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ANNO 2018

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UN BALUARDO DELL'OCCIDENTE DURANTE LA GUERRA FREDDA: Base "Tuono" e il "Nike Hercules"
Da svppbellum.com del 9 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello del Garagnone a Spinazzola
Da corrieresalentino.it del 9 dicembre 2018

 

I segreti del bunker di Tito finanziato dagli Stati Uniti
Da ilpiccolo.it del 9 dicembre 2018

 

"Padova sotterranea", presentazione del libro ai Musei Eremitani
Da padovaoggi.it del 7 dicembre 2018

 

Bergamo oltre le nuvole
Da latitudeslife.com del 6 dicembre 2018

 

PARMA SEGRETA E SUGGESTIVA: IL RIFUGIO ANTIAEREO N.11 SAN PAOLO
Da gazzettadellemilia.it del 6 dicembre 2018

 

Pyongyang rafforza base militare nel nord e costruisce nuova struttura per esercito – CNN
Da sputniknews.com del 6 dicembre 2018

 

500 mila euro per la cinta magistrale
Da tgverona.it del 6 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il perduto Palazzo Federiciano di Foggia
Da corrieresalentino.it del 5 dicembre 2018

 

Il reggimento Peschiera schiera i suoi missili a Curtatone
Da gazzettadimantova.it del 5 dicembre 2018

 

Due turisti detenuti sul territorio di una base militare in Svezia
Da sputniknews.com del 3 dicembre 2018

 

A RIMINI L'ESERCITO SI ALLENA CONTRO UN ATTACCO MISSILISTICO
Da corriereromagna.it del 2 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Massafra
Da corrieresalentino.it del 2 dicembre 2018

 

Recupero torri costiere e spiagge accessibili, 400mila euro dalla Regione
Da lecceprima.it del 1 dicembre 2018

 

Puglia, tutela delle torri costiere: ok alle linee guida per l’erogazione dei contributi
Da ilrestodelgargano.it del 30 novembre 2018

 

Faro, firmata la Carta di Corfù per la valorizzazione del patrimonio fortificato
Da agcult.it del 27 novembre 2018

 

Aeronautica Militare e Agenzia Spaziale Italiana per il volo suborbitale
Da money.it del 29 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Palazzo Marchesale di Arnesano
Da corrieresalentino.it del 28 novembre 2018

 

Scozia, in vendita ex base NATO “orecchie dell'apocalisse”
Da sputniknews.com del 27 novembre 2018

 

Leonardo da Vinci al Porto Cesenatico
Da corrierecesenate.it del 27 novembre 2018

 

Difesa. Trenta: "Razionalizzazione delle spese dismettendo immobili"
Da avionews.it del 27 novembre 2018

 

Lavori in Fortezza Nuova Così cambierà l’identikit
Da iltirreno.it del 26 novembre 2018

 

Chioggia, Forte San Felice smilitarizzato. Il ministro sigla la cessione
Da nuovavenezia.it del 26 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Le Torri di Belloluogo e del Parco a Lecce
Da corrieresalentino.it del 25 novembre 2018

 

Bordighera, vandali scardinano porta del Marabutto. Ennesimo danno all’antica polveriera
Da riviera24.it del 24 novembre 2018

 

Comiso (Rg): verso la cessione gratuita dell’ex base Nato
Da ecodisicilia.com del 23 novembre 2018

 

Mura civiche, si punta a sistemare le torri alle Fortezze, Pilastro e Raniero Capocci
Da lafune.eu del 22 novembre 2018

 

Il Castello di Conegliano: alla scoperta di uno dei siti medievali più belli del Veneto
Da luxgallery.it del 21 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Imperiali di Francavilla Fontana
Da corrieresalentino.it del 21 novembre 2018

 

La Grande Muraglia Cinese, una delle meraviglie del mondo
Da viaggiare.moondo.info del 21 novembre 2018

 

 

Castello di Fénis, dimora medievale a un’ora da Torino
Da mole24.it del 21 novembre 2018

 

“Le fort de Fenestrelles ovvero il forte Mutin” – Conferenza di Bruno Usseglio, autore del libro
Da bdtorino.eu del 20 novembre 2018

 

Progetto Bellezz@, i luoghi dimenticati che stanno per rinascere
Da edilportale.com del 19 novembre 2018

 

Al via la maxi esercitazione sulle rive del Po delle Forze Armate
Da piacenzasera.it del 19 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Sannicandro di Bari
Da corrieresalentino.it del 18 novembre 2018

 

Firmata la Carta di Corfù per la valorizzazione del patrimonio fortificato
Da lepantonetwork.eu del 18 novembre 2018

 

Prima conferenza internazionale contro le basi militari USA/NATO
Da sputniknews.com del 15 novembre 2018

 

Forte Umbertino Siacci: siglata la preintesa per il trasferimento del bene al Comune di Campo Calabro
Da strettoweb.com del 15 novembre 2018

 

6 castelli diroccati del Regno Unito ricostruiti in gif
Da wired.it del 15 novembre 2018
Nella foto a sinistra il Bothwell Castle ricostruito in Gif

Ecco allora, direttamente dal XIII secolo, il suggestivo Bothwell Castle, teatro di innumerevoli battaglie tra le truppe del Regno di Scozia e quelle del Regno d’Inghilterra.

 La gif, in questo caso, ricostruisce il torrione principale, attorno al quale – vogliono le credenze locali – si aggiri ancora il fantasma di Bonnie Jean, una nobildonna affogata nel vicino fiume Clyde.

Nella foto a sinistra il Dunluce Castle ricostruito in Gif

 

Il Dunluce Castle, nell’Irlanda del Nord, è stato invece costruito nel 1500 e abbandonato solamente 140 anni dopo.

Questa fortezza ha visto un tragico incidente, probabilmente causato da un errore di progettazione: la cucina del castello, costruita a strapiombo sulla scogliera, è infatti crollata portando con sé nel mare tutto lo staff di cuochi e camerieri.

Nella foto a sinistra il Dunstanburgh Castle ricostruito in Gif

Il conte Thomas di Lancaster non fece in tempo a vedere ultimato il suo colossale Dunstanburgh Castle, perché fu giustiziato prima della fine dei lavori di costruzione a causa di un qualche attrito di troppo con re Edoardo II. La fortezza fu poi danneggiata durante la Guerra delle due rose.

 

Nella foto a sinistra il Goodrich Castle ricostruito in Gif

Il Goodrich Castle, che sorge nell’Inghilterra occidentale, non lontano dalla città di Hereford, porta i segni (più che evidenti) delle cannonate ricevute nel corso delle Guerre Civili del Seicento.

Nella foto a sinistra il Caerlaverock Castle ricostruito in Gif

 

Il Caerlaverock Castle scozzese, rarissimo esempio di fortezza triangolare, racconta invece una storia complessa e tormentata: dal 1280 a oggi, è stato costruito e distrutto ben tre volte.

 

Nella foto a sinistra il Kidwelly Castle ricostruito in Gif

 

Il nostro viaggio si conclude nel Galles, dove è possibile visitare le rovine del possente Kidwelly Castle, costruito inizialmente in legno intorno al 1100 e fortificato in pietra due secoli dopo, giusto in tempo per affrontare la guerra civile e resistere, in qualche modo, fino ai nostri giorni.

 

 

Lavori e nuovo leone a Porta Nuova
Da larena.it del 15 novembre 2018

 

PRIMA DI KIM JONG UN, IL MISSILE "ALFA" E IL PROGRAMMA NUCLEARE ITALIANO
Da svppbellum.com del 15 novembre 2018

 

Le città murate in Fvg, Austria e Slovenia
Da ilfriuli.it del 14 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Canne della Battaglia
Da corrieresalentino.it del 14 novembre 2018

 

Palermo, il Cga giudica il Muos. Legambiente: "Violato il vincolo di inedificabilità
Da repubblica.it del 14 novembre 2018

 

Turismo: Palmanova, la stella a nove punte
Da ansa.it del 13 novembre 2018

di Elena Viotto

E' dall'alto che Palmanova, la città fortezza e città ideale secondo l'utopia rinascimentale, fondata alla fine del '600 nel bel mezzo della Bassa pianura friulana come baluardo dei confini orientali della Serenissima Repubblica di Venezia, regala l'immagine più affascinante e suggestiva di sé. Quella di una stella a nove punte, geograficamente perfetta, che sembra intagliata tra i campi. Quella che è le valsa l'appellativo di "città stellata" con cui la cittadina friulana, Monumento nazionale e Patrimonio mondiale Unesco, uno degli esempi meglio conservati di architettura militare dell'epoca, è conosciuta in tutto il mondo. Un'altra uguale non ce n'è. Correva l'anno 1593. All'incrocio tra la strada ungaresca, la via per Aquileia e quella per Forum Iulii, nel bel mezzo della pianura friulana contesa tra l'impero asburgico e la Repubblica di Venezia e saccheggiata dalle scorribande ottomane, c'erano solo campi. Nessun agglomerato urbano. E' lì che, per la sua perfetta posizione logistica, i cinque ispettori generali inviati da Venezia decisero di fondare il baluardo a difesa dei confini orientali della Serenissima. La prima pietra fu posata il 7 ottobre, in occasione della ricorrenza della vittoria nella battaglia di Lepanto e di Santa Giustina, patrona dei domini veneziani. Simbolica anche la scelta del nome: "Palma", come allegoria di vittoria, a cui solo in seguito venne aggiunto l'appellativo di "nova" a comporre il nome attuale.

Realizzata secondo il progetto dell'architetto Giulio Savorgnan, con un impianto urbanistico poligonale, sviluppato intorno alla centrale piazza d'armi dalla forma esagonale, composto da 18 strade radiali intersecate con 3 strade anulari a formare una fitta ragnatela, la fortezza era e doveva essere "invisibile". Impossibile scorgere dall'esterno le sagome dei suoi palazzi ed edifici, protetti e nascosti dalla vegetazione delle colline e dei bastioni delle tre cerchie murarie fortificate, le prime due di epoca veneziana e la terza napoleonica, costruite in asse sulle precedenti a creare tre stelle a 9 punte, concentriche e perfettamente simmetriche. Il nemico non doveva neppure immaginare la presenza in quel punto di una piazzaforte di tali dimensioni. Bastò la sua costruzione, di cui si sparse rapidamente la voce, per fungere da deterrente agli assedi nel periodo veneziano. La città fortezza, mirabile esempio di ingegneria militare difensiva, non dovette così mai mettere in atto all'epoca le sue caratteristiche difensive di sistema a tiro incrociato. Immutata nel corso dei secoli, passata negli anni sotto il controllo dell'impero asburgico e sotto il dominio di Napoleone, che a inizio '800 stabilì qui il suo quartier generale prima della definitiva annessione sotto il Regno d'Italia, Palmanova mantenne fino in anni recenti la sua caratteristica di cittadina militare, di cui porta ancora i segni visibili nelle numerose caserme, molte delle quali oggi dismesse, che ancora costellano il centro cittadino, tuttora accessibile solo dalle tre antiche porte: porta Udine, porta Aquileia e porta Cividale. Palmanova conserva intatta, allo stesso tempo, anche la sua caratteristica di città ideale in cui vivere, affacciata sull'elegante salotto di piazza Grande, circondato dai più importanti edifici dell'epoca: il Palazzo del Provveditore generale, in cui ha sede ora il Municipio, la Loggia della Gran Guardia, il Palazzo del Governatore alle armi, il Monte di Pietà e il Duomo Dogale, edificio caratteristico per il suo basso campanile, alto quanto il corpo principale della chiesa: non doveva essere visibile dall'esterno.

 

Forte Puin, Santa Tecla e torre Gropallo: percorsi di rilancio turistico per la “grande muraglia” genovese
Da genova24.it del 12 novembre 2018

Siglato protocollo d'intesa tra Agenzia del Demanio e Comune di Genova Genova.

Due bastioni sulle alture e una torretta sugli scogli, dalla funzione difensiva originaria a quella turistico-ricettiva. Forte Santa Tecla, forte Puin e torre Gropallo sono gli immobili al centro del protocollo d’intesa siglato tra l’Agenzia del Demanio e il Comune di Genova, protocollo che definisce il quadro istituzionale di riferimento e la condivisione dell’iter di valorizzazione. Gli edifici, parte del patrimonio immobiliare pubblico, saranno inseriti nei bandi di concessione e riqualificazione del Demanio “Cammini e percorsi” (che mira al recupero di palazzi e fortezze lungo itinerari storico-religiosi) e “Fari, torri ed edifici costieri”, che punta al rilancio degli edifici presenti sulle coste italiane. L’ipotesi è di affidarli in gestione per trasformarli, ad esempio, in alberghi, centri informativi, basi per attività sportive, chioschi e ristoranti. Questi nuovi percorsi si aggiungono a quelli intrapresi nel 2015 con un macroprogramma di valorizzazione dei forti Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Begato, Sperone, dell’ex Torre Granara e dello stesso forte Puin, trasferiti in proprietà al Comune grazie alla procedura del federalismo demaniale. “Le operazioni di valorizzazione sono un impegno importante che dobbiamo assumere per la città tanto più in un momento in cui la comunità e particolarmente provata”, ha affermato il neo direttore dell’Agenzia del Demanio Riccardo Carpino. “La nostra cinta muraria è la seconda al mondo dopo la Grande Muraglia – ricorda il sindaco di Genova Marco Bucci – per questo dobbiamo sfruttarla sempre di più, il cerchio sarà chiuso quando realizzeremo anche la cabinovia”. L’obbiettivo è arrivare a un utilizzo degli spazi 365 giorni l’anno. “Ci piacerebbe – afferma Mario Baroni, consigliere delegato alla predisposizione di progetti per la valorizzazione di specifici immobili comunali – che i progetti di gestioni coincidessero con idee permanenti, strutturate”.

 

Cosa fare dell’ex polveriera il Comune chiede idee a tutti
Da tribunatreviso.it del 12 novembre 2018

Parte il progetto di progettazione condivisa, venerdì il primo di tre incontri Cento ettari e ben 67 mini-casette. Il sindaco: «Sarà il motore del Montello»

VOLPAGO L’amministrazione comunale avvia il coinvolgimento della popolazione per elaborare il progetto di recupero dell’ex polveriera del Montello. Comincia venerdì prossimo, con un incontro a Santa Maria della Vittoria, proprio vicino a dove si estendono i cento ettari dell’ex area militare ora di proprietà del comune. Seguiranno altri due incontri in auditorium e successivamente tavoli aperti nei centri di Volpago, Selva e Venegazzù per raccogliere le idee della gente e poi sintetizzarle in un progetto che dia una destinazione a quella vasta area boschiva ma dove ci sono anche 67 edifici tra caserma vera e propria, bunker e le cosiddette casermette che però hanno una pianta di 250 metri quadri ciascuna.

«In un’area così vasta e con così tanti fabbricati – spiega il sindaco di Volpago, Paolo Guizzo – si può fare di tutto e soprattutto farla diventare il vero motore del Montello». Venerdì sera, in sala parrocchiale a S. Maria della Vittoria, è stato chiamato a parlare Moreno Baccichet, dell’università di Udine: spiegherà cosa è stato fatto in aree militari dismesse in Friuli. Sempre lui col suo staff curerà i tavoli aperti che si terranno nei centri dei tre paesi e dove saranno raccolte le idee della gente. Ma anche Fondazione Benetton sarà chiamata in un incontro in auditorium a illustrare il progetto che aveva a suo tempo elaborato per l’ex polveriera. «Adesso avviamo la fase conoscitiva con la popolazione – aggiunge Guizzo – poi raccoglieremo le proposte che arriveranno dai tecnici e dalla popolazione e ne faremo una sintesi per arrivare alla fase progettuale del recupero di un’area così importante». —

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Serracapriola
Da corrieresalentino.it del 11 novembre 2018

Il Castello di Serracapriola risale all’XI secolo, durante la dominazione normanna. In un documento del 1045 è riportata la cessione della città di Gaudia o Civita a Mare al Monastero di Tremiti, operata da Tesselgardo Conte di Larino ed effettuata proprio in detto castello. In origine si trattava di una delle tante torri di avvistamento sul Fortore, che rientravano nelle fortificazioni a presidio del confine tra i territori longobardi e quelli bizantini. Nel 1100 furono i monaci benedettini dell’Abbazia di Montecassino a prendere possesso della struttura e ad essi, nel corso dei secoli, subentrarono le diverse famiglie che ebbero il feudo di Serracapriola, fra cui gli Sforza, i Guevara ed i Maresca.

La torre originaria aveva una pianta a forma di stella ed era possibile accedere al terrazzo grazie ad una scala a chiocciola. Successivamente, fra il XVI ed il XVIII secolo, il complesso fu ampliato sino ad assumere l’attuale aspetto. Nel 1453 il castello fu donato al Gran Siniscalco Innico Guevara e fu anche la prima sede della Dogana delle Pecore, successivamente trasferita a Lucera ed in seguito a Foggia. Nel 1627 un terremoto causò seri danni alla struttura che venne sottoposta ad interventi di riparazione. Ai Guevara successero nel feudo i Di Capua, quindi i Gonzaga, i D’Avalos ed infine i Maresca, che ne entrarono in possesso nel 1742 e ne sono tuttora proprietari. Nel 2011 sono iniziati dei grandi lavori di restauro del castello. Il complesso, si presenta a pianta quadrangolare con quattro torri angolari cilindriche scarpate, di cui quella sud-occidentale è in parte inglobata in altri corpi di fabbrica costruiti successivamente sul versante meridionale. Suggestiva è la tecnica costruttiva, composta da file di mattoni sistemati a spina di pesce, intervallati da altri disposti in maniera regolare. La facciata principale, rivolta in Piazza Vittorio Emanuele II, ingloba l’originale Mastio rappresentato dalla torre normanna a pianta quadrata leggermente stellata, che presenta una base a scarpa ed è anche il corpo di fabbrica più alto del complesso. Il castello era circondato da un fossato in parte ancora visibile con uno dei due ponti di accesso. L’ampio cortile centrale si presenta a pianta quadrangolare ed ospita una botola profonda, nota come il Trabocchetto, che secondo un’antica leggenda conterrebbe un dispositivo a ruota dentata capace di triturare le ossa dei malcapitati gettati all’interno.

Gli ambienti interni, tenuti in buone condizioni, presentano delle sale molto ampie, fra cui quella detta del Trono, mentre diversi camminamenti perimetrali consentono di gettare l’occhio sul panorama circostante. Lungo il corridoio sud, in corrispondenza di una finestra murata ma visibile da fuori, si accede ad una cappella con un piccolo altare, la cui costruzione è strettamente connessa ad un triste fatto di cronaca avvenuto intorno al 1716, epoca in cui era feudatario Giovanbattista, figlio naturale di Cesare Michelangelo D’Avalos-D’Aragona.  Cosimo Enrico Marseglia

 

Caposaldo Autonomo Acceglio – VALLE MAIRA
Da nakture.com del 11 novembre 2018

Storia: intorno agli anni Trenta anche in Valle Maira furono costruite molte fortificazioni che diedero vita ad una robusta linea di difesa. Il Confine dopo il Trattato di Pace del 1947, non subì modifiche. Pertanto molte opere furono in parte distrutte.

Dopo la visita al Caposaldo Ponte Maira https://www.nakture.com/caposaldo-ponte-maira-vallemaira/

continuiamo il nostro viaggio. Superato l’abitato di Acceglio, andando verso valle, circa 2 km dopo, sulla nostra sinistra vediamo una baita. Siccome ci eravamo informati, dopo esserci guardati un po’ intorno, capiamo che si tratta dell’Opera 316, ormai ristrutturata e trasformata in abitazione. Era un opera monoblocco tipo 7000 armata con una mitragliatrice ed un cannone. Speriamo in cuor nostro che i proprietari siano presenti, invece non vediamo anima viva. Decidiamo così, di far un giretto intorno a quel “mascheramento”: capiamo che al posto delle finestre un tempo c’erano le due postazioni e che la “cuccia del cane” doveva essere la fotofonica in collegamento con l’Opera 317, che appunto per questo motivo riusciamo ad individuare. Ci affacciamo poi ad un foro ed abbiamo così conferma che trattasi veramente della 316, in quanto notiamo la cupola della fortificazione praticamente nascosta dal tetto. A dir il vero non so se essere contenta perché l’Opera, in un certo senso, è stata recuperata oppure non esserlo perché è diventata una casa privata, mentre poteva essere un’attrazione turistica se solo giustamente valorizzata.

Ci rifletto ancor su ancora qualche istante, ma poi propendo per questa mia ultima affermazione. A questo punto proseguiamo sul medesimo versante della montagna e poco sopra, tra i rovi, individuiamo l’Opera 316 bis. Si tratta sempre di un’Opera di tipo 7000 munita di una mitragliatrice. La piastra corazzata è sparsa ovunque. Il mascheramento è ben visibile ed è presente anche una falsa finestra dal lato della postazione armata. Entriamo e scopriamo che la 316 bis in realtà è piccolina, con un solo locale in cui compare una scritta ovvero il motto della GaF che però non risulta completamente leggibile. A questo punto non ci resta che cercare di raggiungere l’Opera 317 che avevamo visto dalla strada SP422, ma “piccolo” problema è… che c’è il fiume da superare. Imbocchiamo la strada non asfaltata davanti all’Opera 316 e con il nostro mezzo 4wd ci addentriamo nel fiume sperando di non essere invasi dall’acqua.

Con mio stupore tutto fila liscio e pertanto perveniamo fin sotto la 317. Qualche passo a piedi ed eccoci davanti al blocco per cannone controcarro. Entriamo da una feritoia. Affrontiamo una scalinata che ci conduce ad un’altra postazione armata in parte distrutta. Riscendiamo e ci troviamo nel camerone truppa dove appare, quasi per intero, il motto della GaF , acronimo di Guarda alla Frontiera, nata il 24 maggio 1934: era il nuovo corpo militare che aveva il compito di presidiare il Vallo Alpino. La GaF era composta da reparti delle tre armi: la Fanteria, l’Artiglieria, il Genio e da nuclei di vari altri servizi. Con l’istituzione della GaF tutta la frontiera fu divisa in settori, che a loro volta venivano suddivisi in sottosettori ed in capisaldi. Il motto del nuovo corpo militare fu, secondo la tradizione, dettato dal principe Umberto di Savoia “Dei sacri confini guardia sicura”. Uscendo dalla casamatta notiamo il mascheramento della stessa che si presenta in parte staccato. Ripercorriamo il camerone e troviamo così l’entrata dell’Opera 317, scavata praticamente nella roccia L’Opera in sostanza era dotata di due postazioni per mitragliatrici e di un pezzo anticarro.

Sta iniziando a piovere ed è meglio affrettarsi e riattraversare con il fuoristrada il fiume, prima che si ingrossi!  di Erika Ambrogio

 

UnGrande successo per le visite al Faroe all'aeroporto miltare
Da algheroeco.com del 11 novembre 2018

Si sono svolte domenica 4 novembre le due visite guidate al Faro di Capocaccia e all’Aeroporto Militare. L’evento, organizzato dal Comitato di Quartiere Alghero Sud , è stato un successo sotto tutti i punti di vista. E anche la pioggia prevista non c’è stata. Era molto tempo che non venivano aperte le porte dell’accesso al Faro di Capo Caccia. I visitatori hanno potuto non solo vedere lo splendido panorama che si gode dal promontorio, ma visitare tutte le stanze del faro , sino a salire attraverso una ripida scala a chiocciola sino alla sommità della lanterna. Anche la 2° visita effettuata all’Aeroporto Militare è stata molto interessante. Emozionante e suggestiva la visita del Bunker anti bombardamento, dove durante la guerra trovavano rifugio e si riparavano dalle bombe soldati e civili.

Una giornata ben organizzata a cura del Comitato di Quartiere Alghero Sud, che con questa escursione ha toccato quota 6 gite, 2 ogni anno, nei tre anni nei quali ha sempre avuto un occhio di riguardo non solo nelle segnalazioni delle criticità e problematiche del quartiere all’Amministrazione Comunale, che ha sempre risolto i molti problemi segnalati, ma ha cercato di svolgere una azione di promozione del territorio della Sardegna e di Alghero, attraverso il Progetto “Conoscere e Viaggiare insieme”. E proprio questo progetto ha toccato il suo punto più alto nella giornata di domenica 4 novembre con uno speciale annullo postale, fatto in collaborazione con Poste Italiane.

Una postazione di Poste Italiane sul piazzale di Capo Caccia ha consegnato ai presenti bellissime cartoline affrancate e timbrate con lo speciale annullo, che riportava oltre la data, la dicitura “Il Comitato di Quartiere Alghero Sud promuove il Territorio – Conoscere e Viaggiare insieme” . Sono state consegnate su richiesta di appassionati e non circa 200 cartoline, pergamene ed altro materiale messo a disposizione da Poste Italiane. A coronamento di una giornata ben organizzata e graditissima dai partecipanti, presso la Borgata di Guardia Grande, nel salone, si è tenuto il pranzo, a cura del signor Antonio Arca.

“Un ringraziamento particolare va al Capitano di Fregata Giuseppe Maruccia ed al Colonnello Bruno Mariani – scrive il comitato in una nota-. Inoltre l’escursione è stata possibile grazie al lavoro dell’Agenzia di Viaggi Open Sardinia e del vettore Cattogno. Visto il successo dell’evento e visto che ben 35 persone, pur avendone fatto richiesta, non hanno potuto partecipare alla giornata per motivi di sicurezza, il Vice Presidente del Comitato Alghero Sud, Avvocato Fabio Bruno, riproporrà l’escursione nella Primavera del 2019”

 

Un labirinto di 2 chilometri e mezzo sotto i padiglioni del San Martino
Da ilsecoloxix.it del 11 novembre 2018

Genova - Un dedalo di due chilometri e mezzo corre sotto i padiglioni del San Martino, fino a ieri dimenticato.

Oggi la mappatura è completata: 1.300 metri di gallerie costruite a partire dal 1907, pensate già dall’ingegnere Giuseppe Celle per collegare i padiglioni con la rete dei servizi dell’epoca, molto diversi da quelli attuali; altri 600 metri di tunnel scavati per sopperire a nuove esigenze nel corso degli anni.

E 500 metri - i più incredibili - con le stalattiti che a tratti scendono dai soffitti e dettagli che riportano i visitatori al tempo della guerra: scritte, resti di infissi. La ricostruzione del mondo sotto il San Martino non soddisfa solo legittime curiosità, ma apre a sviluppi futuri: «Sotto l’ospedale corrono anche due rami del rio Noce, responsabile di tanti danni in occasioni delle più recenti alluvioni, nel tratto di corso Europa dove si interseca con il rio Papigliano che scende con grande forza dalla collina del forte di San Martino - racconta il direttore tecnico del Policlinico Alessandro Orazzini – a breve seguirà l’intervento per metterli in sicurezza».

Le gallerie della guerra invece potrebbero essere aperte al pubblico, in via sperimentale, in occasione di una prossima Giornata del Fai.    

 

Una nuova rete valorizza il patrimonio fortificato. Da Forte Marghera a FARO per i forti
Da marcopolosystem.it del 10 novembre 2018

Il portone d'ingresso a Forte Marghera

Si è concluso a Forte Marghera il congresso annuale della rete internazionale Efforts.

Anni di lavoro, ricerca, studio e progettazione svolti con passione da Marco Polo System assicurano a Venezia un ruolo strategico di dimensione europea nella valorizzazione del patrimonio fortificato.

Un’azione pionieristica, nata dal dialogo e dalla collaborazione con numerosi associazioni di volontari con cui, insieme, abbiamo costruito un percorso, raccogliendo esperienze di gestione e prospettive di recupero dagli anni ‘80 in poi.

La capacità di strutturare relazioni internazionali, concependo e realizzando progetti europei e ricerche scientifiche hanno consegnato negli anni a Marco Polo System un ruolo primario come agenzia di promozione e propulsione nel campo della tutela e valorizzazione del patrimonio fortificato.

Oggi, si guarda avanti, aprendosi ancora maggiormente all’Euro-mediterraneo. Saremo a Corfù sabato prossimo per inaugurare la mostra “Forti che Uniscono – FARO per i Forti”, che sancirà la nascita della Rete euro-mediterranea per la valorizzazione del patrimonio fortificato.

 

I pannelli della mostra

 

Oggi, si guarda avanti, aprendosi ancora maggiormente all’Euro-mediterraneo.

Saremo a Corfù sabato prossimo per inaugurare la mostra “Forti che Uniscono – FARO per i Forti”, che sancirà la nascita della Rete euro-mediterranea per la valorizzazione del patrimonio fortificato.

Scarica la locandina in tre lingue

 

Marina: intervento d’urgenza all’Isola d’Elba dei palombari del Comsubin per bonifica residuati bellici
Da grnet.it del 10 novembre 2018

Su richiesta della Prefettura di Livorno sono stati neutralizzati una mina ed un proiettile di grosso calibro

LIVORNO – Si è conclusa nelle acque dell’Isola d’Elba una complessa operazione subacquea per neutralizzare due pericolosi ordigni esplosivi da parte dei Palombari del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare (Comsubin), distaccati presso i Nuclei S.D.A.I. (Sminamento Difesa Antimezzi Insidiosi) della Spezia. L’intervento d’urgenza, richiesto dalla Prefettura di Livorno a seguito della segnalazione da parte di un subacqueo circa la presenza di probabili residuati bellici, è avvenuto grazie al supporto di Nave Pedretti, unità della Marina Militare dotata di camera di decompressione multiposto. Le operazioni degli uomini del GOS hanno permesso di rinvenire, a Punta delle Cannelle, una mina ormeggiata modello P5 alla profondità di 40 metri e un proiettile di grosso calibro alla profondità di 26 metri. Al termine di 5 giorni di delicate operazioni subacquee gli ordigni esplosivi sono stati rimossi, trasportati nelle aree di sicurezza individuate dalla competente Autorità Marittima, e distrutti dagli operatori del COMSUBIN attraverso le tecniche consolidate che preservano l’ecosistema marino. Al termine dell’operazione, il comandante del Nucleo S.D.A.I. della Spezia, Tenente di Vascello Angelo Pistone, ha dichiarato: «Grazie al supporto di Nave Pedretti, siamo intervenuti effettuando immersioni a profondità considerevoli allo scopo di verificare le diverse segnalazioni pervenuteci. Oltre ai 4 contatti risultati non pericolosi, sono stati individuati e neutralizzati una mina ormeggiata, contenente 200 Kg di esplosivo, ed un proiettile da 175 mm«.

«Mi preme raccomandare – ha continuato il responsabile delle operazioni – a chiunque dovesse imbattersi in oggetti con forme simili a quelle di un ordigno esplosivo o parti di esso, di non toccarli o manometterli in alcun modo, denunciandone il ritrovamento, il prima possibile, alla locale Capitaneria di Porto o alla più vicina stazione dei Carabinieri, così da consentire l’intervento dei Palombari di COMSUBIN per rispristinare le condizioni di sicurezza del nostro mare». Lo scorso anno i Palombari della Marina Militare hanno recuperato e bonificato un totale di 22.000 ordigni esplosivi di origine bellica, mentre dal 1 gennaio 2018 sono già 29.011 i manufatti esplosivi rinvenuti e neutralizzati nei mari, fiumi e laghi italiani, senza contare i 42.640 proiettili di calibro inferiore ai 12,7 mm e 12 ordigni a caricamento speciale. Questi interventi rappresentano una delle tante attività che i Reparti Subacquei della Marina conducono a salvaguardia della pubblica incolumità anche nelle acque interne, come ribadito dal Decreto del Ministero della Difesa del 28 febbraio 2017, svolgendo operazioni subacquee ad alto rischio volte a ripristinare le condizioni di sicurezza della balneabilità e della navigazione. Con una storia di 169 anni alle spalle, i Palombari del COMSUBIN rappresentano l’eccellenza nazionale nell’ambito delle attività subacquee essendo in grado di condurre immersioni lavorative fino a 1.500 metri di profondità ed in qualsiasi scenario operativo, nell’ambito dei propri compiti d’istituto (soccorso agli equipaggi dei sommergibili in difficoltà e la neutralizzazione degli ordigni esplosivi rinvenuti in contesti marittimi) ed a favore della collettività. Per queste peculiarità gli operatori subacquei delle altre Forze Armate e Corpi Armati dello Stato possono essere formarti esclusivamente dal Gruppo Scuole di Comsubin che, attraverso dedicati percorsi formativi, li abilita a condurre immersioni in basso fondale secondo le rispettive competenze.

 

Viterbo, al via il restauro di tre torri civiche
Da civonline.it del 8 novembre 2018

VITERBO - Cinta muraria e torri civiche di viale R. Capocci, via del Pilastro e via delle Fortezze, al via i lavori di riqualificazione e messa in sicurezza. Lo comunica l'assessore ai lavori pubblici Laura Allegrini, che spiega: "Possiamo finalmente procedere con quell'intervento di riqualificazione e messa in sicurezza delle nostre mura civiche e di tre importanti antiche torri. I lavori partiranno lunedì prossimo. A realizzarli sarà la ditta PRO.MU Restauri artistici - ha aggiunto e concluso l'assessore Allegrini -. Il termine è previsto per il prossimo gennaio. Tutti i dettagli di questo importante intervento verranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si terrà a Palazzo dei Priori all'inizio della prossima settimana". Per tale intervento è stata emanata apposita ordinanza da parte del settore lavori pubblici, che prevede alcuni provvedimenti alla circolazione e alla sosta veicolare. Dalle ore 7 del 12 novembre fino al termine dei lavori, il 28 gennaio 2019, sarà istituito il restringimento della carreggiata stradale in via R. Capocci, nel tratto interessato dall'intervento; sarà inoltre istituito il divieto di sosta in via delle Fortezze, su entrambi i lati, a scendere, verso Santa Maria delle Fortezze.

 

INAUGURAZIONE HANGAR CANSIGLIO. FORCOLIN: “DIVENTA UN SIMBOLO
PER IL RIAVVIO DELLE ATTIVITA’ DI QUESTI TERRITORI”
Da regione.veneto.it del 9 novembre 2018

Il vicepresidente Gianluca Forcolin è intervenuto oggi in rappresentanza della Regione all’inaugurazione, molto partecipata, dell’Hangar Cansiglio, presente fra gli altri il direttore di Veneto Agricoltura, Alberto Negro, che ha curato il recupero dell’ex struttura militare della NATO, divenuta patrimonio regionale circa 10 anni fa grazie all’allora ministro delle risorse agricole e forestali Luca Zaia. Forcolin ha sottolineato che, in questi giorni molto difficili per la montagna veneta, questa inaugurazione è il segnale di un veloce ripristino e riavvio delle attività per non lasciar morire questi territori. “Il Cansiglio – ha detto - è un luogo che molti conoscono e una tappa importante per la bellezza del paesaggio e per la buona cucina. La Regione non ha nessuna intenzione di abbandonare queste aree e continueremo quindi ad intervenire per dare la giusta valorizzazione naturalistica, ambientale, ma anche economica, del patrimonio esistente in questi straordinari luoghi”. Dieci anni fa, dopo una lunga battaglia burocratica durata quasi 20 anni, erano stati riportati nel patrimonio forestale della Regione del Veneto oltre 12 ettari di territorio, che negli anni sessanta erano stati consegnati al Demanio Militare per consentire la realizzazione di una base missilistica della NATO. L'area era però in stato di totale abbandono. Grazie a finanziamenti regionali ad hoc e con fondi europei oggi è stata recuperata. “Mettendo in conto anche le risorse derivate direttamente dal bilancio di Veneto Agricoltura – ha concluso Forcolin - possiamo affermare che qui sono stati investiti circa 1,5 milioni di euro. L’auspicio è che possa costituire un punto di aggregazione per iniziative culturali e di sensibilizzazione sui temi della pace, oltre che sulla tutela e sulla valorizzazione delle risorse ambientali del Cansiglio”.

 

Viterbo, al via il restauro di tre torri civiche
Da civonline.it del 8 novembre 2018

VITERBO - Cinta muraria e torri civiche di viale R. Capocci, via del Pilastro e via delle Fortezze, al via i lavori di riqualificazione e messa in sicurezza. Lo comunica l'assessore ai lavori pubblici Laura Allegrini, che spiega: "Possiamo finalmente procedere con quell'intervento di riqualificazione e messa in sicurezza delle nostre mura civiche e di tre importanti antiche torri. I lavori partiranno lunedì prossimo. A realizzarli sarà la ditta PRO.MU Restauri artistici - ha aggiunto e concluso l'assessore Allegrini -. Il termine è previsto per il prossimo gennaio. Tutti i dettagli di questo importante intervento verranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si terrà a Palazzo dei Priori all'inizio della prossima settimana". Per tale intervento è stata emanata apposita ordinanza da parte del settore lavori pubblici, che prevede alcuni provvedimenti alla circolazione e alla sosta veicolare. Dalle ore 7 del 12 novembre fino al termine dei lavori, il 28 gennaio 2019, sarà istituito il restringimento della carreggiata stradale in via R. Capocci, nel tratto interessato dall'intervento; sarà inoltre istituito il divieto di sosta in via delle Fortezze, su entrambi i lati, a scendere, verso Santa Maria delle Fortezze.

 

Ettari di bosco distrutti in Cansiglio, ma l’hangar verrà inaugurato lo stesso
Da oggitreviso.it del 7 novembre 2018

CANSIGLIO - Era previsto per venerdì prossimo 9 Novembre alle ore 11:00, con la presenza del vice Governatore Gianluca Forcolin e dell’assessore regionale Gianpaolo Bottacin, nonché i sindaci del territorio: e Veneto Agricoltura conferma l’evento. Non sarà la furia del vento o i temporali di intensità disastrosa a bloccare la volontà dell’Agenzia regionale a migliorare ancor di più la foresta demaniale regionale del Cansiglio. Ed il progetto di riqualificazione dell'ex base missilistica, va in questa direzione. Ecco perché, come ha ribadito il direttore Alberto Negro, “venerdì comunque inaugureremo l'Hangar del Cansiglio”. Ma com'è ad oggi la situazione nella bella faggeta dell'Alpago? La foresta del Cansiglio per il forte vento del 28-29 ottobre scorso è stata danneggiata in particolar modo nelle aree di Pian Canaie-Pian Rosada-Vivaio-Due Ponti schiantando in particolar modo i boschi di faggio.

Altra zona colpita dal vento è la Valmenera, con numerosi schianti di abete rosso e quella di Col Campon- alughetto. Le altre aree della foresta sono indenni o soggette solo a singoli schianti di poca rilevanza. Comunque stiamo parlando di quantità di schianti, seppur rilevanti, sopportabili dall’ecosistema foresta del Cansiglio. In effetti, la superficie schiantata a raso delle aree maggiormente colpite è di qualche decina di ettari. Gli schianti hanno riguardato anche la via principale di accesso al Cansiglio, ma il personale di Veneto Agricoltura è intervenuto prontamente liberando la strada dalle piante e mettendo in sicurezza la viabilità; pertanto le strade di accesso all’altopiano sono agibili. Permangono invece non percorribili le strade forestali, per le quali serve una verifica puntuale e dettagliata dei danni. Registrati danni anche alle linee elettriche e telefoniche. L’unica struttura danneggiata dal vento è stata la stalla Moretto in Valmenera, ed il concessionario sta già provvedendo al ripristino della copertura. Veneto Agricoltura si è attivata subito con le ditte boschive locali per esboscare le aree maggiormente schiantate in modo da non perdere il valore economico del legname. Le ditte hanno risposto prontamente alla richiesta di collaborazione dell’Agenzia e già questa settimana saranno predisposti i cantieri; da lunedì prossimo 12 novembre partiranno le lavorazioni.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Avetrana
Da corrieresalentino.it del 7 novembre 2018

AVETRANA (Taranto) – Ciò che resta oggi del Castello di Avetrana sono la torre quadrata conosciuta anche col nome di Torrione, evidenziandone in tal modo l’elemento più antico, parte della torre angolare cilindrica posta tra le cortine occidentale, ancora esistente, e settentrionale, ormai diruta, da una torretta quadrata più bassa ed una cortina fra la torre cilindrica e la torretta. Sotto il complesso si sviluppa una serie di ambienti ipogei probabilmente con funzioni di trappeti, magazzini, depositi e, sotto la torre tonda casematte. Con molta probabilità la struttura si innestava nel dispositivo difensivo rappresentato dalla cinta muraria. La parte più antica, dunque, è il Torrione, già esistente nel 1378 e probabilmente risalente alla dominazione sveva, simile alle torri di Leverano, Rutigliano ed Adelfia. In epoca angioina il casale di Avetrana venne concesso al Gran Siniscalco del Regno Pietro Tocco, al quale venivano assegnati due militi nel 1378. Successivamente subentrò la famiglia De Raho ma, estintosi il ramo, il feudo tornò alla Corona per essere nuovamente concesso dalla Regina Giovanna II al napoletano Giovanni Dentice che a sua volta lo vendette a Francesco Montefusco. Dopo ulteriori passaggi, nel XVIII secolo il castello fu acquisito dalla famiglia brindisina Romano. Il Torrione presenta tracce di merli con piccole e strette finestre soltanto ai piani alti, mentre l’interno era suddiviso in piani da solai lignei. L’accesso all’interno avveniva attraverso una rampa di scale collegata attraverso un ponte levatoio di cui restano alcune tracce nelle mura. Tutto il complesso era circondato da un fossato. Nato nell’epoca in cui le guerre si combattevano con armi da getto, armi bianche e macchine balistiche, con l’avvento delle armi da fuoco e dei pesanti pezzi di artiglieria, il Torrione rivelò la sua inadeguatezza alle nuove tecniche belliche, pertanto si resero necessari diversi ammodernamenti di tutto il dispositivo difensivo. Nel XVI secolo quindi si provvide ad effettuare i suddetti adeguamenti sia nella cinta muraria cittadina, sia nel complesso in questione e proprio a questa epoca va attribuita la costruzione della torre cilindrica e della torretta, di cui però non è ancora chiara la funzione. Persa definitivamente la sua funzione militare, il complesso è stato adibito alle più svariate funzioni, sino a quando una serie di restauri non lo restituito ai suoi antichi apparenti splendori. Cosimo Enrico Marseglia

 

LA FAKE NEWS DEL MUOS «MAXI RADAR»
Da nogeoingegneria.it del 6 novembre 2018

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

«M5S diviso sul maxi radar siciliano», titola il Corriere della Sera, diffondendo una maxi fake news: non sul fatto che la dirigenza del Movimento 5 Stelle, dopo aver guadagnato in Sicilia consensi elettorali tra i No Muos, ora fa marcia indietro, ma sullo stesso oggetto del contendere. Definendo la stazione Muos di Niscemi «maxi radar», si inganna l’opinione pubblica facendo credere che sia un apparato elettronico terrestre di avvistamento, quindi difensivo. Al contrario, il Muos (Mobile User Objective System) è un nuovo sistema di comunicazioni satellitari che potenzia la capacità offensiva statunitense su scala planetaria.

Il sistema, sviluppato dalla Lockheed Martin per la U.S. Navy, è costituito da una configurazione iniziale di quattro satelliti (più uno di riserva) in orbita geostazionaria, collegati a quattro stazioni terrestri: due negli Stati uniti (nelle Hawaii e in Virginia), una in Sicilia e una in Australia. Le quattro stazioni sono collegate l’una all’altra da una rete terrestre e sottomarina di cavi in fibra ottica (quella di Niscemi è direttamente connessa alla stazione in Virginia). Il Muos, già in funzione, diverrà pienamente operativo nell’estate 2019 raggiungendo una capacità 16 volte superiore a quella dei precedenti sistemi. Trasmetterà simultaneamente a frequenza ultra-alta in modo criptato messaggi vocali, video e dati. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri, statunitensi e alleati, saranno così collegati a un’unica rete di comando, controllo e comunicazioni agli ordini del Pentagono, mentre sono in movimento in qualsiasi parte del mondo, regioni polari comprese. La stazione Muos di Niscemi non è quindi un «maxi radar siciliano» a guardia dell’isola ma un ingranaggio essenziale della macchina bellica planetaria degli Stati uniti.

Se la stazione fosse chiusa, come ha promesso disinvoltamente il M5S in campagna elettorale, dovrebbe essere ristrutturata l’architettura mondiale del Muos. Lo stesso ruolo svolgono le altre principali basi Usa/Nato in Italia. La Naval Air Station Sigonella, a poco più di 50 km da Niscemi, è la base di lancio di operazioni militari principalmente in Medioriente e Africa, effettuate con forze speciali e droni. La Jtags, stazione satellitare Usa dello «scudo anti-missili» schierata a Sigonella – una delle cinque su scala mondiale (le altre si trovano negli Stati uniti, in Arabia Saudita, Corea del Sud e Giappone) – serve non solo alla difesa anti-missile ma alle operazioni di attacco condotte da posizioni avanzate. Il Comando della Forza Congiunta Alleata, a Lago Patria (Napoli), è agli ordini di un ammiraglio statunitense, che comanda allo stesso tempo le Forze Navali Usa in Europa (con la Sesta Flotta di stanza a Gaeta in Lazio) e le Forze Navali Usa per l’Africa con quartier generale a Napoli- Capodichino. Camp Darby, il più grande arsenale Usa nel mondo fuori dalla madrepatria, rifornisce le forze Usa e alleate nelle guerre in Medioriente, Asia e Africa. La 173a Brigata aviotrasportata Usa, di stanza a Vicenza, opera in Afghanistan, Iraq, Ucraina e altri paesi dell’Europa Orientale. Le basi di Aviano e Ghedi – dove sono schierati caccia statunitensi e italiani sotto comando Usa, con bombe nucleari B61 che dal 2020 saranno sostituite dalle B61-12 – fanno parte integrante della strategia nucleare del Pentagono. A proposito, si ricordano Luigi Di Maio e gli altri dirigenti del M5S di essersi solennemente impegnati con l’Ican a far aderire l’Italia al Trattato Onu, liberando l’Italia dalle armi nucleari Usa?

