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ANNO 2012

 

La traversata del Monte Pisano

RipafrattaAppuntamenti in programma per il 28 aprile e il 19 maggio; un itinerario nella natura tra Pisa e Lucca Dopo il successo di partecipanti dello scorso anno, le associazioni “Vado e Vedo” e “Piedi in Cammino” stanno organizzando, per il 28 aprile e il 19 maggio, la “Traversata del Monte Pisano”. L’escursione guidata si svolgerà lungo il sentiero “Pisa” o “0-0”: un percorso assiale da un capo all’altro del Monte Pisano che, in due giorni di cammino, permetterà di raggiungere, da Ripafratta, San Giovanni alla Vena. Attraversando boschi o zone brulle si potranno incontrare luoghi abitati un tempo da eremiti o avvistare resti di torri e fortificazioni. Un itinerario alla riscoperta di una natura forte e presente, a due passi da Lucca e Pisa. Il cammino è riservato ad escursionisti con pratica di trekking di più giorni. Pur faticando, si potranno godere le splendide vedute verso il mare e l’entroterra da Lucca all’Appennino, le Alpi Apuane, le isole dell’Arcipelago Toscano e la Corsica. Info e prenotazioni: www.vadoevedo.it, www.piediincammino.it, cell. 347 5870026 (Michele Colombini).

Giornata di studi sui “Paesaggi di guerra”

Il recupero del complesso e vasto sistema dei manufatti legati alle fortificazioni della Grande Guerra nei diversi aspetti della conoscenza, del restauro e della valorizzazione sia in ambito architettonico che paesaggistico, saranno al centro di un’intensa Giornata di studio in programma venerdì alle 9.15 nella sala del Conte del Castello di Gorizia. Il convegno, dal titolo “Paesaggi di guerra. Memoria e progetto”, è organizzato dall’Istituto italiano dei Castelli in collaborazione col Ministero e la Soprintendenza dei Beni architettonici. L’orizzonte geografico, in questa fase, fa riferimento ai sistemi difensivi della Lombardia, del Trentino, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia fino all’area transfrontaliera della Slovenia. La strategia espositiva della Giornata prevede la presentazione di progetti a diversa scala: progetti-pilota, interventi di recupero, restauro e valorizzazione realizzati. L’obiettivo è quello di affrontare l’aspetto della “conservazione” dei beni della Grande Guerra come occasione per mettere in luce i contributi che diversi orizzonti disciplinari possono dare alla comprensione del “senso di testimonianza” di questo particolare patrimonio dell’umanità, caratterizzato da manufatti molto complessi come tipologia costruttiva, come estensione e consistenza; manufatti che hanno profondamente inciso e segnato il nostro paesaggio e nei confronti dei quali i temi della “memoria” e della “trasmissione della testimonianza” assumono declinazioni molto complesse che necessitano di una riflessione che porti il confronto di diversi sguardi.

Escursione alle fortezze

CASTELNUOVO Domenica nell'ambito delle iniziative per la XIV Settimana della cultura, promossa dal ministero dei beni e attività culturali, il Cai Garfagnana ha inserito una escursione a bassa quota di carattere storico culturale. Quest'anno è stato scelto il tema delle Fortezze estensi e del loro inserimento e valore paesaggistico nell'ambito del contesto territoriale della Garfagnana. L’escursione andrà da Castelnuovo a Montalfonso, Gragnanella, Sambuca, San Romano, Verrucole e Camporgiano,  e ritorno in treno. Durante il percorso sono previste anche spiegazioni didattiche sulla Fortezza di Mont’Alfonso e il sistema delle fortificazioni estensi, il paesaggio rurale della Garfagnana, sulla Sambuca di San Romano, su San Romano e sulla Fortezza delle Verrucole. Il ritrovo è alle 8,30 in piazza Umberto a Castelnuovo e la partenza direttamente a piedi sul sentiero dell’Ariosto verso Mont’Alfonso. Si prevede un cammino di circa 5 ore. Per i soci Cai costo di 5 euro, per i non soci 10 euro per l’assicurazione e prenotazioni da effettuare entro venerdì. (l.d.)

Settemila visitatori alla scoperta di manieri e palazzi

MUSICA SACRA Al Conservatorio Tomadini, oggi, convegno e tavola rotonda dedicati a “Gli studi sulla musica friulana”, evento conclusivo del “Progetto Musifon”. Alle 9, si aprirà il convegno “Jacopo Tomadini e la riforma della musica sacra”. Alle 14.30 si terrà la tavola rotonda incentrata proprio su “Il progetto Musifon”, volto alla sistematizzazione degli studi sulla musica sacra locale in chiave di digitalizzazione di archivi, standardizzazione dello studio delle fonti e raccordo dei risultati raggiunti. Nell’occasione, verranno presentati i primi tre cataloghi delle opere di autori friulani previsti dal progetto, Albino Perosa, Giovanni Battista Cossetti e Carlo Rieppi, curati rispettivamente da Alba Zanini, Luca Canzian e Lucia Ludovica de Nardo ed editi da Pizzicato Edizioni Musicali di Udine, nonché il sito dell’Università dedicato al progetto, “musifon.uniudit”. Si chiudono, con oltre settemila presenze all’attivo, gli antichi portoni di Castelli aperti 2012, appuntamento del week end appena trascorso riservato alla scoperta delle residenze storiche disseminate in Friuli Venezia Giulia. Organizzato dal Consorzio per la Salvaguardia dei Castelli Storici, costituitosi in regione con lo scopo di raccogliere proprietari, possessori e detentori di castelli e altre opere fortificate (quali torri, palazzi incastellati, case fortificate, cinte, ruderi) per realizzare una comune opera di recupero, riuso e valorizzazione, l’evento è ormai tradizionale iniziativa rivolta a visitatori interessati a conoscere alcuni di quei siti architettonici più belli che per l’occasione svelano con successo i loro segreti, spalancano sale, parchi e giardini, mostrano collezioni d’arte. Sedici le dimore che hanno aderito all’iniziativa di primavera. In provincia di Udine, i castelli di Arcano, Villalta, Villafredda, Susans, Cassacco, la Rocca Bernarda la Casaforte La Brunelde (proprietà d'Arcano Grattoni e proprietà Clocchiatti), palazzo Steffaneo Roncato (Crauglio di San Vito al Torre) e palazzo Romano (Case di Manzano). In provincia di Pordenone, il castello di Cordovado, Castelcosa e i palazzi Panigai-Ovio e d’Attimis Maniago. In provincia di Gorizia il castello di Spessa di Capriva. In provincia di Trieste, il castello di Muggia. Tttu da conoscere, tutti da ammirare, tutti meritevoli di una gita fuori porta. Spiega Alessandra d’Attimis Maniago, responsabile dell’organizzazione, «Pochi altri settori dell'arco prealpino vantano tanti manieri e fortificazioni come il Friuli. Per la tutela di tali monumenti e per la promozione di corrette opere di restauro e di iniziative di valorizzazione, è nato il Consorzio, un ente sorto nel 1968 che raggruppa quasi tutti i proprietari di castelli regionali. Tra ieri e sabato scorso abbiamo avuto, nonostante il tempo piovoso, moltissime presenze che ci segnalano il grande interesse per la manifestazione. Il prossimo anno apriremo al pubblico anche due castelli fuori regione, uno in Carinzia e uno in Slovenia». Continua Alessandra Maniago: «Abbiamo appena concluso i lavori di conservazione delle mura di cinta di palazzo d’Attimis. Un intervento estremamente dispendioso, trattasi infatti di mura che racchiudono sei ettari di parco all’inglese e giardini all’italiana. Sentiamo la responsabilità di conservare il patrimonio della nostra regione e i nostri sforzi vanno tutti in questa direzione. Speriamo davvero che l’Imu non colpisca le proprietà castelliere. Significherebbe chiudere definitivamente i portoni e perdere un patrimonio di immenso valore». E in attesa di scoprire cosa accadrà nel prossimo futuro il Consorzio, che oltre a Castelli aperti organizza una serie di altri eventi culturali e promozionali, è già al lavoro per la preparazione del prossimo appuntamento: notare in agenda, il 6 e 7 ottobre prossimi. Fabiana Dallavalle

«Sperre Grigno», i forti dimenticati

 GRIGNO. Lo Sperre Grigno: 5 fortificazioni tra Barricata e Castello Tesino. Progettate, ma mai realizzate, causa costi eccessivi prima e lo scoppio della Grande Guerra poi, la loro storia è sconosciuta ai più. Ora uno studio le riporta alla luce. Autore è Leonardo Malatesta, 34enne storico militare di Vicenza, fondatore dell’associazione Sperre Valsugana, che ha da poco pubblicato “Lo sbarramento austriaco della Valsugana: dai forti del ’900 allo Sperre Grigno”. Un lavoro che fa parte dei quaderni della Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro a Salò, di cui è vicedirettore. Nel volume (non in vendita) focalizza l’attenzione sul misterioso sbarramento (Sperre appunto) austriaco che doveva sorgere tra la Barricata e il Tesino. Ma rimase sulla carta. «È il primo studio che se ne occupa, non esiste alcuna pubblicazione ma solo cenni», spiega, narrandoci la vicenda, ricostruita andando a scartabellare fonti austriache negli archivi di stato di Trento e Bolzano.
 Siamo nel 1905 quando il generale Conrad diventato Capo di Stato Maggiore pensò di fortificare il Trentino con sbarramenti più moderni e corazzati a ridosso del confine orientale. Forti difensivi ma anche offensivi: questa la sua tattica della guerra in montagna. Spostò i fondi in Trentino e presentò il progetto dello Sperre Grigno, 5 forti e una tagliata stradale: Cimogna (1.398 m, a est di Grigno, per controbattere Cima Campo) e Picosta (1428 m, a est di Castel Tesino, per distruggere Col Perer e Primolano) per le alture a nord del Brenta; Costa Alta (alle pendici del monte) e Col Meneghini (1597 m), sull’altipiano di Val d’Antenne, che dovevano battere Cima Campo e Forte Lisser. Infine un forte e una tagliata stradale a San Uldarico, a sud di Grigno, dove sorge l’omonima cappella, per dominare la valle e controllare strada e ferrovia. Forti con obici e mitragliatrici. Per Grigno si prevedeva una spesa di ben 6.2milioni di corone, contro le 3.4 di Lavarone e le 2.1 di Garniga. Ma il progetto di Conrad trovò la ferma opposizione della Commissione di difesa locale, guidata dapprima dal Feldmaresciallo Arcen e poi dall’ispettore generale del genio Leithner, contrari a opere in alta quota. E poi lo Sperre Grigno era troppo costoso, mancavano le finanze. Se ne tornò a parlare nel 1910 ma fu nel 1912, col passaggio da Leithner al generale Blenesi, che trovò concretezza. Si progettarono opere per 56milioni di corone e i lavori iniziarono nel 1913. Allo scoppio della Guerra, nel 1914, erano state costruite solo la strada d’accesso per i forti Picosta e Cimogna, quella “della Pertica” che porta da Grigno in Barricata. Ma nessun lavoro di fortificazione. La guerra cancellò definitivamente i progetti di Conrad. Dello Sperre Grigno restano solo alcuni schizzi e poco o nulla nei libri di storia. - Marika Caumo

MALCONTENTA Spettacolo al Canevon Nel corso delle iniziative dei pomeriggi musicali al Canevon, oggi nella sala grande del Centro civico di via del Cassero 4 il Laboratorio Harmonia presenta alle 16.30“Teatro/Movimento/Euritmia/Musica”, esibizione tra musica e parole. Ingresso libero fino ad esaurimento dei 50 posti disponibili. MARGHERA Aperta l’oasi di forte Tron In occasione della giornata ecologica, oggi è aperta l’oasi naturalistica di forte Tron, con apertura dei cancelli e disponibilità di utilizzo area esterna dalle 10 alle 18 e visite guidate all’interno del Forte alle 15 e alle 16. Forte Tron è inserito nel campo trincerato di Mestre, una serie di fortificazioni militari ottocentesche disposte a raggiera attorno ad un nucleo di grande valore strategico. MARGHERA Sondaggio popolare sulla torre di Cardin I socialisti di Marghera hanno iniziato ieri un sondaggio popolare per ascoltare la posizione dei residenti sull’avveniristica torre che lo stilista Pierre Cardin vuole realizzare in zona. Hanno posizionato gazebo durante il mercato rionale e ripeteranno l’iniziativa anche nei prossimi due sabati, 21 e 28 aprile. I risultati saranno disponibili lunedì 30 aprile sul sito www.partitosocialista.venezia.it. In pratica i socialisti hanno preparato un volantino nel quale vengono precisati i termini della questione e poi si chiede esplicitamente il parere, favorevole o contrario, al progetto da un miliardo e mezzo di euro. MARGHERA Giochi e pattinaggio cancellati Era prevista oggi l’invasione a Marghera di 500 bambini per il trofeo Bruno Tiezzi di pattinaggio (categorie Giovanissimi ed Esordienti) in via della Fonte e i giochi intercentri Coni al parco Emmer, a cura del Judo Club Marghera. Il previsto maltempo ha però convinto gli organizzatori a rimandare i due appuntamenti (probabilmente al 6 maggio).

