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Le torri costiere dell’Oristanese e la Giornata virtuale dei beni in pericolo - Anche Italia Nostra Sardegna aderisce all’iniziativa
Da linkoristano.it del 30 aprile 2020

La torre costiera di Seu

In occasione della Giornata Virtuale dei Beni in Pericolo 2020 Italia Nostra Sardegna promuove torri, fari e stazioni segnaletiche. Sabato e domenica prossimi, 2 e 3 maggio, i beni culturali delle coste sarde saranno oggetto dei numerosi post sui social dell’associazione: un modo per celebrare le azioni di tutela anche se costretti a restare in casa.

“Italia Nostra”, scrivono dall’associazione, “ha voluto segnalare questi beni nella Giornata Virtuale dei Beni in Pericolo, affinché venga tutelata la fruibilità futura.
Si tratta della Stazione segnali di Capo Sperone a Sant’Antioco, della Stazione di vedetta di Marginetto a La Maddalena, della Stazione semaforica di Capo Ferro ad Arzachena della Stazione di vedetta di Capo Figari a GolfoAranci della Stazione segnali di Punta Falcone a Santa Teresa di Gallura”.

“La Giornata Virtuale dei Beni in Pericolo dedica un focus ai beni culturali presenti sulle coste dalla Sardegna: torri di avvistamento, fortificazioni, stazioni semaforiche, fari, antichi insediamenti che costituiscono un’importante risorsa per l’Isola e che purtroppo si trovano spesso in condizione di grave degrado e abbandono”, scrivono ancora da Italia Nostra, ricordando a tal proposito il crollo nel 2012 della Torre di Scau’e Sai, nel litorale di San Vero Milis.
Italia Nostra ha dedicato sempre grande attenzione a questi beni, con una serie di iniziative e interventi presso le autorità locali, il demanio marittimo e il demanio regionale, al fine di stimolare interventi di tutela, recupero e valorizzazione. “Importante è stata la mobilitazione del 2011 di Associazioni, Comitati e Cittadini per impedire che la Stazione Segnali di Capo Sperone e altri promontori della costa occidentale della Sardegna venissero trasformati in siti militari per ospitare radar di profondità”, ricordano dall’associazione. “In quell’occasione fu il TAR Sardegna, su ricorso presentato da Italia Nostra, a mettere una pietra tombale sul progetto”.
“Particolare importanza rivestono le torri costiere che, edificate per volontà della Corona di Spagna, sono sempre situate in posti spettacolari e dovrebbero diventare parte di un progetto generalizzato di affidamento alle comunità locali per finalità sociali e turistiche”, si legge ancora nella nota dell’associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali. “Italia Nostra ha maturato un’importante esperienza nel recupero e nella gestione delle torri, dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando è stata recuperata e resa alla pubblica fruizione la Torre Canai di Sant’Antioco, con l’apertura del monumento tutta la stagione estiva e ad appuntamenti fissi (nel 2019 l’affluenza è stata di più di 4.000 visitatori): un modello che può facilmente essere replicato in altre località.
Tra le torri oggetto di segnalazioni di Italia Nostra ricordiamo la Torre di Cala Domestica a Buggerru, la Torre di Columbargia e quella di Ischia Ruja a Tresnuraghes e la Torre di Seu a Cabras.
“Altro tema scottante riguarda la situazione dei fari e delle stazioni segnaletiche edificate dopo l’unità d’Italia della Marina Militare”, illustrano ancora da Italia Nostra. “Nel 2011 furono affidati alla Conservatoria delle Coste della Sardegna 15 tra fari, semafori e torri costiere, di proprietà regionale con un programma dettagliato per il loro recupero attraverso l’affidamento in concessione. Fino al 2017 poco o nulla è stato fatto finché, con un rocambolesco ribaltone la Regione Autonoma Sardegna ha affidato i beni, ottenuti grazie al “federalismo demaniale” e dopo anni di conflitti con lo Stato, all’Agenzia del Demanio con un accordo denominato Orizzonte Fari Sardegna. Oggi le gare per l’affidamento in concessione sono ormai chiuse: i bandi parlano di “valorizzazione turistico-culturale principalmente legato ai temi del turismo sostenibile, alla scoperta del territorio ed alla salvaguardia del paesaggio, anche attraverso la coesistenza dell’uso pubblico, inteso come servizio di pubblica utilità”.“È evidente che l’affido a privati appare essere ormai l’unica soluzione praticabile, viste le limitate risorse a disposizione della Regione e le gravi condizioni di incuria in cui versano gli edifici”, si legga ancora nella nota dell’associazione. “Italia Nostra quindi non può che approvare il progetto ma si augura che, quanto specificato nei bandi, trovi concreta applicazione nella realtà, che casi come quello del Faro di Capo Spartivento – che hanno di fatto trasformato il faro in una struttura esclusiva e inaccessibile al pubblico – non si ripetano e che si trovi un’armoniosa coesistenza tra esigenze privatistiche e uso pubblico”.

“Inoltre”, si legge infine nella nota, “vale la pena ricordare che Italia Nostra ha inserito il borgo e la torre di Castelsardo nel progetto transnazionale europeo EIRENE, di cui l’associazione è capofila e che si prefigge la candidatura delle fortificazioni genovesi nel Mediterraneo nella World Heritage List dell’UNESCO. Il progetto ha inoltre classificato molti castelli e torri presenti sul territorio della Sardegna, localizzati in una mappa che illustra la consistenza di tale patrimonio”.

 

Giornate Nazionali dei Castelli: i più belli da riscoprire online. FOTO
Da tg24.sky.it del 29 aprile 2020

L'evento, originariamente previsto per il 9 e 10 maggio, è stato annullato a causa dell'emergenza Coronavirus. Non potendo ammirarli dal vivo, molti manieri sono però accessibili in rete: ecco le immagini più suggestive. LA FOTOGALLERY

Il Covid-19 ha reso impossibile anche lo svolgimento della 22esima edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli. Prevista il 9 e 10 maggio in oltre 45 luoghi situati in 19 regioni italiane, l’edizione 2020 non verrà recuperata. Come spiega l'ente organizzatore, l’Istituto Italiano Castelli, i manieri saranno visitabili solo attraverso le immagini diffuse online. Tra queste, c'è la vista mozzafiato del Castello Baronale di Rotello (Borgo di Vastogirardi, Molise. Foto di Franco Valente)

Il Castello Baronale di Rotello (CB) avrebbe dovuto aprire le sue porte quest'anno per la prima volta dopo un oblio durato decenni, grazie ad un restauro lungo e minuzioso che si è reso necessario per i danni provocati dal terremoto del 2002. Costruito nell'anno Mille, è stato molto importante nella geografia del Regno di Napoli. È stato restaurato da un'imprenditrice olearia (foto, Antonio Priston)

 

A Laconi, in Sardegna, si trova uno dei castelli più affascinanti d'Italia.

Fu costruito dai Giudici di Arborea per poi passare ai signori di Castelvì e infine agli Aymerich, che lo tennero quasi fino ai giorni nostri (anni 90) per poi devolverlo all'amministrazione

 

 

In Sicilia, a Messina, si trova il Forte Costiero del Santissimo Salvatore.

Il sito non è mai stato aperto al pubblico, ma proprio per l'edizione 2020 delle giornate nazionali dei Castelli era stata prevista una passeggiata lungo le mura esterne, in riva al mare

 

 

 

Proprio tra il Forte S. Salvatore e le Mura di Terranova, sorge la lanterna del Montorsoli, uno dei più antichi fari d'Italia.

Entrambi i siti sono di proprietà del Demanio Militare, che li mantiene con grande cura

 

 

 

 

Il Forte di San Felice è da tempo oggetto di battaglie pubbliche per la sua salvaguardia.

Con l'obiettivo di fornirgli un utilizzo culturale era stata ipotizzata la possibilità di organizzare visite gratuite su prenotazione per 50 persone alla volta durante le Giornate Nazionali dei Castelli

Il progetto dovrà però essere rimandato.

Per ammirare il Forte di San Felice, almeno per quest'anno, ci si dovrà accontentare dei suggestivi scatti diffusi dall'Istituto Italiano Castelli

 

Fossombrone è un’antica cittadina di origini romane, a metà strada tra l’Adriatico e gli Appennini.

Si trova nelle Marche e offre tre itinerari di visita che ruotano tutti attorno al Castello cittadino.

Non distanti dal castello si trovano Casa Museo e la Quadreria Cesarini. due edifici contigui, la cui costruzione risale al XVI secolo.

Il suo ultimo abitante, il notaio Giuseppe Cesarini, adattò le sale per esporvi le opere d’arte figurativa del Novecento.

Alla scomparsa del notaio Cesarini, nel 1977, i due palazzi con tutto il patrimonio d’arte passarono per suo volere al Comune di Fossombrone, che da allora ne è custode

 

Tra i castelli lombardi di interesse turistico ci sono il Castello di Pavia (di cui la visita guidata avrebbe narrato le mura e non l'interno) e la Torre di Castionetto (a cui sarebbe stata dedicata una escursione paesaggistica)

 

 

 

 

La torre di Castionetto, posta a circa 700 metri di quota sulle Alpi Retiche, risale al XIII secolo.

È appartenuta ai Quadrio, una delle famiglie più illustri della zona, proveniente dalla vicina Ponte.

Da qui si può godere una vista suggestiva sulla media Valtellina e sulle Alpi Orobie

 

 

Il Castello di Trotsburg, in Trentino-Alto Adige è stato per 600 anni di proprietà dell'omonima famiglia.

È una delle mete ideali per chi fa trekking in solitaria.

All'interno è presente una mostra di plastici di tutti i castelli del Trentino

 

 

Una bomba ecologica fra radon e amianto sulla cima del Venda
Da mattinopadova.it del 29 aprile 2020

Teolo. primo Roc in degrado: nell’ex sito militare si sono ammalati e morti 70 avieri. I volontari dei Luoghi dell’Abbandono: «È violabile»

Di GIANNI BIASETTO

TEOLO (PADOVA). Ad oltre vent’anni dalla chiusura della base militare della Nato 1° Roc sul monte Venda, il sito sulla sommità del colle di proprietà del Ministero della Difesa, contaminato da una forte concentrazione di radon e amianto, è in preda al degrado e ai predoni che in questi anni hanno fatto razzia di quanto di interessante era rimasto all’interno delle palazzine e della galleria. Come documentano le foto scattate dai volontari dell’associazione “I Luoghi dell’Abbandono”, l’ex base oggi è una bomba ecologica, in un’area del Parco Colli di forte pregio naturalistico.
Costruita nei primi anni 50 con l’utilizzo di fondi messi a disposizione dal governo italiano e da quello degli Usa, è rimasta attiva dal 1955 fino al 1998 quando nel giro di poco più di un anno tutto il personale (500 uomini) fu trasferito nella base area di Poggio Renatico (Ferrara). Negli anni ’60 con il nome in codice “Rupe” il 1° Roc (Regional operation center) del monte Venda era uno dei siti strategici della difesa area italiana e alleata. Dotato di una galleria di circa 800 metri scavata nella pancia del colle, un’area “top secret” dov’erano alloggiati tutti gli apparati per le trasmissioni riservate, era considerato un nodo nevralgico della comunicazione, inserito nel sistema di difesa Nandge (Nato air defence ground environment).

Entrare nella ex base percorrendo il sentiero Lorenzoni che passa all’esterno del perimetro della zona militare, è facilissimo. La rete metallica che circonda l’area è stata tagliata in più parti e fino a qualche anno fa all’interno dei fabbricati abbandonati si notavano tracce di bivacchi. Sono stati rubati, cavi elettrici, materiale ferroso, mobili, apparati dismessi e cancellate di sicurezza che un tempo servivano come protezione alle vie di fuga dalla galleria.

Nel sistema di gallerie a forma elicoidale scavate nella trachite, regna un killer. Il radon, un gas naturale presente nella pietra che, associato all’amianto delle canalizzazioni, ha fatto strage di sottufficiali, morti per tumore al polmone. Quasi settanta avieri deceduti, grazie alle inchieste della magistratura che ha accertato l’elevata presenza di radon, sono stati riconosciuti “vittime del dovere”

Se in galleria c’è il radon, all’esterno l’inquinamento deriva dai ripetitori militari e non posizionati sul Venda. Basti pensare che i tecnici che operano per la manutenzione del “teleposto” hanno l’obbligo di operare con mascherine e guanti e di intrattenersi il meno possibile.

 

Cabina per i bus elettrici al Lido: si torna in Soprintendenza per i bastioni rinascimentali
Da veneziatoday.it del 29 aprile 2020

Unanime in settima commissione consiliare oggi la necessità di tornare a verificare l'esistenza di un vincolo paesaggistico a San Nicolò prima di procedere

Di Antonella Gasparini

Per sapere se e-distribuzione (Enel) potrà o meno realizzare al Lido, zona San Nicolò via Morandi, la cabina per elettrificare i bus del trasporto pubblico locale, bisogna ripartire da capo. È quanto emerge oggi, 29 aprile, in settima Commissione consiliare virtuale. L'analisi riguarda la vendita da parte del Comune di un terreno, quasi 400 metri quadrati, a ridosso di un'area, di fronte alla fermata del ferry boat del Lido, che è sì urbanisticamente idonea al sorgere di sottoservizi, che ha l'ok dall'Ulss per il rispetto cimiteriale, e di cui si ammette pure l'alienazione per circa 19 mila euro, in virtù della sdemanializzazione che ha trasferito senza oneri queste proprietà al Comune, salvo poi dal ricavo riservare al demanio un quarto del guadagno. Ma ciò su cui non vi è certezza, a ormai breve distanza dal voto in Consiglio, è se i lacerti delle mura del Forte cinquecentesco, di cui l'avvocato Andrea Grigoletto dell'Istituto dei Castelli è tornato a sostenere l'esistenza in Commissione, siano compatibili o meno con questa cabina. Si riparte quindi daccapo. Il valore archeologico e quello culturale sono fuori discussione per Grigoletto.

Il vincolo paesaggistico

E a chi obietta che la cabina non verrebbe realizzata sopra i resti delle mura dei bastioni rinascimentali alla moderna, Grigoletto risponde: «Non c'è compatibilità neppure se venisse costruita in aderenza a quelle mura», che per lui sono più che meritevoli di un vincolo paesaggistico della Soprintendenza. Quindi è da questa che bisogna tornare, prima di correre il rischio di vendere l'invendibile, per ammissione dello stesso consigliere Saverio Centenaro in primis, e poi perfino dell'assessore alla Mobilità e ai Trasporti Renato Boraso.

La Soprintendenza

«Essendo Venezia completamente priva di mura - scrive Grigoletto - ed essendo rimasti solo lacerti delle mura del Castelnuovo di Mestre, si tratta degli ultimi cimeli. Esempi notevoli sono a Chioggia, Forte San Felice, ma fuori del territorio comunale, e il Lido. Basta fare una passeggiata da via Morandi al ferry boat e si passa in mezzo alle sezioni del muro rinascimentale. Realizzare un cubo in calcestruzzo accanto a un monumento così importante, è impensabile. Si può fare altrimenti, ma credo imprescindibile il parere dei Beni Culturali». Molto critico sulla cabina il consigliere comunale dei 5 Stelle Davide Scano. Per le consigliere Monica Sambo, Pd, e Sara Visman, 5 Stelle, si potrebbe pensare a una visita sul posto, peraltro con la Soprintendenza, per raccogliere materiale foto e video e comprendere precisamente il quadro della situazione, sia per ciò che resta delle mura, sia in merito alla localizzazione prospettata dal progetto esecutivo per la cabina elettrica. Cauto anche il consigliere Renzo Scarpa che sostiene già visualizzabile in Google Maps la fisionomia del Forte. «Non serve andare lì, si può ricongiungere, con una linea, la punta delle mura a quella forma di tenaglia tracciata dai lacerti stessi, per averli visibili agli occhi».

Per il consigliere Maurizio Crovato e la consigliera Maica Canton, è esagerato «definire la cabina scempio, perché le mura sono interrate. Essendo già zona che si può sottoporre ai servizi non può essere vincolata e stiamo parlando di una cabina elettrica che può essere facilmente smontata». In ogni caso, per il consigliere Luca Battistella, «via Morandi corre sull'esterno delle mura, e la cabina starebbe nel canale acqueo che cingeva i bastioni, non sulle mura». In ogni caso, per qualsiasi scavo c'è obbligo della supervisione archeologica, quindi la cabina verrebbe fermata in tempo. Per l'architetto Vincenzo De Nitto l'area è stata sottoposta a frazionamento, «ma la cosa va verificata sulla situazione di fatto. La Soprintendenza si esprimerà sull'aspetto paesaggistico e se c'è una parte archeologica, ed è interrata, non impedisce la realizzazione della cabina, anche se sembra strano non sia stato evidenziato prima. Sarà l'organo locale dei Beni Culturali a stabilire se decidere di traslare la struttura. Intanto l'assessre Boraso chiede a Grigoletto di entrare in possesso della sua planimetria. «Siccome viviamo in un paese di comitati che si svegliano e spiegano a tutti come viaggia il mondo, a scanso di equivoci, ci prendiamo tempo e sovrapponiamo i nostri disegni con la mappa dell'avvocato. Forse chiederò personalmente un parere al ministero della Cultura».

 

Nella Patria del Friuli – Palmanova, i bastioni dell’utopia
Da ilfriuliveneziagiulia.it del 28 aprile 2020

Di Piergiorgio Grizzo

L’utopia della città ideale aveva affascinato tutti gli intellettuali del Rinascimento, dai filosofi agli architetti. Doveva essere l’ambiente fisico in cui l’uomo trovava le condizioni perfette per esprimere i suoi talenti. Se Urbino era una città in forma di palazzo, Ferrara la città a scacchiera, Palma doveva rappresentare l’ideale di città fortezza, un baluardo inespugnabile, una perfetta macchina da guerra.
Per difendere i confini orientali dalle scorribande dei turchi, i veneziani avevano consultato per decenni tutti i più grandi cervelli dell’epoca, compreso Leonardo da Vinci. Nel 1593 la Serenissima inizia la costruzione di una grande città fortezza nella pianura tra i villaggi di Palmada, Ronchis e San Lorenzo, in una data simbolica, il 7 ottobre, giorno di Santa Giustina e anniversario della vittoria di Lepanto.

Quest’opera visionaria, immane, costosissima nasce per essere un deterrente alle invasioni turchesche, che per un secolo hanno flagellato il Friuli. Ma soprattutto una spina nel fianco nei territori degli Asburgo. A guidare la squadra degli ingegneri è il nobile friulano Giulio Savorgnan, che ha già costruito la fortezza di Nicosìa nell’isola di Cipro. Il suo progetto si è rivelato un autentico fallimento, visto che la fortezza è stata facilmente conquistata e distrutta dai turchi, ma la Repubblica gli affida lo stesso la realizzazione della nuova opera. Evidentemente, allora come oggi, protezioni e referenze valgono più dei meriti.
Città degli enigmi e della cabala, Palma è costruita sul 3 e i suoi multipli. Ha la forma di una perfetta stella a 9 punte. 9 sono i bastioni, 3 le porte d’ingresso e le cerchie difensive. La piazza grande è un esagono, collegata da 6 strade radiali alla prima cerchia, che dista 300 passi veneti.
Tutto il complesso fortificato è ribassato rispetto al piano campagna per non dare riferimenti alle artiglierie nemiche. E’ praticamente invisibile fino a poche centinaia di metri, ma a quel punto anche gli assalitori sono esposti al tiro dei cannoni che sparano dalla città.
Chilometri di gallerie sotterranee uniscono le cinte, i bastioni e le casematte. I soldati di stanza, secondo gli usi della Repubblica veneta, sono mercenari greci, albanesi, dalmati, schiavoni, tedeschi, francesi, fiamminghi. Una legione straniera che rendeva la città una autentica babele.
Palma prospera inoperosa ed inviolata per 200 anni, protetta dalla sua fama più che dai suoi cannoni. I turchi non si fanno più vivi e anche gli imperiali si tengono alla larga. Nella guerra di Gradisca del 1616 le truppe degli Asburgo non osano neppure avvicinarsi ai suoi bastioni.
Ma il tramonto della Repubblica di Venezia segna anche il declino della fortezza. Nel 1797 gli austriaci, che si stanno ritirando davanti a Napoleone, la prendono con l’inganno. Subito dopo sarà lo stesso Buonaparte ad impadronirsene. Il generale corso, che di guerre se ne intende, potenzia ancora la fortezza e la ribattezza Palma Nuova.
Nel 1848 in pieno Risorgimento i patrioti italiani cacciano la guarnigione austriaca e si asserragliano in città. Palmanova subisce così il suo primo vero assedio, che dura da fine aprile a fine giugno e si conclude con la resa italiana. Evidentemente, i piani infallibili, le navi inaffondabili, le fortezze inespugnabili esistono solo nel mondo delle utopie.

 

Bunker di lusso, come passare la quarantena a 5 stelle isolati dal mondo
Da idealista.it del 28 aprile 2020

C’è chi è costretto a passare l’emergenza sanitaria confinato tra le quattro mura di un monolocale. Ci sono anche i più fortunati, che magari possono contare su ville con giardino e piscina. E poi ci sono anche i super ricchi, quelli che hanno comprato un bunker extra lusso per essere pronti a qualsiasi evenienza.

Robert Vicino, Ceo di Vivos, ha ideato Vivos Europa One, un complesso sotterraneo che ospita diversi bunker di sopravvivenza che vantano gli stessi comfort e servizi di una casa di lusso. Immagina di vivere il lockdown o un disastro ambientale o una guerra in un complesso isolato dal mondo che offre piscine, teatri, palestre e tanto altro.

Vivos Europa One si trova in Germania ed è stato costruito pensando ai ricchi di super elite. Stiamo parlando di una struttura a cinque stelle a cui si può accedere solo su invito. Le famiglie selezionate hanno a disposizione oltre 750 metri quadrati di spazio vitale, altamente fortificato, che può essere diviso in due piani.

Designer e architetti possono inoltre personalizzare queste aree, per adattarle perfettamente al gusto del proprietario. È incredibile, considerando che la struttura è in grado di gestire qualsiasi tipo di disastro causato dall'uomo, nonché calamità naturali come esplosioni, terremoti e tsunami.

L'intero complesso si estende su oltre 21.108 metri quadrati sotterranei, con ulteriori 4.079 metri quadrati di spazi per uffici in superficie e magazzini, nonché un deposito per la manutenzione dei treni. Dal controllo climatico con sistemi di filtraggio e raffreddamento dell'aria a un impianto di trattamento delle acque, generatori di riserva, un'area ospedaliera e aree di ristorazione, questo non è altro che un resort sotterraneo.

 

Torrione Passari, maestoso e compatto, scruta solitario l'orizzonte del mare di Molfetta
Da baritoday.it del 28 aprile 2020

Inizialmente una cannoniera, in seguito divenne una torre di vedetta della città di Molfetta, bellissimo centro marinaro a pochi chilometri a Nord di Bari

Le torri costiere, che scrutano solitarie l'orizzonte, sono compagne silenziose di chi decide un viaggio alternativo, da fare coast to coast.
La nostra bellissima Puglia è disseminata di numerose torri costiere. Oggi vi parliamo di quella di Molfetta, mervigliosa cittadina marinara, a pochi chilometri da Bari.

Torrione Passari

Il Torrione Passari fu voluto dall'Università di Molfetta nel 1512. Inizialmente era una cannoniera e in seguito divenne una torre di vedetta. Il torrione si presenta maestoso e compatto. Alla base, le mura sono massicce e raggiungono uno spessore di cinque metri che man mano diminuisce fino al cordone, da dove si sale fino alla sommità da cui si asssite ad una visione a 360 gradi spettacolare. Nella parte centrale ci sono tre cannoniere disposte nelle tre direzioni dell'orizzonte.