 

Elvas, la città del Portogallo racchiusa in una stella
Da siviaggia.it del 6 novembre 2018

Può, una città, essere racchiusa in una stella? Se quella stella è fatta di possenti mura, la risposta è: sì, può. E il risultato – visto dall’alto – è spettacolare. Stiamo parlando di Elvas, cittadina fortificata a difesa del confine con la Spagna, nella regione portoghese dell’Antejo, venuta di recente alla ribalta per la trasformazione in hotel dei suoi monasteri. È talmente spettacolare, e talmente significativo dal punto di vista storico, che il suo complesso sistema di fortificazioni è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Perché è così famosa, Elvas? Perché la sua cittadella antica, la Muralhas, del Portogallo è la fortezza più grande. La sua costruzione ebbe inizio nel XVII secolo, su indicazione dell’ingegnere militare francese Vauban. E le sue robuste mura grigie, perimetro d’un irregolare poligono a forma di stella, sono testimonianza della sua travagliata storia, dei combattimenti condotti per difendere l’autonomia nazionale. Ecco perché, Elvas, è tutto un susseguirsi di mura, di torri, di fossati, di bastioni e di porte che si aprono su quello che – oggi – è uno splendido centro storico.

Due forti, posti su alture esterne all’abitato, sono il luogo giusto in cui cominciare una visita a a questa città tra il Portogallo e la Spagna: a est troviamo il Forte de Santa Luzia, a nord il Forte de Nossa Senhora da Graça, capolavoro dell’architettura militare europea del XVIII secolo progettato dal Conte di Lippe Friedrich Wilhelm Ernst Von Shaumburg-Lippe, chiamato in città per riorganizzare l’esercito portoghese e affrontare così l’invasione della Spagna, durante la Guerra di Restaurazione. Un’altra spettacolare costruzione che disegna il paesaggio di Elvas è l’Aqueduto da Armoreira, costruito tra il 1498 e il 1622. Il progetto è di Francisco de Arruda, già autore della Torre Belém di Lisbona. E la sua lunghezza – che si estende per 7 chilometri – vede l’ordinato susseguirsi di 843 archi disposti su cinque livelli.Del resto, le cose da vedere ad Elvas non si contano. C’è l’Igreja de Nossa Senhora da Consolaçao, meravigliosa chiesa costruita laddove un tempo sorgeva una chiesa dei Templari a pianta circolare e che – con la sua pianta ottagonale – presenta oggi un interno molto decorato, col suo interno in azulejos giallo e blu e la cupola sorretta da colonne barocche. Oppure, l’antica cattedrale del XIII secolo Igreja de Nossa Senhora da Assunçao, coi suoi pinnacoli, le merlature, e i portali laterali finemente decorati. Senza dimenticare il Castello di Elvas, costruito sulle rovine di vecchie strutture moresche e rinforzato – durante il periodo della Reconquista – con giri di mura, torri e porte. Si gode da qui, il panorama più bello sulla città e sui suoi dintorni, fatti di verde e d’ulivi.

 

Tomaso Montanari, La “bellezza inutile” delle città
Da emergenzacultura.org del 5 novembre 2018

Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo; pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti. Risultato finale: distruzione del tessuto sociale, museificazione del tessuto monumentale, gentrificazione (che vuol dire “borghesizzazione” di quartieri già popolari), e in un’ultima analisi perdita del tono democratico. La città non è più una città, ma una quinta per film, una location per eventi. È la storia di Venezia: le cui recentissime ferite da acqua alta sono la conseguenza non solo del cambio climatico, e del conseguente innalzamento del Mediterraneo, o della follia criminogena del Mose, ma anche dell’inarrestabile emorragia dei suoi cittadini, ridotti a meno di un terzo rispetto al 1871.

Espulso il popolo, le pietre iniziano a cedere: anche quelle di San Marco. Ma non c’è solo Venezia, ormai sono centinaia le città italiane incamminate lungo questo viale del tramonto che una classe politica inconsapevole e irresponsabile dipinge invece come la via luminosa di una modernissima vita di rendita da turismo. C’è Firenze, ormai senza anima. E c’è Napoli, il cui ventre popolare perde giorno dopo giorno i propri connotati in una marcia forzata verso una gentrificazione da overtourism. E poi c’è Bergamo, per esempio. Quando, qualche settimana fa, si è riunita proprio a Napoli la Set, la “Rete di Città del Sud Europa di fronte alla Turistificazione”, uno tra gli interventi più istruttivi è stato proprio quello dei cittadini bergamaschi. Bergamo è una città stupefacentemente ricca: e non per rendita, ma per una religione del lavoro che sfiora la maniacalità. Eppure non appena si è scoperta “città d’arte” (un’espressione in sé malata, che nega l’identità tra città e arte e identifica una tipologia commerciale), anche Bergamo si è lasciata sedurre dall’idea di mettere a reddito tutta quella “bellezza inutile”. Ma quando si sceglie di vivere di turismo diventa molto difficile governare le conseguenze: ed è per questo che raccontare il declino della Città Alta di Bergamo significa parlare di cento altre città storiche infelici. Infelici perché disgraziate nello stesso modo, a differenza delle famiglie di Tolstoj. Prendiamo i dati sui residenti, su un lungo arco di tempo, dal 1951 al 2016: ebbene, se in questo periodo Venezia ne ha persi il 52%, la Città Alta di Bergamo ne ha contati il 38% in meno, arrivando al minimo di 2400. Un’emorragia di popolo, che cambia radicalmente l’uso, e dunque il senso, di quelle antiche pietre. Negli ultimi quarant’anni le case vuote in Bergamo Alta sono aumentate di sei volte, le abitazioni di proprietà sono raddoppiate, quelle in affitto sono dimezzate: un trend che vieta la città storica alle giovani coppie con bambini, e apre la strada ad una omogeneità sociale fatta di famiglie piccole e benestanti.

La città storica diventa la città dei ricchi. E, in prospettiva vicina, la città dei turisti. L’inclusione delle Mura venete della città nella lista Unesco (un bollino che ormai assomiglia al bacio della morte sulla tenuta sociale del nostro patrimonio culturale) ha fatto raddoppiare le vendite “di pregio” in Città Alta: vendite che preludono nella quasi totalità alla creazione di strutture alberghiere di fatto (dal 2010 ad oggi gli airbnb crescono del 79%, gli alberghi veri calano del 9,2%). La città storica diventa un dormitorio per turisti di lusso: in Città Alta ogni notte dormono 12,4 turisti per abitante, mentre i posti letti sono ormai 30 ogni 100 abitanti. Se allarghiamo lo sguardo dai pernottamenti alle presenze turistiche in generale, vedremo che i turisti che ogni anno visitano il cuore storico e artistico di Bergamo sono stimati in circa 200.000 l’anno, arrivando ormai alla fatidica proporzione dei cento per singolo abitante. Conseguenza: al posto dell’ultima parrucchiera apre l’ennesima yogurteria, e nella Città Alta non c’è più un solo idraulico, un meccanico, un elettricista e nemmeno un restauratore, per quella sorta di “pulizia etnica” delle professioni che fa sembrare tutti eguali i nostri centri storici. È questo il drammatico quadro che spinge la parte più consapevole della cittadinanza (come per esempio la benemerita Associazione per Città Alta e Colli) a contestare radicalmente la costruzione di un parcheggio interrato di 9 piani (!) che l’amministrazione guidata da Giorgio Gori (l’anello mancante tra il berlusconismo e il renzismo) sta costruendo proprio sotto le famose Mura venete consacrate dall’Unesco. Un parcheggio pensato “per i visitatori” (per ammissione della stessa giunta) a servizio di una Città Alta che avrebbe invece un enorme bisogno di politiche per residenti non selezionati per censo. La giunta si trincera dietro il fantasma delle penali che si dovrebbero pagare cassando il parcheggio. Ecco l’ultima frontiera della post-democrazia, l’ultima reincarnazione del Tina (There Is No Alternative) della Thatcher e di Blair. Non si discute più della conseguenze a lungo termine del Tav, del Tap o del parcheggio di Bergamo: una politica senza progetto e senza coraggio si nasconde dietro l’alibi del “non-possiamo-cambiare-perché-ci-sono-le penali”. E pazienza se, facendola, quell’opera farà danni più gravi e profondi. Non la “rivoluzione della modernità” venduta dalla retorica renziana di Gori, insomma, ma la cancellazione del nesso vitale tra le pietre e il popolo: guardando Bergamo si capisce l’Italia.

 

Augusta : La realtà del Museo della Piazzaforte
Da augustaonline.it del 5 novembre 2018

5 novembre 2018 – Il Museo della Piazzaforte si conferma punto di riferimento culturale e di identità della città, grazie all’impegno del suo direttore e dei suoi collaboratori che da decenni mantengono vivo il progetto che fu di Tullio Marcon. Il Museo è stato istituito nel 1986 . La sua prima sede fu il Bastione del Castello Svevo dove per oltre sei anni aveva accolto migliaia di visitatori. Il Museo fu costretto alla chiusura per lavori di sistemazione del castello Federiciano che, di fatto, non sono mai terminati.

Da oltre 15 anni il castello è chiuso al pubblico. Per un decennio Marcon e Forestiere hanno tentato in tutti i modi di ridare una sede al museo. Ricordiamo che per un breve periodo fu trovata una soluzione , concedendo i locali all’interno della cinta del castello Svevo, che erano stati già l’ingresso dell’ex carcere. Una soluzione che consentiva di sfruttare anche lo spazio del cortile “esterno” della Torre Bugnata come area museale per i pezzi più voluminosi. Il museo nel duemila fu costretto ad un ennesimo trasloco.

Quando l’amministrazione Carrubba ha dato la disponibilità di allocare il Museo nei locali al piano terra del Palazzo di Città dove si trova attualmente. Questa sede ricordiamo è stata inaugurata nel maggio 2012 da allora il museo è meta di numerosi visitatori, scolaresche, fa parte di un virtuoso circuito culturale cittadino grazie alla buona volontà di amanti della storia e soprattutto amanti della città, lo testimonia anche il continuo interesse di numerosi cittadini e famiglie Augustane che donano cimeli che hanno raggiunto circa 700 reperti . – 2018 © www.augustaonline.it / Augusta News

 

 

Perché #NoMuos
Da sebastianogulisano.com del 5 novembre 2018

«Io sono contro il MUOS, ma so anche che c’è il terrorismo internazionale».
Con queste parole, nell’estate del 2013, durante un dibattito a Caltagirone, il deputato catanese del PD Giovanni Burtone sintetizzava la posizione sua e del suo partito nell’epoca del cosiddetto scontro tra civiltà, quello esaltato l’indomani dell’11 settembre 2001 da una Oriana Fallaci in preda al «fervore guerresco» contro la «Crociata al contrario» dichiarata dal mondo musulmano a quello occidentale e mirata «all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci». E ci esortava a respingerli, a impedirne «l’invasione» a prescindere dal fatto che «usino i cannoni o i gommoni». «Io sono contro il MUOS, ma so anche che c’è il terrorismo internazionale». È questa “ineluttabile” logica guerresca che trova nuova linfa nel terrore suscitato dagli attentati di Parigi e di Copenaghen, nell’orrore per i barbari assassinii dell’Isis, di Boko Haram, di al-Qaeda ad avere condannato i niscemesi a essere «danni collaterali» a medio/lungo termine del presunto scontro tra civiltà. Proprio così: danni collaterali. Come i civili inermi vittime delle guerre. Con la differenza, rispetto all’Iraq o alla Libia, all’Afghanistan o al Donbass, alla Palestina o all’Ukraina, che nessuno ci mostrerà i corpi dilaniati dai bombardamenti, ché a Niscemi i “bombardamenti” sono invisibili: ci si ammala di cancro e si muore lentamente e in solitudine, lontano dalle cineprese e dalle fotocamere. «Abbiamo letto in questi giorni che la decisione del TAR sarebbe inopportuna in un momento in cui il MUOS potrebbe avere interesse per la difesa nazionale», hanno ricordato stamattina gli avvocati Paola Ottaviano e Nello Papandrea, legali dei comitati che si sono opposti alla realizzazione del Muos, sottolineando che «il MUOS non è ancora in funzione non essendo in orbita tutti i satelliti necessari al suo funzionamento». E perché il TAR, con la sentenza del 13 febbraio ha sancito che tutte le autorizzazioni sono da rifare e che, nella sostanza, al momento il MUOS di Niscemi è un’opera abusiva. Il MUOS s’ha da fare ripetono da anni governanti regionali e nazionali, che in tal senso si sono impegnati con gli Stati Uniti d’America, e gli USA all’impianto di Niscemi tengono particolarmente, perché è una delle quattro stazioni terrestri che, “dialogando” con altrettanti satelliti, mettono in comunicazione istantanea l’intero apparato bellico statunitense su tutto il pianeta: uno strumento essenziale nello «scontro tra civiltà». Talmente essenziale da essere stato realizzato senza valide autorizzazioni e con la repressione sistematica della popolazione e degli attivisti NO MUOS che si sono apposti alla costruzione. Talmente essenziale che stando alle dichiarazioni dell’ex senatore Sergio De Gregorio, si sarebbe attivata la CIA per fare cadere il governo Prodi nel 2008, partecipando alla presunta compravendita di senatori che provocò la fine anticipata della legislatura: «Vi erano preoccupazioni forti da parte degli americani sulle questioni di sicurezza e difesa, in ordine alle opposizioni che venivano dall’ala più radicale del governo Prodi. In particolare c’era preoccupazione sul rafforzamento della base Nato di Vicenza e sulla installazione radar di Niscemi». Davide contro Golia, che ricorrerà al Consiglio di Giustizia Amministrativa per ribaltare l’esito della sentenza del TAR di Palermo che, senza entrare nel merito, ha l’effetto di continuare a tutelare la salute di una comunità che già paga la vicinanza al petrolchimico di Gela. Una vicinanza che «suggerisce» all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) «che il territorio di Niscemi è interessato da fumi industriali» e, citando dati dell’ISTAT e del ministero della Salute relativi al periodo 2005-2010, racconta che, rispetto alle percentuali regionali, a Gela, a Niscemi si riscontrino «eccessi significativi di ospedalizzazioni per tumori maligni». Seguono dieci righe di diverse patologie tumorali che colpiscono gli uomini, mentre per le donne si registra «un eccesso di tumori maligni del sistema linfoemopoietico». Inoltre, «meritevole d’attenzione è l’eccesso significativo sia di mortalità che di ospedalizzazione per mieloma multiplo tra gli uomini». D’altronde, lo stesso Rosario Crocetta, il presidente della Regione ed ex sindaco di Gela che quel territorio lo conosce bene, all’inizio del 2013, inun’intervista rilasciata al regista Enzo Rizzo per il film NO MUOS, quando ancora si ergeva a “paladino” dell’opposizione all’installazione alle antenne satellitari statunitensi, osservava che il sistema immunitario delle persone che abitano in questa zona della Sicilia da decenni è messo a dura prova e deve difendersi dagli “attacchi” del petrolchimico, a cui negli ultimi ventiquattro anni si sono aggiunte le sollecitazioni delle emissioni elettromagnetiche provenienti dalle 46 antenne NRTF esistenti. E che ulteriori insidie alla salute delle persone troverebbero il sistema immunitario già impegnato a combattere altre “guerre” e non sarebbe in grado di reagire come dovrebbe a nuove possibili “aggressioni” provenienti dal MUOS. I bambini sono le principali vittime delle onde elettromagnetiche emesse dal sistema di telecomunicazioni NRTF della US NAVY. A Niscemi non s’erano mai visti bambini depressi, né autistici: ora ci sono. Così come c’è un vistoso aumento dei tumori infantili, con percentuali superiori alla media nazionale. Di nuovo, rispetto al passato, c’è solo la base USA. Questa realtà emerge dai dati raccolti dal dottore Marino Miceli fra pediatri e medici di base che operano nel territorio comunale; un’indagine da cui emerge che anche gli adulti non se la passano bene, considerando che 14 cittadini su 100, a fronte di una media nazionale del 4%, sono affetti da tumore alla tiroide, mentre 7 uomini su 100 patiscono tumori ai testicoli, contro il 2% nazionale. Che i bambini siano soggetti a rischio ha dovuto ammetterlo persino la prudente relazione dell’ISS dell’estate 2013: «Cè una evidenza diretta che i bambini sono più suscettibili degli adulti ad almeno alcuni cancerogeni, incluse sostanze chimiche e varie forme di radiazioni». La base di telecomunicazioni NRTF-8 della Marina militare statunitense (US NAVY), al cui interno è stato realizzato il sistema MUOS, si trova in piena zona A della riserva naturale della Sughereta; è stata realizzata alla chetichella nel 1991 mentre a Niscemi (e nell’intero territorio circostante) era in corso una sanguinosa guerra di mafia protrattasi per tutti gli anni Ottanta,provocando decine e decine di morti e seminando terrore fra la popolazione, con diverse vittime innocenti fra le quali due bambini proprio nel 1991. La presenza mafiosa in quegli anni era talmente pervasiva che nel luglio del ’92 il Consiglio comunale di Niscemi fu sciolto dal ministro dell’Interno (con replica nel 2004).

La popolazione, dunque,aveva altro di cui preoccuparsi e non si diede pena per la ragnatela futuristica che stava prendendo il posto di un pezzo consistente di bosco, intorno a una mega antenna alta circa 140 metri. Né gli amministratori si posero  domande. O, se sele posero, non cercarono risposte. Fino al 9 settembre del 2008, ufficialmente, nessuno amministratore si pose domande; quel giorno, il direttore della ripartizione urbanistica comunale, prima vistò il nulla osta decisivo alla realizzazione del MUOS e poi partì per Palermo per partecipare alla conferenza dei servizi convocata dall’assessore regionale al Territorio «per il rilascio del nulla osta prescritto per la realizzazione di opere all’interno della riserva naturale». Una mera formalità risolta all’unanimità dai partecipanti: «il Comune di Niscemi, l’Ispettorato Regionale Foreste, l’UPA di Caltanissetta, il DRU – Servizio 10, la ditta U.S. NAVY e 41° Stormo – Sigonella (assente la Soprintendenza)», annotano i giudici del TAR nella recente sentenza che ha bloccato il MUOS. Il giorno successivo, informato da un giornalista sui possibili rischi per la salute dei cittadini esposti alle onde elettromagnetiche,finalmente un sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino del PD, eletto dopo la scadenza del secondo commissariamento governativo per infiltrazioni mafiose, cominciava a porsi domande e a cercare risposte intanto dall’ARPA, che per la prima volta, a diciotto anni di distanza dalla nascita della base USA, iniziava a svolgere il suo compito e ad «effettuare le misurazioni delle emissioni elettromagnetiche mediante centraline mobili poste sulle case di abitazione più prossime alla stazione radio», registrano i giudici. Nel marzo dell’anno successivo, Di Martino, le risposte iniziò a chiederle anche a degli scienziati indipendenti come il professore Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino, e al ricercatore dello stesso ateneo Massimo Coraddu. E sulla scorta dei loro studi, il 5 settembre del 2011 ricorreva al TAR di Palermo chiedendo l’annullamento delle autorizzazioni per la realizzazione del MUOS. Quattro anni e mezzo dopo, il procedimento innescato da quell’esposto è arrivata la sentenza. Ma non è finita ancora. Nell’attesa del CGA. Per gli Stati Uniti d’America le leggi italiane non hanno valore e, malgrado la sentenza del TAR di Palermo che azzera le autorizzazioni illegali del MUOS di Niscemi, hanno riattivato le antenne dell’installazione bellica niscemese. E nessuno dei soggetti istituzionali preposti a fare rispettare la sentenza ha finora mosso un dito, ché sono gli stessi soggetti – Ministero della Difesa e Regione Siciliana – che, in barba alla Costituzione e alle leggi, hanno fortemente voluto le antenne satellitari statunitensi e hanno fatto di tutto per ottenere il proprio servile obiettivo. Anzi: lo scorso 26 febbraio la polizia italiana ha scortato all’interno all’interno della base un convoglio di militari e operai: «Poteva apparire una normale squadra addetta alla manutenzione degli impianti presenti nella base – osservano i legali del Coordinamento regionale dei comitati NO MUOS, Nello Papandrea, Paola Ottaviano e Nicola Giudice, nella diffida inviata ieri al Ministero dell’Interno, alla Questura di Caltanissetta, a Carabinieri e Polizia di Niscemi –, senonché dopo il loro ingresso è stata notata la movimentazione delle parabole del MUOS». Sembra il bis della revoca farsa del 29 marzo 2013, quando la Giunta Crocetta annullò le autorizzazioni concesse dalla precedente Giunta regionale guidata da Raffaele Lombardo: una revoca propagandistica che intendeva depotenziare la manifestazione nazionale del giorno successivo a Niscemi (oltre diecimila partecipanti), garantendo alla Marina militare USA di proseguire indisturbata i lavori con il pretesto della «messa in sicurezza» degli impianti. Talmente propagandistica che lo stesso Crocetta sentenziò preventivamente la «inutilità» della manifestazione, ergendosi a “paladino” unico dell’opposizione al MUOS. Così propagandistica da diventare surreale quando la Regione a guida Crocetta, dopo la revoca, si costituisce al TAR al fianco del Comune di Niscemi, contro se stessa. «Alla luce della sentenza del TAR di Palermo, emerge chiaramente come i comitati territoriali NO MUOS siano stati gli unici soggetti ad essersi opposti alla realizzazione di opere illegittime e abusive». Paola Ottaviano e Nello Papandrea, due dei legali del movimento che da anni si oppone alla realizzazione della base di telecomunicazioni satellitari della Marina USA all’interno della Sughereta di contrada Ulmo a Niscemi, non ci girano intorno e sottolineano che, mentre tutto ciò avveniva, «paradossalmente, le forze dell’ordine si adoperavano per garantire l’illegalità, persino consentendo l’ingresso in cantiere a una ditta priva di certificazione antimafia». Il riferimento è alla Calcestruzzi Piazza, al centro di un’interrogazione parlamentare del senatore Giuseppe Lumia. Non solo: per tentare di fiaccare la resistenza, decine e decine di esponenti dei comitati sono stati bersagliati con salatissime multe, l’avvio di procedimenti amministrativi, persino l’arresto e conseguenti processi penali: «Per avere difeso il territorio e la salute, essersi opposti a un sistema di guerra, rifiutandosi di diventare “obiettivo sensibile”, bersagli di un possibile attacco bellico o terroristico», chiariscono Ottaviano e Papandrea. In realtà, la storia del MUOS di Niscemi non sarebbe mai dovuta iniziare, essendo prevista la sua installazione in piena zona A della Riserva naturale orientata “La Sughereta” (fra l’altro, sito SIC di interesse europeo), dove vige l’inedificabilità assoluta. Ma in Italia le leggi sono fatte per essere infrante dalle istituzioni stesse. Come dimostra il seguito della vicenda, ché in un Paese vagamente normale, anche dopo il primo strappo alla legislazione vigente, tutto si sarebbe concluso quando, in seguito alla circostanziata relazione degli esperti del Comune e dei movimenti, Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu, docenti al Politecnico di Torino, le Commissioni riunite Ambiente e Sanità della Regione Siciliana affrontano la questione. Ed è in questa circostanza che emerge che le relazioni “scientifiche” su cui erano basate le autorizzazioni iniziali non erano solo lacunose, ma contenevano clamorosi falsi. E che gli “esperti” che le avevano firmate non erano indipendenti ma al soldo degli statunitensi. Emblematico, in tal senso, il commento del presidente della Commissione Sanità, Pippo Digiacomo (PD): «C’è stata in tutta evidenza una volontà omissiva di coprire gli effetti dannosi del MUOS». Era il 5 febbraio 2013. Quel giorno poteva sostanzialmente concludersi questa squallida vicenda che vorrebbe condannare i niscemesi a essere «danni collaterali» di interessi sovranazionali, invece è cominciata la farsa messa in scena dal presidente della Regione, Rosario Crocetta (anch’egli PD), l’uomo che sulla “opposizione” al MUOS ha incentrato ben tre campagne elettorali, arraffando voti a più non posso, per poi gettare la maschera quando non c’era più nulla da ramazzare in chiave elettoralistica, emanando l’illegittima «revoca della revoca». È proprio fra la revoca delle autorizzazioni (29 marzo 2013) e la successiva revoca della revoca (24 luglio 2013) che si intensifica la repressione nei confronti degli attivisti NO MUOS, che, coi blocchi stradali, tentano quotidianamente di impedire l’ingresso in base degli operai incaricati di completare i lavori, malgrado l’assenza di autorizzazioni. È in questo periodo che la strategia repressiva delle istituzioni italiane tenta di sfiancare il movimento con le multe, di dividerlo, di criminalizzarlo con una raffica di procedimenti penali. Mentre i media mainstream nazionali e regionali suonano la grancassa contro gli «anarchici insurrezionalisti» (sinonimo di «terroristi», nell’immaginario collettivo) e le fantomatiche «infiltrazioni mafiose» nei comitati millantate da Crocetta. A partire dal mese di aprile 2013, una fitta corrispondenza fra Prefettura di Caltanissetta, Governo nazionale, Regione Siciliana e Ambasciata USA a Roma racconta come le istituzioni sia siano mosse per “aggiustare” le cose. Una corrispondenza resa pubblica dagli attivisti di Anonymous, dopo un’incursione nella banca dati del Ministero dell’Interno, in agosto, e raccontata da Antonio Mazzeo sul periodico I Siciliani giovani. Una corrispondenza dalla quale emergono preoccupazioni e tresche di Stato finalizzate a continuare i lavori, tanto che il 3 maggio il dirigente generale dell’assessorato Territorio e Ambiente, Vincenzo Sansone, rivendica per iscritto «che questo Assessorato non ha mai impedito alcuna azione all’interno della base». Quattro giorni dopo, nella memoria che l’ufficio legale della Regione deposita al TAR nella controversia col ministero della Difesa, gli avvocati di Crocetta confermano che «eventuali disagi o ritardi» nella costruzione del MUOS non sono attribuibili alla Regione, bensì «riconducibili ai presìdi spontaneamente organizzati dalla popolazione del territorio interessato e da simpatizzanti». E chi vuole intendere, intenda. Oggi, malgrado una sentenza del TAR che azzera le autorizzazioni, Governo e Regione continuano a fare i sudditi degli statunitensi e, invece di vigilare affinché siano rispettate le leggi nazionali, lasciano che la Marina militare USA possa proseguire indisturbata nei propri intenti e, per essere certi che ciò possa avvenire, così come in passato, fanno scortare gli operai da Polizia e Carabinieri, come denunciato dai legali dei comitati.

 

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Nardò
Da corrieresalentino.it del 4 novembre 2018

NARDO’ (Lecce) – Discordanti ed imprecise sono le fonti relative ad un castello antecedente a quello attuale nell’abitato di Nardò. Probabilmente esisteva un antico fortilizio o castrum di epoca bizantina, sui cui resti il normanno Roberto il Guiscardo avrebbe fatto erigere una nuova struttura, forse un torrione. Nel 1271 il Re di Napoli Carlo I d’Angiò concesse la fortezza ai frati francescani. Il luogo in cui sorgeva il maniero dovrebbe essere quello indicato come castelli veteris, cioè vecchio castello. La fine della struttura in questione può essere al momento dedotta solo per congetture giacché la scomparsa della fortezza neretina dovrebbe coincidere con la guerra scatenata in Puglia dalla Repubblica di Venezia contro il Re di Napoli Ferrante d’Aragona, che portò le armate della Serenissima ad assediare diverse città costiere come Monopoli, Brindisi, Otranto e Gallipoli, per poi spingersi nell’entroterra.

Nardò venne assediata e si arrese nel luglio del 1484, spinta dal Conte di Ugento e Signore di Nardò Anghilberto del Balzo, sostenitore della causa veneziana. Terminate le ostilità e stipulata la pace, Nardò venne punita dall’aragonese dandola in stato di vassallaggio a Lecce, abbattendone la cinta muraria e tutte le strutture difensive, tra le quali probabilmente doveva essere incluso il castello. Dopo una decina di anni, nel 1495, in seguito alla Pace di Bagnolo, Nardò fu tolta ai del Balzo ed affidata a Bellisario I Acquaviva d’Aragona che nel 1516 ne fu elevato al rango di duca. A lui si deve la costruzione del castello e della cinta muraria che oggi possiamo ammirare. Il nuovo Castello di Nardò ha una pianta quadrangolare con quattro torri angolari a mandorla di cui una maggiormente sporgente delle altre rispetto al tracciato perimetrale ed alle mura di cinta cittadine, e che probabilmente si collegava ad una delle porte urbiche. Inizialmente aveva un ponte levatoio che scavalcava il fossato non più esistente perché colmato, oltre ad essere fornito di bocche cannoniere, feritoie e balestriere laterali. Successivi interventi e modifiche hanno cambiato il prospetto del castello che nel tempo è andato perdendo parte delle sue caratteristiche militari per trasformarsi in residenza signorile. Diversi blasoni della famiglia Acquaviva d’Aragona campeggiano sui torrioni e sulla facciata principale.

Il cortile interno quadrangolare, piuttosto piccolo e spostato ad occidente rispetto all’asse della struttura, costituiva la piazza d’armi mentre i duchi risiedevano al piano nobile. Subentrata nella proprietà la famiglia dei Baroni Personé, nel XIX secolo la facciata principale fu abbellita con fregi e piccoli archi, nonché altre decorazioni i cui lavori furono affidati alla direzione dell’Ingegnere Generoso De Maglie di Carpignano Salentino. Sulla facciata fu aggiunto anche lo scudo con le armi dei Personé. Nel 1933 il castello veniva acquistato dal Comune. Cosimo Enrico Marseglia

 

Fiandre. La quiete sul Fronte occidentale
Da nationalgeographic.it del 3 novembre 2018

FOTOREPORTAGE A cento anni dalla fine della Grande Guerra un viaggio sui campi di  battaglia simbolo del conflitto fotografie e testi di Andrea Contrini

Il paesaggio lunare del campo di battaglia di Passchendaele (foto 3) è uno tra i più intensi simboli di devastazione e orrore della Prima guerra mondiale. Ma sono molti gli episodi avvenuti tra il 1914 ed il 1918 nella piccola provincia belga delle Fiandre Occidentali che diventarono emblematici di quel conflitto: la cosiddetta “tregua di Natale”, il primo utilizzo su larga scala di gas tossici e la guerra sotterranea nelle alture di Messines. Il tratto di fronte che andava dalle spiagge di Nieuwpoort ai boschi di Ploegsteert si stabilizzò dopo la cosiddetta "corsa al mare" del 1914. Poi il fulcro della lotta diventò il saliente di Ypres, vedendo contrapporsi le truppe tedesche a quelle britanniche, del Commonwealth e francesi.

Le quattro furiose battaglie attorno alla cittadina - nel 1914, nel 1915, nel 1917 e nel 1918 - spostarono le linee di appena qualche chilometro facendo sprofondare gli eserciti in un inferno di sangue e fango. Dilaniarono quella che era una fiorente area agricola e nel dopoguerra popoleranno gli incubi dei veterani. Ancora oggi il paesaggio fiammingo mostra la violenza subita: a Passendale l'acqua color ruggine nei canali agricoli rivela la presenza di migliaia di proiettili sepolti; tra Langemark e Bikschote i pascoli sono disseminati di relitti di fortini in calcestruzzo; talvolta capita che il terreno collassi portando alla luce oscuri labirinti sotterranei. Con queste fotografie Andrea Contrini ha voluto proseguire l'esplorazione iniziata con "La quiete dopo la battaglia" e con "Echi nel silenzio", fotoreportage pubblicati online da National Geographic Italia, rivolta ai campi di battaglia del 1914-1918.

Il progetto è nato, nelle parole dell'autore, "dal senso di meraviglia verso il tempo e la natura, che hanno saputo reinterpretare la devastazione lasciata della guerra". Diversi sopralluoghi sul terreno e ricerche bibliografiche, in gran parte all'estero, sono stati poi necessari per sottolineare quell'imprescindibile nesso tra paesaggio attuale e vicende del passato. Spiega Contrini: "Ho realizzato queste fotografie intendendole come piccoli tasselli volti a ricomporre una parte di quel grande mosaico che fu la prima guerra totale e di massa. Perché quel conflitto ha ancora molto da dirci sulla modernità che oggi ci circonda, la quale vide la luce nel bagliore delle esplosioni di cent'anni fa". Nella fotografia di questa pagina: La spiaggia di Nieuwpoort. L'immensa teoria di trincee, fortificazioni e filo spinato del Fronte Occidentale partiva dalle Alpi svizzere per terminare tra queste dune digradanti nel Mare del Nord. Il faro, distrutto dal conflitto e poi ricostruito, segna il punto più settentrionale dell'intera linea alleata.

 

Forte Lugagnano nel degrado: rifiuti e prostituzione
Da larena.it del 3 novembre 2018

Di giorno, sede di lodevoli iniziative culturali, sportive e ricreative; di notte, nascondiglio per incontri a luci rosse e per lo scarico abusivo di rifiuti.

Questa è la doppia vita di forte Prinz Rudolf, meglio conosciuto come forte Lugagnano, al numero 87 dell’omonima via, un chilometro e mezzo a ovest dell’abitato di San Massimo.

Lo stupendo complesso austriaco, costruito nel 1860-61, e nonostante tutto ancora strutturalmente in buono stato, sta soffocando tra cumuli di pneumatici consumati, vecchi sanitari, macerie edili ed elettrodomestici rotti.

Tutto materiale che viene abbandonato con un furtivo viavai di furgoni. Non bastasse, si aggiungono i piccoli rifiuti disseminati qua e là, fra l’erba, dai giri di prostituzione, molto «attivi» nei dintorni. Il prato e la boscaglia che circondano il forte, infatti, fungono da perenne alcova a cielo aperto. Le associazioni che hanno sede nell'edificio chiedono aiuto al Comune: «Situazione ingestibile, gli studenti che vengono in visita camminano in un campo minato». di Lorenza Costantino

 

Gemona nel vortice bellico: le fortificazioni e lo strazio nelle fotografie ritrovate
Da messaggeroveneto.it del 3 novembre 2018

S’inaugurerà domani, domenica, alle 13 nelle sale D’Aronco di palazzo Elti, la mostra fotografica "Gemona in guerra", voluta dall’amministrazione comunale gemonese in occasione del centenario della Grande Guerra. Il taglio del nastro sarà preceduto alle 11.45 dalla presentazione del libro “I caduti gemonesi della Grande Guerra” di Gabriele Marini: l’allestimento è l’occasione per scoprire immagini molto rare della storia della cittadina nel periodo del primo conflitto mondiale che possono suscitare l’interesse di tutti i friulani.

«Questa rassegna – spiega l’assessore alla cultura Flavia Virilli – ha il pregio di avere liberato dalla polvere del tempo ricordi, documenti e immagini che, provenendo dall’archivio storico comunale e da alcune collezioni private, riprendono vita, parlandoci della Gemona di un secolo fa, raccontandoci le paure, le difficoltà e le immani tragedie che la guerra portò in tutto il Friuli, ma riuscendo a offrire uno sguardo privilegiato sulla vita quotidiana dei nostri avi». La mostra, che si articola in quattro sezioni, si compone di una serie di fotografie di grande formato, con opportune didascalie esplicative, di documenti d’epoca e di brevi testi che orienteranno la lettura e lacomprensione degli eventi rappresentati. La prima sala illustrerà il sistema di fortificazioni dell’alto Tagliamento, realizzato tra il 1904 e il 1914.

La seconda documenterà l’occupazione di Gemona dopo Caporetto, tra il 29 ottobre 1917 e il 3 novembre 1918. La terza sala esporrà gli originali delle fotografie stampate, documenti dell’anno di occupazione e il diario manoscritto coevo del sindaco Luciano Fantoni. La quarta mostrerà i paesaggi di Gemona, e di alcune delle sue borgate, nel primo ventennio del Novecento. «A cento anni dalla fine della Grande Guerra – ha detto il sindaco Roberto Revelant -, l’amministrazione comunale ha ritenuto doveroso ricordare i suoi caduti e rammentare questa pagina di storia: uno sforzo che dobbiamo ai nostri concittadini di allora, affinché quel sacrificio non sia stato vano». Gli orari di apertura al pubblico saranno i seguenti: lunedì: dalle 9.30-12.30; dal martedì alla domenica: 9.30-12.30; 14.30-18.30.

 

Luoghi "speciali" da vedere a Palermo nel weekend tra bunker, saloni e giardini
Da balarm.it del 3 novembre 2018

Erano diciotto i luoghi "speciali" da visitare su prenotazione: luoghi piccoli e sotterranei, come i Qanat o i Miqveh – il bagno rituale ebraico – oppure fabbriche aziendali dove scoprire i segreti dell’anice, del caffè o delle caramelle di carruba. E ancora piccole collezioni o depositi di Musei, luoghi da scoprire, a piccoli gruppi, scegliendo comodamente il giorno e l’orario di visita. Iniziamo proprio dall'aeroporto di Boccadifalco dove si visitano la torre di controllo, i due bunker e il giardino dell’antica villa. Un viaggio nel cuore dell’aeroporto di Boccadifalco, con un bus navetta che consente di visitare le parti più lontane dall’ingresso principale. Ed è un itinerario pieno di scoperte quello che porta, attraverso distese verdi, alla torre di controllo dove si osserva dall’alto la pista asfaltata lunga 1224 metri e dove è allestita una preziosa mostra documentaria che racconta la storia dell’aeroporto, e con esso della storia dell’aviazione civile e militare in Sicilia (prenota da qui). Un aeroporto molto attivo come base aerea militare durante la Seconda Guerra mondiale, e ne sono testimonianza i due bunker che possono essere visitati, uno dei quali – utilizzato anche come deposito munizioni – reca su una parete la scritta di un soldato americano. Infine, visita allo straordinario parco di Villa Natoli, con i suoi splendidi e tentacolari alberi.

 

Cos’è il Muos, il gioiello della tecnologia satellitare Usa che rischia di spaccare il M5s
Da ilsole24ore.com del 2 novembre 2018

Chiuso un capitolo, se ne è aperto un altro. Dopo le proteste della base movimentista dei Cinque Stelle contro la decisione dei vertici pentastellati di “rimangiarsi” le promesse fatte in campagna elettorale e di dare il via libera al Tap, in Puglia, si scatena ora una nuova fronda all’interno di M5s, questa volta in Sicilia. Anche questa volta, come nel caso del gasdotto del Salento, c’è di mezzo un acronimo: “Muos”, che sta per “Mobile User Objective System”, un gioiello della tecnologia satellitare gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo strappo potrebbe essere, potenzialmente, altrettanto, se non più divisivo, considerato che la partita coinvolge anche il nostro alleato di sempre, gli Usa. I 5 Stelle siciliani sono convinti che il leader politico Luigi Di Maio annuncerà lo smantellamento del mega satellite*, ma il ministero della Difesa, guidato da un’altra pentastellata, Elisabetta Trenta, frena.

Il forte interesse Usa dietro ai dossier Tap e Muos

Se dietro al sì al Trans-Adriatic Pipeline si nascondono le pressioni esercitate dagli Stati Uniti - di fatto il gasdotto pugliese si pone come alternativa al Nord Stream 2, la pipeline che dovrebbe raddoppiare la capacità di export della Russia verso la Germania e che proprio non piace a Donald Trump - la sensibilità Usa, sotto l’ombrello Nato, nei confronti del “dossier Muos” non è meno accentuata.

Il gioiello della tecnologia satellitare in una riserva naturale di Niscemi

A differenza del caso pugliese, nel mirino della popolazione locale e della base pentastellata è una “base di comunicazione”: un sistema satellitare ad alta frequenza e a banda stretta. Oltre a essere una soluzione d’avanguardia dal punto di vista delle tecnologie utilizzate, questo mega satellite smista le comunicazioni militari destinate a forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo. Il sistema Uhf ad alta frequenza permette di tenere in collegamento i centri di comando e controllo delle Forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18mila terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (Uav- elivoli senza pilota).

Gli effetti dello smantellamento del mega radar sui rapporti Italia-Stati Uniti

Lo strumento ha dunque un elevato peso strategico, sia per gli interessi della Nato, sia per l’Italia, che sul Mediterraneo rivendica da sempre un ruolo di leadership. Se il Governo italiano decidesse di smantellare il Muos, come chiede il movimento No Muos, che intercetta molti attivisti grillini, la scelta avrebbe un effetto molto forte sui rapporti tra Roma e Washington che, al di là dell’interesse manifestato in più di una occasione dal vicepremier Salvini nei confronti della Russia di Vladimir Putin, rimangono tuttora forti e interconnessi. Soprattutto in questi giorni che separano dalla Conferenza internazionale sulla Libia, il 12 e 13 novembre, sulla quale l’Italia ha registrato l’appoggio Usa.

Non solo Muos: da Sigonella partono i droni per colpire l’Isis

Nel braccio di ferro tra Muos sì - Muos no sono in ballo gli interessi geostrategici della Nato in proiezione africana e mediorientale. Anche perché l’importanza del sistema satellitare va letta in un contesto, quello della presenza Nato in Sicilia, che vede la base di Sigonella ospitare gli hangar con i droni da teleguidare verso gli obiettivi Isis in Medio Oriente e Africa, senza dimenticare i porti militari di Augusta e le stazioni aeree di Birgi (Trapani).

Una vicenda iniziata nel 2006

La vicenda di Niscemi non è nuova. È iniziata nel 2006, quando sono state rilasciate le autorizzazioni per l’installazione dell’impianto, di proprietà della Marina militare statunitense,nella base Naval Radio Transmitter Facility Niscemi. Terminato nel 2014, è stato installato a seguito di un accordo bilaterale siglato da Italia e Stati Uniti. Fin dall’inizio la popolazione locale ha chiesto che il sistema satellitare venisse smantellato. Nel mirino, la decisione di destinare un’area così estesa - oltre un milione di metri quadrati - a questo progetto, sottraendola alla riserva naturale della Sughereta, e il timore che l’impianto fosse pericoloso per la salute della popolazione locale. I Cinque Stelle siciliani hanno poi fatto propria la protesta. Ma contrario all’ipotesi di smantellare il mega satellite è il ministero della Difesa, al cui vertice siede una pentastellata, Elisabetta Trenta. Si delinea così uno scontro all’interno del Movimento, con la ministra da una parte e la fronda siciliana dall’altra. Quest’ultima confida nell’appoggio del leader politico M5s, Luigi Di Maio.

Di Maio annuncia «importanti novità».

E si riaccende la protesta Negli ultimi giorni la polemica è tornata ad accendersi. Ad “accendere la miccia”, le parole del vicepremier. In occasione di una recente visita a Scordia, nei pressi di Catania, Di Maio ha annunciato «importanti novità sul Muos». A stretto giro, stretto dal pressing degli attivisti No Muos, fattosi più consistente dopo le dichiarazioni del vicepremier, il deputato cinquestelle dell’Assemblea regionale Siciliana, Giampiero Trizzino, ospite di Obiettivo Radio1, ha fatto capire che sul mega radar la decisione è presa. «Il M5S e il governo - ha affermato - hanno già preso una posizione, quella che hanno sempre avuto, e Luigi Di Maio a breve la comunicherà. La nostra posizione resta la stessa: siamo contro il Muos. Non ci sono alternative. Noi ci proviamo, ovvio. La memoria della ministra Trenta, che incontrerò il 7 novembre, è un fatto passato».

Il ministero della Difesa guidato da un esponente M5s: il satellite non si tocca

La memoria a cui ha fatto riferimento Trizzino è quella presentata dal ministero della Difesa per chiedere al tribunale di giustizia amministrativa di respingere il ricorso presentato dagli attivisti No Muos per bloccare l’attività del mega satellite. L’uscita di Trizzino ha spinto fonti della Difesa a ricordare che «l’unica voce ufficiale sul tema è e sarà quella del governo». Le stesse fonti hanno dunque sconfessato «qualsiasi altra esternazione o posizione assunta da esponenti non appartenenti all’esecutivo».

 L’opportunità di rimandare una decisione a dopo il vertice sulla Libia

Allo stato attuale l’intenzione dei vertici pentastellati è di rinviare per quanto possibile la comunicazione sulle decisioni su questo nuovo dossier. Anche perché il vertice sulla Libia di Palermo è alle porte. E far saltare il banco con un alletato così importante proprio a pochi giorni da questo appuntamento non è nell’interesse dell’esecutivo giallo verde, che su questa iniziativa per la stabilizzazione del paese del Nord Africa ha puntato più di una fiche. Dopo la battaglia finita in tribunale, il 14 novembre spetterà al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Sicilia decidere sulla sentenza emessa nel 2016 dallo stesso Consiglio che aveva sbloccato i lavori. Ma il vertice sulla Libia, quel giorno, sarà già alle spalle. * Il termine radar, utilizzato in precedenza, è stato sostituito con quello tecnicamente più corretto di satellite   di Andrea Carli          

 

 

Italia Nostra: «Non si devono abbattere le antiche mura della città»
Da ilgazzettino.it del 2 novembre 2018

di Davide Lisetto  PORDENONE Le antiche mura della città - finite al centro di una bufera politica poiché corrono il rischio di essere abbattute nella parte in fondo a vicolo del Lavatoio - ricevano un'ancora di salvataggio dall'associazione Italia Nostra. Il sodalizio nazionale più importante sul fronte della tutela dei beni storici, artistici e medievali ha inserito il caso dell'ultimo tratto rimasto di cinta muraria di Pordenone, nella Lista Rossa. Una sorta di agenda-campagna dei beni maggiormente meritevoli di salvaguardia.