PULA Verso un turismo di qualità. Prende il via il Circuito Turistico delle Fortificazioni Difensive e delle Torri Costiere . L’iniziativa è dell’Agenzia Costiera Sulcitana , costituita fra i comuni di Pula, Teulada, Domusdemaria , Santadi, Sarroch, Villa San Pietro e Capoterra. Il progetto, denominato, For Acess , è in fase di attuazione e attraverso i finanziamenti del Po marittimo Italia Francia propone dei servizi di qualità a tutte le strutture che operano nel settore turistico( ricettive, di servizi, culturali, ambientali etc ). È stata proposta una convenzione alla quale stanno aderendo numerose piccole e medie aziende di un vasto territorio, identificato con la Costa Sud Occidentale della Sardegna. Le offerte vacanza saranno promosse attraverso canali distributivi italiani ed esteri per mezzo di un network di strutture che ne garantirà visibilità nazionale ed internazionale. L’idea del Circuito delle Fortificazioni Difensive, nasce dalla presenza in tutto il territorio di torri difensive costiere, risalenti al periodo aragonese. Queste assurgono, dunque, a simbolo di attrazione paesaggistica ed ambientale essendo situate tutte in posizione panoramica sul mare. Sono , in altre parole, il marchio di qualità per i professionisti del turismo. La convenzione proposta da Costiera Sulcitana, riguarda il coordinamento del circuito su scala locale e rappresentanza sulla rete nazionale; creazione di pacchetti turistici; e promozione e commercializzazione del prodotto turistico. Previsti, inoltre, tutta una serie di servizi minori, quali una news letter mensile; partecipazione a fiere e mostre in Italia e all’estero; accordi commerciali con i principali network italiani e stranieri; redazione di opuscoli cartacei; creazione di un sito internet plurilingue. Di contro, coloro che vogliono essere ammessi al circuito dovranno offrire una serie di standard di altissima qualità. Qualche esempio: la struttura deve offrire caratteristiche architettoniche di pregio ed essere situata in zone di interesse turistico, culturale, artistico ed ambientale; garantire l’accesso ai portatori di handicap; fornire prodotti tipici del territorio; accettare le carte di credito senza sovraprezzo; e organizzare corsi legati al territorio. Ancora: accesso per gli animali di piccola taglia; adeguati standard di sicurezza e di comfort; e sconto minimo del 10% sui prezzi di listino. Tutela, dunque, per il turista ed incentivazione delle vacanze in tutte le stagioni. Enrico Cambedda

Vandali in Fortezza Picconate in galleria

di Alfredo Moretti w PALMANOVA Vandali in azione sulla cinta bastionata. Deturpato a picconate un tratto di galleria veneziana appena tornato alla luce. Il sindaco, Francesco Martines, ha sporto denuncia ai carabinieri di Palmanova contro ignoti nel pomeriggio di ieri e dal Comando della città stellata sono state garantite indagini e accertamenti. Amarezza espressa sia dall’amministrazione comunale, sia dai cittadini per questo ignobile gesto. Non si sono neppure attenuate le manifestazioni di viva soddisfazione per il lavoro prodotto sulla cinta fortificata dagli operatori della Forestale e dagli speleologi triestini, che già si deve fare i conti con l’imbecillità di qualcuno che si è portato all’interno di un manufatto, appena ripristinato e riportato alla visibilità di tutti, per deturpare la parte iniziale della galleria prendendo a picconate la parete di mattoni. Un gesto davvero grave perché, oltre a danneggiare una componente fortificata di carattere storico, rappresenta una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che si sono adoperati per la grande opera di pulizia e messa in sicurezza della cinta fortificata e per la cittadinanza intera che sta ammirando il ritorno alla luce delle peculiarità più belle di Palmanova. «Indubbiamente è un atto che lascia perplessi e che ci rende tutti un po’ arrabbiati, un po’ tristi- ha detto il sindaco Martines. Ora il problema riguarda la sicurezza soprattutto in queste gallerie. Per ora pensiamo di chiudere le entrate in via preventiva per valutare poi come procedere per evitare che succedano altri atti vandalici come questo. Si potrebbero porre dei portoncini d’accesso che richiamino altri architettonicamente adeguati alle fortificazioni, come quelli già posti in alcuni settori dai militari». Martines intanto informerà del fatto la Soprintendenza per studiare appunto rimedi e il Demanio, proprietario della cinta bastionata. La rete di gallerie sotterranee è stata riportata alla luce solo qualche settimana fa dagli speleologi della Commissione grotte Boegan della Società alpina delle Giulie del Cai di Trieste che hanno prodotto una mappatura anche di tutti i percorsi. E’ proprio la cinta bastionata con le sue gallerie a richiamare maggiormente il flusso turistico a Palmanova. Infatti, anche in occasione della Pasquetta, le visite guidate a questi camminamenti sotterranei hanno superato ogni più rosea aspettativa.

Colico - I due forti più famosi della Provincia di Lecco, e tra i più importanti in Europa, riaprono ai visitatori. Forte Montecchio e Forte Fuentes a Colico sono nuovamente accessibili a partire da questo sabato.

Corriere di Lecco - 4 aprile 2012

RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE. Mentre Forte Montecchio già da alcuni anni è visitabile nella sua totalità, Forte Fuentes negli ultimi anni non era più aperto al pubblico; nel corso dell'inverno (dopo una prima parziale apertura la scorsa estate), è stato oggetto di eccezionali lavori di riqualificazione ambientale e pulizia. Interventi che hanno consentito di far tornare visitabili vaste aree di interesse storico e architettonico che prima erano coperte dalla vegetazione.

VIAGGIO NELLA STORIA. Visitare i due forti consente di fare un viaggio nella storia delle fortificazioni militari partendo dal Fuentes - struttura risalente al 1603 - per arrivare fino al Montecchio realizzato in vista della Prima guerra mondiale. Un principio strategico comune ha portato all'edificazione delle due strutture a Colico, sbocco di Valtellina e Valchiavenna, ma il visitatore oggi può ammirare le differenze architettoniche e le peculiarità di entrambi i forti, apprezzando le scelte stilistiche e le caratteristiche tecniche.

POLVERIERA NELLA MONTAGNA. Se Fuentes appare come una vera e propria cittadella costruita attorno alla piazza d'armi lunga oltre 90 metri, il Montecchio consente di appassionarsi a particolari unici come la polveriera scavata nella montagna (14 metri sotto la roccia e 60 all’interno di essa) e di salire sui cannoni da 149/35 che sono i pezzi d'artiglieria in postazione fissa più grandi d'Europa.

CANNONI CONTRO IL CONFINE. I due forti sono i più importanti della Provincia di Lecco e tra i più importanti in Europa. Forte Montecchio Nord, anzi, è l’unica batteria in Europa risalente alla prima guerra mondiale con i suoi cannoni in cupola corazzata ancora puntati verso i confini di Stato; Forte Fuentes è il suggestivo forte del XVII secolo che portò Colico al centro dell’attenzione dei monarchi europei a partire dal 1603 in avanti. Ricordiamo che entrambi i forti sono gestiti dal Museo della Guerra Bianca in Adamello di Temù (BS), uno dei musei più importanti in Italia per la valorizzazione del patrimonio storico legato al primo conflitto mondiale che, oltre all’esposizione di Temù, può mostrare anche questi due gioielli storici proprio nel nostro territorio.

ORARI DELLE VISITE. Forte Montecchio e Forte Fuentes saranno aperti da questo sabato, 7 aprile al 1° luglio e dall’8 settembre al 4 novembre nei week-end (sabato, domenica) e nei festivi (25 aprile, 1 maggio, ecc.) dalle 10 alle 17; dal 2 luglio al 31 luglio il solo Forte Montecchio sarà aperto eccezionalmente in visita unica dalle 14 alle 15 tutti i giorni; per tutto luglio (entrambi i forti), poi, proseguiranno le aperture il sabato, la domenica e i festivi dalle 10 alle 18. Apertura estesa dal 1 agosto al 02 settembre: tutti i giorni dalle 10 alle 18.

Nella foto: i cannoni di Forte Montecchio (foto del "Museo della guerra bianca in Adamello").

Forte di Pietole L’idea del museo diventa un film

di Cristina del Piano Lo sguardo si perde lungo la successione di archi a sesto acuto. E la penombra che avvolge la struttura militare ottocentesca, grazie alle candele lasciate lungo il percorso, regala l’ennesima emozione. E’ forse questa l’immagine simbolo di “Ritorno al Forte”, titolo del documentario dedicato all’opera fortificata di Pietole che sarà presentato in anteprima stasera. Uno scatto suggestivo, scelto non a caso dagli organizzatori, come logo dell’incontro in programma oggi alle 21 all'Avispark di Cerese di Virgilio (via Gandhi). E proprio stasera si parlerà anche di tutela e valorizzazione di questo spazio vasto e complesso. Come pure del suo futuro: l’idea di creare al suo interno un museo permanente, ad esempio, potrebbe trovare consensi. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi perché il forte, dismesso dal 1983, attualmente è ancora di proprietà del Demanio e in concessione al Comune per quanto riguarda la custodia e sorveglianza del bene. L’obiettivo dell’amministrazione è ovviamente l’acquisizione definitiva. Il Forte fu edificato in parte dai francesi e passò agli austriaci dopo il 1894 che lo completarono per adattarlo a polveriera. «Parliamo di una struttura di 330 mila metri quadrati - osserva Francesco Rondelli, tra i relatori della serata - uno spazio enorme e di conseguenza definire ora l’utilizzo futuro non è possibile. Sicuramente ci sarà una pluralità di funzioni che saranno insediate all’interno del forte e che saranno da individuare attraverso un dialogo condiviso tra amministrazione, tecnici e cittadinanza. La destinazione che a mio avviso è d’obbligo immaginare, viste le caratteristiche dello spazio, è quella museale espositiva, un contenitore di allestimenti permanenti. Ovviamente il Comune dovrà entrare in possesso del bene e, in questo senso, i rapporti tra Demanio e amministrazione sono costanti». Di questi e altri aspetti, come si diceva, si parlerà oggi nell’ambito della serata Una "Vita Nova" per il forte di Pietole: tra passato e futuro. Chiaro l'intento dell'iniziativa che punta a divulgare la conoscenza di questo esempio di architettura militare carico di storia. Nel corso dell'inizitiva è prevista inoltre la proiezione in anteprima del documentario Ritorno al forte, alla scoperta dell'opera fortificata di Pietole. Nel corso della serata interverranno anche il sindaco di Virgilio Alessandro Beduschi, Lorenzo Jurina, professore di recupero e consolidamento del patrimonio monumentale del Politecnico di Milano, Francesco Rondelli, laureato in ingegneria con tesi sul recupero del Forte di Pietole. Tra i relatori anche Pier Giuseppe Bardi, responsabile comunale del settore gestione del territorio e l'architetto Stefano Gorni Silvestrini. Una serata che punta dunque alla riscoperta di questo complesso architettonico. «In questi anni sono stati fatti passi molto importanti per la struttura- spiega il vice sindaco Francesco Aporti - come il passaggio dal Demanio militare a quello civile. La richiesta di acquisizione era precedente la nostra amministrazione. Noi abbiamo cercato di accelerare il più possibile l’iter e un notevole passo avanti è stato fatto tra il 2009 e il 2010 quando ci è stata data la custodia e sorveglianza che, nei meccanismi del Demanio, può essere letto come il passo preliminare per la concessione definitiva». E il futuro? «Lo spazio si presta a molteplici utilizzi - aggiunge Aporti – pensiamo anche al contesto naturalistico, siamo in un sito di interesse comunitario, senza dimenticare la valorizzazione storico e quella turistico culturale. Adesso la nostra attività, come amministrazione, è quella di divulgare il più possibile la conoscenza di questo monumento di indubbio valore e, forse, sconosciuto ai più nella sua bellezza». In questo contesto si inseriscono le visite guidate con Exploring Academy, le attività che hanno coinvolto gli scout per la pulitura del sito, le conferenze e, naturalmente, questo documentario. Un viaggio che, tra immagini, notizie storiche, ricostruzioni e testimonianze cerca, almeno in parte, di restituire al pubblico l’anima del forte.

L’anno scorso la visita di Seamus Heaney

Il Forte di Pietole è un’opera nata a difesa di Mantova, risale agli inizi dell’Ottocento ed attualmente è in stato di abbandono. Il complesso napoleonico era nato come protezione dell’opera di chiusa a sbarramento delle acque tra il Mincio e l’ex lago Paiolo, considerato punto strategico per Mantova. Progettato e costruito in parte dai francesi agli inizi del 1800, la struttura è stata completata e potenziata dagli ingegneri austriaci negli anni dopo il 1834. Era poi arrivato nel 1917 al Regio Esercito Italiano, sempre come deposito di esplosivi. Una polveriera, insomma, che in quell'anno, in piena prima guerra mondiale, fu teatro di una violenta esplosione. All’interno del forte oggi, struttura in disuso del quale il Comune ha la custodia in vista della possibile acquisizione, sono previste visite guidate su appuntamento a cura dell’associazione Exploring Academy. Anche gli scout si sono impegnati per la pulitura dell’area. Nell’ottobre dello scorso anno, come ricorda Grazia Caleffi, coordinatrice culturale del Comune, in visita al Forte ci fu anche il poeta Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura e premio “Virgilio d'oro”.

Dal cantiere edile emergono gallerie e bunker della guerra

La Tribuna di Treviso - 29 marzo 2012

SERNAGLIA DELLA BATTAGLIA. Gli scavi effettuati in un cantiere edile a Falzè di Piave, in prossimità dell’incrocio tra le vie Bivio, Pieve di Soligo e Mercatelli Sant’Anna, avrebbero portato alla luce delle gallerie e dei bunker risalenti alla Prima guerra mondiale. Per questo il presidente del Museo del Piave, Diotisalvi Perin, chiede lumi al Comune di Sernaglia e al Corpo forestale sulla fondatezza delle recenti segnalazioni giunte all’istituto di Vas. «Non vogliamo fermare il cantiere» spiega Perin «ma solo avere la possibilità di effettuare, sul posto, un sopralluogo per fare delle foto e recuperare eventuali cimeli». Secondo il presidente del Museo del Piave, infatti, l’incrocio in questione era un passaggio militare strategico, quotidianamente bombardato dall’esercito italiano insediato sul Montello durante i conflitti del 1917-1918. «Secondo l’archivio storico di Vienna e il museo di guerra di Budapest» chiude Diotisalvi Perin «lungo l’attuale via Pieve di Soligo, dall’incrocio sino all’Antica osteria Pozzi, gli austro-ungarici avevano scavato una serie di gallerie e bunker per proteggersi». (g.z.)

Agli Alberoni demolito un bunker usato dai sub

La Nuova di Venezia e Mestre - 26 marzo 2012

In uno dei luoghi più belli del Lido, tra la spiaggia degli Alberoni e la bocca di porto di Malamocco, con l’oasi del Wwf alle spalle, c’era una volta un bunker costruito durante l’ultima guerra, dopo l’8 settembre 1943 dai tedeschi, con funzione antisbarco e anche di ricovero.

Al suo interno c’era un’ampia stanza, che rimessa a posto è stata usata per decenni e decenni dal Club San Marco come deposito di attrezzature per le immersioni e spogliatoio per i subacquei veneziani prima e dopo.

L’inserimento ambientale di questo manufatto era eccezionale, grazie anche al fatto che era stato costruito proprio per essere quasi invisibile dal mare, visto che doveva proteggere la terra italiana invasa dai tedeschi da eventuali sbarchi delle truppe alleate. La sua utilità, per una gloriosa e storica associazione sportiva come il Club San Marco, era insostituibile.

Eppure è stato eliminato per dar luogo alle opere del Mose. Ciò che fa soffrire è che nessuno, nemmeno i frequentatori abituali del molo foraneo degli Alberoni , soprattutto veneziani, pescatori e non, se ne sia accorto.

Nessuno, insomma, si è posto queste domande: che fine ha fatto il bunker degli anni Quaranta? Ma soprfattutto: che ne sarà di quell’angolo di Paradiso?

«Sembra ci sia in atto, sulla cittadinanza, un’opera di desensibilizzazione, che crea assuefazione per la perdita di un bene paesaggistico e culturale – sostiene Daniela Milani Vianello, storica dell’isola del Lido, che ha segnalato la sparizione del manufatto tedesco – In questo caso, ad esempio, il bunker, a causa dell’uso che ne veniva fatto, era diventato “luogo di vita”, eppure se n’è cancellato perfino il ricordo».

