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ANNO 2018

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NARDÒ, TORRI COSTIERE E SPIAGGE ACCESSIBILI: FINANZIAMENTI REGIONALI PER TORRE ULUZZO E SANT’ISIDORO

Da piazzasalento.it del 31 dicembre 2018

 

Quando Mussolini, Saragat, Moro e Andreotti giocavano alla guerra nucleare globale

Da sputnik.news.com del 30 dicembre 2018

 

Castello di Tabiano, il fascino della fortezza feudale in Alta Emilia

Da turismo.it del 30 dicembre 2018

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello dei Cavalieri di Maruggio

Da lavocedimaruggio.it del 30 dicembre 2018

 

Forte Antenne: un fantasma seppellito nel degrado

Da lastampa.it del 28 dicembre 2018

 

Rinasce Torre Uluzzo: arriva finanziamento per la conservazione

Da leccesette.it del 28 dicembre 2018

 

Guerra nucleare, Putin fa sul serio: la Russia testa una nuova arma ipersonica

Da money.it del 27 dicembre 2018

 

Ricerca sul bunker della Maginot, ‘AirCrash Po’ in campo

Da laprovinciacr.it del 27 dicembre 2018

 

La Russia di Putin che sovrintende test di hypersonic weapon

Da dailyviewsonline.com del 26 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Fulcignano

Da corrieresalentino.it del 26 dicembre 2018

 

Forte di Fortezza aperto ancora fino a fine anno

Da ladigetto.it del 25 dicembre 2018

 

Ecco il bunker antiatomico del governo italiano

Da startmag.it del 25 dicembre 2018

 

SpaceX, lanciato un satellite GPS durante l’ultima missione del 2018

Da tg24.sky.it del 24 dicembre 2018

 

Cesana: il convegno “Chaberton tra Passato e Presente” per approfondire la conoscenza sulla batteria fortificata più alta d’Europa Giovedì 27 dicembre alle ore 17.30 presso la sala consiliare del comune

Da lagendanews.com del 24 dicembre 2018

 

Forte Marghera, Pettenò lancia comitato per la salvaguardia

Da vvox.it del 23 dicembre 2018

 

Messina: il Museo Storico di Forte Cavalli firma la Carta di Corfù - Messina: Forte Cavalli nelle rete Euro-Mediterranea dei forti
Da strettoweb.com del 24 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: La Torre Federiciana di Leverano
Da corrieresalentino.it del 23 dicembre 2018

 

Mercatino dell'incredibile, il Natale nei tunnel segreti dell'ex base Nato di Bagnoli
Da ilmattino.it del 22 dicembre 2018

 

Il nuovo Parco delle Mura Urbiche si apre alla città
Da corrieresalentino.it del 22 dicembre 2018

 

United States Space Force: alla conquista dello spazio
Da difesaonline.it del 22 dicembre 2018

 

RUBRICA LECCO IERI&OGGI: IL PONTE VECCHIO FORTIFICATO
Da lecconews.lc del 22 dicembre 2018

 

Pescara, c'è un sotterraneo della Piazzaforte da recuperare e ora c'è l'occasione per farlo
Da pescaranews.net del 21 dicembre 2018

 

Ecco 10 castelli siciliani che dovreste visitare
Da siciliafan.it del 21 dicembre 2018

 

Piacenza “piazza militare”, la storia della direzione di Artiglieria in un libro
Da ilpiacenza.it del 20 dicembre 2018

 

Viaggio tra i castelli della Terra dei Castelli
Da modenatoday.it del 19 dicembre 2018

 

Luci d’emergenza nelle viscere del Moscal
Da larena.it del 19 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Roca Vecchia
Da corrieresalentino.it del 19 dicembre 2018

 

La storia mirabile della Rocca di Sassocorvaro - Durante occupazione nazista fu riparo segreto capolavori d'arte
Da ansa.it del 16 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Dentice di Frasso di Carovigno
Da corrieresalentino.it del 16 dicembre 2018

 

Ex maresciallo del 1° Roc nuova vittima del radon
Da mattinopadova.it del 15 dicembre 2018

 

“Container” é il nuovo radar russo “oltre l’orizzonte” capace di tracciare 5000 bersagli!
Da ikommentidikahani.it del 15 dicembre 2018

 

Verona vuole valorizzare i suoi forti: dal 2019 via alla raccolta di proposte
Da veronasera.it del 14 dicembre 2018

 

Lanciata dal comune,  La campagna per far rivivere i forti
Da tgverona.it del 14 dicembre 2018

 

Nucleare, preoccupazione Nato per i nuovi missili russi
Da affaritaliani.it del 13 dicembre 2018

 

Palmanova, sbloccati i fondi per i lavori sulle fortificazioni UNESCO
Da imagazine.it del 14 dicembre 2018

 

Un forte patrimonio europeo - Cadine
Da valledeilaghi.it del 13 dicembre 2018

 

Un libro dedicato a Castelfranco. Sabato la presentazione a Finale
Da savonanews.it del 13 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Palazzo-De Angelis-Viti, ex del Balzo, di Altamura e l’assassinio di Giovanni Antonio Orsini del Balzo
Da corrieresalentino.it del 12 dicembre 2018

 

Fort Alexander visto dall’alto con un drone. Immagini meravigliose del “Forte della Peste”
Da newnotizie.it del 12 dicembre 2018

 

Un parco sportivo nell'ex Base Militare
Da Primo Giornale del 11 dicembre 2018

 

Quel report che avverte la Nato: carenze strategiche sul fronte orientale
Da occhidellaguerra.it del 11 dicembre 2018

 

Marco Polo sgomberata e 15 milioni di cantieri
Da nuovavenezia.it del 11 dicembre 2018

 

MARCO POLO SGOMBERATA DA FORTE MARGHERA, PETTENO': «RIPICCA POLITICA»
Da reteveneta.it del 11 dicembre 2018

 

MARCO POLO SGOMBERO parziale. Pettenò: «non ci fermiamo»
Da vvox.it del 11 dicembre 2018

 

«I castelli di Napoli»: si parla del Maschio Angioino
Da ilmattino.it del 10 dicembre 2018

 

A Bacoli l'eccellenza italiana dei radar
Da adnkronos.com del 10 dicembre 2018

 

"I forti spezzini varebbero duecentomila visitatori l'anno"
Da cittadellaspezia.com del 10 dicembre 2018

 

Poligoni militari, aree militarizzate e inquinamento del territorio
Da umanitanova.org del 9 dicembre 2018

 

UN BALUARDO DELL'OCCIDENTE DURANTE LA GUERRA FREDDA: Base "Tuono" e il "Nike Hercules"
Da svppbellum.com del 9 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello del Garagnone a Spinazzola
Da corrieresalentino.it del 9 dicembre 2018

 

I segreti del bunker di Tito finanziato dagli Stati Uniti
Da ilpiccolo.it del 9 dicembre 2018

 

"Padova sotterranea", presentazione del libro ai Musei Eremitani
Da padovaoggi.it del 7 dicembre 2018

 

Bergamo oltre le nuvole
Da latitudeslife.com del 6 dicembre 2018

 

PARMA SEGRETA E SUGGESTIVA: IL RIFUGIO ANTIAEREO N.11 SAN PAOLO
Da gazzettadellemilia.it del 6 dicembre 2018

 

Pyongyang rafforza base militare nel nord e costruisce nuova struttura per esercito – CNN
Da sputniknews.com del 6 dicembre 2018

 

500 mila euro per la cinta magistrale
Da tgverona.it del 6 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il perduto Palazzo Federiciano di Foggia
Da corrieresalentino.it del 5 dicembre 2018

 

Il reggimento Peschiera schiera i suoi missili a Curtatone
Da gazzettadimantova.it del 5 dicembre 2018

 

Le Architetture Fortificate della Campania
Da castcampania.it

 

Due turisti detenuti sul territorio di una base militare in Svezia
Da sputniknews.com del 3 dicembre 2018

 

A RIMINI L'ESERCITO SI ALLENA CONTRO UN ATTACCO MISSILISTICO
Da corriereromagna.it del 2 dicembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Massafra
Da corrieresalentino.it del 2 dicembre 2018

 

Recupero torri costiere e spiagge accessibili, 400mila euro dalla Regione
Da lecceprima.it del 1 dicembre 2018

 

Puglia, tutela delle torri costiere: ok alle linee guida per l’erogazione dei contributi
Da ilrestodelgargano.it del 30 novembre 2018

 

Faro, firmata la Carta di Corfù per la valorizzazione del patrimonio fortificato
Da agcult.it del 27 novembre 2018

 

Aeronautica Militare e Agenzia Spaziale Italiana per il volo suborbitale
Da money.it del 29 novembre 2018

 

La Fondazione Crc acquista l’ex frigorifero militare
Da laguida.it del 29 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Palazzo Marchesale di Arnesano
Da corrieresalentino.it del 28 novembre 2018

 

Scozia, in vendita ex base NATO “orecchie dell'apocalisse”
Da sputniknews.com del 27 novembre 2018

 

Leonardo da Vinci al Porto Cesenatico
Da corrierecesenate.it del 27 novembre 2018

 

Difesa. Trenta: "Razionalizzazione delle spese dismettendo immobili"
Da avionews.it del 27 novembre 2018

 

Lavori in Fortezza Nuova Così cambierà l’identikit
Da iltirreno.it del 26 novembre 2018

 

Chioggia, Forte San Felice smilitarizzato. Il ministro sigla la cessione
Da nuovavenezia.it del 26 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Le Torri di Belloluogo e del Parco a Lecce
Da corrieresalentino.it del 25 novembre 2018

 

Bordighera, vandali scardinano porta del Marabutto. Ennesimo danno all’antica polveriera
Da riviera24.it del 24 novembre 2018

 

Comiso (Rg): verso la cessione gratuita dell’ex base Nato
Da ecodisicilia.com del 23 novembre 2018

 

Mura civiche, si punta a sistemare le torri alle Fortezze, Pilastro e Raniero Capocci
Da lafune.eu del 22 novembre 2018

 

Il Castello di Conegliano: alla scoperta di uno dei siti medievali più belli del Veneto
Da luxgallery.it del 21 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Imperiali di Francavilla Fontana
Da corrieresalentino.it del 21 novembre 2018

 

La Grande Muraglia Cinese, una delle meraviglie del mondo
Da viaggiare.moondo.info del 21 novembre 2018

 

 

Castello di Fénis, dimora medievale a un’ora da Torino
Da mole24.it del 21 novembre 2018

 

“Le fort de Fenestrelles ovvero il forte Mutin” – Conferenza di Bruno Usseglio, autore del libro
Da bdtorino.eu del 20 novembre 2018

 

Progetto Bellezz@, i luoghi dimenticati che stanno per rinascere
Da edilportale.com del 19 novembre 2018

 

Al Radar russi a Cuba per spiare gli USA
Da lastampa.it del 19 novembre 2018

 

Al via la maxi esercitazione sulle rive del Po delle Forze Armate
Da piacenzasera.it del 19 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Sannicandro di Bari
Da corrieresalentino.it del 18 novembre 2018

 

Firmata la Carta di Corfù per la valorizzazione del patrimonio fortificato
Da lepantonetwork.eu del 18 novembre 2018

 

Prima conferenza internazionale contro le basi militari USA/NATO
Da sputniknews.com del 15 novembre 2018

 

Forte Umbertino Siacci: siglata la preintesa per il trasferimento del bene al Comune di Campo Calabro
Da strettoweb.com del 15 novembre 2018

 

6 castelli diroccati del Regno Unito ricostruiti in gif
Da wired.it del 15 novembre 2018
Nella foto a sinistra il Bothwell Castle ricostruito in Gif

Ecco allora, direttamente dal XIII secolo, il suggestivo Bothwell Castle, teatro di innumerevoli battaglie tra le truppe del Regno di Scozia e quelle del Regno d’Inghilterra.

 La gif, in questo caso, ricostruisce il torrione principale, attorno al quale – vogliono le credenze locali – si aggiri ancora il fantasma di Bonnie Jean, una nobildonna affogata nel vicino fiume Clyde.

Nella foto a sinistra il Dunluce Castle ricostruito in Gif

 

Il Dunluce Castle, nell’Irlanda del Nord, è stato invece costruito nel 1500 e abbandonato solamente 140 anni dopo.

Questa fortezza ha visto un tragico incidente, probabilmente causato da un errore di progettazione: la cucina del castello, costruita a strapiombo sulla scogliera, è infatti crollata portando con sé nel mare tutto lo staff di cuochi e camerieri.

Nella foto a sinistra il Dunstanburgh Castle ricostruito in Gif

Il conte Thomas di Lancaster non fece in tempo a vedere ultimato il suo colossale Dunstanburgh Castle, perché fu giustiziato prima della fine dei lavori di costruzione a causa di un qualche attrito di troppo con re Edoardo II. La fortezza fu poi danneggiata durante la Guerra delle due rose.

 

Nella foto a sinistra il Goodrich Castle ricostruito in Gif

Il Goodrich Castle, che sorge nell’Inghilterra occidentale, non lontano dalla città di Hereford, porta i segni (più che evidenti) delle cannonate ricevute nel corso delle Guerre Civili del Seicento.

Nella foto a sinistra il Caerlaverock Castle ricostruito in Gif

 

Il Caerlaverock Castle scozzese, rarissimo esempio di fortezza triangolare, racconta invece una storia complessa e tormentata: dal 1280 a oggi, è stato costruito e distrutto ben tre volte.

 

Nella foto a sinistra il Kidwelly Castle ricostruito in Gif

 

Il nostro viaggio si conclude nel Galles, dove è possibile visitare le rovine del possente Kidwelly Castle, costruito inizialmente in legno intorno al 1100 e fortificato in pietra due secoli dopo, giusto in tempo per affrontare la guerra civile e resistere, in qualche modo, fino ai nostri giorni.

 

 

Lavori e nuovo leone a Porta Nuova
Da larena.it del 15 novembre 2018

 

PRIMA DI KIM JONG UN, IL MISSILE "ALFA" E IL PROGRAMMA NUCLEARE ITALIANO
Da svppbellum.com del 15 novembre 2018

 

Le città murate in Fvg, Austria e Slovenia
Da ilfriuli.it del 14 novembre 2018

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Canne della Battaglia
Da corrieresalentino.it del 14 novembre 2018

 

Palermo, il Cga giudica il Muos. Legambiente: "Violato il vincolo di inedificabilità
Da repubblica.it del 14 novembre 2018

 

Turismo: Palmanova, la stella a nove punte
Da ansa.it del 13 novembre 2018

di Elena Viotto

E' dall'alto che Palmanova, la città fortezza e città ideale secondo l'utopia rinascimentale, fondata alla fine del '600 nel bel mezzo della Bassa pianura friulana come baluardo dei confini orientali della Serenissima Repubblica di Venezia, regala l'immagine più affascinante e suggestiva di sé. Quella di una stella a nove punte, geograficamente perfetta, che sembra intagliata tra i campi. Quella che è le valsa l'appellativo di "città stellata" con cui la cittadina friulana, Monumento nazionale e Patrimonio mondiale Unesco, uno degli esempi meglio conservati di architettura militare dell'epoca, è conosciuta in tutto il mondo. Un'altra uguale non ce n'è. Correva l'anno 1593. All'incrocio tra la strada ungaresca, la via per Aquileia e quella per Forum Iulii, nel bel mezzo della pianura friulana contesa tra l'impero asburgico e la Repubblica di Venezia e saccheggiata dalle scorribande ottomane, c'erano solo campi. Nessun agglomerato urbano. E' lì che, per la sua perfetta posizione logistica, i cinque ispettori generali inviati da Venezia decisero di fondare il baluardo a difesa dei confini orientali della Serenissima. La prima pietra fu posata il 7 ottobre, in occasione della ricorrenza della vittoria nella battaglia di Lepanto e di Santa Giustina, patrona dei domini veneziani. Simbolica anche la scelta del nome: "Palma", come allegoria di vittoria, a cui solo in seguito venne aggiunto l'appellativo di "nova" a comporre il nome attuale.

Realizzata secondo il progetto dell'architetto Giulio Savorgnan, con un impianto urbanistico poligonale, sviluppato intorno alla centrale piazza d'armi dalla forma esagonale, composto da 18 strade radiali intersecate con 3 strade anulari a formare una fitta ragnatela, la fortezza era e doveva essere "invisibile". Impossibile scorgere dall'esterno le sagome dei suoi palazzi ed edifici, protetti e nascosti dalla vegetazione delle colline e dei bastioni delle tre cerchie murarie fortificate, le prime due di epoca veneziana e la terza napoleonica, costruite in asse sulle precedenti a creare tre stelle a 9 punte, concentriche e perfettamente simmetriche. Il nemico non doveva neppure immaginare la presenza in quel punto di una piazzaforte di tali dimensioni. Bastò la sua costruzione, di cui si sparse rapidamente la voce, per fungere da deterrente agli assedi nel periodo veneziano. La città fortezza, mirabile esempio di ingegneria militare difensiva, non dovette così mai mettere in atto all'epoca le sue caratteristiche difensive di sistema a tiro incrociato. Immutata nel corso dei secoli, passata negli anni sotto il controllo dell'impero asburgico e sotto il dominio di Napoleone, che a inizio '800 stabilì qui il suo quartier generale prima della definitiva annessione sotto il Regno d'Italia, Palmanova mantenne fino in anni recenti la sua caratteristica di cittadina militare, di cui porta ancora i segni visibili nelle numerose caserme, molte delle quali oggi dismesse, che ancora costellano il centro cittadino, tuttora accessibile solo dalle tre antiche porte: porta Udine, porta Aquileia e porta Cividale. Palmanova conserva intatta, allo stesso tempo, anche la sua caratteristica di città ideale in cui vivere, affacciata sull'elegante salotto di piazza Grande, circondato dai più importanti edifici dell'epoca: il Palazzo del Provveditore generale, in cui ha sede ora il Municipio, la Loggia della Gran Guardia, il Palazzo del Governatore alle armi, il Monte di Pietà e il Duomo Dogale, edificio caratteristico per il suo basso campanile, alto quanto il corpo principale della chiesa: non doveva essere visibile dall'esterno.

 

Forte Puin, Santa Tecla e torre Gropallo: percorsi di rilancio turistico per la “grande muraglia” genovese
Da genova24.it del 12 novembre 2018

Siglato protocollo d'intesa tra Agenzia del Demanio e Comune di Genova Genova.

Due bastioni sulle alture e una torretta sugli scogli, dalla funzione difensiva originaria a quella turistico-ricettiva. Forte Santa Tecla, forte Puin e torre Gropallo sono gli immobili al centro del protocollo d’intesa siglato tra l’Agenzia del Demanio e il Comune di Genova, protocollo che definisce il quadro istituzionale di riferimento e la condivisione dell’iter di valorizzazione. Gli edifici, parte del patrimonio immobiliare pubblico, saranno inseriti nei bandi di concessione e riqualificazione del Demanio “Cammini e percorsi” (che mira al recupero di palazzi e fortezze lungo itinerari storico-religiosi) e “Fari, torri ed edifici costieri”, che punta al rilancio degli edifici presenti sulle coste italiane. L’ipotesi è di affidarli in gestione per trasformarli, ad esempio, in alberghi, centri informativi, basi per attività sportive, chioschi e ristoranti. Questi nuovi percorsi si aggiungono a quelli intrapresi nel 2015 con un macroprogramma di valorizzazione dei forti Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Begato, Sperone, dell’ex Torre Granara e dello stesso forte Puin, trasferiti in proprietà al Comune grazie alla procedura del federalismo demaniale. “Le operazioni di valorizzazione sono un impegno importante che dobbiamo assumere per la città tanto più in un momento in cui la comunità e particolarmente provata”, ha affermato il neo direttore dell’Agenzia del Demanio Riccardo Carpino. “La nostra cinta muraria è la seconda al mondo dopo la Grande Muraglia – ricorda il sindaco di Genova Marco Bucci – per questo dobbiamo sfruttarla sempre di più, il cerchio sarà chiuso quando realizzeremo anche la cabinovia”. L’obbiettivo è arrivare a un utilizzo degli spazi 365 giorni l’anno. “Ci piacerebbe – afferma Mario Baroni, consigliere delegato alla predisposizione di progetti per la valorizzazione di specifici immobili comunali – che i progetti di gestioni coincidessero con idee permanenti, strutturate”.

 

Cosa fare dell’ex polveriera il Comune chiede idee a tutti
Da tribunatreviso.it del 12 novembre 2018

Parte il progetto di progettazione condivisa, venerdì il primo di tre incontri Cento ettari e ben 67 mini-casette. Il sindaco: «Sarà il motore del Montello»

VOLPAGO L’amministrazione comunale avvia il coinvolgimento della popolazione per elaborare il progetto di recupero dell’ex polveriera del Montello. Comincia venerdì prossimo, con un incontro a Santa Maria della Vittoria, proprio vicino a dove si estendono i cento ettari dell’ex area militare ora di proprietà del comune. Seguiranno altri due incontri in auditorium e successivamente tavoli aperti nei centri di Volpago, Selva e Venegazzù per raccogliere le idee della gente e poi sintetizzarle in un progetto che dia una destinazione a quella vasta area boschiva ma dove ci sono anche 67 edifici tra caserma vera e propria, bunker e le cosiddette casermette che però hanno una pianta di 250 metri quadri ciascuna.

«In un’area così vasta e con così tanti fabbricati – spiega il sindaco di Volpago, Paolo Guizzo – si può fare di tutto e soprattutto farla diventare il vero motore del Montello». Venerdì sera, in sala parrocchiale a S. Maria della Vittoria, è stato chiamato a parlare Moreno Baccichet, dell’università di Udine: spiegherà cosa è stato fatto in aree militari dismesse in Friuli. Sempre lui col suo staff curerà i tavoli aperti che si terranno nei centri dei tre paesi e dove saranno raccolte le idee della gente. Ma anche Fondazione Benetton sarà chiamata in un incontro in auditorium a illustrare il progetto che aveva a suo tempo elaborato per l’ex polveriera. «Adesso avviamo la fase conoscitiva con la popolazione – aggiunge Guizzo – poi raccoglieremo le proposte che arriveranno dai tecnici e dalla popolazione e ne faremo una sintesi per arrivare alla fase progettuale del recupero di un’area così importante». —

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Serracapriola
Da corrieresalentino.it del 11 novembre 2018

Il Castello di Serracapriola risale all’XI secolo, durante la dominazione normanna. In un documento del 1045 è riportata la cessione della città di Gaudia o Civita a Mare al Monastero di Tremiti, operata da Tesselgardo Conte di Larino ed effettuata proprio in detto castello. In origine si trattava di una delle tante torri di avvistamento sul Fortore, che rientravano nelle fortificazioni a presidio del confine tra i territori longobardi e quelli bizantini. Nel 1100 furono i monaci benedettini dell’Abbazia di Montecassino a prendere possesso della struttura e ad essi, nel corso dei secoli, subentrarono le diverse famiglie che ebbero il feudo di Serracapriola, fra cui gli Sforza, i Guevara ed i Maresca.

