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Remondò: interesse nei confronti dell’ex base militare dell’aviazione
Da vigevano24.it del 15 gennaio 2020

 

Oltre alla realizzazione di un museo e della base per osservatori civici anche l’interesse di una società sportiva che si occupa di soft air. La base militare ospiterà guerre simulate. Venerdì si assegnerà ufficialmente il bando alla società che gestirà l’area. L’idea è quella di far rinascere la sede dei mitici “Puma” attraverso una importante partnership commerciale

 

L’indiscrezione di qualche mese fa circa il recupero della base aeronautica di Remondò con il filone del "soft air" e degli appassionati delle guerre simulate, si è rivelata fondata. L’amministrazione comunale di Gambolò, guidata dal sindaco Antonio Costantino, chiuderà venerdì la vicenda con l’assegnazione ufficiale del bando.
Due le società che hanno manifestato interesse per il discorso soft air. Si tratta di un genere di sport - svago che negli ultimi anni sta ottenendo un crescente interesse, soprattutto da parte dei giovani e dagli amanti dei giochi di ruolo.
“Posso evidenziare – ci aveva già detto l’autunno scorso Costantino - che attorno alla rinascita della base militare di Remondò c'è un grande interesse. Un partner commerciale che ci può aiutare, anche finanziariamente e con basso impatto ambientale, ad un rilancio sostanziale di un'area importante non solo per Gambolò, ma per tutta la Lomellina, sono convinto che l'intero territorio, soprattutto a livello di indotto e sviluppo economico determinato dal crescere di nuove e moderne attività possa avere una ricaduta assolutamente positiva”.
Antonio Costantino, nel ribadire con forza l’attaccamento a Remondò dove ha sempre vissuto ed alle forze militari azzurre, già qualche mese fa a lato dell’approvazione del bilancio 2019 aveva annunciato la realizzazione del progetto “Il Puma rinasce”. Presso l’ex caserma militare sarà realizzato, un museo della tecnologia, la sede degli osservatori civici e un museo dell’aviazione

 

 

Stefanini: «La nuova urbanizzazione distruggerà la Casamatta del tempo di guerra»
Da ilgiunco.net del 15 gennaio 2020

FOLLONICA – «Quello che non riuscì alla guerra e al passare degli anni rischia di riuscire alla nuova urbanistica, che sembra mettere a rischio l’esistenza della casamatta». afferma Marco Stefanini che prosegue «Per il complesso dei Poggetti ci ha pensato il tempo e la natura, rendendo praticamente inaccessibile dalla fitta macchia quello che rimane della batteria, che si trova in terreno agricolo privato. Per la conservazione della casamatta al Rondelli non rimane che sperare nel recepimento delle osservazioni fatte alla variante».
«La seconda guerra mondiale, fortunatamente, fu clemente con Follonica… Il fronte passò abbastanza velocemente e gli scontri si concentrarono sui boschi di Montioni e nella zona di Perolla/Accesa dove ci furono combattimenti di carri armati che ebbero come meta la liberazione di Massa Marittima.

A Follonica esisteva una serie di casematte costiere, presidiate da italiani prima e tedeschi dopo l’8 settembre, strutture che sono andate tutte distrutte nel corso degli anni». «Resistono, con tutti i problemi relativi al passare dei decenni, due soli siti che ricordano la Seconda guerra mondiale: il complesso di batterie antiaeree del 1° gruppo artiglieria P. C. localizzato in zona Poggetti, in una collinetta vicina al nuovo ippodromo, e che era costituita da una serie di piazzole con cannoni leggeri antiaerei e un complesso centrale con bunker, casermetta munizioni e alloggiamenti e la casamatta del Rondelli, ben visibile in quanto a pochi metri da quella strada Aurelia che stava a presidiare. Ricordi di anziani la collocano insieme ad altre due distrutte scomparse da molti anni» conclude Stefanini.

 

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Ducale di Alessano
Da lavocedimaruggio.it del 15 gennaio 2020

 

Il Palazzo Ducale di Alessano risale alla fine del XV secolo e venne costruito per volere della famiglia del Balzo, titolari del feudo. A questa famiglia successero i di Capua e, nel 1530, venne portato in dote da Isabella di Capua in seguito alle nozze col Principe di Molfetta Ferrante I Gonzaga. Furono i loro discendenti ad effettuare una serie di modifiche ed ampliamenti che trasformarono la struttura da fortezza in dimora residenziale.

Diversi sono stati gli ampliamenti e le modifiche strutturali effettuate nel corso dei secoli, in special modo per ciò che concerne gli ambienti al pianterreno, mentre quelli dislocati al primo piano, all’incirca nella parte centrale, sono rimasti inalterati, così come anche le relative scalinate. Anche l’originale prospetto principale non è più visibile all’esterno, poiché eclissato da un edificio risalente alla seconda metà del XVIII secolo e costruito per volere dell’allora proprietario Nicolò Ayerbo d’Aragona, secondo quanto risulta da un’epigrafe datata 1794. Nei primi anni del XX secolo la struttura venne acquistata da Carlo Sangiovanni, la cui discendenza risulta ancora oggi proprietaria del palazzo.

L’ingresso principale, alquanto sobrio, e ad arco a tutto sesto e bugnato. In alto si distingue il blasone della famiglia del Balzo e due medaglioni in cui sono incisi i ritratti di Francesco e Margherita del Balzo, con le loro iniziali separate da un volto con le ali, forse un angelo. Nel complesso il palazzo si presenta come una struttura fortificata, ingentilita dalla presenza di varie decorazioni.

Cosimo Enrico Marseglia

 

 

"Un patrimonio da conoscere: un'identità da conquistare" incontro all'Istituto Comprensivo di Sant’Eufemia Lamezia
Da lametino.it del 15 gennaio 2020

Lamezia Terme - Un approfondimento storico, il primo atto di una serie di attività ed esperienze di conoscenza e ricerca sul campo relative al progetto “Un patrimonio da conoscere, un’identità da conquistare” che si terrà il 17 gennaio, alle 9, nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo di Sant’Eufemia
Si tratta di un progetto inserito nel Piano triennale dell’offerta formativa della scuola per l’area tematica “Ambiente e territorio”, destinato ad ampliare il curriculo formativo delle classi quinte della primaria e prime della secondaria di primo grado, che prevede nella sua esplicazione formativa anche numerosi laboratori con artisti e creativi territoriali. Introdotti dalla dirigente Fiorella Careri, alla presenza dell’assessore comunale per il turismo e il territorio Luisa Vaccaro, gli storici Italo Leone e Lucio Leone affronteranno un percorso di analisi centrato su alcuni beni culturali territoriali individuati seguendo il criterio della valenza storica, della loro maggiore vicinanza al centro abitato di S. Eufemia in cui è ubicata e opera la scuola nonché della loro significatività nel proporsi come matrice identitaria comune attraverso cui riconoscersi figli di un territorio.
I due storici lametini, si soffermeranno con il loro sguardo analitico sul Bastione di Malta, sull’Abbazia di S. Eufemia nonché sulla chiesa di S. Giovanni e sui resti dell’abitazione del Balì a S. Eufemia Vetere, sulle Torri costiere.