 

 

Palmanova. Sottoterra nella città stellata tra i misteri dell’antica fortezza

Il Piccolo di Trieste + 23 marzo 2012

Il cunicolo dove mi sto infilando, stretto come una tana di volpe, sicuramente non era previsto dagli ingegneri della Serenissima che, il 5 ottobre del 1593, posero la prima pietra di quella “fortezza reale di nove belloardi” che oggi conosciamo con il nome di Palmanova. Passo oltre la strettoia d’entrata strisciando fra ragnatele e ossa di piccoli di animali, mentre il fascio di luce elettrica del casco fora l’oscurità senza farmi vedere la fine del tunnel. Mi trovo nella cosiddetta Zona 9, a ovest di Porta Udine, oltre il rivellino di questa parte della cinta muraria di Plamanova, in un basso corridoio scavato su un piano elevato rispetto alla galleria di mina che porta alla lunetta napoleonica. Il sotterraneo dove mi sono ficcato non dovrebbe esserci. A differenza degli altri ipogei disposti a ragnatela lungo tutto il perimetro fortificato della città, nessuno ne conosceva l’esistenza. Finché gli speleologi della Commissione Grotte “E. Boegan” del Cai Alpina delle Giulie di Trieste, la più antica società speleologica del mondo, non l’hanno scovato seguendo il loro fiuto da segugi del sottosuolo. «Difficile capire a cosa servisse», mi dice affacciandosi al buco d’ingresso della galleria misteriosa Fabio Feresin, responsabile per la Boegan del Progetto Palmanova Sotterranea, varato nel febbraio scorso in accordo con il Comune palmarino con l’intento di realizzare la prima mappa ufficiale dei sotterranei della fortezza. Una carta non ufficiale - e forse più di una - esiste già: fu realizzata da Giovanni Vidale e Rodolfo Musuruana, allora adolescenti, che tra l’estate del 1970 e la primavera del ’71 si erano dati il compito di esplorare e mappare il reticolo di gallerie della città fortezza. Un’altra cartina disegnata a mano l’ha fornita Aldo Bobek, 75 anni, a lungo custode delle collezioni del Museo di guerra per la pace di Diego de Henriquez, e oggi presidente dell’associazione palmarina Pro Nuovo Museo. Ma un rilievo ufficiale, realizzato con tutti i crismi e soprattutto con le moderne tecnologie al laser, non c’è. E anzi non esistono nemmeno i piani di costruzione delle gallerie della cinta difensiva, sia per ovvie ragioni legate alla segretezza militare, sia perché i progetti dell’intera fortezza sono andati smarriti. Finora gli speleologi della Boegan hanno rilevato circa due chilometri di sotterranei sui quattro, e più, che si suppone compongano l’anima oscura dell’antico sistema difensivo di Palmanova. E per quanto le strutture fossero più o meno alla portata di chiunque, solo dopo i lavori di disboscamento e pulizia dei baluardi e dell’intera cinta ad opera della Protezione civile, è stato possibile liberare molti dei cinquanta accessi sotterranei nascosti dalla vegetazione. Portando alla luce qualche sorpresa, come il budello dal quale sto uscendo a fatica. «Dobbiamo ancora verificare - spiega Feresin mentre ci spostiamo verso un altro sotterraneo - se anche gli altri camminamenti delle lunette sono dotati di gallerie come questa a un livello superiore, la cui funzione è tutta da dimostrare».

Mentre camminiamo nel fossato mi rendo conto come non sia facile avere un quadro schematico del sistema difensivo di Palmanova, sopra e sotto. La città stellata appare come un frattale che moltiplica un’idea di fortezza intesa come macchina da guerra. La Serenissima concepì questo avamposto della cristianità contro i turchi e le mire arciducali austriache secondo schemi allora modernissimi. Due cerchi di protezione con cortine, baluardi, falsebraghe, fossato e rivellini a salvaguardia delle tre porte d’ingresso con il numero di bastioni, la lunghezza dei lati e l’inclinazione della mura stabiliti in funzione della gittata dei cannoni dell’epoca. Il risultato fu un ennagono con nove baluardi a punta di freccia, nove rivellini (fortificazioni a punta) e, nella terza cerchia più esterna, nove fortini anche questi a forma di punta di freccia detti lunette, aggiunti più tardi da Napoleone visto che i cannoni si erano evoluti in potenza e gittata. Nell’insieme quasi una figura cabalistica, la razionalità dei numeri al servizio della guerra. Ma qualcosa non quadra del tutto. Sottoterra si sviluppa un altro reticolo geometrico dove non mancano le sorprese.

La tipologia dei sotterranei di Palmanova in fondo è semplice: ci sono i camminamenti dei rivellini, sotto la cerchia di epoca veneta, a forma di tridente allargato, con una galleria centrale a fondo cieco in coincidenza con il vertice del rivellino. In caso di assedio questa poteva essere il punto di partenza per un ulteriore scavo con lo scopo di rompere l’accerchiamento o, se minata, poteva far saltare in aria eventuali opere degli attaccanti. Poi ci sono i camminamenti delle lunette, di epoca napoleonica, realizzati per proteggere i rinfozi diretti alla lunetta e un’eventuale ritirata da questa, con due scale che dal sottosuolo portano al piano superiore del fortino. Infine ci sono le condotte drenanti, passaggi più stretti, sempre ottocenteschi, che rappresentano un’integrazione a quel capolavoro di idraulica che fu alla base della costruzione di Palmanova.

Dopo una puntata nei cunicoli dell’antico acquedotto, un’altra nei camminamenti di una delle cinque lunette sulle nove rimaste integre, e una terza nella galleria cinquecentesca di un rivellino (dove sorprende trovare una volta a ogiva come quelle dei francesi ma costruita tre secoli dopo), con gli speleologi della Boegan raggiungo Porta Aquileia. Entriamo nelle gallerie che portano alla lunetta per effettuare il rilievo. Il pavimento lastricato e un canale di scolo sono un’ulteriore testimonianza della maestria architettonica di quel complesso sotterraneo definito dalle genti del Cinquecento “la corazza d’ogni fortezza”. Mentre avanzo nello stretto e basso passaggio sotterraneo ringraziando l’inventore del casco, chiunque egli sia, il rilevatore esperto del gruppo della Boegan, Augusto Diqual, tira fuori un apperecchio DistoX, dispostivo elettronico per il rilievo concepito apposta per gli speleologi. È composto da un telemetro laser e da una scheda d’espansione integrata con una bussola e un clinometro elettronici, più una connessione Bluetooth per la trasmissione senza fili dei dati acquisiti. «La bussola a tre assi - spiega Diqual - permette misure in qualsiasi direzione, con un orientamento qualsiasi dell’apparecchio e con la massima precisione». In pratica si può avere il disegno della cavità sullo schermo del palmare in tempo reale, man mano che si procede nell’esplorazione. «Ecco - interviene Feresin - questa parte dei sotterranei è più complessa, ci sono più diramazioni: sono le varianti a uno schema costruttivo altrimenti uguale».

Quando usciamo alla luce del sole c’è ancora il tempo per una visita alla sortita del bastione retrostante. È una galleria altissima e in pendenza, da dove era previsto uscissero i reparti a cavallo nel caso si dovesse tentare una sortita contro gli assedianti. La galleria è stata chiusa ed parzialmente ostruita da terra di riporto. Sorte, del resto, toccata anche ad altri sotterranei non completamente percorribili.

Secondo il sindaco di Palmanova, Francesco Martines, e con lui l’assessore all’Urbanistica Luca Piani, il progetto di esplorazione e rilievo dei sotterranei «avrà un profondo valore storico e scientifico, e servirà per la valorizzazione turistica dell’intera cinta: entro l’estate vorremmo aprire al pubblico almeno uno dei tratti sotterranei scoperti, e anzi già in aprile organizzeremo visite guidate nell’ambito della manifestazione Pasquetta sulle mura». D’altro canto una delle lunette, compreso il corridoio sotteraneo, è già stata restaurata e da tempo ospita il Museo Storico Militare. Ma l’obiettivo finale è il riconoscimento da parte dell’Unesco di Palmanova come patrimonio dell’umanità. L’iter è già partito e, dice Piani, «è a buon punto».di Pietro Spirito

 

Sotterranei, trovato il punto d'accesso

Il Centro di Pescara - 21 marzo 2012

Sotterranei, trovato il punto daccessoPESCARA. Una planimetria del 1890 rivela con precisione l'ingresso dei sotterranei della fortezza spagnola, nel cuore di Pescara vecchia. Il punto indicato è il terrapieno ferroviario che sovrasta la rampa di legno della pista ciclabile, chiusa oramai da mesi perché malmessa. È lì che bisognerà scavare per riportare alla luce un pezzo importantissimo della storia cittadina e dell'intera Italia meridionale, riaffiorato già nel 1973 durante la costruzione della nuova rete ferroviaria e subito nascosto sotto qualche metro di terra. Il documento relativo al fortilizio soppresso dopo l'Unità, estratto da un faldone della "Società italiana per le strade ferrate meridionali", probabilmente appartiene a una collezione privata ma una fotocopia è da alcuni anni nel ricco archivio di Licio Di Biase, politico, scrittore e storico pescarese.
Dei sotterranei realizzati con mattoni cotti non si sa nulla. Potrebbero essere limitati ad alcune stanze, quelle immortalate da Luigi Baldacci, artista pescarese che nel 1973, chiamato dagli operai autori della scoperta, fece in tempo a scattare alcune fotografie prima che il pertugio fosse richiuso per il timore che venissero bloccati i lavori. Oppure essere estesi per centinaia di metri, idea solleticata dal concetto stesso di piazza fortificata. Enzo Fimiani, storico nonché direttore della Biblioteca provinciale, ricorda che «Pescara fu parte integrante del sistema difensivo del Viceregno di Spagna. L'imponente struttura venne progettata all'inizio del 1500, durante il regno di Carlo V, e completata nella seconda metà dello stesso secolo da Filippo II». Ideata e realizzata sulla falsariga di «Capua, Messina, L'Aquila e Civitella del Tronto».
I sotterranei avevano diverse funzioni. Depositi dei materiali e delle merci indispensabili per resistere agli assedi, tanto per cominciare. Ma non bisogna escludere che servissero come via di fuga. L'alone di segreto che li circonda suggerisce questa ipotesi.
Dall'ingiallita planimetria risalente a 122 anni fa emerge un dettaglio. L'attuale golena sud del fiume Pescara è indicata come strada provinciale Chieti-Pescara. «Viene da pensare che fosse la continuazione della strada Reale, ora via Raiale», aggiunge Di Biase, nipote di Baldacci. «Come si evince, nel giro di pochi metri è custodito un patrimonio di eccezionale valore. Parliamo di una storia più che millenaria perché a due passi dall'ex Bagno borbonico, ora museo delle Genti d'Abruzzo, c'è il mosaico romano del III secolo dopo Cristo. Sto per inviare una lettera al sindaco Luigi Albore Mascia per chiedere un tavolo tecnico con Comune, Provincia, Soprintendenza ai beni paesaggistici, Soprintendenza ai Beni archeologici e facoltà di Architettura, in modo da decidere nel più breve tempo possibile cosa fare».

Dal 1880, quando la piazzaforte fu definitivamente abbattuta dai pescaresi, che la consideravano il simbolo dell'oppressione militare e un limite allo sviluppo della città, in quella zona si è costruito molto. C'è il rischio che una parte dei sotterranei sia andato distrutto? Fimiani non può escluderlo, ma precisa che dalle sue ricerche «non c'è traccia di crolli, quindi possiamo essere ottimisti».

La restituzione alla città dei sotterranei spagnoli, grandi o piccoli che siano, dovrebbe essere un cavallo di battaglia dell'amministrazione Mascia, che ha sempre fatto un vanto della propria pescaresità. Quale migliore occasione per testimoniarla con fatti concreti? I tempi per completare l'operazione potrebbero essere limitati a una manciata di mesi se, come si pensa, sull'ingresso scoperto nel 1973 è stata semplicemente adagiata della terra. «Non riesco a ipotizzare quanti soldi occorrano», conclude Fimiani, «ma non credo molti. Se pensiamo che lì sotto c'è il cuore della piazzaforte, ecco che la spesa è irrisoria. Un recupero di tale valore restituirebbe l'anima alla città e farebbe da traino per iniziative turistiche e culturali».di Marco Camplone

Quattro progetti per forte Marghera «Si farà il bando»

Oggi il Consiglio comunale, con il voto sulla delibera che fissa i nuovi ambiti di sviluppo di San Giuliano, approva anche la nuova perimetrazione di forte Marghera, che comprenderà l’Isola delle Statue e i terreni attorno alla fortificazione.

Riflettori puntati intanto sul recupero e la gestione futura del forte. Rispetto alle 43 proposte di alcuni anni fa – quando la giunta Cacciari, con un bando, tentò la carta, poi fallita, del progetto di finanza – oggi si «riparte da zero», ha ribadito l’amministrazione Orsoni. Regia affidata alla giunta che ha già votato un atto di indirizzo e si prepara a definire le linee guida per l’utilizzo del forte con un lavoro di squadra tra assessorati. Ambiente, storia e cultura sono le funzioni che, con la definitiva approvazione del Pat – assicura l’assessore Micelli – vedranno anche tutele maggiori dal rischio cemento. E’ previsto infatti il dimezzamento degli indici di cubatura, richiesti da Municipalità e Consiglio comunale. E poi ci sono i vincoli della Soprintendenza.

Ora sono quattro le proposte di gestione e recupero di forte Marghera di cui si discute in città. Saranno tutte al centro, dal 28 marzo, delle audizioni della settima commissione consiliare. Due sono proposte di aziende private, con fondi a disposizione e volontà di edificare che rischia ora degli stop. Due le proposte che arrivano da movimenti e attuali gestori del forte, ma con scarsi fondi.

Impregilo. E’ il progetto della città dei bambini, operazione da 100 milioni di euro firmata Impregilo e società Eduka che puntava a realizzarla entro il 2015, per l’Expo. Cassato il project financing voluto da Cacciari, la cordata attende ora le scelte della giunta Orsoni ma pesa la contrarietà della città, con migliaia di firme raccolte contro il progetto. E l’atto di indirizzo della giunta Orsoni di poche settimane fa ha affermato, nella sostanza, che Impregilo non può accampare alcuna pretesa su quel percorso. Il progetto prevedeva botteghe e laboratori artigiani nelle ali napoleoniche; un museo diffuso con sei piazze tematiche con negozi, laboratori e una sezione staccata del museo di storia naturale. E una struttura alberghiera in più corpi.

Mib Ag. E’ il nome della società svizzero-tedesca che propone di dare spazio a botteghe di artigianato, uffici, gallerie d'arte, mostre e sale per conferenze, caffè, ristorante e un cinema recuperando 8 mila metri quadri. A nord, dietro l'ingresso, si prevede un albergo, su due piani, con 5 mila metri quadrati. Nell'ala esterna del forte, verso ovest, un complesso residenziale su due piani su 5.500 metri quadri. A nord invece si propongono abitazioni su 3.500 metri quadri. Le palazzine con giardini potrebbero ospitare un asilo, un negozio di generi alimentari; aree di esposizione nelle casematte del forte.

Marco Polo System. La società controllata dal Comune che in questi anni ha gestito il forte, curandone le aperture e organizzando i primi servizi, realizzando studi, andrà in commissione consiliare con un proprio progetto che coinvolge anche l’attività di ristorazione e attività culturali dell’associazione Controvento. «Noi pensiamo al forte come uno dei cardini, assieme a M9, della candidatura della città a capitale europea della cultura – dice Pierangelo Pettenò – L’Accademia di belle arti ci chiede spazio per creare qui le scenografie del Malibran. E’ un inizio importante. Con 50-100 mila euro si potrebbe già fare qualcosa, con 10 milioni si potrebbe renderlo utilizzabile in gran parte».

Decido anch’io. C’è poi la proposta del laboratorio partecipato cittadino di «Decido anch’io» che ha raccolto 300 cittadini e presentato le linee guida al Palaplip venerdì scorso. Recupero sostenibile senza edificazioni aggiuntive e recupero dell’esistente. Proposti un ostello, ristorazione, area museale e culturale, laboratori artigiani, di produzione culturale, sala e arena spettacoli, centri estivi, incubatore d’impresa per il terziario avanzato. E ancora un rifugio per gatti e un giardino botanico. Si chiede di declassare via forte Marghera per creare anche nuovi collegamenti tra forte e parco. Lo diceva già il piano Di Mambro. Costo indicato per la ristrutturazione di 22 mila metri quadri: cinque milioni di euro da reperire con fondi europei e azionariato popolare.

