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RASSEGNA STAMPA |
ANNO 2006
la Nuova di Venezia — 12 dicembre 2006 pagina 22 sezione: NAZIONALE
Anche refurtiva a forte Mezzacapo
ZELARINO. Non bastano materassi, reti, magliette, scatoloni, lattine.
L’ingresso di forte Mezzacapo è divenuto anche meta di ladri, che proprio
davanti all’entrata del campo trincerato di Zelarino, hanno lasciato una Fiat
tempra rossa, rubata due giorni prima a un cittadino di Mogliano. Ammaccata su
un fianco, con i fanali rotti, l’auto è stata restituita quasi «inagibile» al
legittimo proprietario dalla polizia. Intervenuta proprio quando i volontari
dell’associazione «dalla guerra alla pace» stavano per organizzare la pulizia
dell’ingresso, la seconda in questo mese, accompagnati da alcuni rappresentanti
della Municipalità, come la presidentessa Maria Teresa Dini, il delegato
Maurizio Enzo e il consigliere dei Verdi, Simone Scaggiante. «Un’altra
dimostrazione di quanto forte Mezzacapo sia ormai considerato una discarica - è
l’amaro commento di Vittorino Darisi, presidente dell’associazione -. Noi siamo
venuti qui per rispondere ai vandali e ai maleducati, che continuano a usare
l’entrata del campo trincerato come una pattumiera». Un disappunto motivato
dagli eventi di questo periodo, che hanno testimoniato una volta di più lo
spregio per tale struttura tanto preziosa per tutto il Comune. «Qualche
settimana fa siamo andati a pulire l’ingresso - racconta Darisi -. E avevamo
posto anche un cartello con su scritto: divieto di scarico. Il giorno dopo era
già tutto come prima. Adesso torniamo e ci ritroviamo anche l’auto abbandonata.
Così non va». In questo contesto, i volontari hanno creato un percorso attorno
al forte. Un chilometro di strada ricavato togliendo le sterpaglie. «Questa non
è una discarica - conclude Darisi-. Eppure è come se lo fosse». (g.cod.)
il Corriere delle Alpi — 12 dicembre 2006 pagina 27 sezione: PROVINCIA
Batteria Castello, un «documento» di storia
PIEVE DI CADORE. Pieve da secoli ha sopra di sé un’altura che è
l’essenza stessa della sua storia: su monte Ricco è sorto il suo medievale
castello e su di esso è maturato, come giovane pianta su un ceppo ormai
consumato, un interessante ed articolato complesso fortificatorio, frutto della
strategia difensiva e dei criteri costruttivi tipici di fine ’800. Tra il 1882 e
il 1896 venne infatti realizzato in Cadore il cosiddetto campo trincerato di
Pieve di Cadore.
Comprendeva i forti di Batteria Castello, Monte Ricco e Col Vaccher presso Pieve
e Tai, con tutta una serie di strade di accesso e di cintura, nonché con i
ricoveri alpini su Pian dei Buoi e a Val Inferna, nei pressi di Casera Razzo. Se
i forti di Batteria Castello e Monte Ricco puntavano i loro cannoni di medio
calibro verso Domegge e l’Oltrepiave, il forte di Col Vaccher, molto vasto e
complesso, volgeva le sue 4-8 bocche da fuoco verso la Val Boite. Il compito
precipuo di tale campo non era esclusivamente difensivo, bensì pure
controffensivo, essendo ad esso devoluta l’assicurazione di uno spazio protetto,
la zona di Pieve appunto, in cui un corpo d’armata potesse convenientemente
organizzarsi per puntare poi alla volta di Franzenfeste (Fortezza). Ciò per
tagliare con una rapida penetrazione in direzione ovest quel pericoloso cuneo
trentino che dal 1866 si palesava come assillante remora per ogni nostra
offensiva in Friuli e sull’Isonzo, fatalmente esposta ad uno scontato
aggiramento in seguito ad offensiva austriaca verso Verona e il lago di Garda.
La Batteria Castello venne realizzata dal Genio militare italiano nell’ultimo
ventennio del 1800 sulla cima rocciosa di monte Castello, a quota 953, sulla
stretta dorsale situata a sud-est di Pieve. Essa aveva una facciata lunga circa
25 metri e la piattaforma, larga più di 9 metri, era sufficiente per la
postazione di due pezzi di medio calibro. Sotto la facciata ed i fianchi erano
state ricavate varie casematte, mentre sul terrapieno retrostante si era potuto
ricavare lo spazio per due piani. La gola, superata da un ponte levatoio in
ferro, aveva un fossato largo circa 5 metri, alla cui difesa provvedevano i
fucilieri attraverso le finestre delle casematte e della cosiddetta caponiera. I
cannoni riuscivano a coprire una considerevole fascia della valle del Piave, in
particolare i pendii intorno a Calalzo, Grea e Vallesella, nonché la carrabile
di Domegge. Il fuoco sviluppabile dai fianchi e dalla gola aveva per contro solo
effetto vicino, verso Pieve e Pozzale. L’armamento previsto era di 2 pezzi di
medio calibro e 2 pezzi di piccolo calibro, mentre il presidio in caso di guerra
contava al massimo mezza compagnia di fanteria e circa 15-20 artiglieri. Si
trattava peraltro di costruzioni in muratura ordinaria, facilmente dominabili
dalle alture circostanti e non in grado di proteggere convenientemente le bocche
da fuoco. Realizzate con criteri quasi medievali, esse finirono col risultare
ben presto obsolete alla luce dei grandi progressi ossidionali verificatisi in
Europa alla fine del secolo e la loro ultimazione coincise con la profonda crisi
morale ed economica sofferta dall’Italia dopo il fallimento di Adua (1896), che
stornò da questi impianti le risorse finanziarie necessarie per tempestivi
adeguamenti e ristrutturazioni. Solo a partire dal 1904, con l’arrivo di altri
fondi e grazie al fiorire di nuovi studi strategici, il Cadore ritornò in primo
piano nella concezione strategica difensiva nazionale. Solo dopo lunghe diatribe
tecniche furono individuate alcune posizioni particolarmente utili per battere
le sottostanti vie di comunicazione e vennero finalmente costruiti dei potenti
forti corazzati che finirono col declassare gli impianti di Pieve a meri centri
logistici, magazzini e prigioni. Rimasta praticamente inutilizzata durante
l’intero conflitto, condivise le sorti del vicino forte di monte Ricco, subendo
la distruzione austriaca nell’ottobre 1918. Alla fine del secolo scorso è stata
interessata da importanti lavori di restauro ed è stata utilizzata anche come
laboratorio. L’impianto può essere visitato seguendo lo stesso itinerario che
porta al forte di monte Ricco, prendendo poi a sinistra al bivio nel bosco, poco
sotto le fortificazioni (30’ dal centro di Pieve). In alternativa la batteria
può essere raggiunta da nord-ovest per sentiero nel bosco risalente dal Roccolo
(20’-30’ circa).
- Walter Musizza e Giovanni De Donà
La Nuova di Venezia — 09 dicembre 2006 pagina 24 sezione: NAZIONALE
Forte Mezzacapo assediato dai vandali
ZELARINO. Pulizia di forte Mezzacapo, secondo atto. All’esterno dell’ex
struttura militare tornano domani alle 9 i volenterosi associati del gruppo
«dalla guerra alla pace», che già qualche settimana fa, assieme a Vesta, avevano
dato una bella sistemata all’ingresso del campo trincerato posto fra via
Scaramuzza e via Gatta. Accanto a loro, ci saranno pure la presidentessa della
Municipalità, Maria Teresa Dini, il delegato ai lavori pubblici Maurizio Enzo e
il delegato ai forti, Ivo Chinellato. Il tutto, per dare un segnale forte ai
vandali che danneggiano le strutture di Mezzacapo e a quei cittadini che
riempiono l’ingresso con ogni tipo di rifiuto. Situazioni che si ripetono anche
in questi giorni e che hanno fatto infuriare i volontari dell’associazione. «E’
incredibile - dice Vittorino Darisi, presidente del gruppo -. Siamo andati a
fare una bella pulizia qualche settimana fa. Eravamo orgogliosi, il lavoro fatto
ci sembrava soddisfacente. Però, sono passati due giorni e l’ingresso del forte
è tornato ad adessere la discarica di prima. Non c’è rispetto per questa
struttura che in futuro potrà rappresentare un punto di riferimento per tutto il
comune». Ecco allora che per lanciare un messaggio inequivocabile, «dalla guerra
alla pace» ha organizzato per domani una serie di iniziative. «Oltre alla
pulizia dell’entrata - continua Darisi -, intendiamo ripristinare la recinzione
per impedire l’accesso alle strutture storiche del forte e anche per impedire
eventuali danni alla salute causati dall’amianto. Inoltre, puntiamo al blocco
della strada di ingresso per scongiurare ulteriori scarichi di rifiuti». Non
solo. «Livelleremo le buche provocate dalla bonifica da ordigni bellici,
compiuta qualche tempo fa. E andremo avanti con la potatura delle piante e
l’eliminazione di quelle pericolanti». Ma per dare anima a un forte ancora non
utilizzato, l’associazione pensa anche ad altri escamotage, da condurre in porto
col tempo. «Vogliamo creare un percorso esterno alla prima recinzione - continua
Darisi -. Dedicato al tempo libero. L’idea è quella di organizzare qualche
manifestazione nell’area esterna». (g.cod.)
Da Il Gazzettino di martedì, 5 Dicembre 2006
Il Comune pensa ad una ristrutturazione a fini turistici e
ad un punto di osservazione naturalistico Due milioni per recuperare la fortezza
I progetti saranno realizzati in collaborazione con gli esperti dell’università
di Firenze
Chiusaforte.
È stato costruito tra il 1904 e il 1907 con la pietra cavata sul posto e tra
pochi mesi compie 100 anni. Ha ospitato una divisione dell'Esercito di 250
uomini ed è stato uno dei baluardi di difesa, purtroppo inutile, nei frangenti
della disfatta di Caporetto. Ceduto dallo Stato al Comune nel 2000, ancora in
ottime condizioni, è stato dichiarato "Monumento di interesse storico" dal
Ministero, posto sotto il vincolo della Soprintendenza e adesso sarà
completamente ristrutturato. Si tratta della Fortezza Chiusaforte, un enorme
complesso arrampicato su Colle Badin, visibile in parte dalla statale 13
Pontebbana, che si compone dell'edificio militare vero e proprio a più piani, di
un campo militare recintato, area cucine con forno e locali di servizio, quattro
torrette, impianti per l'approvvigionamento indipendente di acque ed energia
elettrica. I fondi per il progetto di messa in sicurezza, cui l'amministrazione
municipale sta lavorando da anni, sono divisi in tre parti. Il contributo più
importante ammonta a circa un milione e 200mila euro e arriva dalla Regione per
l'edilizia fortificata. La somma è affiancata da 200mila euro, Obiettivo 2, per
la pulizia dell'area, il ripristino di tutta la sentieristica di accesso e la
creazione di un museo multimediale sulla Grande Guerra nella sede del municipio.
Ultimo fondo, per cui il Comune ha ricevuto rassicurazioni dalla Direzione
regionale di Protezione civile, quello di 400mila euro per la realizzazione di
sistemi paramassi sui versati di Colle Badin, affinché la salita al complesso
militare avvenga in completa sicurezza da parte di appassionati, studiosi,
scolaresche, famiglie e turisti.
Quasi due milioni di euro quindi per il forte che ha una storia unica, come
quella di essere stato dato in gestione, negli anni Cinquanta, a una famiglia
del posto che tra quelle mura ha visto nascere il proprio figlio, oggi 56enne.
Quali i progetti del Comune per la fortezza? «Diversi e tutti in grado di
convivere tra loro - dicono il sindaco Luigi Marcon e il vicesindaco Fabrizio
Fuccaro -. Primo recuperare la memoria storica con mantenimento di tutte le
peculiarità tra cui intonaci, scritte, tracce della presenza umana e militare;
secondo creare un circuito turistico di visita con esplorazioni guidate. Per
questo sono in fase di realizzazione pubblicazioni, diari, un film e materiale
in dvd. Le quattro torrette potranno diventare luogo di osservazione ambientale
privilegiata vista la vicinanza con l'area protetta del Parco Prealpi Giulie.
All'interno del forte, poi, pensiamo alla creazione di un punto di accoglienza
con ricaduta economica su tutto il territorio di Chiusaforte».
I progetti di recupero saranno realizzato in stretta collaborazione con gli
esperti di architettura militare dell'Università di Firenze.
la Nuova di Venezia — 17 novembre 2006 pagina 24 sezione: NAZIONALE
Dopo la pulizia torna il degrado immondizie
a forte Mezzacapo
ZELARINO. Sabato pomeriggio si erano prodigati in una minuziosa e diligente
pulizia, preceduti alla mattina da Vesta, che aveva portato via immondizie
d’ogni tipo. Ieri mattina, però, per il gruppo appartenete all’associazione
«dalla guerra alla pace» è giunta la sgradita sorpresa. L’ingresso di forte
Mezzacapo è tornato ad essere una discarica a cielo aperto, proprio come prima
della «spedizione pulitiva». «Siamo davvero arrabbiati - dice allora Vittorino
Darisi, presidente dell’associazione -. Avevamo fatto un buon lavoro, proprio
per rendere dignitosa l’entrata di questa struttura. Ma sono bastati un paio di
giorni per ridurre tutto nello stesso stato di prima. Davvero un gesto di
cattivo gusto, anche perché avevamo affisso un cartello con la scritta: divieto
di scarico». La sistemazione dell’ingresso rappresentava pure un messaggio agli
amministratori locali: «Forte Mezzacapo ha bisogno di immediati interventi -
ricorda ancora Darisi -. Per questo speriamo che si sciolgano i nodi
dell’acquisizione». Nell’ex struttura militare, infatti, le cose da sistemare
sono molte: togliere l’amianto, coprire le buche, mettere in sicurezza le
casette interne. Ma ad alcune persone queste cose non interessano: per loro quel
forte è solo una discarica
il Corriere delle Alpi — 14 novembre 2006 pagina 28 sezione: PROVINCIA
Itinerario storico sul Tudaio, urge
manutenzione
VIGO. Nel 1998 al Comune di Vigo veniva concesso un finanziamento dalla Regione
(nell’ambito dell’iniziativa Leader II) per la realizzazione e lo sviluppo di un
itinerario turistico sul monte Tudaio (spesa 73 milioni di vecchie lire, di cui
51 di contributo e 22 a carico del Comune, che li ha poi ottenuti dal Bim).
Oggi, dopo 5 anni, a causa delle condizioni atmosferiche particolarmente
difficili della vetta e di atti vandalici, l’itinerario abbisogna di lavori di
manutenzione.
Il percorso da valorizzare rientra nella cosiddetta “Via dei forti del Cadore” e
si propone di stimolare non solo il turista ma anche la popolazione locale alla
conoscenza del territorio, dell’ambiente naturale e della sua storia.
L’iniziativa, portata avanti dal 2001 dalla prima amministrazione guidata da
Antonio Mazzucco, ha visto la collocazione di una serie di pannelli riportanti i
toponimi originali, talvolta vecchi di secoli, in quei luoghi che fino a qualche
decennio fa sono stati interessati dalle attività silvo-pastorali. Un’altra
serie di pannelli ha invece riguardato i vari manufatti di uso militare sulla
vetta del monte, corredata da disegni e fotografie d’epoca. I turisti possono
inoltre usufruire sulla vetta di un punto di inquadramento storico geografico:
una rosa dei venti indicante gli obbiettivi militari del forte, le cime
principali e l’ubicazione degli altri impianti fortificatori cadorini. Sulla
cima il vento e il sole hanno rovinato completamente 4 pannelli grandi e 3
pannelli piccoli; lungo la strada sono stati asportati da vandali altri 3
pannelli; a Laggio, infine, sul piazzale-posteggio presso l’arena, ignoti hanno
asportato l’intero grande pannello ancora tre anni fa. Il monte Tudaio
rappresenta oggi una meta turistica davvero interessante: durante la sua
risalita ci sono punti nei quali davvero non si sa se dedicare tutta la nostra
ammirazione al panorama o piuttosto alle testimonianze dell’opera umana, spesso
mirabili proprio sotto i nostri piedi. Muri di scarpa e controscarpa, scavi
nella roccia, riservette, postazioni e gallerie stanno ancora là, a ricordare il
patrimonio di tecnica e volontà speso da soldati e civili per permettere
all’arte della guerra di arrampicarsi fino alla cima, di piazzare le sue potenti
batterie a 2114 metri di quota.