(Fonte ViaggiareinPuglia.it)

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Baronale di Lizzanello
Da lavocedimaruggio.it del 28 aprile 2020

Conosciuto anche col nome di Palazzo Paladini, dal nome dei Signori di Lizzanello che lo fecero costruire, il Palazzo Baronale di Lizzanello risale al XV secolo ed in origine era un vero e proprio castello. Nel corso del successivo XVI secolo la struttura subì una prima modifica, molto probabilmente con la supervisione dell’Architetto Militare Gian Giacomo dell’Acaya, come è possibile evincere dal suo stile tardo rinascimentale.
Nel corso del XVII secolo fu Giovanni Paladini a trasformarlo in residenza signorile e nel corso dei secoli successivi ha subito diverse modifiche che ne hanno gradatamente alterato l’aspetto, specialmente durante i primi anni del XIX secolo. Sul finire dello stesso secolo venne letteralmente stravolta la facciata principale ed il giardino in stile prettamente neoclassico.

Della costruzione originale resta oggi una torre cilindrica in pietra leccese, con base tronco-conica, dislocata sul prospetto posteriore, al cui interno è riportato il blasone della famiglia Paladini. Sempre sul versante posteriore è presente un seconda torretta con funzioni di colombaia, risalente al XVII secolo.

La base della struttura è a scarpa e sulla facciata principale risalta un portale trapezoidale, sovrastato dal blasone della famiglia Lotti, ultima a fregiarsi del titolo di feudatari di Lizzanello, ed una serie di finestre. Sono rimaste inoltre un frantoio ipogeo ed una casamatta quali residui dell’originaria struttura, mentre sono scomparse le due cappelle interne dedicate alla Santissima Annunziata ed al San Salvatore, quest’ultima reintitolata a San Gregorio. Scomparsa anche la collezione di opere d’arte un tempo presente nel palazzo, andata in parte venduta ed in parte trasferita nel palazzo di Napoli della famiglia Lotti.

Cosimo Enrico Marseglia

 

La Fortezza amica e le proposte di Demos
Da arezzonotizie.it del 28 aprile 2020

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni sulle destinazioni d'uso della Fortezza di Arezzo da parte di Giuseppe Giorgi di Demos

Fortezze, mura, torri, edifici difensivi ma erano a difesa della città o di un occupante? La fortezza di Siena, per esempio, era la zona rossa di Baghdad, costruita dopo l’occupazione spagnola/fiorentina e separata da un largo fossato (ora c’è un normale ponte). Giuste cautele perché i senesi avevano resistito per tanto tempo, mangiando di tutto mentre alcune donne (tipo le partigiane serbe) uscivano in campagna attirando i nemici e li pugnalavano durante l’amplesso. Quindi la fortezza di Siena era edificio di occupazione come dapprima quella di Arezzo che era anche il completamento delle mura difensive. Poi un elemento potrebbe essere messo in risalto, la Fortezza (maiuscola) come elemento di patriottismo aretino, tanto che venne quasi distrutta durante l’occupazione napoleonica (il contrario di quanto avvenuto a Siena due secoli e mezzo prima). 

Per Demos Fortezza amica e protettrice che deve diventare, in particolare ai tempi del Covid 19,  un luogo non solo di visita fugace. Intanto, sempre rispetto alla fortezza di Siena, quella di Arezzo, seppure più piccola, ha maggiori risorse di passaggi, camminamenti, è molto più “mossa” e questo deve essere un punto di forza per iniziative permanenti o meno. Non ci sarebbe nulla di male se si imitasse Siena e si aprisse un’enoteca, intanto con i vini del territorio, enoteca che potrebbe avere una sede stabile e che, durante la Fiera ma non solo, potrebbe essere affiancata dai prodotti gastronomici. Con poca spesa, e con un po’ di fantasia, i magnifici corridoi e camminamenti sarebbero perfetti per ospitare dame e cavalieri, oppure contadine e villici, che offrono le ricchezze gastronomiche del territorio. Sarebbe sempre meglio che sotto i portici dove i banchi degli alimentari che ogni tanto, offrono ottimi prodotti, convivono con un pavimento pieno di sporco dei piccioni (ci vorrebbe poco a dargli una pulita prima, dicemmo  alla Municipale, non abbiamo visto il risultato). Ci potrebbe anche essere una collaborazione tra Comune e quartieri per mettere qualche giovane in costume, che sappia presentarsi e magari parli un po’ d’inglese che sarebbe elemento pittoresco ma anche informatore sulla Giostra.

Demos pensa anche al lancio di spettacoli: la Fortezza d’Arezzo sarebbe perfetta  non solo per un Macbeth o un Amleto; lo spazio per il pubblico non è tanto ma, volendo, si trova. Per esempio, a Castiglione della Pescaia, in una costruzione chiamata La Casa Rossa, fine 700, in mezzo ai canali, d’estate fanno spettacoli, soprattutto musica. La Fortezza sarebbe, comunque, perfetta, per riprese televisive di qualunque testo teatrale e non; certo, ci vuole la fantasia e la competenza di qualche regista oltre, ovviamente, alle emittenti locali. Queste dovrebbero aprire alla cultura, praticarla anche fuori dai soliti canali e promuoverla per la comunità aretina e i suoi visitatori. 

Arezzo aspetta la sua Fortezza, Fortezza amica.

 

Palmanova rifà il trucco ai bastioni della fortezza
Da ilgazzettino.it del 27 aprile 2020

PALMANOVA Per il secondo anno, grazie alla legge 11 del 2019, i Bastioni di Palmanova, patrimonio Unesco dal luglio 2017, potranno beneficiare di un finanziamento per la loro valorizzazione. Per il 2020, la Regione FVG ha infatti concesso 122.000 euro. Oltre a Palmanova, sono stati finanziati anche i Comuni di Cividale del Friuli (I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)) e Caneva (Siti palafitticoli preistorici delle Alpi): il primo con 50.000 euro e il secondo con 110.000 euro.
Un contributo davvero importante per permetterci di crescere e valorizzare la componente turistica della città stellata. Con questi fondi sarà possibile procedere a sfalci della vegetazione presente sulle cinte murarie, all'acquisto di arredo urbano come panchine o tavoli, alla manutenzione dei sentieri e alla concretizzazione finale della sala visite multimediale nel sotto tetto dell'ex Caserma Filzi, commenta il sindaco Francesco Martines.
Luca Piani, assessore con delega ai Bastioni: All'ultimo piano dello stabile napoleonico si è infatti concluso il rifacimento completo del tetto (fortemente compromesso da infiltrazioni d'acqua piovana). Qui sarà possibile allestire una zona riparata e coperta, dove poter accogliere le comitive di turisti, illustrare la storia e le bellezze di Palmanova attraverso allestimenti e supporti multimediali. I visitatori potranno proseguire poi il tour lungo il vicino percorso di visita alle gallerie della Fortezze e a Baluardo Donato. Si aggiunge così un ulteriore tassello a quel percorso di visita che, anno dopo anno, si sta strutturando e che si concluderà con la realizzazione della stazione delle corriere nell'ex caserma Ederle, con la sistemazione dell'area circostante e con la riqualificazione della Torre Piezometrica come punto d'osservazione panoramico sulle mura.

 

Coronavirus, anche Mosca potrebbe aver riattivato i rifugi antiatomici
Da ilgiornale.it del 26 aprile 2020

Nessun potenziale avversario potrebbe tentare di trarre vantaggio da una situazione di instabilità come quella venutasi a creare per il Coronavirus

Per garantire la sicurezza interna, le capacità di rappresaglia e la continuità di governo durante la pandemia di Coronavirus, anche la Russia potrebbe aver riattivato i rifugi antiatomici. Una contromisura che, nelle settimane scorse, è stata già adottata da Stati Uniti, Israele e diversi Paesi.

Russia, possibile riattivazione dei siti corazzati

“Come proteggersi da un attacco nucleare, chimico, biologico o dal Coronavirus. Pochi lo sanno, ma le nostre forze armate hanno decine di tipi di rifugi per tutte le occasioni. Alcuni hanno le dimensioni di una piccola città e possono resistere per anni. Altri hanno le dimensioni di una tenda resistente al fuoco diretto dell’artiglieria".
Il canale televisivo Звезда, gestito dal Ministero della Difesa russo, ha pubblicato una nuova puntata del programma Военной приемки. Come sempre parliamo di un prodotto di altissima qualità con immagini a 1080P. Nella puntata di 38 minuti, si parla delle caratteristiche dei bunker disseminati nello sterminato territorio russo. Ufficialmente, la puntata è stata concepita per essere rilasciata nell’anniversario del disastro di Chernobyl. In realtà, il Cremlino risponde direttamente agli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, hanno riattivato i rifugi antiatomici durante l'emergenza Coronavirus isolando il personale specifico coinvolto in missioni critiche. Il Ministero della Difesa russo, nella puntata concepita inizialmente per l’anniversario del disastro di Chernobyl, potrebbe aver percepito l’esigenza di implementare l'argomento Coronavirus, ricalibrando i contenuti con riprese ed informazioni supplementari. Ad esempio, le telecamere di Военной приемки si soffermano sulla delicata fase di discesa di un missile balistico intercontinentale di quinta generazione RS-24 Yars nel suo silo corazzato. L’RS-24 è una versione aggiornata del missile balistico Topol-M ed è stato testato ed ufficialmente presentato nel 2007, in risposta all’installazione dello scudo missilistico della NATO in Polonia. La scelta di mostrare l’RS-24, uno degli ICBM più veloci al mondo, non è casuale, ma una risposta diretta agli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: anche in gravi situazioni di emergenza le capacità decisionali, di difesa e rappresaglia della Russia resteranno integre. Nessun potenziale avversario potrebbe tentare di trarre vantaggio da una situazione di instabilità come quella venutasi a creare per il Covid-19.

I bunker di Mosca

La Protezione civile/ Гражданская оборона, gestisce le infrastrutture seminterrate (come i rifugi antiaerei per i civili) e metropolitane della Russia in caso di necessità. La metropolitana di Mosca, ad esempio, è stata appositamente progettata per resistere ad un attacco termonucleare. Nel 2015 il Cremlino ha attivato un programma di revisione dei principali siti corazzati gestiti dalla Protezione Civile, modernizzando il loro sistema vitale. Nel 2016 sono state organizzate delle esercitazioni su larga scala che hanno coinvolto oltre 40 milioni di persone. Il significativo incremento della capacità della testata W76-1 / Mk4A, detonazione flessibile e capacità di esplodere a qualsiasi quota all'interno dell’area letale di un bersaglio, rende verosimilmente superato lo standard minimo di protezione dei bunker ad uso civile. Valutazione, ovviamente, che non sarebbe condivisa da EMERCOM.

I bunker, come ad esempio quelli della tipologia "sfera", sono gestiti dall'FSB e dal Ministero della Difesa russo. Tali strutture sono ubicate in profondità nel terreno. Sistemi di supporto vitale consentono operazioni indipendenti per molti mesi a seguito di un attacco termonucleare diretto. I siti corazzati della tipologia sfera sono stati progettati per garantire la continuità di governo, comando e controllo durante una minaccia esistenziale. Il bunker sferoidale o esagonale poggia su ammortizzatori che attutiscono le onde d'urto di un'esplosione termonucleare. Nell'area di Mosca dovrebbero essere dodici i bunker governativi. Speculazioni, infine, sull’esistenza della linea ombra Metro-2.

 

Storici Castelli sull’acqua
Da latitudeslife.com del 26 aprile 2020

Il torrione del Castello di Valeggio sul Mincio ©Lucio Rossi

La presenza di un lago, di un fiume o di un semplice fossato, diventa l’elemento di forza in assenza di baluardi naturali (anche se l’interramento progressivo ne ha alterato la godibilità…)

Prima di intraprendere un breve viaggio alla scoperta di alcuni castelli della pianura padana – qui rappresentati da quattro regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia – è opportuna una definizione di castello. Da tempo immemorabile, il castello risponde a due esigenze fondamentali: la prima riflette il bisogno di una difesa territoriale a zona, che tiene nella dovuta considerazione tutte le possibili varianti; necessità questa che dal XVI secolo cambia a causa dell’invenzione delle armi da fuoco. Ecco allora che la difesa viene concepita per linee periferiche e si adatta alle esigenze di un territorio più ampio, di un intero stato. La seconda necessità è al contrario di carattere amministrativo: incastellare un territorio, dunque, accoppia i bisogni di difesa a quelli di gestione dello stesso.

I castelli della pianura padana rientrano in queste due categorie: ciascuna ricca degli opportuni passaggi storici, scanditi a loro volta dal trascorrere del tempo.

 

Castelli di Cannero (Verbania-Cusio Ossola)

Castelli di Cannero dal battello ©www.navigazioneisoleborromee.com

È abbastanza logico considerare le isole (lacustri o fluviali) quale luogo privilegiato per costruirvi difese o comunque edifici concepiti per tale scopo. È questo il caso dei bellissimi Castelli di Cannero – chiamati in seguito Malpaga – situati a qualche centinaio di metri dalla costa piemontese del lago Maggiore. Fortificazioni, quelle di Cannero, dovute ai Visconti di Milano e risalenti all’inizio del XV secolo: la loro particolare ubicazione consentiva di dominare i traffici del lago e di predisporre le scorrerie lungo i centri della costa.

Ciò che puntualmente fecero i fratelli Mezzarditi, individui senza scrupoli legati alla famiglia ghibellina dei Rusconi: la leggenda (ma fino a qual punto è leggenda?) racconta che uno dei fratelli, denominato Carmagnola, si sia invaghito di una certa Cristina, bellissima moglie del Podestà di Cannobio; Simoncello, uno dei suoi fratelli, riesce a rapirla, non senza gettare dalla rupe nel lago un innocente frate guardiano; la faccenda risulta però intollerabile per il duca Filippo Maria Visconti che invia sul posto cinquecento uomini che a loro volta sgominano la banda dei Mazzarditi; quattro dei cinque fratelli riescono a fuggire, mentre la bella Cristina viene uccisa. Per vendicarla, i vincitori riserbano al Carmagnola l’identica sorte riservata al frate: lo gettano nel lago dalla rupe.

Abbandonato per oltre un secolo, il castello di Malpaga viene in seguito fortificato di nuovo dal Conte Lodovico Borromeo, al fine di fronteggiare le mire espansionistiche degli Svizzeri.

Frascarolo (Pavia)

Castello di Frascarolo ©www.ecomuseopaesaggiolomellino.it

Le vicende storiche di Frascarolo si identificano con la vita del suo prestigioso castello, uno dei più belli della Lomellina. Edificato durante il dominio dei Visconti, il castello di Frascarolo venne denominato Grande, per distinguerlo da altri due irrimediabilmente distrutti in precedenza. Il castello conserva uno stemma marmoreo che reca l’emblema dei Visconti, il celebre biscione. Dopo le distruzioni dell’inizio del XV secolo, avvenute ad opera di Facino Cane, il castello Grande venne riedificato nel 1512.

Da quel periodo e sino a tutto il XIX secolo, il castello fu oggetto di varie investiture feudali, tra le quali vanno ricordate quelle degli Arborio di Gattinara, di un Casato ungherese, dei Beretta, dei Cairoli e di altri ancora. Nella seconda metà del secolo scorso la rocca e le sue pertinenze passarono in proprietà ai Vochieri, che la detengono tuttora.
Al 1882 risalgono alcuni lavori di restauro diretti dall’architetto Vandone di Vigevano. Nel 1912 il castello di Frascarolo viene riconosciuto monumento nazionale, opera pregevole di arte e di storia. Questo bellissimo castello, eretto lungo il corso del Po, rappresentava una delle opere difensive a protezione del Ducato di Milano dai possibili attacchi dei potenti marchesi del Monferrato, spesso in guerra con i vicini di zona. Un ultimo particolare di un certo pregio del castello è dato dal cortile interno che, nelle sue semplici linee, evoca l’atmosfera mistica di un chiostro.

Diga fortificata di Valeggio sul Mincio (Verona)

Ponte visconteo di Valeggio sul Mincio ©Lucio Rossi

Fra le opere fortificate, la cui consistenza e forma – e la loro stessa ragion d’essere – dipendono dall’elemento acqua, occorre certamente annoverare il complesso fortificato di Valeggio. Essendo ormai escluso dagli studiosi l’uso originario di una diga per il prosciugamento dei laghi di Mantova, è al contrario assai probabile che la stessa dovesse servire per allagare l’invaso morenico attraversato dal fiume Mincio, tra Peschiera e Valeggio.

Si deve infatti a Gian Galeazzo Visconti l’idea di estendere e consolidare la linea difensiva – collegando i fiumi Tione e Tartaro – che si prolungava a comprendere le sacche vallive sino all’Adige. Lo sbarramento, con uno sviluppo longitudinale di 525 metri, fu realizzato con una incamiciatura di ciottoli di fiume.
Il complesso della diga e delle opere militari ad essa connesse; l’imponenza dei manufatti in buona parte ancora integri e l’eccezionale collocazione ambientale, si propongono come uno dei più interessanti esempi di apprestamento difensivo medioevale.

Castello Estense (Ferrara)

Ferrara, il Castello Estense Foto di Filip Filipovic da Pixabay

Il Castello Estense sorge nel centro storico della città: fondato nell’anno 1385 dal marchese Niccolò II, divenne ben presto il centro catalizzatore della vita cittadina, funzione che oggi svolge unitamente al non lontano e bellissimo Duomo. Eretto dagli Estensi quale baluardo contro le sommosse popolari, questa importante dimora divenne col tempo punto di incontro di artisti e poeti fino ad assurgere al ruolo – storicamente riconosciuto – di splendida Corte; ciò che ha contribuito a fare di Ferrara una tra le città più importanti d’Italia sotto il profilo culturale. Le prime fasi storiche e di vita del castello rappresentano una lettura puntuale dell’evoluzione della città. L’architetto capomastro del castello è Bartolino da Novara che, nel decennio seguente la costruzione del Castello Estense, lavorerà anche per i Gonzaga, mettendo mano al castello di San Giorgio in Mantova. All’inizio del 1454 Girolamo da Carpi alza di un piano le mura, eliminando le merlature ghibelline e sopraelevando le torri. Una cortina muraria quadrata, con quattro torri angolari e un cortile interno, caratterizzano il castello.
Nel 1477, con Ercole I° d’Este il castello diviene, grazie ad opportune modifiche, una vera e propria abitazione, sede di una Corte prestigiosa. Nello stesso periodo a Ferrara viene realizzata l’Addizione Erculea, una vera e propria opera urbanistica di indubbio interesse e valore. Il periodo di regno di Alfonso I coincide con la presenza di Ludovico Ariosto a Ferrara, mentre Torquato Tasso sarà in città sotto il regno di Alfonso II. Tra i molti ospiti illustri del castello vanno ricordati: Papa Paolo III Farnese, Michelangelo, Tiziano, Vittoria Colonna, San Carlo Borromeo fino a Calvino, ospite della duchessa Renata di Francia, sposa nel 1528 di Ercole II.
Verso la fine del XVI secolo si registrano alcuni segni di decadenza, aggravati dalle conseguenze di uno spaventoso terremoto (1570); nei due anni seguenti si registreranno oltre duemila scosse telluriche, evento che suggerirà alla Corte di abbandonare il castello. Dopo l’ingresso di Ferrara nello Stato della Chiesa (1598), il castello torna all’antico splendore ospitando papa Clemente VIII e un seguito di millecinquecento persone. Nell’anno 1859 Ferrara entra a far parte del regno d’Italia. Oggi il Castello Estense è la prestigiosa sede del Comune della città.

Testo di Cate Calderini (architetto) – |Riproduzione riservata ©Latitudeslife.com

 

 Le torri costiere di Cagliari: storia dei baluardi che difesero la città da Saraceni e Francesi
Da vistanet.it del 25 aprile 2020

A sx la torre del Poetto

A dx la torre S.Elia

Durante la dominazione spagnola per fronteggiare i ripetuti assalti dei pirati Saraceni venne rafforzato il sistema di controllo delle torri costiere isolane.

Sul promontorio di Capo Sant'Elia vennero edificate nuove torri e furono consolidate le strutture erette durante il periodo della presenza pisana.

Tra il 1282 ed il 1638 ne furono costruite sei: la torre di Sant'Elia, la Turris Muscarum, la torre di Cala Bernat (o de su Perdusemini), quella del Poetto, la torre di Cala Fighera (distrutta) e la torre dei Segnali. Attualmente ne sopravvivono quattro, due delle quali in pessime condizioni (ma sono stati stanziati dei fondi per una serie di lavori).

Durante la dominazione spagnola per fronteggiare i ripetuti assalti dei pirati Saraceni venne rafforzato il sistema di controllo delle torri costiere isolane.

Sul promontorio di Capo Sant’Elia vennero edificate nuove torri e furono consolidate le strutture erette durante il periodo della presenza pisana.

 

A sx la torre del Prezzemolo

A dx la torre de su Perdusemini

Tra il 1282 ed il 1638 ne furono costruite sei: la torre di Sant’Elia, la Turris Muscarum, la torre di Cala Bernat (o de su Perdusemini), quella del Poetto, la torre di Cala Fighera (distrutta) e la torre dei Segnali.

Attualmente ne sopravvivono quattro, due delle quali in pessime condizioni (ma sono stati stanziati dei fondi per una serie di lavori). Fatta eccezione per l’ultima, che rientra nella categoria delle torri da difesa in quanto armate con cannoni, tutte le altre erano delle postazioni di avvistamento sprovviste di artiglieria.

La prima fortificazione sorta sul promontorio cagliaritano fu la Torre di Sant’Elia, cilindrica, edificata nel 1282. La torre pisana, con la sua modesta guarnigione di due uomini, che vi prestavano servizio solo nella buona stagione, fu per tre secoli l’unico presidio del Capo Sant’Elia. Dopo l’attacco barbaresco del 1582, che interessò i villaggi di Quartu, Pirri, Monserrato e Quartucciu, ne furono costruite altre due: la Turris Muscarum (che non esiste più), a Calamosca, e quella di Cala Bernat, identificabile con la Torre de su Perdusemini.

A sx la Sella del Diavolo

A dx la torre dei Segnali

Al 1597 dovrebbe invece risalire la Torre del Poetto posta all’estremità della  Sella del Diavolo per assicurare la sorveglianza della zona delle saline. Quanto alla Torre di Cala Fighera non ne resta più traccia, ma è da ritenere si trovasse sulla dorsale rocciosa di Murr’e Porcu.

Nel 1638 fu edificata la torre di Calamosca (o dei Segnali) che ebbe una funzione importante nel 1793, in occasione dell’attacco francese a Cagliari.

Dopo il ritiro della flotta francese, il timore di un imminente ritorno offensivo  indusse l’Amministrazione delle Torri a realizzare più valide opere di difesa: i forti impiantati a Monte Urpinu, al Margine Rosso e sul Capo Sant’Elia.