La torre originaria aveva una pianta a forma di stella ed era possibile accedere al terrazzo grazie ad una scala a chiocciola. Successivamente, fra il XVI ed il XVIII secolo, il complesso fu ampliato sino ad assumere l’attuale aspetto. Nel 1453 il castello fu donato al Gran Siniscalco Innico Guevara e fu anche la prima sede della Dogana delle Pecore, successivamente trasferita a Lucera ed in seguito a Foggia. Nel 1627 un terremoto causò seri danni alla struttura che venne sottoposta ad interventi di riparazione. Ai Guevara successero nel feudo i Di Capua, quindi i Gonzaga, i D’Avalos ed infine i Maresca, che ne entrarono in possesso nel 1742 e ne sono tuttora proprietari. Nel 2011 sono iniziati dei grandi lavori di restauro del castello. Il complesso, si presenta a pianta quadrangolare con quattro torri angolari cilindriche scarpate, di cui quella sud-occidentale è in parte inglobata in altri corpi di fabbrica costruiti successivamente sul versante meridionale. Suggestiva è la tecnica costruttiva, composta da file di mattoni sistemati a spina di pesce, intervallati da altri disposti in maniera regolare. La facciata principale, rivolta in Piazza Vittorio Emanuele II, ingloba l’originale Mastio rappresentato dalla torre normanna a pianta quadrata leggermente stellata, che presenta una base a scarpa ed è anche il corpo di fabbrica più alto del complesso. Il castello era circondato da un fossato in parte ancora visibile con uno dei due ponti di accesso. L’ampio cortile centrale si presenta a pianta quadrangolare ed ospita una botola profonda, nota come il Trabocchetto, che secondo un’antica leggenda conterrebbe un dispositivo a ruota dentata capace di triturare le ossa dei malcapitati gettati all’interno.

Gli ambienti interni, tenuti in buone condizioni, presentano delle sale molto ampie, fra cui quella detta del Trono, mentre diversi camminamenti perimetrali consentono di gettare l’occhio sul panorama circostante. Lungo il corridoio sud, in corrispondenza di una finestra murata ma visibile da fuori, si accede ad una cappella con un piccolo altare, la cui costruzione è strettamente connessa ad un triste fatto di cronaca avvenuto intorno al 1716, epoca in cui era feudatario Giovanbattista, figlio naturale di Cesare Michelangelo D’Avalos-D’Aragona.  Cosimo Enrico Marseglia

 

Caposaldo Autonomo Acceglio – VALLE MAIRA
Da nakture.com del 11 novembre 2018

Storia: intorno agli anni Trenta anche in Valle Maira furono costruite molte fortificazioni che diedero vita ad una robusta linea di difesa. Il Confine dopo il Trattato di Pace del 1947, non subì modifiche. Pertanto molte opere furono in parte distrutte.

Dopo la visita al Caposaldo Ponte Maira https://www.nakture.com/caposaldo-ponte-maira-vallemaira/

continuiamo il nostro viaggio. Superato l’abitato di Acceglio, andando verso valle, circa 2 km dopo, sulla nostra sinistra vediamo una baita. Siccome ci eravamo informati, dopo esserci guardati un po’ intorno, capiamo che si tratta dell’Opera 316, ormai ristrutturata e trasformata in abitazione. Era un opera monoblocco tipo 7000 armata con una mitragliatrice ed un cannone. Speriamo in cuor nostro che i proprietari siano presenti, invece non vediamo anima viva. Decidiamo così, di far un giretto intorno a quel “mascheramento”: capiamo che al posto delle finestre un tempo c’erano le due postazioni e che la “cuccia del cane” doveva essere la fotofonica in collegamento con l’Opera 317, che appunto per questo motivo riusciamo ad individuare. Ci affacciamo poi ad un foro ed abbiamo così conferma che trattasi veramente della 316, in quanto notiamo la cupola della fortificazione praticamente nascosta dal tetto. A dir il vero non so se essere contenta perché l’Opera, in un certo senso, è stata recuperata oppure non esserlo perché è diventata una casa privata, mentre poteva essere un’attrazione turistica se solo giustamente valorizzata.

Ci rifletto ancor su ancora qualche istante, ma poi propendo per questa mia ultima affermazione. A questo punto proseguiamo sul medesimo versante della montagna e poco sopra, tra i rovi, individuiamo l’Opera 316 bis. Si tratta sempre di un’Opera di tipo 7000 munita di una mitragliatrice. La piastra corazzata è sparsa ovunque. Il mascheramento è ben visibile ed è presente anche una falsa finestra dal lato della postazione armata. Entriamo e scopriamo che la 316 bis in realtà è piccolina, con un solo locale in cui compare una scritta ovvero il motto della GaF che però non risulta completamente leggibile. A questo punto non ci resta che cercare di raggiungere l’Opera 317 che avevamo visto dalla strada SP422, ma “piccolo” problema è… che c’è il fiume da superare. Imbocchiamo la strada non asfaltata davanti all’Opera 316 e con il nostro mezzo 4wd ci addentriamo nel fiume sperando di non essere invasi dall’acqua.

Con mio stupore tutto fila liscio e pertanto perveniamo fin sotto la 317. Qualche passo a piedi ed eccoci davanti al blocco per cannone controcarro. Entriamo da una feritoia. Affrontiamo una scalinata che ci conduce ad un’altra postazione armata in parte distrutta. Riscendiamo e ci troviamo nel camerone truppa dove appare, quasi per intero, il motto della GaF , acronimo di Guarda alla Frontiera, nata il 24 maggio 1934: era il nuovo corpo militare che aveva il compito di presidiare il Vallo Alpino. La GaF era composta da reparti delle tre armi: la Fanteria, l’Artiglieria, il Genio e da nuclei di vari altri servizi. Con l’istituzione della GaF tutta la frontiera fu divisa in settori, che a loro volta venivano suddivisi in sottosettori ed in capisaldi. Il motto del nuovo corpo militare fu, secondo la tradizione, dettato dal principe Umberto di Savoia “Dei sacri confini guardia sicura”. Uscendo dalla casamatta notiamo il mascheramento della stessa che si presenta in parte staccato. Ripercorriamo il camerone e troviamo così l’entrata dell’Opera 317, scavata praticamente nella roccia L’Opera in sostanza era dotata di due postazioni per mitragliatrici e di un pezzo anticarro.

Sta iniziando a piovere ed è meglio affrettarsi e riattraversare con il fuoristrada il fiume, prima che si ingrossi!  di Erika Ambrogio

 

UnGrande successo per le visite al Faroe all'aeroporto miltare
Da algheroeco.com del 11 novembre 2018

Si sono svolte domenica 4 novembre le due visite guidate al Faro di Capocaccia e all’Aeroporto Militare. L’evento, organizzato dal Comitato di Quartiere Alghero Sud , è stato un successo sotto tutti i punti di vista. E anche la pioggia prevista non c’è stata. Era molto tempo che non venivano aperte le porte dell’accesso al Faro di Capo Caccia. I visitatori hanno potuto non solo vedere lo splendido panorama che si gode dal promontorio, ma visitare tutte le stanze del faro , sino a salire attraverso una ripida scala a chiocciola sino alla sommità della lanterna. Anche la 2° visita effettuata all’Aeroporto Militare è stata molto interessante. Emozionante e suggestiva la visita del Bunker anti bombardamento, dove durante la guerra trovavano rifugio e si riparavano dalle bombe soldati e civili.

Una giornata ben organizzata a cura del Comitato di Quartiere Alghero Sud, che con questa escursione ha toccato quota 6 gite, 2 ogni anno, nei tre anni nei quali ha sempre avuto un occhio di riguardo non solo nelle segnalazioni delle criticità e problematiche del quartiere all’Amministrazione Comunale, che ha sempre risolto i molti problemi segnalati, ma ha cercato di svolgere una azione di promozione del territorio della Sardegna e di Alghero, attraverso il Progetto “Conoscere e Viaggiare insieme”. E proprio questo progetto ha toccato il suo punto più alto nella giornata di domenica 4 novembre con uno speciale annullo postale, fatto in collaborazione con Poste Italiane.

Una postazione di Poste Italiane sul piazzale di Capo Caccia ha consegnato ai presenti bellissime cartoline affrancate e timbrate con lo speciale annullo, che riportava oltre la data, la dicitura “Il Comitato di Quartiere Alghero Sud promuove il Territorio – Conoscere e Viaggiare insieme” . Sono state consegnate su richiesta di appassionati e non circa 200 cartoline, pergamene ed altro materiale messo a disposizione da Poste Italiane. A coronamento di una giornata ben organizzata e graditissima dai partecipanti, presso la Borgata di Guardia Grande, nel salone, si è tenuto il pranzo, a cura del signor Antonio Arca.

“Un ringraziamento particolare va al Capitano di Fregata Giuseppe Maruccia ed al Colonnello Bruno Mariani – scrive il comitato in una nota-. Inoltre l’escursione è stata possibile grazie al lavoro dell’Agenzia di Viaggi Open Sardinia e del vettore Cattogno. Visto il successo dell’evento e visto che ben 35 persone, pur avendone fatto richiesta, non hanno potuto partecipare alla giornata per motivi di sicurezza, il Vice Presidente del Comitato Alghero Sud, Avvocato Fabio Bruno, riproporrà l’escursione nella Primavera del 2019”

 

Un labirinto di 2 chilometri e mezzo sotto i padiglioni del San Martino
Da ilsecoloxix.it del 11 novembre 2018

Genova - Un dedalo di due chilometri e mezzo corre sotto i padiglioni del San Martino, fino a ieri dimenticato.

Oggi la mappatura è completata: 1.300 metri di gallerie costruite a partire dal 1907, pensate già dall’ingegnere Giuseppe Celle per collegare i padiglioni con la rete dei servizi dell’epoca, molto diversi da quelli attuali; altri 600 metri di tunnel scavati per sopperire a nuove esigenze nel corso degli anni.

E 500 metri - i più incredibili - con le stalattiti che a tratti scendono dai soffitti e dettagli che riportano i visitatori al tempo della guerra: scritte, resti di infissi. La ricostruzione del mondo sotto il San Martino non soddisfa solo legittime curiosità, ma apre a sviluppi futuri: «Sotto l’ospedale corrono anche due rami del rio Noce, responsabile di tanti danni in occasioni delle più recenti alluvioni, nel tratto di corso Europa dove si interseca con il rio Papigliano che scende con grande forza dalla collina del forte di San Martino - racconta il direttore tecnico del Policlinico Alessandro Orazzini – a breve seguirà l’intervento per metterli in sicurezza».

Le gallerie della guerra invece potrebbero essere aperte al pubblico, in via sperimentale, in occasione di una prossima Giornata del Fai.    

 

Una nuova rete valorizza il patrimonio fortificato. Da Forte Marghera a FARO per i forti
Da marcopolosystem.it del 10 novembre 2018

Il portone d'ingresso a Forte Marghera

Si è concluso a Forte Marghera il congresso annuale della rete internazionale Efforts.

Anni di lavoro, ricerca, studio e progettazione svolti con passione da Marco Polo System assicurano a Venezia un ruolo strategico di dimensione europea nella valorizzazione del patrimonio fortificato.

Un’azione pionieristica, nata dal dialogo e dalla collaborazione con numerosi associazioni di volontari con cui, insieme, abbiamo costruito un percorso, raccogliendo esperienze di gestione e prospettive di recupero dagli anni ‘80 in poi.

La capacità di strutturare relazioni internazionali, concependo e realizzando progetti europei e ricerche scientifiche hanno consegnato negli anni a Marco Polo System un ruolo primario come agenzia di promozione e propulsione nel campo della tutela e valorizzazione del patrimonio fortificato.

Oggi, si guarda avanti, aprendosi ancora maggiormente all’Euro-mediterraneo. Saremo a Corfù sabato prossimo per inaugurare la mostra “Forti che Uniscono – FARO per i Forti”, che sancirà la nascita della Rete euro-mediterranea per la valorizzazione del patrimonio fortificato.

 

I pannelli della mostra

 

Oggi, si guarda avanti, aprendosi ancora maggiormente all’Euro-mediterraneo.

Saremo a Corfù sabato prossimo per inaugurare la mostra “Forti che Uniscono – FARO per i Forti”, che sancirà la nascita della Rete euro-mediterranea per la valorizzazione del patrimonio fortificato.

Scarica la locandina in tre lingue

 

Marina: intervento d’urgenza all’Isola d’Elba dei palombari del Comsubin per bonifica residuati bellici
Da grnet.it del 10 novembre 2018

Su richiesta della Prefettura di Livorno sono stati neutralizzati una mina ed un proiettile di grosso calibro

LIVORNO – Si è conclusa nelle acque dell’Isola d’Elba una complessa operazione subacquea per neutralizzare due pericolosi ordigni esplosivi da parte dei Palombari del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare (Comsubin), distaccati presso i Nuclei S.D.A.I. (Sminamento Difesa Antimezzi Insidiosi) della Spezia. L’intervento d’urgenza, richiesto dalla Prefettura di Livorno a seguito della segnalazione da parte di un subacqueo circa la presenza di probabili residuati bellici, è avvenuto grazie al supporto di Nave Pedretti, unità della Marina Militare dotata di camera di decompressione multiposto. Le operazioni degli uomini del GOS hanno permesso di rinvenire, a Punta delle Cannelle, una mina ormeggiata modello P5 alla profondità di 40 metri e un proiettile di grosso calibro alla profondità di 26 metri. Al termine di 5 giorni di delicate operazioni subacquee gli ordigni esplosivi sono stati rimossi, trasportati nelle aree di sicurezza individuate dalla competente Autorità Marittima, e distrutti dagli operatori del COMSUBIN attraverso le tecniche consolidate che preservano l’ecosistema marino. Al termine dell’operazione, il comandante del Nucleo S.D.A.I. della Spezia, Tenente di Vascello Angelo Pistone, ha dichiarato: «Grazie al supporto di Nave Pedretti, siamo intervenuti effettuando immersioni a profondità considerevoli allo scopo di verificare le diverse segnalazioni pervenuteci. Oltre ai 4 contatti risultati non pericolosi, sono stati individuati e neutralizzati una mina ormeggiata, contenente 200 Kg di esplosivo, ed un proiettile da 175 mm«.

«Mi preme raccomandare – ha continuato il responsabile delle operazioni – a chiunque dovesse imbattersi in oggetti con forme simili a quelle di un ordigno esplosivo o parti di esso, di non toccarli o manometterli in alcun modo, denunciandone il ritrovamento, il prima possibile, alla locale Capitaneria di Porto o alla più vicina stazione dei Carabinieri, così da consentire l’intervento dei Palombari di COMSUBIN per rispristinare le condizioni di sicurezza del nostro mare». Lo scorso anno i Palombari della Marina Militare hanno recuperato e bonificato un totale di 22.000 ordigni esplosivi di origine bellica, mentre dal 1 gennaio 2018 sono già 29.011 i manufatti esplosivi rinvenuti e neutralizzati nei mari, fiumi e laghi italiani, senza contare i 42.640 proiettili di calibro inferiore ai 12,7 mm e 12 ordigni a caricamento speciale. Questi interventi rappresentano una delle tante attività che i Reparti Subacquei della Marina conducono a salvaguardia della pubblica incolumità anche nelle acque interne, come ribadito dal Decreto del Ministero della Difesa del 28 febbraio 2017, svolgendo operazioni subacquee ad alto rischio volte a ripristinare le condizioni di sicurezza della balneabilità e della navigazione. Con una storia di 169 anni alle spalle, i Palombari del COMSUBIN rappresentano l’eccellenza nazionale nell’ambito delle attività subacquee essendo in grado di condurre immersioni lavorative fino a 1.500 metri di profondità ed in qualsiasi scenario operativo, nell’ambito dei propri compiti d’istituto (soccorso agli equipaggi dei sommergibili in difficoltà e la neutralizzazione degli ordigni esplosivi rinvenuti in contesti marittimi) ed a favore della collettività. Per queste peculiarità gli operatori subacquei delle altre Forze Armate e Corpi Armati dello Stato possono essere formarti esclusivamente dal Gruppo Scuole di Comsubin che, attraverso dedicati percorsi formativi, li abilita a condurre immersioni in basso fondale secondo le rispettive competenze.

 

Viterbo, al via il restauro di tre torri civiche
Da civonline.it del 8 novembre 2018

VITERBO - Cinta muraria e torri civiche di viale R. Capocci, via del Pilastro e via delle Fortezze, al via i lavori di riqualificazione e messa in sicurezza. Lo comunica l'assessore ai lavori pubblici Laura Allegrini, che spiega: "Possiamo finalmente procedere con quell'intervento di riqualificazione e messa in sicurezza delle nostre mura civiche e di tre importanti antiche torri. I lavori partiranno lunedì prossimo. A realizzarli sarà la ditta PRO.MU Restauri artistici - ha aggiunto e concluso l'assessore Allegrini -. Il termine è previsto per il prossimo gennaio. Tutti i dettagli di questo importante intervento verranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si terrà a Palazzo dei Priori all'inizio della prossima settimana". Per tale intervento è stata emanata apposita ordinanza da parte del settore lavori pubblici, che prevede alcuni provvedimenti alla circolazione e alla sosta veicolare. Dalle ore 7 del 12 novembre fino al termine dei lavori, il 28 gennaio 2019, sarà istituito il restringimento della carreggiata stradale in via R. Capocci, nel tratto interessato dall'intervento; sarà inoltre istituito il divieto di sosta in via delle Fortezze, su entrambi i lati, a scendere, verso Santa Maria delle Fortezze.

 

INAUGURAZIONE HANGAR CANSIGLIO. FORCOLIN: “DIVENTA UN SIMBOLO
PER IL RIAVVIO DELLE ATTIVITA’ DI QUESTI TERRITORI”
Da regione.veneto.it del 9 novembre 2018

Il vicepresidente Gianluca Forcolin è intervenuto oggi in rappresentanza della Regione all’inaugurazione, molto partecipata, dell’Hangar Cansiglio, presente fra gli altri il direttore di Veneto Agricoltura, Alberto Negro, che ha curato il recupero dell’ex struttura militare della NATO, divenuta patrimonio regionale circa 10 anni fa grazie all’allora ministro delle risorse agricole e forestali Luca Zaia. Forcolin ha sottolineato che, in questi giorni molto difficili per la montagna veneta, questa inaugurazione è il segnale di un veloce ripristino e riavvio delle attività per non lasciar morire questi territori. “Il Cansiglio – ha detto - è un luogo che molti conoscono e una tappa importante per la bellezza del paesaggio e per la buona cucina. La Regione non ha nessuna intenzione di abbandonare queste aree e continueremo quindi ad intervenire per dare la giusta valorizzazione naturalistica, ambientale, ma anche economica, del patrimonio esistente in questi straordinari luoghi”. Dieci anni fa, dopo una lunga battaglia burocratica durata quasi 20 anni, erano stati riportati nel patrimonio forestale della Regione del Veneto oltre 12 ettari di territorio, che negli anni sessanta erano stati consegnati al Demanio Militare per consentire la realizzazione di una base missilistica della NATO. L'area era però in stato di totale abbandono. Grazie a finanziamenti regionali ad hoc e con fondi europei oggi è stata recuperata. “Mettendo in conto anche le risorse derivate direttamente dal bilancio di Veneto Agricoltura – ha concluso Forcolin - possiamo affermare che qui sono stati investiti circa 1,5 milioni di euro. L’auspicio è che possa costituire un punto di aggregazione per iniziative culturali e di sensibilizzazione sui temi della pace, oltre che sulla tutela e sulla valorizzazione delle risorse ambientali del Cansiglio”.

 

Le fortificazioni in Valle Maira e i 15 giorni di guerra
Da laguida.it del 8 novembre 2018

Serata a San Damiano Macra sulla rete difensiva militare realizzata negli anni Trenta e Quaranta

San Damiano Macra - (errebi) - Parlare per due ore di Bunker, casematte, caserme, blocchi d'arma, mulattiere, teleferiche, reticolati, a quasi ottant’anni di distanza da quando li hanno piazzati sulle nostre montagne, è stata un’esperienza di grande interesse, storico, culturale ed anche umano, soprattutto al pensiero dei soldati della guardia alla frontiera che, loro malgrado, ne sono stati artefici, ma anche vittime.

Un’iniziativa della Pro Loco di San Damiano che si è affidata alla “Asfao, Associazione studio fortificazione alpine occidentali“ di Peveragno, per una lezione sul “Vallo Alpino“, il sistema di fortificazioni a protezione dei confini italiani, avviato nel gennaio del 1931 e proseguito con quattro diverse tipologie progettuali fino all’ottobre 1942.

L’introduzione del presidente, Daniele Rubero, ha evidenziato l'enorme dotazione documentale dell'Asfao: 1500 fascicoli dell’archivio Pier Giorgio Garrone, 250 volumi della biblioteca, 20.000 diapositive, i reperti storici del museo, oltre al lavoro di convegni, mostre e rievocazioni in uniformi d'epoca. Ha quindi preso la parola lo studioso Matteo Grosso, illustrando nel dettaglio come era e quanto rimane di quell’insieme di strutture militari in Valle Maira.

Un accenno alle “trune” di fine Ottocento, all'enorme rete di sentieri e mulattiere a collegare l’intero territorio, per passare alle trincee in caverna, dotate di blocchi d'arma, cameroni, corridori, magazzini, riserve d’acqua, gruppi elettrogeni, impianti di ventilazione, collegate fra loro come quelle tra il monte Scaletta e passo Peroni, Le casermette difensive alla colletta di Bellino, al Maurin, al Sautron, delle Munie, i monoblocchi di Acceglio, la Bandia, il Pont d’la Ceina, la Provenzale, Ponte Maira, alle strade del Colle Carbonet, del passo della Cavalla, le teleferiche della Scaletta e di Saretto, i bivacchi, le caserme di fondovalle a Dronero, Prazzo, Saretto, quella incompiuta di Acceglio. Il Vallo conobbe il battesimo del fuoco dal 10 al 24 giugno del 1940, con la nota “pugnalata alla schiena“ contro la Francia, che per l’esercito italiano comportò la morte di 62 ufficiali, 1185 soldati, 2600 feriti e 2151 congelati: nonostante si fosse all’inizio dell’estate, in quota ci furono ancora nevicate e bufere.