Sulle immense pareti di roccia occhieggiano ancora i grossi anelli che
permettevano lo scorrere delle funi necessarie per il traino dei cannoni, mentre
a Col Muto, non lontano dalla vetta, puoi fare un’interessante pausa visitando
le lunghe gallerie scavate nella roccia e volute per ospitare dei medi calibri
in quattro caverne affacciate con altrettante finestre su Auronzo e sul Comelico.
In prossimità della meta è il forte stesso a svelarsi a poco a poco: esso ti
presenta prima le sue difese perimetrali, i resti delle baracche civili e della
teleferica, e ti introduce infine nel suo cuore, nel labirinto delle sue
caverne, dei suoi resti deflagrati e scomposti. Quassù, sotto la svettante Cima
Bragagnina, sembra che la storia si sia fermata: le lastre di cemento,
affastellate una sull’altra, sembrano immortalate per sempre nell’istantanea
dell’esplosione, voluta dal nemico invasore nell’ottobre 1918 per non lasciare
il forte intatto come l’aveva ereditato da noi dopo Caporetto. In tante pietre
ad arte connesse, in tanto cemento profuso, puoi cogliere la preparazione
doviziosa ed ambiziosa alla Grande Guerra, in faccia ad un nemico che pur ci era
alleato nella Triplice.
la Nuova di Venezia — 12 novembre 2006 pagina 22 sezione: NAZIONALE
Arrivano Vesta e i volontari forte
Mezzacapo è stato ripulito
ZELARINO. Era diventato una discarica. Adesso, però, grazie alla buona volontà
di un gruppo di cittadini appartenenti all’associazione «dalla guerra alla pace»
e all’intervento di Vesta, è tornato ad essere uno spazio decoroso. L’ingresso
di forte Mezzacapo, divenuto da tempo contenitore dei più bizzarri rifiuti, dai
materassi alle magliette insachettate, ha subito ieri una ripulita coi fiocchi.
In mattinata, il compito di portare via le immondizie è toccato proprio a Vesta.
Nel pomeriggio, invece, muniti d’ogni tipo d’attrezzo, dal rastrello al
taglia-erbe, i quindici volenterosi (foto) si sono dedicati al taglio dell’erba
e alla sistemazione delle siepi. «Siamo molto soddisfatti - ha detto a fine
intervento Ivo Chinellato, delegato ai forti per la Municipalità -. L’ingresso
del Mezzacapo era ridotto davvero male. Adesso abbiamo dovuto attaccare un
cartello con su scritto: divieto di scarico». L’associazione «Dalla guerra alla
pace», con questo gesto, ha voluto anche puntare l’attenzione su questa ex
struttura militare. Doveva già essere stata acquisita da tempo, invece tutto si
è bloccato. Qualche disguido con l’esercito. Ma anche problemi legati alla
presenza di amianto. «Stiamo parlando di un’area di 109 mila metri quadrati -
continua Chinellato -. Un vero gioiello che potrebbe diventare punto di
riferimento per l’intero Comune. Ma prima bisogna risolvere molte questioni.
L’acquisizione, in primis. E poi tutti i disagi interni: buche, strutture
pericolanti, amianto». (g. cod.)
la Nuova di Venezia — 10 novembre 2006 pagina 20 sezione: NAZIONALE
Mezzacapo, forte dei rifiuti
ZELARINO. Forte Mezzacapo? Una vera e propria discarica. Un’accozzaglia di
rifiuti: materassi, lavatrici, contenitori di latta e chi più ne ha, più ne
metta. Proprio per questo, domani dalle 14, un volenteroso gruppo appartenente
all’associazione «Dalla guerra alla pace» si ritrova davanti all’ex caserma
militare, munito di scope e di rastrelli, per dare una «rigovernata»
all’ingresso della preziosa struttura. Un modo come un altro per riaccendere i
riflettori su una questione che, ancora qualche anno fa, sembrava cosa fatta:
l’acquisizione del forte, ma che adesso pare essersi assopita di fronte alla
presenza dell’amianto e alla difficoltà di rapportarsi con i massimi vertici
dell’Esercito. Domani il gruppo presieduto da Vittorino Darisi avvierà l’opera
di pulizia esterna, con l’aiuto anche di Vesta. Un messaggio all’amministrazione
comunale affinché acceleri l’iter di acquisizione. Ma anche un’occasione per non
«sfigurare» davanti ai ragazzi delle scuole, impegnati nella biciclettata «Giro
dei forti» organizzata per domenica dal liceo scientifico Morin. «La situazione
di Mezzacapo peggiora di giorno in giorno», spiega Darisi, «dentro questa
struttura v’è una massiccia presenza di amianto che si sgretola e si polverizza
sotto gli effetti del tempo. Dunque, o si interviene subito, oppure la
situazione rischia di deteriorarsi. E i pericoli potrebbero riguardare anche chi
abita nei dintorni». Proprio l’associazione «Dalla guerra alla pace» aveva
presentato due anni fa un progetto organico, con molte proposte di gestione
della struttura di via Scaramuzza. Attività culturali, ludiche, sportive che
avrebbero dovuto coinvolgere i cittadini di tutto il Comune. Purtroppo, però, le
cose non sono andate come si pensava. Problemi con l’Esercito, problemi con
l’amianto. Così, in questi giorni, l’associazione ha preso in mano la
situazione, inviando alla Municipalità un piano con l’elenco delle priorità:
recupero e smaltimento dell’eternit, messa in sicurezza della parte interna,
ripristino del terreno dissestato. Un intervento che potrebbe richiedere non più
di 30 mila euro. «Noi lanciamo il sasso», spiega Ivo Chinellato, che ha una
delega municipale per i forti, «chissà che nel 2007 quei soldi non saltino
finalmente fuori». (Gianluca Codognato)
il Corriere delle Alpi — 20 ottobre 2006 pagina 27 sezione: PROVINCIA
Un parco storico a metà fra tre paesi
PIEVE DI CADORE. Dopo vent’anni, nascerà finalmente il parco storico della
“Greola e della Cavallera”. Ne ha parlato lunedì scorso a Tai il sindaco di
Pieve, Roberto Granzotto. «La zona sud dei comuni di Pieve e Valle e quella nord
di Perarolo, in pratica quella che comprende al suo interno monte Zucco, dal
1986 è sottoposta a ben 35 strettissimi vincoli ambientali», ha spiegato
Granzotto, «e questo perché in quell’anno la Regione, che con il piano
territoriale regionale di coordinamento disegnò alcune aree da salvaguardare per
la futura costituzione di parchi, comprese in questa perimetrazione anche gli
ambiti per un parco archeologico chiamato “della Greola e della Cavallera” ». Il
territorio interessato comprendeùuna parte del comune di Valle (circa il 60%),
del comune di Pieve (circa il 30%) e del comune di Perarolo (il 10%): in totale
una superficie di circa 500 ettari. Da allora, pur non avendo istituito il
Parco, i vincoli rimasero tanto che, a causa di questi, il comune di Valle
rimase senza la possibilità di edificare nella zona compresa nei confini
stabiliti finchè una delibera regionale non eliminò qualche vincolo, riaprendo
l’edificazione. Da allora sono passati vent’anni e il sindaco di Valle, Matteo
Toscani, ha chiesto alla Regione di costituire finalmente il Parco. Un parco che
dovrà essere storico, non naturalistico. Il primo passo conseguente a questa
richiesta sarà la necessità di rivedere la perimetrazione, perché quella
delimitata nel piano originario non è più attuale. La costituzione del nuovo
Parco avrebbe dei riflessi economici non indifferenti per il territorio
interessato, perché i comuni compresi nella sua perimetrazione potranno accedere
a finanziamenti che altrimenti non avrebbero, comprese anche spese per progetti
di urbanizzazione. Da non dimenticare, ha anche ricordato il sindaco Granzotto,
«che dal 2007 al 2013 cambieranno le modalità per l’accesso ai finanziamenti
europei, che abbandoneranno la logica del contributo per territorio, passando a
quella “a progetto”. Attorno al progetto del Parco stanno dialogando con la
Regione i comuni di Pieve e Valle, avendo ognuno degli obiettivi ben precisi da
realizzare. Tra l’altro i parchi possono accedere ai benefici economici
presentando dei progetti specifici». Granzotto di progetti possibili ne ha
indicati alcuni: innanzitutto il completamento del percorso realizzato dalla
comunità montana Agordina sui luoghi della Prima guerra mondiale, nel quale si
possono inserire i Forti di Col Vaccher, Monte Ricco, Batteria Castello e le
fortificazioni di Pian dell’Antro, a Venas. Collateralmente al completamento del
percorso della memoria, potrebbe nascere una valorizzazione dell’intero
territorio, riorganizzando l’accoglienza e la ristorazione, con la previsione di
vendita di prodotti tipici. Alla nascita del nuovo parco sono interessati in
primis la Cm Centro Cadore, che opererebbe da capofila, la Provincia di Belluno,
i comuni di Pieve e Valle e forse anche Perarolo, che però attualmente ha
qualche riserva. (v.d.)
la Nuova di Venezia — 25 agosto 2006 pagina 33 sezione: PROVINCIA
Batteria Amalfi Un
nuovo libro
CAVALLINO. «Chi leggerà questo libro
guarderà con occhi diversi la Batteria Amalfi di Punta Sabbioni che nella prima
guerra mondiale costituì il cardine dell’intero sistema fortificato costiero a
difesa di Venezia». Ne parla con passione il presidente dell’associazione «Forti
e Musei della costa» Furio Lazzarini, della sua ultima fatica letteraria
intitolata «La Batteria Amalfi nella Grande Guerra» pubblicata dall’associazione
storico-culturale col Comune di Cavallino-Treporti. «L’agile volume tradotto in
tedesco e inglese - spiega Lazzarini - analizza le ragioni che determinarono la
progettazione della Batteria Amalfi, ne descrive le fasi di costruzione e le
caratteristiche tecniche, raccontandone poi l’intenso impiego bellico nel corso
del Primo conflitto mondiale, dopo lo sfondamento di Caporetto, quando il fronte
terrestre giunse ad attestarsi ad appena una manciata di chilometri da Venezia.
Già al momento dell’entrata in servizio (14 maggio 1917) l’Amalfi costituì la
maggiore difesa della piazza marittima di Venezia, rappresentando uno tra i più
moderni e potenti complessi di artiglierie dell’intero fronte italo-austriaco».
(f.ma.)
Da il Messaggero del Friuli di sabato, 23 Settembre 2006
Oggi nella Fortezza esercitazione dei volontari antincendio boschivo
Osoppo. I volontari dell'antincendio boschivo saranno oggi di scena alla Fortezza di Osoppo. Si terrà infatti fino a domani l'esercitazione dei volontari A.I.B. del distretto di protezione civile del gemonese e del corpo forestale regionale. Si tratterà di simulare l'intervento su un incendio boschivo su un'area di particolare interesse storico-ambientale, situata sulle pendici di un rilievo immediatamente a margine di un centro abitato qual'è quella della Fortezza. Dai vari comuni, ovvero Osoppo, Amaro, Artegna, Bordano, Buja, Forgaria, Gemona, Majano, Montenars, Ragogna, Trasaghis e Venzone, parteciperanno 37 volontari affiancati dalle forze di polizia municipale, dai carabinieri della stazione di Osoppo e dai volontari della croce rossa di Gemona.
Messaggero Veneto — 13 agosto 2006 pagina 09 sezione: UDINE
Chiusaforte racconta la
Grande guerra
CHIUSAFORTE. La val Raccolana, ancora una volta, si è dimostrata attenta alle
iniziative legate alla riscoperta e alla promozione degli avvenimenti della
Grande Guerra. Una sala stracolma infatti ha fatto da cornice alla presentazione
del libro "Memorie di Guerra, Diario della guerra Italo-Austriaca in Val
Raccolana", curato dalle Edizioni Saisera nella collana Vecchi Scarponi con i
contributi di Lucia Lucarelli, Giancarlo L. Martina e Davide Tonazzi. Una
pubblicazione che racconta anche attraverso una serie di fotografie la vita da
soldato di Giuseppe Lucarelli, arrivato in Val Raccolana il 31 maggio 1915 come
sergente furiere nella 17ª compagnia del 3° artiglieria da fortezza. Una
straordinaria testimonianza scovata dal ricercatore Giancarlo L. Martina, che
casualmente si è imbattuto nel diario alla Fondazione Archivio Diaristico
Nazionale di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo. Dopo la morte di
Giuseppe Lucarelli infatti, la nipote Lucia decise di trascrivere il diario e di
inviarne una copia con alcune fotografie all'archivio. Il libro è stato
finanziato attraverso fondi regionali dalla Comunità Montana del Gemonese, Canal
del Ferro e Valcanale. (a.c.)
Messaggero Veneto — 10 agosto 2006 pagina 13 sezione: CULTURA - SPETTACOLO
La Grande guerra
dell'artigliere Lucarelli
Quando Giuseppe Lucarelli arriva a Chiusaforte, il 31 maggio 1915, ha 27 anni. È
stato richiamato nell’esercito poco prima della dichiarazione di guerra del
Regno d’Italia all’Impero Austro-Ungarico. Lucarelli è sergente furiere nella
17ª compagnia del 3° artiglieria da fortezza, di stanza per circa due anni e
mezzo in val Raccolana, nella zona di Pian della Sega. La sua batteria è quella
che opera con l’obice da 305 millimetri e che demolisce il forte Hensel di
Malborghetto e le fortificazioni del Predil. Come tanti altri militari della sua
epoca, colpiti dalla prima guerra tecnologica e di massa, Lucarelli tiene un
diario della sua esperienza, dove racconta il lato umano ed emozionale del
conflitto. Un documento arricchito da numerose fotografie scattate dallo stesso
Lucarelli, che per coltivare la propria passione allestisce una camera oscura
dove sviluppa le immagini, spesso duplicate anche per i commilitoni. Il logorio
della guerra di trincea, i continui bombardamenti d’artiglieria (nel solo mese
di luglio 1915 vengono sparate 520 granate), le morti dei soldati, lo scorrere
delle stagioni e il rapporto con gli ufficiali: tutti dettagli raccolti da
Lucarelli nel suo diario.Un testo che sarà presentato oggi, alle 18,
all’agriturismo Campo base in val Raccolana: Memorie di guerra, diario della
guerra italo-austriaca in val Raccolana esce a cura delle Edizioni Saisera nella
collana Vecchi Scarponi e contiene contributi di Lucia Lucarelli (nipote di
Giuseppe), di Giancarlo L. Martina e Davide Tonazzi. Il ritrovamento del
prezioso documento è da assegnare al ricercatore Giancarlo L. Martina, curatore
delle sale della Prima guerra mondiale nel Museo di Dogna, che si è casualmente
imbattuto nel diario alla Fondazione Archivio diaristico nazionale di Pieve
Santo Stefano, in provincia di Arezzo. Dopo la morte di Giuseppe Lucarelli,
infatti, la nipote Lucia decide di trascrivere il diario e di inviarne una copia
con alcune fotografie all’archivio creato da Saverio Tutino per conservare,
studiare e valorizzare i diari scritti da italiani, di qualsiasi epoca e di
qualsiasi argomento. La proposta di pubblicare questo diario viene accolta con
entusiasmo dalla Comunità montana del Gemonese, Canal del Ferro e Valcanale, sia
per il territorio in cui si svolgono le azioni descritte sia per la
particolarità di trovare un diario parallelo composto da parole e immagini.