 

QUARTA TORRICELLA MASSIMILIANA. IL COMUNE CHIEDE AL DEMANIO DI VALORIZZARLA, COSI’ SARA’ FRUIBILE DALLA CITTA’
Da ufficiostampa.comune.verona.it del 25 aprile 2020

Il Comune ha chiesto che gli venga trasferita la quarta Torricella Massimiliana, la più a nord delle quattro torrette difensive sul colle San Giuliano. Il Demanio, proprietario dell'immobile, sta infatti proseguendo attraverso il federalismo culturale il processo di trasferimento di siti non più utilizzati dallo Stato. Dal canto suo, l'Amministrazione si impegna a valorizzare il bene e renderlo fruibile ai cittadini, evitando così che venga messo in vendita a soggetti privati.
La Torricella Massimiliana si raggiunge percorrendo via San Mattia e proseguendo per via Santa Giuliana, sul pendio del colle che domina la Valpantena. Qui si trova la torre di forma cilindrica, su due piani con copertura a terrazza, all'interno di un'area il cui ambito è di oltre 70 mila metri quadrati.
Si tratta di un'occasione importante con un'opportunità doppia: oltre all'edificio storico, che si trova in discrete condizioni, il sito comprende un'ampia porzione di terreno circostante, attualmente inutilizzata. Un valore aggiunto di cui dovrà tener conto il progetto di riqualificazione che verrà elaborato dagli uffici comunali del settore Unesco, guidati dall'assessore Francesca Toffali. Prima serve però capire quale destinazione urbanistica sia più adatta per valorizzare il sito, considerato il suo valore storico ma anche il contesto paesaggistico in cui si inserisce. Su questo aspetto è già al lavoro l'assessore alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala con i suoi uffici.
L'obiettivo è presentare al Demanio una proposta completa il prima possibile, per pianificare il recupero vero e proprio della fruizione del sistema difensivo di cui la città è ricca.
Il federalismo demaniale culturale (Lgs. 85\2010), prevede infatti la possibilità di concordare fin da subito quale valorizzazione si voglia perseguire per i beni da acquisire, con quali riqualificazioni, salvaguardia e tutele degli stessi. Ciò significa che il Comune, deve esprimere la propria progettualità inserendo aspetti anche gestionali del beni, perché ne sia pianificato un uso razionale e rispettoso che al contempo possa anche permetterne una sostenibile gestione economica. “Per troppi anni si è rivolta l'attenzione ai soli monumenti nel cuore del sito Unesco di Verona - spiega l'assessore Toffali -, la cui indiscussa notorietà a livello nazionale ed internazionale è un vantaggio per tutta la comunità.
L'acquisizione della quarta Torricella Massimiliana è un nuovo tassello per valorizzare dal punto di vista storico, culturale e ambientale, l'immenso patrimonio dei siti fortificati veronesi, che va dai forti ai bastioni, ai valli e alle mura. Stiamo cogliendo una straordinaria opportunità per fare conoscere alla città il patrimonio diffuso sul territorio. La cortina difensiva esterna della Città, per esempio, potrebbe essere un nuovo perimetro allargato del sito Unesco di Verona, una zona di rispetto e tutela del sito vero e proprio contenuto dalle mura.
Auspichiamo tutti che Verona ritorni ad essere affollata di giorno e di notte da cittadini e turisti come qualche mese fa. E in questa prospettiva prepariamo una città letteralmente più grande, che tiene conto dello spazio come ricchezza da valorizzare anche in ambito turistico”.
“Ci siamo confrontati con gli uffici del Demanio – afferma l'assessore alla Pianificazione Urbanistica Ilaria Segala –, manifestando l'interesse dell'Amministrazione nell'acquisire il sito e valorizzarlo, evitando in tal senso che possa essere messo in vendita come previsto dalla legge di bilancio 2019. Ora si tratta di individuare insieme alla Soprintendenza le destinazioni d'uso compatibili con l'immobile monumentale, che tengano conto della necessità di garantire accessibilità e fruizione del bene da parte della comunità. Elementi, questi, imprescindibili nella riqualificazione, visto il gradimento dimostrato dai cittadini nelle numerose iniziative avviate dall'Amministrazione per coinvolgere i cittadini in questa ricchezza che appartiene anche loro. Dalle visite ai forti e ai siti militari, tra cui la quarta Torricella, alla consultazione pubblica 'Verona fortificata' che ha avuto più di 200 riscontri. Segno di un grande interesse da parte della cittadinanza che può diventare valore aggiunto per la gestione del sito dopo la riqualificazione. Lavoriamo ora per elaborare il progetto di riqualificazione urbanistica; in parallelo, gli uffici comunali Unesco si concentreranno sulla proposta di federalismo”.

La Torricella nella mappa del Demanio

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello di Toritto
Da lavocedimaruggio.it del 24 aprile 2020

Incerte sono le notizie relative alla fondazione del Castello di Toritto, infatti mancano studi specifici in merito e pertanto è possibile procedere solo per ipotesi. Alcune testimonianze relative alla sua esistenza risalgono al 1167.
Nel complesso castellare rientrano una Torre Normanna, nel 1939 dichiarata Monumento Nazionale, ed una Torre Rotonda, attualmente inglobata in una costruzione più recente, risalenti rispettivamente al XI e X secolo, cui si aggiungono altri corpi di fabbrica posteriori, tra cui un’altra torre merlata, costruiti fra i secoli XV e XVI.

E’ probabile che il complesso sia stato edificato dove un tempo sorgeva l’acropoli peuceta. Sino al XIV secolo il fortilizio conservava le sue funzioni militari difensive mentre nel XVI secolo venne adibito a residenza signorile e munito di stalle, cisterne, magazzini ed abitazioni per la servitù. Verso la fine del XVI secolo sono attestati dei lavori di ampliamento della struttura ad opera di Orazio Della Tolfa – Frangipane Duca di Toritto e Grumo, mentre ulteriori interventi risalgono al 1751 su iniziativa del Duca Caravita.
L’ingresso alla struttura avviene attraverso un ponte in pietra che supera il fossato, probabilmente in sostituzione di uno originale ligneo. Il ponte presenta sui due lati due sculture leonine di epoca medievale in granito. Attualmente la struttura appartiene a diversi privati con l’eccezione della Torre Normanna.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Un paradiso distrutto dalle bombe, il Salto di Quirra un altro Vietnam
Da unionesarda.it del 24 aprile 2020

Un'esercitazione (Archivio L'Unione Sarda - Loi)

Perdasdefogu: ecco le prove di come il poligono ogliastrino è diventato una discarica per missili e napalm

Non è un caso che Emilio Lussu abbia ambientato qui, in questi anfratti selvaggi di natura inesplorata, nelle terre più segrete e povere della Sardegna, il suo mitologico racconto sul Cinghiale del Diavolo, bianco e irraggiungibile. Quel venticello venuto da sud che cancellava le tracce inconfondibili del passaggio di quella imprendibile furia era per i cacciatori di Armungia lo Spirito Maligno di Monte Cardiga. Un paradiso terrestre, sedotto e devastato, abbandonato alla malasorte del silenzio.

L'incontro misterioso

L'appuntamento al capolinea, poco prima della stradina che da Perdasdefogu ti immette in quei viottoli negati persino dal satellite, è con un signore che si dice militare, aeronautica per la precisione. I fari della sua Panda sono in posizione di riposo. Attendono un cenno, come d'intesa. Ti aspetti un uomo con lo sguardo forgiato nelle patrie caserme, e invece ti ritrovi un padre di famiglia. Canuto quanto basta per aver posato almeno un piede oltre la soglia dei sessanta. Pacato nei modi, sincero nello sguardo. Non ha molto tempo. Ha fretta di sgranare come un rosario la memoria della sua vita.

Non sono venuto solo, accenna. Con me ho portato un mio compagno di sventura. Sguardo rotante, nessuno si intravede. Precisa: è venuto con l'anima, con il pensiero. Mi ha detto di raccontare tutto e di consegnare tutti i documenti che abbiamo.
Il nodo in gola diventa scorsoio. I suoi occhi si fanno lucidi. Racconta: in realtà non sapevamo cosa ci facevano fare. Dirò tutto, dai nomi alle mansioni di ognuno. La nostra coscienza ci impone di parlare. Molti di noi sono stati interrogati. Abbiamo fornito dettagli, particolari, episodi di ogni giorno in quell'inferno. Ora abbiamo paura. Di quel processo (quello di Quirra) ci hanno detto che non se ne farà niente. Il dramma incede nelle sue poche sillabe. Ho il dovere di parlare. Chiedo solo di proteggere la mia identità, per la mia famiglia.

Tra natura e armi

Per raccontare certe storie, però, non bastano commozione e lacrime, come quelle che si affacciano sul proscenio di Monte Cardiga. Siamo in Sardegna, tra Escalaplano, Perdasdefogu e Villaputzu, cuore pulsante dell'industria delle armi e dei bombardamenti di Stato e della Nato. Non si arrende, il maresciallo in pensione. Ho le prove di quello che ci facevano fare. Domanda: bastano le fotografie delle esplosioni ciclopiche che si elevavano come bombe atomiche sopra le nostre teste e i vicini centri abitati? Silenzio. Incredulità. Racconti che appaiono surreali, suggestioni. Poi, però, la chiave di volta è nella prova documentale, quella che inchioda. Sprona l'interlocutore a credergli, si rivolge allo Spirito Maligno perché non spazzi via ancora una volta la verità. Abbiamo i fotogrammi di quello che ci facevano fare. I dispacci delle convocazioni. I percorsi, i pernottamenti nella locanda di Jerzu. Abbiamo tutto.
Avvolte nel cellophane ci sono le sequenze di quei giorni, dal 1990 al 2010, vissuti nel cuore dell'opera devastatrice di un territorio che soffre povertà e abbandono, in nome e per conto dell'interesse superiore, sempre quello degli altri. Per anni si era sentito parlare di questi fantomatici brillamenti, esercitazioni, come amavano definirle i vertici militari. Nessuno, però, le aveva mai immortalate da vicino. Tanto vicino da poterle impressionare in un negativo. E ora, invece, quei fotogrammi sono scolpiti nello sconcerto, dinanzi a quelle nubi cariche di ogni maledizione che per decenni si sono posate, peggio dello Spirito Maligno, sulle teste di bambini e adulti, pastori e militari.

Le prove del disastro

Sono le prove regina di quelle maledette esercitazioni-smaltimento che dovevano restare per sempre segrete e inviolabili dentro il filo spinato di Quirra, il Salto di Quirra, il poligono di Perdasdefogu. Una pagina buia nel libro nero del ministero della Difesa e delle servitù militari in Sardegna. E, invece, ora si affacciano dirompenti nel proscenio di una verità offesa, in una terra baciata dal Creato e divelta dall'uomo. Si aprono gli scrigni di Stato. I documenti che pubblichiamo sono la prova di come la Sardegna è stata violentata come se non ci fosse un domani. Le carte arrivano dai caveau della Base militare di Perdasdefogu.
Una Ritmo verdolina, con targa dell'aeronautica militare, fa da battistrada negli impervi cunicoli di Monte Cardiga, dove le poste di caccia grossa rendevano ardua ogni battuta al cinghiale. Seguono due campagnole, un camion gigante con a bordo due contenitori M409 per W/H. Tradotto, war head , testate di guerra. Seguono un camion gru e un Ducato con pochi uomini per l'operazione segreta. La missione è scritta in un dispaccio del comando della Prima Brigata aerea dell'aeronautica: verificare la fattibilità della distruzione, mediante esplosione, delle testate di guerra dei missili T45 Nike. I missili bomba dell'americana Hercules, quelli piazzati dalla Nato come scudo aereo in Occidente, capaci di colpire un bersaglio a 30 chilometri dal suolo, con una gittata di 140 chilometri. Gli americani ne hanno prodotto di due tipi, uno con la testata di guerra convenzionale e uno con quella nucleare. Nelle scoscese stradine si inerpicano due testate convenzionali: T- 45 HE da 502 chilogrammi, 270 chili di esplosivo a frammentazione HBX-6 M17.

Ordini di servizio

La missiva riporta confessioni sincere quanto disarmanti: «Il continuo accantonamento presso gli arsenali dell'aeronautica militare di materiale esplosivo relativo al sistema Nike sia perché scartato da modifica che inefficiente ha indotto a studiare una soluzione che ne permettesse la distruzione». Dove, se non in Sardegna? Il 4 marzo del 1994 - raccontano i documenti tenuti segreti - è il giorno prescelto per la prova. La colonna marciante sotto scorta armata, dopo un'ora e mezza di tormentato viaggio in strade malsane, raggiunge il luogo prescelto. Non servirà l'escavatore, che pure avevano portato al seguito. Si opta per la soluzione naturale : un canalone roccioso che il comandante in capo ha l'ardire di definire «già esistente e idoneo all'uso». Come se i canaloni di Monte Cardiga non fossero le vie di fuga dei cinghiali, ma invece luoghi "idonei" a micidiali esplosioni da guerra atlantica. La testata di guerra viene adagiata sul fondo del canalone.
Un insieme di micce a lenta combustione, dieci chilogrammi di esplosivo Tnt e diversi detonatori faranno il resto. Dopo 13 minuti il boato. La fine del mondo. Un'esplosione devastante che si infrange con il sommovimento tellurico sulle pareti rocciose di quel pertugio in mezzo ai monti cari a Lussu.

Missione compiuta

Le conclusioni sono nero su bianco: «Il positivo svolgimento dell'operazione ha confermato la possibilità di distruggere con le stesse modalità e nello stesso luogo altre 41 testate di guerra dei missili Nike». Oltre 11mila chili di esplosivo. Una catastrofe ambientale senza precedenti, nascosta e fuorilegge. La discarica Sardegna è un ricettacolo universale, Quirra il luogo prescelto. Ogni arsenale d'Italia, Nato compresa, che deve smaltire bombe, missili, munizioni, nuove o vecchie, sa che le può spedire in Sardegna. Da Vizzini, arsenale aereo, non si disdegna la cloaca esplosiva della Sardegna. Anzi, migliaia di tonnellate di ogni genere di esplosivi lasciano il suolo siculo, raggiungono Livorno, vengono imbarcate su navi dedicate, arrivano a Olbia e poi via dritte a Serrenti, arsenale predistruzione, prima dell'invio a Perdas per il giorno prescelto. Un dispaccio archiviato con il lucchetto delle cose che non si devono sapere racconta un fatto agghiacciante. Cinquanta fusti di Napalm, il micidiale veleno usato dagli americani in Vietnam, devono essere smaltiti. Nelle intercettazioni telefoniche della procura di Lanusei si scoprirà che arriveranno in Sardegna. E poi l'ultimo sconvolgente fatto inedito. È il 18 giugno 1999. Zona torri, il punto più alto del poligono, dove prima si lanciavano missili e razzi. Le ruspe hanno scavato a fondo per l'ennesimo carico da smaltire. Buche di 40 metri di lunghezza e 20 di larghezza, una decina di profondità. E dentro, 120 cariche per Napalm. Come se niente fosse, insieme a 476.317 cartucce e 38 testate di guerra AIM-9B.

Lo stupro reiterato

Tutto questo per almeno trent'anni, sino ai giorni nostri. L'ultimo verbale venuto alla luce è del 1° febbraio 2008. Una montagna di bombe da distruggere nella zona Torri: 64 bombe LBR500, 7988 bombe a mano, 35 bombe MK82, quattro bombe MK 83. Ora in quell'altopiano dove prima sorgeva il sole c'è il deserto. Non cresce più niente. Il lentischio ha ceduto i suoi spazi alla terra abrasa, ridotta a suolo lunare. Polvere e inquinamento. Letale, come quelle nubi cariche di
nanoparticelle sospinte ovunque dal vento di Sardegna. E la colpa non è dello Spirito Maligno del Cinghiale del Diavolo. Mauro Pili (giornalista)

 

25 aprile 2020, il bunker di piazza Grandi a Milano apre per un tour virtuale. Il ricordo di chi ci è stato durante la Seconda Guerra Mondiale: “Quegli attimi non posso dimenticarli”
Da ilfattoquotidiano.it del 24 aprile 2020

Il cimelio in cemento armato, se così vogliamo chiamarlo, riaprì al pubblico dopo ottant’anni d’oblio nel 2017: “Progettato dall’Ufficio Tecnico del Comune di Milano, fu concluso nel 1936, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. È il 56esimo di 135 rifugi pubblici. Parliamo di un labirinto di 250 metri quadri, suddiviso in 24 stanze. Poté dare ricovero fino a 450 persone”

Di Sara Cariglia

Galleggia placido a tre metri sottoterra nel tempo dei ricordi, ad un tuffo dalla granitica fontana di pietra opalina che sovrasta l’omonima piazza e dal cui torrione zampilla impetuosa la cascata d’acqua che cela la canna d’areazione del manufatto sottostante: “Stiamo aprendo le porte, sia pur in remoto, dell’unico a oggi visitabile, rifugio antiaereo pubblico di Milano, il bunker di piazza Grandi. Ieri luogo di salvezza, oggi luogo di memoria”. È la sintesi poetica in diretta streaming di Neiade Tour&Events, realtà milanese specializzata nella promozione dell’arte e della cultura. Una voce esperta spezza l’intraducibile silenzio portato a galla dalle visite che rientrano tra gli appuntamenti on-line che celebrano il 25 aprile 2020: “A oggi la lista d’attesa ammonta a quasi 3mila contatti ed è un bene che sia così: un libro di pietra non può cadere nel pozzo della storia, né tantomeno sbiadire nella banalità del passato, perché se guardare avanti è un obbligo, scrutare all’indietro è una necessità”.
Il cimelio in cemento armato, se così vogliamo chiamarlo, riaprì al pubblico dopo ottant’anni d’oblio nel 2017: “Progettato dall’Ufficio Tecnico del Comune di Milano, fu concluso nel 1936, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. È il 56esimo di 135 rifugi pubblici. Parliamo di un labirinto di 250 metri quadri, suddiviso in 24 stanze. Poté dare ricovero fino a 450 persone”.
Al suo interno non è stato lasciato niente, poiché niente c’era. Solo una panchina in simbolo d’attesa. Dunque un posto integro ma spoglio. Forse perché la conservazione della memoria non deve essere né alterata né musealizzata, casomai solo fatta parlare. E se le mura di questo bunker potessero urlare! Alle volte lo fanno per davvero, quando a rompere il muro del silenzio sono gli stessi testimoni di guerra: “L’ultima volta che misi piede in quel ‘covo’ era il 1940, l’anno in cui Milano ricevette il battessimo di fuoco. Avevo cinque anni, oggi ne ho ottantacinque. Malgrado ciò, quei tragici attimi nei quali si sperava che il fischio sordo di una bomba non preannunciasse la propria morte, non posso proprio dimenticarli” racconta Mario Bossi, intanto che apre le cataratte dell’inferno. “Il peggio arrivò nel ’42, quando gli inglesi iniziarono a sferrare i primi attacchi diurni. Ne fui vittima anch’io. Stavo passeggiavo con mio padre nei pressi di una delle botole d’entrata, quando a un tratto udimmo un boato fortissimo. La terra oscillava percettibilmente. Erano stormi da caccia, scorrazzavano in cielo mitragliando a più non posso” prosegue il signor Bossi “Pensai: non è così terribile morire. Grazie a Dio al nostro posto trivellarono un pilone della luce. Davanti a quel palo ci sono passato davanti tutti i giorni per circa vent’anni”.


A distrarre il silenzioso rumore del passato è anche la flebile voce di Carla Carolina Cresta Vecchi, una nonnina di 88 anni, orfana di madre dall’età di due anni. In piena pandemia da Covid la signora dai capelli argento desidera raccontare la sua Milano ai milanesi: “In tempo di guerra vivevo a un soffio dal bunker e anche se nel suo ventre non mi ci rifugiai mai, vidi cose che mi fecero tremare il cuore. L’inverno del ’42 poi, fu tremendo”. Donna Carolina allude al trauma delle cantine e al rischio di riemanarvici sepolti: “Papà mi aveva promesso un paio di scarpine nuove, stavo provandole quando a un tratto fummo scossi da un groviglio bollente di onde d’urto. Volammo dritti nello scantinato del negozio. Le signore urlavano, le vecchie pregavano, i bambini piangevano. Quando uscimmo le case erano crollate. Corremmo disperati verso casa, e nel mentre papà mi disse una cosa che non dimenticherò mai: la tua mamma ti ha protetto dal cielo. Aveva ragione, se non mi avessero spostato nell’altro ricovero sarei morta”. I due rincasarono allo scoccare della mezzanotte:
“L’abitazione era in piedi ma i vetri erano caduti. Ricordo il nonno e la zia con la testa appoggiata al tavolo. Pensavano che fossimo morti.
Abbracciarli è stato come ritrovare una persona che si pensa scomparsa”.
A uscirne con le ossa rotte fu anche la città della Madunina: “La sua Passione terminò tra il 15 e il 16 agosto del ‘43. Era notte, ma Milano era illuminata a giorno in preda a un cataclisma inumano. Qualche demone voleva che ardesse. Le piazze e le vie, ostruite da palazzi, erano arate come campi. Al centro della scena decine e decine di bombe incendiarie piovevano dal cielo come esagoni di fuoco e si fiondavano nelle abitazioni sventrate liberando fiammate di 2.500 gradi” spiega Sebastiano Parisi, libero ricercatore, recatosi presso gli Archivi Nazionali di Londra per studiare le strategie militari inglesi, documentate con dovizia di particolari nel suo ultimo libro Milano sotto le bombe. “Il Bomber Command non sarebbe più tornato ma tutto ormai era ridotto a fumo, morti e macerie. Eccezion fatta per il rifugio in questione: insieme ad altri, fu sigillato, abbandonato e dimenticato fino all’alba di un nuovo secolo” conclude lo scrittore dalla penna sagace.

 

«No alla cabina elettrica a ridosso del Forte di San Nicolò»
Da veneziatoday.it del 24 aprile 2020

Ex caserma Guglielmo Pepe del Lido, archivio

Italia Nostra: «D'accordo se serve per gli autobus elettrici, ma crediamo si possa trovare un'alternativa. Quell'area è parte del patrimonio storico e ambientale di Venezia»

Italia Nostra, come l'Istituto italiano dei Castelli, dice «No» alla realizzazione di una cabina elettrica, da parte di e-distribuzione, a ridosso delle mura cinquecentesche del Forte di San Nicolò del Lido. «L’area - ora di proprietà del Comune, prima demaniale - comprendente anche la caserma Guglielmo Pepe, per cui temiamo una eventuale destinazione alberghiera - scrive Italia Nostra - costituisce preziosa testimonianza della storia militare veneziana, che deve essere valorizzata nel pieno rispetto delle sue importanti valenze storiche e ambientali».
La cabina verrebbe installata per l'elettrificazione dei futuri autobus. «Vanno benissimo - commenta  Cristina Romieri della sezione veneziana di Italia Nostra - Ma può essere trovata soluzione alternativa, non proprio vicino ai bastioni». Si tratta, spiega l'associazione dell’unico tratto superstite delle mura del Forte, testimonianza di cortina muraria tardo medievale-rinascimentale, rara nel nostro Comune. A tutti i veneziani è nota la presenza dei “Do Casteli” (San Nicolò e Sant’Andrea), celebrati anche nel canto popolare Peregrinazioni lagunari. «Non crediamo difficile trovare un'alternativa per il posizionamento della cabina che salvaguardi l’interezza della veduta e della fruizione delle mura».
La proposta di deliberazione per la cabina, in discussione alla VII commissione del Consiglio comunale, prevede la vendita di una porzione dell’ex campo di addestramento del reggimento Lagunari Serenissima di San Nicolò del Lido alla ditta e- istribuzione, allo scopo di realizzare una cabina elettrica, con il posizionamento del relativo trasformatore. «Essendo Venezia completamente priva di mura - scrive Andrea Grigoletto dell'Istituto italiano dei Castelli - ed essendo rimasti solo lacerti delle mura del Castelnuovo di Mestre, si tratta degli ultimi cimeli. Esempi notevoli si possono trovare a Chioggia, nel Forte San Felice, ma fuori del territorio comunale».
Il 15 aprile scorso, in occasione dell'ultima commissione sulla proposta di delibera, Grigoletto aveva anche denunciato l’impossibilità di parteciparvi, in quanto convocata in via telematica e riservata ai consiglieri comunali. Problema, l'ultimo, a cui è stato posto rimedio perché commissioni e consigli saranno trasmessi in streaming dalla settimana prossima.