Terminata la guerra, le strutture più importanti vennero fatte saltare con l’esplosivo, così come previsto dal trattato di pace. Per anni e anni e montanari portarono a valle tonnellate di ferro tolte dalle costruzioni militari. Poi venne il tempo del silenzio e dell’abbandono: ma nel cimitero di Acceglio sono rimasti ancora alcune croci a conservare il ricordo di quei giorni, di quei luoghi e di quegli uomini.

 

Viterbo, al via il restauro di tre torri civiche
Da civonline.it del 8 novembre 2018

VITERBO - Cinta muraria e torri civiche di viale R. Capocci, via del Pilastro e via delle Fortezze, al via i lavori di riqualificazione e messa in sicurezza. Lo comunica l'assessore ai lavori pubblici Laura Allegrini, che spiega: "Possiamo finalmente procedere con quell'intervento di riqualificazione e messa in sicurezza delle nostre mura civiche e di tre importanti antiche torri. I lavori partiranno lunedì prossimo. A realizzarli sarà la ditta PRO.MU Restauri artistici - ha aggiunto e concluso l'assessore Allegrini -. Il termine è previsto per il prossimo gennaio. Tutti i dettagli di questo importante intervento verranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si terrà a Palazzo dei Priori all'inizio della prossima settimana". Per tale intervento è stata emanata apposita ordinanza da parte del settore lavori pubblici, che prevede alcuni provvedimenti alla circolazione e alla sosta veicolare. Dalle ore 7 del 12 novembre fino al termine dei lavori, il 28 gennaio 2019, sarà istituito il restringimento della carreggiata stradale in via R. Capocci, nel tratto interessato dall'intervento; sarà inoltre istituito il divieto di sosta in via delle Fortezze, su entrambi i lati, a scendere, verso Santa Maria delle Fortezze.

 

Ettari di bosco distrutti in Cansiglio, ma l’hangar verrà inaugurato lo stesso
Da oggitreviso.it del 7 novembre 2018

CANSIGLIO - Era previsto per venerdì prossimo 9 Novembre alle ore 11:00, con la presenza del vice Governatore Gianluca Forcolin e dell’assessore regionale Gianpaolo Bottacin, nonché i sindaci del territorio: e Veneto Agricoltura conferma l’evento. Non sarà la furia del vento o i temporali di intensità disastrosa a bloccare la volontà dell’Agenzia regionale a migliorare ancor di più la foresta demaniale regionale del Cansiglio. Ed il progetto di riqualificazione dell'ex base missilistica, va in questa direzione. Ecco perché, come ha ribadito il direttore Alberto Negro, “venerdì comunque inaugureremo l'Hangar del Cansiglio”. Ma com'è ad oggi la situazione nella bella faggeta dell'Alpago? La foresta del Cansiglio per il forte vento del 28-29 ottobre scorso è stata danneggiata in particolar modo nelle aree di Pian Canaie-Pian Rosada-Vivaio-Due Ponti schiantando in particolar modo i boschi di faggio.

Altra zona colpita dal vento è la Valmenera, con numerosi schianti di abete rosso e quella di Col Campon- alughetto. Le altre aree della foresta sono indenni o soggette solo a singoli schianti di poca rilevanza. Comunque stiamo parlando di quantità di schianti, seppur rilevanti, sopportabili dall’ecosistema foresta del Cansiglio. In effetti, la superficie schiantata a raso delle aree maggiormente colpite è di qualche decina di ettari. Gli schianti hanno riguardato anche la via principale di accesso al Cansiglio, ma il personale di Veneto Agricoltura è intervenuto prontamente liberando la strada dalle piante e mettendo in sicurezza la viabilità; pertanto le strade di accesso all’altopiano sono agibili. Permangono invece non percorribili le strade forestali, per le quali serve una verifica puntuale e dettagliata dei danni. Registrati danni anche alle linee elettriche e telefoniche. L’unica struttura danneggiata dal vento è stata la stalla Moretto in Valmenera, ed il concessionario sta già provvedendo al ripristino della copertura. Veneto Agricoltura si è attivata subito con le ditte boschive locali per esboscare le aree maggiormente schiantate in modo da non perdere il valore economico del legname. Le ditte hanno risposto prontamente alla richiesta di collaborazione dell’Agenzia e già questa settimana saranno predisposti i cantieri; da lunedì prossimo 12 novembre partiranno le lavorazioni.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Avetrana
Da corrieresalentino.it del 7 novembre 2018

AVETRANA (Taranto) – Ciò che resta oggi del Castello di Avetrana sono la torre quadrata conosciuta anche col nome di Torrione, evidenziandone in tal modo l’elemento più antico, parte della torre angolare cilindrica posta tra le cortine occidentale, ancora esistente, e settentrionale, ormai diruta, da una torretta quadrata più bassa ed una cortina fra la torre cilindrica e la torretta. Sotto il complesso si sviluppa una serie di ambienti ipogei probabilmente con funzioni di trappeti, magazzini, depositi e, sotto la torre tonda casematte. Con molta probabilità la struttura si innestava nel dispositivo difensivo rappresentato dalla cinta muraria. La parte più antica, dunque, è il Torrione, già esistente nel 1378 e probabilmente risalente alla dominazione sveva, simile alle torri di Leverano, Rutigliano ed Adelfia. In epoca angioina il casale di Avetrana venne concesso al Gran Siniscalco del Regno Pietro Tocco, al quale venivano assegnati due militi nel 1378. Successivamente subentrò la famiglia De Raho ma, estintosi il ramo, il feudo tornò alla Corona per essere nuovamente concesso dalla Regina Giovanna II al napoletano Giovanni Dentice che a sua volta lo vendette a Francesco Montefusco. Dopo ulteriori passaggi, nel XVIII secolo il castello fu acquisito dalla famiglia brindisina Romano. Il Torrione presenta tracce di merli con piccole e strette finestre soltanto ai piani alti, mentre l’interno era suddiviso in piani da solai lignei. L’accesso all’interno avveniva attraverso una rampa di scale collegata attraverso un ponte levatoio di cui restano alcune tracce nelle mura. Tutto il complesso era circondato da un fossato. Nato nell’epoca in cui le guerre si combattevano con armi da getto, armi bianche e macchine balistiche, con l’avvento delle armi da fuoco e dei pesanti pezzi di artiglieria, il Torrione rivelò la sua inadeguatezza alle nuove tecniche belliche, pertanto si resero necessari diversi ammodernamenti di tutto il dispositivo difensivo. Nel XVI secolo quindi si provvide ad effettuare i suddetti adeguamenti sia nella cinta muraria cittadina, sia nel complesso in questione e proprio a questa epoca va attribuita la costruzione della torre cilindrica e della torretta, di cui però non è ancora chiara la funzione. Persa definitivamente la sua funzione militare, il complesso è stato adibito alle più svariate funzioni, sino a quando una serie di restauri non lo restituito ai suoi antichi apparenti splendori. Cosimo Enrico Marseglia

 

LA FAKE NEWS DEL MUOS «MAXI RADAR»
Da nogeoingegneria.it del 6 novembre 2018

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

«M5S diviso sul maxi radar siciliano», titola il Corriere della Sera, diffondendo una maxi fake news: non sul fatto che la dirigenza del Movimento 5 Stelle, dopo aver guadagnato in Sicilia consensi elettorali tra i No Muos, ora fa marcia indietro, ma sullo stesso oggetto del contendere. Definendo la stazione Muos di Niscemi «maxi radar», si inganna l’opinione pubblica facendo credere che sia un apparato elettronico terrestre di avvistamento, quindi difensivo. Al contrario, il Muos (Mobile User Objective System) è un nuovo sistema di comunicazioni satellitari che potenzia la capacità offensiva statunitense su scala planetaria.

Il sistema, sviluppato dalla Lockheed Martin per la U.S. Navy, è costituito da una configurazione iniziale di quattro satelliti (più uno di riserva) in orbita geostazionaria, collegati a quattro stazioni terrestri: due negli Stati uniti (nelle Hawaii e in Virginia), una in Sicilia e una in Australia. Le quattro stazioni sono collegate l’una all’altra da una rete terrestre e sottomarina di cavi in fibra ottica (quella di Niscemi è direttamente connessa alla stazione in Virginia). Il Muos, già in funzione, diverrà pienamente operativo nell’estate 2019 raggiungendo una capacità 16 volte superiore a quella dei precedenti sistemi. Trasmetterà simultaneamente a frequenza ultra-alta in modo criptato messaggi vocali, video e dati. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri, statunitensi e alleati, saranno così collegati a un’unica rete di comando, controllo e comunicazioni agli ordini del Pentagono, mentre sono in movimento in qualsiasi parte del mondo, regioni polari comprese. La stazione Muos di Niscemi non è quindi un «maxi radar siciliano» a guardia dell’isola ma un ingranaggio essenziale della macchina bellica planetaria degli Stati uniti.

Se la stazione fosse chiusa, come ha promesso disinvoltamente il M5S in campagna elettorale, dovrebbe essere ristrutturata l’architettura mondiale del Muos. Lo stesso ruolo svolgono le altre principali basi Usa/Nato in Italia. La Naval Air Station Sigonella, a poco più di 50 km da Niscemi, è la base di lancio di operazioni militari principalmente in Medioriente e Africa, effettuate con forze speciali e droni. La Jtags, stazione satellitare Usa dello «scudo anti-missili» schierata a Sigonella – una delle cinque su scala mondiale (le altre si trovano negli Stati uniti, in Arabia Saudita, Corea del Sud e Giappone) – serve non solo alla difesa anti-missile ma alle operazioni di attacco condotte da posizioni avanzate. Il Comando della Forza Congiunta Alleata, a Lago Patria (Napoli), è agli ordini di un ammiraglio statunitense, che comanda allo stesso tempo le Forze Navali Usa in Europa (con la Sesta Flotta di stanza a Gaeta in Lazio) e le Forze Navali Usa per l’Africa con quartier generale a Napoli- Capodichino. Camp Darby, il più grande arsenale Usa nel mondo fuori dalla madrepatria, rifornisce le forze Usa e alleate nelle guerre in Medioriente, Asia e Africa. La 173a Brigata aviotrasportata Usa, di stanza a Vicenza, opera in Afghanistan, Iraq, Ucraina e altri paesi dell’Europa Orientale. Le basi di Aviano e Ghedi – dove sono schierati caccia statunitensi e italiani sotto comando Usa, con bombe nucleari B61 che dal 2020 saranno sostituite dalle B61-12 – fanno parte integrante della strategia nucleare del Pentagono. A proposito, si ricordano Luigi Di Maio e gli altri dirigenti del M5S di essersi solennemente impegnati con l’Ican a far aderire l’Italia al Trattato Onu, liberando l’Italia dalle armi nucleari Usa?

 

Elvas, la città del Portogallo racchiusa in una stella
Da siviaggia.it del 6 novembre 2018

Può, una città, essere racchiusa in una stella? Se quella stella è fatta di possenti mura, la risposta è: sì, può. E il risultato – visto dall’alto – è spettacolare. Stiamo parlando di Elvas, cittadina fortificata a difesa del confine con la Spagna, nella regione portoghese dell’Antejo, venuta di recente alla ribalta per la trasformazione in hotel dei suoi monasteri. È talmente spettacolare, e talmente significativo dal punto di vista storico, che il suo complesso sistema di fortificazioni è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Perché è così famosa, Elvas? Perché la sua cittadella antica, la Muralhas, del Portogallo è la fortezza più grande. La sua costruzione ebbe inizio nel XVII secolo, su indicazione dell’ingegnere militare francese Vauban. E le sue robuste mura grigie, perimetro d’un irregolare poligono a forma di stella, sono testimonianza della sua travagliata storia, dei combattimenti condotti per difendere l’autonomia nazionale. Ecco perché, Elvas, è tutto un susseguirsi di mura, di torri, di fossati, di bastioni e di porte che si aprono su quello che – oggi – è uno splendido centro storico.

Due forti, posti su alture esterne all’abitato, sono il luogo giusto in cui cominciare una visita a a questa città tra il Portogallo e la Spagna: a est troviamo il Forte de Santa Luzia, a nord il Forte de Nossa Senhora da Graça, capolavoro dell’architettura militare europea del XVIII secolo progettato dal Conte di Lippe Friedrich Wilhelm Ernst Von Shaumburg-Lippe, chiamato in città per riorganizzare l’esercito portoghese e affrontare così l’invasione della Spagna, durante la Guerra di Restaurazione. Un’altra spettacolare costruzione che disegna il paesaggio di Elvas è l’Aqueduto da Armoreira, costruito tra il 1498 e il 1622. Il progetto è di Francisco de Arruda, già autore della Torre Belém di Lisbona. E la sua lunghezza – che si estende per 7 chilometri – vede l’ordinato susseguirsi di 843 archi disposti su cinque livelli.Del resto, le cose da vedere ad Elvas non si contano. C’è l’Igreja de Nossa Senhora da Consolaçao, meravigliosa chiesa costruita laddove un tempo sorgeva una chiesa dei Templari a pianta circolare e che – con la sua pianta ottagonale – presenta oggi un interno molto decorato, col suo interno in azulejos giallo e blu e la cupola sorretta da colonne barocche. Oppure, l’antica cattedrale del XIII secolo Igreja de Nossa Senhora da Assunçao, coi suoi pinnacoli, le merlature, e i portali laterali finemente decorati. Senza dimenticare il Castello di Elvas, costruito sulle rovine di vecchie strutture moresche e rinforzato – durante il periodo della Reconquista – con giri di mura, torri e porte. Si gode da qui, il panorama più bello sulla città e sui suoi dintorni, fatti di verde e d’ulivi.

 

Tomaso Montanari, La “bellezza inutile” delle città
Da emergenzacultura.org del 5 novembre 2018

Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo; pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti. Risultato finale: distruzione del tessuto sociale, museificazione del tessuto monumentale, gentrificazione (che vuol dire “borghesizzazione” di quartieri già popolari), e in un’ultima analisi perdita del tono democratico. La città non è più una città, ma una quinta per film, una location per eventi. È la storia di Venezia: le cui recentissime ferite da acqua alta sono la conseguenza non solo del cambio climatico, e del conseguente innalzamento del Mediterraneo, o della follia criminogena del Mose, ma anche dell’inarrestabile emorragia dei suoi cittadini, ridotti a meno di un terzo rispetto al 1871.

Espulso il popolo, le pietre iniziano a cedere: anche quelle di San Marco. Ma non c’è solo Venezia, ormai sono centinaia le città italiane incamminate lungo questo viale del tramonto che una classe politica inconsapevole e irresponsabile dipinge invece come la via luminosa di una modernissima vita di rendita da turismo. C’è Firenze, ormai senza anima. E c’è Napoli, il cui ventre popolare perde giorno dopo giorno i propri connotati in una marcia forzata verso una gentrificazione da overtourism. E poi c’è Bergamo, per esempio. Quando, qualche settimana fa, si è riunita proprio a Napoli la Set, la “Rete di Città del Sud Europa di fronte alla Turistificazione”, uno tra gli interventi più istruttivi è stato proprio quello dei cittadini bergamaschi. Bergamo è una città stupefacentemente ricca: e non per rendita, ma per una religione del lavoro che sfiora la maniacalità. Eppure non appena si è scoperta “città d’arte” (un’espressione in sé malata, che nega l’identità tra città e arte e identifica una tipologia commerciale), anche Bergamo si è lasciata sedurre dall’idea di mettere a reddito tutta quella “bellezza inutile”. Ma quando si sceglie di vivere di turismo diventa molto difficile governare le conseguenze: ed è per questo che raccontare il declino della Città Alta di Bergamo significa parlare di cento altre città storiche infelici. Infelici perché disgraziate nello stesso modo, a differenza delle famiglie di Tolstoj. Prendiamo i dati sui residenti, su un lungo arco di tempo, dal 1951 al 2016: ebbene, se in questo periodo Venezia ne ha persi il 52%, la Città Alta di Bergamo ne ha contati il 38% in meno, arrivando al minimo di 2400. Un’emorragia di popolo, che cambia radicalmente l’uso, e dunque il senso, di quelle antiche pietre. Negli ultimi quarant’anni le case vuote in Bergamo Alta sono aumentate di sei volte, le abitazioni di proprietà sono raddoppiate, quelle in affitto sono dimezzate: un trend che vieta la città storica alle giovani coppie con bambini, e apre la strada ad una omogeneità sociale fatta di famiglie piccole e benestanti.

La città storica diventa la città dei ricchi. E, in prospettiva vicina, la città dei turisti. L’inclusione delle Mura venete della città nella lista Unesco (un bollino che ormai assomiglia al bacio della morte sulla tenuta sociale del nostro patrimonio culturale) ha fatto raddoppiare le vendite “di pregio” in Città Alta: vendite che preludono nella quasi totalità alla creazione di strutture alberghiere di fatto (dal 2010 ad oggi gli airbnb crescono del 79%, gli alberghi veri calano del 9,2%). La città storica diventa un dormitorio per turisti di lusso: in Città Alta ogni notte dormono 12,4 turisti per abitante, mentre i posti letti sono ormai 30 ogni 100 abitanti. Se allarghiamo lo sguardo dai pernottamenti alle presenze turistiche in generale, vedremo che i turisti che ogni anno visitano il cuore storico e artistico di Bergamo sono stimati in circa 200.000 l’anno, arrivando ormai alla fatidica proporzione dei cento per singolo abitante. Conseguenza: al posto dell’ultima parrucchiera apre l’ennesima yogurteria, e nella Città Alta non c’è più un solo idraulico, un meccanico, un elettricista e nemmeno un restauratore, per quella sorta di “pulizia etnica” delle professioni che fa sembrare tutti eguali i nostri centri storici. È questo il drammatico quadro che spinge la parte più consapevole della cittadinanza (come per esempio la benemerita Associazione per Città Alta e Colli) a contestare radicalmente la costruzione di un parcheggio interrato di 9 piani (!) che l’amministrazione guidata da Giorgio Gori (l’anello mancante tra il berlusconismo e il renzismo) sta costruendo proprio sotto le famose Mura venete consacrate dall’Unesco. Un parcheggio pensato “per i visitatori” (per ammissione della stessa giunta) a servizio di una Città Alta che avrebbe invece un enorme bisogno di politiche per residenti non selezionati per censo. La giunta si trincera dietro il fantasma delle penali che si dovrebbero pagare cassando il parcheggio. Ecco l’ultima frontiera della post-democrazia, l’ultima reincarnazione del Tina (There Is No Alternative) della Thatcher e di Blair. Non si discute più della conseguenze a lungo termine del Tav, del Tap o del parcheggio di Bergamo: una politica senza progetto e senza coraggio si nasconde dietro l’alibi del “non-possiamo-cambiare-perché-ci-sono-le penali”. E pazienza se, facendola, quell’opera farà danni più gravi e profondi. Non la “rivoluzione della modernità” venduta dalla retorica renziana di Gori, insomma, ma la cancellazione del nesso vitale tra le pietre e il popolo: guardando Bergamo si capisce l’Italia.

 

Augusta : La realtà del Museo della Piazzaforte
Da augustaonline.it del 5 novembre 2018

5 novembre 2018 – Il Museo della Piazzaforte si conferma punto di riferimento culturale e di identità della città, grazie all’impegno del suo direttore e dei suoi collaboratori che da decenni mantengono vivo il progetto che fu di Tullio Marcon. Il Museo è stato istituito nel 1986 . La sua prima sede fu il Bastione del Castello Svevo dove per oltre sei anni aveva accolto migliaia di visitatori. Il Museo fu costretto alla chiusura per lavori di sistemazione del castello Federiciano che, di fatto, non sono mai terminati.

Da oltre 15 anni il castello è chiuso al pubblico. Per un decennio Marcon e Forestiere hanno tentato in tutti i modi di ridare una sede al museo. Ricordiamo che per un breve periodo fu trovata una soluzione , concedendo i locali all’interno della cinta del castello Svevo, che erano stati già l’ingresso dell’ex carcere. Una soluzione che consentiva di sfruttare anche lo spazio del cortile “esterno” della Torre Bugnata come area museale per i pezzi più voluminosi. Il museo nel duemila fu costretto ad un ennesimo trasloco.

