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Il bunker "targato" è visitabile
Da quinewsvald.it del 31 dicembre 2016

CALCINAIA — E' uno dei pochissimi rifugi antiaerei della provincia in ottimo stato di conservazione. Si tratta del bunker risalente al 1943 che si trova a Fornacette e che è stato reso visitabile a ci si vuol letteralmente calare nell'atmosfera della seconda Guerra Mondiale.

La struttura, che il Comune ha scelto di recuperare e riaprire al pubblico, è stata adesso anche "targata". Nell'insegna, realizzata in plexiglass in modo da non risultare troppo impattante per questo sito di grande interesse storico, si legge chiaramente che l'associazione Aiuta Molunga si è presa l'impegno di gestire il bunker.

L'edificio, situato in piazza Bambini Caduti di Sarajevo a Fornacette e datato 1943, presenta due accessi. Considerato che le due scalinate che portano alla parte sotterranea del bunker sono piuttosto ripide, Nilo Ricci, titolare dell’omonima ditta con sede a Fornacette, ha offerto la sua disponibilità per realizzare e installare i corrimano necessari a facilitare salita e discesa. La struttura è composta da 3 vani interni, capaci di contenere fino a circa 50 o 60 persone.

Le origini del bunker restano ancora avvolte nel mistero, mentre grazie alla disponibilità dell'Associazione Aiuta Molunga risulterà molto facile visitarlo. E' sufficiente infatti contattare il Comune di Calcinaia allo 0587 265442 per concordare successivamente con il gestore della struttura data e orario della visita gratuita.

 

 

Il Cammino 100 torri: 1.284 chilometri attraverso la Sardegna
Da siviaggia.it del 28 dicembre 2016

Quasi 1.300 chilometri in 45 giorni di cammino, oltre 500 fotografie e 22 ore di riprese video: ecco i numeri dell’avventura di Nicola Melis, ingegnere cagliaritano di 33 anni che ha percorso il “Cammino 100 torri” intorno alla Sardegna. Lo racconta Sardiniapost che ha seguito l’avventura passo dopo passo.

Il progetto non è una semplice passeggiata a piedi da un capo all’altro dell’isola. Per realizzarla ci sono voluti tre mesi di studio e ricerca su luoghi, percorsi e servizi. Il risultato è un percorso testato in ogni suo dettaglio, pronto per essere affrontato da pellegrini e camminatori che scelgono la Sardegna non soltanto per il mare e per le spiagge, ma anche per un viaggio tra natura e spirito.

“L’idea di ideare un ‘Cammino delle 100 torri’ che toccasse tutte le torri costiere dell’isola ha racconta Nicola Melis al giornale – è nata circa tre anni fa, al ritorno dal cammino di Santiago che ho affrontato con mio padre. Insieme a Roberto Contu e Stefano Paderi abbiamo pensato di studiare un itinerario tra storia e natura: abbiamo messo in piedi un’associazione culturale sportiva e creato un sito web con tutte le indicazioni sul percorso. Il viaggio, per un totale di 1.284 chilometri, è organizzato per tappe tenendo sempre presenti le torri lungo le coste sarde: io ho scelto di affrontarlo tutto ma si può percorrere solo in parte, in base al proprio tempo e alle proprie forze”.

Un’impresa non per tutti: 30-35 km al giorno, con una media di dieci ore di cammino quotidiano. In spalla solo uno zaino: “All’inizio ne portavo anche un secondo con la tenda: era troppo pesante e così l’ho lasciato per strada e ho proseguito solo con l’amaca e il sacco a pelo. Ho dimostrato che in tutta la Sardegna si può dormire su un’amaca.

Lo zaino conteneva cibo, accessori personali e per l’igiene e sei, otto litri d’acqua al giorno. Il viaggio gli ha consentito anche di mappare le sorgenti e le fontane lungo tutto il percorso. Ha mappato anche campeggi e luoghi dove dormire a prezzi che vanno da 5 a 25 euro a notte.

Sul sito web Cammino100Torri si trova traccia del percorso affrontato da Melis e che descrive così:Spiagge granitiche e quarzose formate da piccoli cristalli ci accompagnano per lunghi tratti dune incontaminate guidano il viaggiatore in un viaggio fantastico. Paesaggi ancora non antropizzati lasciano il posto a fantastici scorci oramai diventati veri e propri simboli della Sardegna. Si cammina dalle strade sterrate fino a piccole carrarecce, avendo al nostro fianco sempre il mare. Lungo il cammino si incontrano le torri costiere della Sardegna, che fin dal medioevo hanno costituito il sistema difensivo, di avvistamento e di comunicazione della fascia costiera dell’isola. Le torri dominano i paesaggi più belli della costa della Sardegna rendendolo caratteristico e unico”.

Nei quasi 1.300 km di costa Nicola ha camminato su 450 km di sabbia, 140 di asfalto e il resto su sentieri sterrati. Ha toccato 100 delle 105 torri costiere di avvistamento costruite nei secoli passati come difesa dell’isola: le cinque che non ha raggiunto si trovano all’interno di servitù militari inaccessibili ai civili tra Teulada, Capo Frasca, Alghero e Quirra.

 

 

Palmanova: la Città Perfetta a forma di stella a nove punte
Da vanillamagazine.it del 28 dicembre 2016

L‘intraprendente Repubblica di Venezia, che agli inizi del ‘500 era in fase di espansione nelle terre limitrofe la città a causa dei continui attacchi ai propri territori dello “Stato da Mar” lontani dalla patria, accolse con entusiasmo i nuovi sistemi di costruzione per le fortificazioni erette a difesa delle città, quando l’uso dei cannoni rese poco sicure le mura in pietra usate fino ad allora.

La maggiore espressione di questo nuovo sistema difensivo è rappresentata dalla magnifica Palmanova, in provincia di Udine, un capolavoro assoluto di fortificazione a stella. La prima pietra della città fu posta il 7 ottobre del 1593, per celebrare la vittoria contro gli Ottomani nella battaglia di Lepanto, avvenuta ventidue anni prima, e per onorare Santa Giustina, divenuta poi patrona della città. La città stellata non fu costruita solo come baluardo contro i Turchi, ma anche per avere un luogo fortificato in un territorio che era quasi un’enclave nell’impero austriaco, nemico storico della Serenissima. La città, pensata come una vera “macchina da guerra”, ha una forma geometrica perfetta: una stella a nove punte, con al centro una piazza perfettamente esagonale, da cui partono le sei principali strade, poste a raggiera. Tre di esse conducono alle porte della città orientate verso Udine, Aquileia e Cividale.

Fu considerata la città più inespugnabile d’Europa, con le sue mura mimetizzate dalla vegetazione, quasi invisibile perché costruita sotto la linea dell’orizzonte, e con sistemi difensivi all’avanguardia. Cinque provveditori generali si occuparono dei piani esecutivi della città, ma i disegni delle fortificazioni si devono principalmente a Marcantonio Martinengo e Giulio Savorgnan, anche se qualcuno ha ipotizzato il coinvolgimento di Leonardo da Vinci. Palmanova doveva essere un’utopia realizzata, il prototipo della “città ideale” rinascimentale: i designi della fortificazione e degli edifici sono geometricamente perfetti, i percorsi accuratamente ideati, e ogni parte della città aveva uno scopo particolare.

Le persone che avessero scelto di vivere lì, dove precedentemente sorgeva l’antico borgo di Palmata, avrebbero condiviso esattamente la stessa quantità di terra e di responsabilità. Ma questa città fortezza, capolavoro di architettura militare veneziana, non attrasse alcun colono, vale a dire, nessuno voleva andarci a vivere. Il governo della Serenissima non trovò altro rimedio che inviare, nel 1622, un certo numero di prigionieri, che furono i primi cittadini, non militari, di Palmanova. Per una strana ironia del destino, questa affascinante fortezza non è mai stata protagonista di clamorose battaglie: fu governata dalla Repubblica di Venezia per quasi 200 anni, e in tutta la sua storia, fu assediata solo tre volte. Dopo la caduta della Serenissima, Palmanova passò agli austriaci e ai francesi, conquistata da Napoleone Bonaparte, che fece costruire un ulteriore muro difensivo. Nel 1866 fu annessa al Regno d’Italia, e dal 1960 è diventata Monumento Nazionale.

 

 

Apple vuole trasformare ex bunker in Apple store a Stoccarda
Da macitynet.it del 20 dicembre 2016

Apple non ha negozi fisici a Stoccarda (Germania): il negozio più vicino si trova a Sindelfingen, a 20 km, e diversi approcci che la Mela  aveva tentato, individuando locali adatti allo scopo, non sono andati finora a buon fine. Stando a quanto riporta il sito iFun.de l’azienda vorrebbe ora investire in un ex bunker situato vicino la famosa Marktplat (piazza del mercato) su cui si affaccia il palazzo del municipio. Dopo la seconda guerra mondiale, il bunker in questione fu trasformato in albergo, struttura che è esistita fino al 1985. Dieci anni più tardi è stato presentato un progetto che avrebbe dovuto trasformare la struttura in centro commerciale, ma l’idea non si è concretata. Da quanto si vede in foto, lo store (sempre ammesso che si farà) potrebbe diventare simile a quello sulla 5th Avenue di New York,. Secondo la testata tedesca, Apple sarebbe disposta a pagare 100 milioni di euro. Sembra però che le autorità locali, non siano molto propense ad accordare i permessi e questo nonostante l’attrazione turistica che lo store consentirebbe, come già dimostrato in altre parti del mondo.

 

 

«I bunker sono un patrimonio da salvare»
Da corriereromagna.it del 21 dicembre 2016

RAVENNA. Il turismo non vive solo di monumenti Unesco, mosaici e spiagge; il Comitato ricerche belliche 360° propone la realizzazione e la promozione di un Bunker Tour Ravenna che porterebbe alla realizzazione di un percorso storico attraverso l’individuazione, lo studio, la divulgazione e la preparazione di una guida illustrata completa di tutti i reperti della Seconda Guerra Mondiale. 

«Abbiamo un museo a cielo aperto - dicono dal comitato -. Una volta realizzato il percorso, potrebbero essere formate apposite guide per una fruizione stabile di queste risorse storico-culturali che meritano di essere sfruttate turisticamente. E’ la storia del nostro territorio nel periodo della Seconda Guerra Mondiale che emerge con imponenti manufatti seminascosti lungo il litorale. Il versante adriatico della Linea Gotica può essere considerato la nostra Normandia, anche se lo sbarco non ci fu. E’ rilevante il fatto che tutti questi manufatti siano stati costruiti da operai italiani precettati sul lavoro dall’organizzazione Todt». 

Il comitato ha realizzato un vero e proprio report dei resti bellici. Nella sola Punta Marina si trovano sette bunker tedeschi del secondo conflitto mondiale ben conservati e una fila intatta di sbarramenti anticarro detti “denti di drago”. «Un altro gruppo di quattro bunker si trova davanti a Villa Marina, l’ex Colonia Cri e un altro paio di bunker unici sono in centro a Marina di Ravenna dimenticati ma sicuramente da salvare; per quel che riguarda Marina, i bunker sono molti di più ma per la maggior parte sono in proprietà privata. 

Sono molto interessanti anche i manufatti presenti a Porto Corsini e a Casalborsetti (sei bunker: tre privati e tre demaniali) e Lido di Savio (sei in proprietà privata, quattro facilmente visibili) mentre nel Comune di Cervia ce ne sono almeno un’altra decina di cui uno, in area demaniale, presenta all’interno un murales originale tedesco che va sicuramente tutelato e valorizzato quale testimonianza dell’occupazione».

 

 

Passeggiata nella Cremona Fascista Le trasformazioni urbanistiche del centro città
Da welfarenetwork.it del 16 dicembre 2016

All’inizio del ventesimo secolo, Cremona è ancora completamente racchiusa dalla cinta muraria ed è accessibile esclusivamente attraverso quattro passaggi obbligati. Le mura e le porte caratterizzano la fisionomia della città, ma rappresentano un ostacolo alla comunicazione con i sobborghi e alla sua espansione, ormai indispensabile dato l’aumento della popolazione degli ultimi anni. La soluzione a questi problemi pare essere, quindi, l’abbattimento della cinta muraria ed il successivo accorpamento delle circoscrizioni di Corpi Santi e Due Miglia per permettere al Comune di avere a disposizione una vasta zona in cui erigere nuovi fabbricati ad uso residenziale. L’Ingegner Remo Lanfranchi viene incaricato, pochi anni dopo, di redigere il piano regolatore cittadino che avrebbe sancito la scomparsa di questo simbolo del passato e l’inizio di un cambiamento radicale del volto cittadino. Per Cremona inizia così un periodo di modifiche che ne cambieranno per sempre il volto, realizzate utilizzando il piccone risanatore, protagonista assoluto delle vicende urbanistiche e architettoniche del Ventennio in tutt’Italia. Da questo momento l’attività edilizia pubblica e privata è inarrestabile. L’amministrazione fascista compie scelte che segnano in modo irreparabile il costruito storico, adottando la politica degli sventramenti con motivazioni di risanamento igienico. L’attività edilizia, nei quindici anni successivi, è molto intensa: vengono realizzati numerosi edifici pubblici e privati, tra cui il palazzo della Confederazione Agricoltori in piazza Duomo su progetto dell’ingegner Nino Mori, il palazzo INA (l’attuale Galleria XXV Aprile), il palazzo RAS in Piazza Cavour, il palazzo INFPS, il Palazzo delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio), quello del Regime Fascista (residenza di Roberto Farinacci) e, ultimo in ordine temporale, il Palazzo dell’Arte, attuale sede del Museo del Violino.

Ritrovo alle ore 15.00 davanti all'ufficio turistico IAT di Piazza del Comune. Costo a persona: € 10.00 pre-iscritti entro venerdì 16 dicembre (inviare sms o email), € 15.00 iscritti in loco il giorno della visita, € 8.00 possessori di Welcome Card,  Informazioni e prenotazioni a Target Turismo di Elena Piccioni: Cell. 347 6098163, info@targetturismo.com

 

 

Bunker di Fornacette, al via le visite guidate

Da gonews.it del 14 dicembre 2016

Calarsi, nel vero senso della parola, nella storia locale, scoprendo un gioiello storico sotterraneo, tenuto nascosto dalla vegetazione e da anni di disuso. Dalla prossima settimana, quella di Natale, sarà infatti possibile regalarsi, in modo del tutto gratuito, una visita al bunker di Fornacette. Una struttura datata 1943, le cui origini restano avvolte nel mistero, recuperata e riaperta al pubblico grazie all’impegno dell’associazione Aiuta Molunga, in collaborazione con il Comune di Calcinaia.

Sono ormai alcuni anni che la nostra associazione si interessa di questo reperto storico fornacettese – spiega il Presidente, Massimo Pardossi -, uno dei pochissimi rifugi antiaerei ben conservati in tutta la Provincia. Prima di iniziare il suo recupero, ho fatto una personale ricerca storica, attingendo alle testimonianze orali di chi quel bunker lo ha vissuto in prima persona, trovando in esso riparo dai bombardamenti. La paternità della struttura non è chiara. La maggioranza dei testimoni propende per una realizzazione tutta italiana, effettuata dalla fanteria stazionata in un podere a poca distanza.

Altri sostengono invece che i costruttori siano stati i Tedeschi, stazionati al Cottolengo. Qualunque sia la verità, il bunker è poi stato usato dalla popolazione locale come riparo temporaneo, a cui ricorrere ogni qual volta iniziava a risuonare la sirena che preannunciava un nuovo attacco aereo”. L’edificio, situato in Piazza Bambini Caduti di Sarajevo, presenta due accessi. Poiché le due scalinate sono piuttosto ripide, Nilo Ricci, titolare dell’omonima ditta con sede a Fornacette, ha offerto la sua disponibilità per realizzare e installare i corrimano necessari a facilitare salita e discesa. La struttura è composta da 3 vani interni, capaci di contenere fino a circa 50 o 60 persone. “Aiuta Molunga – prosegue il Presidente – ha deciso di intervenire proprio in virtù del suo attaccamento al territorio. La nostra associazione, infatti, oltre a occuparsi di solidarietà internazionale, in particolare del villaggio di Molunga, nella Repubblica Democratica del Congo, si impegna anche in attività di cura, aiuto e attenzione a km zero. Basti pensare alla nostra convenzione con l’amministrazione comunale per mantenere pulita la pista ciclo – pedonale di Fornacette”. “Il rilancio del bunker rientra quindi in questo “solco” – conclude Pardossi.

A partire da Lunedì 19 Dicembre, io e gli altri membri dell’associazione saremo dunque a disposizione per tour guidati gratuiti su prenotazione all’interno del rifugio. La procedura sarà semplicissima: basterà infatti contattare il Comune al numero 0583 265 442 ed esprimere la propria preferenza in termini di data e orario. Una volta concordata la visita, basterà recarsi sul posto: l’associazione sarà pronta ad accogliere tutti gli interessati”. Fonte: Comune di Calcinaia – Ufficio Stampa

 

 

Le fortificazioni di San Marino: conclusi i rilievi murari alla Prima Torre

Da smtvsanmarino.sm del 13 dicembre 2016

La storia della Repubblica di San Marino affonda le sue radici nell’Alto Medioevo, quando sul Monte Titano si è formato un castrum, cioè un insediamento fortificato.
Nel corso dei secoli i Sammarinesi hanno conquistato e mantenuto con determinazione e abilità diplomatica l’autonomia della loro comunità; nel 2008 il centro storico di San Marino e il Monte Titano sono stati riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio inalienabile dell’umanità in quanto “unica Città Stato che sussiste” e “testimonianza eccezionale di una tradizione culturale vivente che perdura da settecento anni”.
Segno tangibile ed evidente dell’impegno profuso nei secoli passati dai Sammarinesi a difesa della comunità sono le fortificazioni di San Marino: le tre Torri e le diverse cinte murarie, un poderoso apparato difensivo con un notevole potenziale archeologico, solo in minima parte indagato.
In seguito ad un protocollo d’intesa siglato tra gli Istituti Culturali della Repubblica di San Marino e l’Istituto di Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (ITABC) del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), nella settimana dal 28 novembre al 2 dicembre u.s. l’ITABC ha eseguito una serie di rilievi murari alla Prima Torre e alle mura del secondo girone.
I rilievi (rilevamento topografico, laser scanning e rilievo fotografico anche con l’ausilio di droni) sono stati finalizzati allo studio archeologico delle fasi costruttive della Torre e delle mura e costituiscono utili strumenti di conoscenza per la conservazione e la tutela ma anche per finalità didattiche e divulgative.

 

 

Le Fortezze di Sarzana in mostra al MUdeF

Da cittadellaspezia.com del 12 dicembre 2016

Val di Magra - Domenica 18 Dicembre alle ore 11.00 presso la Fortezza Firmafede di Sarzana avrà luogo l’inaugurazione della mostra fotografica “L’occhio del visitatore”, un evento in collaborazione con il circolo fotografico sarzanese. Le foto in mostra sono state scattate durante un week end di Novembre, una due giorni di porte aperte alle fortezze di Sarzana e al MUdeF al quale hanno partecipato oltre 40 fotografi del Circolo fotografico sarzanese e simpatizzanti fotoamatori che hanno cercato di catturare il punto di vita del visitatore. Le foto in mostra sono dedicate alle Fortezze di Sarzana e al nuovo Museo delle Fortezze, Domenica 18 Dicembre l’entrata alla mostra e alla Fortezza Firmafede sarà gratuito, in seguito la mostra fotografica entrerà a far parte del percorso visite della Fortezza Firmafede fino a Domenica 8 Gennaio. L’evento è realizzato in collaborazione con la Earth scrl, il Circolo fotografico Sarzanese, il Polo Museale della Liguria e l’Assessorato alla cultura del Comune di Sarzana.

 

 

La storia del Delta, giovane terra contesa

Da il gazzettino di rovigo del 11 dicembre 2016

Nella sala convegni del Museo della bonifica Cà Vendramin di Taglio di Po, la Fondazione scolastica Carlo Bocchi di Adria e la Fondazione Cà Vendramin hanno inaugurato il Ce.Ri.Do. (Centro di ricerca e documentazione del Delta), con una preziosa mostra sul tema:"Giovani terre contese. Tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po". La mostra è il frutto di un gruppo di lavoro dei maggiori esperti di storia locale: Luigi Contegiacomo, direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, Maurizio Tezzon, esperto di grafica, Luciano Chiereghin, ricercatore dei dati storici e ambientali, Raffaele Peretto e Luciano Scarpante, <Giovani terre, contese, quelle del Delta - ha detto Contegiacomo - per tre secoli, dapprima da Stato pontificio e Serenissima di Venezia, poi da Napoleone e dall'Austria dopo>. La storia è raccontata da ventidue pannelli, con testo in italiano e inglese, che illustrano come il Delta del Po per secoli abbia rivestito un ruolo straordinario non solo nell'assetto idrogeologico del territorio padano. Ma ora, grazie alla ricerca attenta di Luciano Chiereghin, viene messa a conoscenza della popolazione, di studenti dei diversi ordini di scuole, dei turisti e visitatori, la collocazione esatta di tali siti, e mostrato quel che resta visibile, affidando alla ricostruzione virtuale, con il supporto della cartografia esistente all'Archivio di stato di Ferrara, la biblioteca Ariostea di Ferrara, l'Archivio di stato di Venezia, una visione più immediata degli stessi. <Sono pagine importanti di storia - ha detto Antonio Giolo, presidente della Fondazione scolastica Bocchi - recuperate e rese vive dall'interesse di uno storico del territorio deltizio, Luciano Chiereghin, coadiuvato nella sua opera da tutto il gruppo del Cerido>. Il direttore della Fondazione Cà Vendramin, Lino Tosini, ha informato che la sede del Ce.Ri.Do. sarà il Museo di Cà Vendramin e si è soffermato sugli scopi del nuovo Centro Culturale. Adriano Tugnolo, presidente della Fondazione Cà Vendramin, Davide Marangoni, assessore all'urbanistica del Comune di Taglio di Po, Maurizio Tezzon del progetto grafico Tema, il direttore del Parco regionale Veneto Marco Gottardi, il sindaco di Adria Massimo Barbuiani hanno sottolineato l'importanza di fare squadra per realizzare progetti. Ha concluso l'assessore regionale al territorio Cristiano Corazzari, complimentandosi per la mostra, ha ricordato che la Regione appoggia progettualità forti:" Questa iniziativa va in questa direzione: da un'opportunità in più per conoscere la ricca e complessa storia di questo giovane ma splendido territorio".

 

 

Le terre contese e le Fortificazioni
Da lavocedirovigo.it.it  del 11 dicembre 2018

Taglio di Po. - La Fondazione scolastica Carlo Bocchi di Adria e la Fondazione Cà Vendramin hanno inaugurato ieri, all'idrovora di Cà Vendramin, il Centro di ricerca e documentazione sul Delta del Po (Cerido), con un'interessante mostra sul tema "Giovani terre contese. Tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po". Una mostra che, messa a punto da un gruppo di lavoro composto dai maggiori esperti di storia locale, quali Luigi Contegiacomo, direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, Maurizio Tezzon, esperto di grafica, Luciano Chiereghin, ricercatore dei dati storici e ambientali, Raffaele Peretto e Luciano Scarpante, già nel titolo contiene la sintesi. "Giovani terre, quelle del Delta - ha detto Contegiacomo - che furono contese per tre secoli, dapprima da Stato pontificio e Serenissima di Venezia, poi da Napoleone e dall'Austria dopo". Ventidue pannelli che la compongono, divisi per colore, testo in italiano e inglese, che illustrano come il Delta del Po per secoli abbia rivestito un ruolo straordinario non solo nell'assetto idrogeologico del territorio padano, ma anche nelle strategie politiche e militari di potenze contrapposte che vi trovavano terreno fertile, per quanto instabile, per la predisposizione di difese militari terrestri e marittime, spesso abbandonate dopo pochi anni e di cui era persino complesso fino a ieri individuare sul terreno la collocazione esatta. Ma ora, grazie alla ricerca attenta di Luciano Chiereghin, viene messa a conoscenza della popolazione, di studenti dei diversi ordini di scuole, dei turisti e visitatori, la collocazione esatta di tali siti, e mostrato quel che resta visibile, affidando alla ricostruzione virtuale, con il supporto della cartografia esistente all'Archivio di stato di Ferrara, la biblioteca Ariostea di Ferrara, l'Archivio di stato di Venezia, una visione più immediata degli stessi. "Pagine vive di storia, dunque - ha sottolineato Antonio Giolo, presidente della Fondazione scolastica Bocchi - strappate per sempre all'oblio del tempo e rese vive dall'interesse di uno storico del territorio deltizio, Luciano Chiereghin, coadiuvato nella sua opera da tutto il gruppo del Cerido". Presenti all'evento Lino Tosini, direttore della Fondazione Cà Vendramin, che ne ha spiegato le finalità, anche come sede, da ieri, del Cerido; Adriano Tugnolo, presidente della Fondazione Cà Vendramin, Davide Marangoni, assessore all'urbanistica del Comune di Taglio di Po, Maurizio Tezzon del progetto grafico Tema, il direttore del Parco regionale Veneto Marco Gottardi, il sindaco di Adria Massimo Barbuiani e l'assessore regionale al territorio Cristiano Corazzari che, complimentandosi con gli organizzatori per la mostra, ha ricordato che la Regione è tra i soci della Fondazione Cà Vendramin e che appoggia progettualità forti per dare avvio a un territorio appetibile per investimenti. "E l'iniziativa di oggi - ha chiosato Corazzari - va in questa direzione".

 

 

Storia e tecnologia delle fortificazioni dell’isola Palmaria
Da laspezia.cronaca4.it del 9 dicembre 2016

LE GRAZIE – La storia e tecnologia delle fortificazioni dell’isola Palmaria saranno l’argomento della conferenza, la prima di un ciclo su questo tema, che si terrà domani, sabato 10, organizzata dall’associazione Dalla Parte dei Forti con il patrocinio del Comune di Porto Venere.

L’incontro tematico sarà tenuto dall’esperto dell’associazione Stefano Danese, alle ore 16.30, presso il refettorio dell’ex convento Olivetano delle Grazie (PortoVenere). Il titolo già descrive l’interessante argomento: isola Palmaria cardine della difesa del golfo, infatti Danese racconterà lo sviluppo della fortificazione e della militarizzazione dell’isola, con spunti inediti e documenti rari.

L’associazione Dalla Parte dei Forti, dopo il riuscito esperimento di fruibilità turistica sviluppato in Palmaria la scorsa estate, sta portando avanti una serie di progetti di valorizzazione e fruizione delle principali fortificazioni del golfo spezzino.

 

 

Mostra, tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po
Da ilrestodelcarlino.it del 7 dicembre 2016

Taglio di Po (Rovigo), 7 dicembre 2016 - Nell’ambito della XXII Settimana dei beni Culturali in Polesine, sabato 10 dicembre alle ore 10 sarà presentato al Museo Regionale della Bonifica di Ca’ Vendramin il neocostituito Centro di Ricerca e Documentazione del Delta con sede presso la Fondazione Ca’ Vendramin, finalizzato alla raccolta e valorizzazione di fonti e memorie relative alla storia di un territorio che nel corso dei secoli ha visto avvicendarsi e scontrarsi diverse potenze e in cui si sono realizzate opere idrauliche fondamentali per la sistemazione della variabilissima area lagunare.

In tale occasione sarà inaugurata la Mostra “Giovani terre contese - Tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po”, straordinaria e assolutamente inedita esposizione itinerante, primo esito delle lunghe poderose indagini di un appassionato ricercatore, Luciano Chiereghin, sulla presenza di forti, batterie, postazioni militari tra il sec. XVII e il primo conflitto mondiale: bellissime cartografie, spesso inedite, provenienti da diversi Archivi di Stato e Biblioteche, affiancano immagini di reperti, fotografie, ricostruzioni moderne di siti spesso dimenticati e che si credevano persi. Il tutto accompagnato da testi bilingue che permetteranno di inserire tali siti in itinerari turistici non convenzionali.

 

 

No alla «riforma» bellicista
Da comedonchisciotte.org del 7 dicembre 2016

La maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale No: quello alla «riforma» bellicista che ha scardinato l’Articolo 11, uno dei pilastri basilari della nostra Costituzione. Le scelte economiche e politiche interne, tipo quelle del governo Renzi bocciate dalla maggioranza degli italiani, sono infatti indissolubilmente legate a quelle di politica estera e militare. Le une sono funzionali alle altre. Quando giustamente ci si propone di aumentare la spesa sociale, non si può ignorare che l’Italia brucia nella spesa militare 55 milioni di euro al giorno (cifra fornita dalla Nato, in realtà più alta). Quando giustamente si chiede che i cittadini abbiano voce nella politica interna, non si può ignorare che essi non hanno alcuna voce nella politica estera, che continua ad essere orientata verso la guerra. Mentre era in corso la campagna referendaria, è passato sotto quasi totale silenzio l’annuncio fatto agli inizi di novembre dall’ammiraglio Backer della U.S. Navy:

«La stazione terrestre del Muos a Niscemi, che copre gran parte dell’Europa e dell’Africa, è operativa». Realizzata dalla General Dymanics — gigante Usa dell’industria bellica, con fatturato annuo di 30 miliardi di dollari — quella di Niscemi è una delle quattro stazioni terrestri Muos (le altre sono in Virginia, nelle Hawaii e in Austra-lia). Tramite i satelliti della Lockheed Martin — altro gigante Usa dell’industria bellica con 45 miliardi di fatturato — il Muos collega alla rete di comando del Pentagono sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. L’entrata in operatività della stazione Muos di Niscemi potenzia la funzione dell’Italia quale trampolino di lancio delle operazioni militari Usa/Nato verso Sud e verso Est, nel momento in cui gli Usa si preparano a installare sul nostro territorio le nuove bombe nucleari B61-12. Passato sotto quasi totale silenzio, durante la campagna referendaria, anche il «piano per la difesa europea» presentato da Federica Mogherini: esso prevede l’impiego di gruppi di battaglia, dispiegabili entro dieci giorni fino a 6 mila km dall’Europa. Il maggiore, di cui l’Italia è «nazione guida», ha effettuato, nella seconda metà di novembre, l’esercitazione «European Wind 2016» in provincia di Udine. Vi hanno partecipato 1500 soldati di Italia, Austria, Croazia, Slovenia e Ungheria, con un centinaio di mezzi blindati e molti elicotteri. Il gruppo di battaglia a guida italiana, di cui è stata certificata la piena capacità operativa, è pronto ad essere dispiegato già da gennaio in «aree di crisi» soprattutto nell’Europa orientale. A scanso di equivoci con Washington, la Mogherini ha precisato che ciò «non significa creare un esercito europeo, ma avere più cooperazione per una difesa più efficace in piena complementarietà con la Nato», in altre parole che la Ue vuole accrescere la sua forza militare restando sotto comando Usa nella Nato (di cui sono membri 22 dei 28 paesi dell’Unione). Intanto, il segretario generale della Nato Stoltenberg ringrazia il neo-eletto presidente Trump per «aver sollevato la questione della spesa per la difesa», precisando che «nonostante i progressi compiuti nella ripartizione del carico, c’è ancora molto da fare». In altre parole, i paesi europei della Nato dovranno addossarsi una spesa militare molto maggiore. I 55 milioni di euro, che paghiamo ogni giorno per il militare, pre-sto aumenteranno. Ma su questo non c’è referendum. Manlio Dinucci Fonte: www.voltairenet.org

 

Lo schieramento militare Usa
Da limesonline.com.it del 7 dicembre 2016

“Gli Stati Uniti sono superpotenza sui generis, «impero senza impero» e «senza imperatore», fondato non tanto sull’espansione territoriale quanto sul controllo dei domini strategici: mari, cieli, cosmo e spettro elettromagnetico. Nei primi tre spazi, specie quello marittimo, l’impronta americana e robusta, anche se non mancano sfidanti in ascesa; il quarto è troppo anarchico e multiforme per essere soggetto a qualsiasi autorità sovrana. Inoltre, lo strumento securitario a stelle e strisce, incardinato nelle formidabili Forze armate e nel meno performante sistema di intelligence, vale più in potenza che in atto. Le disastrose, inconcluse campagne militari in Afghanistan e in Iraq stanno a confermarlo.

E la fine della deterrenza, erosa dalla guerra ibrida alla russa, dalla proliferazione delle armi atomiche (Corea del Nord docet) e dalla «guerra senza limiti» dei terroristi ma anche degli hackers, rende meno cogente la prevalenza strategica a stelle e strisce. […] La peculiarità storica dell’impero americano e il suo irradiamento ideologico. […] Quando tale fascino imperiale sembra stemperarsi, come in questo avvio di secolo, gli americani inclinano prima a sovrareagire (la sciagurata «guerra al terrorismo»), dunque a sovraesporsi in aree strategiche di scarso rilievo, poi a ritrarsi nel proprio guscio. Ripiegamento che però le ramificazioni dell’economia, degli interessi e della rete di sicurezza americana declinata su scala globale – si pensi solo alla partizione dell’intero pianeta in sei macroregioni strategiche rette da comandanti dotati di poteri vicereali – contribuiscono a stemperare.” Carta e citazione da “L’America americana”, l’editoriale di Limes 11/2016 L’agenda di Trump.

 

 

Il forte al Bus de Vela riapre giovedì per un mese
Da trentinocorrierealpi.it del 6 dicembre 2016

TRENTO. Da giovedì fino all’8 gennaio il forte di Cadine, al Bus de Vela, riaprirà al pubblico dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18 e sarà possibile visitarlo gratuitamente. Rimarrà chiuso solo il giorno di Natale e l’1 gennaio. Si ripete così l’iniziativa già sperimentata lo scorso inverno e durante la primavera per permettere, a chi lo vorrà, di entrare in una delle fortificazioni ottocentesche dell’Impero asburgico costruita tra il 1860 e il 1862 e che, dopo i lavori di restauro e di allestimento degli anni scorsi, è stata data in gestione alla Fondazione Museo storico del Trentino. Sono inoltre previste alcune visite guidate gratuite, della durata di circa un’ora. Non servirà prenotarsi. Basterà presentarsi nel piazzale esterno al forte nei giorni prefissati, pochi minuti prima delle 14,30. Le visite sono in calendario l’11, il 18, il 28 dicembre e l’8 gennaio. Inoltre, c’è anche la possibilità di prenotare delle visite guidate per gruppi di almeno 10 persone (per 2 euro a partecipante). In questo caso è necessario mettersi in contatto con la Fondazione Museo storico del Trentino, con almeno una settimana d’anticipo, telefonando al numero: 0461 230482. Durante la Prima guerra mondiale, il forte, che era stato realizzato a difesa delle vie di collegamento verso Trento, non sparò neanche un colpo. Fu disarmato e le artiglierie posizionate nelle vicinanze. Nel dopoguerra l’Esercito italiano lo usò come polveriera. La Provincia di Trento, che ne è proprietaria, ha avviato il restauro conservativo nel 2006. Terminati i lavori, la riapertura è del 2010. All’interno, strumenti interattivi, pannelli, tavoli multimediali. In sintesi, un quadro d’insieme del sistema fortificato trentino allestito a suo tempo dall’Austria-Ungheria fin dall’Ottocento. (pa.pi.)

 

 

E nel bunker si degustano i formaggi d'alpeggio
Da repubblica.it del 6 dicembre 2016

LUCERNA. Quando parla della sua passione, a Roland Lobsiger s’illuminano gli occhi perfino sotto le spesse lenti, perfino nella penombra Sapori formaggi prodotti A Lucerna le affascinanti serate organizzate dal "cheese scout" Roland Lobsiger: sotterraneo affina e fa assaggiare (a piccoli gruppi) prodotti unici dalla nostra inviata DONATELLA CHIAPPINI della sua cantina proprio al centro di Lucerna. Un cunicolo stretto e lungo dove l’odore di formaggio è acre, penetrante eppure particolarissimo come una buona fragranza che ti resta sul palato e sulle labbra. Lui, nato a Lucerna 55 anni fa e cheese scout da un quarto di secolo, affinatore specializzato sulle qualità a latte crudo degli alpeggi svizzeri, ha voluto a tutti i costi portare a nuova vita questa specie di bunker sottoterra dove custodisce le sue selezionatissime forme. Ha individuato la cantina dismessa – utilizzata prima come bunker e fino agli anni Cinquanta per conservare vino, birra e altro - se ne è innamorato e poi l’ha testata: tre mesi per capire se il tasso di umidità e il microclima si confacessero ai suoi gioielli. Non troppo caldo, non troppo freddo, pareti da grottino, scaffali di legno, pagliette a protezione delle tome. Ci sono voluti altri quattro anni per sanificare la “galleria”, attrezzarla come da regola commerciale, renderla piacevole per una serata di degustazioni. Limare quel vecchio progetto, insomma, che tanto si era agitato nella sua testa. E che aveva preso corpo pian piano, mentre Roland di alpeggio in alpeggio sceglieva le forme da commercializzare o affinare per fattorie, caseifici e produttori vari. C'è voluto tempo per imparare quale erba facesse più dolce, più amaro o più aspro il latte di mucca, ingrediente primo della gran parte dei formaggi svizzeri. “Perché il latte di capra è usato solo in misura minima da queste parti”, spiega lui adesso. Ci è voluta esperienza per scegliere l’appezzamento in quota, nei villaggi del suo cantone (ma anche nel ticinese o nei grigioni), fosse più vocato al pascolo. Un giorno sull’altro è maturata l’idea che si è concretizzata (dall’autunno del 2014) nel Chäs Chäller (Gibraltarstrasse 25a, tel.0041- 79-8431940, Lucerna) – che vi accoglie con un tavolino lungo e stretto al centro dove, in piedi, degustando si scopre un mondo. Qui si assaggia – in lucidi piattini bianchi da dessert - la Leventina, il Sennenmutach, l’Urneralpkäse, il Weichkäse, il Blaukäse o il più stagionato Etivaz (per quasi tutti il migliore). Con un pezzetto di pane nero (o alla frutta secca) e un calice di vino bianco bio (in questo caso il Solaris) in mano si cerca di capire che formaggio c’è nel piatto: dietro lo spessore della pasta, la sua elasticità, la muffa o il retrogusto. S’intuisce subito che “l’età” fa la differenza. E Roland Lobsiger è pronto a confermare: “Bisogna stare molto attenti alla stagionatura, c’è una muffa buona e una cattiva. Non tutte le forme e le tipologie di formaggi sopportano lo stesso invecchiamento. In fondo la riuscita di un’eccellenza è sempre una scommessa. Non c’è mai una forma uguale all’altra o, almeno, non identica”. E per illustrare meglio non c’è niente di meglio che fare un salto nel caveau: una passeggiata tra gli scaffali di legno su cui riposano i formaggi, una spiegazione di muffa in muffa che sorprende anche i più scettici. La cantina può accogliere otto persone alla volta, ma eccezionalmente si può arrivare a venti assaggiatori. C’è un sito su cui scegliere cosa provare e quanto spendere (dai 20 franchi svizzeri in su) secondo tipologie e pregio delle forme. Bisogna arrivare a Lucerna. Prenotare è indispensabile, a tutto il resto pensa Roland.

 

 

Intesa tra Comune e Marco Polo su Forte Marghera: "Ca' Farsetti ora ha le sue aree"
Da veneziatoday.it del 5 dicembre 2016

La querelle si era contraddistinta anche per un intervento della polizia municipale, che a Forte Marghera una mattina si è presentata intimando alla Marco Polo System di lasciare gli spazi che sarebbero dovuti finire in mano alla Fondazione che, dopo il cambio di gestione, ora dovrà amministrare l'ex compendio militare mestrino. Ora, dopo incontri e riunioni, si è finalmente giunti a una soluzione. Almeno secondo una nota di Ca' Farsetti, che dichiara di essere "rientrato in pieno possesso degli immobili facenti parte del compendio immobiliare denominato 'Ex Forte Marghera'". Non che la Marco Polo System non volesse lasciare i locali alla nuova realtà. La sua richiesta a Ca' Farsetti era di trovare una sede alternativa per portare avanti le loro attività, visto che nello statuto della società sarebbe stato messo nero su bianco che sarebbe dovuto essere compito del Comune, socio di Marco Polo System. "A seguito delle intese formalizzate con verbale del 25 novembre 2016, con cui la Marco Polo System non si è opposta all'immissione in possesso da parte del Comune degli immobili in questione, sono stati sottoscritti in data odierna (lunedì, ndr) i verbali di consegna tra il Comune, la Marco Polo System e le associazioni presenti al Forte, con contestuale consegna al Comune delle chiavi degli immobili", sottolinea la nota. Si è trovata una soluzione di compromesso per sbloccare la situazione: "La Marco Polo System G.E.I.E., così come sottoscritto nel verbale del 5 dicembre 2016, manterrà l'uso dell'edificio 'n. 27' e di porzione dell'edificio 'n. 56', fino alla data del 30 giugno 2017 e comunque non oltre la definizione della controversia sullo scioglimento del G.E.I.E. avanti al giudice ordinario", conclude Ca' Farsetti.

 

 

Bunker Antiaereo n.87: Seconda Guerra Mondiale sotto la Scuola Elementare Leopardi di Milano
Da vanillamagazine.it del 5 dicembre 2016

Benvenuti nel bunker antiaereo n. 87. Numero 87, perché? Perché si tratta dell’ottantasettesimo su 135 ricoveri di fortuna ad uso pubblico allestiti dal Comune di Milano durante la Seconda Guerra Mondiale. Nato il 5 ottobre 1940, il nascondiglio fu realizzato nel seminterrato della scuola elementare Giacomo Leopardi. Capienza 440 persone, affluenza media 350. Segni particolari: museo di se stesso. L’ambulacro sotterraneo della scuola “leopardiana” è progettato a ferro di cavallo.Se metà di quest’area è occupata dal rifugio, completamente puntellata con delle travi in legno per sostenere il peso delle macerie sovrastanti, l’altra metà è priva di puntellatura e si presenta come uno spazio abbandonato a se stesso e mai ripulito. Fa sicuramente effetto pensare a quando questa finestra sul passato, dotata di riscaldamento, cucina, bagni e docce, fosse un luogo riservato all’insegnamento. Soprattutto durante la guerra quando il pericolo incombeva. “La mia grande passione sono gli acquedotti antichi. Ai rifugi antiaerei ci sono arrivato un po’ per caso, forse anche perché da dieci anni a questa parte ci stanno conducendo verso un clima di guerra e vorrei terminare la mia carriera con l’elmetto da speleologo e non con quello metallico”. Queste sono le parole di Gianluca Padovan, presidente della federazione nazionale cavità
artificiali. Lui, uno dei guru indiscussi della Milano sotterranea, autore di diversi libri, grande cultore di bunker, quello di Mussolini nel cuore della città di Milano non fa eccezione, domenica, con il supporto della professoressa Maria Antonietta Breda, docente del politecnico di Milano, ha messo al servizio di Neiade – realtà milanese specializzata nella promozione dell’arte e della cultura – i suoi studi sui cosiddetti rifugi antiaerei. “Non chiamateli rifugi ma ricoveri perché alle orecchie della gente suona meno sinistro – precisa lo speleologo – Si tratta di una raccomandazione ricorrente quando ci si imbatte nelle diverse fonti che i documenti d’epoca riportano”. Insomma, chi meglio di Padovan avrebbe potuto accompagnare il folto gruppo di persone incontratesi alle 15.00 nel piazzale della scuola Giacomo Leopardi, con la speranza di toccare con mano episodi e vicende insudiciate di terrore e macchiate di sangue, interpellabili in alternativa soltanto sui libri di scuola. Per troppo tempo questi luoghi abbandonati a se stessi sono stati ingiustamente e ingiustificatamente muti testimoni di un passato, che se non fosse stato per queste visite guidate, non avrebbe mai potuto esser degnamente ricordato. Voci, che l’attuale dirigente scolastico dell’istituto Leopardi, Laura Barbinato, ha voluto ascoltare a grandi orecchie prendendosi l’onere di riportarle in vita. Come quella de “Il ragazzo di Bovisa”, libro autobiografico di Ermanno Olmi. Siamo negli anni ’40 del Novecento, Ermanno è studente alla Leopardi e come molti bambini della sua età vive la guerra, o come scherzo giocando alle bombe contraeree, oppure giocando a nascondino nelle cantine della propria abitazione, il tutto per sfuggire all’attacco dei “cattivissimi” ordigni bellici. Da allora la Barbinato, fortemente stigmatizzata dalle parole del ragazzo di Bovisa, si proporrà come fermo intento quello di far rivivere questo spazio caduto per quasi un secolo nell’oblio. Tanto che l’ambulacro aprirà i battenti nel 2010. “Insieme a Lega Ambiente abbiamo ripulito settant’anni d’abbandono riempiendo l’intera ribalta di un camion. Lega Ambiente si occupa di un progetto chiamato “Puliamo il mondo”, il nostro progetto noi l’abbiamo chiamato “Puliamo il buio”” dice con aria compiaciuta Padovan. La scuola che oggi porta il nome Leopardi (nata nel ’27) ai tempi di Olmi, si chiamava Rosa Maltoni Mussolini. La maestra Maltoni era la mamma del Duce. Solo terminata la Seconda Guerra Mondiale l’edificio scolastico “a prova di bomba” opterà per il titolo che oggi veste con grande fierezza. Anche se è utopia pensare che il rifugio n. 87 fosse a prova di bomba. A confessarlo è lo stesso Padovan: “Un vero rifugio antiaereo è realizzato in cemento armato, deve possedere impianti antigas, porte e serramenti blindati. Questo ricovero, insieme agli altri 134 che il Comune di Milano adibì a riparo per la popolazione civile, non possiede nessuna di queste caratteristiche”.Insomma, 135 ricoveri di fortuna di nome e di fatto:“Era tutto un si sperava che: – continua lo speleologo – si sperava che la bomba cadesse perpendicolarmente al terreno, si sperava che non fosse pesante, si sperava che esplodesse prima di arrivare a piano scantinato. Come non bastasse, durante la Grande Guerra una pratica molto diffusa era il terror bombing, che si prefiggeva di gettare letteralmente nel panico la popolazione, soprattutto attraverso l’incessante suono della sirena”. Non appena ci si accinge a varcare la porta del refettorio “leopardiano”, a catturare immediatamente l’attenzione è una stanza in particolare, allestita con una lavagna, delle sedie e delle panchine. E’ in quest’“aula” che le maestre insieme ai loro bimbi amano trattare i temi più scottanti della guerra. Per una memoria che non deve rimanere sotterrata.

 

 

Il ‘treno nucleare’ russo Barguzin spaventa la stampa tedesca
Da sputniknews.com del 3 dicembre 2016

La stampa tedesca è allarmata per le notizie sul superamento dei test del sistema missilistico ferroviario russo ‘Barguzin’.

Il Die Welt, per esempio, scrive che la decisione della NATO di inviare un contingente internazionale in Polonia e nei Pesi Baltici ha provocato una dura reazione da parte di Mosca. Tra le altre cose, la Russia è ricorsa alla modernizzazione del ‘treno nucleare' sovietico: il sistema missilistico ferroviario ‘Barguzin' dotato di missili intercontinentali. I giornalisti della rivista Focus temono che il ‘Barguzin', rimanendo nelle retrovie e cambiando continuamente posizione, sia pronto in ogni momento a colpire obiettivi strategici in Occidente.

«Difficilmente i moderni mezzi dell'intelligence saranno in grado di individuare il ‘Barguzin' in quanto è identico agli altri treni convenzionali», scrive Focus. La stessa opinione è condivisa dalla rivista Stern. Nel mese di novembre i media russi hanno riferito il superamento dei test di lancio del sistema missilistico ferroviario. Il ‘Barguzin' sarà dotato di 6 missili balistici intercontinentali e, a differenza del suo predecessore sovietico, esteriormente avrà l'aspetto di un comune treno passeggeri.

 

 

L'ex base Nato diventa di proprietà del comune
Da larena.it del 1 dicembre 2016

West Star il più grande bunker antiatomico d’Europa, scavato nelle viscere del Monte Moscal, diventerà di proprietà, a costo zero, del Comune di Affi. L’approvazione della presa in carico dell’ex base Nato West Star a titolo gratuito mediante il Federalismo demaniale è infatti tra gli argomenti che saranno discussi nel prossimo consiglio comunale in programma lunedì prossimo alle 20.30. West Star, è una struttura di 13 mila metri quadrati suddivisa in 110 stanze, tre ingressi e gallerie d’accesso. Nel 2010 la Regione Veneto stipulò una convenzione con il ministero della Difesa per un progetto di valorizzazione turistica del rifugio antiatomico, con uno stanziamento di 100 mila euro per 3 anni fino al 2012. Fino al 2013 il sito era frequentato da dipendenti del ministero della Difesa addetti ai controlli. Poi fu abbandonata del tutto e, a causa delle incursioni dei vandali, lo Stato maggiore dell’esercito non rilasciò più autorizzazioni per visite. Nel 2015 l’Agenzia del demanio del Veneto avrebbe dovuto esprimersi se ci fossero stati elementi ostativi alla cessione del bunker in favore del Comune di Affi che ne ha chiesto l’acquisizione senza oneri di spesa, in base alle normative, sul «federalismo demaniale», che consentono alle amministrazioni pubbliche di richiedere aree demaniali a costo zero. Da qualche anno l’ex base Nato è entrata nel mirino di ladri e vandali che hanno portato via tutto quello che era asportabile. Buona parte della struttura, quella protetta dalle porte blindate, però è in ottime condizioni, come spiega Mauro Vittorio Quattrina regista, documentarista, consulente storico per fiction e film di guerra, che la realtà dell’ex base militare di Affi la conosce bene perché in questo luogo ha girato il documentario «West Star, polvere di una stella». «Il cuore della base custodisce ancora, tra l’altro, attrezzature come i filtri Nbc, grandi motori marini, le vasche per l’acqua potabile e per quella che serviva al sistema di raffreddamento», dice. Le intrusioni si sono verificate dall’entrata secondaria, dove i ladri hanno fatto saltare e sostituito il lucchetto originale con uno che si sono procurati loro. Sono entrati anche dall’uscita di sicurezza che si trova sulla sommità del Monte Moscal. A marzo il sindaco Roberto Bonometti si è incontrato a Roma con il generale di divisione aerea Alberto Rosso vice capo di gabinetto del ministro della Difesa per discutere della possibilità dell’acquisizione da parte del Comune di Affi del bunker che allora era sotto la responsabilità e la gestione del demanio militare e che poi è passato a quello civile. «In quell’occasione ci è stato suggerito di inoltrare una nuova richiesta non appena l’agenzia del Demanio avesse pubblicato sul suo sito istituzionale le relative modalità di acquisizione», ha spiegato il sindaco Bonometti, «senza attendere l’eventuale pubblicazione di un nuovo elenco di infrastrutture militari cedibili alla pubblica amministrazione. E così abbiamo fatto proprio per accorciare i tempi di concessione di West Star». Durante il consiglio comunale di lunedì si discuterà anche di nuove e urgenti opere per la depurazione del lago di Garda. Luca Belligoli

 

 

Da corriere.it del 30 novembre 2016

Se ne parla da almeno settant’anni. Senza alcun costrutto, però se ne parla. L’ultima in ordine di tempo a tirare fuori questa storia è stata Giorgia Meloni, durante la campagna elettorale perduta contro Virginia Raggi. «Il centro di Roma va decongestionato da uffici e ministeri, che devono andare in periferia. Io sposterei anche gli uffici del Campidoglio in altri luoghi», ha detto davanti alle telecamere del Corriere Tv la ex candidata di Fratelli d’Italia a sindaco di Roma. Spostare i ministeri, trasferire le funzioni amministrative, traslocare perfino la politica: idea tanto semplice quanto geniale, probabilmente risolutiva per una città disastrata come la capitale d’Italia. Peccato che sia sempre stato soltanto un sogno. Eppure anche noi avevamo la nostra piccola Brasilia, organizzata, accogliente e spaziosa: l’Eur. Una città satellite dove avremmo potuto agevolmente collocare tutte le funzioni direzionali pubbliche di uno stato moderno. Ben collegata al centro urbano con una strada a grande scorrimento, la Cristoforo Colombo, e con una linea di metropolitana. Di più: dagli anni Sessanta anche vicina all’aeroporto intercontinentale di Fiumicino. Questo è l’Eur. Un posto perfetto per metterci i ministeri, gli uffici delle amministrazioni periferiche, il quartier generale del Comune. Perfino il Parlamento. Sarebbe stata l’evoluzione naturale del piano urbanistico voluto da Benito Mussolini per il ventennale della marcia su Roma con l’occasione dell’Esposizione universale del 1942: che non si sarebbe mai svolta. Una vetrina clamorosa della città eterna, capace di sbalordire i visitatori con la citazione in chiave razionalista dei due simboli universali di Roma come il Colosseo e San Pietro. Quel piano del 1938, affidato a Marcello Piacentini, si rivelò un’opera immane. Impossibile non sospettare una velata voglia di competizione con quello che stava accadendo in Germania, dove Adolf Hitler aveva incaricato Albert Speer di progettare la nuova Berlino: il cui simbolo sarebbe stata la gigantesca Sala del popolo con una cupola di 250 metri di diametro e alta più di 300 metri che avrebbe rappresentato l’estremità di un asse viario largo 120 metri. Sappiamo di sicuro che quando Mussolini vide il progetto dell’Eur criticò il fatto che l’attuale Cristoforo Colombo, strada di collegamento con la città, fosse «troppo stretta». Ma mentre la nuova Berlino di Speer non avrebbe mai visto la luce, il quartiere dell’Eur invece sì. Completato, anzi, dopo la fine della seconda guerra mondiale al pari di altre iniziative urbanistiche del fascismo (in questo caso assolutamente micidiali) come via della Conciliazione. Ed è proprio in quel momento che si è persa la grande occasione. L’Eur sarebbe stato dunque il posto perfetto per modernizzare una capitale già intasata in modo sconclusionato dai ministeri e dalla politica. Senza alcun disegno logico se non quello, fermamente perseguito fin dall’inizio dai Savoia, di sovrapporre i segni del nuovo dominio a quelli del vecchio potere temporale. Segni forti e indelebili, come l’asse dei ministeri che da Porta Pia arriva ancora oggi fino al Quirinale. Ma che non hanno mai fatto i conti con il trascorrere del tempo. Basta dire che al momento del trasferimento della capitale da Firenze a Roma gli apparati ministeriali del Regno d’Italia contavano poco più di 4 mila dipendenti. Oggi sono quaranta volte tanto. Un posto tanto perfetto, l’Eur, che si era anche pensato a una rete viaria sotterranea per collegare i vari palazzi. Una rete sorprendente e misteriosa, completata anch’essa nel dopoguerra, che misura qualcosa come 19 chilometri. Oggi quelle gallerie ospitano le condotte che portano l’acqua pompata dal laghetto antistante il grattacielo dell’Eni al serbatoio sopraelevato conosciuto come il Fungo e da qui la distribuiscono per l’irrigazione delle zone verdi e una serie di utenze. Negli anni Sessanta fu progettata anche una linea di trasporto interna su rotaia: una microscopica metropolitana di quartiere, anch’essa sotterranea, utilizzabile da piccoli gruppi di persone per trasferirsi da una zona all’altra dell’Eur. L’avevano battezzata «traslatore», ma restò un disegno sulla carta. Anche perché nel frattempo si era pensato di fare lo Sdo: il Sistema direzionale orientale, una specie di Défense all’amatriciana dove collocare tutte le funzioni amministrative. Peccato soltanto che la nostra Défense esistesse già, all’Eur. E che lo Sdo non sia mai nato, su quei terreni poi sbranati dall’abusivismo e dall’incuria urbanistica. Non che qualche ministero non sia poi arrivato all’Eur. Ci avevano portato quello delle Finanze, e poi anche quello delle Poste. Sempre, però, con iniziative del tutto estemporanee mai inserite in un disegno complessivo e soprattutto organico. E comunque in una situazione di disordine totale, che ha trasformato l’Eur in un ibrido: un po’ direzionale, un po’ residenziale, un po’ non si sa. Non si sa, appunto. Ma questa, ahimè,non è una costante solo romana. L’ Italia intera è il Paese del «non si sa»...