Alla prima uscita pubblica finalizzata allo sviluppo del progetto, coordinato dalle docenti referenti Teodolinda Coltellaro e Nadia Rocchino, parteciperanno gli alunni e gli insegnanti delle classi coinvolte che saranno i veri protagonisti del percorso educativo che vede il suo avvio attraverso “una sostanziale introduzione alle radici storiche del territorio per meglio promuoverne lo studio e la conoscenza oltre a favorire la crescita dell’interesse necessario alla conquista del senso di appartenenza ad una comunità”.

 

 

Piemonte, la Val di Susa tra piste e fortezze
Da turismo.it del 15 gennaio 2020

Panorama con la Sacra di San Michele

Tra le più belle valli del Piemonte, la Val di Susa ha tutto quello che cerca il visitatore grazie alla sua ricca ed antica storia di cui diversi tesori offrono grande testimonianza, l’ottima gastronomia capace di sorprendere con deliziose prelibatezze e la meravigliosa natura che permette di praticare qualsiasi attività sportiva in ogni periodo dell’anno. Con queste premesse non è un caso che il suo territorio, compreso tra 39 comuni, sia la destinazione ideale per chi ama le vacanze ad alta quota. Se Avigliana è il centro della valle, Bardonecchia e Sestriere si ritagliano un ruolo di primo piano tra le località sciistiche più famose, ma ci sono poi Claviere, l’ultima meta in territorio italiano prima di varcare il confine con la Francia, Bussoleno, Cesana, Sauze d’Oulx o Susa che è conosciuta come la Chiave d’Italia grazie alla sua strategica posizione. Qualunque sia la scelta ogni località in Val di Susa riesce ad accontentare anche il visitatore più esigente grazie alle più diversificate proposte.
In inverno sono le centinaia di chilometri di piste perfettamente innevate a costituire il richiamo preferito per sciatori italiani ed europei, che qui possono destreggiarsi tra discese, snowoboard, fondo, sci alpinismo, eli ski. Per chi predilige invece un approccio slow perfette sono le emozionanti escursioni in ciaspole in cui immergersi in panorami da favola avvolti da pace e silenzio. Tra le passeggiate più suggestive l’Anello di Case Trucco, ovvero un panoramico anello tra bianche rocce calcaree, e l’Anello delle voute, una facile camminata nel soleggiato versante della bassa Val Susa dove anche in inverno le condizioni sono sempre piacevoli grazie al particolare microclima.
La valle non manca di essere particolarmente frequentata dagli appassionati di golf: infatti anche qui, tra le vette alpine, diverse sono le possibilità di cimentarsi con le mazze, che sia a Bardonecchia, a Sestriere e a Claviere. Proprio Sestriere vanta un diciotto buche tra i più alti in Europa. Tra i percorsi di trekking più impegnativi da non perdere sono la Grande Traversata delle Alpi, un itinerario escursionistico che unisce tutto l'arco alpino occidentale della regione, il Sentiero Balcone, che collega 14 comuni della Comunità Montana Valle Susa, il Sentiero dei Franchi, che ripercorre il percorso che Carlo Magno e le sue truppe avrebbero seguito nel 773 per aggirare l'esercito dei Longobardi.


Forte di Exilles

La presenza dei numerosi valichi alpini facilmente percorribili hanno da sempre caratterizzato lo sviluppo dei molti centri spirituali, culturali, commerciali: se la Via Francigena era meta obbligata di tutti i pellegrini la Val di Susa venne frequenta da mercanti, soldati ed artisti che si dirigevano verso la Terra Santa. Ecco, dunque, che sorsero luoghi oggi diventati di grande richiamo turistico. Avigliana, sviluppata come punto di transito verso la Francia durante l'impero romano e nel Medioevo, è adagiata nel Parco Naturale dei Laghi di Avigliana, ai piedi del monte Pirchiriano: è qui che sorge l'antica Abbazia della Sacra di San Michele, diventata ancora più famosa per aver ispirato il romanzo di Umberto Eco,"Il nome della rosa". Proprio ai piedi dell'abbazia un'esperienza emozionale da non perdere.
Il tuffo della storia continua con il Castello di Villar Dora, una residenza feudale medioevale, situata su una piccola collina rocciosa nel centro del borgo. La struttura, tra le meglio conservate della valle di Susa, è stata edificata a partire dal 1287 ed è costituita da tre torrioni collegati da una cinta muraria. Altro fortezza famosa è il Forte di Exilles, tra le più imponenti di tutta la regione insieme al Forte di Fenestrelle e a quello di Vinadio: secondo la leggenda è stato per anni il nascondiglio della Maschera di Ferro, il misterioso personaggio rinchiuso qui tra il 1681 e il 1687. Sembra che esistano documenti che attestano l’effettiva esistenza di un prigioniero con un panno di velluto nero assicurato sul viso da delle cinghie metalliche. E c’è anche la testimonianza di Voltaire che, imprigionato nella Bastiglia per breve tempo, venne a sapere dalle guardie di questo misterioso ospite a cui veniva offerto un trattamento di favore come quello di poter consumare cibo scelto e abbondante, di indossare vestiti costosi e di tenere in cella libri ed anche un liuto. Il Forte di Exilles venne impiegato a fasi alterne sia dai Savoia che dai francesi, subendo diverse ed importanti trasformazioni. Oggi ospita l’Area Museale delle Truppe Alpine, un museo che ripercorre la storia del corpo degli Alpini, e una mostra che ripercorre la storia del Forte dalle prime testimonianze medievali fino ai nostri giorni.

 

 

Castelnuovo Scrivia: una torre misteriosa e davvero particolare
Da vigevano24.it del 13 gennaio 2020

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Senza un castello, una fortezza, un borgo; sola, diversa, balconcini e finestre, scalette…
In un giorno di primavera, percorrendo la strada che collega Castelnuovo Scrivia a Tortona, l’ho vista, impossibile non fermarsi, girare l’auto e curiosare. Una torre all’interno di una cascina, l’ho guardata da fuori, senza entrare nel cortile interno, l’ho guardata davvero con stupore, con meraviglia, come faceva a star su? La prima impressione è stata di una costruzione fatta in tempi diversi, e non su un unico progetto, ammesso che ci fosse un progetto, sembrava costruita a casaccio, quasi barcollante, ma bella e interessante

Come non fare qualche ricerca?