Quando l’amministrazione Carrubba ha dato la disponibilità di allocare il Museo nei locali al piano terra del Palazzo di Città dove si trova attualmente. Questa sede ricordiamo è stata inaugurata nel maggio 2012 da allora il museo è meta di numerosi visitatori, scolaresche, fa parte di un virtuoso circuito culturale cittadino grazie alla buona volontà di amanti della storia e soprattutto amanti della città, lo testimonia anche il continuo interesse di numerosi cittadini e famiglie Augustane che donano cimeli che hanno raggiunto circa 700 reperti . – 2018 © www.augustaonline.it / Augusta News

 

 

Perché #NoMuos
Da sebastianogulisano.com del 5 novembre 2018

«Io sono contro il MUOS, ma so anche che c’è il terrorismo internazionale».
Con queste parole, nell’estate del 2013, durante un dibattito a Caltagirone, il deputato catanese del PD Giovanni Burtone sintetizzava la posizione sua e del suo partito nell’epoca del cosiddetto scontro tra civiltà, quello esaltato l’indomani dell’11 settembre 2001 da una Oriana Fallaci in preda al «fervore guerresco» contro la «Crociata al contrario» dichiarata dal mondo musulmano a quello occidentale e mirata «all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci». E ci esortava a respingerli, a impedirne «l’invasione» a prescindere dal fatto che «usino i cannoni o i gommoni». «Io sono contro il MUOS, ma so anche che c’è il terrorismo internazionale». È questa “ineluttabile” logica guerresca che trova nuova linfa nel terrore suscitato dagli attentati di Parigi e di Copenaghen, nell’orrore per i barbari assassinii dell’Isis, di Boko Haram, di al-Qaeda ad avere condannato i niscemesi a essere «danni collaterali» a medio/lungo termine del presunto scontro tra civiltà. Proprio così: danni collaterali. Come i civili inermi vittime delle guerre. Con la differenza, rispetto all’Iraq o alla Libia, all’Afghanistan o al Donbass, alla Palestina o all’Ukraina, che nessuno ci mostrerà i corpi dilaniati dai bombardamenti, ché a Niscemi i “bombardamenti” sono invisibili: ci si ammala di cancro e si muore lentamente e in solitudine, lontano dalle cineprese e dalle fotocamere. «Abbiamo letto in questi giorni che la decisione del TAR sarebbe inopportuna in un momento in cui il MUOS potrebbe avere interesse per la difesa nazionale», hanno ricordato stamattina gli avvocati Paola Ottaviano e Nello Papandrea, legali dei comitati che si sono opposti alla realizzazione del Muos, sottolineando che «il MUOS non è ancora in funzione non essendo in orbita tutti i satelliti necessari al suo funzionamento». E perché il TAR, con la sentenza del 13 febbraio ha sancito che tutte le autorizzazioni sono da rifare e che, nella sostanza, al momento il MUOS di Niscemi è un’opera abusiva. Il MUOS s’ha da fare ripetono da anni governanti regionali e nazionali, che in tal senso si sono impegnati con gli Stati Uniti d’America, e gli USA all’impianto di Niscemi tengono particolarmente, perché è una delle quattro stazioni terrestri che, “dialogando” con altrettanti satelliti, mettono in comunicazione istantanea l’intero apparato bellico statunitense su tutto il pianeta: uno strumento essenziale nello «scontro tra civiltà». Talmente essenziale da essere stato realizzato senza valide autorizzazioni e con la repressione sistematica della popolazione e degli attivisti NO MUOS che si sono apposti alla costruzione. Talmente essenziale che stando alle dichiarazioni dell’ex senatore Sergio De Gregorio, si sarebbe attivata la CIA per fare cadere il governo Prodi nel 2008, partecipando alla presunta compravendita di senatori che provocò la fine anticipata della legislatura: «Vi erano preoccupazioni forti da parte degli americani sulle questioni di sicurezza e difesa, in ordine alle opposizioni che venivano dall’ala più radicale del governo Prodi. In particolare c’era preoccupazione sul rafforzamento della base Nato di Vicenza e sulla installazione radar di Niscemi». Davide contro Golia, che ricorrerà al Consiglio di Giustizia Amministrativa per ribaltare l’esito della sentenza del TAR di Palermo che, senza entrare nel merito, ha l’effetto di continuare a tutelare la salute di una comunità che già paga la vicinanza al petrolchimico di Gela. Una vicinanza che «suggerisce» all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) «che il territorio di Niscemi è interessato da fumi industriali» e, citando dati dell’ISTAT e del ministero della Salute relativi al periodo 2005-2010, racconta che, rispetto alle percentuali regionali, a Gela, a Niscemi si riscontrino «eccessi significativi di ospedalizzazioni per tumori maligni». Seguono dieci righe di diverse patologie tumorali che colpiscono gli uomini, mentre per le donne si registra «un eccesso di tumori maligni del sistema linfoemopoietico». Inoltre, «meritevole d’attenzione è l’eccesso significativo sia di mortalità che di ospedalizzazione per mieloma multiplo tra gli uomini». D’altronde, lo stesso Rosario Crocetta, il presidente della Regione ed ex sindaco di Gela che quel territorio lo conosce bene, all’inizio del 2013, inun’intervista rilasciata al regista Enzo Rizzo per il film NO MUOS, quando ancora si ergeva a “paladino” dell’opposizione all’installazione alle antenne satellitari statunitensi, osservava che il sistema immunitario delle persone che abitano in questa zona della Sicilia da decenni è messo a dura prova e deve difendersi dagli “attacchi” del petrolchimico, a cui negli ultimi ventiquattro anni si sono aggiunte le sollecitazioni delle emissioni elettromagnetiche provenienti dalle 46 antenne NRTF esistenti. E che ulteriori insidie alla salute delle persone troverebbero il sistema immunitario già impegnato a combattere altre “guerre” e non sarebbe in grado di reagire come dovrebbe a nuove possibili “aggressioni” provenienti dal MUOS. I bambini sono le principali vittime delle onde elettromagnetiche emesse dal sistema di telecomunicazioni NRTF della US NAVY. A Niscemi non s’erano mai visti bambini depressi, né autistici: ora ci sono. Così come c’è un vistoso aumento dei tumori infantili, con percentuali superiori alla media nazionale. Di nuovo, rispetto al passato, c’è solo la base USA. Questa realtà emerge dai dati raccolti dal dottore Marino Miceli fra pediatri e medici di base che operano nel territorio comunale; un’indagine da cui emerge che anche gli adulti non se la passano bene, considerando che 14 cittadini su 100, a fronte di una media nazionale del 4%, sono affetti da tumore alla tiroide, mentre 7 uomini su 100 patiscono tumori ai testicoli, contro il 2% nazionale. Che i bambini siano soggetti a rischio ha dovuto ammetterlo persino la prudente relazione dell’ISS dell’estate 2013: «Cè una evidenza diretta che i bambini sono più suscettibili degli adulti ad almeno alcuni cancerogeni, incluse sostanze chimiche e varie forme di radiazioni». La base di telecomunicazioni NRTF-8 della Marina militare statunitense (US NAVY), al cui interno è stato realizzato il sistema MUOS, si trova in piena zona A della riserva naturale della Sughereta; è stata realizzata alla chetichella nel 1991 mentre a Niscemi (e nell’intero territorio circostante) era in corso una sanguinosa guerra di mafia protrattasi per tutti gli anni Ottanta,provocando decine e decine di morti e seminando terrore fra la popolazione, con diverse vittime innocenti fra le quali due bambini proprio nel 1991. La presenza mafiosa in quegli anni era talmente pervasiva che nel luglio del ’92 il Consiglio comunale di Niscemi fu sciolto dal ministro dell’Interno (con replica nel 2004).

La popolazione, dunque,aveva altro di cui preoccuparsi e non si diede pena per la ragnatela futuristica che stava prendendo il posto di un pezzo consistente di bosco, intorno a una mega antenna alta circa 140 metri. Né gli amministratori si posero  domande. O, se sele posero, non cercarono risposte. Fino al 9 settembre del 2008, ufficialmente, nessuno amministratore si pose domande; quel giorno, il direttore della ripartizione urbanistica comunale, prima vistò il nulla osta decisivo alla realizzazione del MUOS e poi partì per Palermo per partecipare alla conferenza dei servizi convocata dall’assessore regionale al Territorio «per il rilascio del nulla osta prescritto per la realizzazione di opere all’interno della riserva naturale». Una mera formalità risolta all’unanimità dai partecipanti: «il Comune di Niscemi, l’Ispettorato Regionale Foreste, l’UPA di Caltanissetta, il DRU – Servizio 10, la ditta U.S. NAVY e 41° Stormo – Sigonella (assente la Soprintendenza)», annotano i giudici del TAR nella recente sentenza che ha bloccato il MUOS. Il giorno successivo, informato da un giornalista sui possibili rischi per la salute dei cittadini esposti alle onde elettromagnetiche,finalmente un sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino del PD, eletto dopo la scadenza del secondo commissariamento governativo per infiltrazioni mafiose, cominciava a porsi domande e a cercare risposte intanto dall’ARPA, che per la prima volta, a diciotto anni di distanza dalla nascita della base USA, iniziava a svolgere il suo compito e ad «effettuare le misurazioni delle emissioni elettromagnetiche mediante centraline mobili poste sulle case di abitazione più prossime alla stazione radio», registrano i giudici. Nel marzo dell’anno successivo, Di Martino, le risposte iniziò a chiederle anche a degli scienziati indipendenti come il professore Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino, e al ricercatore dello stesso ateneo Massimo Coraddu. E sulla scorta dei loro studi, il 5 settembre del 2011 ricorreva al TAR di Palermo chiedendo l’annullamento delle autorizzazioni per la realizzazione del MUOS. Quattro anni e mezzo dopo, il procedimento innescato da quell’esposto è arrivata la sentenza. Ma non è finita ancora. Nell’attesa del CGA. Per gli Stati Uniti d’America le leggi italiane non hanno valore e, malgrado la sentenza del TAR di Palermo che azzera le autorizzazioni illegali del MUOS di Niscemi, hanno riattivato le antenne dell’installazione bellica niscemese. E nessuno dei soggetti istituzionali preposti a fare rispettare la sentenza ha finora mosso un dito, ché sono gli stessi soggetti – Ministero della Difesa e Regione Siciliana – che, in barba alla Costituzione e alle leggi, hanno fortemente voluto le antenne satellitari statunitensi e hanno fatto di tutto per ottenere il proprio servile obiettivo. Anzi: lo scorso 26 febbraio la polizia italiana ha scortato all’interno all’interno della base un convoglio di militari e operai: «Poteva apparire una normale squadra addetta alla manutenzione degli impianti presenti nella base – osservano i legali del Coordinamento regionale dei comitati NO MUOS, Nello Papandrea, Paola Ottaviano e Nicola Giudice, nella diffida inviata ieri al Ministero dell’Interno, alla Questura di Caltanissetta, a Carabinieri e Polizia di Niscemi –, senonché dopo il loro ingresso è stata notata la movimentazione delle parabole del MUOS». Sembra il bis della revoca farsa del 29 marzo 2013, quando la Giunta Crocetta annullò le autorizzazioni concesse dalla precedente Giunta regionale guidata da Raffaele Lombardo: una revoca propagandistica che intendeva depotenziare la manifestazione nazionale del giorno successivo a Niscemi (oltre diecimila partecipanti), garantendo alla Marina militare USA di proseguire indisturbata i lavori con il pretesto della «messa in sicurezza» degli impianti. Talmente propagandistica che lo stesso Crocetta sentenziò preventivamente la «inutilità» della manifestazione, ergendosi a “paladino” unico dell’opposizione al MUOS. Così propagandistica da diventare surreale quando la Regione a guida Crocetta, dopo la revoca, si costituisce al TAR al fianco del Comune di Niscemi, contro se stessa. «Alla luce della sentenza del TAR di Palermo, emerge chiaramente come i comitati territoriali NO MUOS siano stati gli unici soggetti ad essersi opposti alla realizzazione di opere illegittime e abusive». Paola Ottaviano e Nello Papandrea, due dei legali del movimento che da anni si oppone alla realizzazione della base di telecomunicazioni satellitari della Marina USA all’interno della Sughereta di contrada Ulmo a Niscemi, non ci girano intorno e sottolineano che, mentre tutto ciò avveniva, «paradossalmente, le forze dell’ordine si adoperavano per garantire l’illegalità, persino consentendo l’ingresso in cantiere a una ditta priva di certificazione antimafia». Il riferimento è alla Calcestruzzi Piazza, al centro di un’interrogazione parlamentare del senatore Giuseppe Lumia. Non solo: per tentare di fiaccare la resistenza, decine e decine di esponenti dei comitati sono stati bersagliati con salatissime multe, l’avvio di procedimenti amministrativi, persino l’arresto e conseguenti processi penali: «Per avere difeso il territorio e la salute, essersi opposti a un sistema di guerra, rifiutandosi di diventare “obiettivo sensibile”, bersagli di un possibile attacco bellico o terroristico», chiariscono Ottaviano e Papandrea. In realtà, la storia del MUOS di Niscemi non sarebbe mai dovuta iniziare, essendo prevista la sua installazione in piena zona A della Riserva naturale orientata “La Sughereta” (fra l’altro, sito SIC di interesse europeo), dove vige l’inedificabilità assoluta. Ma in Italia le leggi sono fatte per essere infrante dalle istituzioni stesse. Come dimostra il seguito della vicenda, ché in un Paese vagamente normale, anche dopo il primo strappo alla legislazione vigente, tutto si sarebbe concluso quando, in seguito alla circostanziata relazione degli esperti del Comune e dei movimenti, Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu, docenti al Politecnico di Torino, le Commissioni riunite Ambiente e Sanità della Regione Siciliana affrontano la questione. Ed è in questa circostanza che emerge che le relazioni “scientifiche” su cui erano basate le autorizzazioni iniziali non erano solo lacunose, ma contenevano clamorosi falsi. E che gli “esperti” che le avevano firmate non erano indipendenti ma al soldo degli statunitensi. Emblematico, in tal senso, il commento del presidente della Commissione Sanità, Pippo Digiacomo (PD): «C’è stata in tutta evidenza una volontà omissiva di coprire gli effetti dannosi del MUOS». Era il 5 febbraio 2013. Quel giorno poteva sostanzialmente concludersi questa squallida vicenda che vorrebbe condannare i niscemesi a essere «danni collaterali» di interessi sovranazionali, invece è cominciata la farsa messa in scena dal presidente della Regione, Rosario Crocetta (anch’egli PD), l’uomo che sulla “opposizione” al MUOS ha incentrato ben tre campagne elettorali, arraffando voti a più non posso, per poi gettare la maschera quando non c’era più nulla da ramazzare in chiave elettoralistica, emanando l’illegittima «revoca della revoca». È proprio fra la revoca delle autorizzazioni (29 marzo 2013) e la successiva revoca della revoca (24 luglio 2013) che si intensifica la repressione nei confronti degli attivisti NO MUOS, che, coi blocchi stradali, tentano quotidianamente di impedire l’ingresso in base degli operai incaricati di completare i lavori, malgrado l’assenza di autorizzazioni. È in questo periodo che la strategia repressiva delle istituzioni italiane tenta di sfiancare il movimento con le multe, di dividerlo, di criminalizzarlo con una raffica di procedimenti penali. Mentre i media mainstream nazionali e regionali suonano la grancassa contro gli «anarchici insurrezionalisti» (sinonimo di «terroristi», nell’immaginario collettivo) e le fantomatiche «infiltrazioni mafiose» nei comitati millantate da Crocetta. A partire dal mese di aprile 2013, una fitta corrispondenza fra Prefettura di Caltanissetta, Governo nazionale, Regione Siciliana e Ambasciata USA a Roma racconta come le istituzioni sia siano mosse per “aggiustare” le cose. Una corrispondenza resa pubblica dagli attivisti di Anonymous, dopo un’incursione nella banca dati del Ministero dell’Interno, in agosto, e raccontata da Antonio Mazzeo sul periodico I Siciliani giovani. Una corrispondenza dalla quale emergono preoccupazioni e tresche di Stato finalizzate a continuare i lavori, tanto che il 3 maggio il dirigente generale dell’assessorato Territorio e Ambiente, Vincenzo Sansone, rivendica per iscritto «che questo Assessorato non ha mai impedito alcuna azione all’interno della base». Quattro giorni dopo, nella memoria che l’ufficio legale della Regione deposita al TAR nella controversia col ministero della Difesa, gli avvocati di Crocetta confermano che «eventuali disagi o ritardi» nella costruzione del MUOS non sono attribuibili alla Regione, bensì «riconducibili ai presìdi spontaneamente organizzati dalla popolazione del territorio interessato e da simpatizzanti». E chi vuole intendere, intenda. Oggi, malgrado una sentenza del TAR che azzera le autorizzazioni, Governo e Regione continuano a fare i sudditi degli statunitensi e, invece di vigilare affinché siano rispettate le leggi nazionali, lasciano che la Marina militare USA possa proseguire indisturbata nei propri intenti e, per essere certi che ciò possa avvenire, così come in passato, fanno scortare gli operai da Polizia e Carabinieri, come denunciato dai legali dei comitati.

 

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Nardò
Da corrieresalentino.it del 4 novembre 2018

NARDO’ (Lecce) – Discordanti ed imprecise sono le fonti relative ad un castello antecedente a quello attuale nell’abitato di Nardò. Probabilmente esisteva un antico fortilizio o castrum di epoca bizantina, sui cui resti il normanno Roberto il Guiscardo avrebbe fatto erigere una nuova struttura, forse un torrione. Nel 1271 il Re di Napoli Carlo I d’Angiò concesse la fortezza ai frati francescani. Il luogo in cui sorgeva il maniero dovrebbe essere quello indicato come castelli veteris, cioè vecchio castello. La fine della struttura in questione può essere al momento dedotta solo per congetture giacché la scomparsa della fortezza neretina dovrebbe coincidere con la guerra scatenata in Puglia dalla Repubblica di Venezia contro il Re di Napoli Ferrante d’Aragona, che portò le armate della Serenissima ad assediare diverse città costiere come Monopoli, Brindisi, Otranto e Gallipoli, per poi spingersi nell’entroterra.

Nardò venne assediata e si arrese nel luglio del 1484, spinta dal Conte di Ugento e Signore di Nardò Anghilberto del Balzo, sostenitore della causa veneziana. Terminate le ostilità e stipulata la pace, Nardò venne punita dall’aragonese dandola in stato di vassallaggio a Lecce, abbattendone la cinta muraria e tutte le strutture difensive, tra le quali probabilmente doveva essere incluso il castello. Dopo una decina di anni, nel 1495, in seguito alla Pace di Bagnolo, Nardò fu tolta ai del Balzo ed affidata a Bellisario I Acquaviva d’Aragona che nel 1516 ne fu elevato al rango di duca. A lui si deve la costruzione del castello e della cinta muraria che oggi possiamo ammirare. Il nuovo Castello di Nardò ha una pianta quadrangolare con quattro torri angolari a mandorla di cui una maggiormente sporgente delle altre rispetto al tracciato perimetrale ed alle mura di cinta cittadine, e che probabilmente si collegava ad una delle porte urbiche. Inizialmente aveva un ponte levatoio che scavalcava il fossato non più esistente perché colmato, oltre ad essere fornito di bocche cannoniere, feritoie e balestriere laterali. Successivi interventi e modifiche hanno cambiato il prospetto del castello che nel tempo è andato perdendo parte delle sue caratteristiche militari per trasformarsi in residenza signorile. Diversi blasoni della famiglia Acquaviva d’Aragona campeggiano sui torrioni e sulla facciata principale.

Il cortile interno quadrangolare, piuttosto piccolo e spostato ad occidente rispetto all’asse della struttura, costituiva la piazza d’armi mentre i duchi risiedevano al piano nobile. Subentrata nella proprietà la famiglia dei Baroni Personé, nel XIX secolo la facciata principale fu abbellita con fregi e piccoli archi, nonché altre decorazioni i cui lavori furono affidati alla direzione dell’Ingegnere Generoso De Maglie di Carpignano Salentino. Sulla facciata fu aggiunto anche lo scudo con le armi dei Personé. Nel 1933 il castello veniva acquistato dal Comune. Cosimo Enrico Marseglia

 

Fiandre. La quiete sul Fronte occidentale
Da nationalgeographic.it del 3 novembre 2018

FOTOREPORTAGE A cento anni dalla fine della Grande Guerra un viaggio sui campi di  battaglia simbolo del conflitto fotografie e testi di Andrea Contrini

Il paesaggio lunare del campo di battaglia di Passchendaele (foto 3) è uno tra i più intensi simboli di devastazione e orrore della Prima guerra mondiale. Ma sono molti gli episodi avvenuti tra il 1914 ed il 1918 nella piccola provincia belga delle Fiandre Occidentali che diventarono emblematici di quel conflitto: la cosiddetta “tregua di Natale”, il primo utilizzo su larga scala di gas tossici e la guerra sotterranea nelle alture di Messines. Il tratto di fronte che andava dalle spiagge di Nieuwpoort ai boschi di Ploegsteert si stabilizzò dopo la cosiddetta "corsa al mare" del 1914. Poi il fulcro della lotta diventò il saliente di Ypres, vedendo contrapporsi le truppe tedesche a quelle britanniche, del Commonwealth e francesi.

Le quattro furiose battaglie attorno alla cittadina - nel 1914, nel 1915, nel 1917 e nel 1918 - spostarono le linee di appena qualche chilometro facendo sprofondare gli eserciti in un inferno di sangue e fango. Dilaniarono quella che era una fiorente area agricola e nel dopoguerra popoleranno gli incubi dei veterani. Ancora oggi il paesaggio fiammingo mostra la violenza subita: a Passendale l'acqua color ruggine nei canali agricoli rivela la presenza di migliaia di proiettili sepolti; tra Langemark e Bikschote i pascoli sono disseminati di relitti di fortini in calcestruzzo; talvolta capita che il terreno collassi portando alla luce oscuri labirinti sotterranei. Con queste fotografie Andrea Contrini ha voluto proseguire l'esplorazione iniziata con "La quiete dopo la battaglia" e con "Echi nel silenzio", fotoreportage pubblicati online da National Geographic Italia, rivolta ai campi di battaglia del 1914-1918.

Il progetto è nato, nelle parole dell'autore, "dal senso di meraviglia verso il tempo e la natura, che hanno saputo reinterpretare la devastazione lasciata della guerra". Diversi sopralluoghi sul terreno e ricerche bibliografiche, in gran parte all'estero, sono stati poi necessari per sottolineare quell'imprescindibile nesso tra paesaggio attuale e vicende del passato. Spiega Contrini: "Ho realizzato queste fotografie intendendole come piccoli tasselli volti a ricomporre una parte di quel grande mosaico che fu la prima guerra totale e di massa. Perché quel conflitto ha ancora molto da dirci sulla modernità che oggi ci circonda, la quale vide la luce nel bagliore delle esplosioni di cent'anni fa". Nella fotografia di questa pagina: La spiaggia di Nieuwpoort. L'immensa teoria di trincee, fortificazioni e filo spinato del Fronte Occidentale partiva dalle Alpi svizzere per terminare tra queste dune digradanti nel Mare del Nord. Il faro, distrutto dal conflitto e poi ricostruito, segna il punto più settentrionale dell'intera linea alleata.

 

Forte Lugagnano nel degrado: rifiuti e prostituzione
Da larena.it del 3 novembre 2018

Di giorno, sede di lodevoli iniziative culturali, sportive e ricreative; di notte, nascondiglio per incontri a luci rosse e per lo scarico abusivo di rifiuti.

Questa è la doppia vita di forte Prinz Rudolf, meglio conosciuto come forte Lugagnano, al numero 87 dell’omonima via, un chilometro e mezzo a ovest dell’abitato di San Massimo.

Lo stupendo complesso austriaco, costruito nel 1860-61, e nonostante tutto ancora strutturalmente in buono stato, sta soffocando tra cumuli di pneumatici consumati, vecchi sanitari, macerie edili ed elettrodomestici rotti.

Tutto materiale che viene abbandonato con un furtivo viavai di furgoni. Non bastasse, si aggiungono i piccoli rifiuti disseminati qua e là, fra l’erba, dai giri di prostituzione, molto «attivi» nei dintorni. Il prato e la boscaglia che circondano il forte, infatti, fungono da perenne alcova a cielo aperto. Le associazioni che hanno sede nell'edificio chiedono aiuto al Comune: «Situazione ingestibile, gli studenti che vengono in visita camminano in un campo minato». di Lorenza Costantino

 

Gemona nel vortice bellico: le fortificazioni e lo strazio nelle fotografie ritrovate
Da messaggeroveneto.it del 3 novembre 2018

S’inaugurerà domani, domenica, alle 13 nelle sale D’Aronco di palazzo Elti, la mostra fotografica "Gemona in guerra", voluta dall’amministrazione comunale gemonese in occasione del centenario della Grande Guerra. Il taglio del nastro sarà preceduto alle 11.45 dalla presentazione del libro “I caduti gemonesi della Grande Guerra” di Gabriele Marini: l’allestimento è l’occasione per scoprire immagini molto rare della storia della cittadina nel periodo del primo conflitto mondiale che possono suscitare l’interesse di tutti i friulani.