 

 

La quiete dopo la battaglia
Da nationalgeographic.it del 29 novembre 2016

Nel 1916 la guerra di movimento era un lontano ricordo che aveva ceduto il passo ad una teoria infinita di trincee, di fortini e di filo spinato che dalla costa belga attraversava la Francia fino alla Svizzera: il Fronte Occidentale era l'incarnazione della guerra di posizione e di logoramento. In questo contesto il generale tedesco von Falkenhayn decise un attacco alla città di Verdun, in Lorena. L'obiettivo non consisteva nel conquistare territori ma "dissanguare goccia a goccia" l'esercito francese. Tutto il progresso e lo sviluppo industriale maturati nella Belle Epoque furono messi al servizio della cosiddetta "guerra di materiali": "non vere e proprie battaglie, ma catene di montaggio della distruzione", come sostiene lo storico Antonio Gibelli. Il tritacarne di Verdun non fece distinzione tra le divise blu francesi e quelle grigie tedesche, perché l'unica finalità sembrò essere l'annientamento dell'essere umano. Una cosa simile avvenne sulle pianure ondulate della Somme, in Piccardia. Il 1° luglio 1916, inizio dell'offensiva anglo- rancese che intendeva sfondare le linee nemiche ed alleggerire il fronte di Verdun, si trasformò nel giorno più sanguinoso della storia dell'esercito britannico, con 19.240 morti e oltre 35 mila feriti. Il massacro proseguì per tutti i successivi cinque mesi, finché, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre del 1916, entrambe le offensive si esaurirono. Ispirandomi ai racconti dei testimoni dell'epoca ho intrapreso un viaggio alla scoperta dei due campi di battaglia, parte di un progetto più ampio dedicato al Fronte Occidentale e proseguendo quelli già realizzati sulle tracce della guerra d'alta montagna in Trentino, dove vivo. Progetti che nascono quindi dai libri, per voler capire cosa è successo in Italia ed in terra di Francia, esplorando ciò che rimane ma anche quello che in cento anni è cambiato.
Ora quei campi di battaglia sono luoghi immersi nel silenzio, lontani nel tempo dal frastuono delle bombe e nello spazio dai frenetici ritmi della vita contemporanea. Vi si respira quella particolare quiete della natura che avanza e che tenta di immergere nella sua bellezza un paesaggio tuttora dilaniato. E' qui che affiora il passato, con i suoi frammenti di vita e di morte: i contadini della Somme ogni anno mietono un raccolto di barbabietole e di acciaio, nei boschi di Verdun i monconi di una chiesa sono tutto ciò che resta della vita bucolica di un paese d'anteguerra, mentre le mura sbrecciate delle fortezze evocano la potenza delle tempeste di fuoco. È qui che le nazioni del dopoguerra opposero alla spersonalizzazione della morte seriale le croci, i monumenti e gli ossari. E le lanterne di questi ultimi, come fari nella notte, ricordano all'umanità il buio che ha pervaso il mondo all'alba della modernità. In questa foto. Un faro nella notte: la lanterne des morts (lanterna dei morti) dell'Ossario di Douaumont veglia sui caduti e sul campo di battaglia. "Verdun uccise circa 305.440 uomini, su un totale di 708.777 perdite. Quasi un morto al minuto, giorno e notte, per tutti i dieci mesi in cui durò la battaglia", ha scritto Ian Ousby. Negli ultimi decenni l'Ossario è diventato luogo di celebrazione della riconciliazione franco-tedesca, come gli incontri tra Francois Mitterrand ed Helmut Kohl nel 1984 e tra Francois Hollande e Angela Merkel nel 2016. di Andrea Contrini

 

 

Un bunker sotto Palazzo Civico, aprirà al pubblico a gennaio
Da torinotoday.it del 28 novembre 2016

Il rifugio antiaereo che si trova sotto il cortile centrale del Municipio riaprirà al pubblico. Dopo un primo recupero dei locali, nel 2015, con la definitiva conclusione degli interventi di messa in sicurezza e risanamento, il rifugio sarà aperto alle scolaresche e ai cittadini dal gennaio 2017. Alla presentazione sono intervenuti Felice Tagliente, presidente associazione onlus “Nessun uomo è un’isola”, che gestisce il rifugio delle carceri Nuove, Bruno Segre, presidente dell’associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, sezione di Torino, e direttore del periodico “L’Incontro”, Jessica Spagnolo, architetto, intervenuta a nome di Artes Aps che ha contribuito al restauro del rifugio, Renzo Suppo, in rappresentanza del Dirigente Scolastico nell’ambito territoriale della Provincia di Torino, Antonio Catania. Tagliente ha ripercorso la storia che ha portato alla nascita di questo tipo di luoghi a partire dalla legge promulgata nel 1936 che obbligava alla costruzione di rifugi in tutte le nuove edificazioni pubbliche o private. Bruno Segre ha ricordato il primo bombardamento della Città, nel giugno del ’40, in via Priocca, zona Porta Palazzo, ad opera di un aereo inglese. I morti furono 17. Il rifugio, almeno per il momento, non è accessibile alle persone con disabilità o difficoltà motorie. Le visite, accompagnate dalle guide volontarie di Palazzo Civico, si svolgeranno ogni quarto martedì del mese.
Le prenotazioni (obbligatorie) dovranno essere fatte attraverso i numeri telefonici 011011.24012/23384/22063, e-mail: iniziative.istituzionali@comune.torino.it.

 

 

RUSSIA, ESEGUITI PRIMI TEST PER I TRENI NUCLEARI
Da difesaonline.it del 23 novembre 2016

(di Franco Iacch) 23/11/16 - I primi test sui missili balistici intercontinentali che equipaggeranno i treni nucleari russi, hanno avuto successo. È quanto riporta Interfax. I test si sono svolti nel cosmodromo di Plesetsk, a nord ovest della Russia. Le prove di volo dovrebbero iniziare tra la fine dell’anno ed i primi mesi del 2017. I test dovranno convalidare le soluzioni progettuali adottate e l’impatto dei missili sulla piattaforme di partenza. Nel 1969 l’Unione Sovietica, in risposta alla potenza nucleare dei sottomarini USA, schierò sull’intero territorio treni atomici perfettamente camuffati e che, di fatto, annullarono la rilevazione satellitare militare americana.

Gli RT- 23 Molodets (foto) chiamati Combat Railway Missile Complex erano equipaggiati con tre lanciamissili balistici RS-22. I Molodets sono stati radiati dal servizio nel 1993. Dei 12 treni missilistici di epoca sovietica, 10 sono stati distrutti e due sono stati ceduti ad un museo. Il Cremlino, lo scorso settembre, ha dato il via alla produzione dei nuovi treni della morte. A differenza dei precedenti, i nuovi Barguzin dell’Institute of Thermal Technology di Mosca, saranno in grado di lanciare da qualsiasi punto della sterminata ferrovia russa. Da rilevare che lo stesso istituto ha progettato tutti i missili strategici a combustibile solido del paese, come il Topol-M, Bulava e Yars. Ogni treno, nettamente più leggero rispetto al Molodets, dovrebbe trasportare sei missili RS-24, ognuno in grado di trasportare quattro testate MIRV (verosimilmente MARV dal sesto treno in poi). Un solo convoglio potrebbe lanciare 24 testate termonucleari a rientro multiplo indipendente.

Ciò significa che un solo treno potrebbe essere in grado di bersagliare 24 città. L’RS-24 Yars (nome in codice Nato SS-29) è un missile balistico intercontinentale di quinta generazione. È una versione aggiornata del missile balistico Topol-M ed è stato testato ed ufficialmente presentato nel 2007, in risposta all’installazione dello scudo missilistico della Nato in Polonia. L’RS-24 è in grado di colpire bersagli ad una distanza massima di dodici mila chilometri con un errore di 50 metri.

E’ uno degli ICBM più veloci del mondo, con un’accelerazione finale di oltre 20 mach. I nuovi treni dovranno resistere all’onda d’urto di una testata nucleare e saranno in grado di percorrere fino a mille chilometri al giorno alla velocità di 100 chilometri con un’autonomia di un mese. Sarebbero già in produzione cinque nuovi convogli, mentre l’intero supporto logistico è stato mantenuto operativo dai russi. Funzionanti tutte le infrastrutture necessarie, comprese le profonde gallerie dove i treni non possono essere rilevati da qualsiasi forma di ricognizione o distrutti da un attacco nucleare. Ogni divisione su rotaia sarà formata da cinque treni, ognuno dei quali considerato alla stregua di un reggimento. La stima iniziale prevedeva l’entrata in servizio dei Barguzin entro il 2019, ma è stata posticipata di un anno. Ogni treno nucleare dovrebbe restare in servizio per venti anni con pattugliamenti di trenta giorni. Anche gli Stati Uniti, infine, pensarono ad una propria flotta di sistemi balistici su rotaia formata da 25 treni. Il progetto risale al 1986 per un costo complessivo di 30 miliardi di dollari. I treni sarebbero stati equipaggiati per lanciare i missili LGM-118 Peacekeeper. Il programma è stato annullato nel 1991. (foto: Panther)

 

Convegno “Fortificazioni del Golfo, dal passato al futuro”
Da laspezia.cronaca4.it del 25 novembre 2016

La LE GRAZIE – Le fortificazioni che caratterizzano il Golfo spezzino, simbolo di un passato bellico che risale alla Repubblica Genovese, con particolare attenzione alla realtà dell’isola Palmaria, saranno oggetto di un momento di studio e congressualità che si terrà sabato pomeriggio, alle Grazie (ore 16.15) nella sala del refettorio dell’ex convento Olivetano. Si tratta del convegno “Fortificazioni del Golfo, dal passato al futuro” organizzato dall’associazione “Dalla parte dei Forti”con il patrocinio del Comune di Porto Venere. Le fortificazioni del golfo spezzino, ed in particolare della Palmaria, possono essere la chiave di volta per sviluppare, se pur con ritardo rispetto a ciò che è stato fatto in Europa, una nuova forma di turismo che unisce la passione storica e l’escursionismo, ma che è aperto ad ogni altra contaminazione. È questo il messaggio che arriva dall’associazione “Dalla parte dei Forti” che per investire sullo sviluppo culturale di questo concetto urbanistico ha invitato un gruppo di giovani tecnici che svilupperanno una serie di studi legati all’esperienza svolta negli ultimi anni dall’associazione. La giornata, ospiti del sindaco Matteo Cozzani che farà gli onori di casa, è stata pensata dopo che l’esperienza di questo giovane ente è stata portata ad esempio durante l’ultimo convegno internazionale FortMed di Firenze, uno dei più importanti punti di incontro per il dibattito urbanistico in ambito mediterraneo. Si tratta dell’esperimento fatto dall’associazione “Dalla parte dei Forti” la scorsa estate, in convenzione con l’amministrazione comunale di Porto Venere, per verificare la possibilità di creare un programma turistico e di fruibilità delle fortificazioni sull’isola Palmaria. In meno di 3 mesi, garantendo solo aperture durante i fine settimana, senza organizzare particolari eventi, ma soltanto recependo un turismo passivo, l’associazione è riuscita a testare circa duemila presenze nella sola Torre corazzata Umberto I. Saranno quattro gli interventi tecnici dei relatori inviatati dagli organizzatori, si inizierà con l’architetto Enrica Maggiani che porterà l’esempio studio della fortificazione di Santa Maria, quindi sarà la volta dell’architetto Ludovica Marinaro che svilupperà il concetto dello sviluppo del futuro delle fortificazioni sull’isola Palmaria, poi la parola passerà all’architetto Fabio Borghini che proseguirà sul tema delle prospettive e delle criticità del riuso degli spazi fortificati sull’isola, chiusura della fase prettamente accademica con l’intervento dell’architetto Giorgia Ottolini, a capo dell’area urbanistica del Comune di Porto Venere, che parlerà del concetto di fortificazione dentro gli strumenti urbanistici. All’associazione il compito di introdurre le tematiche e di tirare le conclusioni. Dal 2011, anno della sua fondazione, l’associazione “Dalla parte dei Forti” ha lavorato per far comprendere agli enti locali ed agli addetti ai lavori il valore e le potenzialità di questi luoghi, non solo come volumi in cui ricollocare qualcosa, ma come strutture urbanistiche che possono garantire interesse ed occasione di sviluppo. L’esempio arriva proprio dalla Palmaria, oggi il più importante laboratorio urbanistico, dove “Dalla parte dei Forti” ha gestito per qualche mese con successo l’apertura sperimentale del sito: Torre corazzata Umberto I

 

 

Rocche e fortificazioni in provincia di Verona: Forte San Marco a Caprino
Da veronasera.it del 23 novembre 2016

Risultano sempre più famosi quelli costruiti dagli austriaci nel territorio veronese, ma anche il Regno d'Italia li ha costruiti negli anni successivi al passaggio di Verona dall'Austria-Ungheria. Un esempio è Forte San Marco, situato sull'omonima altura in località Lubiara a Caprino Veronese. Lo costruì l'esercito italiano dal 1888 e lo completò nel 1913. Ebbe quindi modo di combattere solo marginalmente con gli austriaci durante la prima guerra mondiale.

Pare infatti che da questo forte siano partiti dei colpi diretti ai bombardieri austriaci diretti a Verona. Al di là di questo episodio non ci furono altri eventi bellici che riguardarono questo forte, comunque ben equipaggiato per ospitare centinaia di soldati e due dozzine di cannoni, oltre a fungere come deposito per le munizioni. Non essendo di proprietà pubblica, non è liberamente visitabile. Lo si può solo vedere dall'esterno e le condizioni in cui si trovano non fanno intuire un particolare cura per un forte comunque ben fatto. La sua pianta doveva essere rettangolare, ma non potè essere regolare a causa delle caratteristiche del terreno. È protetto da mura e da un lungo fossato su tre lati, mentre un lato è naturalmente protetto da un precipizio. Solo in uno spigolo della struttura è presente una torre che permetteva la visione e la difesa del forte da un punto rialzato.

 

 

Sulle orme di Federico II" in giro per castelli e fortezze
Da lasicilia.it del 22 novembre 2016

PALERMO - Un viaggio affascinante sulle tracce di Federico II, tra castelli carichi di storia e tracce di cultura e di leggende. Lo propone la Fondazione Federico II che ha preparato e presentato un itinerario con 22 siti siciliani: diventeranno una nuova offerta turistico-ulturale che partirà da Castelvetrano il 25 novembre e arriverà in questa prima fase a Cefalù il 16 dicembre. In collaborazione con l’assessorato regionale al turismo, è stata creata una rete di comuni, da Palermo a Catania, da Messina a Montalbano Elicona. «Coinvolgeremo le scuole, le comunità e gli studiosi» ha sottolineato il direttore della Fondazione, Francesco Forgione, che ha illustrato il carattere culturale dell’iniziativa già presentata alla Bit di Londra e di Milano. L’obiettivo è quello di recuperare la memoria ma anche la fruibilità di molti siti rimasti a lungo chiusi come il castello di Scaletta Zanclea, vicino a Messina, difficile da raggiungere dopo l’alluvione del 2009. Durante il suo regno siciliano, Federico II, oltre a una visione illuminata e multiculturale, si impegnò in varie campagne militari per la completa conquista della Sicilia. E per questo fece costruire castelli e fortezze per il controllo del territorio. L’architettura federiciana assunse caratteri stilisti molto specifici che hanno lasciato tracce molto significative. In tanti casi l’imperatore conosciuto come "Stupor  mundi» fece abbattere e confiscare strutture feudali per fondare nuove città e per costruire castelli ispirati alla sua visione politica e destinati a diventare anche contenitori di opere d’arte. Il programma architettonico federiciano ha creato in Sicilia una vera e propria catena di castelli che ora sono stati inseriti nella rete chiamata «Sulle orme di Federico II». L'iniziativa è stata accolta con interesse dai sindaci e dagli amministratori dei comuni interessati, alcuni dei quali hanno sottolineato l’importanza di un’offerta culturale destinata a stimolare anche il mercato turistico siciliano.

 

 

In vendita il Dosso dei Galli: la Guerra Fredda "bresciana" costa 1.000.000 di euro
Bagolino: il Dosso dei Galli in vendita a 1.000.000 di euro
In vendita il Dosso dei Galli: la Guerra Fredda "bresciana" costa 1.000.000 di euro



 

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Da bresciatoday.it del 21 novembre 2016

Dalla pagina Facebook “Dosso dei Galli Maniva Bagolino Brescia”, in doppia lingua: “Properties for sale for € 1.000.000”, proprietà in vendita a 1 milione di euro.

Praticamente tutta la montagna, ma con un cucuzzolo molto interessante: una ex base Nato da oltre 80mila metri quadrati, abbandonata ormai da più di 20 anni (era il 1995) e con due antenne paraboliche da 30 metri (di diametro) ciascuna.

La proprietà fa riferimento a Ettore Marchina, e con lui altre tre famiglie, e la società appunto si chiama “Dosso dei Galli”.

La montagna si trova al confine tra Bagolino e Collio, tra il Maniva e Crocedomini. E' stata acquistata all'asta, ora è di nuovo in vendita. E ci sarebbe pure un progetto per la riqualificazione dell'area: “Per chi vuole farlo”, si legge ancora su Facebook.

 

Alla scoperta di uno dei più grandi bunker del mondo
Da swissinfo.ch del 20 novembre 2016

Nel sottosuolo della città Lucerna si trova l’ex bunker civile più grande del mondo. Costruito per proteggere fino a 20'000 persone da un attacco nucleare, è ancora pronto ad essere utilizzato in caso di catastrofe. Tra i condomini, una porta spunta da un muro di cemento coperto da un cumulo erboso vicino a un parco giochi. Tramite essa, si accede a 40 anni di storia e a un edificio sotterraneo di 7 piani. Zora Schelbert, la mia guida all’interno del bunker, apre la porta che poi sbatte alle nostre spalle. Fa freddo, e un lungo tunnel grigio leggermente in discesa appare di fronte a noi. Ci troviamo nella struttura che nel 1976, anno della sua apertura, era il più grande rifugio del mondo, studiato per mettere al sicuro 20'000 persone dalle esplosioni atomiche. Nel 1963, all’apice della Guerra Fredda, la Svizzera ha varato una legge unica nel suo genere: ogni residente avrebbe dovuto avere un posto in un bunker in caso di catastrofe. Questi dovevano essere costruiti sotto case e condomìni. In caso contrario, il proprietario dell’immobile avrebbe dovuto pagare per garantire agli inquilini il loro posto in un rifugio pubblico, come a Sonnenberg. I due tunnel autostradali di Sonnenberg (parte dell'autostrada A2) sono stati costruiti con un doppio scopo. Quotidianamente vi scorre il traffico, ma se necessario potevano essere sigillati e utilizzati come rifugio d’emergenza per decine di migliaia di persone. Attorno alle gallerie è stato costruito un edificio di 7 piani, soprannominato “la Caverna”, che avrebbe dovuto fungere da unità di comando tecnico e logistico. "L’Erdgeschoss” (piano-terra) in questa illustrazione si riferisce al livello del bunker attraversato dalle gallerie stradali. Il “vero” pianterreno è sopra il quarto piano. “Nell’ala est [a sinistra] del bunker c’erano tre generatori diesel per la fornitura di elettricità”, spiega Schelbert. “Nell’ala ovest avrebbero lavorato i 700 membri dello staff. Vi si trovano le stanze che sarebbero state adibite alla stazione di sicurezza per gestire chi crea disturbo nel tunnel, le celle di detenzione, il pronto soccorso, la cucina, la lavanderia e il centro operativo.” Nel 2006 il bunker è stato ridimensionato e modificato per essere utilizzato come rifugio civile per 2'000 persone, anziché per le 20'000 per le quali era stato inizialmente progettato.

Vivere sotto terra

Il bunker era suddiviso in svariate aree e stanze. Date un’occhiata all’interno cliccando e spostando il cursore all’interno di questo video a 360 gradi oppure inclinando il telefono. I quartieri abitativi sarebbero stati rumorosi, affollati e senza privacy. “Erano preparati a molte cose, ma credo che il problema sarebbero stati gli esseri umani”, dice Schelbert. Per gestire le potenziali difficoltà che avrebbero potuto sorgere mettendo migliaia di persone stressate in uno spazio ristretto sono state installate anche delle prigioni. Nel 2006 è stato incrementato il numero di celle, che la polizia lucernese ha recentemente iniziato a utilizzare come spazio di detenzione aggiuntivo.

Difetti disastrosi

L’”Operazione formica”, nel 1987, è stato l’unico test su larga scala per valutare il funzionamento del bunker. Le due gallerie sono state chiuse per una settimana, e una è stata allestita come parte abitativa. “Per trasportare tutti i letti sono stati usati dei carretti, ma è stato difficile farli passare attraverso gli stretti corridoi”, spiega Schelbert. “La comunicazione era difficoltosa – non c’erano telefoni portatili e sembra non ci fosse neanche nessun contatto radio. Per comunicare si doveva correre avanti e indietro per i tunnel”. Alla fine solo un quarto dei preparativi ha potuto essere completato. Le porte che servivano a sigillare le gallerie sono spesse 1,5 metri e pesano 350'000 chilogrammi. Anche se ufficialmente questa parte del test ha funzionato, Schelbert ha incontrato diverse persone presenti, secondo le quali le porte non si chiudevano bene. “Sarebbe stato fatale”. Il test ha avuto luogo poco dopo il disastro di Chernobyl e ci si è resi conto che il bunker avrebbe dovuto essere pronto molto più velocemente.

Uno scenario più attuale

Oggi una persona e due assistenti si occupano della gestione dell’edificio. Tour guidati sono organizzati diverse volte al mese. La parte che avrebbe dovuto essere adibita a ospedale è stata riadattata nell’ambito del ridimensionamento del 2006 ed è qui, e non nei tunnel, che i civili alloggerebbero in caso di emergenza. È uno spazio sufficientemente grande per 2'000 persone? “Ho ancora qualche dubbio”, dice Schelbert. “Adesso è facile dire: ‘io non ci andrei’, perché so in che condizioni si vivrebbe, ma se capitasse il peggio, magari cambierei idea e verrei qui comunque. Spero di non dover mai prendere una decisione simile”. Il tipo di disastro che renderebbe necessario l’utilizzo del rifugio differisce da quelli preventivati quando è stato costruito. “Gli scenari ipotizzati al momento sono catastrofi naturali come frane o terremoti…. Se ci fosse un disastro nucleare non avrebbe senso trasferirsi sottoterra per alcune settimane [l’effetto delle radiazioni dura molto più a lungo]”. Traduzione dall'inglese, Zeno Zoccatelli, swissinfo.ch

 

 

«Fortificazioni in Busa risorsa da sfruttare»
Da trentinocorrierealpi.it del 20 novembre 2016

RIVA. «La nostra zona custodisce un immenso tesoro. E' una terra in cui vicende che crediamo lontane sono, invece, ancora ben presenti, e rappresentano un enorme patrimonio che rischia di essere condannato all’oblio». Elvio Pederzolli, appassionato ricercatore storico e presidente dell’associazione culturale Trentino Storia Territorio, ha utilizzato la “location” della libreria Colibrì, al Blue Garden di Riva, per lanciare un appello rivolto alle istituzioni “colpevoli” di non tenere nella giusta attenzione il patrimonio storico (castelli e forti) di cui è ricco il nostro territorio. Un ammonimento emerso durante la presentazione del libro “Saxa Fracta. Storia e itinerari tra le fortificazioni dell’Alto Garda”, testo scritto a quattro mani, assieme a Renzo Saffi, per la Casa editrice Panorama di Trento. Pederzolli ha recuperato vicende e luoghi importanti quanto sconosciuti ai più ma, soprattutto, trasmette il suo grande amore per le escursioni e per la storia della propria terra. «Se tutti iniziamo a pensare che ciò ha un valore, anche economico, allora si creeranno le risorse per far sì che questi posti non rimangano solo un cumulo di rovi – ha spiegato l’altra sera Elvio Pederzolli - spesso le istituzioni faticano a cogliere tutto ciò, e a trovare i fondi necessari per valorizzare la cultura così come si dovrebbe. È importante tutelare questi reperti, per poterli restituire alla ricerca ma, soprattutto, perché ci rammentano la nostra storia, quella che fa parte di ognuno di noi». “Saxa Fracta” è un viaggio trasversale nell’Alto Garda, attraverso secoli e territori, a volte non così noti nella loro importanza nonostante si trovino a pochi passi dalla consuetudine, a ritroso nel tempo fino alla Preistoria. Luoghi stratificati in molteplici forme i cui echi non sono solo nei libri, ma anche nelle leggende e nei racconti. Il testo accompagna il lettore lungo 15 itinerari virtuali e tre millenni di vicende su una terra di confine, qual’è l’Alto Garda trentino: dai castellieri preistorici alle fortificazioni della seconda guerra mondiale, passando attraverso castelli medioevali ricchi di fascino e leggende, trincee e caverne della Grande Guerra. Da castel Sejano, sopra Bolognano, al castello Vecchio di Riva, dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, sulla strada millenaria che collegava via terra l’Alto Garda al bresciano, alle chiese di San Tomè e di San Rocco, a Pannone. Dall’eremo di San Brizio, sopra Riva, al castello di Castellino, sul Monte Velo, luogo che ha restituito antichissimi segni alfabetici e storie di fantasmi. Il tutto incorniciato dal lago di Garda, l’antica “autostrada” costellata di vedette fortificate medievali e precedenti. «Le nostre montagne sono come un pettine – conclude Pederzolli – su cui è finito tutto, e ove tutto ha lasciato traccia. E di questo abbiamo una grande responsabilità».
 

 

 

Roma, il 20 novembre apertura speciale del bunker dei Savoia a Villa Ada
Da repubblica.it del 19 novembre 2016

Un'apertura speciale, domenica 20 novembre, per il bunker della famiglia Savoia a Villa Ada. Il bunker, infatti, sarà visitabile dalle 10.00 alle 15.00, con un biglietto d'ingresso a 5 € e gratis per i bambini sotto i 10 anni.

Non serve prenotazione e non verranno effettuate visite guidate: il bunker potrà essere visitato liberamente, alla scoperta della sua storia e delle tante curiosità illustrate dai numerosi pannelli e dalle informazioni contenute nel documento che sarà consegnato all'ingresso.

Dopo settant'anni di abbandono, il bunker dei Savoia, realizzato con ogni probabilità fra il 1940 e il 1942 nel cuore di Villa Ada, come rifugio anti-aereo per i Reali durante la guerra, era stato riaperto al pubblico lo scorso marzo grazie all'intervento di recupero realizzato dall'associazione Roma Sotterranea, con la supervisione della Sovrintendenza.

Per raggiungere il bunker è consigliabile accedere a Villa Ada da Via Panama, altezza Bar Panamino, e seguire le frecce.

 

 

Albania: bunker antiatomico della dittatura diventa un museo
Da ansa.it del 19 novembre 2016

E' stato aperto al pubblico il rifugio antiatomico sotterraneo costruito dalla dittatura comunista in Albania, negli anni ottanta, nel centro della capitale albanese.

La struttura si trova sotto il ministero dell'Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, ed ospita 24 stanze ed una sala riunioni. Il rifugio, la cui entrata e' rappresentata da un bunker, e' un museo dedicato alla storia delle forze dell'ordine albanesi, dal 1913.

Un grande spazio occupa l'esposizione di documenti e materiali relativi ad uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della polizia segreta del comunismo.  Il rifugio era nato per proteggere il ministro dell'Interno ed il suo staff dirigenziale in caso di attacchi chimici o atomici. Si tratta di una delle ultime grandi opera del genere costruite dal comunismo, oltre ai 170 mila bunker sparsi in tutto il paese a partire dagli anni '70. La struttura non e' mai stata utilizzata.

 

 

I forti e le mura, anche questo è turismo
Da cittadellaspezia.com del 19 novembre 2016

La Spezia - Modello Genova ma anche Arte Sella, il percorso in cui natura ed arte si fondono a Borgo Val Sugana. E Spezia, prendendo esempio da due modelli diversi, prova a concretizzare l'idea di un percorso che valorizzi le tante fortificazioni del golfo dei Poeti. Nei giorni scorsi, infatti, il vice Sindaco Cristiano Ruggia ha firmato un importante accordo per la valorizzazione delle “fortificazioni del Golfo della Spezia” (clicca qui). A Genova, il numero due di palazzo civico, ha incontrato Roberto Reggi, direttore Generale dell’Agenzia del Demanio, dal direttore regionale della stessa agenzia Ernesto Alemanno e da Elisabetta Piccioni, Segretario regionale MiBACT Liguria. Un'operazione che definisce strategie e obiettivi comuni dei vari enti per la valorizzazione di beni straordinari in collaborazione con l’Agenzia del Demanio e la Soprintendenza per la fattiva collaborazione. I forti e trenta ettari da valorizzare. Si tratta di un complesso di immobili del patrimonio storico culturale e infrastrutturale di grande pregio, che può diventare occasione di sviluppo dell’economia legata al turismo, alla promozione della conoscenza del patrimonio culturale assicurando le migliori condizioni di utilizzazione e di fruizione pubblica. Il Comune grazie a questo accordo acquisisce 4 importanti strutture che facevano parte del sistema difensivo collinare: Forte Parodi, Forte di Montalbano, ex Polveriera Caporacca, la ex Batteria Valdilocchi e le mura di cinta di sicurezza dell’Arsenale Militare ottocentesche con relative caponiere. L’acquisizione, a titolo gratuito, da parte del Comune arriva dopo anni di trattativa e alla fine di un iter burocratico che ha visto coinvolta anche la Soprintendenza in quanto beni vincolati e un percorso nella II Commissione Consiliare e del Consiglio Comunale che ha nei mesi scorsi deliberato l’accordo. Ruggia: "Un passato da riscoprire". "Questa operazione si inserisce nel piano di valorizzazione delle colline che va dalla variante al Puc che impedisce nuove edificazioni, al rilancio dell'Alta via del golfo attraverso il progetto l'Arco e le frecce, al progetto campagna urbana, agli interventi diretti di mitigazione del rischio idrogeologico, alla realizzazione del Parco delle Mura". L’attenzione a questi beni era stata innescata alla fine degli anni settanta da una importante pubblicazione "Fortificazioni nel golfo della Spezia" di Franco Marmori. "Oggi, dichiara Ruggia, dopo diversi decenni si può dire che una parte della storia spezzina concorrerà rigenerata al futuro della nostra città. Queste costruzioni rivestono un importante rilievo urbanistico, architettonico, culturale e paesaggistico e storico. Da capisaldi militari potranno passare ad essere capisaldi civili, possono rivivere con destinazioni d’uso da definire in funzione delle peculiarità dei singoli immobili. Le funzioni potranno essere di carattere ricettivo-turistico, storico–culturale inserendosi anche nel settore del turismo escursionistico, ecc.. Finanziamento nazionale per l'ex batteria Valdilocchi. Una doppia operazione dunque di recupero e di valorizzazione con la realizzazione di ulteriore elemento di richiamo per i turisti. Lo stato di abbandono e degrado di queste strutture fortificate è avanzato e uno degli obbiettivi primari è quello di interrompere questo degrado. Nell’accordo si prevede un investimento minimo annuo per cinque anni di 500 mila euro per la manutenzione delle fortificazioni, in vista di un affidamento in concessione o di una valorizzazione diretta che possa recuperare la funzionalità dei beni. "L'ex Batteria Valdilocchi rientra in un piano legato alle periferie per il quale è stato accordato un finanziamento all'interno dei cosiddetti fondi Por-Fesr" - conclude Ruggia.

 

 

Cosimo al lavoro, via le erbacce dalle fortezze
Da iltirreno.it del 16 novembre 2016

PORTOFERRAIO. Sono iniziati ieri i lavori di sfalcio e di pulizia straordinaria all’interno delle fortezze medicee di Portoferraio. Da alcune ore il personale in forza alla partecipata Cosimo de’Medici ha iniziato un’importante opera di manutenzione straordinaria e di decoro all’interno del sito culturale, chiuso al pubblico dal 7 novembre scorso (riaprirà solo per Pasqua). Un intervento di sfalcio di tale portata – ha spiegato il presidente della Cosimo de’ Medici, Vittorio Campidoglio – era stato compiuto nel 2011. Siamo intervenuti perché in alcuni punti gli arbusti rischiavano di danneggiare in modo pesante le mura delle fortezze». Da ieri gli operai della Cosimo sono partiti con i lavori di pulizia, a partire dall’ingresso di Forte Falcone e proseguendo verso il lazzeretto, per poi arrivare fino alla Batteria degli Spagnoli e a Santa Fine. Una zona per la quale il Comune di Portoferraio ha recentemente approvato un progetto destinato a recuperare le emergenze culturali e scoprire il passaggio “segreto”, fino ad oggi non fruibile dai visitatori. Un progetto su cui il Comune punta molto e per il quale l’amministrazione guidata da Mario Ferrari conta di reperire dei finanziamenti. Il decoro delle fortezze è una priorità per la giunta. «Tutto secondo programma. Abbiamo dato incarico alla Cosimo de' Medici – dice Roberto Marini, vicesindaco del Comune di Portoferraio – perché eseguisse il secondo lotto dei lavori che riguardano la sistemazione delle Fortezze medicee ecomprende lo sfalcio dell'erba infestante e anche i pini che si trovano in prossimità delle mura e che, con le loro radici mettono a serio rischio la consistenza dell'impianto fortificato. Si tratta di un programma - continua ancora il vicesindaco - che ci siamo dati come amministratori per quanto riguarda la conservazione e lo stato in cui versano il patrimonio arboreo che ricade sotto la nostra responsabilità. I pini marittimo sono stati piantati in diversi periodi ma che non hanno nessuna attinenza con il primitivo progetto di erigere delle mura attorno alla città di Cosimo; per cui andremo alla loro estirpazione. Il nostro obiettivo - conclude Roberto Marini - è rendere il patrimonio delle Fortezze sempre più accattivante e interessante per tutti coloro che vorranno conoscerlo da vicino».

 

 

"L'occhio del visitatore", le fortezze si mettono in posa per i fotoamatori
Da cittadellaspezia.com del 16 novembre 2016

Sarzana - Sabato e domenica le fortezze di Sarzana e il MUdeF Museo delle Fortezze saranno invasi dagli obiettivi del Circolo fotografico sarzanese e da simpatizzanti fotoamatori, che vorranno partecipare alla prima mostra fotografica del MUdeF

Nell’orario di apertura saranno presenti anche gruppi in costume d’epoca per un vero tuffo nel passato. I fotografi, registrandosi presso la biglietteria, potranno accedere ai siti gratuitamente, ogni autore potrà presentare un massimo di tre opere, una del Museo e due delle Fortezze che saranno poi esposte nelle sale della Fortezza Firmafede a partire dal 18 dicembre fino al 6 gennaio 2017 per la prima Mostra Fotografica del MUdeF Sarzana. Le opere scattate il 19 e 20 novembre dovranno essere consegnate a mano, unitamente al modulo di partecipazione scaricabile dal sito www.fortezzafirmafede.it , debitamente compilato e la quota di partecipazione entro le ore 22,00 di martedì 13 dicembre 2016, presso la sede del Circolo Fotografico Sarzanese, in via dei Molini n. 150/A al Centro Sociale Arci Bradia o telefonando al n. 3200243907 (Tiziano) per contatti. L’evento è realizzato in collaborazione con la Earth scrl, il Circolo fotografico Sarzanese, il Polo Museale della Liguria e l’Assessorato alla cultura del Comune di Sarzana. Informazioni: Mail: info@circolofotograficosarzanese.it Tel. 3200243907

 

 

Fortificazioni austriache in provincia di Verona: il Forte Benedek
Da veronasera.it del 16 novembre 2016

Deve il suo primo nome a un generale ungherese, poi con il passaggio al regno d'Italia prese il nome dal monte su cui si trova e diventò Forte Monte Folaga. È conservato anche bene e si trova all'interno di un parco. Peccato che attualmente è di proprieta privata e non è possibile visitarlo. Il Forte Benedek deve il suo primo nome al generale ungherese Ludwig von Benedek, poi con il passaggio sotto il regno d'Italia prese il nome dal monte su cui si trova e diventò Forte Monte Folaga. Costruito nel 1861, fa parte del gruppo dei forti di Pastrengo, tra di loro molto simili, anche se il Forte Benedek sembra il più piccolo. Comunque, come gli altri forti della zona, aveva ampi spazi per permettere alle truppe di viverci per lunghi periodi. Conteneva ben 15 cannoni che potevano tenere sotto tiro un ampio territorio, da Bussolengo a Sandrà fino a Lazise.

 

 

Ascom dona alla città di Castelfranco il plastico delle Mura
Da trevisotoday.it del 15 novembre 2016

CASTELFRANCO VENETO Un omaggio alle mura attraverso la donazione alla città di un plastico tridimensionale in scala che riproduce la cinta muraria. L’iniziativa parte dall’Associazione Mura Castelfranco in sinergia con Ascom, che attraverso il presidente Pierluigi Sartorello consegnerà il modello al sindaco Stefano Marcon venerdì alle 17.30 nella sala consiliare del Municipio, durante una cerimonia pubblica. Il plastico, di dimensioni 102 per 102 cm di larghezza per 107 cm di altezza, realizzato attraverso le modalità di stampa 3D, resterà visibile alla città e ai turisti, nella sala consiliare. “Si tratta del primo plastico rappresentante il centro storico e le sue mura, che oggi versano in condizioni di estrema criticità-sottolinea Grazia Azzolin, presidente Associazione Mura Castelfranco, promotrice dell’iniziativa. “Abbiamo già inoltrato come Associazione una segnalazione al Governo (bellezza@governo.it), invocando lo stanziamento di risorse per il restauro, che non può più essere procrastinato”. L’Ascom, attraverso la donazione del modello, intende spronare l’Amministrazione: “è uno stimolo affinchè i lavori di restauro, più volte annunciati, finalmente prendano il via -spiega Sartorello- il mondo del commercio ma anche l’intera città trarrebbe grandi benefici dal restauro delle mura, grazie all’attrattività del manufatto storico, che andrebbe reso fruibile richiamando i turisti nel nostro territorio”. Il plastico, infatti, rappresenta le mura con tutte le opportunità che potrebbero offrire ai turisti, a partire dal ripristino di un camminamento. “L’evento offre l’occasione per fare chiarezza sullo stato in cui versano oggi le mura-aggiunge Azzolin-interverrà nell’occasione l’architetto Patrizia Valle, che ha eseguito lo studio di fattibilità per il restauro delle mura castellane”. Servono circa sei milioni di euro per il restauro globale della cinta muraria. La campagna di raccolta fondi lanciata attraverso l’Artbonus ha racimolato sinora 2mila euro. “Il plastico sarà uno stimolo per continuare nella ricerca di fondi, attraverso i bandi europei e regionali, o i fondi ministeriali- hiarisce Sartorello-ma allo stesso tempo Castelfranco avrà finalmente, come ogni altra città, un plastico che rappresenta il suo monumento più importante”. L’evento è organizzato in sinergia con SanMarco Terreal, leader nella produzione di materiali laterizi, che ha partecipato al restauro della Mura di Cittadella.

 

 

Le fortezze sul Danubio in mostra a Bruxelles
Da serbianmonitor.com del 15 novembre 2016

La mostra “The Danube – Artist, Traveler and Witness”, che esibisce fortificazioni situate sulle rive del Danubio in Serbia, sarà inaugurata nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles oggi: lo ha annunciato l’impresa pubblica della Fortezza di Belgrado. La Ministra serba per l’Integrazione europea, Jadranka Joksimovic, aprirà la mostra, che sarà ospitata dal deputato Andor Deli. Le fortificazioni, oggetto dell’esibizione, furono costruite dai governanti serbi, ungheresi e turchi: le più monumentali furono edificate sulle rive del Danubio e vengono considerate tra i monumenti più significativi dell’architettura militare europea. La mostra presenterà sette fortificazioni sulle rive del fiume che attraversa l’Europa centroorientale, e rappresenta il secondo più lungo del continente: Bac, Petrovaradin, Smederevo, Ram, Kladovo (Fetislam) e le fortezze di Belgrado e Golubac.

 

 

Torri civiche, restauro in vista
Da tusciaweb.eu del 12 novembre 2016

Viterbo – (g.f.) – Dopo le mura, le torri. Il recupero della cinta muraria, non tutta, ma le parti più bisognose d’interventi, è iniziato da tempo. Non ancora quello sulle torri civiche.

Le scosse di terremoto avvertite anche a Viterbo hanno generato preoccupazione. Su qualche crepa magari finora non notata, adesso l’occhio ci cade. Qualche torre ne ha. Una è stata notata al San Simeone, vicino porta della Verità. “Si tratta di qualcosa di già esistente in precedenza – spiega l’assessore ai Lavori pubblici Alvaro Ricci – comunque, questa e altre torri fanno parte degli interventi di restauro già programmati. Con un milione e trecentomila euro. Un milione è servito per le mura. I rimanenti trecentomila euro sono già destinati alle torri. Non tutte, ma questa è è fra quelle comprese, ci rientra”. Servirà un nuovo bando rispetto a quello delle mura. “Abbiamo richiesto l’autorizzazione al ministero e i soldi ci sono già. Non appena avremo il via libera partiremo con l’affidamento dei lavori. È tutto programmato. Sarà una gara diversa rispetto alla prima e che ha interessato la cinta muraria”  Una lettera aperta e una serie di domande. Quelle che il comitato Arsenale di Verona ha voluto rivolgere al sindaco Flavio Tosi, alla sua giunta e al consiglio comunale. "Siamo particolarmente preoccupati per la situazione in cui versa attualmente il complesso dell’Arsenale - scrive il comitato - Ormai da moltissimo tempo la gran parte degli edifici è inutilizzabile ed il Comune ha posto in opera presidi passivi a tutela della pubblica incolumità, senza peraltro, purtroppo, provvedere, invece, agli interventi manutentivi necessari sia per la pubblica incolumità che per la conservazione del bene". "Ampi spazi dei cortili sono stati transennati e così esclusi dall’uso pubblico, senza che ne fosse chiara la motivazione - continua il comitato Arsenale - Abbiamo poi appreso che il motivo di tale intervento è la presenza di terreno inquinato da minerali pesanti, probabile eredità delle lavorazioni connesse alla funzione di arsenale militare, durata quasi un secolo e mezzo. La situazione desta in noi ed in chiunque abbia frequentato l’Arsenale, specie con i propri bambini, un forte sentimento di preoccupazione. Riteniamo, dunque, di porre all’amministrazione alcune domande per capire a quali rischi gli utenti dell’Arsenale siano stati esposti nel passato ed a quali lo siano attualmente, ma per capire anche come l’amministrazione comunale intenda risolvere il grave problema, con l’obiettivo della salvaguardia della salute, ma anche della massima fruibilità del bene". Piombo, cadmio e antimonio. Questi sarebbero i metalli pesanti rilevati sul terreno dell'Arsenale transennato. Il comitato Arsenale vuole conoscere "quando e come è stata appurata la presenza di metalli pesanti e come mai l’amministrazione comunale non si sia subito attivata direttamente e perché l’esame di un tema così delicato è stato affidato ad Amia. In che data - continua il comitato - Amia ha affidato alla ditta Tesi l’incarico di indagini esplorative ed analitiche sul terreno potenzialmente inquinato?". I dubbi del comitato Arsenale non finisco e riguardano anche la percentuale dei superamenti dei limiti di legge dei singoli parametri e i pericoli connessi ai metalli individuati. Il comitato cittadini vuole anche conoscere quale parte dell'Arsenale si può ritenere sicura e che tipo di bonifica si intende attuare e quando farla partire. "E chi si farà carico delle spese di bonifica? - chiede ancora il comitato - L’amministrazione comunale o l’eventuale concessionario che venisse individuato al termine della procedura di progetto di finanza che l’amministrazione sembra voler perseguire? Contiamo in una pronta risposta dell’amministrazione comunale, tale da consentire a tutti di comprendere meglio il fenomeno e tale anche da tranquillizzare tutti in tema di sicurezza della salute".

 

 

Demanio, firmati accordi per cessione e valorizzazione Villa Hanbury e fortificazioni Spezia
Da ligurianotizie.it del 11 novembre 2016

GENOVA. 11 NOV. Il recupero delle “Fortificazioni del Golfo della Spezia” e il trasferimento di alcuni spazi della storica “Villa Hanbury” a Ventimiglia sono occasioni di sviluppo economico e culturale per il territorio ligure. Questo, in breve, il messaggio del Direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, nel corso della conferenza per la firma di due importanti accordi tra istituzioni per la valorizzazione e il recupero di un patrimonio di grande pregio storico e artistico. Alla conferenza, che si è tenuta a Genova presso la sala di rappresentanza del Palazzo Reale, sono intervenuti anche Elisabetta Piccioni Segretario Regionale MiBACT Liguria, Paolo Comanducci Rettore dell’ Università degli Studi di Genova, Vincenzo Tiné Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Genova e le province di Imperia, La Spezia e Savona e da Cristiano Ruggia Vice Sindaco della Spezia. Nei dettagli l’Agenzia del Demanio, il Mibact, la Soprintendenza e il Comune di La Spezia hanno firmato l’accordo di valorizzazione dell’intero sistema difensivo spezzino, che comprende le e Batterie Caporacca Valdilocchi, i Forti Parodi e Montalbano e la Cinta Muraria, grazie al federalismo demaniale culturale. Il progetto di recupero prevede una destinazione legata al mondo del “turismo escursionistico” che promuova il patrimonio culturale e garantisca un miglior utilizzo del bene, anche da parte delle persone diversamente abili. Successivamente il sistema dei forti diventerà di proprietà dell’amministrazione comunale e nella piena disponibilità della comunità locale. “Il federalismo demaniale – ha dichiarato Roberto Reggi – è una grande opportunità per la crescita economica e sociale di tutto il territorio. A livello nazionale dal 2013 ad oggi abbiamo trasferito 4000 beni agli Enti territoriali per un valore di 1,5 miliardi di euro”. Altro accordo è stato per una porzione di Villa Hanbury a Ventimiglia che è stata consegnata dall’Agenzia del Demanio all’Università di Genova che la utilizzerà per realizzare uno spazio espositivo e una sala per incontri didattici. “Grazie a questa consegna”- ha aggiunto Reggi – l’università avrà a disposizione nuovi spazi per didattica e cultura contribuendo a valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico”. La storica Villa parteciperà inoltre al progetto europeo ‘Natura e Cultura per tutti che ha l’obiettivo di sperimentare la costruzione di una rete locale d’offerta di un prodotto turistico sostenibile applicato al tema integrato della visita a giardini monumentali e a percorsi escursionistici in siti di elevato pregio naturalistico. Con questo passaggio, dopo la ripresa in consegna dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Genova e le province di Imperia, La Spezia e Savona, si concretizzerà una importante operazione di ottimizzazione degli spazi e di risparmio di spesa pubblica.”

