente». Scaramanzia? Viste
tutte le traversie che hanno accompagnato la partita forti, in
particolare per quanto riguarda il Mezzacapo, pare piuttosto giusta
prudenza. Nel caso, augurabile, che alla fine del prossimo mese i tre
forti divengano a tutti gli effetti proprietà del Comune, però, questo
sarà solo un primo risultato incassato. Ieri, infatti, è stato
effettuato un sopralluogo al Mezzacapo, presenti gli assessori Mara
Rumiz e Laura Fincato (Lavori pubblici), la presidentessa di
Chirignago-Zelarino, Maria Teresa Dini, i rappresentanti
dell’associazione «Dalla guerra alla pace» e tecnici dei due
assessorati. Guarda caso, le opinioni delle istituzioni presenti grosso
modo coincidono: l’area di Forte Mezzacapo ha grandi potenzialità, da
sfruttare nel migliore dei modi, ma l’intero complesso necessita, dopo
il passaggio di consegne tra forze armate e Comune, di una seria
operazione di bonifica. Il problema, infatti, è la presenza massiccia di
amianto, localizzato soprattutto nelle costruzioni più recenti del
forte. Il suo smaltimento sarà la mossa preliminare del recupero della
struttura, azione che si preannuncia non solo complessa, ma anche
onerosa per le casse comunali. Tanto per rendere l’idea, all’assessorato
ai Lavori pubblici era già stato approntato un piano per la bonifica di
uno dei magazzini, operazione per quale era stata prevista una spesa di
20.000 euro, cifra quest’ultima che ora viene considerata di molto
inferiore a quella che sarà necessario sborsare per ripulire il
complesso dall’amianto. Una volta bonificato il forte, poi, bisognerà
dare il via a una manutenzione generale, per poi decidere quale uso fare
del complesso. (Maurizio Toso)
Silvano Bottaro Mercoledì, 23 Luglio 2008
D
opo
dieci anni di carte bollate il Forte Marghera è proprietà comunale.
Finalmente la
plurisecolare costruzione appartenente al demanio militare passa di
fatto alla città, a confermarlo è l’assessore al patrimonio Mara Rumiz
che però avvisa: ci vogliono 60 milioni per sistemarlo e lancia un
appello a i privati per una “cordata”. L’idea è di appaltarlo agli
stessi per una quarantina d’anni, in modo che possano così iniziare una
serie di attività di natura economica per poter far fronte a tutte le
spese che la sistemazione del forte richiede. Nel frattempo il Forte
rimane aperto ogni giorno dalle 12 alle 24.
Messaggero Veneto — 09 luglio 2008 pagina 11
sezione: GORIZIA
A
Malborghetto la storia è protagonista Conferenze, guide e libri
sull'Alto Friuli
MALBORGHETTO. Storia protagonista nel palazzo Veneziano di Malborghetto.
Hanno preso il via, a cura della Comunità Montana di Gemona, Canal del
Ferro e Valcanale, le serate a tema dedicate ad alcuni avvenimenti che
nel corso del primo e del secondo conflitto mondiale (ma non solo) hanno
profondamente segnato l’Alto Friuli. Dopo il primo appuntamento con
Elvio Pederzoli e le descrizioni delle fortificazioni esistenti nel
territorio montano, domani, domani, toccherà allo storico Davide Tonazzi
raccontare l’esperienza di Julius Kugy come referente alpino della
Grande Guerra. Il 18 luglio alle 20.45 è poi in programma la
presentazione delle guide turistiche “Sulle orme di Napoleone”, a cura
di Paolo Foramitti e “Sulle tracce della Grande Guerra” di Davide
Tonazzi. Uno strumento, il primo, realizzato in occasione del 199esimo
anniversario delle battaglie napoleoniche in Valcanale e della presa del
forte di Malborghetto in particolare. La guida di Tonazzi si inserisce,
invece, nell’ambito delle celebrazioni per i 90 anni dalla fine della
Prima Guerra Mondiale. Due gli appuntamenti in calendario nel mese di
agosto: il 7 alle, 20.45, Marco Mantini interverrà sul tema dei “Siti
della Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia”, mentre il 21, sempre alle
20.45, Claudio Zanier, dell’Associazione Tiliaventum, racconterà
l’invasione tedesca in Friuli. Chiuderà il ciclo di incontri, venerdì 5
settembre alle 20.30, la presentazione del libro di Michele D’Aronco,“Ali
sull’alto Friuli”, dedicato ai bombardamenti alleati durante la Seconda
Guerra Mondiale. Alessandro Cesare
il Corriere delle Alpi — 07 luglio 2008 pagina
07 sezione: CRONACA
Premio a chi ha recuperato le trincee
PASSO FALZAREGO. Con il naso all’insù, a cercare tra cengie e dirupi,
creste e ghiaioni i fumogeni rossi e verdi che indicano le linee dove si
combattè la guerra di trincea. Si è conclusa così, al passo Falzarego,
la settimana di celebrazioni, tagli di nastri, onori ai caduti e
picchetti militari chiamata «Dolomiti - dalla Grande guerra all’Europa
unita». C’erano migliaia di persone ieri mattina, per il momento più
importante: la consegna del premio Ana «Fedeltà alla montagna» e
l’inaugurazione del museo all’aperto del Sass de Stria, reticolo di
trincee e fortificazioni, ultimo tra quelli che sono stati recuperati
dalla Lombardia al Friuli. Un lungo, spettacolare e commovente museo che
celebra il coraggio, il sacrificio, la morte, la speranza. Alpini in
armi e alpini in congedo assieme, in tutti i momenti della mattinata:
dagli onori alle 12 bandiere di popoli che hanno partecipato alla prima
guerra mondiale, agli onori al labaro dell’Associazione nazionale degli
alpini (era presente il presidente Corrado Perona) e al comandante delle
Truppe alpine generale Petti che ha passato in rassegna una compagnia
del 7º; al racconto delle gesta di 90 anni fa, alla consegna del premio
Fedeltà alla montagna, all’accompagnamento musicale (fanfara della
Julia) e corale (Coro Cortina). La messa è stata celebrata in latino dal
vicario del vescovo, monsignor Del Favero, insieme a due cappellani
delle Truppe alpine. Ha aperto gli interventi il sindaco di Cortina,
Franceschi, che ha ricordato le sofferenze patite dalla popolazione
ampezzana, finita sul fronte di guerra. E dopo aver condannato chi non è
riuscito a trovare soluzioni diverse per il conflitto, Franceschi ha
esortato a guardare avanti in un clima di pace e serenità. Il presidente
nazionale dell’Ana Corrado Perona è stato sabato al sacrario militare di
Pocol: «E’ stato emozionante visitare quel piccolo cimitero austriaco» e
ha ricordato come gli avversari di ieri siano gli amici e i fratelli di
oggi. Perona ha dato appuntamento al 3 novembre a Trento dove tutti i
gruppi Ana dalla Sicilia al Brennero si ritroveranno per una fiaccolata
«che dia luce ad una patria che ne ha bisogno e che ci faccia ricordare
chi si è sacrificato 90 anni fa». Perona si è rivolto ai giovani
militari schierati sul piazzale del Falzarego: «Voi portate l’Italia in
terreni difficili, dove occorre essere militari ma anche uomini». E sul
futuro dell’Italia ha aggiunto: «Dobbiamo risorgere: per questo
guardiamo alla montagna, alla sua purezza e ai suoi valori». Sia Perona,
che il generale Petti hanno ricordato le migliaia di ore di lavoro di
alpini in congedo ma anche di militari, per recuperare chilometri e
chilometri di trincee e fortificazioni, su tutto l’arco alpino, per non
dimenticare il sacrificio di chi combattè per difendere i confini e «per
far valere l’onore dei propri stendardi» come ha detto il generale. Al
termine c’è stata la consegna del premio Fedeltà alla montagna,
istituito 28 anni fa dall’Ana e andato quest’anno alle sezioni Ana che
nel corso degli anni hanno lavorato per recuperare le trince. Attestato
consegnato anche allo stesso comandante delle truppe alpini per il
contributo dato all’opera di recupero. Premiata anche la Fondazione
Cengia Martini che ha curato la zona dolomitica.
il Corriere delle Alpi — 04
luglio 2008 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
I misteri irrisolti della «Linea Gialla»
Ci sono ancora molti punti da chiarire sulla famosa «Linea Gialla», cioè
su quel poderoso sistema di fortificazioni della prima Guerra mondiale
nelle Dolomiti che avrebbe dovuto costituire la linea di massima
resistenza in caso di sfondamento nemico ma che, quando questo avvenne a
Caporetto, fu saltata a piè pari. Ad affrontare il problema è Roberto
Mezzacasa che, su «Le Dolomiti Bellunesi», rivista del Cai, anticipa
alcune questioni oggetto di uno studio di prossima pubblicazione che
sarà anche una guida della Linea Gialla. Mezzacasa, insieme con un
gruppo di amici ed esperti di questioni militari, ha «esplorato» i resti
della Linea Gialla nel corso di una serie di ricognizioni nel 2006 e
2007. Si tratta di resti, ma occorre intendersi sulla parola: in realtà
si tratta di una incredibile serie di forti (già ben studiati) del
sistema Cadore, di gallerie e camminamenti, di strade militari,
fortificazioni e trincee. Per capirne l’importanza e l’estensione,
basterà ricordare che le fortezze in caverna, gallerie e anfratti
scavati nella roccia sono circa un migliaio, lungo un’estensione che
andava dalla Carnia all’Altopiano di Asiago. Comprendeva numerosi forti,
progettati ben prima della guerra, la cui scarsa utilità fu tuttavia
subito chiara nei primi mesi di guerra anche perchè pensati per
armamenti ben diversi da quelli poi utilizzati, sicché si passò subito a
realizzare opere in roccia, con l’utilizzo di decine di migliaia di
operai, soprattutto donne locali. La Linea Gialla non era dunque un
semplice segno tracciato sulla carta, ma una vera e propria linea di
difesa che avrebbe dovuto arginare uno sfondamento della Linea Rossa,
quella del fronte dolomitico. Una ventina di chilometri separavano la
prima linea da questa linea più arretrata. Sono note al grande pubblico
soprattutto le opere militari che hanno per nomi famosi, come Cavallino,
Tofane, Marmolada, Col di Lana, Colbricon. Altrettanto note alcune
postazioni che facevano parte della Linea Gialla, come i forti del
Tudaio, del Rite, di Col Vacchèr, di Col Vidàl, cioè la Fortezza
Cadore-Maè, e in parte, come la Tagliata di San Martino, la Fortezza del
Cordevole. Quasi sconosciuti invece gli altri punti chiave della Linea
Gialla, come Forcella Piccola (Antelao), Bosconuovo (Vinigo), Forcella
Cibiana, Pradamio, Col del Salera, Spiz Zuel, Col Bajon, Crep de la
Casamatta ed altri. Quella linea non venne in realtà mai utilizzata. Nei
giorni di Caporetto, a causa anche delle incredibili incomprensioni tra
Cadorna e Di Robilant (il primo che insisteva nell’ordinare
l’arretramento del fronte dolomitico, il secondo che non ne capiva la
necessità e tergiversava), quando finalmente fu chiaro cosa stava
succedendo nella pianura friulana, la Linea Gialla venne saltata e la IV
Armata finì per arroccarsi sulla linea del Piave. I cannoni del monte
Rite non spararono mai contro il nemico, vennero usati solo sui paesi
della valle del Boite per ritardare l’avanzata austriaca. Poiché quella
linea non divenne mai teatro di combattimenti, le opere sono ancor oggi
ben conservate. Alcuni lavori di consolidamento furono effettuati dai
tedeschi nella seconda guerra mondiale, per attrezzare una linea di
resistenza a oltranza «alla rovescia», cioè diretta ad arginare la
prevedibile avanzata degli anglo-americani da sud. Ma anche in questo
caso le fortificazioni riattate dalla Todt non vennero mai utilizzate.