Cenni storici

La zona in questione è una delle più importanti aree strategiche fortificate europee che comprende tutta la parte settentrionale dell’isola di Lido, all’interno della quale insistono numerosi edifici militari. Fin dal 1100 si ha testimonianza a San Nicolò di Lido di una torre la cui costruzione pare edificata su precedenti strutture militari, e la cui funzione si associava probabilmente ad un uso a faro, posto a segnalare l’ingresso del porto.

Nel dodicesimo secolo è anche già testimoniata, nella stessa area, la presenza di una fortezza che comunemente assume il nome di “Castelvecchio” da quando, nel XV secolo, nell’isola di Sant'Andrea si iniziò la costruzione del “Castelnuovo”, destinato ad assumere le forme attuali per opera del Sanmicheli nel corso del ‘500. Il luogo attorno al “Castelvecchio”, destinato sempre a funzioni militari, muterà ripetutamente aspetto nel corso dei secoli.

Tra il 1591 e il 1595 viene costruito al suo interno il Quartier Grande dei soldati (in seguito ribattezzato Caserma Guglielmo Pepe) per accogliere le milizie da mar della Serenissima.

 

Rocca Calascio, magica fortezza dell’Italia centrale
Da rivistanatura.com del 24 aprile 2020

A.Rocca Calascio, la magica fortezza dell’Italia centrale, arrivai durante un viaggio in moto alla scoperta dell’Abruzzo, in compagnia di amici. Era due anni prima del drammatico terremoto del 2009. In Hotel a L’Aquila, sfogliando distrattamente un libro di foto nella hall, m’imbattei in un’immagine che mi rubò gli occhi e il cuore. Una chiesa e i resti di un castello, ammantati di neve, posti sulla vetta di una montagna.

Il paesaggio suggestivo di Rocca Calascio (foto di Cesare De Ambrosis)

Chiesi notizie di quel posto e quando mi dissero che non era lontano da lì, cambiai immediatamente il programma del viaggio. Il giorno successivo eravamo al cospetto della mitica Rocca Calascio. Se la foto del libro era notevole, la realtà non appariva certamente da meno, anche senza la neve!

Il castello in cima al mondo

Rocca Calascio è considerato uno dei castelli più alti d’Italia. È, infatti, posto a 1460 metri s.l.m. ai margini del vastissimo altipiano di Campo Imperatore (https://rivistanatura.com/gran-sasso-natura-e-castelli-da-film/), nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, in provincia di L’Aquila.
Si attribuisce la sua fondazione intorno al 1140 ad opera di Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno e primo re di Sicilia. Esiste un primo documento datato 1239, che nomina questa rocca, ma bisogna arrivare al 1380 per trovare un attestato che certifica la sua esistenza.
Il castello faceva parte di un sistema di fortificazioni a scopo difensivo e di controllo sulla transumanza nel bacino pastorale di Campo Imperatore.

Fino al 1806, anno in cui fu abolita la feudalità, Rocca Calascio faceva parte della Baronia di Carapelle insieme agli attigui paesi di Calascio, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.
La struttura attuale, con cinta muraria in ciottolame e quattro torri di forma cilindrica dalla merlatura ghibellina, risale all’anno 1463, quando la rocca era sotto il controllo della famiglia Piccolomini. Nel 1703 un violento terremoto distrusse il paesino sottostante e provocò la rovina del castello. Soltanto una parte del borgo medievale fu successivamente ricostruita e la maggior parte della popolazione si spostò nella vicina Calascio.

Set di grandi film

L’imponente sagoma del Castello di Rocca Calascio (foto Cesare De Ambrosis).

Tra il 1985 e il 1986, questo iconico castello fu usato come ambientazione di due film cult: Ladyhawke e Il Nome della Rosa, che lo riportarono in grande auge tanto da essere messo in sicurezza e ristrutturato.
Analogamente parte del borgo medievale riprese vita con l’apertura di alcune strutture ricettive e vi giunsero diversi stranieri per comprare e ristrutturare parte delle abitazioni in rovina.
Il terremoto del 2009 che distrusse l’Aquila non provocò particolari danni alla Rocca che comunque rimase chiusa al pubblico per un paio di anni.

Santa Maria della Pietà

Ai piedi della magica fortezza di Rocca Calascio si erge, in totale solitudine, una splendida chiesa di forma ottagonale costruita nel 1596, probabilmente sui resti di una precedente edicola rinascimentale. Conosciuta come chiesa di Santa Maria della Pietà si staglia elegante e maestosa con la sua bianca mole in stile rinascimentale, mentre il portale e altre aggiunte sono barocche.

L’immensità disabitata

La chiesa di Santa Maria della Pietà (foto Cesare De Ambrosis)

L’accostamento tra sacro e profano di questi due elementi architettonici, così stilisticamente diversi, ma vicini uno all’altro, offre un quadro irreale, esaltato dall’immensità disabitata dell’ambiente circostante. Intorno un mare d’erba mossa dal vento e, come sfondo, le rocciose cime di montagne lontane.

Le vette del Gran Sasso, quelle della Maiella fino ai monti Sirente e Velino. Non una casa, sparuti gli alberi, un silenzio assoluto. Poi, affacciandosi dall’orlo della vetta, ecco che il mondo abituale torna protagonista.

Nell’immenso paesaggio dei campi coltivati appaiono sagome di campanili e case, borghi e cascinali, si percepiscono i rumori delle lontane attività umane, che giungono ovattati. Ripartendo da Rocca Calascio consiglio di passare da Santo Stefano di Sessanio, paesino che merita una visita, e da lì percorrere la stradina che sale verso Campo Imperatore, collegata alla Strada Statale 17bis. Potrete ammirare l’altipiano in tutto il suo splendore!

 

Ritrovato il progetto di una base militare sotterranea nel Lago di Varano
Da amaraterramia.it del 23 aprile 2020

Il Gargano e il suo ruolo strategico per il controllo del medio Adriatico ai principi della Guerra Fredda

di Domenico Sergio Antonacci e Andrea Giuliano

Figura 1 Pianta della base in caverna per motosiluranti al Lago di Varano

Quella che state per leggere è una storia complessa, dalle mille sfaccettature, una storia di segreti, intrecci, la storia di un paese, l’Italia, al principio del secondo dopoguerra.
Aldilà del sensazionalismo che questa nuova scoperta potrà suscitare a livello locale, non la si può comprendere appieno senza inquadrare i fatti tra gli anni 1946 e 1948. Prendetevi il vostro tempo, dunque. Buona lettura.

Conferenza di Pace di Parigi, ottobre del 1946, nonostante l’Italia si fosse schierata con gli Alleati a partire dal settembre ’43, dai lavori di stesura del Trattato risulta evidente che le condizioni imposte per la pace saranno molto severe. Pochi mesi dopo, siamo già nel ’47, per l’Italia arriva un caldo febbraio:
• 2 febbraio: nasce il Governo De Gasperi III dopo la scissione del Partito Socialista Italiano che provocò la caduta del Governo De Gasperi II;
• 4 febbraio: con un Decreto Legislativo il Ministero della Guerra, il Ministero dell'Aeronautica ed il Ministero della Marina Militare vengono accorpati nel Ministero della Difesa;
• 10 febbraio: viene firmato il Trattato di Pace di Parigi (entrerà in vigore il 15 settembre).

Ministro della Difesa è Luigi Gasparotto, già deputato nel 1913, nel 1919 e nel 1921, poi Ministro della Guerra fino al 1922 e ancora deputato nel 1924.
Non aderì mai pienamente al Fascismo e lo dimostra il suo ritiro dalla vita politica nel 1928. La nuova Italia da ricostruirsi si affida nuovamente a lui nel 1945 con vari incarichi fino a quello di  Ministro della Difesa che manterrà fino al maggio 1947, ma torniamo al Trattato di Pace.

Figura 3 Alcune MAS italiane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il Trattato di Pace di Parigi

La firma del Trattato porta un’aria di sconforto sull’Italia. Un trattato duro che attribuiva sì all’Italia la responsabilità di aver intrapreso una guerra di aggressione, essendo la principale alleata della Germania nazista, ma riconosceva anche la cobelligeranza con gli Alleati seguita all’Armistizio dell’8 settembre 1943. Questo riconoscimento non rese più morbide le condizioni del Trattato di Pace ma servì per poter gettare le basi di relazioni amichevoli con i Paesi firmatari. Si chiudeva definitivamente il periodo di transizione tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il reinserimento nel contesto occidentale.

Questioni territoriali

Si affrontano le questioni territoriali, le quali prevedono che l’Italia perda tutte le colonie ottenute durante il regime fascista, il Dodecaneso, alcune piccole porzioni di territorio a favore della Francia e, soprattutto, perda la sovranità su Istria, Dalmazia e Trieste, con quest’ultima che diventa Territorio Libero di Trieste, sotto amministrazione di Jugoslavia e Regno Unito (Governo Militare Alleato).
La situazione nella regione istriana è tesa con disordini e proteste italiane culminate con in occasione l’uccisione a Pola del generale inglese Robin De Winton, comandante delle truppe britanniche, da parte della maestra Maria Pasquinelli all’indomani della firma del Trattato.

Figura 7 Immagine a volo d'uccello da Google Earth, con overlay della planimetria della base sotterranea

Questioni militari

L’altra, grande, questione che viene affrontata durante la stesura del Trattato di Pace è l’apparato militare italiano.
La domanda di fondo, specialmente dei delegati britannici, è: come fare per evitare nuove possibili velleità espansionistiche dell’Italia?
L'armistizio del settembre ’43, in realtà, già prevedeva tra le condizioni la consegna della flotta italiana agli Alleati ma gli Stati Uniti non scorgono nell’Italia una minaccia, specie alla luce della distruzione subita dalla flotta e dall’Italia stessa durante la guerra: infrastrutture e installazioni in gran parte inutilizzabili, porti minati o ingombri di relitti affondati, navi da riparare. Alla fine, però, prevale una linea intermedia tra quella statunitense e quella britannica, la quale premeva per una messa in sicurezza dell’Italia.
Si decide, dunque, un disarmo limitato alle Forze Armate italiane, delle quali la più penalizzata risulta essere la Marina Militare, in virtù dell’importanza che poteva avere nel caso di politiche espansionistiche nel Mediterraneo. Regno Unito, Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Grecia, Albania e Jugoslavia si dividono le navi italiane.
Vengono imposte altre restrizioni di carattere militare:
- Divieto di possedere, costruire o sperimentare armi atomiche, proiettili ad autopropulsione con i relativi dispositivi di lancio, cannoni con gittate superiori ai 30 km, mine e siluri provvisti di congegni di attivazione ad influenza.
- Divieto di costruire, acquistare o sostituire navi da guerra, sperimentare unità portaerei, naviglio subacqueo, motosiluranti e mezzi d'assalto di qualsiasi tipo.
- Divieto di mettere in opera installazioni militari nelle isole di Pantelleria, di Pianosa e nell'arcipelago delle Pelagie.

La firma del trattato di pace, costituisce un duro colpo per l'appena costituita Marina Militare, non tanto per la cessione di naviglio in condizioni di efficienza precarie, quanto per i significati morali negativi che essa racchiudeva, al punto da far emergere dubbi sull'opportunità o meno di ratificare il Trattato o addirittura di auto-affondare le navi, tanto che l'ammiraglio Raffaele De Courten rassegna le dimissioni prima della ratifica dello stesso.Durante i lavori dell'Assemblea Costituente nel 1947, il filosofo Benedetto Croce, nel suo discorso contro la ratifica del trattato di pace da parte dell'Italia, rivolgendosi idealmente alle potenze vincitrici ricordò la consegna della flotta: “Così all'Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l'esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa. Ricordare che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all'ordine del re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra”.

Gli umori italiani si colgono bene in questo video dell’Istituto Luce relativo alla cessione di due corazzate: www.youtube.com/watch?v=PpGNKuSTyC4 All’Italia restano 46 navi contro le 105 attive alla fine della guerra.

Figura 10 Isola Pelagosa fotografata dall'aviere "di San Nicola Imbuti" da Carlo Magnini, anno 1917 (su gentile concessione di Giuliano Parviero)

Il contesto geopolitico post-bellico: verso la Guerra Fredda

Verso gli ultimi anni della Guerra gli Stati Uniti sviluppano l’idea di dare forma al mondo del dopoguerra, aprendo i mercati mondiali al commercio capitalista, con un'Europa capitalista ricostruita che poteva di nuovo servire come fulcro degli affari mondiali e creando una nuova organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, che non avrebbe dovuto ripetere gli errori della Società delle Nazioni.
Nel progetto del Presidente USA Roosevelt, le quattro potenze (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Cina) avrebbero gestito l'ordine mondiale insieme, godendo del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La morte di Roosevelt, però, segna di fatto la fine dei suoi progetti, già erano messi in pericolo da fattori internazionali come l'atteggiamento di Stalin e la guerra civile in Cina.
Il primo atto della nuova amministrazione Truman la dice tutta sul nuovo corso: vengono lanciate due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Truman persegue una politica di potenza, resa possibile dal fatto che il paese produceva la metà dei beni industriali mondiali e una forza militare che aveva il monopolio della bomba atomica. Intanto la rottura dell'alleanza continuava a procedere. Il periodo immediatamente successivo al 1945 è il punto più alto nella popolarità dell'ideologia comunista a livello mondiale. I partiti comunisti ottengono importanti risultati nelle elezioni libere di nazioni come Belgio, Francia, Italia, Cecoslovacchia, e Finlandia e conquistano un significativo supporto popolare in Vietnam, India, Giappone, in tutta l'America Latina oltre che in Cina, Grecia, e Iran, dove le elezioni libere sono assenti o limitate ma dove i partiti comunisti godono di un fascino diffuso. Gran Bretagna e Stati Uniti erano preoccupati che una vittoria politica dei comunisti nelle nazioni europee potesse portare a un assorbimento sovietico analogo a quello dell'Europa orientale. La frattura si inasprisce quando l'Unione Sovietica si rifiuta di partecipare alle nuove istituzioni economiche internazionali create su proposta di John Maynard Keynes, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, a causa della loro ideologia capitalista.

La miccia

Nel 1947 il presidente americano Harry Truman si sente oltraggiato dalla resistenza dell'Unione Sovietica alle richieste statunitensi relative all'Iran, alla Turchia e alla Grecia, nonché dal rifiuto del piano Baruch sulle armi nucleari (che prevedeva la formazione di un'organizzazione internazionale che regolasse l'energia atomica) temendo che il patto tutelasse esclusivamente il monopolio nucleare americano.
L’11 marzo del 1947 Truman enuncia la sua dottrina contro l'espansionismo sovietico nel mondo e contro la partecipazione dei comunisti nei governi occidentali, il cosiddetto “containment”: gli Stati Uniti decidono di spendere 400 milioni di dollari per "contenere" il comunismo. Scende sul mondo la cosiddetta Guerra Fredda, destinata a durare mezzo secolo.

Figura 13 Ricostruzione su ortofoto Google Earth.

Il Piano Marshall

Nel giugno 1947, in accordo con la Dottrina Truman, gli Stati Uniti promulgarono il Piano Marshall, un programma di assistenza economica per tutti i paesi europei disposti a partecipare, inclusa l'Unione Sovietica.
Il piano, a partire dal 1948, inietterà 13 miliardi di dollari del tempo (equivalenti a 189,39 miliardi di dollari del 2016) in Europa per ricostruire un’economia distrutta dalla guerra. La ricostruzione economica avrebbe creato un'obbligazione clientelistica da parte delle nazioni che ricevevano l'aiuto statunitense; questo senso di impegno dovuto incoraggiò la volontà a entrare in alleanza militare e, cosa ancor più importante, in alleanza politica.
Ma l’Unione Sovietica, ancora una volta, non accetta le condizioni del Piano per non sottostare all’egemonia americana.
A luglio del ’47 Truman firma il National Security Act del 1947 creando così il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America, la Central Intelligence Agency (CIA) e il National Security Council (NSC), i principali enti per la politica internazionale statunitense nella Guerra Fredda.

Il Cominform russo

In tutta risposta, nel settembre 1947 i russi danno vita al Cominform, il cui scopo era quello di rafforzare l'ortodossia all'interno del movimento comunista internazionale e rafforzare il controllo politico sui paesi satelliti sovietici attraverso il coordinamento dei partiti comunisti. Già a partire dal 1945, Stalin inizia a nominare uomini a lui devoti all'interno dei Governi e dei Partiti Comunisti dei Paesi come Albania e Jugoslavia.
Solo quest’ultimo Paese, guidato da Tito, oppone delle resistenze, rifiutando di lasciar subordinare la sua polizia, l'esercito e la politica estera, così come di veder creare delle società miste di produzione, attraverso le quali i sovietici avrebbero potuto controllare le branche essenziali dell'economia del paese.

Figura 14 Zoom 1 Ricostruzione grafica della planimetria

Le tensioni tra i due blocchi nel Mediterraneo

Il cosiddetto «desiderio navale» russo per i mari caldi ha radici storiche almeno dal 1682, anno della salita al trono dello zar Pietro I, detto il Grande, e vide molte alterne vicende nel corso dei secoli successivi. La storica mancanza russa di un accesso marittimo diretto sul Mediterraneo, disponibile tutto l'anno, è una preoccupazione primaria della politica estera russa costituendo un altro punto dove gli interessi sovietici divergevano da quelli occidentali.
Nel dopoguerra, mentre l'Unione Sovietica accetta, suo malgrado, gli sforzi Anglo-Americani per impedire l'accesso sovietico al Mediterraneo (obbiettivo primario della politica estera britannica fin dalla guerra di Crimea degli anni 1850), gli americani rincarano la loro campagna anti-comunista. Teatro di confronto è la Grecia, dove il governo del dopoguerra non era stato in grado di ricostruire un'economia pesantemente sabotata e ripristinare un ordine civile. La Gran Bretagna, determinata a negare l'accesso sovietico al Mediterraneo, fornisce assistenza finanziaria al governo greco. La Grecia ha un governo autocratico, ma nella visione di Winston Churchill, poi assimilata dagli americani, appartiene al campo occidentale e deve essere sostenuta per proteggere il mondo dal totalitarismo sovietico.

Nel marzo '46 la tensione si alza. L'occasione è il vecchio sogno di Mosca di controllare lo stretto dei Dardanelli dai quali si poteva accedere al Mediterraneo, invece di restare chiusa nella gabbia del Mar Nero, per giunta in condivisione con i Turchi. Le truppe russe si avvicinano pericolosamente alla frontiera turca.
All'epoca si pensava anche che la Jugoslavia fosse più vicina all'URSS di quanto non fosse realmente, mentre l'Albania era dichiaratamente filosovietica. Ribadire che il Mediterraneo era 'off-limits' rispetto ai piani di Mosca era importante. E dato che la flotta italiana era ancora fuori gioco, che i francesi e i britannici avevano anche molti impegni in altre parti del mondo, gli Stati Uniti fecero la loro apparizione nel Mediterraneo inviando in Turchia la nave da guerra USS Missouri con la scusa del prelievo della salma dell’ambasciatore americano, venuto a mancare in quei giorni.
Ma è il 15 maggio 1946 quando due incrociatori della Royal Navy (UK) in navigazione nel canale di Corfù vengono cannoneggiati, senza essere colpiti, da batterie costiere della Repubblica Popolare Socialista d'Albania, a causa di un presunto sconfinamento delle acque territoriali. A settembre forze armate americane si basano stabilmente in Mediterraneo con la portaerei USS Randolph, tre incrociatori e quattro cacciatorpediniere.
Il 22 ottobre 1946 una formazione britannica, nuovamente in navigazione nel canale di Corfù, finisce in un campo di mine navali non segnalato, subendo danni gravissimi e perdite di vite. Tra il 12 e il 13 novembre 1946, infine, forze navali britanniche tornano nel canale per bonificare il tratto minato che aveva causato l'incidente del 22 ottobre, sconfinando nelle acque territoriali dell'Albania e causando forti proteste da parte del governo albanese.
Pochi giorni dopo, il 14 novembre, tutti i cittadini americani sono costretti a lasciare il paese dopo esser stati soggetti a minacce e privati dei loro averi. Le missioni militari britanniche sono allontanate e le rappresentanze diplomatiche americana, inglese e francese vengono poste nell’impossibilità di funzionare. L'incidente causa una grave crisi diplomatica tra Londra e Tirana, con i britannici che rompono le relazioni con l'Albania senza ripristinarle fino al 1991, dopo la conclusione della guerra fredda. In campo internazionale la repubblica popolare di Tirana si inquadra, dunque, saldamente al fianco dell’Unione Sovietica e, con qualche circospezione, della Jugoslavia di Tito, della quale si temevano le mire egemoniche nonché le intenzioni snazionalizzatici nei confronti delle minoranze albanesi nel Kossovo, in Montenegro e nella Macedonia Occidentale.
Lo schieramento dell’Albania nel “campo socialista” allarma gli alleati occidentali, soprattutto gli Inglesi, per due ordini di motivi: l’appoggio fornito palesemente ai guerriglieri comunisti nella guerra civile che si combatteva in Grecia, e la minaccia che basi navali sovietiche sulla costa albanese avrebbe potuto costituire per il controllo del Mediterraneo.

Intanto la guerra civile in Grecia si aggrava: i politici statunitensi accusano l'Unione Sovietica di cospirare con l’obiettivo di espandere l'influenza sovietica verso il Mediterraneo, nonostante Stalin avesse dichiarato che il Partito Comunista avrebbe cooperato con il governo greco appoggiato dall'Inghilterra.
Di mezzo, in realtà, c’è la Repubblica Socialista Federale Jugoslava di Tito che, contro il volere di Stalin (almeno nelle prime fasi), aiuta i greci insorti contro il Regno Unito. Gli equilibri sono delicatissimi: se la Grecia fosse diventata un Paese comunista, l'URSS sarebbe potuta diventare la nuova padrona del Mediterraneo: con l'Albania, forse la Jugoslavia (che difficilmente avrebbe potuto sfuggire alla forza politica di Mosca) e tutto il retroterra balcanico, si sarebbe potuto influenzare pesantemente l'equilibrio di poteri dell'ex - 'Mare nostrum'. Gli USA si vedono costretti a intervenire massicciamente con approvvigionamenti militari fornendo supporto alle forze britanniche; la Grecia si avvia verso la fine della guerra civile sotto l’ala occidentale.

Figura 15 Zoom 2 Ricostruzione grafica della planimetria.

Il ruolo dell’Italia - Torniamo in Italia.