 

 

Le Fortificazioni del Golfo della Spezia restituite alla comunità
Da byliguria.it del 11 novembre 2016

Le Fortificazioni del Golfo della Spezia vengono restituite alla comunità locale. Con la firma siglata oggi a Palazzo Reale a Genova, l’Agenzia del Demanio, il segretariato regionale del Mibact e il Comune della Spezia mettono nero su bianco l’intesa raggiunta per la valorizzazione del complesso di beni, intesa che si inserisce all’interno del federalismo culturale ex art. 5 comma 5. Un complesso monumentale rilevante, come ha sottolineato Elisabetta Piccioni, segretario regionale del Mibact Liguria, «per ampiezza e importanza», dato che si tratta di quattro fortificazioni (Batteria Caporacca, Forte Parodi, Forte Montalbano e Batteria Valdilocchi) e della cinta muraria. Il Comune della Spezia è pronto a mettere a bilancio 500 mila euro annui nel prossimo quinquennio. Il programma di valorizzazione prevede l’utilizzo del compendio con destinazione “turismo escursionistico” per rafforzare l’intera rete escursionistica ligure anche attivando le misure necessarie a garantire la sicurezza ai frequentatori e la cartellonistica informativa e divulgativa. <Questi forti sono rilevanti per l’arte, la storia, il paesaggio, l’urbanistica – commenta Cristiano Ruggia, vicesindaco della Spezia – Da capisaldi militari devono diventare capisaldi civili, collegati anche a tutta l’area del golfo dei Poeti>. L’intenzione è quella di restituire alla comunità locale spazi che possono diventare occasione di sviluppo dell’economia legata al turismo, alla promozione della conoscenza del patrimonio culturale e assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica dell’intero compendio, anche da parte delle persone diversamente abili. «Voglio sottolineare l’importanza di questa operazione – afferma Roberto Reggi, direttore generale Agenzia del Demanio – che sancisce l’impegno di tutte le parti nel valorizzare un patrimonio pubblico, indipendentemente dalla sua proprietà. Oggi firmiamo l’accordo e diamo avvio al passaggio concreto del complesso monumentale dallo Stato al Comune della Spezia, un passaggio che si completerà nei prossimi sei mesi». Dal 2010 a oggi il federalismo demaniale ha trasferito ai Comuni italiani circa 4 mila beni statali, per un valore di 1 miliardo e mezzo di euro. In Liguria i numeri parlano di 276 beni negli ultimi sei anni, per un valore di 78 milioni di euro.

 

 

Sorrento | Giornata di studi sulle incursioni barbaresche e la difesa costiera
Del 10 novembre 2016

Incursioni barbaresche e difesa costiera tra i secoli XVI-XVII”: questo il tema della giornata di studi organizzata dall’Istituto Italiano dei Castelli, che vedrà la presenza e l’intervento di personalità di rilievo e che si terrà sabato al Comune di Sorrento . Dopo i saluti, introdurrà l’evento l’Arch. Luigi Maglio, presidente dell’Istituto e successivamente interverrà l’Arch. Nicolina Ricciardelli del MiBACT su “Il sistema fortificato della città di Sorrento: storia e restauro”; prenderà poi la parola il prof. Giovanni Muto dell’Università di Napoli Federico II sul tema “Esercito terrestre e armata di mare: la difficile difesa del golfo napoletano”. L’Archeoclub di Massa Lubrense annovera tra i relatori l’Avv. Antonino Cuomo, su “1558: le incursioni di Sorrento e Massa Lubrense”; Prof. Arch. Valentina Russo dell’Università Federico II sul tema “Architetture in difesa: magisteri costruttivi e questioni di conservazione delle torri costiere tra Sorrento e Positano”; Dott. Stefano Ruocco, presidente dell’Archeoclub di Massa, il quale presenterà “Il castello di Massa Lubrense”. Interverranno anche: l’Arch. Lorenzo Santoro del MiBACT sulle caratteristiche architettoniche delle torri costiere vicereali; il Dott. Riccardo Iaccarino sulla difesa delegata; l’Arch. Rosario Fiorentino e l’Arch. Daniele De Stefano in merito ad interventi eseguiti per il restauro delle antiche mura di Sorrento; la prof. Arch. Marina Fumo e il prof. Arch. Domenico Tirendi dell’Università Federico II rispettivamente su “Torri non sempre ancora visibili: dalla rete segnaletica territoriale della penisola sorrentina alla ricerca delle torri” e sulla “Valorizzazione delle fortificazioni ed esperimenti di scelta per la fruizione culturale”. Moderatore sarà il giornalista de La Repubblica Carlo Franco. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Luisa Gargiulo

 

 

I ricordi della guerra lungo il Delta del Po
Da lastampa.it del 10 novembre 2016
Il Delta del Po è una zona dai paesaggi malinconicamente straordinari, ma nessuno si aspetterebbe di trovare qui, dove il grande fiume disegna una ragnatela di canali prima di perdersi nell’Adriatico, delle fortificazioni della Regia Marina italiana risalenti al primo conflitto mondiale. Eppure fra Scardovari, Porto Levante e l’isolotto della Batteria sono ancora ben visibili, anche se non si sa per quanto tempo ancora, i resti in cemento armato su cui cent’anni fa poggiavano i cannoni della nostra artiglieria puntati contro il mare aperto, a scongiurare le incursioni austriache. Se la linea di difesa è venuta alla luce lo si deve all’impegno di Luciano Chiereghin, ex tecnico Enel in pensione con una passione per la storia locale, che da almeno 15 anni si dedica all’esplorazione di questi reperti e oggi è il principale ispiratore della mostra «Giovani terre contese, tre secoli di fortificazioni nel Delta», in programma al Museo della bonifica Ca’ Vendramin di Taglio di Po dal 10 dicembre. «La mia ricerca è iniziata nel 2001, durante una passeggiata lungo la spiaggia del delta, detta del Bastimento, dove ero quasi inciampato in una piattaforma di cemento con sopra una corona di bulloni - racconta Chiereghin -. Sapendo che in quei paraggi era stata eretta una batteria costiera della Regia Marina durante la Grande guerra, batteria che non era mai stata ritrovata, mi resi conto che era necessario intensificare le ricerche». E così, grazie anche al lavorio delle onde che a ogni mareggiata liberavano i resti dalla sabbia, sono affiorati prima una piattaforma dov’era installato un cannone di medio calibro, poi una seconda e infine un fortino in muratura, tutto nel raggio di 22 metri. Da quando le fortificazioni italiane, secondo Chiereghin le uniche di quell’epoca e con quelle caratteristiche rimaste sull’Adriatico, sono riemerse dalle nebbie della storia, sono cominciate anche le visite guidate, rigorosamente in barca, perché sono raggiungibili solo dal mare: «Queste scoperte sono di inestimabile valore anche per il turismo ambientale», dice Isabella Finotti, dell’Associazione italiana guide ambientali escursionistiche. Il ricercatore spiega che i baluardi in cemento per l’artiglieria furono progettati nel 1915, quando l’Italia entrò in guerra contro l’Austria dopo essersi schierata contro i suoi vecchi alleati della Triplice alleanza, e che vennero costruiti fra il 1916 e il 1917: «L’Adriatico era in mano agli austriaci, ma dal momento che abbiamo smesso di esserne alleati c’è stata la necessità di proteggere le nostre coste proprio da loro, realizzando manufatti che dovevano impedire eventuali sbarchi. Fortificazioni furono costruite fra Chioggia e Goro, ma quelle del delta sono uniche e purtroppo le stiamo perdendo, perché il mare sta erodendo le basi e le sta inghiottendo. Se non si interviene, fra qualche anno non si vedrà più niente, ma in realtà potrebbe non essere troppo tardi per salvare questi reperti». Per proteggerle dall’assalto dei marosi basterebbe piazzare delle putrelle metalliche in prossimità dei blocchi, con una spesa non eccessiva che permetterebbe di salvaguardarle.

La mostra

In attesa che qualcuno si muova, documenti, foto e carte geografiche saranno esposte a Ca’ Vendramin per la prima mostra italiana incentrata, oltre che sui resti della I Guerra Mondiale, anche su reperti ben più antichi: «Andando a ritroso, mi sono interessato delle fortificazioni austriache e napoleoniche, individuando i siti nelle vecchie cartografie - dice il ricercatore -. Di alcuni rimangono le tracce ancora oggi, di altri solo il toponimo ’batteria’. Ho rintracciato una linea del telegrafo ottico “chappe” installata da Ancona a Venezia per volere di Napoleone». Sempre nello stesso territorio, tracce ancora più remote come i resti dei forti Donzella e Bocchetta narrano guerre e scaramucce fra Repubblica di Venezia e Stato Pontificio su quella che, a cavallo fra XVII e XVIII secolo, era la linea di confine fra i due stati. «Nell’immaginario collettivo, sembra non si sia mai combattuto da queste parti, questa esposizione (promossa da Archivio di Stato, fondazione Ca’ Vendramin, fondazione Carlo Bocchi e Parco regionale del Delta del Po, ndr) dimostra il contrario».

 

 

Rocche e fortificazioni di Verona e provincia: Forte Nugent a Pastrengo
Da veronasera.it del 9 novembre 2016
Costruito dagli austriaci tra il 1859 al 1861 e inizialmente intitolato ad un loro generale, successivamente (1866) cambiò nome e divenne Forte Poggio Pol, dal nome della località di Pastrengo su cui sorge. Fa parte del gruppo di fortificazioni volute dal maresciallo Radetzky per difendere la zona ovest di Verona, da cui anni prima era partito un attacco proveniente da Peschiera.

Rimase per cinque anni in mano agli austriaci, poi con l'annessione di Verona al Regno d'Italia divenne una fortificazione italiana ben equipaggiata, con 16 cannoni con cui si poteva tenere sotto tiro l'Adige e le altre vie di comunicazione della zona.

Fra i forti ottocenteschi del veronese è probabilmente il più elegante, con una pianta pentagonale e una cura per i particolari pregevole per una struttura militare. Tanti i locali interni, non solo per alloggiare i soldati, ma anche per immagazzinare le provviste e permettere così a chi viveva nel forte di essere autonomo per lunghi periodi. Queste ultime caratteristiche hanno favorito ai giorni nostri il recupero del manufatto, rendendolo un ristorante.

 

 

Mura crollate, un bando per ripararle
Da quinewspistoia.it del 7 novembre 2016

PISTOIA — Ripristinare tutta la terza cinta muraria, compreso il tratto di muro di viale Arcadia crollato nel 2011 e realizzare un sistema di percorsi informativi sullo sviluppo storico della città. Questo l'obiettivo con il quale il Comune partecipa al bando della Regione "Città murate della Toscana” per intercettare fondi a sostegno del proprio progetto. Il progetto. Predisposto dalla Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le città di Firenze, Pistoia e Prato, in collaborazione con gli uffici del Comune di Pistoia, prevede il restauro e il consolidamento della parte di mura adiacente al crollo avvenuto nel 2011, in modo da evitare possibili ulteriori dissesti e al tempo stesso impostare un corretto metodo operativo per un successivo e più ampio progetto di restauro del tratto murario lungo viale Arcadia, e poi dell’intero perimetro della città murata. E’ stata prevista anche la riqualificazione del tratto urbano prospiciente le mura, con la realizzazione di un sistema di percorsi informativi che diano vita ad un racconto della città, della sua storia, del suo progressivo prender forma attraverso la successione di cinta murarie, della edificazione delle mura e delle vicende che in quei luoghi hanno segnato la vita della città, dagli assedi medievali alle devastazioni dell’ultimo conflitto mondiale. Il progetto, per una spesa complessiva di 250mila euro, prevede anche la realizzazione di un tratto di percorso attrezzato per persone diversamente abili e pannelli informativi con sistemi di comunicazione per persone ipovedenti o non vedenti. Sarà studiato anche un sistema di illuminazione che valorizzi le mura.

 

A Sorrento un incontro sulle fortificazioni a difesa della città
Da sorrentopress.it del 6 novembre 2016

SORRENTO. l’Istituto dei Castelli in collaborazione con Il Comune, con la Fondazione Sorrento, e l’Ordine degli architetti di Napoli e provincia promuove una giornata di studi sulla città di Sorrento e la difesa costiera della penisola sorrentina tra i secoli XVI –XVII. Scopo dell’iniziativa è focalizzare l’attenzione su un tema che ha contraddistinto in modo intenso la visione del mare nei secoli scorsi da parte di molti, ovvero il fenomeno della pirateria che imperversò per lunghissimo periodo lungo le coste del Mediterraneo, e gli strumenti adottati per fronteggiarlo. Le incursioni di Sorrento e Massa Lubrense del 1558 segnarono profondamente la penisola sorrentina e tra l’altro diedero impulso alla costruzione di una rete di torri difensive e fortificazioni, direttamente sulla costa ma anche all’interno, che ancora oggi, con la loro presenza, caratterizzano il paesaggio. La giornata di studi, che si terrà sabato 12 novembre presso la sala consiliare del Comune di Sorrento, a partire dalla ore 10:30, vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, docenti dell’Università Federico II di Napoli, di rappresentanti dell’Istituto Italiano dei Castelli, di funzionari delle Soprintendenze competenti, nonché delle sssociazioni locali. Interverranno, tra gli altri, il sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo, l’assessore alla Cultura della Regione Campania, Corrado Matera, l’assessore alla Cultura del Comune di Sorrento, Maria Teresa De Angelis, il consigliere della Città Metropolitana di Napoli, GiuseppeTito, l’amministratore delegato della Fondazione Sorrento, Gaetano Milano, il presidente dell’Ordine degli Architetti Arch. Pio Crispino, il presidente regionale dell’Istituto Italiano dei Castelli, Luigi Maglio.

Ci saranno poi gli interventi dei relatori: Giovanni Muto (Unina), Lorenzo Santoro (MiBACT), Riccardo Iaccarino (archeologo), Valentina Russo (Unina), Marina Fumo (Unina), Massimo Tirendi (Unina), Daniele De Stefano (Comune di Sorrento), Nicolina Ricciardelli (MiBACT), Rosario Fiorentino, Stefano Ruocco (Archeoclub di Massa Lubrense), Antonino Cuomo. Agli architetti iscritti all’albo provinciale saranno riconosciuti crediti formativi.

 

Forte Leone Girotto ne parla all’Ana Lamon
Da corrierealpi.it del 4 novembre 2016

LAMON. Sarà la storia di forte Leone l’argomento della serata culturale organizzata per oggi a Lamon dalle penne nere del gruppo Ana. Lo storico Luca Girotto sarà infatti presente nella sede degli alpini guidati da Italo Poletti per presentare il libro “Un Leone tra Brenta e Cismon. La triste storia di Cima Campo 1906-1917”. Si tratta della minuziosa ricerca effettuata dall’esperto di vicende militari per ricostruire la storia della fortificazione arsedese. L’appuntamento è alle 20,45 nella sede degli alpini.

 

Un rifugio antiaereo sotto la Prefettura di Padova
Da mattinopadova.it del 4 novembre 2016

PADOVA. Un mondo sotterraneo che si snoda tra cunicoli, gallerie e spazi angusti. Una realtà che seppur buia, umida, arrugginita e impolverata, ti catapulta in quell’indescrivibile fascino che solo i luoghi che sanno di storia e di passato riescono ad evocare. Molti probabilmente non lo sapranno, ma sotto a Palazzo Santo Stefano, maestosa sede di Provincia e Prefettura, in piazza Antenore, si articola una delle più grandi opere di ingegneria civile del passato. Una Padova sotterranea con rifugi di guerra dove uomini, donne, bambini trovavano salvezza durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Un patrimonio storico per la nostra città che ora, grazie al finanziamento di 300 mila euro stanziato dalla Provincia, potrà diventare un percorso museale pubblico fruibile da tutti i cittadini. Si chiamerà “Museo della memoria-MdM. I rifugi antigas e antiaereo della Seconda Guerra Mondiale”. Il progetto, già approvato in via preliminare, e che a breve verrà approvato anche in via definitiva, comprende una serie di lavori che permetteranno per settembre 2017 di godere della visita di questi camminamenti sotterranei. In particolare a diversi metri di profondità, protetti da porte blindate e muri di cemento armato, si trovano il rifugio antigas e il rifugio antiaereo. Dall’entrata principale di palazzo Santo Stefano basta tenere la destra, infilarsi in un cortile interno e farsi largo tra una serie di porte che si trovano proprio al piano terra. Poi si comincia a scendere. Diventa sempre più buio finché ad un certo punto non ci si trova di fronte alla prima porta a tenuta stagna. Sopra una targhetta “Impianto antigas universale per 70 persone”. Si tratta del rifugio antiaereo, ricavato nel 1934 nei sotterranei del palazzo provinciale. Un bunker protetto da muri di calcestruzzo armato dallo spessore di oltre un metro e da un solaio di un metro e settantacinque. Dal primo locale, sempre tramite porta blindata, si accede a un secondo dove sono ancora ben visibili i sistemi di ventilazione: la batteria di filtri, le relative tubature e l’impianto di pompaggio dell’aria realizzato con un meccanismo azionato da una bicicletta. Collegato al rifugio antigas c’è poi un rifugio tubolare costruito successivamente, nel 1942, sotto piazza Antenore. Vicino alla tomba ci sarebbe un punto sul terreno cementato che un tempo era un accesso al bunker. L’obbiettivo della Provincia è quello di riaprire questi accessi che sono tre e di ripristinare i percorsi sotterranei. Il terzo ingresso, dopo quello di piazza Antenore e del palazzo della Provincia si trova all’interno della galleria del liceo Tito Livio. I lavori prevedono di rifare l’entrata della scuola, creando di fianco quella che sarà una via d’accesso al museo. I visitatori in questo modo, accompagnati da guide, ripercorreranno la storia della Padova sotterranea, arricchendosi anche grazie a percorsi multimediali e racconti di memorie e testimonianze storiche. Un progetto ambizioso che verrà collegato anche alla visita dell’area verde del giardino del “Palazzo del Prefetto” e delle sale più prestigiose del palazzo della Provincia. 

 

 

Il Muos di Niscemi è ufficialmente operativo "Le antenne del MUOS trasmettono regolarmente. Le controversie con i residenti che hanno bloccato l'attivazione delle tre stazioni di terra a Niscemi, in Sicilia, sono state risolte"
Da ilgiornale.it del 3 novembre 2016

Di Franco Iacch -  Dopo sette anni di lavori ed una spesa complessiva di 7 miliardi di dollari per i quattro terminali terrestri, la Marina Militare degli Stati Uniti ha attivato anche la stazione MUOS di Niscemi, ritenuta in una posizione chiave per le comunicazioni nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Costruita nella riserva della Sughereta, l’impianto sorge nella stessa zona sono attive le 46 antenne del Naval Radio Transmitter realizzate nel 1991.

Ad annunciare l’attivazione delle tre stazioni terra dell’asset MUOS in Sicilia, l’ammiraglio Christian Becker, responsabile del Comando e Controllo delle Comunicazioni e dell'Intelligence del Pentagono, durante una conferenza del Center for Strategic and International Systems sul Ruolo dello Spazio nelle operazioni marittime. Ad una precisa domanda, Becker ha risposto che “le controversie con i residenti che hanno bloccato l'attivazione delle tre stazione di terra a Niscemi, in Sicilia, sono state risolte. Le antenne del Mobile User Objective System sono operative e trasmettono regolarmente”.

La Costellazione Muos

Il Mobile User Objective System è stato progettato per fornire ai militari maggiori capacità di comunicazione rispetto ai sistemi esistenti. I quattro satelliti (più uno di riserva) MUOS in orbita geostazionaria, sono dotati di Code Division Multiple Access a banda larga (WCDMA), con una velocità di trasmissione 16 volte maggiore rispetto l'attuale sistema satellitare Ultra High Frequency (UHF). Ogni satellite MUOS è pienamente compatibile anche con le precedenti frequenze utilizzate così da assicurare una transizione fluida nella tecnologia WCDMA, mandando in pensione il sistema UFO (UHF Follow-On). Il Mobile User Objective System si basa su quattro stazioni di terra associate ad un satellite. stazione ospita tre antenne paraboliche alte come un palazzo di dieci piani e larghe venti metri.

Le stazioni MUOS nel globo

La prima stazione sorge presso l'Australian Defence Satellite Communications Station, a Kojarena, circa 30 km a est di Geraldto. La seconda nella SATCOM Facility, Northwest, Chesapeake nel Sud-Est della Virginia, la terza nelle Hawaii. Il quarto sito si trova a Niscemi, in Sicilia, a circa 60 km dalla Naval Air Station di Sigonella.

Come funziona il MUOS

Il MUOS è stato concepito come un sistema onnipresente. Ogni satellite si interfaccia costantemente con due stazioni di terra. La seconda opzione riduce un’improvvisa interruzione di trasmissione causata dalla possibile perdita del segnale di un satellite con una delle due stazioni. E’ come se soldati e piattaforme sul campo disponessero sempre ed in qualsiasi parte del mondo di una connessione stabile ad alta velocità, senza la necessità fisica di una cella, così come avviene per i cellulari. Tutte le piattaforme sono quindi collegate alla stessa rete geostazionaria. In questo modo, secondo le specifiche del Mobile User Objective System, si dovrebbero prevenire errori e decisioni sbagliate causate dalla mancanza di informazioni in tempo reale provenienti dal campo di battaglia. Poche ore fa, anche il MUOS-5 è stato dichiarato operativo. L’unità di riserva è in orbita geostazionaria a 22.000 miglia sopra le Hawaii. Il MUOS-5 è stato lanciato il 24 giugno scorso. Una successiva anomalia nel satellite ha richiesto una manovra di trasferimento in orbita intermedia per consentire alla squadra MUOS di valutare la situazione e determinare le soluzioni da adottare. L’intera flotta sottomarina statunitense, dopo i test con i boomer, è interfacciata con la costellazione MUOS.

La decisione del Tribunale del riesame

Lo scorso agosto, la quinta sezione del Tribunale del riesame di Catania ha dissequestrato l'impianto del Mobile User Objective System disponendo “la revoca del decreto di sequestro emesso il 31 marzo del 2015 dal Gip di Caltagirone e la restituzione dell’impianto al ministero della Difesa”. I giudici hanno accolto la tesi dell'avvocatura dello Stato, in rappresentanza del Ministero della Difesa. Quest’ultimo aveva presentato ricorso avverso la decisione del Tribunale di Caltagirone, emessa il 6 giugno scorso, nel mantenere i sigilli alla struttura militare. Il MUOS, per il Tribunale del riesame, non è più abusivo.

 

 

In mostra le fortezze militari degli Antonelli
Da ilcittadinoonline.it del 31 ottobre 2016

SIENA. Oltre cento persone hanno affollato il Bastione della Madonna della fortezza medicea di Siena, sabato 29 ottobre, per l’inaugurazione della mostra “Le fortezze militari degli Antonelli: XVI-XVII secolo”, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC senese, in collaborazione con la Fondazione Amigos del Castillo de Montjuich di Barcellona, il dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze e il Comune di Siena. L’esposizione, ad ingresso gratuito, resterà aperta per tutto il mese di novembre (dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 16) e permetterà ai visitatori non solo di conoscere l’opera degli ingegneri militari Antonelli ma anche di scoprire o riscoprire, dopo tanti anni di chiusura, il Bastione della Madonna che grazie ad alcuni interventi di manutenzione da parte dell’Ordine degli Architetti è tornato fruibile. Grazie ad una serie di pannelli espositivi, il visitatore potrà conoscere l’opera della prestigiosa dinastia di ingegneri militari degli Antonelli, originari di Gatteo, che al soldo dei re di Spagna disseminarono di bellissime costruzioni militari il centro e il sud America, ma anche la Spagna, il Marocco e le frontiere orientali dell’impero spagnolo, portandosi dietro la traduzione costruttiva delle fortezze medicee. L’inaugurazione della mostra è stata preceduta, sabato mattina, da un interessante convegno internazionale. “Gli architetti italiani della famiglia Antonelli – spiega Milagros Flores Romàn, presidente IcoFort Icomos – lavorarono al servizio dei re di Spagna nel sedicesimo e diciassettesimo secolo costruendo varie fortezze in America latina. Oggi possiamo trovare le loro opere in Porto Rico, Repubblica dominicana, Cuba, Florida (Usa), Panama, Venezuela fino ad arrivare al Brasile”. “Queste fortezze degli Antonelli, disseminate in molti Paesi, nonostante siano ben visibili – sottolinea Carmen Fusté Bigorra, presidentessa della Asociacìon Amigos del Castillo de Montjuich – spesso non sono così conosciute come dovrebbero. La nostra speranza è che vengano maggiormente apprezzate non solo dagli esperti del settore ma da tutta la popolazione in generale”. Il professor Michele Paradiso dell’Università di Firenze, durante il suo intervento al convegno ha sottolineato come: “questa sia l’occasione per costruire una rete di sinergie prima di tutto italiana e poi internazionale perché si ponga sempre più attenzione a questo particolare aspetto dell’architettura militare. E’ vero – prosegue Paradiso – che queste fortezze contenevano soldati impegnati nella distruzione delle etnie precolombiane in America latina, ma è altrettanto vero che poi c’è stato il momento della, seppur discutibile, pacificazione e quindi della contaminazione tra la cultura delle persone mandate là per gestire militarmente il territorio e la cultura locale. Questo è sicuramente un valore importante che deve provare a trasformare questi edifici, che inizialmente possono dare un messaggio negativo di guerra, facendoli diventare, in un mondo che ne ha sempre più bisogno, veicoli di messaggi di pace per la bellezza che comunicano attraverso la loro architettura”. Durante il seminario inaugurale di sabato, si è parlato anche delle contaminazioni che il capostipite degli Antonelli, Juan Bautista, ebbe intorno alla metà del XVI secolo con Siena, essendo uno degli ingegneri militari impegnati, per conto di Cosimo I, nella guerra tra Firenze e Siena: senza questo contatto con Siena, occasione in cui approfondì le sue conoscenze in ambito di strutture militari, probabilmente non si sarebbe sviluppata questa importante dinastia di ingegneri militari, come ha spiegato uno dei relatori del seminario, Iglis Bellavista, amministratore di Gatteo, paese originario degli Antonelli. “Questo evento – sottolinea Elisabetta Corsi, presidentessa dell’Ordine degli Architetti PPC di Siena – è di portata internazionale perché presuppone un gemellaggio con l’Università di Firenze e con esponenti stranieri di istituzioni legate all’Unesco, impegnate nella tutela e valorizzazione dei monumenti di architettura civile e militare. La fortezza di Siena vede oggi un inizio della sua rivalorizzazione come monumento storico e come luogo culturale: non solo quindi un luogo di svago o di eventi ludici, ma un posto in cui portare approfondimenti su temi che ci stanno a cuore per sensibilizzare la pubblica amministrazione e i cittadini”. Sabato mattina, sono intervenuti il sindaco di Siena Bruno Valentini, il vicesindaco Fulvio Mancuso, l’assessore ai lavori pubblici Paolo Mazzini e l’assessore alla cultura Francesca Vannozzi. “Era mia intenzione, insieme alla giunta, valorizzare questo straordinario luogo che è la fortezza medicea. Quindi – evidenzia Vannozzi – quando gli architetti, sei mesi fa, mi hanno proposto questa mostra mi è sembrata un’opportunità preziosa che però deve rappresentare l’inizio di un percorso. Vorrei davvero stringere con l’Ordine una collaborazione perché la fortezza medicea diventi un luogo di riflessione, di divulgazione e di formazione su temi e progetti relativi all’urbanistica e all’architettura”. L’Ordine degli Architetti PPC di Siena è particolarmente soddisfatto dell’iniziativa anche perché è riuscito a coinvolgere un gruppo di giovani del dipartimento di Architettura. “Abbiamo lasciato campo libero – spiega la consigliera dell’Ordine, Marina Gennari – a giovani neolaureati e laureandi senesi della facoltà di Architettura di Firenze che hanno realizzato il progetto di allestimento e grafico della mostra, arricchendo l’esposizione con approfondimenti video e grafici sulla fortezza di Siena, ospitati in due strutture video in legno separate.” Non mancheranno nelle prossime settimane iniziative collegate all’esposizione. “Questo evento è fondamentale per la città – afferma Nicola Valente, consigliere dell’Ordine – perché apre degli spazi fino ad oggi non visitabili. Per tutto il mese di novembre questo Bastione sarà aperto a chiunque voglia visitarlo. Inoltre, abbiamo due nuovi appuntamenti, il 18 e il 25, in cui parleremo di recupero e di riconversione di spazi urbani. Il compito di noi architetti è infatti quello di aprire un dibattito in città con l’obiettivo che qualcuno, a cominciare dagli amministratori, colga l’opportunità offerta da questi eventi di riflessione e approfondimento”. Sul canale YouTube dell’Ordine degli Architetti di Siena è possibile vedere una sintesi degli interventi dei relatori al convegno del 29 ottobre, oltre che le immagini della mostra.

 

 

Sarzana seicentesca, una città fortificata dal sentimento religioso
Da cittadellaspezia.com del 31 ottobre 2016

Sarzana - Il Centro Culturale "Don Vincenzo Musso" di S. Lazzaro di Sarzana ospita venerdì 4 novembre, alle 21 presso la chiesa di S. Lazzaro, Sarzana,

 

il sesto incontro dell'Anno Fiasellesco dal titolo "Sarzana ai primi del '600: amministrazione politico-militare e vita interna".

 

Uno sguardo d'insieme sugli aspetti più curiosi dell'amministrazione interna, dei confini, delle fortificazioni, delle milizie e del sentimento religioso a Sarzana nei primi del seicento.

 

 

55 anni dopo: come la “Tsar Bomba” sovietica ha salvato il mondo dalla guerra
Da sputniknews.com del 30 ottobre 2016

La necessità della Superbomba Perché era stato necessario creare e testare una bomba dalla potenza distruttiva senza precedenti diventa comprensibile tenendo conto sia del contesto geopolitico di quel periodo nel mondo e considerando il valore dell'arsenale nucleare dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti in quel momento. Il disgelo registratosi all'inizio degli anni '50 nei rapporti tra l'Urss e gli Stati Uniti, anche attraverso la visita del leader sovietico Nikita Crusciov in America e il suo incontro con il presidente Dwight D. Eisenhower nell'autunno del 1959, in pochi mesi venne spazzato dall'escalation delle tensioni per colpa di Washington. Il motivo fu il volo di ricognizione di Francis Powers sul territorio sovietico, compresi il cosmodromo di Baikonur, le installazioni militari e le centrali nucleari.

L'aereo spia venne abbattuto il 1° maggio 1960 nei pressi di Sverdlovsk (ora Ekaterinburg,ndr), Powers venne catturato vivo e confessò la sua missione. I rapporti tra l'Urss e Stati Uniti si aggravarono ulteriormente a seguito dei fatti di Cuba, in particolare al tentativo di invasione nella Baia dei Porci nell'aprile 1961 da parte di esuli cubani provenienti dagli Stati Uniti. Il gruppo antirivoluzionario venne annientato. Inoltre gli interessi di Urss e Usa si scontravano in Africa. Il problema principale nei rapporti tra Mosca e Washington emerse nella risoluzione pacifica della questione tedesca, quando venne conferito lo status di Berlino Ovest, fatto che fu poi chiamato la crisi di Berlino, accompagnata da minacce palesi contro l'Urss da parte degli Stati Uniti. Allo stesso tempo era in vigore dal 1958 su iniziativa di Mosca la moratoria sui test nucleari.

 

 

Montozzo e Corno d’Aola, realizzati i rilievi delle fortificazioni
Da diregiovani.it del 28 ottobre 2016

ROMA – Sono 30 gli studenti che hanno preso parte al progetto per il rilievo delle fortificazioni del Montozzo e del Corno d’Aola, in Val Camonica. Per due settimane i ragazzi, accompagnati dai loro docenti, hanno fatto il rilievo di tutte le fortificazioni esistenti per realizzare una cartografia attuale con l’obiettivo di salvagardare la memoria storica della Prima Guerra Mondiale. A raccontare i dettagli Riccardo Mariolini, docente di topografia dell’Istituto Teresio Olivelli di Darfo Boario Terme.

 

Repubblica Ceca, un parco naturale nell'ex bunker della Guerra Fredda
Da repubblica.it del 28 ottobre 2016

Il sito è proibito ai civili dal 1926, quando fu istituita l'area militare, a sudovest della città di Kafka. Novanta anni in cui l'area è stata di fatto ai margini delle attività umane correnti. Il risultato è una biodiversità non comune nel Vecchio Continente. Bunker a parte, gli edifici si contano sulle dita di una mano se si escludono le rovine di un castello medievale. Al momento non ci sono alberghi né ristoranti, le auto non entrano all'interno e in alcune delle vallate non c'è campo per i cellulari. L'idea è di mantenere le cose come stanno. L'edificio più significativo è quindi una struttura di cemento, nota a suo tempo con il nome in codice Javor (acero) 51. Si ritiene fosse un deposito top secret dell'Armata Rossa, destinato a ospitare - se necessario - fino a sessanta testate nucleari da impiegare in caso di attacco alla Germania Occidentale. Il sito era talmente segreto che neanche gli ufficiali della Repubblica (Socialista) Cecolslovacca vi misero mai piede nel periodo tra quando, nel 1968, l'Armata Rossa occupò il Paese, fino a quando lo lasciò nei primi anni novanta. Il sito adesso è aperto al pubblico come museo della Guerra Fredda. L'Atom Museum è parte di una particolare struttura di bunker "doppio", di cui si pensa Brdy sia l'unico esempio creato al di fuori dell'Unione Sovietica. Benché le attività militari siano un ricordo, i loro strascichi non sono spariti ancora del tutto. Dal 2012 a oggi i militari impiegati nell'opera hanno rinvenuto oltre 7mila tipi di munizioni delle diverse armi (dall'artiglieria ai carri armati ai missili) e dei diversi eserciti che hanno calpestato quella campagna. "Le si possono trovare praticamente ovunque, anche dove meno ce le si aspetta, parola di chi le sta cercando da tempo - ha raccontato all'agenzia Associated Press il sergente maggiore Vlastimil Kalivoda, che fa parte del team di bonificatori. Per questa ragione, il cuore del parco resterà chiuso fino a fine 2017. Chi volesse visitare e attraversare a piedi il sito, ricordi che per evidenti ragioni di conservazione del territorio, è proibito accendere fuochi, come è vietato campeggiare in tenda. E' invece possibile trascorrere la nottata all'interno del parco in un sacco a pelo. Il sito del parco per ora è soltanto in ceco: dovrebbe arrivare presto la versione inglese. E' invece possibile prenotare visite guidate in inglese dell'Atom Museum,

 

Chiude il bunker di Mussolini Il Comune interrompe visite
Da ilgiornale.it del 25 ottobre 2016

Il 31 di questo mese, come ricorda il messaggero, scade la convenzione senza possibilità di rinnovo. Di fatto dal 2014 il bunker è stato visitato da 12mila persone e da più di 2500 studenti. Cifre che dovrebbero convincere l'amministrazione a tenere aperto il sito. Bisogna ripartire da capo. Un nuovo bando, una nuova gara e infine una nuova assegnazione. Un iter lungo che porterà alla chiusura del sito per un po di tempo. A pesare probabilmente sulle scelte del Comune sarà stata la campagna elettorale e lo stallo della precedente amministrazione e anche di quella attuale. Il percorso del bunker di fatto è stato riconosciuto come "sito d'eccellenza" da Tripadvisor come "primo bunker in Italia con visite sistematiche e ad hoc". L'apertura del bunker di fatto ha riportato all'attenzione dei visitatori anche la stessa villa Torlonia. Migliaia di romani e di turisti si sono recati nel parco per visitare la residenza del Duce e il rifugio antiaereo. Ma adesso c'è spazio solo per lo smontaggio dell'ultimo allestimento. Nell'attesa che il Comune faccia la sua parte e restituisca ai romani un pezzo di storia che rischia di essere perduto.

 

Riapertura bastione della Madonna della Fortezza Medicea: accordo tra Comune e Ordine Architetti
Da sienafree.it del 25 ottobre 2016

Il Bastione della Madonna della Fortezza medicea di Siena verrà riaperto grazie ad un accordo tra il Comune di Siena e l’Ordine degli Architetti PPC senese che sta allestendo proprio in quegli spazi una mostra che sarà inaugurata sabato 29 ottobre (ore 12:30)  Questa mattina si è tenuta in Comune la conferenza stampa di presentazione del progetto a cui hanno preso parte il vicesindaco Fulvio Mancuso, l’assessore alla Cultura Francesca Vannozzi, la presidentessa dell’Ordine degli Architetti di Siena Elisabetta Corsi, la consigliera dell’Ordine degli Architetti di Siena Marina Gennari e il professor Michele Paradiso dell’Università di Firenze. In tutti gli interventi è stata sottolineata l’importanza di questa iniziativa che permetterà ai cittadini di riappropriarsi di uno spazio chiuso da tempo. Il Bastione della Madonna, infatti, era già stato ristrutturato ma necessitava di alcuni lavori di manutenzione per la riapertura al pubblico. Ecco che l’Ordine ha deciso di farsi carico degli ultimi lavori di ripristino, organizzando all’interno l’esposizione “Le fortezze militari degli Antonelli: XVI-XVII secolo”. L’inaugurazione della mostra, sabato mattina, sarà preceduta da un interessante convegno al Bastione San Filippo della fortezza medicea (ore 9). “Questa convenzione che abbiamo stipulato con il Comune – spiega Elisabetta Corsi - ci permette di ospitare la mostra in un luogo sconosciuto a tanti senesi. L’esposizione, ad ingresso gratuito, si aprirà con un seminario che vedrà vari relatori parlare delle fortezze della dinastia degli Antonelli e quindi delle contaminazioni tra la tradizione tecnologica dell’architettura militare rinascimentale toscana e l’architettura militare del nuovo mondo”. Il convegno di sabato mattina e la mostra si concentreranno sulla più prestigiosa dinastia di ingegneri militari dei secoli XVI e XVII, gli Antonelli, originari di Gatteo, che al soldo dei re di Spagna disseminarono di bellissime costruzioni militari il centro e il sud America, ma anche la Spagna, il Marocco e le frontiere orientali dell’impero spagnolo, portandosi dietro la traduzione costruttiva delle fortezze medicee. In particolare si parlerà delle contaminazioni che il capostipite degli Antonelli, Juan Bautista, ebbe intorno alla metà del XVI secolo con Siena, essendo uno degli ingegneri militari impegnati, per conto di Cosimo I, nella guerra tra Firenze e Siena. L’esposizione è promossa dall’Ordine degli Architetti senese, in collaborazione con il Comune di Siena, la Fondazione Amigos del Castillo de Montjuich di Barcellona e il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze.

 

Bunker di Mesola dimenticati dal turismo
Da estense.com del 24 ottobre 2016

Mesola. Mentre il Delta del Po restituisce reperti della grande guerra in Veneto, al di là del fiume le testimonianze della seconda guerra mondiale sono nascoste in mezzo a una fitta pineta. La recente scoperta di fortificazioni militari emerse da una mareggiata a Porto Tolle, in provincia di Rovigo, rimette in discussione la valorizzazione dei reperti dei suoi ‘vicini di casa’: i bunker di Mesola. Non tutti sanno che nel territorio mesolano ci sono una trentina di fortini, chiamati in gergo ‘furtin’, costruiti dai tedeschi nel 1943-44. Anche se alcuni sono stati sotterrati, ne rimangono ancora 22 visibili: 7 nella pineta delle Motte, 9 nella pineta del Fondo e 6 all’interno di proprietà private nel centro del paese.

La vegetazione custodisce queste costruzioni in cemento armato quasi come voler far dimenticare una triste pagina della nostra storia. Ma la memoria ha bisogno di essere protetta. Negli anni, Comune e associazioni hanno cercato di rivalutare queste importanti strutture storiche, ma la strada per una reale promozione turistica è ancora in salita.“Riscoprire le batterie aree risalenti al 15-18 sullo scanno di Bonelli, a poca distanza dall’antica tenuta degli Estensi a Mesola, ha riportato la nostra attenzione anche sui fortini antibombardamento mesolani” annuncia Isabella Finotti, guida ambientale escursionistica e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Guide Escursionistiche Ambientali. 

“Questi rifugi sono ben conservati e meriterebbero maggior attenzione – prosegue la Finotti -. Dopo il lavoro di recupero dei bunker per renderli visibili e fruibili alle persone, è il momento di concentrarsi su una vera e propria campagna di promozione per farli conoscere a tutti i turisti”. “I fortini sono una buona proposta turistica per Mesola – ribadisce la Finotti – non solo perché ci restituiscono un triste momento della nostra storia, ma anche perché sono immersi in un ambiente naturalistico di pregio, all’interno di una pineta protetta sopra le dune. Il nostro obiettivo, come guide ambientali, è promuovere questi luoghi inconsueti, poco conosciuti ma dall’incredibile rilevanza storica e geologica”.

 

Torna alla luce il passaggio segreto degli antichi bastioni dei Medici
Da iltirreno.it del 24 ottobre 2016

PORTOFERRAIO. Torneranno alla luce entro il 2017 le segrete delle fortezze medicee. Il Comune ha approvato il progetto definitivo ed è pronto a dare il via, a gennaio, a un imponente intervento di recupero delle mura storiche della città, rendendo inaccessibili i bastioni finora accessibili nella zona di Santa Fine e della Batteria degli Spagnoli. Sarà riaperto il camminamento sotterraneo e messe in sicurezza parti della fortificazioni pericolanti, tra cui una garitta del 700, che rischia di precipitare in mare e la Torre della Linguella. Un rilancio che farebbe piacere a Cosimo dei Medici, il “padre” dell’ampio complesso che domina il centro storico. Con l’intervento si potranno scoprire stanze e luoghi nascosti, attraverso un percorso militare antico rimasto chiuso per secoli. Si sa di un tunnel del genere che parte dalle Ghiaie, arriva al Forte Falcone e poi prosegue fino al Grigolo, passando anche internamente al bastione di Santa Fine e la Batteria degli spagnoli. Una parte del percorso rinascimentale sta per rivivere quindi, con specifici lavori disposti dal Comune di Portoferraio, con una spesa di 340 mila euro di cui 200mila finanziati con fondi regionali. «Il restauro partirà ad anno nuovo e i lavori dovranno durare 300 giorni – spiega l’architetto comunale Elisabetta Coltelli, la progettista- Un piano culturale importante, che darà nuovo impulso alla fruizione delle fortezze medicee». Una parte di camminamento è già esistente, per cui sarà scoperto un altro tratto creato, dentro i bastioni, dagli specialisti pagati dal Signore di Firenze, i vari Bellucci, Camerini e poi Buontalenti, in azione dal 1548 in poi. Si ricongiungerà la zona delle Ghiaie fino al Falcone, con il tunnel che nasce dalla base del bastione di Santa Fine e va poi alla Batteria degli Spagnoli, come si legge nella relazione della Coltelli, un cammino coperto, dotato anche un passaggio segreto sotterraneo che va alla parte alta delle fortificazioni a mare.
Il tragitto è voltato e pavimentato con calcare locale rosa, come era stato fatto nelle altre parti della città. Purtroppo, oggi, molte aree del centro storico, sono state ricoperte con asfalto, nascondendo la storica pavimentazione. Il passaggio da restaurare è dotato di una piccola scala nell'area bastionata, ma ogni cosa è semi nascosta da altre opere che si sono sovrapposte (superfetazioni) addossate al bastione, nella zona della caserma della Guardia di Finanza. La vegetazione ha ricoperto tutto e, si legge nel documento comunale, gran parte dei resti dei bastioni sono andati perduti per la scellerata gestione urbanistica della zona.  

A Santa Fine la "foresta" impedisce l'accesso e mette in pericolo la stabilità della zone fragili della struttura medicea, come i resti della base di una garitta settecentesca che stanno per crollare definitivamente in mare. «Saranno fatti – dice ancora Coltelli – interventi di sfalcio e pulizia della vegetazione per rintracciare il piano di calpestio e rimettere in luce le “panchiere” (rilievi difensivi,ndr) e sarà fatto il restauro dell'antico passaggio segreto interno, per accedere ad altri bastioni». Esiste pure un locale a volta a crociera, malandato, nel quale piove ed andranno eliminati i pini ai piedi della Batteria degli spagnoli e pure le opere avulse dalle fortezze originarie. Tutto dovrà essere messo in sicurezza, ci saranno illuminazioni ed anche delle recinzioni con cancello verso via Senno. Il progetto di riqualificazione prevede anche interventi alla Linguella, ritenuto punto di eccellenza storica, col restauro della Torre del Martello, detta anche Torre di Passannante o Torre Pertini. Sono precarie le condizioni, con ossidazione dei ferri di armatura e problematiche nella scala interna al maniero ottagonale mediceo. Sarà ristrutturato il grosso portone di accesso in legno e ferro e colmati i fori a le cavità nelle aree limitrofe. I segreti di Cosimo quindi saranno svelati e i portoferraiesi, forse, si interesseranno di più a queste preziose fortezze medicee, realizzate prima di quelle fiorentine dai Medici, strutture maltrattate e ignorate per secoli. Senza dubbio, oltre le segrete, urge una manutenzione generale, attesa da decenni.

 

San Vero Milis, le torri costiere del Sinis si sgretolano: interviene Italia Nostra
Da unionesarda.it del 23 ottobre 2016

Si sgretolano come castelli di sabbia. Le torri costiere del Sinis, costruite ai margini di dirupi argillosi ormai consumati da vento, sale e pioggia, potrebbero crollare da un momento all'altro. Tesori architettonici risalenti al XVI secolo abbandonati da tutti: Comuni, Regione e Soprintendenza. Finiti anche nella famosa "lista rossa" di Italia Nostra, l'ultimo censimento del patrimonio culturale italiano in pericolo realizzato dall'associazione che si occupa della salvaguardia dei beni culturali. Dall'ultima mappatura risulta che in tutta Italia ci sono quaranta siti in pericolo, e tra i primi 5 più a rischio ci sono appunto tutte le torri del Sinis.
di Sara Pinna

 

Alla scoperta di Monteriggioni: la città fortificata più bella d’Italia
Da unionesarda.it del 23 ottobre 2016

L’Italia vanta alcuni dei borghi più belli d’Europa ed una delle regioni che conserva tantissimi tesori e testimonianze di un passato importante è la Toscana. Qui immerso in una campagna da sogno, quella di Siena, sorge un piccolo paese che conserva intatto tutto il suo fascino medioevale: Monteriggioni. Entrare a Monteriggioni è fare un tuffo nel Medioevo. E’ l’unico borgo in Italia rimasto completamente intatto: la sua ellittica cinta muraria, le sue alti e magnifiche torri – citate perfino da Dante nella sua Divina Commedia (nell’Inferno, canto XXXI)- e i suoi edifici sono esattamente come erano allora, circa 800 anni fa. Camminare per questi vicoli, osservare Monteriggioni da lontano – il cui splendore della cinta muraria è più visibile – vuole dire toccare con mano la Storia. Non a caso questo piccolo borgo è visitato ogni anno da oltre 90mila persone.

Guida di Monteriggioni: il borgo del Medioevo La Storia

Monteriggioni sorge per difendere Siena. Intorno alla metà del 1200 la Repubblica di Siena decide di costruire un castello ed il relativo borgo sul punto strategico di Monte Ala. Questo avrebbe permesso di difendere la città dalla rivale Firenze e di controllare la via Francigena e le valli le valli dell’Elsa e dello Staggia. Da allora per secoli Firenze ha cercato di impadronirsi di Monteriggioni e ci riuscì nel 1554. Il castello ed il borgo passarono alla famiglia De’Medici. Nei secoli successivi il castello passò a varie famiglie nobili fino alla famiglia Griccioli, che tuttora ha possedimenti nel borgo. Monteriggioni sulla via Francigena Oltre che per la sua bellezza, Monteriggioni è sempre più meta di viaggiatori in quanto è una delle tappe della via Francigena, ossia il percorso di pellegrinaggio che da Roma arriva a Canterbury, riscoperto in anni recenti. Monteriggioni è la 32esima tappa del cammino e dalla piazza del paese dopo 20.6km si arriva a piazza del Campo a Siena.

Cosa vedere: itinerario per Monteriggioni

Il principale accesso al borgo è Porta Franca o Romea ed è quella orientata verso Siena. La porta ad arco acuto si apre alla base di una delle alti 11 torri che si elevano sopra le mura ed è probabile che in passato ci fosse un ponte levatoio o una pesante cancellata. Sotto l’arco nel muro è riportata la data di fondazione di Monteriggioni e dalla parte opposta una lapide celebra l’Unità d’Italia del 1861. Dalla Porta si arriva alla principale piazza del borgo: piazza Roma. Fino agli anni ’70 la piazza non era pavimentata e tuttora conserva orti e giardini ai suoi lati. La presenza degli orti all’interno del borgo erano necessari in quanto in caso di assedio la popolazione poteva sopravvivere. Sulla piazza si affaccia la Chiesa di Santa Maria Assunta, uno degli edifici del borgo che meglio conservano i caratteri medioevali. La chiesa fu costruita nel XIII secolo e presenta una sola navata con volte a vela e conseva una Madonna del Rosario del XVII secolo. Esternamente la facciata in pietra con un portale con arco. La campana risale al 1299. Da qui poco più avanti c’è il piccolo museo ‘Monteriggioni in Arme’ che racconta le vicissitudini militari del borgo, i suoi tanti assedi e le strategie difensive. Inoltre è possibile ammirare reperti di epoca medioevale e riproduzioni di armi ed armature che si possono perfino indossare. Le mura e le torri sono senz’altro ciò che più colpisce di questo borgo ed uno degli elementi che lo rende unico. La cinta muraria si estende per 570 metri, ricoprendo interamente la sommità del monte Ala, ed spessa 2 metri. Delle 15 torri oggi solo 11 si elevano per 6,5 metri sopra le mura, le altre 4 sono state ridotte alla stessa altezza delle mura. Dal 2005 è stato riaperto parte del camminamento da cui è possibile ammirare dei panorami mozzafiato sulla campagna senese del Chianti e della Valdelsa. Le mura si possono anche costeggiare esternamente per ammirare un bellissima vista e toccare con mano le possenti mura.  

 

 

Regalo di Natale per gli amanti dell’archeologia: riapre la Torre Matta
Da unionesarda.it del 23 ottobre 2016

OTRANTO – Otranto si riprende un altro pezzo di storia: con la magia di Natale restituisce al pubblico la Torre Matta. Dal prossimo venerdì, 23 dicembre, dopo numerosi interventi di restauro, riaprirà il monumento della piazzetta sottostante Porta a Mare, a Otranto. La torre è collocata nella parte di bastione verso mare presente sul lato sud della cortina e prospiciente il porto. A seguito della guerra del 1480, l’intera cinta muraria medievale di Otranto fu devastata e rasa al suolo. Dopo la liberazione della città, nel 1481, fu avviato un grande cantiere di ricostruzione della cinta muraria.
Otranto visse, nella sua cinta muraria, questa evoluzione tecnica importante, tant’è che nei primi anni del 1500 le originarie rondelle sul lato mare furono tutte rivestite con cortine murarie idonee a farne puntoni. In particolare, proprio la Torre Matta cilindrica della prima fase fu inglobata all’interno di un bastione quadrangolare nel “500, per migliorare l’efficienza balistica dell’intero sistema difensivo. Dal vano superiore si accede direttamente ad un ambiente a tutt’altezza, che rappresenta la chiusura della cortina muraria attorno alla torre cilindrica originaria.

Della torre originaria si intravede la parte cilindrica sporgente con una serie di bellissimi beccatelli, decorati con motivi tipici dell’epoca. All’interno di questo spazio era presente una grande quantità di detriti e materiale da riporto, riversato in epoca storica. All’esterno del torrione è presente la porta di accesso originaria, anch’essa totalmente colma di materiale da riporto all’avvio dei lavori. Gli ambienti ora sono perfettamente idonei per ospitare mostre, convegni, incontri, anche con le attività previste nel vicino Castello Aragonese. Il progetto è finanziato con fondi del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.