Si possono dunque oggi recuperare e visitare, con una certa cautela
perché in alcuni casi possono essere pericolanti. Però gallerie e
trincee ci sono ancora tutte, e sarebbe molto interessante realizzare un
progetto di recupero anche ai fini turistici. Tra le questioni
irrisolte, Roberto Mezzacasa annota la vera genesi dell’idea della Linea
Gialla (chi, quando, con quali criteri venne disegnata); l’esistenza o
meno dell’idea di una fortezza unica, ovvero se la Linea Gialla fosse
stata concepita come un insieme unitario dipendente da un comando unico;
se oltre alla semplice «linea» tracciata sulle carte, esista anche una
mappa vera e propria delle opere; quali furono i reparti militari che
parteciparono alla sua costruzione e quale il contributo della
popolazione civile; infine quale uso fu fatto dopo la Grande guerra. (ts)
da LA REPUBBLICA
SPETTACOLI & CULTURA 17 giugno 2008:
Il grande scrittore aveva 86 anni. Già svolti funerali nella sua Asiago
Scrisse meravigliose pagine sulle montagne che conosceva bene
E' morto Mario Rigoni
Stern cantò la tragica ritirata in Russia
"Il sergente nella neve" è
la sua opera più nota: frutto della terribile esperienza personale durante
il dramma degli alpini mandati a morire in Siberia

Mario Rigoni Stern
ASIAGO (VICENZA)
- Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni.
Malato da tempo, è mancato ieri sera. I funerali si sono svolti oggi, in
forma strettamente privata, nella piccola chiesa del centro dell'altopiano.
C'erano la moglie Anna, i tre figli con i due nipoti ed il fratello Aldo
dietro la bara, Nella cappella non più di 10 persone. Nessuna autorità e
nemmeno amici del celebre autore autore del 'Sergente nella neve'.
Mario Rigoni Stern ha scritto pagine indimenticabili sulle sue montagne che
amava e conosceva profondamente (Il bosco degli urogalli, Storia di Tonle,
Le stagioni di Giacomo...) e ha raccontato in uno dei romanzi più letti del
secolo scorso, la tragica ritirata degli italiani in Russia. "Il sergente
nella neve", tradotto in diverse lingue e utilizzato in tutte le scuole
italiane come testo di lettura, è una storia straordinaria frutto
dell'esperienza personale dell'autore che partecipò alla campagna di Russia
e riuscì a tornare vivo.
"Era uno scrittore grandissimo aveva la grandezza che hanno i solitari". E'
il primo commento di Ferdinando Camon, collega e amico di Rigoni Stern:
"Quando sono stato presidente del Pen Club italiano - ricorda - è stato il
primo italiano che ho candidato al Nobel: era uno scrittore classico, dalla
visione lucida e dalla scrittura semplice ma potente; aveva carisma anche
come uomo. Aveva un carattere buono e mite - rileva - se ne fregava dei
convegni e delle società letterarie".
Rigoni Stern era nato ad Asiago il primo novembre del 1921. L'infanzia
trascorsa nelle malghe dell'Altipiano, tra la gente di montagna, a contatto
con i pastori, lui, Mario, una famiglia numerosa e di tradizione
commerciale. Alpino, per scelta quando si arruola volontario alla scuola
militaree di Aosta e la guerra non è all'orizzonte, viene chiamato alle armi
nel '39 e la sua vita cambia per sempre. Impegnato nel fronte albanese, poi
in quello russo, sperimenta la tragedia della ritirata, dell'abbondanono e
della morte nella gelida neve e poi della deportazione.
Ritorna, dopo due anni di lager, nel '45 all'Altipiano, e comincia a
riversare nella scrittura la tragedia che ha vissuto in prima persona. 'Il
sergente nella neve' lo pubblica grazie ad Elio Vittorini che lo segnala ad
Einaudi. Negli anni '60 arrivera' poi 'I recuperanti' sceneggiatura per il
film di Ermanno Olmi. Ma è lungo il silenzio tra 'sergente' e le altre
opere. I racconti naturalistici de 'Il bosco degli urogalli' arrivano nel
1962. Tanti poi i suoi lavori e i suoi scritti apprezzati da critica e
pubblico. Ancora, sui ricordi del fronte, nel 2000, insieme all'allora
presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, cura il volume '1915-1918
La guerra sugli altipiani'.
"Il sergente nella neve", è stato nell'ottobre scorso un grande successo
televisivo attraverso la piece "Il sergente" di Marco Paolini. Paolini
interpretò la tragica avventura bellica di Rigoni Stern in diretta tv (La7,
senza interruzioni pubblicitarie) dalla cava Arcari di Zovoncedo (Vicenza),
sui Colli Berici, ipnotizzò la platea televisiva con 1 milione 200 mila
spettatori e il 6 di share.
Paolini aveva già raccolto 1200 persone sull'Adamello per la stessa
interpretazione, questa volta nello scenario delle Alpi, presenti molti
alpini reduci della guerra che in commosso assoluto silenzio seguirono
quella storia di uomini mandati allo sbaraglio con armi e vestiti inadeguati
e cibo scarso, un lacerante inno contro la guerra ancora più forte perchè
scritto da un ex soldato.
LIBERAZIONE ROMA, ALEMANNO: A FORTE BRAVETTA PARCO IN
MEMORIA DEI MARTIRI
Roma, 04 giugno - Forte Bravetta
potrebbe diventare un parco in memoria dei martiri caduti in quel luogo
durante gli anni della Liberazione di Roma. Ne ha parlato il sindaco Gianni
Alemanno che questa mattina ha deposto una corona d'alloro davanti al
monumento a ricordo della liberazione della capitale del 4 giugno 1944. Un
annuncio che è arrivato mentre il sindaco si intratteneva a parlare con i
rappresentanti delle associazioni dei partigiani e dei reduci convenuti alla
cerimonia per il 64esimo anniversario.
"C'è la paura
- ha detto il sindaco - che Forte Bravetta possa essere concesso alla
trasformazione edilizia, mentre i parenti, i reduci chiedono di trasformarlo
in un parco che ricordi tutti i martiri di quel luogo. Una richiesta
intelligente". Alemanno
ha spiegato
quali possono essere i passaggi per arrivare a soddisfare la richiesta:
"Avevamo già previsto, quando sono andato a visitare le fosse Ardeatine, di
fare un incontro in Campidoglio con tutti coloro che sono stati attori della
liberazione di Roma e della Resistenza - ha affermato - In quella sede,
fatte le dovute valutazioni, potremmo preparare una delibera da portare in
consiglio comunale per dedicare quel parco e garantirlo rispetto a qualsiasi
fenomeno di speculazione edilizia".
la Nuova di Venezia — 13
giugno 2008 pagina 22 sezione: CRONACA
Forte Mezzacapo, sopralluogo fantasma
ZELARINO. Se ci siete, battete un colpo. O meglio, venite a dare un’occhiata
in via Scaramuzza. Tocca all’associazione «Dalla guerra alla pace» riaprire
il capitolo forte Mezzacapo, l’ex postazione del campo trincerato di Mestre
da tempo in stato di profondo abbandono. In soldoni, il presidente
dell’associazione, Vittorino Darisi, chiede una maggiore attenzione sia da
parte del Comune, in particolare dall’assessore all’Ambiente, Pierantonio
Belcaro, sia da parte dell’Arpav, l’agenzia regionale che si occupa della
salvaguardia dell’ambiente. «È da tempo che ci promettono un sopralluogo in
via Scaramuzza - ricorda Darisi - eppure non se n’è fatto ancora nulla, pare
che le sorti di forte Mezzacapo non interessino a nessuno». La questione
della struttura di via Scaramuzza è legata a due fattori. Da una parte, il
fatto che come altri forti anche il Mezzacapo è al centro di un iter che
prevede il passaggio dell’area dal demanio militare all’amministrazione
comunale, operazione che si sta rivelando più lunga e complessa del
previsto. Dall’altra, in questo forte è ancora aperto il capitolo della
bonifica dell’amianto, materiale ampiamente utilizzato in passato
all’interno delle basi militari. È per questo che l’associazione «Dalla
guerra alla pace» sollecita un sopralluogo all’interno del forte, area che a
differenza di quanto succede in via Brendole alla Gazzera è ancora
completamente interdetta ai civili. Va ricordato che in passato a suscitare
qualche ottimismo era stato il fatto che la pratica riguardante il Mezzacapo
era passata dagli uffici romani del ministero della Difesa a quelli del
quinto reparto infrastrutture dell’Esercito, unità di base a Padova. Per il
momento, però, il Mezzacapo resta off limits per la cittadinanza, con il
concreto rischio che più si va avanti più una sua risistemazione diventa
onerosa per le casse di Ca’ Farsetti. (m.t.)