La torre, sghemba e spigolosa, che sembra uscita dalle fantasie di Gaudi e Coppedè, si trova presso l’’autostrada A21 nei pressi dell’autogrill di Castelnuovo ed è detta la casa delle streghe. E, da buona casa stregata, sembra che appaia e scompaia nel paesaggio, rendendola davvero difficile da raggiungere.
La storia di quella strana costruzione, una torre alta 34 metri, parte da quando venne costruita nel 1910 dal proprietario, Anselmo, ingegnere ferroviario e membro della famiglia Gobba, noti e stimati banchieri della zona tra Vercelli e Tortona. La grande cascina dove si trova risale al Seicento, ed era detta cascina Torrione, ma allora non aveva nessuna torre, cosi il Gobba, spinto dalla curiosità, decise di rendere quel nomignolo reale, in un periodo dove il gotico dominava nell’arte europea e italiana. Il progetto della torre fu di Vencelslao Borzani, uno dei più noti e stimati architetti genovesi del primo Novecento, molto attivo in Piemonte e Lombardia. La figlia di Anselmo Gobba, Fernanda, detta “La sposa del Torrione”, nel 1905, a Tortona, sposò Ugo Ojetti, una delle più note autorità editoriali e letterarie italiane del periodo tra le due guerre.
Si dice che Ojetti volesse trasformare la torre in un grande centro culturale, ma alla fine preferì una proprietà che si trovava in Toscana e cosi la cascina venne venduta alla famiglia Rangone. Durante la guerra la torre divenne un quartier generale dei tedeschi e i prigionieri erano tenuti nelle stanze più alte. Oggi la torre è chiusa al pubblico, dal momento che la Cascina Torrione è ancora di proprietà della famiglia Rangone. Una grondaia a forma di drago s’intravede ai piedi della torre, mentre il piano terra è colmo di cianfrusaglie e la scala sale con un percorso in parte interno e in parte esterno, come le spire di un serpente che si muovono in una spirale e, presso un tratto di scala verso i primi piani, si nota che una testa di leone si è staccata dalla statua, mentre altre statue di leoni in pietra sono rimaste intatte.
Le stanze dei piani alti, oggi del tutto spoglie, sono ricche di dipinti e decorazioni con il filo conduttore dei leoni e della stella di David, a ricordare le radici ebraiche di quella zona tra la Lombardia e il Piemonte. Una storia di oltre cento anni, che ancora oggi può raccontare tante cose avvenute nella campagna piemontese, a pochi passi dalle colline.

 

 

Reggio Calabria – Incontro dedicato ai ‘Forti di Pentimele’
Da strilli.it del 12 gennaio 2020

 

Proseguono presso la Sala Giufffrè della Villetta De Nava gli incontri promossi dall’Associazione Culturale Anassilaos congiuntamente con la Biblioteca Pietro De Nava.

Giovedì 16 gennaio alle ore 16,45 si terrà l’incontro sul tema “I forti di Pentimele storia, restauro conservativo e valorizzazione” con la partecipazione della Dott.ssa Daniela Neri, Responsabile del servizio Tutela e Valorizzazione dei Beni Culturali del Comune di Reggio Calabria. Introdurrà la Dott.ssa Marilù Laface, Responsabile Beni Culturali dell’ Associazione Anassilaos. Le fortificazioni Umbertine, la cui messa in opera fu voluta dal Generale Mezzacapo, furono costruite tra il 1882 e il 1892 e rappresentano l’intervento più ambizioso che sia mai stato realizzato in epoca moderna. Durante la seconda guerra mondiale, i fortini servirono come postazione antiaerei per contrastare le incursioni dell’aviazione anglo-americana. La struttura comune ai fortini si presenta con un fossato che protegge il lato di terra, con accesso da ponti levatoi, un cortile centrale, ed un corpo di fabbrica con rampa, inoltre furono dotati di mura di cinta con un sistema di feritoie che ricopriva l’intero perimetro della struttura. I due forti umbertini posti sulla collina di Pentimele sono stati negli ultimi anni oggetto di interventi di restauro conservativo grazie all’accesso a fondi comunitari da parte del comune di Reggio Calabria e i lavori sono stati coordinati, come Responsabile Unico del Procedimento, dalla dottoressa Daniela Neri, funzionario responsabile del Servizio Tutela e Valorizzazione del Comune di Reggio Calabria. Un lungo iter ammnistrativo ha portato alla realizzazione di tali importanti interventi, grazie ai quali è stata riqualificata una area di notevole interesse ambientale. Le procedure, che hanno determinato la stipula della concessione, e la realizzazione dell’intervento, sono state condotte nel rispetto dei tempi imposti dai finanziamenti comunitari e dall’iter progettuale. Obiettivo specifico di questi interventi è stato il recupero e la riqualificazione delle due fortificazioni militari Umbertine che dominano imponenti sullo stretto al fine di metterle in sistema con tutte le fortificazioni dell’area dello Stretto, migliorandone, sia le condizioni di sicurezza, che di accesso e la fruizione integrata del bene. Infatti, i due restauri sono stati finalizzati alla valorizzazione e recupero alla tutela, alla valorizzazione e fruizione. Il restauro conservativo si è realizzato intervenendo con mezzi non invasivi in presenza di dissesti strutturali, usando materiali compatibili con quelli preesistenti in modo da non interferire negativamente con le proprietà fisiche, chimiche e meccaniche del manufatto. Particolare attenzione è stata rivolta alla ricerca dei materiali e metodologie d’intervento rispettosamente compatibili con l’immobile e con l’area su cui insiste. Al fine della loro valorizzazione il Comune ha avviato in questi anni alcune attività e organizzato eventi per raccontare il funzionamento dei Forti, attraverso anche sinergie con associazioni culturali e con l’Università.

 

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello di Villa Castelli
Da lavocedimaruggio.it del 12 gennaio 2020

Situato in posizione sopraelevata, il Castello di Villa Castelli domina la piana sottostante. Nella sua struttura è possibile ravvisare, nonostante i numerosi rimaneggiamenti subiti, caratteristiche architettoniche risalenti alle epoche medievale e rinascimentale. Il nucleo più antico risale al complesso di fortificazioni del feudo di Oria voluto agli inizi del XIV secolo dalla famiglia de Nantoil, il cui cognome si modificò successivamente in Dell’Antoglietta, e consisteva in una torre medievale. Intorno alla metà del XV secolo il Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo provvide a rinforzare la suddetta torre, trasformandola in una vera e propria fortezza che fu concessa al Signore di Oria Giovanni Bernardino Bonifacio. Caduta in stato di totale abbandono, nel XVIII secolo la fortezza veniva acquistata dalla famiglia Imperiali che provvedeva a trasformarla in residenza estiva, con conseguente perdita di tutte le caratteristiche difensive. In queste trasformazioni scomparvero i merli ed i pezzi di artiglieria in dotazione. Gli stessi nuovi proprietari impiantavano nella struttura un allevamento di cavalli di razza murgese.