Il Governo De Gasperi III dura pochi mesi a causa della rottura politica fra i democristiani ed i socialcomunisti che si era creata con il governo statunitense presieduto da Harry Truman, e il 31 maggio del ’47 nasce il Governo De Gasperi IV, il primo governo della Repubblica formato senza la partecipazione del Partito Comunista Italiano.
Intanto aumentano le tensioni al confine Jugoslavo e all'entrata in vigore del Trattato di Pace (15 settembre 1947) corre voce che le truppe jugoslave della zona B avrebbero occupato Trieste. Nel difficile scacchiere di tensioni nel bel mezzo del Mediterraneo (e persino in Adriatico) si ripresenta la necessità di proteggere l’Italia da pericolose sorprese, sia sulla frontiera terrestre che lungo la (lunga) costa.
La Marina, nonostante le cessioni del Trattato di Parigi, era tra le Forze Armate che conservava una discreta potenzialità militare e quindi un possibile valore sia strategico sia politico nello scenario che si va formando.
Già nel 1946, in un periodo di notevoli difficoltà finanziarie, l'ammiraglio Raffaele De Courten, primo Capo di Stato Maggiore del dopoguerra, si era adoperato per la riorganizzazione generale della futura struttura della Marina, nonché per la ripresa delle attività di addestramento dell'Accademia Navale e delle Scuole Sottufficiali. Ma contrariato rispetto agli accordi della Conferenza di Pace di Parigi si era dimesso a fine anno e le preoccupazioni per la difficile situazione strategica a est erano rimaste chiuse negli uffici dell’allora Ministero della Marina Militare senza trovare risalto né sulla stampa né in Parlamento.
Nel 1947 la spesa militare viene incrementata per la prima volta dopo il conflitto mondiale. I limitati fondi a disposizione vennero destinati in via prioritaria a ripristinare l'efficienza delle infrastrutture arsenalizie devastate dai bombardamenti, devolvendo una minima aliquota del bilancio agli interventi migliorativi sul naviglio. Una voglia di risorgere ben rappresentata dalla campagna propagandistica di visite e soste nei porti per "mostrare bandiera" ovvero mostrare la “nuova” Marina Militare all'opinione pubblica. In realtà di nuovo c’era ben poco oltre le 46 navi rimaste in dotazione. Il 23 aprile 1947 il Ministro della Difesa Gasparotto si reca a Taranto per visitare l’importante arsenale: www.youtube.com/watch?v=TBW28pmjEPU&feature=emb_title
Alcune unità, scampate in qualche modo alle clausole del Trattato di Pace e risultate recuperabili malgrado fossero state sabotate dai tedeschi nel 1945, vengono momentaneamente accantonate in attesa delle maggiori disponibilità finanziarie necessarie al loro ammodernamento.
Non mancano curiose manovre tenute segrete agli occhi di americani e inglesi, come il ripristino di due sommergibili di stanza a Taranto e ufficialmente radiati, usati principalmente per delle esercitazioni pratiche delle nuove leve nelle ore notturne con una sorta di camuffamento (sovrastrutture posticce, che venivano furtivamente sbarcate dopo l'uscita dal canale navigabile di Taranto). Tra il ’47 e il ‘48 l’inasprirsi della situazione “adriatica” dopo gli incidenti di Corfù, spinge il duo USA - UK a “cedere” diversi esemplari di naviglio minore all’Italia, fra cui 34 dragamine e un certo numero di motosiluranti per contrastare le motosiluranti jugoslave.
L'Adriatico diventa, così, il fronte a mare che necessita di più urgenti provvedimenti, concretizzatisi nel rischieramento della flotta a Taranto e a Brindisi.
In tale contesto la Marina elabora una serie di piani mirati alla difesa delle linee di comunicazione fra l'Adriatico e il Mediterraneo con particolare attenzione al Golfo di Venezia (ricordiamo la difficile situazione di Trieste) e al Canale d'Otranto (presenza albanese e Guerra civile in Grecia). Sono le navi motosiluranti le protagoniste di questa prima fase, navigli della categoria dei MAS, ovvero Motoscafi Armati Siluranti.
I MAS sono piccole navi veloci, maneggevoli e bene armate, con la capacità di avvicinarsi furtivamente alle navi nemiche per il lancio di siluri; sono prive di ogni protezione contro il fuoco nemico ma è difficile individuarne la sagoma, soprattutto di notte o nella nebbia. In questa fase operano aggregate in Squadriglie di due o quattro unità, e navigano protezione del traffico costiero, della pesca ed eventualmente in attività di pattugliamento antisbarco o antiincursione.

Ne restano un certo numero “nazionali” oltre a quelle “cedute” dagli alleati ed è proprio la storia di quest’ultime ad essere curiosa, una storia all’italiana, diremmo oggi: costruite dagli USA durante la guerra, dovevano prendere servizio nelle flotte britanniche e russe ma per una serie di vicissitudini quelle russe non furono mai consegnate e vennero impiegate solo dagli inglesi nel Mediterraneo, restando abbandonate a Palermo a fine conflitto.
Nel ’47 l’Italia ebbe il permesso di acquistarle tramite l'A.R.A.R. (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) e, poiché in forza del Trattato di pace del 1947 alla Marina Militare Italiana non era consentito l'impiego di motosiluranti, venne usato il sotterfugio di iscriverle nel cosiddetto Quadro del Naviglio ausiliario con la classificazione Galleggianti Inseguimento Siluri (G.I.S.), in sostanza navi non armate.
In totale vengono acquistate ventisei motosiluranti di varie tipologie: diciannove Vosper 70ft., settHiggins 78ft. e due Elco 80ft. Rimorchiate negli arsenali di Taranto e della Spezia, dopo un approfondito controllo delle effettive condizioni, si riarmano tutte le Higgins, tredici Vosper e nessuna delle Elco. Ecco che, dunque, le Vosper insieme alle Higgins e a quattordici motosiluranti italiane vengono destinate ad operare nelle acque dell'Adriatico e dello Ionio, svolgendo normale attività nel Comando Motosiluranti (Comos) con sede a Brindisi.

Figura 16 Antenna RV377 della base aeronautica di Jacotenente, tra gli impianti radar più avanzati al mondo all’epoca.

Il progetto della base militare sotterranea nel Lago di Varano

Ed eccoci giunti al punto che riguarda il Gargano e il Lago di Varano. Qualche mese fa, con il prezioso contributo dell’Ing. Maria Graziano, troviamo qualcosa di sorprendente e inedito nell’Archivio dell'Ufficio storico della Marina Militare del Comando m.m. di Brindisi: due piante e una serie di corrispondenze datate tra il dicembre del ’47 e il gennaio del ’48, comunicazioni tra il Direttore Generale del Genio Militare Mario Tirelli e il Maggiore Pasquale Morello ad oggetto “Relazione illustrativa dello studio di massima di un progetto per la sistemazione in caverna di una squadriglia di otto motosiluranti”.
Una scoperta emozionante che sembra ricollegarsi, almeno in parte, alle voci popolari e inverosimili diffuse a Cagnano Varano (Comune cui appartiene la zona) della presenza di sottomarini nel lago, forse nate dalla diffusione, al tempo, della notizia del progetto che stiamo per conoscere (si pensi agli avvenuti sopralluoghi sul posto di cui si fa menzione nella documentazione ed eventuali interlocuzioni con gli amministratori comunali del tempo). La zona era stata già protagonista degli avvenimenti bellici sin dal 1915, anno in cui cominciava la costruzione dell’idroscalo di San Nicola Imbuti, successivamente intitolato all’aviere caduto Ivo Monti (ne abbiamo numerose volte).
Un complesso militare, quello di Varano, di strategica importanza durante la Prima Guerra Mondiale, sia come scuola di pilotaggio dei “neonati” idrovolanti, sia per il ruolo strategico delle ricognizioni aeree sull’Adriatico e fino alle coste jugoslave. La Seconda Guerra Mondiale, con la nuova tecnologia aerea, vide la progressiva perdita di peso degli idrovolanti nelle tattiche militari fino ad arrivare alla dismissione degli idroscali militari. Il ritrovamento della documentazione inedita, tuttavia, riconferma la strategicità militare delle coste di Varano e in particolare la zona sud-ovest, agevolmente collegata alle arterie principali adriatiche tramite la SS89 e la ferrovia elettrificata.

La zona individuata dai militari è quella a sud-ovest del lago (località nota con il toponimo “la Fascia”), a poca distanza dal già presente ma ormai inutilizzato idroscalo militare Ivo Monti, una zona dove il profilo orografico è caratterizzato da un’elevata pendenza fino alla quota di 200mt, pendenza che offriva la possibilità di scavare una grande base sotterranea cui avrebbero avuto accesso le motosiluranti dal lago tramite due gallerie.
Le due gallerie, con banchine ai lati, sarebbero state larghe 6.5 metri in confronto alla larghezza di 4.2 metri delle motosiluranti e si sarebbero raccordate a una galleria principale di 15 metri di larghezza e ben 300mt di lunghezza.
Il piano degli accessi alle gallerie dal lago sarebbe stato inclinato rispetto all’asse delle gallerie stesse per smorzare eventuali esplosioni, già attutite dalle paratie metalliche poste all’ingresso.
In fondo alle gallerie, con 100 metri di roccia al di sopra, si sarebbe scavata e costruita la base dove avrebbero trovato posto 200 unità e gli spazi per alloggi, infermerie, officine, cucine, magazzini, deposito munizioni e uffici; e ancora si riporta “data la vastità della zona montuosa è possibile eventualmente provvedere a ricavare altri locali qualora le necessità lo richiedessero”. La base sarebbe stata alimentata da motori a combustibile posti lungo i canali di uscita per consentire la rapida fuoriuscita dei gas di scarico.
Nel progetto si evidenzia l’importanza del dragaggio delle foci di Capojale e Varano e la necessita di scavare canali sottomarini dalle foci alla base per permettere ai MAS di navigare in sicurezza nei bassi fondali del lago di Varano (che in media si aggirano tra i 3 mt e i 5 mt con profondità massime di 7 mt).
Sarebbero state necessarie, infine, le opere di costruzione di una strada camionabile di collegamento fino al vicino incrocio di San Nicola e il prolungamento delle tubazioni per il rifornimento idrico dall’idroscalo Ivo Monti. Nella relazione non viene esaminato l’aspetto dei costi, successivamente richiesto in forma di prospetto di massima in una lettera del Direttore del Genio Militare.

Figura 2 Le alleanze militari durante la Guerra Fredda.

La documentazione rinvenuta si ferma qui ma le domande a cui bisognava rispondere erano, e in parte lo sono ancora, due:
1) Al netto della nota perdita di importanza tattico-strategica degli idrovolanti e dell’idroscalo del Lago di Varano nella Seconda Guerra Mondiale, perché si scelse questo luogo per costruire una base sotterranea per motosiluranti? La risposta è da ricercare nel contesto geopolitico dell’epoca. Il 16 aprile del '47 la Marina Militare inoltrò al governo una valutazione della situazione nel Mediterraneo nella quale si riconoscevano delle criticità nello Jonio e Adriatico a causa delle situazioni jugoslave, albanesi e greche. Si richiedeva, quindi, che le navi maggiori pattugliassero questo settore, mentre il naviglio leggero sarebbe stato usato per assicurare i collegamenti marittimi. La Marina chiamava in causa il supporto aereo ma l'Aeronautica all'epoca non disponeva di mezzi utili alla causa.
L’idea del progetto del Lago di Varano potrebbe essere stata dettata proprio dalla necessità di rafforzare la presenza militare in medio Adriatico (con il benestare americano, di certo), anche alla luce della disponibilità delle “nuove” motosiluranti ex alleate (l’acquisto risale al ’47 infatti, la corrispondenza rinvenuta è di dicembre dello stesso anno ma doveva essere preceduta da altre lettere dei mesi precedenti).
La presenza di una base “garganica” avrebbe compensato la mancanza di un presidio militare stabile nel lungo tratto di mare tra Ancona e Brindisi prospiciente alla Jugoslavia e situato a una distanza minore per via dell’esposizione in mare della penisola del Promontorio del Gargano. Osiamo avventurarci in congetture di tattica militare pensando alla caratteristica più peculiare del progetto ovvero l’invisibilità della base sotterranea, oltretutto in un bacino interno, presenza che forse sarebbe dovuta passare inosservata agli jugoslavi i quali, chissà, guardavano al Gargano come anello debole della difesa navale italiana.
2) L’altra domanda che ci siamo posti è stata: perché tale progetto non fu mai realizzato? Il 1948 per l’URSS è un anno piuttosto travagliato sul versante occidentale.

Nel giugno del 1948 c’è la rottura tra Stalin e Tito che obbligò l'espulsione della Jugoslavia dal Cominform e, sebbene il Paese rimase a matrice comunista, adottò una posizione non allineata. Il contrasto era nato già nel febbraio 1948, rimanendo inizialmente segreto, in seguito a un incontro al Cremlino in cui Tito aveva rifiutato il piano di Stalin di federazione tra Jugoslavia e Bulgaria. A marzo Stalin richiamò tutti i consiglieri militari e gli specialisti civili presenti in Jugoslavia. Poco dopo, una lettera del Comitato Centrale sovietico iniziò a criticare le decisioni del Partito Comunista Jugoslavo. Allo stesso modo, i dirigenti jugoslavi vicini a Tito fecero blocco attorno a lui e quelli fedeli a Mosca furono esclusi dal Comitato Centrale e arrestati.
Escludendo la Jugoslavia dal Cominform, Stalin sperò di provocare una sollevazione nel paese ma ciò non avvenne e il Partito Comunista Jugoslavo, epurato dai "cominformisti", elesse un nuovo Comitato Centrale totalmente devoto a Tito. La rottura con l'Unione Sovietica portò molti riconoscimenti internazionali a Tito, ma creò anche un periodo di instabilità nel Paese. A fronte di questa defezione di Tito dal campo comunista, dunque, l'Occidente intravide la possibilità di integrare la Jugoslavia nel sistema militare di difesa della NATO (di cui si iniziava a parlare proprio nel ’48), in modo tale da costituire un unico fronte territoriale, collegando gli alleati dell'Europa Occidentale con il settore egeo, costituito da Grecia e Turchia.
Durante la crisi, Winston Churchill portò un discreto sostegno a Tito, chiedendogli in cambio di ritirare i suoi partigiani comunisti dalla Grecia e di cessare gli aiuti. Da parte sua, Churchill fece sapere a Stalin di non toccare la Jugoslavia. Stalin tentò di sottomettere la Jugoslavia attraverso l'arma economica. Ridusse le esportazioni dell'URSS verso Belgrado del 90% e obbligò gli altri stati dell'Europa orientale a fare altrettanto. Questo blocco economico costrinse Tito ad aumentare i suoi scambi con i paesi occidentali. Pur restando fedele al socialismo e richiamandosi agli stessi principi dell'Unione Sovietica, la Jugoslavia ne rimase politicamente indipendente. Tito rimise dunque in discussione la direzione unica del mondo socialista impressa dall'URSS, aprendo la strada all'idea di un socialismo nazionale.
Insomma, se la Jugoslavia non era più un problema la “nuova” base di Varano in medio Adriatico non aveva più un ruolo importante tale da giustificarne gli importanti sforzi economici. Unico ostacolo all’egemonia adriatica anglo-americana restava l’Albania che però si trovò completamente accerchiata da potenze ostili, visto che anche la guerra civile greca si era ormai conclusa con il saldo inserimento del paese ellenico nel campo occidentale. Da allora per il Paese delle aquile ebbe inizio un periodo di isolamento totale durato quasi mezzo secolo, con conseguenze devastanti sulla società e sulla economia del Paese.
Intanto in Italia, nel 1948, si elesse il nuovo Governo De Gasperi V e nel 1949 si giunge a una trattativa segreta con gli USA: basi USA permanenti in cambio di protezione da un attacco esterno. Nel frattempo vennero meno le restrizioni del Trattato di Pace di Parigi con la firma dell’adesione alla nascita del nuovo organismo (NATO) del 4 aprile 1949. Con l'adesione alla NATO, alla Marina fu assegnato il controllo del mare Adriatico e del canale d'Otranto, nonché la difesa delle linee di comunicazione marittime nel mar Tirreno. Infine l’Italia fu inserita nel programma di aiuti militari MDAP (acronimo di Mutual Defense Assistance Programme).

Disegno allegato

Il Ministro della Difesa Randolfo Pacciardi diede vita al primo programma navale della nuova Repubblica annunciato a ottobre del 49 e formalizzato nel 50. Ebbe inizio il nuovo corso di rinnovamento con lo “Studio sul potenziamento della Marina italiana in relazione al Patto Atlantico”. Se possiamo ipotizzare un’archiviazione definitiva del progetto sicuramente questa ne potrebbe essere stata l’occasione perfetta.
Per completezza concludiamo l’esplicazione del quadro che si andava delineando in Adriatico.
La cooperazione tra Jugoslavia, Gran Bretagna e USA proseguiva culminando nel 1953-54 con la conclusione di due trattati (Ankara e Bled) che agganciavano in maniera più forte la Jugoslavia all'Occidente.
Infine, con un colpo da maestro, Tito approfittò della buona disposizione anglo-americana per  chiudere a proprio favore la questione triestina: con il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 la Jugoslavia riceveva la Zona B del Territorio Libero di Trieste. Continuò ad aleggiare per decenni, in ogni caso, il pensiero che i sovietici potessero passare per il Canale d'Otranto minacciando l'Italia meridionale, magari con l'appoggio di una fantomatica guerriglia comunista italiana del PCI. La crescente attenzione rivolta dall'Unione Sovietica verso i paesi del Mar Mediterraneo ed i conseguenti tentativi da parte degli Stati Uniti di contrastare l'aumento dell'influenza sovietica nell'area, trasformò i mari italiani in uno dei principali luoghi di confronto tra le grandi potenze internazionali, contribuendo alla riaffermazione dell'importanza dell'Italia e dei suoi porti, grazie alla loro posizione geografica strategica.
In tale contesto il Gargano, in primis per la sua posizione geografica e probabilmente anche per la bassa densità demografica, continuerà ad essere visto con attenzione dai vertici militari della NATO: basti pensare alle basi aeronautiche dell’Amendola e di Jacotenente in Foresta Umbra...ma questa è un’altra storia.

PS
Il Generale dell'Aereonautica in congedo, Piero Pesaresi, ci scrive:
La cosa mi ha fatto ricordare un'analoga iniziativa immaginata durante l’ultima guerra alla Spezia. Si voleva portare in caverna l’intero Arsenale e l’aeroporto di Cadimare, con l’entrata nel Golfo e l’uscita in mare aperto in località Monesteroli. Una cosa pensata veramente in grande, come può verificare dal disegno allegato.
Non se ne fece nulla, ovviamente. Furono realizzati invece dei grandi ricoveri in caverna per la protezione degli operai dell’Arsenale dagli attacchi aerei, che furono numerosi e micidiali. Negli anni successivi, durante la guerra fredda, quei seimila mc scavati nella roccia furono portati ad oltre 31.000 mc: vi furono ricoverate le officine dell’Arsenale, che furono mantenute in perfetta efficienza fino alla caduta del muro di Berlino.
La planimetria che le ho invio è custodita nell'archivio disegni della Direzione del Genio per la Marina (Marigenimil) della Spezia. L'ho riprodotta nel volume Il Genio Militare alla Spezia. A 150 anni dall'istituzione della Marigenimil (1861 - 2011), Moderna Ed., La Spezia, 2011, pp. 334. In particolare il disegno è riprodotto a pag. 318, Fig. 335, all'inizio del breve capitolo La Guerra Fredda. I lavori in galleria (pp. 318 - 321).

Bibliografia:

• Relazione illustrativa dello studio di massima di un progetto per la sistemazione in caverna di una squadriglia di otto motosiluranti, Archivio dell'Ufficio storico della Marina militare del Comando m.m. di Brindisi
• Commissione Italiana di Storia Militare, L’Italia nel dopoguerra: L’Italia nel nuovo quadro internazionale. La ripresa (1947-1956), 2000
• Erminio Bagnasco, Le “Ex Americane”, in Marinai d’Italia n.8/2010
• Erminio Bagnasco, Le “Nazionali”, in Marinai d’Italia n.1/2011
• Pier Paolo Ramino, Una storia strategica della Marina Militare Italiana, 2018
• Pierpaolo Meccariello, L’Albania nel dopoguerra,
• Stefano Mencarelli, Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo, 2007 Sitografia:
• 10 febbraio 1947: il prezzo della sconfitta, www.difesaonline.it/news-forzearmate/storia/10-febbraio-1947-il-prezzo-della-sconfitta
• La Marina Militare Italiana dal 1951 al 1960, www.betasom.it/forum/index.php?/topic/34223-la-marina-militare-italiana-dal-1951-al-1960/
• La storia di dieci motosiluranti tipo Higgins e il destino italiano di 4 di esse, www.aidmen.it/topic/1333-la-storia-di-dieci-motosiluranti-tipo-higgins-e-il-destinoitaliano-di-4-di-esse/
• Le motosiluranti americane destinate all'URSS e poi finite all'Italia, www.aidmen.it/topic/824-le-motosiluranti-americane-destinate-allurss-e-poi-finiteallitalia/
• Le navi cedute all’Italia, xoomer.virgilio.it/ramius/Militaria/navi_cessioni_alleate.html
• Le unità in servizio alla fine degli Anni '40, www.marina.difesa.it/noi-siamo-lamarina/storia/la-nostra-storia/storianavale/Pagine/fineanni40.aspx
• M.A.S., www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/mezzi/mezzi-storici/Pagine/mas.aspx
• Motosilurante, it.wikipedia.org/wiki/Motosilurante
• Motosilurante Higgins, it.wikipedia.org/wiki/Higgins_(motosilurante)
• Motosilurante Vosper, it.wikipedia.org/wiki/Vosper_(motosilurante)
• NavSource Photo Archive, www.navsource.org/archives
• Quattro motosiluranti della Marina ex inglesi ex americane: i disegni, www.aidmen.it/topic/133-quattro-motosiluranti-della-marina-ex-inglesi-ex-americane-idisegni/
• Unità ausiliare e minori della Marina Militare, www.betasom.it/forum/index.php?/topic/28350-unit%C3%A0-ausiliarie-e-minori-dellamarina-militare/

Figure:

• Fig.1: “Relazione illustrativa dello studio di massima di un progetto per la sistemazione in caverna di una squadriglia di otto motosiluranti”, Archivio dell'Ufficio storico della Marina militare del Comando m.m. di Brindisi
• Fig.2: Wikipedia
• Fig.3: www.marinaiditalia.com
• Fig.e 4-5-6: www.navsource.org
• Fig.e 8-9-10: Foto scattate dall’aviere Carlo Magnini nel 1917, archivio Giuliano Parviero
• Fig.11-12“Relazione illustrativa dello studio di massima di un progetto per la sistemazione in caverna di una squadriglia di otto motosiluranti”, Archivio dell'Ufficio storico della Marina militare del Comando m.m. di Brindisi
• Fig.7-13-14-15: Ricostruzione grafica a cura di Andrea Giuliano Fig.16: Fonte gruppo Facebook “...QUELLI DEL 31° Gr.R.A.M. JACOTENENTE...”

 

Anticipazioni per “a.C. d.C.” del 23 aprile alle 21.10 su RAI Storia: la fortezza di Cuor di Leone
Da lanotizia.net del 23 aprile 2020

Rai Storia racconta il castello di Chateau Gaillard

Un viaggio in Normandia alla scoperta del castello di Chateau Gaillard: lo percorre il nuovo appuntamento con “a.C.d.C.”, in onda giovedì 23 aprile alle 21.10 su Rai Storia, con l’introduzione del professor Alessandro Barbero.

Voluta per fermare l’avanzata del re di Francia Filippo Augusto in Normandia e proteggere il suo ducato, nel 1196 Riccardo Cuor di Leone Re d’Inghilterra fa costruire sulle rive della Senna questa fortezza strategica, esempio di architettura militare medievale molto avanzata per il tempo e ritenuta inespugnabile.

Con la morte del Re d’Inghilterra, l’erede al trono Giovanni Senzaterra, affida il comando del castello a Roger de Lacy.

Spetterà a quest’ultimo cercare di resistere all’assedio delle truppe francesi.

 

Coronavirus: milionario vuole rifugiarsi nel bunker privato ma dimentica il codice per sbloccare la porta
Da ilmattino.it del 22 aprile 2020

Mentre il coronavirus si diffonde negli Stati Uniti, un dirigente della Silicon Valley ha tentato di sfuggire al contagio nascondendosi in un bunker privato milionario, situato a 3 metri di profondità in Nuova Zelanda, ma ha avuto una fondamentale difficoltà per accedervi.
Gary Lynch, direttore e produttore di rifugi di sopravvivenza Rising S, ha raccontato che l'imprenditore americano lo ha contattato all'inizio di marzo perché non ricordava il codice esatto per poter aprire la porta segreta del suo rifugio, che non aveva mai avuto occasione di usare prima, secondo quanto riferito da Bloomberg.