il Corriere delle Alpi — 07 giugno 2008 pagina 30
sezione: PROVINCIA
Montericco, il bando per il restauro
PIEVE DI CADORE. Il Comune di Pieve di Cadore ha emesso il bando di gara per
l’appalto dei lavori di primo stralcio per il “restauro consolidamento e
valorizzazione del complesso storico architettonico del Forte di Montericco
e della Batteria Castello”. L’apertura dell’asta si terrà nell’ufficio
tecnico comunale, in Piazza Municipio, alle 9 del 2 luglio, mentre le
offerte dovranno pervenire entro le 12 del 30 giugno all’ufficio protocollo
del municipio. Si tratta di un bando che prevede l’aggiudicazione anche in
caso di unica offerta valida. L’esecuzione dell’opera sarà affidata alla
ditta che proporrà l’offerta economicamente più vantaggiosa. L’appalto ha
per oggetto l’esecuzione di tutte le opere necessarie al consolidamento e al
restauro conservativo del complesso architettonico Forte di Montericco,
posto sul colle omonimo nel comune di Pieve di Cadore. L’importo dei lavori
è di 1,4 milioni di euro. La durata del recupero è stabilita in 450 giorni,
che saranno conteggiati dalla data di consegna dei lavori. Responsabile del
procedimento è l’ing. Diego Olivotto. Il forte di Montericco e la Batteria
Castello facevano parte del “Ridotto fortificato Cadore - Maè” insieme con i
forti di Col Vaccher, di Landro, di Monte Rite, di Col Vidal e del Monte
Tudaio. Il forte è stato costruito sull’area dove dall’inizio del primo
secolo i Romani avevano costruito il Castello di Pieve, conglobando dentro
le sue mura anche le costruzioni realizzate dai Caturigi. Alla fine della
prima guerra mondiale, il forte fu distrutto dagli austriaci in fuga ed è
rimasto un rudere fino ai giorni nostri. Da tre anni a questa parte, grazie
ad un progetto elaborato dall’architetto Girardini della Sovrintendenza di
Venezia, è nata la possibilità di salvare la vecchia struttura, ed
utilizzare i suoi ampi spazi per usi culturali e turistici. Già lo scorso
anno, grazie ad un finanziamento della Fondazione Cariverona, fu possibile
fermare il degrado del forte. (v.d.)
il
Corriere delle Alpi — 07 giugno 2008 pagina 42 sezione: SPETTACOLO
Dai cannoni ai ciclisti
Sarebbe veramente una bella soddisfazione per i cibianesi veder sfilare il
prossimo anno gli assi del pedale sulla loro strada, gustarsi il Giro
d’Italia su quella stessa strada Venas-Forcella Cibiana che per secoli
costituì il loro calvario, la remora prima a un sacrosanto sviluppo
economico e sociale. «E per una stradella, che si diparte dalla strada
d’Alemagna sotto la chiusa di Venas, scesi al Boite, lo passai sopra un
ponte di legno e incominciai la salita lungo una misera via che si disperde
in tanti sentieruoli a somiglianza d’una fune disfatta”. Così Antonio Ronzon
descriveva l’accesso a Cibiana nel suo celebre Almanacco Cadorino del 1875,
mettendo subito il dito sulla piaga del paese: la mancanza di una vera
arteria di collegamento con l’Oltrechiusa e il resto del Cadore. Una
mancanza che il buon professore attribuiva ad una “cibianada”, ovvero a una
delle tante ingenuità, vere o presunte, allora attribuite ai locali. Va
ricordato che fu proprio la realizzazione del forte corazzato del Monte Rite,
che oggi ospita il “Museo nelle nuvole” di Messner, a regalare a Cibiana
all’inizio del ‘900, prima ancora che un accesso alla vetta, soprattutto un
collegamento finalmente accettabile con il fondovalle. La storia di questa
importante arteria, dalla Val Boite fino alla cima del Rite, si collega
naturalmente alle sofferte diatribe tecniche che caratterizzarono la
realizzazione dell’impianto corazzato d’alta quota, sia in merito alla sua
esatta ubicazione, sia alla sua valenza strategica. Anzi, si può dire che
per la strada i problemi furono ancora maggiori, in quanto sui calcoli
squisitamente militari intervennero considerazioni di ordine politico e
sociale, ovvero le ragioni stesse della popolazione civile, che peraltro
erano lungi dall’essere univoche e concordi. Il primo accenno ad una
“strada” risale al 16 febbraio 1415, allorché il marigo Cristoforo da
Pianezze ottenne dalla Magnifica Comunità di aprire una strada consorziale
dal Boite a Cibiana, ma non si sa se essa finisse a Valle o a Venas, e
quanto inoltre si discostasse dal percorso del precedente sentiero. Di una
strada verso il Boite si parlò anche nel 1481, quando venne data facoltà di
apertura a Bartolomeo Da Col, ma una vera arteria rimase per quattro secoli
mera utopia. Cibiana contava alla fine dell’800 230 case e meno di 1400
abitanti: le tre contrade (Cibiana, Pianezze e Masariè), vicinissime tra
loro ed ugualmente povere, videro nell’arrivo dei militari, impiegati nei
lavori di fortificazione del Cadore, un non indifferente beneficio, giacché
portavano lavoro sicuro e soprattutto il sospirato collegamento con la
strada d’Alemagna. Decadute infatti le superstiti attività legate
all’estrazione e fusione del ferro e alla fabbricazione di chiodi, chiavi e
lime, in passato assai fiorenti, i cibianesi (o cibianoti) considerarono le
fortificazioni prima di tutto un surrogato all’emigrazione proprio per la
maggior richiesta da esse indotta di maestranze specializzate e non, e
secondariamente una singolare occasione per migliorare le condizioni di
lavoro silvo-pastorale sul Rite e dintorni e per godere di qualche introito
supplementare con i vari spacci per la truppa e con l’affitto di locali agli
ufficiali qui di stanza. Importanti lavori militari interessarono il tratto
Cibiana-Venas nell’aprile 1905, su progetto dell’ingegner Pivetta, quando
erano in pieno corso ancora le discussioni ai più alti vertici militari
circa la fattibilità di un impianto corazzato sulla cima del Rite e il Capo
di Stato maggiore Pollio doveva ancora chiedere alla Sottodirezione del
Genio di Belluno lo studio per una carrareccia che mettesse in comunicazione
la Val Boite fino alla cima del monte. Negli anni seguenti fu avanzata
all’ufficio Scacchiere Orientale l’ipotesi di sfruttare il tronco di strada
già esistente tra il ponte de “La Chiusa” e il ponte sul torrente Tarù,
svolgendo quindi il tracciato per forcella Suncoste fino alla Croce del Rite,
ma il Comando del V Corpo d’Armata riteneva preferibile il tracciato da
Valle per il ponte di Pocroce a Cibiana, e da qui, oltrepassato il torrente
Rite, fino alla regione tra monte Roan e Croce di monte Rite, attraverso
forcella Suncoste. Furono fatti allora nuovi studi e preventivi e fu steso
anzi un progetto di massima per una strada con partenza da Valle, ma alla
fine, dopo un intervento dello stesso ministro della Guerra Spingardi,
l’ufficio Fortificazioni di Belluno fece cadere l’ipotesi di Valle e
preferì, per motivi tecnici ed economici, la partenza da Venas, già del
resto in gran parte realizzata. Quanto poco sia servita questa strada e
quale infelice esito abbiano avuto le portentose cupole corazzate Armstrong
sullo sbarramento della Val Boite nei frenetici giorni del dopo-Caporetto, è
cosa fin troppo nota. L’unica valenza positiva delle fortificazioni cadorine
fu qui, come dappertutto, di stampo esclusivamente civile, vale a dire sotto
forma di occupazione assicurata per molte maestranze al momento della
costruzione, e di patrimonio di strade e sentieri lasciati in eredità al
momento del fallimento strategico e tattico. Un’eredità che indubbiamente è
arrivata fino a noi, ma che oggi, rivisitata dal Giro, costituirebbe davvero
l’estinzione di un debito, il definitivo risarcimento della storia a una
comunità che non ebbe mai, né dalla pace, né dalla guerra, la giusta mercede
ai suoi sacrifici. - Walter Musizza e Giovanni De Donà
da l'Adige - quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige - del
3 giugno 2008.
Vermiglio - Recuperare i forti di Vermiglio.
Lara Zavatteri - Vermiglio - Recuperare i forti di Vermiglio senza
stravolgerne l'aspetto strutturale e valorizzandone la storia.
L'associazione «Storia e memoria di Vermiglio» guidata da Marcello
Serra mira a recuperare, con dei lavori che potrebbero iniziare il
prossimo anno, forte Zacarana, forte Pozzi Alti e forte Mero, le
fortificazioni austroungariche presenti sul territorio oltre al già
restaurato forte Strino.