Passato di mano alla famiglia Ungaro, il castello divenne Palazzo Ducale, successivamente affidato al castellano Antonio d’Arco. Nel 1822 una parte delle scuderie venne reimpiegata per la costruzione di una cappella, dedicata al Santissimo Crocifisso, mentre nel 1830 la chiesa venne consacrata parrocchia dal Vescovo di Oria.
Nel corso del XX secolo la struttura è stata sede prima di una caserma, quindi in seguito di una scuola. Oggi appartiene in massima parte al Comune che lo ha adibito a sede municipale, un’altra piccola parte è di proprietà privata, mentre un’ulteriore ala appartiene alla parrocchia. La struttura si sviluppa su due piani asimmetrici ed è circondata sui lati meridionale ed orientale da una gravina estremamente profonda, a testimonianza della precedente funzione difensiva. Al piano terra è possibile individuare la struttura originaria e della fortezza sino al XIX secolo. Il mastio originale risulta completamente inglobato nella facciata meridionale ed oggi ospita la Sala del Consiglio Comunale. Per contro la facciata settentrionale ha subito numerosi rimaneggiamenti, e presenta al piano nobile una fila di finestre finemente decorate che alleggeriscono il profilo. L’androne è sovrastato da volte a botte, mentre uno scalone d’onore consente l’accesso al piano nobile, corredato da finestre e porte, le cui cornici risalgono al XX secolo e presentano uno stile di ispirazione rinascimentale.

Cosimo Enrico Marseglia

 

 

IL MUSEO DELLE MURA A ROMA
Da unfoldigroma.com del 10 gennaio 2020

 

Ospitato all’interno della Porta S. Sebastiano delle mura Aureliane, l’imponente struttura offre ai visitatori un itinerario didattico e la possibilità di vedere un panorama della Capitale davvero unico.

Presi dalla vita frenetica di ogni giorno si finisce tante volte per ignorare alcune bellezze della Capitale sicuri che, avendole a portata di mano, prima o poi si riuscirà a visitarle. Così anche molti romani non conoscono ancora un’affascinante struttura come il Museo delle Mura, gestito da Musei in Comune, situato nella porta San Sebastiano, una delle più grandi e meglio conservate delle Mura Aureliane. L’ingresso è proprio da Porta San Sebastiano o Porta Appia, 18 in un crocevia che conduce a varie zone storiche della città fra cui la più rinomata Appia Antica. Già da fuori l’edificio desta grande meraviglia grazie all’imponente mole che mostra due torri collegate dalla zona che aveva sia funzione militare per la sicurezza, che sede per gli uffici e le guardie del dazio per il controllo delle merci. Una volta entrati nel caratteristico antro può iniziare il percorso che ripercorre la storia delle fortificazioni della Città comprese quelle di età regia e repubblicana e quelle di Aureliano.

L'attuale allestimento è stato inaugurato nel 1990 e si suddivide nelle tre sezioni antica, medievale e moderna. L’esposizione di pannelli didattici con testi e fotografie consentono di ripercorrere la storia delle fortificazioni della città, quelle di età regia e repubblicana e quelle di aureliano del III sec. d.C.. I testi si arricchiscono anche con la descrizione delle vicende storico-politiche che determinarono la costruzione del complesso con le tecniche usate e i successivi restauri che hanno portato alla trasformazione del luogo. Il pavimento di una delle sale conserva un mosaico in bianco e nero che rappresenta un condottiero a cavallo con intorno soldati ed armi, mentre alle pareti sono impressi i calchi in gesso delle croci incise nella pietra sopra gli archi di ingresso di alcune porte. Stare all’interno delle torri rappresenta un aspetto davvero suggestivo anche se l’apoteosi si raggiunge accedendo alla terrazza del corpo centrale della porta fra le due torri. Una stretta scala a chiocciola conduce ancora più in alto direttamente sulla torre occidentale dove si può ammirare un panorama unico fatto anche da buona parte dalla cinta muraria. Lodevole, sicuramente, è la possibilità di visitare una tale meraviglia in maniera totalmente gratuita lasciando semplicemente un’offerta  solo se si vuole. Un bel segnale per dare la possibilità a tutti, soprattutto ai più giovani, di conoscere parte della storia di una civiltà che ha portato il suo ingegno e la sua cultura in tante terre del mondo.
Rosario Schibeci

 

 

Riapre il Mausoleo di Augusto
Da theromanpost.com del 10 gennaio 2020

Piazza Augusto Imperatore è bella anche così, con i resti di un posto splendido caduto in rovina: il Mausoleo di Augusto. E invece adesso, tra poco, il Mausoleo di Augusto vivrà una nuova vita, infatti gli interventi di restauro finiranno in primavera.

Un lavoro gigantesco da più di 10 milioni di euro, di cui 6,5 messi dalla Fondazione Tim e il resto dal Comune e dal MIBAC. Nascerà intorno al mausoleo un nuovo spazio urbano grande come quello del Pantheon.
A curarlo è stato l’architetto Francesco Cellini. La piazza diventerà un anfiteatro con una scalinata che salirà dal mausoleo all’Ara Pacis. Quindi ormai è ufficiale, il Mausoleo di Augusto riapre in primavera dopo anni, e le visite saranno gratis. Un luogo, per capirci, più grande di Castel Sant’Angelo che ora torna a Roma e ai romani. Candidandosi a diventare uno dei nuovi posti simbolo della città.

Photo credit: Daniele Mancini

 

 

 

Rocche e fortezze, torri e castellieri: un patrimonio della Valnerina da salvaguardare
Da vivoumbria.it del 6 gennaio 2020

FERENTILLO – I castelli, torri e rocche della Valnerina fanno di questa parte della bassa Umbria un unicum per quanto riguarda la promozione e valorizzazione delle rispettive aree, che purtroppo soffrono di un inarrestabile spopolamento causato dall’abbassamento delle nascite e dall’emigrazione dai luoghi colpiti dal sisma, purtroppo a causa del ritardo della ricostruzione. Ma andiamo al dunque RICORDA CIO’ CHE FU LA NOSTRA CITTA’ E NON DISPREZZARLA PER CIO CHE NON E’ PIU: RICORDA LE SUE ANTICHE GLORIE E LA SUA VECCHIEZZA, CHE SE NEGLI UOMINI E’ VENERABILE PER LE CITTA’ E’ SACRA (Plinius libro.VIII ep. 24). Emblema dei luoghi sono come detto le torri più o meno merlate alla guelfa o ghibellina.

Ferentillo annovera 18 castelli, frazioni, ville agricole. Le torri superstiti ancora visibili sono quelle di Matterella, Precetto, Monterivoso, San Mamiliano, Terria – de Contra, Macenano, Umbriano. Le più suggestive sono quelle di Matterella e Precetto. La rocca di Matterella (di recente restaurata e consolidata) e’ abbarbicata sullo sperone del monte che sovrasta l’abitato. Al centro il Cassero quadrato, con due finestre per parte. Bastioni cilindrici e angolari con merli guelfi. Le mura degrano lungo la rupe, fino a raggiungere la “Porta Spoletina” ricavata su un contrafforte. Lungo le mura sono ancora evidenti feritoie, caditoie appostamenti per le guarnigioni. L’ interno conserva corridoi, archi e una cisterna per la raccolta dell’acqua. La Rocca di Precetto (Sacrato), e’ situata proprio su poggio del Monte Sant’Angelo dalla parte opposta del Nera, proprio sopra l’abitato. La planimetria e’ triangolare, culminante con la torre pentagonale di vedetta con finestre due per lato. Alla torre si accedeva dalla posterla. Le mura merlate alla guelfa, che degradano verso valle, conservano ancora i contrafforti con archi. Si accedeva al castello passando da “Porta Saracena”. Le tracce delle antiche abitazioni, si possono scorgere tra gli ulivi, ma rimangono solo macerie.