Insieme con Davide Tonazzi, Giancarlo Martina costruisce la storia per immagini
di Giuseppe Lucarelli, collegando fotografie ai brani del diario, pubblicato
insieme alla cartina geografica della zona disegnata da Lucarelli.In autunno
saranno presentati altri due diari: uno contenente i resoconti di un soldato di
stanza nella zona di Pontebba, l’altro quelli di un cecchino operante sul
Montasio.Alessandro Cesare
Da Il Gazzettino di domenica, 6
Agosto 2006
Al via il recupero del forte "Col Roncon"
A rive d'Arcano hanno preso avvio i lavori per il recupero del forte
"Col Roncon", esempio di architettura della grande guerra. Si tratta di una
manufatto d'ingegneria militare costruito fra il 1909 ed il 1911
contemporaneamente a quelli di Fagagna, di Santa Margherita del Gruagno, di
Tricesimo e del monte Lonza (Bernadia). Dai reperti storici si evince che
formavano la linea difensiva denominata "tenaglia del Medio -Tagliamento", ad
indicare un'imponente rete fortificata che si rifaceva al generale francese
Brialmont, poi rivedute ed adattate all'orografia del territorio friulano dal
generale italiano Rocchi.
L'opera in calcestruzzo armato sorge sull'omonimo colle Roncon a 256 metri sul
livello del mare a ridosso della strada panoramica Fagagna-San Daniele e a breve
distanza dal castello d'Arcano. E' stata trasferita a titolo gratuito dal
Demanio Militare al Comune di Rive che ha predisposto un recupero reso possibile
da un finanziamento di 863 mila euro nell'ambito del Programma Comunitario
"Obiettivo 2", che comprende pure interventi di restauro di opere della Grande
Guerra. Sul progetto (864 mila euro) redatto dall'architetto Roberta Cuttini, è
assicurata la copertura del 79% della spesa. Il rimanente 21% è a carico del
Comune che ha stipulato un mutuo di 180 mila euro con la Cassa Depositi e
Prestiti. I lavori della durata di 200 giorni, sono stati affidati alla Edilcoop
Friuli di Gemona. Prevedono un restauro conservativo del manufatto, in aderenza
alle caratteristiche architettoniche originali. Come spiega il sindaco di Rive,
Gabriele Contardo, una volta completati i lavori, l'opera è destinata a
diventare un'importante meta turistico-culturale, in sintonia con la
Soprintendenza regionale di Trieste. E, mentre sono in corso sopraluoghi con
rappresentanti di Regione e Provincia per valutare le modalità di gestione del
forte, va prendendo piede l'indirizzo di ospitare eventi di carattere culturale
e turistico con anche uno spazio dedicato ad una mostra permanente
sull'archeologia militare.
la Nuova di Venezia — 06 agosto 2006 pagina 21 sezione: NAZIONALE
Rumiz: «I forti sono a
grave rischio»
ZELARINO. Ha un grande timore Mara Rumiz, assessore al Patrimonio del Comune:
che, se non si interviene in fretta, il complesso dei forti dell’ex campo
trincerato di Mestre rischi di diventare inutilizzabile. Discorso che non fa una
grinza, specie se si considerano le condizioni del forte Mezzacapo di via
Scaramuzza a Zelarino, che al momento si trova abbandonato a se stesso. E non
pare che da parte del ministero della Difesa ci sia l’intenzione di chiudere la
partita in fretta. La vicenda di forte Mezzacapo (e di forte Gazzera) è legata
al Pepe di Dese, che necessità di una bonifica e di controlli molto
approfonditi. Circa due mesi fa l’assessore Rumiz aveva chiesto che i destini di
Mezzacapo e Gazzera fossero separati da quelli di forte Pepe, permettendo così
un’accelerazione nell’iter di consegna delle due strutture presenti all’interno
della municipalità di Chirignago-Zelarino. In questi due mesi, però, non ci sono
state novità di rilievo, nonostante il Comune abbia più volte sollecitato i
responsabili militari che all’interno del ministero della Difesa seguono il
versante degli edifici militari che devono passare sotto il controllo delle
amministrazioni locali. «Circa una settimana fa», spiega Rumiz, «ho incaricato i
responsabili del mio assessorato di contattare il ministero della Difesa,
contattando il generale Colucci, l’alto ufficiale che cura il settore
infrastrutture. Devo dire che la Difesa non si sta muovendo con l’adeguata
celerità, tanto che non è arrivata nessuna risposta». Più tempo passa, però, e
più rimettere in sesto forte Mezzacapo diventerà un compito non facile. Per
farsi un’idea del degrado della struttura basta dare un’occhiata al sentiero di
entrata, chiuso da una sbarra arruginita e da filo spinato: la zona di arresto
per le vetture è diventata una sorta di discarica abusiva, dove è possibile
trovare di tutto. «Non stento a crede che le condizioni del Mezzacapo siano
difficili», ammette l’assessore Rumiz, «la paura è che se non cominciamo al più
presto una serie di interventi di manutenzione in questo e altri forti vada
perso quello che considero un patrimonio per tutta la città. Nei confronti del
ministero della Difesa abbiamo dimostrato sempre la massima disponibilità ma non
possiamo ancora rimettere a posto molte strutture. Una cosa è certa, anche se
siamo in un periodo di ferie abbiamo intenzione di continuare a pressare il
ministero e i militari per risolvere questa situazione. I forti servono alla
comunità». (Maurizio Toso)
Da Il Gazzettino di
sabato, 5 Agosto 2006
TARCENTO Progetti in attesa della chiusura del cantiere sul forte Parco sul
Bernadia La giunta vuole creare uno spazio intercomunale
Tarcento
Mancano ancora due anni per poter dire definitivamente chiuso il cantiere
del forte Bernadia. Ma l'amministrazione comunale, visto il grosso investimento
in denaro che ha richiesto l'opera, sta già pensando a come organizzare i futuri
spazi del complesso. Per la fortificazione vera e propria e per la sala
conferenze sotterranea, la destinazione ufficiale è quella di centro
multimediale della pace, un'idea di monsignor Duilio Corgnali sviluppata anche
sul mancato ruolo bellico che il forte ricoprì durante la Prima Guerra Mondiale.
«Nonostante manchino da completare ancora il 30% delle opere del primo lotto e
il 90% di quelle del secondo - dice il sindaco Roberto Pinosa - abbiamo già
cominciato a riflettere sulle possibilità di gestione e sfruttamento del sito.
Non possiamo, infatti, trovarci con un immobile ultimato e attendere due anni
prima di vederlo entrare completamente in funzione come è stato per Villa
Moretti e per il Centro Ceschia. Il primo passo, quello più logico, è la
valorizzazione dell'esistente, cioè dell'ambiente naturale che circonda il
forte». Il progetto in fase di elaborazione mira a realizzare un parco ecologico
intercomunale e comprensoriale che coinvolga, anche a livello finanziario, i
paesi di Tarcento, Nimis e Lusevera, tutte realtà accomunate dal monte Bernadia,
oltre che Regione e Provincia. «Si tratterà di un'area di notevole interesse
ambientale - dice il vicesindaco Giancarlo Cruder - dove però sarà possibile
anche cacciare e promuovere attività di tipo turistico. Il tutto finalizzato
alla promozione dell'altura, già sede di raduni e feste ANA e motociclistiche.
L'obiettivo è, insomma, quello di rendere sempre più appetibile la montagna così
da trasformarla in fulcro attrattivo per la creazione di altri eventi
sovracomunali». Il progetto parco comprende la realizzazione di percorsi e
sentieri attraverso i boschi, installazione di tabelle informative,
individuazione di luoghi dove sia più facile mirare la volta celeste così da
creare dei mini punti di osservazione. La montagna, di natura carsica, è già
meta di escursioni ed è stata oggetto, in passato, di studi specialistici sulle
caratteristiche uniche delle piante che vi crescono. È inoltre uno dei luoghi
più suggestivi per l'accensione dei fuochi epifanici che vengono arsi sulle
vecchie batteria e nel piazzale della vecchia caserma.
Messaggero Veneto — 20 luglio 2006 pagina 11 sezione: UDINE
Comeglians, itinerari
turistici per valorizzare le fortificazioni
COMEGLIANS. Sul modello di Villa Santina, nasce a Comeglians un’interessante
iniziativa culturale sulla Catena fortificata della Carnia. L’amministrazione De
Antoni, con ben sette opere fortificate nel proprio comprensorio, ha ritenuto
opportuno avviare una serie di interventi di ripristino delle opere in caverna
dell’articolato sistema di sbarramenti del complesso di fortificazione Carnico.
Per questo, come Villa Santina, il Comune di Comeglians ha contattato
l’associazione culturale X Regio Italica che da anni cura, in Friuli, la
valorizzazione di opere fortificate come queste che, verso gli anni ’40, in
Carnia, furono realizzate per sbarrare potenziali invasioni nemiche e facevano
parte del noto Vallo Alpino, che nulla aveva da invidiare alle più note linee
Maginot e Siegfried. Le fortificazioni hanno un notevole sviluppo lineare (dai
300 ai 500 metri), si articolano su più livelli interrati e sono tutte
rigorosamente mimetizzate con l’ambiente circostante tanto che raramente si
percepisce la presenza di questi invisibili e affascinanti manufatti
d’ingegneria militare. «Il primo passo da compiere ora – spiega de Antoni – è la
richiesta di acquisizione dei beni dal Demanio militare, per poi attuare, con
poche decine di migliaia di euro, un ripristino finalizzato alla fruizione
turistica di queste opere ancora intatte dopo più di 60 anni. La valenza storico
culturale del sito verrà poi promossa, in collaborazione con l’associazione X
Regio Italica, mediante conferenze e visite guidate, contatti con diverse realtà
locali e regionali, approfondimento dei buoni rapporti già esistenti con
istituti culturali esteri, come l’istituto Ad Pirum di Logatec (Slovenia), così
come con appassionati di tutt’Italia nonché della Croazia, della Repubblica Ceca
per giungere sino a San Pietroburgo. Il visitatore potrà così scoprire anche le
peculiarità enogastronomiche e l’accoglienza del territorio carnico». (t.a.)
il Corriere delle Alpi — 05 luglio 2006 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
Progetti internazionali
sui luoghi della guerra
Il convegno di venerdì ad Arabba per la presentazione degli obiettivi
conseguiti, dopo 5 anni di lavoro, dal Progetto Interreg III A Italia-Austria «I
luoghi della Grande Guerra in Provincia di Belluno» è un punto di arrivo e di
ulteriore progresso.
Al di là delle autorità (tra cui Gianni Pezzei, Rizieri Ongaro, Sergio Reolon,
Floriano Pra, Christian Stempfer, Fabio Gava) e degli interventi (Richard
Schober, Andrea Cisco, Antonella Fornari), la conferenza fornisce di per sé un
bilancio di quanto lo scambio di conoscenze e ricerche tra Italia e Austria e
l’organizzazione di mostre e visite guidate abbiano conseguito.
Il ripristino dei sentieri. Certo, l’aspetto più coraggioso e innovativo è stato
assicurato dal ripristino di sentieri, postazioni e osservatori realizzati dai
soldati 90 anni fa e oggi a rischio di scomparsa per il debordare della
vegetazione e l’incuria dell’uomo. A questa azione di recupero hanno lavorato un
Comitato scientifico e un Comitato tecnico, cui è stata data la direzione e la
correttezza “filologica” di ogni intervento intrapreso, affidato per lo più ai
Servizi forestali dello Stato. Ma questo rimarrebbe piccola cosa, se la
valorizzazione del reperto, piccolo o grande che sia, non venisse accompagnata
da un nuovo interesse, culturale e turistico, verso ogni memoria che la Grande
Guerra ha seminato su cime e forcelle, nei paesi e tra i boschi, in prima linea
o nelle retrovie, attraverso un’autentica riappropriazione della storia e del
territorio attuata anzitutto dalla scuola.
Le mostre e le visite. Ecco quindi spiegata la grande energia profusa
nell’organizzazione di mostre itineranti, visite guidate, conferenze nelle
scuole di ogni ordine e grado, nella convinzione che ogni comprensorio ha un
immenso potenziale storico e culturale rimasto finora inespresso e da mettere in
sinergia.
Prendiamo il Cadore come esempio: esso è stato toccato da varie iniziative, in
particolare su monte Piana, in Oltrepiave, su Col Vidal, sul Becco di Cuzze
presso Vodo.
Molti sono i meriti di tale valorizzazione (si pensi alle fortificazioni del
monte Tudaio, del Rite, del Miaron, di Col Ciampon...), ma va sottolineato come
questo lavoro sia risultato un’occasione davvero propizia per collegare gli
sforzi di tre diversi comprensori, Agordino, Zoldano e Cadore, puntando
anzitutto sulla «Linea gialla», ovvero sulla formidabile linea di resistenza ad
oltranza stesa tra il 1904 e l’ottobre 1917 tra la Val Cordevole e la Val Boite.
Tale linea, appoggiata a potenti apprestamenti fortificatori e ad un complesso
reticolo di postazioni sussidiarie, strade e osservatori, nel settore della IV
Armata correva senza soluzione di continuità lungo le cime dei monti Tamer,
Civetta, Fernazza, Antelao, Marmarole, Tudaio e Razzo, collegando le difese sul
Cordevole, in particolare la Tagliata del Sasso di S. Martino, con quelle della
Fortezza Cadore-Maè.
Una «rete» di percorsi. L’escursionista, alla ricerca di panorami gratificanti e
mosso da interessi storici, si vede così offerto un ventaglio di nuove
opportunità e viene indotto a ricercare e “collezionare” una serie di mete tra
di loro complementari: chi frequenta l’Agordino avrà un’occasione in più per
conoscere il Cadore e viceversa, il tutto su ideali “ponti” di guerra divenuti
tramiti di natura e cultura. La guerra a lungo preparata, con un ineffabile
sforzo sia militare sia civile, ebbe sempre e comunque una logica unitaria, in
grado di concepire le nostre valli e le nostre crode tra Marmolada e Brentoni
come un unico scacchiere strategico e tattico.
Come esempio paradigmatico si possono citare i tanti studi sulle opere della Val
Boite, collegate con quelle del Cordevole (Tagliata di S. Martino, Listolade,
Col Piagher) attraverso le postazioni di Spiz Zuel, Col Salera e Col Baion.
In particolare, il Comune di Vodo ha puntato alla valorizzazione delle opere sul
Becco di Cuzze e sui Crepi di Serla, dove sono stati compiuti lavori di
ripristino della strada che portava da forcella Chiandolada a forcella Cucei e
che serviva una complessa rete di caverne e trincee.
Oltre i campanilismi. Il Comune di Vigo ha valorizzato la postazione di Col
Ciampon, poco sotto l’antica chiesetta di S. Daniele, con il recupero del
“blockhaus”, degli osservatori e dei depositi qui voluti per controllare la
stretta di Treponti e collegare l’opera alta del forte del Tudaio con quella
bassa di forte Col Piccolo. Ma non va mai dimenticato che quanto concepito e
costruito in Val Boite, in Val Ansiei o in Oltrepiave rientrava nella logica
strategica unitaria della Fortezza Cadore-Maè. Si tratta dunque di interventi
che, lungi dall’essere settoriali e campanilistici, appaiono in grado di
valorizzare storicamente e turisticamente aree finora non conosciute nella loro
valenza storica e militare, senza nulla togliere a mete da tempo praticate, che
anzi avranno d’ora in poi un corollario di complementi strategici e tattici per
essere ancor meglio fruite.
- Walter Musizza e Giovanni De Donà
il Corriere delle Alpi — 01 luglio 2006 pagina 29 sezione: PROVINCIA
La Grande guerra
riscoperta
CADORE. Grazie alle appassionate indagini di Walter Musizza e Giovanni De Donà
il Cadore ha potuto conoscere e valorizzare una pagina importante della sua
storia legata alla Grande Guerra.