Un progetto di massima curato dall'architetto Daniele Bertolini (in
precedenza presidente del Comitato Forte Strino, poi soppiantato
dall'associazione) è già stato presentato alla Provincia, dalla
quale l'associazione spera di ottenere i finanziamenti per poter
partire il prossimo anno con i lavori per circa 300.000 euro. Si
tratta di un progetto di massima, quindi occorrerà predisporre poi
l'esecutivo, che una parte prevede la messa in sicurezza e
l'agibilità dei forti ai visitatori, dall'altra prevede il
posizionamento di tabelle illustrative. I forti, sostiene Marcello
Serra, non saranno rimessi a nuovo, ma dovranno continuare ad essere
testimonianza degli eventi di cui furono protagonisti. Per fare un
esempio, forte Zacarana (la fortificazione più grande e più recente,
terminata a guerra già iniziata) dovrà «parlare» della sua parziale
distruzione, sia a seguito del bombardamento da parte
dell'artiglieria italiana, sia per l'opera dei recuperanti che negli
anni '20 e '30 depredarono la struttura facendo incetta di
materiale. La proprietà dei forti passò infatti dall'autorità
militare al Comune negli anni Trenta: da lì iniziarono i saccheggi,
che contribuirono al decadimento delle fortificazioni. Per l'estate
alle porte, Serra auspica un'implementazione della cartellonistica
per i forti, ricordando che all'ufficio turistico locale sono
disponibili mappe degli stessi. Per il futuro si penserà anche a
progetti mirati comprendenti le caserme, gli «stoi» (bunker per il
deposito d'armi e munizioni) e il fortino Velon, collegamento di
forte Strino realizzato nel 1890. Peraltro c'è da ricordare che
all'epoca del Comitato Forte Strino alcuni interventi erano stati
attuati per la sentieristica e in zona Canaletti, dove sorgono
alcuni stoi. Anche in questi casi si tratterà eventualmente di un
recupero parziale come per i forti, proprio per consentire al
visitatore di capirne la storia. In sostanza l'idea è di creare una
sorta di museo a cielo aperto con approfondimenti disponibili sul
percorso, anche per sviluppare un turismo di tipo culturale. A tale
proposito l'associazione si è resa disponibile a collaborare per
visite guidate con realtà che offrono pacchetti turistici in cui è
compreso, appunto, un viaggio alla scoperta della storia e della
memoria di Vermiglio
il Corriere delle Alpi — 23
maggio 2008 pagina 37 sezione: SPETTACOLO
4 percorsi sui luoghi delle battaglie
In occasione del novantesimo anniversario della conclusione del
primo conflitto mondiale, le province di Belluno, Treviso, Vicenza e
Venezia, con il coordinamento della Regione e il supporto del ministero dei
Beni culturali, hanno realizzato una “Guida ai luoghi della Grande guerra”,
una brochure dedicata ai principali luoghi della memoria bellica della
regione. La guida assolve sia lo scopo di celebrare e onorare la memoria di
quanti morirono nel conflitto, sia quello di rendere visibili i luoghi in
cui si tennero i fatti bellici. «Molte persone sono interessate a conoscere
questo argomento storico», ha spiegato il presidente della Provincia, Sergio
Reolon. «Quindi questa guida può essere uno strumento molto utile per
incentivare un turismo particolare su questi percorsi, che porti a una
valorizzazione del territorio». L’opuscolo racchiude alcuni luoghi simbolo
della Grande Guerra, come i campi di battaglia, le fortificazioni, i
cimiteri e i sacrari, ed è suddiviso in quattro percorsi che seguono la
logica storico-temporale degli eventi. Il primo, “L’inizio delle ostilità”,
porta il turista a visitare le fortificazioni che furono realizzate
all’inizio del conflitto per tutelare il territorio nazionale dalle
possibili aggressioni nemiche: forte Lisser, Verena, Coldarco, Campolongo e
la cintura dei forti veneziani che venne modernizzata e potenziata per
proteggere la città, raccontano come l’Italia, e il Veneto in particolare,
cercò di adattarsi alle funzioni logistiche e operative imposte dalla
“nuova” guerra. Il secondo percorso, “Gli altipiani e la Strafexpedition”
consente di vedere i campi di battaglia dove i soldati italiani lottarono
strenuamente contro l’avanzata delle truppe austro-ungariche, e conduce
anche ad alcuni musei storici e ai sacrari del Cimone, del Leiten e del
Pasubio, costruiti per dare degna sepoltura a quanti morirono combattendo
valorosamente. Anche il terzo percorso, “Le Dolomiti e la ritirata del
1917”, è organizzato attorno ai campi di battaglia, ai sacrari e ai musei,
con particolare attenzione, però, al fronte dolomitico, teatro di numerosi
scontri tra gli eserciti tra il 1915 e il 1917, come quelli sull’Ortigara o
sul Col di Lana. Molte le località del bellunese interessate, da Quero, col
suo cimitero germanico, ai musei che si trovano nei comuni di Sedico,
Cortina, Auronzo, Sappada e Rocca Pietore. Il quarto percorso, infine, “Il
Grappa e il Piave”, racconta la resistenza e l’offensiva italiana tra
l’inverno del’17 e l’autunno del’18. La guida, che si trova a disposizione
negli uffici di informazione turistica delle quattro province, è stata
stampata in 23200 copie, in italiano, ma verrà tradotta anche in inglese,
francese e tedesco. Reolon ha sottolineato la valenza politica del progetto:
«E’ importante che quattro province si siano unite per realizzare questa
guida», ha spiegato, «perché in un sistema che rivendica autonomia le
province devono sapersi coordinare per attuare progetti comuni». (a.f.)
Messaggero Veneto — 22 maggio 2008 pagina 15
sezione: UDINE
Il via ai lavori di recupero del forte Badin a Chiusaforte
CHIUSAFORTE. Sarà completato il recupero del forte sul colle
Badin, a Chiusaforte. Grazie ad uno stanziamento regionale di 420 mila euro
infatti, l’amministrazione comunale potrà portare a compimento la
sistemazione degli interni e degli esterni dell’opera unitamente agli
allestimenti e alla segnaletica. L’obiettivo finale del Comune guidato da
Luigi Marcon è quello di dar vita ad un luogo dove i giovani possano
rendersi conto delle atrocità della Grande guerra, soggiornando nelle stanze
occupate nei primi anni del ’900 dai soldati italiani. Per questo la
fortezza che sorge sul colle Badin sarà creando una zona di accoglienza per
scolaresche con camerate e punto di ristoro. Potranno così trovare
ospitalità a basso costo tra le mura del forte, studenti e comitive, che
avranno la possibilità di conoscere da vicino gli allestimenti di un’ex
struttura difensiva e l’ambiente circostante. L’intero intervento,
finanziato dalla Regione, ha un costo di 1,6 milioni di euro e della parte
progettuale si è occupata la società C&C di Venezia. In autunno è prevista
la gara per l’affidamento dei lavori, con l’apertura del cantiere
programmata per la primavera 2009. Poi serviranno altri 15-18 mesi prima di
veder rinascere il forte di Monte Badin.Intanto però questo fine settimana,
il forte sarà visitabile grazie all’Istituto Italiano dei Castelli (sezione
Friuli Venezia Giulia). Nell’ambito della 10° edizione delle Giornate
Nazionali dei Castelli infatti, domenica 25 maggio dalle 15,30, lo storico
dove Davide Tonazzi porterà gli appassionati alla scoperta del forte sul
colle Badin. L’appuntamento è nel piazzale sulla statale 13 in località
Villanova di Chiusaforte. Alessandro Cesare
la Nuova di Venezia — 21
maggio 2008 pagina 35 sezione: PROVINCIA
«Puntare sul turismo culturale per prolungare la stagione»
CAVALLINO. «Per prolungare la stagionalità del litorale bisogna
investire sul turismo culturale trasformando in percorso museale
d’eccellenza le imponenti ex fortificazioni militari di Cavallino-Treporti».
Ne è convinto Furio Lazzarini, presidente dell’associazione «Forti e Musei
della Costa». «L’obiettivo - spiega - è creare un circuito di contenitori
museali, tra cui le torri telemetriche, la Vettor Pisani, la batteria
Amalfi, il Forte Vecchio, nel quale, oltre ai contenuti che possono essere
storici, etnografici - come pesca tradizioni, caccia, agricoltura -
naturalistici e artistici, gli edifici storici diventerebbero essi stessi
oggetti di approfondimento culturale delle visite». «E’ ora - ha continuato
- di partire con la pianificazione del percorso museale smettendo di
bloccare gli unicum del litorale. Le difficoltà iniziali sono legate alla
proprietà degli immobili stessi che appartengono ai demani marittimo e
quello militare, all’intendenza di finanza. Alcuni di questi come il Forte
Treporti, sono ora occupati da abusivi che prima o poi dovranno trovare
un’altra sistemazione, altri come la Vettor Pisani necessitano di almeno 3.5
milioni di euro di ristrutturazioni». «Purtroppo la titolarità delle torri e
dei forti non è ancora del Comune - ha commentato l’assessore al turismo e
urbanistica Roberta Nesto - siamo in contatto con l’agenzia del demanio di
Venezia da tempo e auspichiamo che al più presto ci sia data la possibilità
di metterli in sicurezza prima e di usarli poi. Ci piace pensare che le
torri telemetriche possano diventare frubili da vari punti di vista
collegandole ai percorsi ciclabili e segnalandole con segnaletica adeguata».
(f.ma.)
Messaggero Veneto — 26 aprile 2008 pagina 13
sezione: UDINE
Saranno recuperate le fortificazioni
AMPEZZO. Saranno recuperare in chiave storico-turistico i fortilizi militari
dismessi presenti sul territorio comunale di Ampezzo.Le fortificazioni del
Vallo Littorio presenti nel comune di Ampezzo, diverranno presto un sito di
attività culturale con percorsi storico didattiche che accrescerà l’offerta
della Carnia.Nel mese di dicembre infatti il Demanio militare ha
formalizzato il passaggio delle opere militari al patrimonio dello Stato.L’agenzia
di Udine quindi è entrata in possesso di queste fortificazioni, presenti in
diverse zone dell’Alto Friuli, che ad Ampezzo sono conosciute come “lis
operis” un complesso di fortificazioni creato a difesa del territorio
durante gli anni fra le due guerre mondiali dell’altro secolo, lungo il
confine nord orientale dall’Alto Adige sino alla Venezia Giulia e conosciuto
come Vallo del Littorio.Ora l’amministrazione comunale di Ampezzo, guidata
da Eugenio Benedetti, che da anni ha richiesto il passaggio di questi beni
al patrimonio comunale, attende che si proceda con l’iter burocratico che
prevede la valutazione delle opere per il passaggio di proprietà al comune
stesso.Assumendo la proprietà di tali opere, di indubbio valore storico, il
comune carnico potrà avviare i processi per la loro rivalutazione
nell’ambito di attività culturali con forme museali, percorsi
didattico-storico-naturalistico che valorizzeranno l’offerta, anche
turistica, del paese.Un progetto che di rivalutazione del territorio che il
Comune ha fatto suo a seguito dell’interesse dimostrato per queste
fortificazioni da parte di un gruppo di volontari coordinati da Elio Bullian.