«Siamo venuti a conoscenza - ha spiegato Roberto Caragnolini, responsabile per Italia Nostra di Udine e Pordenone - di questa situazione. E pure non entrando nel merito dell'iter autorizzativo in corso, riteniamo che quel bene culturale vada salvaguardato. È poi importante e positivo che si sia mossa la comunità locale a tutela di un elemento del passato che, evidentemente, rappresenta oltre che un valore storico-architettonico anche un aspetto identitario per la comunità pordenonese. È per questo che abbiamo ritenuto di dargli un rilievo anche istituzionale inserendolo nella lista rossa».

 

Tap, Muos, F-35: così gli «auspici» degli Stati Uniti trovano ascolto a Palazzo Chigi
Da corriere.it del 1 novembre 2018

I tagli al bilancio militare, o marce indietro su opere e impianti di cui si era già discusso, rischiano di non essere visti di buon occhio da Washington. Che ha messo in chiaro — tramite il Dipartimento di Stato prima, e le parole di Trump poi — i propri desideri di MARCO GALLUZZO

ROMA — Quando ancora il Tap era un discorso aperto, ancorato alle parole e alle promesse della campagna elettorale, toccò al Dipartimento di Stato americano mettere nero su bianco tre righe in cui si rimarcava che Washington auspicava che l’Italia non avesse alcuna incertezza su un’opera che diversifica le nostre fonti energetiche, nostre e del resto d’Europa, rispetto alle forniture russe. Pochi giorni dopo fu lo stesso Trump, direttamente, nel faccia a faccia alla Casa Bianca, a dirlo a Giuseppe Conte. Ora che sul Tap sembra sciolto qualsiasi residuo interrogativo anche Luigi Di Maio, qualche giorno fa di fronte al Copasir, ha trattato l’argomento con un profilo squisitamente istituzionale e tecnico, non più politico: «È funzionale alla diversificazioni delle nostri fonti di approvvigionamento» nel settore, ha chiosato, in modo secco. Dichiarazione che però Di Maio giovedì ha smentito: «Mai detto che è un’opera utile». Ma ora, dopo il Tap, sembra entrato, o meglio ri-entrato, nel mirino dei 5stelle, anche il Muos, il gigantesco e strategico sistema radar americano installato a Niscemi qualche anno fa, in base ad un trattato internazionale siglato fra i due governi, costato 7 miliardi di dollari, utile alle comunicazioni satellitari della marina a stelle strisce, e anche alla nostra sicurezza interna, e con una copertura che fa della Sicilia il centro nevralgico di informazioni e comunicazioni che riguardano circa il 30% del pianeta, compreso il Medioriente.

Nel governo si commenta la cosa con una punta di imbarazzo: dalla Lega nemmeno una parola, dal ministero della Difesa con una nota che non chiarisce molto, si ammette che si sta facendo una valutazione di impatto ambientale, ma è anche vero c’è stata una contesa giudiziaria già risolta a favore degli impianti radar, così come è vero che il nostro ambasciatore presso la Nato qualche mese fa ha portato una delegazione dei 5 Stelle sul sito, e sembrava che i proclami No Muos fossero rientrati con una visita ravvicinata alle grandi parabole montate a 60 km dalla base americana di Sigonella. Fonti del governo, istituzionali e italiane negli organismi Nato, considerano il solo discutere del No Muos una mezza follia. Confermano che una marcia indietro di palazzo Chigi pregiudicherebbe le relazioni con Washington, tanto più in un momento in cui l’idillio fra Palazzo Chigi e la Casa Bianca è basato in primo luogo sul rapporto critico di Roma verso Bruxelles, più che sul piano militare. Romania e Albania si stanno infatti reciprocamente e progressivamente candidando (nel secondo Paese gli americani stanno costruendo una nuova base logistica) a sostituire l’Italia nella rete delle basi strategiche Usa. E i tagli al bilancio del ministero della Difesa, mentre Trump chiede a tutti i Paesi europei di aumentare sino al 2% i contributi alla Nato (Roma è ferma all’1,1%), rischiano di rendere meno affidabile il nostro Paese agli occhi di Washington. Di sicuro a Washington monitorano da vicino posizioni politiche e decisioni istituzionali di Roma. La riduzione del programma di acquisto di F35, decisa dal precedente governo, se avesse ulteriori sforbiciate, rischia di compromettere i contratti siglati e la garanzia che tutta la manutenzione europea dei nuovi aerei da combattimenti si svolga effettivamente in Italia. La missione in Afghanistan è stata ulteriormente limata, di circa 200 unità, ma era e resta, insieme alla nostra presenza in Libano, una moneta di scambio per il nostro scarso contributo al bilancio della Nato. La Merkel a Bruxelles ha incassato una strigliata da Trump, Conte no. Ma sino a quando?

 

Le fortificazioni nell’area del Delta
Da polesine24.it del 1 novembre 2018

Viene inaugurata oggi pomeriggio (1 novembre) alle 16 la mostra “Giovani terre contese: tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po”. L’esposizione è allestita nella sede della biblioteca comunale e sarà aperta, con ingresso libero, nei seguenti orari: da domani a martedì 6 dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30, da mercoledì 7 al 10 novembre soltanto il pomeriggio dalle 15.30 alle 18.30. L’iniziativa rientra nel calendario delle manifestazioni della Fiera del libro e fa parte di un progetto di alternanza scuola-lavoro che ha visto coinvolti gli studenti del triennio del Colombo, indirizzo economico, in collaborazione con il Centro di documentazione e ricerca del Delta e il patrocinio dell’amministrazione comunale.

La mostra focalizza l’attenzione su un aspetto di grande interesse ma sconosciuto alla quasi totalità delle persone: le diverse fortificazioni che, dal periodo della Repubblica di Venezia e dello Stato Pontificio al dominio napoleonico e austriaco, alla Prima guerra mondiale, sono state costruite nel Delta per difendere il territorio da attacchi e invasioni. Le fortificazioni vengono documentate non soltanto da mappe e descrizioni precise ma anche da fotografie di resti dei manufatti talora molto significativi, che costituiscono un percorso di notevole valore storico e turistico: pertanto offre alla cittadinanza, in particolare agli studenti dei diversi ordini di scuole, ai turisti o ai semplici curiosi un’occasione per conoscere la ricca e complessa storia di questo territorio.

I pannelli sono in lingua italiana e inglese: la mostra è già stata ospitata all’Archivio di Stato di Rovigo e di Ferrara, a Sinalunga in Valdichiana e al museo della Terza Armata di Padova, ad Adria, Porto Tolle e Taglio di Po. La mostra è stata messa a punto da un gruppo di studiosi del Ce.Ri.Do. formato da Luigi Contegiacomo direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, Maurizio Tezzon esperto di grafica, Luciano Chiereghin ricercatore dei dati storici e ambientali, quindi Raffaele Peretto e Luciano Scarpante.

 

Giornata dei Castelli, Palazzi e Borghi Medievali 2018
Da ilmessaggero.it del 1 novembre 2018

Domenica 4 Novembre 2018 sarà l’ultima occasione dell’anno per poter partecipare alle visite guidate di Castelli, Palazzi Storici e Borghi Medievali della Lombardia. Luoghi di solito non fruibili, imponenti e suggestive fortificazioni, dimore di grandi condottieri, borghi e palazzi saranno aperti contemporaneamente per dare l’opportunità di trascorrere una giornata all’insegna di rievocazioni, cultura, leggende e battaglie, alla scoperta di arte e storie d’altri tempi. Tra gli eventi davvero imperdibili per questo weekend autunnale, al castello di Pandino, oltre alle visite guidate, sarà una domenica magica alla scoperta dei draghi! Un percorso didattico di Dragologia, un’area laboratorio per i bambini più piccoli e un’area dedicata ai giochi da tavolo. Nel comune di Pumenengo, oltre alle visite del Castello Barbò, la giornata sarà arricchita dalla visita a Palazzo Sauli, edificio del XVI secolo edificato ad opera del conte Socino Secco, con la possibilità di pranzare nelle sale del palazzo (su prenotazione), mentre nel comune  i Cologno al Serio a farla da padrona sarà la deliziosa polenta taragna.

PROGRAMMA INIZIATIVE LOCALI

Di seguito i dettagli degli orari, dei costi e le iniziative di ogni Comune:

Brignano Gera d’Adda: Visite alle 14.30 e alle 16 (costo 7€ – gratis fino a 12 anni e oltre i 75 anni) Calcio – Castello Silvestri: visite dalle 14.00 alle 18.30, (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni) Caravaggio: visita solo alle 16 (costo 5€ – dai 18 ai 26 anni 2€ – gratis fino ai 18 anni)

Cavernago – Castello di Cavernago: Visite dalle 9.30 alle 12 e dalle 14 alle 17.30 (costo 5€ – gratis fino ai 12 anni)

Cavernago (fraz. Malpaga) – Castello di Malpaga: visite dalle 10.00 alle 18.00 (costo 9€ adulti – 4€ dai 6 ai 12 anni – gratis fino ai 5 anni)

Cologno al Serio: visite alle 10.00, 11.00, 14.30, 15.30, 16.30 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni)

Martinengo: visite alle ore: 10, 15 e 16.30 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni)

Pagazzano: visite dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 14 alle ore 18.30, ultimo ingresso ore 17.30. Prenotazioni online. Le visite guidate partono ogni 30 minuti, si invitano i visitatori ad accedere per la visita guidata 10 minuti prima della partenza delle visite.

Pandino (CR): visite alle 11.00, 15.30 e 17.00 (costo 5€, 4€ dai 6 ai 18 anni e over 70, gratis fino a 6 anni)

Pumenengo: visite dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 17.00 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni).

Romano di Lombardia: visite alle 15 e alle 16.30 (costo 5€ – gratis fino ai 12 anni)

Torre Pallavicina: visite alle 10.00, 15.00 e 16.00 (costo 6€ – gratis fino ai 12 anni)

Treviglio – Museo Verticale: salite alle ore 16.00-17.00-18.00 con possibilità di altri orari concordato con l’Ufficio cultura per gruppi di più di 10 persone (costo 5€, 4€ dai 6 ai 18 anni)

Trezzo sull’Adda (MI): visite alle 10.30 e dalle 14.30 alle 17.00 con partenza ogni mezzora. (costo 6€, 3€ dai 6 ai 12 anni, under 6 gratis)

Urgnano: visite dalle 14.30 alle 18.00 (costo 5€ – gratis fino ai 10 anni). I visitatori sono liberi di pianificare il proprio percorso in base agli orari di apertura di ciascun aderente.

Ogni visita durerà circa 1 ora. Per prenotazioni e informazioni, rivolgersi all’indirizzo mail: info@bassabergamascaorientale.it o allo 0363988336 dal lunedì al sabato dalle 9 alle 12.

 

Muos, i 5 stelle: lo smantelleremo. Ma il ministero della Difesa frena
Da ilmessaggero.it del 1 novembre 2018

Si riaccende la polemica sulMuos, il mega impianto satellitare di comunicazione americano in costruzione nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, in Sicilia. «Smantelleremo il Muos. La memoria della ministra Trenta contro il ricorso dei No Muos per bloccare l'attività del sistema di comunicazione satellitare militare americano? Un fatto già passato», assicura Giampiero Trizzino, consigliere 5 stelle dell'Assemblea regionale Siciliana, a Obiettivo Radio1, replicando agli attivisti No Muos. «Il M5S e il governo hanno già preso una posizione, quella che hanno sempre avuto, e Luigi Di Maio a breve la comunicherà - dice Trizzino -. La nostra posizione resta la stessa: siamo contro il Muos. Non ci sono alternative». Il fatto è che da giorni Di Maio ha annunciato novità sul Muos, da sempre osteggiato da grillini e ambientalisti, ma finora una presa di posizione chiara non è ancora arrivata. La titolare 5 stelle della Difesa, Elisabetta Trenta, ha invece scritto una memoria per chiedere al Tar di respingere il ricorso presentato per bloccare la costruzione dell'opera.

In sostanza quindi un parere favorevole al radar. Oggi fonti del ministero si sono limitate a confermare la presa di posizione: «La linea sul Muos è molto chiara e in questi giorni il governo è al lavoro sul dossier. Qualsiasi altra esternazione o posizione assunta da esponenti non appartenenti all'esecutivo è da considerarsi espressione del singolo soggetto politico, non del ministero della Difesa e men che meno del governo. L'unica voce ufficiale sul tema è e sarà quella del governo». «Giampiero Trizzino dichiara guerra agli Stati Uniti. Siamo di fronte a follia politica e incompetenza strutturale. Il no al Muos è una scelta irrealizzabile tanto più che già c'è stato l'ok anni fa in Trattati sottoscritti tra Italia e Stati Uniti», commenta in una nota il deputato Gianfranco Librandi (Pd). «Uno dei tanti no dei Cinque Stelle viene a colpire il Muos ed è come fare guerra agli Stati Uniti. Si vuole infatti smantellare l'attività del megaradar satellitare di Niscemi ed è una crociata del deputato dell'Assemblea Regionale Siciliana Giampiero Trizzino. Forse ignora che è una scelta difficile primo perché implica la rottura di accordi già in essere da diversi anni e poi perché costerebbe una fortuna (20 miliardi) rompere questo tipo trattato e procedere allo smantellamento. Un ultimo aspetto riguarda anche la sicurezza che un simile apparato può garantire e che non va sottovalutata». Così in una nota la parlamentare Stefania Prestigiacomo (FI).

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Castro
Da corrieresalentino.it del 31 ottobre 2018

CASTRO (Lecce) – Il primo nucleo del Castello di Castro risale probabilmente al periodo compreso fra il XII ed il XIII secolo e venne edificato sul luogo di una precedente roccaforte bizantina. Fu il Re di Napoli Carlo I d’Angiò a definirlo nella seconda metà del XIII secolo: “Una fortezza di rilevanza strategica per la difesa del regno”, grazie alla sua posizione elevata che consentiva un ampio raggio di osservazione sul mare. A partire dal 1460, in seguito ai ripetuti assalti turchi, il Conte Giulio Antonio Acquaviva, ottenuti alcuni rinforzi di truppe, provvide a fortificare la città ed il castello.

Quando nel 1480 i Turchi presero Otranto, su disposizione del Principe di Calabria Alfonso d’Aragona furono dislocate alcune forze militari a Castro che, insieme a Roca, venne utilizzata come base per la riconquista della città. In questo periodo al castello fu aggiunto un torrione cilindrico munito di scarpa. Nel 1537 il Sultano Solimano II inviò lungo il litorale adriatico il pirata Barbarossa, che decise di attaccare proprio Castro. Il comandante della piazza, Antonio Gattinara, rifiutò di arrendersi ed i Turchi assediarono la città, conquistandola e costringendo gli abitanti a fuggire. Successivamente, dopo che i pirati si furono ritirati, la città fu ripopolata.

Nel XVI secolo furono proprio i Gattinara, Signori di Castro, a ricostruire in luogo della vecchia roccaforte una nuova fortezza a pianta quadrilatera, con quattro bastioni ed un terrapieno. Ulteriori assalti spinsero nella seconda metà del XVI secolo il Viceré Don Pedro de Toledo a rinforzare ulteriormente la fortezza con la costruzione di un bastione a sperone, nominato Torre del Catalano, per la difesa della Porta Terra, e di una cinta muraria di forma pressoché esagonale allungata che inglobava le torri della cortina medievali. I lavori furono commissionati all’ingegnere militare Tiburzio Spannocchi di Siena. Durante il XVIII secolo cominciò la lenta decadenza del castello sino a quando, su richiesta del prelato Monsignor Del Duca, il Re di Napoli Ferdinando IV non ordinò l’effettuazione di alcuni lavori di restauro. Attualmente il maniero appartiene al Comune di Castro, che ha effettuato diversi interventi di conservazione e restauro, ed ospita al suo interno il Museo Civico. Il Castello di Castro si presenta a pianta rettangolare con quattro torri di differenti forme agli angoli. L’ingresso avveniva scavalcando il fossato grazie ad un ponte levatoio non più esistente. Nel cortile una volta esisteva una scala, ormai rimossa, che consentiva l’accesso ai piani superiori. Cosimo Enrico Marseglia

 

IL PROGETTO DEL COMUNE - Illuminare i bastioni per renderli sicuri
Da tgverona.it del 31 ottobre 2018

Illuminare i bastioni e la cinta magistrale cittadina per renderla più bella, vivibile e più sicura. Il progetto presentato dall’amministrazione è in linea con l’idea di città prevista dalla variante 29 e, in particolare, con la valorizzazione delle mura magistrali e la cintura dei forti. In realtà, come precisato dall’assessore alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala, la stesura del progetto è stata avviata nel 2011, dopo che il Comune aveva ottenuto un finanziamento di 95 mila euro dal MIBAC per il piano di illuminazione della cinta muraria. Terminato nel 2015, il progetto era stato poi accantonato, lasciando alle mura la sola luce solare. La giunta così ha deciso di approvare un vero e proprio piano urbanistico, uno strumento cioè che può essere realizzato in più stralci, ma che è fondamentale per le linee guida dei futuri interventi. Il piano, che sarà valutato dalla Soprintendenza, stabilisce infatti quali tipologie di luci usare, i colori, le forme, le modalità di utilizzo, fornendo direttive e prescrizioni per la progettazione dei singoli contesti.

A testare il piano di illuminazione pubblica saranno per primi Porta Palio e Bastione Santo Spirito, per i quali la progettazione definitiva è già in fase avanzata. L’obiettivo è quello di rendere le mura riconoscibili e identificabili, ma anche permettere a cittadini e turisti di accedervi in sicurezza. “Le mura magistrali sono uno dei motivi per cui siamo città patrimonio dell’Unesco – ha detto l’assessore Segala -. Negli ultimi anni sono state un po’ dimenticate, noi invece abbiamo intenzione di recuperare il tempo perso, perché crediamo che il nostro patrimonio storico-monumentale sia una ricchezza da tutelare e valorizzare. Partiamo in via sperimentale a Porta Palio e Bastione Santo Spirito, per chiudere la progettazione complessiva delpiano urbanistico attuativo entro l’anno prossimo”.

 

Finalmente partiti i lavori per il cantiere del Torrione degli Spagnoli
Da voce.it del 31 ottobre 2018

Iniziati in piazza Martiri e dietro al torrione di Galasso Pio i tanto attesi lavori di ristrutturazione e restauro di quella parte del castello.

L’annuncio lo aveva anticipato l’assessore e vicesindaco Simone Morelli il 28 del mese scorso: “Assegnati i lavori di restauro del torrione degli spagnoli”.

All’annuncio però, con tanto di incontro di presentazione alla stampa dell’impresa appaltatrice, la Bottoli di Mantova, si pensava avrebbe fatto seguito l’immediata cantierizzazione dell’opera di consolidamento e restauro del torrione che fu di Galasso Pio.

Invece, per quattro setitmane, niente. (ci scusiamo per il precedente refuso, dovuto al fatto che la narrazione del restauro è stata a lungo soprattutto un...torrone)

 

Marina Militare: a Taranto l’esercitazione di ricerca di sottomarini sinistrati
Da pressmare.it del 31 ottobre 2018

31 ottobre – E’ in corso di svolgimento fino al 09 novembre 2018, nelle acque prospicienti Ginosa Marina nel Golfo di Taranto, l’esercitazione Submarine Escape Rescue Exercise 2018 (SMEREX 2018) per la ricerca, soccorso e fuoriuscita da sommergibile sinistrato. L’obiettivo dell’esercitazione è quello di testare la catena di allarme ed il sistema nazionale di ricerca e soccorso basato sul sistema satellitare impiegato normalmente per la ricerca e la localizzazione di navi in difficoltà denominato COSPAS-SARSAT, verificando il corretto svolgimento di tutte le procedure per trarre in salvo l’equipaggio di un sottomarino posato sul fondo a seguito di un’avaria. Quest’anno l’esercitazione avrà un carattere internazionale e vedrà la partecipazione del sottomarino greco Matrozos, della classe U214, del personale dell’ISMERLO (International Submarine Escape and Rescue Liaison Office) e, per la Marina Militare, del Sommergibile Romei, classe Todaro tipo U212A.

Il ruolo di soccorritore è affidato alla nave di salvataggio e soccorso sommergibili Anteo della Marina Militare italiana che imbarca, tra gli altri sistemi di ricerca e soccorso, un minisommergibile SRV 300. Alle varie fasi dell’esercitazione partecipa il nucleo di pronto intervento aviolanciato SPAG (Submarine Parachute Assistant Group) del Gruppo Operativo Subacquei (GOS), supportato dallo SMERAT (Submarine Escape and Assistance Group) del Comando Subacquei ed Incursori (COMSUBIN) di La Spezia. Il soccorso ai sommergibili svolto dal COMSUBIN, vera e propria eccellenza in campo subacqueo del nostro Paese riconosciuta anche all’estero, è una peculiarità unica nel contesto delle Marine del Mediterraneo e rientra nell’ambito delle molteplici capacità che la Marina Militare pone al servizio della collettività nell’ambiente marino. In virtù di questo, alla SMEREX 2018 saranno presenti in qualità di osservatori anche i rappresentanti delle marine del Brasile, Cile, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Francia, Israele, Olanda, Pakistan, Russia, Turchia e Spagna.

Il 07 novembre si svolgerà presso la Scuola Sommergibili di Taranto il media day dell’esercitazione e ai giornalisti accreditati sarà data la possibilità di assistere da bordo di nave Anteo ad uno degli eventi addestrativi che vedrà coinvolto il sottomarino Romei. I giornalisti accreditati saranno attesi dalle ore 08.15 alle 08.45 presso la porta Principale dell’Arsenale MM di Taranto - Piazza Amm. Cattolica, 1. PROGRAMMA DEL GIORNO 07 NOVEMBRE 08:30 - 09:00 afflusso stampa presso la Sala Conferenze del Comando Flottiglia Sommergibili presso l’Arsenale M.M. Taranto – Scuola Sommergibili; 09:00 - 10:00 presentazione della IT SMEREX 2018 e visita al Simulatore di Rush Escape; 10:00 – 10:30 trasferimento da banchina Sommergibili a bordo di Nave Anteo in zona di operazioni; 10:30 - 14:00 visita a bordo e possibilità di interviste a equipaggio/operatori GOS da parte della stampa; 14:00 - 17:00 esercitazione di soccorso; 17:00 - 17:30 rientro a Taranto presso Banchina Sommergibili.   

 

IL DESIDERIO DI MORTE NUCLEARE IN  AMERICA – L’EUROPA DEVE RIBELLARSI
Da controinformazione.info del 30 ottobre 2018

di Finian Cunningham

L’amministrazione della Trump, dichiarando la demolizione di un trattato cruciale sul controllo degli armamenti, sta mettendo in guardia il mondo da una guerra nucleare, prima o poi. Qualsiasi guerra del genere non è vincibile. È una distruzione assicurata reciprocamente. Eppure gli arroganti governanti americani – alcuni di loro almeno – sembrano essere illusi nel pensare di poter vincere una simile guerra. Ciò che rende la posizione americana ancora più esecrabile è che viene sospinta da persone che non hanno mai combattuto una guerra. Infatti, da persone come il presidente Donald Trump e il suo falco consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, personaggi che hanno entrambi evitato il servizio militare nel loro paese durante la guerra del Vietnam. Cosa è questa se non una macabra beffa ? Il mondo è stato sospinto in guerra da un gruppo di vigliacchi che non sanno nulla della guerra. Trump ha annunciato la scorsa settimana che gli Stati Uniti stanno finalmente tirandosi fuori dal Trattato sulle Forze Nucleari a raggio Intermedio (INF), una mossa confermata da Bolton in un viaggio di follow-up a Mosca. Quel trattato fu firmato nel 1987 dall’ex presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov. È stato un importante risultato di cooperazione e fiducia tra le superpotenze nucleari. Entrambe le parti hanno rimosso missili nucleari a corto e medio raggio dall’Europa. Con Trump che intende stroncare il Trattato INF, come il suo predecessore GW Bush aveva fatto con il Trattato Anti- Ballistic Missile (ABM) nel 2002, l’Europa si trova ora di fronte alla disastrosa prospettiva di reinstallare missili americani sul suo territorio come lo era stata nel 1980. Tuttavia, una grande distinzione tra allora e adesso è che dopo anni di espansione da parte della NATO, il territorio europeo è ancora più in grado di interfacciarsi con il cuore della Russia. Quando il trattato INF è stato attuato tre decenni fa, gli arsenali nucleari statunitensi e russi sono stati seriamente rimandati al livello strategico dei missili balistici intercontinentali (ICBM) confinati nelle rispettive masse terrestri separate da migliaia di chilometri. Come Igor Korotchenko, caporedattore di Natsionalnaya Oborona, ha detto al canale di notizie russo Vesti, gli ICBM hanno in  enere un tempo di volo di 30 minuti dal lancio. Quel gap temporale avrebbe dato ai sistemi di difesa russi il tempo di rispondere efficacemente a un bombardamento in arrivo dagli Stati Uniti, e viceversa.

Ma, come ha osservato Korotchenko, l’imminente installazione di missili a raggio intermedio da parte degli americani negli stati europei ridurrà il tempo di volo di un possibile attacco nucleare USA sulla Russia a un paio di minuti, persino secondi. Ciò metterebbe seriamente in discussione le difese antimissili russe, oltre a innalzare notevolmente il margine di errore nel rilevamento di un attacco, portando forse a un’errata escalation. In altre parole, l’equilibrio strategico è stato messo in disgregazionedagli Stati Uniti sull’INF, così come è stato nuovamente gettato nel caos nel 2002, quando Bush ha distrutto l’ABM. Questo presenta anche agli americani la tentazione di esercitare la loro “dottrina del primo colpo”. Nella pianificazione militare statunitense, ci si riserva il “diritto” di utilizzare un attacco preventivo. Al contrario, il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito nuovamente la scorsa settimana che la Russia non utilizzerà mai un’opzione di primo colpo, che userebbe le armi nucleari solo come azione difensiva. Ricordiamo che all’inizio di questo mese, l’inviato americano della NATO, Kay Bailey Hutchison, ha affermato che le forze americane avrebbero “distrutto” i missili russi se si riteneva violassero l’INF. È stata un’espressione terrificante della prerogativa di un attacco preventivo che Washington si concede, anche se le informazioni su cui si basano per azione sono altamente discutibili.

Mettendo insieme la logica americana si può dire che i governanti degli Stati Uniti hanno un desiderio di portare la morte sul pianeta. Con l’imprudenza criminale, si stanno muovendo per allentare i controlli internazionali sullo schieramento di armi nucleari e stanno creando una situazione in Europa che mette la guerra nucleare sul filo di un capello. Mosca ha promesso la settimana scorsa che risponderà “militarmente” se Washington andrà avanti con la demolizione del Trattato INF. Ci si può aspettare che la Russia neutralizzi dispiegando missili a raggio più corto che metteranno l’Europa alleata della NATO nella linea di fuoco. Sicuramente, gli stati europei devono chiedersi quale tipo di alleati avrebbero dovuto avere negli Stati Uniti. Che tipo di alleato mette i suoi presunti amici nella linea di fuoco, sotto la scusa di “proteggerli”, mentre rimane a una distanza relativamente più sicura? L’Unione europea ha reagito all’annunciato ritiro di Trump dal trattato INF con orrore. L’UE chiede agli Stati Uniti di aderire al trattato e di negoziare con la Russia le presunte denunce. Il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato a Trump, facendo notare che il trattato è stato un elemento vitale per la pace dell’Europa negli ultimi 30 anni.

Washington ha sostenuto negli ultimi quattro anni, dall’amministrazione Obama, che la Russia sta violando l’INF presumibilmente sviluppando missili da crociera a medio raggio e lanciati a terra. Mosca ha ripetutamente negato le affermazioni, sottolineando che gli americani non hanno presentato prove per sostenere le loro accuse. Washington dice che le sue informazioni sono classificate e quindi non possono essere rivelate pubblicamente. Questo non è affatto convincente se si considerano i passati inganni americani sulle armi di distruzione di massa in Iraq, Iran e Siria. In ogni caso, sono gli americani che stanno creando un grosso problema sulle presunte violazioni della Russia dell’INF.

Se gli europei erano davvero preoccupati, perché non hanno sollevato un polverone? Il fatto che gli europei stiano supplicando Washington di aderire all’INF suggerisce che non sono convinti dalle accuse secondo cui dalla Russia proviene una minaccia missilistica. Inoltre, se ci sono dispute e reclami da parte americana, allora lascia che questi problemi vengano sbrogliati attraverso la diplomazia e negoziati. Trump sta dicendo che gli Stati Uniti vogliono invece intensificare le tensioni e i rischi della guerra in modo così avventato.

Ciò tradisce la sua vera agenda di cercare di militarizzare i problemi, piuttosto che esplorare soluzioni politiche. La differenza sembra che gli Stati Uniti non abbiano effettivamente una valida argomentazione politica, quindi devono esercitare il proprio potere attraverso il militarismo come mezzo per nascondere la sua mancanza di validità razionale. Il problema alla radice delle tensioni e delle presunte violazioni del trattato INF deriva dalla configurazione a guida statunitense delle forze militari che invadono sempre più il territorio russo. Se gli Stati Uniti fossero sinceramente interessati a garantire la sicurezza e la pace in Europa, ascolterebbero la preoccupazione della Russia per la provocatoria espansione delle forze NATO guidate dagli Stati Uniti verso il confine occidentale russo.

Quando Reagan firmò l’INF con Gorbaciov, fu la comprensione e l’impegno da parte degli Stati Uniti a non far avanzare le proprie forze armate verso la Russia “di un pollice”. In 30 anni, le forze americane hanno spinto dalla Germania fino al Mar Baltico e il Mar Nero alle porte della Russia. Washington sta cercando di arruolare l’Ucraina e la Georgia nell’alleanza NATO, e in effetti sta conducendo esercitazioni di guerra con questi due ex Stati dell’Unione Sovietica che condividono i confini con la Russia.

Se gli Stati Uniti reintroducono missili nucleari a medio raggio con tempi di volo su Mosca ridotti in pochi secondi, possiamo constatare che l’abbandono dell’INF è un grave spartiacque verso la guerra nucleare. La via d’uscita da questo atroce dilemma non è solo il mantenimento del Trattato INF. Inoltre, dovrebbe esserci un ridimensionamento generalizzato delle forze della NATO in Europa sui fianchi occidentali, settentrionali e meridionali della Russia.

Proprio in questo mese, la NATO sta attuando le sue più grandi manovre di guerra dopo la Guerra Fredda nella regione artica al confine con la Russia con 50.000 soldati, accompagnata da una raffica di voli di sorveglianza sulle coste della Russia. La pazzia del desiderio di morte dell’America per la guerra nucleare deve finire. La classe dirigente americana non la fermerà perché la loro mentalità di desiderio di morte è talmente soffusa di arrogante cieca tracotanza e ignoranza ed è così parte integrante del funzionamento “normale” del loro complesso capitalistico-industriale militare. La Russia mantiene la linea con le sue indubbie capacità militari e la sua prudenza  diplomatica di principio.

Ma è  tempo che gli europei facciano un passo avanti sul terreno e che esercitino una certa influenza sugli americani. Per cominciare, gli stati dell’UE dovrebbero dire a Trump che qualsiasi piano di reinstallazione di armi nucleari a medio raggio sul loro territorio non è ammissibile. In secondo luogo, gli europei devono ridimensionare l’espansione della NATO verso il territorio russo. In terzo luogo, hanno bisogno di dire a Washington che la Russia è un partner, non uno stato paria da abusare a vantaggio del militarismo americano e delle ambizioni egemoniche. Gli europei lo faranno? I loro leader potrebbero non avere la spina dorsale, ma i cittadini europei dovranno, se vogliono impedire al loro “alleato” americano di incitare un cataclisma nucleare. L’arroganza americana sta fomentando una ribellione europea contro i propri leader criminali che desiderano far morire milioni di persone innocenti. Fonte: Strategic Culture Traduzione: Luciano Lago 

 

Rocca di Verrua, la fortificazione spartiacque tra Torino e Vercelli
Da mole24.it del 30 ottobre 2018

In passato la Rocca di Verrua divideva il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Savoia. Oggi fa da confine tra Torino e la provincia di Vercelli.

Costruita tra il X e XI secolo, si sente menzionare per la prima volta la Rocca di Verrua, in documento di Ottone III di Sassonia. La fortificazione è posizionata su una collina sulle sponde del Po e come abbiamo detto, ancora oggi, fa da confine tra Torino e Vercelli. Un altro documento che ne ha parlato è del 1167, quando l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico Barbarossa, di ritorno da Roma, vedendosi rifiutare il passaggio nella fortezza, rase al suolo le fortificazioni e il borgo al suo interno. Ma è nel XIV secolo che la Rocca di Verrua diviene protagonista; viene utilizzata come punto strategico dato che controllava la pianura vercellese, il Po e le attuali province di Alessandria, Asti e Vercelli. Inoltre in questo periodo cadde nelle mani della dinastia Savoia e, nonostante i marchesi del Monferrato (che l’avevano persa) tentarono più volte di riconquistarla, fallirono sempre. La Rocca resistette a numerosi assedi, soprattutto a quello del 1704 conto i franco-spagnoli durante la Guerra di successione spagnola. Il suo punto strategico lo utilizzò persino Napoleone che la usò come ricovero per i suoi soldati feriti e invalidi. Nel 1957, dopo tanti anni in cui è stata abbandonata, viene venduta a un’azienda molto importante la quale estrasse della marna dalla collina nelle immediate vicinanze. Nel 2007 la Famiglia Piazza ha donato la Rocca alla Fondazione Eugenio Piazza Verrua Celeberrima – Onlus che si occupa della sua organizzazione culturale. Di recente il sito è stato restaurato cosicché tutti possano apprezzarne la bellezza.

Costruzione

Prima dell’assedio del 1704, la Rocca era circondata da un muro di cinta e quattro bastioni: il Bastione della Vigna, il Bastione dell’Alle, il Bastione di Camus e il Bastione di Santa Maria. La parte principale era formata da: il Dongione, le Caserme del soldati e un pozzo. Qua sotto c’era il Borgo di Verrua costituito da: Quartiere degli Ufficiali, Piazza Reale, Casa del Governatore, Caserme della Chiesa, Chiesa di San Giovanni Battista e Caserma del Soccorso. Al centro della piazzaforte sorgevano i magazzini a prova di bomba contenenti munizioni e armi. L’unica parte visibile oggi è il Dongione con le relative strutture e il Ponte del Soccorso, il solo ingresso raggiungibile di quel periodo. By Carmen Terrazzino
Informazioni
Loc. Rocca – 10020 Verrua Savoia (TO)
Telefono 01119838708
fondazione.piazza@alice.it

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Ducale di Ceglie Messapica
Da corrieresalentino.it del 28 ottobre 2018

CEGLIE MESSAPICA (Brindisi) – Il primo nucleo del Castello Ducale di Ceglie Messapica risale probabilmente alla fine dell’XI secolo, negli anni compresi fra il 1070 ed il 1100, ed era costituito da una classica torre normanna, con funzioni di difesa, controllo ed avvistamento. Primi a risiedervi furono i componenti della famiglia Pagano. Durante le successive dominazioni sveva ed angioina furono effettuati diversi ampliamenti con l’elevazione di nuove strutture difensive tra le quali tre torri cilindriche, databili al periodo compreso fra i secoli XII e XIII. Sotto la dominazione aragonese, per la precisione nel 1484, dopo diversi passaggi di proprietà il Castello giunse alla famiglia Sanseverino, promotrice di nuovi ampliamenti e nuove costruzioni, fra i quali la Torre Quadrata con la sua altezza di 34 metri, risalente al XV secolo.

Nella prima metà del XVIII secolo i Sanseverino cedettero la fortezza ai Lubrano e, da quel momento, questa cambiò diversi proprietari sino a giungere ai Verusio che, però, nella prima metà del XX secolo cominciarono a frazionarlo per esigenze ereditarie. Nel contempo ebbe inizio una fase di decadimento della struttura, puntualizzata anche dal crollo di volte e controsoffitti lignei. Attualmente il castello è in parte privato ed in parte proprietà dell’amministrazione comunale che ne ha acquisito diverse aree, tra cui la Torre Normanna e la Torre Quadrata, che attualmente non sono visitabili, oltre ad alcuni ambienti attigui. Le aree pubbliche ospitano la Pinacoteca Emilio Notte e la Biblioteca Pietro Gatti, mentre la zona privata appartenente ad un ramo della famiglia Verusio e che oltretutto è quella meglio conservata, è arredata ancora con mobilia ed arredi originali e comprende anche il giardino. La fortezza sorge nella parte più alta del paese, su uno dei due colli sui quali si sviluppa l’abitato. Un grande portale con arco a tutto sesto ed un ingresso con volta ogivale permettono di accedere in un cortile di forma irregolare, sulla cui sinistra si erge la Torre Normanna affiancata dalla Torre Quadrata.

Nelle immediate vicinanze vi è un pozzo con colonne da cui, secondo un’antica tradizione, durante i periodi di siccità la cittadinanza poteva attingere acqua. L’intero cortile è corredato con scudi e blasoni della varie famiglie succedutesi. Sul lato opposto all’ingresso c’è una scala ed un portale del XVI secolo che permettono l’accesso all’area residenziale formata da una Sala del Consiglio, un vestibolo con volta affrescata nel XVI secolo ed un corridoio che permette di entrare in ambienti dotati di camini in pietra in stile monumentale. All’esterno, lungo l’area perimetrale, si incontrano le tre torri cilindriche.  di Cosimo Enrico Marseglia

 

Enna, cosa rende speciale il Castello della Lombardia
Da turismo.it del 28 ottobre 2018

Enna e la sua provincia vantano una posizione privilegiata al centro della Sicilia. Il sua grande patrimonio naturalistico, storico e culturale offre un’ampia scelta di attrazioni. Gli appassionati di storia ed architettura ben si fanno affascinare dal Castello di Lombardia, l’edifico simbolo di Enna. Si tratta del già grande ed antico castello del periodo medievale ancora esistente nell’isola, e vanta anche di essere uno dei più grandi in Italia con i suoi 26 mila mq. Prende il nome da una guarnigione di soldati lombardi che all’epoca della dominazione normanna si era stabilito nella zona. Non sono note le sue origini, anche se documenti risalenti al 1145 ne parlano. Venne realizzato per difendersi dagli invasori, a circa 970 metri di altitudine, cosi da permettere alla città, allora chiamata Henna, di assumere un ruolo di primo piano tra le polis greche della Sicilia. Dopo il dominio romano il castello venne rifondato dagli Arabi intorno al X secolo e successivamente rimaneggiato con altri interventi di rifacimento durante il regno di Ruggero II di Sicilia e sotto Federico II: a quest’ultimo si deve la realizzazione di 20 torri al fine di irrobustire i muraglioni stretti attorno agli atri residenziali. Fu in questo periodo che crebbe l’importanza del Castello, diventando uno dei fortini più inespugnabili d’Italia. Delle 20 torri oggi ne rimangono solo sei, tra cui la Torre Pisana dalla quale si gode un panorama spettacolare grazie al quale, data la sua vastità, ci si rende conto visivamente come Enna sia l’Umbilicus Siciliae. Una scala, scavata sulla roccia ed ora rifatta con materiali moderni, immette in uno spazio allungato, limitato da una cinta muraria. Qui si apre la porta d'accesso al primo cortile denominato Piazza degli Armati. Lungo la rampa che conduce al cortile centrale sono visibili le mura bizantine e tracce di rovine del castello. Tra il secondo e terzo cortile il Piazzale di San Nicola, quello meglio conservato, era la sede degli appartamenti reali: svetta qui la Torre Pisana e qui si trovano le stanze del re. Proprio la suddivisione in tre cortili è la caratteristica fondamentale del castello e quella per cui era inespugnabile. Ogni ambiente, infatti, era stato strutturato in modo tale da potere resistere l'uno indipendente dall'altro. La sua funzione essenzialmente difensiva giustifica la sobrietà della sua architettura.

 

Pola, scoperte tonnellate di ordigni bellici
Da ilpiccolo.it del 27 ottobre 2018

POLA Per decenni gli abitanti di Montegrande hanno vissuto ignari vicino a tonnellate di granate e proiettili di cannone che se fossero esplosi avrebbero spazzato via almeno la metà del rione. Si tratta di ordigni risalenti alla Seconda Guerra mondiale, ma stranamente trovati solo pochi giorni fa.

A confermare che la questione sia seria è giunta l’immediata recinzione dell'ex zona militare Vallelunga, dove appunto è casualmente venuto alla luce l'arsenale bellico. Sul posto sono stati collocati numerosi cartelli di divieto di accesso e per impedire alla popolazione di avvicinarsi è stato predisposto un servizio di sorveglianza 24 ore su 24. Evidentemente l'area rimarrà off limits fino a quando gli artificieri della Questura istriana non avranno rimosso tutto il materiale pericoloso. Un'operazione che potrebbe richiedere mesi di lavoro. E subito riaffiora alla memoria la tragedia di Vergarolla del 18 agosto 1948, quando sull'omonima spiaggia la deflagrazione di 9 tonnellate di materiale bellico residuo della seconda guerra mondiale, provocò almeno un centinaio di morti. Per il momento le fonti ufficiali non scendono nei dettagli secondo il quotidiano Glas Istre la scoperta sarebbe stata fatta da un reduce della guerra patriottica d’inizio anni Novanta, che spesso frequenta la zona. Ma come mai tonnellate e tonnellate di esplosivo con detonatori e micce sono rimaste nascoste per tanti anni?

Eppure nel 1991 la zona militare era stata setacciata palmo a palmo dalle Forze armate croate dopo che se ne erano andate le ultime unità dell'Armata popolare jugoslava. La risposta è che l'arsenale è rimasto sepolto sotto le macerie di edifici e altro materiale in seguito al bombardamento degli Alleati su Pola. Secondo alcune valutazioni, a Vallelunga - area destinata al turismo e a centro nautico da diporto - ci sarebbe altro materiale bellico ancora sepolto in punti per ora non individuti: di certo prima che si aprano i cantieri delle nuove strutture sarà necessario sondare il terreno molto per bene. Raul Marsetić, del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, proprio in questo periodo - premette - si sta occupando del passato di Vallelunga: «Qui si trovavano magazzini di armi e munizioni - dice - già ai tempi dell'Austria. Non solo: in qualche punto di Vallelunga risulta che le armi addirittura si fabbricassero per cui sarebbe interessante conoscere il punto esatto del rinvenimento così da poter ricostruire il complesso mosaico militare dell'epoca». «In ogni caso - conclude Marsetić - qui da sempre esistevano magazzini di armi e di munizioni, ed era così anche durante la Seconda guerra mondiale, quando venivano usati dai militari tedeschi e italiani». —

 

Esposto alla Soprintendenza: Salvi le ultime mura antiche
Da messaggeroveneto.it del 27 ottobre 2018

I residenti di vicolo del Lavatoio: la cinta sia dichiarata bene culturale pubblico. Rischio abbattimento per esigenze di cantiere, «ma esiste un altro accesso» di Martina Milia

PORDENONE. Uno studio di venti pagine inviato alla Soprintendenza Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia, e per conoscenza al Comune, per chiedere di salvare «le ultime mura antiche della città».I residenti del condominio “Le mura”, assieme a cittadini che hanno a cuore la storia e la memoria di Pordenone, hanno avviato l’istanza chiedendo di tutelare il tratto di cinta muraria che si trova tra il duomo e vicolo del Lavatoio. Come? Riconoscendolo «bene culturale pubblico».I condomini degli edifici che si trovano su vicolo del Lavatoio, hanno incaricato lo studio BM&A di Treviso, e in particolare l’avvocato pordenonese Emilio Caucci, di agire a difesa del bene. La ragione è legata a una concessione edilizia, non ancora rilasciata, che dovrebbe portare all’abbattimento di una parte delle mura per fare accedere mezzi di cantiere nell’area ex Tomadini. «Una simile scelta, oltre a contraddire le decisioni e le attenzioni del passato – sottolinea l’avvocato Caucci –, verrebbe assunta nella consapevolezza che la proprietà Tomadini, oggi divisa in due, doveva avere e ha tuttora una servitù di accesso altrove, cioè su Via San Marco».

Se il manufatto venisse effettivamente riconosciuto bene culturale, l’ipotesi sarebbe esclusa a priori. Come emerge dalla relazione – «che mettiamo a disposizione di tutti i cittadini di Pordenone» spiega il legale – quelle mura, o meglio ciò che ne resta, segnano da sempre la forma urbis, il confine fra città alta e città bassa, il fianco protetto del “vicolo degli Andadori” e, secondo i condomini possiedono ampiamente i caratteri storici che le rendono un bene culturale. Solo due metri ricadono poi in proprietà privata. La relazione parte dai primi riscontri sulla cinta muraria – che risalgono al ’600 – e testimonia, attraverso i secoli, le iniziative per salvaguardare il fronte portate avanti anche dal Comune. Per venire ad anni recenti, nel ’90, proprio all’epoca del recupero urbanistico unitario delle due aree costeggiate dalle mura (note come “Tomadini” e “Pavan”), il Comune e la Regione raccomandarono la conservazione d delle mura. Secondo il piano unitario di quegli anni le due aree da recuperare dovevano avere accessi carrabili nettamente distinti e autonomi, una su via San Marco, l’altra su Vicolo del Lavatoio, senza aprire varchi carrabili nelle mura. «Una memoria storica – commenta Caucci – non dovrebbe essere lasciata all’iniziativa di cittadini senza potere, o al giudizio pur autorevole di un tribunale amministrativo. Questo lacerto necessiterebbe di cura e attenzione da parte di tutti. A cominciare dal Comune. Come accadeva una volta».