Secondo Lynch, l'imprendiore gestisce un'azienda a San Francisco, ma risiede a New York, la città degli Stati Uniti più colpita dal virus. «Ha raggiunto la Nuova Zelanda per sfuggire a tutto quello che sta accadendo a New York», ha detto Lynch, che ha rifiutato di rivelare l'identità del suo cliente, aggiungendo solo che l'uomo sta ancora vivendo nel suo rifugio. La società Rising S ha costruito negli ultimi anni circa una dozzina di bunker privati in Nuova Zelanda. Il costo medio è di circa 3 milioni di dollari per un rifugio di circa 150 tonnellate, tuttavia il costo dei rifugi può arrivare fino a 8 milioni di dollari con funzionalità aggiuntive come bagni di lusso, sale giochi, poligoni di tiro e palestre.

 

Lo sapevate? In Sardegna ci sono oltre cento torri spagnole. Solo tre non sono circolari
Da vistanet.it del 22 aprile 2020

Erette sotto il dominio spagnolo, nel Seicento le torri costiere di Sardegna erano circa 150: in parte postazioni di semplice avvistamento e segnalazione, in parte strutture di difesa, attuata con soldati, armi, munizioni. Per tre secoli furono a guardia dei litorali sardi, in prima linea contro invasori saraceni, nemici e pirati.

A sx la Torre Muravera

A dx la torre esagonale di Porto Torres

Erette sotto il dominio spagnolo, nel Seicento le torri costiere di Sardegna erano circa 150: in parte postazioni di semplice avvistamento e segnalazione, in parte strutture di difesa, attuata con soldati, armi, munizioni.

 

A sx la torre di Nora (una delle tante cicolari)

A dz la torre di Pischeredda a Nurachi

Per tre secoli furono a guardia dei litorali sardi, in prima linea contro invasori saraceni, nemici e pirati, fino a quando, nel 1867, i Piemontesi ne abbandonarono l’uso, perché ormai più non rispondevano né ad esigenze militari, né ad esigenze economiche e sanitarie.

Tutte le torri, ad eccezione di quella di Porto Torres, che è esagonale, di quella della Salinas di Muravera e di Pischeredda di Nurachi, quadrate, hanno una pianta circolare.

 

Castelli e fortificazioni che si trovano in Norfolk
Da londranews.com del 21 aprile 2020

Castle Acre - John Fielding from Norwich, UK / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)

Ci sono tanti castelli anche nella contea del Norfolk che si trova nell’est del paese, non lontano da Londra. Sono tutti posti che non si trovano molto lontano da Londra anche se a volte difficili da raggiungere senza un mezzo proprio. 

Incredibile vedere quanta storia si trova anche in questa contea, importante anche fare presente che molti paesini prendono il nome dal castello normanno e abbiamo quindi posti come Castle Burgh, Castle Acre e Castle Rising che sono villaggi sorti intorno al castello e ancora esistenti. 

Warham Camp: una collina dell’età del ferro probabilmente costruita dagli Iceni. Chiamarlo castello sarebbe una parola grossa, ma se vi piace la storia antica e l’archeologica è indubbiamente molto interessante. Per capire l’importanza di questo forte bisogna vederlo dall’alto

Castle Rising - © Copyright norman griffin and licensed for reuse under this Creative Commons Licence.

Caister Castle: un castello con fossato del XV secolo costruito da Sir John Fastolf tra il 1432 e il 1446. Ne abbiamo parlato anche qui

Castle Acre: il castello fu fondato poco dopo la conquista normanna del 1066 da William de Warenne. Si tratta di un sito monastico e il villaggio omonimo ha ancora la struttura normanna originale. Notare che il castello si chiama Castle Acre Castle e il monastero Castle Acre Priory.

Castle Rising: costruito intorno al 1138 da William d’Aubigny, 1º conte di Arundel. Rimane uno dei migliori castelli del 1100 ancora esistenti in tutta l’Inghilterra.

Castello di Burgh: uno dei numerosi forti romani costruiti come una difesa contro i sassoni. I romani ne costruirono parecchi in questa zona per difendere la costa da possibili invasioni.

Buckenham Castle: un castello normanno costruito da William d’Aubigny che effettivamente sono due castelli. Ma rimangono solo rovine.

Castello di Norwich © Copyright Dave Fergusson and licensed for reuse under this Creative Commons Licence.

 

Castello di Norwich: fondato da Guglielmo il Conquistatore stesso al tempo della costruzione della Torre di Londra tra il 1066 e il 1075.

Weeting Castle: un maniero fortificato costruito nel 1100, costruzione interessante anche se in rovina che conferma ancora quanto l’invasione normanna influenzò questa regione.

Castello di Claxton: costruito nel 1300 ma in gran parte demolito per costruire Claxton Hall.

Baconsthorpe Castle: costruito come una casa padronale fortificata da William de la Pole nel 1400

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Castelpagano e il suo Castello
Da lavocedimaruggio.it del 21 aprile 2020

Le rovine dell’antico borgo di Castelpagano si trovano all’interno del comune di Apricena ed i resti del suo castello sorgono su uno sperone di roccia del Gargano, in posizione strategica giacché consente di controllare i monti del Molise da un lato ed il Tavoliere delle Puglie dall’altro. La data di costruzione della fortezza resta tuttora incerta anche se probabilmente è antecedente alla fondazione di Apricena, risalente invece alla seconda metà del IX secolo.
Nell’XI secolo era Signore di Castelpagano e proprietario della fortezza il Conte normanno Enrico, cui succedette il Duca di Aversa Rainulfo quindi, dopo una violenta contesa passò al Signore di Rignano Ruggero. Nonostante fosse considerato inespugnabile, nel 1137 venne preso da Lotario III, chiamato in soccorso dal pontefice Innocenzo II e dai signori spodestati dal suddetto Ruggero, dopo una sanguinosa battaglia per la conquista di Rignano e Castelpagano.

Fu Federico II di Svevia, all’epoca in cui risiedeva in Apricena, a restaurarlo trasformandolo in dimora di caccia, inoltre installò al suo interno un presidio di Saraceni a lui fedelissimi. Successivamente l’Imperatore lo dette in feudo a suo figlio Manfredi. Dopo essere divenuto proprietà regia sotto la dominazione angioina, nel 1496 il Re di Napoli Ferrante d’Aragona lo concesse in feudo al partenopeo Ettore Pappacoda che ridette gloria e splendore sia al castello sia a tutto il feudo, inoltre nel 1515 fondò il Santuario di Stignano. Con l’estinzione di tale famiglia tutto ritornò al demanio reale sino al 1580, quando venne acquistato da Antonio Brancia. Agli inizi del XVII secolo l’abitato veniva abbandonato dai suoi abitanti che, probabilmente a causa della carenza idrica, preferirono stabilirsi ad Apricena, restava così abitato solo il castello, che nel 1732 passò alla famiglia Mormile, quindi a Don Garzia de Toledo che a sua volta, nel 1768, lo vendette al Principe Cattaneo di Sannicandro.
Attualmente i resti del castello, che nel corso dei secoli ha subito ingenti danni a causa dei vari terremoti fra cui quello terribile del 1627, consistono in un muro di circa 50 metri alto circa un metro e mezzo, con due ingressi corrispondenti alle antiche porte. Il muro fa un angolo con un piccolo corpo di fabbrica semicircolare, forse una torre, mentre sull’angolo opposto si unisce con una torre a pianta circolare ora non più alta di cinque metri. Dalla suddetta torre parte un altro muro appena scarpato che si affaccia a picco sulla valle sottostante. Un ulteriore terzo muro corre sul versante meridionale, dando al complesso una pianta quadrangolare. Un’ulteriore torre angolare a pianta pentagonale, con altezza variabile fra i 6 ed i 7 metri si erge all’angolo meridionale mentre all’interno del perimetro si notano tracce di muri, insufficienti a fornire notizie sulla struttura interna del castello.

Il Castello di Castelpagano è legato a tre leggende, la prima racconta di un mendicante cieco, Leonardo di Falco, che riebbe la vista per intervento della Madonna apparsagli in sogno nel 1231 ed indicandogli un simulacro accanto ad una quercia, nei cui pressi fu poi eretto il Santuario di Stignano. La seconda riferisce di una violenta lotta nella Valle di Stignano fra Lucifero, sotto forma di serpente, e l’Arcangelo Michele, terminata con la sconfitta del demone di cui restarono solo due ossa, in seguito custodite nel santuario. La terza leggenda narra di un principe saraceno innamorato di una principessa che abitava in un castello su Monte della Donna. La famiglia di lei, contraria al matrimonio aveva escogitato uno stratagemma: le nozze sarebbero state celebrate quando il principe avrebbe costruito un ponte di pelli di animale per congiungere il Monte della Donna sino a Castelpagano. L’innamorato cercò in tutti i modi di costruire il ponte, ma di fronte all’impossibilità dell’opera finì con l’impazzire. In realtà sul Monte della Donna non vi è nessuna traccia di castello tuttavia potrebbe esserci un piccolo indizio di verità infatti, prima del suddetto rilievo vi è una piana rialzata detta Volta Pianezza dove un tempo sorgeva una torre di avvistamento semicircolare ormai diruta. Chissà, considerando che Federico II aveva posto un presidio di Saraceni nel castello forse qualcosa di vero c’è …..

Cosimo Enrico Marseglia

 

Una serata per scoprire le suggestive fortificazioni dello Chaberton
Da torinoggi.it del 21 aprile 2020

Grazie alla diretta Facebook sulla pagina dell’associazione nata per promuovere la cima tra la Valle di Susa e quella di Briançon e la sua storica batteria

Salire al forte di più alto d’Europa nonostante le limitazioni agli spostamenti abbiano colpito anche le escursioni in quota. Sarà possibile farlo stasera, martedì 21 aprile, alle 21, grazie alla diretta streaming sulla pagina Facebook “Monte Chaberton - 515 Batteria Guardia alla Frontiera”, dedicata alla cima che domina la Valle di Susa e quella di Briançon e alla sua batteria fortificata. L’escursione virtuale porterà i visitatori all’interno della “Galleria del Ghiaccio” e alla "Stazione intermedia" della teleferica, con l’accompagnamento di Diego Drago, guida e autore, che racconterà questi due luoghi.
La visita partirà dalla galleria di servizio che collegava la batteria agli ambienti in caverna utilizzati per il deposito della polvere, della balistite e dei proiettili. La denominazione "del ghiaccio" fu attribuita dagli artiglieri per le formazioni di colate ghiacciate al suo interno. Si passerà poi alla "Stazione intermedia" in località Pian delle Marmotte, punto nevralgico della teleferica arditissima che metteva in collegamento l’abitato di Cesana Torinese con la fortificazione.

La diretta di stasera, promossa dall’associazione Monte Chaberton, sarà la prima di un ciclo di videoconferenze. Per seguirla, cliccare qui.

 

Il Castello di Chianocco: un maniero medievale che ha preservato intatta tutta la sua bellezza
Da lagendanews.com del 20 aprile 2020

Di ANDREA CARNINO

Chianocco - Il castello di Chianocco è un maniero medievale che ha preservato intatta tutta la sua bellezza Costruito sulla destra orografica del torrente Prébec, poco a valle rispetto all’Orrido di Chianocco, il castello ha mantenuto intatte le sue caratteristiche medievali. Citato per la prima volta in un documento del 1287, l’edificio è molto più antico. Molte fonti, come gli affreschi, affermano che sia stato residenza estiva della marchesa Adelaide di Susa.

I BERTRANDI

Il Castello di Chianocco faceva parte della rete di fortificazioni innalzate o potenziate dai Bertrandi. Questa nobile famiglia è stata protagonista del medioevo in Valsusa. Tra le poche famiglie feudali che sono riuscite a consolidare in modo stabile il loro potere in una zona cruciale per il transito di pellegrini, mercanti ed eserciti. I Bertrandi erano signori anche di Bruzolo e San Giorio. Le loro tracce sono visibili negli affreschi della sala del feudatario. Qui si possono ammirare i tondi che inscrivono un leone nero, richiamo al simbolo araldico della famiglia. Il nucleo originale della residenza fortificata era composto dalla torre quadrata e dalla cinta coronata da merli. L’edificio serviva alla difesa del borgo. Era anche usato come residenza e come punto di esazione dei pedaggi per gli armenti in transito verso i pascoli montani. E’ stato fatto ampliare dalla nobile famiglia che ha aggiunto le due ali merlate destinate ad una funzione residenziale. Con il passare del tempo la fortezza è stata ingentilita. Nel tardo medioevo sono state aggiunte le bifore trilobate e successivamente i capitelli di fattura valsusina.

IL CASTELLO OGGI

Il castello è oggi composto da dongione di più piani contornato da due ale. Quella sud è preceduta verso valle da un corpo terrazzato sostenuto da grandi arcate a sesto ribassato ancora chiuse da tamponamenti murari. Quella nord fronteggia la Chiesa di San Pietro Apostolo. Nel salone che si apre sul terrazzo a valle si possono ammirare il solaio ligneo, un monumentale camino e gli affreschi con lo stemma dei Bertrandi. Il castello è conosciuto anche come Casaforte Superiore in riferimento alla casaforte vera e propria, situata più a valle.

IL MUSEO DEI VECCHI MESTIERI

Il maniero è di proprietà privata. In un’ala ospita il Museo dei Vecchi Mestieri, una fedele riproduzione animata in miniatura dei mestieri esercitati in Valle di Susa fin dall’antichità. In tre sale è presentata un’installazione meccanizzata sulle attività della Chianocco del secolo scorso, una sezione sulla lavorazione della pietra nelle cave ed una ricostruzione della ferrovia del Moncenisio a sistema Fell. L’infrastruttura, in funzione dal 1868 al 1871, metteva in comunicazione Susa con Saint-Michel-de-Maurienne. La visita del Castello di Chianocco è un’occasione per ammirare uno dei pochi manieri che conservano ancora le loro caratteristiche medioevali e di imparare molto su come si svolgeva la vita di un tempo nella nostra valle.

 

Il castello di Duart in Scozia e i suoi 800 anni di storia
Da londranews.com del 20 aprile 2020

Foto: © Copyright Robert Guthrie and licensed for reuse under this Creative Commons Licence

Non il più accessibile dei castelli scozzesi, infatti il castello di Duart si trova nell’isola di Mull nelle Ebridi. Si trova su delle scogliere, minaccioso sopra Duart Point.
Ha il look tipico del castello scozzese ma non si hanno notizie di fantasmi in giro.
Sarebbe ancora la casa del clan dei MacLean e infatti qui il capo clan ancora ci vive. Il castello di Duart risale al 1200 ma è probabile che ci fossero in precedenza altre fortificazioni vista la posizione strategica.
Nel corso del tempo furono aggiunti altri edifici, per esempio quelli che vedete nel cortile sono del 1500. Come la storia della Scozia, anche la storia del castello è stata vivace. Fu saccheggiato, attaccato e confiscato diverse volte, il clan dei MacLean si era schierato con gli Stuart e questo ebbe dei costi.

Fu poi abbandonato per 180 anni fino al 1911 quando Sir Fitzroy MacLean, che era il capo allora del clan dei MacLean lo riacquistò e lo restaurò.
I Macleans di Duart sono anche famosi per avere avuto il primo tartan registrato al mondo. Il clan Maclean non è ora in grado di pagare la manutenzione del castello di Duart che a oltre 100 anni dalla restaurazione ha bisogno di lavoro e per questo ha lanciato un appello per raccogliere fondi. Potete comunque visitarlo e passare parecchie ore ad esplorarlo. Il ristorante offre anche un menù di prodotti locali.

La storia della moglie annegata

L’undicesimo capo clan detestava sua moglie, dato che non poteva avere figli. Però erauna delle sorelle del conte di Argyll, che allora era l’uomo più potente delle Highlands occidentali. Nel 1497, la fece legare e abbandonata su un’isola rocciosa sotto il castello che andava sotto il mare ogni volta che c’era un’altra marea. La lasciò lì per una notte e un’alta marea, e la mattina dopo non trovò il corpo come si aspettava di trovare.Fece finta di essere sconvolto dal dolore e comunicò la tragedia al conte dicendo che era annegata vittima di un incidente.
Il conte addolorato lo invitò al suo castello e una volta arrivato il capo MacLean vide sua moglie viva e vegeta seduta a tavola. Era stata salvata da un pescatore. Se pensate che ci fu una vendetta vi sbagliate, tutti fecero finta di nulla e il capo clan ritornò a casa con la moglie al braccio. Del tentativo di omicidio nessuno ne parlò più. Alla fine la moglie morì di cause naturali, il capo clan si risposò e anche questa moglie morì senza dargli un erede. La terza moglie gli diede un figlio e a quel punto il capo clan fu assassinato senza un motivo apparente.

Come arrivare al castello di Duart?

Quasi sicuramente lo visiterete quando decidete di visitare l’isola di Mull e non andata apposta solo a vedere il castello. Per arrivarci comunque potete prendere il traghetto ad Oban che potete raggiungere in treno da Glasgow. Potrete vedere e fotografare il castello dal traghetto.
Una volta che siete sull’isola potete prendere un autobus, noleggiare una macchina o bicicletta, i links sono qui

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello poi Palazzo Ducale di Martina Franca
Da lavocedimaruggio.it del 19 aprile 2020

Agli inizi del XIV secolo, per volere del Principe di Taranto Filippo d’Angiò, l’originario villaggio di San Martino, risalente al X secolo, venne ampliato e chiunque fosse andato ad abitarlo avrebbe goduto di speciali esenzioni fiscali e franchigie. Da qui il termine Franca. Nel 1388, su disposizione di Raimondello Orsini del Balzo, Principe di Taranto e Conte di Lecce, Soleto e San Pietro in Galatina, la cittadina venne dotata di una cinta muraria rinforzata da 24 torri e dotata di un castello.

Questo aveva essenzialmente funzioni di carattere difensivo ed era formato da un torrione centrale o Mastio o anche Dongione, dal francese Donjon, circondato da una cinta di quattro cortine con altrettante torri angolari. Nel 1507 la famiglia napoletana Caracciolo acquisiva il titolo Ducale di Martina, dando inizio ad una serie di profonde trasformazioni alla città ed alla fortezza. Nel 1668, infatti, ebbero inizio i lavori di ristrutturazione, per volere del Duca Petracone Caracciolo, destinati a trasformare l’imponente castello tardo trecentesco in un altrettanto maestoso Palazzo Ducale. La similitudine con alcuni palazzi romani fece sorgere l’errata idea che i lavori fossero da attribuirsi nientemeno che al Bernini ma in realtà a questi andrebbe ascritto soltanto il disegno.

I lavori furono compiuti da operai locali sotto la direzione dell’architetto di Bergamo Giovanni Andrea Carducci. Per il completamento dell’opera bisogna tuttavia attendere il XVIII secolo quando il Duca Francesco III dispose il completamento del versante orientale ed incaricò il Maestro Domenico Carella di decorare le sale del primo piano. Attualmente il Palazzo Ducale ospita gli uffici del Comune, quelli del Tribunale, della biblioteca comunale Isidoro Chirulli e dal centro artistico Paolo Grassi, organizzatore ogni anno nel periodo estivo del Festival della Valle d’Itria.
La struttura, che si caratterizza per la sua imponenza, si presenta a pianta quadrangolare con un ampio cortile della stessa forma. La facciata principale, tipicamente barocca, con un ampio e maestoso portale ed una lunga balconata, il cui piano coincide con la Galleria, con le sale affrescate dal Carella. Notevoli sono gli interni che meritano di essere visitati.
Cosimo Enrico Marseglia

 

Bastioni del fronte di attacco: il saliente Nord Ovest visto dalla Spiaggia delle Ghiaie
Da tenews.it del 19 aprile 2020

Foto di Marcello Camici

Dalla spiaggia delle ghiaie si osserva molto bene quasi tutto il fronte di attacco delle mura mediceo-lorenesi. In particolare i bastioni che degradano verso nord ovest. Il Fronte di attacco è costituito da quell’insieme di bastioni che serrano Portoferraio dalla parte di terra con lo scopo di difesa da attacchi portati da terra, bastioni che a nord confluiscono al forte Falcone, rocca posta sulla cima delle due collinette che formano il promontorio di Portoferraio, quella più alta(quota mt 80 s.m.) Il fronte di mare è invece tutta quelle serie di bastioni rivolta verso il mare con lo scòpo di proteggere la città da attacchi che riuscissero a portarsi nella rada. Anche questo è un insieme di bastioni ben muniti che impedisce alle navi di soffermarsi nella rada e a portarsi dentro la darsena, bastioni che vanno dal forte Stella, la rocca costruita sulla collinetta più bassa, fino alla punta estrema della Linguella.
I bastioni sono fortificazioni piene di terra con spesse pareti di contenimento laterale, pareti formate da pietrame ed orlate da numerose cannoniere. I bastioni sono collegati fra loro da camminamenti coperti. Alla sommità di ogni bastione fa seguito il terrapieno, un piano sul quale i difensori possono muoversi e facilmente manovrare i cannoni. Il forte Falcone e il forte Stella sono le due “rocche”, architetture emergenti sulle muraglie difensive dei bastioni dei due fronti. Le due rocche si distinguono oltre che per la mole anche per il colore delle murature esterne che è rosso in quanto sono in prevalenza costituite da mattoni. Tale differenza di colore spicca bene con il bianco delle muraglie dei bastioni costruite con pietrame.

Il fronte di attacco chiude verso ovest la città e costituisce zona di maggiore vulnerabiltà per la difesa in caso di attacco alla piazzaforte e per questo è il più imponente di tutto il sistema difensivo della piazzaforte. Si estende per circa cinquecento metri.
I Bastioni di nord ovest sono ben visibili dalla spiaggia delle Ghiaie a livello del mare. (Vedi foto) Da questo livello si diparte il “saliente di nord ovest” di questi bastioni , un mirabile insieme di fortificazioni che sale su in alto verso il forte Falcone quasi come gradini ,fortificazioni tutte tra loro comunicanti con rampe e gradinate: stupendo esempio di architettura militare dove tutto è stato studiato per far muovere velocemente le truppe da un bastione all’altro, dall’alto in basso e viceversa.
Le fortificazioni sono ben descritte e individuate in dettaglio nella “pianta geometrica” del 12 luglio 1864 eseguita dal genio militare (Gallotti, tenente colonnello sottodirettore, e Dario Carrara,disegnatore, matita nera, penna e inchiostro, acquarello policromo) pubblicata alle figure 302-303 in “Portoferraio.Architettura ed urbanistica 1548-1877” (Amelio Fara.Tipolito Subalpina.Torino .1997)

Partendo dal basso, direttamente sopra la spiaggia della Ghiaie(vedi foto ) c’è la ”opera esterna di S Fine” cui fa seguito la “batteria di S. Fine” poi il “cavaliere di S. Fine “ poi la “Lunetta degli Spagnoli” poi il “ridotto di S. Fine (già di S. Alessandro) con la “coda di rondine di S. Fine (già Tenaglia, Lazzeretto), poi il “bastione dell’Imperatore (già della Carciofaia) che ha annesso sulla parte sinistra, quella verso il mare, il “fianco basso dell’imperatore(già S Ferdinando opera del Bontalenti) e verso destra la “batteria di S. Elisabetta (già S. Pietro) e poi il “il bastione dell’imperatrice (già Spannocchi e del Veneziano)” con alla base la “lunetta di S. Elisabetta (già S Carlo). Subito dietro il “bastione dell’imperatore (già della Carciofaia)” c’è il “forte Falcone “, ma la rocca del sistema difensivo fonte di attacco non è visibile dalla spiaggia delle Ghiaie. La funzione militare di ognuno di queste fortificazioni è descritta con dettaglio in “Descrizione delle fortificazioni e fabbriche di Portoferraio.1877” (in pagine 75-94 dell’opera di Amelio Fara idem come sopra).