il Corriere delle Alpi — 22 aprile 2008 pagina 33
sezione: SPETTACOLO
Il miraggio dell Alpenfestung
Fin dai primi giorni dell’occupazione tedesca dell’Italia nel settembre 43,
Rommel aveva avviato l’esplorazione di una “Posizione Prealpina” in cui si
progettava di far rientrare le già esistenti fortificazioni italiane. La
linea difensiva partiva dal confine svizzero, toccava la parte
settentrionale del Lago di Garda, attraversava le Alpi a nord di Belluno,
risaliva le Alpi Giulie e si portava infine su Tolmino e Gorizia, lungo le
vecchie posizioni orientali della “Grande Guerra”. Aveva la lunghezza di 400
km, avrebbe dovuto essere inattaccabile dai carri armati e non concedere
possibilità di manovra ad un avversario superiore per forze. A tale studio
furono chiamati vari ufficiali, tra cui i colonnelli Nobiling e Seitz. Dopo
la decisione di resistere quanto più a lungo possibile nell’Italia
meridionale e di ritardare la costante avanzata alleata, non solo vennero
potenziate le posizioni appenniniche (linea verde), ma si pensò di costruire
una difesa nell’Italia settentrionale che prevedeva, oltre alla posizione
prealpina, pure una linea difensiva che attraversasse l’Istria da Trieste a
Fiume e delle opere di sbarramento nella zona di Ala e di Belluno. I lavori
di sbarramento dovevano essere eseguiti dall’”OB.” (“Oberbefehlshaber” -
Comandante supremo), mentre la costruzione della posizione prealpina e di
quella istriana spettava ai due Supremi Commissari, e cioè a Hofer e a
Rainer. Man mano che la linea appenninica veniva ultimata, le truppe
specializzate del “Genio Militare” furono messe a disposizione di tali nuovi
lavori e l’“O.T.” ebbe la responsabilità della parte tecnico-costruttiva,
mentre l’aspetto squisitamente militare dell’intera faccenda fu curato dal
generale von Zangen. Vennero tra l’altro previste, fin dal dicembre 1944,
delle installazioni sotterranee da destinare alla produzione bellica e nel
Bellunese le località scelte furono Cave di Tisoi (7500 mq), Feltre (2000
mq) e Cismon del Grappa (4500 mq). Dal lato operativo erano previste diverse
linee di avanzata nemica, con costruzioni collocate sui due lati delle valli
e delle strade di transito nei settori dei fiumi Adige e Piave. Il
Commissario Hofer, che puntava molto sulla zona Passo dello Stelvio-Limone,
aveva a disposizione per il compimento del sistema Prealpi circa 100.000
lavoratori. L’“OB.” Sud-ovest dava la precedenza alla costruzione della
linea di collegamento più breve tra il confine svizzero e l’Adriatico ed
erano stati pure promossi degli studi per la ricognizione e possibile
integrazione in essa dei già esistenti impianti fortificatori italiani, per
i quali l’esercito fascista italiano aveva fornito documentazione già nel
settembre 44. Era intervenuto poi il “Reichsfüher” delle “SS” ordinando
l’istituzione di un ufficio studi delle fortificazioni presso il Comando
supremo delle SS e della Polizia, ma l’incarico di coordinare i lavori restò
al Col. Nobiling. Gli sviluppi del conflitto, nonché varie diatribe
intercorse tra parecchi generali nazisti vanificarono alla fine siffatte
speranze, ma va ricordata comunque un’ulteriore appendice al discorso della
“Ridotta alpina”, in quanto sappiamo che anche per Mussolini ed il suo
governo si prospettò ad un certo punto una ritirata tra le Alpi. Davanti
all’avanzata delle truppe alleate sugli Appennini e di fronte alla
prospettiva di una loro penetrazione nella pianura padana, si poneva anche
per la Repubblica di Salò il problema di ritirarsi verso il confine
settentrionale sulle Alpi o addirittura in territorio germanico. Fin dal
primo colloquio tra Rahn e Mussolini, il 9 settembre 44, furono prospettate
tre ipotesi di ritirata: la Valtellina, il Sudtirolo o la zona intorno ad
Udine, soluzione quest’ultima caldeggiata dal plenipotenziario tedesco.
Mussolini nei giorni seguenti nominò Pavolini direttore della commissione
speciale “Ridotta alpina repubblicana” e il 18 settembre Rahn venne invitato
a far pressioni su Hitler a favore della soluzione Valtellina. Sembra che a
Mussolini non dispiacesse nemmeno l’ipotesi del Friuli o del Cadore, anche
per l’evocazione di gloriose memorie della “Grande Guerra”, ma solo nel caso
che l’intera zona fosse stata sgomberata dalla diretta amministrazione
civile tedesca. Per quanto riguarda il Cadore, esso ispirava qualche ipotesi
strategica in virtù non solo delle realizzazioni fasciste in chiave
antitedesca della fine degli anni 30, ma addirittura per la presenza dei
ruderi della Fortezza Cadore-Maè risalenti alla fine dell’800 e dei primi
del ‘900. Forse qualcuno nutriva la speranza, invero assai peregrina, di
riciclare i “forti corazzati” del Tudaio, del Rite, del Vidal... Rahn
peraltro ribadiva l’impossibilità di effettuare rapidamente un trasferimento
dell’apparato governativo in Friuli o in Cadore, in quanto il territorio in
questione avrebbe dovuto essere anzitutto ripulito completamente dalle bande
partigiane. I timori di doversi spostare precipitosamente in una zona ancora
non convenientemente preparata, indussero Mussolini il 24 settembre a
scrivere personalmente a Rahn, prospettando un trasferimento di pochi
chilometri, nella zona a nord di Riva del Garda, a Stenico. Hitler rifiutò
tale scelta, soprattutto perché la concentrazione di formazioni fasciste in
vicinanza della via principale di rifornimenti del Brennero costituiva un
non lieve disturbo alle operazioni militari. Hofer da parte sua propendeva
per assegnare subito a Mussolini una zona in territorio germanico,
precisamente a Colle Isarco, non troppo lontano dal progettato quartier
generale dell’“OB.” Sud-ovest a Brunico. Il desiderio del Duce di
trasferirsi in un territorio delle zone d’operazione fu stornato infine
dalla decisione di recarsi a Milano per tentare da lì l’estrema resistenza
in Valtellina. Walter Musizza Giovanni De Donà
il Corriere delle Alpi — 06 aprile 2008 pagina 40
sezione: SPETTACOLO
Il monte Rite non può prescindere dal forte
Non sappiamo fino a che punto certe dichiarate perplessità
fiorite sulla stampa regionale circa il futuro del Museo nelle nuvole sul
monte Rite rispecchino davvero il pensiero e la volontà di Messner e
dell’amministrazione comunale cibianese guidata da Guido De Zordo. Diciamo
anzitutto che abbiamo sempre seguito con interesse e ammirazione quanto il
grande Reinhold, Regione Veneto, Provincia di Belluno e Comuni di Cibiana e
Valle sono riusciti a realizzare sul Rite in questi ultimi anni. Anzi,
possiamo dire in qualche modo di aver dato un modesto contribuito
all’impresa, sia partecipando al convegno organizzato nel Palazzo della
Magnifica comunità a Pieve di Cadore il 28 giugno 2002, sia curando la
pubblicazione di un nuovo libro dedicato al forte di monte Rite, sia,
infine, curando la parte storica di un fascicolo illustrato stampato per
l’inaugurazione del museo.
Anche noi eravamo presenti domenica 30 giugno 2002 per quell’autentica festa
della montagna, che vide presenti duemila persone in vetta e non abbiamo
potuto sottrarci al fascino di una realizzazione che sapeva coniugare
originalmente passato e futuro, valorizzando intelligentemente opera della
natura e attività dell’uomo. E del resto come non apprezzare il coraggio e
la lungimiranza con cui era stata perseguita la sinergia tra la “poesia” dei
monti Pallidi, ovvero i quadri, i libri, i reperti alpinistici ospitati nel
corridoio e nelle riservette della batteria del forte, e la “prosa”
dell’imprenditorialità turistica, ovvero gli efficienti servizi di ristoro
ed albergo offerti nella vicina e restaurata caserma?
Va detto d’altra parte con altrettanta sincerità che chi come noi, che da
più di 20 anni si occupa di storia cadorina in generale e di fortificazioni
della Grande Guerra in particolare, guarda oggi con una certa delusione allo
spazio riservato alle pagine militari e civili del Rite e del suo forte,
concepito finora, nel contesto del museo, più come contenitore che come
autentico protagonista, nonostante esso si palesi degno di visita e di
studio per le sue stesse caratteristiche storiche ed architettoniche. Siamo
convinti che ciò che la logica, pur spietata, della guerra ha voluto
costruire quassù costituisca oggi un’autentica risorsa, che certo deve
essere coniugata e declinata intelligentemente in sinergia con tante altre
iniziative, ma comunque mai bypassata. I forti di monte Tudaio, di col Vidal,
di monte Miaron, di pian dell’Antro, di col Vaccher sono per il Cadore
altrettante risorse turistiche, che chiedono di essere degnamente
valorizzate e sfruttate, eppure ben poco abbiamo potuto vedere in tal senso
finora sul più bel balcone della val Ansiei. Sul Rite il “miracolo”
prospettato 6 anni fa, ovvero il riuscito accordo tra politica, cultura ed
affari, non sembra aver puntato molto sulle potenzialità offerte dalla
storia delle fortificazioni e della guerra preparata.
Il forte è stato finora utilizzato come mero “contenitore” e non si è
manifestata una congrua attenzione al suo valore storico e documentario. Il
nostro sogno è stato invece sempre quello di un forte corazzato
“filologicamente” restaurato, con cupole girevoli, apparati e locali vari
riportati alle loro fattezze originali del 1915, ma - lo ammettiamo - questo
non era e non è possibile per molte ragioni. Ma ciò non toglie che non si
posa sfruttare e valorizzare al massimo quanto rimane, sia a livello di
pietre, sia per ciò che concerne le memorie orali e scritte.
Secondo noi, la prima domanda che si pone l’escursionista salito in cima è:
“Cos’è questo immane impianto? chi l’ha voluto? A che fine?”. Non ci sembra
che dirgli “se vuoi c’è un libro in proposito”, sia risposta valida e
sufficiente. Per noi ogni costruzione del forte (caserma, magazzino,
batteria, depositi, laboratori...) dovrebbe avere un pannello esplicativo
all’esterno in grado di fornire succinte informazioni su funzione,
caratteristiche ed epoca di costruzione, nonché una descrizione dell’aspetto
originale e degli interventi ora effettuati, mentre non dovrebbe mancare una
saletta, ovvero ex-riservetta, dedicata esclusivamente alla storia del
forte, alla sua planimetria, al materiale documentario esistente, ai
recuperi degli anni’20...
Ciò non solo in omaggio alla storia militare che ha coinvolto tutto il
Cadore fin dalla conclusione della III guerra d’indipendenza, ma pure in
ricordo di quelle maestranze locali che, come muratori e scalpellini,
trovarono nella guerra preparata un surrogato all’emigrazione.