 

I bunker di Atene: una città piena di segreti
Da sputniknews.com del 26 ottobre 2018

1936: Atene si prepara al peggio. Centinaia di rifugi pubblici vengono costruiti alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Cosa è successo loro in questi 80 anni? Collina Ardittos, via Zalokosta, il Licabetto, piazza Korai. Quattro zone di Atene unite da una cosa: hanno dato rifugio a migliaia di cittadini della capitale greca duranti i bombardamenti tedeschi della Seconda guerra mondiale. Durante la guerra, e anche dopo, ad Atene esisteva una rete di almeno 400 rifugi pubblici: piccoli, privati, sparsi per tutto il Paese. Ognuno con la propria storia e una propria eredità storica. Lo storico Konstantinos Kirimis ha segnato sulla mappa di Atene più di 80 rifugi. Con i suoi libri cerca di trasmettere la memoria storica alle generazioni più giovani. Prima del 1936 la parola "rifugio" era sconosciuta agli ateniesi. Tuttavia, la guerra e la paura dell'ignoto hanno portato il governo greco a prendere delle misure per difendere i propri cittadini e, dunque, ha costruito degli spazi in cui gli abitanti potessero difendersi dalle bombe tedesche. Durante i 4 anni di guerra ad Atene e dintorni sono stati costruiti più di 400 rifugi pubblici e circa un centinaio di privati perché ogni edificio più alto di tre piani doveva avere un rifugio. Così, sono state costruite centinaia di rifugi pubblici presso palazzi a più piani, edifici pubblici, stazioni ferroviarie, porti, fabbriche, teatri e altri punti in cui si poteva concentrare la popolazione ateniese. I rifugi pubblici ospitavano fino a 30.000-40.000 persone. Si ritiene che con i rifugi "privati" si copriva l'intera popolazione cittadina. A differenza delle leggende metropolitane che circolano su questi rifugi, la realtà è ben più semplice. Venivano effettuate simulazioni a cadenza regolare. Ogni abitante doveva sapere cosa fare in caso di bombardamento.

Chiaramente per comunicare meglio con i cittadini, le autorità avevano collocato dei cartelli all'ingresso dei rifugi pubblici. La legge stabiliva rigide norme per la costruzione di questi rifugi. Le pareti dovevano essere in cemento armato con uno spessore di almeno 30 cm. Inoltre, ci dovevano essere almeno 2 stanze: un'anticamera e la stanza principale. Requisito per i rifugi più grandi: presenza di spazio abitabile e bagni. L'entrata principale doveva avere una porta resistente e imperativa era la presenza di almeno un'uscita di emergenza. "Per prestare aiuto a tutti in tempo", spiega Kirimis. I rifugi possono essere di dimensioni diverse. Secondo Kirimis, alcuni erano molto piccoli, potevano ospitare tra le 30 e le 40 persone ed erano di solito quelli dei palazzi a più piani. Altri arrivavano ad ospitare 1300 persone. Gli ultimi rifugi includevano anche file di camere lunghe fino a 200 m. "Per una maggiore resistenza, si preferivano locali con file di piccole camere e non solamente grandi spazi aperti", precisa Kirimis. I rifugi erano ovunque: in centro, al Pireo, in periferia, in qualunque punto della città. Le "catacombe" di Atene non erano pensate per lunghi soggiorni. Non appena finiva il bombardamento e la città si "tranquillizzava", i cittadini tornavano alla "vita di tutti i giorni". Dunque, gli ateniesi trascorrevano nei rifugi non più di 3 ore. Ogni persona aveva a disposizione 1 m di spazio (e di aria) all'ora a condizione che non parlasse o si muovesse, altrimenti avrebbe avuto bisogno di più ossigeno e, dunque, di maggiore spazio. A regolare la situazione vi fu la legge del 1936 che rimase immutata fino al 1956 quando venne abolito l'obbligo di costruire i rifugi nei palazzi privati. La maggior parte dei rifugi furono costruiti dal 1936 al 1940. Ma a causa della legge vigente ogni casa costruita dopo la guerra doveva obbligatoriamente avere una stanza da utilizzare come rifugio in caso di necessità. Chiaramente, quando la guerra finì e la vita tornò come prima, la legislazione in materia si fece meno stringente. Bisogna anche menzionare i rifugi creati durante l'occupazione tedesca. Gli occupanti che possedevano una tecnologia più avanzata costruirono allora rifugi all'avanguardia tra il '42 e il '44 i quali avevano il compito di difendere dai bombardamenti della coalizione anti-hitleriana. La maggior parte di questi rifugi erano collocati vicino a siti militari come aeroporti, porti e magazzini. In particolare molti si trovavano nel Golfo di Egina e nelle isole vicine. "Sulle pareti di uno di questi abbiamo trovato degli affreschi. Vi erano persone che volevano esprimere cosa provavano con delle immagini sulle pareti", racconta Kirimis. Inoltre, l'esercito degli occupanti ha più volte conquistato i rifugi greci cambiandone in parte la destinazione e utilizzandoli per altri scopi: ad esempio, come luoghi per l'esecuzione di torture (piazza Korai).

Chiaramente i rifugi non furono utilizzati solo durante la Seconda guerra mondiale, ma anche in occasione dei bombardamenti del Pireo nel gennaio del 1944 e durante i "bombardamenti di dicembre" alla vigilia della guerra civile greca in cui i greci si difendevano dai… greci. Oggi i rifugi di Atene non possono essere utilizzati per varie ragioni: oggi le guerre sono diverse, la tecnologia ha fatto passi da gigante e la popolazione è cresciuta. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi questi rifugi già da molti decenni non sono mantenuti in buono stato. Per questo, costerebbe moltissimo sistemarli. La maggior parte dei rifugi è stata demolita e in alcuni casi i rifugi privati sono diventati magazzini. Nonostante quello che si dice i rifugi non appartengono al Ministero della cultura o ad altre istituzioni. "Proprietario del rifugio è colui che detiene il diritto di proprietà sulla determinata area o sul determinato edificio", afferma Kirimis. Ad esempio: se il rifugio (pubblico o privato) si trova su un terreno privato, esso appartiene al proprietario del terreno. Tuttavia, questi siti sono controllati principalmente dalla polizia greca e da un'organizzazione per la pianificazione politica straordinaria in situazioni d'emergenza. Dei 400 rifugi pubblici solamente uno è in buono stato. E lo è grazie ai tedeschi perché il luogo delle torture in piazza Korai è diventato il simbolo del movimento greco di resistenza e per questo si è tramutato in un luogo di rilevanza storica. "Oggi solamente alcuni rifugi possono essere visitati", ha affermato Kirimis che è ottimista riguardo alla possibilità di sfruttare questi siti come attrazioni turistiche e culturali come succede in molti Paesi europei. Recentemente un ente statale ha espresso intenzioni serie riguardo al finanziamento della sistemazione di alcuni rifugi. Al momento si cerca il modo di attrarre fondi e di promuovere il progetto. Tuttavia, va detto che il progetto è ancora alla sua fase iniziale. Kirimis ha cominciato le sue ricerche qualche anno fa dopo aver visitato un rifugio a Drapetsona. "La visita fu per me molto interessante e ho deciso di capirne di più". "Durante le mie ricerche ho scoperto che vi sono molte lacune, le informazioni sono frammentarie e non è possibile tracciare un quadro completo. Per questo ho cominciato a visitare i rifugi alla ricerca di informazioni. Per me è importante che le informazioni riguardo ai rifugi siano il più possibile complete", spiega. "Questi dati non vanno persi. Temo che, se non si prenderanno le misure del caso, la prossima generazione non conoscerà nemmeno questi rifugi". Spinto dall'interesse personale Kirimis sta scrivendo il suo terzo libro sui rifugi ateniesi. Il primo e il secondo sono stati pubblicati nel 2015 e nel 2017 e il prossimo è atteso per il 2019. Questi libri non sono molto diffusi nelle librerie, sono stati stampati in tiratura limitata e vengono presentati nelle biblioteche, negli archivi storici, nei centri culturali e nelle organizzazioni militari. Giorno del No (in greco Επέτειος του Όχι, anniversario del no, o, semplicemente, Το όχι), il 28 ottobre 1940, è il giorno in cui si ricorda il rifiuto del primo ministro greco di lasciar entrare in Grecia le truppe di Benito Mussolini. Oggi questo giorno viene festeggiato con sfilate di ragazzi delle scuole, studenti e forze dell'esercito greco. Nelle prime ore del mattino del 28 ottobre 1940 venne così recapitato al primo ministro greco, Ioannis Metaxas, da parte dell'ambasciatore italiano Emanuele Grazzi, un ultimatum nel quale si intimava di lasciar entrare l'esercito italiano nel territorio greco per occupare determinati punti strategici con lo scopo di contrastare l'esercito inglese. Le richieste di tale ultimatum, umilianti e degradanti per la Grecia, dovevano essere accettate entro tre ore dalla ricezione dello stesso. Tre ore dopo, però, arrivò το μεγάλο Όχι, il grande no, con il quale la Grecia rifiutò le condizioni imposte da tale ultimatum.

 

Solo tre anni per iniziare a utilizzare l’ex 1° Roc
Da mattinopadova.it del 26 ottobre 2018

ABANO TERME Tre anni per iniziare ad utilizzare l’ex caserma Primo Roc di Giarre. Questo il tempo fissato per legge al Comune di Abano dal momento dell’acquisizione dell’ex sito militare per dar vita ad un progetto. La caserma, che qualche settimana fa è stata ceduta gratuitamente dall’Agenzia del Demanio al Comune di Abano, dovrà presto avere un futuro. «L’acquisizione è avvenuta libera da ogni vincolo», ha spiegato lunedì sera in consiglio comunale il sindaco Federico Barbierato rispondendo ad un’interrogazione presentata dal consigliere di opposizione, Matteo Lazzaro.

«C’è tuttavia una clausola prescrittiva, non voluta dai due enti, ma prevista per legge, che fissa in tre anni il tempo massimo entro il quale il Comune dovrà iniziare ad utilizzare il sito. Se la nostra città non riuscirà a produrre un progetto definitivo sul futuro di quella caserma il bene tornerà così come si presenta allo Stato, quindi all’Agenzia del Demanio». Il primo cittadino lunedì sera ha mostrato fiducia sulle capacità dell’amministrazione. Barbierato è convinto che il Comune non si farà trovare impreparato. «Nei 90 mila euro stanziati per la manutenzione del verde per il 2019, c’è anche una parte da destinare alla progettazione», rileva.

«Siamo convinti che tutti i cittadini parteciperanno presto alla realizzazione di un progetto di sviluppo di un’area che è vasta, 66 mila metri quadrati. Ne verrà fuori un progetto che prevede la collaborazione tra pubblico e privato e l’inserimento dell’ateneo». In caso di cessione di parte dell’area il Demanio ha fissato dei vincoli. «Il 25% dell’introito della cessione dovrà finire al Demanio, mentre il 75% rimarrà al Comune», spiega il sindaco. Il consigliere Matteo Lazzaro richiama tuttavia l’amministrazione. «Tre anni fanno presto a passare e a livello amministrativo equivalgono ad un dopodomani», osserva. «Se si vuole creare un processo partecipato, bisogna iniziare da subito a trovarsi. Non si può aspettare il 2019».

 

AUGUSTA : CONFERENZA DELL’ASSOCIAZIONE LAMBA DORIA
Da augustaonline.it del 25 ottobre 2018

25 ottobre 2018 – La conferenza si è tenuta sabato 20 ottobre al Circolo Filantropico Umberto I di Augusta in Piazza Duomo. Ha fatto gli onori di casa il presidente del circolo Domenico Di Franco. I relatori sono stati presentati da Vittorio Sardo e Alberto Moscuzza rappresentanti dell’associazione Lamba Doria ad Augusta e Siracusa Marinella Tino ha parlato della “Torre di Penisola Magnisi di Priolo Gargallo” :”Il primo documento certo di un progetto di difesa costiera affidato alle torri risale al 1402 quando il re Aragonese Martino I di Sicilia diede ordine di restaurare le torri esistenti e di costruirne altre lungo le coste siciliane, a difesa della pirateria.

Nel litorale Sud-Orientale, tra le nuove torri, venne compresa anche la Torre sulla penisola di Magnisi. In seguito, il progetto di Tiburzio Spannocchi del 1578, volto alla riparazione delle torri già esistenti e di costruzioni di nuove, riguardante anche rimase in buona parte non realizzato visto l’altissimo costo. Questo progetto prevedeva la costruzione di due torri di guardia alle due estremità della penisola Magnisi. Un altro progetto venne ripreso nel 1583 dall’ingegnere Camillo Camilliani. La costruzione della Torre Magnisi risale tuttavia al primo decennio dell’Ottocento, quando la Sicilia minacciata da Napoleone, divenne un protettorato inglese. Gli inglesi adottarono la tipologia delle cosiddette “Torri Martello” (da Martello Towers) costruite in molti luoghi del loro Impero con particolare resistenza ai colpi di cannone. Nel corso della Seconda guerra mondiale venne utilizzata dalla Regia Marina come osservatorio di artiglieria, nei suoi pressi vi era la Batteria A.S. 361 , con funzione di difesa antiaerea ed antinave“. Le vicende di “Torre Cuba di Siracusa, storico manufatto militare di epoca spagnola situata nel comune di Cassibile, sono state affrontate da Lorenzo Bovi che si è soffermato in particolar modo “sulla funzione che tale torre ha avuto nel Secondo conflitto mondiale, durante l’occupazione inglese, quando venne destinata a torre di controllo delle tre piste di atterraggio realizzata nei pressi. (che permettevano il decollo e l’atterraggio con quattro condizioni di vento possibili) ed una più piccola per aerei da ricognizione. Il Quartier Generale delle forze anglo americane era invece nelle vicinanze della masseria fortificata di San Michele, ai margini di quel terreno che passerà alla storia per aver visto mettere la famosa firma dell’armistizio. La torre presenta oggi una struttura diversa rispetto a quella riportata in alcune foto del periodo bellico, priva della parte superiore per via di un crollo verificatosi nel 1956 durante un uragano“.

Ciò ha reso difficile la sua esatta identificazione effettuata nel 2012 ad opera dello stesso Bovi. Francesco Paci ha parlato di “Torre Avolos di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/)” :”realizzata dal Viceré di Sicilia Ferdinando di Avalos, Marchese di Pescara nel 1570 per incrementare le difese del porto di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/porto-diaugusta/). Ubicata sopra una secca, nell’estrema punta sud dell’isola di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/), aveva un’inusuale conformazione a settore semicircolare, a due livelli. Aveva una doppia funzione, difensiva ospitando quaranta cannoni da fortezza ed una funzione di avvistamento e di segnalazione con una torre elicoidale per favorire l’avvistamento ed ospitare in sommità una lanterna. La torre venne distrutta una prima volta dai francesi quando alla fine della loro breve permanenza abbandonarono Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/) nel 1678. Venne ricostruita dagli spagnoli nel 1681 ma il terremoto del 1693 che colpì la Sicilia Sud Orientale, la fece nuovamente crollare. Nel 1736 la torre assunse una funzione doganale, pur tuttavia non perse la sua efficienza militare. Nel 1823, lo scoppio accidentale della polveriera mutilò il forte lungo il semi arco di Ponente, mai più ricostruito. Sono stati ricostruiti tre episodi verificati durante il Secondo conflitto mondiale e che ebbero come scenario Torre Avalos. Il primo risale al 13 agosto 1940, durante un attacco di aerosiluranti inglesi alla navi italiane in rada, uno di questi lanciò il suo siluro contro la torre scambiandone la sagoma per quella di una nave. Il secondo si verificò il 24 settembre 1942 quando alcuni cacciabombardieri inglesi mitragliarono la stazione segnali di Torre Avalos e ferirono due marinai. Il terzo episodio avvenne il 12 luglio 1943 quando, a seguito dell’invasione alleata, Royal Navy diede l’onore al caccia ellenico Kanaris di effettuare l’accesso nella prima base navale italiana conquistata sul suolo metropolitano. In prossimità di Torre Avalos la nave mise a mare una motobarca con un drappello di marinai che vi issarono una bandiera, segnando così – di fatto – la cattura della base“. Ha concluso Alberto Moscuzza che ha descritto la storia di “Torre Xibini Pachino (https://www.augustaonline.it/glossary/pachino/)” “la cui costruzione viene fatta risalire al 1300, e completata dopo il suo rifacimento del 1494. La torre Scibini aveva anch’essa una funzione d’avvistamento per la sicurezza dell’entroterra, ospitava una guarnigione di uomini armati, assoldati dal barone , ed a sua volta serviva per rifugio dei servitori del barone, ed i contadini con le loro famiglie. Subì le conseguenze del terremoto del 1693, per cui rimase in piedi la sola parte posta a levante. Durante il secondo conflitto mondiale attorno alla Torre vennero costruite tre casematte/fortini in calcestruzzo”. Moscuzza, infine , ha ricordato “il sacrifico di dodici soldati italiani che, la sera del 9 luglio 1943 caddero falciati dal mitragliamento di tre aerei nemici”. – Antonello Forestiere 2018 © www.augustaonline.it / Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/) News Cutura

 

Augusta, viaggio nella storia delle torri costiere in provincia: Torre Avalos, Torre Cuba, Torre Magnisi e Torre Scibini
Da lagazzettaaugustana.it del 24 ottobre 2018

AUGUSTA – Il Centro studi storico-militari Augusta (Cssma) in collaborazione con l’associazione culturale “Lamba Doria” di Siracusa e l’associazione filantropica “Umberto I” di Augusta hanno tenuto, sabato 20 ottobre, nella sede di quest’ultima in via Principe Umberto un’interessante conferenza sul tema: “Torri costiere nell’area siracusana dal periodo spagnolo alla Seconda guerra mondiale”.

Dopo i saluti agli intervenuti dei presidenti degli enti organizzatori, rispettivamente Vittorio Sardo, Alberto Moscuzza e Mimmo Di Franco, hanno preso la parola i tre relatori dell’incontro.

Marinella Tino ha discusso sulla Torre Magnisi, situata nell’omonima penisola, oggi territorio del comune di Priolo. Il primo documento certo di un progetto di difesa costiera affidato alle torri risale al 1402 quando il re aragonese Martino I di Sicilia diede ordine di restaurare le torri esistenti e di costruirne altre lungo le coste siciliane, a difesa della pirateria. Nel litorale sud-orientale tra le nuove torri venne compresa anche la Torre sulla penisola di Magnisi. In seguito, il progetto di Tiburzio Spannocchi del 1578, volto alla riparazione delle torri già esistenti e di costruzioni di nuove, riguardante anche rimase in buona parte non realizzato visto l’altissimo costo; questo progetto prevedeva la costruzione di due torri di guardia alle estremità della penisola Magnisi.

Un altro progetto venne ripreso nel 1583 dall’ingegnere Camillo Camilliani. La costruzione della Torre Magnisi risale tuttavia al primo decennio dell’Ottocento, quando la Sicilia, minacciata da Napoleone, divenne un protettorato inglese. Gli inglesi adottarono la tipologia delle cosiddette “Torri  Martello” (da Martello Towers) costruite in molti luoghi del loro Impero con particolare resistenza ai colpi di cannone. Nel corso della Seconda guerra mondiale venne utilizzata dalla Regia Marina come osservatorio di artiglieria, nei suoi pressi vi era la Batteria A.S. 361 , con funzione di difesa antiaerea ed antinave. Le vicende di Torre Cuba, storico manufatto militare di epoca spagnola situata nel comune di Cassibile, sono state affrontate da Lorenzo Bovi. Questi si è soffermato in particolar modo sulla funzione che tale torre ha avuto nel Secondo conflitto mondiale, durante l’occupazione inglese, allorquando venne destinata a torre di controllo delle tre piste di atterraggio realizzata nei pressi (che permettevano il decollo e l’atterraggio con quattro condizioni di vento) ed una più piccola per aerei da ricognizione. Il quartier generale delle forze anglo-americane era invece nelle vicinanze della masseria fortificata di S. Michele, ai margini di quel terreno che passerà alla storia per aver visto mettere la famosa firma dell’armistizio. La torre presenta oggi una struttura diversa rispetto a quella riportata in alcune foto del periodo bellico, priva della parte superiore per via di un crollo verificatosi nel 1956 durante un uragano. Ciò ha reso difficile la sua esatta identificazione effettuata nel 2012 ad opera dello stesso Bovi.

Quindi Francesco Paci è intervenuto su Torre Avalos, realizzata dal viceré di Sicilia, Ferdinando di Avalos, marchese di Pescara, nel 1570 per incrementare le difese del porto di Augusta. Ubicata sopra una secca, nell’estrema punta sud dell’isola di Augusta, aveva un’inusuale conformazione a settore semicircolare, a due livelli. Aveva una doppia funzione, difensiva ospitando quaranta cannoni da fortezza, ed una funzione di avvistamento e di segnalazione con una torre elicoidale per favorire l’avvistamento ed ospitare in sommità una lanterna. La torre venne distrutta una prima volta dai francesi quando alla fine della loro breve permanenza abbandonarono Augusta nel 1678. Venne ricostruita dagli spagnoli nel 1681 ma il terremoto del 1693, che colpì la Sicilia sud orientale, la fece nuovamente crollare. Nel 1736 la torre assunse una funzione doganale, pur tuttavia non perse la sua efficienza militare. Nel 1823, lo scoppio accidentale della polveriera mutilò il forte lungo il semiarco di ponente, mai più ricostruito.

Sono stati ricostruiti tre episodi verificati durante il Secondo conflitto mondiale e che ebbero come scenario Torre Avalos. Il primo risale al 13 agosto 1940, durante un attacco di aerosiluranti inglesi alla navi italiane in rada, uno di questi lanciò il suo siluro contro la torre scambiandone la sagoma per quella di una nave. Il secondo si verificò il 24 settembre 1942 quando alcuni cacciabombardieri inglesi mitragliarono la stazione segnali di Torre Avalos e ferirono due marinai. Il terzo episodio avvenne il 12 luglio 1943 quando, a seguito dell’invasione alleata, Royal Navy diede l’onore al caccia ellenico Kanaris di effettuare l’accesso nella prima base navale italiana conquistata sul suolo metropolitano. In prossimità di Torre Avalos la nave mise a mare una motobarca con un drappello di marinai che vi issarono una bandiera, segnando così, di fatto, la cattura della base.

Ha concluso Alberto Moscuzza, che ha descritto la storia di Torre Xibini o Scibini, situata nel territorio del comune di Pachino, la cui costruzione viene fatta risalire al 1300, e completata dopo ilsuo rifacimento del 1494. La torre Scibini aveva anch’essa una funzione d’avvistamento per la sicurezza dell’entroterra, ospitava una guarnigione di uomini armati, assoldati dal barone, e a sua volta serviva per rifugio dei servitori del barone, e i contadini con le loro famiglie. Subì le conseguenze del terremoto del 1693, per cui rimase in piedi la sola parte posta a levante. Durante il secondo conflitto mondiale attorno alla Torre vennero costruite tre casematte-fortini in calcestruzzo. Moscuzza ha ricordato il sacrifico di dodici soldati italiani che, la sera del 9 luglio 1943, qui caddero, falciati dal mitragliamento di tre aerei nemici.

 

Ex caserma Silvestri, una giungla
Da polesine24.it del 24 ottobre 2018

Sono trascorsi oramai sei anni da quando il quinto reggimento artiglieria contraerea “Pescara” ha lasciato la Caserma Silvestri. Quattro anni (era il 2014) da quando il Comune si è lasciato sfuggire l’occasione di presentare un progetto e destinarsi l’area da 30mila metri quadrati e 17 edifici con parco compreso.

Due anni (giugno 2016) da quando Archivio di Stato, Agenzia delle Entrate e Archivio notarile hanno ottenuto l’ok di massima per prendere possesso dell’immensa area e farne un’enorme cittadella dei documenti. In sei anni di abbandono pressoché totale il Demanio è intervenuto solo per ragionare sui progetti tutti in gestazione o per ragioni urgenti e contingenti. In una riunione tra maggio e giugno con i rappresentanti del Demanio e i tre soggetti interessati alla riqualificazione, è stato annunciato che l’intera sistemazione della caserma Silvestri è passata di competenza al Provveditorato generale delle opere Pubbliche.

Mentre l’ultimo lavoro che riguarda l’enorme quartiere è una disinfestazione da processionaria, dell’importo di 1.544 euro il cui bando è stato pubblicato nell’aprile del 2018. E il risultato è l’abbandono e il degrado completo in quella che un tempo in centro città era una zona animata per quanto non in stretto contatto con la vita del capoluogo. Gli edifici sono stati mano a mano divorati dall’erbaccia, gli alberi e il verde sono incolti e il parco una giungla disordinata e habitat ideale per ratti e zanzare.

Sotto i capannoni sono ammassati gli orinatori scardinati nel 2012, mentre dalle ampie aperture senza infissi degli uffici, entra di tutto, rovinandoli senza rimedio. 

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Angioino di Mola di Bari
Da corrieresalentino.it del 24 ottobre 2018

Fu Carlo I d’Angiò ad ordinare la costruzione del Castello di Mola di Bari, congiuntamente alla ricostruzione della città, quale baluardo contro le incursioni saracene, affidando i lavori agli architetti militari Pierre d’Angicourt ed a Jean de Toul. In un primo momento si provvide all’edificazione del Palazzo Reale, corrispondente all’attuale ala sudorientale della fortezza, quindi si passò alla costruzione della restante parte che, con ogni probabilità, doveva avere l’aspetto di un torrione rettangolare su tre piani, munito di merlature sul terrazzo, di feritoie e caditoie per il lancio di pietre, frecce ed altre armi da getto.

Dell’originale struttura angioina sono stati ritrovati resti di mura nell’area compresa fra gli attuali bastioni meridionale ed orientale, nei pressi dell’ingresso principale. Intorno alla metà del 1300 la fortezza fu rinforzata con l’erezione a meridione e ad oriente di due torri cilindriche e, molto probabilmente, nello stesso periodo dovrebbe essere stato costruito un antico portale lungo la cortina orientale. Un secolo più tardi vennero effettuati ulteriori lavori di consolidamento e di rinforzo, tra cui tutta una serie di torrioni cilindrici ad opera dell’architetto Gaspare Toraldo, di cui oggi ne resta solo uno. Con l’avvento delle armi da fuoco, sorse la necessità di disporre di fortezze più solide e resistenti all’urto delle palle sparate dai pezzi di artiglieria quali cannoni e bombarde, pertanto l’assetto delle fortezze si modificò sensibilmente. Di conseguenza si provvide ad abbassare la cinta elevando accanto alle precedenti mura angioine delle altre oblique ad esse addossate e rinforzandone gli interstizi con materiale di risulta.

Inoltre vennero inseriti dei bastioni a difesa delle cortine e muniti di bocche traditore per il tiro di fianco e furono ricavate piazzole per i pezzi d’artiglieria. Nel 1508 la città di Mola subì un violento assedio da parte delle armate veneziane che creò non pochi danni al castello, pertanto si rese necessario un restauro dell’intero complesso.

Qualche anno dopo infatti l’Imperatore Carlo V dispose l’effettuazione dei lavori affidandone la direzione all’architetto Evangelista Menga, a cui si deve l’attuale forma del castello a poligono stellato, che era collegato alla cinta muraria della città da un ponte ed era circondato da un fossato. Le mura vennero ricostruite a scarpa, con angoli notevolmente inclinati, per meglio resistere ad eventuali assedi. A partire dal XVIII secolo cominciò la decadenza della struttura a causa dell’incuria umana che portò al crollo di alcune volte e di alcune cortine e, negli anni ’50 del XX secolo, fu anche addossato un cinema al maniero sul lato occidentale. Finalmente, dopo recenti restauri, il Castello di Mola di Bari ha riacquistato la sua imponente mole. Cosimo Enrico Marseglia

 

In MTB alla scoperta delle fortificazioni di Plan Puitz
Da aostasera.it del 23 ottobre 2018

La meta suggerita si trova nell’alta Valle del Gran San Bernardo e conduce fino alle fortificazioni di Plan Puitz, risalenti alla prima guerra mondiale e oggi visitabili (parzialmente) anche nelle parti interne. Lasciata l’auto nel piccolo piazzale della frazione Prailles Dessous nel Comune di Etroubles, si inizia a pedalare lungo la bella strada poderale che si addentra nel vallone di Menouve, seguendo le indicazioni del sentiero n°20. Il bel fondo e le pendenze non eccessive rendono gradevole l’inizio dell’escursione. Si pedala in un paesaggio tinto dal pennello dell’autunno che, grazie alla presenza di latifoglie e Larici, si sbizzarrisce con tinte gialle fiammeggianti. Proseguire per circa 4 chilometri fino a giungere nei pressi dell’alpe Menouve a quota 1.908 metri. Continuare a pedalare ancora per circa 200 metri lungo la strada poderale e prestare attenzione perché, in corrispondenza di un piccolo spiazzo inerbito, occorre imboccare sulla sinistra il tracciato del Ru Neuf d’Eternon. La strada si restringe per diventare una bella mulattiera dal fondo erboso che rende davvero gradevole la pedalata. Seguire l’intero tracciato del Ru che attraversa bellissimi boschi di conifere che talvolta si aprono rivelando panorami aperti sulla valle che conduce al Colle del Gran San Bernardo, antico luogo di passaggio per merci e viandanti. Dopo poche centinaia di metri si raggiunge il tracciato del Tour des Combins (segnavia giallo TDC) che occorre seguire per 3 chilometri, fino a raggiungere i pascoli dell’alpeggio Essanaz.

Con un breve tratto di discesa si raggiunge nuovamente la strada poderale che occorre imboccare a sinistra (non seguire più le indicazioni TDC) e percorrerla in discesa per alcuni tornanti fino a raggiungere l’intersezione con l’alta via n°1. Qui al bivio imboccare a destra la vecchia strada militare in direzione di Saint-Rhémy. Dopo circa 1 chilometro e mezzo, in corrispondenza del bivio, mantenersi a destra e seguire il segnavia n°14 lungo la strada militare che in ampi tornati e con una pendenza costante conduce alla fortificazione di Plan Puitz a quota 2.100 metri. La fortificazione è un’opera in caverna costruita fra il 1915 e il 1916 lunga 200 metri, con 4 postazioni di artiglieria. La batteria faceva parte della Linea Cadorna, linea  fortificata costruita in gran fretta per proteggere il confine fra Lombardia e Valle d’Aosta da una eventuale invasione da parte delle truppe austriache passando dalla Svizzera. L’andamento della guerra però fece si che i lavori non venissero ultimati e i cannoni di Plan Puitz furono destinati altrove. Lasciata la bici all’imbocco della galleria e usando gli interruttori è possibile illuminare gli interni e visitarli. Si trovano interessanti pannelli con informazioni riferite al periodo bellico. Per chi lo desidera, in pochi minuti a piedi lungo il sentiero n. 14, si può raggiungere un punto panoramico da dove si può ammirare l’ultimo tratto della Valle del Gran San Bernardo, i villaggi e la sella del Col Serena. Per il rientro seguire tutto il tracciato della strada militare fino alla frazione di Eternon quindi proseguire lungo la strada asfaltata per tornare nuovamente al punto di partenza. Percorsi Alpini propone questa escursione in sella a biciclette a pedalata assistita su prenotazione nel mese di ottobre e novembre 2018. Livello di difficoltà: TC (ciclo-escursionistico) Tempo di percorrenza: Mezza giornata Info e prenotazioni 344 293 4602 www.percorsialpini.com – info@percorsialpini.com

 

L'Aquila, mura urbiche: in cinquanta alla giornata ecologica
Da lanuovasardegna.it del 23 ottobre 2018

L’AQUILA – La Compagnia delle Mura, composta dalle associazioni che hanno sottoscritto con il Comune dell’Aquila l’accordo per la custodia della cinta muraria, ha concretizzato domenica 21 ottobre una “giornata ecologica” nel tratto Lungomura tra Porta Branconia e Porta San Lorenzo, per eliminare la vegetazione infestante che stava arrivando fino alle Mura stesse.

L’attività è stata posta in essere alla presenza dell’architetto Antonio Di Stefano della Soprintendenza unica ed in sinergia con l’Asm che ritirerà lo sfalcio delle erbe e l’immondizia accatastata.

Questa sinergia con le istituzioni viene posta in essere per tenere alta l’attenzione verso il completo recupero e la possibilità di fruizione di tutto il percorso delle Mura Urbiche, che la Compagnia considera il nostro monumento maggiormente identitario.

Altre attività si stanno preparando per i prossimi giorni.

 

22 ottobre: nel 1962 la crisi dei missili di Cuba
Da altolazionotizie.it del 22 ottobre 2018

Nei 13 giorni della «crisi dei missili di Cuba» il mondo si trovò per la prima volta da quando era iniziata la «Guerra Fredda» (la diffusione dell’espressione iniziò a partire dal 1947, quando il giornalista americano Walter Lippmann volle così definire lo stato delle relazioni internazionali che si andava delineando dopo la Seconda guerra mondiale, a causa della sempre più evidente spaccatura tra l’Unione Sovietica, che aveva occupato l’Europa orientale, e gli Stati Uniti, che si erano affermati come maggiore potenza dell’Occidente democratico) sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale, che questa volta sarebbe diventata una guerra nucleare. In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.

Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo. «Credevo fosse l’ultimo sabato che avrei mai visto», disse l’allora ministro della Difesa dell’amministrazione Kennedy, Robert Mc Namara, il 27 ottobre 1962, commentando il giorno in cui la Crisi dei Missili di Cuba raggiunse l’apice e il mondo fu a un passo dalla guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tredici giorni che si sono a tal punto fissati nell’immaginario del mondo occidentale, che Stephen King in 22/11/93 (il capolavoro sull’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy) vi ha ambientato una delle scene madri del libro. In seguito alla crisi venne creato il cosiddetto «Telefono rosso», un sistema di comunicazione diretto tra la Casa Bianca a Washington e il Cremlino a Mosca. Grazie al Telefono rosso i leader di Stati Uniti e Unione Sovietica potevano comunicare rapidamente scongiurando nuove crisi. La crisi non spostò, però, le lancette del cosiddetto «Orologio dell’apocalisse», un apparecchio simbolico creato nel 1947 dall’Università di Chicago, in cui la mezzanotte rappresenta l’apocalisse causata da una guerra nucleare. Nel 1961 Kennedy, appena diventato Presidente, tentò un’invasione dell’isola (episodio noto come «Sbarco nella Baia dei porci») che però fallì. Cuba concedette ai sovietici una base che si rivelò essere una base missilistica nucleare.

La vicinanza dei missili sovietici era una minaccia enorme per gli Stati Uniti. Kennedy si trovò dunque a dover decidere tra due soluzioni. Da un lato c’erano i militari che spingevano per un’invasione che poteva condurre alla guerra con l’Unione Sovietica, mentre da un lato c’era chi preferiva trovare un’intesa e non rischiare niente. Il 25 ottobre 1962, nel pieno della crisi dei missili di Cuba, l’americano Adlai Stevenson durante una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, incalzò il rappresentante sovietico, Valerian Zorin chiedendogli se il suo Paese stesse installando missili a Cuba. Nel farlo pronunciò la celebre frase «Don’t wait for the translation!» («Non aspetti la traduzione!»), sollecitando una risposta immediata. Al rifiuto di Zorin di rispondere, Stevenson continuò dicendo che avrebbe aspettato una risposta fintanto che l’inferno fosse gelato («I am prepared to wait for my answer until Hell freezes over»). Quando finalmente Zorin rispose negando, Stevenson con un colpo teatrale esibì prontamente le fotografie che dimostravano la presenza dei missili. La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Kruscev non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.

 

Nuovo crollo a Palmanova, continua a franare il Patrimonio Unesco
Da udinetoday.it del 22 ottobre 2018

Nelle scorse ore un nuovo crollo si è verificato fra le mura della città-fortezza riconosciuta patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco a luglio 2017. Circa 12 metri quadrati di laterizi si sono staccati dalla parete esterna del baluardo "Contarini", quello che si trova in asse con l'omonima contrada. Gli inerti e i cocci del primo e del secondo strato dell'incamiciatura della prima linea difensiva veneta, la più antica, si sono staccati rimanendo impigliati nella rete di sicurezza che era stata installata dopo i crolli verificatisi negli anni passati. Le cause La parete della fortificazione compromessa si trova a ridosso del fossato che inanella la prima stella a nove punte, sul fianco di una delle tante sortite nascoste che permettevano a cavalieri e milizie di uscire inosservati e in sicurezza all'esterno della prima cinta muraria. Le cause, come noto, sono innumerevoli, oltre alla - purtroppo - ovvia scarsità di denaro necessaria per un restauro completo: la vetustà dell'opera, la mancata manutenzione dell'enorme cinta difensiva (che, lo ricordiamo, con le fortificazioni napoleoniche conta 27 punte), il maltempo, l'erosione dovuta alle piogge, e gli effetti della vegetazione sulle mura. Martines:"Fare presto con i fondi" «Le risorse che servono sono ancora tante per intervenire in maniera radicale sui paramenti murari - ha commentato sconsolato il primo cittadino di Palmanova, Francesco Martines-.

Questo non toglie che bisogna fare presto nell'utilizzare le risorse già acquisite, superando quelli che sono i blocchi e le procedure estremamente complicate e lunghe della legge sugli appalti e della contabilità pubblica, in particolar modo quando queste risorse vengono assegnate non direttamente al Comune ma al Segretariato Regionale per il Mibact. Questi crolli dimostrano che non si può abbassare la guardia su un problema impellente, anche perchè il riconoscimento UNESCO ci impone continui interventi di conservazione».
Gli ultimi crolli
Palmanova crolla, in frantumi il tetto dell'ex macello veneziano
Frana a Palmanova: cede una spalletta di un ponte del '500 Nonostante il riconoscimento Unesco continuano a franare le mura di Palmanova
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Palmanova, crolla un muro della fortezza veneta
Sanremo 2014: il momento di Palmanova VIDEO

 

«Forte Parona tra incuria e rifiuti: è una discarica»
Da larena.it del 22 ottobre 2018

«Resti di elettrodomestici, numerosi frigoriferi, pneumatici ammassati l’uno sull’altro.

Il Forte Parona, costruito nel 1861 sulla riva destra dell’Adige nei pressi del ponte della ferrovia di Parona, è vittima di noncuranza da anni. La struttura che ospitava 500 soldati nel 1866, oggi, nel 2018, è solo la patria di relitti industriali e domestici».
A denunciarlo è il consigliere comunale di Verona Civica, Tommaso Ferrari che spiega: «Il luogo, di proprietà del demanio, sarebbe ricco di storia tra le sue antiche mura e fa parte di quella Verona fortificata troppo spesso costretta a fare rima con abbandonata.

Ora alla dimenticanza si aggiunge la colpevole inciviltà di qualcuno che, un rifiuto ingombrante dopo l’altro, ha trasformato uno spazio della città in una discarica abusiva». E polemizza: «L’amministrazione si faccia sentire e non intervenga solo per qualche – notiziabile – occupazione abusiva, ma anche per questi sfaceli vergognosi».

 

Forte Cappellini ai privati: il Grig contro la Regione
Da lanuovasardegna.it del 21 ottobre 2018

ARZACHENA. «Forte Cappellini deve essere acquisito nel patrimonio comunale». È quanto sostiene il Gruppo di intervento giuridico (Grig) dopo che la Regione con una manifestazione di interesse è intenzionata a rinnovare con un canone annuo di 375mila euro l'affitto decennale del fabbricato a Baja Sardinia, oggi in mano ai privati (in funzione sino all'ultima estate il clubristorante- discoteca Phi Beach).

L'associazione ambientalista suggerisce all'ente locale di presentare a Cagliari un progetto di destinazione di interesse pubblico, ad esempio, un museo delle fortificazioni costiere. La struttura storica, d'altronde, è considerata alla stregua del Colosseo, cioè un monumento nazionale super tutelato. «Se il Comune di Arzachena desidera acquisirlo davvero, anziché limitarsi a intenzioni generiche, farebbe bene a predisporre almeno un progetto di massima per il suo durevole utilizzo a fini pubblici, per esempio, potrebbe trasformarlo in un museo delle fortificazioni costiere – dichiara il presidente del Grig, Stefano Deliperi –. In queste condizioni è quasi scontato che la Regione preferisca continuare a darlo in locazione per una bella cifra (375mila euro annui). È un bene culturale di interesse storico che, comunque, non può esser modificato». Nel frattempo è slittata dal 20 al 30 ottobre la scadenza per protocollare le domande di adesione alla manifestazione di interesse. Il contratto, come riportato nell'avviso regionale, si ipotizza possa essere sottoscritto entro il 4 novembre.

L'amministrazione di Arzachena continua a rivendicare il bene sottoposto a vincoli di interesse culturale, storico e artistico. Forte anche di un protocollo d'intesa sottoscritto da Regione e Comune nel 2013. «In cui si evidenziavano un elenco di beni demaniali e le rispettive finalità di interesse pubblico – sottolinea il presidente del Consiglio comunale, Rino Cudoni –. Non si capisce perché mentre all'epoca si avviavano le procedure per la cessione, poi siano stati acquisiti nel patrimonio dell'ente locale solo alcuni beni, ad esempio, Capriccioli, Punta Battistoni, l'ex albergo Santa Lucia nel borgo del centro storico. Su Forte Cappellini il corto circuito del dialogo fra i due enti deve essere riparato, Regione e Comune devono riavviare un dialogo politico, non tra funzionari».

Per l'amministrazione l'esito della manifestazione di interesse per Forte Cappellini non è scontato. «Dispiace che questi beni demaniali dismessi e abbandonati siano tenuti in scacco dalla Regione invece di essere ceduti agli enti locali», commenta il sindaco Roberto Ragnedda, che mesi fa dal Consiglio comunale aveva ricevuto il mandato, insieme alla sua giunta, di attivare una ricognizione e la successiva acquisizione dei beni immobili regionali nel patrimonio dell'Ente.

«Le istanze sono rimaste lettera morta, nonostante il Comune abbia spiegato a più riprese di puntare alla loro valorizzazione e tutela». di Walchiria Baldinelli

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Canosa
Da corrieresalentino.it del 21 ottobre 2018

Il Castello altomedievale di Canosa, di cui oggi restano solo ruderi, sorge nell’area dove un tempo vi era l’acropoli, le cui rovine vennero incorporate nella struttura difensiva dell’antica Canusium, città di grande importanza giacche costituiva un nodo fondamentale delle vie di comunicazione dirette in Puglia. Un primo fortilizio, di probabile origine bizantina, era già presente sulla collina dei SS Quaranta Martiri sotto il regno del sovrano longobardo Autari, verso la fine del VI secolo. In seguito gli stessi Longobardi provvidero a fortificare ulteriormente il fortilizio, come anche i Bizantini del resto, nei ripetuti passaggi di mano che la Puglia subì nel Medioevo. La struttura resistette strenuamente agli assalti condotti dai Saraceni specialmente intorno al IX secolo. 

Con l’arrivo dei Normanni la fortezza venne occupata dai nuovi signori che la resero una delle loro più importanti sedi nella neonata Contea di Puglia, ben presto trasformatasi in Ducato di Puglia e Calabria, dopo i travolgenti successi militari degli Uomini del Nord contro le armate di Bisanzio. Nel 1089 nelle sue ampie sale ebbero luogo i negoziati per porre fine alla contesa fra i due fratellastri Boemondo de Hauteville, Principe di Taranto, e Ruggero de Hauteville detto Borsa, Duca di Puglia e Calabria. Sembra che in epoca sveva, durante i lavori per l’edificazione di Castel del Monte, Federico II di Svevia abbia scelto il maniero come residenza temporanea, tuttavia non abbiamo prove documentarie di ciò. Un’altra notizia non certa riguarderebbe la presunta prigionia nel Castello di Canosa di Elena d’Epiro, seconda moglie di Manfredi, figlio di Federico II, e dei suoi figli ancora bambini.