 

Dal Po possibili altri rinvenimenti storici: nasce il Centro di Ricerca e Documentazione sul Delta
Da meteoweb.it del 23 ottobre 2016

“Il Delta del Po, terra giovane, si sta rivelando ricco di storia. Nell’immaginario collettivo si sente dire spesso che il Delta è una terra giovane senza un passato. Io sto cercando di dimostrare il contrario. Non mi fermo. Dopo aver scoperto sul Delta del Po, le Fortificazioni militari della Grande Guerra, ma anche quelle Austriache e Napoleoniche, dopo aver rintracciato una linea del telegrafo ottico “Chappe” che per volere di Napoleone era stata installata da Ancona a Venezia lungo il litorale adriatico, vado avanti e con ogni probabilità la mia ricerca porterà ad altri risultati importanti e scoperte sensazionali”. Lo ha dichiarato Luciano Chiereghin, ricercatore che da più di 15 anni sta conducendo intense attività di ricerche storiche sul Delta del Po . Fino ad oggi i risultati sono stati straordinari con il ritrovamento delle Fortificazioni Militari risalenti alla Grande Guerra ma anche quelle austriache, napoleoniche e addirittura “sono riuscito a rintracciare – ha proseguito Luciano Chiereghin – una linea del telegrafo ottico “Chappe” che Napoleone fece installare da Ancona a Venezia lungo il litorale Adriatico”. E la novità c’è. “Ho scoperto anche i fortini militari delle guerre tra la repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio. Immagini e documenti in mostra il 10 Dicembre per la prima volta”.
“Mi sono concentrato sulle tante guerre avvenute tra il 1600 ed il 1700 tra la repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio, allora confinanti – ha proseguito Luciano Chiereghin – che si contendevano i nuovi territori che il Po formava davanti alla sua foce. Ecco che con le nuove tecnologie, come immagini satellitari e la georeferenziazione e quant’altro, un po’ alla volta ho ritrovato le tracce di alcune delle fortificazioni militari usate in queste guerre. Il più interessante ritrovamento è stata la scoperta sul terreno dei due forti del 1632, “Bocchetta”, papalino, e “Donzella”, veneziano, che coincidono esattamente con la pianta di questi e, dopo aver ritrovato in loco reperti di fittili compatibili con quella data, è stato possibile stabilire con assoluta certezza da parte di alcuni esperti che le tracce da me ritrovate erano proprio esatte. Ora sto scrivendo un libro su tutto quanto ho sinteticamente descritto. La mia ricerca continua, le sorprese non mancheranno”.

Il tutto per la prima volta in mostra in Italia il 19 Novembre – “Giovani terre contese, tre secoli di fortificazioni nel Delta”. Per la prima volta in Italia , Presso la Fondazione Museo della Bonifica “Ca’ Vendramin“, si potranno vedere le immagini delle fortificazioni militari scoperte da Chiereghin sul Delta del Po, a difesa dei confini tra stati, tra il finire del XVII° secolo e gli inizi del XX° , l’intera documentazione inedita con le carte studiate da Chiereghin il quale illustrando anche la rete costiera del telegrafo ottico fatto installare da Napoleone. La mostra, inedita, promossa dall’Archivio di Stato di Rovigo, dalla Fondazione Ca’ Vendramin, dalla Fondazione Scolastica “Carlo Bocchi”, dal Parco Regionale Veneto del Delta del Po , sarà aperta al pubblico il 10 Dicembre presso le sale del Museo Regionale della Bonifica “Ca’ Vendramin” a Taglio di Po in provincia di Rovigo . Con “Giovani terre contese, tre secoli di fortificazioni nel Delta”, questo è il titolo della mostra si inaugurerà per la prima volta il Centro di Ricerca e Documentazione sul Delta. Gli enti interessati e coinvolti nella realizzazione del Centro e della Mostra sono: l’Archivio di Stato di Rovigo, la Fondazione Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, la Fondazione Scolastica “Carlo Bocchi” di Adria, più il Parco del Delta e i Comuni del Parco.

Le scoperte di Chiereghin sono di inestimabile valore anche per il turismo ambientale. Questa è l’Italia raccontata dalle guide AIGAE – ha dichiarato Isabella Finotti, Guida Ambientale Escursionistica AIGAE del Veneto – a ben 3 milioni e 400.000 turisti l’anno. L’Italia da Nord al Sud e viceversa, di catene montuose, laghi, coste, borghi, foreste, boschi e campagne. Noi narriamo l’Italia. AIGAE è l’Associazione Italiana delle Guide Ambientali Escursionistiche, l’unica riconosciuta ufficialmente dal MISE nel campo dell’escursionismo. Rappresentiamo i professionisti del territorio. Le nostre Guide Ambientali Escursionistiche sono geologi, biologi, archeologi, naturalisti, esperti di storia, operatori turistici. Viviamo e facciamo vivere ogni giorno il territorio italiano con centinaia di escursioni l’anno. Siamo già sul territorio e sempre” a cura di Monia Sangermano

 

 

Le basi militari in Calabria, la mappa
Da wecalabria.it del 21 ottobre 2016

Che l’Italia sia una nazione costellata di basi militari Nato è noto a tutti. Esistono ufficialmente oltre 120 basi sparse nello stivale, oltre a quelle totalmente segrete. Vi è soprattutto una presenza massiccia di basi statunitensi, in seguito alla sottoscrizione di un accordo di collaborazione militare Usa-Italia firmato nel 1951. Ma quante e dove sono le basi militari in Calabria? Andiamo a scoprirlo.

Basi militari in Calabria: i misteri di Monte Mancuso, Crotone e Sellia Marina


La base militare più importante presente in Calabria è quella che si trova sul Monte Mancuso in provincia di Catanzaro. Dove si ritiene che nel passato i militari americani avessero alcune testate nucleari da utilizzare in caso di aggressione e invasione sovietica.

Sul territorio regionale insistono poi le stazioni di telecomunicazioni-radar a Crotone e Sellia Marina in provincia di Catanzaro. Superata la Guerra Fredda, molte delle basi militari in Calabria e nel resto dell’Europa furono dismesse o riconvertite.

 

Base Monte Mancuso,

abbandonata da oltre 20 anni Nome in codice “Immz” faceva parte della rete “Ace-High”, sistema strategico di telecomunicazioni e ponti radio che collegava oltre 80 radar posti in 9 stati europei.

Ultimata nel 1960, la base è posta ad oltre 1300 metri di altezza nella foresta del monte Mancuso, ricadente nei comuni di Lamezia Terme, Falerna, Nocera Terinese e Martirano Lombardo. La “Immz” fu chiusa ufficialmente il 25 novembre 1995.

Gli ultimi militari visti attorno alla base risalgono agli anni ’90 durante la guerra in Iraq.

Si ritiene fossero nascoste bombe atomiche all’interno di un rifugio sotterraneo esistente all’interno della base, alcuni parlano di fusti tossici. Ma ora, immerse nella vegetazione e nel mistero, rimangono solo le sue grandi antenne.

Nel 2015, nonostante la base risulti abbandonata da oltre 20 anni (Guarda video su YouTube), i comuni hanno firmato il rinnovo di servitù militare per il quinquennio 2016-2020.

Centro radar di Crotone

Una unità di difesa aerea situata all’interno dell’aeroporto di Crotone comincia a operare il primo novembre 1982.

Attualmente la 132ª Squadriglia Radar Remota è inserita nella catena di Difesa Aerea Nato. Le infrastrutture sorgono su quella che era stata la zona logistica e operativa dell’aeroporto di Crotone lungo la SS106 jonica nei pressi di Isola Capo Rizzuto.

Passando per l’aeroporto si può notare un’enorme “palla” bianca”. Una parte della struttura è stata ceduta. Attualmente ospita il più grande campo di accoglienza profughi d’Europa. Nel 1990 il Pentagono sospese la costruzione di nuove base aeree, quindi anche quella che doveva nascere a Crotone.

La base avrebbe ospitato aerei F-16 dell’aeronautica statunitense che la Spagna non voleva più. La classe politica e la popolazione, comunque, si oppose a quella che sarebbe stata sicuramente una pioggia di miliardi e migliaia di posti di lavoro per il territorio.

Stazione Loran a Sellia Marina

La stazione Loran di Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, era una stazione master di un gruppo che comprendeva i centri radio di Lampedusa, Estartit (a nord-est della Spagna), Kargabarum (Turchia) e Matratin (Libia).

La catena “Loran” (LOng RAnge Navigation System), precursore terrestre delle reti satellitari alla GPS, vide la sua costruzione nel dicembre del 1958.

Dopo i test fu attivata nell’agosto dell’anno successivo.

L’impianto di Sellia Marina, fu gestito dalla Guardia Costiera Americana fino al 1995 quando fu spento. Il centro radio fu poi ceduto alla Guardia Costiera Italiana. La base comprendeva una torre radio alta 190.5 metri con una potenza di oltre 150 kw.

Il sito fu smantellato nel luglio 2008.

 

Sul monte Giovo ripulite le fortificazioni della Grande Guerra
Da ildolomiti.it del 20 ottobre 2016

BRENTONICO. Aveva proprio ragione quel tale che diceva "bisogneva nar sul Zof per veder qualcos de nof". Infatti proprio sul monte Giovo, in dialetto Zof, qualcosa di nuovo c'è: le fortificazione della Grande Guerra sono state ripulite e quel luogo brullo è diventato un punto panoramico che permette allo sguardo di abbracciare tutto il circondario. L'accesso è da Castione, da lì si può percorrere il sentiero che porta alla sommità e scoprire un luogo ha rivestito un ruolo importante nelle strategie belliche della Prima Guerra mondiale. Conquistato nel novembre del 1915, l’esercito italiano ha iniziato le opere di fortificazione nei primi mesi del 1916 con opere di trinceramento e posizionamento di piccole artiglierie sul dosso. Le sue particolari caratteristiche consentivano di controllare i movimenti sul fronte austriaco, sul fondovalle sia lagarino sia della valle del Cameras e poteva servire come punto base per incursioni di piccola/media artiglieria e di fanteria. Risultava strategico per la difesa da eventuali incursioni austriache.

L’esercito italiano ha quindi iniziato a scavare alcune gallerie di cui una molto lunga all'interno del dosso che ad un certo punto si biforca in altre due gallerie dotate di uscite verso la base nord. Tutta l’area era collegata con camminamenti e trincee prima dell’abbandono al termine del conflitto. 

Quasi un secolo più tardi, per le rievocazioni del centenario della Grande Guerra ne è stato avviato il recupero e ora, grazie anche a un indicatore delle cime, si può salire e osservare lo skyline della Vallagarina. Il dirigente Mauro Viesi, nel giorno dell’inaugurazione ha guidato il gruppo dalla chiesa di San Rocco di Castione fino al luogo storico dove si è esibito il coro Soldanella e sono stati letti alcuni passi provenienti dalle lettere e testimonianze dei soldati dell’esercito italiano. “In questa zona – ha spiegato il sindaco Christian Perenzoni – è stato fatto un importantissimo lavoro di recupero partito ancora tre anni fa, ora è importante che venga eseguita una manutenzione altrettanto attenta. Mi auguro che la comunità di Castione riesca ad appropriarsi di questo luogo, a prenderlo a cuore e prendersene cura nel tempo”. 

I lavori di recupero rientrano nel progetto “Un territorio due fronti” e il primo intervento risale al giugno 2013 da parte degli Alpini di Saccone e di Brentonico oltre che della Sat locale. Per sei mesi si sono occupati di tagliare gli arbusti che invadevano il piazzale sud e la sua ripulitura, far emergere e rendere visibile la lunga e imponente trincea circolare che circonda il dosso e disboscare la sommità del dosso, mettendo in luce tutto il trinceramento esistente nonché le uscite dalle gallerie sottostanti. 

Il servizio ripristino e Valorizzazione Ambientale ha effettuato le ultime pulizie e nel corso di quest’anno è stato installato sulla sommità del caposaldo un indicatore delle cime circolare in sassi, molto utile ai fini didattici, mentre è stato riprodotto sui pannelli informativi il rilievo dell’intera zona, elaborato dagli studenti del Fontana.

 

 

Moena, riportate alla luce le cannoniere di Colvere
Da trentinocorrierealpi.it del 19 ottobre 2016

MOENA. Sono state riportate alla luce e offerte all’attenta curiosità dei visitatori le cannoniere austroungariche di Colvere. Con un lungo e impegnativo lavoro le maestranze della ditta Edilvanzo, del Comune di Moena, della Promo Vanoi e i volontari dell’associazione “Sul fronte dei ricordi” hanno liberato il terreno boscoso per far emergere dopo 100 anni interessanti tracce del primo conflitto mondiale. Il rilievo boscato di Colvere (1870 metri) domina l’intera lunghezza della valle di San Pellegrino. A partire dall’estate del 1915 i comandanti austroungarici decisero di spostare in questa zona sopraelevata parte delle artiglierie prelevate dal sottostante forte di Someda e dal vicino forte Dossaccio. I pezzi da fuoco furono sistemati in apposite strutture in cemento armato, denominate cannoniere e successivamente in postazioni campali scavate nella roccia nel vicino colle sovrastante (Spiz de Colvere). Una strada con pendenza regolare serviva il colle dove erano stati allestiti al riparo baraccamenti mentre sul versante rivolto al nemico una serie di finestre e feritoie tenevano sotto controllo il passo San Pellegrino dove iniziava il fronte italiano.

Sull’architrave di un’apertura si legge “erbaut 1917” (costruito nel 1917). Il ritardo di costruzione della seconda parte delle strutture difensive in roccia si spiega con la presa di coscienza che la guerra non sarebbe stata breve e quindi era opportuno creare delle fortificazioni più solide. La zona di Colvere non fu mai interessata dai combattimenti (a differenza delle creste di Costabella e dell’area di Bocche) e fu abbandonata con lo spostamento del fronte dopo la rotta italiana di Caporetto. I lavori sono stati finanziati dalla Soprintendenza ai beni culturali della Provincia di Trento (107mila 324 euro) e dal Comune di Moena (22mila 583 euro). La località di Colvere è facilmente raggiungibile con gli impianti dell’Alpe Lusia e potrebbe costituire, in un prossimo futuro, un interessante itinerario ad anello capace di cogliere gli aspetti botanici, faunistici e storici di quella parte di montagna.

 

 

Parco delle Mura di notte, l'illuminazione architettonica del sistema bastionato
Da padovaoggi.it del 18 ottobre 2016

Martedì mattina, la giunta comunale di Padova ha approvato il progetto definitivo relativo all'illuminazione architettonica del Parco delle Mura. L'opera rientra nel primo stralcio del piano di recupero e valorizzazione turistica e culturale delle mura rinascimentali della città.

LA SPESA. Un milione e mezzo è la spesa prevista per la realizzazione dell'intervento, che avrà lo scopo - come si legge nel testo della delibera - di "rendere visibile e fruibile alla cittadinanza, anche nelle ore notturne", il sistema bastionato della città, "esaltandone le peculiarità e incrementandone la frequentazione".

L'INTERVENTO. L'impianto di illuminazione interesserà tutti gli 11 chilometri della cinta muraria cinquecentesca, per la quale sono previste tre distinte tipologie di lampada, a seconda del genere di terreno sul quale si dovrà intervenire: il primo tipo è il cosiddetto "palo a sbraccio"; ci saranno, poi, dei piccoli faretti, che illumineranno dal basso e saranno installati dove c'è del prato, ad esempio davanti ai bastioni, per un effetto di illuminazione diffusa oppure concentrata su particolari che si intenderà valorizzare; infine, delle lampade incassate nel terreno.

I TEMPI. "Tra quattro-cinque mesi inizieranno i lavori - dichiara l'assessore Paolo Botton - l'intervento durerà circa 8 mesi e dovrebbe concludersi entro un anno a partire da oggi".

 

 

Tour culturale a Siracusa, in cinquecento fino alla torre dell'Aquila
Da gds.it del 17 ottobre 2016

SIRACUSA. Oltre 500 appassionati, tra residenti e turisti, sono stati coinvolti ieri mattina a Siracusa nel tour culturale dai magazzini della Torre dell'Aquila fino al foro Vittorio Emanuele.

Un percorso che ha incluso non solo i resti delle antiche fortificazioni come nel caso di Torre dell' Aquila o del Castello Maniace, ma anche le mura e le porte, di grande interesse artistico, rase al suolo in epoca risorgimentale.

"Un viaggio attraverso la storia delle fortificazioni greche fino ad arrivare all'epoca moderna - ha spiegato il volontario Sergio Cilea - non ci siamo limitati a raccontare quello che c' è ma abbiamo voluto mostrare ai partecipanti, tramite reperti come immagini e disegni, le mura e le bellezze artistiche che arricchivano l' isola oltre che proteggerla dai nemici in caso di guerra".

 

 

Le Fortezze Militari degli Antonelli: XVI-XVII secolo
Da elzeviro.eu del 14 ottobre 2016

L’esposizione promossa e voluta dall’Ordine degli Architetti di Siena e ideata dalla dottoressa Carmen Fusté, direttrice della Fondazione Amigos del Castillo de Montjuich di Barcellona (Spagna), dopo avere percorso varie città della Spagna e del Caribe, avrà in Siena una tappa importante per le contaminazioni che il capostipite degli Antonelli, Juan Bautista, ebbe intorno alla metà del XVI secolo, con Siena, essendo uno degli ingegneri militari impegnati, per conto di Cosimo I, nella guerra tra Firenze e Siena.

La manifestazione ha ottenuto il patrocinio di ICOFORT, del Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, dell’Università di Siena, oltre che del Comune di Siena e dell’Ufficio UNESCO di Siena.

L’evento espositivo, a ingresso gratuito, si terrà per l’intero mese di novembre 2016, negli ambienti del “Bastione della Madonna” della Fortezza Medicea di Siena.  

 

 

Nuova vita all'ex polveriera di Mompiano
Da giornaledibrescia.it del 14 ottobre 2016

Innanzitutto il via ai lavori di risanamento e sistemazione. E poi spazio a un nuovo confronto - e, perché no anche ad un nuovo bando – per delinearne il futuro. Si è riaperto giovedì sera, durante l’incontro pubblico, il dibattito sulla nuova vita della ex Polveriera di Mompiano.

L’assemblea è stata convocata dopo il sì della Giunta all’ultimo restyling rimasto in sospeso (dalla bonifica delle coperture in amianto alla ricostruzione delle strutture danneggiate), un progetto che “vale” oltre 362mila euro e che dovrebbe completarsi in 120 giorni. Al netto del bando di gara, quindi, lo spazio dovrebbe essere riconsegnato alla città a fine marzo 2017. Proprio per quella data, l’Amministrazione comunale vorrebbe avere anche le idee chiare su quali attività troveranno casa in quella che è considerata “la porta d’ingresso” al parco delle Colline.

E se non ci sono veti a eleggere le strutture a dimora delle diverse associazioni sul territorio, l’obiettivo punta però a rintracciare anche un’attività che possa rivitalizzare l’area. La lunga storia che ha portato la ex Polveriera nella piena disponibilità del Comune è riassunta, tappa dopo tappa, nelle slide proiettate giovedì sera dall’assessore all’Ambiente, Gianluigi Fondra.

 

 

Escursioni e incontri sulla Grande Guerra
Da trentinocorrierealpi.it del 14 ottobre 2016

VALSUGANA. Si intitola "La Grande Guerra. Testimonianze degli uomini e nelle pietre" ed è il ciclo di incontri sul territorio promossi da Sistema culturale, Associazione storico culturale Valsugana Orientale e Tesino e Provincia, con la collaborazione di Comuni e dell'Ecomuseo Valsugana.

Sei incontri, a cui si aggiungono tre escursioni guidate, che ad ottobre e novembre accompagneranno gli appassionati -fisicamente ed attraverso racconti ed immagini- attraverso i luoghi e le storie che hanno segnato il grande conflitto in Valsugana. Si comincia oggi, alle 20.30, nella sala riunioni della Cassa Rurale di Grigno, con "Testimonianze della guerra nella pietra e nel cemento". Una serata nel corso della quale Alberto Burbello e Lucia Dellagiacoma presenteranno il progetto di ricerca e catalogazione delle epigrafi militari nel gruppo montuoso di Cima d'Asta e nei territori di Valsugana e Tesino. Domenica prossima quindi è in programma la prima passeggiata con accompagnatore di media montagna a Sasso Gambarile (ritrovo alle 14 in località Oltrebrenta di Villa Agnedo, rientro per le 17.30. Prenotazione obbligatoria in biblioteca a Borgo Valsugana 0461754052). Venerdì 21 ottobre alle 20.30 in teatro a Torcegno Luca Girotto presenterà "Il Lago della Morte 15 maggio 1916 -Massacro a monte Còlo" mentre il 28 nella sala dei Volti di Carzano Guido Aviani illustra "1915- 1916. Dall'Isonzo al Carso- Il sangue ed il reticolato".

Il giorno successivo, sabato 29, seconda visita guidata, questa volta a Forte Busa Granda (ritrovo alle 14 al Compet di Vignola Falesina) mentre domenica 30 si andrà alla scoperta del Col del Fortin, una passeggiata a due passi dalla ciclabile della Valsugana per scoprire le gallerie di guerra, con ritrovo alle 14 nel piazzale sotto la chiesa di Villa Agnedo. Si proseguirà quindi con le serate venerdì 4 novembre alle 20.30 in teatro a Scurelle: Luca Girotto interviene su "Il Leone di Valsugana - La triste storia del forte di Cima Campo". Infine due appuntamenti a Borgo, nella saletta della biblioteca alle 20.30: venerdì 18 novembre Renato Callegari parlerà in merito a "L'aviazione del Grappa", mentre il martedì successivo 22 novembre si proietterà il documentario sulla vita del politico trentino "Battisti 16.16. Trento e Cesare Battisti nel centenario della morte", scritto e condotto da Elena Tonezzer per la regia di Andrea Andreotti. (m.c.)

 

 

La Fortezza del Priamar, l'imponente baluardo di Savona
Da turismo.it del 13 ottobre 2016

La ceramica e l’arte vetraia, le spiagge da Bandiera Blu, le botteghe artistiche e i vicoli caratteristici: cosi si presenta Savona, rinnovata meta turistica che si colloca tra il mare e l’entroterra ricco di boschi verdi. E a tutto questo si affianca il patrimonio artistico che non manca di interesse e itinerari verdi come quello della Valle del Letimbro che conduce al celebre Santuario di Nostra Signora di Misericordia. A svettare su tutto è il Priamar, la fortezza cinquecentesca annoverata tra le più imponenti fortificazioni affacciate sul Mar Mediterraneo. La storia del Complesso monumentale del Priamàr è strettamente legata a quella del promontorio di cui occupa una posizione strategica per il controllo dell'alto Tirreno e dello sbocco a mare. Quando Savona divenne un libero comune il promontorio divenne il centro della città medievale, ospitando i palazzi comunali, il palazzo del vescovo e l'antica cattedrale di Santa Maria Maggiore poi dedicata a Santa Maria di Castello ed eretta fra l'anno 825 e l'anno 887, andata successivamente distrutta per far posto alla nuova fortezza. Oggi continua ad ergersi nella sua posizione dominante il centro storico ma è diventata la cittadella d'arte e di cultura. Il Palazzo degli Ufficiali ospita il Civico Museo Archeologico e il Museo "Sandro Pertini e Renata Cuneo"; il Palazzo del Commissario è adibito a sede di rassegne, laboratori e performance artistiche così come il suggestivo ambiente delle Cellette. Il Palazzo della Sibilla, dotato di tecnologie d'avanguardia, è diventato un Centro Congressi di rilevanza internazionale. Nel Piazzale del Maschio viene allestito ogni estate un teatro all'aperto con oltre 600 posti numerati, per un cartellone ricco di eventi. Grazie alla valorizzazione degli spazi è capace di offrire al pubblico un insieme di "contenitori culturali" di alto prestigio. A questo si aggiunge il grande interesse paesaggistico grazie ai  suoi camminamenti, agli spalti e alle balconate che offrono al visitatore una passeggiata aperta su un panorama mozzafiato che abbraccia, in un colpo d'occhio, il mare e i monti, la città e il suo porto. Si erge con la sua grande mole e vi si può accedere da una sola grande rampa d’accesso. Due le piazze principali: il Piazzale del Maschio che è anche il punto più alto del complesso e il Piazzale della Sibilla dove si trovano gli scavi archeologici riguardanti l'antica cattedrale demolita nel 1595.

 

Fortificazioni e rocche di Verona e provincia: il Castello di Illasi
Da veronasera.it del 11 ottobre 2016

Restauro Il primo documento che ne attesta l'esistenza è datato 971, ma alcuni ritrovamenti relativamente recenti fanno pensare che fosse anche più antico e che proteggesse un villaggio. La cinta muraria esterna ha una forma circolare e al suo interno sono presenti il mastio e il cassero, il primo era l'abitazione dei signori del castello, mentre il secondo era una sorta di caserma per le forze armate. Sono presenti anche i resti di una chiesa e di un cimitero, di cui è stata accertata la presenza anche grazie ad alcuni documenti. La sua storia ricalca un po' quella di altre fortificazioni del territorio, nate come strutture difensive e poi passate di mano in mano, diventando delle residenze senza più scopi militari. Castello scaligero dalla fine del '200, grazie ad una donazione, fu proprio sotto i della Scala che questo manufatto conobbe il massimo splendore, poi offuscato dai Visconti e dai veneziani e infine incendiato all'inizio del '400.

Attualmente è proprietà della famiglia Sagramoso-Pompei e proprio i Pompei furono i feudatari che dal '500 in poi vissero nel castello fino all'arrivo di Napoleone. Purtroppo, non essendo pubblico, il castello non è visitabile e lo si può ammirare solo da fuori. Particolarmente suggestiva poi è la leggenda che vuole che il castello di Illasi sia infestato da un fantasma, di cui si possono sentire i lamenti in un particolare periodo dell'anno.

 

 

Fortificazioni dal mare a porto Tolle
Da larena.it del 10 ottobre 2016

(ANSA) - VENEZIA, 10 OTT - Il Delta del Po dopo un secolo, restituisce reperti della Grande Guerra. Sullo scanno di Bonelli a Porto Tolle (Rovigo) sono emersi i resti di fortificazioni militari, denominati "batterie" che la sabbia per molti anni ha custodito.

Lo ha annunciato Isabella Finotti, Guida Ambientale Escursionistica e Consigliere Nazionale dell'Associazione Italiana Guide Escursionistiche Ambientali. "Dalle dune vive, alle dune fossili, entrambi testimonianze di un territorio in continua evoluzione - ha detto Finotti - ecco che sotto le chiome dei pini, come dei fantasmi abbiamo ritrovato i fortini, liberati da radici che li imbrigliavano, ora sono lì a ricordarci dell'ultimo conflitto mondiale. In questo caso su antiche spiagge oggi arretrate, a poca distanza dall' antica tenuta degli Estensi a Mesola".

Con le Guide Ambientali Escursionistiche, figure professionali in grado di raccontare il territorio in tutte le sue caratteristiche, è possibile recarsi in questi luoghi vederli, conoscerli e capire la storia.

 

 

Paura del terrorismo, negli Usa è “corsa al bunker” (per i ricchi)
Da interris.it del 27 settembre 2016

In America la paura fa novanta e – chi può – corre a ripari acquistando… un bunker. Le divisioni interne causate da elezioni presidenziali controverse, le sparatorie di massa e – soprattutto – gli attentati terroristici dentro e fuori gli Stati Uniti, stanno spingendo i ricconi di Los Angeles (in California) a costruirsi dei ripari antiatomici sotto i giardini delle ville di Bel Air o Beverly Hills, tanto che il mercato del settore sta vivendo – è il caso di dirlo – un vero e proprio “boom”. Gary Lynch, general manager di Rising S Bunkers, società texana specializzata nella realizzazione dei famigerati bunker delle star del cinema (e non solo), ha spiegato ai giornalisti del magazine Hollywood Reporter che le vendite nel segmento del lusso sono aumentate in un anno del 700%, e in generale del 150%. In particolare, chi ne usufruisce sono soprattutto attori, sportivi e politici. “Ogni volta che c’e’ un panorama politico turbolento, conclude, il settore registra un picco nelle vendite”. “Bill Gates ha enormi rifugi sotto ognuna delle sue case, a Rancho Santa Fe e Washington. Per questi ricchi, qualche milione non è nulla, è solo una nuova forma di assicurazione”, ha rivelato Robert Vicino, fondatore di una società’ che costruisce bunker in Indiana. Il prezzo per assicurarsi sonni tranquilli? Dai “miseri” 39 mila dollari agli oltre 8 milioni. Un po’ troppo, dopo tutto.

 

 

Fenestrelle: meraviglie della grande muraglia piemontese
Da europinione.it del 6 ottobre 2016
Costruita a partire dal 1728 per ordine del re Vittorio Amedeo II, la fortezza è la seconda costruzione militare più lunga del mondo (preceduta dalla più famosa Muraglia Cinese). Ma la lunghezza non è la sua unica peculiarità: essa è costituita da otto opere difensive, ognuna progettata con uno scopo miliare ben preciso, e la sua superficie complessiva occupa uno spazio di circa 1,350,000 metri quadri. Un’ampiezza tale da renderla la più grande fortezza alpina d’Europa. Tutte le otto strutture sono attraversate da collegamenti sia interni che esterni; tra questi ultimi si distingue la cosiddetta “scala coperta”, un percorso di 4000 scalini protetti da mura spesse che s’inerpicano sul pendio della montagna per oltre due chilometri, fino ad arrivare al punto più alto della struttura: il Forte delle Valli a quota 1800 metri. Una vera e propria maestosità architettonica la cui storia è interessante almeno quanto la sua particolare costruzione. Nasce come forte francese voluto nel 1692 dal Re Sole a causa del fatto che la Val Chisone e il suo restringimento nella zona di Fenestrelle mettevano in una situazione di svantaggio l’esercito francese, intento a proteggere il confine con il Ducato di Savoia. Nell’agosto del 1708 le truppe di Vittorio Amodeo II conquistarono il forte francese (chiamato Fort Mutin) che, tuttavia, fu ritenuto insufficiente a causa delle sue dimensioni ridotte.  Tutto attorno alla struttura il re incaricò l’ingegnere militare Ignazio Bertola di progettare un complesso di fortificazioni che proteggesse la pianura torinese da eventuali contrattacchi francesi.  Durante il fascismo il complesso venne usato come prigione e dopo la seconda guerra mondiale venne abbandonato. Solo a partire dal 1990, grazie all’Associazione progetto San Carlo Onlus, è iniziato il recupero della struttura che, al giorno d’oggi, può essere considerata uno dei maggiori luoghi d’interesse della zona. Al suo interno vengono organizzate visite guidate, eventi culturali e lo spettacolo teatrale itinerante “Antiche Mura”, una suggestiva rievocazione notturna per raccontare la storia e i segreti della grande fortezza.

 

 

Apertura al pubblico del bunker anti-aereo
Da ilgiornaledivicenza.it del 7 ottobre 2016

Dal Un'apertura al pubblico per presentare il bunker "Albergo Savoia". É in programma domenica dalle 16 alle 18. Il bunker è stato recuperato a fine agosto dagli alpini di Recoaro con le associazioni "Le Guide" e “ViviRecoaro” e la collaborazione della pro loco. La galleria in cemento armato, lunga 85 metri, fu costruita nel 1944 a servizio del quartier generale tedesco del gruppo di armata "C" in Italia e utilizzata fino al bombardamento aereo del 20 aprile 1945. Il rifugio antiaereo si trova in corrispondenza dell'albergo Savoia ed è uno dei tanti bunker antiaerei realizzati a Recoaro. Il più celebre è quello di Kesserling che si trova alla terme centrali e durante l'estate è visitabile. Il bunker è stato ripulito dal materiale che si era accumulato per 70 anni e che aveva parzialmente coperto gli ingressi. La struttura al momento non potrà essere visitabile liberamente perché non è stata messa in sicurezza.

Per quello si dovrà aspettare il finanziamento del Gal che dovrebbe consentire l'apertura del bunker e della galleria Gaspari pulita lo scorso anno sempre da volontari.  L.CRI.

 

 

Russia: USA affila armi nucleari contro Mosca. Al via mega esercitazione nei bunker antiatomici
Da mainfatti.it del 6 ottobre 2016
La tensione tra Stati Uniti e Russia continua a salire. Il Ministero francese della Difesa ha infatti reso noto attraverso un comunicato che il 22 settembre scorso due bombardieri russi Blackjack sono stati intercettati da 4 Paesi membri della NATO mentre volavano sulla costa atlantica, dalla Norvegia alla Spagna e viceversa. I caccia di Norvegia, Gran Bretagna, Francia e Spagna (due per ogni Paese) si sono alzati in volo, ma solo quando i jet russi erano ormai in prossimità dei rispettivi spazi aerei. Anche se in pochi lo fanno notare, il problema è che i due bombardieri russi sono stati intercettati solamente quando erano già vicini a Norvegia, Gran Bretagna, Francia e Spagna il che vuol dire che, in caso di guerra, la Russia molto probabilmente sarebbe riuscita a bombardare, perlomeno, le coste di questi Paesi. L'incursione dei due caccia è inoltre avvenuta lo stesso giorno in cui il Ministero degli Esteri islandese si è lamentato per il fatto che dei bombardieri Tupolev (nome russo dei Blackjack) hanno voltato tra i 1.800 e i 2.700 metri sotto un aereo di linea in volo da Reykjavik a Stoccolma. L'Islanda denunciò inoltre che i caccia avevano spento i loro transponder, il che li rende invisibili ai radar degli aerei di linea. Questo clima considerato finora da guerra fredda rischia però di arroventarsi. La scorsa settimana Zvezda, un media a livello nazionale gestito dal Ministero della Difesa russo, ha infatti riferito che "gli schizofrenici americani stanno affilando le armi nucleari contro Mosca". In sostanza, il Cremlino ha avvertito i cittadini che una guerra contro l'Occidente potrebbe essere imminente tanto che venerdì scorso è stato ricordato che la Russia possiede rifugi sotterranei (bunker antiatomici) in grado di ospitare 12 milioni di persone, un numero sufficiente per tutta la popolazione di Mosca. E tanto per non arrivare impreparati, dal 5 al 8 ottobre la Russia sta evacuando più di 40 milioni di persone nel corso di una esercitazione in vista di una guerra nucleare. Il ministero della Protezione Civile spiega infatti che l'esercitazione sarà suddivisa, in questi 4 giorni, in tre fasi e coinvolgerà oltre a 40 milioni di persone anche 200.000 specialisti della unità di soccorso oltre a 50mila attrezzature. Interessante ricordare come anche la Germania sia pronta ad attuare il primo Progetto di Protezione Civile (Civil Defense Concept) dai tempi della guerra fredda. In base a questo piano, i cittadini tedeschi saranno invitati per esempio a mettere da parte scorte di cibo ed acqua potabile, e ad avere a disposizione un generatore di corrente, del denaro contante ma anche medicine e attrezzature di primo soccorso. Tutto questo per mettere in sicurezza la popolazione "in caso si diffonde una nuvola radiottiva" o ci fosse un attacco biologico o chimico. La Germania inoltre starebbe pensando anche di ripristinare la coscrizione. Sante Mapelli Morro

 

 

Cosa vogliono farne dei Bunker
Da elzeviro.eu del 6 ottobre 2016
E' annosa la questione della salvaguardia di queste opere di difesa militari (della II guerra mondiale), ma ci sono novità...negative! A Siracusa, sulla costa della splendida Riserva Naturale del Plemmirio, degli appassionati di archeologia militare hanno segnalato (al fine di un intervento pubblico che ne tutelasse la salvaguardia) alla locale Soprintendenza la paventata, prossima demolizione di tre bunker prospicienti alla costa. La risposta, secondo quanto riportato dai canali d'informazione online, sarebbe stata: "è stato avviato il procedimento per il riconoscimento di interesse culturale, ma non ci sono altre soluzioni al di fuori dell'abbattimento dei bunker pericolanti, perchè c'è alto rischio per l'incolumità pubblica. Altrimenti bisognerebbe effettuare interventi altamente invasivi sulla costa." Siamo nel 2016, e "stiamo avviando il procedimento"? Logico che parecchi bunker, dopo 73 anni dalla fine della guerra in Sicilia, diventino "pericolanti", specie quelli che si trovino "a mollo". Perdonino però i tecnici: non si potrebbero consolidare le basi per mantenerli (non certo "raddrizzarli") nelle attuali condizioni di equilibrio statico? Non si tratta di uno sfregio alla natura visto che ormai fanno parte (sono pure mimetizzati ed esteticamente gradevoli) del paesaggio costiero (in questo specifico caso).

Peraltro i costi per "tenerli su" non possono essere tanto superiori a quelli della demolizione, considerando la difficoltà di accesso ai siti ed il "peso" di queste opere in calcestruzzo. La vicenda dei bunker in pericolo nel Plemmirio è indicativa. Non è vero, inoltre, che si fanno "sparire" solo quelli "pericolosi": ogni appassionato sa che non è cosi e cerca come può di porre rimedio. In conclusione: queste opere di archeologia militare, altrove salvaguardate e sfruttate per fini storico-ambientali con evidenti ricadute turistiche, da noi (in Sicilia specialmente) sono abbandonare a se stesse, si spera "solo" per incuria delle competenti autorità ed istituzioni. Si dica una volta per tutte, mezzo stampa od ufficiale, cosa se ne intende fare!

 

 

40 Milioni di Russi alle “Prove di un Disastro Nucleare” … qualche giorno dopo che gli USA hanno parlato di Guerra con Mosca
Da comedonchisciotte.org del 5 ottobre 2016
Ecco come si sgretolano le relazioni tra Russia e USA per effetto della escalation di una guerra per procura in Siria, che oggi ha raggiunto il suo apice con lo stop dato da Putin al negoziato con gli USA per lo smaltimento del Plutonio, poco prima che il Dipartimento di Stato USA annunciasse che avrebbe bloccato i negoziati , con la Russia, sulla Siria: Domani, per la prima volta, 40 milioni di cittadini russi, oltre a 200.000 specialisti delle ”divisioni della protezione civile” e di 50.000 macchinari prenderanno parte ad una dimostrazione della protezione civile su evacuazione in caso di disastri, come si legge sul sito Web del Ministero della Protezione Civile russo.

Secondo il ministero, una esercitazione della protezione civile coinvolgerà tutte le autorità esecutive federali, regionali e dei governi locali di tutta la Russia con il nome “dimostrazione della protezione civile in caso di grande disastro naturale o causato dall’uomo nella federazione russa”, che avrà luogo da domani, fino al 7 ottobre. Dato che il Ministero non specifica a che tipo di “disastro causato dall’uomo” si stia riferendo, da dover movimentare ben 40 milioni di russi e da farli prendere parte ad una esercitazione di emergenza, cercheremo di comprendere – dalle linee guida della emergenza – a cosa si stia “preparando” la Russia.

Il sito aggiunge che “l’obiettivo principale dell’esercitazione è mettere alla prova l’organizzazione della gestione degli eventi della protezione civile e della gestione delle emergenze degli incendi, per verificare il grado di preparazione delle istituzioni e delle forze della protezione civile a tutti i livelli, in caso di disastri naturali o artificiali e per mettere in atto le misure di protezione civile”.

Oleg Manuilov, Direttore del Ministero della Difesa Civile ha spiegato che questa esercitazione sarà una prova di come la popolazione dovrà rispondere ad un “disastro” in una situazione di “emergenza”. Maggiori dettagli sull’esercitazione , sulle Fasi 3- 4:

 Fase I : Organizzazione delle azioni di difesa civile In questa fase di notifica saranno convocati gli alti funzionari esecutivi delle autorità federali, regionali, dei governi locali e delle forze di protezione civile, per implementare il sistema di gestione della protezione civile a tutti i livelli e per stabilire il metodo di comunicazione e notifica della protezione civile. Dopo che il Centro Nazionale di Gestione Crisi avrà dato l’allarme a tutti gli organi di gestione, verranno allertate le autorità statali, le forze e le strutture di servizio e la popolazione utilizzando tutti i sistemi di notifica disponibili.

Fase II : Programmazione e l’organizzazione delle azioni di difesa civile. Preparazione di una squadra di difesa civile e delle strutture necessarie per rispondere a grandi calamità e incendi La fase prevede di implementare una inter-agenzia mobile multifunzionale tra le forze di protezione civile e le strutture di ogni distretto federale, per portare soccorsi e altre operazioni urgenti, per mettere in atto azioni di protezione civile e per dislocare speciali unità di protezione civile nei territori costituenti; mettendo in stand-by unità militari di soccorso, divisioni del servizio antincendio federale e unità di soccorso. Questa fase prevede di costituire una squadra, di attivare centri di controllo di backup e di raccogliere e scambiare informazioni nel settore della protezione civile.

Fase III : Organizzazione della gestione di azioni della protezione civile e delle altre forze per rispondere a grandi disastri e incendi. Questa fase si occuperà di gestire l’utilizzo delle squadre di protezione civile che contrasteranno grandi calamità e incendi, creeranno centri di controllo aerei e mobili, controlleranno lo stato delle strade per permettere l’evacuazione della popolazione, organizzeranno i servizi vitali; daranno il via alle unità di soccorso dei vigili del fuoco federali e dirigeranno le operazioni di monitoraggio nei siti potenzialmente pericolosi, lavorando a stretto contatto con le amministrazioni territoriali.

Fase IV : L’esercitazione metterà alla prova le protezioni dalle radiazioni, chimiche e biologiche a cui potrà essere esposto il personale e la popolazione in caso di emergenza presso strutture vitali e potenzialmente pericolose. Saranno controllati anche i sistemi di sicurezza antincendio, di protezione civile e di protezione umana delle istituzioni sociali e degli edifici pubblici. Saranno allestite unità di risposta e centri di monitoraggio radiologico, chimico e biologico e testati i messaggi igienico-sanitari da inviare alle aree di emergenza e alle reti di controllo dei laboratori in stand-by.

Il fatto che tra le misure preposte sia prevista una squadra di protezione civile per “disastri e incendi” e dei test per le “radiazioni, chimiche e per la protezione biologica”, è come una dichiarazione che la Russia sta mettendo in atto la sua più importante esercitazione di guerra nucleare, mai avvenuta dopo la fine della guerra fredda. Perché ora? Forse perché, oltre al forte deterioramento delle relazioni tra la Russia e l’Occidente – le tensioni sono ormai ai livelli della guerra fredda – un’altra risposta può venire da Joseph Dunford, Presidente del Joint Chiefs of Staff, che la settimana scorsa ha lanciato un monito al Congresso sul fatto che una No Fly Zone in Siria, come proposta recentemente da John Kerry, e il voler mettere al centro di tutto la strategia di politica estera di Hillary, si tradurrebbe in una terza guerra mondiale.

Durante una sua testimonianza al Senate Committee on Armed Services, la scorsa settimana il Gen. Joseph Dunford ha suonato l’allarme sul fatto che il cambiamento politico che sta guadagnando consensi all’interno delle sale di Washington, dopo la fine del cessate il fuoco mediato degli Stati Uniti e della Russia, in Siria, potrebbe tradursi in una grande guerra internazionale e che per questo motivo (lui) non sarebbe disposto ad appoggiare la proposta per una No.Fly Zone, chiesta dal Sen. Roger Wicker, del Mississippi, su proposta di Hillary Clinton, come risposta alle dichiarazioni della Russia e della Siria che hanno intensificato i bombardamenti aerei dei ribelli della zona orientale di Aleppo, dopo la dichiarazione del cessate il fuoco.

«E che cosa ne pensa della possibilità di controllare tutto lo spazio aereo per evitare che si buttino altre bombe? Cosa ne pensa di questa opzione?” – ha chiesto Wicker – “In questo momento, Sig. Senatore, per noi controllare lo spazio aereo della Siria vorrebbe dire andare in guerra contro la Siria e contro la Russia. Si tratta di una decisione abbastanza determinante che certamente io non ho intenzione di prendere”, ha detto il Presidente dei Capi di Stato Maggiore, intendendo che quel tioi di politica è sembrata troppo aggressiva, anche per i capi militari.

Tanto per ricordare, Hillary Clinton ha sostenuto fortemente una NO-Fly Zone sin da ottobre 2015, subito dopo l’iniziato della campagna di bombardamenti aerei russa per mantenere la stabilità del governo siriano. “Io personalmente sosterrei fin d’ora una No Fly Zone e corridoi umanitari per cercare di fermare la carneficina da terra e dal cielo, per cercare di capire che cosa sta accadendo e per cercare di arginare il flusso di profughi ” disse la Clinton in un’intervista alla NBC a ottobre 2015. Nonostante questi moniti, l’ex Segretario di Stato – e ora candidata presidenziale -mantiene la sua nota posizione aggressiva verso un cambio di regime e tutto ciò che riguarda la Russia ed ha continuato a sostenere questi punti, che stanno guadagnando consensi, nelle ultime settimane, fra i più alti diplomatici USA.

Ma la Clinton non è la sola: come ha scritto il WSJ a giugno, più di 50 diplomatici USA hanno firmato una nota di dissenso, chiedendo che l’amministrazione Obama si impegnasse in opzioni militari contro Assad, come ad esempio proclamando una NoFlyZone, se non addirittura un attacco diretto contro il regime siriano. La motivazione dei diplomatici è che la situazione in Siria continuerà a peggiorare senza un’azione diretta da parte dei militari USA, una argomentazione di dubbia legalità, se intrapresa unilateralmente, senza nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come scrive Sputnik, però l’ambasciatore americano all’ONU Samantha Power ha già buttato le basi per far applicare il “diritto di proteggere”, la controversa teoria di diritto internazionale, in cui si sostiene che l’opposizione russa a questa risoluzione dovrebbe essere ignorata, in quanto la Russia è una parte nel conflitto. La Russia, a sua volta, ha replicato che, se il regime di Assad dovesse cadere sarebbero i gruppi terroristici, tra cui l’ ISIS e al-Nusra che, probabilmente, colmerebbero il vuoto di potere che scenderebbe sul paese e lo trasformerebbe ancor di più in un grande porto del terrorismo internazionale.

In ultima analisi, il conflitto siriano è fondamentalmente dovuto al passaggio e al trasporto dell’energia, e se la Russia debba mantenere – o no – il suo dominio sulle importazioni di gas naturale verso l’ Europa, o se – una volta deposto il regime siriano – si potrà costruire una conduttura di gas naturale del Qatar – attraverso la Siria – per arrivare in Europa. Per quanto riguarda l’esercitazione per la guerra nucleare in Russia, possiamo solo sperare che certe idee su una guerra nucleare rimangano solo nel regno della pura teoria. Fonte: http://www.zerohedge.com/ traduzione di Bosque Primario

 

Castel Gandolfo: il torrione della Via Appia perde i pezzi, area delimitata
Da ilcaffe.tv del 5 ottobre 2016

 

Sul posto qualche giorno fa sono intervenuti i tecnici e gli operai dell'Anas per delimitare l'area pericolante per caduta massi.

Alla problematica si è interessato anche l'assessore all'ambiente e decoro urbano di Castelgandolfo Alberto De Angelis, che ha fatto un sopralluogo sul posto per esaminare la situazione e prendere le dovute precauzioni al riguardo per la sicurezza dei cittadini, automobilisti e passanti.

Il Torrione di via Appia risale al secondo secolo dopo Cristo ed è una delle tante tombe romane disseminate sulla via Appia, di interesse storico ed archeologico.

E' stato anche interessata la soprintendenza alle Belle Arti del Lazio. L.S.

 

 

Ordigni bellici nel cantiere del Mose: off-limits un area di un chilometro di diametro
Da veneziatoday.it del 5 ottobre 2016
Tutti schierati in laguna mercoledì mattina per le operazioni di rimozione di due residuati bellici ritrovati nell'area dei cantieri del Mose, nei pressi di forte San Felice, tra Ca' Roman e Sottomarina. La rimozione degli oggetti pericolosi era stata disposta nei giorni scorsi e programmata a partire dalle 11 del 5 ottobre, con durata prevista di due ore: sul posto si sono portati uomini dell'esercito, della capitaneria di porto, polizia, carabinieri e personale sanitario. Per l'occasione la guardia costiera ha emanato un'ordinanza per la necessità di prevenire eventuali incidenti e "a salvaguardia della sicurezza della navigazione e della pubblica incolumità". Le operazioni di recupero, spostamento e successivo brillamento degli ordigni sono avvenute tramite mezzo nautico del nucleo S.D.A.I. (sminamento difesa antimezzi insidiosi) di Ancona, assistito da un ulteriore natante segnalato con lampeggiante blu e altre unità appartenenti alle forze dell’ordine. Dalle 11 alle 13, di conseguenza, nell'area interessata le imbarcazioni devono procedere alla minima velocità necessaria per la manovra di governo, comunque tale da non creare movimenti ondosi che disturbino le operazioni. Inoltre durante le operazioni di brillamento lo specchio acqueo di forma circolare e raggio di 500 è interdetto a navigazione, sosta, ancoraggio edesercizio di qualsiasi attività di pesca, immersioni o mestiere marittimo.