«Questa rassegna – spiega l’assessore alla cultura Flavia Virilli – ha il pregio di avere liberato dalla polvere del tempo ricordi, documenti e immagini che, provenendo dall’archivio storico comunale e da alcune collezioni private, riprendono vita, parlandoci della Gemona di un secolo fa, raccontandoci le paure, le difficoltà e le immani tragedie che la guerra portò in tutto il Friuli, ma riuscendo a offrire uno sguardo privilegiato sulla vita quotidiana dei nostri avi». La mostra, che si articola in quattro sezioni, si compone di una serie di fotografie di grande formato, con opportune didascalie esplicative, di documenti d’epoca e di brevi testi che orienteranno la lettura e lacomprensione degli eventi rappresentati. La prima sala illustrerà il sistema di fortificazioni dell’alto Tagliamento, realizzato tra il 1904 e il 1914.

La seconda documenterà l’occupazione di Gemona dopo Caporetto, tra il 29 ottobre 1917 e il 3 novembre 1918. La terza sala esporrà gli originali delle fotografie stampate, documenti dell’anno di occupazione e il diario manoscritto coevo del sindaco Luciano Fantoni. La quarta mostrerà i paesaggi di Gemona, e di alcune delle sue borgate, nel primo ventennio del Novecento. «A cento anni dalla fine della Grande Guerra – ha detto il sindaco Roberto Revelant -, l’amministrazione comunale ha ritenuto doveroso ricordare i suoi caduti e rammentare questa pagina di storia: uno sforzo che dobbiamo ai nostri concittadini di allora, affinché quel sacrificio non sia stato vano». Gli orari di apertura al pubblico saranno i seguenti: lunedì: dalle 9.30-12.30; dal martedì alla domenica: 9.30-12.30; 14.30-18.30.

 

Luoghi "speciali" da vedere a Palermo nel weekend tra bunker, saloni e giardini
Da balarm.it del 3 novembre 2018

Erano diciotto i luoghi "speciali" da visitare su prenotazione: luoghi piccoli e sotterranei, come i Qanat o i Miqveh – il bagno rituale ebraico – oppure fabbriche aziendali dove scoprire i segreti dell’anice, del caffè o delle caramelle di carruba. E ancora piccole collezioni o depositi di Musei, luoghi da scoprire, a piccoli gruppi, scegliendo comodamente il giorno e l’orario di visita. Iniziamo proprio dall'aeroporto di Boccadifalco dove si visitano la torre di controllo, i due bunker e il giardino dell’antica villa. Un viaggio nel cuore dell’aeroporto di Boccadifalco, con un bus navetta che consente di visitare le parti più lontane dall’ingresso principale. Ed è un itinerario pieno di scoperte quello che porta, attraverso distese verdi, alla torre di controllo dove si osserva dall’alto la pista asfaltata lunga 1224 metri e dove è allestita una preziosa mostra documentaria che racconta la storia dell’aeroporto, e con esso della storia dell’aviazione civile e militare in Sicilia (prenota da qui). Un aeroporto molto attivo come base aerea militare durante la Seconda Guerra mondiale, e ne sono testimonianza i due bunker che possono essere visitati, uno dei quali – utilizzato anche come deposito munizioni – reca su una parete la scritta di un soldato americano. Infine, visita allo straordinario parco di Villa Natoli, con i suoi splendidi e tentacolari alberi.

 

Cos’è il Muos, il gioiello della tecnologia satellitare Usa che rischia di spaccare il M5s
Da ilsole24ore.com del 2 novembre 2018

Chiuso un capitolo, se ne è aperto un altro. Dopo le proteste della base movimentista dei Cinque Stelle contro la decisione dei vertici pentastellati di “rimangiarsi” le promesse fatte in campagna elettorale e di dare il via libera al Tap, in Puglia, si scatena ora una nuova fronda all’interno di M5s, questa volta in Sicilia. Anche questa volta, come nel caso del gasdotto del Salento, c’è di mezzo un acronimo: “Muos”, che sta per “Mobile User Objective System”, un gioiello della tecnologia satellitare gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo strappo potrebbe essere, potenzialmente, altrettanto, se non più divisivo, considerato che la partita coinvolge anche il nostro alleato di sempre, gli Usa. I 5 Stelle siciliani sono convinti che il leader politico Luigi Di Maio annuncerà lo smantellamento del mega satellite*, ma il ministero della Difesa, guidato da un’altra pentastellata, Elisabetta Trenta, frena.

Il forte interesse Usa dietro ai dossier Tap e Muos

Se dietro al sì al Trans-Adriatic Pipeline si nascondono le pressioni esercitate dagli Stati Uniti - di fatto il gasdotto pugliese si pone come alternativa al Nord Stream 2, la pipeline che dovrebbe raddoppiare la capacità di export della Russia verso la Germania e che proprio non piace a Donald Trump - la sensibilità Usa, sotto l’ombrello Nato, nei confronti del “dossier Muos” non è meno accentuata.

Il gioiello della tecnologia satellitare in una riserva naturale di Niscemi

A differenza del caso pugliese, nel mirino della popolazione locale e della base pentastellata è una “base di comunicazione”: un sistema satellitare ad alta frequenza e a banda stretta. Oltre a essere una soluzione d’avanguardia dal punto di vista delle tecnologie utilizzate, questo mega satellite smista le comunicazioni militari destinate a forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo. Il sistema Uhf ad alta frequenza permette di tenere in collegamento i centri di comando e controllo delle Forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18mila terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (Uav- elivoli senza pilota).

Gli effetti dello smantellamento del mega radar sui rapporti Italia-Stati Uniti

Lo strumento ha dunque un elevato peso strategico, sia per gli interessi della Nato, sia per l’Italia, che sul Mediterraneo rivendica da sempre un ruolo di leadership. Se il Governo italiano decidesse di smantellare il Muos, come chiede il movimento No Muos, che intercetta molti attivisti grillini, la scelta avrebbe un effetto molto forte sui rapporti tra Roma e Washington che, al di là dell’interesse manifestato in più di una occasione dal vicepremier Salvini nei confronti della Russia di Vladimir Putin, rimangono tuttora forti e interconnessi. Soprattutto in questi giorni che separano dalla Conferenza internazionale sulla Libia, il 12 e 13 novembre, sulla quale l’Italia ha registrato l’appoggio Usa.

Non solo Muos: da Sigonella partono i droni per colpire l’Isis

Nel braccio di ferro tra Muos sì - Muos no sono in ballo gli interessi geostrategici della Nato in proiezione africana e mediorientale. Anche perché l’importanza del sistema satellitare va letta in un contesto, quello della presenza Nato in Sicilia, che vede la base di Sigonella ospitare gli hangar con i droni da teleguidare verso gli obiettivi Isis in Medio Oriente e Africa, senza dimenticare i porti militari di Augusta e le stazioni aeree di Birgi (Trapani).

Una vicenda iniziata nel 2006

La vicenda di Niscemi non è nuova. È iniziata nel 2006, quando sono state rilasciate le autorizzazioni per l’installazione dell’impianto, di proprietà della Marina militare statunitense,nella base Naval Radio Transmitter Facility Niscemi. Terminato nel 2014, è stato installato a seguito di un accordo bilaterale siglato da Italia e Stati Uniti. Fin dall’inizio la popolazione locale ha chiesto che il sistema satellitare venisse smantellato. Nel mirino, la decisione di destinare un’area così estesa - oltre un milione di metri quadrati - a questo progetto, sottraendola alla riserva naturale della Sughereta, e il timore che l’impianto fosse pericoloso per la salute della popolazione locale. I Cinque Stelle siciliani hanno poi fatto propria la protesta. Ma contrario all’ipotesi di smantellare il mega satellite è il ministero della Difesa, al cui vertice siede una pentastellata, Elisabetta Trenta. Si delinea così uno scontro all’interno del Movimento, con la ministra da una parte e la fronda siciliana dall’altra. Quest’ultima confida nell’appoggio del leader politico M5s, Luigi Di Maio.

Di Maio annuncia «importanti novità».

E si riaccende la protesta Negli ultimi giorni la polemica è tornata ad accendersi. Ad “accendere la miccia”, le parole del vicepremier. In occasione di una recente visita a Scordia, nei pressi di Catania, Di Maio ha annunciato «importanti novità sul Muos». A stretto giro, stretto dal pressing degli attivisti No Muos, fattosi più consistente dopo le dichiarazioni del vicepremier, il deputato cinquestelle dell’Assemblea regionale Siciliana, Giampiero Trizzino, ospite di Obiettivo Radio1, ha fatto capire che sul mega radar la decisione è presa. «Il M5S e il governo - ha affermato - hanno già preso una posizione, quella che hanno sempre avuto, e Luigi Di Maio a breve la comunicherà. La nostra posizione resta la stessa: siamo contro il Muos. Non ci sono alternative. Noi ci proviamo, ovvio. La memoria della ministra Trenta, che incontrerò il 7 novembre, è un fatto passato».

Il ministero della Difesa guidato da un esponente M5s: il satellite non si tocca

La memoria a cui ha fatto riferimento Trizzino è quella presentata dal ministero della Difesa per chiedere al tribunale di giustizia amministrativa di respingere il ricorso presentato dagli attivisti No Muos per bloccare l’attività del mega satellite. L’uscita di Trizzino ha spinto fonti della Difesa a ricordare che «l’unica voce ufficiale sul tema è e sarà quella del governo». Le stesse fonti hanno dunque sconfessato «qualsiasi altra esternazione o posizione assunta da esponenti non appartenenti all’esecutivo».

 L’opportunità di rimandare una decisione a dopo il vertice sulla Libia

Allo stato attuale l’intenzione dei vertici pentastellati è di rinviare per quanto possibile la comunicazione sulle decisioni su questo nuovo dossier. Anche perché il vertice sulla Libia di Palermo è alle porte. E far saltare il banco con un alletato così importante proprio a pochi giorni da questo appuntamento non è nell’interesse dell’esecutivo giallo verde, che su questa iniziativa per la stabilizzazione del paese del Nord Africa ha puntato più di una fiche. Dopo la battaglia finita in tribunale, il 14 novembre spetterà al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Sicilia decidere sulla sentenza emessa nel 2016 dallo stesso Consiglio che aveva sbloccato i lavori. Ma il vertice sulla Libia, quel giorno, sarà già alle spalle. * Il termine radar, utilizzato in precedenza, è stato sostituito con quello tecnicamente più corretto di satellite   di Andrea Carli          

 

 

Italia Nostra: «Non si devono abbattere le antiche mura della città»
Da ilgazzettino.it del 2 novembre 2018

di Davide Lisetto  PORDENONE Le antiche mura della città - finite al centro di una bufera politica poiché corrono il rischio di essere abbattute nella parte in fondo a vicolo del Lavatoio - ricevano un'ancora di salvataggio dall'associazione Italia Nostra. Il sodalizio nazionale più importante sul fronte della tutela dei beni storici, artistici e medievali ha inserito il caso dell'ultimo tratto rimasto di cinta muraria di Pordenone, nella Lista Rossa. Una sorta di agenda-campagna dei beni maggiormente meritevoli di salvaguardia.

«Siamo venuti a conoscenza - ha spiegato Roberto Caragnolini, responsabile per Italia Nostra di Udine e Pordenone - di questa situazione. E pure non entrando nel merito dell'iter autorizzativo in corso, riteniamo che quel bene culturale vada salvaguardato. È poi importante e positivo che si sia mossa la comunità locale a tutela di un elemento del passato che, evidentemente, rappresenta oltre che un valore storico-architettonico anche un aspetto identitario per la comunità pordenonese. È per questo che abbiamo ritenuto di dargli un rilievo anche istituzionale inserendolo nella lista rossa».

 

Tap, Muos, F-35: così gli «auspici» degli Stati Uniti trovano ascolto a Palazzo Chigi
Da corriere.it del 1 novembre 2018

I tagli al bilancio militare, o marce indietro su opere e impianti di cui si era già discusso, rischiano di non essere visti di buon occhio da Washington. Che ha messo in chiaro — tramite il Dipartimento di Stato prima, e le parole di Trump poi — i propri desideri di MARCO GALLUZZO

ROMA — Quando ancora il Tap era un discorso aperto, ancorato alle parole e alle promesse della campagna elettorale, toccò al Dipartimento di Stato americano mettere nero su bianco tre righe in cui si rimarcava che Washington auspicava che l’Italia non avesse alcuna incertezza su un’opera che diversifica le nostre fonti energetiche, nostre e del resto d’Europa, rispetto alle forniture russe. Pochi giorni dopo fu lo stesso Trump, direttamente, nel faccia a faccia alla Casa Bianca, a dirlo a Giuseppe Conte. Ora che sul Tap sembra sciolto qualsiasi residuo interrogativo anche Luigi Di Maio, qualche giorno fa di fronte al Copasir, ha trattato l’argomento con un profilo squisitamente istituzionale e tecnico, non più politico: «È funzionale alla diversificazioni delle nostri fonti di approvvigionamento» nel settore, ha chiosato, in modo secco. Dichiarazione che però Di Maio giovedì ha smentito: «Mai detto che è un’opera utile». Ma ora, dopo il Tap, sembra entrato, o meglio ri-entrato, nel mirino dei 5stelle, anche il Muos, il gigantesco e strategico sistema radar americano installato a Niscemi qualche anno fa, in base ad un trattato internazionale siglato fra i due governi, costato 7 miliardi di dollari, utile alle comunicazioni satellitari della marina a stelle strisce, e anche alla nostra sicurezza interna, e con una copertura che fa della Sicilia il centro nevralgico di informazioni e comunicazioni che riguardano circa il 30% del pianeta, compreso il Medioriente.

Nel governo si commenta la cosa con una punta di imbarazzo: dalla Lega nemmeno una parola, dal ministero della Difesa con una nota che non chiarisce molto, si ammette che si sta facendo una valutazione di impatto ambientale, ma è anche vero c’è stata una contesa giudiziaria già risolta a favore degli impianti radar, così come è vero che il nostro ambasciatore presso la Nato qualche mese fa ha portato una delegazione dei 5 Stelle sul sito, e sembrava che i proclami No Muos fossero rientrati con una visita ravvicinata alle grandi parabole montate a 60 km dalla base americana di Sigonella. Fonti del governo, istituzionali e italiane negli organismi Nato, considerano il solo discutere del No Muos una mezza follia. Confermano che una marcia indietro di palazzo Chigi pregiudicherebbe le relazioni con Washington, tanto più in un momento in cui l’idillio fra Palazzo Chigi e la Casa Bianca è basato in primo luogo sul rapporto critico di Roma verso Bruxelles, più che sul piano militare. Romania e Albania si stanno infatti reciprocamente e progressivamente candidando (nel secondo Paese gli americani stanno costruendo una nuova base logistica) a sostituire l’Italia nella rete delle basi strategiche Usa. E i tagli al bilancio del ministero della Difesa, mentre Trump chiede a tutti i Paesi europei di aumentare sino al 2% i contributi alla Nato (Roma è ferma all’1,1%), rischiano di rendere meno affidabile il nostro Paese agli occhi di Washington. Di sicuro a Washington monitorano da vicino posizioni politiche e decisioni istituzionali di Roma. La riduzione del programma di acquisto di F35, decisa dal precedente governo, se avesse ulteriori sforbiciate, rischia di compromettere i contratti siglati e la garanzia che tutta la manutenzione europea dei nuovi aerei da combattimenti si svolga effettivamente in Italia. La missione in Afghanistan è stata ulteriormente limata, di circa 200 unità, ma era e resta, insieme alla nostra presenza in Libano, una moneta di scambio per il nostro scarso contributo al bilancio della Nato. La Merkel a Bruxelles ha incassato una strigliata da Trump, Conte no. Ma sino a quando?

 

Le fortificazioni nell’area del Delta
Da polesine24.it del 1 novembre 2018

Viene inaugurata oggi pomeriggio (1 novembre) alle 16 la mostra “Giovani terre contese: tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po”. L’esposizione è allestita nella sede della biblioteca comunale e sarà aperta, con ingresso libero, nei seguenti orari: da domani a martedì 6 dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30, da mercoledì 7 al 10 novembre soltanto il pomeriggio dalle 15.30 alle 18.30. L’iniziativa rientra nel calendario delle manifestazioni della Fiera del libro e fa parte di un progetto di alternanza scuola-lavoro che ha visto coinvolti gli studenti del triennio del Colombo, indirizzo economico, in collaborazione con il Centro di documentazione e ricerca del Delta e il patrocinio dell’amministrazione comunale.

La mostra focalizza l’attenzione su un aspetto di grande interesse ma sconosciuto alla quasi totalità delle persone: le diverse fortificazioni che, dal periodo della Repubblica di Venezia e dello Stato Pontificio al dominio napoleonico e austriaco, alla Prima guerra mondiale, sono state costruite nel Delta per difendere il territorio da attacchi e invasioni. Le fortificazioni vengono documentate non soltanto da mappe e descrizioni precise ma anche da fotografie di resti dei manufatti talora molto significativi, che costituiscono un percorso di notevole valore storico e turistico: pertanto offre alla cittadinanza, in particolare agli studenti dei diversi ordini di scuole, ai turisti o ai semplici curiosi un’occasione per conoscere la ricca e complessa storia di questo territorio.

I pannelli sono in lingua italiana e inglese: la mostra è già stata ospitata all’Archivio di Stato di Rovigo e di Ferrara, a Sinalunga in Valdichiana e al museo della Terza Armata di Padova, ad Adria, Porto Tolle e Taglio di Po. La mostra è stata messa a punto da un gruppo di studiosi del Ce.Ri.Do. formato da Luigi Contegiacomo direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, Maurizio Tezzon esperto di grafica, Luciano Chiereghin ricercatore dei dati storici e ambientali, quindi Raffaele Peretto e Luciano Scarpante.

 

Giornata dei Castelli, Palazzi e Borghi Medievali 2018
Da ilmessaggero.it del 1 novembre 2018

Domenica 4 Novembre 2018 sarà l’ultima occasione dell’anno per poter partecipare alle visite guidate di Castelli, Palazzi Storici e Borghi Medievali della Lombardia. Luoghi di solito non fruibili, imponenti e suggestive fortificazioni, dimore di grandi condottieri, borghi e palazzi saranno aperti contemporaneamente per dare l’opportunità di trascorrere una giornata all’insegna di rievocazioni, cultura, leggende e battaglie, alla scoperta di arte e storie d’altri tempi. Tra gli eventi davvero imperdibili per questo weekend autunnale, al castello di Pandino, oltre alle visite guidate, sarà una domenica magica alla scoperta dei draghi! Un percorso didattico di Dragologia, un’area laboratorio per i bambini più piccoli e un’area dedicata ai giochi da tavolo. Nel comune di Pumenengo, oltre alle visite del Castello Barbò, la giornata sarà arricchita dalla visita a Palazzo Sauli, edificio del XVI secolo edificato ad opera del conte Socino Secco, con la possibilità di pranzare nelle sale del palazzo (su prenotazione), mentre nel comune  i Cologno al Serio a farla da padrona sarà la deliziosa polenta taragna.

PROGRAMMA INIZIATIVE LOCALI

Di seguito i dettagli degli orari, dei costi e le iniziative di ogni Comune:

Brignano Gera d’Adda: Visite alle 14.30 e alle 16 (costo 7€ – gratis fino a 12 anni e oltre i 75 anni) Calcio – Castello Silvestri: visite dalle 14.00 alle 18.30, (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni) Caravaggio: visita solo alle 16 (costo 5€ – dai 18 ai 26 anni 2€ – gratis fino ai 18 anni)

Cavernago – Castello di Cavernago: Visite dalle 9.30 alle 12 e dalle 14 alle 17.30 (costo 5€ – gratis fino ai 12 anni)

Cavernago (fraz. Malpaga) – Castello di Malpaga: visite dalle 10.00 alle 18.00 (costo 9€ adulti – 4€ dai 6 ai 12 anni – gratis fino ai 5 anni)

Cologno al Serio: visite alle 10.00, 11.00, 14.30, 15.30, 16.30 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni)

Martinengo: visite alle ore: 10, 15 e 16.30 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni)

Pagazzano: visite dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 14 alle ore 18.30, ultimo ingresso ore 17.30. Prenotazioni online. Le visite guidate partono ogni 30 minuti, si invitano i visitatori ad accedere per la visita guidata 10 minuti prima della partenza delle visite.

Pandino (CR): visite alle 11.00, 15.30 e 17.00 (costo 5€, 4€ dai 6 ai 18 anni e over 70, gratis fino a 6 anni)

Pumenengo: visite dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 17.00 (costo 3€ – gratis fino ai 12 anni).

Romano di Lombardia: visite alle 15 e alle 16.30 (costo 5€ – gratis fino ai 12 anni)

Torre Pallavicina: visite alle 10.00, 15.00 e 16.00 (costo 6€ – gratis fino ai 12 anni)

Treviglio – Museo Verticale: salite alle ore 16.00-17.00-18.00 con possibilità di altri orari concordato con l’Ufficio cultura per gruppi di più di 10 persone (costo 5€, 4€ dai 6 ai 18 anni)

Trezzo sull’Adda (MI): visite alle 10.30 e dalle 14.30 alle 17.00 con partenza ogni mezzora. (costo 6€, 3€ dai 6 ai 12 anni, under 6 gratis)

Urgnano: visite dalle 14.30 alle 18.00 (costo 5€ – gratis fino ai 10 anni). I visitatori sono liberi di pianificare il proprio percorso in base agli orari di apertura di ciascun aderente.

Ogni visita durerà circa 1 ora. Per prenotazioni e informazioni, rivolgersi all’indirizzo mail: info@bassabergamascaorientale.it o allo 0363988336 dal lunedì al sabato dalle 9 alle 12.