Durante il regno di Carlo I d’Angiò vennero effettuati dei lavori di riparazione e rinforzo sotto la direzione dell’architetto Pietro D’Angicourt, mentre su disposizione di Carlo II il castello fu dato a Maria, figlia di Boemondo IV pretendente al trono di Gerusalemme e Cipro. Sotto le dominazioni aragonese e spagnola la fortezza fu appannaggio dei diversi feudatari, sino al 1643, anno in cui fu venduta all’asta. Nel 1704 divenne proprietaria del castello la famiglia Capece – Minutolo che, trasferitasi successivamente in Napoli, la affidò a procuratori. Dal XVIII secolo ha inizio la decadenza della struttura che subisce diversi e svariati crolli, anche a causa di terremoti. Nel 1956 finalmente il Comune di Canosa acquista ciò che rimane dell’antico castello. La struttura si presentava a pianta esagonale irregolare con due lati all’incirca paralleli sul versante meridionale e con sei torri angolari a pianta quadrangolare. Ai giorni nostri sono riuscite a giungere resti delle cortine e delle torri, di cui tre sporgono di poco rispetto al piano di calpestio. La torre sudorientale è la più alta, superando gli 8 metri, ed è quella che si è conservata di più. Dirigendoci in direzione nord si incontra un’altra torre con la base più larga della prima ma più bassa. Nel centro del lato settentrionale si trova una terza torre ancora in piedi, mentre le tre rimanenti, come già asserito, sporgono di poco dal pavimento. Di particolare interesse sono le tracce visibili relative a due diverse epoche costruttive, quella più antica, corrispondente anche alla parte inferiore, formata da blocchi in pietra a forma di parallelepipedo, mentre quella più recente costituita da blocchi di tufo particolarmente duri. Le prime sono attribuibili a materiale reimpiegato proveniente da altre costruzione dell’antica acropoli. Cosimo Enrico Marseglia

 

Palmanova 31 ottobre: giornata nazionale del trekking urbano
Da udine20.it del 21 ottobre 2018

Anche Palmanova sarà protagonista, per il quinto anno, della Giornata nazionale del Trekking urbano (giunto alla sua XV edizione a livello nazionale). Da Trento a Lentini, da nord a sud, passando per le isole, sono stati organizzati 54 itinerari all’interno delle mura cittadine per scoprire, a passo lento, luoghi unici del Bel Paese. Mercoledì 31 ottobre, giornata scelta per la manifestazione, a Palmanova è stato organizzato un tour “a spasso per le strade, tra arte, paesaggi e utopia alla scoperta della Città Fortezza”. “Abbiamo voluto rendere questa giornata un appuntamento fisso, mantenendo Palmanova all’interno di un circuito nazionale di riscoperta e valorizzazione dei territori. Unica località della regione che quest’anno partecipa. Un modo riuscito e alternativo per mostrare la Fortezza ai molti che vogliono godere di un turismo lento, visitando i luoghi più suggestivi del nostro paese, andando alla ricerca di paesaggi meno conosciuti ma ricchi di storia e atmosfere” commenta la vicesindaco e assessore alla cultura Adriana Danielis.

La partenza è prevista alle 14.30, dalla Loggia dei Mercanti, che si affaccia sulla piazza Grande: un salotto rinascimentale che offre una prospettiva unica sui palazzi storici veneziani e sul tessuto urbano disposto su assi radiali e vie anulari. Poi visita al Duomo Dogale (1615), la più interessante opera architettonica cittadina, che si impone sulla piazza con la sua maestosa facciata in pietra bianca. La passeggiata continua lungo Borgo Udine, proseguendo verso le fortificazioni costituite da tre cerchie difensive che caratterizzano la piazzaforte nella sua forma di stella a nove punte ancora intatta. L’itinerario ci porta in un suggestivo e unico paesaggio, tra cascatelle, corsi d’acqua e gallerie rinascimentali tra le vie militari della fortezza. Si ritornerà infine al centro, concludendo il percorso attraverso Porta Cividale.  percorso durerà circa due ore e si snoderà per 3 kilometri.

La partecipazione all’iniziativa è   gratuita. È richiesta la prenotazione all’InfoPoint Palmanova di PromoTurismoFVG (Tel. 0432 924815 – info.palmanova@promoturismo.fvg.it) “Raccontami come mangi e ti dirò chi sei”: sarà il viaggio tra cibo, arte e paesaggio, il filo conduttore della XV Giornata nazionale del Trekking Urbano. Nato nella città di Siena nel 2003, il Trekking Urbano è una proposta di turismo lento sempre più apprezzata e diffusa, che consiste in percorsi a piedi che toccano monumenti d’arte, punti panoramici, botteghe artigiane, mercatini, osterie di cucina tipica, praticamente tutti i luoghi dove è possibile entrare in contatto con gli aspetti più caratteristici della vita locale. Sviluppa un turismo sostenibile e rispettoso della qualità della vita dei residenti e, allo stesso tempo, consente di vivere in maniera partecipata l’esperienza di viaggio. Una passeggiata in città diventa per il turista un modo di scoprire le attrazioni turistiche locali realizzando un momento di crescita sia culturale che spirituale. Per conoscere tutti gli itinerari proposti dalle città aderenti all’edizione 2018 è possibile visitare il sito www.trekkingurbano.info, rimanere sempre aggiornati seguendo i social collegati alla Giornata Nazionale del Trekking Urbano.

 

Castello di Arco, interventi di sicurezza sulla parete
Da ladige.it del 20 ottobre 2018

Procedono i lavori di riqualificazione e rifacimento della lizza bassa del Castello di Arco e ieri la giunta comunale ha approvato il progetto esecutivo in linea tecnica dell’intervento di consolidamento. Durante la realizzazione dei lavori di messa in sicurezza e valorizzazione dell’area bassa al Castello, iniziati nell’estate del 2018, sono però emerse alcune problematiche di stabilità della roccia sovrastante. Da qui la necessità da parte dell’amministrazione comunale di intervenire per sistemare l’area in vista della realizzazione del «Giardino dei semplici». Come illustra la delibera, la dirigente dell’area tecnica ha affidato all’ingegner Giuseppe Bagattoli, dello studio professionale a Pietramurata, l’incarico per la progettazione e la direzione dei lavori di consolidamento delle pareti della Lizza Bassa». Il progettista ha consegnato il progetto esecutivo datato luglio 2018 dal quale si desume un costo complessivo di 64.546 mila euro di cui 38.854 per lavori e di 25.709 per somme a disposizione dell’amministrazione.

Tale progetto, spiega la delibera approvata dalla giunta ieri pomeriggio, ha ottenuto l’autorizzazione della Soprintendenza per i beni culturali della Pat; l’autorizzazione della Commissione per la pianificazione territoriale e il paesaggio della Comunità Alto Garda e Ledro; la conformità urbanistica da parte della commissione edilizia. Per quanto concerne le tempistiche, «le opere richiedono un tempo di realizzazione pari a sessanta giorni». Nella spettacolare lizza bassa del Castello di Arco, una zona rimasta per tanti anni inaccessibile al pubblico, sarà prossimamente realizzato il «Giardino dei Semplici», area didattica dove verranno messe a dimora delle essenze e piante particolari: un progetto su cui sta lavorando l’«archistar» piacentina Anna Scaravella, considerata tra i più talentuosi architetti paesaggisti italiani e appositamente ingaggiata dall’amministrazione comunale per il suo curriculum.

L’estate scorsa sono iniziati i lavori di messa in sicurezza della lizza secondo le indicazioni dell’architetto Barbara Monti di Arco e del geologo Stefano Facchinelli dello studio «Geologos» di Pergine. L’intervento, in fase di ultimazione, prevede il restauro e il ripristino dei brani di cinta muraria ancora presenti, oltre alla realizzazione di un parapetto di protezione e di un sistema di collegamento, tra le varie quote presenti sul terreno, tramite una scala. In aggiunta a questo, nell’opera è prevista la predisposizione del futuro impianto elettrico e dell’impiantistica necessaria. Ultimata questa fase si potrà finalmente procedere con l’attesa realizzazione del giardino botanico.

 

«Fortificazioni in Busa risorsa da sfruttare»
Da giornaletrentino.it del 20 ottobre 2018

Riva «La nostra zona custodisce un immenso tesoro. E' una terra in cui vicende che crediamo lontane sono, invece, ancora ben presenti, e rappresentano un enorme patrimonio che rischia di essere condannato all’oblio». Elvio Pederzolli, appassionato ricercatore storico e presidente dell’associazione culturale Trentino Storia Territorio, ha utilizzato la “location” della libreria Colibrì, al Blue Garden di Riva, per lanciare un appello rivolto alle istituzioni “colpevoli” di non tenere nella giusta attenzione il patrimonio storico (castelli e forti) di cui è ricco il nostro territorio. Un ammonimento emerso durante la presentazione del libro “Saxa Fracta. Storia e itinerari tra le fortificazioni dell’Alto Garda”, testo scritto a quattro mani, assieme a Renzo Saffi, per la Casa editrice Panorama di Trento. Pederzolli ha recuperato vicende e luoghi importanti quanto sconosciuti ai più ma, soprattutto, trasmette il suo grande amore per le escursioni e per la storia della propria terra.

«Se tutti iniziamo a pensare che ciò ha un valore, anche economico, allora si creeranno le risorse per far sì che questi posti non rimangano solo un cumulo di rovi – ha spiegato l’altra sera Elvio Pederzolli - spesso le istituzioni faticano a cogliere tutto ciò, e a trovare i fondi necessari per valorizzare la cultura così come si dovrebbe. È importante tutelare questi reperti, per poterli restituire alla ricerca ma, soprattutto, perché ci rammentano la nostra storia, quella che fa parte di ognuno di noi». “Saxa Fracta” è un viaggio trasversale nell’Alto Garda, attraverso secoli e territori, a volte non così noti nella loro importanza nonostante si trovino a pochi passi dalla consuetudine, a ritroso nel tempo fino alla Preistoria. Luoghi stratificati in molteplici forme i cui echi non sono solo nei libri, ma anche nelle leggende e nei racconti. Il testo accompagna il lettore lungo 15 itinerari virtuali e tre millenni di vicende su una terra di confine, qual’è l’Alto Garda trentino: dai castellieri preistorici alle fortificazioni della seconda guerra mondiale, passando attraverso castelli medioevali ricchi di fascino e leggende, trincee e caverne della Grande Guerra.

Da castel Sejano, sopra Bolognano, al castello Vecchio di Riva, dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, sulla strada millenaria che collegava via terra l’Alto Garda al bresciano, alle chiese di San Tomè e di San Rocco, a Pannone. Dall’eremo di San Brizio, sopra Riva, al castello di Castellino, sul Monte Velo, luogo che ha restituito antichissimi segni alfabetici e storie di fantasmi. Il tutto incorniciato dal lago di Garda, l’antica “autostrada” costellata di vedette fortificate medievali e precedenti. «Le nostre montagne sono come un pettine – conclude Pederzolli – su cui è finito tutto, e ove tutto ha lasciato traccia. E di questo abbiamo una grande responsabilità».

 

VERSO LA GUERRA NUCLEARE: I FUNGHI NON FANNO PIÙ MALE?
Da difesaonline.it del 19 ottobre 2018

Troppo tempo si affrontano con disinvoltura le più disparate notizie riguardanti programmi di riarmo od aggiornamento delle dotazioni nucleari. Si pubblicano articoli su bombe, missili o semplici testate nucleari come si trattasse di un argomento ordinario. Chi scrive ha vissuto la propria adolescenza durante la “guerra fredda”, un’era in cui era il terrore di un nuovo confronto mondiale a segnare un limite invalicabile. Stiamo parlando di un sentimento “sano”: la consapevolezza delle tremende, attendibili e certe conseguenze di un olocausto nucleare. Non sto considerando conflitti moderni in cui la menzogna è la causa scatenante o quantomeno il fertilizzante della paura di qualcosa che non si comprende o non esiste.

Sto semplicemente ricordando la verità di un recente passato. 1983: lo choc Ricordate “The Day After”? Doveva essere un film per la televisione, quindi con ambizioni limitate. L’effetto fu invece globale e devastante. “The Day After” ha rappresentato per il pubblico mondiale un punto di svolta. Il film racconta l’esperienza della follia atomica dalla parte di persone comuni: la vita quotidiana, il crescere delle tensioni internazionali, il lancio di missili balistici, la risposta, gli effetti… Furono (anche) le conseguenze realistiche dell’uso di ordigni nucleari mostrate in quel lungometraggio a innescare il ripensamento dei programmi nucleari? Mi piace pensarlo. Negli anni '80 non si era figli di Hiroshima e Nagasaki, ne avevano sentito parlare e visto le immagini i nonni, reduci comunque di una tremenda guerra. I nostri genitori avevano vissuto il serio rischio della fine del mondo con la crisi dei missili di Cuba: il pacifico e democratico Kennedy aveva minacciato l'Unione Sovietica di utilizzare il proprio arsenale strategico se non fossero stati rimossi gli assetti nucleari dall'isola. I sovietici fecero un passo indietro ottenendo tuttavia una contropartita maggiore: lo smantellamento dei missili Jupiter dalla Turchia e dall'Italia (Gioia del Colle)...

Oggi si ragiona in termini di “nucleare tattico” o di “testate scalabili”. Lo si fa talvolta come ragazzini (deficenti!) di fronte ad un videogioco. Oggi non si vedono più folle in piazza a protestare contro arsenali che terminerebbero la vita sulla Terra. Oggi si lavora per il futuro impiego di missili di potenza limitata o limitabile. Questi ordigni saranno utilizzati operativamente, a differenza dei precedenti sono realizzati a tal fine. A quel punto un'intera generazione non avrà bisogno di "immaginare" o "temere" le conseguenze sul fisico e la mente delle radiazioni. Le vivrà. (immagine: fotogramma “The Day After”) di Andrea Cucco

 

L'AERONAUTICA MILITARE APRE LE PORTE DEL FORTE APPIA
Da aeronautica.difesa.it del 19 ottobre 2018

La struttura è uno dei quindici Forti storici di Roma
Venerdì 19 maggio, il Reparto Sistemi Informativi Automatizzati ha aperto le porte del Forte Appia, uno dei quindici forti di Roma. La visita guidata alla struttura, alla quale ha partecipato un gruppo attento di circa 30 appassionati di storia militare, è stata realizzata in collaborazione con l’associazione “Progetto Forti” e con il Parco Regionale dell’Appia Antica seguita e costituisce ulteriore testimonianza del radicamento del Reparto nel tessuto sociale del territorio che lo ospita.

Il Forte Appia, nei secoli è stato utilizzato per diversi scopi, in primis come punto di difesa di Roma ed in tempi più recenti, a partire dai primi anni del ‘900, quale sede della Direzione di Artiglieria del Corpo Aeronautico, ebbe l’ultimo utilizzo attivo tra gli anni ’80 e ’90 quale centro elaborazione dati del ReSIA ed è tutt’ora impiegato in parte quale deposito. Caratterizzato da un paramento lapideo in leucitite, è in ottimo stato di conservazione e presenta i volumi ipogei e terrapieni nella forma originale.

Nel fossato è visibile un profondo pozzo “romano” scavato nel locale banco lavico, che rappresenta un unicum tra strutture del genere. Il Reparto Sistemi Informativi Automatizzati ha sede nella prestigiosa area del parco Regionale dell’Appia Antica, ed opera alle dipendenze della 3^ Divisione del Comando Logistico dell'Aeronautica, con la mission di progettare, realizzare e gestire i sistemi e le reti telematiche non classificate garantendone al contempo la cyber defence assolvendo le funzioni di Computer Emergency Response Team (CERT) e provvedendo all’addestramento basico del personale nell’ambito dell’Information Communication Technology.

 

Augusta. “Alcune Torri costiere dell’aerea siracusana dal periodo spagnolo alla Seconda Guerra Mondiale”
Da libertasicilia.it del 19 ottobre 2018

Conferenza che si terrà sabato 20 ottobre 2018, presso il Circolo Filantropico Umberto I Piazza Duomo n.130, Augusta.

Saluti: Sig. Domenico Di Franco, Presidente Circolo Filantropico Umberto I Avv. Vittorio Sardo, Presidente Centro Studi storico-militari di Augusta. Dott. Alberto Moscuzza, Presidente Associazione culturale Lamba Doria. Relatori: Arch. Marinella Tino, Ass. Lamba Doria, la Torre di Penisola Magnisi, Priolo Gargallo.

Perito Lorenzo Bovi, Ass. Lamba Doria, Torre Cuba, Siracusa. Dott. Francesco Paci, componente Centro Studi storico-militari di Augusta. e referente di Augusta Ass. Lamba Doria, Torre Avalos, Augusta. Dott. Alberto Moscuzza, Ass. Lamba Doria, Torre Xibini, Pachino.

 

Il giro delle fortezze tra Tesimo e Prissiano - Consiglio escursionistico
Da altoadige.it del 18 ottobre 2018

Questo fine settimana autunnale dalle temperature ancora particolarmente miti vi portiamo con noi lungo un percorso tematico, immergendoci nella magia dei castelli. Ci aspetta un tour tra storia, paesaggio e cultura, durante il quale potremo immedesimarci nella vita medievale di questi centri mercantili. Il Sentiero dei Castelli tra Tesimo e Prissiano si snoda per quasi 10 km in una delle aree dell'Alto Adige più ricche di questi manieri storici, un tracciato particolarmente suggestivo e panoramico sulla bellissima Val d'Adige. L'itinerario ha inizio nel cuore del paesino di Prissiano, dove ci incamminiamo lungo il sentiero 13A. Qui incontriamo subito la prima fortezza: Castel Zwingenburg (anche chiamato Castel Zwingenberg) che ammiriamo nella sua magnificenza dall'esterno. Da qui in poi si incontreranno diversi incroci:


• al primo proseguiamo sulla marcatura 15 verso destra che ci conduce in salita;
• al secondo incrocio svoltiamo a sinistra, continuando sul segnavia 7;
• al terzo incrocio teniamo la sinistra camminando sulla marcatura 7A.
Arriviamo quindi alla frazione di San Giacomo dove continuiamo seguendo la segnaletica 8 e svoltando a destra al confine del bosco, dove ci incamminiamo lungo il sentiero 12A che ci conduce infine a Castel del Gatto. Qui ammiriamo una dei vitigni più antichi ed estesi dell'Alto Adige: si tratta dell'antica vite tirolese Versóaln, un vitigno che si estende su una tradizionale pergola di castagno su ben 300 metri quadri. Vale la pena scattare qualche foto – si tratta infatti di uno dei pochi esemplari di questa specie – prima di incamminarci sul sentiero di ritorno al paese di Prissiano. di Federica Raffini

 

Le fortificazioni del Mediterraneo “dalla guerra alla pace”: FORTMED 2018
Da poliflash.polito.it del 18 ottobre 2018

Sarà quest’anno il Politecnico ad ospitare il convegno proposto dall’associazione FortMed e dedicato in questa edizione a “Fortificazioni dalla guerra alla pace: modelli di ricerca, documentazione e rilievo del patrimonio mediterraneo, europeo, internazionale”; il convegno punta l’attenzione sul ruolo che le opere di difesa hanno rivestito in passato e rivestono oggi, concentrandosi in modo particolare sul progressivo abbandono dell’attività difensiva (volta all’inaccessibilità) in favore di nuove funzioni culturali (volte invece proprio all’accessibilità e alla condivisione, sia materiale che immateriale).

La conferenza ha raccolto più di 200 testimonianze da 40 nazioni diverse: si delinea quindi un panorama multidisciplinare che indaga l’argomento attraverso la blind review, il riesame di documenti storici come cartografie, trattati, biografie, con il supporto di nozioni di Ingegneria Militare - dai sistemi difensivi tradizionali all’artiglieria - e di petrografica-minerale, fisica, geochimica ma senza dimenticare l’indagine digitale che prevede strumenti come la fotogrammetria e il 3D laser scanner. Attraverso queste metodologie e i diversi approcci si “reinterpreta” questo ampio patrimonio culturale correlato all’assetto territoriale: le fortificazioni vanno considerate come un bene materiale e immateriale che, avendo perso oramai la funzione di difesa legata alla guerra, assumono la nuova funzione di percorsi culturali di pace. Dal passato alla contemporaneità, dalla conoscenza al progetto, per trovare nuove forme di fruizione e valorizzazione dell’architettura fortificata.

I lavori sono stati introdotti dal Rettore Guido Saracco, seguito da Paolo Mellano, Direttore del Dipartimento di Architettura e Design, Guido Montanari, vicesindaco della città di Torino, Vito Cardone, presidente dell’Unione Italiana del Disegno. A presiedere i lavori il professor Pablo Rodriguez Navarro, dell’Università Politecnica di Valencia; chairs del convegno Anna Marotta e Roberta Spallone, docenti del Politecnico di Torino. L’evento si inserisce nel ciclo di convegni internazionali dell’associazione FortMed, che vede come soggetti fondatori e aderenti docenti, ricercatori e studiosi delle università di Valencia e Alicante, con quelle di Firenze, Pavia, Politecnico di Torino, insieme a numerosi istituti culturali italiani ed europei.

 

Fort Hensel: rubata la bandiera dell'impero austro-ungarico
Da udine.diariodelweb.it del 18 ottobre 2018

MALBORGHETTO-VALBRUNA – E’ durata poco più di 3 mesi la permanenza della bandiera con l’aquila a due teste sulla cima di Fort Hensel. Nei giorni scorsi, infatti, qualcuno ha pensato bene di farla sparire, lasciando di stucco chi, negli ultimi anni, si è impegnato per ridare vita alla fortificazione austro-ungarica risalente al periodo napoleonico. Un colpo pianificato nel dettaglio, visto che il vessillo non è stato strappato dall'asta con il rischio di poterlo rovinare, ma è stato sfilato dopo aver smontato i sostegni che lo reggevano. Con attrezzi, come si leggi sulla pagina Facebook dedicata al Fort Hensel, che di solito le persone no si portano in auto. Quindi potrebbe essere l'azione di un collezionista o di qualcuno che non ha apprezzato il ritorno di una bandiera asburgica in valle.

L'AMAREZZA DI CHI LAVORA PER VALORIZZARE IL FORTE - «Tre cose ci dispiacciono – si legge ancora su Facebook – la prima è che quella bandiera era stata acquistata con fondi privati e rimessa nel suo luogo originario non per spirito di rivalsa o per mancare di rispetto a qualcuno, ma semplicemente per rendere omaggio a chi ha costruito e difeso Fort Hensel; la seconda è che questo furto è avvenuto a distanza di pochi mesi dalla bellissima festa per la creazione del Parco Tematico di Fort Hensel e del suo collegamento con il paese di Malborghetto attraverso il Soldatenweg; la terza, ed è quella che ci fa più male, è che abbiamo sbagliato noi riponendo troppa fiducia nel prossimo».

UNO SFREGIO AL TERRITORIO - Un gesto che ha lasciato certamente l’amaro in bocca a chi ha voluto ridare un senso storico e turistico a questa fortificazione, ma che non fermerà le attività di promozione e riscoperta del manufatto. «Una cosa è certa – conclude il post apparso su Facebook – se mai un'altra bandiera dovesse nuovamente sventolare su Fort Hensel allora, nostro malgrado, dovremo ricorrere ai ripari e fare in modo che nessuno possa più privare alcun bambino di guardare quello 'strano' vessillo e domandare 'perché quell'aquila ha due teste?'».

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Ducale di Bovino
Da corrieresalentino.it del 17 ottobre 2018

Il Castello di Bovino è una roccaforte di notevole rilevanza strategica giacché si erge su uno sperone di roccia che sovrasta l’omonimo vallo, consentendo un’ampia visuale. Tale importanza strategica è testimoniata dalla presenza in loco di vestigia militari risalenti all’epoca romana e probabilmente anche prima. Successivamente il luogo fu un’importante piazza di difesa anche per Longobardi e Bizantini.

Anche la Torre a Cavaliere, eretta sotto la signoria della famiglia di Loretello che ebbe il feudo di Bovino fra il 1059 ed 1182, sembra testimoniare l’importanza strategica della rocca. Sul finire del XI secolo d.C., con l’assestarsi del dominio normanno sul Meridione d’Italia, Drogone de Hauteville rase al suolo la precedente costruzione ed eresse un primo nucleo del castello inglobando anche la torre cilindrica. Successive modifiche furono effettuate sotto Federico II di Svevia a cui si deve anche la costruzione del cassero (con tale nome si intende in architettura, la parte elevata di una fortificazione) che attualmente è ciò che resta della residenza del luogotenente dell’esercito imperiale.

Nella fortezza ebbero dimora temporanea Manfredi, figlio di Federico II, e diversi sovrani Angioini, mentre la ebbero fissa la famiglia Estendardo, e la famiglia spagnola dei de Guevara, che risedettero sino al 1961. In particolare Don Giovanni de Guevara, nominato Duca di Bovino intorno al 1600 da Filippo III d’Asburgo Re di Spagna, provvide a trasformare il castello in una lussuosa residenza ducale. Sotto la signoria di questa famiglia ci fu un primo ampliamento del castello lungo i lati meridionale ed orientale con la costituzione di una struttura tipicamente seicentesca, mentre nel XVIII secolo venne eretta la torre dell’orologio ed il complesso architettonico fu arricchito con un bellissimo giardino pensile. Nella fortezza sembra siano stati ospitati nel corso della storia anche diversi personaggi illustri, fra cui ricordiamo il Pontefice Benedetto XII, Maria Teresa d’Austria ed i letterati Torquato Tasso e Giovan Battista Marino. Cosimo Enrico Marseglia

 

Messina: l’ex Polveriera di Campo Italia potrebbe diventare un ricovero per animali
Da strettoweb.com del 17 ottobre 2018

A margine dell’incontro che si è tenuto oggi tra il sindaco, il vicesindaco, l’assessore Minutoli e l’ing. Giusto Santoro dell’Agenzia del Demanio, oltre alle questioni legate al Palagiustizia, si è discusso di tutta una serie di questioni legate all’Agenzia del Demanio quali il sistema di fortificazioni della città di Messina, il Palazzo Reale in prossimità della Dogana e altri manufatti che sono parte del patrimonio dell’Agenzia del Demanio, ma in utilizzo al Comune .

Si è manifestata da subito l’intenzione di riattivare tutte le procedure strumentali o comunque sinergiche a quelle del programma dell’Amministrazione comunale e nello specifico il sistema di fortificazioni da legare ad un percorso sia turistico che sportivo, mentre per quanto riguarda il Palazzo Reale da collegare a tutto ciò che sarà il sistema del waterfront e un’altra serie di immobili da utilizzare per funzioni specifiche.

Precisamente si è parlato dell’ex Polveriera di Campo Italia, dove potrebbe essere allocato un primo ricovero per animali e insieme all’assessore Minutoli si è discusso di predisporre una dettagliata relazione per l’utilizzo di tali aree che poi potranno essere utili per le finalità discusse.

 

A Brezzo di Bedero la Linea Cadorna tra storia, cultura, valori sociali e misteri
Da luinonotizie.it del 17 ottobre 2018

di Roberto Bramani Araldi) Un sabato mattina come tanti di questo mese di ottobre poco autunnale e molto primaverile, quello appena passato, un pallido sole, filtrato dai fitti rami del sentiero, la temperatura frizzante, uno sparuto gruppo intento ad ascoltare un oratore ispirato e prorompente dinanzi ad una apertura misteriosa sotto una collinetta delimitata da un muro possente, in parte crollato: ma di cosa stiamo parlando? Dell’iniziativa voluta dal Comune di Brezzo di Bedero, patrocinata dal consigliere Dario Colombo e dall’assessore Giuliano Targa, di coinvolgere un insigne studioso come Antonio Trotti, conservatore, responsabile dei servizi educativi e del Centro di documentazione e Studio del Museo della Guerra Bianca in Adamello, per fornire un quadro esaustivo, a coloro che desiderassero approfondire l’argomento, sulle fortificazioni edificate durante la Prima Guerra Mondiale del 15/18, in tal modo allineandosi alle celebrazioni del centenario della sua conclusione. Trotti provoca, vuole provocare: “La dizione Linea Cadorna è un falso!

Il Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, non si occupava di fortificazioni! Inoltre la linea, così come in parte è stata realizzata, venne concepita, nei primissimi progetti, addirittura nel 1870 e il suo sviluppo aveva lo scopo di creare una serie di fortificazioni per costituire la Frontiera Nord in difesa dei confini della neonata Italia. Le prime costruzioni vennero attuate in Val d’Aosta per fronteggiare quello che poteva rappresentare il potenziale pericolo di allora: la Francia! Nella Grande Guerra, nessuno dello Stato Maggiore ipotizzava che gli austriaci, impegnati su un fronte vastissimo, potessero invadere la Svizzera e da lì colpire alle spalle l’Italia, allargando ulteriormente il fronte e aumentando le difficoltà connesse con approvvigionamenti sempre più scarsi!”. “Ma allora perché venne chiamata Linea Cadorna e, soprattutto, perché vennero portati avanti lavori imponenti proprio durante la belligeranza”, si domandano gli astanti? Trotti è ormai inarrestabile, il suo fluido eloquio straripa d’entusiasmo: “Ebbe una chiara valenza sociale il dare avvio ai lavori di completamento. La popolazione soffriva la fame, lo sforzo del Paese era rivolto a mantenere efficiente l’industria bellica, le braccia erano al fronte e chi era rimasto a casa aveva perso il loro sostegno, quindi aprire nuovi sbocchi di lavoro, pur mal retribuito ed irto di rischi, rappresentava una risorsa e il mantenimento di una pace interna, indispensabile per il proseguimento del conflitto”.

Dopo il chiarimento sul falso si procede a varcare la soglia misteriosa. Dopo pochi passi si è sommersi dall’oscurità, la tenue luce proveniente dall’esterno non riesce a sostenere che pochi metri di percorso, compaiono le torce elettriche a svelare tunnel enormi, nei quali potrebbe tranquillamente transitare un mezzo di trasporto pesante, finché si arriva alla sala della cannoniera “Sirpo”, molto ampia e con una feritoia rivolta all’esterno per consentire all’enorme cannone – almeno 6 tonnellate di peso -, che lì avrebbe dovuto alloggiare, di sparare i suoi colpi sul nemico. Ci sono residui vari, lo stato è ancora precario, i lavori da svolgere per conferirle un aspetto accattivante non saranno irrilevanti, tuttavia lo spazio potrebbe essere sfruttato per iniziative a carattere culturale, dai concerti alle rappresentazioni teatrali, naturalmente per un pubblico limitato, ma sarebbe davvero suggestivo poter osservare la trasformazione di un’opera di morte in un sacrario della cultura, una delle più nobili espressioni dell’animo umano. Forse questa è la sfida che l’Amministrazione sembra propensa a sostenere, di certo l’impegno profuso sinora a rendere agibile il percorso della carrareccia, per riportare alla luce cippi, scoli e postazioni è stato encomiabile, anche perché sovente attuato di persona, ma rimane ancora molto da fare per centrare altri obiettivi. E allora grazie, dottor Trotti, per aver illuminato i tunnel che portano alla cannoniera con la luce della storia: le torce sono state indispensabili per non inciampare, ma il sollevare il velo sul passato è stato un regalo per il quale Brezzo di Bedero non può provare che gratitudine.

 

Loano non solo mare, giovedì 18 ottobre gita ai Forti di Nava
Da savonanews.it del 16 ottobre 2018

Proseguono le escursioni di “Loano non solo mare”, il programma curato dalla sezione loanese del Cai con il patrocinio dell'assessorato a turismo, cultura e sport del Comune di Loano. La destinazione della prossima gita, in programma giovedì 18 ottobre, saranno i Forti di Nava. L'escursione, organizzata in collaborazione e “in compagnia” del gruppo “Giovedì in Liguria” e del Cai di Savona, segue un itinerario che toccherà le varie fortificazioni costruite nella seconda metà dell'ottocento a difesa del Colle di Nava, importante via di comunicazione fra Piemonte e Liguria. I partecipanti si ritroveranno alle 8.30 in piazza Valerga. Da qui si avvieranno in auto verso Ortovero e Pieve di Teco, proseguendo in direzione di Ormea. Superato Pornassio e pervenuti al Colle di Nava, si raggiungerà un ampio spazio situato poco oltre il Forte Centrale: qui verranno lasciate le auto e inizierà l'escursione a piedi.

All'inizio dell'escursione è prevista la visita agli ambienti interni ed esterni del forte. Terminata la visita i partecipanti imboccheranno una stradina che passa al fianco del successivo Forte Bellarasco, una possente struttura militare usata fino a pochi anni fa dall'esercito italiano. Si prosegue quindi per uno stradello e si imbocca a sinistra un evidente sentiero che risale la cresta fra boschi e slarghi erbosi. In questo modo si potrà raggiungere il punto più alto dell'itinerario, il Forte Richermo: si tratta di una costruzione rotonda e non molto grande, gemello del Forte Pozzanghi, posizionato sulla parte opposta della valle; ambedue le strutture avevano ovvii compiti di guardia e di copertura al forte Centrale. Dal forte Richermo si potrà godere di un vasto panorama sulle Alpi Liguri. Imboccando un sentiero roccioso e sempre immerso nel bosco, gli escursionisti arriveranno alla bella e vasta radura del colle di San Bernardo d'Armo, dove sorge la piccola omonima chiesetta risalente al '600 e ricostruita negli anni '50 del secolo scorso. Di qui un comodo percorso riporterà al forte Centrale di Nava ed alle auto.La gita avrà una durata di circa 4 ore e seguirà un itinerario ad anello con un dislivello di 400 metri circa. I capogita sono Mario Chiappero, Cesare Zunino, Gianni Simonato e Beppe Peretti.

Per la partecipazione alla gita di non soci Cai è necessario sottoscrivere l'assicurazione nominativa infortuni, da richiedere entro le ore 12 del giorno precedente lo svolgimento dell'attività stessa telefonando a Laura Panicucci (tel. 019.67.23.66, cell. 3497854220). L'obiettivo di “Loano non solo mare” è promuovere la pratica escursionistica come occasione di socializzazione, benessere personale, conoscenza e valorizzazione del territorio.

 

Giornate Fai, un successo le aperture del Torrione Visconteo e Vescovado
Da repubblica.it del 15 ottobre 2018

Grande successo per le Giornate Fai d'autunno con migliaia di parmigiani e turisti che hanno potuto visitare luoghi storici solitamente chiusi al pubblico. Nel week end in città sono state aperti in via del tutto straordinaria il Torrione Visconteo, la chiesa Sancta Maria Schola Dei all'interno Certosa di San Girolamo e il Vescovado.

La torre medioevale che sorge in via dei Farnese di fronte al palazzo della Pilotta, sul lato opposto del torrente, fu costruita da Bernabò Visconti nel XIV secolo per fortificare l'estremità del ponte allora esistente. Piacevole il panorama che si può osservare dalle finestre dell'ultimo piano del Torrione Visconteo che domina il Lungoparma, il parco Ducale, il ponte Verdi e il Complesso Monumentale della Pilotta. luoghi solitamente non accessibili al pubblico.

Nel week end, grazie all’impegno dei volontari Fai, è stato dunque possibile scoprire il monastero quattrocentesco della Certosa di Parma, il Torrione Visconteo, architettura militare di epoca medievale, e il palazzo del Vescovado, custode della storia religiosa e civile della nostra città dall'XI secolo ad oggi.

Luoghi solitamente non accessibili. (foto Marco Vasini)

 

Torri costiere dell’area siracusana, convegno storico provinciale ad Augusta
Da lagazzettaaugustana.it del 15 ottobre 2018

AUGUSTA – “Torri costiere dell’area siracusana dal periodo spagnolo alla Seconda guerra mondiale”. Questo il titolo di una conferenza storico-culturale che si terrà ad Augusta sabato 20 ottobre alle ore 18 nella sede dell’associazione filantropica “Umberto I”, in via Principe Umberto 130.

A promuoverla, oltre all’associazione ospitante, il “Centro studi storico-militari di Augusta” (Cssma) e l’associazione culturale “Lamba Doria” di Siracusa, i cui presidenti porgeranno un saluto, rispettivamente Mimmo Di Franco, Vittorio Sardo e Alberto Moscuzza.

Tra le torri costiere trattate, c’è Torre Avalos (nella foto in evidenza), che sarà oggetto di un approfondimento storico da parte di Francesco Paci, componente del Cssma e referente locale della “Lamba Doria”.

Tra le torri costiere in provincia, verranno attenzionate la Torre di Penisola Magnisi, in territorio di Priolo Gargallo, con una relazione di Marinella Tino, la Torre Cuba, a Siracusa, con una relazione di Lorenzo Bovi, e la Torre Xibini, a Pachino, con una relazione di Alberto Moscuzza, tutti e tre dell’associazione “Lamba Doria”.

 

PARLIAMO DI MISSILI? RIFLESSIONI SU UNA CAPACITÀ NEGLETTA
Da difesaonline.it del 15 ottobre 2018

L’argomento missili nel nostro Paese ha viaggiato sempre “sotto traccia”, eppure abbiamo una industria di prim’ordine. Se ne parla ora per le polemiche politiche sorte intorno al programma CAMM-ER, che sta per: “common anti-air modular missile extended-range” una sigla che ai più dice poco.

Stupisce che le attuali discussioni trascurino la valenza eminentemente difensiva del programma, che dovrebbe invece essere premiale nella visione strategica del nostro Paese che ha bandito il concetto di attacco anche dal lessico comune. Ma andiamo con ordine.

Nel contesto delle operazioni militari la difesa e l’attacco sono due distinti momenti tattici cui corrispondono due diverse predisposizioni fisiche e mentali. Pur distinti, difesa e attacco sono però inscindibili: l’una non avrebbe senso senza l’altro.

Così come non avrebbe senso la lancia – che dell’attacco è il paradigma - senza lo scudo, altrettanto vale per l’opposto. È un dato di fatto che buona parte dei “dividendi” derivanti dalla fine della “guerra fredda” siano stati pagati dal drastico ridimensionamento dello “scudo”. In sostanza, nel generale ridimensionamento delle spese della difesa è avvenuto che i tagli degli investimenti nella componente missilistica, sia di quella basata a terra sia di quella imbarcata sui mezzi aerei, siano stati proporzionalmente più ingenti rispetto ai tagli in altri settori.

È questa una situazione che si riscontra, pur con diverse accentuazioni, in quasi tutti i Paesi della NATO. L’Italia in particolare è fra i Paesi che nell’ultimo quarto di secolo hanno ridotto maggiormente gli investimenti. Come conseguenza il segmento missilistico nel suo complesso si trova ora in profonda sofferenza; gli esistenti sistemi missilistici divenuti obsoleti non sono stati rimpiazzati come a suo tempo si sarebbe dovuto e l’industria nazionale, che gode ancora di un notevole prestigio internazionale grazie a talune scelte lungimiranti effettuate in passato, è ora in evidente affanno.

Fra tutti, il segmento missilistico più “mortificato” è senza dubbio quello dei complessi e quindi costosi sistemi superficie-aria, deputati alla difesa da minacce provenienti dall’aria.

Il taglio egli investimenti nella difesa non è però la sola causa. L’accantonamento della “guerra fredda” ha reso più remota, almeno in termini percettivi, la prospettiva di un attacco aereo massivo al territorio nazionale, di conseguenza questi sistemi di difesa hanno perso progressivamente di priorità. Si aggiunga poi che anche il loro concetto di impiego, essenzialmente statico per la protezione del territorio nazionale, appare obsoleto in tempi di operazioni “fuori area”.

L’esperienza delle operazioni militari cui il nostro Paese partecipato dagli anni 90 del secolo scorso in poi, e che si sono svolte senza alcun vero contrasto dal cielo, hanno semmai rafforzato in molti l’idea che i complessi e costosi sistemi missilistici superficie–aria non costituiscono ormai una priorità. Le polemiche attuali sul CAMMER ne sono la dimostrazione.

Le vere priorità per contro sono diventate le operazioni di contro-insorgenza e le cosiddette operazioni “ibride” nei riguardi di attori internazionali, temibili quanto si vuole, ma comunque privi di una organizzazione statuale e quindi di una aeronautica capace di infliggere danni dal cielo e tantomeno di colpire il territorio italiano.

Coerentemente con questo sentire generalizzato gli investimenti della Difesa italiana, invero particolarmente risicati nel loro complesso, da almeno due decenni stanno andando in direzioni diverse rispetto alla difesa missilistica. Relativamente a quest’ultima ci si è limitati ad onorare gli obblighi internazionali assunti nei programmi PAAMS e SAMP/T e per il MEADS si è deciso, di malavoglia, di finanziare solamente il completamento dello sviluppo.

Eppure a livello geo-politico molte cose in questi anni post-guerra fredda sono andate progressivamente mutando. La proliferazione di sistemi aerei offensivi innanzitutto non è mai cessata, nonostante gli sforzi di contenimento messi in atto dalla Comunità Internazionale. A ciò hanno contribuito sicuramente gli avanzamenti tecnologici che hanno reso accessibili economicamente dei sistemi molto evoluti anche a soggetti internazionali - statuali e non - che altrimenti non avrebbero potuto permetterseli.

Si aggiunga a questo la particolare politica di taluni Paesi “proliferanti”, ansiosi di piazzare i propri prodotti nel grande mercato internazionale delle armi per incamerare valuta pregiata nelle loro asfittiche economie, e non solo per questo.

È un dato di fatto ormai che dei moderni e aggiornati sistemi aerei offensivi sono nella disponibilità di una moltitudine di soggetti statuali, molti dei quali rientrano del raggio di attenzione dell’Italia. La crescente ritrosia della Comunità Internazionale ad impegnare propri soldati sul terreno per stabilizzare aree di crisi, forse può essere spiegata anche con questo. La minaccia di un intervento degli Stati Uniti in Siria, a suo tempo tanto agitata è stata subito accantonata per l’alto rischio; una avventura del genere in Siria non sarebbe stata una “passeggiata” come altri interventi effettuati dagli USA e dai suoi alleati nel recente passato, e questo per la qualità dei sistemi d’arma missilistici – molti di costruzione russa - presenti in quel Paese. Anche l’assioma che mezzi offensivi di alta complessità e tecnologia non siano gestibili da soggetti non statuali viene messo in seria discussione da taluni accadimenti internazionali.

I separatisti ucraini filo-russi per citarne uno, con il sospetto abbattimento il 17 luglio 2014 del volo MH 17 da parte di un SA-11, hanno dimostrato di saper maneggiare molto bene questi sistemi d’arma ad elevata tecnologia. Il passo successivo con l’acquisizione di una capacità balistica da parte di Paesi appartenenti alla nostra area di interesse oppure di altri soggetti comunque in grado di colpire il territorio del nostro Paese, piaccia o meno, è nella logica delle cose e, se vogliamo, anche inevitabile.

In termini quantitativi molto probabilmente questa minaccia non sarà “esistenziale” come era quella della “guerra fredda”, tuttavia potrebbe essere tale da condizionare le scelte politiche del nostro Paese: il ché non è poco. Occorre quindi una profonda riflessione sulla corretta priorità da assegnare allo “scudo” e cioè alla difesa missilistica del nostro Paese. I sistemi Skyguard e Spada sono obsoleti e necessitano di essere sostituiti a breve termine, auspicabilmente con il CAMMER di MBDA Italia, tanto contestato ora. Da notare che questa azienda ha potuto avviare il programma con la consorella MBDA UK, nonostante l’assenza di finanziamenti pubblici, grazie ad un sapiente utilizzo di fondi strutturali europei. I sistemi PAAMS e FSAF SAMP/T di cui disponiamo sono invece sufficientemente moderni però sono stati pensati per la protezione delle forze e questo sono in grado di fare.

Per il futuro serve anche qualcosa in più - di valenza politica se si vuole - in grado di estendere un ombrello di protezione anche ad aree particolarmente sensibili del territorio nazionale. In altre parole serve un sistema di difesa missilistica superficie/aria che offra una protezione anche da minacce balistiche e che metta al riparo l’Italia da possibili ricatti di natura politica da parte di chicchessia. L’aggiornamento del SAMP/T e il conferimento al sistema d’arma di capacità antibalistiche potrebbe essere una risposta a questa esigenza.

Altre alternative non se ne vedono all’orizzonte, a meno di non rivedere la decisione che ha di fatto congelato il MEADS al solo completamento della sua fase di sviluppo. Le carenze del nostro sistema di sicurezza nazionale, dal lato dello “scudo”, oltre che dalla cronica carenza di risorse è imputabile anche ad una serie di occasioni mancate.

In primis l’indecisione circa il sistema di difesa missilistica a medio raggio su cui puntare per il futuro, che ha mantenuto in vita per anni due programmi parzialmente sovrapponibili, il MEADS e il SAMP/T: un lusso che pochi Paesi si possono permettere.

Ancora, il fatto di aver finanziato lo sviluppo del MEADS, con una quota parte italiana molto ingente dell’ordine degli 800 milioni di Euro, senza che vi fossero idee chiare sulla sua produzione…

Non è più tempo di ripetere certi errori. È necessario riportare nel giusto equilibrio lo “scudo” e la “lancia”, per continuare con la metafora. Si tratta di effettuare delle scelte chiare e ponderate sul sistema di protezione missilistica di cui il nostro Paese ha bisogno, orientando opportunamente gli investimenti della difesa. Tutto secondo una gradualità che tenga conto anche della realtà economica ma che non si limiti a mere considerazioni di natura contabile.

Decidere o meno un investimento esclusivamente sulla base dei costi non risponde a nessuna logica, né economica né tantomeno programmatica. I costi sono un fattore importante ma devono essere comparati anche con i ritorni industriali e tecnologici: in Italia esistono delle capacità realizzative maturate faticosamente negli anni che è un peccato disperdere. Occorre considerare che un programma di difesa missilistica offre anche molte opportunità per uno sfruttamento duale delle sue tecnologie.

Si pensino alle ricadute che possono derivare in termini di: sorveglianza del territorio, controllo di piattaforme aeree non pilotate, sensori a radiofrequenza, sistemi trasmissivi e altro: applicazioni, queste, intrinsecamente tutte civili.

E questo significa posti di lavoro e sviluppo economico di cui si avverte un grande bisogno. Infine una considerazione di natura politica. Variare le priorità nei programmi di investimento della Difesa richiede coraggio perché non è un esercizio neutro: per uno che avanza come priorità significa che un altro oppure degli altri programmi inevitabilmente potrebbero retrocedere.

Possono insorgere immotivati irrigidimenti da quanti – a tutti i livelli: politico, industriale e di singola Forza Armata - si sentono delusi nelle aspettative, ma questo non può essere di impedimento quando sono in ballo l’interesse e la sicurezza del Paese. In tempi di preoccupazione per i conti pubblici, quale è quello attuale, non è facile ottenere il favore dell’opinione pubblica quando si tratta di programmi della difesa che possono comportare anche uno sforzo finanziario.