La rocca di Precetto ancora mantiene intatta la sua planimetria con Casareni, appostamenti per le guarnigioni. A differenza della rocca della Matterella, questa di Precetto si mantiene meglio sotto tutti gli aspetti soprattutto per i merli. Le due rocche erano in comunicazione con le altre torri di avvistamento tramite segnali di fuoco (di notte) o con luce riflessa specchi (di giorno) come a San Mamiliano, quella di Montefranco e Casteldilago, Umbriano e Monte San Vito.

Un sistema difensivo in attivita’ dal 1100, periodo della loro  edificazione a tutela della via di comunicazione con la Valnerina, lo Spoletino l’alto Lazio, ma sopratutto furono baluardo di difesa della Abbazia di San Pietro in Valle.  Come detto anno di edificazione prima meta’ del XII secolo. Nel 1190 l’abate di San Pietro li cedette a Spoleto in cambio di maggiore protezione. Nel 1212 la rocca di Precetto rinnova la sottomissione a Spoleto tramite il feudatario Ottaviano Gentilini; nel 1415 tutte le rocche passano in possesso di Ugolino Trinci; nel 1515 con Franceschetto passano sotto l’ orbita della famiglia Cybo e poi con Alberico Cybo Malaspina fino al 1790. Successivamente entrarono nel degrado e all’abbandono fino agli avvenimenimenti bellici del 1944 quando furono utilizzate come punto strategico per la contraerea.

 

 

Un monumento di quasi un millennio: il castello vecchio di Sciacca
Da vocidicitta.it del 5 gennaio 2020

Ogni città abitata da importanti famiglie nobiliari vantava il proprio castello, la città di Sciacca – addirittura – ne possedeva la bellezza di due. Oggi andremo a scoprire quello che viene denominato il Castello Vecchio.

Il Castello Vecchio fu eretto intorno al 1087, anno in cui giunsero a Sciacca i Normanni. Passò ai Perollo con il matrimonio di Giulietta Normanna, rimasta vedova del cugino Roberto Zamparrone di Basseville, e a tale famiglia rimarrà fino alla sua distruzione, operata dai partigiani di Sigismondo Luna nel 1529, durante il famoso “Caso di Sciacca” (di cui parleremo più avanti). Il castello rimase di carattere regio fin sotto il regno angioino, per poi passare alla famiglia Perollo con i re aragonesi.
Costruito sul lato sud-orientale della città, occupava anticamente l’area degli attuali cortili Chiodi, Rizza, Carini, estendendosi tra Porta Bagni, il Monastero di Santa Caterina e Porta San Pietro. Di forma irregolare e disposto “a corti”, aveva una cinta muraria separata e attigua a quella costituita dalle mura della città ed occupava un punto preminente, atto a dominare la costa e a costituire un punto di difesa della zona del Caricatore granario.
Il tracciato delle mura del castello individuano un’ampia cinta muraria di forma irregolare, entro cui dovevano aprirsi dei cortili; tre erano i suoi ingressi: quello principale, con la torre del “Cotogno”, si apriva nei pressi della Porta Bagni; un altro detto di Porta San Pietro; il terzo si apriva ad est, fuori dalle mura della città. Ci dovevano essere dei passaggi segreti che consentivano di uscire di nascosto dalla città. Il mastio, o torre principale, era quello di San Nicolò; oltre alla torre del Cotogno, agli spigoli ci dovevano essere altre torri quadrangolari provviste di merli. In quel periodo l’unico bastione della città fu il suo, quello detto di San Pietro; gli altri si fanno risalire al tempo di Carlo V. Prima della sua distruzione, a causa dei fatti che riportano al Caso di Sciacca del 1529, il castello era munito di sette pezzi d’artiglieria, tra bombarde e petriere, e disponeva di strumenti di difesa e di offesa.
Nel sottosuolo si trovavano le cantine e le dispense, mentre forno e cucina dovevano essere tenuti separati per paura di incendi. Nel cortile interno si aprivano le scuderie, l’armeria, la caserma della guarnigione e la Chiesa di San Pietro in Castro.n tempi più recenti il castello rimase a lungo disabitato e cadente a causa del terremoto del 1727, i cui guasti peggiorarono con quello del 1740. Ad oggi di esso non rimane nulla, a parte il portale d’ingresso con lo stemma marmoreo dei Perollo. Ogni castello era culla di tante vite, di tante storie che intrecciandosi hanno fatto la Storia.
Letizia Bilella

 

 

Data center fantastici e dove trovarli
Da wired.it del 4 gennaio 2020

Al polo nord, in fondo al mare, in un bunker atomico o alimentati al 100% a energie rinnovabili, i data center stanno cambiando faccia

Conservare milioni e milioni di terabyte di dati in maniera sicura è uno dei grossi problemi a cui molte aziende devono trovare risposta. E lo sviluppo del cloud computing sta spingendo l’industria dei data center. Questi centri sorgono spesso in luoghi all’apparenza impensabili, ma che in verità rispondono a esigenze di risparmio energetico e sostenibilità. La tendenza è quella di costruire i data center nei pressi di fonti energetiche sostenibili come impianti eolici, pannelli solari o stazioni per l’energia geotermica o idrocinetica. Un altro fattore essenziale è legato alla necessità di effettuare un costante controllo della temperatura dei migliaia di server attivi, perché se questi dovessero surriscaldarsi il rischio di perdere dei preziosi dati aumenterebbe esponenzialmente. Non è quindi raro scoprire l’esistenza di un data center nascosto in un bunker atomico o tra i ghiacci dell’Artico, situazioni che sfruttano luoghi particolarmente freddi e isolati, ideali per ospitare migliaia di server.

 

Circolo Polare Artico

Uno dei più grandi data center in fase di realizzazione sarà collocato a Ballangen, nel circolo polare artico.

Voluto dalla società norvegese Kolos, e acquistato in un secondo momento dalla società canadese Hive Blockchain, il data center ospiterà talmente tanti server da richiedere oltre 1.000 megawatt di potenza e occuperà un’area di circa 600mila metri quadrati.

Il data center sfrutterà le bassissime temperature della zona per mantenere controllato il calore dei server e sarà interamente alimentato da energia proveniente da fonti rinnovabili.

 

In fondo al mare

Microsoft ha scelto di installare un data center sul fondo del mare al largo della Scozia, vicino alle isole Orkney.

Project Natick, questo è il nome dell’operazione di Microsoft per l’installazione del data center che sfrutterebbe le basse temperature dell’acqua circostante per mantenersi refrigerato e, grazie a delle turbine, attingerebbe dal moto ondoso e dalle correnti marine l’energia necessaria per alimentarsi.

 

100% energie rinnovabili

A differenza dei data center incontrati finora, quello di Aruba (https://www.wired.it/economia/business/2019/10/06/arubadata- center/) spicca per la sostenibilità.