 

Muos, i 5 stelle: lo smantelleremo. Ma il ministero della Difesa frena
Da ilmessaggero.it del 1 novembre 2018

Si riaccende la polemica sulMuos, il mega impianto satellitare di comunicazione americano in costruzione nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, in Sicilia. «Smantelleremo il Muos. La memoria della ministra Trenta contro il ricorso dei No Muos per bloccare l'attività del sistema di comunicazione satellitare militare americano? Un fatto già passato», assicura Giampiero Trizzino, consigliere 5 stelle dell'Assemblea regionale Siciliana, a Obiettivo Radio1, replicando agli attivisti No Muos. «Il M5S e il governo hanno già preso una posizione, quella che hanno sempre avuto, e Luigi Di Maio a breve la comunicherà - dice Trizzino -. La nostra posizione resta la stessa: siamo contro il Muos. Non ci sono alternative». Il fatto è che da giorni Di Maio ha annunciato novità sul Muos, da sempre osteggiato da grillini e ambientalisti, ma finora una presa di posizione chiara non è ancora arrivata. La titolare 5 stelle della Difesa, Elisabetta Trenta, ha invece scritto una memoria per chiedere al Tar di respingere il ricorso presentato per bloccare la costruzione dell'opera.

In sostanza quindi un parere favorevole al radar. Oggi fonti del ministero si sono limitate a confermare la presa di posizione: «La linea sul Muos è molto chiara e in questi giorni il governo è al lavoro sul dossier. Qualsiasi altra esternazione o posizione assunta da esponenti non appartenenti all'esecutivo è da considerarsi espressione del singolo soggetto politico, non del ministero della Difesa e men che meno del governo. L'unica voce ufficiale sul tema è e sarà quella del governo». «Giampiero Trizzino dichiara guerra agli Stati Uniti. Siamo di fronte a follia politica e incompetenza strutturale. Il no al Muos è una scelta irrealizzabile tanto più che già c'è stato l'ok anni fa in Trattati sottoscritti tra Italia e Stati Uniti», commenta in una nota il deputato Gianfranco Librandi (Pd). «Uno dei tanti no dei Cinque Stelle viene a colpire il Muos ed è come fare guerra agli Stati Uniti. Si vuole infatti smantellare l'attività del megaradar satellitare di Niscemi ed è una crociata del deputato dell'Assemblea Regionale Siciliana Giampiero Trizzino. Forse ignora che è una scelta difficile primo perché implica la rottura di accordi già in essere da diversi anni e poi perché costerebbe una fortuna (20 miliardi) rompere questo tipo trattato e procedere allo smantellamento. Un ultimo aspetto riguarda anche la sicurezza che un simile apparato può garantire e che non va sottovalutata». Così in una nota la parlamentare Stefania Prestigiacomo (FI).

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Castro
Da corrieresalentino.it del 31 ottobre 2018

CASTRO (Lecce) – Il primo nucleo del Castello di Castro risale probabilmente al periodo compreso fra il XII ed il XIII secolo e venne edificato sul luogo di una precedente roccaforte bizantina. Fu il Re di Napoli Carlo I d’Angiò a definirlo nella seconda metà del XIII secolo: “Una fortezza di rilevanza strategica per la difesa del regno”, grazie alla sua posizione elevata che consentiva un ampio raggio di osservazione sul mare. A partire dal 1460, in seguito ai ripetuti assalti turchi, il Conte Giulio Antonio Acquaviva, ottenuti alcuni rinforzi di truppe, provvide a fortificare la città ed il castello.

Quando nel 1480 i Turchi presero Otranto, su disposizione del Principe di Calabria Alfonso d’Aragona furono dislocate alcune forze militari a Castro che, insieme a Roca, venne utilizzata come base per la riconquista della città. In questo periodo al castello fu aggiunto un torrione cilindrico munito di scarpa. Nel 1537 il Sultano Solimano II inviò lungo il litorale adriatico il pirata Barbarossa, che decise di attaccare proprio Castro. Il comandante della piazza, Antonio Gattinara, rifiutò di arrendersi ed i Turchi assediarono la città, conquistandola e costringendo gli abitanti a fuggire. Successivamente, dopo che i pirati si furono ritirati, la città fu ripopolata.

Nel XVI secolo furono proprio i Gattinara, Signori di Castro, a ricostruire in luogo della vecchia roccaforte una nuova fortezza a pianta quadrilatera, con quattro bastioni ed un terrapieno. Ulteriori assalti spinsero nella seconda metà del XVI secolo il Viceré Don Pedro de Toledo a rinforzare ulteriormente la fortezza con la costruzione di un bastione a sperone, nominato Torre del Catalano, per la difesa della Porta Terra, e di una cinta muraria di forma pressoché esagonale allungata che inglobava le torri della cortina medievali. I lavori furono commissionati all’ingegnere militare Tiburzio Spannocchi di Siena. Durante il XVIII secolo cominciò la lenta decadenza del castello sino a quando, su richiesta del prelato Monsignor Del Duca, il Re di Napoli Ferdinando IV non ordinò l’effettuazione di alcuni lavori di restauro. Attualmente il maniero appartiene al Comune di Castro, che ha effettuato diversi interventi di conservazione e restauro, ed ospita al suo interno il Museo Civico. Il Castello di Castro si presenta a pianta rettangolare con quattro torri di differenti forme agli angoli. L’ingresso avveniva scavalcando il fossato grazie ad un ponte levatoio non più esistente. Nel cortile una volta esisteva una scala, ormai rimossa, che consentiva l’accesso ai piani superiori. Cosimo Enrico Marseglia

 

IL PROGETTO DI RICOSTRUZIONE DEL PRINCIPALE BALUARDO VERSO I VALICHI ALPINI VALDOSTANI: IL FORTE DI BARD
Da STORIA DELL’URBANISTICA ANNUARIO NAZIONALE DI STORIA DELLA CITTÀ E DEL TERRITORIO del 10/2018

di Chiara Devoti
Tra i baluardi alpini di primo rilievo la fortezza di Bard ha sempre occupato una posizione di preminenza. Eppure, le mutate condizioni della guerra «à la moderna» prima, poi delle campagne napoleoniche, ne sanciscono un inarrestabile declino, cui i diversi ingegneri militari inviati dal duca di Savoia e poi dal re di Sardegna cercano di porre un freno con interventi di modernizzazione e di rinforzo. Il giudizio impietoso di Carlo Morello, inviato in sopralluogo nel 1622 da Carlo Emanuele I, di «un recinto di muraglia con alcuni risalti di poca considerazione»1, peraltro facilmente aggirabile, come era ben noto, pesa a lungo nella ricerca di maggiore rispondenza alle mutate esigenze strategiche senza che gli emendamenti proposti siano poi effettivamente risolutivi. Durante la Guerra di successione spagnola, il 7 ottobre 1704, la fortezza capitola (ma non per carenze difensive, per il tradimento del proprio comandante), e nel 1706 si dimostra ancora un baluardo in grado di reggere gli assalti, tuttavia i rinforzi attestati da un noto disegno attribuito al Garove2 o non vennero eseguiti se non parzialmente, o si rivelarono insufficienti, ma certamente il forte non era più considerato militarmente affidabile, né sarebbero stati sufficienti gli scarsi ripari apportati alla conclusione della contesa, quando in ogni caso ormai la Valle d’Aosta non è comunque più priorità strategica. Sul finire del Settecento (1792), l’introduzione della cosiddetta «teppata», una batteria in terra e zolle, è segno distintivo della presenza di progetti di rinforzo da parte del Genio Militare, ma ancora una volta in modo inefficace se la fortezza cade allo scoccare del secolo. Il disegno del 1797, firmato V. Denis3, e legato proprio alla presa del baluardo, mostra un’efficace delineazione, da parte del francesizzato misuratore già a servizio della corona, Vincenzo Denisio4, della situazione di Bard e delle aree immediatamente limitrofe, quali l’abitato di Jacquemet con il ponte di scavalco sul corso della Dora e le alture di Albard (qui indicate per contrasto con la «plaine d’Alebard»), da sempre sede di batterie difensive, perfetto contraltare a un rilevamento più tardo (e di ruderi), che precede la totale ricostruzione operata negli anni trenta dell’Ottocento [fig. 1]. Al passaggio di Napoleone, nel 1800, sono proprio le alture di Albard a dimostrare la loro vulnerabilità: aggirate e prese diventano il punto dominante dal quale cannoneggiare sul forte che, dopo due settimane di strenua, impossibile, resistenza, capitola. Complemente atterrato, resta come un mozzicone privo di ogni reale funzione fino alla decisione (1827) di Carlo Felice di una completa ricostruzione, poi conclusasi in età carloalbertina (1838). Ne rende conto uno strepitoso atlante illustrato, in grande formato, preceduto da una lunga relazione redatta, come i disegni stessi, da Antonio Olivero, nel suo Mélanges historiques sur la Vallée d’Aoste dépuis le Xme siècle jusqu’au Siège de Bard en 1800 par A. Olivero Officier Supérieur du Génie Directeur des travaux pour la construction du nouveau Fort, 1838 5. Il manoscritto, dedicato già a Carlo Alberto, si compone di quasi duecento pagine di testo che precedono la parte iconografica, formata da diciotto tavole, splendidamente acquerellate6. Dei cinque capitoli della relazione, quelli di maggior rilievo riguardano lo scorcio del XVIII secolo e il celebre episodio di assedio e distruzione operati dalle truppe napoleoniche, formando il necessario preambolo al progetto di ricostruzione proposto7. La descrizione del contesto anche paesaggistico del forte ha il suo peso8 e serve a meglio rendere comprensibile l’arditezza della nuova proposta, che segue l’andamento scosceso del «rocher», ossia dello sperone roccioso, e digrada verso la Dora e la cui posizione è militarmente confermata come indubbiamente propizia9. Le annotazioni di Olivero, a corredo di una tavola sciolta di cui si parlerà tra poco, rilevano come la scelta di ricostruzione confermi comunque la posizione che era propria della precedente fortezza, ancora considerata da tenersi: «1830. S.M. il Re Carlo Felice ordina la ricostruzione della fortezza sul luogo stesso dove esisteva prima, ed i lavori sono tosto intrapresi e regolarmente proseguiti negli anni successivi»10. Anche quella che viene definita «ville de Bard», e quindi non villaggio e nemmeno borgo, ma città a tutti gli effetti, appare come luogo per il quale comunque persistono ampie potenzialità11, ben lontano da quell’immagine delle «tristes bourgades» consolidata dalle prime guide di Ottocento12.

Il progetto è ampiamente definito da alcune tavole relative alla relazione tra quanto rimaneva della pregressa fortificazione – sia a livello di rudere, sia come opera ancora in qualche misura impiegabile – ossia il piano topografico, in doppio formato, alla tav. 10, il rilevamento di dettaglio all’1:2000, in formato triplo, alla tav. 11, la pianta, in formato doppio, alla tav. 9 [fig. 2], le sezioni in scala 1:500 alla tav. 12, pianta e sezione del corpo di guardia (1:500) alla tav. 14, mentre una serie di disegni, del 1834, a cantiere ampiamente avviato, quando Olivero è direttore dei lavori, riportano ancora sezioni di caserme e resti di antiche strutture (tav. 13), i corpi di guardia Cornalei e Isserts (tavv. 15, 16) in pianta e sezione, tutti in scala 1:50013. Una tavola riassuntiva, di notevole qualità formale, sia nell’impaginato, sia nel segno grafico, sciolta dall’album, raggruppa in un angolo il rilievo delle fortificazioni smantellate («vestigia dell’antico Forte») in giallo, mentre rosa, verde, azzuro e bruno definiscono la grande pianta annotata al centro e le sezioni dei profili longitudinali a contornarla14 [fig. 3]. Il progetto porta la capienza del forte a 416 uomini15, con 50 bocche da fuoco di vario calibro e depositi per munizioni in grado di renderlo autonomo per tre mesi16; il costo della realizzazione, già previsto di 1.975.938,40 lire, si è poi ridotto di ben 276.104,62 lire, denotando anche l’efficienza dell’esecuzione, volta a non sprecare inutilmente preziose risorse. Questa annotazione, enfatizzata nel lungo resoconto economico dei lavori, entro il riquadro denominato «Annotazioni», coincidente a quello richiamato in apertura come «Specchio della Spesa occorsa per la riedificazione della Fortezza di Bard», assieme alle «Notizie cronologiche sulla Fortezza di Bard sino al 1835», completate dalla lista dei «Governatori e Comandanti di Bard in varie epoche» occupa tutto il lato sinistro del disegno, andando ad arricchire e rendere più completa la tavola, mentre sul lato destro si colloca la lunga sezione trasversale dello «spaccato sulla linea BBB», parte del rilievo dei ruderi (che sta in gran porzione al centro assieme allo «spaccato sulla linea AAA»), e la legenda testuale dei «Segni convenzionali». Anche a un primo impatto visivo il grande impianto del «Forte Carlo Alberto» – protetto dall’«Opera Vittorio» a mezza costa e dall’«Opera Ferdinando» verso il fiume, nonché sul fianco verso il borgo (qui peraltro chiamato più propriamente «villaggio di Bard» con conseguente fine del ruolo urbano! e preceduto verso Aosta dal non piccolo «Sobborgo di Jacquement») dall’«Opera Supplementaria» – mostra tutta la sua compatta, massiccia forza, quella stessa che ancora oggi stupisce chi, procedendo sulla assai più recente autostrada, prima di poter imboccare la strada della piana, trova di fronte a sé un imponente, invalicabile, sbarramento grigio come la roccia scoscesa sulla quale si erge.

Fig. 1. Le relazioni territoriali tra il baluardo roccioso su cui si erge il nuovo Forte di Bard nel progetto del colonnello Olivero e il borgo omonimo appaiono evidenti nella veduta dall’alto. Da parte opposta, fuori dall’immagine, si colloca, a scavalco del corso della Dora Baltea, il ponte, più antico, di Jacquemet.

1 Carlo Morello, Avvertimenti sopra le fortezze di S.A.R., 1656. BRT, Militari 178, riportato e commentato in Micaela Viglino, Chiara Devoti, Aspetti dell’età moderna nell’architettura valdostana (secoli XVI-XVIII), in Sergio Noto (a cura di), La Valle d’Aosta e l’Europa, 2 voll., L.S. Olschki, Firenze 2008, I, pp. 293-331, in particolare la sezione di Viglino relativa a Le fortificazioni di età moderna e il presidio della Valle, e in specifico p. 305.

2 La pianta, datata al 1704, in BRT, Disegni, II 85, è firmata semplicemente «G.», ma l’attribuzione al Garove risulta dall’antica schedatura (O V 72) ed è riportata ancora da Viglino che pure avanza qualche perplessità.

3 V. Denis, Plan du fort de Bard avec le Camp pris en 179[7]. ASTo, Corte, Carte topografiche segrete, Bard, 14 AI. rosso.

4 Vincenzo Denisio è misuratore costante sui beni soprattutto delle Commende appartenenti al patrimonio dell’Ordine Mauriziano, tra cui specialmente quella magistrale; rimando a Chiara Devoti, Cristina Scalon, Disegnare il territorio di una Commenda Magistrale. Stupinigi, Ferrero, Ivrea 2012, in particolare alle schede relative ai documenti iconografici.

5 BRT, Storia Patria 140.

6 A Bard sono riservate in tutto nove tavole, di cui la prima è tratta dal Theatrum Sabaudiae, altre derivano dalla prima indagine sui ruderi della fortezza operata nel 1827 con rilievo di posizione e consistenza, cui seguono i dati sul progetto di ricostruzione, profilato come un’ombra sul rilievo dei ruderi. Ancora Viglino, Le fortificazioni di età moderna, cit., nota 74.

7 Il quinto capitolo, relativo alla Rélation du siège de Bard en 1800, è stato pubblicato a stampa con il titolo Relation du siège de Bard en 1800 par le général A. Olivero, Imprimerie Louis Mensio, Aosta 1888 come Extrait du quatorzième bulletin de la Societé académique religieuse et scientifique du Duché d’Aoste.


Fig. 2. Pianta della rocca di Bard rilevata nel 1827. Eugenio Olivero, Plan géométrique du rocher de Bard, lévé en 1827, et des fortifications, découvertes et lévées (BRT, Storia Patria, 140, Atlante, tav. 9).

8 «[…] Le rocher de Bard, placé entre la Doire et la ville, occupe avec sa masse presque tout l’espace de la gorge ; dans le sens longitudinal, il ne laisse à l’un de ses côtés, que le lit resserré de la rivière bordé sur la droite de son cours par le smontagnes escarpées du Porcil ; du côté opposé se trouve la ville formée de deux seuls rangées de maisons au milieu des quelles passe, comme dans un défilé, l’unique rue qui la traverse ; la rangée de maisons au sud est adossèe aux escarpéments d’Albarédo», Ibid., pp. 119-120.

9 «Concluons donc, en résumant tous les avantages militaires réunis dans la position de Bard, soit rélativement à la situation que par rapport à la structure de son rocher dominant tout à l’entour la campagne environnante, que peu de terrains dans les gorges des vallées offrent autant de convenances pour y eriger une forteresse», Ibid., p. 124.

10 Annotazione nelle Notizie cronologiche sulla Fortezza di Bard sino al 1835 sul fianco della tavola dedicata a Pianta e spaccati del forte di Bard. BRT, Disegni III, n. 76.

 


Fig. 3. Eugenio Olivero, Pianta e Spaccati del Forte di Bard, 30 luglio 1838 (BRT, Disegni III, n. 76).

11 «Fortifications de la Ville. Du côté tourné à Ivrée, l’entrée de la ville de Bard est protegée par deux enceintes, espacées entr’elles de 10. mètres, précédées d’un parapet de muraille, en crémaillère; l’enceinte la plus avancée a la forme d’un petit front dont les faces des bastions se prolongent sur les escarpements lateraux; les bastions se prolongent sur les escarpements lateraux; les bastions seuls sont terrassés; au milieu de la cortine était ouverte la porte par la quelle passait la route de la vallée; la porte avait devant elle un petit fossé surmonté d’un pont lévis; l’enceinte établie derrière le petit front bastionné, est une ligne droite et parallèle à la cortine du dit front; elle s’étend aussi à ses deux extrémités sur les escarpements latéraux; cette enceinte est formée d’une muraille assez élévée dont l’intérieur est renforcé par des voûtes en décharge sur l’extrados des quelles se plaçaient les défenseurs; tout près de l’endroit où la route de la vallée perçait cette enceinte on avait construit un corps de garde extérieurement et contre la même […]. A quelques pas on avait du palais des Comtes de Bard, sur le bord à droite de la route, l’entrée du côté d’Aoste de la ville de Bard, est assurée par un corps de garde dont une des voûtes surmontait la route même; le passage était, ici, intercepté par une barrière; une ligne de retranchement en pierre et chaux s’étend depuis le corps de garde sur les rochers qui entourent le palais et se terminent au sentier de la Bardetta, qu’ils ferment, en une petite tour ronde, ouverte à la gorge; quelques autres portions de retranchemens en pierre à sec précédents, vers Jacquemet, sur ces mêmes hauteurs, la ligne décrite. Le bord de la route, du côté de la Doire, était bordée depuis le corps de garde, d’un parapet très solide, élévé de 2 mètres, percé de créneaux et d’embrasures; ce parapet s’étendait jusqu’à l’endroit où la route était, dans un petit trajet, couverte aux feux et à la vue même du fort; là où se trouvait une simple barrière qui fermait la route». Ibid., pp. 133-134.

12 È la definizione che campeggia nella celebre e assai diffusa opera di Amé Gorret, Claude Bich, Guide de la Vallée d’Aoste, Tipografia Mensio, Torino 1877, ristampa anastatica ITLA, Aosta 1965. Per una lettura di quest’immagine a suo modo stereotipata, dove Bard è ridotto alla condizione di «paesetto» costretto dal forte, Chiara Devoti, Paesaggio e insediamenti storici alpini: i borghi valdostani lungo la viabilità transfrontaliera, in Mauro Volpiano (a cura di), Territorio storico e paesaggio: metodologie di analisi e interpretazione (Quaderni del Progetto Mestieri Reali, 3), L’Artistica, Savigliano 2011, pp. 187-197.

13 Ancora Viglino, Le fortificazioni di età moderna, cit., nota 75.

14 Antonio Olivero, Colonnello del Corpo Reale del Genio Militare, Pianta e spaccati del forte di Bard, 30 luglio 1838. BRT, Disegni III, n. 76. Sul fianco destro in alto la legenda dei «Segni convenzionali» annota: «Il nero caricorappresenta avvanzi ancora esistenti delle antiche difese. Il detto colore meno carico denota le abitazioni ed i fabbricati civili. Il rosso indica le nuove costruzioni. Le opere demolite all’epoca della riedificazione della Fortezza sono distinte col color giallo».

15 L’annotazione contrassegnata con «N.b.» in alto al centro recita: «La fortezza è capace di contenere sul piede di casermamento una forza di 416 uomini ed il doppio in accantonamento»

16 Ibidem.

 

IL PROGETTO DEL COMUNE - Illuminare i bastioni per renderli sicuri
Da tgverona.it del 31 ottobre 2018

Illuminare i bastioni e la cinta magistrale cittadina per renderla più bella, vivibile e più sicura. Il progetto presentato dall’amministrazione è in linea con l’idea di città prevista dalla variante 29 e, in particolare, con la valorizzazione delle mura magistrali e la cintura dei forti. In realtà, come precisato dall’assessore alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala, la stesura del progetto è stata avviata nel 2011, dopo che il Comune aveva ottenuto un finanziamento di 95 mila euro dal MIBAC per il piano di illuminazione della cinta muraria. Terminato nel 2015, il progetto era stato poi accantonato, lasciando alle mura la sola luce solare. La giunta così ha deciso di approvare un vero e proprio piano urbanistico, uno strumento cioè che può essere realizzato in più stralci, ma che è fondamentale per le linee guida dei futuri interventi. Il piano, che sarà valutato dalla Soprintendenza, stabilisce infatti quali tipologie di luci usare, i colori, le forme, le modalità di utilizzo, fornendo direttive e prescrizioni per la progettazione dei singoli contesti.

A testare il piano di illuminazione pubblica saranno per primi Porta Palio e Bastione Santo Spirito, per i quali la progettazione definitiva è già in fase avanzata. L’obiettivo è quello di rendere le mura riconoscibili e identificabili, ma anche permettere a cittadini e turisti di accedervi in sicurezza. “Le mura magistrali sono uno dei motivi per cui siamo città patrimonio dell’Unesco – ha detto l’assessore Segala -. Negli ultimi anni sono state un po’ dimenticate, noi invece abbiamo intenzione di recuperare il tempo perso, perché crediamo che il nostro patrimonio storico-monumentale sia una ricchezza da tutelare e valorizzare. Partiamo in via sperimentale a Porta Palio e Bastione Santo Spirito, per chiudere la progettazione complessiva delpiano urbanistico attuativo entro l’anno prossimo”.