 

 

Il Demanio chiede al Comune una lista dei presidi da salvare
Da cittadellaspezia.com del 4 ottobre 2016
La Spezia - Una ricognizione per aprire la strada verso nuovi finanziamenti che potrebbero arrivare dallo Stato e dall'Europa. E' per questo motivo che il Demanio ha chiesto una lista di beni sul territorio comunale della Spezia e l'Amministrazione, attraverso l'assessore e vicesindaco Ruggia, ha già fatto la sua lista. Le realtà messe in evidenza dal Comune sono molto conosciute ma quella che spicca su tutte è la storica Pieve di Marinasco. Questo storico presidio lotta con il tempo dal Decimo secolo e negli ultimi anni la sfida è stata quella di strapparla alla rovina totale. Trattandosi di uno degli edifici più antichi del territorio è stata la prima ad essere messa in lista dal Comune che nel censimento ha inserito anche le fortificazioni Parodi, Montalbano, le batterie Valdilocchi e Caporacca e le mura ottocentesche. La redazione di questa lista apre per la città nuove prospettive che con la riqualificazione di queste zone potrebbe puntare ad una nuova spinta anche per il turismo. "L'agenzia del Demanio - ha spiegato Ruggia che ha seguito tutta l'operazione ai taccuini di CDS - ha chiesto una ricognizione di quei beni che hanno rilevanza anche culturale nel territorio. Con questa richiesta il Demanio sta conducendo una schedatura per, speriamo, attingere ad una serie di finanziamenti". Attualmente per la Pieve di Marinasco sono già stati finanziati dalla Curia 400mila euro anche se il valore dell'intero progetto di riqualificazione ammonta a 1milione e 300mila euro. In particolare, costituisce uno dei più importanti poli di attrazione situati lungo l'Alta Via dei, Golfo, percorso collinare che partendo dalla foce del Magra consente di raggiungere Porto Venere situato all'altra estremità del Golfo della Spezia, e connesso al sistema di fortificazioni collinari. La chiesa attualmente è chiusa a causa di dissesti e crolli parziali, ma è oggetto di un un intervento di consolidamento generale che, una volta ultimato, ne consentirà la riapertura al pubblico. CHIARA ALFONZETTI

 

 

"La Grande Guerra da ponte a Ponte": all'insegna della scoperta del paesaggio sulla Piave
Da trevisotoday.it del 4 ottobre 2016

Domenica 9 ottobre 2016 i Comuni di Sernaglia, Vidor, Moriago e Susegana saranno uniti in un evento che promuove il percorso storico-emozionale "La Grande Guerra da Ponte a Ponte". Il percorso "La Grande Guerra da Ponte a Ponte" è un progetto finanziato dalla Regione Veneto nel 2012 e dai quattro comuni in occasione della commemorazione del Centenario della Grande Guerra: trincee, bunker, gallerie, e grotte presenti lungo la Piave sulla prima linea Austro-Ungarica dal Ponte della Priula al Ponte di Vidor sono stati recuperati, messi in sicurezza e collegati attraverso un percorso segnalato. L'Associazione Da Ponte a Ponte, nata allo scopo di promuovere il percorso, organizza l'evento "La Grande Guerra Da Ponte a Ponte", invitando tutte le associazioni presenti nei 4 comuni ad accogliere i visitatori e spiegare loro le peculiarità del territorio. Ogni anno l'epicentro dell'evento cambia di comune in comune: quest'anno il centro della manifestazione sarà il Comune di Sernaglia della Battaglia, a Falzè di Piave presso il parco al passo barca. Qui si troverà l'info point per la distribuzione di materiale informativo, ed avranno luogo diversi appuntamenti durante tutta la giornata: spiegazioni storiche sulla Grande Guerra, cerimonia istituzionale con coro degli alunni delle scuole elementari, pranzo sulle rive della Piave,, passeggiate sul Passo Barca, le Volpere, le ex fornaci, il monumento agli Arditi, i bunker della Prima Guerra Mondiale. Un vecchio laboratorio di giunco ospiterà la mostra "Pezzi" in un percorso espositivo su due livelli: le testimonianze del passato come la produzione di oggetti ritrovati quasi casualmente in questo luogo, e la rilettura in chiave moderna dei monumenti storici del Comune da parte degli studenti della scuola secondaria, un esempio di come i giovani elaborino e vedano il tema della Grande Guerra , proponendo opere totalmente diverse e originali. Nel pomeriggio ci saranno laboratori didattici per bambini, riflessioni sul tema della Piave e sul futuro di questo fiume così fragile e maltrattato, insieme a coloro che da anni si prodigano per farlo sopravvivere. A chiusura dell'evento ci sarà la proiezione di "Chiamala Piave" un breve documentario che raccoglie le interviste alle persone che vivono ed hanno vissuto la Piave, e di come questo fiume sia cambiato negli anni. A Fontigo il Centro di Educazione Ambientale "Media Piave" sarà aperto alla mattina dalle 9 alle 11,30, con spiegazioni sui reperti raccolti nella parte di museo dedicata alla Grande Guerra. A Colfosco di Susegana la passeggiata dalla chiesa di Sant'Anna partirà alle 9,00: tra i punti nascosti e suggestivi, in un bosco, si trova una grotta usata dall'esercito Austro-Ungarico come area di ricovero per i militari. Un'escursione in mezzo alla natura che riporta indietro nel tempo. In zona  villa Jacur vi sono inoltre ponti dell'epoca romana, a testimonianza di una storia ancora più antica A Vidor alle 9,00 si partirà da Piazza Zadra alla scoperta del Col Castello, Col Marcon con storie del castello e della grande guerra e l'abbazia di Santa Bona con visite al parco, alla chiesa ed al chiostro . A Moriago dalle 9,00 alle 11,30 presso il parco dell'Isola dei Morti verranno raccontate le vicende che hanno reso sacro questo luogo e le storie dei monumenti che si trovano all'interno. Si consiglia di attrezzarsi con abbigliamento sportivo e scarpe da trekking. Questa Iniziativa viene realizzata con il contributo della Regione del Veneto, ai sensi della legge regionale 1/2008, art. 102, nell'ambito del programma per le commemorazioni del centenario della Grande Guerra. Per maggiori informazioni potete consultare il sito: www.ww1daponteaponte.com o la pagina fb ww1 da ponte a ponte

 

 

La Terra Santa delle fortezze
Da avvenire.it del 2 ottobre 2016

Tanti visitatori moderni attraversano la Terra Santa privilegiando giustamente i luoghi biblici strettamente intesi, per poi tuttavia ripartire senza avere colto tanti aspetti della storia di questa regione fra il 1099 e il 1291 (dalla conquista di Gerusalemme alla caduta di S. Giovanni d’Acri, ultimo baluardo della cristianità latina orientale), date di inizio e fine della presenza crociata, ricca di significati e personaggi straordinari pur essendo stata resa possibile da un’idea della 'guerra santa' che la Chiesa ha da tempo ripudiato. Eppure i Luoghi Santi oggi visitati da pellegrini e turisti hanno quasi tutti l’aspetto creato nel Medioevo, soprattutto durante i due secoli di occupazione crociata; anche dove edifici di epoche precedenti hanno conservato una parte rilevante dell’aspetto originario, o altri di epoche successive sono stati sovrapposti, il dominio della cristianità occidentale nei secoli XII e XIII ha lasciato tracce di varia profondità e ben visibili, alle quali si aggiungono quelle che la ricerca archeologica riporta continuamente alla luce. Dalla conquista di Antiochia alla fine dell’XI secolo, fino al termine della presenza latina, l’attività costruttiva o anche di semplice riparazione e manutenzione degli edifici ha dato un’impronta indelebile a questa terra, grazie a un’opera incessante svolta dai crociati veri e propri ma anche dagli altri cristiani (soprattutto pellegrini), i quali spesso si vedevano promettere benefici spirituali in cambio anche di semplice manovalanza nelle fortezze. Merito condiviso nel campo avverso, dove nemmeno i sultani disdegnavano di farsi manovali per onorare la propria fede nei cantieri dei castelli, propri o tolti al nemico. Il castello medievale dei secoli XI-XIII non è generalmente rappresentato in maniera realistica nell’arte del suo tempo, che è simbolica e stilizzata: infatti l’edificio eretto a scopo militare è spesso raffigurato mediante una semplice torre, talvolta poche di più, e con una singola cortina muraria. Inoltre, fra noi e il castello medievale si interpone il luogo comune che lo fa spesso immaginare come una reggia fortificata con accenni stilistici 'disneyani', ricca di arredi e ornamenti pregiati fra i quali si aggirano personaggi agghindati alla moda del tempo. Abbigliamento degli occupanti a parte, in realtà questi castelli erano severe macchine da guerra: sobrie e funzionali, appena ingentilite dalle inevitabili dotazioni di edifici sacri e botteghe artigianali, per le necessità spirituali e materiali della guarnigione e delle relative famiglie. Rarissimi gli abbellimenti scultorei e i mosaici, poco frequenti gli affreschi, almeno a giudicare dalle scarse parti sopravvissute: qualcosa di più si è conservato nel siriano Crac des Chevaliers, il quale però era poco meno che una città fortificata e ospitava attività variegate, soprattutto servizi per la guarnigione. Per conoscere meglio questa realtà conviene allora partire dalle cronache e dalle opere letterarie anteriori al più delicato mondo cortese, nelle quali sono rarissimi i riferimenti alla bellezza e alle comodità dell’edificio, giudicato piuttosto per la sua efficienza militare. Ed è proprio la severa, marziale sobrietà a rendere affascinanti questi castelli, anche oggi quando sono ridotti a rovine. Nell’Oriente dei crociati, in inferiorità numerica rispetto alle inesauribili risorse demografiche dei popoli arabo-turchi, il castello era un’arma indispensabile sia per la difesa sia per dare sostegno logistico alle campagne di conquista di territori a loro volta bisognosi di sicurezza: era infatti impossibile, una volta delimitata una frontiera con l’islam, presidiare un confine continuo e le poche truppe disponibili avevano bisogno di punti fortificati sparsi dai quali controllare il nemico, effettuare qualche puntata esplorativo-offensiva e, in caso di minaccia, accogliere dietro solide mura le popolazioni del territorio invaso e le necessarie scorte di acqua, viveri (anche per il bestiame) e armi. La strategia del regno crociato prevedeva che i grandi eserciti nemici, quasi sempre superiori nel numero, fossero semplicemente tenuti a bada evitando lo scontro campale che, in caso di sconfitta cristiana, avrebbe causato la caduta di innumerevoli città e castelli; infatti, mentre i signori musulmani di Egitto e Siria disponevano di riserve umane e materiali illimitate, oltre che di linee di comunicazione più brevi e sicure, i cristiani erano a corto di tali risorse e ogni perdita di uomini, cavalli, armi e fortificazioni era difficilmente compensabile, considerata la difficoltà di far affluire rinforzi lungo le rotte mediterranee o le vie dei Balcani e dell’Asia Minore, queste ultime progressivamente chiuse. Inoltre, quando si trattava di affrontare il nemico in battaglia campale, le guarnigioni dovevano raggiungere l’esercito del regno; e quando questo venne annientato ad Hattin presso il lago di Tiberiade nel 1187, i castelli, rimasti pressoché indifesi, caddero l’uno dopo l’altro come pedine del domino, spesso per fame o dopo aver accettato l’ultima offerta del nemico, che prometteva la libera e sicura evacuazione in cambio della fortezza. Fu ciò che accadde a La Fève, poco prima di Hattin: allo sgomento esploratore che cercava compagni e notizie sui movimenti del nemico, apparvero un portone spalancato, un edificio abbandonato e una guarnigione costituita da appena due uomini, che giacevano malati in una stanza. Nei quasi 200 anni di permanenza crociata, la necessità di costruire edifici militari o religiosi (spesso non facilmente distinguibili tra loro, dati i tempi) oppure di ripararli per eliminare i danni inflitti durante gli assedi fu la causa principale di un fervore edilizio raramente eguagliato nella storia.

 

 

«1906-1918, un Leone fra Brenta e Cismon» - Di Luca Girotto
Da ladigetto.it del 2 ottobre 2016
Agli inizi dello scorso mese di giugno era uscito il libro «La regione fortezza», decisamente monumentale, scritto da Nicola Fontana ed editato dal Museo della Guerra di Rovereto, che riportava tutte le fortificazioni erette in Trentino Alto Adige dall’Impero Austro Ungarico a difesa dei propri confini sud occidentali, non tanto dall’Italia quanto dalla Francia. Un totale di 700 pagine che riportavano tutto quello che c’era da sapere sulle fortificazioni costruite «di qua» del vecchio confine. Un mese prima veniva presentato un altro volume, intitolato «1906-1918 Un leone fra Brenta e Cismon», scritto da Luca Girotto ed editato da Edizioni DBS. Abbiamo citato le due pubblicazioni perché presentano le evidenti analogie di un medesimo argomento visto da chi stava al di là e al di qua del vecchio confine. La differenza sostanziale delle due opere sta nel fatto che la prima raccoglie in maniera dettagliata «tutte» le fortificazioni del Trentino Alto Adige, senza però riportare alcun fatto d’arme in cui siano state coinvolte. La seconda invece parla di una sola fortificazione ma ne riporta tutto ciò che c'è da sapere. Vale la pena ricordare in proposito che un altro libro, intitolato «Tappe della disfatta» e scritto dall’ex ufficiale austriaco Fritz Weber che aveva passato metà della Grande Guerra in uno dei forti degli altopiani di Folgaria -Lavarone, rappresenta una pietra miliare per conoscere la guerra tra i forti. Ma poco o nulla si sapeva dei forti eretti dall’altra parte del confine. Il libro «Un leone fra Brenta e Cismon» è una grande opportunità per colmare parte di questo vuoto. A monte di tutto sta il fatto che sia l’Italia che l’Impero Asburgico, ipocritamente impegnati nella alla Triplice Alleanza, avevano costruito dei forti a difesa dei propri confini in comune. Ha cominciato prima l’Impero Austro Ungarico, sia ben chiaro, per i motivi che abbiamo detto. Ma a fine 800 appariva chiaro ormai a tutti che prima o poi qualcosa di grosso sarebbe accaduto. Di qui l’iniziativa del Regno d’Italia che, cercando di non farsi notare (come se fosse stato possibile), aveva costruito dei forti opposti a quelli austriaci sugli altopiani.  La logica era quella di impedire un’invasione, non quella di attaccare. Tuttavia, allo scoppio della guerra, i comandanti non esitarono un solo momento per scatenare i reciproci bombardamenti.  A quale scopo? Nessuno, se non quello di ricoprirsi di gloria come, al contrario, riuscivano a fare i colleghi impegnati sul fronte dell’Isonzo. Gli Italiani provarono anche a sfondare la linea dei forti e quasi ce le fecero, anche se le fasi successive – quelle di avanzare nel territorio trentino – non erano neanche prese in considerazione dagli uffici predisposti a pianificare le operazioni. Anche gli austriaci provarono a sfondare la linea dei forti italiani con l’Offensiva di Primavera, la Strafexpedition. E loro riuscirono a mettere in crisi il Regio Esercito Italiano per poco più di un mese, sfondando le linee per alcune decine di chilometri. Non di più neanche loro, perché la Grande Guerra non era una guerra di movimento. Solo a Caporetto vennero cambiate le regole di attacco per iniziativa degli strateghi tedeschi. Quello che non sapevamo è ciò che accadde nei due periodi più critici per l’Italia (Strafexpedition e Caporetto, appunto) sui fronti meno importanti, come quello  dove era sorta la serie «minore» di fortificazioni italiane di cui al libro di Luca Girotto. Tra la fine dell’800 e il primo decennio del 900, il Regio Esercito aveva costruito una serie di «tagliate» nei fondovalle dei fiumi Brenta e Cismon. Poi aveva avviato i lavori per la costruzione di fortificazioni sulle cime principali dei monti che si trovano tra i due fiumi. Queste ultime erano costituite da una serie di fortezze finalizzate a resistere agli attacchi austriaci e sparare con i cannoni da postazioni sicure.  Le costruzioni avvennero in funzione alle disponibilità di bilancio del Regno d’Italia e secondo le indicazioni del Genio militare dell’esercito. Nacquero delle opere belle sotto tutti i punti di vista, dotate ci camminamenti, casematte, depositi di tutti i generi, generatori di energia elettrica, elevatori per i proiettili, torri girevoli e torrette a scomparsa. Ma alla fine il tutto era ormai superato. I nostri militari non avevano potuto tener conto della capacità devastante dei nuovi giganteschi obici austriaci, i cui proietti erano in grado di penetrare anche per cinque metri prima di esplodere.  A fronte dei nostri cannoni da 149/35 il nemico disponeva di mortai da 210, 240, 305, 380 e 420. Gli effetti di queste armi mostruose vennero alla luce solo al bombardamento di Liegi e Namur, quando le fortezze belghe (peraltro più resistenti delle nostre) vennero devastate nel vero senso della parola. Ma altri due errori, uno tattico e uno strategico, avevano accompagnato le costruzioni fortificate. Il primo era un errore di concetto. Portare in montagna dei cannoni a tiro teso e non parabolico rendeva praticamente inutile l’utilizzo dell’artiglieria, perché non era in grado di sparare oltre le montagne come invece possono fare i mortai e gli obici. Il secondo era un errore propriamente bellico. Atteso che le fortificazioni erano per propria natura difensive, in quanto non in grado di spostarsi, erano nate sul presupposto che in quel tratto il fronte non sarebbe stato mai impegnato i grandi battaglie. Quello che non era stato valutato è che con lo scoppiare del conflitto i due eserciti adeguarono i propri confini per portarsi in posizioni più difendibili.  L’Austria arretrò le proprie linee e l’Italia avanzò per occupare i territori abbandonati dal nemico. La conca del Tesino fu occupata dal Regio Esercito senza colpo ferire, proprio per questo assestamento del fronte. Ma proprio questo aveva messo fuori gioco i forti eretti tra il Brenta e il Cismon. La gittata dei cannoni e le tavole di tiro portavano a postazioni dove ormai c’erano i nostri militari. Resi praticamente inutili fin dall’inizio, il comando d’armata iniziò pian piano a disarmare i forti, perché i cannoni da 149 erano indispensabili altrove. La Stafexpedition della primavera 1916 accelerò i tempi, per cui mitragliatrici e cannoni vennero trasferiti per far fronte al nemico sugli altipiani. Un lavoro ciclopico peraltro, perché si trattava di installazioni fisse, con materiali che pesavano anche tonnellate e incastonati nelle postazioni. Da notare che al posto dei cannoni, per trarre in inganno gli austriaci, vennero messi dei tronchi. E, a quanto pare, il bluff era riuscito.
Quando poi l’emergenza degli altopiani rientrò, le fortificazioni non vennero riarmate per i motivi che abbiamo visto. Servirono da caserme, magazzini, stalle e quant’altro. E si arriva al 1917, l’anno di Caporetto.
Cadorna, superato lo shock iniziale e reagito all’impreparazione allo sfondamento dell’ala sinistra del fronte isontino, riuscì a impedire che la ritirata divenisse una rotta, portando l’esercito al riparo sulle linee naturali del Piave e delle montagne del Grappa e degli altipiani.
Come si può capire, la divisione che occupava la Valsugana, il Tesino e il Bellunese, dovette ritirarsi in pianura dietro le nuove linee stabilite dal Comando supremo. E qui si rivelò strategico il sacrificio di un battaglione comandato dal maggiore Olmi che affrontò l’incalzare delle truppe austro ungariche per consentire alla massa di manovra di defilarsi senza perdite eccessive.
Con questa ritirata fu necessario abbandonare i forti tra il Brenta e il Cismon. Alcuni vennero fatti brillare, altri, come Forte Leone, venne lasciato intatto perché i nostri soldati avevano opposto resistenza fino all’ultimo.
A quel punto gli austriaci si accorsero che i cannoni erano finti e che il forte era utilizzato a caserma.
Ciò non toglie che la conquista del forte fu pubblicizzata al massimo della stampa austro ungarica. E, in una fotografia destinata a passare alla storia (foto qui sopra), è stato immortalato l’Imperatore Carlo che osserva una torre del Forte, con tanto di tronco d’albero a imitazione del cannone da 149.
Quando poi gli austriaci, a fine ottobre 1918, dovettero «risalire le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza», prima di abbandonare Forte Leone lo fecero brillare.
Ma non fecero troppi danni. Il forte è ancora lì ed è visitabile.Tutto ciò che abbiamo raccontato in questo servizio può essere letto nei dettagli riportati nelle 300 magnifiche pagine scritte da Luca Girotto nel libro Un Leone tra Brenta e Cismon, arricchite da altrettante fotografie inedite e da disegni originali della costruzione del forte. Non solo, alla fine l’autore dà opportuni consigli a chi desidera andare a visitare ciò che resta del forte, che un po’ alla volta viene restaurato dal comune cui appartiene. Insomma, si tratta di un libro decisamente importante per chi ama studiare la Grande Guerra.  G. de Mozzi

 

 

Bunker in Sicilia – Ma riguarda tutta l’Italia
Da lavalledeitempli.net del 2 ottobre 2016
Riprendo ancora una volta l’annosa questione della salvaguardia di queste opere di difesa militari della II guerra mondiale perché ci sono novità…negative !! A Siracusa, sulla costa della splendida Riserva Naturale del Plemmirio, degli appassionati di archeologia militare hanno segnalato al fine di un intervento pubblico che ne tutelasse la salvaguardia alla locale Soprintendenza la paventata, prossima demolizione di tre bunker prospicienti la costa. La risposta, secondo quanto riportato dai social, sarebbe stata: “è stato avviato il procedimento per il riconoscimento di interesse culturale, ma non ci sono altre soluzioni al di fuori dell’abbattimento dei bunker pericolanti, perchè c’è alto rischio per l’incolumità pubblica. Altrimenti bisognerebbe effettuare interventi altamente invasivi sulla costa“. Signori miei… siamo nel 2016 e “stiamo avviando il procedimento” ? Logico che parecchi bunker, dopo 73 anni dalla fine della guerra in Sicilia, diventino “pericolanti“…specie quelli che si trovino “a mollo” (vedi foto allegata). i scusino però i tecnici: non si potrebbero consolidare le basi per mantenerli, non dico certo "raddrizzarli”, nelle attuali condizioni di equilibrio statico? Non ritengo sia uno sfregio alla natura visto che oramai fanno parte, sono pure mimetizzati ed esteticamente gradevoli, del paesaggio costiero (in questo specifico caso). Peraltro ritengo che i costi per “tenerli su” non possano essere tanto superiori a quelli della demolizione, considerando la difficoltà di accesso ai siti ed il “peso” di queste opere in calcestruzzo. La vicenda dei bunker in pericolo nel Plemmirio è indicativa. E poi non è vero che si fanno “sparire” solo quelli “pericolosi“, ogni appassionato sa che non è cosi e cerca come può di porre rimedio. Ribadisco in conclusione: queste opere di archeologia militare, altrove salvaguardate e sfruttate per fini storico-ambientali con evidenti ricadute turistiche da noi, in Sicilia specialmente sono abbandonare a se stesse, spero “solo” per incuria delle competenti autorità ed istituzioni. Si dica una volta per tutte, sulla stampa, cosa se ne intende fare! Vincenzo Mannello

 

 

Recco: statua di San Francesco posta ieri sul bunker tedesco
Da levantenews.it del 1 ottobre 2016
Domenica 2 ottobre, con due giorni di anticipo rispetto alla festa in omaggio al Patrono d’Italia, San Francesco, Recco rinnova la tradizione.

Durante la Messa cantata delle 11.00 presso la chiesa di San Francesco, il sindaco Dario Capurro accenderà la lampada della pace presso l’altare del santo.

Al termine della celebrazione liturgica ci sarà la benedizione della statua di San Francesco posizionata ieri mattina con una potente gru della ditta Vernazza, sul bunker, costruito nel giardino del convento dai tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, quando si temeva uno sbarco angloamericano in Liguria.

Un gesto altamente simbolico dove San Francesco, santo della pace, sovrasterà un simbolo della guerra.

La statua del santo è stata realizzata con la collaborazione del Comune.

 

 

Rocche e fortificazioni della provincia di Verona: il Castello di Zevio
Da veronasera.it del 29 settembre 2016
A guardarlo adesso sembra più una villa e in effetti nel castello di Zevio la famiglia Sagramoso ha ricavato nel '600 una dimora. Ma prima era stata una fortezza, di origine incerta e antica, probabilmente già presente nel territorio ai tempi di Re Teodorico, magari non proprio con le fattezze di un castello. Successivamente diviene una roccaforte longobarda contro le invasioni barbariche provenienti da ovest. Il primo documento che accerta la presenza del castello è del 920 e due secoli dopo la costruzione ha rischiato di essere distrutta durante una sommossa. Passa poi di mano agli scaligeri, ai Visconti e infine a Venezia. L'incuria durante la dominazione veneziana portò alla rovina parziale del manufatto che dopo il '500 fu progressivamente spogliato della sua funzione militare. Si arriva così al XVII secolo e quindi ai Sagramoso che trasformarono il castello in una villa dove la nobile famiglia soggiornava. Non era la loro residenza, ma veniva utilizzata come dimora per lo svago oppure per organizzare eventi importanti. Divenne un'abitazione vera e propria nel '700, su disegno di Adriano Cristofoli. Dal 1868 il castello di Zevio diventa proprietà comunale, cambiando nel tempo la sua funzione.

Passò da essere sede di un asilo a caserma dei carabinieri e poi ancora sede scolastica. Adesso, dopo il restauro di fine anni '80 è sede del Comune, vicino a un bellissimo parco e ancora circondato dal fossato.

 

 

FAI, In testa ai Luoghi del Cuore il forte San Felice di Chioggia
Da lapiazzaweb.it del 28 settembre 2016

Grande successo per il forte San Felice nel censimento dei “Luoghi del Cuore”, organizzato dal Fondo Ambiente Italiano. La raccolta firme, che si concluderà il 30 novembre, sta procedendo positivamente e, per ora, ci sono tutte le premesse affinché il sito storico di Chioggia possa beneficiare dei finanziamenti concessi ai primi cinque classificati. Con i suoi 8 mila 321 voti, il sito di Chioggia è risultato il secondo più votato in Italia, dopo l’area archeologica di Capo Colonna, a Crotone. Esprime soddisfazione il presidente del comitato per il recupero del forte, Erminio Boscolo Bibi, storico, strenuo promotore della causa, che adesso fa un appello ai cittadini, i soli che possono contribuire, senza alcun costo, al recupero della fortificazione. ll complesso, che occupa un’area di 21 mila metri quadrati e risale ai tempi successivi alla Guerra di Chioggia (1379-1381) e sistemato nel Sedicesimo secolo ad opera della Serenissima nel quadro del potenziamento difensivo delle bocche lagunari e di porto, versa attualmente in uno stato di forte degrado. Tanti i progetti di recupero prospettati che, però, sono rimasti lettera morta, a causa della mancanza di fondi. La speranza, adesso, è che il Fai, fondazione senza scopo di lucro, possa ammettere il sito tra quelli beneficiari dei finanziamenti. Tutto, però, dipenderà da quanto i cittadini si spenderanno per la loro città, accedendo al sito internet iluoghidelcuore.it e dando la propria preferenza al forte. Tra le intenzioni dei sostenitori del recupero, considerato l’attuale stato di abbandono, vi è quella di far diventare l’area verde del forte un parco pubblico. Tanti, nel tempo, sono stati i progetti avanzati dalle varie amministrazioni comunali. Ultimo, in ordine di tempo, quello relativo all’istituzione di un parco a carattere storico – naturalistico, con percorsi turistici che comprenda, oltre al Forte San Felice e alla sua area verde, anche l’isola di Ca’ Roman, con Forte Barbarigo e l’ottagono di Ca’ Roman. Ma la priorità assoluta è quella di procedere alla messa in sicurezza, al restauro e al consolidamento degli edifici decadenti e al recupero delle strutture parzialmente crollate. “Non smettiamo di raccogliere e far raccogliere firme per il forte — dice Erminio Boscolo Bibi, soddisfatto del risultato raggiunto finora — allargando il campo anche a persone fuori Chioggia, con cui abbiamo rapporti di amicizia, parentela, lavoro. Nel 2014 abbiamo avuto uno strepitoso successo: circa 18000 firme raccolte tra persone di ogni età, di ogni ceto sociale, di ogni livello culturale, di ogni orientamento politico, hanno collocato il nostro Forte al quindicesimo posto nella classifica nazionale, al primo posto nel Veneto. Nonostante questo non si è ancora riusciti a spingere gli enti competenti ad agire seriamente, al di là di buoni propositi che finora non si sono tradotti in risultati concreti. La strada per la salvaguardia e il recupero del forte è ancora lunga”. Andrea Varagnolo

 

 

Ponti, un regno di arte e creatività a Forte Ardietti
Da gazzettadimantova.it del 27 settembre 2016
PONTI SUL MINCIO. Il forte Ardietti di Ponti sul Mincio sabato e domenica sarà il regno della creatività ready-made. Durante la due giorni una quarantina di espositori da tutta Italia mostreranno l’arte di ridare nuova vita agli oggetti. L’iniziativa, dal titolo Ricreazione contemporanea, parte da un’idea di Maurizio Righetti in collaborazione con Anna Bulgarini, Lara Fezzardi e Corrado Bocchi. «È una mostra- dice Bocchi - dedicata alle idee innovative». Arte, moda, design, architettura e cucina: sono questi gli elementi cardine dell’iniziativa. Anche Mantova parteciperà all’evento mettendo in campo alcuni suoi artisti che esibiranno il loro talento e la loro fantasia. Troviamo, ad esempio, Francesco Cozzani e Stefano Baraldi, due dei responsabili del negozio Circus di via Calvi dove si è tenuta la presentazione del programma. Francesco si occupa di biciclette d’epoca restaurandole o personalizzandole. La passione di Stefano invece sono le scarpe, sia nuove che usate, che rende uniche lavorandole con borchie, disegni, ruggine, foglie in oro. La ruggine poi può essere impressa anche su t-shirt e felpe che si trasformano in pezzi originali ed esclusivi. E poi Lara Fezzardi porterà i suoi abiti di carta, Corrado Bocchi lampade e lampadari rivisitati, mentre i ragazzi del laboratorio floreale Alter Ego di Castiglione prepareranno installazioni con i fiori. Presente anche Roberto Pedrazzoli, ex assessore provinciale alla cultura, che presenterà il suo lavoro artistico su dei manichini. Lo spazio gastronomia sarà gestito poi dalle pro loco di Castel Goffredo e Ponti sul Mincio e si potranno assaggiare piatti sempre ready-made come potrebbero essere i capunsei che nascono grazie al pane grattuggiato. Il prezzo del biglietto è di 5 euro ed è valido per entrambe le giornate. Barbara Rodella

 

 

La base del Conero è davvero della Nato?
Da e-cronaca.blogspot.com del 27 settembre 2016
Continuano a sorgere dei dubbi circa il fatto che il monte Conero sia tuttora una base della Nato. Negli elenchi delle oltre cento basi definite Usa e Nato, cioè controllate dalla coalizione atlantica o direttamente dagli Stati Uniti, il Conero non compare. Abbiamo visionato i siti kelebekler.com, disarmiamoli.org, disinformazione.it e anche byebyeunclesam.files.wordpress.com, nei quali viene segnalata nelle Marche la sola base di Potenza Picena, dotata di un "Centro radar Usa con copertura Nato." Come mai pertanto a così breve distanza, visiva e chilometrica, la Nato avrebbe installato un'altra stazione di controllo radar? In realtà in qualche sito come nogeoingegneria.com il monte Conero viene segnalato e ne viene indicato lo stesso scopo che si può leggere su Wikipedia. Il Conero avrebbe orientato i suoi radar, "forse", precisa il compilatore dell'elenco, sul Medio Oriente. Cosa impedisce ai radar di Potenza Picena di assolvere la stessa funzione? Le colline dell'ascolano? E' un fatto che, durante le recenti guerre degli Stati Uniti, del Conero non si è mai parlato, neanche nelle cronache locali.

 

Dalla parte dei forti
Da laspezia.cronaca4.it del 26 settembre 2016

PORTO VENERE – La scorsa domenica è stata una giornata importante e “campale” per l’associazione “Dalla parte dei forti”, che è riuscita a gestire più iniziative contemporanee in luoghi diversi, con un numero elevato di presenze. Infatti mentre i grosso dell’Associazione stava operando in Palmaria per la manifestazione legata alla rievocazione della trasmissione radio di soccorso del dirigibile Italia, oltre a garantire l’apertura della torre corazzata Umberto I a due numerosi gruppi di escursionisti (uno dell’associazione Mangia Trekking e un altro del CAI), altri volontari dell’associazione garantivano consulenza e spiegazioni tecniche ad un’altra escursione (organizzata dal il Labter) che si teneva lungo i sentieri del Monte Santa Croce. Il cuore della giornata è stata comunque l’attività in Palmaria, circa 400 presenze registrate a fine giornata, dove si sono svolti due distinte conferenze seguite da un folto pubblico, in entrambi i casi la buona capienza delle sala non è bastata a soddisfare tutti gli intervenuti. L’evento internazionale, organizzato dall’associazione “Dalla parte dei forti” e dal Museo Tecnico Navale della Spezia, con il patrocinio del Comune di Porto Venere, era quello della rievocazione della mitica trasmissione radio che portò al salvataggio dell’equipaggio del Dirigibile Italia schiantatosi al Polo Nord. “Rispondete via ido 32. L’ondina del Dirigibile Italia torna a trasmettere”, questo il titolo della giornata prevista in Palmaria, dove saranno effettuate trasmissioni radio con gli apparati radio originali recuperati dal dirigibile Italia nel 1928 (Ondina Campale S), ci si metterà in comunicazione con il Cssn (Centro di supporto e sperimentazione navale della Marina Militare), con il Museo della scienza e della tecnica di Milano (dove è conservata la Tenda Rossa) e con il rompighiaccio Krassin (la nave che salvò i superstiti della spedizione) conservato a San Pietroburgo e con chiunque al mondo capterà i messaggi. In due mesi di progetto sperimentale di apertura della torre corazzata Umberto I, dopo aver ottenuto una convenzione dal Comune di Porto Venere _ spiega il presidente Saul Carassale _ siamo riusciti a garantire una costante frequenza di visitatori, il tutto senza ancora promuovere in modo pressante le attività svolte in questa struttura. Ma cosa più importante siamo riusciti a far conoscere la reale destinazione di questo luogo, spiegando che cos’era, perché era stata costruita e come stata trasformata nel tempo. Questo è un luogo vivo, può essere utilizzato, così come ogni altra fortificazione, per mille iniziative. Ma è anche un qualcosa che ci racconta una storia, che è patrimonio del nostro passato e del nostro presente, con importanti aspetti tecnici. Il nostro obiettivo è quello di raccontare la storia, parlando anche di tecnologia di architettura e della piccola storia dei singoli personaggi che hanno vissuto e lavorato in queste fortificazioni, del sistema fortificato del Golfo della Spezia”. L'Associazione "Dalla parte dei forti” opera in tutto il golfo della Spezia con progetti, diversi collaborando con enti ed istituzioni storiche culturali, con associazioni ricreative, con privati e con realtà scientifiche. Nei prossimi mesi verranno sviluppate altre attività di recupero e valorizzazione di siti fortificati, anche in città, mentre sono in programma alcune conferenze per raccontare eventi suggestivi della storia spezzina.

 

 

Una domenica da record, Palmaria superstar
Da cittadellaspezia.com del 26 settembre 2016

Golfo dei Poeti - Un evento che ha portato in un sol colpo tantissimi amanti dell’alpinismo lento sulla Palmaria. Tanto che i residenti dell’isola raccontano di non aver mai visto “un biscione” così grande in movimento . “L’isola che c’è” si è letteralmente riempita di escursionisti. Sul “Sasso Piatto” non vi era posto per contenerli tutti Parchi di Mare e della Montagna Appenninica si è confermato ancora una volta, un progetto di notevole successo. Possono quindi esser ben felici i promotori dell’evento, Parco Regionale Naturale di Porto Venere, Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano ed associazione Mangia Trekking. A far da guida e determinare il successo della significativa giornata attraverso le meraviglie dei sentieri, delle coste e dei panorami che si osservano dall’isola, sono stati diversi elementi. Il libro “Progetti integrati per le antiche fortificazioni costiere”, dove l’Ing. Piero Pesaresi descrive le opere fortificate della Palmaria, che ha guidato i presenti all’iniziativa, infatti si sono soffermati presso tutte le fortificazioni, soprattutto presso la Torre Umberto I – dove i presenti sono stati accolti dall’associazione “Dalla parte dei forti” che organizzava la rievocazione del dirigibile. Le piante osservate con le illustrazioni della dott.ssa Chiara Piaggio, gli interventi del dottor Marco Cuttica, di Gian Paolo Camolei, che hanno descritto la storia del lavoro nelle cave di marmo nero e portoro, e le grotte dell’isola. L’osservazione della fauna dell’isola, una bella degustazione di prodotti tipici offerta dall’associazione presso la Batteria Semaforo, oggi adibita ad ostello, la descrizione costruttiva e di funzionamento del faro dell’isola del Tino, ed una piacevole sosta alla Baia del Pozzale, hanno completato la bellezza della interessante giornata.
Così l’associazione Mangia Trekking che da anni opera a favore della rete sentieristica (manutenzione – segnatura - escursioni) mentre ringrazia gli Enti, gli Associati, e il signor Silvano Barbieri (riferimento sull’isola Palmaria) per aver contribuito fattivamente al risultato della manifestazione sulla più bella isola del Mar Ligure, tra i luoghi italiani più frequentati dal turismo-escursionistico, lancia l’invito a tutti gli amanti della natura, di venire a conoscere questa bellissima realtà, annoverata tra i patrimoni dell’umanità.

Soddisfazione anche da parte dell'associazione Dalla Parte dei forti: "Oggi è stata una giornata importante e campale per l'associazione "Dalla parte dei forti", siamo infatti riusciti a gestire due iniziative contemporanee in luoghi diversi con un numero elevato di presenze. Infatti mentre i grosso dell'Associazione stava operando in Palmaria per la manifestazione legata alla rievocazione della trasmissione radio di soccorso del dirigibile Italia, oltre a garantire l'apertura della torre corazzata Umberto I a due numerosi gruppi di escursionisti (uno dell'Associazione mangia trekking e un altro del CAI), altri volontari dell'associazione garantivano consulenza e spiegazioni tecniche ad un'altra escursione che si trovava lungo i sentieri del Monte Santa Croce". In due mesi di progetto sperimentale di apertura della torre corazzata Umberto I i volontari sono riusciti a garantire una costante frequenza di visitatori, il tutto senza ancora promuovere le attività svolte in questa struttura: "Ma, cosa più importante, - spiegano gli organizzatori - siamo riusciti a far conoscere la reale destinazione di questo luogo, spiegando che cos'era, perché era stata costruita e come stata trasformata nel tempo. Il nostro obiettivo è quello di raccontare la storia, parlando anche di tecnologia di architettura e della piccola storia dei singoli personaggi che hanno vissuto e lavorato in queste fortificazioni, del sistema fortificato del Golfo della Spezia".

 

 

CAMPOMARINO – Pulizia delle dune e di una casamatta stamattina a Campomarino
Da manduriaoggi.it del 25 settembre 2016

La pulizia volontaria di un tratto costiero della zona S.I.C. occidentale delle dune di Campomarino e, in particolare, di un’area poco conosciuta, dove insiste una costruzione bellica, risalente alla seconda Guerra Mondiale. I volontari della sezione di Maruggio di Legambiente aderiscono a “Puliamo il Mondo”, l’edizione italiana di “Clean up the World”, il più grande appuntamento di volontariato ambientale del mondo. Questa mattina, alle ore 10,30, si sono ritrovati a Campomarino per ripulire il tratto di dune e la casamatta, costruzione bellica diversa dai bunker per struttura e per funzioni, rappresenta uno spaccato di storia locale e nazionale. «La creazione delle casematte è normalmente attribuita ai tedeschi, durante la Seconda Guerra mondiale» ricorda Legambiente Maruggio. «In realtà, fu un decreto regio (quindi italiano) del 1941 a ordinarne la costruzione, per dotare le città, soprattutto quelle costiere, di un particolare sistema di avvistamento e protezione. Le casematte invece erano adibite alla protezione dell’artiglieria come mitragliatrici e cannoni, che potevano anche esercitare la loro funzione in caso di emergenza attraverso le finestre rettangolari presenti subito al di sotto del tetto. Le costruzioni garantivano tra l’altro una buona panoramica circostante, grazie proprio alla forma circolare dell’edificio. A seconda delle dimensioni, potevano ospitare quattro, sei oppure otto soldati. Un sito di notevole importanza storica che cercheremo (anche in futuro con interventi mirati) di recuperare, garantendo la giusta attenzione e valorizzazione che il sito di rilevanza storica impone».

 

 

Il Polo di Mantenimento Nord aperto per la mostra su Bot
Da ilpiacenza.it del 24 settembre 2016

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, l’iniziativa del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo nata nel 1991 con l’intento di favorire lo scambio culturale fra le Nazioni europee, il Polo di Mantenimento Pesante Nord, in concerto con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, ha organizzato nella mattinata di sabato 24 settembre, visite guidate esclusive presso i bastioni dl cinquecentesco castello farnesiano e le sale museali dello stabilimento, normalmente chiusi al pubblico. Con l’occasione è stato presentato l’inedito carteggio del pittore futurista Osvaldo Barbieri “BOT”, che con fotografie storiche e articoli d’epoca, documenta le decorazioni murali eseguite dal pittore piacentino nei locali portineria e refettorio dell’ex Arsenale Regio Esercito negli anni 1937/38. Bot al Regio Arsenale Esercito di Piacenza Il ritrovamento del carteggio personale di Osvaldo Barbieri dettosi il Terribile, in arte Bot, presso i numerosi e non classificati documenti presenti nell’archivio storico del Polo di Mantenimento Pesante Nord, scioglie finalmente ogni dubbio sull’attività artistica svolta fra il 1937 e il 1939 dal pittore futurista piacentino nei locali dell’Arsenale del Regio Esercito di Piacenza. Questo carteggio riempie un piccolo vuoto in una biografia pregna di avvenimenti, cambi di residenza, intuizioni, volubilità creative e, soprattutto, opere. Finora l’impegno di Bot presso lo stabilimento militare piacentino era documentato esclusivamente da alcuni articoli apparsi nel 1937 sulle pagine dei quotidiani locali La Scure e Il Nuovo Giornale, riportati da Carlo Gazzola nel volume “Bot”, Silvia ed., 2011. Un precedente articolo apparso il 4 giugno 1936 sulle pagine de La Scure, firmato g.b. e intitolato ”I pannelli decorativi di Osvaldo Bot”, raccontava le tempere murali realizzate in quel periodo dall’artista nella sala mensa del Laboratorio Caricamento Proiettili, più conosciuto come Pertite. Purtroppo di questo impegno creativo pare non rimanere nient’altro. Il Laboratorio Caricamento Proiettili subì una violenta esplosione l’8 agosto 1940, che costò il tragico bilancio di 47 morti. Ricostruita nel 1943, la Pertite il 18 gennaio 1945 venne bombardata dagli Alleati perché occupata dai tedeschi. (Nel numero di settembre 2009 dedicata al “Parco Pertite” della rivista della locale scuola media “I. Calvino” è riprodotta una foto aerea proveniente dall’Air Photo Library Departement of Geography University of Keele, GB, che documenta i bombardamenti subiti nell’area).

L’edificio che ospitava la sala mensa è quindi verosimilmente andato distrutto, tanto che nel 1948 iniziarono i lavori di ripristino dei fabbricati adibiti a cucina e refettorio maestranze. Altrettanto verosimilmente paiono essere andati distrutti anche tutti i documenti riguardanti l’esecuzione da parte di Bot di pannelli decorativi nello stabilimento di via Emilia Pavese. Fortunatamente, la medesima sorte non è toccata alle sale adibite a portineria e refettorio dell’ex A.R.E.P., ora sede del P.M.P.N. e neppure al carteggio comprovante l’attività artistica ivi svolta. Il carteggio riguarda il rapporto di lavoro intercorso fra l’Arsenale Regio Esercito e l’operaio temporaneo Osvaldo Barbieri, assunto dal 28 aprile 1937 al 11 febbraio 1938 e dal 09 novembre del 1939 al 15 dicembre del 1939. La dichiarazione di eseguito lavoro di saggio quale “Disegnatore”, datata 7 aprile 1937, permette l’assunzione in data 28 aprile 37 in qualità di “Disegnatore giornaliero” con la paga  oraria di lire 5,00. Circa un mese e mezzo dopo, il 21 maggio 1937, è assunto l’amico pittore Emilio Ballani, nato a Piacenza il 09 gennaio del 1909, in qualità di “Disegnatore” con la medesima paga oraria del compagno d’arte. Per la coppia di disegnatori il rapporto di lavoro si interrompe l’11 febbraio 1938 giorno nel quale sul foglio matricolare civile di entrambi è riportata la dicitura: “Licenziato per termine contratto”. Il 12 settembre 1937 esce su La Scure l’articolo: ”Visitando i pannelli decorativi di Osvaldo Bot al R. Arsenale”, di argo, il quale illustra “un ottimo lavoro decorativo” svolto nel locale portineria e nel refettorio, teso ad esaltare le recenti vittorie belliche e la fondazione dell’Impero. L’articolo ricorda i collaboratori di Bot: il decoratore Ballani e l’operaio intagliatore Pizzimiglia, quest’ultimo trattasi, con forti probabilità, di Lodovico Pizzimiglia, capo operaio dello stabilimento. Il 1° ottobre successivo Il Nuovo Giornale pubblica l’articolo “Le decorazioni nel Regio Arsenale” (firma C.P.), in cui sono esaltate le composizioni di Bot realizzate nelle sale portineria e refettorio: “(…) con plastica nuova il Bot ha creato una atmosfera dove tutto parla di ardimento, di battaglia, di vittoria e di possibilità dell’Italia Imperiale”.

Coerenti con queste descrizioni sono le immagini che emergono dalle fotografie d’epoca che documentano i dipinti parietali creati da Bot. Attualmente l’ex portineria del Regio Arsenale è adibita a Sala Museale e presenta decorazioni successive, realizzate in occasione di interventi di recupero eseguiti nella seconda metà degli anni Settanta. Nell’ex refettorio le decorazioni murali di Bot, quasi certamente a causa delle forti connotazioni politiche delle stesse, furono ricoperte di tempera bianca già nel 1948, come dimostra una foto presente nell’archivio storico del P.M.P.N.. Il carteggio ritrovato attesta, inoltre, un ulteriore breve periodo di assunzione compreso fra il 9 novembre del 1939, giorno di esecuzione del saggio quale “Pittore Spec. Tecnico” e di assunzione come “Specialista dis. giornaliero”, al 15 dicembre dello stesso anno. Stavolta il motivo di cessazione del rapporto di lavoro è decisamente un altro: “Licenziato a sua domanda”. Il documento è coerente con la nuova partenza di Bot per la Libia, indicata nella citata biografia di Carlo Gazzola negli ultimi giorni di dicembre 1939. Il nulla osta rilasciato dall’ufficio di collocamento della Confederazione Fascista dei lavoratori dell’industria, Unione provinciale di Piacenza, in data 11 novembre 1939 e trasmesso in pari data all’Arsenale Regio Esercito, riguarda l’assunzione temporanea dei decoratori Barbieri Osvaldo e Albertelli Ugo. Nato a Piacenza il 19 dicembre del 1904, Albertelli, pittore di professione, è assunto come aiuto tecnico giornaliero. Sulla domanda di licenziamento “per motivi di famiglia “ presentata da Albertelli il 23 aprile 1940 e accolta il giorno stesso, è apposto a penna il seguente appunto: ”E’ stato assunto il 17.04.1939 temporaneamente per l’esecuzione di decorazioni a stabili (?) dell’Arsenale”. Il motivo dell’assunzione di Bot e Albertelli alla fine del 1939 rimane oscuro, la parola interpretata come “stabili” non apporta certamente chiarezza sui motivi che hanno condotto la Direzione del Regio Arsenale ad affidarsi nuovamente alla creatività di Bot. Speriamo che altri carteggi d’archivio ancora da vagliare possano fare luce sulle ragioni di questo secondo rapporto d’impiego. Le carte rinvenute portano in superficie altri particolari e altri episodi. Le capacità professionali di Bot sono ben retribuite. La paga di 5 lire all’ora attribuita nel 1937 appare superiore a quella di altri dipendenti assunti come disegnatori pagati mediamente 2,20 lire all’ora. Albertelli Ugo è assunto con Bot nel 1939 con la paga di 3,15 lire orarie. Barbieri Osvaldo risulta iscritto al partito nazionale Fascista dal 28 ottobre 1932, come titolo di studio nel ’37 vanta la 3° elementare mentre nell’assunzione del 1939 è citato il diploma della Regia Accademia delle Arti di Genova. Citate anche particolari benemerenze di tutto rispetto come “due croci di guerra”. Dai documenti contabili possiamo trarre notizie anche sulle condizioni economiche in cui versava la famiglia di Osvaldo Barbieri, che appaiono non certo facoltose. Osvaldo Barbieri figura più volte fra i dipendenti che chiedono un anticipo di paga: nel maggio e nel giugno del ’37 sono 100 e 150 lire, nel gennaio del ’38 sono 242,35 lire. Il 7 agosto 1937 il Giornale di Cassa riporta il pagamento di 149 lire alla ditta Barbieri Bot per fornitura di modello in legno. Per finire, ecco il tocco di colore, la pennellata che conferma il caratteraccio di Bot: in data 02 dicembre 1937 sul foglio matricolare civile di Bot e nella raccolta degli Ordine del Giorno è riportata la seguente punizione : 7 giorni di sospensione all’operaio giornaliero 48g Barbieri Osvaldo perché “Udendo che un compagno di lavoro indirizzava ad altro operaio una frase lesiva al suo amor proprio d’artista, reagiva in modo violento, passando immediatamente alle vie di fatto, con insulti ai parenti del compagno stesso, al quale lanciava oggetti contundenti che avrebbero potuto seriamente ferirlo.

I pannelli decorativi di Osvaldo Bot al Regio Arsenale Esercito di Piacenza Al ricco repertorio artistico di Osvaldo Barbieri “Terribile”, in arte Bot, si aggiunge un nuovo importante tassello rappresentato dal ritrovamento del carteggio personale, delle fotografie e degli articoli d’epoca che ricompongono la storia di un imponente lavoro creativo sicuramente a lui attribuibile. Non è cosa da poco se si considera che Bot è un pittore molto falsificato. Speriamo che questo ritrovamento possa contribuire ad approfondire la conoscenza dell’opera e dell’attività dell’artista piacentino. Il ciclo di tempere parietali illustrate dai rinvenuti documenti, non sono il primo esempio di decorazioni murali realizzate dall’artista piacentino in ampi spazi pubblici. Da settembre a novembre del 1934 Bot è al lavoro nel salone del Municipio di Carpaneto p.no, dove esegue le famose aeropitture. Le tre tempere parietali dello scalone Municipio sono invece commissionate con delibera del 9 aprile del 1937, subito dopo, dal 28 aprile dello stesso anno, Bot è presente nel Regio Arsenale dove pare approfondire le proprie capacità in materia di arte pubblica. La presunta efficacia comunicativa di questa forma di espressione artistica è piegata ai fini degli aspetti celebrativi della personalità del Duce, delle iniziative del regime e ad evidenti intenti educativi. Dell’ex portineria esistono alcune foto d’epoca dalle quali emergono decorazioni e scritte riportanti motti del Duce. Su una parete laterale è leggibile parte di una frase che ricostruita potrebbe citare: “E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”, dal discorso  pronunciato in occasione dell’inaugurazione della provincia di Latina il 18 dicembre 1934. Molto più interessante, in quanto storpiata, appare la citazione sulla trave principale del soffitto a capriate pronunciata da Mussolini a Milano il 1° novembre 1936: Noi siamo gli imbalsamatori di un passato, siamo gli anticipatori di un avvenire. Bot attraverso l’aggiunta di un “non” modifica in modo sostanziale il senso delle parole : Noi non siamo gli imbalsamatori di un passato, scrive il pittore, salvaguardando e riabilitando tempi andati e tradizioni, quasi annunciando la crisi che pochi mesi dopo, il 18 novembre del 1938, lo porterà a criticare dalle pagine de “La Scure” la tecnica pura e la “santa macchina”. Passando alla sala che ospita il refettorio, le fotografie offrono con generosità numerosi dettagli. L’ampiezza del locale favorisce l’impressione di trovarsi di fronte a un’esplosione di creatività, nonostante i temi d’obbligo trattati. Evidenti i motivi ornamentali e allegorici, in un disegno è leggibile la scritta: “pane, studio, lavoro”, mentre sulle pareti sono ben visibili “Rex” e “Dux”. Due foto datate 1948 raffiguranti rispettivamente la portineria e il refettorio del Regio Arsenale illustrano il destino delle tempere di Bot nel primo dopoguerra. Le scritte e le decorazioni dei timpani presenti in portineria risultano cancellate o scialbate mentre sono conservati i decori sulle travi e sulle pareti, il refettorio appare tinteggiato di tempera bianca. Molto utili risultano le indicazioni fornite dagli articoli d’epoca per conoscere il lavoro pittorico realizzato da Bot: Da “La Scure” del 12 settembre 1937, articolo di argo :

Visitando i pannelli decorativi di Osvaldo Bot al R. Arsenale. “(…) La prima visita è per la portineria. Una sala seppur non molto ampia, ma pur abbonda di un ottimo lavoro decorativo. Un plastico sulla parete di fronte a chi entra , riproduce un grande medaglione sul quale si staglia il profilo del Re e del Duce. Su di una parete pure in rilievo il grafico dell’Etiopia sul quale è riprodotto un brano dello storico discorso del Duce in occasione della fondazione dell’Impero. Di fianco, in sintesi ardita, Bot esalta l’industria bellica nello sforzo ordinato del lavoro. Una fascia tricolore attorno alle pareti su sfondo nero, tra motivi ornamentali conferiscono nel loro assieme maggior vigore al pannello. Sul soffitto indovinati motivi decorativi avvolgono il trave superiore che attraversa la sala , sul quale l’artista ha voluto ricordare con i colore dei nastrini, le tre vittorie: 1918, 1922, 1936. Passiamo poi in un magnifico salone che verrà in seguito adibito quale refettorio e luogo di riunione per gli operai. Qui Bot ha avuto modo di dare libero sfogo al suo temperamento artistico. Nella parete di centro un plastico murale realizzato in legno, esalta i simboli della sovranità e del Duce d’Italia, nel trionfo della conquista imperiale. Da un lato spicca sempre in rilievo su legno la figura di Giulio Cesare, riproduzione fedele della statua che si trova in Campidoglio. Nelle due pareti di fianco corrono in un festoso raduno di tinte e di colori ben graduati, gagliardetti, labari ed insegne del Littorio. Trofei di armi, simboli, figure di scorcio, compendiano in una rapida ma pur significativa rassegna, tutta l’epopea storico-politica che va dall’intervento alla conquista africana, documentando così tutta la storia gloriosa ed eroica della Patria nella sua aspra ma irrompente marcia vero i suoi alti destini. (…) Chiudiamo queste nostre note ricordando i collaboratori di Bot, il decoratore Ballani e l’operaio intagliatore Pizzimiglia (…).” Da “il Nuovo Giornale” del 1 ottobre 1937, articolo di C. P.: Le decorazioni del R. Arsenale. “Chiamato dalla direzione del R. Arsenale, il pittore Bot sta decorando diversi locali dello Stabilimento. Ciò si deve all’attuale direttore dell’Arsenale Colonnello De Luca, uomo di larghe vedute, di grandi progetti e di rapide realizzazioni. (…) Veniamo ora alle decorazioni. Dire ciò che ha immaginato questo estroso pittore e come ha realizzato i suoi concetti inimmaginabili, non è facile. Chi vuol averne una idea del lavoro che è in corso deve recarsi alla sala d’ingresso del R. Arsenale e vedrà che con plastica nuova il Bot ha creato una atmosfera dove tutto parla di ardimento, di battaglia, di vittoria, e di possibilità dell’Italia Imperiale. (…).”