Opera esterna di S. Fine: ”E’ l’opera più avanzata della piazza,disposta davanti al saliente sinistro dell’opera batteria e cavaliere di S.Fine. E’ destinata a battere da una parte il mare davanti alla spiaggia delle Ghiaie, e dall’opposta il piede dello spalto, la piazza d’Armi ivi esistente ed il fosso del Ponticello ...”

Batteria e Cavaliere di S. Fine: ”L’opera è stabilita al piede dello spalto sotto il saliente N-Ovest,alla distanza di 150 mt circa dalla cinta del Falcone. E’ destinata a battere il mare,il fosso del Ponticello e la sottoposta opera di santa Fine...”

Lunetta degli Spagnoli: “E’ a cavaliere della strada coperta dello stesso nome .dalla qaulevi si accede: dista di 70 mt circa dal bastione dell’Imperatore. E’ destinata alla difesa di terra, ma ha pure azione sul mare...”

Ridotto di S. Fine: “E’ situato davanti e al piede della coda di rondine omonima.Ha azione verso terra..”

Coda di rondine di S. Fine: “E’ stabilita al piede del saliente N-Ovest del bastione dell’Imperatore. E’ destinata specialmente alla difesa di terra,ma ha pure azione sul mare davanti alla spiaggia delle Ghiaie...”

Bastione dell’Imperatore(già della Carciofaia): ”E’ destinato alla difesa di terra, ma può avere qualche azione anche sul mare. Per soddisfare allo scòpo richiederebbe lievi modificazioni al profili del parapetto.Costituisce come un coprifaccia al fronte verso terra del forte Falcone. Consta di una faccia rivolta a ponente e di due piccoli fianchi...”

Fianco basso dell’Imperatore (già di S.Ferdinando ): ”E’ stabilita (l’opera) sotto il fianco destro del bastione dell’Imperatore. E’ destinata a fiancheggiare la coda di rondine ed il ridotto di S.Fine, ed a coprire lo sbocco della paterna d’accesso alle opere esterne; ha qualche azione anche sul mare...”

Batteria S. Elisabetta (già San Pietro): ”E’ stabilita al piede del cavaliere dell’Arciduca fra il bastione dell’Imperatore e quello dell’Imperatrice. Ha zione verso terra e sulla spiaggia delle Ghiaie; è destinata inoltre al fiancheggiamento dei predetti bastioni e delle due accennate opere di S. Fine...”

Bastione dell’Imperatrice (già Spannocchi e del Veneziano): “E’ specialmente a difesa della piazza dalla parte di terra,ma ha pure azione sulla spiaggia delle Ghiaie e sull’interno della rada...”

Lunetta di S. Elisabetta (già S. Carlo): ”E’ posta al piede del bastione dell’Imperatore e sulla capitale di esso.E’ destinata alla difesa specialmente verso terra,ma ha pure azione sulla spiaggia delle Ghiaie e sulla parte interna della rada...”

Tutte queste opere del saliente nord ovest del fronte di attacco sono chiuse e non aperte al pubblico. Non conosco lo stato di manutenzione ma da quello che dalla spiaggia delle Ghiaie si riesce a vedere non sembra esservi un buon stato di conservazione. E’ dal piede delle garitte poggiante ancora sugli spigoli delle varie opere che si comprende questo non buon stato di conservazione. Lo si vede ad esempio osservando dalla spiaggia delle Ghiaie lo stato di conservazione del piede di garitta poggiante sullo spigolo della batteria di S. Fine di cui già in passato nel 2012 e anche dopo, ho parlato. http://www.elbanotizie.it/articolo.asp?key=3234
Aperte al pubblico tutte queste fortificazioni del saliente nord ovest potrebbero essere visitate con un percorso che partendo da quota mare (spiaggia delle Ghiaie) conduce a forte Falcone,attraverso rampe e gradinate già esistenti sin da quando tutte le opere sono state edificate.
Partendo dal basso si arriva alla batteria di S. Fine ,poi percorrendo il camminamento degli Spagnoli si arriva alla lunetta. Da qui con un tratto in galleria si può raggiungere il bastione di S. Elisabetta,poi con un altro tratto in parte in galleria e in parte a giorno si giunge al bastione del Cavaliere. Da qui si sale con una rampa a giorno al bastione della Carciofaia, si gira a nord del forte Falcone e si entra in esso nel punto ove anticamente esisteva un piccolo ponte levatoio. Un percorso con valenza storica e paesaggistica unico perché valorizza non solo il patrimonio culturale posseduto dalla città fondata da Cosimo e poi ampliata dai Lorena ma anche quello paesaggistico. Un percorso che può creare attività economica turistica per tutto l’anno con posti di lavoro.

Marcello Camici

 

Bardi e il castello del cavaliere "termico" - In Emilia Romagna uno dei castelli più celebri della regione: scopriamone i segreti
Da turismo.it del 18 aprile 2020

Nel lembo sud occidentale dell’Emilia Romagna che va verso la Liguria, lungo la Val Ceno, si adagia il comune di Bardi, a circa 60 chilometri da Parma. Intriso di un fascino unico che ogni anno richiama migliaia di visitatori grazie alla scenografica mole del celebre castello, il borgo offre atmosfere medievali che si respirano lungo ogni stradina acciottolata che si arrampica a spirale verso la cima del colle, con le case in pietra che si insinuano strette le une alle altre. Senza contrare i dintorni, dove il percorso del fiume Ceno e la sagoma del Monte Crodolo regalano panorami in cui l’osservatore si riconcilia con la natura. Proprio questo idilliaco scenario sembra che sia stato attraversato dall’esercito di Annibale e leggenda vuole che il nome di Bardo derivi proprio dall’ultimo dei suoi famosi elefanti che aveva battezzato Badrus, morto qui durante la marcia verso Roma. La realtà storica, però, fa risalire il nome alla nobiltà longobarda che vi si stabilì intorno al 600 d.C. Tra leggende e tradizioni spicca anche un ricco patrimonio storico che vede nel castello il suo emblema più famoso, essendo considerato uno dei più belli della regione. (Scopri una mostra al Castello di Bardi).

La rocca, esempio di architettura militare di età medievale, si erge maestosa su uno sperone di diaspro rosso. All' interno trovano sede il Museo della civiltà valligiana e il Museo del bracconaggio e delle trappole dove speso sono ospitate esposizioni temporanee di diverso tipo. Una curiosità riguarda il Museo della Civiltà Valigiana, poiché è collocato nella parte sud della struttura, ovvero in quegli ambienti che in origine ospitavano i cortigiani e si possono quindi ammirare le volte a padiglione e le cornici decorative a stucco. Edificato alla fine del IX secolo, il castello aveva il compito di difendere la popolazione dalle incursioni ungariche e con il passare del tempo vennero ingrandite e rafforzate le sue strutture militari fino a quando, durante il Cinquecento, la famiglia Landi vi si trasferì trasformandolo in palazzo signorile. Una delle maggiori attrazioni del maniero è la Sala delle Torture, un ambiente piuttosto macabro dove si possono vedere diversi strumenti di tortura. Vale la pena, però, proseguire la visita anche attraverso le stalle, quella che era la ghiacciaia, il cortile d’onore e la piazza d’armi, l’ala nobile, le cucine e gli alloggi dove si ammirano ancora gli arredi antichi.

Quello che rende il castello di Bardi ancora più famoso e suggestivo è la leggenda che riguarda la prima foto termica di un fantasma scattata da due studiosi di parapsicologia, e il fatto che sia stato teatro della storia d’amore dei due giovani amanti, Soleste e Moroello. Lui era il comandante delle truppe, lei la figlia del castellano promessa dal padre ad un altro uomo, e la loro vicenda diventa ancora più appassionante se la si scopre proprio percorrendo i camminamenti di ronda o le prigioni del castello. La storia narra dei due giovani innamorati il cui destino per loro si rivela infelice, in quanto Moroello parte per la guerra e Soleste ogni giorno, aspettando il ritorno del suo amato, si reca sui bastioni del castello fino a quando, scorgendo un gruppo di cavalieri con le insegne nemiche, pensa erroneamente alla morte di Moroello e, impazzita di dolore, muore gettandosi dal mastio. In realtà era proprio Moroello, vittorioso, ad indossare i vessilli nemici come segno di conquista ottenuta. Una volta giunto al castello, il cavaliere viene a sapere della morte dell’amata Soleste e, anch’egli, non reggendo al dolore, si getta dagli spalti della piazza d’armi del castello. Ma oltre al triste epilogo della storia d’amore c’è di più. Sembra che da allora strani ed inquietanti fenomeni si verifichino ininterrottamente. C’è chi sente profumi ed odori sgradevoli in determinate stanze del castello, chi ode il rullare dei tamburi, chi addirittura voci umane. Altri, invece, sostengono di vedere gli oggetti spostati senza una spiegazione o sassi disposti in cerchio in zone del castello dove invece non c’è mai stata la presenza di sassi. Ed esiste addirittura la foto del cavaliere Moroello, scattata nei pressi della scalinata del boia all’interno del castello, realizzata con una termocamera, una video camera in grado di rilevare le modifiche termiche nell’ambiente. L’immagine, scattata nel 1999, svela i contorni di una sagoma umana munita di armatura e ferita ad un braccio, e la leggenda racconta che Moroello fu ferito in battaglia ad un braccio. E’ stato possibile scattare la foto grazie al metodo della termo camera, utilizzato anche da alcuni ricercatori inglesi a caccia di fantasmi al castello di Edimburgo.

Pur essendo la maggiore attrazione e teatro di numerose giornate a tema medievale, con rappresentazioni di fatti storici, il castello di Bardi non è l’unico luogo interessante da visitare. Nella nuova chiesa parrocchiale di Santa Maria Addolorata, costruita nel 1934 in stile ravennate a tre navate, è custodito un dipinto giovanile su tavola del Parmigianino, raffigurante lo Sposalizio mistico di Santa Caterina, mentre sull’altare è visibile una statua in legno policromo e dorato del 1649 che rappresenta Maria Addolorata, attribuita allo scultore Berni, La vecchia chiesa parrocchiale è quella intitolata a San Giovanni Battista, eretta nel 1500 dai padri Serviti, e l’oratorio di Santa Maria delle Grazie, edificato nella seconda metà del Duecento, venne restaurato, chiuso e riaperto al pubblico che può oggi ammirare diversi dipinti del Settecento tra cui un olio su tela raffigurante la Vergine seduta regalmente nell'atto di benedire con la mano tra San Biagio e San Rocco, in atto di venerazione. Il convento di San Francesco con annessa la chiesa fu costruito nel 1611 sotto al lato ovest del castello. In stile romanico rustico si presenta invece la chiesa di San Siro. Oltre al patrimonio storico artistico si aggiunge la possibilità di praticare diverse attività outdoor tra i prati fioriti e i freschi torrenti come meravigliose passeggiate, la pesca alla mosca o con il cucchiaino, le escursioni a cavallo lungo l’Ippovia della Valli del Taro e del Ceno.

 

Sii per noi, o Dio, una fortezza in cui rifugiarsi
Da riforma.it del 17 aprile 2020

di Antonio Lesignoli

Con l’invenzione dei cannoni e, ancora di più con l’aviazione, le fortezze hanno perso molto del loro valore militare; ma è comprensibile come nel passato l’immagine del castello costruito in un luogo poco accessibile, con una struttura massiccia e fortificata, le mura alte e le torri di avvistamento, fosse qualcosa che dava un senso di protezione a chi stava dentro; e, al tempo stesso, rappresentasse un monito, quando non una minaccia, per chi stava fuori; non sorprende, quindi, che l’antico salmista parlasse di Dio come di una rocca.
La cosa interessante, però, è che essendo l’autore del salmo una persona anziana, la sua fu, nello stesso tempo, una confessione di fede e una testimonianza: l’Eterno era stato per lui un rifugio perciò potrà esserlo ancora; non si tratta dell’affermazione serena e distaccata di chi può voltarsi a guardare tranquillamente indietro, ma rappresenta la speranza di chi, anche nella vecchiaia, vive circondato da nemici e assediato da problemi. E qui il pensiero non può non andare a tutti quegli uomini e quelle donne che, giunti al crepuscolo delle loro esistenze, anziché trovare un riparo dalle intemperie della vita nel momento della debolezza e della fragilità, hanno trovato una morte prematura per colpa dell’attuale epidemia; perciò, se si volesse continuare a usare la metafora del castello, più che al forte di Fenestrelle verrebbe da pensare ai ruderi di Pietramogolana…
In questa situazione, le parole del salmista sono tanto più preziose proprio perché figlie del dolore e della sofferenza: non sono le domande e le risposte del catechismo recitate “a pappagallo”, ma costituiscono una verità imparata sulla propria pelle; proprio nel mezzo delle intemperie della vita, il salmista comprese che il Signore era una fortezza in cui poteva sempre rifugiarsi e questo motivava la sua preghiera nel suo difficile presente; che questo possa motivare la nostra preghiera nel nostro difficile presente!

 

Test missilistico ASAT per la Russia
Da aresdifesa.it del 17 aprile 2020

Giacomo Cavanna

Il 15 aprile 2020 la Russia ha condotto un test missilistico anti satellite DA-ASAT (Direct-Ascent Anti-Satellite) con un vettore progettato per colpire satelliti posti nell’orbita bassa della Terra (LEO). Il lancio è stato tracciato dell’US Space Command (USSPACECOM) ed il Comandante John “Jay” Raymond ha affermato che il test del 15 aprile è la prova della minaccia russa alle piattaforme statunitense ed alleate nel dominio spaziale.

Secondo i dati dei sensori dell’USSPACECOM nessun satellite è stato colpito. Secondo Missile Threat il missile impiegato sarebbe il PL-19 “Nudol”. Il “Nudol” ebbe il battesimo del volo nel 2014 e con quello del 15 aprile si tratta del decimo test eseguito dalla Russia. E’ lanciabile da TEL (Transporter-Erector-Launcher).

Negli ultimi tempi due satelliti russi (COSMOS 2542 e 2543) hanno eseguito manovre pericolose attorno a satelliti governativi statunitensi. Secondo alcune fonti tali manovre sono legate a operazioni di spionaggio.

 

Cafagna (architetto) e Falcetta (dottoressa in Storia dell’Arte): «Barletta, una fortezza moderna»
Da barlettanews.it del 17 aprile 2020

«Il Castello di Barletta fonda la sua struttura storica e architettonica sul rapporto tra il mare e il centro storico, una singolare polarità che lo ha reso un importante cardine urbanistico e che ad oggi lo vede sede di istituzioni quali la Biblioteca comunale S. Loffredo e il Museo Civico.
La sua planimetria è frutto dell’avvicendarsi di numerosi interventi strutturali che nei secoli l’hanno visto dimora di diverse dinastie: Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli. Ciò che sicuramente lo rende iconico è la particolare forma con quattro bastioni a punta di lancia, quasi perfettamente simmetrici. Questa tipica modalità di costruzione fu adottata in Italia a partire dal termine del XIV secolo, in seguito all’incalzante svilupparsi delle tecniche militari basate su nuovi strumenti di guerra, ed è identificata come “fortezza alla moderna”.1

Con l’introduzione dell’artiglieria portatile, ingegneri ed architetti apportarono modifiche alle antiche costruzioni in modo tale da permettere una migliore difesa delle mura che non si presentavano più con un assetto longitudinale, ma frastagliato grazie all’aggiunta dei baluardi a punta di lancia; l’utilizzo dei bastioni permetteva di attuare il cosiddetto “fuoco di rovescio” che permetteva di sferrare attacchi alle fanterie partendo da strutture sporgenti rispetto alle cortine. L’innovativa planimetria, definita anche “fortezza all’italiana” in quanto la paternità del progetto fu per gran parte merito di maestranze toscane, fu poi esportata anche all’estero: vi sono, infatti, diversi esempi di scuola francese, fiamminga e spagnola che ripropongono questo modello.2

In Italia risultano numerose le fortezze accostabili per forma e per dimensione al Castello Svevo di Barletta. Ne è un esempio il castello di Carlo V di Capua Edificato secondo il progetto di Gian Giacomo dell’Acaya sulle sponde del Volturno nel 1542, sotto il volere dell’imperatore Carlo V, si presenta ad oggi con la planimetria a quattro bastioni con baluardi a punta di lancia.3

Un ulteriore esempio, la cui planimetria rispecchia quasi fedelmente anche per dimensioni il castello di Barletta, lo ritroviamo nel forte spagnolo dell’Aquila Nonostante sia stato costruito, nel XVI secolo, durante il progetto di rafforzamento militare del territorio aquilano e voluto dalla dominazione spagnola, il Castello non fu mai impiegato sul fronte bellico. La fortezza è a pianta quadrata e presenta quattro massicci bastioni che si stagliano nelle direzioni dei punti cardinali; è circondato da un ampio fossato attraversato da un ponte in muratura che ne permette l’accesso alla struttura, esattamente come nel caso del castello barlettano. In seguito alla dichiarazione a monumento nazionale del 1902, subì un restauro nel 1951 che lo convertì a sede del Museo Nazionale d’Abruzzo (MUNDA). Oltre ad ospitare mostre e convegni nell’Auditorium Renzo Piano, conserva al suo interno, insieme alla collezione civica di opere d’arte, il celebre scheletro di Mammuthus Meridionalis, un reperto fossile risalente ad un milione e trecentomila anni fa.4

Una costruzione che ha poco in comune con le dominazioni spagnole e con il territorio meridionale, ma che presenta ugualmente la tipica forma a quattro bastioni lanceolati è la Fortezza medicea di Siena. Conosciuta anche come Forte di Santa Barbara fu eretta nel 1563 su ordine del duca di Firenze Cosimo I de’ Medici a scapito di una precedente costruzione risalente al 1548, che fu fatta edificare da Carlo V per assoggettare la Repubblica senese col fine di farne una piazzaforte imperiale nell’Italia centrale. La fortezza fu edificata per fine si di difesa, ma non nei confronti di nemici esterni, bensì per il controllo delle rivolte cittadine. A differenza dei precedenti esempi, la fortezza si presenta con un planimetria rettangolare (200×270 m) e priva di fossato. Ciononostante le sue imponenti mura e i quattro baluardi sono effettivamente frutto dello stesso modus operandi dell’epoca: la costruzione all’italiana. Ad oggi la fortezza ospita un ampio giardino pubblico al suo interno, dotato di un anfiteatro, sede del conservatorio musicale e di una cantina. Collocata appena fuori le mura antiche della città risulta essere uno dei punti nevralgici di Siena.5

Grazie al positivo riscontro in campo militare ottenuto dalla geniale pianta anceolata (a stella) ideata in origine dai Sangallo varcò i confini italiani, portando la costruzione alla moderna in giro per il mondo. In Francia, in particolare modo sotto il regno di Luigi XIV, la guerra consisteva principalmente in una serie di assedi e controassedi; raramente vi erano attacchi a campo aperto e quando avvenivano vi era sempre una fortezza nelle vicinanze. In questo contesto emerse una grande personalità che addirittura minò la paternità del progetto italiano: Sebastien Le Prestre de Vauban (1633-1707), architetto, Maresciallo di Francia e Capo ingegnere militare di Luigi XIV per ben 53 anni. Per il Re Sole progettò e costruì numerose piazzeforti: fra le fortezze costruite ex novo vi sono le mura di Saint Martin de Rè che si presentano tuttora con una planimetria a stella.6

Anche la Germania custodisce un esempio di fortificazione all’italiana. Nel 1578 Francesco Chiaramella e Rocco Guerrini eressero per l’allora città di Spandau la cittadella- fortezza di chiara ispirazione italiana. La Zitadelle de Spandau con i quattro bastioni circondati da un ampio fossato tuttora immerso, è una delle strutture più estese (318×302 m) e rappresenta ad oggi l’unica fortezza sopravvissuta a Berlino e una delle costruzioni più antiche della città. Negli ultimi anni è divenuta un museo e uno dei maggiori punti di ricezione turistica sul territorio.7

Una delle costruzioni europee più maestose definibile “alla moderna” si trova in Portogallo: si tratta della città di Elvas, la fortezza più grande dell’intera nazione. L’intera cittadina è completamente cinta dalle mura fortificate e bastionate che si estendono per un perimetro di ben 10 km, parte delle quali risalgono al periodo di dominazione islamica. Questo complesso sistema di fortificazioni circondate da fossati e porte che conducono alla città e che custodisce all’interno numerosi edifici militari aveva lo scopo di difendere l’antica città dai nemici provenienti dal vicino confine spagnolo. Un luogo ricco di fascino dichiarato, nel 2012, Patrimonio dell’UNESCO.8

In questo excursus dedicato alle fortificazioni all’italiana è emerso il ruolo dominante della figura di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, che durante il suo operato eresse fortezze alla moderna ovunque vi fossero i suoi possedimenti. Quando nel 1544 fondò in Brasile la città di Macapà, che in origine aveva il nome di Adelantado de Nueva Andaluzia, fece erigere con lo scopo di difendere il territorio la fortezza Sao Josè (185×184 m).9

Sono presenti tracce della dominazione spagnola anche in Florida (U.S.A.) precisamente a St. Augustine dove si trova una delle più antiche fortezze in muratura della parte continentale degli Stati Uniti d’America: il castello di San Marco. Eretto nel 1672, ben 107 anni dopo la fondazione della città, copre un’area di 1,29 km² ed è attualmente gestito dal National Park Service. Anche in questo caso la struttura è dotata di quattro bastioni angolari anceolati e di un regolare fossato.10

La tipica costruzione alla moderna in giro per il mondo, oltre a rappresentare un’importante testimonianza di un periodo storico, potrebbe divenire oggi il filo conduttore per connettere tra di loro queste fortezze rendendole sede di un più ambizioso progetto. L’idea di dare origine ad un gemellaggio con il patrocinio dei comuni di appartenenza legittimerebbe un flusso di conferenze, mostre site-specific, operazioni artistiche ed eventi itineranti che prenderebbero vita nei fossati, sui bastioni e nelle corti interne. Promuovendo questo genere di iniziative, il castello di Barletta potrebbe essere inserito in un nuovo contesto, non circoscritto al territorio pugliese, che ne permetterebbe una maggiore valorizzazione a livello internazionale.»

1. M. Davico- E. Lusso, L’ingegneria delle difese militari, in <Treccani>,<http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ingegneria-delle-difesemilitari_% 28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica%29/> (aprile 2020).

2. Ibidem.

3. F. Carbone, La città fortezza: i castelli di Capua, in <capua.it>, 4 marzo 2019, <https://capua.italiani.it/i-castelli-di-capua/> (aprile 2020).

4.M. Congeduti, Un modello di fortezza cinquecentesca a confronto: il Castello dell’Aquila, in <Museo Nazionale d’Abruzzo>, 16 aprile 2013, <http://www.museonazionaleabruzzo.beniculturali.it/index.php? it/160/castello-cinquecentesco> (aprile 2020).

5.M. Ramerini, La fortezza Medicea di Siena, in <Borghi di Toscana>, <https://www.borghiditoscana.net/la-fortezza-medicea-di-siena/> (aprile 2020).

6.G. Baiocchi, L’età di Vauban e le fortificazioni alla moderna, in < Dasandere>, 17 novembre 2019, <https://dasandere.it/leta-di-vauban-e-le-fortificazioni-allamoderna/> (aprile 2020).