Eppure esistono dei validi argomenti di ordine etico a favore di un sistema di protezione di aree sensibili del nostro Paese da minacce provenienti dall’aria. Il suo carattere difensivo innanzitutto e di  conseguenza il superiore valore etico che lo “scudo” ha rispetto alla “lancia”, e poi il fatto che la minaccia da contrastare non è rivolta solo verso le forze militari ma coinvolge soprattutto l’universo dei civili.

Lo sbilanciamento della nostra architettura della difesa fra “scudo” e “lancia” è il risultato di un quarto di secolo di scelte discutibili e anche di tante “non scelte” in termini di investimenti della difesa: è tempo ora di rimediare evitando polemiche che possono far smarrire il senso delle cose.

Articolo di Stefano Panato  (foto: MBDA / EI /AM / MoD Fed. russa)

 

Ferrovie: dentro il Bunker della stazione di Roma Termini
Da ferrovie.info.it del 14 ottobre 2018

Costruito negli anni '30, quello che va sotto il nome di “Bunker di Roma Termini” è un gioiello di archeologia industriale situato a dieci metri di profondità. All'interno di esso, 730 leve erano a disposizione del capostazione e dei suoi addetti per predisporre i binari in superficie e delineare il percorso dei treni che dovevano arrivare a o partire dalla stazione Termini. I banchi sono la copia esatta di quelli in opera 30 metri più in alto, nella vecchia cabina dismessa nel 1999, replicati per far sì che se la stazione fosse stata sotto i bombardamenti, la circolazione non sarebbe stata interrotta.

All'interno del bunker, raggiungibile con una profonda serie di scalini, non ci sono solo i banchi a leve, ma anche una cella in cui, durante il fascismo, potevano essere rinchiusi coloro che fossero intenzionati a sabotarne il funzionamento. Ma non solo loro. Secondo alcune fonti, lavorare alle leve tra gli anni ‘30 e ‘60 significava ripetere per ore e senza fermarsi un movimento meccanico, alienante. Se qualcuno impazziva veniva costretto all’isolamento, lasciato in cella per ore, anche se non si sa se questa funzione venne mai effettivamente utilizzata. In un'altra stanza è poi presente un sofisticato impianto di aerazione che serviva a ripulire l'aria in caso di attacchi chimici. Dentro ci sono forni per bruciare la calce e una serie di bombole una dietro l’altra.

Sulla parete frontale il quadro sinottico riproduce gli instradamenti con tutte le linee afferenti la Capitale. Una volta che i binari erano stati predisposti, le leve non si sarebbero più rialzate fino all’arrivo del treno in stazione. Le sale di fianco contengono gli armadi per i relè mente tornando nella sala principale, l’attenzione si posa sul tavolo centrale da cui verosimilmente si comandava il tutto.

Su di esso sono presenti alcuni strumenti che all’epoca erano di assoluta avanguardia, come un contenitore metallico con un orologio e una placca dove veniva inserito un foglio, una specie di scatola nera, usata per registrare i movimenti dei treni. Il bunker non è normalmente accessibile, anche se qualcosa in tal senso si sta facendo. La speranza è che un giorno possa essere visitabile sia questo sia la vecchia cabina in alto ad esso speculare, ricordi di un periodo della nostra ferrovia che appartiene inesorabilmente alla storia.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Mesagne
Da corrieresalentino.it del 14 ottobre 2018

MESAGNE (Brindisi) – Molti storici presumono che già sotto la dominazione bizantina fosse presente in Mesagne un presidio militare fortificato o Castrum, con funzioni di difesa e di controllo delle vie di comunicazione del territorio. Tuttavia la costruzione di un primo nucleo del castello risale probabilmente alla dominazione normanna verso la seconda metà dell’XI secolo. Intorno al 1195 Mesagne viene assegnato come feudo all’Ordine dei Cavalieri Teutonici ed alcuni atti rogati da Federico II di Svevia sanciscono l’obbligo per i Mesagnesi di ristrutturare la torre a spese loro. Nel 1256 Manfredi, figlio di Federico, per combattere una lega a lui ostile formata dalle città di Brindisi, Lecce, Oria e Mesagne, dapprima assediò quest’ultima, quindi la prese devastandola. Anche la fortezza subì gravi danni tuttavia fu utilizzata dallo stesso Manfredi come base logistica per la successiva manovra offensiva contro Brindisi. Furono gli Angioini, nel 1276, a ricostruire la cittadina ed a restaurare il suo castello tuttavia, in un manoscritto risalente alla fine del XVI secolo, lo storico Cataldo Antonio Mannarino ci informa che nella prima metà del XV secolo il nucleo antico del castello fu abbattuto per volere del Principe di Taranto e Conte di Lecce Giovanni Antonio Orsini del Balzo perché giudicato pericolante ed al suo posto venne eretto il torrione, circondato da un fossato scavalcabile con un ponte levatoio ligneo non più esistente e probabilmente posto sul versante sud, dal momento che proprio su tale lato si trovano le sole feritoie e caditoie attraverso le quali venivano lanciati oggetti vari per frenare o arrestare l’assalto nemico. Da una pianta riportata dallo stesso storico si evince che alla fine del XVI secolo Mesagne aveva una cinta muraria rinforzata da 22 torrette.

Nel XVII secolo, sotto la signoria della famiglia De Angelis che affida i lavori all’architetto e sacerdote Francesco Capodieci, il Castello di Mesagne viene sottoposto ad interventi di ampliamento ed a modifiche, venendo ad assumere l’attuale aspetto. Al Capodieci si deve la progettazione dei piani superiori, nonché la capacità di armonizzare i nuovi ambienti con quelli precedenti con uno stile tipicamente barocco. Anche il torrione fu arricchito con l’aggiunta di finestre barocche. Durante i primi anni del XX secolo in alcune stanze del versante sud vi fu un asilo infantile gestito dalle suore Antoniane, in seguito gli stessi locali furono utilizzati come laboratorio per la lavorazione dei tabacchi. Nel corso di alcuni scavi archeologici è stata trovata nella struttura una tomba di epoca messapica. Dal 1973 il Castello è proprietà del Comune che lo acquistò dal Marchese Granafei. La parte più antica della struttura, come abbiamo visto è il torrione ricostruito su disposizione di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, che presenta una pianta quadrangolare ed è munito di beccatelli e merlature in alto, inoltre si notano le già citate feritoie e caditoie. La struttura della restante parte è rettangolare, ma risulta estremamente manomessa in seguito alle aggiunte e modifiche barocche. Il castello ha infatti perso del tutto l’originale assetto, acquistando le sembianze di residenza signorile fortificata. Cosimo Enrico Marseglia

 

Grande scoperta a Castellina in Chianti: Brunelleschi progettò le antiche fortificazioni
Da radiosienatv.it del 14 ottobre 2018

Il Gruppo Archeologico Salingolpe associazione culturale di volontariato avente sede legale a Castellina ma operante in tutta l’area Chianti organizza per sabato 27 ottobre ore 17.30l presso la Sala Niccolai del Circolo Italia a Castellina una pubblica conferenza per divulgare l’importante scoperta riguardante l’intervento brunelleschiano nelle fortificazioni di Castellina in Chianti. L’evento è realizzato con il prezioso supporto dell’Associazione Circolo Italia di Castellina e unitamente ai seguenti operatori economici locali: Enoteca Le Volte Foto Ottica Le Volte Farmacia Berti Ristorante Sotto le Volte Enoteca La Cantinetta Belvedere di San Leonino Fotografo Andrea Rontini e Taverna Squarcialupi.

Le indagini che hanno portato a individuare ampi tratti delle mura attribuibili al genio del Brunelleschi si devono al chiarissimo prof. Arch. Massimo Ricci che terrà la conferenza “L’intervento di Brunelleschi a Castellina” per illustrare i risultati del suo studio. “Come è noto agli storici – dichiara Vito De Meo presidente del Gruppo Archeologico Salingolpe – dopo la devastante invasione viscontea del 1397l Firenze delibera fin dal 1400 la riedificazione fortificata di Castellina in Chianti un processo in verità molto lento. Ciò che non sapevamo però è che l’intervento brunelleschiano non si limitò semplicemente a una generica supervisione mal al contrario rappresentò la parte fondamentale di tutto l’impianto fortificato. Via delle Volte da sempre considerata una conseguenza dovuta a un successivo sviluppo edilizio con il progressivo addossarsi delle case sulle mura perimetrali è in realtà un’opera finita così concepita dal genio di Brunelleschi fin dal principio. Un unicum nel suo genere. Questa scoperta che si deve al prof. Ricci ovviamente cambia molte cose: Castellina è un centro fortificato in tutto e per tutto dall’opera del celebre architetto.

Consideriamo inoltre questo studio anche come un’utile occasione di valorizzazione territoriale poiché oltre a produrre un contributo importante in termini meramente storici e scientifici arricchisce la consapevolezza civica della popolazione nonché l’attrattività turistica e culturale verso i numerosi visitatori che ogni anno trascorrono le vacanze qui in Chianti”. “I lavori di fortificazione della Castellina – specifica il prof. Massimo Ricci – si protrassero per diversi anni senza giungere a una conclusione. Nel frattempo la guerra con la solita nemica Siena aumentò l’importanza strategica di Castellina Rencine e Staggia che costituivano il primo avamposto di Firenze. Proprio per questo motivo fu incaricato Filippo Brunelleschi che per queste contrade effettuò un sopralluogo documentato nel 1431. Si può affermare che proprio alla Castellina mise in pratica prima volta nella storia i suoi concetti formali arrivando a concepire i primi dispositivi murari che potevano sostenere l’impatto delle prime armi a polvere da sparo. Ne sia prova il percorso interrato protetto da “volte in pietra” che inventò alla Castellina e che rivoluzionò i canoni della difesa Medievale (difesa piombante).

Nel corso di alcuni sopralluoghi eseguiti personalmente ho potuto appurare che questo dispositivo difensivo unitamente a tutto il disegno generale del castello porta la firma del Grande architetto. Come sarà evidenziato nel corso della conferenza l’opera di Giuliano da Sangallo che si verificò quasi mezzo secolo più tardi (1478)l si limitò solamente a lievi modifiche ai “vivi di volata” che furono semplicemente allargati per permettere l’utilizzo di armi a polvere da sparo ormai del tutto presenti in ambito miliare e anche più potenti rispetto a quelle dei tempi del Brunelleschi. Dobbiamo ascrivere al Brunelleschi dunque anche i primi archetipi di fortificazioni attive contro la polvere da sparo. A Castellina in Chiantil Via delle Volte rappresenta il primo esempio di percorso di guardia interrato della storia. Durante la conferenza presenterò un breve compendio sugli archetipi dell’architettura militare del Grande Architetto che proprio nelle mura della Castellina ebbero il battesimo e aprirono la strada all’architettura militare del ‘500”.

 

Tra bellezze storiche e luoghi da scoprire. Cavriana svela tutto il suo itinerario
Da gazzettadimantova.it del 13 ottobre 2018

CAVRIANA. Grazie alle Giornate Fai d’Autunno, oggi giornata di riscoperta di Villa Mirra, dei Bunker antiaerei e della Base Scatter a Cavriana ma, soprattutto, come ha spiegato il sindaco Giorgio Cauzzi, «una giornata per scoprire e valorizzare il nostro territorio. Questa occasione ci ricorda che i primi responsabili della tutela del nostro territorio siamo noi stessi, noi cittadini. Abbiamo un percorso articolato che ci porta fino a quello che per tutti è sempre stato “il radar”, un luogo misterioso, che pochi conoscono. Da bambini giravano miti sulla base, c'è chi diceva che si aprisse, come nei film di 007, e uscissero i missili. Per molti sarà la scoperta di un luogo dove non ci si poteva neppure avvicinare».

BASE SCATTER E VILLA MIRRA 

L'ex Base Imbz, questo il nome in codice, è la vera attrazione della giornata a Cavriana. Paola e Graziano, fra i responsabili del gruppo Fai di Castiglione che gestisce queste aperture, raccontano l'importanza di questo luogo. «Era uno snodo di comunicazione importante. Esisteva, infatti, un arco, una sorta di contro-confine radio della Cortina di Ferro. Un ponte radio che circondava il confine con i paesi del patto di Varsavia. Cavriana era inserita in questo arco e la base acquista ancora più importanza quando, nel 1966, la Francia esce dal Patto Nato». percorsi guidati Di quella base oggi resta ben poco, ma i ragazzi e le ragazze del Fai l’hanno voluta aprire non solo per le motivazioni date dal sindaco, ma anche perché «il nostro gruppo ci tiene a far conoscere luoghi e location e, allo stesso tempo, a far provare emozioni. Vogliamo usare i luoghi per raccontare la macro storia e le storie della gente. Anche nella prima parte della nostra visita, e cioè quella della già nota Villa Mirra, faremo conoscere la storia, il perché si chiama “Villa Mirra” e, soprattutto, perché c’è anche un giardino ricco di piante esotiche. Qui si cercò di produrre banane, ma non vogliamo svelare di più, chi verrà saprà» concludono i volontari sorridendo.

I bunker
Stessa cosa per i Bunker, aperti grazie alla collaborazione con Xplora, ma solo per gli iscritti al Fai, «anche in questo caso - spiegano Paola e Graziano - puntiamo sulle storie di un paese che aveva paura e aveva scavato questi luoghi di protezione, per evitare le bombe». Un'ultimo aspetto riguarda gli spostamenti.

 

Per i suoi numerosi castelli, l’Abruzzo è detto la Baviera d’Italia
Da siviaggia.it  del 10 ottobre 2018

Castello di Rocca Calascio

L’Abruzzo è un grande museo di architettura militare all’aperto. Non c’è borgo, cima, passo o promontorio che non abbia la sua torre o il suo recinto fortificato, eretti per motivi di difesa. Tra i più suggestivi c’è il castello duecentesco di Rocca Calascio, in provincia dell’Aquila, tra i più d’Europa.

Posto a quasi 1.500 metri di altitudine, in posizione dominante sulla Valle del Tirino e la Piana di Navelli, spazia su un panorama montano mozzafiato rimasto intatto. Conserva ancora le strutture murarie e perfino una rarissima merlatura originale.

La costruzione originaria della rocca, costituita da un torrione isolato di forma quadrangolare a pietre già squadrate, si fa risalire all’anno mille e serviva come torre d’avvistamento.

La sua posizione ha reso Rocca Calascio un set cinematografico naturale per diversi film di impronta Medievale, tra cui “Lady Hawke”, “Il nome della rosa” e “Il viaggio della sposa” che hanno contribuito a renderlo famoso in tutto il mondo.

Civitella del Tronto

A Civitella del Tronto, in provincia di Teramo, c’è una fortezza dalle caratteristiche uniche, visitata ogni anno da storici e studiosi.

È una delle più imponenti opere di ingegneria militare d’Europa. Comprende architetture di varie epoche disposte su diversi livelli, collegate tra loro da varie rampe.

Situata a 600 metri di altezza in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno di Napoli con lo Stato Pontificio, ha una forma ellittica, con un’estensione di 25mila metri quadrati e una lunghezza di oltre 500 metri. Appartenuta a Filippo II d’Asburgo, re di Spagna, passata poi ai Borboni, venne abbandonata a metà del 1800 e depredata.

Oggi è visitabile lungo i tre camminamenti coperti, le vaste piazze d’armi, le cisterne (una sola delle quali visitabile), i lunghi camminamenti di ronda, i resti del Palazzo del Governatore, la Chiesa di San Giacomo e le caserme dei soldati.

Castello di Caldora

Vero e proprio gioiello dell’architettura militare è anche Castel Manfrino a Valle Castellana (TE).

Si trova in uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi dell’intera provincia, al confine con l’ascolano ea 900 metri su uno sperone roccioso che sovrasta le vallate del Salinello. Secondo la leggenda, fu re Manfredi, figlio naturale dell’imperatore Federico II, a volerne la costruzione per difendere il confine settentrionale del suo Regno dalle incursioni. Alla sua sconfitta, il castello passò sotto il controllo degli Angiò. I ruderi oggi sono accessibili al pubblico attraverso passerelle di legno e acciaio.

Recentemente restaurato è il Castello Caldora di Pacentro (AQ), che faceva parte, insieme ai castelli di Pettorano, Introdacqua, Anversa, Bugnara, Popoli e Roccacasale, del sistema difensivo della Valle Peligna. Situato alla sommità del suggestivo borgo dall’architettura medievale rimasta intatta, tanto da essere inserito nel Club dei Borghi più belli d’Italia, è una delle più belle fortificazioni medievali abruzzesi.

Il Castello Cantelmo di Pettorano sul Gizio (AQ) è uno dei fortilizi più interessanti del territorio. Abbandonato per decenni e ridotto allo stato di rudere, è stato restaurato negli Anni ’90 e ospita, oggi, delle mostre permanenti come “Gli Uomini e la Montagna”, la “Mostra dei carbonai”, “Reperti archeologici di età Romana” ecc.

Roccascalegna

È uno dei più suggestivi e possenti castelli abruzzesi quello di Roccascalegna (CH). Si erge su uno sperone roccioso da cui domina il caratteristico borgo medievale, il vallone del Rio Secco e l’ampia vallata del Sangro. La sua origine è molto probabilmente legata ai Longobardi che, intorno al V/VI secolo, fortificarono la rocca che poi passò sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi e man mano assunse un aspetto sempre più elaborato.

Impossibile citare tutti i 700 luoghi tra castelli e fortezze che si incontrano nell’interno dell’Abruzzo.

Citiamo solamente quelli più noti, come il Palazzo Castellano dei Conti di Celano a Castelvecchio Subequo, il Castello dei Conti di Sangro ad Anversa degli Abruzzi, il Castello di Roccacasale e il Castello Piccolomini di Balsorano, tutti in provincia dell’Aquila, il Castello della Monica e il Castello di Pagliara a Isola del Gran Sasso, che si trovano nei pressi di Teramo. E molti altri ancora.

 

Hangar Cansiglio: l'ex base Nato diventa una struttura di memoria e cultura
Da trevisotoday.it del 10 ottobre 2018

A dieci anni di distanza dalla consegna al Veneto della caserma Bianchin, ex base Nato in Cansiglio e in seguito ai recenti lavori di restauro ecologico dell’area di recupero strutturale dei fabbricati, Veneto agricoltura ha annunciato nelle scorse ore di voler restituire alla collettività la struttura restaurata, edificio importante per lo sviluppo di attività sociali, storico-culturali e naturalistiche nella foresta dell’Alpago.

Il restauro, realizzato grazie ad un finanziamento della Regione, verrà inaugurato venerdì 9 novembre alle ore 11 con un evento che si delinea molto importante per tutto il territorio. Verrà infatti creato un ulteriore spazio che, oltre ad essere segno forte di un tempo fortunatamente passato (la Guerra Fredda), risponde alla necessità di strutture che possano rispondere alla domanda di luoghi per convegni, eventi e meeting. Il programma della giornata inaugurale prevede: dalle ore 10.30 il taglio del nastro e la benedizione dell’hangar Cansiglio.

Alle 11 ci sarà il saluto delle autorità con Gianluca Forcolin e Giuseppe Pan. Alle 11.30 saranno presentati i lavori di recupero ecologico dell’area militare e il restauro dell’hangar con Paola Berto di Veneto Agricoltura.

A mezzogiorno l’hangar del Cansiglio sarà ufficialmente inaugurato e presentato alla collettività.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Corigliano d’Otranto
Da corrieresalentino.it  del 10 ottobre 2018

CORIGLIANO D’OTRANTO (Lecce) – Posto sul lato meridionale dell’antica  cinta muraria, il Castello di Corigliano d’Otranto è un vero gioiello tra le piazzeforti di epoca rinascimentale che è possibile ammirare in Puglia, rappresentando inoltre il momento di passaggio dal torrione a pianta quadrata a quella rotonda di forma cilindrica, infatti: “Il Castello di Corigliano, nella sua completa ristrutturazione operata da Giovan Battista Delli Monti, si pone come lo stereotipo più rappresentativo del cambiamento della tipologia architettonica difensiva che passa dallo sviluppo verticale delle torri prismatico trecentesche alle fortificazioni turrite, basse e scarpate” ( G.O. D’Urso – S. Avantaggiato, “Il Castello di Corigliano d’Otranto”, Lecce, Edizioni del Grifo, 2009).

Sorto probabilmente in epoca medievale, fu successivamente ristrutturato ed ingrandito nel periodo compreso fra il 1514 ed il 1519 da Giovan Battista de’ Monti Signore di Corigliano che, in seguito alla presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480 ed alla successiva riconquista, lo adeguò ai canoni difensivi dell’epoca. La struttura si presenta a pianta quadrata con quattro torri angolari cilindriche, munite di cannoniere lungo i fianchi, con casematte ubicate sia al pianterreno sia al primo piano. Su tutte le torri sono presenti le armi della famiglia de’ Monti. Il castello è circondato da un ampio fossato. Le torri sono dedicate a quattro santi, partendo da quella settentrionale, esattamente a sinistra guardando la facciata principale, e procedendo in senso antiorario sono dette: di San Michele Arcangelo, di Sant’Antonio Abate, di San Giorgio e di San Giovanni Battista.

Nel XVII secolo viene a perdersi l’originaria funzione difensiva del castello ed ha inizio la trasformazione in residenza signorile. In particolare il Duca Francesco Trane, nuovo signore che aveva precedentemente acquistato nel 1651 la fortezza dalla famiglia de’ Monti, provvide nel 1667 alla costruzione della nuova facciata principale interamente barocca, addossata alla precedente, munita di tredici nicchie in cui vennero poste altrettante statue allegoriche, nonché otto busti di grandi comandanti di epoche passate. Iscrizioni celebrative completano la facciata cui si aggiunse una bellissima balconata in pietra leccese ed una balaustra ornata di fregi, fiori, animali mitologici, nonché il blasone dei signori. L’originale ponte levatoio ligneo venne sostituito da uno in pietra. Dal 1999 il castello è proprietà del Comune ed al suo interno ospita una biblioteca, un museo multimediale ed un book shop. Cosimo Enrico Marseglia

 

CONVEGNO SULLA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO STORICO DELLA GRANDE GUERRA
Da leccofin.it del 10 ottobre 2018

Lecco, 10 ottobre. Il quinquennio 2014-2018, ricorrenza del Centenario della Prima Guerra Mondiale, è stato un periodo nel quale anche il mondo istituzionale ha preso coscienza della ricchezza e dell’unicità del Patrimonio Culturale della Grande Guerra presente sul territorio della Regione Lombardia ed ha dato avvio ad un programma di attività volte a farne emergere la valenza culturale e l’attrattività anche turistica. In quest’ottica, venerdì 12 ottobre, presso l’auditorium del comune di Colico, si terrà un convegno si propone di inquadrare a livello storico degli avvenimenti che hanno preso corpo in Lombardia. Il primo conflitto mondiale ha infatti lasciato molte testimonianze sulle aree montane lombarde.

Gli aspri combattimenti tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-ungarico avvennero sui ghiacciai e le cime presenti nei gruppi montuosi dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello, con posizioni presidiate in estate e inverno e poste a oltre tremila metri di altezza, sia sulle montagne poste tra Provincia di Brescia e Trentino e che sovrastano le Valli Giudicarie e il Lago di Garda. Una serie di sistemi di fortificazione presenti sulle montagne dell’Alto Varesotto, nell’Alto Lario e sul crinale delle Prealpi Orobie, costituisce poi un’altra straordinaria testimonianza di opere difensive costruite da parte italiana per contrastare una possibile invasione proveniente dalla Svizzera, in caso di violazione della sua neutralità. Oltre alle fortificazioni campali, sul territorio lombardo furono realizzate anche imponenti opere corazzate, due di queste, il Forte Montecchio Nord a Colico e il Forte Venini alle Motte di Oga nei pressi di Bormio, sono le meglio conservate in Italia.

Per valorizzare questo inestimabile patrimonio Regione Lombardia ha affidato ad ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste), con la collaborazione scientifica del Museo della Guerra Bianca in Adamello di Temù, un progetto di valorizzazione del patrimonio lombardo della Grande Guerra al fine di creare attività volte a farne emergere la valenza culturale e l’attrattività anche turistica. Nell’appuntamento di Colico saranno in programma interventi di rappresentanti istituzionali e studiosi impegnati rispettivamente nella promozione di azioni di tutela e valorizzazione del patrimonio storico legato alla Grande Guerra in Lombardia e nello studio e nella ricerca storica delle vicende che cento anni fa hanno così profondamente segnato il territorio lombardo e la sua popolazione. Al termine dei lavori i partecipanti si recheranno in visita al vicino Forte Montecchio Nord. La partecipazione al convegno è gratuita, previa iscrizione all’indirizzo http://www.ersaf.lombardia.it/convegno_Colico_12_10/ Per info: comunicazione@ersaf.lombardia.it

 

Mura di Padova: quattro tesori unici svelati in una notte
Da mattinodipadova.it del 10 ottobre 2018

PADOVA. Quattro luoghi che raccontano le mura cinquecentesche cittadine, tutti visitabili con guida venerdì sera. È la proposta de il mattino insieme all’assessorato alla cultura e al Comitato Mura. Due turni, massimo 25 persone per visita, uno alle 21 e l’altro alle 22, prenotabili Padova vanta la cinta bastionaria rinascimentale più estesa d’Europa (11 km), conservata quasi interamente, anche se non sempre in condizioni ideali. È un patrimonio conosciuto da pochi, spesso invisibile, nascosto da vegetazione ed edifici sorti nel tempo. Venerdì sarà un’occasione unica per visitare Bastione Impossibile, Torrione Alicorno, Porta Ognissanti e Castelnuovo.


«Il Bastione Impossibile», rivela Ugo Fadini, del Comitato Mura, «in via Raggio di Sole, fu caparbiamente voluto dal generale Bartolomeo d’Alviano contro il parere di tutti, tal'è detto “impossibile” perché sembrava impossibile fosse completato per tempo, invece ci riuscirono. Nasce per usi difensivi, nel 1944 è stato diventato rifugio antiaereo e rappresenta un triste luogo della memoria perché vi morirono 200 persone. C’è uno stretto legame con la città, rappresentato anche dall’edificio subito fuori, la scuola Randi che agli inizi del ’ 900 fu un sanatorio per i bimbi malati di tubercolosi».


Il Bastione Alicorno, cuore del progetto di un parco delle Mura Al bastione Alicorno è stato presentato il PAMU, ovvero il progetto di Parco multimediale delle Mura di Padova. Il bastione, ingresso dalll'area verde di via Cavallotti, è stato restaurato e ospita spettacoli e concerti. Il nome 'Alicorno' deriva dal latino 'alius' (altro) e 'cornio' (fiumicello), nel senso di un altro corso d'acqua, diverso dal Bacchiglione: il Piovego. La parola 'bastione' deriva probabilmente dal francese bastillon, diminutivo di bastille che significa "fortezza". «L’Alicorno, il cui ingresso è in piazzale Santa Croce», continua Fadini, «è la sentinella sul Bacchiglione della cinta rinascimentale veneziana. Il nome è una dedica a Bartolomeo d’Alviano che aveva proprio l’unicorno come simbolo delle sue imprese. È il torrione a dare il nome al canale e non viceversa come pensano in tanti. Senza dimenticare che è il bastione con la struttura interna più complessa e affascinante, utilizzata in tempi recenti come spazio teatrale. Speriamo che questo uso sia ripristinato perché è in ottime condizioni e vivere i luoghi risponde al nostro progetto di “museo narrante”: far raccontare alle mura cosa sono». Le passeggiate storiche attorno e dentro le Mura di Padova Il Comitato Mura di Padova organizza una serie di passeggiate storiche alla scoperta della cinta muraria, ogni domenica, per dieci tappe. Eccone una tra le più suggestive, accompagnati da Ugo Fadini: dal torrione di SantaGiustina al bastione Pontecorvo. Video di Paolo Cagnan


Porta Portello è per ogni padovano un luogo simbolo, il cuore della città. «La porta in sé è la più scenografica», osserva Fadini, «posizionata sull’acqua, ritratta dal Canaletto, è espressione architettonica che plaude alla bellezza e alla forza padovana sotto Leonardo Lorendan che aveva fatto della città luogo di accoglienza delle più belle menti del mondo. È stata restaurata questa primavera e potremo vedere anche la sala superiore, dedicata a Lidia Kobal, era la terrazza della porta quando non aveva il tetto». Micalizzi: il Parco delle mura e delle acque di Padova è strategico L'assessore comunale Andrea Micalizzi in barca nella golena San Massimo con il Comitato Mura e gli Amissi del Piovego per sostenere il progetto di Parco delle mura e delle acque, con il rischio concreto di sottrazione delle risorse governative inizialmente previste nel cosiddetto bando periferie

Il Castelnuovo si trova nella golena San Massimo e mostra le tracce della grande fortezza maicompletata. «Una grande fortezza mancata», chiude Fadini, «un progetto originale e temerario che immaginava una sorta di isola dell’estrema difesa».

 

Gradara, alla scoperta di uno dei borghi più belli d’Italia
Da luxgallery.it  del 9 ottobre 2018

Già allo svincolo dell'autostrada è evidente la maestosità del Castello, in cui secondo la leggenda si consumò la passione e in seguito la morte di Paolo e Francesca, per mano di Giangiotto Malatesta. Gradara è una cittadina sospesa nel tempo, arrivare qui, significa fare un tuffo nel passato. Il borgo chiuso dalla sua cinta muraria, che rappresenta un caratteristico esempio di architettura medievale, recuperata grazie ad un intervento di restauro iniziato lo scorso secolo, è un posto incantato. Il castello di Gradara è uno dei luoghi da vedere almeno una volta nella vita. La Rocca, formata da un quadrilatero con torri angolari, ha ospitato nel corso degli anni le famiglie più nobili della città: i Malatesta, gli Sforza e i Della Rovere.

Superato il ponte levatoio si accede al cortile e ci si trova di fronte al Mastio, la torre più alta del castello. Superato il cortile si accede all'edificio: al piano terra si trovano la Sala delle Torture, la Sala del Corpo di Guardia e la Cappella Gentilizia con la Pala di Andrea della Robbia (1480); poi le tante stanze come il Salone di Sigismondo e Isotta, la Sala della Passione, il Camerino di Lucrezia Borgia, la Camera del Cardinale, la Sala dei Putti, la Sala del Consiglio, e la Camera di Francesca. Un viaggio attraverso la storia che non vi lascerà delusi. La rocca è visitabile tutti i giorni dalle 8,30 alle 18,30, fatta eccezione il lunedì in cui è aperta solo la mattina. Il prezzo del biglietto è di 8 euro (4 il ridotto). Ma Gradara non è bella solo per il castello. È una cittadina in cui potete passeggiare in tutta tranquillità, perdendovi nei vicoli e nelle stradine caratteristiche. Se siete fidanzati poi, non potete perdere la «Passeggiata degli innamorati», ma anche il “Monte delle Bugie”, che attraversa la parte opposta del paese, in mezzo ad un bosco, da dove si può ammirare una vista mozzafiato, da Gabicce fino a Cesenatico.

Per chi amasse l'arte ci sono poi le due chiese più importanti di Gradara: quella di San Giovanni, situata alla destra del castello, e quella del Santissimo Sacramento, vicino alla torre dell'Orologio, nel centro del paese. Gradara è anche il top per i buongustai: la cucina è infatti un fiore all'occhiello di questo borgo. I piatti, perlopiù a base di carne e verdure, sono innaffiati dal vino Sangiovese DOC. Il piatto tipico di Gradara va assolutamente assaggiato: si tratta dei Tagliolini con la Bomba. Non voglio svelarvi di più! Il consiglio è quello di andare a Gradara sotto le feste di Natale, a dicembre infatti il borgo si arricchisce del calore natalizio: un incanto vero.

 

La Caritas nell’ex deposito aeronautica di Monte Urpinu
Da cagliaripad.it del 9 ottobre 2018

Prende forma il programma di rilancio dell’ex 68/o Deposito carburanti dell’Aeronautica di Monte Urpinu, a Cagliari, con il varo della Cittadella della Solidarietà e del Volontariato istituita nell’ottobre 2015. La Giunta, su proposta dell’assessore degli Enti locali Cristiano Erriu, ha approvato la delibera con cui si assegna all’Arcidiocesi di Cagliari una parte dei locali all’interno del compendio.

Lo scopo è quello di destinarli al Centro diocesano di assistenza della Caritas che, attraverso l’impegno dei suoi volontari, opera per la raccolta e la distribuzione di farmaci, alimenti e vestiario destinati alle fasce più povere della popolazione della Città Metropolitana. Un servizio ora ospitato in via Po, in una zona che sarà oggetto di riqualificazione urbana. nel frattempo la Direzione generale degli Enti locali, attraverso i competenti Servizi demanio e patrimonio, è chiamata a predisporre la ricognizione  dei beni dell’intero patrimonio regionale destinati o da destinare agli enti del Terzo settore, cui saranno assegnati sulla base dei criteri generali definiti in delibera. Questi ultimi, in base ai vari settori di attività e con l’ausilio dell’Osservatorio regionale del Volontariato e degli altri Enti del sistema Regione competenti in materia, saranno ulteriormente declinati e inseriti nei bandi di gara che saranno predisposti per l’assegnazione dei beni. Inoltre, viene valorizzato il ruolo dei Centri di servizio per il Volontariato, come peraltro previsto dal Codice del terzo settore.

A tale scopo, la Giunta ha deciso di assegnare all’unico CSV attualmente accreditato in Sardegna – per lo svolgimento delle sue attività (organizzazione, gestione ed erogazione dei servizi di supporto tecnico, formativo ed informativo) – l’immobile di via Falzarego n. 6, a Cagliari. Intanto si sta ultimando il programma di trasformazione delle aree dell’ex Deposito carburanti di Monte Urpinu. “È un impegno che avevamo assunto e che rispettiamo in pieno – spiega l’assessore Erriu – Siamo ormai giunti al termine di un lungo percorso nel quale abbiamo recepito le richieste del Comune di Cagliari, per venire incontro alle esigenze di spazi più adeguati per la meritevole attività della Caritas. Sono in corso ulteriori approfondimenti con l’Arcidiocesi, la Caritas, il Comune di Cagliari, l’Università degli studi e l’Ersu per definire le linee strategiche di collocazione di ulteriori presìdi di servizi di mensa e ricettività che vedrà coinvolto, tra gli altri, il compendio di viale Fra Ignazio che ha necessità di una robusta riqualificazione e di una eventuale nuova destinazione”.

 

Space X, le immagini spettacolari del lancio del razzo Falcon 9
Da tg24.sky.it del 8 ottobre 2018

A bordo del missile dell'azienda di Elon Musk, partito dalla base californiana di Vanderberg, c'è il primo satellite argentino per l'osservazione della Terra, che lavorerà con la costellazione italiana Cosmo-SkyMed per monitorare le catastrofi naturali.
Alle ore 4,41 italiane, dalla base dell'Aeronautica militare americana di Vandenberg, in California, è partito il primo satellite argentino per l'osservazione della Terra. Il Saocom 1A è stato lanciato a bordo del razzo Falcon 9 di Space X, che è poi atterrato nella stessa base californiana, illuminando a giorno il cielo notturno e regalando agli appassionati di avventure spaziali un momento magico. Per la Space X, azienda fondata da Elon Musk, è stato il primo atterraggio del razzo riutilizzabile in una base della costa occidentale degli Stati Uniti.

Il lancio Lo spettacolare lancio da record del razzo riutilizzabile segue quelli precedenti, avvenuti nella base di Cape Canaveral in Florida e su piattaforme nell'oceano Atlantico e nell'oceano Pacifico. Il satellite Saocom 1A, che lavorerà con la costellazione italiana Cosmo-SkyMed, è stato liberato 12 minuti dopo il decollo. Dopo di che il razzo Falcon 9 è atterrato nella Landing Zone 4, costruita nell'ex complesso di lancio da cui in passato partivano i razzi americani Titan.

Il ruolo di Saocom 1A Il satellite argentino di osservazione radar Saocom 1A monitorerà i livelli di umidità del suolo e i disastri naturali, come incendi e inondazioni. Lavorerà in parallelo al satellite gemello Saocom 1B, che verrà lanciato nel 2019. Entrambi si relazioneranno con la la costellazione Cosmo- SkyMed gestita dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), nell'ambito di un'importante collaborazione tra l'Asi e la Comisión Nacional de Actividades Espaciales (Conae), l'agenzia argentina deputata alle missioni spaziali.

La partnership italo-argentina Questa cooperazione ha dato vita al sistema italo-argentino Siasge (Sistema Italo Argentino di Satelliti per la Gestione delle Emergenze Ambientali e lo Sviluppo Economico). Il progetto nasce dalla volontà dei due Paesi di sviluppare un sistema operativamente integrato, unico al mondo, per la gestione e la prevenzione delle grandi emergenze naturali e ambientali, utilizzando la tecnologia radar.

 

SOPRA E SOTTO MONTE URPINU: ECCO COME VISITARE L’EX BASE DELL’AERONAUTICA
Da sardegnalive.net del 8 ottobre 2018

Trekking urbano a Cagliari domenica 14 ottobre con le guide che accompagneranno i più curiosi alla riscoperta delle bellezze ambientali, degli scorci più suggestivi e delle opere storico-archeologiche di Monte Urpinu, compresi i complessi sotterranei di rara bellezza.

La visita, con raduno alle ore 9, prevede 3 ore di salutare passeggiata tra il paesaggio urbano e le aree verdi, con una discesa nella storia delle cave di pietra e dunque nei sotterranei di Monte Urpinu, tra viale Europa, le pendici collinari poi occupate dall’Ospedale Binaghi, i polmoni verdi e infine, la visita esclusiva nell’ex deposito sotterraneo dell’Aeronautica militare mostrato come non mai, con accesso nei passaggi segreti. Ai partecipanti è raccomandata una fonte di luce e le scarpe da trekking.

Saranno due le date per partecipare all’iniziativa culturale, per una due giorni a numero chiuso: domenica 14 e, in replica, domenica 21 ottobre.

Tutte le info su: http://www.sardegnasotterranea.org (http://www.sardegnasotterranea.org/) sms e whattsapp al 3398001616 Collaborano all’iniziativa la Regione Autonoma della Sardegna, Italtour, gli speleologi del gruppo cavità Cagliaritane e altre associazioni per un evento a numero chiuso.

 

SUPERAV/ACV: un mezzo anfibio anche per le forze italiane?
Da analisidifesa.it del 8 ottobre 2018

Nel 2006 Iveco Defence Vehicles, società del gruppo CNH Industrial, decise di sviluppare in proprio un nuovo blindato anfibio, con l’intento di ampliare e completare la propria gamma di veicoli da combattimento in configurazione 8×8 che già comprendeva la blindo pesante “Centauro” ed il VBM, Veicolo Blindato Medio, che successivamente sarebbe stato denominato “Freccia”.

Non esisteva, in quel momento, alcun requisito operativo né una specifica richiesta proveniente dalle forze anfibie nazionali, Reggimento San Marco e Reggimento Lagunari, ma appariva evidente la necessità da parte di questi reparti di dare un sostituto agli M113, VCC 1 e VCC 2 che erano stati impiegati nelle operazioni in Iraq e che apparivano irrimediabilmente superati da un punto di vista operativo e fisicamente prossimi al termine della vita utile.

La casa di Bolzano non intendeva limitarsi a creare una versione anfibia del VBM, ma voleva realizzare un mezzo dotato di elevate doti marine, in grado di operare in sicurezza anche con mare forza 3 ed oltre, senza per questo rinunciare ad una eccellente mobilità a terra e ad un livello di protezione elevato, sia balistica che sotto scafo, contro mine ed ordigni esplosivi improvvisati. Il nuovo veicolo doveva inoltre possibilmente risultare aviotrasportabile a bordo di velivoli del tipo C-130, fattore che imponeva limiti di sagoma e di peso assai stringenti. Per soddisfare questi molteplici e contrastanti requisiti era necessario creare un mezzo in cui pesi e volumi fossero attentamente studiati e distribuiti, per consentire una navigazione sicura in mare aperto.

Da questa configurazione base, caratterizzata da un peso a vuoto di 15 tonnellate, si sarebbero poi potuti aggiungere elementi addizionali di protezione ed allestimenti particolari, sulla base dei requisiti dell’acquirente, per un peso massimo di 24 tonnellate in configurazione anfibia. Agli inizi del 2009 il prototipo, denominato SUPERAV (Surface Performance Amphibious Vehicle), era pronto. Faceva tesoro dell’esperienza maturata con gli altri veicoli 8×8 della casa di Bolzano, dei quali manteneva molte caratteristiche, come la trasmissione con schema ad H, le ruote, i riduttori ed i gruppi già impiegati su Centauro e VBM. Cambiava il propulsore, costituito ora da un 6 cilindri in linea CURSOR 13 da 540 CV associato ad un cambio automatico ZF dotato di sette marce avanti ed una retromarcia. Estesamente modificato rispetto al VBM era invece come dicevamo lo scafo, che assumeva una conformazione più compatta ed alta dettata dalle necessità del requisito anfibio.

Risultava inoltre più stretto, per rientrare nella sagoma massima consentita dal C-130. Naturalmente erano presenti sia un pannello frangiflutti anteriore abbattibile che lo snorkel, mentre il movimento in navigazione era assicurato da due eliche intubate posteriori che consentivano una velocità massima di circa 5,5 nodi. La configurazione generale del mezzo era quella classica, con il gruppo propulsore posto anteriormente ed il vano di trasporto nella parte centro-posteriore dello scafo.

Nonostante le limitazioni dimensionali di cui si è detto, il volume disponibile all’interno del SUPERAV consentiva comunque, in virtù della maggiore altezza, di ospitare dodici uomini più il pilota, almeno nella versione APC più semplice. I tre membri dell’equipaggio, pilota, capocarro e mitragliere, trovavano posto anteriormente sul lato sinistro, uno dietro l’altro, sfruttando lo spazio lasciato libero dal motore in linea, più alto ma più stretto rispetto al propulsore con configurazione a V impiegato sugli altri blindati Iveco DV. Nel vano posteriore trovavano invece posto dieci soldati equipaggiati, destinati ad appiedare grazie alla tradizionale rampa posteriore abbattibile. Nonostante il peso a vuoto piuttosto contenuto il SUPERAV vantava buoni livelli di protezione grazie all’utilizzo di soluzioni progettuali specifiche, di blindature avanzate ed alla marcata conformazione e V dello scafo. Anche lo schema di trasmissione “ad H”, infine, costituiva di per sé un ulteriore fattore di sicurezza in caso di esplosione sotto pancia.

Le incertezze della Difesa Come dicevamo Iveco DV aveva anticipato un possibile requisito ufficiale della Difesa che, in modo informale, sembrava riguardare una necessità complessiva di 72 veicoli per la Marina e di altrettanti per l’Esercito. Inutile precisare che queste ottimistiche previsioni, che miravano ad equipaggiare completamente con un Veicolo Blindato Anfibio (VBA) entrambi i reparti d’assalto delle nostre forze anfibie, non ebbero alcuno sviluppo, essenzialmente a causa della cronica carenza di fondi per gli investimenti militari. Successivi documenti ufficiosi delle due Forze Armate interessate riducevano realisticamente l’esigenza complessiva del VBA ad un numero di macchine sufficiente ad equipaggiare una compagnia assalto del San Marco ed una di Lagunari, per un totale compreso tra 30 e 40 macchine, per le quali peraltro non esisteva alcun requisito ufficiale né alcuna assegnazione preliminare di fondi. Ancora una volta toccava all’industria, lasciata in uno stato di completa incertezza, cercare di sbloccare l’impasse. Iveco DV, congiuntamente ad Oto Melara (oggi Leonardo) tramite la società consortile CIO, presentava pertanto nel 2012 ad Esercito e Marina un prototipo di VBA destinato alla Forza da Sbarco italiana, sviluppato con fondi privati ed ottenuto accoppiando allo scafo del SUPERAV una nuova torretta HITFIST OWS a comando remoto prodotta dalla Oto Melara a La Spezia. Purtroppo, per evidenti e perduranti ristrettezze economiche, neanche in quella sede si giunse all’approvazione da parte dello Stato Maggiore Difesa di un’Esigenza Operativa già manifestata da Marina ed Esercito, né tantomeno venne emesso un requisito tecnico-operativo che fornisse certezze all’industria e consentisse di completare il processo di sviluppo ed omologazione del veicolo anfibio, anche per possibili sbocchi all’esportazione. Ad aumentare l’incertezza complessiva della situazione contribuiva anche, con il passare degli anni, l’emergere di una nuova necessità operativa. Se, infatti, i veicoli della famiglia M-113 erano stati almeno al momento di fatto rimpiazzati nei reparti anfibi dal VTLM Lince, estesamente impiegato con successo in Afghanistan sia dal San Marco che dal Serenissima, si andava tuttavia manifestando sempre più l’urgenza di rimpiazzare nel medio periodo gli AAV-7 in dotazione ai due reparti, mezzi di buone caratteristiche marine ma assolutamente inadatti al combattimento per la grande mole, la protezione inadeguata e la mobilità a terra insufficiente. L’accento era ora posto su di una piattaforma in grado di operare in modo ottimale sia in mare, partendo dal bacino allagabile delle navi anfibie, che a terra, continuando l’azione in profondità dopo la presa di terra senza soluzione di continuità. Le recenti esperienze operative dei teatri esterni imponevano infine elevati livelli di protezione, anche antimina e contro gli IED. In mancanza di concrete prospettive immediate ed in presenza di possibili sviluppi concettuali del requisito iniziale, per quanto non formalizzato, il VBA, in quella particolare configurazione, non ebbe seguito, venendo di fatto abbandonato, anche in attesa dei nuovi interessanti sviluppi che stavano maturando dall’altra parte dell’Atlantico.