Allorché pubblicammo, con altri amici e collaboratori, nel 1988, il primo
libro sul Rite, volemmo fosse dato ampio spazio alle piante, alle sezioni e
ai fronti di ogni costruzione, con rilevamenti fatti apposta e per la prima
volta da professionisti su ogni rudere esistente e credo che con la
ristrutturazione ora effettuata ancora più ricchi materiali siano
disponibili per una “presentazione” consona ed adeguata di quello che fu
alla vigilia della Grande Guerra l’impianto corazzato più moderno
dell’intera Fortezza Cadore-Maè.
Non crediamo che una documentazione in tal senso fornita dal vivo e sul
posto al visitatore, con possibilità di accedere pure agli immensi e
suggestivi depositi sotterranei, possa togliere alcunché al patrimonio
storico e artistico offerto da Messner. Anzi, la storia vera del Rite e del
suo forte non potrà che essere un arricchimento. Un valore aggiunto
insomma.Walter Musizza Giovanni De Donà
la Nuova di
Venezia — 02 aprile 2008 pagina 22 sezione: CRONACA
Belcaro promuove le associazioni «Avranno la gestione dei
fondi»
GAZZERA. Non sarà la rivoluzione che tutto cambia, ma di certo potrebbe
rappresentare un nuovo modo di vedere la gestione dei forti dell’ex campo
trincerato di Mestre, con conseguenze pesanti per i forti Gazzera e
Mezzacapo. La conferma arriva dall’assessore all’ambiente Pierantonio
Belcaro. Il Comune sta pensando di dare i fondi per la gestione e la
manutenzione delle strutture direttamente alle associazioni del vecchio
campo trincerato. Notizia che non può che soddisfare il comitato di gestione
di Forte Gazzera e l’associazione «Dalla guerra alla pace», realtà che vuole
recuperare il forte Mezzacapo di via Scaramuzza a Zelarino. «Stiamo pensando
a questa soluzione, affidando i finanziamenti direttamente alle singole
realtà» ammette Belcaro, sottolineando che sul territorio l’interfaccia del
Comune per la partita forti sono già le associazioni. Resta da capire, però,
come verrà messa in atto la novità in tutti i forti che sono ancora
off-limits (ad esempio il Mezzacapo) per i civili. In ogni caso i referenti
dell’associazione accolgono l’intenzione di Ca’ Farsetti come «una buona
notizia». La questione del passaggio dei forti dal demanio militare
all’amministrazione comunale è seguita in particolare dall’assessore al
Patrimonio Mara Rumiz. Ad accelerare la procedura, tra l’altro, dovrebbe
contribuire il fatto che la pratica delle strutture dell’ex campo trincerato
di Mestre è stata trasferita dalla sede centrale del Ministero della Difesa
a Roma al quinto reparto infrastrutture dell’Esercito a Padova. Al momento,
a essere utilizzato è il solo forte Gazzera di via Brendole, che da tempo
ospita una serie di iniziative culturali nel corso dell’anno, con spazi al
suo interno dedicati a vari musei, uno dei quali dedicato agli antichi
strumenti di lavoro. Diversa, invece, la situazione di Forte Mezzacapo,
dove, tra l’altro, pesa ancora la questione della bonifica dell’amianto, con
parecchie delle strutture presenti all’interno del perimetro che nel corso
del tempo hanno accusato cedimenti. (Maurizio Toso)
Importante
Riceviamo la segnalazione
della scomparsa della targa che potete vedere in
allegato.
Si tratta dell’ennesimo
danno perpetrato contro il patrimonio storico della Grande Guerra e,
purtroppo, di un fenomeno già radicato in altre aree del vecchio fronte
italo - austriaco che adesso si sta affacciando anche nell’area compresa tra
Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia.
Per cercare di limitare
l’azione di questi “ladri di Storia” e comunque per dare un segnale forte,
un’associazione locale molto attiva nel campo della ricerca storica
provvederà a sporgere denuncia così come previsto dalla normativa in
materia.
Vi ringraziamo
anticipatamente se potrete darci delle informazioni a riguardo
Marzo
il nostro amico Luigi Tamborrino dell' Associazione
Culturale Campo Trincerato di Roma, ci informa che ha deciso di candidarsi alle
elezioni comunali di Roma, nelle liste della Sinistra-Arcobaleno.
Dopo aver fondato l'associazione
e aver tentato in tutti i modi possibili di essere ascoltato dalle autorità, ha
deciso di tentare la elezione al consiglio comunale. Se questo avverrà, ci sarà
realmente nella capitale la possibilità di varare un piano di qualificazione del
Campo Trincerato di Roma.
Tanti auguri
il Corriere delle Alpi — 29 febbraio
2008 pagina 29 sezione: PROVINCIA
Col Piccolo, il forte in vendita
VIGO. Sarà valutata anche l’opportunità da parte di soggetti privati locali, di
acquisire dal demanio militare il comprensorio di col Piccolo, sul quale il
comune vanta diritto di prelazione. L’indagine conoscitiva volta a chiarire
vantaggi e problematiche di dar corso ad un’eventuale azione in tal senso, su
richiesta del consigliere Giuseppe Barreca, è tra i punti all’ordine del giorno
della riunione del consiglio comunale prevista per stasera nella Biblioteca
storica cadorina.
E in effetti sarebbe ora che l’Oltrepiave si riappropriasse di una pagina
importante della sua storia contemporanea, di un comprensorio che costituisce un
singolare spaccato di architettura militare, ovvero dell’evoluzione della
scienza e della politica difensiva e fortificatoria del Regno d’Italia dalla III
guerra d’indipendenza alla Grande Guerra.
Oltre a essere intonso documento e fonte di studio, il forte corazzato di Col
Piccolo, situato in linea d’aria a poca distanza dal centro abitato e dalla
stessa Pieve di San Martino, sommerso dalla vegetazione e soprattutto celato
gelosamente per decenni dagli interessi militari che gli ruotavano intorno, è
ricco di curiosità e potenzialità economiche per l’intera collettività locale.
Con esso la strategia italiana di fine ’800 concepì uno dei suoi progetti più
eclatanti e dispendiosi: la realizzazione di un forte corazzato che, con le sue
quattro cupole corazzate e la sua batteria a prova di bomba, avrebbe dovuto
contrastare qualsiasi provenienza nemica dalla Val Ansiei e dal Comelico,
proprio davanti al nodo strategico di Cima Gogna e al crocevia di Tre Ponti.
Anzi, si può riconoscere nel forte di Col Piccolo il progenitore di ogni sforzo
difensivo esplicato successivamente in Cadore, a cominciare dagli imponenti ed
altissimi forti del Tudaio (m. 2114) e del Vidal (m. 1900), voluti quali opere
alte, destinate ad integrare appunto la più antica opera bassa e ad agire in
sinergia con essa contro le citate, e sempre paventate, penetrazioni nemiche.
Dopo che già nel 1898 lo Stato maggiore aveva affermato la necessità di un’opera
robusta alla stretta di Tre Ponti, nel 1904 ci si decise ad occupare stabilmente
Col Piccolo con 4 cannoni da 149 G in pozzi a copertura metallica, e negli anni
1906-1907, grazie a nuovi finanziamenti, fu realizzata un’interessante opera
corazzata con polveriera in caverna. Negli anni successivi fu completato il
forte, dotato di ricoveri, riservette, depositi sotterranei, nonché di
un’intricata rete di camminamenti e difese accessorie. Si trattava di una vera e
propria cittadella fortificata, in grado di far fronte a qualsiasi assalto
nemico, e di resistere pure nel contesto di un Cadore completamente invaso dal
nemico.
Purtroppo anche il forte di Col Piccolo fu abbandonato, come del resto tutti i
suoi “fratelli” d’alta quota, il 7 novembre 1917, davanti all’incalzante
avanzata austro-tedesca. Il presidio si allontanò da Vigo senza nemmeno avere il
tempo di sabotarlo e di prelevare da esso le notevoli scorte di viveri e di
munizioni colà depositate.
Tutto fu lasciato al saccheggio della popolazione locale prima e delle truppe
d’occupazione nemiche poi, truppe che nel 1918, a ritirata invertita, finirono
col fare loro ciò che i nostri non avevano saputo fare un anno prima, cioè far
saltare in aria il “cuore” del forte. Alle ore 11 del 21 ottobre 1918 gli
austriaci collocarono al suo interno 40 quintali di gelatina e provocarono
un’esplosione enorme, che fece volare a 500 metri di distanza gli spicchi delle
corazze pesanti quintali e che provocò nella popolazione indescrivibile
spavento.
Nel dopo guerra il forte di Col Piccolo vegetò a lungo, solo parzialmente
rivisitato in chiave strategica negli anni’30, nel contesto dei timori di
Mussolini per l’Anschluss tedesco e del relativo potenziamento delle difese
italiane sulle Alpi orientali.
Ma una sorpresa era riservata al nostro forte tra gli ineffabili meandri della
storia. Quella che doveva essere un’importante opera di difesa contro l’invasore
austriaco, divenne invece un punto di forza dell’occupazione tedesca nel 1944.
L’11 settembre il forte fu conquistato dai partigiani della Calvi e i 28
difensori fatti prigionieri. La rappresaglia tedesca non si fece attendere: il
12 settembre un centinaio di uomini, dopo aver minacciato di distruzione
l’intero paese di Vigo, riconquistò il forte, sottoposto in quell’occasione ad
un pesante bombardamento di mortai.
Alla fine del ‘900 l’impianto fu ampliato, modernizzato e trasformato in centro
di trasmissioni dati, ma da anni ormai la sua valenza militare è divenuta nulla
o quasi in seguito ai nuovi equilibri internazionali e ai tagli operati alle
spese militari. Walter Musizza Giovanni De Donà
28
febbraio 2008
Recupero delle
Sentinelle delle Alpi
Testimonianza storica dell'ingegneria militare e strategica, le Sentinelle delle
Alpi - questo il nome del progetto europeo di sviluppo turistico dell'area
transfrontaliera - sono le destinatarie di azioni di "recupero funzionale e
valorizzazione del sistema delle fortificazioni alpine italo-francesi", lanciate
nella scorsa programmazione di Interreg Italia-Francia "Alcotra" e oggi ribadite
nella nuova ondata di progetti transfrontalieri europei del periodo 2007-2013.