Verso un nuovo bando. «Daremo il quadro in cui i progetti di coloro che vogliono intervenire possono svilupparsi – spiega l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin – L’idea per ora è di un bando, ma vedremo quale sarà la soluzione migliore in tempi brevi. Il forte oggi attira l’interesse di molti. E’ un bel passo avanti rispetto a vent’anni fa, quando della tutela del campo trincerato di Mestre ci occupavamo solo noi e pochi altri volontari».

I rischi quali sono? «Temo un atteggiamento che veda solo il proprio obiettivo – precisa Bettin – Il forte è talmente grande che c’è posto per tutti. Niente antagonismo a priori, quindi, e poi è bene avere la giusta attenzione, ma le speculazioni sono alquanto difficili; si tratta di un’area monumentale così vincolata che ci vorrebbero una miriade di violazioni commesse dai più diversi enti. Impossibile».

Arrivano soldi. Cinquecento mila euro dai fondi regionali di legge speciale per l’Osellino andranno alla messa in sicurezza del forte. E’ la prima volta.

Nei segreti del bastione delle Maddalene

L'Arena.it - 19 marzo 2012
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Una parte del massiccio bastione delle Maddalene vicino a Porta Vescovo FOTOSERVIZIO DIENNE

Oggi gli automobilisti che sfrecciano a tutta velocità lungo via Torbido lo degnano forse di un'occhiata distratta ma il bastione delle Maddalene, a due passi da Porta Vescovo, è uno straordinario esempio di architettura militare che racchiude in sè tre epoche storiche: il medioevo scaligero, con Antonio Della Scala che nel 1280 delimita con nuove fortificazioni l'ambito di Campo Marzio, la repubblica veneta che nel 1527 costruisce il bastione delle Maddalene con un intervento innovativo grazie a Francesco Maria Della Rovere, governatore dell'Armata veneta, e la ricostruzione austriaca del 1838-40 con l'ingegnere militare Franz Von Scholl. In questa visita ci accompagnano l'architetto Lino Vittorio Bozzetto, uno dei più grandi esperti a livello nazionale ed europeo di fortificazioni e architettura militare, Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere» e del testo sui sotterranei delle mura magistrali, l'architetto Silvia Maretti dello studio Policante che ha firmato il progetto per il futuro parco pubblico che sorgerà qui, e il geometra Giuseppe Bucchi responsabile del cantiere di Santa Marta. SI ENTRA nell'ex parcheggio della Santa Marta, ora chiuso per il cantiere per i restauri dell'ex caserma, della provianda e per la realizzazione di un nuovo edificio. Attraversato l'anonimo piazzale e dando le spalle alla caserma, arriviamo sul fronte di gola del bastione dove si nota la rampa di accesso interrata. Questo bastione, che prende il nome dalla vicinanza con l'ex convento delle Maddalene, spiega l'architetto Bozzetto, «rappresenta il prototipo della fortificazione bastionata. Nel 1500 i Veneziani costruivano le rondelle ma nel 1527, qui, realizzano il primo bastione pentagonale della storia. In passato il progetto era stato attribuito a Sanmicheli. In realtà fu costruito quattro anni prima che la Serenissima desse incarico al nostro grande architetto di realizzare le sue fortificazioni». È costituito da opere murarie e di terra, cioè mura e terrapieno con delle casematte d'artigieria nei fianchi mentre a livello superiore si trovano delle postazioni d'artiglieria a cielo aperto che verranno poi coperte dagli Austriaci. SI SCENDE dalla casamatta superiore di destra il cui accesso è un portale trilitico, cioè fatto con tre monoliti di pietra, «un modo copiato dall'antichità micenea», precisa Bozzetto. Ci troviamo in un ampio e bellissimo locale con i muri alti, in parte realizzati con l'ormai noto opus poligonale, e con il soffitto con le volte a botte a sezione conica. Un'ampia apertura sulla parete ci ricorda che qui era posizionato uno dei cannoni per il tiro di fiancheggiamento in senso parallelo alla cortina. Su una parte spiccano due nomi scavati nella pietra gallina, la pietra di Avesa, qui abbondantemente utilizzata, «Matteo» e «Davide». La data è il 1941. Perchè anche questo luogo, come molti altri che abbiamo già incontrato, fu usato come rifugio nella seconda guerra mondiale. PROCEDIAMO nella seconda casamatta gemella inferiore scendendo per 25 scalini. Sul soffitto un'elegante apertura semicircolare serviva a smaltire i fumi delle cannonate. Questa parte del bastione, danneggiato dai bombardamenti dell'ultima guerra, venne restaurato su progetto dello scomparso architetto Luciano Giavoni. Passando dalla poterna, il passaggio tra i due fianchi del bastione, si nota l'accesso alle polveriere gemelle, che servivano da deposito per la polvere nera da sparo. In ogni locale ne venivano depositati 70 quintali. Sul soffitto sono appese vecchissime lampade risalenti forse alla prima guerra mondiale. Entriamo in un ampio vestibolo dotato di prese d'aria. C'è anche un doccione, un'elegante canaletta che drena l'acqua dal tetto della polveriera e la scarica in una bacinella di pietra. Proseguiamo ed entriamo nella casamatta di sinistra, la cui volta è parzialmente lesionata ma che nulla toglie al fascino di questi austeri locali rimasti intatti da cinque secoli. LA GALLERIA di contromina, cioè quel cunicolo scavato dai soldati minatori nel XVI secolo per scoprire se eventuali assalitori stessero a loro volta scavando gallerie per far saltare le torri difensive, è l'ultima parte di questa visita e va fatta con le torce elettriche perchè non c'è illuminazione. Va detto che questa è la prima costruita a Verona, precisa l'architetto Bozzetto, «prima ancora di quelle progettate da Sanmicheli il quale si ispirerà proprio a questa». Il percorso è in discesa: siamo in cunicolo largo un metro e mezzo e alto circa uno e 70. Ad un certo punto ci si deve abbassare perchè c'è un abbssamento del soffitto. Il muro qui è spesso sei metri e si notano gli sfiatatoi inclinati laterali (unici nel loro genere perchè altrove sono posti sul soffitto) per il ricambio d'aria. Percorsi 150 metri ci troviamo a un punto cieco. Da qui si torna indietro e si ripercorre la galleria fino all'uscita, dove campeggia la scritta NXXIV, la ventiquattresima opera.7-continua Elena Cardinali

Alghero e la guerra mondiale: manifestazioni

L'Algher.it - 19 marzo 2012

ALGHERO - I fortini costruiti nel territorio algherese tra la I e II Guerra Mondiale sono l'oggetto di uno studio pubblicato nel libro dal titolo "1943 Fortini a Porto Conte".

La ricerca è il risultato di un impegno corale da parte del gruppo Ass.Fort - Associazione per lo studio delle fortificazioni costiere della Sardegna - e dal Circolo Numismatico del Modellismo e Collezionismo Algherese e il Parco di Porto Conte. Alla presentazione del libro seguirà una mostra di Militaria con uniformi, armi, documenti, diorami, cimeli, cartoline, riviste e oggettistica militare.

Farà contorno a questi due eventi il 1° Raduno Internazionale di Mezzi Militari Storici che vedrà per la prima volta in Sardegna 25 equipaggi provenienti da tutta Italia che sfileranno ad Alghero e Villanova Monteleone. La manifestazione è promossa dal circolo algherese, in collaborazione con il Parco di Porto Conte, la Fondazione Meta, la Banca di Sassari e da alcune aziende private del territorio.

 

 

Michele Sanmicheli genio delle fortificazioni

È stato presentato ieri a palazzo Belgrado, a Udine, il triduo di incontri denominati Giornate di studi sanmicheliani (Securitas veneta e architettura fortificata sanmicheliana: conoscenza, restauro, valorizzazione e recupero. Michiel da San Michiel circa il fortificar la Città di Udine e altri luoghi della Patria del Friuli). Si terranno giovedì 22, venerdì 23 e sabato 24 marzo e coinvolgeranno Udine, Gradisca d’Isonzo, Colloredo di Monte Albano e Osoppo. Dopo l’intervento introduttivo dell’assessore provinciale Elena Lizzi, si sono succeduti i contributi dei relatori per illustrare nel dettaglio l’iniziativa che intende contribuire a far luce sulla figura dell’architetto e intendente d’arte ossidionale Michele Sanmicheli, il quale tra XV e XVI secolo si occupò, tra l’altro, del sistema fortificato friulano. Il tema riveste oggi particolare interesse, in quanto al centro di una serie di attività di ricerca, cui si ascrive quella attivata dal Marco Polo System g.e.i.e., mediante la collaborazione del Consorzio per la salvaguardia dei castelli storici del Friuli Venezia Giulia, di concerto con istituzioni scientifiche nazionali, quali: l’Unità colore e luce dello Iuav di Venezia e il Corso di laurea in architettura di Udine. Hanno aderito a vario titolo la Regione Friuli Venezia Giulia, la Regione Veneto, i Comuni di Udine, di Colloredo di Monte Albano, di Osoppo, di Gradisca di Isonzo, il Consorzio della Comunità Collinare del Friuli, la Fondazione Crup e la delegazione degli Ordini Dinastici di Casa Savoia.

Segreti della fortezza di Pietole

La fortezza di Pietole, domani pomeriggio al circolo La Rovere ne parlerà Francesco Rondelli Domani alle 18 al circolo La Rovere, palazzo Magnaguti, via Giulio Romano 22, prosegue con Francesco Rondelli il ciclo "L'immagine dei luoghi. Studi, tesi, progetti. La storia, il presente e il futuro di Mantova e del suo territorio tra arte, costume, società, architettura, urbanistica e tecnologia", promosso dalla Società per il Palazzo Ducale (patrocinio del Comune, collabora La Rovere). Tema: "Nei meandri di una fortezza: storia e segreti del forte di Pietole". Sarà un viaggio alla scoperta di un'opera fortificata, tanto vicina quanto poco conosciuta. Struttura vasta e complessa, fatta di ampi spazi aperti, grandi ambienti voltati e cunicoli angusti. Con cartografie e ricostruzioni, sarà analizzata la struttura disposta su molteplici livelli difensivi, ripercorrendone la storia, in due secoli tra francesi, austriaci ed italiani. L'incontro è aperto a tutti. (rda)

La rondella delle Boccare, gioiello militare

L'Arena - 11 marzo 2012
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Lo spettacolare colpo d'occhio dell'interno della rondella delle Boccare 

Un gioiello architettonico unico nel suo genere. La rondella delle Boccare è un luogo singolare della cinta magistrale di Verona, una formidabile realizzazione architettonica del XVI secolo: l'ampia casamatta a corona circolare ha il diametro di 35,49 metri; al suo centro, una colonna cilindrica, del diametro di 8,70 metri, sostiene la volta anulare su cui si aprono quattro ampie aperture ovali, le «boccare». Ma prima di entrarvi bisogna fare un singolare percorso entrando dentro una scuola. L'ACCESSO alla rondella delle Boccare è dall'istituto tecnico «Marco Polo», la cui entrata principale è in via Moschini, a due passi da Santo Stefano, nell'edificio che fino ai primi anni Sessanta ospitò la Maternità. I visitatori, di solito però, entrano dal retro, da vicolo Coeli, dopo aver preso accordi con il dirigente scolastico. Ad accompagnarci in questo giro ci sono l'architetto paesaggista Alberto Ballestriero, autore con l'architetto Lino Vittorio Bozzetto del progetto per un percorso del benessere del Terraglio, Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere» e del testo sui sotterranei delle mura magistrali, e le volontarie di Legambiente Stefania Leoni e Silvia Pernechele che qui, insieme ad un gruppo di volontari, nel 2004 lavorarono per settimane per ripulire questa parte delle mura da erbacce, piante selvatiche di ogni sorta, rifiuti e resti d'insediamenti abusivi. SI PASSA sul retro della scuola attraverso un tracciato erboso, ammirando sulla destra il terraglio, cioè il muro di rinforzo in terra realizzato dai Veneziani, appoggiato al muro scaligero. Prima di entrare nella rondella andiamo a vedere la parte superiore, attraversando un'artigianale pista di atletica lunga un centinaio di metri parallela al muro scaligero. Si arriva così sul tetto della rondella, invasa dalle sterpaglie (ma qui i volontari trovarono un boschetto che copriva anche la parte superiore delle mura) che andrebbero nuovamente eliminate. proseguendo si potrebbe arrivare alla breccia della Madonna del terraglio, attualmente coperta dalla vegetazione. Ci accontentiamo di ammirare la banchetta dei fucilieri nella parte alta del muro circolare che segue la curva della rondella. TORNIAMO di sotto ed entriamo nella gigantesca casamatta realizzata tra 1522 e 1525 dalla Serenissima. «È la più bella rondella di Verona», fa presente Carlo Furlan ricordando che quando Napoleone, nell'800, iniziò la sua opera di demolizione di parte delle fortificazioni veronesi, suscitò la fiera protesta della nobiltà veronese che si oppose duramente alla distruzione della rondella delle Boccare. E Napoleone tornò sulle sue decisioni. Entrando si resta impressionati dallo spazio e dai giochi volumetrici di questa rondella nata per ospitare cannoni per il tiro defilato, cioè parallelo al muro, e postazioni di fucileria. Lo scopo delle «boccare» sul soffitto era di far defluire i fumi delle cannonate. L'AUTORE di questo capolavoro è sconosciuto. Lo stesso Maffei, nel XVIII secolo, si dispiace «di non poter attribuire a nessuno l'opera». Certamente si trattava di un classicista, dicono gli esperti che ipotizzano nomi come Michele Leoni o Teodoro Trivulzio. Ma non è stato trovato nessun documento che possa far risalire al geniale progettista. L'alto soffitto con le volte a botte, su cui si aprono le «boccare», è in perfetta armonia con la parte centrale, la massiccia colonna che fa assomigliare l'interno della casamatta a un gigantesco fungo dove, tra l'altro, c'è un'ottima acustica. Tanto che questo luogo è già stato utilizzato per rappresentazioni teatrali. Sul soffitto, infine, si notano ancora i ganci che servivano per il movimento dei cannoni. NEL 1943 la rondella delle Boccare venne utilizzata come ospedale sotterraneo per salvare i pazienti dai bombardamenti assicurando loro una continuità assistenziale. Grazie ai dieci metri di spessore delle mura della rondella, fu possibile scavarvi una galleria che segue l'intero perimetro della rondella. Sui muri vennero infilate delle staffe per potervi appoggiare sopra le barelle con i malati, e in particolare le donne in procinto di partorire. Le staffe sono ancora visibili percorrendo la galleria sulle cui pareti si vedono ancora scritte originali dell'epoca «Non Fumare» e «Acqua potabile». Ad un certo punto si passa davanti a un localetto dove si vede ancora un forno. Più avanti si arriva ad un locale dove vennero realizzati i gabinetti. Ancora oltre si rasenta un muro di controsoffio e si accede ad un altro tratto di galleria che porta verso un'uscita di sicurezza. Sulla parete la scritta «Pericoloso sostare». ACCANTO all'entrata della rondella si trova la cosiddetta polveriera di pace, un deposito di polveri da sparo. Per tenerla asciutta gli Austriaci realizzarono intorno al muro un'intercapedine ancora visibile. L'interno è ancora in fase di sistemazione. Per visitare il monumento bisogna contattare l'istituto «Marco Polo» allo 045.8340752 e indicando in quanti si è chi guiderà il gruppo. I volontari di Legambiente possono collaborare per favorire le visite. Elena Cardinali

Viaggio nella fortezza sotterranea

Messaggero Veneto - 5 marzo 2012

Palmanova non è solo un “impianto urbanistico” affascinante, conosciuto in tutto il mondo per la sua forma di stella nove punte. È anche una macchina perfetta, dove ciascuna componente ha la sua funzione. La rinnovata attenzione per i camminamenti sotterranei porta con sé una migliore conoscenza della complessità strutturale di una fortezza dove ogni elemento era calcolato in funzione della città e dei suoi soldati. Percorsi sotterranei compresi. L’architetto Luciano Di Sopra spiega che le gallerie si chiamano “mine” e venivano predisposte dal corpo militare dei “minatori” per migliorare la difesa o contrastare l’assedio.