Un veicolo per i Marines Sin dalla fine degli anni novanta del secolo scorso il Corpo dei Marines degli Stati Uniti aveva avvertito la necessità di rimpiazzare i cingolati anfibi LVTP7 ormai invecchiati e concettualmente obsoleti, nonostante vari programmi di aggiornamento che li avevano portati allo standard AAV7 con nuovi motori, trasmissioni, armamento e protezioni addizionali. Il sostituto doveva garantire significativi miglioramenti nella mobilità, sia in acqua che a terra, maggiore potenza di fuoco ed un livello molto elevato di protezione e capacità di sopravvivenza sul campo di battaglia. Il programma, noto inizialmente come AAAV per Advanced Amphibious Assault Vehicle e successivamente ridenominato Expeditionary Fighting Vehicle (EFV), diede vita ad alcuni prototipi realizzati dalla General Dynamics che dovevano rappresentare il vertice della tecnologia del settore dei veicoli anfibi e facevano ricorso a soluzioni costruttive innovative e complesse.

Mosso a terra su cingoli ed in acqua con idrogetti, il mezzo, dotato di torretta armata di cannoncino automatico Mk 44 Bushmaster da 30 mm, doveva fornire elevatissime doti marine per soddisfare i rigidi requisiti dell’USMC che ne prevedevano la messa a mare a grande distanza dalla costa, da raggiungere ad una velocità massima di oltre 20 nodi. A terra l’EFV doveva poi poter cooperare strettamente con i carri M-1 e viaggiare a 72 chilometri all’ora, trasportando 17 uomini completamente equipaggiati e 3 membri di equipaggio. Lo sviluppo del mezzo si protrasse per vari anni, evidenziando però numerosissimi problemi tecnici e continui aumenti di costo.

Dopo varie traversie il programma venne infine cancellato nel 2012 per i costi elevati ed il mancato raggiungimento delle prestazioni previste. Questo insuccesso portò i Marines a programmare, in sostituzione dell’EFV, l’acquisizione di due mezzi differenti. Il primo, denominato MPC per Marine Personnel Carrier, sarebbe stato un trasporto truppe ruotato in grado di garantire adeguata protezione e mobilità tattica ad un nucleo di 8-9 marines e sarebbe giunto a terra a bordo di mezzi da sbarco tradizionali o a cuscino d’aria.

L’altro veicolo, designato ACV, Amphibious Combat Vehicle, avrebbe dovuto invece svolgere almeno in parte il ruolo del defunto EFV, ossia trasportare le truppe a terra in condizioni di relativa sicurezza e ad alta velocità. Durante un’operazione di sbarco un numero limitato di ACV sarebbe partito direttamente dai bacini delle navi anfibie poste a non meno di 12 miglia dalla costa per trasportare sulle spiagge, alla velocità di almeno 8 nodi, la prima ondata di Marines, che avrebbe conquistato e reso sicura la testa di ponte. Successivamente un numero superiore di MPC sarebbe sceso dai mezzi da sbarco per rinforzare la prima aliquota e proseguire l’azione in profondità.

E’ in questa fase che i Marines, alla ricerca di un mezzo che rispondesse ai requisiti del programma MPC, iniziano a manifestare un interesse crescente nei confronti del SUPERAV. Per avere maggiori possibilità di successo in caso di un possibile futuro concorso ufficiale, la casa di Bolzano decise pertanto di scegliere un partner locale e strinse un accordo di partnership con BAE Systems, un’azienda di grande esperienza nel settore che avrebbe eventualmente agito come prime contractor nel mercato statunitense. Nell’agosto del 2112 l’USMC rilasciò un primo contratto di 3,5 milioni di dollari a quattro compagnie, tra cui il team Iveco DV/BAE Systems, per lo studio preliminare di un mezzo e la verifica iniziale delle sue caratteristiche anfibie e di protezione. Il SUPERAV, che tanto aveva impressionato i Marines per le sue superiori doti marine, risultava, nella configurazione iniziale, troppo piccolo per le specifiche esigenze americane, che richiedevano il trasporto di almeno 10 soldati completamente equipaggiati e muniti di vaste dotazioni e rifornimenti per alcuni giorni. Per meglio rispondere a tali requisiti lo scafo venne pertanto modificato, divenendo più largo e più alto rispetto alla versione precedente. Il peso massimo passava di conseguenza dalle 24-25 tonnellate a 29-30, rendendo necessaria l’adozione di un motore CURSOR 16 più potente per una migliore mobilità. Tra il 2013 ed il 2014 il concetto operativo dell’USMC basato sul doppio requisito di due mezzi complementari doveva però fare i conti con le restrizioni finanziarie, le difficoltà tecniche già evidenziate dal precedente programma EFV e con i rischi della budget sequestration. Il Corpo decise pertanto di rinunciare all’MPC e di mantenere l’ACV come progetto prioritario, sostanzialmente rivisto però alla luce delle nuove limitazioni budgetarie e delle concrete possibilità tecnologiche.

Nel gennaio del 2014 pertanto l’allora Comandante dei Marines, Generale Amos, annunciò l’adozione di un approccio incrementale alla sostituzione degli AAV7 che prevedeva una prima fase, denominata ACV 1, finalizzata all’acquisizione in tempi rapidi di un mezzo basato su tecnologie mature e concepito essenzialmente per operare a terra, svolgendo anche il ruolo previsto inizialmente proprio per l’MPC, ma con maggiori capacità anfibie che gli consentissero di muovere in acque interne e litoranee. La capacità di navigare autonomamente in mare aperto sarebbe stata preferenziale, ma non essenziale. Gli ACV 1 infatti sarebbero stati trasportati di norma dalle navi alla spiaggia tramite mezzi da sbarco, dai tradizionali LCU ai veloci LCAC e fino ai nuovi Joint High Speed Vessel. Il requisito relativo ad un veicolo di superiori doti marine in grado di navigare ad alta velocità rimaneva valido, ma alla luce delle difficoltà contingenti sarebbe stato demandato ad una successiva e piuttosto nebulosa fase ACV 2.0. Come misura tampone veniva infine deciso un ulteriore ammodernamento di parte della flotta di oltre mille AAV7 in servizio: 392 veicoli avrebbero ricevuto una nuova trasmissione, corazzature addizionali, migliore protezione da mine e IED e sedili sospesi anti esplosione per il personale trasportato. Tale rinnovata impostazione complessiva era favorita anche da una revisione concettuale delle dottrine operative dei Marines, nelle quali perdevano rilevanza o addirittura erano accantonati quegli scenari di assalto anfibio diretto su costa presidiata dal nemico (stile Tarawa o D-Day) che imponevano una grande velocità di trasferimento in acqua. Di conseguenza il compito di proiettare a terra il più velocemente possibile aliquote importanti della forza da sbarco sarebbe ricaduto per molti anni ancora essenzialmente sui vettori aerei, quali i convertiplani MV-22 Osprey e gli elicotteri pesanti CH-53K. La fase ACV 1, che complessivamente avrebbe riguardato 6-700 veicoli, venne ulteriormente suddivisa in due successivi stadi incrementali. Il primo, denominato ACV 1.1, sarebbe stato costituito da circa 200 veicoli ruotati anfibi di progetto sostanzialmente derivato dagli studi già effettuati per l’abortito MPC. Tali mezzi, realizzati in configurazione trasporto truppe, sarebbero stati dotati di eccellente mobilità a terra e di elevata protezione balistica, con scafo a V per minimizzare gli effetti delle esplosioni di mine ed ordigni improvvisati. Destinati ad entrare in servizio intorno al 2020, sarebbero stati armati di mitragliatrice pesante da 12,7 mm o di lanciagranate automatico da 40 mm in torretta a comando remoto. Del peso di circa 30 tonnellate a pieno carico, l’ACV 1.1 avrebbe dovuto trasportare 10-13 marines oltre a tre membri di equipaggio, possedere doti di galleggiamento simili a quelle degli AAV7, navigare per almeno tre miglia con mare forza 3 e muovere alla velocità di 6 nodi in acque calme. Il successivo stadio ACV 1.2 avrebbe riguardato circa 490 mezzi da realizzarsi oltre che in versione trasporto truppa anche nelle varianti speciali per posto comando, manutenzione e recupero e supporto di fuoco previste negli organici degli Assault Amphibian Battalion. Nei programmi iniziali i mezzi previsti nella fase 1.2 avrebbero dovuto possedere maggiori doti anfibie e di velocità in acqua rispetto agli ACV 1.1, mentre non era escluso il ritorno ad una configurazione su cingoli. Successivamente, per ovvie considerazioni di ordine economico, logistico ed operativo, i requisiti dei due stadi della fase 1 furono sostanzialmente amalgamati in un unico veicolo, che avrebbe avuto sin dall’inizio caratteristiche più avanzate, anche per poter accelerare la sua distribuzione ai reparti. Era comunque fatta salva la possibilità di inserire negli ACV 1.2 tutti i miglioramenti che l’esperienza operativa dei mezzi precedenti avrebbe suggerito.

La gara per l'ACV Su questa base nel novembre del 2014 i Marines rilasciarono un bando ufficiale (Request for Proposal – RFP) con il quale si richiedeva all’industria, ossia sostanzialmente alle stesse ditte che avevano sviluppato i prototipi della gara dell’MPC, precise informazioni su costi, caratteristiche e tempistiche per la il rinnovato ACV1.1. Dopo un esame preliminare dei progetti presentati dai vari candidati, il 24 novembre del 2015 vennero individuati due finalisti per la fase di sviluppo avanzato (EMD – Engineering and Manufacturing Development): il team formato da BAE Systems ed Iveco DV con il rinnovato SUPERAV e quello costituito da SAIC e Singapore Technology Kinetics che presentava il Terrex 2. Entrambi i concorrenti avrebbero prodotto per la valutazione finale 16 prototipi, che sarebbero stati sottoposti nei due anni successivi ad estese sperimentazioni, test distruttivi e verifiche molto complete. Nonostante il ruolo di prime contractor rivestito dal partner BAE Systems (massicciamente presente negli USA), l’azienda bolzanina era fortemente coinvolta nella produzione dei prototipi, per i quali forniva, oltre ovviamente al progetto di cui era proprietaria, motore, cambio, trasmissione, sospensioni ed impianto frenante, in aggiunta alle protezioni antimina, compresi gli speciali sedili per il personale trasportato. Molte componenti, come è nella tradizione di Iveco DV, erano realizzate completamente in sede, partendo dalla fusione o da elementi grezzi, come nel caso del motore, delle trasmissioni, dei trasferitori di coppia, delle sospensioni e degli ammortizzatori.

BAE Systems, dal canto proprio, avrebbe realizzato negli Stati Uniti i gusci dello scafo tagliando e saldando le lamiere balistiche, vi avrebbe installato le componenti giunte dall’Italia e provveduto ad aggiungere armamento, dotazioni elettroniche e protezioni balistiche addizionali. I severi test di valutazione finale e le prove operative evidenziarono la superiorità del SUPERAV sull’altro concorrente, soprattutto nella mobilità a terra, nella protezione e nelle caratteristiche anfibie. Venne valutata positivamente anche la buona capacità di trasporto di 13 soldati equipaggiati più i tre membri di equipaggio, che consentiva ad un solo mezzo di trasportare una squadra organica di marines, attualmente appunto di 13 uomini e di 12 nel prossimo futuro. Concordemente ai programmi iniziali ed alle rigide tempistiche imposte dai Marines, il 19 giugno 2018 il progetto di Iveco DV/BAE Systems veniva proclamato vincitore, ricevendo un contratto iniziale del valore di 198 milioni di dollari per la produzione dei primi 30 esemplari a basso ritmo (fase di Low Rate Initial Production), con consegne a partire dal 2019. Si concludeva così per l’USMC un’autentica saga che aveva visto protrarsi per molti anni un programma di acquisizione ritenuto essenziale, ma bersagliato continuamente da mutamenti di specifiche, nuove direttive, concessioni di fondi altalenanti ed improvvisi colpi di scena. Grande e comprensibile era la soddisfazione a Bolzano per il raggiungimento di un risultato commerciale e di immagine per certi versi storico, che aveva visto l’affermazione in un mercato tradizionalmente difficile ed estremamente esigente e selettivo. In quell’occasione il CEO di Iveco Defence Vehicles, Vincenzo Giannelli, teneva infatti a dichiarare che “questo accordo rappresenta una pietra miliare nella nostra asformazione in player globale. Attraverso la partnership con BAE Systems in questo programma il nostro know-how e la nostra eccellenza tecnica sono stati riconosciuti e vengono ora posti al servizio dei Marines degli Stati Uniti. E’ per noi un privilegio contribuire a realizzare il futuro dei loro mezzi anfibi da combattimento”. Determinante ai fini del successo finale era risultata infatti la completa e fattiva collaborazione con BAE Systems, che aveva dato vita ad un team monolitico ed affiatato, in grado di agire sempre unitariamente.

Ai 30 esemplari attualmente commissionati ne seguiranno, in base ad opzioni future, altri 30 da realizzarsi con le medesime modalità dei primi, per proseguire quindi con la produzione a pieno ritmo (Full Rate Production) di 148 mezzi, suddivisi in due tranche di 56 e 92, da completarsi entro il 2023. Gli esemplari di serie non dovrebbero discostarsi molto dai prototipi, ricevendo rispetto a questi solo modifiche di dettaglio, ad ulteriore conferma della maturità del progetto italiano. Il valore complessivo dell’intera fornitura dei 208 esemplari di ACV 1.1, di cui 4 destinati a prove distruttive, dovrebbe raggiungere 1,2 miliardi di dollari, dei quali circa 400 milioni destinati in quattro anni allo stabilimento bolzanino, che continuerà a produrre e fornire per i veicoli di serie le stesse componenti realizzate nei prototipi. I Marines hanno già identificato il primo reparto che rimpiazzerà i propri AAV7 con l’ACV: si tratta del 3rd Assault Amphibian Battalion, parte della 1° Marine Expeditionary Force di Camp Pendleton, in California, che riceverà i primi mezzi nel 2020 per raggiungere la piena capacità operativa nel 2023. Nei programmi dei Marines all’ACV 1.1 seguirà, come abbiamo visto, l’acquisizione nei successivi sei anni di 490 esemplari previsti nella fase 1.2, parte dei quali da prodursi nelle versioni speciali per posto comando, recupero, ambulanza ed appoggio di fuoco, quest’ultima munita della stessa torretta installata su alcuni Stryker dell’US Army e dotata di mitragliera da 30 mm. Con ogni probabilità anche questi mezzi verranno realizzati dallo stesso team BAE Systems/Iveco DV, il cui progetto iniziale già oggi soddisfa gran parte dei requisiti previsti per l’ACV 1.2. Per Iveco DV si prefigura quindi una partnership intensa e proficua con il Corpo dei Marines per molti anni a venire! Un’occasione da non perdere    di Alberto Scarpitta

 

SAN GIMIGNANO: AL VIA L'OPERAZIONE PER IL RECUPERO DELLE MURA
Da iltoscana.it del 8 ottobre 2018

Stanziati 500 mila euro per consolidare il tratto di mura crollato in località Porta Pisana il 3 aprile dello scorso anno


La Regione Toscana, il Comune di San Gimignano e la Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio per le provincie di Siena, Grosseto e Arezzo, hanno sottoscritto l'accordo per l'operazione di recupero delle mura di San Gimignano. Con la firma ufficiale si dà il via alle procedure per la ricostruzione della porzione di cinta muraria crollata il 3 aprile dello scorso anno. I lavori, del valore complessivo di 500mila euro, serviranno per il consolidamento delle mura medievali in località Porta Pisana. Un intervento che va a completare quello di somma urgenza realizzato dalla Soprintendenza ed è finalizzato non solo al recupero della fortificazione storica ma anche alla messa in sicurezza di un'area attualmente interdetta per evidenti rischi per la pubblica incolumità.

L'accordo stabilisce che la Regione Toscana stanzierà 200mila euro e il Ministero dei beni e delle attività culturali gli altri 300mila e l'intervento sarà realizzato dalla Soprintendenza. Il Comune di San Gimignano, da parte sua, avrà il compito di effettuare le attività e le istruttorie tecniche, le verifiche di conformità urbanistica del progetto, e dovrà realizzare il progetto della terza fase degli interventi cioè quelli di messa in sicurezza delle altre porzioni della cinta muraria. "La Regione non poteva sottrarsi a un'emergenza di questa natura - ha detto l'assessore Federica Fratoni -. Di fronte alla necessità di procedere rapidamente al recupero di mura medievali che costituiscono l'identità storico culturale della regione stessa, abbiamo promosso questo accordo di programma che vede insieme tre amministrazioni con un'integrazione perfetta di competenze e responsabilità, soprattutto con un impegno corale che credo consentirà di raggiungere un risultato davvero in breve tempo".

 

Dal bunker della guerra alla cupola che domina mezza città: in 36 mila per Le Vie dei Tesori
Da palermotoday.it del 8 ottobre 2018

Seguendo Oltre trentaseimila visitatori per il primo weekend palermitano de “Le Vie dei Tesori”. Tre giornate di visite, con cittadini e turisti spalmati dal centro storico alle borgate in periferia. Ma risulta sempre il rifugio antiaereo sotto piazza Pretoria il luogo più amato: sono oltre mille i visitatori che hanno scelto di scendere la breve scaletta in legno che porta nelle viscere della città. E seguire le spiegazioni di Will Rothier, francese con il pallino della Storia che ha deciso di vivere a Palermo e raccontarla. Ma la sua passione deve essere contagiosa se 950 visitatori si sono recati appositamente a Boccadifalco per scoprire l’ex aeroporto militare, che apriva i battenti per la prima volta e proponeva – su due distinti itinerari, uno dei quali su prenotazione – un giro tra bunker della guerra, giardini storici di antiche ville, la torre di controllo e l’hangar che i bombardamenti lasciarono intatto. A ruota, 901 visitatori hanno invece scelto il Teatro Politeama, dove i volontari e gli studenti dell’Alternanza Scuola Lavoro conducevano tra foyer e palcoscenico. Segue poi l’Oratorio di San Lorenzo (831 visite) dove ha di sicuro trascinato la curiosità legata al nuovo film di Roberto Andò che ruota attorno alla Natività del Caravaggio, trafugata proprio da questo sito. Sesto luogo più apprezzato, un must del festival, come il Santissimo Salvatore con la sua cupola da cui ci si affaccia sulla città: lo hanno scelto 830 visitatori; settimo, il Villino Florio con il suo giardino e gli arredi liberty recuperati, visitati da 750 persone.

Ma è stato anche un weekend di musei aperti: in parecchi hanno infatti scelto oggi la visita guidata de Le Vie dei Tesori anche nei siti istituzionali che aprivano gratuitamente come ogni prima domenica del mese. Dalla Zisa al Museo Salinas, dalla Cuba al Castello a mare, per citarne alcuni, il pubblico ha apprezzato lo storytelling che è il marchio del festival. Tantissimi visitatori anche al Museo Abatellis che ha sottolineato la presenza di affreschi di Pietro Novelli asportati, salvati e conservati dai luoghi originari; e al Museo Mirto dove il giornalista Mario Pintagro ha condotto le visite per gli appassionati di arredi e suppellettili d’epoca. In tantissimi hanno tentato di entrare al carcere Ucciardone, aperto soltanto su prenotazione, ma è sold out fino alla fine del festival. I fortunati hanno assistito – commuovendosi – alla visita teatralizzata dei detenuti, con la regia di Lollo Franco. E il prossimo fine settimana si replica, e così ancora per altre quattro weekend fino al 4 novembre: Le Vie dei Tesori aprono in tutto 130 luoghi, di cui 18 su prenotazione. Ultima nota a margine: un festival 4.0 che ha abituato i suoi utenti alla prenotazione on line, alle code, al rispetto dei siti. Tantissima gente anche per le passeggiate d’autore, sia in centro che fuori porta. E molti genitori che hanno affidato i bambini ai laboratori pensati per i più piccoli, o hanno partecipato con i pargoli alle visite “for family”. A Palermo Le Vie dei Tesori è la più grande manifestazione dedicata alla promozione del patrimonio culturale della città, sotto l’egida negli anni delle più alte istituzioni dello Stato (Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, ministero dei Beni Culturali). Quest’anno il Festival è inserito nelle manifestazioni a massimo richiamo turistico dell’assessorato regionale al Turismo, è iniziativa direttamente promossa dell’assessorato regionale ai Beni culturali, è incluso nelle manifestazioni dell’Anno europeo del Patrimonio culturale e nel programma ufficiale di Palermo Città della Cultura 2018.

 

Castel Pergine, ultimo scatto mancano 100 mila euro
Da ladige.it del 8 ottobre 2018

Ultimo miglio della maratona della Fondazione Castel Pergine per l’acquisto del castello di Pergine. Manca ormai meno di un mese al rogito, fissato per lunedì 5 novembre, ed l’ora degli indecisi, di quanti hanno aspettato fino ad ora per decidere se «essere della partita» oppure tirarsi indietro. Come ha illustrato al’Adige il presidente della Fondazione, Carmelo Anderle, mancano circa 100 mila euro per avere delle liquidità per giungere in tranquillità e in regola alla firma del contratto, e quindi si tratta di un momento particolarmente delicato. In poco tempo le sottoscrizioni dei privati sono aumentate notevolmente, sintomo di un ritrovato entusiasmo, e già alcune aziende ed imprese hanno assicurato la loro partecipazione e sostegno: è su questo campo che si dovrà mettere in atto la tattica giusta per chiudere la partita. Sarà infatti grazie alle imprese se la lacuna finanziaria potrà dirsi colmata.

La Fondazione sta mettendo in campo in questi giorni una decisa campagna di sensibilizzazione proprio per raccogliere le ultime adesioni. È nato anche il nuovo sito internet, dedicato alla Fondazione con il nuovo logo (che richiama il grande pilastro della sala delle guardie), dal quale si può scaricare il modulo per le sottoscrizioni. Tra l’altro, ora che la Fondazione ha assunto questo ruolo giuridico ben definito, la propria sottoscrizione potrà essere fiscalmente detratta nella dichiarazione dei redditi. Il castello tornerà anche ad ospitare, il prossimo venerdì dalle ore 17, una conferenza dell’Istituto Italiano dei Castelli: quest’anno a parlare delle fortificazioni in Lombardia orientale e nuovi casi di studio sarà l’archeologo Dario Gallina. La festa di chiusura della stagione sarà domenica 4 novembre

 

Riaperto il passaggio ai bastioni della Loggia di baluardo Donato
Da messaggeroveneto.it del 7 ottobre 2018

È stata riaperta ieri pomeriggio, a Palmanova, la Loggia di baluardo Donato con la sortita che permette il passaggio dall’interno della città stellata al fossato esterno. Il manufatto di origine secentesca, con alcune aggiunte di età napoleonica, potrà ora essere inserito nelle visite guidate ed entrare a far parte dei percorsi turistici, aggiungendo un altro prezioso e suggestivo tassello alla valorizzazione del patrimonio fortificato della città stellata.

La Loggia, come ricordato dallo storico Alberto Prelli, fu realizzata nel 1609-10, sotto il provveditore generale Barbarigo, il cui stemma è leggibile sulla chiave di volta dell’arco all’imbocco della sortita. Era un posto di guardia per circa 25 uomini, con un cambio turno che veniva dato ogni tre giorni.

La sortita, percorribile anche a cavallo, serviva, in caso di assedio, per un attacco a sorpresa al nemico posizionato all’esterno della cinta muraria. All’inaugurazione ufficiale è intervenuto ieri pomeriggio anche il presidente del Consiglio regionale Pier Mauro Zanin che ha avuto parole di elogio per l’intuizione dell’attuale maggioranza di puntare moltissimo sulla riscoperta del patrimonio storico culturale della città, rendendolo visibile e fruibile, passo dopo passo. «La gestione tuttavia – ha detto – non può ricadere solo sulle spalle della città di Palmanova. La Regione, in questo senso, può assumersi due impegni: quello di dare continuità all’opera di manutenzione delle fortificazioni e quello di cominciare a pensare al riutilizzo, anche con la presenza di servizi regionali, dei volumi storici di cui la città è ricca». Il sindaco Francesco Martines ha spiegato come questo settore di fortificazioni fosse completamente ricoperto dalla vegetazione e inutilizzato da anni: «Grazie all’impegno, alla competenza, alla passione dei forestali (gli uomini e le donne del Servizio regionale Gestione del territorio montano), si è riportata alla luce questa Loggia con la collegata sortita».

Il sindaco si è soffermato sull’importanza per Palmanova, che vi sia una sinergia con la Regione e con lo Stato per conservare la città e valorizzarla. «Palmanova – ha concluso – ha un gran bisogno di risorse perché ha una gran patrimonio che non è solo dei Palmarini, ma anche della Regione e del Paese». –

 

Spezia riemerge dal suo passato
Da cittadellaspezia.com del 7 ottobre 2018

Fino a che lo sviluppo determinato da avvento dell’Arsenale e conseguente incremento demografico non ne determinò l’abbattimento, l’allora piccola Spezia si trovava racchiusa all’interno di quattro mura, un tozzo quadrilatero dall’aspetto vagamente trapezoidale di non tanta ampiezza. Della cinta muraria la forma la dicono le carte; il percorso lo descrive accuratamente Ubaldo Mazzini. Il braccio settentrionale ad un dipresso corrispondeva alle vie Rattazzi e Biassa; da lì calavano al mare due tratti per le vie Colombo e Da Passano dopo che il muro s’era inerpicato il muro su fino al castello. Il ramo meridionale correva lungo via Cavallotti, essendo stato spostato all’inizio del Seicento dal tragitto originario che si stendeva alle spalle di via Sapri, verso il mare. Sono cose già dette e scritte, ma vale la pena chiedersi quanto la loro conoscenza sia possesso reale degli Spezzini.

Sapere il proprio passato, non mi stanco mai di ripeterlo, aiuta la comprensione del presente, ma il processo dell’apprendimento inizia proprio dalle piccole cose, qual è, ad esempio, sapere l’antica forma che caratterizzò la Spezia per circa mezzo millennio, week end più, week end meno. Per questo è stata apposta in piazza Mentana una targa che riproduce forse la più famosa carta della città, quella del 1773 del Vinzoni, con la legenda che indica i punti più significativi: l’ultima delle tante cose belle pensate dall’indimenticabile Sergio Del Santo. A rinfrescare la memoria del punto di partenza che non c’è più, è in arrivo un’altra cosa, originalissima perché completamente diversa dall’esistente e mai vista prima. Due cugini, innamorati della storia spezzina, nel tempo libero stanno realizzando, da una carta del Seicento, il plastico della città murata: 120 x 160 cm.

È in scala 1:330 anche se, precisano, per quanto riguarda le altezze degli edifici si sono dovuti arrangiare dato che nessun documento riporta la quota delle case. I due cugini sono Pino D’Ambrosio e Valter Baldiotti. Con santa pazienza, veri artigiani della qualità, lavorano da oltre quattro anni sulla loro bella idea di cui hanno portato a compimento, come si vede nelle foto, una più che abbondante metà. Siccome la parte meridionale è meno affollata di quella che le sta sopra, si può ragionevolmente stimare che non fra molto il loro progetto conoscerà la fine. Qualcuno potrà pensare che l’anticipazione è troppo prematura, ma io sono invece convinto che in questo modo chi di dovere potrà predisporre in maniera acconcia il luogo e l’occasione per far conoscere alla città questo prodotto che è autentico gioiellino. di Alberto Scaramuccia

 

Verano Brianza riscopre la sua storia medievale grazie al castello perduto
Da ilcittadinomb.it del 7 ottobre 2018

Seguendo gli indizi che portano al “castello”, luce fu sulla Verano Brianza del periodo medievale, fino a oggi un capitolo buio nella conoscenza della storia locale. A farsi largo tra gili archivi ci ha pensato Marco Longoni, consigliere delegato alla cultura e laureato in storia, anche autore del recente libro dedicato a Tullo Massarani (1826-1905) che fu personaggio significativo (anche) per le vicende veranesi. «Ho intrapreso questa ricerca per curiosità: di voci che a Verano ci fosse un castello ce n’erano, ma ho voluto verificare» spiega il 23enne, che grazie al recente studio ha riconsegnato al suo paese la consapevolezza che «anche durante il Medioevo, Verano ha mantenuto il suo ruolo di “presidio” sul Lambro e sullo snodo viario che c’era ad Agliate, ai tempi “capopieve”». Una novità importante, perché «finora conoscevamo la storia romana di Verano, ossia del “Verianum castrum” che era un accampamento con fini difensivi, e la storia moderna a partire dal 1566, con la proposta di fondazione del Convento dei Frati Cappuccini». E il Medioevo? «Oggi abbiamo quantomeno le basi per capire cosa fosse Verano in quell’epoca.

Già il fatto che venga citato in alcuni documenti indica che fosse un luogo di una certa importanza». Longoni ha individuato le fonti storiografiche che attestano la presenza di un “castellum” a Verano: «Nelle “Gesta Friderici Imperatoris in Lombardia” dell’anonimo civis Mediolanensis si racconta che il castello di Verano (Veiranus) fu saccheggiato nel maggio 1160 dall’Imperatore Federico il Barbarossa, che si stava avvicinando all’esercito milanese di stanza a Carcano. Dopo la vittoria dell’Imperatore su Milano, la Brianza fu devoluta dal contado di Milano e affidata al conte Goswin von Heinsberg. Quando il partito imperiale si infranse dopo la battaglia di Legnano, Milano si riappropriò del proprio contado, compreso il villaggio di Verano». Quest’ultimo assunse un ruolo di discreto rilievo anche nel contesto delle lotte intestine che interessarono il Comune di Milano nel XIII secolo. «Nella cronaca “Manipolus florum” di frate Galvano Fiamma (1283-1344) si legge che nel 1222 il borgo fu saccheggiato da Ardighetto Marcellino, nel conflitto tra nobiltà e popolo milanesi – spiega Longoni -. Negli anni centrali del secolo, Verano aderì al partito guelfo-popolare dei Della Torre, che fu sconfitto a Desio nel 1277 da Ottone Visconti, il quale impose la signoria della propria famiglia su Milano. Il castello di Verano rimase, tuttavia, di proprietà dei Della Torre, come si legge nel testamento del 1312 di Guido della Torre, riportato nella “Patria Historia” di Bernardino Corio (1459-1519)». Per il momento non sono state individuate informazioni posteriori al 1312. Ma «credo che il ruolo delle fortificazioni di Verano fosse funzionale alla difesa del contado a nord di Milano – specifica Longoni -. Quando i Visconti affermarono la propria superiorità su gran parte dell’Italia settentrionale, venne meno la necessità di controllare il corso del Lambro. Le notizie del castello di Verano si perdono nel XV secolo, nel periodo del tracollo del dominio visconteo e delle guerre contro Venezia». di Federica Gignorini

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Acaya
Da corrieresalentino.it del 7 ottobre 2018

Il Castello di Acaya è uno splendido esempio dell’architettura militare cinquecentesca, insieme all’intero complesso difensivo del piccolo centro fortificato. L’originale nome di Acaya era Segine, donata in feudo nel 1294 da Carlo II d’Angiò al fedele capitano Gervasio dell’Acaya, i cui discendenti ne furono signori per tre secoli circa. Nel 1506 Alfonso dell’Acaya iniziò la costruzione del primo nucleo del castello, che fu continuata da suo figlio Gian Giacomo, nato a Napoli, che provvide a rafforzare la fortezza ed il paesello con bastioni, baluardi e fossato. I lavori terminarono nel 1536, secondo quanto riportato da un’epigrafe inserita nei muri di uno dei bastioni. In memoria di Gian Giacomo il centrò mutò il nome in Acaya. In seguito a quanto realizzato nel suo feudo e per le sue capacità di abile architetto militare, acquisite studiando le fortificazioni e le tecniche belliche rinascimentali, nonché per la fedeltà dimostrata all’Imperatore Carlo V, opponendo una fiera resistenza nel 1528 all’avanzata francese in Terra d’Otranto, Gian Giacomo ottenne l’incarico di ispezionare i castelli e le mura delle varie città del Regno di Napoli, al fine di fortificarli secondo i nuovi precetti dell’architettura rinascimentale, per renderli inespugnabili. In tale compito collaborò con Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino.

Alla morte di Gian Giacomo, avvenuta nel 1570, Acaya passò dapprima al Regio Fisco, quindi nel 1608 ad Alessandro De Monti che provvide a fortificarla ulteriormente. Alla fine del XVII secolo il feudo tornava alla Corte Regia per l’estinzione del ramo principale dei signori, ma nel 1688 fu acquistato dalla famiglia De Monti-Sanfelice che subito lo rivendette ai Vernazza. Questi fortunatamente non effettuarono modifiche e così il castello ha conservato sino ad oggi il suo aspetto di fortezza rinascimentale. Il 23 settembre 1714 Acaya veniva attaccata ed espugnata dai pirati turchi e gran parte delle donne e bambini residenti si rifugiarono nel castello per volere di Anna Capuano, moglie del feudatario, il Marchese Aniello I Vernazza . Successivamente il feudo ed il castello furono venduti alla famiglia Onofrio Scarciglia di Lecce e da loro ai Rugge. Infine il maniero è stato acquistato dall’Amministrazione Provinciale di Lecce. La struttura, in linea con i canoni costruttivi delle fortezze rinascimentali, si presenta a pianta quadrangolare con bastioni angolari bassi e spessi, idonei a resistere all’urto delle armi da fuoco pesanti. In particolare allo spigolo sudorientale è posto un bastione scarpato a forma di lancia, mentre agli angoli nordorientale e sudoccidentale si innestano due possenti torrioni cilindrici.

I bastioni presentano cannoniere su tutti i livelli sia per il tiro diretto, sia per quello fiancheggiato. In tale sistema difensivo fu sperimentata per la prima volta la difesa radente. Al portale d’ingresso si accede attraverso un ponte in pietra, scavalcante il fossato, che probabilmente sostituisce l’originario ponte levatoio. Il castello comunque non ebbe solo funzioni militari bensì anche residenziali, come confermato dalla splendida sala ennagonale nella torre nordorientale. Durante recenti lavori di ristrutturazione, sul lato settentrionale del maniero sono emerse le vestigia di una chiesetta bizantina ed alcune tombe violate. Inoltre è stato scoperto un bellissimo affresco risalente alla seconda metà del XIV secolo. Cosimo Enrico Marseglia

 

San Martino, scoperto un altro bunker sotto l’ospedale:cambia la viabilità
Da ilsecoloxix.it del 6 ottobre 2018

La galleria anti-aerea venuta alla luce durante lavori di manutenzione al manto stradale. «Dovrà essere svuotata, bonificata e resa sicura»


Genova - Sembrava una buca nell’asfalto all’uscita di ponente del San Martino, su via De Toni; ha svelato invece memorie del passato dimenticate, pagine di storia dei tempi della guerra, quando - al suono delle sirene dell’allarme aereo - una rete di gallerie e bunker sotterranei a servizio dell’ospedale garantiva la sicurezza di ricoverati e personale. Di quella rete - disegnata su carte nascoste in cassetti sparpagliati tra ospedale, Università, Genio militare e Archivio di Stato - oggi nessuno ha una visione completa. E a distanza di più di settant’anni dalla fine della guerra, può capitare ancora di fare un salto all’indietro nel tempo e trovare bunker degli anni del fascismo.

L’ultima scoperta è storia di ieri. Quando, nel corso di un normale intervento di manutenzione del manto stradale, quella che sembrava una buca si è rivelata una voragine profonda oltre otto metri, un imprevisto che ha costretto la direzione del San Martino a chiudere completamente quell’accesso e avviare una piccola rivoluzione stradale: da ieri in via sperimentale e da lunedì a regime, il vecchio varco alla sinistra dell’entrata principale, a pochi metri dal grande “buco” del cantiere del parcheggio (dove oggi passano solo i pedoni) è stato riaperto ad uso esclusivo delle automediche in uscita dall’ospedale, in modo da garantire una via veloce per le emergenze anche nelle nuove condizioni, destinate a protrarsi a lungo. È la risposta - immediata e indolore - che la direzione del San Martino ha messo in campo per affrontare una emergenza imprevista e destinata a protrarsi a lungo. Perché la buca ha svelato la presenza di un vasto locale sotterraneo e gallerie tra ospedale, Dimi e Clinica neurologica, dimenticato da decenni e saturato dalle acque filtrate dall’alto, pesantemente inquinate da evidenti residui di sostanze oleose. Dopo le prime perplessità, una certezza: «Era un bunker antiaereo il cui accesso era stato murato nel dopoguerra, se n’era persa la memoria - spiega Alessandro Orazzini, responsabile dell’area tecnica del San Martino - ora dovrà essere svuotato e bonificato, poi messo in sicurezza. Noi riteniamo che la competenza sia dell’Università».  di Bruno Viani

 

FALLOUT 76: STORIA DEI RIFUGI ANTIATOMICI, LA MAGNIFICA VITA POST-NUCLEARE
Da everyeye.it del 5 ottobre 2018

La corsa agli armamenti creò un'isteria collettiva che portò alla costruzione di migliaia di rifugi antiatomici, in previsione dell'apocalisse.

La meravigliosa vita post-nucleare inizia da un confortevole bunker. Chiaro, ammesso che riusciate a entrarvi prima del disastro atomico. L'idea di poter sopravvivere all'apocalisse, all'estinzione di ogni forma di vita è ovviamente insita nella natura umana. Puro e semplice istinto che ci spinge ad aggrapparci a ogni rimedio possibile e a cercare affannosamente la migliore soluzione per avere la possibilità di aver salva la vita. Questo istinto primordiale è stato sottoposto a una pressione senza precedenti in un periodo molto recente della storia, che ha portato a un nuovo livello il concetto di "rifugio". La corsa agli armamenti delle due superpotenze che si contendevano il controllo del mondo, susseguente la fine della Seconda Guerra Mondiale, e l'innalzamento della Cortina di Ferro è stata infatti accompagnata da un'isteria collettiva senza precedenti, le cui fila furono per buona parte tenute da astute campagne mediatiche e politiche in grado di mantenere le popolazioni in uno stato di costante tensione.

L'orologio dell'apocalisse, le cui metaforiche lancette dal 1947 segnano quanti minuti mancano alla mezzanotte, in quegli anni (precisamente, nel '53) raggiunsero le 23.58. Appena due minuti da un'ipotetica fine della vita sulla Terra. Lo spostamento venne provocato dagli esperimenti degli statunitensi (e successivamente dall'URSS) di un nuovo tipo di bomba, quella all'idrogeno, caratterizzata da una potenza distruttiva tale da far impallidire quella sganciata dall'Enola Gay. Dal 1949 in avanti, soprattutto in territorio americano ma anche russo (basti pensare alla metropolitana di Mosca, idea efficacemente ripresa da Dmitrij Glukhovsky), venne a svilupparsi la cultura del rifugio antiatomico. Quest'ultimo doveva esser l'unico mezzo in grado di salvare interi nuclei familiari dal fallout, almeno secondo le molte pubblicità e le campagne propagandistiche dei governi (i cui toni "pop" sono stati portati all'estremo dalle opere targate Bethesda, tra cui l'imminente Fallout 76). In realtà si trattava di "protezioni" davvero effimere contro un'ipotetica guerra totale che le maggiori potenze hanno comunque cercato di evitare per disinnescare il rischio MAD (o Mutual Assured Destruction). La gente, comunque, ci cascò con tutte le scarpe. E iniziò a costruire rifugi nel giardino di casa alimentando una inaspettata, florida economia. Produttori di legno, cemento e acciaio fecero affari d'oro e non esitarono a pubblicare anche minuziosi opuscoli in cui istruivano l'acquirente sul miglior rifugio fai da te.

Certo, anche (e soprattutto) i governi si dotarono di enormi rifugi antiatomici tesi a proteggere la catena di comando e a garantire la continuità del governo eletto, di sicuro più attrezzati e all'avanguardia delle gettate di cemento o dei cumuli di terra imbastiti dalle persone comuni. I primi dovevano servire a scongiurare la caduta e mantenere il controllo della nazione, nonché per favorire la successiva ricostruzione. Emblematici, in questo senso, sono (almeno, quelli conosciuti negli Stati Uniti) il Project Greek Island, enorme bunker occultato sotto l'Hotel Greenbrier e in grado di ospitare il Congresso statunitense in caso di olocausto nucleare e, ovviamente, il celeberrimo complesso della Cheyenne Mountain. Questo mastodontico rifugio è sicuramente il più conosciuto e rappresentato in film e TV, essendo stato tra gli altri il centro di comando di Skynet e la base operativa della squadra Stargate SG-1 (ma appare anche in Indipendence Day e Wargames). Non possiamo, poi, dimenticare il complesso di Raven Rock, che Bethesda ha simpaticamente voluto rendere la base operativa dell'Enclave. Ma torniamo a noi. Nessuno sa esattamente quanti rifugi sono stati costruiti nel corso della Guerra Fredda (e anche dopo).

Centinaia di migliaia di americani hanno costruito il loro sogno postapocalittico. Le locandine pubblicitarie raffiguranti patinate famiglie sorridenti nel bunker, i messaggi della protezione civile, le pubblicazioni (come il Survive to Atomic Attack e il Fallout Protection), le continue esercitazioni, e la promessa della sicura salvezza hanno instillato per anni nella testa degli americani la necessità di proteggersi, creando così un bisogno irrinunciabile come quello del rifugio antiatomico pubblico (grazie al Fallout Shelter Community Program) o quello a conduzione familiare.

Quali erano gli accorgimenti da adottare (o consigliati dai dépliant) per garantire un minimo di vivibilità agli eventuali sopravvissuti e la protezione dalle radiazioni emanate dal pericoloso materiale radioattivo presente nel fallout delle ore/giorni successivi all'esplosione? Anzitutto vanno distinte le diverse tipologie di radiazioni. Le radiazioni di tipo Gamma sono le più infide, provocate dal decadimento del nucleo atomico e dotate di un maggiore grado di penetrazione, rispetto alle Alfa e alle particelle Beta.

La struttura di un bunker antiatomico viene di solito progettata per cercare di tenere all'esterno del rifugio proprio questo tipo di radiazioni. Per questo le tradizionali strutture che abbiamo imparato a conoscere da film, documentari, racconti si compongono di materiali caratterizzati da una densità molto alta e vanno a comporre strutture dalle pareti molto spesse: come le colate di cemento armato, i rivestimenti in piombo, terra pressata, stanze di mattoni costruite nel seminterrato di edifici e così via. Non sono mancati però anche rifugi fatti in legno e terra: pare potessero comunque costituire un'elementare protezione soprattutto per le prime ore del fallout, ovvero le più intense e pericolose. Di sicuro non avrebbero potuto costituire uno scudo efficace a lungo termine, ma venivano comunque consigliate come soluzione economica e a breve termine. Poi, una volta placata la caduta di pulviscolo, tutto veniva demandato alla buona volontà dei sopravvissuti che potevano iniziare ad avventurarsi all'esterno per brevi periodi di tempo, in modo da operare la manutenzione e cercare di abbassare il livello radioattivo attorno al rifugio attraverso la pulizia del terreno circostante. Un altro accorgimento consigliava di scavare attorno al bunker una trincea coperta da almeno un metro di terra pressata, con due entrate distinte per consentire, in caso di necessità, una fuga agile. Le porte o le botole di entrata, ovvero la parte più debole dell'intera struttura, dovevano essere studiate per assorbire non solo le radiazioni ma anche l'eventuale onda d'urto dell'esplosione senza venire scardinate dalla loro sede.

Di solito, i rifugi attrezzati ospitare la vita per un lungo periodo di tempo potevano contare anche di una doccia di decontaminazione, posta prima della cellula di sopravvivenza, e di un sistema di depurazione dell'aria in grado di filtrare, pulire l'aria e mantenere un livello accettabile di umidità e temperatura all'interno della struttura. Ovviamente non si dovevano dimenticare le provviste, non deperibili e possibilmente inscatolate e sotto vuoto (le quali, secondo i manuali, dovevano bastare per almeno 14 giorni), una cisterna d'acqua, qualsiasi strumento e utensile utile, una radio alimentata a batteria, torce elettriche e candele e un generatore ad accumulo, per aver garantita l'energia elettrica. Nonostante la Guerra Fredda sia finita, si sia verificata la disgregazione dell'URSS e il progressivo smantellamento degli arsenali nucleari (intendiamoci, di una parte), siano stati firmati trattati di non proliferazione, la moda del rifugio "antiatomico" non si è mai del tutto smorzata. Il fenomeno è tornato prepotentemente in auge in tempi recenti a causa della minaccia coreana, del terrorismo e del rischio di armi batteriologiche.

Si è passati quindi dall'aver paura di una singola catastrofe a temere molteplici minacce e questo ha spinto i "preppers" americani (soprattutto quelli della Costa Ovest) a correre nuovamente ai ripari, intasando i centralini delle imprese che si occupano della realizzazione dei rifugi antiatomici. Un lucroso mercato della paura che, ultimamente, ha iniziato a proporre anche bunker di lusso, dotati di tutti in comfort, con energia garantita da pannelli solari e pale eoliche, nonché spazi riservati alla coltura di piante. Insomma, un nuovo modo di affrontare l'apocalisse. Forse non così lontana. Dal 1953, anno in cui le lancette del metaforico orologio istituito dal Bulletin of Atomic Scientists vennero spostate alle 23.58, sono passati ben sessantacinque anni. Nel 2018, per la prima volta, sono tornate nuovamente su quell'ora. Dobbiamo preoccuparci? di Giovanni Calgaro

 

Tunnel della Seconda guerra mondiale sotto via Lavaggi. “Un rifugio di guerra da valorizzare”
Da lagazzettaaugustana.it del 5 ottobre 2018

AUGUSTA – La valorizzazione di due bunker della Seconda guerra mondiale presso l’ex aeroporto militare di Boccadifalco, a Palermo, stimola un interessante intervento, a cui diamo evidenza. Infatti per i bunker palermitani si è prevista l’apertura al pubblico per i prossimi weekend con tanto di biglietto, nell’ambito del festival regionale chiamato “Le vie dei tesori” che ha coinvolto anche Siracusa. Invece ad Augusta esiste un rifugio di guerra a ridosso del centro storico, ai piedi della villa comunale, di cui tuttora si ignora perfino l’esistenza, relegato per decenni all’oblio.