«La biblioteca è la loro miniera, un pozzo inesauribile che li affascina e li
trascina nel non sempre illuminato mondo dei nostri avi, a caccia di avvenimenti
più o meno singolari, di episodi di vita vissuta non da “routine”. Così qualcuno
ha voluto, con parole non scevre da poesia, commentare l’impegno che Walter
Musizza e Giovanni De Donà hanno profuso, in perfetta sinergia, da 20 anni a
questa parte, nello studio e valorizzazione della storia cadorina.
Allorché, nel 1985, Musizza, triestino di nascita, ma già cadorino d’adozione,
iniziò la sua sistematica opera di ricostruzione “filologica” dei forti veneti,
ambizioso appariva il percorso scelto e molte le mete prefissate. L’autore
mirava infatti - e lo si capiva bene già nel primo tomo “Le fortificazioni del
Cadore 1866-1896” - ad un totale coinvolgimento dell’opera militare nella
problematica politica e sociale del tempo, trasformandola quasi in ideale
specchio delle molte contraddizioni italiane e cadorine tra ‘800 e ‘900, delle
velleità e delle delusioni della patria grande come di quella piccola tra età
crispina ed età giolittiana. I forti dolomitici, costruiti tra il 1880 e il
1915, avevano vegetato sempre tra oblio e disprezzo, gravati della pessima fama
guadagnatasi nelle disperate ore del nostro dopo-Caporetto ed avviliti dalle
ingloriose esplosioni austriache dell’ottobre 1918, per cui si trattava di
recuperare un patrimonio di fonti archivistiche disperso tra Roma e Vienna. Dopo
5 anni di intenso lavoro, condiviso con De Donà, cadorino autentico, l’opera è
giunta al suo compimento con l’uscita del quarto ed ultimo tomo, dedicato al
forte di Col Vidal, sopra Lozzo (1990), nonché colla realizzazione, nel 1988, di
un documentario televisivo.
Tutti gli 8 forti cadorini sono stati dunque riproposti nella loro genesi
strategica ed architettonica, seguiti negli affascinanti meandri delle diatribe
militari e politiche che li hanno contraddistinti dalla nascita fino ai tristi
giorni della distruzione intestina, ed indagati nell’enorme apparato di difese
complementari fiorite intorno ad essi, dalla Val Boite alla Val Ansiei.
Si può dire che ne è emerso un quadro impressionante di manufatti, strade,
postazioni e sentieri finalmente recuperati all’interesse e alle escursioni di
tutti gli appassionati della montagna, un capitale di storia e lavoro, in gran
parte cadorino a tutti gli effetti, da ripensare e valorizzare in chiave
culturale e turistica.
I forti “alti” del Tudaio, del Vidal e del Rite, nonché le postazioni del Miaron,
del Col S. Anna, del Col Rementera e di tante altre “crode” e forcelle cadorine,
si impongono come altrettante mete di gite piccole e grandi.
Ma ciò che il lettore nota subito è che la protagonista indiscussa in tutti i
volumi è la gente cadorina, di Cibiana, Vigo, Lozzo, Pieve, seguita passo passo
nelle sue speranze e disillusioni all’ombra di tali giganti, nei benefici avuti
e nei danni patiti, sia al momento della costruzione, sia sull’onda lunga dei
vantaggi economici e dei postumi ecologici. Desta impressione seguire anno dopo
anno la scansione della trasformazione del Cadore da appartato comprensorio
silvopastorale a munito campo trincerato, con tutto il relativo trapasso, spesso
sofferto, di tradizioni, abitudini e mestieri della sua gente schiva ed
orgogliosa. E perfino la guerra, indagata dall’osservatorio privilegiato di
queste alte batterie corazzate, sembra offrire prospettive nuove, talché gli
ordini di Cadorna, di Robilant e di Piacentini assumono valenze inusitate sullo
sfondo degli splendori e delle miserie della Fortezza Cadore-Maé, voluta
imprendibile sì, ma non presunta tale nell’ora del bisogno.
E si pensi che proprio nel 2002, quando i due studiosi sono stati insigniti per
le loro ricerche macro e microstoriche del Premio Ana Cadore, è stato inaugurato
il museo di Messner nel forte di M. Rite.
Un processo di recupero autentico di memoria.
Basti citare il recupero avvenuto del forte Tra i Sassi in Valparola,
l’itinerario storico del forte di M. Tudaio in Oltrepiave, il Museo del Lagazuoi
e delle 5 Torri, il progetto Interreg 2000-06 capitanato dalla Cm Agordina...
E’ un processo ormai irreversibile: istituzioni pubbliche e private, studiosi ed
appassionati, ma anche semplici escursionisti in cerca di nuove accattivanti
mete, stanno scoprendo la Grande Guerra sulle Dolomiti.
il Corriere delle Alpi — 18 giugno 2006 pagina 19 sezione: AGENDA
La montagna veneta in
guerra
FELTRE.A novant’anni di distanza ci può essere ancora spazio per nuove
prospettive, per nuove inquadrature di quell’immane conflitto che fu la Grande
Guerra e che si è arrogato da tempo il ruolo di autentico discriminante tra ’800
e ’900? La risposta è ovviamente positiva, sia per i nuovi studi che fioriscono
costantemente intorno a uomini, mezzi ed eventi, sia soprattutto per il lavoro
stesso dello storico che non può prescindere da una periodica ricalibratura di
metodologie, approcci e giudizi, che deve essere tarata sulla società
contemporanea, ovvero sul continuo divenire.
E certamente Feltre offrirà a tanti studiosi ed appassionati un’occasione in più
per osservare la guerra 1915-18 da un osservatorio particolare, con una
prospettiva suggestiva: quella delle panoramiche militari. Sarà inaugurata
infatti venerdì 30, nella Chiesa di Ognissanti a Borgo Ruga a Feltre, la mostra
“La Montagna veneta - foto panoramiche della Grande Guerra”, realizzata dalla
Cmf nell’ambito del progetto “Il Museo diffuso del Grappa dal Brenta al Piave”.
Alle 18 sono previsti i saluti delle autorità, poi alle 18.30 l’intervento del
curatore Marco Rech, infine alle 19 la presentazione di alcuni contributi
storici, tra cui quelli di Tiziano Bertè e di Mauro Passarin, nonché del
catalogo che accompagna la mostra.
La rassegna documenta come l’evento bellico abbia accelerato, in sintonia con
quanto avvenuto in ogni altro settore, anche la fotografia, inventando o
perfezionando strumenti e tecniche: aerofotografia, fotolitografia,
telefotografia, topofotografia, stereoscopia sono soltanto alcune delle
discipline sviluppate, se non addirittura nate, per la guerra.
Certamente la prospettiva assicurata da questa mostra è per lo meno inusuale e,
comunque, tra le più interessanti. Questo perché il concetto stesso di
“panoramica” seduce al di là di ogni tempo, grazie a una dilatazione visiva e
mentale che va oltre ogni prerogativa umana, per una sorta di naturale stupore
che s’appropria di più vasti orizzonti e sembra piegarsi alla bellezza del
mondo, da cui ogni sforzo bellico appare bandito od almeno sublimato.
E in effetti una delle caratteristiche salienti che sottende questa scansione di
panorami consiste proprio nell’esilità della presenza umana: le fortificazioni,
le trincee, le armi, l’uomo stesso si notano poco, o, meglio, sono riservati
all’occhio clinico dell’esperto. Ma essi, se apparentemente privilegiano la
natura e mettono in sottordine l’umanità, se paiono celebrare anzitutto mirabili
scansioni di vette, ignare di lotta e di sangue, pure ci parlano comunque e
sempre dell’uomo.
Confrontando questi panorami con quelli fruibili nell’odierna realtà, ci
accorgiamo che i diligenti fotografi di 80 anni fa, issatisi su aerei pulpiti,
ci hanno assicurato con i loro pionieristica apparati, lunghi anche due metri,
una rara pietra di paragone per i nostri presunti progressi nell’ultimo secolo
del II millennio. Essi hanno fermato sul bromuro d’argento una montagna veneta
unica e irripetibile, in gran parte oggi perduta. In quelle immagini l’uomo è
“rara avis” e le sue armi di guerra non infliggono le ferite che la pace, il
benessere e l’ignavia porteranno a monte e a valle negli 80 anni successivi.
Guardiamole bene quelle cime coronate da nevi, oggi non più perenni: esse sono
ciò ch’eravamo, ciò ch’avevamo. Il fotografo in divisa voleva immortalare le
posizioni nemiche, ma in verità ci ha donato un grand’angolo di patria bella e
perduta.
Messaggero Veneto — 16 giugno 2006 pagina 12 sezione: UDINE
Cominciato il recupero
del forte della grande guerra sul colle Badin
CHIUSAFORTE. Con l’avvio dei lavori di recupero del forte sul Colle Badin, a
Chiusaforte, è cominciata la fase più impegnativa del progetto di recupero del
patrimonio storico - militare della prima guerra mondiale in Val Raccolana.
Un’iniziativa che vede in prima linea il Comune di Chiusaforte, che a fronte di
un impegno di spesa di 232 mila euro, ha ricevuto un finanziamento di 185 mila
euro attraverso i fondi comunitari dell’Obiettivo 2.«In questa fase - ha
spiegato l’assessore alle politiche comunitarie, Fabrizio Fuccaro -, oltre al
recupero strutturale del forte, saranno sistemati e resi accessibili anche i
sentieri della grande guerra lungo la via alta del Montasio e attraverso le
fortificazioni del Col de la Beretta e del Ronbon. Questa parte del progetto -
ha aggiunto - è stata progettata dalla Comunità montana del Gemonese, Canal del
Ferro e Valcanale e sarà portata a compimento dall’Agriforest di Chiusaforte».Il
forte Badin è stato riconosciuto "di interesse storico" dal Ministero dei beni e
delle attività culturali, che in questo modo ne ha sancito la tutela. Il forte
fu costruito in cemento e pietra lavorata nel 1904, su una collina sovrastante
l’abitato di Chiusaforte, rappresentando il primo sbarramento lungo la Val
Fella. Dotato di una struttura imponente, riusciva ad ospitare oltre duecento
soldati. Era collegato con il capoluogo ed era autonomo sia per
l’approvvigionamento idrico che elettrico. (a.c.)
COMUNICATO STAMPA N. 1126 DEL 27/06/2006 l' ASSESSORE REGIONALE VALDEGAMBERI:
“50 MILA EURO A
O.C.R.A.D. PER RISTRUTTURARE FORTE COSENZ DI FAVARO E FARNE UN CENTRO RICREATIVO
PER DIPENDENTI E FAMILIARI"
L’O.C.R.A.D. - l’Organismo Culturale Ricreativo Assistenza Dipendenti
dell’Amministrazione regionale – riceverà dalla Giunta veneta un contributo di
50 mila euro per ristrutturare parte del compendio immobiliare Forte Cosenz
(denominato “fabbricato di truppa e ricovero mezzi”) situato a Favaro Veneto e
farne un centro ricreativo per i dipendenti regionali e i loro familiari. Ne dà
notizia l’Assessore regionale alle politiche degli enti locali e del personale
Stefano Valdegamberi il quale è stato relatore in Giunta della deliberazione e
spiega che “il Consiglio regionale, con provvedimento del febbraio 2005, aveva
impegnato la Giunta ad individuare, anche attraverso l’acquisizione di immobili
regionali o dimessi dallo Stato o da altre Pubbliche Amministrazioni, ulteriori
risorse per favorire lo svolgimento di
attività culturali, dopolavoristiche, hobbistiche, di socializzazione, di
assistenza e accoglienza diurna dei figli dei dipendenti regionali, quali centri
ricreativi estivi per attività parascolastiche. Attualmente – aggiunge
l’Assessore regionale – Forte Cosenz – adagiato sulle anse del fiume Dese poco a
nord di Favaro Veneto e inserito in una vasta opera di riforestazione
all’interno del progetto del Bosco di Mestre - si trova in uno stato di degrado
tale da richiedere interventi di ripristino e di ristrutturazione per un
ammontare complessivo di oltre 159 mila euro di cui 55 mila assegnati all’OCRAD
su proposta dell’Unità di Progetto Sport, 50 mila assegnati ora con il
contributo in oggetto, mentre ai rimanenti 55 mila euro provvederà l’OCRAD
stessa con i propri mezzi finanziari”. A cura dell'Ufficio Stampa della Regione
Veneto
la Nuova di Venezia — 11 giugno 2006 pagina 22 sezione: NAZIONALE
Il Pepe stoppa Gazzera e
Mezzacapo
CHIRIGNAGO. Separare i destini di Forte Pepe di Ca’ Noghera da quelli dei forti
Gazzera in via Brendole e Mezzacapo in via Scaramuzza a Zelarino. E’ questa la
richiesta fatta dall’assessore comunale al Patrimonio Mara Rumiz al ministero
della Difesa per riuscire a perfezionare al più presto la consegna delle due ex
strutture militari alla cittadinanza. La questione è legata alle condizioni dei
singoli forti, con il Pepe che necessita tra l’altro dell’intervento di bonifica
e, ancora prima, di una ricognizione ambientale per valutare come stanno le cose
nell’intera area. Rumiz ha domandato al ministero della Difesa di attivarsi con
il quinto reparto infrastrutture dell’Esercito, unità che ha sede a Padova,
perché, ferme restando le condizioni già fissate per il passaggio al comune
delle ex strutture militari, ci sia una differenziazione nei tempi di consegna
del gruppo di forti formato da Pepe, Mezzacapo e Gazzera. «In ogni caso»,
avverte Mara Rumiz, «i tempi di conclusione dell’intera vicenda non saranno
brevissimi, dobbiamo considerare che prima deve essere effettuata una
classificazione dei due forti, e che successivamente il quinto reparto dovrà
passare la documentazione a vari uffici. Dal momento della classificazione al
rogito potrebbero passare tre mesi, un bel lasso di tempo ma sempre meglio di
un’attesa indeterminata». La situazione dei forti della municipalità di
Chirignago-Zelarino, insomma, potrebbe subire una forte accelerazione, con
grande soddisfazione di cittadini e amministratori. Dal punto di vista formale,
i forti Gazzera e Mezzacapo si trovano in una posizione privilegiata rispetto
alle altre ex strutture militari della terraferma per quanto riguarda il
completo passaggio al Comune. Forte Gazzera, tra l’altro, da qualche settimana è
tornato a essere un importante punto di aggregazione non solo per il quartiere,
con il comitato di gestione che sta organizzando una serie di iniziative
culturali. Più complessa la situazione a Forte Mezzacapo. Il punto dolente per
la struttura di via Scaramuzza è la bonifica dell’amianto, con i materiali
pericolosi che per il momento sono stati sigillati. Per rimettere il Mezzacapo
in sesto ci vorrà un po’ di tempo, il che non sarebbe comunque un ostacolo a una
parziale utilizzazione del forte. «Puntiamo a rivitalizzare anche il Mezzacapo»,
conferma Maria Teresa Dini, presidente della Municipalità. (Maurizio Toso)
il Corriere delle Alpi — 11 giugno 2006 pagina 28
sezione: PROVINCIA
«Nonna» Ines alla 99ª
candelina
VIGO. «Della mia fanciullezza serbo ancora vivo il ricordo della Grande Guerra,
perché essa toccò da vicino la nostra famiglia. Rivedo ancora i nostri soldati
che si esercitavano presso Col Tagliardo, gli aerei austriaci che sorvolavano di
continuo i nostri paesi in mezzo ai tiri dei cannoni dei forti del Tudaio, di
Col Piccolo e del Vidal. Nell’anno dell’invasione, 1917-1918, la nostra famiglia
riuscì a sopravvivere grazie all’abbondante raccolto di patate che nascondemmo
nel fienile, al maiale sepolto in cantina e alle scatolette che mio padre riuscì
ad asportare dal forte di Col Piccolo poche ore prima dell’arrivo degli
austriaci. Ho ancora davanti agli occhi il volto dell’ufficiale che guidava la
prima pattuglia austriaca entrata a Vigo dopo i combattimenti di Rementera.