Gli interventi riguarderanno 5
fortificazioni situate sul versante italiano (Bard in Valle D'Aosta e Bramafan,
Exilles, Fenestrelle e Vinadio in Piemonte) e ben 29 siti storici militarizzati
sul lato alpino francese (il più settentrionale è il "Fort du Mont" vicino ad
Albertville, in Savoia ed il più meridionale a Sainte-Agnès, nel dipartimento
delle "Alpes Maritimes", a pochi chilometri dalla Costa Azzurra). Costruite e
modificate nei secoli da grandi geni dell'ingegneria militare e strategica come
il Marchese di Vauban o l'architetto Ignazio Bertola, per le "Sentinelle delle
Alpi" si conclude l'epoca dell'isolamento e si passa alla fase in cui, per
riconquistare e promuovere il patrimonio comune della storia alpina, si passa
alla logica di messa in rete delle fortificazioni
Il recupero delle opere sarà
ispirato alle seguenti linee guida:
- Gli interventi
architettonici avranno caratteri di tipo minimalistico (interventi di tipo
leggero, filologica mente orientati, ricerca, analisi e applicazione di
tipologie analoghe coeve); interventi di tipo impiantistico e tecnico studiati
con gli accorgimenti utili ad evitare ogni invasività; ripristino delle parti
mancanti, rovinate o improprie con utilizzo di elementi desunti dalla
manualistica o realizzazioni coeve.
- L'intervento sarà articolato
secondo due fasi tra loro strettamente correlate e complementari: la
conservazione e il restauro del bene. Secondo i principi del restauro integrato,
si eseguiranno tutti gli interventi utili per la corretta conservazione del
monumento, ma anche condotti con attenzione per il recupero degli assetti
tipologico-costruttivi di componenti specifici delle tecniche costruttive e dei
materiali.
- Gli assetti esterni della
fortificazione saranno mantenuti invariati, con semplici interventi di restauro
e integrazioni filologica mente orientate;
- Ogni intervento di recupero
sarà guidato da una attenta analisi storico-filologica del bene, tale da
formulare precisi indirizzi per il loro recupero.
La realizzazione del progetto
vede protagonisti la Regione Piemonte (capofila del progetto) e l'organismo
francese "Mission Développement Prospective". Ad essi si aggiunge come partner
la Regione Autonoma Valle d'Aosta che insieme alle province di Torino e Cuneo e
ai dipartimenti francesi "Savoie", "Hautes Alpes", "Alpes de Haute Provence e "Alpes
Maritimes", vede il proprio territorio coinvolto come pressoché l'intera
frontiera italo-francese.
La progettazione è partita con
l'analisi della situazione pregressa che evidenziava frammentazione, mancanza di
comunicazione tra gli enti operanti nei luoghi delle fortificazioni ed anche
esigenze di miglioramento della gestione dei siti e dell'accessibilità alle
"Sentinelle". Ciò ha spinto verso la realizzazione di interventi concreti (con
un costo complessivo di oltre 6 milioni di euro ottenuti dal Fondo Europeo di
Sviluppo Regionale e da contributi pubblici ed autofinanziamenti da parte
italiana e francese), che hanno visto lavorare fianco a fianco sui due versanti
decine di responsabili con l'obiettivo ultimo di legare il recupero dei siti
alla loro funzione di diversificazione turistica trainante per l'intera area
transfrontaliera.
La rete si è attivata negli
scorsi anni, in concomitanza con l'ondata di visite attesa anche dalle Olimpiadi
Invernali di Torino 2006 e ha portato sullo spazio dei 34 siti fortificati alla
nascita di esposizioni, stagioni di spettacoli musicali, escursioni e visite
guidate "teatralizzate", tutte iniziative sorte dalla comune identità dei siti
strategici di frontiera, caratterizzati da una indiscutibile monumentalità. Fra
le iniziative più recenti figurano la nascita di un percorso museografico all'Esseillon
(Savoie), le giornate di scoperta al Tenda (Alpes Maritimes) e l'allestimento
del "Museo delle Alpi" e della mostra "Alpi di Sogno" presso il Forte di Bard
(Valle d'Aosta). Nota di colore è anche la creazione dei "menus Vauban", con
ricette ispirate ai secoli XVII e XVIII. "Dal prossimo giugno - annuncia Muriel
Faure di Mission Développement Prospective - dovrebbe avere inizio il seguito di
Sentinelle delle Alpi che si baserà su un programma di azioni ed eventi nei
forti nel periodo 2008-2010". Si preannunciano iniziative a forte impatto
turistico come itinerari "di forte in forte", possibilità di visite virtuali ed
organizzazione di esposizioni itineranti nel circuito delle Sentinelle alpine.
Che anziché attendere i nemici, oggi aspettano sempre più i turisti.
Per altre informazioni,
consultare il sito web: www.sentinellesdesalpes.com
19 febbraio L'amico Marco Mantini ci
segnala che sul sito
www.grandeguerrafvg.org si possono vedere le
immagini
relative ad un episodio spiacevole. Ignoti vandali hanno imbrattato
nottetempo tutta la segnaletica del parco transfrontaliero del Kolovrat
recentemente realizzato nell’ambito del progetto Sistema difensivo della
prima guerra mondiale 1915 - 1918 – 2ª - 3ª linea di resistenza (INTERREG
IIIA IT/SLO).
Gli autori hanno reso
inservibile la cartellonistica posizionata su entrambi i lati del confine
italo-sloveno dimostrando un’idiozia
transfrontaliera non comune mascherata da slogan pseudo
pacifisti.
scarica una foto
la Nuova di Venezia — 13 febbraio 2008 pagina 23
sezione: CRONACA
Mezzacapo e Gazzera, forti ora più vicini
GAZZERA. Il termine tecnico, magari, è bruttino. Ma sono in molti,
tra amministrazione comunale e associazioni, che speranto tanto nei futuri
sviluppi dello «sclassificare». Già, perché questa parola significa soprattutto
una cosa: che si accelerano i tempi per un reale passaggio del lotto di forti
che comprende Gazzera, Mezzacapo e Pepe dal demanio militare al Comune. Al
momento tutte le aree sono ancora di proprietà dell’esercito, ma con una
(decisiva) differenza: ora la partita non è più trattata a Roma dal ministero
della Difesa, ma a Padova, negli uffici del V Reparto Infrastrutture. Lo
spostamento geografico è stato determinato proprio dalla sclassificazione del
lotto, un’operazione che ora dovrebbe creare meno ostacoli alla cessione
definitiva dei tre forti al Patrimonio. Anzi, pare proprio che il V Reparto
infrastrutture abbia tutto l’interesse a chiudere al più presto il passaggio
delle strutture, circostanza che, ben inteso, non dispiace nè al Comune nè alle
associazioni. Restando a quella che è la prassi, detto che già esiste un
contratto preliminare di vendita ora bisogna passare a quello definitivo,
firmare il tutto: da quel momento la cessione sarà operativa, con tempi dettati
soprattutto da Padova. Per quanto riguarda Chirignago-Zelarino, l’attesa
maggiore riguarda i forti Gazzera e Mezzacapo di Zelarino, quest’ultimo in
condizioni precarie. Una volta che sarà chiusa l’operazione di passaggio con la
firma del contratto definitivo, tra l’altro, sarà possibile rendersi conto
finalmente di quali interventi siano necessari per risanare la parte interna
della struttura di via Scaramuzza, dove tra l’altro c’è ancora da risolvere il
problema dello smaltimento dell’amianto. Diversa la posizione di Forte Gazzera,
invece, con ogni probabilità una delle postazioni militari dell’ex campo
trincerato di Mestre più utilizzate dalla collettività. In questo caso la
cessione effettiva del forte non comporterà una sua riapertura al pubblico, ma
potrebbe in futuro aprire nuovi scenari relativi al suo utilizzo. Spiegato
meglio: finora l’accesso alla parte interna del forte, dove si sono già svolte
molte manifestazioni culturali, era regolato da una convenzione, da un accordo
che poteva essere revocato. Superata una situazione di precarietà, insomma,
l’utilizzo del forte, ora curato da un comitato di gestione formato da
volontari, potrà essere incrementato, non a caso è già stata ipotizzata la
creazione di nuovi percorsi per le visite guidate, con tanto di richieste di
lavori di manutenzione all’assessorato all’Ambiente. Detto questo, però, va
sempre ricordato che gran parte delle aspettative per il futuro sono legate alle
prossime mosse del V Reparto Infrastrutture di Padova.
la Nuova di Venezia — 10 febbraio 2008 pagina 26
sezione: CRONACA
«Togliete l'amianto dal forte»
ZELARINO. Non chiedono tanto quelli dell’associazione «Dalla guerra alla pace».
Solo di capire perché l’amianto presente a forte Mezzacapo, la struttura
militare di via Scaramuzza a Zelarino che dovrebbe passare al Comune, non viene
bonificato. Per questo hanno chiesto, e ottenuto, un incontro con Paolino
D’Anna, presidente della commissione Ambiente del Comune. «Ci vedremo nei
prossimi giorni», spiega da parte dell’associazione Vittorino Darisi, «vogliamo
capire a che punto è la situazione, visto che l’impressione è che negli ultimi
tempi non si sia mosso nulla per Forte Mezzacapo. In questi mesi abbiamo chiesto
chiarimenti un po’ a tutti, dal Comune all’Arpav, senza avere però risposte». Il
nodo di Forte Mezzacapo è tra i più complessi all’interno della partita delle ex
postazioni dell’esercito che sono in procinto di passare nelle mani
dell’amministrazione comunale. La parte interna del forte, infatti, è ancora
interdetta ai civili, circostanza che però in passato non ha impedito che
malinenzionati penetrassero all’interno della struttura. Non bastasse questo,
più volte il Comune ha espresso la preoccupazione che, nel caso non si provveda
al più presto al restauro del forte, si rischi di avere alla fine a disposizione
una struttura molto compromessa. Problema amianto a parte, il rischio è che alla
fine il Comune si trovi per le mani uno spazio che prima di essere riconsegnato
alla collettività richieda una grossa spesa in manutenzioni. (m. t.)
da altraeconomia del 30 gennaio 2008
Il laboratorio
di marghera
Il futuro utilizzo di Forte Marghera è al vaglio delle associazioni di Mestre,
contrarie alla destinazione fieristica pensata dalla Marco Polo System. Negli
ultimi due anni hanno animato l’estate del Forte (l’iniziativa si chiamava “Vivi
il Forte”), sperimentando le possibilità offerte dalla struttura.