 

Finalmente partiti i lavori per il cantiere del Torrione degli Spagnoli
Da voce.it del 31 ottobre 2018

Iniziati in piazza Martiri e dietro al torrione di Galasso Pio i tanto attesi lavori di ristrutturazione e restauro di quella parte del castello.

L’annuncio lo aveva anticipato l’assessore e vicesindaco Simone Morelli il 28 del mese scorso: “Assegnati i lavori di restauro del torrione degli spagnoli”.

All’annuncio però, con tanto di incontro di presentazione alla stampa dell’impresa appaltatrice, la Bottoli di Mantova, si pensava avrebbe fatto seguito l’immediata cantierizzazione dell’opera di consolidamento e restauro del torrione che fu di Galasso Pio.

Invece, per quattro setitmane, niente. (ci scusiamo per il precedente refuso, dovuto al fatto che la narrazione del restauro è stata a lungo soprattutto un...torrone)

 

Marina Militare: a Taranto l’esercitazione di ricerca di sottomarini sinistrati
Da pressmare.it del 31 ottobre 2018

31 ottobre – E’ in corso di svolgimento fino al 09 novembre 2018, nelle acque prospicienti Ginosa Marina nel Golfo di Taranto, l’esercitazione Submarine Escape Rescue Exercise 2018 (SMEREX 2018) per la ricerca, soccorso e fuoriuscita da sommergibile sinistrato. L’obiettivo dell’esercitazione è quello di testare la catena di allarme ed il sistema nazionale di ricerca e soccorso basato sul sistema satellitare impiegato normalmente per la ricerca e la localizzazione di navi in difficoltà denominato COSPAS-SARSAT, verificando il corretto svolgimento di tutte le procedure per trarre in salvo l’equipaggio di un sottomarino posato sul fondo a seguito di un’avaria. Quest’anno l’esercitazione avrà un carattere internazionale e vedrà la partecipazione del sottomarino greco Matrozos, della classe U214, del personale dell’ISMERLO (International Submarine Escape and Rescue Liaison Office) e, per la Marina Militare, del Sommergibile Romei, classe Todaro tipo U212A.

Il ruolo di soccorritore è affidato alla nave di salvataggio e soccorso sommergibili Anteo della Marina Militare italiana che imbarca, tra gli altri sistemi di ricerca e soccorso, un minisommergibile SRV 300. Alle varie fasi dell’esercitazione partecipa il nucleo di pronto intervento aviolanciato SPAG (Submarine Parachute Assistant Group) del Gruppo Operativo Subacquei (GOS), supportato dallo SMERAT (Submarine Escape and Assistance Group) del Comando Subacquei ed Incursori (COMSUBIN) di La Spezia. Il soccorso ai sommergibili svolto dal COMSUBIN, vera e propria eccellenza in campo subacqueo del nostro Paese riconosciuta anche all’estero, è una peculiarità unica nel contesto delle Marine del Mediterraneo e rientra nell’ambito delle molteplici capacità che la Marina Militare pone al servizio della collettività nell’ambiente marino. In virtù di questo, alla SMEREX 2018 saranno presenti in qualità di osservatori anche i rappresentanti delle marine del Brasile, Cile, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Francia, Israele, Olanda, Pakistan, Russia, Turchia e Spagna.

Il 07 novembre si svolgerà presso la Scuola Sommergibili di Taranto il media day dell’esercitazione e ai giornalisti accreditati sarà data la possibilità di assistere da bordo di nave Anteo ad uno degli eventi addestrativi che vedrà coinvolto il sottomarino Romei. I giornalisti accreditati saranno attesi dalle ore 08.15 alle 08.45 presso la porta Principale dell’Arsenale MM di Taranto - Piazza Amm. Cattolica, 1. PROGRAMMA DEL GIORNO 07 NOVEMBRE 08:30 - 09:00 afflusso stampa presso la Sala Conferenze del Comando Flottiglia Sommergibili presso l’Arsenale M.M. Taranto – Scuola Sommergibili; 09:00 - 10:00 presentazione della IT SMEREX 2018 e visita al Simulatore di Rush Escape; 10:00 – 10:30 trasferimento da banchina Sommergibili a bordo di Nave Anteo in zona di operazioni; 10:30 - 14:00 visita a bordo e possibilità di interviste a equipaggio/operatori GOS da parte della stampa; 14:00 - 17:00 esercitazione di soccorso; 17:00 - 17:30 rientro a Taranto presso Banchina Sommergibili.   

 

IL DESIDERIO DI MORTE NUCLEARE IN  AMERICA – L’EUROPA DEVE RIBELLARSI
Da controinformazione.info del 30 ottobre 2018

di Finian Cunningham

L’amministrazione della Trump, dichiarando la demolizione di un trattato cruciale sul controllo degli armamenti, sta mettendo in guardia il mondo da una guerra nucleare, prima o poi. Qualsiasi guerra del genere non è vincibile. È una distruzione assicurata reciprocamente. Eppure gli arroganti governanti americani – alcuni di loro almeno – sembrano essere illusi nel pensare di poter vincere una simile guerra. Ciò che rende la posizione americana ancora più esecrabile è che viene sospinta da persone che non hanno mai combattuto una guerra. Infatti, da persone come il presidente Donald Trump e il suo falco consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, personaggi che hanno entrambi evitato il servizio militare nel loro paese durante la guerra del Vietnam. Cosa è questa se non una macabra beffa ? Il mondo è stato sospinto in guerra da un gruppo di vigliacchi che non sanno nulla della guerra. Trump ha annunciato la scorsa settimana che gli Stati Uniti stanno finalmente tirandosi fuori dal Trattato sulle Forze Nucleari a raggio Intermedio (INF), una mossa confermata da Bolton in un viaggio di follow-up a Mosca. Quel trattato fu firmato nel 1987 dall’ex presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov. È stato un importante risultato di cooperazione e fiducia tra le superpotenze nucleari. Entrambe le parti hanno rimosso missili nucleari a corto e medio raggio dall’Europa. Con Trump che intende stroncare il Trattato INF, come il suo predecessore GW Bush aveva fatto con il Trattato Anti- Ballistic Missile (ABM) nel 2002, l’Europa si trova ora di fronte alla disastrosa prospettiva di reinstallare missili americani sul suo territorio come lo era stata nel 1980. Tuttavia, una grande distinzione tra allora e adesso è che dopo anni di espansione da parte della NATO, il territorio europeo è ancora più in grado di interfacciarsi con il cuore della Russia. Quando il trattato INF è stato attuato tre decenni fa, gli arsenali nucleari statunitensi e russi sono stati seriamente rimandati al livello strategico dei missili balistici intercontinentali (ICBM) confinati nelle rispettive masse terrestri separate da migliaia di chilometri. Come Igor Korotchenko, caporedattore di Natsionalnaya Oborona, ha detto al canale di notizie russo Vesti, gli ICBM hanno in  enere un tempo di volo di 30 minuti dal lancio. Quel gap temporale avrebbe dato ai sistemi di difesa russi il tempo di rispondere efficacemente a un bombardamento in arrivo dagli Stati Uniti, e viceversa.

Ma, come ha osservato Korotchenko, l’imminente installazione di missili a raggio intermedio da parte degli americani negli stati europei ridurrà il tempo di volo di un possibile attacco nucleare USA sulla Russia a un paio di minuti, persino secondi. Ciò metterebbe seriamente in discussione le difese antimissili russe, oltre a innalzare notevolmente il margine di errore nel rilevamento di un attacco, portando forse a un’errata escalation. In altre parole, l’equilibrio strategico è stato messo in disgregazionedagli Stati Uniti sull’INF, così come è stato nuovamente gettato nel caos nel 2002, quando Bush ha distrutto l’ABM. Questo presenta anche agli americani la tentazione di esercitare la loro “dottrina del primo colpo”. Nella pianificazione militare statunitense, ci si riserva il “diritto” di utilizzare un attacco preventivo. Al contrario, il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito nuovamente la scorsa settimana che la Russia non utilizzerà mai un’opzione di primo colpo, che userebbe le armi nucleari solo come azione difensiva. Ricordiamo che all’inizio di questo mese, l’inviato americano della NATO, Kay Bailey Hutchison, ha affermato che le forze americane avrebbero “distrutto” i missili russi se si riteneva violassero l’INF. È stata un’espressione terrificante della prerogativa di un attacco preventivo che Washington si concede, anche se le informazioni su cui si basano per azione sono altamente discutibili.

Mettendo insieme la logica americana si può dire che i governanti degli Stati Uniti hanno un desiderio di portare la morte sul pianeta. Con l’imprudenza criminale, si stanno muovendo per allentare i controlli internazionali sullo schieramento di armi nucleari e stanno creando una situazione in Europa che mette la guerra nucleare sul filo di un capello. Mosca ha promesso la settimana scorsa che risponderà “militarmente” se Washington andrà avanti con la demolizione del Trattato INF. Ci si può aspettare che la Russia neutralizzi dispiegando missili a raggio più corto che metteranno l’Europa alleata della NATO nella linea di fuoco. Sicuramente, gli stati europei devono chiedersi quale tipo di alleati avrebbero dovuto avere negli Stati Uniti. Che tipo di alleato mette i suoi presunti amici nella linea di fuoco, sotto la scusa di “proteggerli”, mentre rimane a una distanza relativamente più sicura? L’Unione europea ha reagito all’annunciato ritiro di Trump dal trattato INF con orrore. L’UE chiede agli Stati Uniti di aderire al trattato e di negoziare con la Russia le presunte denunce. Il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato a Trump, facendo notare che il trattato è stato un elemento vitale per la pace dell’Europa negli ultimi 30 anni.

Washington ha sostenuto negli ultimi quattro anni, dall’amministrazione Obama, che la Russia sta violando l’INF presumibilmente sviluppando missili da crociera a medio raggio e lanciati a terra. Mosca ha ripetutamente negato le affermazioni, sottolineando che gli americani non hanno presentato prove per sostenere le loro accuse. Washington dice che le sue informazioni sono classificate e quindi non possono essere rivelate pubblicamente. Questo non è affatto convincente se si considerano i passati inganni americani sulle armi di distruzione di massa in Iraq, Iran e Siria. In ogni caso, sono gli americani che stanno creando un grosso problema sulle presunte violazioni della Russia dell’INF.

Se gli europei erano davvero preoccupati, perché non hanno sollevato un polverone? Il fatto che gli europei stiano supplicando Washington di aderire all’INF suggerisce che non sono convinti dalle accuse secondo cui dalla Russia proviene una minaccia missilistica. Inoltre, se ci sono dispute e reclami da parte americana, allora lascia che questi problemi vengano sbrogliati attraverso la diplomazia e negoziati. Trump sta dicendo che gli Stati Uniti vogliono invece intensificare le tensioni e i rischi della guerra in modo così avventato.

Ciò tradisce la sua vera agenda di cercare di militarizzare i problemi, piuttosto che esplorare soluzioni politiche. La differenza sembra che gli Stati Uniti non abbiano effettivamente una valida argomentazione politica, quindi devono esercitare il proprio potere attraverso il militarismo come mezzo per nascondere la sua mancanza di validità razionale. Il problema alla radice delle tensioni e delle presunte violazioni del trattato INF deriva dalla configurazione a guida statunitense delle forze militari che invadono sempre più il territorio russo. Se gli Stati Uniti fossero sinceramente interessati a garantire la sicurezza e la pace in Europa, ascolterebbero la preoccupazione della Russia per la provocatoria espansione delle forze NATO guidate dagli Stati Uniti verso il confine occidentale russo.

Quando Reagan firmò l’INF con Gorbaciov, fu la comprensione e l’impegno da parte degli Stati Uniti a non far avanzare le proprie forze armate verso la Russia “di un pollice”. In 30 anni, le forze americane hanno spinto dalla Germania fino al Mar Baltico e il Mar Nero alle porte della Russia. Washington sta cercando di arruolare l’Ucraina e la Georgia nell’alleanza NATO, e in effetti sta conducendo esercitazioni di guerra con questi due ex Stati dell’Unione Sovietica che condividono i confini con la Russia.

Se gli Stati Uniti reintroducono missili nucleari a medio raggio con tempi di volo su Mosca ridotti in pochi secondi, possiamo constatare che l’abbandono dell’INF è un grave spartiacque verso la guerra nucleare. La via d’uscita da questo atroce dilemma non è solo il mantenimento del Trattato INF. Inoltre, dovrebbe esserci un ridimensionamento generalizzato delle forze della NATO in Europa sui fianchi occidentali, settentrionali e meridionali della Russia.

Proprio in questo mese, la NATO sta attuando le sue più grandi manovre di guerra dopo la Guerra Fredda nella regione artica al confine con la Russia con 50.000 soldati, accompagnata da una raffica di voli di sorveglianza sulle coste della Russia. La pazzia del desiderio di morte dell’America per la guerra nucleare deve finire. La classe dirigente americana non la fermerà perché la loro mentalità di desiderio di morte è talmente soffusa di arrogante cieca tracotanza e ignoranza ed è così parte integrante del funzionamento “normale” del loro complesso capitalistico-industriale militare. La Russia mantiene la linea con le sue indubbie capacità militari e la sua prudenza  diplomatica di principio.

Ma è  tempo che gli europei facciano un passo avanti sul terreno e che esercitino una certa influenza sugli americani. Per cominciare, gli stati dell’UE dovrebbero dire a Trump che qualsiasi piano di reinstallazione di armi nucleari a medio raggio sul loro territorio non è ammissibile. In secondo luogo, gli europei devono ridimensionare l’espansione della NATO verso il territorio russo. In terzo luogo, hanno bisogno di dire a Washington che la Russia è un partner, non uno stato paria da abusare a vantaggio del militarismo americano e delle ambizioni egemoniche. Gli europei lo faranno? I loro leader potrebbero non avere la spina dorsale, ma i cittadini europei dovranno, se vogliono impedire al loro “alleato” americano di incitare un cataclisma nucleare. L’arroganza americana sta fomentando una ribellione europea contro i propri leader criminali che desiderano far morire milioni di persone innocenti. Fonte: Strategic Culture Traduzione: Luciano Lago 

 

Rocca di Verrua, la fortificazione spartiacque tra Torino e Vercelli
Da mole24.it del 30 ottobre 2018

In passato la Rocca di Verrua divideva il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Savoia. Oggi fa da confine tra Torino e la provincia di Vercelli.

Costruita tra il X e XI secolo, si sente menzionare per la prima volta la Rocca di Verrua, in documento di Ottone III di Sassonia. La fortificazione è posizionata su una collina sulle sponde del Po e come abbiamo detto, ancora oggi, fa da confine tra Torino e Vercelli. Un altro documento che ne ha parlato è del 1167, quando l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico Barbarossa, di ritorno da Roma, vedendosi rifiutare il passaggio nella fortezza, rase al suolo le fortificazioni e il borgo al suo interno. Ma è nel XIV secolo che la Rocca di Verrua diviene protagonista; viene utilizzata come punto strategico dato che controllava la pianura vercellese, il Po e le attuali province di Alessandria, Asti e Vercelli. Inoltre in questo periodo cadde nelle mani della dinastia Savoia e, nonostante i marchesi del Monferrato (che l’avevano persa) tentarono più volte di riconquistarla, fallirono sempre. La Rocca resistette a numerosi assedi, soprattutto a quello del 1704 conto i franco-spagnoli durante la Guerra di successione spagnola. Il suo punto strategico lo utilizzò persino Napoleone che la usò come ricovero per i suoi soldati feriti e invalidi. Nel 1957, dopo tanti anni in cui è stata abbandonata, viene venduta a un’azienda molto importante la quale estrasse della marna dalla collina nelle immediate vicinanze. Nel 2007 la Famiglia Piazza ha donato la Rocca alla Fondazione Eugenio Piazza Verrua Celeberrima – Onlus che si occupa della sua organizzazione culturale. Di recente il sito è stato restaurato cosicché tutti possano apprezzarne la bellezza.

Costruzione

Prima dell’assedio del 1704, la Rocca era circondata da un muro di cinta e quattro bastioni: il Bastione della Vigna, il Bastione dell’Alle, il Bastione di Camus e il Bastione di Santa Maria. La parte principale era formata da: il Dongione, le Caserme del soldati e un pozzo. Qua sotto c’era il Borgo di Verrua costituito da: Quartiere degli Ufficiali, Piazza Reale, Casa del Governatore, Caserme della Chiesa, Chiesa di San Giovanni Battista e Caserma del Soccorso. Al centro della piazzaforte sorgevano i magazzini a prova di bomba contenenti munizioni e armi. L’unica parte visibile oggi è il Dongione con le relative strutture e il Ponte del Soccorso, il solo ingresso raggiungibile di quel periodo. By Carmen Terrazzino
Informazioni
Loc. Rocca – 10020 Verrua Savoia (TO)
Telefono 01119838708
fondazione.piazza@alice.it

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Ducale di Ceglie Messapica
Da corrieresalentino.it del 28 ottobre 2018

CEGLIE MESSAPICA (Brindisi) – Il primo nucleo del Castello Ducale di Ceglie Messapica risale probabilmente alla fine dell’XI secolo, negli anni compresi fra il 1070 ed il 1100, ed era costituito da una classica torre normanna, con funzioni di difesa, controllo ed avvistamento. Primi a risiedervi furono i componenti della famiglia Pagano. Durante le successive dominazioni sveva ed angioina furono effettuati diversi ampliamenti con l’elevazione di nuove strutture difensive tra le quali tre torri cilindriche, databili al periodo compreso fra i secoli XII e XIII. Sotto la dominazione aragonese, per la precisione nel 1484, dopo diversi passaggi di proprietà il Castello giunse alla famiglia Sanseverino, promotrice di nuovi ampliamenti e nuove costruzioni, fra i quali la Torre Quadrata con la sua altezza di 34 metri, risalente al XV secolo.

Nella prima metà del XVIII secolo i Sanseverino cedettero la fortezza ai Lubrano e, da quel momento, questa cambiò diversi proprietari sino a giungere ai Verusio che, però, nella prima metà del XX secolo cominciarono a frazionarlo per esigenze ereditarie. Nel contempo ebbe inizio una fase di decadimento della struttura, puntualizzata anche dal crollo di volte e controsoffitti lignei. Attualmente il castello è in parte privato ed in parte proprietà dell’amministrazione comunale che ne ha acquisito diverse aree, tra cui la Torre Normanna e la Torre Quadrata, che attualmente non sono visitabili, oltre ad alcuni ambienti attigui. Le aree pubbliche ospitano la Pinacoteca Emilio Notte e la Biblioteca Pietro Gatti, mentre la zona privata appartenente ad un ramo della famiglia Verusio e che oltretutto è quella meglio conservata, è arredata ancora con mobilia ed arredi originali e comprende anche il giardino. La fortezza sorge nella parte più alta del paese, su uno dei due colli sui quali si sviluppa l’abitato. Un grande portale con arco a tutto sesto ed un ingresso con volta ogivale permettono di accedere in un cortile di forma irregolare, sulla cui sinistra si erge la Torre Normanna affiancata dalla Torre Quadrata.

Nelle immediate vicinanze vi è un pozzo con colonne da cui, secondo un’antica tradizione, durante i periodi di siccità la cittadinanza poteva attingere acqua. L’intero cortile è corredato con scudi e blasoni della varie famiglie succedutesi. Sul lato opposto all’ingresso c’è una scala ed un portale del XVI secolo che permettono l’accesso all’area residenziale formata da una Sala del Consiglio, un vestibolo con volta affrescata nel XVI secolo ed un corridoio che permette di entrare in ambienti dotati di camini in pietra in stile monumentale. All’esterno, lungo l’area perimetrale, si incontrano le tre torri cilindriche.  di Cosimo Enrico Marseglia

 

Enna, cosa rende speciale il Castello della Lombardia
Da turismo.it del 28 ottobre 2018

Enna e la sua provincia vantano una posizione privilegiata al centro della Sicilia. Il sua grande patrimonio naturalistico, storico e culturale offre un’ampia scelta di attrazioni. Gli appassionati di storia ed architettura ben si fanno affascinare dal Castello di Lombardia, l’edifico simbolo di Enna. Si tratta del già grande ed antico castello del periodo medievale ancora esistente nell’isola, e vanta anche di essere uno dei più grandi in Italia con i suoi 26 mila mq. Prende il nome da una guarnigione di soldati lombardi che all’epoca della dominazione normanna si era stabilito nella zona. Non sono note le sue origini, anche se documenti risalenti al 1145 ne parlano. Venne realizzato per difendersi dagli invasori, a circa 970 metri di altitudine, cosi da permettere alla città, allora chiamata Henna, di assumere un ruolo di primo piano tra le polis greche della Sicilia. Dopo il dominio romano il castello venne rifondato dagli Arabi intorno al X secolo e successivamente rimaneggiato con altri interventi di rifacimento durante il regno di Ruggero II di Sicilia e sotto Federico II: a quest’ultimo si deve la realizzazione di 20 torri al fine di irrobustire i muraglioni stretti attorno agli atri residenziali. Fu in questo periodo che crebbe l’importanza del Castello, diventando uno dei fortini più inespugnabili d’Italia. Delle 20 torri oggi ne rimangono solo sei, tra cui la Torre Pisana dalla quale si gode un panorama spettacolare grazie al quale, data la sua vastità, ci si rende conto visivamente come Enna sia l’Umbilicus Siciliae. Una scala, scavata sulla roccia ed ora rifatta con materiali moderni, immette in uno spazio allungato, limitato da una cinta muraria. Qui si apre la porta d'accesso al primo cortile denominato Piazza degli Armati. Lungo la rampa che conduce al cortile centrale sono visibili le mura bizantine e tracce di rovine del castello. Tra il secondo e terzo cortile il Piazzale di San Nicola, quello meglio conservato, era la sede degli appartamenti reali: svetta qui la Torre Pisana e qui si trovano le stanze del re. Proprio la suddivisione in tre cortili è la caratteristica fondamentale del castello e quella per cui era inespugnabile. Ogni ambiente, infatti, era stato strutturato in modo tale da potere resistere l'uno indipendente dall'altro. La sua funzione essenzialmente difensiva giustifica la sobrietà della sua architettura.

 

Pola, scoperte tonnellate di ordigni bellici
Da ilpiccolo.it del 27 ottobre 2018

POLA Per decenni gli abitanti di Montegrande hanno vissuto ignari vicino a tonnellate di granate e proiettili di cannone che se fossero esplosi avrebbero spazzato via almeno la metà del rione. Si tratta di ordigni risalenti alla Seconda Guerra mondiale, ma stranamente trovati solo pochi giorni fa.