Stava facendo buio quando si presentarono in casa nostra: erano affamati e mia
madre cucinò loro una grande pentola di patate. L’ufficiale, uomo colto, ci
ringraziò e dopo averci assicurato che entro pochi giorni sarebbero arrivati a
Venezia, fece capire che aveva il presentimento di morire presto sul Piave.
Prima di andarsene lasciò un biglietto con scritto: “Non è maggior dolore che
ricordarsi del tempo felice” ».
A sentirla rievocare tanti fatti lontani nel tempo si resta affascinati, come
forse tanti secoli fa si pendeva dalle labbra di venerabili aedi pronti ad
affabulare le loro rapsodie sospese tra mito e storia. Nonna Bianca Ines Nicolai
di Laggio, che oggi compie 99 anni e si avvia agevolmente a raggiungere il
secolo di età, incanta davvero con la sua memoria e sa raccontarti cose che
nessun libro saprà mai darti. In molti hanno potuto vederla in questi mesi in
onda su Telebelluno che ha pensato di celebrare il 90º anniversario della Grande
Guerra nella nostra provincia con una rievocazione intitolata “Una nonna nella
Grande Guerra”, realizzata da Giovanni De Donà e da Corrado De Martin, chiedendo
a questa eccezionale memoria vivente dell’Oltrepiave di raccontare la sua vita,
di rendere intero lo spessore di tante sofferenze vissute dalla gente comune,
prima, durante e dopo l’immane conflitto. Era l’11 giugno 1907 quando Ines venne
alla luce nella casa dei nonni materni Eugenio e Maddalena, nella borgata di
Palù, ultima dei 4 figli di Giobatta e Angelina Da Rin Bettina. Allora il padre
“Tita” era già emigrato negli USA e la piccola Ines lo conobbe solamente all’età
di 5 anni, quando egli ritornò definitivamente a Vigo dopo aver fatto per ben 5
volte la traversata dell’Atlantico tra Marsiglia e New York. Tutta la vita fu
dura per Ines, ma il record della fame fu toccato nell’estate del 1918, quando
anche i bambini dovevano fare la guardia nei campi per evitare il furto di
frutta e verdura da parte degli austriaci e dei loro prigionieri. Il 20 aprile
1932 Ines sposò Attilio Da Rin Polenton di Piniè, di professione calzolaio, col
quale andò a vivere a Laggio e da cui ebbe quattro figli. Anni tremendi anche
quelli del II conflitto mondiale, specialmente tra il 1944 e il 1945, quando la
casa fu visitata parecchie volte dai tedeschi nel corso dei rastrellamenti,
oppure dai partigiani, che venivano per farsi riparare le scarpe. Dopo una vita
vissuta a cavallo di due guerre mondiali, che le ha dato sì molte soddisfazioni,
ma che non le ha risparmiato anche diversi dolori, con la perdita di due giovani
figli e del marito, nonna Ines si avvia ora in grande serenità verso il suo 100º
compleanno.Walter Musizza Giovanni De Donà
Alto Adige — 09 giugno 2006 pagina 39 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
La strategia italiana
puntava tutto sull Isonzo
L’Italia, allo scoppio del conflitto nell’agosto 1914, aveva dichiarato la sua
neutralità. Entrò in guerra quasi un anno dopo (il 24 maggio 1915) dopo aver
sottoscritto con l’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) il Patto di Londra sui
compensi territoriali in caso di vittoria.
L’Italia era soprattutto interessata ai territori italiani che facevano parte
dell’Impero Austro-Ungarico: il Trentino, la Venezia Giulia e l’Istria. Insomma,
volevamo Trento e Trieste, le terre irredente, per completare il Risorgimento
nazionale in un quadro di unità politica del Paese.
Il nemico dell’Italia era l’Austria, mentre nei confronti della Germania non
avevamo rivendicazioni particolari. Il fronte, quindi, era nel nord-est della
penisola.
Il confine italo-austriaco si estendeva per 650 chilometri di alte montagne che
favorivano la strategia dei difensori.
L’esercito italiano poteva sfondare solo in due aree: a nord nei valichi verso
il Trentino, a est nella valle del fiume Isonzo. La via del Trentino venne
esclusa perché i passi erano tenuti dagli austriaci con robuste fortificazioni.
Perciò per tutta la guerra gli italiani rivolsero i loro attacchi sull’Isonzo.
L’Austria era informata delle trattative dell’Italia con francesi e inglesi.
Così, quando la guerra fu ufficialmente dichiarata, gli austriaci non si fecero
trovare impreparati. Disponendo di sole quindici divisioni, erano in grave
svantaggio numerico rispetto agli italiani, ma molto meglio armati quanto ad
artiglieria pesante e mitragliatrici.
la Nuova di
Venezia — 02 giugno 2006 pagina 20 sezione: NAZIONALE
E riapre al pubblico la
polveriera austriaca
Apre al pubblico per la prima volta la polveriera austriaca ottocentesca di
forte Marghera. Da lunedì prossimo al 30 giugno, nello stabile rimasto chiuso
per anni, si terrà la mostra «Acque e forti», all’interno del programma «Vivilforte
Mittelfest in Festungs 2006». L’esposizione farà scoprire e vivere uno dei
suggestivi spazi del campo trincerato di Mestre, che sta per diventare
formalmente del Comune dopo essere stato a lungo del Demanio dello Stato. «Acque
e forti» propone le opere di artisti provenienti da Olanda, Ungheria e dal
Veneziano, con tema le fortificazioni e lo speciale rapporto tra queste e
l’acqua che le circonda, elemento basilare dei sistemi difensivi. Con
l’iniziativa continua la collaborazione tra Venezia, l’ungherese Fort Monostor
Trust ed il Comune sloveno di Bovec, che vedrà aggiungersi un nuovo soggetto:
l’olandese Nieuwe Hollandse Waterlinie. Si tratta di enti, che da alcuni anni si
occupano del recupero del proprio patrimonio fortificato. Gli autori esporranno
una selezione di 15 opere per ciascun paese, che trattano del complesso sistema
di fortificazioni olandese, del sistema fortificato ungherese e della piazza
della difesa marittima di Venezia. Le opere rimarranno esposte per tutto il mese
di giugno a forte Marghera, di seguito la mostra verrà esportata a Komàrom
(Ungheria) e a Utrecht (Olanda). Gli artisti italiani sono 15 soci dell’Auser di
Marcon, che hanno esposto delle pregevoli opere ispirate ai forti della
terraferma e della laguna. Invece, l’Olanda è rappresentata da un pittore
professionista Guus Zuiderwijk: le sue acqueforti sono dedicate alla Nuova linea
d’acqua olandese. (Michele Bugliari)
Da Il Gazzettino di domenica, 21 Maggio 2006
Troppi esplosivi. Sequestrato a Marghera Forte Tron
Venezia
Il procuratore militare Sergio Dini ha posto i sigilli a Forte Tron di Marghera. È aperto al pubblico malgrado sia ancora pieno di materiale esplosivo. Mine conservate un po' ovunque senza particolare cura. Il magistrato ha trasmesso al gip la lunga lista di esplosivi tuttora conservati nel forte. La richiesta del procuratore militare è stata accolta. Difficile ricostruire le responsabilità della gestione del forte. Di recente due mine di notevoli dimensioni sarebbero state rubate dal forte che fa parte del Demanio militare, ma è in dismissione. Dovrebbe acquisirlo il Comune di Venezia.
Il provvedimento spiccato dalla Procura militare in seguito ad un sopralluogo che ha rilevato la presenza di vario materiale esplosivo.
A Forte Tron rischio bombe: sequestrato
Adesso la possibilità di una ripresa delle operazioni di sminamento appare piuttosto remota
Mestre
Mine conservate un po' ovunque senza particolare cura. E il rischio dunque per chi transita in zona sarebbe grande. Così Forte Tron è finito sotto sequestro. A stabilirlo, la Procura militare che ha spiccato il provvedimento nei confronti di uno dei baluardi del campo trincerato di Mestre, quello che sorge, dal 1890, in via Colombara, tra Marghera e Malcontenta.
Si apre così un nuovo capitolo, di carattere giudiziario, in una vicenda, seguita, con particolare attenzione, nella città giardino, dal momento che l'oasi naturalistica, in cui è inserito il forte, rappresenta, dagli anni '90, un punto di riferimento per gite fuori porta, ma anche un luogo dove migliaia di bambini e ragazzi, coinvolti in laboratori, hanno scoperto la fauna locale.
Tutto questo fino allo scorso giugno quando Forte Tron , che era stato assegnato in concessione temporanea al Comune, nel 1991, è diventato zona off-limits, delimitata da un nastro bianco e rosso. Vietato avvicinarsi. Il 20 giugno, infatti, sono cominciati i lavori di bonifica, necessari a "riconvertire" ad un uso civile un'infrastruttura, come il forte di via Colombara, adibita, fino agli anni '80, a deposito esplosivi.Bonifica, curata dal 5. Reparto Infrastrutture dell'Esercito di stanza a Padova ed eseguita dalla So.gel.ma. srl. Ed è stato lo stesso comandante del reparto, il Tenente Colonnello, Luca Bombonato a confermare, il mese scorso, al nostro giornale, la battuta d'arresto, nei lavori di sminamento. Sospensione, avvenuta il 17 gennaio scorso, "in attesa - spiegava il comandante, in una nota, - di completare il brillamento degli innumerevoli ordigni, rivenuti sia in terra che in acqua e oggetto di denuncia, in data 7 settembre 2005, alle Forze di Pubblica Sicurezza per le rispettive incombenze". Ma questa era solo una delle motivazioni, addotte da Bombonato. Le operazioni, spiegava, erano state interrotte anche, in attesa di un sopralluogo, che avrebbe dovuto tenersi entro il 10 maggio, "da parte della Soprintendenza per l'accertamento delle problematiche, oggetto di esposto del "Gruppo Verdi"."
Lo scorso novembre, Gianfranco Bettin e Alberto Piovan, rispettivamente capigruppo dei Verdi in Comune e in Municipalità a Marghera, infatti, avevano inviato una lettera al Sindaco e al presidente della Provincia per denunciare "la parziale modifica dell'inclinazione dei terreni, di sponda al fossato che circonda il Forte, cosa che, sicuramente, avrà il suo impatto sul corretto deflusso delle acque". Lo stesso ponticello di accesso all'ex-presidio militare presentava, secondo gli ambientalisti, che avevano allegato una decina di foto, dei masegni divelti.
Di qui, il coinvolgimento, da parte della autorità militari, della Soprintendenza che ha individuato dei funzionari per verificare l'esistenza di un "caso Forte Tron ". E per stabilire la possibilità - che, ora, appare remota -, di una ripresa delle operazioni di sminamento. Va detto, inoltre, che, lo scorso aprile, lo stesso presidente della Municipalità di Marghera, Renato Panciera, preoccupato per un allungamento dei tempi di restituzione della struttura alla città, aveva denunciato lo stato di degrado in cui versa la struttura, divenuta meta di vandali, incuranti delle strisce bianche e rosse, poste a delimitazione di un forte...Ora, sotto sequestro. Giacinta Gimma
la Nuova di Venezia — 20 maggio 2006 pagina 34 sezione: PROVINCIA
Alloggi nell'area di forte Sirtori
SPINEA. Nove alloggi e due laboratori artigianali nell’area di Forte Sirtori.
Cambierà volto in modo indelebile l’area verde del Graspo d’Uva, dove nei giorni
scorsi è stato aperto il cantiere che molti temevano dopo il passaggio di
proprietà dell’area - oltre 52 mila metri quadri dei quali circa 2.100 coperti -
alla società padovana Saros, che l’ha acquistata dal ministero della Difesa nel
settembre del 2003 per quasi 677 mila 600 euro. I cantieri aprono dopo anni
convulsi di carte, pratiche, e protocolli. E dopo anni di polemiche, a partire
dal mancato diritto di prelazione esercitato dal Comune di Spinea per l’acquisto
dell’area, per il quale si era battuto il comitato Forte Sirtori, che in
quell’area aveva immaginato la realizzazione di un vasto parco pubblico,
collegato con la vicina area verde di via Bennati. L’altro giorno invece ha
aperto il cantiere per il restauro e il recupero non tanto del corpo principale,
ma degli edifici che lo circondano, e che erano utilizzati come alloggi dai
militari. Un intervento edilizio verso il quale, il 6 ottobre del 2005, il
Comune si era espresso in modo contrario. La Saros sirivolse al Tar Veneto che,
il 3 novembre del 2005, diede ragione proprio alla società padovana, ritenendo
legittimo l’intervento previsto per il recupero, ad uso residenziale, degli
edifici. Sui quali, secondo le indicazioni della Soprintendenza, non sono
previsti aumenti di volume, ma solo interventi di ristrutturazione e
conservazione. Questo vale per gli ex alloggi dei militari: ma che ne sarà del
corpo principale del forte? È questa ora la domanda che infiamma il dibattito
politico di Spinea sull’urbanistica. Perché, sostengono dall’opposizione, in
questo modo la società si prende la polpa (gli edifici ad uso residenziale) e
lascia l’osso (il corpo principale) destinato a rimanere nel degrado. È così?
Roy Beretta è il consigliere che si è occupato della questione per conto dei
Democratici di Sinistra. E spiega: «In quella zona c’è bisogno di un accordo di
programma serio che preveda un quadro complessivo dell’intervento su tutta
l’area, che in base al Prg è destinata a verde pubblico. Ma l’accordo doveva
partire prima dell’inizio dei lavori, per impegnare la società in una
complessiva riqualificazione, per assicurare alla città un utilizzo anche
pubblico dell’area e dell’edificio storico». Che intanto però resta al palo.