 

 

Grande Guerra, Pillola 93: la seconda spallata, a un passo da Trieste
Da bergamonews.it del 25 settembre 2016

Quando, il 10 ottobre 1916, la 3a armata del Duca d’Aosta andò all’attacco delle linee austroungariche, tra Doberdò e Kostanjevica, negli alti comandi si pensava a quell’ennesima azione offensiva sul Carso come ad un episodio interlocutorio, che logorasse le difese avversarie e permettesse alle fanterie italiane di effettuare un ulteriore piccolo progresso verso Trieste. Il recente fallimento della settima offensiva isontina aveva lasciato uno strascico di pessimismo, esattamente come, precedentemente, la presa di Gorizia aveva influenzato ottimisticamente le decisioni di Cadorna. Pertanto, l’ottava battaglia dell’Isonzo non si prefisse obbiettivi strategici risolutivi, ma venne pensata come un’operazione di sbalzo intermedio, in vista della stasi invernale, prima dello sforzo decisivo verso la città, che appariva come un miraggio, nell’azzurro del suo golfo. Invece, paradossalmente, la 5a armata austroungarica di Boroevič si trovava in una fase critica, ed era sul punto di crollare: in difetto di organico dall’inizio del conflitto, i valorosi reparti che difendevano il settore del medio e basso Isonzo erano quasi allo stremo e il loro comandante aveva sollecitato incessantemente il generale Conrad per l’invio di rinforzi, ormai irrinunciabili. In effetti, esisteva già un abbozzo di piano difensivo che prevedeva una ritirata tattica di qualche chilometro, per permettere il rischieramento delle truppe sulla linea fortificata dell’Hermada, tuttavia, le fortificazioni, che avrebbero reso la collina carsica un baluardo inespugnabile per tutto il resto della guerra, non erano ancora state ultimate e, perciò, almeno per qualche tempo ancora, la difesa di Trieste avrebbe dovuto contare sulla capacità di resistenza dei soldati schierati in prima linea. Quindi, quando le artiglierie italiane iniziarono il consueto tiro di distruzione, il 9 ottobre, i difensori del Carso si trovavano in una situazione molto delicata, che, per loro fortuna, non era stata percepita dai loro avversari.

Il primo giorno, gli italiani ottennero qualche successo locale, occupando alcune trincee e il villaggio di Jamiano, che dovettero, però, in seguito abbandonare, bersagliati dai fucilieri boemi, che li colpivano dalla vicina quota 144 (lago di Pietrarossa). Lo scontro proseguì violentissimo il giorno 11, con le opposte artiglierie che tiravano contemporaneamente sul campo di battaglia, in cui le fanterie si affrontarono in feroci corpo a corpo: gli austroungarici tentarono una serie disperati contrattacchi il giorno 12, che fecero salire esponenzialmente il numero delle loro perdite, finchè, al termine della giornata, gli italiani si consolidarono sulle proprie modeste acquisizioni, mentre Boroevič dovette sospendere la battaglia perché le sue file, già deboli, si erano assottigliate in maniera preoccupante. Di fatto, la difesa di Jamiano, ossia un episodio tutto sommato marginale, tanto nel contesto dell’ottava battaglia dell’Isonzo, quanto, a maggior ragione, nell’economia del conflitto, permise alla linea austroungarica di non essere travolta ed impedì, probabilmente, agli italiani di dilagare verso Trieste, a riprova di come, a volte, piccoli scampoli di battaglia siano decisivi per l’esito di un’intera campagna.

Contemporaneamente, sul fronte della 2a armata, i difensori di Gorizia effettuarono a loro volta un rischieramento, abbandonando in mano italiana, in pratica, tutto il Vallone ed imperniando le proprie difese sul Monte Santo, esattamente come, verso est, si era scelto il massiccio dell’Hermada come caposaldo di massima resistenza. Resta da fare una considerazione sulla nuova tattica cadorniana delle “spallate”, inaugurata con la settima battaglia dell’Isonzo e proseguita con l’ottava: le brevi e violente offensive, lungi dall’ottenere quell’effetto sorpresa che si prefiggevano i comandi italiani, fecero solo aumentare esponenzialmente il numero dei caduti, rispetto ai giorni di battaglia, aumentando la già sinistra fama dell’inferno del Carso. Nei tre giorni dell’ottava battaglia dell’Isonzo, le perdite italiane superarono le 24.000 unità e quelle austroungariche raggiunsero la cifra iperbolica di oltre 40.000 uomini fuori combattimento.

Trieste era sempre più vicina, ma, allo stesso tempo, si stava allontanando, dopo l’occasione perduta: l’Hermada, una volta ultimati i lavori di fortificazione, si sarebbe rivelata una fortezza inespugnabile, nonostante gli sforzi sanguinosi delle truppe della 3a armata.

 

 

Vibo Valentia, tubi e cemento sulle mura greche dell’antica città
Da linkiesta.it del 24 settembre 2016

L’antica Hipponion era una delle città della Magna Grecia del versante tirrenico calabrese. Nel suo perimetro affondano le radici di quella che poi i romani ribattezzarono come Vibo Valentia. Ora, quelle stesse mura greche rischiano di essere coperte da tubi di 70 centimetri di diametro e da una colata di asfalto e cemento. Sepolte sotto una strada che dal cimitero porta verso il traffico della città. Lo scorso febbraio, l’amministrazione comunale di Vibo Valentia ha avviato i lavori su questa strada intitolata a Paolo Orsi, l’archeologo che qui ritrovò i resti di Hipponion nel 1921. La strada si trova al centro del Parco archeologico di Vibo, a cavallo tra due aree vincolate dalla Soprintendenza: da un lato l’area sacra greca scavata da Orsi; dall’altro quella del Trappeto Vecchio, che comprende un tratto di mura di fortificazione di circa 500 metri (che in alcuni casi raggiungono un’altezza di quattro metri). I lavori di riqualificazione prevedevano la posa di una grossa condotta interrata per il deflusso delle acque bianche e la sistemazione dell’asfalto. Costo dei lavori: 600mila euro. L’autorizzazione preventiva data dalla Soprintendenza (con la presenza di un archeologo) risale al 2012. Tra ritardi e rinvii, si è arrivati allo scorso febbraio, quando i lavori sono partiti nell’area vicina alle mura scavate da Orsi, dove si trovano anche due tombe e una torre. «Ad aprile, i cittadini – passando nei pressi del cantiere – si accorgono che dai lavori di posa del tubo erano venuti fuori i blocchi di arenaria delle mura», racconta l’archeologa Anna Rotella. La notizia finisce sui giornali locali e i lavori si fermano. Da Roma arriva il Soprintendente pro tempore della Calabria Gino Famiglietti. Che «non blocca i lavori come ci aspettavamo», dice Rotella, «ma impone la realizzazione di tre saggi archeologici per trovare un percorso alternativo e collegare tra loro i diversi tratti della condotta. Di fatto il Soprintendente non vincola l’area, dove passano circa 350 metri di mura greche, ma autorizza il completamento dei lavori con salti e strutture a U». A luglio, poi, viene effettuato il primo dei tre saggi di scavo stabiliti dal Soprintendente. E da qui, come previsto, emergono i resti della cintura muraria greca. Quarantadue nuovi metri di mura, che si collegano a quelle del parco accanto. Il che non era una novità perché nel 1993, quando un privato in quell’area voleva farsi una casa, la Soprintendenza aveva già accertato che il percorso delle mura greche coincideva con la strada. A luglio, comunque, i lavori si fermano di nuovo. Ma la zona non viene vincolata, come tutti si aspettavano a questo punto. La Soprintendenza decide solo di aspettare che il Comune studi una variante del progetto per posare comunque i tubi sulle mura e ripristinare la pavimentazione stradale. In sostanza si prospetta una deviazione delle tubazioni attorno alle mura, che poi verranno comunque interrate. «I nuovi 350 metri di cinta muraria greca presenti sotto la strada verranno risotterrati, negando quindi la possibilità di unirli agli altri 500 metri di cinta muraria già scoperti e oggi visitabili nel parco archeologico», spiega Rotella. «C'è da chiedersi come si possano tutelare le mura greche rimettendoci sopra tubi, cemento e asfalto». Senza dimenticare che in corrispondenza dell’inizio del nuovo tratto di mura, qualche mese fa, nei lavori per il parco archeologico uno scempio è già stato fatto, con la costruzione di una rampa di cemento armato (un po’ come è accaduto già a Capo Colonna). Proprio in corrispondenza della torre numero otto, di cui sono emersi i tratti di arenaria.    Bisogna fermarsi», ribadisce Rotella. «Non puoi continuare a fare varianti solo per finire i lavori.
Lo sappiamo tutti che scavando lì sotto emergeranno i resti: sei in pieno parco archeologico, l’area va vincolata. Si potrebbe fare una strada pedonale o una ciclabile per rendere interamente fruibile il parco. Per arrivare al cimitero ci sono due strade alternative». Il sindaco ha fatto sapere che non ci sono soldi per tutelare le mura. Ma il Comitato di cittadini Pro mura greche che si è creato e che ha anche lanciato anche una petizione su Change.org rivolta al presidente della Repubblica, si dice disponibile ad aiutare l’amministrazione a cercare un finanziamento per ripensare i lavori. Ora si attende una risposta del Comune. I soldi al parco, tra l’altro, non mancano. Ad agosto 2015 il parco archeologico ha ricevuto un finanziamento di 3 milioni di euro per i nuovi lavori di allestimento. Parte di questi soldi sono stati già spesi l’anno scorso nell’area del Cofino, la parte più alta, per riportare alla luce le fondamenta di un tempio ionico, che avrebbe dovuto essere coperto da un tetto. Ma una delle ditte coinvolte nei lavori ha ricevuto una interdittiva antimafia e il cantiere si è fermato. Lasciando il tempio esposto al vento e alla pioggia.

 

 

Muos in Cassazione, guerra di carta Procura/Tribunale riesame
Da cataniaoggi.it del 24 settembre 2016

C’è da ammirare il coraggio dei magistrati che prendono in esame il “Caso Muos” quando, soprattutto, entrano in contrasto su decisioni già prese in “accordi” internazionali, anche se “solo” bilaterali fra due Paesi, come in questa circostanza USA/Italia. Ma la legge è “legge”. Così si verifica che la vicenda dell’impianto satellitare USA con finalità belliche, impianto “straniero” in terra Italiana (o meglio, in terra “siciliana”, a Niscemi) è finito in Cassazione su ricorso della Procura Distrettuale di Catania avverso alla decisione della Quinta sezione del Tribunale del riesame (di Catania) che ne aveva disposto il dissequestro. Il Tribunale del riesame, infatti, aveva ritenuto di “non potere prescindere dalla valutazioni” del Consiglio di giustizia amministrativa che il 6 maggio scorso ha accolto la richiesta del ministero della Difesa e dichiarato inammissibile l’appello incidentale proposto da Legambiente sui procedimenti amministrativi riguardanti la realizzazione della stazione di trasmissioni militare statunitense Muos. Un “ostacolo” all’operatività del Muos in funzione da mesi? No, almeno fino a quando la Cassazione non esprimerà il suo verdetto. Da “ignoranti” in materia, la nostra opinione è che non muterà nulla in quanto sarà difficile far “rompere” un Trattato stipulato fra Governi, a meno che la Cassazione non faccia riferimento a un Trattato firmato in precedenza da Italia e Stati Uniti (e da tutti i Paesi che avevano preso parte vittoriosamente al secondo conflitto mondiale). Ci riferiamo al Trattato di Pace fra l’Italia e le Potenze alleate sottoscritto il 10 febbraio del 1947 a Parigi firmato dall’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste, dal Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, dagli Stati Uniti d’America, dalla Cina, dalla Francia, dall’Australia, dal Belgio, dalla Repubblica Sovietica Socialista di Bielorussia, dal Brasile, dal Canada, dalla Cecoslovacchia, dall’Etiopia, dalla Grecia, dall’India, dai Paesi Bassi, dalla Nuova Zelanda, dalla Polonia, dalla Repubblica Sovietica Socialista d’Ucraina, dall’Unione del Sud Africa, dalla Repubblica Federale Popolare di Jugoslavia e, ovviamente, dall’Italia.

Noi non ci stancheremo (augurandoci che non si stanchino i nostri lettori), non ci stancheremo a fare riferimento a quel Trattato che imponeva precisi limiti all’Italia in materia di insediamenti bellici nel suo territorio, e non ci stancheremo come abbiamo già fatto in precedenza a ricordare l’articolo 50 – comma 2, 3, e 4 –  di quel Trattato che specificava:

In Sicilia e Sardegna, tutte le installazioni permancnti e il materiale per la manutenzione e il magazzinaggio delle torpedini, delle mine marine e delle bombe saranno o demolite o trasferite nell’Italia continentale entro un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato.
Non sarà permesso alcun miglioramento o alcuna ricostruzione o estensione delle installazioni esistenti o delle fortificazioni permanenti della Sicilia e della Sardegna; tuttavia, fatta eccezione per le zone della Sardegna settentrionale di cui al paragrafo 1 di cui sopra, potrà procedersi alla normale conservazione in efficienza di quelle installazioni o fortificazioni permanenti e delle armi che vi siano già installate.

In Sicilia e Sardegna è vietato all’Italia di costruire alcuna installazione o fortificazione navale, militare o per l’aeronautica militare, fatta eccezione per quelle opere destinate agli alloggiamenti di quelle forze di sicurezza, che fossero necessarie per compiti d’ordine interno.

Ebbene ci troviamo di fronte a una situazione paradossale: un pericolosa impianto bellico (ovviamente costosissimo) costruito da una Potenza Straniera, gli USA, che è destinato a rimanere in Sicilia senza alcun limite temporale, con tutte le ricadute negative che ne derivano che non riguardano soltanto l’ambiente ma la prospettiva di vita dei Siciliani. Il Muos è una “struttura bellica” che può essere adoperata per condizioni “offensive”, così come la base autonoma statunitense di Sigonella e tutte le installazioni “autonome” e “fisse” USA in territorio “italiano”. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il premier Matteo Renzi, il Governo attuale, saranno ben consapevoli che il Muos, Sigonella, Augusta, Aviano, eccetera, poco o nulla hanno a che vedere con la “sicurezza” o la “difesa” (?) dell’Italia: ci si trova nella situazione di avere forze militari “straniere” che operano in basi “proprie” installate in territorio italiano.

Scetticismo legittimo sull’esito della “guerra di carta” delle Magistrature, là dove lo stesso premier Matteo Renzi tace, preferendo portare a casa la “benevolenza” degli USA sotto la forma di un Global Citizen Award, consegnatogli direttamente dal segretario di Stato americano John Kerry nell’occasione della sua recente partecipazione all’Assemblea dell’Onu.

 

 

Terreno contaminato all'ex Arsenale. Il comitato: "A quando la bonifica?"
Da veronasera.it del 22 settembre 2016

Una lettera aperta e una serie di domande. Quelle che il comitato Arsenale di Verona ha voluto rivolgere al sindaco Flavio Tosi, alla sua giunta e al consiglio comunale. "Siamo particolarmente preoccupati per la situazione in cui versa attualmente il complesso dell’Arsenale - scrive il comitato - Ormai da moltissimo tempo la gran parte degli edifici è inutilizzabile ed il Comune ha posto in opera presidi passivi a tutela della pubblica incolumità, senza peraltro, purtroppo, provvedere, invece, agli interventi manutentivi necessari sia per la pubblica incolumità che per la conservazione del bene". "Ampi spazi dei cortili sono stati transennati e così esclusi dall’uso pubblico, senza che ne fosse chiara la motivazione - continua il comitato Arsenale - Abbiamo poi appreso che il motivo di tale intervento è la presenza di terreno inquinato da minerali pesanti, probabile eredità delle lavorazioni connesse alla funzione di arsenale militare, durata quasi un secolo e mezzo. La situazione desta in noi ed in chiunque abbia frequentato l’Arsenale, specie con i propri bambini, un forte sentimento di preoccupazione. Riteniamo, dunque, di porre all’amministrazione alcune domande per capire a quali rischi gli utenti dell’Arsenale siano stati esposti nel passato ed a quali lo siano attualmente, ma per capire anche come l’amministrazione comunale intenda risolvere il grave problema, con l’obiettivo della salvaguardia della salute, ma anche della massima fruibilità del bene". Piombo, cadmio e antimonio. Questi sarebbero i metalli pesanti rilevati sul terreno dell'Arsenale transennato. Il comitato Arsenale vuole conoscere "quando e come è stata appurata la presenza di metalli pesanti e come mai l’amministrazione comunale non si sia subito attivata direttamente e perché l’esame di un tema così delicato è stato affidato ad Amia. In che data - continua il comitato - Amia ha affidato alla ditta Tesi l’incarico di indagini esplorative ed analitiche sul terreno potenzialmente inquinato?". I dubbi del comitato Arsenale non finisco e riguardano anche la percentuale dei superamenti dei limiti di legge dei singoli parametri e i pericoli connessi ai metalli individuati. Il comitato cittadini vuole anche conoscere quale parte dell'Arsenale si può ritenere sicura e che tipo di bonifica si intende attuare e quando farla partire. "E chi si farà carico delle spese di bonifica? - chiede ancora il comitato - L’amministrazione comunale o l’eventuale concessionario che venisse individuato al termine della procedura di progetto di finanza che l’amministrazione sembra voler perseguire? Contiamo in una pronta risposta dell’amministrazione comunale, tale da consentire a tutti di comprendere meglio il fenomeno e tale anche da tranquillizzare tutti in tema di sicurezza della salute".

 

 

Mura patrimonio Unesco: esame dell’ispettore in Città Alta
Da bergamonews.it del 22 settembre 2016

Nuova, importante, tappa nel percorso che potrebbe portare le Mura di Città Alta a diventare patrimonio dell’Unesco. Giovedì 22 settembre si è tenuta la visita in città di Nicolas Faucherra, l’ispettore incaricato di stilare il rapporto per l’Icomos, l’organizzazione internazionale che si occupa di beni culturali, organo consultivo dell’Unesco. Un’ispezione meticolosa e approfondita quella di Faucherre, docente universitario esperto di fortificazioni, che è arrivato a Bergamo mercoledì sera e ha alloggiato all’hotel San Marco di piazzale della Repubblica, da dove ha potuto iniziare ad ammirare le Mura e Città alta. L’ispettore ha il compito di effettuare sopralluoghi nei siti italiani, croati e montenegrini accomunati dal fatto di essere fortificazioni veneziane realizzate tra il XV e il XVII, allo scopo di verificare sul posto la corrispondenza tra quanto contenuto nel dossier scientifico presentato all’Unesco e la realtà. La sua relazione arriverà poi al Comitato (formato dai rappresentanti di 21 Paesi) che dovrà esprimersi sulla candidatura. a visita di Faucherre, accompagnato da Giovanni Cappelluzo e Roberto Amaddeo, si è quindi concentrata in Città Alta, in particolare nella zona delle mura. Con fotocamera e taccuino, ha osservato e relazionato ogni angolo della zona più antica di Bergamo alla mattina, e di quella bassa nel pomeriggio. Nel mezzo l’esperto ha pranzato con diversi rappresentati comunali, tra i quali il sindaco Giorgio Gori. Nessun commento sulla città da parte di Faucherre, che comunque è sembrato entusiasta. Gli undici siti, delle tre nazioni, che compongono la candidatura complessiva sono: Palmanova, Peschiera del Garda e Venezia, Sebenico, Hvar, Zadar e Curzola, Cattaro (Croazia), Castel Nuovo e Dulcigno (Montenegro).

 

 

L'Aquila: ''Riaprire il camminamento della Cinta Muraria di Porta Leoni bloccata da recinzioni''
Da abruzzoweb.it del 22 settembre 2016

L'AQUILA - Rendere nuovamente percorribile il camminamento esterno nel tratto di mura che da Porta Leoni va in direzione di Porta Castello, all'Aquila, ostruito da recinzioni private. Lo chiedono a gran voce le associazioni cittadine Archeoclub d’Italia, “Panta Rei”, Compagnia Rosso d’Aquila, Fai, Fondo Ambiente Italiano, gruppo aquilano di Azione Civica Jemo ‘nnanzi, Italia Nostra, Legambiente Abruzzo Beni Culturali “Pro Natura”, alla luce della recente ristrutturazione dell'intera cinta muraria del capoluogo.

Le associazioni puntano alla " rimozione delle recinzioni private che ora risultano ostruire tale opera realizzata circa una quindicina d’anni fa dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici". Chiedono inoltre "che sia rimesso pienamente in funzione ed a norma il sistema allora installato di illuminazione sul tratto di mura in questione; che, nell’ambito e in ampliamento del richiamato intervento di valorizzazione in corso sulla cinta muraria, tale tratto di camminamento e la relativa illuminazione siano proseguiti dal punto in cui risultano interrotti sino alle pertinenze di Porta Castello".

I lavori si rendono necessari, "preso atto dell’importante e meritoria opera in corso per il restauro delle mura urbiche trecentesche e per la contestuale riqualificazione dell’area del pomerio mediante la realizzazione di un camminamento esterno e di un impianto di illuminazione, in considerazione della natura demaniale dell’area del pomerio e anche in riferimento alla deliberazione della Giunta Comunale n. 179 del 5 maggio 2016 che istituisce e disciplina la collaborazione delle Associazioni dei cittadini con l’Amministrazione comunale nella sorveglianza e cura delle Mura urbiche e delle annesse opere di valorizzazione", concludono.

 

 

Biennale di Venezia. Giornata studi sul rinnovo di zone industriali
Da artslife.com del 22 settembre 2016

Venerdì 23 settembre nel contesto del Progetto Speciale della Biennale Architettura 2016, Reporting from Marghera and Other Waterfronts, allestito nel Padiglione di Forte Marghera, si svolgerà in Venezia una giornata di studi dal titolo Rinnovamento e riqualificazione di grandi zone industriali e costiere, alla Ca’ Giustinian, sede della Biennale.

Esperti direttamente coinvolti nei più interessanti e innovativi processi di rigenerazione urbana di grandi aree industriali–portuali dismesse, presentati nel Padiglione di Forte Marghera, descriveranno le loro esperienze che potranno costituire un utile riferimento anche per i principali casi italiani che sono, come è noto, l’area di Bagnoli e di Porto Marghera.

Sono previste tre tavole rotonde di discussione: la prima la mattina, moderata da Maria Buhigas,
Fondatrice di Urban-Facts, già Direttrice del Dipartimento di Strategia Urbana di Barcellona; le altre due il pomeriggio, animate da Ricky Burdett, Direttore di LSE Cities e Urban Age. Informazioni utili: www.labiennale.org

 

 

Giornate europee del Patrimonio
Da nuovavenezia.it del 22 settembre 2016

LIDO. Le Giornate europee del patrimonio 2016 prevedono sabato e domenica diciassette iniziative a Venezia, e tra queste spicca la passeggiata nell'area militare ottocentesca di via Pigafetta, nella quale si trovano la batteria Casabianca e Forte Angelo Emo. Il luogo, malgrado la sua semplicità, si adatta perfettamente alle finalità di questa iniziativa intitolata «Camminare e vivere i beni culturali». Pur trovandosi in un'area baricentrica dell'isola, le strutture militari dismesse sono quasi completamente scomparse dalla percezione dei residenti, e anche di chi vive proprio nella zona di Ca' Bianca. Solo di recente la pulizia parziale del giardino ha svelato nuovamente ciò che resta del forte, e ora si attende che la cittadinanza si riappropri di una delle tante testimonianze del ruolo militare che ebbe il Lido in un suo passato neppure troppo lontano. Domenica mattina dalle 10 sono così previste le prime passeggiate del patrimonio. Ci sarà la possibilità di scoprire alcuni segreti delle fortificazioni di Ca' Bianca, come ad esempio i due grossi cannoni montati attorno al 1910 e rimasti sino agli anni Cinquanta. L'iniziativa è coordinata dal Consiglio d'Europa e organizzato dalle associazioni locali: In Diversity, Faro Venezia, Lido d'amare, Comitato ambientalista Altro Lido e il Cerchio. (s.b.)

 

 

Fortificazioni in provincia di Verona: la Torre Scaligera di Isola della Scala
Da veronasera.it del 21 settembre 2016

Uno dei simboli, insieme al riso, di Isola della Scala. Non a caso alcuni produttori di riso l'hanno usata come brand. Uno strumento usato oggi culturalmente a difesa delle tradizioni, mentre in passato era una difesa militare del territorio.

La torre, restaurata nel 1839, faceva parte di un castello costruito nel XIV secolo dal Mastino II Della Scala per difendersi dagli attacchi di Mantova. Erano stati proprio i mantovani nel secolo precedente a distruggere l'antico castello edificato intorno all'anno 1000. Quel che resta è solo una porzione dell'edificio che non doveva essere tanto più grande. Per raggiungerla c'erano due ponti levatoi che permettevano di passare sopra il fiume Tartaro. Verticalmente, la torre si può dividere in cinque piani, quello più basso e quello più alto avevano un soffitto, mentre quelli intermedi erano dei soppalchi di legno. L'unico modo per passare da un piano all'altro era attraverso delle scale esterne, ingegnosamente retrattili. In caso di invasione di un piano basso, i soldati dei piani alti potevano così togliere le scale e impedire l'ascesa dei nemici. In cima alla torre, la merlatura a coda di rondine indicava un'appartenenza ghibellina.

 

 

Palmanova alla prova Unesco, l’esame dell’ispettore dal cielo
Da messaggeroveneto.it del 20 settembre 2016

PALMANOVA. Il giorno dell’ispezione è arrivato. Palmanova è stata posta letteralmente sotto la lente d’ingrandimento da parte di un componente dell’Icomos, l’organizzazione internazionale che si occupa di beni culturali, organo consultivo dell’Unesco. Il docente universitario Nicolas Faucherre, esperto di fortificazioni, in questi giorni sta visitando i luoghi inseriti nella candidatura Unesco di cui anche Palmanova fa parte e che sono accomunati dal fatto di essere fortificazioni veneziane realizzate tra il XV e il XVII secolo. L’ispettore ha il compito di effettuare sopralluoghi nei siti italiani, croati e montenegrini di questa candidatura internazionale allo scopo di verificare sul posto la corrispondenza tra quanto contenuto nel dossier scientifico presentato all’Unesco e la realtà riscontrata di persona. Relazionerà poi al Comitato (formato dai rappresentanti di 21 Paesi) che dovrà esprimersi sulla candidatura. Il suo parere servirà anche per comprendere il valore della città stellata, il suo corretto inserimento in questa candidatura, le prospettive di mantenimento del bene culturale, i progetti che mettono in rete gli undici siti, il coinvolgimento in quest’operazione della popolazione locale. Macchina fotografica al collo, armato di quadernetto e penna per appuntarsi osservazioni, curiosità o pensieri, l’ispettore non ha commentato quanto da lui osservato, né ha rilasciato dichiarazioni sull’esito della visita. Nel corso dell’intera giornata ha sottoposto però a un fuoco di fila di domande gli esperti e gli storici presenti, andando a cogliere i particolari costruttivi, le funzioni dei vari elementi difensivi, il contesto storico, ma anche sociale in cui la realizzazione della città stellata è avvenuta. Presenti al sopralluogo, oltre al sindaco Francesco Martines, agli assessori Adriana Danielis e Luca Piani e al dirigente del Comune di Bergamo Giovanni Cappelluzzo, l’architetto Adele Cesi del Ministero dei Beni culturali, i due architetti che hanno curato il dossier Unesco per la parte relativa a Palmanova, Barbara Pessina e Alessandra Quendolo, la responsabile dell’ufficio cultura Gabriella Del Frate, Stefania Casucci per la Soprintendenza, Pierluigi Di Biasio e Adele Camassa per il Demanio, l’architetto Elisabetta Chiodi di Siti, l’istituto di Torino che segue la candidatura. L’ispettore è arrivato lunedì, nel tardo pomeriggio, e ha potuto già dare un’occhiata a Piazza Grande e alla zona delle fortificazioni nei pressi di porta Udine, all’acquedotto settecentesco e a quello più antico, liberato dalla vegetazione infestante nella primavera dello scorso anno. Martedì invece il sopralluogo è iniziato con il sorvolo della città dall’alto con l’elicottero. È poi proseguito con la visita a una lunetta napoleonica, alla galleria che la collega al fossato e alle mine del rivellino. La delegazione con l’ispettore si è dunque portata su porta Cividale per osservare da vicino l’ingresso monumentale alla fortezza e le mura di epoca veneta. Dopo la pausa pranzo, il tour è proseguito ancora lungo le fortificazioni, con la visita al belvedere collocato su baluardo Garzoni, alla vicina riservetta delle polveri, alla loggia, alla lunetta napoleonica tenuta in ordine dagli Amici dei Bastioni. E poi ancora, all’interno della città fortezza, è stato fatto un passaggio alla caserma Piave per il quartiere di epoca veneta e alle ex caserme napoleoniche “Filzi” e “Gamerra”.

 

 

Palmaria l'isola che c'è
Da laspezia.cronaca4.it del 21 settembre 2016

LA SPEZIA – Sulla Palmaria, nell’isola ove da tanti anni l’associazione Mangia Trekking cura la manutenzione e la segnatura dei sentieri, prende vita la manifestazione “L’isola che c’è “….un evento che rientra in un progetto realizzato insieme ai Parchi di Mare e della Montagna Appenninica. (Parco Naturale Regionale di Porto Venere e Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano). E’ stata scelta l’isola Palmaria, per organizzarvi la manifestazione di alpinismo lento, in quanto ” esatto punto d’intersezione geografico “; infatti nelle belle giornate di sole, l’isola è visibile “come in cartolina” da tutte le principali montagne dell’ Appennino Tosco Emiliano. L’iniziativa comprende il periplo totale dell’isola, la visita ad una fortezza, in realtà la Torre Umberto I, che come ben descrive il più importante esperto italiano di fortificazioni ed architettura militare, Gen. Ing. Piero Pesaresi, nell’opera “Progetti Integrati per le Antiche Fortificazioni Costiere” , ebbe un’importanza di assoluto rilievo, prima di divenire un carcere ed essere poi abbandonata. Il presidente di Mangia Trekking che collaborò alla stesura di una parte rilevante di quel libro, insieme all’associazione “Dalla parte dei forti” ne racconteranno la sua storia. Durante il periplo dell’isola l’associata Dott.ssa Chiara Piaggio (scienze ambientali), racconterà e descriverà le principali piante presenti sull’isola ( pini, lecci, roverella, lentisco, corbezzolo, cisti, ginestre spinose, ecc.ecc.). Altri associati (Dott. Marco Cuttica e Gian Paolo Camolei) racconteranno circa le cave di marmo nero con striature di “portoro” ed altre particolarità storiche dell’isola. Dalla vetta dell’isola il presidente di Mangia Trekking ( già vice direttore di Maritecnofari ) racconterà la storia ed il funzionamento del faro dell’isola del Tino. Tutti insieme i partecipanti cammineranno sulle vie dei Condannati, e faranno una piccola manutenzione ed attività ambientale. Nel cammino vi sarà la possibilità di avvistare tanta fauna che vive e fa riferimento all’isola Palmaria; il tarantolino (il più piccolo dei gechi europei), ma anche il gheppio, il falco, lo sparviero, la pernice rossa, il gabbiano, il corvo imperiale, il passero solitario, il cormorano, la capra ed il coniglio. Sulla vetta dell’isola in prossimità della batteria militare ristrutturata ad ostello, avverrà il pranzo al sacco, e sarà assegnato un gadget ad ogni presente. La partenza dell’intera attività è fissata intorno alle ore 10.10 dalla baia del Terrizzo ( molo di attracco dei natanti che trasportano le persone ). Mezzi nautici per raggiungere l’isola (La Spezia e Porto Venere ), comunque per ogni informazione necessaria, i numeri telefonici attivati sono i seguenti: Info 338 4248003 – 328 7053535 – 348 8807392. Percorso facile-escursionistico ed aperto a tutti ( naturalmente con garanzie di responsabilità personale relativamente all’idoneità fisica ed agli infortuni ). Evento gratuito. Il 25 settembre 2016, “non importa come o con chi”, chi lo desidera potrà camminare in solitario, o in diversi gruppi, importante sarà essere “sull’isola che c’è ” la più bella isola del Mar Ligure, tra i luoghi italiani più frequentati dal turismo- scursionistico.

 

 

Domenica la marcia della liberta della Brancoleria
Da luccaindiretta.it del 21 settembre 2016

Domenica (25 settembre) il comitato Linea Gotica Brancoli organizza la Marcia della liberta della Brancoleria; proprio intorno a questo giorno di settembre del 1944, la zona della Brancoleria fu liberata dall’occupazione tedesca. Il ritrovo è previsto alle 9,30 alla chiesa della Pieve di Brancoli. A seguire tutto il gruppo dei partecipanti verrà accompagnato da guide locali lungo il sentiero che porta fino alla Croce di Brancoli. Lungo il percorso, di circa 5 chilometri, verranno fornite informazioni storiche sui fatti avvenuti in quei luoghi durante la seconda guerra mondiale e verranno visitate delle fortificazioni che da poco sono state rese accessibili. Ci sarà anche una sosta commemorativa, nel punto in cui furono uccisi due soldati americani appartenuti alla 92esima divisione della Buffalo, la divisione che era composta da solo soldati neri. All’evento saranno presenti rievocatori storici con uniformi dell’esercito americano, tedesco, della Rsi ed una cornamusa dell’esercito scozzese. A fine del percorso il comitato organizzerà una merenda per tutti i partecipanti all’evento. Il ritorno alla zona di partenza sarà effettuato in autonomia dai partecipanti. Per chi ne avrà necessità saranno disponibili mezzi per effettuare il viaggio di ritorno. Nel giorno dell’evento sarà possibile visitare il Museo della memoria di Brancoli allestito nei pressi della chiesa di San Giusto di Brancoli. Per informazioni 339.8854979 – 331.3155787 - 338.1400559 Email: lineagoticabrancoli@gmail.com

 

 

Al comune di Oristano la torre spagnola di Torregrande
Da Da cagliaripad.it del 20 settembre 2016

Con le sue misure, 20 metri di diametro e quasi altrettanti di altezza, quella di Torregrande, come del resto dice il nome stesso, è la torre spagnola più grande della Sardegna. Dopo aver ospitato cannoni e soldati, prima spagnoli e poi piemontesi, e dopo lunghi anni di abbandono che non ne hanno comunque compromesso la stabilità, ora grazie a un accordo tra la Conservatoria delle Coste ed il comune di Oristano si prepara a ospitare un museo che racconterà la storia di tutte le torri costiere dell'Isola e poi iniziative culturali e di promozione turistica e forse anche un ristorante sulla vecchia piazza d'armi a 17 metri di altezza con vista mozzafiato sul Golfo di Oristano e sulla pineta della borgata. L'accordo sottoscritto oggi dal sindaco, Guido Tendas, e dal commissario della Conservatoria, Giorgio Onorato Cicalò, consentirà al Comune di utilizzare l'edificio per promuovere iniziative culturali e di interesse pubblico che potranno qualificare l'offerta turistica di Torre Grande. Punto fermo dell'intesa è che la Torre ospiti l'allestimento del museo regionale delle torri costiere della Sardegna collezione "Monagheddu-Cannas" con i modellini in scala 1:40 di 22 torri costiere dell'Isola. Il resto è tutto da inventare. Secondo quanto previsto dall'accordo il Comune dovrà garantire l'apertura al pubblico della torre da maggio a settembre e organizzare iniziative di carattere culturale, didattico, divulgativo e informativo-turistico, con particolare attenzione ai temi della cultura locale, del turismo, della sostenibilità ambientale e della valorizzazione del patrimonio costiero. In questo quadro, si è parlato negli anni scorsi anche di un punto ristoro nella abitazione per il farista edificata in stile neoclassico in cima alla torre nel diciannovesimo secolo.

 

 

Torrione in “svendita” a piazza Castello Basta mezzo milione
Da ilgiornaledivicenza.it del 20 settembre 2016

«Oh che bel castello marcondirondirondello». L’euforia e la filastrocca, in questo caso sì, sono concesse anche all’interno delle stanze di palazzo Trissino. Perché, va detto, un’offerta così è difficile da trovare. Un torrione in vendita a poco più di 400 mila euro. Mica uno qualunque. Quello che svetta in piazza Castello, che è alto 9 piani e che è già finito nella lista dei desideri dell’amministrazione comunale. Tempo fa sembrava un sogno impossibile ma adesso la giunta guidata da Achille Variati potrebbe davvero mettere a segno un colpo da veri intenditori riuscendo ad assicurarsi quell’edificio storico con mezzo milione di euro. IL CONSIGLIO. Intendiamoci, non è un gioco da ragazzi. Ci sono quattrini da spendere e c’è una procedura da seguire. Tuttavia la strada non sembra impossibile. E a suggerirla è paradossalmente un consigliere di opposizione che nella giornata di ieri si è messo davanti al computer e ha scritto quattro righe indirizzate alle mail del sindaco Achille Variati e del vice Jacopo Bulgarini d’Elci:

«Mi rivolgo a voi - si legge - per segnalare che il torrione di porta Castello, uno dei simboli della nostra città, è in vendita all’asta in quanto la società proprietaria è stata dichiarata fallita. Riterrei che sarebbe opportuno valutare una partecipazione alla procedura d’asta da parte dell’amministrazione comunale considerato che, allo stato, la base d’asta è interessante. Oppure, come penso, si può esercitare la prelazione successiva ex lege prevista per gli immobili di interesse storico/artistico». Il rappresentante di Forza Italia guarda all’effettivo utilizzo: «L’immobile potrebbe essere, pur nella particolarità degli spazi interni, destinato a spazio espositivo o comunque messo a disposizione della città di Vicenza. Certo di aver fatto cosa gradita, cordialmente saluto».

DI COSA SI TRATTA. Difficile al momento sapere la reazione della giunta. Solamente ieri è iniziato lo studio delle carte. Ma di certo quella di Michele Dalla Negra è stata «cosa gradita». Perché l’affare è da prendere al volo. Il torrione di piazza Castello è stato messo in vendita dal tribunale dopo il fallimento della società proprietaria, la Pleiade 48 srl. Come si legge nei documenti del curatore fallimentare è alto circa 30 metri ed è composto di nove piani, tre dei quali non sono calpestabili. Al piano terra si trovano l’ingresso, il vano scale e l’ascensore, al quarto una sala mostra con ballatoio e terrazzino, al quinto un’altra sala mostra così come al sesto. Al settimo ecco una sala ghirlanda e un camminamento perimetrale. All’ottavo e al nono è posizionata la torretta sommitale con scala. Il tutto si sviluppa per una superficie lorda complessiva di 432 metri quadrati. Certo, non un granché come spazio ma considerato il valore storico dell’edificio e il prezzo, palazzo Trissino potrebbe davvero valutare l’acquisto. Secondo quanto scritto dal tribunale, il prezzo base è di 550 mila euro ma l’offerta minima dovrà essere di 412.500 euro. Ma non solo. Il palazzo costruito nell’epoca medioevale è stato ristrutturato nel 1995 nel 1998 e nel 2011. Nicola Negrin

 

 

Giornate Europee del Patrimonio
Da laspezia.cronaca4.it del 20 settembre 2016

SARZANA – Tornano anche quest’anno le Giornate Europee del Patrimonio, manifestazione promossa dal 1991 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea con l’intento di  potenziare e favorire il dialogo e lo scambio in ambito culturale tra le Nazioni europee. Si tratta di un’occasione di straordinaria importanza per riaffermare il ruolo centrale della cultura nelle dinamiche della società italiana. L’edizione #GEP2016 www.beniculturali.it/GEP2016, per iniziativa del Consiglio d’Europa, sarà dedicata al tema della partecipazione al patrimonio nella direzione tracciata sin dal 2005 dalla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società. All’iniziativa, com’è ormai tradizione, aderiscono anche moltissimi luoghi della cultura non statali tra musei civici, comuni, gallerie, fondazioni e associazioni private, costruendo un’offerta culturale estremamente variegata, con un calendario che spesso arriva a sfiorare i mille eventi! Anche Sarzana con le sue fortezze parteciperà alla manifestazione proponendo eventi e ingressi ridotti. Sabato 24 e Domenica 25 Settembre gli orari di accesso ai percorsi visita della Fortezza Firmafede e del MUdeF– Museo delle Fortezze, saranno prolungati fino alle 21.30 con ingressi scontati e dalle 18 ingresso a solo 1€. Appuntamento da non perdere, Sabato alle 18.00 al Museo delle Fortezze all’interno della Fortezza Firmafede. Insieme a Giorgio Rossini e Roberto Ghelfi, progettisti e curatori del museo cercheremo di rispondere alla domanda “Come nasce un museo?”, scoprendo il processo creativo che ha portato alla realizzazione delle 27 sale interattive ed emozionali del museo. (Ingresso e partecipazione alla visita €1,00) L’iniziativa in breve: Orari apertura MUdeF: Sabato 24 e Domenica 25 dalle 10:30 alle 21:30 Prezzi Ingresso MUdeF: €6,00 biglietto intero – Ridotti: €5,00 sopra i 65 anni e sotto i 14 – insegnanti – gratuito sotto i 6 anni Sabato 24 dalle 18:00 ingresso a €1,00 Sabato 24 alle ore 18:00 presso MUdeF: “Come nasce un museo?” Prezzo: 1€

 

 

X-files russi: l’Unione sovietica avrebbe combattuto una Guerra Fredda con gli alieni
Da blastingnews.com del 19 settembre 2016

Quando si parla di #ufo e Alieni viene quasi in automatico associare il mistero agli Stati Uniti  d’America, i suoi presidenti e i vari apparati dei servizi segreti. L’Area 51, la Base di Dulce, l’avvenimento di Roswell del 1947, sono solo alcuni dei punti chiave rimasti nella storia di questa controversa tematica. Ma gli Stati Uniti non sono gli unici a possedere gli x-files. Meno plateali e molto più riservati, i russi sono stati ben più attenti a rivelare i loro oscuri segreti. Tra il 1940 e il 1950 (l’era del boom di avvistamenti UFO), anche l’Unione Sovietica avrebbe avuto moltissimi incontri ravvicinati con esseri provenienti da altri mondi e, a quanto pare, non erano poi così amichevoli. "I sovietici sono rimasti scioccati del fatto che tanti UFO potessero penetrare le loro frontiere e fare ciò che volevano, senza alcun controllo da parte del Cremlino. Ci sono stati molti più casi di incontri diretti che negli Stati Uniti, e tutto ciò che stava volando sopra l'Unione Sovietica era molto interessato a installazioni militari segrete", ha dichiarato il ricercatore e autore Paul Stonehill al tabloid Daily Star.

Gli scontri tra i russi e gli UFO

Stonehill investigando tra gli archivi dei russi del periodo della Guerra Fredda ha scoperto che ci sono stati molti incontri ravvicinati tra gli UFO e i soldati, che avevano ricevuto l'ordine di abbatterli. Senza successo, ovviamente. Il Cremlino è sempre stato cauto e ha da sempre preso molto seriamente la questione UFO, cercando di convincere l'opinione pubblica che gli avvistamenti fossero dovuti ad armi dell'occidente. Come per il progetto Blue Book americano, i russi diedero il via al segretissimo progetto SETKA per capire l'origine di questi fenomeni, dopo un avvistamento massivo di 48 UFO avvenuto nel 1977 a Petrozavodsk. I sovietici riguardo agli UFO ne sanno probabilmente molto di più di qualsiasi altra nazione, e molti dei documenti super segreti continuano ad essere non accessibili e forse non vedranno mai la luce. Fatto sta che Stonehill ha scoperto che gli scontri tra i soldati e questi oggetti volanti non identificati sono stati frequenti.

I russi si arrendono agli UFO

Successivamente i russi capirono di trovarsi davanti a qualcosa di incredibilmente forte e fuori dalla loro portata, così decisero nel 1960, di emettere un comunicato ufficiale che ordinava ai soldati di non aprire il fuoco contro nessun oggetto non identificato. Questa storia ha davvero dell'incredibile, ma i servizi segreti russi del KGB potrebbero essere entrati in contatto con esseri alieni e aver recuperato informazioni di cui il mondo è ancora oggi completamente all'oscuro.

 

 

Riscaldamento globale, la Groenlandia e quei relitti (inquinanti) della Guerra Fredda
Da ilfattoquotidiano.it del 19 settembre 2016

Un recente editoriale di Lauren Lipuma su Earth & Space Science News la più diffusa rivista di geofisica pone un problema di politica ambientale abbastanza complicato. Al culmine della guerra fredda, nel 1959 gli Stati Uniti costruirono in Groenlandia Camp Century, una base militare completamente racchiusa all’interno della calotta glaciale. Lo scopo ufficiale della base era quello di testare nuove tecniche di costruzione adatte alla regione artica e di condurre ricerche scientifiche dedicate all’ambiente artico. Poi il progetto si allargò un po’ e quasi subito Camp Century si trasformò in un sito top secret dove sperimentare la fattibilità di uno schieramento missilistico per colpire meglio l’Unione Sovietica in caso di guerra nucleare. La Groenlandia è territorio danese. Anche se gli Stati Uniti avevano l’approvazione della Danimarca per costruire Camp Century, il programma missilistico, noto come Project Iceworm, pare fosse stato tenuto segreto. Dopo alcuni anni di operatività, il Progetto Iceworm fu accantonato dal Pentagono, la base fu dismessa nel 1967 e il corpo degli ingegneri dell’esercito rimosse il reattore nucleare che alimentava il campo. Ma furono lasciate lì tutte le infrastrutture e i rifiuti prodotti nel frattempo, pensando che tutto sarebbe stato congelato e sepolto per sempre dalle nevi perenni. Da alcuni decenni, il cambiamento climatico sta scaldando l’Artico più di ogni altra regione della Terra. Un inventario aggiornato dei rifiuti abbandonati nel sito ha stimato la presenza di200mila litri di gasolio, quanto basta a un auto per fare 80 volte il giro del mondo. E non è il solo residuo, perché ci sono anche240mila litri di acque di scarico, comprese le acque di scarico, comprese le acque reflue, assieme a un volume sconosciuto di refrigerante a bassa radioattività usato dal generatore nucleare, oltre a un’imprecisata quantità di policlorobifenili (Pcb), un inquinante tossico.

Le simulazioni climatiche indicano che, già nel 2090, la calotta di ghiaccio che copre Camp Century potrebbe passare da un regime di accumulo a un regime di scioglimento nivale. La fusione del ghiaccio comporterebbe la sicura mobilitazione dei residui e dei rifiuti con un pericolo ambientale non trascurabile. In tal caso, gli inquinanti sarebbero trasportati verso l’oceano con gravi rischi per gli ecosistemi marini. Per contro, bonificare oggi il sito sarebbe un’opera molto difficile, poiché i rifiuti sono sepolti sotto decine di metri di ghiaccio; e l’operazione sarebbe non solo costosa, ma anche tecnicamente assai impegnativa se non quasi impossibile.

Chi sarà però responsabile della bonifica quando i rifiuti emergeranno? Sebbene Camp Century fosse una base statunitense, è in terra danese. La Groenlandia è sì un territorio danese, ma è ora in regime di auto-governo. Nessuno ha mai preso in considerazione le implicazioni del cambiamento climatico sui rifiuti abbandonati in siti politicamente ambigui. E forse ci sono altre situazioni simili in giro per il mondo, per fortuna non tutte in ambienti così estremi.

 

 

I borghi fortificati più belli d'Italia
Da siviaggia.it del 17 settembre 2016

In merito alla presenza di borghi e fortezze l’Italia vanta sicuramente il più vasto patrimonio storico, artistico e culturale dell’intero pianeta. Sulla penisola italiana sono avvenute diverse vicende molto curiose. Qui si sono sviluppate molte guerre e battaglie. Per non citare la presenza della mura e di borghi fortificati che servivano per proteggere il territorio italiano dalle invasioni dei popoli settentrionali. Durante le guerre tra gli imperatori del Sacro Romano Impero e gli eserciti del Papa sono stati costruiti molti forti, sopravvissuti fino ai giorni nostri. Molti piccoli luoghi custodiscono gelosamente le proprie storie e delle opere artistiche di valore universale. Le leggende millenarie, le curiose tradizioni, che spesso variano molto anche da una zona italiana all’altra, fanno nascere una diversità unica nel suo genere. Gli antichi borghi e le fortezze rimaste in piedi nonostante siano trascorsi molti anni, hanno molto da offrire sia sul punto di vista architettonico, che su quello culturale. I borghi fortificati, che hanno visto mille assedi, posseggono delle mura con bastioni, belli non solo da vedere dall’esterno, ma anche da visitare all’interno. Molti di essi sono stati insigniti della Bandiera Arancione del Touring Club, per via della loro accoglienza turistica e dell’impegno preso nei confronti della sostenibilità ambientale. Uno dei più bei borghi fortificati in Italia è sicuramente quello di Candelo. Esso possiede delle grandi, maestose mura che si estendono per un perimetro totale di circa 500 metri. Agli angoli ci sono delle immense torri cilindriche che regalano a questo borgo medievale un’atmosfera particolare. Candelo è situato in Piemonte, sul percorso che intercorre tra Biella e la Riserva Naturale delle Baragge. Esso fu eretto nel XIV secolo per volere dei popolani locali, che così volevano difendersi dagli attacchi dei popoli dalle Alpi. Un altro dei importanti borghi italiani è quello di Sabbioneta, che si trova vicino al fiume Po, nel pieno cuore della Padania. Questo borgo ospita una cinta muraria esagonale, la quale fa da difesa al centro urbano. La ricostruzione del borgo, effettuata per mano del principe Vespasiano Gonzaga, ha fatto guadagnare a questa cittadina il curioso appellativo de l’Atene della Pianura Padana, o semplicemente la Piccola Atene. Dentro al borgo si devono visitare molti monumenti importanti, tra cui il maestoso Palazzo Ducale, il Giardino del Palazzo, la Galleria degli Antichi e il Teatro Olimpico dello Scamozzi, risalente alla fine del XVI secolo. Scoprendo i borghi fortificati del Nord, non ci si deve dimenticare della cittadina di Glorenza, situata nell’estrema parte settentrionale italiana. La Glorenza si trova in Trentino-Alto Adige, al centro della Valle Venosta, a una manciata di chilometri dal confine con la Svizzera. Ai tempi dell’Impero Romano era una crocevia commerciale, mentre nel Trecento ha monopolizzato il commercio del sale. Per via dell’evoluzione commerciale di questo centro urbano, esso è sempre stato una chicca per gli eserciti che volevano impadronirsi delle sue ricchezze. A tal proposito intorno a Glorenza è stata costruita una possente cinta muraria, con 7 torri rotonde e 7 quadrate. Nel Veneto, invece, sorge Soave, uno dei borghi più affascinanti non solo in Italia settentrionale, ma persino in tutta l’Europa. Trovandosi qualche chilometro da Verona, questa cittadina si è ben conservata anche grazie alla presenza della grande città vicina. Le mura di Soave proteggono dei vitigni particolari e nel punto più alto della città si trova un grande e maestoso castello. In epoca medievale questa città è stata fortificata per resistere agi attacchi di possibili nemici. Le 24 torri e il castello risalgono al XIV secolo, mentre la fondazione di questo borgo risale ai tempi dell’Impero Romano. Dentro alla cittadina vi sono molti edifici storici, tra cui il Palazzo di Giustizia, quello Scaligero e il Palazzo Pieropan. Volendo, si può entrare dentro al castello locale. Del lato artistico di questa città non bisogna dimenticarsi di vedere i dipinti risalenti al XVI secolo realizzati da Orellano da Ravenna e custoditi nella chiesa di San Lorenzo. Soave è anche famosa per il suo vino bianco. Un’altra delle fortezze italiane si trova nella provincia di Padova.