Il magazzino digitale occupa un’area di 200mila metri quadrati alle porte di Ponte San Pietro (in provincia di Bergamo), una zona sicura dal punto di vista del rischio sismico e idrogeologico. Per alimentarsi prende l’energia necessaria sfruttando il movimento dell’acqua del fiume Brembo che gli scorre accanto e dai migliaia di pannelli fotovoltaici che rivestono tutte le sue pareti.

 

Nel deserto

Spicca nel mezzo del deserto del Nevada, a due passi da Las Vegas, il data center Supernap, il più potente e strategico magazzino di dati degli Stati Uniti. Sorge proprio sopra una dorsale in fibra ottica che fornisce servizi alle società tecnologiche a livello nazionale ed è alimentato al 100% da energia pulita e rinnovabile.

 

Bunker atomico

Collocato a circa 30 metri nel cuore delle White Mountains, a pochi chilometri da Stoccolma, si trova uno dei data center più particolari al mondo.

La sua struttura interna scavata nella roccia e costellata da lastre di vetro e cemento ospita i server di Banhof, un provider di servizi internet svedese che ha scelto questo ex bunker atomico per garantire ai suoi dati una protezione a prova di bomba.

 

 

Castello di Dragonara, cuore dell’antico borgo fortificato nella Valle del Fortore
Da foggiareporter.it del 3 gennaio 2020
Castel Dragonara o Castello di Dragonara è l’antica testimonianza del borgo fortificato di Dragonara nella Valle del Fortore, oggi nel comune di Torremaggiore.

Questo antico maniero rappresenta l’ultima testimonianza del fortilizio bizantino-normanno-svevo distrutto nel 1255 dalle truppe pontificie impegnate nella guerra contro Manfredi, figlio di Federico II, imperatore molto legato alla Capitanata. Fra gli altri centri sorti nello stesso periodo per volere dei Bizantini per difendere i loro territori, minacciati dai Longobardi e lungo le coste dai Saraceni, si ricorda Fiorentino, Civitate, Montecorvino, Tertiveri, Devia e Troia.
Questi antichi centri erano conosciuti come “città di frontiera”, vere e proprie città-piazzeforti nate per difendere i possedimenti e le ricchezze dei Bizantini. Nel tardo Medioevo queste città sono state abbandonate, ad eccezione di Troia.
Per la sua importanza strategica, dopo l’epoca bizantina, si aggiunsero le numerose opere costruite successivamente dai Normanni, dagli Svevi e dagli Aragonesi. Ecco una ricerca di Ettore Braglia, cultore di storia locale, sull’antico Castello di Dragonara. Dragonara fu a suo tempo un’importante diocesi, i cui vescovi svolsero ruoli importanti, ed ebbe sotto la sua giurisdizione molti paesi, tra cui le isole Tremiti con la potente abbazia di Santa Maria. Nel XII secolo passò ai Normanni, nel XIII agli Svevi, dopodiché fu distrutta dalle truppe di Alessandro IV nella sua campagna contro gli Svevi che coinvolse anche le altre città della zona a loro rimaste fedeli.
Dopo essere stata ricostruita dagli Angioini, passò agli Aragonesi seguendo i corsi storici del resto del Mezzogiorno; a comandare la città da quel momento fu l’influente famiglia Di Sangro, Grande di Spagna e proprietaria di estesissimi feudi in Puglia. Ma Dragonara era già in decadenza: nel XVI secolo la città veniva abbandonata dagli abitanti, che si trasferivano nella vicina Torremaggiore, mentre nel 1580 la diocesi viene trasferita a San Severo e i suoi territori sono accorpati ad essa. Antico forte a guardia di un guado del fiume Fortore custodisce i ricordi dei fasti di un tempo.
Cuore dell’antico borgo fortificato, Castel Dragonara, è l’ultima testimonianza del fortilizio bizantino-normanno-svevo distrutto nel 1255 dalle truppe pontificie impegnate nella guerra contro Manfredi, figlio di Federico II. Nel XV secolo Paolo I de Sangro eresse sul posto, ormai disabitato, un castelletto di forma rettangolare, con un cortile interno, due torri cilindriche e due quadrate. A pochi metri dal castelletto, si erge un’altra torre cilindrica, isolata, vuota all’interno ed originariamente priva di porta, alla quale si accedeva probabilmente attraverso un ponte o un passaggio sotterraneo di collegamento.
Particolare curioso di questo Castello, e che ci fa supporre che fosse luogo di investiture cavalleresche e di cerimonie iniziatiche, è proprio la Torre cilindrica, Questa Torre, vuota all’ interno, non aveva nessuna uscita esterna. Il Papa Leone IX che era stato tenuto prigioniero dai Duci Normanni a Dragonara, e fatto oggetto di particolari cure ed attenzioni durante la sua prigionia, in segno di riconoscenza dichiarò valide tutte le conquiste effettuate dai vincitori.
Concesse inoltre il privilegio di imporre, nel suo Castello di Dragonara, la Croce in petto al Vescovo nominato di Civitate. Privilegio rimasto alla casata dei Di Sangro, Principi di San Severo, fino all’ultimo discendente deceduto il secolo scorso. Pur resistendo le forti mura all’incuria e all’inciviltà degli uomini, di sì fiero maniero dopo tanta gloriosa storia oggi non rimane nulla dell’antico splendore: Dragonara è decaduta a casa colonica,ovile e pollaio per animali da cortile.
Bibliografia: comune di Torremaggiore

 

 

Il fascino irregolare del Castello di Trebecco, bastione antichissimo a guardia del fiume
Da valledelloglio.com del 3 gennaio 2020

Discosto da Credaro di cui fa parte, il Castello di Trebecco si erge su uno sperone roccioso compreso fra il torrente Uria e il fiume Oglio, in un luogo strategico che permetteva di controllare la piana alluvionale del fiume.
Il Castello non è circondato da un fossato: infatti è protetto dai corsi d’acqua naturali che si trovano nelle sue immediate vicinanze. In sostanza, non è altro che un recinto fortificato, molto diverso dai castelli come essi vengono intesi di solito: non possiede una corte rettangolare o quadrata, o torri d’avvistamento in ogni angolo, anzi. Per accedere al Castello di Trebecco ancora oggi si passa al di sotto della sua unica torre d’ingresso a base quadrata posta sul lato est della fortificazione e si attraversa il piccolissimo borghetto murato seguendo la traiettoria che ancora oggi funge da linea divisiva per i cortiletti irregolari delle case. La torre disponeva di una merlatura nella sua parte più alta, ancora in parte riconoscibile, ma questa risulta essere un’aggiunta successiva perché la torre è stata mozzata e ridotta a rudere in epoche precedenti.