Una cinta a prova di gallerie. «La prima delle tre cinte murarie – spiega l’urbanista - era stata concepita “a prova di mine”. Per i nemici era impossibile effettuare uno scavo sotterraneo e raggiungere la base dei baluardi e delle cortine per farvi brillare dell’esplosivo. Le opere murarie infatti spiccavano in elevazione a partire da 7 metri sotto il piano di campagna e quindi interagivano sia col livello della falda freatica e sia con l’acqua presente nella fossa. Ogni scavo era pertanto interdetto da un inevitabile allagamento». Le altre cinte murarie sono invece percorse da tre diverse tipologie di opere sotterranee.

I camminamenti dei rivellini. Si trovano sotto la cerchia di età veneta. Tre dei nove rivellini sono stati sventrati quando si sono create le tre strade rettilinee di accesso alla fortezza. Spiega Di Sopra che gli altri sei, in coincidenza del loro asse centrale, sono dotati di una “mina” a fondo cieco, che ha origine dalla zona protetta del fossato, si apre nel relativo muro di controscarpa e si sviluppa verso l’esterno fino a raggiungere una posizione corrispondente alla punta del manufatto. «Quasi certamente queste “mine” erano predisposte per agevolare l’opera dei minatori nel proseguire successivamente lo scavo verso l’esterno per minare con l’esplosivo eventuali opere degli attaccanti o per sorprenderli alle spalle».

I camminamenti delle lunette. Servono per proteggere i rinforzi diretti alla lunetta napoleonica e l’eventuale ritirata dalla stessa. «Ogni camminamento parte dalla strada coperta del fossato e raggiunge la lunetta a livello sotterraneo, concludendosi con due rampe laterali di scale che raggiungono la caponiera del primo piano. Questa postazione per i fucilieri è collegata con la caponiera posta al piano terra tramite una scala in legno retrattile. In tal modo la lunetta poteva essere alimentata di nuove forze che si spostavano da e per la fortezza attraverso collegamenti sotterranei del tutto protetti. Nel caso in cui gli attaccanti fossero riusciti a entrare nella caponiera del piano terra, i difensori avrebbero potuto ritirare la scala, isolarsi nella postazione superiore, scendere nel sottosuolo e ritirarsi in fortezza. Nella fase di ritiro avrebbero potuto anche minare l’intera postazione».

Le condotte drenanti. Sono percorsi di piccole dimensioni nella cerchia di età napoleonica. Di Sopra: «Essi fanno parte del sapiente sistema di gestione delle acque meteoriche interessanti la vasta superficie degli spalti. Ognuno dei nove sottosistemi fortificati presenta andamenti altimetrici configurati in modo che le acque meteoriche scorrano in superficie sgrondando dalle posizioni centrali verso l’esterno, in modo analogo a un ombrello. Le acque vengono così convogliate fino ai limiti esterni delle fortificazioni. Da qui, anziché continuare a procedere verso la campagna esterna, convergono verso le parti più basse del fossato di ciascuna lunetta e vengono convogliate in una condotta sotterranea che le riporta verso il centro della fortezza».di Monica Del Mondo

Riprendono dal 18 marzo le visite a Forte Tron

MARGHERA Con il ritorno della bella stagione e i primi caldi, per il terzo anno consecutivo riapre alla visite guidate la preziosa area storica e naturalistica di Forte Tron a Marghera, zona restituita agli abitanti nel 2010 dopo alcuni anni di abbandono e bonifica. A partire da metà marzo e fino a tutto ottobre, l’oasi di Forte Tron sarà aperta per le visite una domenica al mese, con apertura cancelli e disponibilità di utilizzo dell’area esterna per l’intera giornata dalle 10 alle 18 e tre visite guidate all’interno del forte, una alla mattina alle 11 e due al pomeriggio alle 15 e alle 16. L’area di Forte Tron è inserita nel campo trincerato di Mestre, una serie di fortificazioni militari ottocentesche disposte a raggiera attorno ad un nucleo di grande valore strategico, cioè Venezia, il suo porto ed il suo importante arsenale militare. La costruzione di Forte Tron iniziò nel 1887 per terminare nel 1890. In seguito, nel 1910-11 il forte fu ristrutturato per adeguarlo alle mutate concezioni difensive, dotandolo di un nuovo armamento. Tuttavia, fin dalle prime esperienze belliche, esso fu giudicato superato e privo di effettiva importanza militare e fu in seguito declassato a deposito di armi e munizioni, fino ad una ventina di anni fa, quando, per gli alti costi di manutenzione, venne abbandonato al degrado. In seguito venne lentamente ad assumere l'attuale fisionomia, caratterizzata da una fitta vegetazione interna, grazie alla quale dal giugno 1996 Forte Tron viene inserito nelle Oasi di protezione della fauna selvatica della Provincia di Venezia. Dalla primavera del 2010, dopo alcuni anni di chiusura per opere di bonifica, finalmente il Forte è stato riaperto alla cittadinanza grazie all’intervento della Cooperativa Limosa, che gestisce l'area per conto del Comune di Venezia. Oltre alle visite guidate tematiche (che partiranno il 18 marzo), la cooperativa organizza laboratori naturalistici per le scuole e per gruppi di ragazzi organizzati, attività estive per minori e manifestazioni culturali che hanno restituito alla cittadinanza il pieno uso di un’importante area storica. (ma.to.)

Dalla grande guerra al turismo

 ROVERETO. Solo il turismo scolastico, legato alla Grande guerra, potrebbe portare in Trentino 30 milioni di fatturato l’anno. Questo il dato calcolato da Trentino Marketing sulle opportunità che il centenario del primo conflitto mondiale potrebbe portare in provincia. «Dobbiamo creare percorsi escursionistici e pacchetti, rivolgersi ai giovani e ai nativi digitali utilizzando bene le nuove tecnologie e il web, ma soprattutto puntare sulle scuole» ha detto Paolo Manfrini, direttore di trentino Marketing durante il Forum “Verso il centenario della Grande guerra”. Mirando a coinvolgere, nelle gite scolastiche, i ragazzi delle terze medie si potrebbero portare in Trentino 8.000 classi nuove per 5 anni, «raggiungere - ha detto Manfrini - le 600 mila presenze l’anno. Con un soggiorno medio di tre giorni si potrebbe arrivare ai 30 milioni di fatturato l’anno».
 «Occorre creare offerte preconfezionate - gli ha fatto eco Stefano Landi - e creare cataloghi dei luoghi fruibili in base a tempi e distanze». Ma al Forum - organizzato da Provincia, Museo storico del Trentino, Museo della guerra di Rovereto e da Trentino Marketing - non si è parlato solo delle opportunità turistiche del centenario. L’occasione è stata preziosa per fare il punto sulla situazione del patrimonio storico. «Dal 2000 si lavora per la rivalorizzazione - ha detto il soprintendente Sandro Flaim - con il progetto Grande guerra è stato recuperato il forte di Cadine, si lavora ai progetti pilota di restauro dei forti di Pozzacchio, Dossaccio, S.Rocco, S.Biagio e Tenna, si sono censite e catalogate centinaia di opere campali, i monumenti ai caduti, i cimiteri e i casini di bersaglio». Molte sono state sistemate e il lavoro continua.
 Al forum presentato il portale www.trentinograndeguerra.it, e Lorenzo Barater, coordinatore del progetto, ha mostrato il nuovo logo: la scritta rossa su sfondo bianco “Trentino’14-’18 dalla guerra alla pace” in tre lingue e una grande “S” che disegna quello che un tempo era il fronte del primo conflitto mondiale. «Uno slogan - ha spiegato l’assessore Panizza - che ci ricorda che oggi sui luoghi dove un tempo si è combattuto dobbiamo costruire iniziative di pace, collaborazioni con le altre regioni e riflessioni da lasciare alla nuove generazioni, per privilegiare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide».

La Wehrmacht costruì il bunker, oggi è un teatro

L'Arena 20 febbraio 2012
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L'architetto Olivieri dentro al bunker tedesco realizzato nel '44

I soldati tedeschi capirono subito l'importanza di sfruttare un luogo strategico come le fortificazioni nella mura magistrali per installarvi le loro basi. Del resto l'avevano capito anche i veronesi che in tempo di guerra fecero dei sotterranei delle mura magistrali i loro ripari dalle bombe. Nel 1944 i Tedeschi trasformarono in breve tempo la poterna di sinistra del bastione di Santo Spirito, cioè l'ampia galleria ce collega l'interno della piazzaforte con le opere poste a livello del vallo, in un solido ma anche comodo bunker. Concessioni all'estetica nessuna. Con una brutta colata di cemento si coprì la storica struttura salvandone, per fortuna, alcune aprti interne che ancora danno l'idea dell'originale architettura. Dentro diverse sale, molto ampie, accoglievano postazioni per le comunicazioni e spazi per i soldati che qui si sottraevano alla furia dei bombardamenti. Lungo i muri si notano ancora i segni e i buchi dove erano sistemati i cavi degli impianti elettrici. C'erano anche dei rudimentali ma efficienti servizi igienici realizzati in un soppalco di cemento. Oggi l'ex bunker tedesco, diventato dopo l'abbandono delle mura un ricettacolo di vagabondi che lo avevano riempito di materassi, stracci e rifiuti di ogni genere e ripulito nel 2006 dall'opera paziente dei volontari di Legambiente che hanno portato via camion di immondizie, è diventato sede di attività culturali e di iniziative teatrali nel periodo estivo.

Nelle gallerie di contromina di Porta Palio

L'Arena - 20 febbraio 2012
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L'ingresso di Porta Palio da dove comincia la visita nei sotterranei. Da questa porta si accede ai due tratti galleria di contromina di Porta Palio. Uno scorcio della galleria con il muro rifatto dagli Austriaci. Da qui l'accesso al vallo. Il tubo fognario da scavalcare. In un tratto di galleria il soffitto è rimasto lesionato.

Porta Palio è l'ultimo capolavoro di Michele Sanmicheli, non ancora terminato alla sua morte, nel 1559. Ma se il monumento fa parte integrante del paesaggio urbano, con la sua imponenza e la sua sobria eleganza, i suoi sotterranei sono altrettanto affascinanti. Li percorriamo accompagnati da Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere», con l'architetto Franco Olivieri autore del progetto di recupero di Porta Palio, a parte alcune parti per le quali lavorò l'architetto Luciano Giavoni alla cui memoria oggi è intitolata una sala di Porta Palio, e con Giulio Segato, presidente della Società Mutuo Soccorso di Porta Palio.
Scendiamo nella galleria di contromina, cioè in quel tunnel sotterraneo scavato nel 1530, in epoca sanmicheliana, e poi allargato dagli Austriaci nel 1830, che aveva una precisa funzione di difesa, come spiega Carlo Furlan: «Nel 1500 la scoperta della polvere da sparo genera la cosiddetta guerra di mina. Si tratta di uno scavo fin sotto la fortificazione dove i soldatori-minatori realizzavano una grande cavità che riempivano di esplosivo e che poi, grazie a una lunga miccia, facevano saltare per far crollare la fortificazione soprastante. Per ostacolare la realizzazione di queste gallerie di mina i difensori dovevano scendere a loro volta nel sottosuolo e costruire gallerie di contromina che servivano come punto d'ascolto, per captare eventuali presenze di "minatori" nemici intenti a scavare o correnti d'aria che indicavano lo scavo già fatto, e prendere, quindi, le opportune contromisure».
Le gallerie di contromina vengono realizzate da Sanmicheli contemporaneamente ai bastioni e avranno utilizzo solo nel XVI secolo, quando le gittate dei cannoni erano relativamente corte. Già nell'800 queste realizzazioni risulteranno obsolete ma saranno utilissime durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo.
Scendendo sotto Porta Palio, la prima parte di galleria di contromina a sinistra, percorribile per circa 150 metri, è alta due metri e larga un metro e venti. Questo tratto segue il tracciato del 1300. Il muro, in sassi e mattoni, è quello del 1500. «Sono ancora visibili le bocchette nel muro utilizzate per l'illuminazione», spiega Furlan. «Qui per capire se dall'altra parte del muro erano in azione dei "minatori" si ponevano bacinelle d'acqua che vibravano in caso di picconate o campanellini che suonavano alla più piccola vibrazione». La galleria finisce con una parte interrata.
Si torna quindi indietro e si va nel tratto di destra dove si nota l'allargamento asburgico, Qui la galleria è alta circa due metri e trenta e larga un metro e mezzo. Sul muro si nota il rivestimento di pietra tagliata, l'opus poligonale, pietre tagliate a mano nel 1800, che provenivano da cave della zona di San Dionigi, tra Quinzano e Parona.
Si prosegue in fila indiana, si scavalca, grazie a una scaletta, un tratto fognario che passa giusto di lì (una realizzazione degli anni Sessanta o Settanta quando la sensibilità per la salvaguardia dei monumenti non era ancora così diffusa...) e si prosegue finchè il muro svolta, sbucando sotto al bastione di San Bernardino, dove un cancello sbarra l'accesso al vallo. Da questo varco si vede bene il muro alla Carnot all'interno del vallo. dotato di archi e postazioni di fucileria. A destra del muro si nota la scarpata di terra realizzata dagli Austriaci. Da qui si torna indietro e di torna alla base di Porta Palio. «Oggi tutto questo è visibile grazie all'opera di pulizia, che viene praticata con regolarità, dai volontari di Legambiente», precisa Carlo Furlan.
La visita di questo tratto sotterraneo è aperta al pubblico previa prenotazione. I volontari accompagnano i visitatori spiegando loro storia e peculiarità dell'area storica e fornendo anche i necessari caschetti di sicurezza. Per informazioni telefonare allo 045.59157.Elena Cardinali

Franz von Scholl, il genio e la tecnica a servizio della difesa di Verona

L'Arena - 20 febbraio 2012
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Franz von Scholl

Non si può tralasciare una nota su Franz von Scholl, ufficiale e ingegnere tedesco che «firmò» la parte austriaca delle mura magistrali di Verona. Era nato ad Aquisgrana l'8 gennaio 1772. Iniziò la carriera militare, nel 1796, quando a soli 24 anni venne nominato cadetto del Corpo degli Ingegneri. Tra il 1796 e il 1815 fu più volte in Italia, Francia e Germania. Partecipò alle campagne del Reno, al blocco di Venezia, alla battaglia di Lipsia e ad altri importanti eventi bellici del suo tempo. A Venezia si distinse i maniera particolare per i suoi progetti di fortificazione del 1805 e nel 1814 fu nominato direttore delle fortificazioni. A Vienna insegnò nella scuola del Genio dove gli era stata assegnata la cattedra di Arte delle fortificazioni. Nel 1821 fu inviato a Milano per poi spostarsi tra il 1824 e il 1830 a Francoforte per sovraintendere alla costruzione della piazzaforte di Magonza. Nel 1833, con una risoluzione, l'Impero austriaco decretava il restauro delle fortificazioni di Verona e della linea del Mincio. In quel periodo Scholl si trovava già a Verona come direttore dell'Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni e perciò il consiglio di guerra di Vienna gli affidò la costruzione delle opere. Il principale promotore di questa risoluzione fu il feldmaresciallo Josef Radetzky. Come lo descrive l'architetto Lino Bozzetto, esperto di architettura militare e profondo conoscitore delle mura magistrali, «Von Scholl fu uno dei più geniali ed attivi architetti militari dell'Ottocento asburgico». Una genialità espressa in opere di grande complessità architettonica, inserite in un contesto difensivo militare che comprendeva anche diversi forti, come il Rivellino di San Giorgio e nel disegno dell'ampliamento della cinta magistrale adattato alle nuove esigenze belliche dell'epoca, sempre con grande rispetto del lavoro fatto dai suoi predecessori come Sanmicheli.
Franz Von Scholl morì a Verona il 3 settembre 1838, sembra di creapcuore per la morte della moglie appena il giorno prima. È sepolto al Monumentale, ricordato da una semplice lapide. Forse non sarebbe male dedicare a questo illustre personaggio che amò Verona dotandola di postazioni difensive straordinarie con un convegno ma anche con un luogo speciale dove onorarne la memoria.