Si tratta della Cittadella, una cittadina le cui radici risalgono all’anno 1220. Essa fu fondata per difendere il territorio di Padova dagli attacchi trevigiani. Le mura di questo centro urbano hanno una forma particolare, ellittica. Si tratta di un’esclusiva di pochi borghi in Italia. Le torri posizionate a difesa della piccola città sono ben 32, in modo da difendere il borgo dagli attacchi esterni. Altresì Cittadella ha ben 4 porte realizzate a tripla arcata. Dentro si consiglia di vedere la Chiesa costruita in stile neoclassico. Vi sono gelosamente custoditi i dipinti di Jacopo de Bassano. Nella Pinacoteca del Duomo locale, invece, ci sono le tele dei maestri del XVI e del XVIII secoli. In questo borgo si consiglia anche di visitare il Museo Civico per saperne di più sulla sua storia.

 

 

Il cielo sotto Milano
Da milanotoday.it del 17 settembre 2016

Buongiorno, sono la Prof.ssa Liberata Grasso, docente presso la scuola secondaria "G. Falcone" di Cassina de' Pecchi (Milano). Recentemente ho visitato alcuni Bunker presenti a Milano, siti oggi accessibili e non molto conosciuti.

L' oggetto ma già le immagini - di forte impatto emotivo - dicono tutto.... Viaggio tra le Memorie Nascoste di Milano attraverso i Bunker Breda. I Bunker si trovano all'interno del Parco Nord e furono costruiti durante la II Guerra Mondiale per difendere gli operai dai bombardamenti.

Chiuse le porte, gli uomini sapevano di avere a disposizione due ore di ossigeno. Una tomba salvifica, quindi, costruita per sfuggire al cielo trasformato in un patibolo dal rombo di un aereo. Oggi è importante conservare la memorida della Nostra Storia e di tutta la Storia, anche quella meno remota e molto più vicina a noi. "Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente" (Indro Montanelli)

 

 

Muro crollato, nessun colpevole
Da messaggeroveneto.it del 15 settembre 2016

PORDENONE. Il muro perimetrale della caserma Mittica è collassato naturalmente per la sua vetustà. La Procura non ha trovato elementi che possano ricondurre a delle responsabilità. Su queste basi il pm Federico Facchin intende chiedere l’archiviazione del procedimento penale, aperto a carico di ignoti per l’ipotesi di reato di disastro colposo. Gli inquirenti avevano già inviato una diffida al Demanio civile e militare, chiedendo la messa in sicurezza del muro perimetrale, paventando il rischio di ulteriori crolli. Era quanto aveva stabilito la consulenza tecnica, disposta dal pm Facchin: sussistevano i rischi statici, che avrebbero potuto mettere a repentaglio l’incolumità pubblica.

A livello locale tutti si sono mossi poi per provvedere alla messa in sicurezza dell’area militare. La procura aveva disposto l’accertamento proprio per individuare le cause del cedimento. Il crollo parziale della cinta muraria della caserma, edificata nel 1912, era avvenuto il 6 novembre dell'anno scorso. D’improvviso si era aperto un varco lungo una dozzina di metri. In una manciata di minuti, i detriti avevano investito il cartellone vicino alla fermata degli autobus e il marciapiede. Solamente per un puro caso in quel momento nessuno stava costeggiando la cinta muraria della Mittica. Restano ora da individuare le eventuali responsabilità nel crollo.

 

 

Domenica il giro dei forti con "My trekking per Emergency"
Da genovapost.com del 13 settembre 2016

Genova - Tornano, nell’ambito delle iniziative di valorizzazione del Parco delle Mura e delle Fortificazioni genovesi, le escursioni guidate aperte al pubblico degli spazi di Forte Begato nel fine settimana. La prossima, con un programma arricchito e diversificato e denominata “Giro dei Forti di Genova”, avrà luogo domenica 18 settembre in occasione dell’evento benefico “MyTrekking per Emergency“. L’escursione prenderà il via alle ore 9 dalla stazione Righi della funicolare Zecca-Righi, il termine è previsto alle 15,30 circa con un percorso sotto le Mura Nuove che toccherà i Forti Puin, Due Fratelli, Diamante e la conclusione a Forte Begato con visita dell’area fortificata. Complessivamente il percorso impegnerà circa 5 ore, con un dislivello in salita di 350 metri circa. Si tratterà di una escursione- visita guidata su sterrati e sentieri dissestati, è quindi raccomandato un abbigliamento escursionistico con particolare attenzione alle calzature (scarponcini o robuste scarpe da ginnastica) . E’ indispensabile munirsi di acqua e pranzo al sacco. A Forte Begato si accederà all’area fortificata, gli altri Forti saranno illustrati dall’esterno.
L’escursione è a numero chiuso sino ad un massimo di 120 partecipanti (divisi in 3 differenti gruppi) e le prenotazioni sono gestite dall’Associazione tramite l’evento Facebook “My Trekking Gruppo”. Trattandosi di una manifestazione di beneficenza, alla partenza potrà essere fatta una donazione libera che contribuirà al sostegno del Programma Italia di Emergency. Nel pomeriggio sono in programma visite guidate (aperte a tutti, gratuite, senza prenotazione) dell’area fortificata di Forte Begato, con partenza all’ingresso del Forte alle ore 16,30 e alle 17,30

 

 

Il Radar della Nato di Capo Mele sostituito con un impianto più moderno, nessun pericolo derivante dai campi elettromagnetici per la popolazione
Da savonanews.it del 12 settembre 2016
Un nuovo radar Nato è in arrivo a Capo Mele. In questi giorni,infatti, sono in atto i lavori di smantellamento del vecchio impianto ( RAT 31 SL ) che monitorava il traffico aereo dell'Italia Nord Occidentale, che verrà sostituito con con con il sistema d’ arma di nuova generazione – Radar RAT 31-DL FADR (Fixed Air Defence Radar) .  Questa operazione, che si inserisce in un processo di ammodernamento delle Forze armate, è importante per potenziare la rete operativa dell’Aeronautica militare italiana ed integrarla ancora di più nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell’Alleanza atlantica della Nato.

I lavori di ammodernamento, sono iniziati a febbraio 2016 e dovrebbero terminare auspicabilmente nell’estate 2017.  Completata la fase di installazione del nuovo radar, allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro e degli abitanti delle località limitrofe verranno effettuate apposite misurazioni dei campi elettromagnetici generati, a cura del C.I.S.A.M. di Pisa (Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari).

Precedenti misurazioni effettuate dal C.I.S.A.M. presso altri enti in cui è stato installato il medesimo Radar RAT 31-DL, hanno evidenziato valori di campo elettromagnetici inferiori ai valori di azione previsti per i lavoratori in aderenza al D.Lgs. 81/2008 e per quanto riguarda la popolazione all’ esterno del sedime, inferiori ai valori previsti dalle linee guida della International Commission on Non Ionizing Radiation Protection (I.C.N.I.R.P.) fattore decisamente importante per la garanzia della salute dei cittadini e per dissipare eventuali dubbi circa la pericolosità di onde a bassa frequenza che potrebbero essere dannose alla salute.

Ricordiamo che il radar sorge nel sedime della 115ª Squadriglia Radar Remota di Capo Mele sito sul promontorio di Capo Mele, tra le località turistiche di Alassio e Diano Marina ed è posto a 224 m sul livello del mare. Le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del nuovo sistema, tutavia, sono in gran parte coperte da segreto militare. Tuttavia come riportato dalla brochure di Selex E.S. si apprende che il Fixed Air Defence Radar (FADR) opera in banda D. La 115ª Squadriglia Radar Remota di Capo Mele è inserita, sin dal tempo di pace, nella catena di Difesa Aerea NATO/Nazionale e ha il compito di contribuire alla sorveglianza e alla sicurezza dello spazio aereo di competenza senza soluzione di continuità, attraverso il corretto funzionamento e il mantenimento in efficienza del sistema d’arma e, con la Stazione Meteo, fornendo dati e bollettini meteorologici.

Il nuovo sistema d’arma in dotazione alla Squadriglia sarà collegato con le Sale Operative dell’ ARS (Air Control Centre, Recognised Air Picture Production Centre, Sensor Fusion Post) di Poggio Renatico (FE) e del 22° Gruppo Radar A.M. di Licola (Napoli) alle quali trasmetterà i dati di avvistamento e tracciamento dei velivoli acquisiti. La Squadriglia è posta alle dipendenze gerarchiche della 4ª Brigata Telecomunicazioni e Sistemi DA/AV di Borgo Piave (Latina) e riceve il supporto logistico - amministrativo dal Q.G. 1^ R.A. di Milano.

 

 

Ultimi giorni per visitare il bunker
Da ilgiornaledivicenza.it del 12 settembre 2016

Fino a giovedì 15 settembre 2016 è possibile visitare il bunker di Kesserling alle terme, un importante testimonianza storica della seconda guerra mondiale.

Durante la settimana l'orario di apertura va dalle 16 alle 17.

 

 

Musei e fortezze della Cosimo, visite in aumento
Da iltirreno.it del 11 settembre 2016

PORTOFERRAIO. Una stagione turistica (ancora in corso) da circa 30mila visitatori nei siti museali gestiti dalla Cosimo de' Medici. Con un aumento di circa il 25% rispetto all'anno precedente. Sono i numeri che l'assessore alla cultura e vice sindaco di Portoferraio Roberto Marini fornisce circa l'attività dei siti culturali gestiti dalla partecipata Cosimo de' Medici. Stiamo parlando delle Fortezze medicee, Forte Falcone e museo civico della Linguella. Rispetto alla stagione passata il movimento nei siti culturali della città è aumentato. Merito, secondo il vice sindaco Roberto Marini, della crescita di Portoferraio in chiave turistica, ma anche della valorizzazione dei siti da parte della società gestore. «I dati sono confortanti - commenta il vice sindaco di Portoferraio - a partire dal presidio di informazione che la Cosimo ha allestito, in orari strategici, alla Gattaia. I numeri che ho in mio possesso parlano di circa 3500 utenti che si sono rivolti al personale della Cosimo, il servizio ha funzionato. Ma sono i musei a rappresentare la nota lieta. Trentamila utenti da aprile maggio ad oggi, per un +25% rispetto alla scorsa stagione». Marini ritiene che siano due i fattori che hanno inciso sull'aumento dei visitatori. «Credo che Portoferraio si stia trasformando gradualmente da mero centro servizi a un luogo di interesse culturale, turistico e anche in una chiave di produzione di posti di lavoro. Il secondo fattore va ricercato invece nel buon lavoro della Cosimo che, secondo me, ha apportato delle migliorie ai siti museali e alla loro fruizione». Il vice sindaco rende noti anche i primi dati relativi all'attività del porto turistico. «I numeri relativi agli incassi della Darsena sono positivi - racconta Marini - dai posti barca la Cosimo ha incassato 800mila euro circa, con un aumento di circa il 3% rispetto alla stagione passata, con una presenza complessiva di circa 60mila persone. Un dato interessante è anche quello fornito dalla nuova area di sosta delle Ghiaie, che ha accolto qualcosa come 3600 automobili, per un incasso di circa 20mila euro da parte della Cosimo. Anche in questo caso ci siamo mossi per garantire un servizio in più all'utenza, fornendo a chi utilizzava il parcheggio anche un servizio bagno e doccia». Il 2016 è stato anche l'anno della riapertura della Villa romana delle Grotte.«Alcuni giorni fa abbiamo allestito alle Grotte il concerto di Elba Isola musicale d'Europa - spiega Marini - è stata una scelta vincente. In generale la Villa ha funzionato bene, grazie anche al buon dialogo con la proprietà. Ha totalizzato circa 1500-1600 presenze paganti, a cui si aggiungono le persone che hanno raggiunto il sito durante gli eventi a ingresso gratuito. Insomma, per la cultura è stata un'estate positiva».

 

 

Castelli di Sicilia – luoghi senza tempo
Da inchiestasicilia.com del 9 settembre 2016

Non ci sono regole architettoniche per un castello fra le nuvole.
G.K. Chesterton
Castelli erranti, castelli per aria, castelli immaginari, castelli fatati, castelli infestati e così via alla  fantasia. Ci sarà capitato, qualche volta, di sognare di possedere una fortezza, di primeggiare su tutto e tutti o di godere della bella vista dall’alto di una torre!

La storia della nostra Isola è millenaria e altrettanto millenaria è la storia dei suoi castelli. La lista è estesa! Ci sono almeno quarantacinque fortezze da poter ammirare alla scoperta di una Sicilia arcaica e immortalata per l’eternità come in uno scatto fotografico nella bellezza di una vecchia istantanea.

Con l’intento di attirare la vostra attenzione e di invitarvi a proseguire con la scoperta, abbiamo scelto per voi cinque castelli da visitare assolutamente, circondati da panorami mozzafiato e anfratti suggestivi, antiche dimore e memoria storica, e chissà, anche memoria di antichi segreti… Cominciamo il nostro piccolo viaggio indietro nel tempo attraverso le province di Palermo, Trapani, Catania, Ragusa e Caltanissetta.

Castelli di Sicilia – Castello di Caccamo

Pillole di storia

Traccia di una lunga parentesi della storia siciliana, questo è uno dei luoghi più prestigiosi e attrattivi della Sicilia, e va detto, forse il più grande e il meglio conservato d’Italia.
Risalente al periodo normanno, le prime notizie storiche accertate risalgono al 1.160. Nasce come fortezza. Le prime importanti trasformazioni le dobbiamo alla famiglia Bonello che lo resero maggiormente inespugnabile. Tra il 1302 e il 1392, per volontà degli illustri Chiaramonte, il suo scopo difensivo venne rafforzato attraverso la costruzione di alcune torri.
I De Spuches sono stati gli ultimi inquilini del maniero i quali e, grazie alla poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, resero il Castello centro di cultura e di fasto.
Il terremoto del 1923 ne ha distrutto alcune aree.
Dal 1965 la Regione Sicilia ‘ha preso il comando’, occupandosi del restauro e della riapertura di alcune aree messe in sicurezza.

Uno sguardo fuori
E’ situato su una ripida roccia calcarea, a metà strada fra Palermo e Cefalù, ed è incredibile come sembri quasi un naturale prolungamento delle pareti pietrose, sormontando con la sua imponenza il paese. Al di sotto troviamo la meravigliosa vallata creata dal fiume San Leonardo, le cui acque alimentano il lago artificiale di Rosmarina, e il pendio del Monte Calogero.
Vi si accede percorrendo una lunga salita a gradoni che quasi possiamo immaginare di percorrere a cavallo! Dal muraglione merlato che troviamo sulla destra possiamo ammirare il paese dall’alto, sulla sinistra, invece, godiamo della visuale del castello adagiato sulla roccia. E questo è solo l’inizio!

Uno sguardo dentro
Facendo un giro virtuale all’interno, dopo l’ingresso che porta alle antiche scuderie, dopo i corpi di guardia a sinistra e a destra, attraverso un arco, giungiamo al terrazzo che ci regala il bellissimo panorama sulla vallata e in cui troviamo la piccola cappella di corte. A seguire le stanze della servitù, la Sala della Congiura e la Sala delle Armi con i tetti lignei e le sue possenti armature. Si giunge alle carceri un arco più avanti. In alcune celle le pareti sono gremite di graffiti e dipinti forse testimonianza della vita che i detenuti conducevano tra quelle mura.
Vi è anche una stanza con una botola al cui interno dovevano esserci delle lame che infliggevano la morte al malcapitato.
La vista si perde tra sale da pranzo affrescate, mosaici sui pavimenti, scuderie, la sala del teatro, le logge, gli atrii, gli alloggi per i soldati, i ballatoi e le innumerevoli merlature a testimoniare il lusso delle diverse famiglie nobiliari. Beh, un modo originale per trascorrere il proprio tempo.

Tra storia e leggenda

Ogni tanto leggenda e storia s’incontrano a metà strada.
Il salone ‘della congiura’ racchiude in sé la parte più interessante del Castello di Caccamo. Stiamo parlando della leggenda del fantasma che, si dice, si aggiri per le sue stanze. Matteo Bonello, uno dei primi proprietari del castello, è stato nemico accanito del re Guglielmo I detto Il Malo. Ingannato da false promesse politiche dallo stesso re, il ricco proprietario è stato catturato e torturato atrocemente. La terribile morte dell’uomo ha dato vita all’idea che il suo altrettanto terribile fantasma vaghi tra le stanze e le sale del suo castello. Sembra girovagare pure il fantasma di una giovane monaca, figlia di uno dei tanti proprietari della rocca, che si innamorò di un valente soldato. Il padre della fanciulla, contrario all’unione, fece di tutto per separare i due amanti, uccidendo il soldato e rinchiudendo in un convento la povera figlia. Consumata dal dolore la giovane visse solo poco tempo dopo la forzata separazione.

Castelli di Sicilia – Castello di Venere

castello-di-venere
Attraversando la nebbia e l’atmosfera rarefatta del delizioso borgo medievale di Erice, in provincia di Trapani, si svela davanti a noi come per incanto il Castello di Venere.

È stato edificato dai Normanni sul monte Giuliano nel XII secolo, e sorge sopra le rovine di un antichissimo santuario a cui in epoca romana si sovrappose un tempio dedicato alla Venus Erycina romana, ovvero la fenicio-cartaginese Astarte e la greca Afrodite.
Qui le sacerdotesse praticavano l’antica arte della prostituzione sacra con i pellegrini che si recavano sul picco roccioso per omaggiare la dea.
La fortezza ab origine fungeva anche da carcere e un ponte levatoio la collegava alle tre Torri del Balio. Oggi il ponte è stato sostituito da un viadotto gradinato, uno dei maggiori e caratteristici tra i castelli siciliani.
Fino al XVI secolo, la struttura fu presidio militare spagnolo.
Grazie al conte A. Pepoli, nel XIX secolo, dopo un lungo periodo di decadenza, venne creato un bel giardino pubblico all’inglese e venne fatta ricostruire la torre pentagonale distrutta nel XV secolo.

Uno sguardo fuori

Ma è il panorama di cui si può godere il punto di forza di questo posto.
Dalla punta della torre, lo sguardo spazia da Trapani alle isole Egadi, verso la torretta Pepoli in basso, poi verso la Chiesa di S. Giovanni, proseguiamo verso la costa con Bonagia, il monte Cofano e, se c’è bel tempo, scorgiamo anche Ustica. Si ha quasi la sensazione di poter sfiorare le nuvole che viaggiano alla velocità della luce!
L’ambiente si presta a foto dall’inquadratura unica, si presta al relax e le passeggiate attraverso il giardino adiacente al castello sono davvero piacevoli. Lunghi silenzi e magiche atmosfere per un luogo che è al contempo gotico, luminoso e vivo!
Tutt’oggi il maniero normanno, pur conservando il suo fascino quasi surreale e un po’ sinistro è un interessante centro di scambio culturale. In estate, l’ascolto di versi poetici, con l’accompagnamento di canti antichi, delizia le orecchie e rinfresca il corpo e lo spirito dal fastidioso caldo. Un cielo stellato picchiettato da piccoli pois nebbiosi danno l’impressione di trovarsi immersi in un posto magico e fiabesco. Approfittatene finché potete

Castelli di Sicilia – Castello Ursino

Se vogliamo una full immersion matta e disperata nella storia della Sicilia o partecipare a stimolanti mostre d’arte, è d’obbligo visitare il Castello Ursino di Catania.
È l’edificio più imponente della città e risale al XIII secolo (dal 1239 al 1250). Costruito per volere di Federico II di Svevia, più volte è stato danneggiato e restaurato, baluardo difensivo voluto proprio dal sovrano. Fino al 1400 fu sede reale degli Aragona. Nel XVI secolo è stato anche una prigione e ne sono testimonianza le iscrizioni dei detenuti ritrovate. A causa di due considerevoli eruzioni del vulcano Etna e con l’introduzione della polvere da sparo, lo scopo militare fu definitivamente compromesso, divenendo dimora di viceré e del castellano.

Uno sguardo fuori

Dalle linee geometriche semplici,  la pianta quadrata è sempre stato un esempio di linearità poiché delimitata da quattro torrioni di volume cilindrico ad ogni angolo e da torri semicilindriche situate a metà di ciascun lato.
Durante i Vespri fu sede del Parlamento Siciliano.

Uno sguardo dentro

Nel periodo in cui il maniero federiciano venne utilizzato come carcere furono apportati cambiamenti strutturali per avere un numero di locali sufficienti che si potesse prestare ad uso prigione. Le grandi sale del piano terra furono ridotte in piccoli ambienti, i dammusi, per ospitare i prigionieri. Erano luoghi tetre e infestati da topi, tarantole e scorpioni e la traccia sono le centinaia di graffiti nei muri e negli stipiti di porte e finestre.
Curioso che la lingua di queste iscrizioni è per lo più il siciliano, ma con uso anche del latino, dello spagnolo e di un misto di siciliano e latino.

Oggi

Dopo il suo restauro, è stato adibito a Museo Regionale. Il Castello si pone infatti come perfetto connubio e incontro tra presente e passato, un vero angolo di storia passata e odierna perché la location medievale ben si confà all’utilizzo per mostre itineranti di rilevanza nazionale ed internazionale che senz’altro offrono importanti spunti di riflessione

Castelli di Sicilia -Castello di Donnafugata

Lo sapete il perché proprio del nome “Donnafugata”? Chissà che non abbia a che vedere con la leggenda secondo la quale si narra la fuga di Bianca di Navarra da Bernardo Cabrera che la chiese in sposa per acquisirne il titolo. Questa fonte, in effetti, non ha nessun riscontro storico ma a noi piace immaginarlo ugualmente.
Un’altra interpretazione farebbe risalire l’origine del nome da una parola araba che significa ‘fonte della salute’.
Tuttavia, la denominazione di castello può trarre in inganno perché più che altro si tratta di una dimora baronale del tardo Ottocento. Ma la residenza elegante, sontuosa, suggestivamente immersa in uno dei giardini più belli di tutta la Sicilia, non ha nulla da invidiare ai più grandi e sfarzosi dei castelli.

Pillole di storia

 Chiaramonte, conti di Modica, nel XIV secolo avrebbero fatto costruire il castello. Probabile sede di Bernardo Cabrera. Nel 1648 V. Arezzo-La Rocca ne fece una masseria fortificata. Nel tempo si  trasforma da alloggio neoclassico a castello neogotico.
Dopo anni di abbandono totale, nel 1982 il Comune di Ragusa decide di acquistare la residenza, rendendolo di nuovo agibile.

Uno sguardo fuori

A circa venti chilometri dal centro di Ragusa, la residenza ha una grande facciata in stile gotico, una bella loggia e due torri ai due lati.
Un parco di otto ettari circonda la magione e la impreziosiscono di un’infinità di specie di vegetali a aree di svago per divertire e allietare le ore degli ospiti come la Coffee House, le grotte artificiali con finte stalattiti e il già citato labirinto di pietra.

Uno sguardo dentro

Ci si perde al suo interno tra le centoventi e più stanze su tre piani diversi di cui solo una ventina, ahimé, sono aperte al pubblico.
Si deve assolutamente entrare nella Sala degli Stemmi, nel Salone degli Specchi e nella Sala della musica con i caratteristici trompe-l’oeil alle pareti.  Il fumoir e la sala delle signore con i loro raffinati decori vengono arricchiti di temi ispirati alla funzione delle pipe. Al suo interno lo stile gotico-veneziano e il tardo-rinascimentale sono perfettamente accostati.
Cosa state aspettando? Un gioiello di questo tipo va goduto appieno!

Castelli di Sicilia – Castello di Falconara Butera

Concludiamo il nostro itinerario nel Comune di Butera con la romantica location dell’unico maniero della provincia di Caltanissetta e l’unico che si affaccia sul mare dal momento che si erge su un promontorio roccioso sulle acque del Golfo di Gela.

Il nome richiama l’originario allevamento di falconi che si praticava nel 1362 circa, quando la torre era concessa ai Santapau di Butera prima di passare ai principi Branciforti.

Pillole di storia

Nel Quattrocento è stato fondato per difendere la costa dalle scorrerie dei pirati. Più che altro era una torre in origine quadrata detta della Falconara appunto. All’interno possiamo ammirare dipinti, ceramiche e trofei di caccia, eco del lusso di un tempo. Dopo i lavori di ampliamento di metà Ottocento, per volontà del conte tedesco Giorgio Wilding, fu edificata un’intera ala, con un grande salone ed un terrazzo a picco sul mare e il castello perse il suo aspetto di baluardo difensivo diventando un’elegante residenza nobiliare.

Oggi

Il punto panoramico su cui troneggia a picco sul mare è una vista degna dei film più romantici che fanno da scenario alle più belle storie d’amore.
Non è un caso che il castello sia scelto anche come luogo di ricevimento per i matrimoni. L’ambientazione è un’ottima cornice per festeggiare e per ricordare nel tempo un giorno importante e unico come quello del matrimonio.

Non resta che visitarlo e sognare letteralmente ad occhi aperti!

 

 

Le mura greche di Vibo vanno difese, non deturpate
Da corrieredellacalabria.it del 8 settembre 2016

Da febbraio l'amministrazione comunale di Vibo Valentia sta eseguendo con le relative autorizzazioni dalla Soprintendenza archeologica della Calabria i lavori di "riqualificazione" della via Paolo Orsi, comprensivi della posa di una grossa condotta interrata per il deflusso delle acque bianche oltre che della risistemazione dell'asfalto. Il tratto di strada in questione lungo circa 600 metri è di fatto extraurbano – sono due le case servite dalla via - è un percorso di straordinaria valenza archeologica, com'è indiziato da una serie di fattori inequivocabili acquisiti nel tempo. Il tracciato viario confina con due vaste zone sottoposte a vincolo archeologico una sul lato Sud-Ovest della via: la località Cofino ovvero l'area sacra greca indagata nel 1921 da Paolo Orsi e l'altra quella del Trappeto Vecchio a Nord- Est della strada in questione che comprende il lungo e monumentale tratto delle mura greche al Trappeto Vecchio, circa 500 metri lineari di fortificazione greca che in alcuni punti raggiunge i quattro metri di elevato. Il sistema difensivo al Trappeto Vecchio, con la sua estensione e le sue sei fasi costruttive, rappresenta il più importante monumento della costa tirrenica calabrese. Esso riveste una particolare importanza non solo per la storia locale ma anche per le ricerche sulla costruzione delle fortificazioni in generale. L'architetto Thomas Aumüller, che ha studiato la fortificazione per conto dell'Istituto Germanico di Roma con queste incisive parole descrive l'importanza che il monumento ha per la comunità scientifica internazionale con l'articolazione delle sue fasi costruttive inquadrabili tra il VI e il III sec. a.C.. Come si è detto i lavori di allestimento del Parco archeologico urbano avviati nell'agosto 2015 grazie ad un finanziamento di circa tre milioni di euro e gli attuali 600 mila euro che si stanno investendo in questi mesi per lo stesso progetto interessano anche i 500 metri di cinta muraria al Trappeto Vecchio. Il parco archeologico di Vibo Valentia ha infatti nelle mura greche il suo fiore all'occhiello e da questo monumento oltre che dalla suggestione dei luoghi che sono attirati i molti turisti e gli studiosi soprattutto stranieri che vengono a visitare la città. L'allestimento del parco ha come obbiettivo primario quello di ricostituire la leggibilità dell'insieme delle diverse aree archeologiche anche e soprattutto attraverso un sistema di percorsi viari pensati per collegare e valorizzare le potenzialità archeologicopaesaggistiche dei siti. In questo senso la via Paolo Orsi costituisce una "cerniera" archeologica fondamentale tra tre delle diverse aree del parco (Cofino, Trappeto Vecchio e Belvedere) anche perché lungo i 600 metri del suo percorso si apre l'accesso al tratto di fortificazione al tratto di mura indagate dall'Orsi. L'interesse archeologico per la via in questione è da sempre chiaro ai cittadini data la presenza lungo il margine Ovest della strada di una serie di porzioni del monumentale sistema di difesa della città greca ancora mai indagate. A questo si aggiunga che sul margine Nord-Est della stessa via, alla fine degli anni settanta del secolo scorso, in uno sbancamento per la costruzione di un muro di recinzione sono stati evidenziati 15 metri della stessa fortificazione sempre in blocchi d'arenaria. Che il percorso delle mura greche della città coincida con lo stesso asse viario è stato sancito poi nel 1993 da una campagna di prospezioni geofisiche volute dalla stessa Soprintendenza grazie alla quale è emerso che esse sono presenti subito sotto il manto stradale. A questo si aggiunga che studi recenti hanno permesso di ipotizzare la presenza della torre IX a metà circa del tracciato viario, come indicato in uno schizzo di Rosario Carta disegnatore dell'Orsi ritrovato negli archivi della Soprintendenza.
Lungo i 600 metri della via Paolo Orsi il Comune di Vibo Valentia in accordo con la Soprintendenza nello scorso mese di febbraio-marzo hanno iniziato ad eseguire lavori di riqualificazione della strada che hanno interessato in un primo tempo la sezione presso la torre IX con la messa in evidenza dei blocchi relativi alla struttura.
Risale al mese di Aprile la segnalazione fatta da alcuni residenti della presenza degli stessi blocchi di arenaria delle mura greche in tre punti (complessivamente 35 metri circa) di una lunga trincea per la posa di una condotta eseguita nel corso dei lavori di riqualificazione della via e questo ha creato molto sconcerto nella cittadinanza. Constatata l'emergenza archeologica, segnalata al Comune e alla Soprintendenza si è atteso il fermo lavori utile alla rimodulazione dell'intervento iniziato evidentemente su basi non funzionali alla tutela dei monumentali resti archeologici emersi ma nulla è avvenuto in tal senso, anzi l'unico risultato ottenuto è stato quello di minimizzare la portata del rinvenimento.
Alla segnalazione dei cittadini è invece seguita una inchiesta giornalistica portata avanti da "Il Quotidiano del Sud", alla quale si è aggiunto l'appello pubblico alla salvaguardia fatto dall'ispettore onorario. Anche dopo questi interventi i lavori di scavo della condotta, la realizzazione dei pozzetti in cemento e la posa del grande tubo in PVC, non sono stati fermati, anzi quanti hanno dimostrato interesse per i continui rinvenimenti sono stati allontanati dal cantiere, giornalisti compresi.
Alla fine di aprile la protesta dei cittadini, l'inchiesta giornalistica, tre interpellanze parlamentari alla Camera e al Senato e un esposto alla Procura della Repubblica di Vibo, hanno determinato un fermo lavori temporaneo per consentire l'ispezione del "Soprintendente Avocante" della Calabria pro tempore dottor Gino Famiglietti. Purtroppo l'esito del sopralluogo, rilevando la presenza dei tre lunghi tratti di cinta muraria in blocchi di arenaria (35 metri circa) lungo la carreggiata, non ha portato alla sospensione dei lavori autorizzati dalla Soprintendenza nel 2012 come ci si attendeva bensì ha imposto la realizzazione di saggi archeologici tesi a trovare un percorso alternativo per collegare i diversi tratti di condotta già posata.
L'operato del Soprintendente che con i dati acquisiti fino al momento del sopralluogo non pone in essere la pratica di vincolo sul tracciato della via Orsi interessato dalle mura, 350 metri circa, come era auspicabile ma autorizza di fatto il completamento dei lavori preoccupa e stupisce la cittadinanza.
Tra luglio e agosto viene effettuato il primo dei tre saggi di scavo archeologici stabiliti dal Soprintendente in corrispondenza del cancello d'accesso al tratto di mura al Trappeto Vecchio. Nel corso dell'indagine sono emersi in tutto il saggio i monumentali resti archeologici riferibili alla cinta muraria greca, e a questo punto la Soprintendenza ha comunicato di essere in attesa, del progetto del Comune per posare la condotta e ripristinare il fondo stradale.
La constatazione di quanto accade in questo primo saggio di scavo preoccupa non poco e per più ragioni, sia di ordine storico archeologico che di sicurezza del sottoservizio idraulico da realizzarsi sulla base delle quote imposte dal presenza dei blocchi.
I cittadini guardano ai nuovi 350 metri lineari di cinta muraria greca presenti sotto la Via Paolo Orsi con apprensione perchè la scelta operata dalla Soprintendenza e dal Comune di risotterrare i resti impedirà definitivamente la possibilità di trasformare in 850 metri lineari il percorso complessivo di cinta muraria oggi visitabile nel parco archeologico.
Ci si chiede perché deve essere tolta alla città la possibilità di vedere valorizzata in tutta la sua specificità tale zona di parco archeologico di una specificità tale da diventare identitaria e tutto questo mentre per lo stesso parco si stanno giustamente spendendo tre milioni e seicento mila euro di finanziamenti pubblici? Questo grave danno per il patrimonio può essere perpetrato solo perché i meccanismi burocratici si sono inceppati?
A tutto questo si aggiunga che, nei giorni passati, nello stesso luogo, presso l'accesso al Trappeto Vecchio in corrispondenza dell'inizio del nuovo tratto di mura su via Paolo Orsi, nell'ambito dei lavori di allestimento del parco archeologico cittadino supervisionati dalla Soprintendenza è stata eseguita una pesante rampa in cemento sensibilmente sopraelevata (circa m. 2) rispetto al piano circostante, e posta a ridosso della cinta muraria greca indagata dall'Orsi.
Il materiale utilizzato, l'ingombro e le modalità della sua messa in opera pongono seri interrogativi sulla correttezza dell'intervento.
Il margine interno della rampa insiste direttamente sulla torre VIII la prima delle torri presenti nel tratto vincolato al Trappeto Vecchio, fino a coprirne parte della circonferenza, ancora oggi chiaramente indicata solo da alcuni frammenti d'arenaria residui.
Oltre che sulla corretta visibilità del monumento e sul contesto archeologico generale, l'elevato della rampa produce effetti nocivi sulla stessa conservazione dei resti, frapponendosi come sbarramento al naturale deflusso delle acque meteoriche e quindi aumentandone la forza erosiva che nel tempo accelererà il definitivo sbriciolamento di quel che resta della torre VIII.
Se da un lato l'uso irrazionale del cemento è contro ogni più elementare regola di esecuzione dei lavori in ambito archeologico, come dimostrano i noti fatti di Capo Colonna, dall'altro il rischio di danni immediati e futuri alla struttura della torre VIII è elevatissimo, fino a farne temere, in tempi brevi, la completa scomparsa.
La granitica volontà dell'ente appaltante nel proseguire i lavori come da progetto, la debole posizione di controllo e di tutela della Soprintendenza, fa intuire che siamo dinanzi al tracollo della valorizzazione e della tutela del patrimonio all'interno di un'area di parco archeologico urbano. Sicuramente si riuscirà a raccattare qualche dato qua e là tra i tubi, i pozzetti, i marciapiedi e rampa ma appare evidente che l'imperativo categorico non è quello di valutare i rinvenimenti in funzione della tutela e della valorizzazione ma solo quello di completare alla meno peggio i lavori previsti e soprattutto al più presto procedere al ripristino della carreggiata su via Orsi e al completamento della rampa nell'area vincolata senza porsi troppe domande, perché i rinvenimenti archeologici disturbano e non inorgogliscono.
Per restituire dignità storica e archeologica alla situazione sulla via Paolo Orsi si auspica un'inversione totale delle procedure amministrative. Sanare il vulnus procedurale: il nuovo tratto delle mura greche rinvenute deve essere finalmente vincolato secondo le norme previste dal Codice dei Beni culturali, cosa della quale a sei mesi del primo indizio non si ha alcuna notizia.
Si promuova al contempo ogni intervento utile, al reperimento delle risorse finanziarie necessarie all'avvio della ricerca sull'area della strada interessata dai rinvenimenti, al fine di operare il restauro e quindi il progetto di valorizzazione e fruizione dell'intero tratto della fortificazione greca ipponiate presente tra il Trappeto Vecchio (500 metri) e la via Paolo Orsi (350 metri) che diventerà di 850 metri. Alternative alla Via Paolo Orsi, per il percorso carrabile verso il cimitero sono da subito praticabili. Si può scegliere tra il ripristino della viabilità sulla strada che dal cimitero cittadino procedendo verso Nord-Est in direzione del carcere. Oppure si può rimodulare il percorso che dalla Croce della Nivera procede verso il cimitero senza pensare di intervenire con opere invasive in quest'area così importante dal punto di vista archeologico.
Per quanto concerne i lavori di esecuzione della rampa sull'accesso al Trappeto Vecchio si chiede la rimozione di quanto sin qui realizzato e la corretta riprogettazione del percorso in funzione anche e soprattutto dei nuovi rinvenimenti effettuati su via Orsi per una corretta fruibilità di tutto l'insieme.

 

 

La nuova frontiera delle fortificazioni da campo
Da difesaonline.it del 6 settembre 2016

I sacchi di sabbia, utilizzati per centinaia di anni per creare rapidamente delle fortificazioni, potrebbero essere un Realizzata dalla Dynamic Defense Materials, la McCurdy’s Armor è stata concepita sulla modularità, traendo ispirazione I pannelli possono essere installati su qualsiasi terreno: un posto di guardia corazzato con postazioni di tiro, rapidamente.


I vari pannelli possono essere trasportati anche da una roulotte per uso civile.


La McCurdy’s Armor (prima chiamata "Evaloch") è in grado di resistere al fuoco diretto dei razzi RPG, schegge un’esplosione pari a 14,5 chili di TNT.
La tecnologia sviluppata prende il nome da Ryan McCurdy, un marine ucciso da un cecchino, il 5 gennaio del 2006,

I blocchi corazzati sono già stati consegnati all’esercito degli Stati Uniti che li utilizza in Afghanistan. Anche il Corpo È attualmente utilizzato come misura di protezione aggiuntiva nelle ambasciate degli Stati Uniti localizzate in aree sensibili. 

 

 

Vladimir Putin, bunker segreti per prepararsi a guerra con Occidente
Da blitzquotidiano.it del 6 settembre 2016

“ROMA – Secondo alcuni reports, sembrerebbe che Putin abbia investito in una serie di bunker top secret, sparsi nella città di Mosca, per prepararsi ad un’eventuale guerra con l’Occidente.
Nelle relazioni, emerse lo scorso mese, e riportate dal Daily Mail, si dice che la Russia abbia già iniziato parecchi anni fa a costruire “decine” di bunker sotterranei.La Russia si sta preparando a una grande guerra, ed è conscia del fatto che sarà nucleare, perchè il primo attacco partirà proprio da lì”, ha riferito al Washington Free Beacon, Mark Schneider un ex ufficiale del Pentagono per le politiche nucleari. “Non siamo pronti per affrontare una grande guerra, ancor meno una guerra nucleare”. Le indiscrezioni trapelate sui bunker sono poche, ma i media russi affermano che sono stati costruiti a Mosca come parte di una nuova strategia per la sicurezza nazionale. Oltre a Mosca, la Russia ha costruito dei bunker anti atomici anche sul monte Yamantau, negli Urali. Il rapporto tra Occidente e Russia si è inasprito negli ultimi anni, ovvero da quando è stata annessa la Crimea ed è cominciato il conflitto in Siria. Le tensioni sono poi aumentate a causa delle esercitazioni NATO nei Paesi Baltici dell’Europa orientale, dove sono stati utilizzati 6.000 uomini, 50 navi, 60 aerei e un sottomarino. All’inizio di quest’anno sono emersi dei rapporti, dove veniva detto che la Russia si stava preparando a testare un missile nucleare talmente avanzato da annullare le difese NATO e decimare una larga fetta d’Europa a pochi secondi dal lancio. Il missile RS-28 Sarmat, chiamato anche Satan 2, ha una velocità massima di 7 chilometri al secondo, ed è stato progettato per annullare i sistemi di scudi anti-missile. Il Sarmat può trasportare una testata da 40 megatoni, 2.000 volte più potente delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 e distruggere un’area vasta come la Francia o il Texas. Grazie al raggio da 10.000 km, permetterebbe a Mosca di attaccare Londra, così come altre città europee, e di raggiungere le costa dell’America meridionale ed occidentale.

 

 

Le fortificazioni seicentesche in città
Da cittadellaspezia.it del 4 settembre 2016

La Serenissima Repubblica di Genova, vaso di ferro nei confronti delle città liguri, lo era di coccio nel contesto europeo. Signora di un territorio di ridotte dimensioni, non era in grado di competere con le potenze europee, prossimi Stati nazionali. Di uno di questi, la Spagna, Genova era alleata, ma l’intesa era precaria. Troppo smaniosa d’ingrandimenti territoriali quella per non suscitare la giustificata diffidenza della Lanterna che ben sapeva l’importanza strategica della Lunigiana, appetita perché lì si muovevano le truppe in caso di guerra da uno scacchiere all’altro. Così, a inizio Seicento Genova munisce tutto il Golfo di fortezze e batterie. In questo piano rientrano l’ingrandimento di un piano del castello e l’allargamento della cinta muraria che da più o meno un paio di secoli chiudeva la città. La modifica maggiore è lo spostamento verso mare del braccio meridionale che adesso corre lungo l’attuale via Cavallotti. Di quelle mura resta un bel tratto di muro inclinato che dall’incrocio di via Prione va verso piazzetta del Bastione. Dove le vie s’incontravano stava una porta la cui presenza è ricordata da una targa che un’Amministrazione (chissà quale) ha apposto dove si aprivano le sei aperture nelle mura. Le insegne iniziano tutte dicendo che “nelle mura urbane del XIV secolo qui si apriva la porta” e a seguire il nome. Però, c’è un errore che a proposito della porta di via Cavallotti ho già denunciato, in questa rubrica e in un libro del 2005. Ho però sempre dimenticato (mea maxima culpa) di dire della porta del Carmine che si apriva grosso modo all’incrocio di via Colombo, la direttrice lungo la quale camminava il braccio occidentale delle mura, con via Cavallotti, la linea lungo la quale si fece il nuovo braccio meridionale nell’allargamento cominciato nel 1607. Quindi, anche per questa porta vale lo stesso discorso: la porta non può essere del XIV secolo come recita la targa, la data va spostata di un paio di secoli in avanti. Fra l’altro, il cartello è di difficile individuazione, tutto bianco nella facciata bianca del CAMeC, alla sinistra dell’ingresso, in alto: devi puntarci gli occhi per distinguerlo. Però, il problema, secondo me, non è tanto una data sbagliata (ormai, l’errore è stato fatto e amen), quanto il fatto che sarebbe bene chiedersi quanti Spezzini sanno che la città che abitano una volta era circondata da un quadrilatero murato, e quanti ne conoscono il perimetro. Una volta il Comune faceva percorsi per le scuole per far sapere ai bimbi la storia cittadina, ma era l’epoca dello pterodattilo. Oggi viviamo tempi moderni.

 

 

Forte Busa Grande oggi due esperti ne spiegano la storia
Da trentinocorrierealpi.it del 3 settembre 2016

VIGNOLA. In vista dell’inaugurazione, si terrà oggi una conferenza illustrativa. Si fa riferimento al Forte Busa Grande recentemente restaurato e recuperato a cent’anni dalla Grande Guerra, dove, alle 15, i ricercatori storici Volker Jeschkeit e Marco Gramola parleranno della linea difensiva austroungarica e del ruolo del Forte costruito nei pressi del Compet (strada per la Panarotta). L’inaugurazione sarà domenica 18 con ritrovo alle 9.30, messa alle 10.30 e cerimonia (e visita al forte) alle 11.30. Completerà rinfresco e concerto di musica classica. (r.g.)

 

 

Inaugurato il Museo delle Fortezze, la storia diventa multimediale
Da cittadellaspezia.it del 3 settembre 2016

Sarzana - Taglio del nastro e primi sguardi incuriositi e soddisfatti hanno accompagnato questa sera l'inaugurazione del MUdeF – Museo delle Fortezze che da oggi ha sede all'interno della Cittadella di Sarzana. Attraverso un percorso interattivo che si snoda fra le sale e gli affascinanti sotterranei della costruzione medievale è infatti possibile scoprire vicende e caratteristiche della Lunigiana con particolare attenzione proprio a castelli e dimore che ne sono state parte integrante attraverso i secoli. Usi, costumi e soprattutto storia di un territorio importantissimo sono stati ricostruiti attraverso elementi multimediali con contenuti attivabili grazie a particolari braccialetti che saranno forniti ai visitatori al posto del consueto biglietto. Mappe interattive, voci ed immagini pensate per raccontare, sia in italiano che in inglese, non solo le vicende di Sarzana ma anche quelle di tutti i borghi circostanti facendo rivivere così un'epoca intera. “Questo importantissimo progetto è nato un'intuizione di un grande esperto di architettura come Stefano Milano – ha detto il sindaco Alessio Cavarra aprendo la cerimonia davanti a giunta, esponenti del consiglio comunale, operatori culturali e rappresentanti delle forze dell'ordine – ed unisce Val di Magra, Val di Vara e tutta la Lunigiana storica. Oltre a rendere fruibili ai visitatori aree mai utilizzate – ha aggiunto – offre anche tecnologie che consentono di avere uno sguardo di insieme sui castelli del territorio. Con le nostre due fortezze possiamo contare su un complesso unico a livello europeo e ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest'opera che ci consente di aggiungere un altro tassello al nostro patrimonio culturale e all'offerta turistica di Sarzana”. Fra questi c'è anche la Regione Liguria, rappresentata dall'assessore alla cultura Ilaria Cavo: “Quella di oggi è una giornata importantissima perché questa apertura segna una sinergia importante fra la storia della città ed un valido progetto multimediale. Da parte della Regione – ha sottolineato – c'è grande vicinanza e partecipazione, abbiamo ritenuto giusto cofinanziare l'opera ed offriamo la massima disponibilità per fare in modo che la fruizione del museo possa essere rilevante. Si tratta di un'altra bella tappa nel percorso di valorizzazione della Liguria che stiamo portando avanti e che qui può contare anche sul Festival della Mente che si aprirà domani, siamo disponibili a progettare e costruire ancora qualcosa di importante e sono sicura – ha concluso – che il MudeF sarà un viaggio bello e sorprendente per chi verrà a vederlo”. Curato da ETT Spa nell'allestimento multimediale il museo è stato realizzato dai progettisti Roberto Ghelfi, Giorgio Rossini e Daniela Scarponi e seguito dal direttore delle due fortezze Raffaele Colombo e dalla direttrice del Polo Museale Serena Bertolucci. “Sono contenta di essere qui nel primo luogo dove sono arrivata nel giorno del mio insediamento – ha affermato – questo è un punto di partenza perché il vero lavoro per tutti inizia oggi. Dovete fare di questo spazio un luogo vostro e di tutto il territorio" Un museo all'altezza di una città che punta con decisione sul turismo e sulla promozione del proprio patrimonio storico e culturale, e che come tale dovrà essere promosso e curato.

 

 

Fari e torri costiere aperti al pubblico
Da norbaonline.it del 31 agosto 2016

Dalla Torre d'Ayala a Taranto al faro di Torre Preposti a Vieste. In tutto 20 le strutture che saranno aperte al pubblico a settembre e ottobre nell'ambito del progetto Valore Paese-Fari. L'iniziativa dell'Agenzia de Demanio punta a recuperare fai ed edifici costieri situati in contesti di assoluta bellezza. Il bando di gara partirà il 15 settembre. Si potranno visitare anche Torre Castelluccia Bosco Caggioni a Pulsano e il Convento di San Domenico Maggiore Monteoliveto a Taranto. Le giornate Open Lighthouse sono organizzate dal Demanio e da Difesa Servizi Spa in collaborazione con WWF e Touring Club Italiano.

 

 

Aumentano capacità russe in Europa
Da occhidellaguerra.it del 31 agosto 2016

L’Institute for the Study of War, think tank di Washington, ha rilasciato un grafico informativo che evidenzia la crescente copertura missilistica terra-aria della Russia in Europa. Dagli Stati baltici a gran parte dell’Ucraina e del Mar Nero, dalla Polonia settentrionale alla Siria e parte della Turchia, senza tralasciare il Joint Air Defense Network che Mosca gestisce in cooperazione con in Bielorussia ed Armenia.

La Russia ha poi alterato l’equilibrio delle forze nel Mar Nero, nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente attraverso la definizione di grandi zone A2D2, anti-access area-denial, nell’ambito di una precisa strategia di negazione.

Nel grafico sono mostrati i principali asset difensivi di Mosca che, in un ipotetico scontro con la Nato, potrebbero ostacolare la capacità delle forze aeree statunitensi di accedere nelle zone operative. Le aree di difesa create dai russi – scrivono dal think tank – negherebbero la supremazia aerea nelle aree di rilevanza strategica.

L’Institute for the Study of War conferma i timori del Pentagono per la crescente capacità SAM di Mosca. L’esempio di Kaliningrad L’enclave russa tra Polonia e Lituania con accesso diretto al mar Baltico è fondamentale nello scacchiere strategico russo.

Se scoppiasse una crisi tra l’Europa e la Russia, Mosca potrebbe instaurare una no-fly zone che si estenderebbe da Kaliningrad fino a coprire un terzo dello spazio aereo polacco. I russi hanno schierato a Kaliningrad probabilmente il meglio della loro attuale tecnologia militare: dagli S-400 Triumph ai missili balistici Iskander-M.

Sistemi integrati quindi, per un asset A2 / AD (anti-accesso/area di diniego). Il sistema stratificato ed integrato di difesa aerea e missilistica schierato prevede radar di allarme precoce e battaglioni armati con sistemi S-300/S400. Il Cremlino ha schierato a Kaliningrad tre brigate d’élite completamente equipaggiate   Forze meccanizzate supportate da una brigata di artiglieria, basata come potenza primaria su 54 sistemi di grosso calibro. La 7054 Air Base ospita in turnazione quasi cinquanta velivoli tra elicotteri pesanti e caccia.

A Kaliningrad, Mosca schiera anche la 152a brigata missilistica del Distretto Occidentale equipaggiata con i missili balistici Iskander-M. Il sistema missilistico Iskander–M, prodotto dalla Kolomna KBM, è stato ufficialmente adottato dall’esercito russo nel 2006. La versione interna o M ha una gittata massima dichiarata di 480 km (in fase di test la possibilità di estendere il raggio ben oltre i 500 km) con una CEP o probabilità di errore circolare di 10 metri. L’Iskander è stato progettato per eludere i più avanzati sistemi di difesa aerea, compreso lo scudo spaziale americano.

Capace di una velocità massima di 7mila km/h, l’Iskander nella fase terminale del volo si affida ad una guida optoelettronica, compiendo brusche manovre per eludere le difese aeree e rilasciando esche per ingannare i radar nemici. E’ corretto definire il sistema missilistico Iskander come una delle armi più letali dell’arsenale russo: progettato come un sistema balistico ad alta precisione, ma ottimizzato per l’utilizzo a distanza ravvicinata, sotto le 500 miglia. I missili possono essere lanciati in 16 minuti ed in quattro minuti in caso di prontezza operativa.

Il secondo missile (solo per la versione interna) può essere lanciato in meno di 50 secondi. Isolata dalla Russia se non per via mare (in caso di conflitto i collegamenti ferroviari sarebbero inaffidabili), Kaliningrad è stata fortificata per arrecare il massimo delle perdite ad un attacco preventivo della NATO.