«Troppo romanticismo su quella zona», sbotta l’assessore all’Urbanistica, Mario
Simionato. «Le società intervengono se hanno dei ricavi, bisogna essere
pragmatici - spiega -, e non ci sembrava corretto opporci al recupero
residenziale degli edifici vincolati. Il diaologo comunque è aperto, vedremo che
fare». - Francesco Furlan
il Corriere delle Alpi — 14 maggio 2006 pagina 28 sezione: PROVINCIA
La «Maginot» cadorina si consegna al
turismo
VODO. In luglio la Valboite si arricchirà di un’ulteriore meta turistica: gli
impianti di quella che fu nel 1917 la linea gialla, ovvero di estrema resistenza
contro l’invasione austriaca. Il Comune di Vodo è ormai da qualche anno
impegnato in un’originale ricerca documentaristica, tesa a valorizzare i vari
aspetti dello sforzo fortificatorio che quasi un secolo il Regno d’Italia
profuse fa all’ombra del Rite e di fronte all’Antelao. Grazie al recupero di
sentieri e manufatti diretto dagli architetti Ivano Alfarè Lovo e Jacopo Da Val,
nonché alla valorizzazione di molti documenti, di valenza civile e militare
conservati nell’archivio comunale, saranno inaugurati in luglio (terza decade)
alcuni nuovi percorsi storici, in particolare sulla destra del Boite. Essi
permetteranno a molti appassionati una attenta rivisitazione delle logiche
strategiche e tattiche che presiedettero alla concezione e costruzione di
siffatte difese di quella che fu la Fortezza Cadore-Maè e renderanno possibile
una fruizione matura e culturalmente evoluta dell’intero comprensorio. Di
particolare interesse saranno le guide (4 complessivamente tra Cadore, Zoldano
ed Agordino) dedicate alle fortificazioni della prima e seconda linea. Esse
permetteranno tra l’altro un approccio documentato ed accattivante ai forti del
Centro Cadore e alle più importanti realizzazioni della Valboite, tra cui
appunto le difese della “linea gialla” di Vodo. Durante il conflitto tale “linea
difensiva di massimo arretramento o estrema resistenza”, aveva lo scopo di
sostenere la difesa in caso di trasferimento di unità in altri settori e nel
settore della IV Armata si sviluppava tra M. Penna, M. Rite, M. Antelao,
Marmarole, Cima Gogna, M. Tudaio e Casera Razzo, località quest’ultima in cui
veniva a collegarsi con la linea arretrata di difesa ad oltranza della Zona
Carnia. Avanti ad essa in direzione del confine vi era poi una “linea di
resistenza arretrata” detta “Linea Azzurra” e a ridosso del fronte la “linea di
resistenza principale” detta “Linea Rossa”. Risulta subito evidente che la linea
“gialla”, essendo di estrema resistenza e quindi quella più stabile, doveva
essere la più fortificata e di particolare importanza risultava il suo andamento
sulla riva destra del Boite, dove doveva assicurare il collegamento con gli
impianti dello Zoldano, facendo praticamente da cerniera tra le opere della
Fortezza Cadore-Maè e quelle dell’Agordino e della Val Maè. Sulla riva destra
del Boite le posizioni, sussidiate da strade, osservatori e ricoveri, avevano
anzitutto il compito di raccordare le fortificazioni di M. Rite, Col Vidal, Pian
dell’Antro e M. Tudaio con quelle dello sbarramento Cordevole, in particolare
dello Spiz Zuèl (o Agnelessa, m 2033) e del Col de Salèra (m 1629), che
attraverso Forcella Chiandolada andavano a rannodarsi con le difese approntate a
Val di Cuze e sul Becco di Cuze (m 1724), sopra Vodo. La costruzione del
poderoso impianto corazzato sopra F.lla Cibiana (m 2183), ultimato nel 1915,
impose inoltre l’adozione di numerose difese complementari sulle alture
sottostanti: si trattava di una rete elaborata di trincee, postazioni e
mulattiere di collegamento, con postazioni per mitragliatrici ed artiglieria da
campagna. Vodo pertanto può vantare senz’altro un apparato difensivo articolato
e in gran parte sconosciuto, un rosario di trincee, postazioni e strade voluto
per supportare l’azione dei forti del Rite e di Pian dell’Antro ed oggi giacenti
nella luce opaca del bosco. Proprio perché le posizioni erano solide e in grado
di alimentare almeno un conato di resistenza, qui la IV Armata di Robilant cercò
di ritardare in qualche modo la ficcante penetrazione austriaca lungo il Boite,
resistenza che finì col costare a Vodo l’8 novembre 1917 la distruzione
pressoché totale delle case, nonché mille traversie alla sua terrorizzata
popolazione.
Walter Musizza Giovanni De Donà
Nel complesso di fine Ottocento era sorta un'oasi naturalistica
MESTRE - Forte Tron , uno dei puntelli del campo trincerato di Mestre. Ovvero delle fortificazioni, disposte, a raggiera, attorno ad una Venezia da difendere per il suo porto ed il suo arsenale militare. La costruzione di Forte Tron , dalla forma poligonale, ebbe inizio nel 1887 per concludersi nel 1890. Fin dalle prime esperienze belliche, però, il presidio fu giudicato superato: durante la Prima guerra mondiale, i cannoni vennero smontati per inviarli in prima linea. Fu in seguito declassato a deposito munizioni, fino agli anni '80, quando venne abbandonato. Nel '96, Forte Tron , per via di una fitta vegetazione interna, è stato inserito tra le oasi di protezione della fauna selvatica della Provincia di Venezia. Risalgono al '91, la dismissione da parte dell'Esercito ed il trasferimento del forte, in concessione temporanea, al Comune di Venezia. I laboratori naturalistici, curati dalla cooperativa Limosa, nell'ambito del Forte, sono stati sospesi a metà dello scorso giugno, in seguito all'avvio delle operazioni di bonifica bellica della struttura, da parte dell'Esercito.
Sigilli al vecchio forte pieno di esplosivi
Venezia. Sequestrata dalla Procura militare una struttura vicina a Marghera accessibile a tutti ma di fatto abbandonata.
Non voleva credere ai propri occhi. Di buon mattino, a bordo di un'imbarcazione, in compagnia dei carabinieri della squadra di polizia giudiziaria, è riuscito a raggiungere il fortino senza colpo ferire. Il procuratore militare Sergio Dini non è incappato in alcun controllo. A Forte Tron , nei dintorni di Marghera, può accedere chiunque. La struttura si presta in maniera particolare ad accogliere gruppi di turisti o scolaresche in gita. Peccato che la struttura pulluli di materiale esplosivo. Mine conservate un po' ovunque senza particolare cura. Con evidenti rischi di incolumità per chi si trovi a transitare da quelle parti. Dini si è preso una breve pausa di riflessione. Poi ha deciso di agire. Ha trasmesso all'ufficio del giudice per le indagini preliminari la dettagliata relazione degli inquirenti. Allegando la lunga lista di materiali esplosivi tuttora conservati nel forte. La richiesta del procuratore militare è stata accolta. Il gip Benedetto Roberti ha firmato il decreto di sequestro preventivo di Forte Tron .È toccato agli investigatori della squadra di pg di via Rinaldi apporre i sigilli alla struttura. Il provvedimento è stato notificato al comandante del 1° F.O.D., Forze operative di difesa, con sede a Vittorio Veneto. È l'ente dell'Esercito cui la magistratura militare ha affidato la custodia del forte. Con il sequestro preventivo la Procura con le stellette ha scongiurato i rischi di una possibile esplosione sostituendosi in pratica agli enti civili e militari che in questi anni avrebbero dovuto provvedere alla bonifica dell'area. Dini ha aperto un fascicolo ipotizzando i reati di furto militare aggravato ed omessa esecuzione di incarico. Al momento non risultano iscrizioni sul registro degli indagati.Non sarà semplice ricostruire a chi competano le responsabilità della gestione del forte. Inquietante l'episodio che avrebbe dato il via alle indagini. Di recente due mine di notevoli dimensioni, del peso complessivo di una decina di chilogrammi, sarebbero state trafugate da mani ignote. Non si conoscono le circostanze in cui sarebbe maturato il furto. Sicuramente i ladri non hanno dovuto combattere con sistemi d'allarme né dribblare servizi di vigilanza. Gli esplosivi sono a portata di mano. Alcune casse si trovano sott'acqua, ad una modesta profondità. Sarebbero state localizzate ed individuate con apposite bandierine. Altre mine sono ospitate negli stanzoni e negli scantinati del forte. Non risulta essere mai stata commissionata alcuna attività di risanamento. Una ditta specializzata aveva ricevuto l'incarico per la messa in sicurezza degli esplosivi. Il suo compito si era ben presto esaurito. Mancavano i fondi necessari a finanziare la bonifica complessiva del forte che versa in uno stato di grave incuria e degrado. È stata accertata persino la presenza di notevoli quantità di liquido vescicante. Una sostanza che potrebbe provocare fenomeni di inquinamento ambientale. Ma chi avrebbe dovuto provvedere alla pulizia? Stando alla documentazione acquisita dalla Procura militare emergerebbe un antipatico rimpallo di responsabilità. Forte Tron appartiene tuttora al Demanio militare. È una di quelle strutture per le quali l'amministrazione ha avviato le procedure di dismissione. Il fortino di Marghera dovrebbe essere acquisito dal Comune di Venezia. L'iter burocratico per il passaggio di proprietà fatica però a perfezionarsi. Nel frattempo nessun ente si prende la briga di avviare i lavori di risanamento. Il procuratore Dini ha commissionato agli investigatori il repertamento di tutti gli ordigni. In una fase successiva si dovrà stabilire se vi sia stato dolo o semplice colpa nell'omessa vigilanza e bonifica del sito militare.
il Corriere delle Alpi — 06 maggio 2006 pagina 29 sezione: PROVINCIA
Progetti per Pian dei Buoi
LOZZO. Il “nuovo turismo” centro cadorino passa per Pian dei Buoi, l’altopiano
che domina Lozzo. Nella sala consigliare del municipio alto-cadorino, nei giorni
scorsi il sindaco Mario Manfreda, il presidente della Comunità Montana del
Centro Cadore, Flaminio Da Deppo, l’architetto Guglielmo Monti e l’architetto
Luigi Girardini (della Soprintendenza per i beni architettonici e ambientali
delle provincia di Venezia, Treviso, Belluno e Padova) hanno firmato un accordo
di programma per la tutela, la conservazione e la valorizzazione del
comprensorio paesaggistico e architettonico dell’intero altopiano di Pian dei
Buoi. La Soprintendenza coordinerà la progettazione generale indispensabile per
la redazione delle varie fasi di analisi del territorio, mentre gli enti locali
s’impegneranno nella ricerca delle risorse finanziarie necessarie.
Interventi che potranno essere suddivisi anche in stralci progressivi, purchè
funzionali. Un altro passo importante, anzi fondamentale, sarà la redazione
dello studio di fattibilità per la salvaguardia, il recupero e la valorizzazione
dell’intero comprensorio di Pian dei Buoi.
In primo piano dovrà essere programmata l’utilizzazione dei beni destinati ad
attrezzature di interesse turistico, culturale e paesaggistico, con una
particolare attenzione per la panoramicità della zona interessata.
«Sentieri, casere, fienili, rifugi e Parco della Memoria, con i resti delle
fortificazioni della Grande Guerra, dovranno essere studiati e valorizzati. Un
patrimonio molto vasto», come ha ricordato il presidente della Centro Cadore,
Flaminio Da Deppo, «che però non è solo di Lozzo, ma di tutto il Centro Cadore.
Per la giunta della Comunità», ha dichiarato ancora Da Deppo, «non sono
pensabili interventi di portata limitata, che avrebbero interessato solo uno o
più aspetti caratteristici del territorio, come la malga o la strada. Sarebbero
interventi praticamente fini a se stessi, non adatti e non funzionali al grande
progetto che vogliamo mettere in campo per questa bellissima zona del territorio
bellunese. Servono grandi idee da sviluppare, perché quando queste ci sono le
risorse si trovano, come è successo a Pieve con il finanziamento del primo
stralcio del recupero dei forti di Monte Ricco e di Batteria Castello. Lavorando
di squadra, invece, si fa sistema; ed è importante che Pian dei Buoi trovi la
sua collocazione in quel sistema che sarà formato da Lagole, monte Agudo e dai
forti di Pieve di Cadore». Insomma, è evidente che c’è allo studio un vasto
progetto per la zona di Pian dei Buoi.
La speranza è ora che si riesca a mettere il tutto in pratica, senza che le
buone intenzioni si perdano per strada col passare delle settimane, come
purtroppo in Italia capita spesso che accada. Nel caso di Pian dei Buoi, perdere
un’occasione simile sarebbe davvero imperdonabile.
5 maggio 2006 l'amico Roberto Lenardon ci segnala questo link per vedere le fasi di avanzamento dei lavori di ripristino del forte sul Monte Bernardia sopra Tarcento
http://forbiddenforest.wordpress.com/2006/05/05/monte-bernadia/
la Nuova di Venezia — 22 aprile 2006 pagina 26 sezione: NAZIONALE
Forte Mezzacapo bazar di rifiuti
ZELARINO. Più che una struttura militare ormai dismessa, sembra la
versione malinconica del mercatino romano di Porta Portese. Forte Mezzacapo a
Santa Lucia Tarù è divenuto ormai un desolante bazar di lavatrici arruginite,
vecchie sedie abbandonate, di reti metalliche e, cercando bene fra le fronde,
anche di materassi e di coperte. La situazione di degrado, denunciata dal
presidente dell’associazione Forte Mezzacapo, Vittorino Darisi, è al limite del
vivere civile. L’ex caserma di via Scaramuzza, in teoria destinata da tre anni a
divenire un punto di riferimento irrinunciabile per i cittadini del Comune, vive
ormai una condizione insostenibile. «La parte esterna - spiega Darisi - si è
trasformata in una vera e propria discarica, dove la gente, con ogni probabilità
proveniente da fuori, ha deciso di buttare qualsiasi oggetto ingombrante che non
possa entrare in un normale bidone delle spazzature. Ma la storia non finisce
qui. La ditta che dovrebbe togliere l’amianto ormai polverizzato dalle strutture
interne - continua il presidente dell’associazione -, ha lasciato un container
il cui contenuto è a noi del tutto ignoto. Di più. I militari hanno ripulito una
delle casette nelle quali vivevano alcune famiglie di extracomunitari. Ebbene,
tutto quello che c’era dentro, come bombole e rubinetti, è tutto ammassato nel
forte. Ma ora l’urgenza è bonificare dall’amianto». Insomma, il destino di
questa struttura non sembra conoscere spiragli di luce. E pensare che tre anni
fa, l’allora consiglio di quartiere di Zelarino aveva inscenato una protesta
davanti a Mezzacapo, per accelerarne i tempi di acquisizione e per metterlo
dunque da subito a disposizione dei cittadini. Allo scopo di organizzare la
cultura biologica, la fattoria degli animali, concerti, iniziative culturali,
giochi, incontri. Ma, di fronte a tanto degrado, anche quell’entusiasmo sta via
via scemando. (Gianluca Codognato)
la Nuova di Venezia — 09 aprile 2006 pagina 37 sezione: PROVINCIA
Batteria Pisani, disaccordo sull'utilizzo della struttura
CAVALLINO. Parti di elmetto, una baionetta, numerosi proiettili di
vari calibri, da pistola, da fucile e un bossolo da 20 mm per la contraerea.
Oltre a vari oggetti della vita quotidiana, come gavette, fibbie, una grattugia,
una moneta da 2 lire con l’effige del duce, un pettine d’alluminio e persino una
scatoletta di carne del 1915». Il presidente dell’associazione «Il Piave
1915-18» Alfredo Tormen descrive i resti della vita quotidiana dei tanti
militari che per oltre mezzo secolo hanno calpestato il piazzale adunata di
della batteria Vettor Pisani. Il tutto portato alla luce da un’equipe di
appassionati di cimeli che ieri si sono dati da fare con vari metal detector.
«Questi reperti - ha commentato il vicesindaco Roberta Nesto - saranno raccolti
in una bacheca ed esposti in Comune in attesa di una più dignitosa struttura
museale nella batteria stessa». «Presto si avrà la titolarità comunale della
struttura - ha commentato Piergiorgio Baroldi, consigliere dell’associazione
«Forti e Musei della costa» organizzatrice dell’evento - auspichiamo che sia
l’inizio per riuscire a creare un circuito museale delle fortificazioni militari
a partire dalla batteria Pisani in collaborazione con prestigiose istituzioni
veneziane». «Con un po’ di amarezza - ha continuato il presidente
dell’associazione Furio Lazzarini - ho visto succedersi numerose amministrazioni
comunali, provinciali e regionali e nessuno ha mai fatto nulla. Il nostro timore
è che, spenti i riflettori dei media, le idee ristagnino e rimangano immobili.
Con il Comune abbiamo divergenze sull’utilizzo delle strutture. Il punto di
partenza è quello del circuito museale sulla storia di questi luoghi. Il Comune
predilige invece un uso promiscuo fra varie associazioni della batteria che non
condividiamo». (Francesco Macaluso)
il Corriere delle Alpi — 08 aprile 2006 pagina 44 sezione: SPETTACOLO
I resti della «Linea non mi fido»
Un giro turistico sulle Dolomiti fra le rovine delle due guerre
mondiali. Molti visitatori delle fortificazioni sorte in Cadore tra il 1866 e il
1915 forse non sanno che sulle rovine della così detta Fortezza Cadore Maè,
crollata inopinatamente nei tristi frangenti di Caporetto, i nostri militari
vollero impiantare, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, una serie di
ulteriori opere difensive. Esse, realizzate in gran parte blindate e in caverna,
rientravano in un ampio sistema definito “Vallo alpino del Littorio”, ma più
comunemente noto come “Linea non mi fido”, voluta proprio da Benito Mussolini
fin dal 1931 ed estesa lungo tutta la frontiera italiana, da Nizza a Trieste.