Essendo stato costruito su uno sperone roccioso, il Castello di Trebecco non presenta una pianta regolare: anche in questo caso la morfologia del terreno ha condizionato la planimetria del complesso, che ha la forma di un triangolo isoscele. Le fortificazioni sono state realizzate utilizzando il materiale reperibile sul posto: è facile riconoscere nella trama muraria i ciottoli provenienti dall’alveo del fiume Oglio e la pietra di Credaro, con cui è stato costruito anche l’arco di accesso della torre. Oltre alle abitazioni, all’interno del recinto fortificato è documentata l’esistenza di una piccola cappella dedicata a Sant’Andrea, che conservava al suo interno le reliquie di San Celestino Martire (oggi spostate all’interno del Castello di Calepio).

Nonostante l’esistenza di questa chiesa, gli abitanti di Trebecco preferivano seppellire i loro morti nelle vicinanze della chiesa di San Fermo, sempre appartenente al Comune di Credaro, posta a poca distanza: un tempo questo interessantissimo edificio di epoca romanica non era così isolato come appare oggi. Infatti le indagini archeologiche hanno fatto ipotizzare l’esistenza di un insediamento in prossimità della chiesa, posta nelle vicinanze di un’antica strada che costeggiava l’Oglio e che collegava i paesi di Credaro, Villongo, Adrara e Sarnico.

Secondo le fonti il Castello di Trebecco risulta essere uno dei più antichi della vallata del fiume Oglio, di fondazione addirittura precedente alle guerre fra i vescovi di Bergamo e di Brescia per il predominio sul territorio: infatti, sembrerebbe risalire al X secolo. Trebecco fu scelto dai conti Martinengo come luogo di residenza prima che questi ultimi si trasferissero nel Castello di Calepio: infatti, dove oggi si può osservare il castello voluto da Trussardo Calepio risalente al 1430, esisteva una fortificazione di epoca precedente. I Martinengo rimarranno proprietari del Castello di Trebecco fino al 1811 e i successivi passaggi di proprietà porteranno al deterioramento della fortificazione, ristrutturata nel XXI secolo per volontà delle autorità locali.

 

 

Lungo le vie medievali fra borghi, arte e fortezze
Da ilgiornale.it del 3 gennaio 2020

Un vangelo apocrifo, una chiesa di collina, una torre e storie di monache coraggiose che da affreschi, oggi senza volto, ci ricordano come il Medioevo fu tutt'altro che quel periodo buio e di decadenza che qualche cattivo maestro può aver provato a farci credere a scuola. Non tutto finisce nel IV - V secolo d.C. Molto ricomincia, evolve e anticipa il futuro anche in Lombardia, che nelle cronache antiche, non è solo il luogo dove l'impero romano d'occidente cadde definitivamente nel 476 d.C, ma anche il palcoscenico privilegiato di come, anche grazie all'incontro o meglio lo scontro -, con nuovi «migranti» anzi tempo e inquilini «espansivi» e barbari venuti dal Nord, si cominciò a costruire una nuova coscienza collettiva che alcuni secoli dopo, Carlo Magno, provò a chiamare Europa, con quell'idea del continuum di un storia che nasce dalla compenetrazione di civiltà diverse. L'inizio del nuovo anno può essere un buon periodo per ripassare una o più storie che ci hanno traghettato nella modernità. Per capirle bisogna, spesso, tornare alla campagna, alle brume dei primi colli lombardi e ad alcuni «fuori porta» dove la storia ha tracciato solchi anche più significativi che nelle grandi città. Fra Como e Novara, fra le alpi e la pianura, chi arrivava da Nord non poteva che fermarsi qui, nel borgo di Sibrium, la moderna Castel Seprio, e nel suo avamposto di Torba, fra Solbiate ed il capoluogo. Oggi sono luoghi protetti dall'Unesco ed entrati anche nella famiglia del Fai - Fondo ambiente italiano, ma in passato sono stati loro a proteggere noi, come paladini dell'identità romana, prima e longobarda. C'era una volta il castrum di Castelseprio che, con la sua architettura militare, che ancora oggi si intuisce, è un vero libro aperto.

 

Fra cieli tersi o nebbiosi, l'incontro più importante è con le forme decise della chiesa di santa Maria foris portas, fuori le mura. Oggi vediamo il suo volto carolingio del IX secolo, ma il fil rouge del suo profilo risale ai Longobardi e, ancora più indietro, alle prime chiese paleocristiane. Era lei la guardiana di questo villaggio altomedievale, creato ad hoc sul limes che, fra Ticino ed Adda, faceva da scudo difensivo a Milano. Qui si consumarono alcuni dei capitoli più crudi della lotta fra Massenzio, che regnava su Milano e Costantino che si voleva riprendere tutto l'occidente. Il ciclo di affreschi all'interno della chiesa, però, narra altre storie. Dedicato alla vita di Gesù, nasconde un vero unicum per l'occidente. Intanto queste pitture oggi fra le più rappresentate nei libri di storia dell'arte - furono scoperte, solo nel 1944 e per caso, sotto ad altri affreschi più recenti. Ad ispirare le scene sono i vangeli apocrifi, in particolare quello di Giacomo, incentrato sull'infanzia di Gesù, con alcuni episodi raramente raffigurati nelle nostre chiese. Così si vede Maria che viene «testata», nella sua buona fede, con la prova delle «acque amare»: se, bevendole, fosse stata male, sarebbe stata la prova che avrebbe mentito sulla sua verginità. Oppure ancora l'ostetrica, giunta alla grotta di Betlemme: il suo sguardo è curioso ed attonito al tempo stesso, nel constatare come un bimbo fosse potuto nascere da una donna illibata.

Scendendo, poi, per la collina che digrada verso la valle dell'Olona, la torre di Torba ha vegliato fin dal V secolo sul territorio, raccogliendo tante altre storie, oltre alle pietre d'epoca romana qui reimpiegate per solidificare mura e fortificazioni. Torba fu baluardo difensivo contro barbari. Goti, Bizantini e Longobardi, però, ebbero la meglio e si sono alternati al comando senza fare mai a meno di Torba, ed anzi utilizzandola, loro stessi, come avamposto. Nel frattempo Torba cresceva in prosperità, divenne un fiorente centro religioso grazie, ad un gruppo di monache benedettine che nell'VIII secolo, complice quel periodo di stabilità portato dalla pax longobarda, fece costruire il monastero e, più tardi, la piccola chiesa e il complesso con celle e refettorio. Per sette secoli questa comunità ha lavorato zelante, custodendo per noi una grande eredità culturale.