 

Ancora chiuso e poco sicuro «il poligono dei soldi sprecati»

L'Arena - 14 febbraio 2012
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Il poligono di tiro di Forte Azzano, già chiuso temporaneamente nel maggio 2011

È scontro sul poligono di tiro di Forte Azzano. Chiuso da quasi un anno «poiché l'attività di sparo per detto sito risulta essere pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica». Fabio Segattini, consigliere comunale del Partito democratico, spara... sul poligono chiuso appena dopo l'inaugurazione, citando un provvedimento «di rigetto» emanato dalla Questura nei confronti del Comune il 9 novembre scorso. Il poligono di strada La Rizza, lo ricordiamo, era stato chiuso dopo la segnalazioni di residenti in zona limitrofe secondo cui i pallini sparati nell'impianto arrivano fino alle loro case. «Il 12 febbraio di un anno fa alla presenza del sindaco veniva tagliato il nastro al poligono di Forte Azzano», dice Segattini, «ma da quella data è sempre rimasto chiuso. Intanto sono stati spesi la bellezza di 430mila euro, di cui 300mila per alcune postazioni di tirino a segno e opere complementari, altri 80mila per altre tre postazioni, con delibere della Giunta, più 50mila spesi dalla Quinta circoscrizione, presieduta dal leghista Venturi, per lavori di pulizia a sistemazione». Segattini non ci sta. E rincara la dose, ricordando inoltre che il sindaco Tosi e l'assessore ai lavori pubblici Di Dio hanno chiesto nell'ottobre 2010 ad Agsm e ad Amia un contributo di 162mila euro più Iva per costruire una barriera fonoassorbente. «L'opera è inutile», puntualizza Segattini, «in quanto Verona già possiede un bellissimo poligono in via Magellano, ottimamente gestito, che investe senza chiedere soldi pubblici per renderlo sempre più fruibile ai propria associati». PRONTA la replica dell'Amministrazione. «L'attività del poligono di tiro di Forte Azzano è solo sospesa temporaneamente e riprenderà non appena ultimati alcuni di lavori di miglioria», dice l'assessore Di Dio. «Il questore di Verona, infatti, a seguito di un esposto di alcuni cittadini, d'intesa con l'Amministrazione comunale, ha ordinato un controllo sul posto da parte dei tecnici esperti del Genio Militare da cui è emersa la necessità di alcuni lavori per aumentarne ulteriormente la sicurezza». Di Dio aggiunge: «Ricordo che l'attività del Centro di Addestramento polifunzionale con possibilità anche di tiro dinamico – espressamente richiesto dalle Forze dell'Ordine che precedentemente dovevano utilizzare i Poligoni di Zevio e Peschiera che permettono solo il tiro da postazione fissa – era iniziata dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione della Questura e il relativo collaudo». L'INTERVENTO, conclude Di Dio, «è costato complessivamente 316.000 euro più Iva e circa il 50 per cento della somma è servita alla riqualificazione (sistemazione, recinzione e pulizia) di un'area abbandonata a sé stessa: la Circoscrizione sta attualmente predisponendo un progetto di circa 80.000 euro per effettuare i necessari interventi di adeguamento. Forse il consigliere Segattini preferiva, a Forte Azzano, la cava trasformatasi in discarica e lasciata in abbandono dalla Giunta Zanotto».

La Polveriera ospiterà il primo museo italiano dei funghi

L'Arena - 12 febbraio 2012

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La polveriera, dove sorgerà il museo micologico

Il primo museo italiano della micologia sorgerà alla Polveriera di Rivoli. La sala al piano rialzato dell'edificio demaniale di fine Ottocento acquistato anni fa dal Comune, 250 metri quadrati sotto la sala conferenze utilizzata per concerti o incontri culturali, ora appare spoglia e fredda nonostante la travatura di legno che profuma di nuovo dopo i restauri. Attorno, pietra locale e finestre. Nient'altro. Tempo un anno, però, e questa sala si riempirà di informazioni sui padri della moderna micologia, di libri e raccolte scientifiche sul mondo dei funghi, di ricostruzioni a grandezza naturale per indagarne il rapporto con alberi, orchidee o licheni, di esempi e spiegazioni sulla commestibilità o tossicità delle specie, di immagini in grado di sfatare false credenze. «Certe persone ancora credono che tutti i funghi diventino commestibili se cotti a lungo nell'acqua bollente», afferma il micologo Paolo Cugildi, presidente del gruppo «Orto d'Europa Francesco Calzolari», con sede a Rivoli, alla Caserma Massena, ma attivo nel comprensorio della Comunità montana del Baldo, del Garda e della Valdadige. Il museo, micologico e naturalistico per indagare a fondo il rapporto tra funghi e mondo naturale in genere, è un'idea sua. Un sogno che teneva nel cassetto da 15 anni. Un progetto che non ha eguali in Italia e che ha cominciato a prender forma con la convezione stipulata tra il gruppo micologico che presiede, cui spettano creazione e gestione del museo, e l'amministrazione comunale, che cercava una destinazione culturale e turistica per la Polveriera. «Per noi è uno stimolo a investire risorse e idee in questo stabile», afferma il sindaco Mirco Campagnari, «che rischiava di rimanere senza una vocazione ben definita». In un primo momento, infatti, pareva che il museo potesse sorgere al Forte, cittadella della cultura che ospita quello della Grande Guerra. «Lì gli ambienti si sono rivelati poco adatti», spiega Campagnari. Al momento nell'ex deposito di munizioni non ci sono elettricità, gas, rete fognaria, servizi. Quando servono, si predispongono quelli provvisori; ora il sindaco assicura che il Comune provvederà nei prossimi mesi a creare i fissi e definitivi. «Per il progetto ormai ci siamo», conclude, «ma ci vorrà l'avvallo della Soprintendenza. L'obiettivo è essere pronti nel 2013 ad accogliere turisti e scolaresche». Intanto Cugildi sta pensando all'allestimento del museo insieme ai suoi collaboratori del gruppo micologico, che conta oltre 100 soci. Ha già tutto in testa. E nelle mani. Nel laboratorio sistemato in fondo alla sala passa le giornate a manipolare creta, pasta di mais o cartapesta, con cui crea modellini di funghi per i «diorami», le ricostruzioni ambientali che spiegheranno al grande pubblico la biologia dei funghi. Utilizza anche plastica da riciclo. «Così la visita potrà essere anche una lezione di ecologia», afferma. Al suo fianco ci sarà anche l'associazione micologica italiana (Amb - Associazione micologica Bresadola), che ha già sposato il progetto. In visita alla Polveriera sono venuti nei mesi scorsi il presidente nazionale Luigi Villa e il direttore del Centro studi micologici, Carlo Papetti.

Così rinasce Forte Maso

Rivista Schio - 08 febbraio 2012

E' nata lo scorso dicembre una nuova associazione culturale valleogrina: l'Associazione Fortemaso, che ha sede nell'omonima località nei pressi di S.Antonio del Pasubio, più precisamente nell'osservatorio della storica fortificazione di origine tardo ottocentesca. A dare vita al sodalizio 16 soci, tra i quali spicca come presidente il cav. Ottorino Brunello: per il già fondatore dell'Associazione 4 Novembre, di cui era stato a lungo responsabile fino a qualche anno fa, si tratta di un ritorno sulla scena dell'associazionismo culturale locale. Nel direttivo figurano anche il vicepresidente Marco Gianesini e i consiglieri Marco Brunello, Mirco Festaro, Giancarlo Fontana, Giorgio Montagna e Ferdinando Passarin. L'Associazione Fortemaso persegue finalità di solidarietà sociale con l'obiettivo di tutelare il patrimonio culturale legato agli eventi bellici nelle Prealpi veneto-trentine nel periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la fine della 2a Guerra mondiale. Tra le attività che si prefigge vi sono il recupero di beni culturali materiali (manufatti, documenti, archivi, fotografie, con particolare interesse allo stesso Forte Maso) e immateriali (poesie, tradizioni, canti), nonché la promozione e divulgazione di una "cultura della memoria" per promuovere i valori della pace e della fratellanza umana. Intanto la nuova proprietà ha già dato il via al recupero del manufatto, con la pulizia e messa in sicurezza di alcune fra le 80 stanze dell'opera - tra gli obiettivi la creazione di biblioteca, sala riunioni, un centro studi e del MumM (Museo monte Maso) - grazie all'aiuto di volontari (alpini di Valli del Pasubio e S. Antonio, Omg di Schio, scout di Vicenza) e il sostegno finanziario della Comunità montana Leogra-Timonchio. Forte Maso, che nel 1939 passò a proprietà privata, ha subito negli anni gravi danni a causa della demolizione delle strutture metalliche e dell'asportazione di ingenti materiali a scopo di rivendita, a cominciare dai mattoni delle volte e dei pavimenti. Una parte del saccheggio venne effettuato durante l'ultima guerra, quando il forte fu gestito dall'Organizzazione Todt. Il resto l'ha fatto l'abbandono e l'inclemenza delle intemperie.

Forte Maso, unico forte corazzato esistente in Val Leogra all'inizio del secolo scorso, fu costruito (1883-1887) in posizione strategica a difesa del valico di Pian delle Fugazze, allora confine di stato. Aveva alle proprie dipendenze la Tagliata Bariola (sbarramento stradale) e la spianata del monte Castelliero (artiglierie occasionali in barbetta): l'insieme formava un blocco di sbarramento in opposizione a un'eventuale penetrazione in territorio italiano da parte austriaca. Il forte aveva il compito specifico di battere con le proprie artiglierie i tratti di strada a monte e a valle dello sbarramento: si avvaleva, nella dotazione iniziale prevista, di sei cannoni da 149mm G in casamatta corazzata verso l'alta Val Leogra (Val Canale) e quattro obici da 149 mm G in cannoniera rivolti in direzione opposta verso Valli del Pasubio. Nella 1a Guerra  mondiale, tuttavia, Forte Maso non ricevette mai il battesimo del fuoco a causa dello spostamento in avanti della prima linea. Di conseguenza fu quasi completamente disarmato e venne utilizzato come deposito d'armi ed esplosivi durante tutto il conflitto e negli anni successivi, fino alla concessione a privati alla vigilia della seconda guerra mondiale. Ora, con l'Associazione Fortemaso, per il manufatto storico è iniziata una terza vita.  Luca Valente

Pedro Cano, castelli immersi in ambientazioni d’incanto

Antiche mura, sparse nel territorio, bastioni rimasti ad osservare radure e valli da cui non spunteranno più schiere di assalitori, mura divenute ormai parte integrante della natura che le circonda, da cui sembrano essere spuntate. Fortificazioni non più dominanti, calate lentamente nell’oblìo insieme al romanticismo cavalleresco; architetture che, pur conservando una certa austerità, hanno assunto connotati poetici e suggeriscono visioni patinate dal tempo, testimoni a se stesse.
 I castelli altoatesini sono il tema del nuovo ciclo di opere che Pedro Cano, pittore ispanico, cittadino del mondo con residenza ad Anguillara Sabazia sulle rive del lago di Bracciano, porta a Bolzano, città che fu la prima tappa, negli anni ’70, del suo viaggio in Italia. Fu allora che conobbe Ennio Casciaro e quell’incontro segnò l’inizio di una collaborazione mai più interrotta con la galleria Goethe.
 Ultima mostra, nel 2006 con “Carte”, un’antologia di acquerelli che riassumeva i temi a lui cari: nature morte, frutti, piante, paesaggi e nudi. In questi giorni, Cano presenta una nuova serie, tutta particolare per un artista straniero ed espone “Castillos”, una rassegna dedicata ai castelli locali, da lui visitati in questi ultimi tempi e ritratti nei suoi taccuini. Un omaggio che accomuna la nostra provincia con la sua nativa Murcia: nature diverse, ma ugualmente custodi di antiche vestigia. In mostra, 22 acquerelli e 8 tele che “raccontano”, nell’inconfondibile stile del pittore, vedute di antichi manieri che costellano l’Alto Adige, dalla conca di Bolzano alle tante vallate circostanti.
 Torri, torrioni, mura merlate, architetture un tempo strategiche, che ospitarono e ripararono antiche comunità ed oggi entrate in solitaria armonia con il paesaggio mutevole al rinnovarsi di ogni stagione. Pedro Cano, per sua natura esploratore del tempo e dei luoghi, evocatore di atmosfere, si affaccia ai castelli Mareccio, Roncolo, Sarentino, Fontana, Tirolo, Firmiano, Juval, Castelbello, Castel Coira, Castello di Salorno ed altri; li ritrae, alcuni più volte, cambiando punto di vista e condizioni di luce.
 Li immerge in ambientazioni d’incanto, con particolare cura dei dintorni che fanno loro da cornice, distinguendo la morfologia dei luoghi. Visioni arcane si intrecciano tra narrazione storica e realtà contemporanea. Emozioni particolari, ritrovate nei dintorni di casa.
 Fino al 14 marzo. Galleria Goethe - Bolzano (4 febbraio-14 marzo 2012) Pedro Cano “Castillos”  - Severino Perelda

LORETO – Conferenza stampa su “Ancona piazzaforte del Regno d’Italia”

Da Cronache Anconetane - 27 gennaio 2012

Domani, sabato 28 gennaio, alle 16:30,  presso la sala consiliare del Comune di Loreto il Comandante Claudio Bruschi, studioso di storia militare,  terrà una conferenza dal titolo “Ancona piazzaforte del Regno d’Italia” sul ruolo avuto dalla città nell’ambito della difesa nazionale dopo l’Unità e le conseguenze che tale funzione comportò per lo sviluppo urbanistico di Ancona.A fare gli onori di casa saranno l’Assessore alla Cultura del Comune di Loreto Maria Teresa Schiavoni e il rettore dell’Università Lauretana della Terza Età Sandro Bolognini.Con l’occasione verrà anche presentato il libro “Giuseppe Morando artefice del sistema difensivo di Ancona Piazzaforte Militare” sulla figura dell’architetto che realizzò la militarizzazione della città nel periodo 1860/1868.