Prima che Hitler nel 1938 annettesse l’Austria al terzo Reich, erano stati
costituiti pochi capisaldi avanzati, di consistenza assai modesta; solo nel 1939
si partì con la realizzazione di un più complesso sistema di sbarramenti, che
avrebbero dovuto interdire le direttrici principali e secondarie, nonché i passi
montani.
Nello stesso anno venne variata la suddivisione dei settori di copertura e di
conseguenza gli sbarramenti nella parte alta della provincia, compresi tra il
passo monte Croce Comelico, Santo Stefano, Cima Gogna, Cimabanche, vennero a far
parte del XVI settore Cadore-Carnia, che era di competenza del neocostituito XIV
C.A. di Treviso.
Tutto lo sviluppo della nuova sistemazione difensiva era concepito sul
presupposto di un notevole grado di resistenza ai grossi calibri, attraverso
l’impiego di putrelle di profilato a doppio T per la copertura dei locali e con
la sistemazione delle mitragliatrici in casematte metalliche. Le opere così
costruite risultavano molto compatte, ottimamente inserite nell’ambiente
circostante e di conseguenza ben defilate alla vista e al tiro del nemico.
Alla fine del 1939, alla luce delle nuove esperienze belliche maturate durante
il conflitto in corso, si accelerarono i lavori, dando priorità alla costruzione
di un nuovo tipo di manufatti, da ricavarsi in caverna e con protezione ai
massimi calibri: opere più complesse capaci di garantire una certa autonomia
tattica e logistica al presidio, anche in caso di accerchiamento.
Maggior importanza, oltre all’abitabilità interna, venne data all’osservazione,
ai collegamenti e alla difesa vicina degli ingressi e delle postazioni.
All’interno delle opere vi era il ricovero del presidio (40 uomini circa),
l’alloggio per l’ufficiale comandante, la sala radio, i depositi viveri, le
cucine, i servizi igienici, l’infermeria, delle cisterne per l’acqua, i depositi
munizioni, un gruppo elettrogeno per l’illuminazione e il funzionamento del
sistema di ventilazione e filtraggio dell’aria. Il tutto compartimentato da
porte stagne, che garantivano ai locali l’isolamento da ogni tipo di esalazione
prodotta all’interno o da eventuali gas immessi dal nemico. L’armamento era
previsto in cannoni di medio calibro in casamatta protetta, mitragliatrici,
mortai e lanciafiamme. L’osservazione e la direzione del tiro erano garantite da
torrette metalliche, da impianti fotofonici, stazioni radio e collegamenti
telefonici in cavo protetto.
Dal 1° marzo 1940 i lavori in Cadore dipendevano dal generale Edoardo Monti, del
Comando di Verona, sotto la direzione dell’Ufficio lavori genio militare di
Treviso, e continuarono alacremente anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia
il 10 giugno 1940. Furono così eseguite opere di difesa sul passo monte Croce
Comelico, a Santo Stefano, sulla Merendera, a Misurina, a Sorabances (Cima
Banche), a Sonzuogo (Tre Croci), a Velezza sulla sponda destra dell’Ansiei, a
Cima Gogna (Namos), a Moleniès, a Tre Ponti, e Piniè, soprattutto grazie
all’impresa Emilio Medioli e figli di Modena, che realizzò pure tra il 1939 e il
1942 la pregevole strada Tre Ponti-Laggio-Casera Razzo-Sauris, con diramazione a
Forc. Lavardet.
Come già avvenuto nella prima guerra mondiale, le fortificazioni vennero però
via via sguarnite di cannoni, mitragliatrici, materiali e truppe. Spesso interi
gruppi di opere non disponevano più di armi ed erano affidate a un sottufficiale
con qualche soldato per la manutenzione ordinaria.
Nel 1942 la Germania presentava una vibrata protesta contro lo spreco di
acciaio, cemento, armi, cavi di rame, mano d’opera, attrezzature tecniche e il
20 ottobre 1942 lo Stato maggiore dell’esercito, ordinava la sospensione di
qualsiasi lavoro. Alla fine nei settori compresi fra il passo di monte Croce
Comelico e la Sella di Ratece (Fusine) le opere ultimate o in corso di lavoro
erano complessivamente 450: le opere sospese o in progetto erano 375, fra le
quali diverse nell’area del sottosettore XVI/a, con sede a Santo Stefano.
Oggi le opere appaiono abbandonate, in parte smantellate dai recuperanti o
danneggiate da qualche vandalo, ma ancora in buono stato, tanto che, assieme
alle opere militari della Grande Guerra che in questi anni si vanno recuperando
a scopi turistici, potrebbero costituire un’attrattiva ulteriore per gli ospiti
del Cadore. Nel camminare ancora oggi lungo queste strade, penetrando nei
pazienti cunicoli scavati nella roccia, si coglie ancora la grandezza di quello
sforzo difensivo e si percepisce ancora un po’ di quell’attesa antica del nemico
lungo le nostre valli.- Walter Musizza e Giovanni De Donà
la Nuova di Venezia — 28 marzo 2006 pagina 39 sezione: PROVINCIA
Batteria Pisani bonificata prima di
ospitare il museo
CAVALLINO. La batteria Pisani sarà bonificata da possibili ordigni prima di
trasformarla in museo sulla sua storia. I primi di aprile una speciale
spedizione di storici e appassionati di cimeli bellici passerà ai raggi X fino a
4 metri di profondità la piazza d’armi della batteria Vettor Pisani di Ca’ Vio.
Il cortile interno alla fortificazione di 2500 metri quadri sarà setacciato con
speciali metal detector a profondità variabili che daranno una scansione
dettagliata del terreno svelandone i segreti. «Per prima cosa vericheremo -
spiega il presidente dell’associazione «Forti e musei della Costa», Furio
Lazzarini - se ci sono ordigni inesplosi mettendo in sicurezza l’area. In
secondo luogo cercheremo reperti storici e cimeli che saranno donati al Comune
di Cavallino-Treporti». Saranno delimitate delle aree quadrate nel piazzale
interno alla batteria chiuso dalla cinta muraria dove le squadre
dell’associazione «Il Piave 1915-18» guidata da Alfredo Tormen utilizzeranno
apparecchiature sensibili fra cui un metaldetector stratigrafico che con il suo
radar scansiona fino a 4 metri di profondità. Intanto si è svolta una visita
alle fortificazioni del litorale. Accolti dalla vicesindaco Roberta Nesto e dal
presidente dell’associazione Furio Lazzarini, che li ha guidati fra le torri
telemetriche, il Forte Vecchio, la batteria Amalfi, la Vettor Pisani, sono
giunti a Cavallino circa 70 associati del gruppo storico «La grande guerra» di
Mogliano. (Francesco Macaluso)
8 marzo 2006
Forte Carriola no al contributo
Il Servizio Urbanistica e tutela del paesaggio ha detto nuovamente no alla concessione del sussidio chiesto da Alberto Passardi per i lavori di ripristino ambientale di Forte Carriola, nel Comune catastale di Por (Pieve di Bono). Il contributo era già stato negato in luglio, ma Passardi ha nuovamente presentato domanda. Il Servizio ritiene che «l’intervento, pur finalizzato alla bonifica ambientale di un’area di notevole interesse storico quale è appunto Forte Carriola, appare complessivamente slegato da una organica visione di recupero, conservazione e valorizzazione di un importante memoria della storia del luogo che possa riportare alla luce ciò che resta dell’originaria fortificazione Luca Ingegneri
Messaggero Veneto — 02 marzo 2006 pagina 12 sezione: UDINE
Si recupera monte Ercole
GEMONA. Prosegue a Gemona l’opera di recupero e valorizzazione dei siti
d’interesse storico, archeologico e ambientale. Naturalmente in attesa che si
concludano, tutti sperano in tempi brevi, i lavori di ricostruzione del
castello. E’ stato infatti approvato dall’amministrazione comunale il progetto
definitivo-esecutivo - commissionato all’ufficio tecnico della Comunità montana
- riguardante la sistemazione delle fortificazioni di monte Ercole a Ospedaletto
e delle aree circostanti. «A breve - annuncia l’assessore Davis Goi - il Comune
provvederà all’affido diretto dei lavori a una ditta specializzata in modo che i
lavori possano essere conclusi entro il mese di maggio. L’importo di questi
primi interventi ammonta a poco più di 11 mila euro. E’ prevista la sistemazione
della strada di accesso partendo dalla porta inferiore, anche per favorire lo
sgrondo delle acque meteoriche; una parte di questa avrà il rivestimento
superiore in acciottolato; per impedire il transito di autoveicoli verranno
inoltre inseriti due dissuasori; sono anche previste alcune cancellate in ferro
in corrispondenza delle aperture delle gallerie (in modo da garantire
un’adeguata sicurezza impedendovi l’accesso sino alla realizzazione dei prossimi
interventi), nonché la messa in sicurezza e la pulizia dei principali
camminamenti. E sarà indispensabile prevedere negli anni successivi delle
minimali operazioni di manutenzione sia per le opere a verde sia per i manufatti
realizzati, in attesa dell’esecuzione degli ulteriori lotti».A proposito di
questi ultimi, l’assessore Goi precisa che è stata presentata anche quest’anno
la relativa domanda di finanziamento alla Regione, con l’obiettivo finale di
creare sul forte un centro visite. «Il progetto generale - spiega - è molto
ambizioso. Prevede di mettere in sicurezza il resto della fortificazione
rendendo possibile la fruizione dei luoghi a fini turistici. Vogliamo dotare le
strutture esistenti dei servizi necessari, idonei ad ospitare percorsi didattici
sulla Prima guerra mondiale con particolare riferimento al ruolo delle opere
fortificate. Il forte fu costruito all’inizio del secolo scorso sulla pendice
del monte Cumieli, essendo considerata una zona di rilevante importanza
strategica, sia per il presidio sui Rivoli Bianchi, sia perché faceva parte di
quella linea difensiva di fortificazioni, tutte in comunicazione tra loro, che
partivano dal Passo di Monte Croce e raggiungevano la pianura friulana. La
realizzazione dell’intero progetto comporterà una spesa di quasi due milioni di
euro». (n.d.p.)
la Nuova di Venezia — 17 febbraio 2006 pagina 26 sezione: NAZIONALE
«Bonifica in netto ritardo»
ZELARINO. «L’esercito si deve dare una mossa per sbloccare la situazione di
Forte Mezzacapo». Parola di Maurizio Enzo, consigliere di Rifondazione Comunista
e delegato ai Lavori Pubblici nella municipalità di Chirignago - Zelarino. La
presa di posizione di Enzo prende spunto dallo stato di conservazione dell’ex
struttura militare di via Scaramuzza a Zelarino, da tempo inutilizzata e
fatiscente. Di recente, tra l’altro, sono stati anche coperti con dei teli e
sigillati alcuni calcinacci crollati che contenevano amianto. Non molto tempo
fa, poi, il tetto di una delle palazzine è crollato. Se per Forte Gazzera la
situazione appare migliore, la bonifica in profondità della ex postazione di
artiglieria di via Brendole è già stata effettuata e i volontari hanno
cominciato la pulizia dell’area interna. Il caso di Forte Mezzacapo appare
invece più complesso, soprattutto per la presenza di molto amianto all’interno
della struttura. «Spero che sarà l’esercito a prendersi carico della bonifica
dei materiali pericolosi - sottolinea Enzo - La speranza è che il passaggio
dell’area al Comune avvenga al più presto. Il rischio è che più tempo la
struttura resta senza manutenzione, maggiori saranno poi le spese da sostenere
per rendere il forte utilizzabile dalla cittadinanza». Va anche ricordato che su
Forte Mezzacapo era intervenuta qualche mese fa anche l’assessore comunale
all’ambiente Laura Fincato, che aveva evidenziato come l’incognita dei costi per
la bonifica potesse influire pesantemente sul futuro utilizzo del Mezzacapo.
Tanto che il Comune ha già rinunciato a ospitare all’interno dell’area il
progetto «City Farm», che comportava un percorso di educazione alla cura degli
orti con la possibilità per i cittadini di portarsi a casa quanto coltivato.
(Maurizio Toso)
la Nuova di Venezia — 15 febbraio 2007 pagina 22 sezione: NAZIONALE
«Il forte sia restituito alla città»
ZELARINO. Marco Polo scende in campo. Ma stavolta non si mette in cammino per il
lontano oriente, ma fa la voce grossa sulla questione di forte Mezzacapo a
Zelarino. L’amministratore unico della Marco Polo System Pietrangelo Pettenò,
infatti, ha definito «un’autentica vergogna» il fatto che le autorità militari
non permettano ancora di entrare nella struttura di via Scaramuzza. E per questo
chiede al Comune di pressare ancora di più ministero della Difesa e responsabili
delle Forze Armate. Il punto di partenza è il passaggio dei forti dell’ex campo
trincerato di Mestre dai militari al Comune, partita che vede impegnato in prima
linea l’assessorato al Patrimonio. Mentre in alcune strutture (forte Gazzera,
tanto per fare un esempio) è stato dato il permesso di entrare, dando così nuovi
spazi alle associazioni, a forte Mezzacapo l’ingresso ai civili è ancora
off-limits, tanto che nell’estate del 2005 la base è stata utilizzata per
disinnescare due vecchie bombe. Per il resto forte Mezzacapo resta abbandonato a
sé stesso, il vialetto di entrata ostruito da una sbarra arrugginita (che si può
saltare senza problemi...) e la piazzola con il cassonetto delle immondizie che
si trova nelle vicinanze trasformata in una discarica. Una situazione di degrado
che è sotto gli occhi di tutti, così Pettenò rinnova la richiesta che venga dato
il permesso di entrare al Mezzacapo. «Non può valere la scusa che la struttura
non è passata al Comune», spiega, «quello che conta è che non poter entrare in
quel forte è una vergogna. Più passa il tempo, più si rischia di vedersi
consegnare alla fine un complesso deteriorato. Mi auguro che la situazione cambi
al più presto, spero che il Comune si faccia sentire con chi è ancora
proprietario del forte». A dire il vero l’assessorato al Patrimonio ha già
provato a sbloccare la situazione, stralciando ad esempio forte Pepe dal blocco
che comprende Gazzera e Mezzacapo, senza però ottenere ancora risultati
tangibili. (Maurizio Toso)
«Il forte sia restituito alla città»
la Nuova di Venezia — 15 febbraio 2007 pagina 22 sezione: NAZIONALE
ZELARINO. Marco Polo scende in campo. Ma stavolta non si mette in cammino per il
lontano oriente, ma fa la voce grossa sulla questione di forte Mezzacapo a
Zelarino. L’amministratore unico della Marco Polo System Pietrangelo Pettenò,
infatti, ha definito «un’autentica vergogna» il fatto che le autorità militari
non permettano ancora di entrare nella struttura di via Scaramuzza. E per questo
chiede al Comune di pressare ancora di più ministero della Difesa e responsabili
delle Forze Armate. Il punto di partenza è il passaggio dei forti dell’ex campo
trincerato di Mestre dai militari al Comune, partita che vede impegnato in prima
linea l’assessorato al Patrimonio. Mentre in alcune strutture (forte Gazzera,
tanto per fare un esempio) è stato dato il permesso di entrare, dando così nuovi
spazi alle associazioni, a forte Mezzacapo l’ingresso ai civili è ancora
off-limits, tanto che nell’estate del 2005 la base è stata utilizzata per
disinnescare due vecchie bombe. Per il resto forte Mezzacapo resta abbandonato a
sé stesso, il vialetto di entrata ostruito da una sbarra arrugginita (che si può
saltare senza problemi...) e la piazzola con il cassonetto delle immondizie che
si trova nelle vicinanze trasformata in una discarica. Una situazione di degrado
che è sotto gli occhi di tutti, così Pettenò rinnova la richiesta che venga dato
il permesso di entrare al Mezzacapo. «Non può valere la scusa che la struttura
non è passata al Comune», spiega, «quello che conta è che non poter entrare in
quel forte è una vergogna. Più passa il tempo, più si rischia di vedersi
consegnare alla fine un complesso deteriorato. Mi auguro che la situazione cambi
al più presto, spero che il Comune si faccia sentire con chi è ancora
proprietario del forte». A dire il vero l’assessorato al Patrimonio ha già
provato a sbloccare la situazione, stralciando ad esempio forte Pepe dal blocco
che comprende Gazzera e Mezzacapo, senza però ottenere ancora risultati
tangibili. (Maurizio Toso)
Da Il Gazzettino
di giovedì, 9 Febbraio 2006
Portare i turisti al forte restaurato, una sfida copiando gli altri paesi
Tarcento
I lavori del primo lotto, centrati sul restauro conservativo, saranno consegnati
entro la fine dell'estate di quest'anno. Per veder terminata l'opera nel suo
complesso sarà necessario attendere però fino al 2008, data che segna anche il
90. della fine della Prima guerra mondiale. Nel frattempo, per il fortino del
monte Bernadia è in fase di organizzazione un convegno. Obiettivo della tavola
rotonda, che si terrà il 18 febbraio a Palazzo Frangipane, è il confronto e lo
scambio di esperienze con chi ha già affrontato una ristrutturazione così
impegnativa a fini turistici. È il caso dei Comuni di Lardaro e Praso, in Val di
Chiese. I paesi custodiscono infatti fortini simili a quello tarcentino,
strutture già oggetto di recupero e inserimento all'interno di un complesso
circuito di visita. Al convegno, organizzato dal Comune di Tarcento, sarà
presente lo staff degli architetti cui è stato affidato il progetto per il forte
del Bernadia, i primi cittadini di Lardaro e Praso, Michela Favero della
Soprintendenza di Trento e alcuni relatori friulani. Tra questi ultimi il
ricercatore tarcentino Paolo Montina, autore di numerose pubblicazioni sulla
storia locale, il biologo e guida naturalistica Alberto Candolini e due giovani
studentesse universitarie: Sandy Petrosso, che di recente si è laureata
presentando una tesi sulla valorizzazione del forte a fini turistici, e Giulia
Lo Piccolo, che sta lavorando invece a una tesi sull'ambiente naturale del monte
Bernadia. L'invito a partecipare è stato esteso anche a Maurizio Anselmi, della
Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Friuli-Venezia
Giulia che ha sovrinteso in prima persona il progetto fortino per quel che
compete il controllo della sua valorizzazione e l'impatto ambientale. »La prima
parte del convegno sarà dedicata all'esperienza dei paesi trentini - spiega il
sindaco Lucio Tollis -. La seconda parte a Tarcento, con successiva visita al
cantiere. Saranno coinvolte anche alcune realtà limitrofe».