 

 

Fortificazioni medievali
Da baritoday.it del 31 agosto 2016

Sabato 03 ore 20.00 appuntamento con l'itinerario "Le Fortificazioni Medievali". Le fortificazioni medievali

Scopriremo insieme i resti delle antiche mura della nostra Bari. Punto d'incontro: Piazza del Ferrarese

Piazza del Ferrarese. In questa piazza sorgeva una delle due porte principali della città, denominata "di mare", "australe", "di Lecce", Lungomare Imperatore Augusto. La cinta muraria seguiva il tracciato dell'odierno lungomare in direzione dei fortini di Sant'Antonio e Santa Scolastica. Fortino di Sant'Antonio. Questo era uno dei quattro baluardi di difesa della città. Fortino di Santa Scolastica. Il nostro viaggio continua all'estrema punta settentrionale dell'abitato antico, dove si trova un altro dei quattro baluardi di difesa anche questo di costruzione molto antica risalente al X secolo. Costo: 8 euro - Prenotazione a info@pugliarte.it

 

 

Rocche e fortificazioni della provincia di Verona: il Castello di Sanguinetto
Da veronasera.it del 30 agosto 2016

Un gioiello da valorizzare, ancora poco conosciuto, come i tanti monumenti che arricchiscono i piccoli paesi italiani. La storia del Castello di Sanguinetto comincia nel 1375, costruito dagli scaligeri per difendersi da Mantova e subito donato ai Dal Verme. Nel corso dei secoli cambiò spesso casata fino ad essere conquistato in armi nel 1509 dalla Lega di Cambrai, un insieme di forze europee che si era unito per arginare lo strapotere della Repubblica di Venezia. Già prima del Cinquecento però la struttura era stata modificata e aveva perso molte delle sue caratteristiche militari. Si presenta però ancora come un classico castello medioevale, un fossato attorno e mura merlate per proteggere il cortile interno. La cinta muraria è intervallata da 8 torri, di cui una rappresenta l'ingresso. Nel corso dei secoli il castello perse la sua ragione d'essere e passò di mano in mano fino a quando il Comune di Sanguinetto non riuscì ad acquistarne una buona parte e trasformarla in municipio. Gli interni sono visitabili e spicca per bellezza un camino in stucco eseguito da Erasmo Da Nardi.

 

 

Il forte veneziano tra i Balcani
Da corrieredelveneto.it del 29 agosto 2016

Andrea Cornaro era uno dei migliori ingegneri veneziani del XVII secolo. Originario di Candia (l’attuale Creta), era grande esperto di opere difensive. A Belgrado, nella fortezza che è anche il polmone verde della città, c’è una porta che ha il suo nome, quella sul lato Sudest, sovrastata dalla torre dell’orologio. Nel 1688, dopo due secoli di dominio ottomano, Massimiliano II Emanuele di Baviera espugnò la capitale serba. Fece così chiamare Cornaro per creare un sistema moderno di fortificazioni, a cominciare da Kalemegdan, la fortezza turca (kale significa fortezza, megdan battaglia) sorta sul vecchio castrum romano di Singidunum, alla confluenza tra i fiumi Danubio e Sava. Cornaro si mise all’opera e disegnò una fortezza che doveva essere inespugnabile. Ma due anni dopo, mentre i lavori stavano cominciando, i turchi assediarono Belgrado e ripresero possesso della città. Cornaro accettò di terminare il lavoro per i turchi e mise a disposizione i progetti. Ma, come riporta due secoli più tardi Girolamo Ferrari nel suo libro Delle notizie storiche della Lega tra l’Imperatore Carlo VI e la Republica, «gli uomini d’intelligenza stabilirono, che quelle opere fossero con falsa regola, e con visibile difetto, e perciò ne fu il Cornaro in premio decapitato». La fortezza fatta costruire con i suoi disegni è ancora oggi una delle più belle attrazioni della capitale serba, che sta riscoprendo un grande interesse fra i turisti. Nell’area di Kalemegdan, oltre a un panorama unico sui grandi spazi verdi di Belgrado, c’è la chiesetta delle rose con i lampadari costruiti con proiettili e granate della Prima guerra mondiale o la cappella dove scorre l’acqua che donne e uomini bevono per aumentare la fertilità. Di chiese Belgrado ne ha tantissime, soprattutto di rito ortodosso. La più vecchia risale al 1830. La capitale fu distrutta 27 volte in 252 battaglie. Le ultime distruzioni risalgono ai bombardamenti della Nato negli anni Novanta e sono ancora evidenti in alcuni quartieri. Oggi in molti dal Nordest scelgono di visitare Belgrado non solo perché ha rappresentato e rappresenta un crocevia fondamentale nella storia dei Balcani ma perché in un’unica città rivivono più stili e più atmosfere: le strade eleganti del centro storico; quelle «bohémien » di Skadarlija, la «Montmarte di Belgrado» con i suoi ristoranti e la musica dal vivo; l’antico quartiere turco di Dorcol; i palazzoni grigi dell’epoca comunista; il quartiere della nuova Belgrado, raggiungibile anche attraverso le belle piste ciclabili dal centro; Savamala e il distretto del design con i locali notturni e poi, lungo il fiume, gli splavovi, le zattere che diventano club. E le tante chiese come quella di San Sava, dove, una volta entrati, è facile essere sorpresi dalla presenza, all’interno dell’edificio di culto, di ruspe o macchine di movimentazione. E tanti operai, come accade alla Sagrada Família di Barcellona. L’itinerario che parte dall’anima più veneziana di Belgrado, Kalemegdan, non può non passare attraverso lo «Yugo Tour», un percorso attraverso i luoghi simbolo della Jugoslavia di Tito, che culmina con la visita del mausoleo dell’uomo che per quasi 40 anni riuscì a unire i Balcani in un unico Stato federale.

 

 

Un anno di viaggi nella storia nel bunker di Opicina
Da ilpiccolo.it del 29 agosto 2016

TRIESTE Il 30 agosto 2016 il Gruppo escursionisti Triestini festeggerà un anno di visite ai bunker di Opicina. La ricorrenza verrà celebrata domani con una visita speciale a offerta libera previa prenotazione. Nell’occasione, al consueto percorso verranno aggiunte due nuove zone di interesse storico: il bunker dietro la linea tranviaria e il cimitero di guerra germanico. Il pubblico potrà visitare il bunker ad H e quello del generatore (così detto in quanto si suppone contenesse un generatore elettrico) per poi salire al cimitero monumentale e infine ridiscendere al bunker sotto l’Obelisco, dove si stanno svolgendo degli scavi per riportare alla luce alcuni manufatti risalenti alla Seconda guerra mondiale. «Siamo partiti con 36 partecipanti e siamo davvero felici di aver raggiunto questo traguardo - spiega Fabio Mergiani degli Escursionisti triestini -. In un anno abbiamo oltrepassato la notevole cifra di 3mila visitatori. Molte persone ci hanno confessato di non conoscere la battaglia di Opicina nè l’esistenza dei bunker. Siamo lieti che la nostra passione possa contribuire alla diffusione della conoscenza dell’ultima grande battaglia su suolo italiano. È allo studio – anticipa - un percorso per trasformare la zona in parco tematico della Seconda guerra mondiale: pochi lo sanno, ma per quantità e qualità di bunker, trincee e osservatori, l’area che permette di dominare Trieste si potrebbe paragonare a una piccola Normandia. Crediamo fortemente in questo progetto e speriamo di riuscire a portarlo a termine». Il ritrovo è fissato alle 17.45 al quadrivio di Opicina, nel parcheggio sulla statale per Banne. La visita inizierà alle 18 e durerà due ore e mezza. Alla fine ci sarà una sorpresa per tutti. «Sarà - anticipano gli organizzatori - un viaggio tra passato, presente e futuro. Illustreremo il percorso che abbiamo intrapreso per valorizzare i bunker di Opicina: è stato un anno di visite, lavori, pulizie e manutenzioni, ma iniziamo a vederne i frutti. Per tutto l’inverno proseguiremo con la campagna di scavi. Valuteremo se scavare anche all’esterno, perché pensiamo che anche al di fuori si possano trovare postazioni di artiglieria o di contraerea e anche nuove cisterne d’acqua sotterranee». La visita non presenta alcuna difficoltà: il percorso si snoda su 2 chilometri con un dislivello di circa 50 metri. Ma chi non se la sentisse potrà andare direttamente al bunker dell’Obelisco dove si concluderà la visita. La raccomandazione è di portare con sé una torcia e calzare un paio di scarpe adatte. L’attività del Gruppo proseguirà anche in autunno. Il 17 settembre si terrà una visita in notturna con ritrovo alle 19.45 e partenza alle 20. Per Autunno a Opicina, in concomitanza con la Barcolana, il 1° ottobre sono in programma due visite: una alle 9 e l’altra alle 16. Dal 2 al 7 ottobre si terrà una visita giornaliera alle 16.30. L’8 ottobre si effettueranno due visite (alle 10 e alle 16.30); infine il 9 ottobre ci sarà la possibilità di assistere alla partenza della regata dalla galleria panoramica. Per prenotazioni e informazioni: gruppoescursionistitriestini@gmail.com.

 

 

Tuffo tra vita e guerra dell'Ottocento. Ritorno al passato a Forte Ardietti
Da larena.it del 26 agosto 2016

Un tuffo nel passato immersi nella storia e nelle ambientazioni di metà Ottocento. È «Opera Sesta», rievocazione storica che si tiene da oggi a domenica a Forte Ardietti, collocato tra Peschiera e Ponti sul Mincio. Come l’anno scorso il motto della manifestazione è «Vivi la storia»: i visitatori non avranno infatti un ruolo passivo, ma saranno coinvolti nelle attività proposte. Un centinaio di rievocanti in abiti storici proporranno spaccati di vita militare e civile, inscenando battaglie ed episodi di vita quotidiana. Quest’anno saranno ricordate in particolare le vicende legate alla Terza guerra d’indipendenza (1866) che segnò la fine del dominio austriaco in Italia e l’annessione del Veneto al nascente regno d’Italia. Oggi alle 17 cannonata di apertura seguita dalla prima visita guidata a cura del Fai Giovani di Verona (le visite proseguiranno per tutta la giornata di domani e domenica). Alle 18 il sindaco di Ponti Giorgio Rebuschi unirà in matrimonio Serena Castelletti e Diego Pradella, una coppia di rievocanti di Peschiera che ha scelto l’ambientazione ottocentesca celebrare il proprio matrimonio. L’evento, aperto al pubblico, mostrerà usi e costumi dei matrimoni di epoca risorgimentale. In serata musica e danze in stile balcanico. Domani e domenica il Forte sarà aperto dalle 9 con attività didattiche e militari: alle 15.30 verranno rievocati gli episodi salienti della battaglia di Custoza combattuta 150 anni fa. Ogni angolo del Forte sarà allestito con arredi d’epoca: tra le ambientazioni uno spazio dedicato alla stamperia e alle incisioni, un altro alla fotografia e poi l’ospedale militare, la sala da scherma, il panificio, il comando austriaco e quello garibaldino, il salotto borghese e gli spazi della servitù. Attivi anche diversi stand gastronomici sempre «a tema». L’evento è stato organizzato dall’Associazione Cultura e Rievocazione Imperi e dalla Pro loco di Ponti in collaborazione col Comune di Ponti e il Fai Giovani di Verona. L’ingresso alla manifestazione costa 5 euro ma è gratuito fino ai 14 anni.K.F.

 

 

Forti, appello al sindaco per ricevere fondi
Da nuovavenezia.it del 25 agosto 2016

«Il Comune partecipi al bando per al riqualificazione delle periferie, che scade il 30 agosto. Potrebbe ottenere risorse preziose per restaurare e rendere fruibili i forti della laguna e della terraferma». Comincia così l’appello inviato al sindaco Luigi Brugnaro da una quindicina di enti e associazioni culturali, comitati e associazioni tra le più importanti del territorio. La Legge di Stabilità 2016 ha stanziato 500 milioni di euro per il «Fondo per l’attuazione del Programma per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie». Manutenzione e rigenerazione urbana, occasione di lavoro e di riuso di beni storici da aprire alla cittadinanza. Ideale, secondo le associazioni, per chiedere il finanziamento dei restauri del sistema dei forti. Così i forti Gazzera, Carpenedo e Mezzacapo in terraferma, Lido e Pellestrina, Sant’Erasmo, il Forte di Sant’Andrea. «Un modo per rigenerare bene preziosi e sottrarli alla privatizzazione», scrivono le associazioni, «il sistema difensivo storico della laguna conta su decine di edifici e fortificazioni dal XIV secolo alla Seconda guerra mondiale che vanno valorizzati e reinseriti nella vita moderna della città». Gli esempi non mancano, come l’uso del Lazzaretto Nuovo per campi e visite, la Torre Massimiliana di Sant’Erasmo restaurata e recuperata, il forte di San Felice a Chioggia. Alcuni dei forti sono di proprietà del Demanio, altri in concessione al Comune. «Un’occasione storica», dice il portavoce delle associazioni Andrea Grigoletto, «il Comune si muova perché alla scadenza del bando mancano pochi giorni», Hanno firmato l’appello Italia Nostra, Istituto italiano dei Castelli, Fai, Archeoclub, Centro studi storici di Mestre, Coop Forte Carpenedo Onlus, Forte alla Gatta di Zelarino, comitato Forte Gazzera, Faro, Venezia cambia, Comitato Certosa, Amico albero, Altro Lido, Tessera calcio, San Felice, Forte Sant’Andrea. (a.v.)

 

 

All'interno del bunker segreto costruito nel ponte di Brooklyn, in attesa della "fine del mondo"
Da idealista.it del 26 agosto 2016

Si dice che nei momenti più difficili della Guerra Fredda siamo stati a un passo dalla “fine del mondo”. erano solo pochi minuti al giorno del giudizio '. Anche gli scienziati nucleari dell’Università di Chicago avevano creato il cosiddetto orologio dell’apocalisse, che raffigurava in tempo reale la minaccia di una guerra nucleare globale. La paura dei missili russi ha spinto gli Stati Uniti a cotruire migliaia di rifugi atomici, molti dei quali incorporati in luoghi simbolo del Paese. Uno degli ultimi ad essere scoperto si trova nel ponte di Brooklyn a New York, esattamente nella parte che è a Manhattan. Nel 2006 un gruppo di ispettori del Dipartimento dei Trasporti della città lo ha trovato per caso durante un controllo della base del ponte. Dopo una spessa porta di metallo hanno scoperto 140 scatole pieno di cibo per la sopravvivenza – tra cui oltre 350.000 barrette energetiche ipercaloriche – e 50 barili di acqua potabile, oltre a pile e materiale di primo soccorso.

 

 

Da caserma a stazione di posta
Da messaggeroveneto.it del 24 agosto 2016

PALMANOVA. La caserma napoleonica Filzi come un’antica stazione di posta, adattata ai giorni nostri, dove offrire tutto il necessario ai viaggiatori e ai loro mezzi di locomozione che, visto il crescente sviluppo del cicloturismo, non sono certo cavalli e carrozze, ma bici da corsa e mountain bike, che sempre più numerose arrivano a Palmanova seguendo la ciclovia Alpe Adria. L’idea è venuta a tre studenti di architettura dell’Università di Udine che, quando si sono trovati a studiare una nuova destinazione per la caserma napoleonica, si sono interrogati su come conciliare una struttura storica alle moderne esigenze della città e del richiamo turistico elaborando una proposta che guarda alla Filzi come a un luogo dove ospitare i visitatori, offrire servizi legati sì alla loro permanenza in fortezza, ma anche al loro passaggio e al mezzo di trasporto. E così, accanto alle stanze dove riposare, alla cantina dove degustare vini e prodotti tipici della zona, è stato pensato anche un vano per il ricovero, la riparazione e la manutenzione delle biciclette. Il progetto è stato elaborato da Andrea Raffaelli, Chiara Pietrini e Gianmarco Mattiola, nell’ambito di un percorso di studio e progettazione proposto dall’ateneo a 37 studenti del primo anno della laurea magistrale in architettura, all’interno del Laboratorio di restauro architettonico tenuto da Alessandra Biasi, Andrea Cortesia e Domenico Visintini. Gli allievi hanno lavorato su ipotesi di restauro e di nuove destinazioni per la caserma Filzi, la polveriera veneta Barbaro e le fortificazioni. Tra coloro che hanno lavorato attorno alla Filzi, il gruppo Raffaelli-Pietrini-Mattiola ha guardato alla struttura di inizi Ottocento in chiave turistica. «L’idea progettuale – precisa Raffaelli – nasce dalla consapevolezza che Palmanova è sorta per essere in posizione dominante e strategica nel territorio e dalla volontà di riassegnare questo ruolo alla città. Il progetto mira a fare dell’ex caserma Filzi un luogo di sosta, di scambio o di passaggio per i ciclisti che percorreranno la ciclovia Alpe Adria tra Grado e l’Austria». E così al piano terra è ipotizzata un’area commerciale, al primo piano un bed and breakfast, al piano interrato una cantina e, nel sottotetto, il passaggio della ciclovia attraverso le arcate storiche. Il piano sottotetto presenta infatti l’accesso allo stesso livello della cinta bastionata e potrebbe costituire una sorta di passaggio coperto della via ciclabile, a ridosso delle fortificazioni, un passaggio attrezzato con zone dove custodire le bici, effettuare piccole riparazioni, ospitare attività economiche legate a questa clientela, dal negozio di articoli sportivi al baretto con menu dedicati. «Con questo percorso – spiega la professoressa Biasi dell’ateneo friulano – gli studenti hanno potuto scoprire un’architettura straordinaria, misurarsi con la complessità del progetto di conservazione e ipotizzare una concreta destinazione per il futuro di Palmanova. Ciò grazie anche alla sensibilità del Comune, che ha apprezzato il loro lavoro ed entusiasmo».

 

 

Buon compleanno alla Torre Normanna di Casalbore: da 800 anni a guardia del paese
Da repubblica.it del 23 agosto 2016

Otto secoli di storia per la Torre Normanna di Casalbore, simbolo del borgo irpino. E Il 27 e il 28 agosto l’intera popolazione casalborese festeggerà il compleanno della torre. La data convenzionalmente assunta per la fondazione dell’edificio è il 1216: oltre mille anni fa i Normanni si stabilirono in Irpinia costruendo edifici e fortificazioni per difendere il loro nascente regno, e tra questi vide la luce anche l’originaria torre di Casalbore, la cui esistenza è attestata sicuramente da ottocento anni. La Torre Normanna rappresentava un punto di difesa e osservazione strategico per il controllo dei traffici commerciali che interessavano la Valle del Miscano e attorno ad essa, in epoche successive, si sviluppò un complesso architettonico più articolato, difeso da bastioni e caratterizzato dal colore grigio chiaro della tipica pietra locale. La struttura si sviluppa attorno ad un’ampia piazza d’armi cui si accede attraverso la cosiddetta Porta Beneventana, ricavata proprio nella parte bassa della torre. Nel Cinquecento, la struttura fu trasformata ad opera dei Caracciolo in dimora signorile, aggiungendovi il palazzo posto sul lato Sud della corte e altre tre porte di accesso. Per festeggiare l’atteso anniversario l’intera comunità casalborese, riunita nelle associazioni locali, si è impegnata nella organizzazione di una due giorni volta a raccontare la vita, la quotidianità e gli eventi che si sono dipanati in secoli di storia e di cui la Torre Normanna è stata muta testimone. Per l’occasione, nella piazza d’armi saranno allestiti un campo d’arme e un’area di tiro con l’arco, oltre a uno spazio dedicato ai giochi in armatura cui potranno partecipare anche i visitatori presenti. Si assisterà, inoltre, a rievocazioni degli antichi mestieri, come la merlettaia, il calzolaio, il fabbro, lo scalpellino, il cestaio, il maestro del ferro battuto e il falegname, tramandati per generazioni di padre in figlio. Saranno protagonisti gli artigiani locali. La corte si arricchirà di un'altra importante e caratteristica esposizione, quella dei prodotti locali naturali e lavorati: banchi espositivi saranno allestiti con salumi, formaggi, legumi, ortaggi, conserve e erbe aromatiche. Anche il gusto avrà la sua parte grazie alle produzioni tipiche e alla gastronomia. Ricco il menù scelto per l'occasione: cicatielli al sugo di carne, porchetta, panino e salsiccia, insalata dell’orto, caciocavallo impiccato e per dissetarsi birra, vino e acqua. Le due serate saranno allietate dalle esibizioni del gruppo folkloristico di Casalbore e dal gruppo folkloristico “la Takkarata”; momenti di animazione e spettacolo a cura della compagnia “il Cervo Bianco” faranno rivivere lo spirito medievale dell'epoca in cui la Torre fu fondata. Durante l’intero week-end il Museo dei Castelli, unico percorso didattico-espositivo dedicato ai castelli e alle fortificazioni della provincia di Avellino, ospitato presso i locali adiacenti la Torre Normanna, sarà aperto e visitabile grazie ai volontari che terranno speciali visite guidate

 

 

Il libro sulle fortificazioni fa tappa alla Fondazione Museo Storico
Da trentinocorrierealpi.it del 23 agosto 2016

Quando gli edifici parlano (in realtà sono gli studi che permettono loro di raccontare...) di contesti socio-economici, mentalità, società e di guerra: è il caso del ponderoso volume (si sviluppa su 700 pagine) scritto dallo studioso del Museo Storico di Rovereto, Nicola Fontana, che illustra la storia dei forti costruiti fra il 1815 e il 1916 in Trentino Alto Adige. «La regione fortezza: il sistema fortificato del Tirolo», questo il titolo del volume, frutto di vent’anni di ricerche e oltre otto di stesura, che ora, come abbiamo anche avuto modo di annunciare nelle scorse settimane è in “tour” per il territorio provinciale insieme al suo autore. Domani (inizio alle ore 17.30) arriva in biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino a Trento, dopo la presentazione avvenuta domenica sera al Museo della geologia di Predazzo. Le tappe delle presentazioni si inseriscono nell'ambito della rassegna intitolata “Sentinelle di pietra: di Forte in Forte sul Sentiero della pace”. Il libro di Nicola Fontana (pubblicato nel 2016 dal Museo Storico Italiano della Guerra, € 47,00) ricostruisce le fasi della pianificazione, progettazione e costruzione delle fortezze del Tirolo meridionale tra Ottocento e Novecento. All’incontro sarà presente l'autore, che è responsabile dell’archivio storico e della biblioteca del Museo della Guerra di Rovereto e ha già pubblicato altri libri sui forti trentini. La ricerca di Fontana è davvero complessa e articolata. Ricostruisce la storia delle opere di fortificazione permanente costruite dall’Impero austroungarico nella contea del Tirolo esaminando l’interessante dimensione sociale e politica nella quale sono state concepite. Il volume si compone di tre parti: nella prima parte si presenta il processo di pianificazione del sistema fortificato dalle origini (inizio Ottocento) fino alla mobilitazione generale del 1916, dunque allo scoppio della Guerra. Qui compare il concetto be noto di popolazione del Tirolo come potenziale “fortificazione vivente” della Patria. La seconda parte racconta l’iter di costruzione dei forti (progetti, acquisto dei terreni, eventuali espropri, pratiche di collaudo di strutture e armamenti) e altri aspetti sociali (ad esempio la mentalità del corpo ufficiali del genio militare oppure l’iter burocratico-amministrativo seguito per arrivare all’apertura dei cantieri). Nella terza parte il libro affronta la questione di quanto e come il paesaggio sia stato forgiato dalla logica della fortificazione del territorio e gli impatti su società ed economia locali.(m.d.t.d.)

 

 

Una conferenza sulle fortezze d'altura elbane
Da tenews.it del 22 agosto 2016

Nel suggestivo contesto medioevale di Piazza del Cantone (Piazza delle Magnolie) a Marciana, martedi 23 agosto p. v. alle ore 21,30 Laura Pagliantini, direttore scientifico della Fondazione Villa Romana delle Grotte, tratterà per residenti e ospiti che vorranno essere presenti, la seguente tematica: “ Il paesaggio delle fortezze d'altura dell'Isola d'Elba tra la tarda età etrusca e la conquista romana” La conferenza scaturisce dal lavoro di ricerca, studio e comunicazione al più vasto pubblico della storia e dell’archeologia dell’Elba, condotto nell’ultimo quinquennio della relatrice, dottore di ricerca archeologica. Oggi i paesaggi del passato possono essere visti in una nuova luce. L’archeologia moderna, infatti, mira a ricostruire i paesaggi del passato con le loro forme, con le loro attività, con le comunità di donne e di uomini che di quei paesaggi fecero parte e che quei paesaggi costruirono. In questo particolare incontro si affronterà il tema cruciale dell’assimilazione dell’Isola d’Elba nel territorio di Populonia nel periodo etrusco. Per molti secoli l’Elba fu uno dei piccoli grandi centri del Mediterraneo. Lo era anche quando, per fare fronte all’aggressività della grande nemica Cartagine, Roma inserì l’Arcipelago Toscano e la Corsica nei propri domini. Di questi remoti eventi e di quell’antico paesaggio militarizzato il territorio elbano conserva ancora tracce straordinarie e significative. Il futuro dell’isola si identifica nella valorizzazione di quel passato imponente, di quelle strade, di quelle memorie. L’incontro è il terzo di “ È Marciana Storia”, serie di eventi dedicati soprattutto alla storia locale dell'Elba per conoscerla, riscoprirla, condividerla, valorizzarla come identità culturale del luogo. Tra le varie fortezze individuate all’Elba il riferimento a Monte Castello in questo caso è d’obbligo, visto che una stanza del museo Archeologico di Marciana è dedicata all’esposizione di reperti etruschi recuperati in tale località dalla Soprintendenza Archeologica di Firenze negli scavi del 1977. Si sottolinea come per realizzare questo incontro (e non è né il primo, ne sarà l’ultimo) si sia coniugato il nostro apporto con la preziosa collaborazione dell'Associazione “Italia Nostra Arcipelago Toscano”, il tutto patrocinato dal Comune di Marciana. In considerazione della particolare tematica trattata si auspica una adeguata presenza di pubblico. Associazione Marciana Aurea

 

 

Base militare sul Monte Stella, nel Cilento: scie chimiche e complotti
Da wired.it del 16 agosto 2016

La cupola bianca utilizzata per il monitoraggio radar è diventata, secondo una teoria del complotto, il cuore di una base sotterranea segreta in Campania da cui partono gli aerei che alterano il clima

Dall’inizio del mese di agosto ha ricominciato a circolare in rete una vecchia storia che contiene tutti gli ingredienti per un perfetto mix da complotto  Una base militare segreta, collocata in un’area montuosa non molto frequentata, sulla quale compaiono misteriosi grovigli di scie chimiche (//www.wired.it/scienza/lab/2014/02/28/labufala-delle-scie-chimiche/): come farsi sfuggire una simile occasione per gridare allo scandalo e tesserci sopra una bufala (//www.wired.it/scienza/2014/11/14/scie-chimiche- ominabufale-vip/) in piena regola? Siamo nel Cilento in Campania, in un’area montuosa della provincia di Salerno, per la precisione sulle pendici del massiccio del Monte Stella (https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Stella_(Cilento)). Sulla vetta più alta si trovano una piccola chiesa del 1100, dedicata alla Madonna del Monte Stella e restaurata poco più di vent’anni fa, e una base militare utilizzata per il controllo del traffico aereo.

 Si tratta di un centro costruito per sfruttare la tecnologia Loran (https://it.wikipedia.org/wiki/LORAN) (LOng RAnge Navigation), che tramite onde radio a bassa frequenza controlla gli spostamenti aerei in tutta la parte est del Mar Tirreno centrale e meridionale. Dalle immagini satellitari si nota come il cuore della base consista ancora oggi di una grande cupola bianca posta sulla cima del massiccio, in modo da poter monitorare il traffico aereo a 360 gradi. Peccato che già tra il novembre e il dicembre del 2008 alcuni siti come Heymotard News (https://heymotard.blogspot.it/2008/11/ripresa-delleattivit. html) (per primo) e Tanker Enemy (http://www.tankerenemy.com/2008/12/lo-strano-caso-delmonte-stella.html) abbiano costruito a partire da quella base una fantasiosa storia di operazioni militari occulte. La stessa notizia, arricchita di nozioni storiche ad hoc, ha continuato a comparire negli anni successivi su altri siti, fra cui ad esempio Cilento Reporter (http://www.cilentoreporter.it/2015/04/10/lostrano- caso-della-base-sul-monte-stella/) nel marzo del 2015. Al di là delle solite scie chimiche “solitarie di prova” seguite da “un’immensa ragnatela di scie in continua formazione” responsabili di una fantomatica alterazione del clima della regione, una delle peculiarità sottolineate dei bufalari sarebbe la presenza di un traffico aereo molto intenso (dichiarato ma non documentato) nei pressi della vetta, in particolare di domenica. L’altra stranezza che dimostrerebbe il complotto sarebbe il fatto che due delle scie in una delle giornate sembravano provenire da uno stesso punto, grossomodo sulla cima del Monte Stella – che “stranamente” pare coperta da una “misteriosa” foschia – come documentato dall’immagine qui di seguito. Tali indizi sarebbero sufficienti, secondo gli ideatori di questa teoria, a dimostrare la presenza di una base militare sotterranea segreta costruita potenziando le tecnologie della base originaria. Come se non bastasse, vengono forniti molti altri elementi a sostegno della storia, tutti ovviamente privi di fonti, di dati scientifici o di prove di qualsiasi tipo. Si parla ad esempio di “colonne militari nottambule che scompaiono all’interno della montagna”, di “personale civile e militare della base a cui è fatto divieto di familiarizzare durante la libera uscita con la gente del posto” e di una “impressionante casistica di noduli alla tiroide e altre forme di cancro tra gli abitanti di San Mauro Cilento”. Secondo gli stessi siti, inoltre, sulle pendici del Monte Stella ci sarebbe un campo elettrico così forte da essere “sufficiente da solo a tenere acceso una lampada a fluorescenza”. Senza elementi concreti queste sembrano solo informazioni messe lì per alimentare il mistero e confondere le idee. Chi avrebbe visto questi militari? Quali sarebbero le persone schive che restano rintanate nella base sotterranea? Quale studio scientifico dimostra un’anomalia statistica nei casi di tumore proprio a San Mauro Cilento (un piccolo comune che conta meno di mille abitanti (https://it.wikipedia.org/wiki/San_Mauro_Cilento))? Chi ha misurato questo intenso campo elettrico? Sul resto delle informazioni, poi, è possibile verificare direttamente che si tratta di falsità. Secondo la bufala, infatti, ci sarebbe un divieto di accesso sulla strada che conduce alla vetta introdotto pochi anni prima (del 2008), impedendo ai turisti di raggiungere la cima. In realtà non è affatto così, tanto che – come verificato anche da Butac (http://www.butac.it/le-sciechimiche- cilento/) – persino la Google Car è recentemente riuscita ad arrivare sulla sommità del monte e riprendere la zona incriminata. Un’area, tra l’altro, in cui ancora oggi le immagini satellitari mostrano le panchine e i tavolini destinati ai visitatori. Basta dare un’occhiata alle attuali immagini di Google Maps per vedere un’automobile e alcuni turisti proprio nei pressi della chiesa e a pochi metri dalla base. Insomma, una raccolta quasi esemplare di elementi misteriosi e acchiappa click, ideale per chi ancora crede (//www.wired.it/play/cultura/2015/04/24/scie-chimiche-2/) alla storia delle scie chimiche nonostante sia stata smontata (//www.wired.it/scienza/2015/10/02/perche-smontare-bufale/) ormai innumerevoli volte. Ah, la fonte originale delle informazioni parrebbe essere il “sotto-forum” Scie Salerno del sito sciechimiche.org (http://www.sciechimiche.org/scie_chimiche/), che anche tutti gli antivirus consigliano di evitare.

 

 

"Museo Storico a cielo aperto di Punta Marina Terme": visita ai bunker della Seconda Guerra Mondiale
Da ravennanotizie.it del 16 agosto 2016

È nato nel 2015 a Ravenna il Comitato Ricerche Belliche 360° che sta portando avanti il progetto no profit "Bunker Tour Ravenna“. Obiettivo del Comitato è quello di creare un percorso storico attraverso l'individuazione, lo studio, la divulgazione e la preparazione di una guida illustrata completa di tutti i reperti della Seconda Guerra Mondiale presenti sul territorio e in questo ambito vengono organizzate visite ai bunker tuttora presenti. Come spiega il Comitato Ricerche Belliche 360°: "A Punta Marina in 700m lineari di costa ci sono ben 7 bunker tedeschi della seconda guerra mondiale, ben conservati, ed una fila intatta di sbarramenti anticarro detti "Denti di Drago", altri 4 bunker si trovano in proprietà privata ed alcuni altri sono stati demoliti, praticamente un museo a cielo aperto. Un altro gruppo di 4 bunker si trova poco più a nord davanti a Villa Marina, la ex Colonia CRI ed un altro paio di bunker unici sono in centro a Marina di Ravenna dimenticati ma sicuramente da salvare ; per quel che riguarda Marina di Ravenna, i bunker sono molti di più ma per la maggior parte sono in proprietà privata. Molto interessanti anche i bunker presenti a Porto Corsini. La presenza di bunker prosegue a nord ed a sud del territorio comunale fino a Casalborsetti (6 bunker: 3 privati e 3 demaniali) e Lido di Savio ( 6 in proprietà privata 4 facilmente visibili), nel Comune di Cervia - Milano Marittima ce ne sono almeno un'altra decina di cui uno , in area demaniale, presenta all'interno un murales originale tedesco che va sicuramente tutelato e valorizzato quale testimonianza dell'occupazione". Il censimento e la manutenzione sono svolti dai volontari del Comitato Ricerche Belliche 360º in collaborazione con il Corpo Forestale Dello Stato UTB di Punta Marina. I prossimi appuntamenti promossi dal Comitato sono con le visite guidate al “Museo Storico a Cielo Aperto di Punta Marina Terme” venerdì 19 e venerdì 26 agosto. La partenza è prevista alle ore 20 dalla sede dell'Ufficio Informazioni di punta Marina (via della Fontana 4). Per l'adesione è necessario compilare un apposito modulo che troverete allo IAT di Punta Marina oppure scaricabile qui https://www.dropbox.com/s/4rnaadt6iajhza0/Esonero%20responsabilita.pdf?dl=0 Durata di ogni visita 1 ora e 30 minuti, durante la quale Luca Cavallazzi spiegherà, per filo e per segno, le fortificazioni di Punta Marina. Visita molto semplice, servono normali scarpe da ginnastica, liquido repellente le zanzare, eventuale maglioncino. Percorso quasi completamente in piano ed adatto anche a diversamente abili che saranno accompagnati da componenti il Comitato Bunker Tour Ravenna CRB 360°. Info 3357826640 Enrico o IAT Punta Marina per saperne di più https://www.facebook.com/groups/BunkerTourRavenna

 

 

In cammino sulle orme della Storia: trekking lungo la linea Gustav voluta da Hitler
Da ilmessaggero.it del 11 agosto 2016

La “tana di volpe” si svela all’improvviso, una breccia mimetizzata nella radura di rocce e foglie. La storia è uno squarcio nella vegetazione. Qui si armavano le mitragliatrici e i mortai dei tedeschi in quell’assurdo inverno del 1943. Una posizione strategica per l’infida trappola umana, incastonata su una cresta tra le vette del Parco Nazionale della Majella. Un tetto del mondo a perdita d’occhio. Ma è solo un tassello di un puzzle di memoria bellica molto più grande. Quello di una linea fortificata difensiva che attraversa gli Altopiani maggiori d’Abruzzo e le cime della Majella, solcando quel punto “più stretto” della penisola italiana tra l’Adriatico e il Tirreno, sfruttando la grande muraglia naturale delle montagne appenniniche. LA STRATEGIA È la Linea Gustav voluta dalla follia di Hitler nel cuore dell’Italia per bloccare, sfiancare, demoralizzare la risalita degli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia del 10 luglio del ‘43, la successiva destituzione di Mussolini del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre. È la “sorella” sconosciuta della più nota Linea Gotica al Nord, che ora è al centro di un ambizioso progetto di riscoperta e valorizzazione come innovativa opportunità turistica tra storia e natura. Ci hanno lavorato fior di associazioni (in prima linea l’Associazione Linea Gustav presieduta da Domenico Parravano), istituzioni e singoli studiosi e storici. Una “impresa” che sta coinvolgendo tre Regioni (Abruzzo, Lazio, Molise) e un centinaio di Comuni. Il punto di partenza è la realizzazione di un trekking a tappe sulla Linea Gustav, seguendo a pieni polmoni la suggestione di un percorso in quota, senza dimenticare i paesi, sulle tracce della storia della Seconda guerra mondiale. Un’autentica riscoperta. IL PIANO Perché il 16 agosto saranno presentati a Pescocostanzo (L’Aquila) i risultati di una ricerca inedita che ha portato alla documentazione con mappatura e censimento georeferenziato di oltre 300 postazioni tedesche. Non altro che una strada della guerra tra cielo e terra che sarà gradualmente resa nota al pubblico sul sito www.lineagustav.org curato da Lorenzo Grassi.

Dalla foce del Garigliano, passando per Cassino, le Mainarde e la Majella sino ad Ortona. Le esplorazioni degli ultimi mesi hanno ritrovato tutte le “tane di volpe” scavate nel terreno, e i “nidi d’aquila” ossia gli osservatori in cresta aperti nella roccia e con spazi per un solo soldato tedesco. Sono stati identificati i posti di ricovero, che i tedeschi cercavano di rendere il più confortevoli possibili, rivestendo gli interni di tronchi e isolandoli dal terreno con coperte razziate nei paesi. In una postazione Lorenzo Grassi ha persino ritrovato una caffettiera. «La Gustav abruzzese vide gli schieramenti fermi in una terribile stagione invernale - racconta lo storico - quella tra il ‘43 e il ‘44 fu gelida con tantissima neve, tanto che molti soldati morirono congelati in quelle trincee in cima ai monti». Solo nel maggio del ‘44 la Gustav fu superata dagli Alleati. Il tributo di sangue fu pesantissimo, sulle ali laterali costiere, con le famose battaglie prima di Ortona e poi di Montecassino. Rimase inviolata la tratta centrale montana. Qui tra razzie, rastrellamenti ed eccidi (il più noto quello di Pietransieri, frazione di Roccaraso, con 128 civili trucidati nel novembre del 1943 quando i nazisti attuarono la tattica della “terra bruciata” radendo al suolo 16 paesi) vide la luce anche la Resistenza partigiana, con la formazione della rinomata Brigata Majella che inseguirà gli invasori nazisti sino al Nord Italia. INTERESSE Il percorso della memoria è al centro di un rinnovato interesse. Il progetto è all’attenzione degli Assessorati regionali al Turismo di Lazio e Abruzzo, e potrebbe fare capolino in extremis anche al tavolo istituito quest’anno presso il Ministero per i Beni culturali in occasione dell’Anno dei Cammini. Intanto la Soprintendenza alle Belle arti e paesaggio del Lazio ha avviato il procedimento per la dichiarazione d’interesse culturale di 18 luoghi delle battaglie di Montecassino. Il progetto punta anche a rilanciare il trekking della memoria in sinergia con la storica ferrovia Transiberiana d’Abruzzo tra Sulmona e Carpinone. Si respira anche aria internazionale lungo la Linea Gustav. A questo patrimonio sono rivolti alcuni progetti. Il primo, “The Red Devils’ Legacy”, mira alla riqualificazione storico-turistica del paesaggio di guerra con l’identificazione dei principali campi di battaglia in Abruzzo lungo la Gustav da inserire in un circuito europeo di promozione turistica. Il secondo è il progetto “L.U.N.F. Let Us Not Forget - Non dimentichiamo)” per aumentare la consapevolezza del ricordo (coinvolte nove organizzazioni di quattro paesi, Italia, Lituania, Lettonia e Malta). Infine, la “Liberation Route Italy” seguita dal Comune di Cassino, per inserire i luoghi storici e culturali della Linea Gustav nella rete internazionale delle “Strade della Liberazione” dell’Europa dal nazismo. Insomma, attraverso il turismo innovativo, la memoria di lutti e violenze diventa un’occasione di riscatto per i territori. Buon viaggio.

 

 

Il suggestivo occhio del soldato che guarda il mare: la street art trasforma un bunker in Normandia
Da greenme.it del 10 agosto 2016

In principio era un bunker della Seconda guerra mondiale, uno scenario sanguinario sulla spiaggia di Siouville-Hague, vicino alla punta della penisola di Cotentin, in Normandia. Da anni si era trasformato in un edificio abbandonato e semidistrutto che deturpava il paesaggio circostante. L’artista francese Cece ha però rivoluzionato questo blocco di cemento grigio attraverso la street art, riuscendo così a incastonare il bunker in un contesto davvero mozzafiato. L'idea di base era quella di rivitalizzare un luogo abbandonato, ma pieno di storia. Una parte del bunker era infatti, crollata e non potendola rimuovere era necessario pensare a qualcosa che potesse cambiare lo scenario desolante. La parete dell’edificio diventa così la tavolozza di Cece. "L’obiettivo è stato quello di disegnare qualcosa che avesse un valore simbolico. Ho pensato ad un occhio con una doppia valenza: prima era l’occhio dei soldati che guardavano durante la guerra i morti in mare, adesso è un occhio blu che guarda alla vita, alla natura, al mare", ha spiegato l'artista.

 

 

Gran Bretagna, il fascino delle fortezze abbandonate sul Tamigi
Da quotidiano.net del 9 agosto 2016

Siamo al largo della costa della regione del Kent, in Gran Bretagna, alla foce del fiume Tamigi. La fotografa polacca Marzena Grabczynska Lorenc firma un reportage che ritrae le postazioni di difesa costruite in mezzo al mare nel 1943, per difendere il Regno Unito dalle incursioni dei nazisti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Queste costruzioni hanno terminato di essere utilizzate nel 1956 e da allora giacciono in mezzo al mare come insetti dalle lunghe gambe color ruggine.

 

 

Oggi l'Asval riaprirà le porte del bunker di Vievola: un'operazione di restyling a Tenda che parte dalla provincia di Imperia
Da sanremonews.it del 7 agosto 2016

Ci fu un tempo in cui i confini italiani erano tutelati e ben difesi. L’Italia addirittura aveva una “sua” linea Maginot. Che nulla aveva da invidiare a quella originale Made in France. Tanto possente, quanto inutile. Mentre diverso fu il destino della fortificazione italiana, di cui pochi sanno. Perché tutto è stato dimenticato. Per l’oblio della memoria storica (voluto) e l’inesorabile trascorrere del tempo. Oggi però, come il Titanic, una piccola parte di questa ciclopica opera di difesa riemergerà in tutto il suo realismo. “Stamattina finalmente andremo a inaugurare il restauro dell’opera 261 a Vievola, nei pressi del Colle di Tenda. Si tratta di uno degli oltre 400 bunker divisi in 27 settori fortificati che componevano il Vallo Alpino. Una ciclopica opera di difesa militare che iniziava poco sopra Ventimiglia e si estendeva, in maniera organica, fino al confine orientale, in Friuli” Lo dice Antonio Fiore, capo di un manipolo di volontari che compongono l’Associazione per lo Studio del Vallo Alpino. L’ASVAL è costituita da circa 500 soci sostenitori e attivi. Questi ultimi, non più di una quindicina, tutti residenti in provincia di Imperia, da alcuni anni lavorano al ripristino del bunker che era stato costruito negli anni trenta, per controllare la statale del Colle di Tenda, allora totalmente in territorio italiano. “In questa nostra opera di recupero siamo stati molto aiutati dalle locali autorità comunali francesi, che ci hanno dato in concessione l’area per un periodo di venti anni, rinnovabili, e ci hanno concesso rapidamente autorizzazioni e permessi. Il comune di Tenda ci ha anche dato un cospicuo contributo per l’allacciamento elettrico. All’inaugurazione sarà presente anche il Sindaco di Tenda Jean Pierre Vassallo, con altre autorità locali francesi” L’inaugurazione avverrà intorno alle dieci e trenta. Dopo, verso le due del pomeriggio, eccezionalmente verrà aperta la ex struttura militare alla visita da parte del pubblico. Poi le porte del bunker si apriranno solo una volta al mese, fino a quando, prevedibilmente nel Gennaio 2017, non saranno completati i lavori di rifinitura. E’ chiaro l’obiettivo turistico, museale dell’intera operazione che dovrebbe consentire di recuperare presto i 30 mila euro che sono stati anticipati da soci e sostenitori. “Noi abbiamo voluto ricostruire all’interno dell’opera 261 una sorta di quadro d’insieme, esemplare, di quella che era la vita reale in un qualsiasi bunker del Vallo Alpino, per questo abbiamo fatto una ricognizione molto approfondita nelle altre strutture, lungo le Alpi, per reperire arredi e strumenti originali dell’epoca. Così sono state recuperate armi, disattivate, ma restaurate nei minimi dettagli, divise dell’epoca, gli attrezzi della vita quotidiana, come le gavette, le cucine da campo, i gruppi elettrogeni, gli impianti di comunicazione ed areazione, i letti a castello della piccola guarnigione” E’ stata un’opera di ricostruzione appassionante e difficile svolta nei fine settimana e nei periodi di ferie. Perché ognuno dei soci attivi dell’ASVAL ha svolto l’opera di restauro nel tempo lasciato libero dalla professione. Tra di loro ci sono geometri, elettricisti, impiegati. Uniti da un comune denominatore, una passione, riportare alla luce una pagina semi sconosciuta della storia d’Italia. “Abbiamo avuto molte difficoltà nel reperire i materiali, perché molte cose erano state volutamente distrutte davanti alle stesse opere militari. Come se ci fosse stata al termine della guerra una volontà di distruggere ogni cosa del recente passato. Ma ci hanno aiutato molti privati che avevano conservato gelosamente arredi dell’epoca e tanti altri oggetti che hanno ancora una storia da raccontare. Una storia che peraltro è andata avanti fino ai giorni nostri. I bunker realizzati negli anni trenta , nel settore orientale delle alpi, vennero mantenuti attivi, dal nostro esercito fino agli anni novanta.” Negli anni trenta il compito di difendere i confini della Patria venne affidato ad un corpo speciale del Regio Esercito. Si trattava della Guardia alla Frontiera (GAF).
“Era un corpo speciale in gran parte derivato dagli Alpini. La loro divisa si distingueva per la mancanza della penna sul cappello. Il corpo venne creato nel 1934 e nel 1937 divenne autonomo. Gli uomini della GAF ricevevano un addestramento austero e difficile. Dovevano resistere a condizioni estreme.
Solitamente in ogni bunker alloggiavano una ventina di uomini. Le armi in dotazione al bunker venivano portate di volta in volta dai reparti che venivano attivati secondo l’esigenza di difesa in un fronte così vasto come la cerchia delle Alpi. In taluni caposaldi, strategici per settore, erano presenti anche armi pesanti” Il Vallo Alpino aveva un compito soprattutto difensivo. Non venne mai completato nella sua interezza, secondo quanto previsto dai piani del Genio Militare. Perché l’Italia non si dovette mai difendere da forze che venivano d’oltralpe. Il Vallo alla fine fu un’opera inutile come la Maginot. A Vievola, in un bunker riemerso dal passato rivivrà in duecento metri, percorribili sotto terra, lo spaccato di un tempo che non c’è più. I bunker in fin dei conti erano rassicuranti, perché prevedevano un fronte ben preciso.

 

 

C'è un missile sul Monte Conero?
Da e-cronaca.blogspot.com del 4 agosto 2016

Una nuova sensazionale foto scattata via satellite dal sito gosur.com mostra forse un missile in fase di collaudo. Siamo sulla vetta del monte Conero, vicino Ancona, nel pieno della zona militare. Come si vede nella foto di sinistra, dove prima (foto a destra di qualche anno fa) c'erano delle specie di rampe, ora si nota un telone bianco, o forse una copertura fotografica imposta dai servizi segreti.

E' trasparente al punto che si intravedono le linee del finto campo di calcetto. Finto perché in realtà su quel campetto non si gioca. Probabilmente il terreno non è pianeggiante, ma in pendenza e non ci sono le porte. Il telone ha una forma che tradisce la natura dell'oggetto che vi è nascosto. Si tratta forse di un missile in fase di collaudo? Su quel campo si sta certamente lavorando. I due rettangoli, che sembravano altre rampe di lancio pronte ad aprirsi, per far salire magari dei missili dal sottosuolo, in realtà si sono mossi. Uno in particolare ha cambiato posizione e si è avvicinato alle presunte rampe.

La base è attiva anche nel 2016. Lo si nota da alcune macchine parcheggiate, due nella parte a ovest, più il famoso pick-up, che è sempre nella zona sud della base, ma in un'area diversa. L'asfalto stradale sembra sia stato rifatto e la segnaletica è stata ridisegnata da poco. Il verde è aumentato sensibilmente, rispetto al paesaggio brullo che si vedeva prima. E la base torna a far paura.

 

 

Ragusa, visite guidate tra bunker e fortificazioni della seconda guerra mondiale
Da ragusa.gds.it  agosto 2016

RAGUSA. Un ricco patrimonio storico che potrebbe essere opportunamente valorizzato. I luoghi della memoria, con la visita guidata di bunker, casematte, e fortificazioni del secondo conflitto mondiale. Ne è convinta l' associazione Lamba Doria che ha voluto recuperare i bunker e le fortificazioni che insistono nel territorio ragusano. «I luoghi della memoria - spiega Salvo Marino, referente dell'associazione Lamba Doria - è un percorso della memoria legato agli eventi storici del 9 e 10 luglio 1943 attraverso la fascia costiera della provincia di Ragusa. Dalle spiagge dello sbarco a Scoglitti per poi proseguire verso la Torre Vigliena di Punta Braccetto, dove caddero in combattimento le guardie di finanza Carnemolla e Tribastone, insieme ai fanti del battaglione costiero lì schierati nelle trincee ancora esistenti. Per proseguire verso Marina di Ragusa e visitare le trincee del lungomare Bisani e il vicino caposaldo di "case Camemi", dove ancora "resistono" i bunker in calcestruzzo che furono presidiati dai militari della 511^ compagnia mitraglieri da posizione del tenente Giunio Sella che, in quei luoghi, sacrificò la vita durante la battaglia con i paracadutisti dell' 82^ divisione aviotrasportata statunutense». Tappa d' obbligo al "posto di blocco 452" lungo la provinciale Ragusa mare. «In quel sito tante furono le vittime da ambo gli schieramenti - aggiunge il referente dell' associazione Lamba Doria - per raggiungere Santa Croce Camerina "circondata" dai bunker del 383° battaglione costiero del tenente colonello Mi lazzo e dove sono ancora visibili i resti della postazione di artiglieria di "cozzo cappello"». Anche il territorio di Scicli è ricchissimo di testimonianze della seconda guerra mondiale. «Scicli fu sede del comando del 123° reggimento costiero comandato dal pluridecorato al valor militare Giuseppe Primaverile - prosegue Marino coi tanti caposaldi ancora intatti. La colombaia Nigro e un bunker a due piani. Tappa anche a Pozzallo, con la postazione di artiglieria, i ricoveri e i depositi munizioni sotterranei a ridosso del cimitero, ancora in buono stato, e poi Ispica, coi suoi particolari bunker arroccati nel costone roccioso sotto l' abitato. Modica, fu sede della 206^ Divisione Costiera del Generale Achille D' Havet, da cui dipendeva militarmente tutta la cuspide meridionale della Sicilia e che ancora conserva alcune casematte in contrada Zappulla».

 

 

Visite al bunker di Kesserling alle terme
Da ilgiornaledivicenza.it del 3 agosto 2016

Il bunker di Kesserling alle terme di Recoaro è aperto al pubblico. Nei giorni feriali può essere visitato dalle 16 alle 17 mentre nei festivi dalle 11 alle 12 e dalle 16 alle 17.

 

 

Roma, svelato il bunker segreto del Gianicolo
Da ilmessaggero.it del 2 agosto 2016

A Trastevere aleggiava con la tenacia di un ricordo custodito dai nonni. Ma le prove tangibili della sua esistenza si erano spente nell'oblio di una città moderna che a volte prende il sopravvento sul passato. C'è voluta la passione di un'équipe di studiosi e speleologi per ritrovare ed esplorare dopo settant'anni di abbandono quella che le carte protocollate dal Ministero dell'Interno del 1942 definiscono La Galleria antiaerea del Gianicolo. Una sorta di bunker/rifugio molto particolare costruito in fretta e furia in un anno (concluso nel 1943) per proteggere la popolazione dagli imminenti bombardamenti.

 

 

C'è un rifugio antiaereo dietro casa:" Per la prima volta apriamo le porte"
Da lanazione.it del 2 agosto 2016