A confermare che la questione sia seria è giunta l’immediata recinzione dell'ex zona militare Vallelunga, dove appunto è casualmente venuto alla luce l'arsenale bellico. Sul posto sono stati collocati numerosi cartelli di divieto di accesso e per impedire alla popolazione di avvicinarsi è stato predisposto un servizio di sorveglianza 24 ore su 24. Evidentemente l'area rimarrà off limits fino a quando gli artificieri della Questura istriana non avranno rimosso tutto il materiale pericoloso. Un'operazione che potrebbe richiedere mesi di lavoro. E subito riaffiora alla memoria la tragedia di Vergarolla del 18 agosto 1948, quando sull'omonima spiaggia la deflagrazione di 9 tonnellate di materiale bellico residuo della seconda guerra mondiale, provocò almeno un centinaio di morti. Per il momento le fonti ufficiali non scendono nei dettagli secondo il quotidiano Glas Istre la scoperta sarebbe stata fatta da un reduce della guerra patriottica d’inizio anni Novanta, che spesso frequenta la zona. Ma come mai tonnellate e tonnellate di esplosivo con detonatori e micce sono rimaste nascoste per tanti anni?

Eppure nel 1991 la zona militare era stata setacciata palmo a palmo dalle Forze armate croate dopo che se ne erano andate le ultime unità dell'Armata popolare jugoslava. La risposta è che l'arsenale è rimasto sepolto sotto le macerie di edifici e altro materiale in seguito al bombardamento degli Alleati su Pola. Secondo alcune valutazioni, a Vallelunga - area destinata al turismo e a centro nautico da diporto - ci sarebbe altro materiale bellico ancora sepolto in punti per ora non individuti: di certo prima che si aprano i cantieri delle nuove strutture sarà necessario sondare il terreno molto per bene. Raul Marsetić, del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, proprio in questo periodo - premette - si sta occupando del passato di Vallelunga: «Qui si trovavano magazzini di armi e munizioni - dice - già ai tempi dell'Austria. Non solo: in qualche punto di Vallelunga risulta che le armi addirittura si fabbricassero per cui sarebbe interessante conoscere il punto esatto del rinvenimento così da poter ricostruire il complesso mosaico militare dell'epoca». «In ogni caso - conclude Marsetić - qui da sempre esistevano magazzini di armi e di munizioni, ed era così anche durante la Seconda guerra mondiale, quando venivano usati dai militari tedeschi e italiani». —

 

Esposto alla Soprintendenza: Salvi le ultime mura antiche
Da messaggeroveneto.it del 27 ottobre 2018

I residenti di vicolo del Lavatoio: la cinta sia dichiarata bene culturale pubblico. Rischio abbattimento per esigenze di cantiere, «ma esiste un altro accesso» di Martina Milia

PORDENONE. Uno studio di venti pagine inviato alla Soprintendenza Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia, e per conoscenza al Comune, per chiedere di salvare «le ultime mura antiche della città».I residenti del condominio “Le mura”, assieme a cittadini che hanno a cuore la storia e la memoria di Pordenone, hanno avviato l’istanza chiedendo di tutelare il tratto di cinta muraria che si trova tra il duomo e vicolo del Lavatoio. Come? Riconoscendolo «bene culturale pubblico».I condomini degli edifici che si trovano su vicolo del Lavatoio, hanno incaricato lo studio BM&A di Treviso, e in particolare l’avvocato pordenonese Emilio Caucci, di agire a difesa del bene. La ragione è legata a una concessione edilizia, non ancora rilasciata, che dovrebbe portare all’abbattimento di una parte delle mura per fare accedere mezzi di cantiere nell’area ex Tomadini. «Una simile scelta, oltre a contraddire le decisioni e le attenzioni del passato – sottolinea l’avvocato Caucci –, verrebbe assunta nella consapevolezza che la proprietà Tomadini, oggi divisa in due, doveva avere e ha tuttora una servitù di accesso altrove, cioè su Via San Marco».

Se il manufatto venisse effettivamente riconosciuto bene culturale, l’ipotesi sarebbe esclusa a priori. Come emerge dalla relazione – «che mettiamo a disposizione di tutti i cittadini di Pordenone» spiega il legale – quelle mura, o meglio ciò che ne resta, segnano da sempre la forma urbis, il confine fra città alta e città bassa, il fianco protetto del “vicolo degli Andadori” e, secondo i condomini possiedono ampiamente i caratteri storici che le rendono un bene culturale. Solo due metri ricadono poi in proprietà privata. La relazione parte dai primi riscontri sulla cinta muraria – che risalgono al ’600 – e testimonia, attraverso i secoli, le iniziative per salvaguardare il fronte portate avanti anche dal Comune. Per venire ad anni recenti, nel ’90, proprio all’epoca del recupero urbanistico unitario delle due aree costeggiate dalle mura (note come “Tomadini” e “Pavan”), il Comune e la Regione raccomandarono la conservazione d delle mura. Secondo il piano unitario di quegli anni le due aree da recuperare dovevano avere accessi carrabili nettamente distinti e autonomi, una su via San Marco, l’altra su Vicolo del Lavatoio, senza aprire varchi carrabili nelle mura. «Una memoria storica – commenta Caucci – non dovrebbe essere lasciata all’iniziativa di cittadini senza potere, o al giudizio pur autorevole di un tribunale amministrativo. Questo lacerto necessiterebbe di cura e attenzione da parte di tutti. A cominciare dal Comune. Come accadeva una volta».

 

I bunker di Atene: una città piena di segreti
Da sputniknews.com del 26 ottobre 2018

1936: Atene si prepara al peggio. Centinaia di rifugi pubblici vengono costruiti alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Cosa è successo loro in questi 80 anni? Collina Ardittos, via Zalokosta, il Licabetto, piazza Korai. Quattro zone di Atene unite da una cosa: hanno dato rifugio a migliaia di cittadini della capitale greca duranti i bombardamenti tedeschi della Seconda guerra mondiale. Durante la guerra, e anche dopo, ad Atene esisteva una rete di almeno 400 rifugi pubblici: piccoli, privati, sparsi per tutto il Paese. Ognuno con la propria storia e una propria eredità storica. Lo storico Konstantinos Kirimis ha segnato sulla mappa di Atene più di 80 rifugi. Con i suoi libri cerca di trasmettere la memoria storica alle generazioni più giovani. Prima del 1936 la parola "rifugio" era sconosciuta agli ateniesi. Tuttavia, la guerra e la paura dell'ignoto hanno portato il governo greco a prendere delle misure per difendere i propri cittadini e, dunque, ha costruito degli spazi in cui gli abitanti potessero difendersi dalle bombe tedesche. Durante i 4 anni di guerra ad Atene e dintorni sono stati costruiti più di 400 rifugi pubblici e circa un centinaio di privati perché ogni edificio più alto di tre piani doveva avere un rifugio. Così, sono state costruite centinaia di rifugi pubblici presso palazzi a più piani, edifici pubblici, stazioni ferroviarie, porti, fabbriche, teatri e altri punti in cui si poteva concentrare la popolazione ateniese. I rifugi pubblici ospitavano fino a 30.000-40.000 persone. Si ritiene che con i rifugi "privati" si copriva l'intera popolazione cittadina. A differenza delle leggende metropolitane che circolano su questi rifugi, la realtà è ben più semplice. Venivano effettuate simulazioni a cadenza regolare. Ogni abitante doveva sapere cosa fare in caso di bombardamento.

Chiaramente per comunicare meglio con i cittadini, le autorità avevano collocato dei cartelli all'ingresso dei rifugi pubblici. La legge stabiliva rigide norme per la costruzione di questi rifugi. Le pareti dovevano essere in cemento armato con uno spessore di almeno 30 cm. Inoltre, ci dovevano essere almeno 2 stanze: un'anticamera e la stanza principale. Requisito per i rifugi più grandi: presenza di spazio abitabile e bagni. L'entrata principale doveva avere una porta resistente e imperativa era la presenza di almeno un'uscita di emergenza. "Per prestare aiuto a tutti in tempo", spiega Kirimis. I rifugi possono essere di dimensioni diverse. Secondo Kirimis, alcuni erano molto piccoli, potevano ospitare tra le 30 e le 40 persone ed erano di solito quelli dei palazzi a più piani. Altri arrivavano ad ospitare 1300 persone. Gli ultimi rifugi includevano anche file di camere lunghe fino a 200 m. "Per una maggiore resistenza, si preferivano locali con file di piccole camere e non solamente grandi spazi aperti", precisa Kirimis. I rifugi erano ovunque: in centro, al Pireo, in periferia, in qualunque punto della città. Le "catacombe" di Atene non erano pensate per lunghi soggiorni. Non appena finiva il bombardamento e la città si "tranquillizzava", i cittadini tornavano alla "vita di tutti i giorni". Dunque, gli ateniesi trascorrevano nei rifugi non più di 3 ore. Ogni persona aveva a disposizione 1 m di spazio (e di aria) all'ora a condizione che non parlasse o si muovesse, altrimenti avrebbe avuto bisogno di più ossigeno e, dunque, di maggiore spazio. A regolare la situazione vi fu la legge del 1936 che rimase immutata fino al 1956 quando venne abolito l'obbligo di costruire i rifugi nei palazzi privati. La maggior parte dei rifugi furono costruiti dal 1936 al 1940. Ma a causa della legge vigente ogni casa costruita dopo la guerra doveva obbligatoriamente avere una stanza da utilizzare come rifugio in caso di necessità. Chiaramente, quando la guerra finì e la vita tornò come prima, la legislazione in materia si fece meno stringente. Bisogna anche menzionare i rifugi creati durante l'occupazione tedesca. Gli occupanti che possedevano una tecnologia più avanzata costruirono allora rifugi all'avanguardia tra il '42 e il '44 i quali avevano il compito di difendere dai bombardamenti della coalizione anti-hitleriana. La maggior parte di questi rifugi erano collocati vicino a siti militari come aeroporti, porti e magazzini. In particolare molti si trovavano nel Golfo di Egina e nelle isole vicine. "Sulle pareti di uno di questi abbiamo trovato degli affreschi. Vi erano persone che volevano esprimere cosa provavano con delle immagini sulle pareti", racconta Kirimis. Inoltre, l'esercito degli occupanti ha più volte conquistato i rifugi greci cambiandone in parte la destinazione e utilizzandoli per altri scopi: ad esempio, come luoghi per l'esecuzione di torture (piazza Korai).

Chiaramente i rifugi non furono utilizzati solo durante la Seconda guerra mondiale, ma anche in occasione dei bombardamenti del Pireo nel gennaio del 1944 e durante i "bombardamenti di dicembre" alla vigilia della guerra civile greca in cui i greci si difendevano dai… greci. Oggi i rifugi di Atene non possono essere utilizzati per varie ragioni: oggi le guerre sono diverse, la tecnologia ha fatto passi da gigante e la popolazione è cresciuta. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi questi rifugi già da molti decenni non sono mantenuti in buono stato. Per questo, costerebbe moltissimo sistemarli. La maggior parte dei rifugi è stata demolita e in alcuni casi i rifugi privati sono diventati magazzini. Nonostante quello che si dice i rifugi non appartengono al Ministero della cultura o ad altre istituzioni. "Proprietario del rifugio è colui che detiene il diritto di proprietà sulla determinata area o sul determinato edificio", afferma Kirimis. Ad esempio: se il rifugio (pubblico o privato) si trova su un terreno privato, esso appartiene al proprietario del terreno. Tuttavia, questi siti sono controllati principalmente dalla polizia greca e da un'organizzazione per la pianificazione politica straordinaria in situazioni d'emergenza. Dei 400 rifugi pubblici solamente uno è in buono stato. E lo è grazie ai tedeschi perché il luogo delle torture in piazza Korai è diventato il simbolo del movimento greco di resistenza e per questo si è tramutato in un luogo di rilevanza storica. "Oggi solamente alcuni rifugi possono essere visitati", ha affermato Kirimis che è ottimista riguardo alla possibilità di sfruttare questi siti come attrazioni turistiche e culturali come succede in molti Paesi europei. Recentemente un ente statale ha espresso intenzioni serie riguardo al finanziamento della sistemazione di alcuni rifugi. Al momento si cerca il modo di attrarre fondi e di promuovere il progetto. Tuttavia, va detto che il progetto è ancora alla sua fase iniziale. Kirimis ha cominciato le sue ricerche qualche anno fa dopo aver visitato un rifugio a Drapetsona. "La visita fu per me molto interessante e ho deciso di capirne di più". "Durante le mie ricerche ho scoperto che vi sono molte lacune, le informazioni sono frammentarie e non è possibile tracciare un quadro completo. Per questo ho cominciato a visitare i rifugi alla ricerca di informazioni. Per me è importante che le informazioni riguardo ai rifugi siano il più possibile complete", spiega. "Questi dati non vanno persi. Temo che, se non si prenderanno le misure del caso, la prossima generazione non conoscerà nemmeno questi rifugi". Spinto dall'interesse personale Kirimis sta scrivendo il suo terzo libro sui rifugi ateniesi. Il primo e il secondo sono stati pubblicati nel 2015 e nel 2017 e il prossimo è atteso per il 2019. Questi libri non sono molto diffusi nelle librerie, sono stati stampati in tiratura limitata e vengono presentati nelle biblioteche, negli archivi storici, nei centri culturali e nelle organizzazioni militari. Giorno del No (in greco Επέτειος του Όχι, anniversario del no, o, semplicemente, Το όχι), il 28 ottobre 1940, è il giorno in cui si ricorda il rifiuto del primo ministro greco di lasciar entrare in Grecia le truppe di Benito Mussolini. Oggi questo giorno viene festeggiato con sfilate di ragazzi delle scuole, studenti e forze dell'esercito greco. Nelle prime ore del mattino del 28 ottobre 1940 venne così recapitato al primo ministro greco, Ioannis Metaxas, da parte dell'ambasciatore italiano Emanuele Grazzi, un ultimatum nel quale si intimava di lasciar entrare l'esercito italiano nel territorio greco per occupare determinati punti strategici con lo scopo di contrastare l'esercito inglese. Le richieste di tale ultimatum, umilianti e degradanti per la Grecia, dovevano essere accettate entro tre ore dalla ricezione dello stesso. Tre ore dopo, però, arrivò το μεγάλο Όχι, il grande no, con il quale la Grecia rifiutò le condizioni imposte da tale ultimatum.

 

Solo tre anni per iniziare a utilizzare l’ex 1° Roc
Da mattinopadova.it del 26 ottobre 2018

ABANO TERME Tre anni per iniziare ad utilizzare l’ex caserma Primo Roc di Giarre. Questo il tempo fissato per legge al Comune di Abano dal momento dell’acquisizione dell’ex sito militare per dar vita ad un progetto. La caserma, che qualche settimana fa è stata ceduta gratuitamente dall’Agenzia del Demanio al Comune di Abano, dovrà presto avere un futuro. «L’acquisizione è avvenuta libera da ogni vincolo», ha spiegato lunedì sera in consiglio comunale il sindaco Federico Barbierato rispondendo ad un’interrogazione presentata dal consigliere di opposizione, Matteo Lazzaro.

«C’è tuttavia una clausola prescrittiva, non voluta dai due enti, ma prevista per legge, che fissa in tre anni il tempo massimo entro il quale il Comune dovrà iniziare ad utilizzare il sito. Se la nostra città non riuscirà a produrre un progetto definitivo sul futuro di quella caserma il bene tornerà così come si presenta allo Stato, quindi all’Agenzia del Demanio». Il primo cittadino lunedì sera ha mostrato fiducia sulle capacità dell’amministrazione. Barbierato è convinto che il Comune non si farà trovare impreparato. «Nei 90 mila euro stanziati per la manutenzione del verde per il 2019, c’è anche una parte da destinare alla progettazione», rileva.

«Siamo convinti che tutti i cittadini parteciperanno presto alla realizzazione di un progetto di sviluppo di un’area che è vasta, 66 mila metri quadrati. Ne verrà fuori un progetto che prevede la collaborazione tra pubblico e privato e l’inserimento dell’ateneo». In caso di cessione di parte dell’area il Demanio ha fissato dei vincoli. «Il 25% dell’introito della cessione dovrà finire al Demanio, mentre il 75% rimarrà al Comune», spiega il sindaco. Il consigliere Matteo Lazzaro richiama tuttavia l’amministrazione. «Tre anni fanno presto a passare e a livello amministrativo equivalgono ad un dopodomani», osserva. «Se si vuole creare un processo partecipato, bisogna iniziare da subito a trovarsi. Non si può aspettare il 2019».

 

AUGUSTA : CONFERENZA DELL’ASSOCIAZIONE LAMBA DORIA
Da augustaonline.it del 25 ottobre 2018

25 ottobre 2018 – La conferenza si è tenuta sabato 20 ottobre al Circolo Filantropico Umberto I di Augusta in Piazza Duomo. Ha fatto gli onori di casa il presidente del circolo Domenico Di Franco. I relatori sono stati presentati da Vittorio Sardo e Alberto Moscuzza rappresentanti dell’associazione Lamba Doria ad Augusta e Siracusa Marinella Tino ha parlato della “Torre di Penisola Magnisi di Priolo Gargallo” :”Il primo documento certo di un progetto di difesa costiera affidato alle torri risale al 1402 quando il re Aragonese Martino I di Sicilia diede ordine di restaurare le torri esistenti e di costruirne altre lungo le coste siciliane, a difesa della pirateria.

Nel litorale Sud-Orientale, tra le nuove torri, venne compresa anche la Torre sulla penisola di Magnisi. In seguito, il progetto di Tiburzio Spannocchi del 1578, volto alla riparazione delle torri già esistenti e di costruzioni di nuove, riguardante anche rimase in buona parte non realizzato visto l’altissimo costo. Questo progetto prevedeva la costruzione di due torri di guardia alle due estremità della penisola Magnisi. Un altro progetto venne ripreso nel 1583 dall’ingegnere Camillo Camilliani. La costruzione della Torre Magnisi risale tuttavia al primo decennio dell’Ottocento, quando la Sicilia minacciata da Napoleone, divenne un protettorato inglese. Gli inglesi adottarono la tipologia delle cosiddette “Torri Martello” (da Martello Towers) costruite in molti luoghi del loro Impero con particolare resistenza ai colpi di cannone. Nel corso della Seconda guerra mondiale venne utilizzata dalla Regia Marina come osservatorio di artiglieria, nei suoi pressi vi era la Batteria A.S. 361 , con funzione di difesa antiaerea ed antinave“. Le vicende di “Torre Cuba di Siracusa, storico manufatto militare di epoca spagnola situata nel comune di Cassibile, sono state affrontate da Lorenzo Bovi che si è soffermato in particolar modo “sulla funzione che tale torre ha avuto nel Secondo conflitto mondiale, durante l’occupazione inglese, quando venne destinata a torre di controllo delle tre piste di atterraggio realizzata nei pressi. (che permettevano il decollo e l’atterraggio con quattro condizioni di vento possibili) ed una più piccola per aerei da ricognizione. Il Quartier Generale delle forze anglo americane era invece nelle vicinanze della masseria fortificata di San Michele, ai margini di quel terreno che passerà alla storia per aver visto mettere la famosa firma dell’armistizio. La torre presenta oggi una struttura diversa rispetto a quella riportata in alcune foto del periodo bellico, priva della parte superiore per via di un crollo verificatosi nel 1956 durante un uragano“.

Ciò ha reso difficile la sua esatta identificazione effettuata nel 2012 ad opera dello stesso Bovi. Francesco Paci ha parlato di “Torre Avolos di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/)” :”realizzata dal Viceré di Sicilia Ferdinando di Avalos, Marchese di Pescara nel 1570 per incrementare le difese del porto di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/porto-diaugusta/). Ubicata sopra una secca, nell’estrema punta sud dell’isola di Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/), aveva un’inusuale conformazione a settore semicircolare, a due livelli. Aveva una doppia funzione, difensiva ospitando quaranta cannoni da fortezza ed una funzione di avvistamento e di segnalazione con una torre elicoidale per favorire l’avvistamento ed ospitare in sommità una lanterna. La torre venne distrutta una prima volta dai francesi quando alla fine della loro breve permanenza abbandonarono Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/) nel 1678. Venne ricostruita dagli spagnoli nel 1681 ma il terremoto del 1693 che colpì la Sicilia Sud Orientale, la fece nuovamente crollare. Nel 1736 la torre assunse una funzione doganale, pur tuttavia non perse la sua efficienza militare. Nel 1823, lo scoppio accidentale della polveriera mutilò il forte lungo il semi arco di Ponente, mai più ricostruito. Sono stati ricostruiti tre episodi verificati durante il Secondo conflitto mondiale e che ebbero come scenario Torre Avalos. Il primo risale al 13 agosto 1940, durante un attacco di aerosiluranti inglesi alla navi italiane in rada, uno di questi lanciò il suo siluro contro la torre scambiandone la sagoma per quella di una nave. Il secondo si verificò il 24 settembre 1942 quando alcuni cacciabombardieri inglesi mitragliarono la stazione segnali di Torre Avalos e ferirono due marinai. Il terzo episodio avvenne il 12 luglio 1943 quando, a seguito dell’invasione alleata, Royal Navy diede l’onore al caccia ellenico Kanaris di effettuare l’accesso nella prima base navale italiana conquistata sul suolo metropolitano. In prossimità di Torre Avalos la nave mise a mare una motobarca con un drappello di marinai che vi issarono una bandiera, segnando così – di fatto – la cattura della base“. Ha concluso Alberto Moscuzza che ha descritto la storia di “Torre Xibini Pachino (https://www.augustaonline.it/glossary/pachino/)” “la cui costruzione viene fatta risalire al 1300, e completata dopo il suo rifacimento del 1494. La torre Scibini aveva anch’essa una funzione d’avvistamento per la sicurezza dell’entroterra, ospitava una guarnigione di uomini armati, assoldati dal barone , ed a sua volta serviva per rifugio dei servitori del barone, ed i contadini con le loro famiglie. Subì le conseguenze del terremoto del 1693, per cui rimase in piedi la sola parte posta a levante. Durante il secondo conflitto mondiale attorno alla Torre vennero costruite tre casematte/fortini in calcestruzzo”. Moscuzza, infine , ha ricordato “il sacrifico di dodici soldati italiani che, la sera del 9 luglio 1943 caddero falciati dal mitragliamento di tre aerei nemici”. – Antonello Forestiere 2018 © www.augustaonline.it / Augusta (https://www.augustaonline.it/glossary/augusta/) News Cutura

 

Augusta, viaggio nella storia delle torri costiere in provincia: Torre Avalos, Torre Cuba, Torre Magnisi e Torre Scibini
Da lagazzettaaugustana.it del 24 ottobre 2018