Isola "rubata", condannato l'ex capitano dei carabinieri

Da La Nazione - 26 gennaio 2012

Il processo si è concluso dopo ben 34 udienze. Assolti gli altri tre imputati

Si tratta di un antico e incantevole isolotto fortificato della Laguna di Venezia, l’Ottagono degli Alberoni, una delle cinque piccole isole-fortificazioni costruite dalla Serenissima nella seconda metà del ‘500  

Pisa, 26 gennaio 2012 - Dopo quasi 4 anni e soprattutto ben 34 udienze - se non è un record poco ci manca - ieri mattina in Tribunale, davanti al giudice monocratico Giulio Cesare Cipolletta, si finalmente concluso, con una condanna e tre assoluzioni, il processo per l’isola ‘rubata’ che vedeva imputati sono Marco Rezzonico (ex comandante della compagnia dei carabinieri Volterra e oggi avvocato), Donato Gritti e Sabina Luin. Erano accusati di truffa, un po’ come Totò, perchè hanno venduto - o quantomeno tentato di vendere, dopo essersi impossessati di tutti i documenti del legittimo proprietario - qualcosa che non avrebbero potuto vendere (a un magnate russo per appena 300mila euro).Si tratta di un antico e incantevole isolotto fortificato della Laguna di Venezia, l’Ottagono degli Alberoni, una delle cinque piccole isole-fortificazioni costruite dalla Serenissima nella seconda metà del ‘500 lungo l’arco lagunare, a difesa della città. Il suo proprietario è a tutti gli effetti l’avvocato Ranieri Gini - 95 anni, vicedecano del Foro pisano - che in questo interminabile procedimento giudiziario è stato assistito da una sua giovane collega, l’avvocato Giulia Padovani.Il giudice Cipolletta ha assolto gli altri tre imputati mentre ha condannato Rezzonico a due anni e sei mesi di reclusione, una pena decisamente superiore a quella richiesta dal pubblico ministero (un anno e sei mesi). Sono state anche accolte le richieste di risarcimento danni avanzate dalle parti civili, la società Joeray e l’avvocato Gini. A quest’ultimo è stata immediatamente riconosciuta una provvisionale di 50mila euro.  Federico Cortesi

 

Valle d'Aosta, così rinascono i castelli

Da il Sole 24ore - 24 gennaio 2012

Torri d'avvistamento e dimore nobiliari. Ex miniere e piccoli villaggi. Restaurati e trasformati, tornano a nuova vita. Per divantare musei, palcoscenico di eventi, centri culturali. Tutti da esplorare, magari in una giornata di pausa dalle piste da sci

La chiamano restituzione. Si prendono siti archeologici, castelli medievali, antiche case rurali, si ristrutturano e si riconsegnano al pubblico sotto forma di musei, centri culturali, palcoscenici per eventi. «La Valle d'Aosta ha un patrimonio storico e culturale immenso, non basta restaurarlo, bisogna renderlo fruibile, facendo della memoria del passato materia viva», spiega Laurent Viérin, assessore all'Istruzione e alla Cultura. Così, siti che sembravano destinati a un lento degrado – come l'area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, il Teatro Romano di Aosta, alcuni dei tanti castelli disseminati in tutta la regione – sono ora visitabili. Magari (in attesa di una definitiva riapertura) anche solo per qualche iniziativa come la rassegna Châteaux ouverts, che apre i cantieri al pubblico durante i lavori di restauro. È successo negli ultimi tempi ai castelli di Aymavilles, Arnad, Quart e, lo scorso agosto, in concomitanza con la Festa del Lardo, a quello di Vallaise d'Arnad.

MOSTRE E MUSEI AL FORTE DI BARD
Simbolo di questa politica è l'imponente Forte di Bard, proprio all'imbocco della Valle d'Aosta che, da quando ha aperto nel 2006, è il nuovo polo culturale delle Alpi occidentali. Tre ascensori panoramici in vetro si arrampicano su una ripida gola: il forte se ne sta arroccato a 106 metri d'altezza e occupa 14 mila metri quadri che ospitano mostre temporanee, il Museo delle Alpi, che racconta in 29 sale multimediali l'universo alpino, Le Alpi dei Ragazzi, per scoprire la montagna giocando e l'Espace Vallée Culture, biglietto da visita virtuale (con postazioni internet in 4 lingue) della regione. A breve aprirà il nuovo Museo delle Frontiere, dedicato alla storia di Bard e delle fortificazioni alpine.

RESIDENZE REALI E FORTEZZE
Castelli e rocche costituiscono uno dei tratti salienti di questo paesaggio. Risalendo il corso della Dora si incontrano torri d'avvistamento, mura merlate, manieri ingentiliti da portali gotici ad arco carenato. Sono più di cento le sentinelle delle Alpi, nate per collegare a vista il fondovalle alle vette del Bianco e del Rosa, e tenere sotto controllo l'arteria che, superando i passi del Piccolo e del Gran San Bernardo, metteva in comunicazione Roma e la Francia. Ce ne sono di tutti i tipi. Fortezze inespugnabili come il castello di Verrès, un cubo di pietra di 30 metri per lato che domina l'ingresso della Val d'Ayas, dove tutto è sovradimensionato: le spesse mura, le caditoie, i camini, le bifore scolpite, lo scalone ad arco rampante. Manieri di rappresentanza come Fénis, voluto da Aimone di Challant a metà del XIV secolo: torri e torrette abbracciate da una doppia cinta muraria che nascondono il cortile affrescato da Giacomo Jaquerio. Poi ci sono le residenze reali come Castel Savoia – dove passava le sue estati Margherita di Savoia – che conserva intatti la camera da letto e il salottino della regina, e più estrose dimore come il Castello di Introd: a forma circolare è la ricostruzione di inizio Novecento di una fortezza duecentesca e custodisce uno splendido granaio quattrocentesco. Qui, in estate, si tiene un festival con spettacoli, concerti e degustazioni.
 

“Trekking nelle valli occitane”: finanziato, con risorse dedicate all’escursionismo, il progetto della Comunità montana Valli Grana e Maira

Da Cunecronaca.it - 24 gennaio 2012

La Regione ha finanziato con risorse dedicate all’escursionismo dall’UE tramite il Piano di sviluppo rurale 2007-2013, il progetto della Comunità Montana Valli Grana e Maira “Trekking nelle valli occitane” per un importo di € 300.000.

L’intervento programmato è riconducibile al completamento infrastrutturale di itinerari già esistenti quali la Curnis Auta in valle Grana e il sentiero delle fortificazioni in valle Maira, al completamento infrastrutturale di altri itinerari quali il Dino Icardi e l’anello di Saretto, alla promozione della strada dei mulini e alla realizzazione di strumenti, prodotti ed attività per la promozione turistica del territorio.

 

Nell’ambito del progetto la Comunità Montana Valli Grana e Maira ha anche attivato alcune convenzioni con l’Associazione Albergatori ed Operatori Economici della Valle Maira, l’Associazione Chaliar onlus, la Pro Loco di Elva, la Pro Loco di Canosio, Pro Loco Marmora, la Pro Loco di Pradleves, l’Associazione La Cevitou, la Pro loco Valverde, la Pro Loco di Monterosso Grana e l’Azienda agricola e agrituristica Courdéto per la manutenzione e pulizia dei sentieri oggetto di intervento. 

Nelle differenti fasi dell’infrastrutturazione della rete sentieristica saranno anche coinvolte alcune realtà locali che apporteranno un contributo ciascuna secondo le proprie prerogative, quali ad esempio le Associazioni “La Cevitou”, la “Compagnia del Buon Cammino” e l’associazione “Montagne senza Frontiere”. 

“Obiettivi principali del progetto finanziato” ricorda Roberto Colombero presidente della Comunità Montana, “sono l’aumento dei pernottamenti degli escursionisti nelle valli Grana e Maira, il collegamento degli itinerari della Curnis Auta e dei Percorsi Occitani con il miglioramento dei sentieri e la sperimentazione di un nuovo itinerario tematico incentrato sulle antiche macchine ad acqua di sicuro interesse turistico.”I fondi stanziati serviranno per il ripristino di alcuni tratti di sentiero anche con opere di ingegneria naturalistica, per il posizionamento di bacheche e pannelli illustrativi, per il completamento della segnaletica direzionale ed orizzontale, per la costruzione di un bivacco fisso sotto il Colle di Feuillas nel comune di Acceglio, per la realizzazione di aree di sosta temporanea presso il Mulino Maddalena nel comune di Prazzo e presso il Mulino-segheria di San Sebastiano nel Comune di Marmora e per alcune opere di ristrutturazione interna del Bivacco Rousset nel comune di Monterosso Grana.

Fai Sassari: Calendario Incontri 2012, Scopri Tutto Adesso!

Da sardegna.blogosfere.it - 23 gennaio 2012

Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) è una Onlus tesa al recupero, tutela e valorizzazione dell' immenso patrimonio culturale e ambientale dell' Italia, ma non solo, sul sito ufficiale si legge (circa la propria missione): "Promuovere in concreto una cultura di rispetto della natura, dell' arte, della storia e delle tradizioni d'Italia e tutelare un patrimonio che è parte fondamentale delle nostre radici e della nostra identità".Famose, oltre alle Giornate FAI di Primavera, anche le campagne di raccolta fondi per salvaguardare e recuperare molti monumenti italiani, spesso sconosciuti ai più, ma autentici gioielli, ne 2010 anche un monumento sardo poté godere di questo intervento: Punta Don Diego e le sue Fortificazioni!

Città e fortezze in miniatura al Grand Palais

La Stampa - 23 gennaio 2012

Parigi espone 16 plastici di una collezione storica. Pezzi dal 1600 al 1873, tutte le piazzaforti-chiave.

La mostra La France en relief, al Grand Palais di Parigi, celebra innanzitutto l'inamovibile efficienza della pubblica amministrazione gallica. In Francia i regimi cambiano, ma lo stato resta. E così dal 1668 al 1878, attraversando l'Ancien régime, tre Repubbliche, due Imperi, un Consolato, una Restaurazione e una Monarchia Borghese, gli appositi servizi continuarono imperterriti a realizzare, conservare, aggiornare e restaurare i “plans-reliefs”, i plastici delle principali piazzeforti francesi. Risultato. Una collezione di 260 modellini di 150 fortezze, perfette riproduzioni tridimensionali in legno, carta e seta (per fare gli alberi) con tutti i minimi dettagli di bastioni, cortine, batterie ma anche della città che c'era dentro e dei campi che la circondavano. In scala 1:600, un piede per cento tese, secondo le unità di misura prerivoluzionarie. E' una Francia in miniatura ma non troppo: il “plan” del porto di Cherbourg, realizzato dal 1818 al 1819, dunque sotto Napoleone I e Luigi XVIII, attualizzato dal 1868 al 1872, fra Napoleone III e la Terza repubblica, e restaurato dal 1946 al 1948, sotto la Quarta, consiste in 46 tavole tridimensionali, è lungo 17 metri, largo nove e mezzo e copre una superficie di 160 metri quadrati. Ed è completato da quello della diga fortificata che chiude il porto: altri 15 metri quadrati.

La collezione è conservata nell'apposito museo nelle soffitte degli Invalides. Adesso però (fino al 17 febbraio) sedici dei plastici più spettacolari sono esposti in modo spettacolarissimo sotto la cupola di vetro del Grand Palais: ogni “plan-relief” si riflette in un grande specchio e i cannocchiali permettono al visitatore di scrutarne ogni dettaglio come se fosse il comandante dell'armata assediante. In effetti le origini della collezione sono militari. In un epoca in cui la cartografia era molto più incerta di oggi ma la Francia già altrettanto centralizzata, i plastici permettevano di mettere sotto gli occhi di Luigi XIV e dei suoi ministri, senza bisogno di spostarsi da Parigi, tutte le difese del Regno. E tanto erano pregiati e pregevoli che dal 1700 in poi furono ospitati nella grande galleria del Louvre, all'epoca non ancora museo ma palazzo reale.

I più spettacolari sono quelli delle fortezze sulla frontiera delle Alpi, soggette a continui passaggi di proprietà fra la Francia e il Ducato di Savoia prima e il regno di Sardegna poi.  Qui praticamente il confine si è spostato una volta a generazione almeno fino al 1947, quando Briga e tenda furono cedute alla Francia per soddisfare un capriccio del generale de Gaulle, impegnatissimo a far credere ai francesi di aver vinto una guerra che invece avevano disastrosamente perso.

Così fra Montmelian (riprodotta in rovine dopo che il maresciallo di Catinat l'aveva tolta al Duca di Savoia nel 1691), Embrum, Fort-Barraux, Mont-Dauphin, Grenoble (impressionante, con tutta la città perfettamente riprodotta com'era sotto Luigi Filippo) e Briancon, compaiono anche due forti che oggi stanno indiscutibilmente in Italia. Uno è Exilles, fatto radere al suolo da Napoleone ma ricostruito dai Savoia dopo il 1815 e, unendo al danno la beffa, con i soldi dell'indennità di guerra versata dalla Francia dopo Waterloo.  L'altro è Fenestrelle, “la muraglia delle Alpi” costruita da Ignazio Bertola, magnifica sia nell'originale che in miniatura. Per la verità, il plastico non è francese ma faceva parte della raccolta di Vittorio Amedeo III. Ma nel 1809, dice pudicamente la didascalia, “le armées francesi portarono via tutta la collezione” da Torino, insomma la rubarono. Del resto, oggi non è certo francese Lussemburgo, presa dal Re Sole nel 1684 e persa nel 1697, poi ripresa dal 1795 e ripersa nel 1814.  E men che meno Berg-op-Zoom, fortezza olandese che nel 1747 fu conquistata dal conte di Lowendal con un saccheggio che scandalizzò tutta l'Europa dei lumi. Luigi XV, come al solito indeciso, chiese al maréchal de Saxe come regolarsi con il barbaro.  Risposta:” Sire, o lo fate maresciallo di Francia o lo fate impiccare”.  Il Re lo fece maresciallo. Corsi e ricorsi storici. Il plastico di Strasburgo, eterno pomo della discordia fra francesi e tedeschi, fu “portato via” dai prussiani nel 1815, dopo Waterloo. Il plastico (72 metri quadrati, con la celebre cattedrale perfettamente riprodotta) fu rifatto sotto Napoleone III. Però nel 1870 i prussiani riportarono via Strasburgo alla francia: stavolta non la copia ma l'originale. Mentre il “plan-relief” di Brest, tuttora il principale porto militare sull'Atlantico, è prezioso per sapere com'era la città, che durante la seconda guerra mondiale fu praticamente rasa al suolo. E cos' via. Però, considerazioni storiche e artistiche a parte, qualsiasi maschio adulto che visiti questa mostra eccezionale torna immediatamente bambino. Insomma, viene subito voglia di scavalcare la balaustra e di tirare fuori i soldatini. Alberto Mattioli da Parigi

Ricetta del quasi gelato con tocco di genio: il sorbetto Buontalenti

Ma dove è nato il gelato e chi lo ha inventato?