Un tunnel lungo oltre un centinaio di metri, risalente alla fine degli anni Trenta, che vede un accesso, attualmente sotterrato, nella villa comunale bassa, su via Lavaggi, e l’altro, il principale, vicino al campo da tennis della Marina militare. Tra i due accessi, un’ampia curva sotterranea che costeggia il lato ovest dei giardini pubblici e passa sotto l’intersezione tra via Lavaggi e via Veneto. “Il tunnel serviva da rifugio per il personale della Marina ed era diviso in sezioni per gli ufficiali, per i militari di truppa e per il personale civile.

Ai lati esistevano banchine in legno ove le persone potevano sedersi, disponeva di un impianto di illuminazione elettrica, e poteva accogliere circa un centinaio di persone“. A ricordarne l’esistenza è Raffaele Migneco, già difensore civico del Comune, che nel 2008 organizzò un sopralluogo nel tunnel (vedi foto a lato), di concerto con la stessa Marina militare. Adesso, sulla scorta dell’iniziativa palermitana, ne propone la valorizzazione, quale esempio delle numerose opportunità di sviluppo turistico di Augusta. “Il rifugio potrebbe far parte – suggerisce l’ex difensore civico – di un percorso turistico abbinato al Castello svevo ed al Museo della Piazzaforte, ove questo dovesse tornare nella sua sede naturale nel Castello“. (Nell’immagine in evidenza: nostra ricostruzione orientativa del percorso del tunnel sulla base di un “rilievo a vista” vidimato dal Difensore civico)

 

Bulgaria, 80 milioni di fondi Ue usati per restauri di castelli antichi. Ma gli esiti sono disastrosi
Del 4 ottobre 2018

SOFIA – Il governo bulgaro ha speso 80 milioni di euro di fondi europei per i restauri di castelli e fortezze medievali che si sono rivelati un totale disastro.

La nazione balcanica, scrive il Daily Mail, ha speso 80 milioni di sterline del Fondo di sviluppo regionale dell’UE per restaurare castelli e fortezze ma invece di riportarli all’antico splendore i costosi lavori hanno peggiorato la situazione con l’unico risultato di allontanare i turisti dai siti. I restauri del castello medievale di Krakra a Pernik, Bulgaria occidentale, e del forte romano di Trayanovi Vrata vicino a Ihtiman hanno peraltro attirato l’ira degli ambientalisti poiché è stato utilizzato cemento polimerico, spesso usato per fare i marciapiedi.

Il Trayanovi Vrata “era sopravvissuto a 16 secoli e ora è rovinato” commenta Stella Duleva, architetto per la protezione dei beni. Un altro duro colpo è stato inferto al forte di Krakra a Pernik, al punto che le autorità locali hanno dichiarato che nel 2019 smantelleranno il restauro. A causa dei grossolani interventi, la fortezza di Pernik è stata definita “castello di cartone” mentre il forte bizantino di Yailata bollato come “fortezza di formaggio” poiché è stato restaurato con blocchi bianchi in netto contrasto con la facciata usurata dal tempo.

I disastrosi restauri della Bulgaria arrivano in un momento in cui l‘Unione Europea (https://www.blitzquotidiano.it/politicaeuropea/ orban-anti-ue-soldi-2922431/) è alle prese con dei controlli per verificare come vengano spesi i fondi per lo sviluppo.

 

Folgaria: a scuola di pace a Base Tuono
Da l'adige.it del 4 ottobre 2018

FOLGARIA - Domani si apriranno le porte di Base Tuono e maso Spilzi per ospitare una iniziativa promossa dal Centro per la cooperazione internazionale, dal Forum per la pace e dall’amministrazione comunale di Folgaria dal titolo «La scienza per la pace».

Si tratta di un incontro che coinvolgerà gli studenti di molti istituti superiori del Trentino, che visiteranno questi luoghi in cui sono state scritte importanti pagine di storia. I temi affrontati saranno molteplici in una giornata che ha lo scopo di sensibilizzare e coinvolgere i giovani in un percorso didattico di riflessione ed analisi. Base Tuono diverrà il palcoscenico ideale dal quale il giornalista Maurizio Struffi affronterà con lucidità e dettagli storici rilevanti il periodo della guerra fredda, di cui Base Tuono è una testimonianza diretta.

Ed è proprio approfondendo questi momenti bui della storia che si parlerà di pace, un «bene» che deve essere alimentato giorno dopo giorno attraverso percorsi culturali importanti, d’integrazione e di apertura mentale. Gli studenti, divisi per gruppi di lavoro, affronteranno temi come la proliferazione nucleare, la guerra chimica, la guerra cibernetica ed il fenomeno dei grandi flussi migratori. In programma c’è anche una rappresentazione teatrale dal titolo «La Bomba», atto scritto da Giacomo Anderle, nonché un video istruttivo «Fuochi artificiali...nucleari».

 

"Scoperto" un rifugio contro le bombe in pieno centro: "Presto aperto al pubblico"
Da palermotoday.it del 4 ottobre 2018

L’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana ha avviato le procedure per il recupero e il restauro del rifugio antiaereo utilizzato dagli studenti del liceo Vittorio Emanuele II durante la seconda guerra mondiale.

Si tratta di un rifugio antiaereo collocato al di sotto del cortile principale, a servizio dell’allora liceo e ritrovato in ottime condizioni su segnalazione di Michele D’Amico, responsabile regionale del sindacato Cobas-Codir per le politiche dei Beni Culturali. “Il già prestigioso e splendido edificio che ospita la Biblioteca regionale Alberto Bombace - dichiara l’assessore dei Beni culturali Sebastiano Tusa - si arricchirà presto di un ulteriore elemento di attrazione di grande interesse storico per la città di Palermo.

E’ intenzione di questo assessorato aprire al pubblico questa interessante struttura di grande valore storico architettonico e di grande interesse culturale per la memoria della città, che ha vissuto in maniera drammatica il conflitto mondiale” Il dirigente generale Sergio Alessandro e l’assessore Tusa hanno effettuato un sopralluogo alla presenza del direttore della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, Carlo Pastena e del Direttore del Centro Regionale per il Restauro, Stefano Biondo. “Ho dato incarico all’architetto Stefano Biondo – conclude l’assessore Sebastiano Tusa – per la redazione di una perizia e di un progetto per il completo recupero del rifugio antiaereo, affinché in tempi brevi possa essere reso fruibile ai visitatori”.

 

Giornate FAI, dal bunker della stazione Termini alla Certosa di Parma, ecco 660 tesori...
Da rainews.it del 4 ottobre 2018

All'accesso in ogni luogo sarà richiesto un contributo facoltativo, preferibilmente da 2 a 5 euro, a sostegno dell'attività della Fondazione. Per gli iscritti Fai e per chi si iscriverà per la prima volta durante l'evento saranno dedicate visite esclusive, accessi prioritari ed eventi speciali. Così per esempio, a Roma si potrà visitare il Treno Presidenziale. Le vetture che lo compongono, tutte più o meno danneggiate nel corso degli eventi bellici, provenivano dal Treno Reale costruito tra il 1928 e il 1933 per le necessità di Casa Savoia, costituito a sua volta da dodici vetture del tipo 1921 a cassa metallica. Le prime tre carrozze furono realizzate nel 1929 dalla Fiat, che risultò vincitrice del Concorso Nazionale per la costruzione di un Treno Reale da allestire in occasione delle nozze del Principe ereditario Umberto di Savoia con la Principessa Maria Josè. Il Treno Reale fu arricchito con allestimenti realizzati dai migliori artigiani dell'epoca nel campo delle lavorazioni in bronzo e cuoio, degli intarsi, della tessitura, del ricamo e delle decorazioni. L'intero lavoro di costruzione e allestimento fu seguito dall'architetto Giulio Casanova della Reale Accademia Albertina di Torino. A Napoli, invece, gli iscritti Fai potranno visitare Villa di Donato, situata in piazza Sant'Eframo Vecchio, alle spalle dell'Albergo dei Poveri e del Real Orto Botanico, che nel Settecento fu casino di caccia dei baroni di Donato di Casteldonato. Gli affreschi, ben conservati, evocano scene di caccia e di vita campestre e ritraggono gli antichi abitanti della casa, gli artigiani e i progettisti che realizzarono la villa. Ricordando come le Giornate Fai siano possibili grazie all'impegno dei volontari, il presidente Fai Andrea Carandini, intervenendo alla presentazione di questa edizione 2018 nella sede del Mibac, a Roma, ha sottolineato: "Per un'attenta e capillare manutenzione dei propri beni, il Fai spende un milione e mezzo l'anno. Ha ormai una grande esperienza al riguardo". Nel corso della conferenza stampa, il Fai ha inoltre evidenziato l'importanza della campagna nazionale raccolta fondi 'Ricordati di salvare l'Italia', che si svolgerà tutto il mese di ottobre. Un modo, per il Fai, per preservare il patrimonio culturale italiano. Alla campagna si può contribuire non solo pagando la quota di iscrizione, ma anche inviando un sms solidale di 2 euro al numero 45592 o effettuando una chiamata, da rete fissa, allo stesso numero per donare 5 euro. Le Giornate Fai d'autunno si svolgeranno in collaborazione con la Commissione europea, nell'ambito delle attività dedicate all'Anno europeo del patrimonio culturale 2018. Alcuni dei luoghi aperti sabato 13 e domenica 14 ottobre sono stati, infatti, recuperati e valorizzati grazie a finanziamenti europei. Ad accogliere e guidare i visitatori nei 660 luoghi aperti ci saranno 5.000 "apprendisti Ciceroni", studenti della scuola di ogni ordine e grado che hanno scelto con i loro docenti di partecipare nell'anno scolastico a un progetto formativo di cittadinanza attiva, un'iniziativa lanciata dal Fai nel 1996. Sul sito www.fondoambiente.it è possibile verificare quali sono i luoghi aperti, gli aggiornamenti su modifiche di orari, eventuali variazioni di programma in caso di condizioni meteo avverse e la possibile chiusura anticipata delle code in caso di grande affluenza di pubblico. "Questa iniziativa - ha affermato il ministro Alberto Bonisoli - è molto positiva, si tratta di qualcosa di cui essere fieri, non solo per il Fai ma per tutto il Paese".

 

La Grande Guerra al Forte di Bard, un evento tra musica e parole
Da valledaostaglocal.it del 4 ottobre 2018

'1918-2018: Canti e memorie sulla Grande Guerra' è il titolo dell’evento in programma sabato 13 ottobre, alle ore 15, all’auditorium dell’Opera Mortai del Forte di Bard.

In occasione degli ultimi giorni di apertura della mostra 'La Guerra Bianca. Fotografie di Stefano Torrione' - allestita nel Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere sino a domenica 14 ottobre - il Forte di Bard propone un approfondimento tra musica e parole legato alle vicende belliche dell’epoca, con particolare riferimento alla vita della fortezza nel periodo della Prima Guerra Mondiale: il ruolo del Forte come reclusorio prima e come luogo di smistamento dei prigionieri austriaci poi, i combattenti di Bard, l’insurrezione dei prigionieri avvenuta all’interno della fortezza.

Verrà anche letta una testimonianza di Giuseppe Soudaz che ha combattuto sull’Adamello, per introdurre il tema della Guerra Bianca.

A dare voce alle testimonianze e ai documenti dell’epoca saranno Laura Decanale e Lucio Bovo mentre la cantautrice Maura Susanna eseguirà alcuni canti legati alla guerra. Al termine dell’incontro, seguirà una visita alla mostra La Guerra Bianca con introduzione del fotografo Stefano Torrione.

L’ingresso all’evento e alla visita è gratuito con prenotazione obbligatoria al numero 0125 833818 o alla mail prenotazioni@fortedibard.it.

 

Trekking sui Forti di Genova, tra antiche mura e il Sentiero delle Farfalle
Da mentelocale.it del 3 ottobre 2018

Una visita guidata che porta sul tetto di Genova, al Parco Urbano delle Mura e ai Forti, accompagnati da una guida escursionistica esperta. Una suggestiva camminata facile e adatta a tutti immersa nella natura, per esplorare le alture della città, le fortificazioni ottocentesche e le antiche mura. Appuntamento domenica 7 ottobre 2018, dalle 9.15, con punto d’incontro presso l’Ufficio di Informazione e Accoglienza Turistica di via Garibaldi 12 r, dal quale si raggiunge la funicolare Zecca-Righi, antico e caratteristico sistema di risalita che conduce sull’omonima collina del Righi, dove inizia il tour. Da qui il percorso si sviluppa lungo l’antico sentiero che costeggia le mura seicentesche fino al forte Sperone, per proseguire verso il forte Puin lungo il cosiddetto sentiero delle farfalle e le antiche neviere e ritornare alla funicolare costeggiando il forte Castellaccio.

L’interno dei forti non è visitabile. Ora i dettagli per partecipare al Trekking sui Forti. I biglietti sono acquistabili online e presso gli Uffici di Informazione e Accoglienza Turistica (via Garibaldi 12r, via al Porto Antico n.2) entro e non oltre le 48 ore che precedono il tour, e non sono rimborsabili. Se il servizio non sarà confermato, i partecipanti potranno avere la possibilità di ricalendarizzare la visita in altra data oppure di effettuare uno degli altri tour a scelta tra Walking Tour o il tour dei Palazzi dei Rolli Le splendide dimore genovesi del '500. In caso di cancellazione verrà inviata una mail entro le h 10.00 del giorno precedente il tour. Il servizio è subordinato al raggiungimento del numero minimo di 9 partecipanti e alle condizioni meteo. Il gruppo sarà composto da un massimo di 25 partecipanti, bambini compresi. 

 

Ceva: il Comune punta con decisione sul restauro e sulla valorizzazione del Forte
Da targatocn.it del 3 ottobre 2018

L'amministrazione comunale di Ceva dimostra ancora una volta, se mai ve ne fosse bisogno, di puntare con decisione sul restauro e sulla valorizzazione del suo Forte, un sito storico di notevole valore nel campo dell'architettura militare e nel sistema fortilizio piemontese, già oggetto di interventi avviati nel 2015 nell'ambito del Programma Territoriale Integrato "Sviluppo sostenibile del Monregalese", finanziato con fondi europei e gestito dall'Unione Montana delle Valli Mongia e Cevetta-Langa Cebana-Alta Valle Bormida.

Recentemente, il Comune di Ceva ha inteso portare avanti il progetto di valorizzazione del sito, incentivando l'offerta culturale proposta all'interno del manufatto e promuovendo lo stesso attraverso azioni volte a creare una sinergia con il territorio e i soggetti, pubblici e privati, che ne fanno parte, proponendo la propria candidatura a valere sul bando attivato dalla Compagnia di San Paolo nell'anno 2017, dal titolo "Luoghi della Cultura". 

La risposta pervenuta dall'ente torinese è stata positiva: alla città del fungo è stato riconosciuto un contributo di 95mila euro a sostegno del progetto presentato dal Comune, per l’importo complessivo di 130.517,23 euro.

Esso prevede interventi di completamento dei restauri all'interno delle cappelle affrescate, nonché azioni di valorizzazione e promozione, per le quali l'amministrazione ritiene opportuno avvalersi della professionalità dell'architetto Andrea Briatore, estensore dello studio di fattibilità e, pertanto, in possesso delle necessarie, specifiche conoscenze e competenze, anche alla luce dell'assenza di figure professionali idonee presso la struttura municipale.   

Detto fatto: nei giorni scorsi è stato assegnato l'incarico al professionista, nell'ottica di un implemento sempre crescente dell'attrattività del Forte a livello turistico-culturale. di Alessandro Nidi

 

Roma, droni sulle Mura Aureliane per verificare lo stato di salute del monumento
Da ilmessaggero.it del 3 ottobre 2018

Oggetti non identificati in volo sulle Mura Aureliane. Non si tratta di un'invasione ma di un nuovo e sofisticato sistema di analisi dei monumenti grazie a droni, scanner e fotografie ad alta definizione. Questa mattina, il tratto delle Mura a pochi passi dalla Piramide Cestia è stato teatro di una giornata all'insegna della tecnologia grazie a un 'workshop sul campò organizzato nell'ambito di "Technology for All 2018", il forum dedicato all'innovazione tecnologica per il territorio e l'ambiente, i beni culturali e le smart city.

Una giornata di studio per decine di ragazzi delle scuole romane ma anche l'occasione per fare un check up alle Mura costruite tra il 270 e il 275 dall'imperatore Aureliano per difendere Roma da eventuali attacchi dei barbari. Grazie ai droni, ma anche georadar e laser scanner, i tecnici hanno elaborato una mappatura approfondita del monumento: dalla parte superiore alla cima della torre accanto alla Piramide Cestia, ogni centimetro è stato fotografato per consentire la realizzazione di un modello 3D che potrà essere utilizzato anche per eventuali futuri interventi di conservazione.

I dati raccolti oggi «saranno inviati alla Sovrintendenza capitolina ai beni culturali di Roma Capitale per mettere a punto un metodo globale per contribuire alla salvaguardia di questa importante cinta muraria», ha spiegato Renzo Carlucci, direttore scientifico di MediaGeo, la società che organizza la manifestazione.

 

La Loggia con Sortita ritrovata. Apertura della galleria di Baluardo Donato
Da udinetoday.it del 3 ottobre 2018

Dopo la gallerie veneziane di contromina, un altro tratto sotterraneo dei Bastioni di Palmanova viene ripulito e riqualificato. Da sabato 6 ottobre alle 16.30 verrà riaperta la Loggia di Baluardo Donato e la relativa Sortita.

Per l’inaugurazione l’accesso sarà possibile dalla fine di contrada Donato, sotto la torre dell'ex acquedotto, davanti l’ex caserma Filzi (di cui sarà anche possibile visionare il progetto d’intervento). In programma, dopo il saluto del Sindaco di Palmanova Francesco Martines e del Presidente del Consiglio Regionale Pier Mauro Zanin, la presentazione della struttura attraverso cenni storici e curiosità. Al termine musica e brindisi finale. Prima e dopo l’inaugurazione sarà possibile visitare le gallerie veneziane del rivellino, aperte al pubblico dallo scorso dicembre. Disponibile alla visione anche un Virtual Reality 3D tour dedicato ai Bastioni di Palmanova.

Di solito disponibile all’Ufficio di Promoturismo FVG di Borgo Udine, verrà reso fruibile anche durante l’inaugurazione. Con degli speciali occhiali VR, verrà proposto un filmato con immagini aeree a 360 gradi sopra i Bastioni, la Piazza e i luoghi più caratteristici della città stellata. Un video immersivo, realizzato grazie a Promoturismo FVG, anche nelle città di Grado, Cividale e Aquileia. Per raggiungere il luogo dell’inaugurazione si consiglia di indossare scarpe comode (da ginnastica). In caso di maltempo l’inaugurazione è posticipata a sabato 13 ottobre 2018.

 

Palazzi, bunker e fari per Giornate Fai
Da ansa.it del 3 ottobre 2018

(ANSA) - ROMA,  - Dai locali che una volta ospitavano la futuristica aeromensa del Ministero dell'Aviazione a Roma, che per la prima volta si aprono al pubblico con le grandi pareti dipinte da Marcello Dudovich, maestro dell'affiche, ai preziosi interni di Casa Masieri a Venezia, interamente riprogettati da Carlo Scarpa e mai aperti alle visite; dal misterioso ipogeo nascosto sotto il giardino di Babuk, che apre per la prima volta a Napoli, al bunker della stazione Termini a Roma con una cabina di comando sotterranea costruita nel 1936 per salvare i ferrovieri dai bombardamenti, o il Faro di Portofino.

Con lo slogan Ricordati di salvare l'Italia, tornano, il 13 e 14 ottobre, le Giornate d'Autunno del Fai con 150 itinerari e 660 aperture in tutta Italia.

Tema centrale è la manutenzione, un settore, ricordano il presidente Andrea Carandini e il vice presidente esecutivo Marco Magnifico, nel quale il Fai investe 1 milione 500 mila euro l'anno, prendendosi cura da 43 anni di 61 luoghi speciali in tutta Italia.

 

La regione fortificata di Międzyrzecz, una Maginot sul fronte orientale
Da gazzettaitalia.pl del 3 ottobre 2018

La Regione Fortificata di Międzyrzecz (Międzyrzecki Rejon Umocniony, MRU), o Festungsfront Oder-Warthe-Bogen in lingua tedesca, fu un fronte fortificato tra i fiumi Oder e Warta che mirava a proteggere Berlino da un potenziale attacco polacco. Estesa per una lunghezza di circa 100 km, da Skiewrzyna attraverso l’area di Międzyrzecz e fino alle rive dell’Oder, includeva un centinaio di installazioni militari tra bunker, postazioni di artiglieria e e fortificazioni varie. Il tutto era collegato da quella che all’epoca era la più estesa rete di gallerie sotterranee, che includevano magazzini per cibo e munizioni, pozzi, una ferrovia sotterranea e centrali elettriche. Gli accessi in superficie erano protetti da piloni di cemento piazzati a distanza uniforme e chiamati “denti di drago”, necessari ad arrestare l’avanzata di carri armati e mezzi di artiglieria mobile.

La Repubblica di Weimar iniziò la costruzione del progetto nel 1925, spaventata dalla prospettiva di una invasione della Polonia dopo che quest’ultima aveva vinto la guerra polacco-bolscevica. Il trattato di Versailles firmato alla fine della Grande Guerra non consentiva ai tedeschi di riarmarsi e formare un esercito regolare, ragione per la quale il governo di Berlino decise di costruire queste infrastrutture difensive. I lavori iniziarono nei pressi di Słońsk ma le potenze vincitrici della prima guerra mondiale intimarono ai tedeschi di fermarli. La costruzione proseguì clandestinamente, occultata da lavori di edificazione di infrastrutture idrologiche, canali, polder e chiuse. Per mantenere segreta l’operazione i cieli sopra l’MRU furono dichiarati una no fly zone e l’area non poteva essere attraversata senza permesso. Nel 1935 un entusiasta Adolf Hitler visitò la regione confermando i lavori in corso. Il progetto avrebbe dovuto concludersi nel 1951 ma le cose andarono diversamente. Nel 1938 il Terzo Reich interruppe i lavori in conseguenza del cambio della sua dottrina militare: la guerra di posizione, di cui il primo conflitto mondiale fu l’apice, fu sostituita da rapidi attacchi con unità corazzate che rendevano fortificazioni e bastioni obsoleti.

Durante la seconda guerra mondiale l’MRU tornò comunque utile alle truppe tedesche. Sul finire della guerra le strutture abbandonate furono convertite in fabbriche belliche in cui i prigionieri di guerra erano costretti a produrre parti di aeroplani e veicoli corazzati. Le gallerie sotterranee vennero anche usate come magazzino in cui conservare opere trafugate da cinque musei polacchi. La linea fu rotta senza troppe difficoltà dalle truppe sovietiche tra il gennaio e il febbraio del 1945, quando bastarono tre giorni di bombardamenti pesanti per metterla in ginocchio. Dopo la guerra i bunker furono disarmati, parzialmente demoliti e negli anni Cinquanta il metallo venne recuperato per essere impiegato altrove. Oggi l’MRU gode di grande popolarità tra i turisti ma anche tra… i pipistrelli. L’estesa rete di gallerie sotterranee, con una temperatura stabile intorno a 10° C, è un rifugio invernale ideale per 12 specie di questi mammiferi alati. La loro popolazione locale conta circa 32.000 esemplari, il che fa di questo luogo la maggiore colonia invernale di pipistrelli in Europa centrale.

 

Fortezza Verrucole, taglio del nastro dopo i lavori
Da luccaindiretta.it del 3 ottobre 2018

Sabato (6 ottobre) alle 15 l’amministrazione comunale di San Romano in Garfagnana inaugura ufficialmente il risultato dei lavori eseguiti con il finanziamento del consiglio regionale toscano, nell’ambito del progetto Città murate e del programma Mibact denominato Ducato estense, progetto strategico turistico-culturale che comprende azioni di ristrutturazione su alcune delle principali rocche e fortificazioni della Garfagnana. Il filo conduttore di questo nuovo intervento sul monumento, simbolo delle Fortificazioni in Garfagnana, è il miglioramento dell’accessibilità per persone con difficoltà motorie, problematica, quest’ultima, verso la quale l’amministrazione comunale si è dimostrata molto sensibile.

Ed è proprio per questo motivo che sabato alla Fortezza di Verrucole, il sindaco del Comune di San Romano in Garfagnana Pier Romano Mariani, aprirà la cerimonia di inaugurazione di due importanti opere che simboleggiano il grande impegno profuso per l’abbattimento delle barriere architettoniche: il completo rifacimento dei servizi igienici all’interno della struttura, l’ascensore che dal giardino del capitano porta direttamente alla sala museale e l’impianto di trasporto su monorotaia di tipo Monrail, un trenino panoramico interamente ecologico che dal parcheggio del borgo delle Verrucole arriva fino alla Fortezza. Tra i vari interventi da sottolineare, anche l’adeguamento dell’impianto di illuminazione interna ed esterna, nel rispetto delle più moderne soluzioni di sostenibilità energetica, e l’installazione di un defibrillatore automatico grazie alla donazione della società Siram. Una grande svolta per il miglioramento dell’accessibilità per le persone diversamente abili che potranno raggiungere la Fortezza gratuitamente e senza alcuna difficoltà per godersi l'eccezionale scenario naturalistico in cui essa è inserita e la straordinaria bellezza della struttura, patrimonio artistico-culturale di inestimabile valore del nostro territorio, gestita magistralmente dall’associazione Mansio Mansio Hospitalis Lucensi, i cui rappresentanti prenderanno parte all’evento. Durante la cerimonia interverranno anche autorità locali, rappresentanti del Ministero per i beni e le attività culturali, nonché rappresentanti delle associazioni categoria disabili.

"La nostra amministrazione - spiega il sindaco - persegue i suoi progetti con determinazione e professionalità senza fronzoli e inutili annunci, pochi investimenti immateriali e tanta concretezza: la Fortezza delle Verrucole diviene, in questo modo, ancora di più un punto centrale della storia del nostro territorio e la sua forza di attrazione, con questo ulteriore intervento di valorizzazione, diverrà ancora più incisivo. I benefici turistici sul territorio e sulle attività continueranno a crescere come avvenuto nel corso degli ultimi anni. Quella di sabato - conclude - rappresenta una grande occasione per riflettere e per celebrare tutti insieme l’abbattimento di barriere architettoniche, psicologiche e culturali che ostacolano l’autonomia e l’ integrazione delle persone disabili, perché la cultura è un bene che appartiene a tutti".

 

Rfi taglia le erbacce e il forte di Motteggiana torna visibile
Da gazzettadimantova.it del 3 ottobre 2018

MOTTEGGIANA. L'appello lanciato nel corso di un sopralluogo del 5 settembre scorso dalla delegazione formata dal consigliere Nereo Montanari di “Insieme per Motteggiana”, con Massimiliano Minelli, Alberto Amista del comitato “Vivere Torricella”, Paolo Refolo e l'ex assessore Unesco Celestino Dall'Oglio, per riqualificare le mura del forte Noyon, la testa di ponte costruita nella seconda metà dell'800 è stato accolto.

In questi giorni Rfi ha affidato i lavori di sfalcio, mentre ad un'altra ditta sono stati affidati i lavori di rafforzamento e miglioramento antisismico degli archi su cui scorre la linea ferroviaria Modena-Verona. Il forte Noyon era stato avvolto dalla vegetazione e quindi privato dalla vista di cittadini, turisti, appassionati di fortificazioni militari rendendolo inaccessibile. Il fabbricato si trova in un'area di proprietà di Rfi ma il compartimento veronese voleva che fossero i frontisti a ripulire l'area per far riemergere la storica costruzione.

Tuttavia, il capogruppo di minoranza Montanari ha obiettato a Rfi, che «lo sfalcio da parte dei frontisti dal punto di vista legale non era possibile perché avrebbero dovuto agire su una zona non di loro proprietà». E Montanari ha aggiunto: «Qualcuno ci ha dato dei visionari, ma a quanto pare avevamo visto bene». La costruzione ha quasi 160 anni e risale al periodo risorgimentale quando il borgo sotto il Regno Lombardo-Veneto venne nuovamente fortificato con mura che partendo dal forte centrale raggiungevano la località dell'antica Rocca sull'argine Po che conduce all'odierna frazione di Scorzarolo. Nello stesso periodo fu costruito il forte Magnaguti oltre ad altri tre: il forte Noyon di Motteggiana sulla riva destra del Po, e i forti di Rocchetta e di Boccadiganda rispettivamente a monte e a valle dell'argine maestro del Po. In meno di un mese Rfi ha inviato a Motteggiana una squadra che ha provveduto allo sfalcio che ha portato alla luce le mura del forte Noyon.

Non solo. È arrivata una ditta padovana che ha scaricato 300 quintali di traversine in ferro che serviranno a rinforzare le arcate del ponte. Verranno anche riparate le fessure che hanno permesso all'acqua di infiltrarsi. Si tratta di un investimento di circa 250mila euro che comprende anche opere di miglioramento antisismico. Gli operai lavoreranno per circa tre settimane.

 

Ancona: eventi di rilevanza storica alla Polveriera Castelfidardo evi
Da tmnotizie.com del 3 ottobre 2018

ANCONA – Sabato (6 ottobre) alle 18, alla Polveriera “Castelfidardo” del Parco del Cardeto, inaugurazione della mostra “Effetti collaterali” del fotoreporter Livio Senigalliesi. Le immagini raccolte nella mostra sono il frutto di due decenni di reportage di guerra di Senigalliesi in quattro continenti: un atto di testimonianza e denuncia, condividendo con le persone incontrate sofferenze, pericoli, freddo e fame. Gli effetti collaterali delle guerre che colpiscono soprattutto la parte inerme delle popolazioni. Numerose le scolaresche che hanno prenotato la visita alla mostra. Apertura dal giovedì alla domenica dalle 16 alle 19 fino al 18 ottobre. Per le scuole, su appuntamento alla antolinidanilo@gmail.com anche negli orari mattutini 

Domenica (7 ottobre) alle 17,30, conferenza su Gli scemi di guerra. I militari ricoverati al manicomio di Ancona durante la Grande guerra (affinità elettive). La presentazione del libro di Maria Grazia Salonna farà da spunto per parlare di guerra e follia mostrando inoltre immagini e oggetti. Tra i relatori, Claudio Bruschi, Maria Grazia Salonna, Giuliano Evangelisti (mostrerà ordigni della sua collezione) e Vito Veccia.

 

Fortezze di Puglia: La diruta Torre di Raimondello Orsini del Balzo a Taranto
Da corrieresalentino.it del 3 ottobre 2018

La Torre di Raimondello fu voluta nel 1404 dal Principe di Taranto e Conte di Lecce, Soleto e San Pietro in Galatina Raimondello Orsini del Balzo, allo scopo di controllare l’accesso alla città dal ponte di Porta Napoli, durante la contesa col Re Ladislao d’Angiò – Durazzo. In realtà Raimondello aveva intrapreso una politica alquanto ambigua durante la contesa per il trono di Napoli fra Ladislao e Luigi II d’Angiò, appoggiando dapprima il primo dei contendenti, successivamente cambiava bandiera ponendosi al fianco del pontefice Urbano VI, quindi un nuovo voltafaccia lo poneva dalla parte di Luigi, per ritornare alla fine con Ladislao, quando la vittoria di questi divenne ormai sicura.

La struttura consisteva in un mastio a pianta quadrata molto alto, posto ai margini delle mura cittadine e successivamente rinforzato da due torrioni, costituendo così una vera e propria Cittadella che durante i due assedi condotti successivamente da Ladislao contro la Città dei Due Mari, difesa strenuamente dall’eroina Maria d’Enghien, vedova di Raimondello, Principessa di Taranto e Contessa di Lecce, rappresentò un valido baluardo difensivo. Come sappiamo questa disputa terminò col matrimonio dei contendenti e la bella Maria divenne anche Regina di Napoli, benché tale titolo per lei ed i suoi figli si tramutasse in una prigionia dorata durata alcuni anni.

Successivamente la torre fu dotata di cannoniere mentre l’intero complesso difensivo venne chiuso in una corte militare e rinforzato con un altro torrione. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1861 la Cittadella venne smilitarizzata ed abbandonata. Nel 1883 subì un’alluvione e successivamente, per una alquanto discutibile scelta politica che intendeva cancellare le tracce di un passato feudale, il complesso fu demolito adducendo la scusa che fosse a rischio di crollo. Dal 1884 al 1893 la Cittadella fu rasa al suolo. Degli originali edifici della piazza resta oggi solo la torre dell’orologio. Alcuni scavi archeologici effettuati sul finire degli anni ’90 del XX secolo hanno riportato alla luce i resti della Torre di Raimondello e delle altre strutture.

Riguardo alla sua descrizione lasciamo la parola a Pietro Palumbo (P. Palumbo, Castelli in Terra d’Otranto, Centro Studi Salentini, Lecce, 1973) che la visitò prima della sua demolizione: “Guardata da lontano sembra una sentinella destinata a speculare sulla vasta immensità di quel mare se qualche nemico tentasse di avvicinarsi. Non ha smesso la sua lugubre maestà né la sua fuliggine centenaria. Per entro, toltane un’ala che fu rimessa a nuovo, varcato un arco e salendo quetamente parecchi muscosi gradini che conducono ad un ballatoio, si penetra nel maschio della fortezza. Qui ben presto s’imbocca in una stanzaccia appena illuminata da grosse feritoie. L’aspetto è tetro. Sembra una segreta o una camera da tortura se si guarda in alto un anello di ferro immorsato nei quadrelli della volta. Di la per una ripida scaletta tutta archi e feritoie si attinge ad un secondo piano in quattro stanze destinato forse alla castellana. Più su v’è anche un altro stanzone, e quindi la scala raggomitolandosi e aggirandosi a lumaca si strema sui merli donde l’occhio si spazia su un panorama dei più incantevoli e peregrini”.  Cosimo Enrico Marseglia

 

Visita guidata all'Arsenale di Venezia giovedì 11 ottobre
Da veneziatoday.it del 2 ottobre 2018

L’associazione culturale A.R.K.A. organizza una visita guidata all'Arsenale di Venezia per giovedì 11 ottobre 2018 dalle 10:00 alle 12:00. Un'opportunità rara di osservare da vicino un luogo che rappresenta il più originale esempio di cantieristica navale organizzata dell’era pre-industriale.

Nel corso della sua storia plurisecolare vi sono state assemblate centinaia di navi: galee, galeotte e galeazze Veneziane, vascelli Napoleonici e persino corazzate, incrociatori e sottomarini.

Informazioni:

La visita guidata è a numero chiuso, pertanto è obbligatoria la prenotazione, che deve essere completa dei dati dei richiedenti (nome, cognome, data e luogo di nascita) da inviare entro domenica 7 ottobre al numero di telefono 347-2103368 oppure via mail a claudia@assoarka.it
Nota La visita guidata è soggetta all'autorizzazione da parte della Marina Militare, che la rilascia dopo aver visionato la lista delle generalità dei richiedenti.

 

Apre al pubblico la straordinaria fortezza Sardo Fenicia del Nuraghe Sirai
Del 2 ottobre 2018

Un evento d’eccezione per il Comune di Carbonia, con l’apertura nelle quattro domeniche di ottobre del Nuraghe Sirai. Alla scoperta della straordinaria fortezza sardo fenicia, l’unico sito dove si riconosce la fase più recente della civiltà nuragica, contemporanea a quella fenicia.

Da domenica 7 ottobre e per tutte le domeniche del mese apre finalmente al pubblico la straordinaria fortezza sardo fenicia del Nuraghe Sirai. La città di Carbonia, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e la Cooperativa Sistema Museo, presenta l’eccezionale evento Domeniche al Nuraghe. Nelle quattro domeniche 7, 14, 21 e 28 ottobre 2018 saranno attive visite guidate ad orari fissi a cura della Cooperativa Sistema Museo, attuale gestore del Sistema Museale di Carbonia.
L’evento è stato illustrato in conferenza stampa da Sabrina Sabiu Assessore alla Cultura del Comune di Carbonia, Carla Perra Direttore del Sistema Museale di Carbonia e Cinzia Granella di Sistema Museo responsabile del settore promozione Sistema Museale di Carbonia.

L’area archeologica fa parte del Parco Archeologico di Monte Sirai-Nuraghe Sirai e del Sistema Museale di Carbonia (SiMuC). Lo scavo è un raro caso di una concessione di ricerca affidata ad un Comune (Carbonia) attraverso il Museo Archeologico (direzione scientifica di Carla Perra). È pertanto inserito in una filiera completa dei beni culturali che va dalle indagini di scavo, al restauro, all’esposizione e alla divulgazione. Allo stato attuale, e in attesa di una prossima apertura definitiva, il Nuraghe Sirai è un cantiere di lavoro e di ricerca; l’iniziativa delle Domeniche al Nuraghe, dunque, offre l’eccezionale occasione di accedere agli scavi finora condotti ed anche a quelli in corso. Ciò è reso possibile grazie alla presenza di una squadra di lavoratori assunti per un anno dalla Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e grazie alla Cooperativa Sistema Museo, la quale, dall’inizio della sua attività di gestione a novembre 2017, ha intrapreso una serie di interventi di promozione e valorizzazione per rafforzare la conoscenza e fruizione dell’importante circuito culturale della città di Carbonia. La visita guidata al Nuraghe comprenderà: le fortificazioni, la porta pedonale, l’area sacra, l’officina del vetro, l’area di lavorazione delle pelli e le cortine esterne del Nuraghe vero e proprio.
Le visite si svolgeranno a cadenza oraria, con quattro appuntamenti nell’arco della giornata: ore 9.30, 11.30, 15.30 e 17.30. Il costo è di 5 euro a persona. È consigliata la prenotazione. Domenica 7 ottobre la prima visita sarà condotta dalla direttrice degli scavi Carla Perra, alla presenza del Sindaco di Carbonia Paola Massidda. Il Nuraghe Sirai è il primo scavato scientificamente nel territorio di Carbonia, ma è soprattutto un insediamento unico, e perciò merita una visita e l’attenzione che la comunità scientifica gli ha riconosciuto, sotto almeno due aspetti. Il primo aspetto è la cronologia: si tratta, infatti, dell’unico sito in cui la fase più recente della civiltà nuragica (750-550 a.C. ca.) è documentata da un panorama completo e visibile (architettura, produzione ceramica, tecnologia, ecc.) della cultura materiale. Il secondo aspetto riguarda la tipologia dell’insediamento: una fortezza, la sola di questo periodo (625-550 a.C. ca.), cinta da terrapieni e specializzata fortemente in attività artigianali e produttive (il vetro, i metalli, le pelli, la ceramica), tanto da far pensare ad una sorta di grande “area industriale” fortificata, al servizio del comprensorio di Monte Sirai. Questi due aspetti configurano una fase storica unica ed originale, perché originatasi all’interno di una comunità mista (composta di nuragici e fenici) e ben apprezzabile durante la visita alla fortezza del Nuraghe Sirai: dalle fortificazioni di tipo orientale all’area sacra costruita in continuità con la tradizionale architettonica, ai nuovi isolati dove la tradizione sarda si evolve in forme innovative. Della fortezza, che include al suo interno il grande complesso polilobato del Nuraghe vero e proprio (risalente alle ultime fasi dell’età del Bronzo), sono numerosi, infine, gli aspetti tecnologici di grande rilievo scientifico: dal ritrovamento della più antica officina del vetro della Sardegna fino alla recente scoperta di un sistema di canalizzazione delle acque piovane, che sistematizzava la raccolta dell’acqua dalla cima dell’insediamento fino ai piedi della collina.

 

Ecco perché gli Usa rafforzano la base italiana di Camp Darby
Da panorama.it del 1 ottobre 2018

Gli Stati Uniti non lasciano, ma raddoppiano, o almeno si ampliano. I preparativi per ampliare la base americana di Camp Darby, a pochi chilometri da Pisa e vicino anche a Livorno, sono infatti già partiti. Quasi 1.000 alberi sono stati segnati con vernice rossa e alcuni anche già tagliati. Devono lasciare il posto a una riorganizzazione generale dell’insediamento, che secondo alcuni media, costituirebbe il più grande arsenale degli Stati Uniti al di fuori del proprio territorio. La base, che fino a qualche tempo fa si pensava potesse essere ridimensionata, vedrà invece un nuovo assetto, in particolare con la realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario dalla stazione di Tombolo, lungo la linea Pisa-Livorno e un terminal progettato per il carico e scarico di merci (soprattutto armi). La sua posizione è strategica, perché si trova a poca distanza dal porto di Livorno e dall’aeroporto di Pisa, oltre che in prossimità del Canale dei Navicelli, una via d’acqua navigabile per il cui attraversamento dovrebbe essere costruito un nuovo ponte metallico. Ma perché gli Stati Uniti hanno deciso il potenziamento del sito? I lavori L’ampliamento della base americana di Camp Darby, che dipende dalla caserma Ederle di Vicenza (sede dello United States Army Africa), era previsto da diversi mesi, ma ha subito un apparente rallentamento, anche di fronte all’evidente fastidio che questo aveva generato in parte della popolazione locale e soprattutto di alcune formazioni politiche e pacifiste. Il progetto, messo a punto direttamente dal Pentagono, ha comunque già ottenuto il via libera della CoMiPar, la commissione mista tra governo statunitense e italiano. Costerà alla Difesa americana una cifra tra i 30 e i 45 milioni di dollari, che sarebbero già finanziati. L’intenzione è quella trasferire il trasporto delle merci, armi e munizioni da rotaia a ferrovia, con una linea costituita da quattro binari di 175 metri ciascuno, fino a un enorme terminal (quasi 20 metri d'altezza), dove potranno sostare fino a 36 vagoni alla volta. Si prevede che un massimo di due convogli al giorno partiranno dal porto di Livorno diretti al terminal, tramite normale linea delle Ferrovie dello Stato, e da qui all’area di stoccaggio chiamata Ammunition Storage Area, dalla quale le merci saranno infine trasportate da autocarri all’interno della base. Perché l’ampliamento? La necessità di ampliare le vie di collegamento è ufficialmente data dal fatto che le attuali infrastrutture non sono più adeguate e soprattutto si vuole evitare il ricorso alle strade carrabili, preferendo quelle ferroviarie. Di sicuro le voci di un progressivo ridimensionamento della base, dopo che negli scorsi anni era stato ridotto il numero di militari americani presenti (e di civili italiani) sono state in qualche modo smentite. Camp Darby resta una base strategica per gli Stati Uniti nel Mediterraneo, soprattutto dopo che l’area nord africana (e libica?) è tornata ad avere un’importanza crescente dopo le primavere arabe. A ciò si aggiunge il ruolo chiave nel rifornimento delle truppe americane in Medio Oriente. Cosa c’è a Camp Darby C’è chi lo ritiene il principale arsenale statunitense fuori dal suolo americano. All’interno ci sarebbero 125 bunker, dove sarebbe stoccato circa un milione di proiettili di artiglieria, ma anche bombe aeree e missili. Secondo alcuni esperti ci sarebbero anche dotazioni nucleari, oltre a carri armati e diversi veicoli militari. In realtà si tratta di una sorta di hub delle armi: queste giungono via mare, a bordo di navi della USS Navy, fino al porto di Livorno. Da qui sono stoccate a Camp Darby, per poi essere smistate e destinate - pare - a Giodania, Arabia Saudita e altri paesi mediorientali per rifornire le forze di Washington impegnate nei vari teatri dell’area, dalla Siria allo Yemen di Eleonora Lorusso

 

Visita Anche i piombinesi riscoprono il Rivellino, in tre anni duemila visitatori in più
Da iltirreno.it del 1 ottobre 2018

PIOMBINO. Romeo e Giulietta, ma pure giullari di corte, cavalieri o vampiri a fare da guida nella scoperta della cinta muraria rinascimentale di Piombino. La passeggiata sulle antiche mura della città  "reinterpretata e corretta" da Prendi l'arte & mettila ovunque piace sempre più anche ai piombinesi oltre che ai turisti.


Parlano i numeri: da un totale di 1087 visite del 2015 (329 locali, 219 dalla Toscana, 282 Italia, 257 estero) si è passati a 2568 nel 2016 (664 piombinesi, 800 Toscana, 852 Italia, 282 estero). Cifre in continua ascesa visti i 3466 biglietti staccati nel 2017 per visitare i camminamenti superiori del Rivellino, torre e posto di guardia; oltre tutto 730 sono cittadini, 1001 dalla Toscana, 1288 comunque dall'Italia e 447 dall'estero.
Opportunità  di visita che per altro ha ottenuto il riconoscimento del Mibact, Ministero per i Beni e le attività  culturali, ed è entrata di diritto tra gli eventi che partecipano all’Anno europeo del patrimonio culturale 2018. «Il riconoscimento Mibac ma soprattutto l’apprezzamento dei tanti visitatori per noi un autentico motivo d’orgoglio» commenta Daniele Gargano, con Lucia Fabiani allo stand per la bigliettazione. Gargan