A fine agosto presenteranno al Comune il risultato del laboratorio di
progettazione partecipata che da metà aprile ha visto coinvolte 15 realtà
territoriali -tra le altre il Venezia Social Forum- con l’aiuto di un gruppo di
supporto formato da un architetto, un urbanista e tre esperti in scienze
ambientali e naturali.
“Il nostro obiettivo è che il Forte sia destinato esclusivamente a usi sociali,
a ciò che la cittadinanza vuole e non a quello che il Comune decide per la
cittadinanza. Vorremmo chiedere al Comune di attivare un laboratorio di
progettazione partecipata” spiega Angela Granzotto, dottoressa in Scienze
ambientali e membra dei gruppo di supporto. “Tra le idee emerse -racconta
Stefano Giorgetti, l’architetto del gruppo- ci sono l’educazione e la protezione
ambientale, legati al tema dei consumi e della sostenibilità. Vorremmo fare del
Forte anche una casa per le associazioni e un museo della città e delle
trasformazioni della laguna, che ad oggi non esiste. Un’altra possibilità è
quella dell’ospitalità sociale: un campeggio, anche nautico, a basso impatto
ecologico”.
Il processo ha attraversato tre fasi: l’informazione delle associazioni
(culturale, sul forte e la sua storia), la discussione (su quello che si
dovrebbe fare del forte) e la fase decisionale (in cui si è fatta una sintesi
delle proposte emerse).
la Nuova di Venezia — 12 gennaio 2008 pagina 21
sezione: NAZIONALE
«Abbattuto il bunker C'erano i permessi?»
ALBERONI. Un’istanza al Magistrato alle Acque, alla Soprintendenza e alla
Procura per sapere se esiste l’autorizzazione alla demolizione del bunker degli
Alberoni, di proprietà demaniale, raso al suolo dalle ruspe del Consorzio
Venezia Nuova per far posto a una strada a lato del molo (notizia riportata in
questi giorni dalla Nuova). L’ha annunciata l’avvocato Mario d’Elia,
rappresentante dell’Associazione consumatori. «Mi stupisco che questa cosa passi
sotto silenzio», dice, «certo il bunker era in cemento e non aveva particolare
valore architettonico. Ma faceva pur sempre parte di un periodo storico della
nostra città che non deve andare perduto. Si potevano pensare visite guidate a
questo tipo di fortificazioni, portare gli studenti. E’ rimasto lì per mezzo
secolo e adesso viene demolito». Nell’istanza che sarà inviata per conoscenza
anche alla Procura, l’avvocato chiede di sapere se ci fossero i permessi per
abbattere l’edificio di proprietà dello Stato. E infine, «se i lavori di
demolizione siano stati svolti in completa sicurezza». «Sappiamo tutti»,
continua il legale, che ha casa al Lido, «come fino a qualche decennio fa il
cemento armato fosse fatto con dentro anche amianto, sostanza molto pericolosa
per la salute. Gli operai sono stati tutelati a sufficienza? E che fine hanno
fatto quei materiali? Le particelle possono essere state disperse in laguna». Il
bunker degli Alberoni forse non era vincolato e non aveva valore di pregio
architettonico. Ma la sua demolizione ripropone con forza, secondo il legale, la
questione dei controlli sui grandi lavori in corso in laguna per le opere
preliminari del Mose alle bocche di porto. (a.v.)
“I
recuperanti”, un film di Ermanno Olmi (1970).
Questa recensione ha lo scopo di ricordare la principale causa del degrado in
cui, al giorno d’oggi, vessano la maggior parte delle fortificazioni del fronte
alpino della Grande Guerra.
Una causa che, nonostante abbia lasciato a noi un ammasso di monumentali ruderi,
ha permesso ai nostri nonni e ai nostri padri di ricavare il materiale
necessario a costruire e riprendere la vita nei paesi devastati dalla guerra.
Lo splendido realismo con cui il film che andrò ora a descrivervi si ambienta
nella storia e nel paesaggio dell’Altopiano di Asiago e delle valli circostanti
è il motivo principale per cui ho deciso di scrivere questo articolo.
Al
realismo del contesto si affianca quello dei personaggi, e in particolare della
loro relazione: una perfetta pennellata che in un movimento disegna l’incontro
di due uomini, un anziano reduce della prima guerra e un giovane alpino appena
tornato a casa dalla campagna di Russia del 1943. Entrambi legati alla propria
terra e segnati dalla necessità di affrontare una nuova vita, anche se in
direzioni diverse.
La
scenografia del film è scritta da Mario Rigoni Stern, che nel 1995 parlerà
ancora di recuperanti nel suo “Le stagioni di Giacomo”.
L’inizio del film vede Gianni, il giovane alpino, rientrare sull’Altopiano a
piedi: non vengono effettuate digressioni sui suoi trascorsi nella campagna di
Russia, ma il giovane è istantaneamente proiettato nella dimensione del presente
e del suo paese. Viene immediatamente riconosciuto dai suoi compaesani che gli
dimostrano subito affetto, ma altrettanto presto si accorge che qualcosa è
cambiato: il padre vedovo si è risposato con una ragazza di molto più giovane e
il fratello sta per partire alla volta dell’Australia. L’unico affetto che
rimane presente e costante è quello della fidanzata. Ma come fare per costruirsi
una nuova vita assieme a lei e ottenere la sicurezza economica necessaria?
Partire per l’Australia significherebbe un nuovo allontanamento, ma restare
sull’Altopiano, già fortemente impoverito dalla distruzione che la popolazione
aveva dovuto affrontare venticinque anni prima, equivale ad andare incontro a
problemi economici apparentemente senza uscita.
Gianni decide di rimanere, e prova, assieme ad altre persone che vivono la sua
stessa situazione, a mettersi al lavoro in una vecchia segheria dismessa durante
la guerra, affidandosi, come da sempre nella tradizione dei Cimbri, ai boschi di
Asiago per la propria sopravvivenza. Purtroppo, se la natura è benevola nei suoi
confronti, non lo è certo la burocrazia che li costringe a fermare l’attività.
Fortuitamente una sera, dopo una sofferta discussione con la fidanzata e quasi
deciso a partire, incontra per strada quello che sembra un vecchio ubriacone che
canta sguaiatamente seduto in un vicolo. Gianni lo riconosce: è il Du. Gianni si
stupisce che sia ancora vivo. Il Du è un uomo che ne deve avere passate
sicuramente delle belle: lo si capisce dal suo comportamento schietto e
dissociato, dal suo rapporto con il vino, la grappa e il tabacco e dal modo
disinvolto in cui ostenta un patrimonio di banconote stropicciate tirate fuori
dalla tasca della giacca. Non parlerà mai chiaramente di sé durante il film, ma
farà capire molte cose: se l’è sempre cavata in situazioni difficili, non crede
nei confini, ha conosciuto austriaci, francesi, americani (parla bene il
tedesco, il suo stesso soprannome, Du, significa “tu”, in tedesco), non si
capisce con chi abbia combattuto fino al 18, se con gli italiani o con gli
austriaci, ma sicuramente ha combattuto, e molto probabilmente sulle sue stesse
montagne.
Inizia così la seconda parte del film, che vede i due cimentarsi nella più
redditizia (e pericolosa...) delle attività possibili in quel contesto: il
recupero di materiali bellici.
E’ veramente documentaristico il loro movimento sul territorio alla ricerca di
metalli e bombe inesplose.
Una lunga scena di disinnesco avverrà nel forte Corbìn, uno dei pochi forti
ancora ben conservati proprio perché risparmiato dai recuperanti: come la
maggior parte delle fortificazioni italiane, infatti, non era costruito con
cemento pesantemente armato, ma piuttosto con semplice cemento e pietre. Ben
altra sorte toccherà a certi ben progettati forti austriaci, come il Luserna o
il Cherle.
Altre scene saranno ambientate tra le montagne, le trincee e i camminamenti,
ripercorrendo, con brevi incisi e narrazioni, episodi della guerra.
Anche la storia raccontata da Du sulla corazzata smontata e nascosta tra le
trincee, storia che lo stesso spettatore del film potrebbe identificare come di
fantasia ed esagerazione, si basa su un fatto reale. Negli anni precedenti al
conflitto l’impero Austro-Ungarico aveva stanziato nuovi fondi per finanziare la
Marina Militare Asburgica ed era stata avviata la produzione di nuove navi ed
armamenti navali (cosa che a noi potrebbe sembrare alquanto strana, dati gli
odierni confini dell’Austria; dobbiamo però ricordare che fino al 1918
comprendeva anche Croazia e Slovenia). Questo materiale, ancora non completo e
assemblato all’inizio del conflitto, è stato poi letteralmente “riciclato” tra
le alpi, come dimostra la presenza in Valsugana di un enorme cannone da marina
(soprannominato poi “Georg”) che dalla ferrovia nei pressi del lago di
Caldonazzo batteva tranquillamente i paesi di Gallio e Asiago con l’aiuto di un
biplano da ricognizione austriaco per ottenere i dati di aggiustamento del tiro.
Una sorte simile sarebbe toccata anche alla Valsugana, dove cadevano per errore
i colpi sparati con alzo troppo elevato dal forte italiano di Campolongo a
quello austriaco di Cima Vezzena.
Il film procede con alcune avventure, alcune particolarmente tristi.
Viene prima seguita la fase di disinnesco di un’enorme bomba da mortaio,
eseguita magistralmente da Du che sembra prendersi una rivincita nei confronti
di quell’oggetto che ha portato via fin troppe vite umane.
Poi il resoconto di un incidente: due altri ragazzi della zona perdono la vita
per colpa di un’esplosione durante un tentativo di recupero.
Infine il ritrovamento di alcuni cadaveri di soldati in una trincea emersa
grazie all’utilizzo di un metal detector, reperito tra i materiali dismessi
dall’esercito americano penetrato in Italia nel 1943.
Tutti questi episodi convinceranno Gianni a trovarsi una meno pericolosa
attività da manovale nei cantieri delle nuove case costruite da grandi imprese
edili nella zona di Asiago nel secondo dopoguerra. Il Du continuerà invece a
vivere come ha sempre fatto, concedendosi un ultimo sguaiato e riflessivo saluto
al nuovo operaio impegnato nella costruzione di un edificio.
Un film, questo, assolutamente da conoscere per tutte le persone che hanno cari
i luoghi e gli avvenimenti accaduti sul fronte alpino della Prima Guerra
Mondiale.
Daniele Roat
scarica alcuni fotogrammi del film
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