Da arteesalute.blogosfere.it - 23 gennaio 2012

Leggenda vuole che il primo gelato sia nato verso la fine del 1500 ad opera di un eclettico ingeniere, tal Bernardo Buontalenti, al secolo Bernardo Timante Buonacorsi (Firenze, 1536 - Firenze, 6 giugno 1608) come ci riferisce il sito TaccuiniStorici.it che vi invito a visitare se amate questo tipo di curiosità gastronomiche tra arte, storia e cultura. Il suo, invero, non era un proprio un gelato. Diciamo un quasi gelato. Ecco come è andata.
GENIO POLIEDRICO. Bernardo Timante Buonacorsi, detto il Buontalenti, è stato un architetto, scultore, pittore, ingegnere militare e scenografo italiano. Con la sua lunga ed operosa attività presso la corte granducale fiorentina, fu uno degli artisti più importanti ed influenti della seconda metà del Cinquecento e personaggio chiave dell'epoca del manierismo fiorentino, fortemente legata alla personalità di Michelangelo ed in genere al Rinascimento toscano.

 

Bracciano senza segreti Arroccato sulla collina, il Castrum Brachiani è famoso per il suo lago ed il suo castello, ma sono tanti i segreti che questo nasconde…

Da liberonews - 22 gennaio 2012

A soli 40 chilometri da Roma, sulla sponda occidentale dell'antico Lago Sabatino dall’epoca etrusca, Bracciano è un piccolo comune arroccato su una collina, con quasi ventimila abitanti. Una piccola perla tra le terre del Lazio, ricca di natura, storia, cultura e romantici scorci da vivere.
Le origini del piccolo centro sono frammentarie, forse risalenti al X secolo. Dalla fine del IX secolo i saraceni iniziarono le loro incursioni nel territorio, diffondendo paura tra le popolazioni. I proprietari terrieri scelsero di edificare fortificazioni e castelli, e molti contadini si rifugiarono all'interno delle aree fortificate, le castrum. Da qui il nome "Castrum Brachiani", confermato da alcuni documenti del XV secolo. Poi, verso la fine dell'XI secolo la famiglia dei Prefetti di Vico trasformò la preesistente torre in una rocca, realizzando nuove fortificazioni e occupando sempre maggiori spazi. Napoleone Orsini, nel 1470, iniziò a trasformare questa rocca nel maestoso castello simbolo di Bracciano.
La storia del comune può essere ripercorsa partendo proprio da qui, dallo splendido castello Orsini Odescalchi, con i suoi saloni ed i suoi affreschi, con i suoi soffitti intarsiati e gli arredi, con le sue armi e armature. Un viaggio nella storia e nel lusso di un tempo, con una bellezza che lascia a bocca aperta ancora oggi. Proseguendo per le vie di Bracciano, all’interno del Museo Civico sono esposti reperti che vanno dall'epoca etrusca fino all'Ottocento.
A poca distanza si incontra anche la Collegiata di Santo Stefano e l'Archivio storico, sede di laboratori archeologici e artistici: ogni domenica il biglietto d'ingresso al museo include una visita del centro storico del paese su prenotazione. Dopo storia e cultura, è tempo di dedicarsi alla natura: percorrendo le caratteristiche vie del paese,tra discese e salite, arriverete sul suo famoso lago: dichiarato nel 1999 Parco Regionale e sesto in Italia per profondità, ha anche un suo emissario, il fiume Arrone.
Di origine vulcanica, ospita i paesi di Anguillara Sabazia e Trevignano Romano. Il divieto di navigazione privata a motore inoltre favorisce la popolazione ittica. E vi sono stati ritrovati anche diversi resti protostorici. Uno dei bastioni dell’antica cinta fortificata, il Belvedere della Sentinella, è un perfetto luogo di sosta ed incontro dal quale si gode un meraviglioso panorama sulla campagna circostante e sul lago.

Tutti i viaggi che ci hanno fatto europei

Da il sole 24ore - 22 gennaio 2012

Europa terra di viaggiatori. È così da sempre e anche oggi, nonostante la competizione globale, il nostro continente mantiene il suo primato con oltre la metà degli arrivi internazionali. Eppure dal punto di vista turistico... l'Europa non esiste. Sì, perché l'idea di un "viaggio europeo" non ha quasi contenuti, al di là delle coordinate geografiche, e ai viaggiatori si continua a proporre la somma delle attrattive dei diversi Paesi: l'arte italiana, la cucina francese, la cultura tedesca eccetera.
E anche quando gli europei si fanno visita tra di loro – sempre più spesso grazie al l'adozione dell'euro e al trattato di Schengen che hanno permesso di andare dappertutto senza controlli doganali e con una sola valuta (finché dura) – quasi ogni luogo storico o museo racconta di scontri e divisioni: Francia e Germania hanno combattuto tre guerre negli ultimi centocinquant'anni e gli infiniti monumenti che celebrano l'orgoglio nazionale certo non aiutano a creare il senso di una comune cittadinanza europea. Ma ora qualcosa sta cambiando. Dopo che il trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, ha finalmente accolto il turismo come materia di competenza europea, riconoscendone il rilievo economico ma soprattutto sociale e culturale, anche la Commissione europea si è mossa. Da qualche tempo infatti si avverte uno sforzo coerente di proporre l'Europa nel suo insieme come possibile meta di un nuovo turismo culturale, con itinerari che per la prima volta sottolineano i legami, le collaborazioni e gli scambi tra i diversi Paesi, la comune identità culturale. Un processo al quale anche i rappresentanti italiani – per una volta – hanno contribuito con efficacia e convinzione. Un primo esempio del nuovo corso può essere considerato il sito www.visiteurope.com, ma la soluzione più semplice è parsa subito quella di adottare gli itinerari culturali («Cultural Routes» www.culture-routes.lu) del Consiglio d'Europa, un'iniziativa avviata 25 anni fa, nel 1987, con il glorioso "Cammino di Santiago" e andata avanti poi tra alti (pochi) e bassi (molti). Il «Touring Club Italiano» li ha ora raccolti in un volume stampato in centinaia di migliaia di copie che è stato dato in dono agli associati per il 2012 (Alla scoperta delle radici europee. I 29 itinerari del Consiglio d'Europa, Touring editore, pagg. 192). Un passo decisivo considerando che il maggior limite di questi percorsi è sempre stato l'essere poco conosciuti dal grande pubblico.
Scorrendo l'elenco si trova di tutto: celebri vie di pellegrinaggio come la via Francigena, la rete dei siti cluniacensi o cistercensi, l'itinerario dell'arte romanica ma anche un percorso sulle tracce della cultura ebraica. Si va da nord a sud lungo la via Carolingia, che ripercorre il percorso compiuto da Carlo Magno nell'autunno dell'800 da Aquisgrana a Roma per essere incoronato imperatore, così come l'antica via Regia che dall'alto medioevo collega Occidente e Oriente attraverso l'Europa del nord; e ancora percorsi musicali mozartiani, parchi e giardini, la diffusione dell'ulivo o della vite, le vie del ferro nei Pirenei o in Europa centrale e così via. Ben 19 toccano l'Italia, in diversa misura.
Personalmente, avendo coniato su queste pagine il termine "cimiturismo", amo molto l'itinerario dei cimiteri storici: un turismo tutt'altro che macabro e anzi assai più praticato di quanto non si creda. Ho poi percorso la straordinaria «Ruta del Quijote» (l'itinerario di Don Chisciotte), che sembra disegnato dallo stesso «cavaliere dalla triste figura»: 2.500 chilometri di strade assolate attraverso la Mancia che vanno da tutte le parti e in nessun posto. A dire il vero quest'ultimo di europeo ha ben poco, se non forse per il fatto di essere smisurato e irrazionale come parecchi dei provvedimenti che ci arrivano da Bruxelles, ma è comunque occasione di scoperte e rivelazioni a ogni svolta della strada.
Alcuni itinerari sono ragionevolmente percorribili, e anzi rappresentano una bella opportunità per viaggi fuorirotta, altri come la Rotta dei fenici, che attraversa tutto il Mediterraneo, rappresentano una sfida probabilmente insuperabile per chi non voglia passare il tempo a farsi controllare e timbrare il passaporto; per non citare l'itinerario delle fortificazioni che prevede di saltare (come?) dal Lussemburgo alla Transilvania, e non aggiungo altro. Qualcuno è ben tracciato e segnalato, altri sono quasi solo sulla carta e nella mente dei loro promotori. Ma nel loro insieme queste vie di dialogo rappresentano comunque un nuovo punto di vista sul viaggio, in una stagione avara di novità. La strada ci farà europei?

 

E il sindaco non maschera la delusione: ci aiutano solo una decina di cittadini

E’ ancora “tiepida” invece la risposta dei palmarini. E il sindaco Francesco Martines (nella foto) non esita a esprimere un po’ di delusione. Se la presenza del personale operaio del Servizio gestione territorio è il frutto della disponibilità dell’assessorato all’agricoltura regionale e del lavoro dell’Amministrazione comunale, ora la palla passa anche ai cittadini. L’amministrazione ha proposto la creazione di un’associazione, “Amici dei bastioni”, il cui obiettivo è quello di riunire persone disposte a prendersi cura delle fortificazioni effettuando piccoli interventi di pulizia. Si vuole evitare che il grande lavoro effettuato durante i due week end di esercitazione delle squadre di Protezione civile regionale venga vanificato con il passare dei mesi. Commenta il primo cittadino: «Ci aspettavamo, a dire il vero, un’adesione più entusiasta a quest’iniziativa. Dopo tutto il consenso espresso in occasione della pulizia dei bastioni, pensavamo che tanti cittadini dessero con più convinzione la disponibilità a impegnarsi direttamente a mantenere il lavoro svolto. Eppure, finora, ci sono pervenute solamente una decina di adesioni. Speriamo che, passato forse il periodo un po’ particolare delle festività natalizie, arrivino in Comune altri moduli sottoscritti. I bastioni sono un bene collettivo che tante persone hanno contribuito a difendere nell’operazione di Protezione civile di novembre, pur non essendo di Palmanova, allora lo sono ancor di più per chi i bastioni li ha sempre vissuti e avuti accanto». Da qui dunque l’invito ai cittadini a dare il proprio contributo. Per farlo si può compilare il modulo presente nel bollettino comunale recapitato qualche tempo fa in tutte le case e consegnarlo in Comune, all’ufficio protocollo. In alternativa si può scaricare il modulo dal sito del Comune e rispedirlo via mail. «L’associazione – precisa Martines - sarà costituita, solo se si raggiungerà un numero minimo considerato operativo per le finalità che si intendono perseguire e per la dimensione del territorio sul quale intervenire». (m.d.m.)

Forestali all’opera 2 mesi per ripulire i bastioni

PALMANOVA I forestali (vale a dire gli uomini e le donne del Servizio gestione territorio rurale e irrigazione della Direzione centrale risorse rurali agroalimentari e forestali) sono tornati al lavoro sulle fortificazioni. Come avevano promesso e come la convenzione firmata il 5 dicembre prevede che accada per altri cinque anni, gli operai specializzati completeranno il lavoro iniziato durante la recente esercitazione di Protezione civile, intervenendo sulla cinta fortificata, ma non solo. «In questi giorni – riferisce l’assessore all’urbanistica, Luca Piani - sono già all’opera 6 squadre (circa una trentina di persone) per eliminare la vegetazione infestante, devitalizzazione delle ceppaie e consolidare le parti murarie più pericolanti. A propria disposizione hanno due piattaforme mobili e un mezzo meccanico per tagliare i cespugli. Si fermeranno nella nostra città per almeno un paio di mesi, a seconda delle condizioni climatiche». I dipendenti del Servizio gestione territorio, coordinati dal responsabile del servizio Sebastiano Sanna e dal referente del cantiere Luigi Berghem, si sono dati tre obiettivi. Primo: completare il lavoro di pulizia del fossato tra porta Udine e porta Cividale e tra porta Aquileia e porta Udine. Secondo: bloccare la ricrescita delle ceppaie sugli spalti erbosi. Terzo: completare la pulizia sulla cinta muraria a sinistra e a destra di porta Udine e a sinistra (per chi entra in fortezza) di porta Cividale. Il tutto con la diretta supervisione del Genio civile, in sintonia con la Soprintendenza. L’accordo quinquennale, sottoscritto dall’assessore regionale all’agricoltura Claudio Violino e dal sindaco di Palmanova Francesco Martines, prevede che questo personale specializzato, effettui lavori di manutenzione e riqualificazione ambientale della cinta bastionata: opere di sfalcio, taglio delle alberature infestanti e limitate opere di consolidamento delle parti murarie. Nell’intenzione del Servizio gestione territorio, come riferito a suo tempo dal direttore Luca Bulfone, vi è però anche la volontà di andare a riscoprire e mappare le gallerie sotterranee che percorrono la cinta bastionata rendendole, dove possibile, nuovamente percorribili. L’assessore Piani anticipa un progetto del Comune per dare visibilità al lavoro svolto dai forestali e per aumentare nel visitatore, anche di passaggio, la percezione della bellezza di Palmanova. «Vogliamo cercare le risorse – annuncia - per allargare l’illuminazione dei tre ingressi in città estendendola fino al primo orecchione dei baluardi che fiancheggiano le porte monumentali». Monica Del Mondo

Il sentiero della Grande Guerra è di nuovo percorribile sugli sci

SAN CASSIANO. Adesso che la neve - finalmente - è arrivata e tutte le piste sono perfette dal punto di vista dell’innevamento, diventano ancora più fascinose le lezioni di storia percorrendo, con gli sci, i luoghi che sono stati teatro della Grande Guerra nelle Dolomiti. Si va alla ricerca di testimonianze come i camminamenti nella roccia, le gallerie e le fortificazioni. È un «tour» di straordinario interesse, fra l’altro segnalato in modo ottimale. È un percorso storico affascinante lungo le trincee attorno al Col di Lana, al confine tra Veneto e Alto Adige. Si percorrono circa 40 chilometri di piste per un totale di 14 impianti diversi; si utilizza uno speciale skibus per tre spostamenti (32 chilometri in tutto) e anche un suggestivo trasporto con cavalli per una lunghezza complessiva di 91 chilometri che si può compiere in entrambi i sensi di percorrenza.
 Uno dei punti di partenza è il Passo di Campolongo da dove ci si dirige verso Arabba e le piste di Porta Vescovo. Si scende poi verso Malga Ciapela con la possibilità di salire sulle piste della Marmolada. Da qui, con lo Skibus, si arriva fino ad Alleghe sulle piste ai piedi del Civetta. Si risale sullo Skibus fino a Pescul dove si prendono gli impianti per il rifugio Fedare e da qui si va per la cima dell’Averau. Quindi si scende verso le Cinque Torri al cospetto della Cima della Tofana. Ancora si scende sotto passo Falzarego e con lo Skibus si raggiunge il passo da dove si spicca un balzo con la funivia del Lagazuoi. Da qui comincia uno dei tratti più spettacolari: la lunga discesa, oltre 7 chilometri, fino ad Armentarola, dove si raggiungono gli impianti dell’Alta Badia passando a fianco del rifugio Scotoni. Una volta arrivati alla Capanna Alpina si utilizza un singolare servizio di taxi a cavallo: gli sciatori - una fianco all’altro - si fanno trainare appunto dai cavalli fino a raggiungere l’Armentarola. Una lezione di storia dal vivo che poi potrà essere perfezionata nel corso del mesi estivi quando saranno aperti i vari musei all’aperto (in particolare sul Lagazuoi, alle Cinque Torri e a passo Valparola) che offrono mostre di straordinaria importanza proprio sulla prima guerra mondiale.
 Informazioni possono essere richieste alle associazioni turistiche dell’Alta Badia. Attenzione: prima di affrontare il «raid» sciistico è opportuno informarsi sulle condizioni meterologiche.
- Ezio Danieli