Ed è qui che si inserisce un'altra leggenda: in uno degli affreschi rinvenuti al secondo piano della torre, i volti di tre monache su otto sono curiosamente sbiaditi: apparterrebbero a religiose fuggite dal monastero dove tornano spesso sotto forma di spirito, a caccia di quei volti cancellati dal tempo, ma non dalle cronache di un tempo che fu e grazie al quale siamo diventati ciò che siamo oggi. Lucia Galli

 

 

Castello Aragonese, boom di visite nel 2019
Da corriereditaranto.it del 2 gennaio 2020

138.587 visitatori, il 14% in più del 2018 di 121.575 visitatori. 49.312 provengono da Taranto e provincia, 68.284 dal resto d’Italia e ben 20.991 stranieri

Il Castello Aragonese di Taranto saluta il 2019 registrando l’incredibile successo di 138.587 visitatori, superando del 14% il già notevole risultato ottenuto nel 2018 di 121.575 visitatori. Di questi, 49.312 provengono da Taranto e provincia, 68.284 dal resto d’Italia e ben 20.991 stranieri. Lo conferma una nota ufficiale della Marina Militare.  Complessivamente dall’apertura del Castello al pubblico nel 2005 i visitatori sono stati 1.010.075 di cui 354.476 tarantini, 536.855 provenienti dal resto del Paese, 118.744 stranieri. Le reazioni positive ed entusiastiche dei visitatori evidenziano l’importanza dell’opera della Marina Militare, attiva a 360° degli interessi del paese, anche a tutela del patrimonio culturale e storico nazionale.
Oltre alle visite, continua senza sosta la valorizzazione culturale del sito attraverso le attività di manutenzione, di restauro e di ricerca archeologica in collaborazione con la Soprintendenza ai beni culturali e artistici della Provincia di Brindisi, Lecce e Taranto.
Con la sua forma quadrangolare occupa l’estremo angolo dell’isola su cui sorge il borgo antico della città, forma modificata negli anni. Inizialmente era solo una “Rocca” fatta da torri alte e strette e solo nel 1486 l’architetto militare, “Francesco di Giorgio Martini”, ebbe l’incarico di ampliare il castello conferendogli la forma che oggi possiamo ammirare. A memoria della sua realizzazione una lapide murata sulla “Porta Paterna” che adornata dello stemma degli Aragonesi inquartato con l’arma deid’Angiò riporta: “Re Ferdinando aragonese, figlio del divino Alfonso e nipote del divino  Ferdinando, rifece in forma più ampia e più solida questo castello cadente per vecchiaia, perché potesse sostenere l’impeto dei proiettili che è sopportato col massimo vigore – 1492.”
Nel corso degli anni la struttura venne rafforzata con nuove torri ed il suo impiego cambiò passando da struttura militare per la difesa a dura prigione fino al 1887, anno in cui il castello torna ad essere sede militare e più precisamente della Marina Militare.
Nella sua storia si ricorda la lunga prigionia del Generale Dumas, primo generale di colore della storia e fonte d’ispirazione del celebre romanzo “Il conte di Montecristo” scritto da suo figlio Alexandre Dumas.

 

 

Dedizione di Crema alla Serenissima, una mostra sulla città “circondata” da Milano
Da vicenzapiu.com del 2 gennaio 2020

Il Leone di San Marco

Rimarrà aperta fino a domenica 26 gennaio la mostra “Crema veneziana. Momenti di vita, di storia e di arte” inaugurata ai primi di dicembre nel Teatro San Domenico, iniziativa che celebra i 570 anni dalla dedizione di Crema alla Serenissima datata 16 settembre 1449.
Prima di entrare a far parte della Repubblica Veneta, Crema aveva già una sua autonomia, arrivando a battere moneta sotto la signoria dei Benzoni (1403-1424); con Venezia diventa una piazzaforte strategica in grado di “controllare” Milano ed è la pace di Lodi (9 aprile 1454) a ratificare l’enclave Serenissima. Il territorio cremasco è infatti completamente circondato dallo stato di Milano e Crema è collegata alla provincia di Bergamo e alla Repubblica Veneta attraverso una stretta via chiamata “strada dello Steccato” (detta anche strada Cremasca o strada Regia), fonte di continue discussioni ma anche via attraverso la quale praticare il contrabbando o via di fuga per qualche ricercato dalla giustizia dell’uno o dell’altro stato. Il confine era segnalato da cippi (o termini) in granito: erano oltre quattrocento e ne sono rimasti ben pochi. Ecco cosa scrive Andrea Bernardo, podestà e capitano generale di Crema, nella relazione inviata alla fine del suo mandato nel 1562:
“Il territorio di Crema è longo miglia 13, largo 7, e seben è poco, fa però il viver di quelli popoli sì di dentro come di fuori per essere fertilissimo con il beneficio dell’adaquare; tutto è circondato dallo Stato di Milano, e Crema è posta nel mezo, distante da Bergamo miglia 24, da Lodi 10, da Milan 28, et da Piasenza30. Né v’è altro che una strada dimandata la strada Cremasca, ch’è verso il territorio di Bergamo, per la quale si può entrare ed uscire di quel territorio senza toccar il Stato di Milano. Sono in detto territorio ville 52 e anime 19864”. La Repubblica Veneta potenziò notevolmente la cinta muraria con terrapieni e bastioni, ancor oggi in parte visibili, e Crema fu eretta a diocesi nel 1580 superando la vecchia divisione che vedeva il territorio divise nelle tre diocesi di Piacenza, Cremona e Lodi; il santo patrono è San Pantaleone di chiara origine veneziana. L’impronta della Serenissima è rilevante in tutto il centro storico con il Leone di San Marco che domina l’arco del Torrazzo e la torre del Palazzo Pretorio; il Duomo, in stile gotico-lombardo fu risparmiato dal Barbarossa e conserva un’opera notevole di Guido Reni “San Marco in carcere visitato dal Redentore”.

L’economia della Crema Serenissima era prettamente agricola e primeggiava il lino, una eccellenza cremasca di grande prestigio e alla quale la mostra da il giusto risalto. “Il traffico con il quale si sostenta così numerosa plebe consiste per il più nell’arte del lino, fabricandosi quantità grandissime di certe telle vergate per marcancia, mantilli et filli bianchi, nel che s’impiegano persone di ogni condittione, essendovi cinquecento e più telleri che lavorano di continuo in queste merci” : così scriveva Nicolò Bon allo scadere del XVI secolo. Nella stessa sede si può ammirare una altrettanto interessante quadreria con in mostra opere di artisti cremaschi fra i quali vanno segnalati Vincenzo Civerchio, Giovanni Battista Lucini, Mauro Picenardi.

La mostra è aperta il sabato e la domenica dalle 10 alle 18, il venerdì dalle 14 alle 18 e da martedì a giovedì per i gruppi con prenotazione (telefono 0373 85418); molto interessante il catalogo edito dalla Fondazione San Domenico. Ettore Beggiato

 

 

Porta Saragozza Bologna, crolla lo scudo con la scritta Libertas
Da ilrestodelcarlino.it del 1 gennaio 2020

Bologna, 1 gennaio 2020 – Perde un pezzo una delle più belle porte di Bologna.

E' crollato lo scudo con la scritta Libertas custodito da un leone di pietra sulle mura di porta Saragozza (video), uno degli accessi della terza cinta muraria della città.

La chiamata ai vigili del fuoco è arrivata poco dopo le 18.15. Sul posto sono intervenute l'autoscala dal Carlo Fava, una Aps (auto pompa serbatoio) dal Danze Zini e l'ispettore dalla sede centrale. I pompieri intervenuti hanno transennato l'area, informato la polizia locale e rimosso tutti i pezzi pericolanti, mettendo in sicurezza la zona. Non si registrano feriti.