la Nuova di Venezia — 07 febbraio 2006 pagina 21 sezione: NAZIONALE
Forte
Mezzacapo: via l'amianto
ZELARINO. E’scattata l’operazione di bonifica dell’amianto presente a Forte
Mezzacapo, la base militare di via Scaramuzza che deve passare al Comune. In
questi giorni personale dell’esercito ha sigillato le zone del forte dove si
trova ancora il materiale pericoloso, una misura dovuta anche alla
preoccupazione che l’amianto possa creare problemi agli abitanti che vivono nei
paraggi. L’intervento è stato accolto con soddisfazione dalla Municipalità, che
spera di poter utilizzare a breve l’intera area. E buone notizie arrivano anche
da Forte Gazzera: in via Brendole da qualche giorno è cominciata l’opera di
pulizia dell’ex postazione di artiglieria, rimasta chiusa per oltre un anno.
Oggi è in programma il sopralluogo della ditta che si dovrebbe occupare dello
sfalcio dell’erba presente nella parte interna del forte. Nell’attesa di sapere
quanto verrà a costare l’intervento, i volontari del comitato di gestione del
forte stanno lavorando di buona lena per riportare la struttura in condizioni
decenti. Sabato mattina sono stati rimossi i rottami ferrosi che si trovavano
sotto il ponticello di accesso alla struttura militare, in fondo allo stagno che
circonda il forte sono stati trovati anche alcuni sanitari. Restano ancora da
spostare le due bombe d’aereo trovate in acqua e le altre munizioni ritrovate,
incarico questo che verrà svolto da personale dell’esercito. All’interno di
Forte Gazzera la situazione più difficile è quella dei musei, con parecchie
bacheche che devono essere risistemate o sostituite. Quelli del comitato sono
ottimisti e assicurano che entro l’inizio di aprile l’area riaprirà i battenti
al pubblico. Tornando a Forte Mezzacapo, l’inizio della bonifica dell’amianto è
un buon segnale, specie se si considera che fino a questa estate la base era
ancora utilizzata dall’esercito: a luglio, infatti, erano state fatte brillare
due bombe, fatto che aveva creato parecchie polemiche visto che i cittadini che
abitano nelle vicinanze del forte non erano stati avvertiti. Come non bastasse,
in precedenza era crollato il tetto di una delle palazzine. Per evitare che
malintenzionati entrino nel perimetro della base, l’esercito ha anche sigillato
alcuni accessi. «Le notizie che stanno arrivando sono positive», afferma Ivo
Chinellato, consigliere di municipalità a Chirignago-Zelarino per i Ds che sta
seguendo da vicino la questione forti, «queste vecchie postazioni militari sono
un autentico patrimonio per tutta la terraferma, è giusto che al più presto
passino ai cittadini». - Maurizio Toso
Alto Adige — 01 febbraio 2006 pagina 36 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
Il bunker che
non ti aspetti
Per decenni nelle vallate alpine si è scavato, si è costruito, senza che nessuno
ne avesse notizia. I risultati di questo lavoro sono le fortificazioni e i
bunker che, segreto di Stato fino a non poco tempo fa, sono stati ora dismessi.
Dalle fortificazioni austroungariche, superate in seguito alle mutate tecniche
di guerra, dal “vallo Littorio” costruito durante il fascismo per contrastare
una ipotetica invasione da nord (l’alleato germanico era visto con diffidenza),
dagli ulteriori lavori realizzati durante la guerra fredda, sono scaturiti
complessi anche imponenti ma del tutto invisibili, che solo ora, dopo il crollo
dell’Unione Sovietica e il passaggio di questi beni demaniali, militarmente non
più necessari, alla Provincia, emergono pressoché dal nulla. Il trasferimento
alla Provincia è avvenuto nel 1999 ed ha riguardato circa 350 opere. Le immagini
e la descrizione di un certo numero di queste sono racchiuse in un volume (240
pagine) edito dalla Provincia autonoma, e dovuto a Christina Niederkofler, Josef
Urthaler ed Andrea Pozza. L’opera si avvale inoltre della consulenza del tenente
colonnello Licio Mauro, per 18 anni responsabile della fortificazione permanente
per gli alpini d’arresto nell’alta Punteria. Gli sbarramenti in Alto Adige sono
37, disposti secondo tre direttrici (Isarco, Rienza/Drava, Passo Monte Croce
Comelico) e ciascuno di essi è costituito da più opere. Sono quasi tutte scavate
nel sottosuolo e perfettamente mimetizzate: le feritoie per cannoni, pezzi
anticarro e mitragliatrici sono spesso nascoste da false rocce spostabili. Nel
volume si narrano le vicende e le modalità attraverso le quali lo sbarramento
alpino fu costruito, negli anni Trenta e Quaranta, e successivamente rafforzato,
anche con carri armati Sherman interrati, per contrastare una possibile
invasione sovietica. Vi appaiono piante circostanziate di un elevato numero di
opere, fotografie di esterni ma soprattutto di interni, ancora perfettamente
conservati. Il tenente colonnello Mauro ricorda come, alla sua presa di possesso
del complesso pusterese, restò “affascinato da come erano stati realizzati i
manufatti, dalla loro struttura, dagli impianti tecnologici e dall’armamento in
dotazione”. “E’ stupefacente - aggiunge - come le opere siano inserite così
perfettamente nell’ambiente circostante, che si potrebbe supporre che paesaggio
e bunker formino un tutt’uno”. Nel 1992 fu deciso che le strutture avevano
chiuso il loro compito. Smantellarle per l’alto ufficiale fu”doloroso, anche
perché all’epoca le opere si trovavano la massimo della loro efficienza.
Dimettere i bunker significava rimuovere dalle installazioni i cannoni per poi
tagliarli a pezzi con la fiamma ossidrica; significava anche asportare gli
affustini delle mitragliatici, recuperare il materiale mobile e il resto, e alla
fine dovemmo chiudere le porte blindate e saldarne i battenti. Mi ha fatto
piacere ora entrare nuovamente all’interno dopo tanti anni, ma non nego di aver
provato un fondo di gelosia. Era come se mi fosse stato tolto qualcosa di mio,
fosse stato violato un segreto che custodivo gelosamente. Ma a poco a poco,
quelle sensazioni sono svanite, anche perché ho visto quale meraviglia e sopore
suscitavano le opere nei miei compagni di visita”. Gottfried Niederwolfsgruber è
stato per 40 anni sindaco di Perca, nei cui pressi si trovava tra l’altro una
caverna che poteva ospitare duecento uomini. “Come Comune non avevamo nulla a
che fare con i bunker, non trapelavano notizie e non sapevamo proprio nulla, I
bunker erano segreto di Stato e non comparivano da nessuna parte. Le opere non
erano nemmeno segnate sui piani urbanistici comunali. Abbiamo saputo dei lavori
solo quando sono stati effettuati gli espropri. Ma quando un paio d’anni fa ho
visitato le opere, sono rimasto sorpreso e impressionato dalle loro dimensioni”.
Sui bunker del vallo alpino la Provincia ha ora esteso il vincolo di tutela dei
beni culturali, affinché essi in un futuro possano essere resi accessibili al
pubblico. di Ettore Frangipane
da Il Gazzattino
di venerdì, 27 Gennaio 2006
A fine febbraio scadranno i termini per la gara d’appalto Forte da
recuperare "Col Roncon" diverrà trampolino di lancio per lo sviluppo turistico
Rive d'Arcano
Il 2006 segnerà un'importa svolta per il recupero del forte "Col Roncon",
esempio di architettura della grande guerra ubicato in comune di Rive d'Arcano.
Si tratta di un'opera in calcestruzzo armato che sorge sull'omonimo colle (256
metri sul livello del mare) e che da quasi un secolo caratterizza il territorio.
È destinata a diventare importante meta per il turismo locale e non solo, in
quanto bene di Demanio militare dismesso anni fa e trasferito gratuitamente al
Comune di Rive d'Arcano. L'attuale amministazione civica guidata dal sindaco,
Gabriele Contardo, ha recentemente deliberato il progetto esecutivo per una
ristrutturazione da destinare a sito d'importante meta turistico-culturale. I
termini della gara d'appalto scadono a fine febbraio, seguirà l'inizio lavori
per la durata di un anno. La prevista spesa di 864.3403 euro rientra in un
precedente bando dell'Obiettivo 2. La Regione si accollerà 683.041 euro mentre i
rimanenti 181.302 verranno supportati dal Comune con mutuo bancario. Nelle mete
del sindaco, Gabriele Contardo, il Col Roncon deve diventare un punto nevralgico
dello sviluppo del turismo locale. «Gli altri due siti sui quali stiamo puntando
in questo senso l'attenzione - spiega il primo cittadino - sono il Castello
d'Arcano ed il Castelliere, per il recupero del quale abbiamo in atto un'altra
convenzione». Dal punto di vista storico ed architettonico, il "Col Roncon"
faceva parte di una linea difensiva assieme alle fortezze di Santa Margherita
del Gruagno, Tarcento, Tricesimo e Fagagna che ad inizio Nocevento osteggiavano
il ministero austro-ungarico. Era dotato di quattro cupole che ospitavano
cannoni d'artiglieria di calibro 149/35, con gittata di 20 chilometri e
movimento a 360 gradi. Dal 1909 al 1911 ha fatto parte della linea difensiva
"Medio Tagliamento" per contrastare eventuali invasioni austro-ungariche. Ma non
fu mai teatro di vere operazioni di guerra, ma solo di esercitazioni e durante
la Resistenza (inverno 1944-45) fu utilizzato dalle forze partigiane. Questo
pezzo d'architettura della Grande Guerra, bene del Demanio militare dismesso, fu
ceduto anni fa gratuitamente al Comune di Rive d'Arcano. L'allora sindaco, Enzo
d'Angelo diede avvio alla procedura di recupero, oggi giunta alla fase di
progetto esecutivo su redazione dell'architetto, Roberta Cuttini in sintonia con
la Soprintendenza. «Una volta ultimata la ristrutturazione - spiega il sindaco
D'Angelo - l'utilizzo che faremo sarà esclusivamente quello di ospitare eventi
di carattere culturale e turistico con uno spazio dedicato ad una mostra
permanente sull'archeologia militare».
Ivano Mattiussi
il Corriere delle Alpi — 07 gennaio 2006 pagina 20 sezione: CRONACA
Una strada
«avversata»
VALLE DI ZOLDO. Non è molto consolante constatarlo, eppure bisogna
riconoscere che, un secolo fa, le esigenze strategiche e tattiche del nostro
esercito sulle Dolomiti servirono spesso la causa del progresso civile,
costruendo tutta una serie di strade e sentieri che, nati per la guerra, si
palesarono poi un prezioso ausilio per tutte le attività silvo-pastorali della
nostra gente. Basterebbe pensare alle ardite arterie del Tudaio, del Rite, del
Vidal, del Piana, del Tranego, del Moschesin.
Così non fu invece per la strada di forcella Staulanza, che ebbe sempre negli
strateghi militari i suoi più accaniti avversari. Mentre carrarecce e mulattiere
venivano altrove invocate per ragioni soprattutto logistiche, al fine di
facilitare l’afflusso di contingenti in zone fortemente minacciate e nel
contesto generale di difesa ad oltranza del ridotto cadorino, per la strada da
Mareson a Pescul valeva esattamente il discorso contrario.
Subito dopo la guerra del 1866 le popolazioni locali avevano chiesto
insistentemente provvedimenti atti a sanare l’endemica piaga dell’isolamento,
sperando che la Madre Patria nel suo sospirato abbraccio si decidesse a portare
un tangibile segno di riscatto sociale. Invece nel 1881 l’Ufficio Scacchiere
Orientali espresse parere decisamente sfavorevole alla realizzazione di una
rotabile attraverso forcella Staulanza, motivandolo col fatto che la
facilitazione delle comunicazioni attraverso la Val Fiorentina e la Val
Cordevole non sarebbe andata incontro agli interessi della difesa nazionale.
L’assetto del tratto di frontiera fra le valli del Boite e del Cordevole esigeva
infatti di non portare modifiche alle comunicazioni nell’alta valle di Zoldo, in
quanto l’apertura di un nuovo accesso rotabile, quale si sarebbe verificato col
permettere la strada Fusine-Staulanza-Selva, avrebbe giocoforza imposto la
dispendiosa costruzione di un congruo sbarramento nella Val Maè. Il Ministro
della Guerra rimase così per più di 20 anni tra l’incudine e il martello,
sollecitato da una parte dalle ragionevoli richieste, anche all’interno dello
stesso governo, di pretta valenza politica e civile, e condizionato dall’altra
dalle remore strategiche ed ancor più dalla cronica mancanza di fondi per
organizzare contromisure fortificatorie idonee.
Nel gennaio del 1906 però il Ministero si decise a concedere il sospirato
nullaosta. Il forte di Monte Rite e la postazione di Col Pradamio costituirono
appunto il sofferto risultato delle diatribe accesesi ai più alti livelli su
tale nodo della difesa nazionale, sul presupposto che ingenti colonne nemiche
attraverso la nuova arteria potevano proiettarsi su Longarone e sulla ferrovia
Belluno-Calalzo. Nel 1911 i lavori della rotabile, detta anche “di Pallafavera”,
apparivano giunti ad uno stadio decisamente avanzato e nel 1912 i lavori erano
praticamente finiti. (w.m. - g.d.d.)
Pagina dedicata ad articoli inerenti al tema delle fortificazioni e della prima guerra mondiale