7.anonimo, A masterpiece of Renaissance architecture, in <Zitadelle- Berlin.de>, <https://www.zitadelle-berlin.de/en/fortress/> (aprile 2020).

8.F. Belloni, Elvas, la più bella città fortificata del Portogallo al confine con la Spagna, in <viaggi alla fine del mondo>, 23 ottobre 2017, <https://www.viaggiallafinedelmondo.it/racconti-di-viaggio/elvas-cittafortificata-del-portogallo/> (aprile 2020).

9.Anonimo, Macapà, in <wikipedia.it>, <https://it.wikipedia.org/wiki/Macapá> (aprile 2020).

10.Anonimo, Castillo de San Marcos, in <nps.gov>, <https://www.nps.gov/casa/learn/photosmultimedia/videos.htm> (aprile 2020).

 

Effetto lockdown, nei canali di Peschiera l’acqua è cristallina
Da gardapost.it del 16 aprile 2020

Peschiera del Garda: sulla sinistra la Cortine e Bastione Querini, al centro in fondo il Canale di Mezzo ed il Ponte dei Voltoni, a destra la punta del Bastione Tognon... e tutto intorno le acque blu del Garda.

PESCHIERA - Sulla pagina ufficiale del sito turistico di Peschiera le immagini mozzafiato della città fortificata. Le acque dei canali mai così limpide e cristalline: l'effetto di più di un mese di lockdown

Lasciano senza fiato, per la bellezza del paesaggio e la lucentezza delle acque, le foto pubblicate sulla pagina Facebook Tourism

Peschiera, pagina ufficiale del sito turistico www.tourismpeschiera.it.

«Proviamo a raccontare da anni Peschiera del Garda con foto e video – scrivono i gestori della pagina – , cercando di stupirvi e sorprendervi, ma ancora una volta è stata Lei a stupirci e ancora una volta ci ha sorpreso.

Peschiera del Garda: le acque cristalline del Garda scendono nel Canale di Mezzo, in basso a sinistra centinaia di pesci si godono la tranquillità e il sole.

Peschiera: il canale di Mezzo ed il Ponte dei Voltoni, sul fondo del canale, perfettamente visibile, la sagoma dell’antico stabilimento di pesca fissa, che caratterizzava questi territori.

Ieri, le acque cristalline del Lago di Garda, riflettevano e amplificavano ciò che era evidente ai nostri occhi: la bellezza di un territorio e di un paese che ci ricorda essere patrimonio mondiale…di tutti noi!».

Foto davvero fantastiche, che raccontano la bellezza diffusa che abbiamo la fortuna di avere sul lago di Garda.

Le condividiamo. 

 

Gli USA accelerano sul nuovo cruise nucleare
Da portaledifesa.it del 16 aprile 2020

Gli Stati Uniti stanno accelerando gli studi relativi ad un nuovo missile cruise a testata nucleare lanciabile da sottomarino - SLCM-N, Submarine Launched Crusie Missile Nuclear.

L’obbiettivo è attivare un più robusto finanziamento nel bilancio del Pentagono dell’anno prossimo, dopo i 5 milioni di dollari del 2020 e nessun stanziamento quest’anno.

Quella dei missili da crociera a testata nucleare lanciabile da navi e sottomarini è una capacità che gli USA hanno dismesso tra il 2010 ed il 2013 ma che, con la Nuclear Posture Review del 2018, hanno deciso di riattivare.

In particolare, gli USA puntano ad impiegare un nuovo SLCM-N come arma sub-strategica di teatro in grado di incrementare la flessibilità del deterrente nucleare americano e le opzioni a disposizione del vertice politico-militare.

 

GUERRA E CONTROLLO. LA MILITARIZZAZIONE DELLA SICILIA
Da antoniomazzeoblog.com del 16 aprile 2020

Sono state registrate importanti novità relativamente al processo di militarizzazione e riarmo a cui è stata sottoposta la Sicilia dopo le guerre USA e NATO in Iraq e Afghanistan o quella contro la Libia di Gheddafi nel 2011. Si tratta in buona parte di elementi mai discussi a livello politico, né tantomeno analizzate a livello istituzionale da parte del Parlamento italiano o dalla stessa Assemblea regionale siciliana, che però hanno avuto la conseguenza di esporre la nostra Isola ad una pressione bellica di dimensioni globali, considerando anche la portata e le capacità distruttive degli attori in campo. Nonostante la pericolosità e la drammaticità dei processi in atto, quanto sta accadendo in Sicilia è volutamente ignorato dai media e, di conseguenza, del tutto sconosciuto a buona parte della popolazione. Una cosa è fare infatti da piattaforma per proiettare la guerra in Iraq o in Afghanistan, sapendo di rischiare poco o nulla; altro è quando i droni USA “Global Hawk” stanziati nella base di Sigonella, con funzioni di sorveglianza e intelligence, operano quotidianamente alla frontiera tra l’Ucraina e la Russia in autentiche provocazioni delle forze armate di Mosca, fornendo magari dati sensibili ai militari ucraini e alle organizzazioni paramilitari alleate.

C’è poi il braccio di ferro lanciato da Trump contro alla Russia che riapre foschi scenari che ci riportano indietro per lo meno di 40 anni. Mi riferisco al rilancio delle politiche di riarmo nucleare, sancito con la cancellazione unilaterale da parte degli Stati Uniti d’America dei trattati per il controllo e contro la proliferazione delle armi atomiche. In particolare, Trump ha dichiarato l’uscita dal Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80 e che ha consentito lo smantellamento dei missili Cruise, Pershing II e SS-20, i primi installati a Comiso (Ragusa) e contro cui è stata data vita ad una delle più grandi mobilitazioni di massa della storia della Sicilia, italiana e internazionale.

Queste scellerate decisioni non potranno che condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e alla rinuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di Washington puntano alla realizzazione di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri (e anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL). Ma non è tutto, purtroppo. Contemporaneamente all’implementazione dei nuovi sistemi di distruzione di massa, i moderni dottor Stranamore stanno pianificando il rilancio delle strategie della cosiddetta guerra nucleare limitata, proponendo cioè la produzione e l’uso nei campi di battaglia di testate nucleari di piccole dimensioni con potenze distruttive ridotte. I target, cioè gli obiettivi su cui lanciare queste nuove armi, si trovano in quelle aree dove sono in corso guerre sanguinose ma che cinicamente sono descritti dagli strateghi come “conflitti di bassa intensità”. Mi riferisco ad esempio alla Libia o all’Ucraina orientale, solo per restare nelle principali aree di crisi prossime alle basi USA e NATO ospitate in Italia e da cui eventualmente potrebbero partire i cacciabombardieri con le nuove minibombe  nucleari.
Ovviamente non sono soltanto gli Stati Uniti d’America (e la NATO) a sperperare miliardi per finanziare la ricerca, sperimentazione e produzione di armi nucleari per le guerre del XXI secolo. Sono infatti numerosi i paesi che hanno dato il via a nuovi programmi di potenziamento dei propri dispositivi nucleari o che aspirano ad assumere un ruolo leader in questo settore strategico: le superpotenze militari come Russia e Cina, i consolidati Stati nucleari come Israele, India, Pakistan, ecc... Ciò non può che rendere ancora più esplosiva l’odierna situazione mondiale, ponendo seriamente a rischio le possibilità stesse di sopravvivenza della specie umana, come denunciano con forza gli stessi scienziati indipendenti.
Fonte: Limes, Usa contro Cina, n. 6 2012.

Sempre relativamente ai programmi di riarmo ad altissimo rischio di olocausto nucleare, c’è un secondo aspetto rilevante che riguarda ancora la Sicilia. Prendo ad esempio le esercitazioni effettuate in questi ultimi mesi dalla NATO in sud Italia e nel mar Ionio e che hanno coinvolto direttamente la stessa città di Catania dove sono approdate alcune delle unità da guerra impegnate. Queste operazioni aeronavali hanno simulato in particolare un attacco globale totale a un “nemico” rimasto non identificato, anche se è presumibile che l’obiettivo strategico sia stato proprio l’Iran contro cui Stati Uniti, Israele e le petromonarchie hanno lanciato una vera e propria guerra santa. Non è un caso che abbiamo assistito in questo periodo ad una sempre più massiccia presenza di portaerei e sottomarini a propulsione e capacità nucleare nelle acque del Mediterraneo orientale e con sempre più frequenza queste unità effettuano soste tecniche presso il polo/deposito USA-NATO di Augusta (Siracusa).

Non c’è giornata in cui non si assista alle pericolose provocazioni USA contro Teheran in cui non vengano utilizzati proprio i porti siciliani per l’attracco delle unità navali o la grande stazione aeronavale di Sigonella per la proiezione aggressiva a distanza e/o il transito di quelle terrestri e aeree. Sommando tutto questo alle operazioni anti-russe in Ucraina orientale e in Crimea è evidentissimo come ci troviamo di fronte a scenari geostrategici dalla pericolosità certamente non paragonabile a quanto è accaduto sino ad oggi. L’esposizione bellica dell’Isola e il rischio di attacchi e ritorsioni non hanno precedenti anche tenendo in conto la potenza di fuoco di due degli attori contro cui USA e NATO stanno agendo, Russia e Iran. Non vanno poi dimenticati gli interventi offensivi che ormai conosciamo da tempo immemorabile in Nordafrica e nell’Africa sub-sahariana e che vedono protagonisti i cacciabombardieri e i sistemi a pilotaggio remoto (i droni spia e killer) schierati a Sigonella o la forza di pronto intervento dei Marines statunitensi creata originariamente per operare dalla Spagna ma che ormai ha trovato fissa dimora nella grande base alle porte della città di Catania. A ciò si aggiungono le attività di “infiltrazione” delle unità d’èlite delle forze armate italiane nel continente africano (dalla Libia alla Tunisia, dal Niger agli altri paesi confinanti del Sahel, dalla Somalia all’intero Corno d’Africa). Questi interventi vedono ancora una volta in prima linea il vasto dispositivo bellico installato in Sicilia ed evidenziano purtroppo come anche il nostro Paese stia sgomitando tra le potenze mondiali per assumere un ruolo neocoloniale in Africa, nell’interesse soprattutto del grande gruppo nazionale petrolifero ed estrazione del gas a capitale pubblico e privato (ENI).
Inquietantissimo quello che ci riserva il futuro prossimo. Qualche settimana fa ho avuto modo di pubblicare un articolo sulle richieste di finanziamento fatte dal Dipartimento della Difesa USA al Congresso per l’anno fiscale 2020, da cui si evince come uno dei progetti chiave veda ancora protagonista la stazione aeronavale di Sigonella. Dopo la realizzazione del MUOS all’interno della riserva naturale orientata di Niscemi, verrà installato in Sicilia un altro megacentro di telecomunicazioni satellitari strategiche delle forze armate USA. Il pentagono ha infatti chiesto l’autorizzazione alla spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per realizzare a Sigonella un’area che consentirà di effettuare – così scrivono gli strateghi – “più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”. L’assegnazione dei lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi nell’aprile 2024. E’ prevista inoltre una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari per l’acquisto delle sofisticate attrezzature elettroniche e d’intelligence che saranno messe a disposizione del nuovo centro satellitare, a riprova di come ci troviamo di fronte a un vero e proprio salto di qualità delle attività e delle funzioni che saranno svolte a Sigonella dalle forze armate degli Stati Uniti d’America.

Mentre ormai è ufficiale che il terminale terrestre del MUOS di Niscemi ha raggiunto la piena operatività, si attende da un momento all’altro la comunicazione da parte dei Comandi NATO dell’entrata in funzione - ancora una volta a Sigonella - del nuovo sistema AGS dotato di cinque grandi droni-spia di ultima generazione che si sommeranno ai “Global Hawk” e ai “Reaper” dell’US Air Force e ai “Triton” di US Navy, per consolidare il ruolo di vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota della grande base militare siciliana. I droni AGS della NATO consentiranno di operare in un’ampia area geografica: dall’intero continente africano e il Medioriente sino alle Repubbliche Baltiche e ai confini orientali della Russia, di fatto sempre in funzione anti-Mosca e anti-Teheran.
Mai come adesso è evidente quanto per decenni i Comitati No War hanno denunciato: cioè che Sigonella è stata per la Sicilia come un tumore in metastasi. Il soffocante processo di militarizzazione generato dalla grande installazione USA e NATO è sotto gli occhi di tutti e l’installazione di Niscemi con le sue decine di antenne e il terminale MUOS è l’esempio più emblematico del suo devastante impatto socio-ambientale. Proprio il MUOS assume un valore altamente simbolico in quello che è lo strettissimo legame esistente tra guerra-riarmo-militarizzazione e crimini ambientaliclimatici e iper-riscaldamento della Terra. Bisogna infatti sapere come la prima sperimentazione operativa in larga scala del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina USA è stata fatta nella primavera del 2014 al Circolo Polare Artico nell’ambito di quella che è ormai una furiosa competizione tra le Superpotenze per accaparrarsi i minerali e le fonti energetiche che in quest’area diventano molto più facili da sfruttare grazie proprio allo scongelamento dei ghiacciai. Questo devastante fenomeno climatico consente inoltre alle grandi unità navali di penetrare verso il Polo Nord e l’Antartide, aprendo nuove rotte e tragitti più economici e veloci al traffico militare e mercantile.
Nello specifico quella al Polo Nord è stata una vasta esercitazione denominata in codice “ICEX”, organizzata dal Comando per le forze subacquee COMSUBFOR di US Navy. Per la prima volta, un sottomarino a propulsione e capacità atomica ha navigato a centinaia di metri d’immersione sotto la calotta del ghiaccio, mantenendo un costante contatto con i centri di comando USA grazie ai segnali teletrasmessi dal MUOS. Ciò apre nuovi scenari geostrategici e ripropone le modalità di governance “armata” degli effetti più catastrofici delle dissennate politiche energetiche dei paesi industrializzati e del modello stesso di funzionamento del complesso militare-industriale, come del resto è accaduto in questi ultimi decenni con i fenomeni migratori e i loro tentativo di contrasto da parte di USA, NATO e UE. Il mutamento climatico è stato una delle principali cause della pressione migratoria sulle popolazioni del Sud, così come le guerre glocal (molto spesso per procura), la fame e il sottosviluppo. E quella del contrasto alle migrazioni è divenuta una delle sfide chiave con cui oggi si giustificano militarizzazioni e intereventi neocoloniali nel Mediterraneo e nell’intero continente africano e dove, ancora una volta, sono sempre la Sicilia e le sue installazioni di guerra ad assumere un ruolo chiave in ambito nazionale ed internazionale.

Dicevamo prima della metastasi Sigonella. In verità non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che oggi non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra mondiali. E’ di queste settimane la scoperta che i Marines statunitensi destinati a intervenire in Africa hanno utilizzato con propri mezzi aerei ed elicotteri una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti USA è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccaniizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. I reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di una imponente esercitazione, neanche una settimana fa, che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi, uno degli avamposti di guerra più importanti di tuo il sud  Italia. Quest’esercitazione è stata svolta congiuntamente ad alcuni reparti della Brigata “Aosta”, giunto in Sicilia subito dopo l’Unità d’Italia per garantire il controllo dell’ordine pubblico e la repressione del brigantaggio e delle proteste popolari (vedi in particolare i Fasci siciliani, il movimento contadino, le ricorrenti rivolte per il pane nei grandi centri abitati, ecc.). Trasformatasi negli ultimi anni in uno dei reparti di pronto intervento delle forze armate italiane in ambito NATO ed extra-NATO (anche grazie alla sottovaluta operazione Strade Sicure e alle missioni “di pace” in Libano, Kosovo, Iraq e Afghanistan e alle sempre più numerosi attività addestrative con le forze armate USA), la Brigata “Aosta” ha accumulato un’enorme capacità operativa proprio sul fronte interno e oggi si candida a divenire il fulcro delle unità antisommossa e di repressione dei movimenti sociali in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia.

Uno dei luoghi dove si è manifestato con intensità il cancro della militarizzazione della Sicilia è certamente l’isola di Lampedusa. Mentre l’attenzione mediatica si concentrava sugli sbarchi dei migranti, le “emergenze umanitarie” predisposte ad hoc per riprodurre la paura delle invasioni e le vergognose condizioni dell’hotspot di contrada Imbriacola, venivano installati nella piccola isola sistemi radar, impianti di telecomunicazione e centri per la guerra elettronica, alcuni dei quali ancora una volta all’interno di zone di rilevante importanza ambientale e paesaggistica. Una selva di antenne che oltre a elevare Lampedusa ad avamposto per la trasmissione degli ordini di guerra delle forze armate nazionali e NATO, sta contribuendo con il bombardamento massiccio di onde elettromagnetiche a peggiorare le già preoccupanti condizioni di vita e sanitarie della popolazione locale. Siccome poi ai signori delle guerre globali l’appetito vien mangiando, il processo di ultramilitarizzazione di Lampedusa ha investito anche lo scalo aeroportuale, già utilizzato in passato per operazioni top secret e “anti-terrorismo” nel Mediterraneo e in Nord Africa. Da qualche settimana questo aeroporto opera da laboratorio sperimentale di un nuovo prodotto del complesso militare- ndustriale, il grande drone-spia “Falco-Evo” di Leonardo-Finmeccanica, affittato alla famigerata Agenzia per il controllo delle frontiere esterne Ue Frontex nell’ambito delle operazioni antimigranti nel Mediterraneo centrale e, immaginiamo, anche in territorio libico e nel Sahara. Nello specifico questo grande velivolo senza pilota ha il compito di videofotografare il transito delle imbarcazioni “sospette” o degli automezzi utilizzati per il trasporto dei migranti nel deserto e di fornire i dati sensibili raccolti alle forze armate e di sicurezza libiche a cui Italia e Unione europea hanno affidato le operazioni sporche di respingimento dei “clandestini” alle frontiere meridionali, in modo di trasferire così il muro armato invisibile contro i flussi migratori dal Canale di Sicilia ai confini con il Ciad, il Niger e il Sudan.
La proiezione della forza militare di “contenimento” anti-migranti sempre più a sud risponde all’esigenza di rendere ancora più invisibili e lontani i crimini e le violazioni dei diritti umani perpetrati dagli attori a cui Bruxelles e Roma hanno delegato la guerra in atto alle migrazioni. Anche in quest’ottica va interpretata la missione delle forze armate italiane avviata lo scorso anno in Niger (MISIN), in cui la formazione e l’addestramento dei militari nigerini sono finalizzati indiscriminatamente alla “lotta al terrorismo” e “altraffico di persone” e la cooperazione allo sviluppo (con fondi del Ministero Affari esteri e dell’Unione europea ma con gestione MISIN) viene barattata in cambio del rafforzamento dell’impegno di Niamey contro i migranti o, peggio, convertita nell’acquisto e trasferimento alle autorità militari locali di sofisticate attrezzature per la schedatura biometrica personale.
Un accenno è doveroso ad un altro tumore generato dalla metastasi Sigonella, quello relativo all’uso da un quinquennio dell’aeroporto di Pantelleria per i voli d’intelligence, riconoscimento e disturbo elettronico affidati da USAfricom, il Comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, a contractor privati statunitensi. Questi voli vengono effettuati periodicamente nel Mediterraneo e sui cieli di Algeria, Tunisia e Libia, sino alla frontiera orientale dell’Egitto. Ovviamente tutto viene tenuto top secret e perfino il Comando di Sigonella che fornisce la logistica agli scali dell’aereo-spia con insegne “civili” a Pantelleria ammette di ignorare i reali obiettivi e le funzioni esercitate. Di certo i dati raccolti durante le incursioni in territorio africano sono trasmessi direttamente a Ramstein (Germania), sede centrale di US Africom, ma non sarebbe assolutamente strano se alcune delle informazioni d’intelligence venissero trasferite anche alle formazioni militari e paramilitari partner USA in Nord Africa nella “guerra al terrorismo”.
La Sicilia, infine, si sta prestando dal 2011 a sperimentare direttamente le politiche liberticide di “confinamento” dei sempre meno numerosi migranti che riescono a raggiungere le nostre coste in imbarcazioni di fortuna. Mi riferisco in particolare ai centri, paradossalmente e ipocritamente definite di “accoglienza”, aperti un po’ ovunque nell’Isola, veri e propri lager dove l’obiettivo reale è quello di spersonalizzare e deprivare gli “ospiti-semireclusi” dai loro sogni, speranze, resistenze. Mineo, Pozzallo, Lampedusa, l’ex caserma “Gasparro” di Messina, ecc., classificati ormai come “hotspot” per le identificazioni e le conseguente espulsioni manu militari degli “indesiderati”, sono anch’essi il laboratorio con marchio Frontex per implementare in grande scala il modello di controllo totale delle persone, dei loro corpi e delle loro coscienze. Non è certo casuale che proprio la città di Catania sia stata prescelta quale sede mediterranea dell’Agenzia di controllo esterno delle frontiere Ue, scelta infame promossa e sostenuta dall’ex amministrazione Bianco e che ha contribuito anch’essa a rendere ancora più asfissiante e insostenibile il processo di militarizzazione del territorio siciliano. La rilevanza della creazione del Centro Frontex a Catania è stata purtroppo ampiamente sottovalutata dalle associazioni e dai gruppi che in questi anni si sono impegnati in difesa dei diritti dei migranti.
Assai poco considerato è pure quanto accade con sempre maggiore frequenza e intensità all’interno delle scuole di ogni ordine e grado e nelle università siciliane, cioè la militarizzazione de iure e de facto del sistema educativo con l’occupazione delle infrastrutture scolastiche per parate e simulazioni varie da parte delle forze armate (Brigata “Aosta” in primis); l’affidamento a generali ed ammiragli di lezioni e corsi con gli studenti in tutte le discipline (c’è perfino la rilettura e reinterpretazione della Costituzione); le attività di alternanza scuola-lavoro nelle caserme, nelle basi militari strategiche e nelle industrie produttrici di sistemi bellici; la svendita della ricerca scientifica da parte degli atenei al Pentagono, alle forze armate USA, NATO e nazionali, ecc..
L’incapacità dei soggetti politici alternativi e della sinistra radicale a far diventare argomento centrale di dibattito quello della militarizzazione dei territori, dell’istruzione e della società, è certamente una grossa sconfitta, soprattutto perché gli effetti prossimi di questo processo saranno pagati in carne propria dagli stessi attori chiamati al cambiamento e alla resistenza al neoliberismo e alla guerra. Militarismo e militarizzazioni, le forze armate a controllo e “gestione” dell’ordine pubblico, ecc. erodono progressivamente i sempre più limitati spazi di libertà ed espressione, di aggregazione e lotta sociale, così come si è assistito recentemente proprio qui a Catania con lo sgombero violento dei centri occupati. Le leggi liberticide introdotte nel sistema giuridico attraverso i cosiddetti decreti sicurezza, legittimano le forze di polizia nell’implementazione di ulteriori strumenti repressivi. Credo però che sia doveroso ribadire che queste norme non sono il frutto del “folle” di turno (vedi il leghista xenofobo oggi alla guida del Viminale o il suo predecessore del “partito democratico”), ma sono invece un atto dovuto della Politica e dei Governo a favore del grande capitale transnazionale che non ammette assolutamente la possibile esistenza di conflitti e mediazioni sociali.

Per assicurarsi l’ordine, l’obbedienza, il controllo e l’esercizio repressivo, il capitale transnazionale non ha avuto scrupoli ad utilizzare in Sicilia, accanto alle forze di sicurezza e militari, le organizzazioni criminali e mafiose. La mafia si è macchiata del sangue di innumerevoli oppositori al sistema neoliberista o ha imposto con la minaccia di morte l’emigrazione forzata dalla Sicilia di migliaia di oppositori al sistema dominante. Per questo la lotta globale alla borghesia mafiosa e ai poteri di guerra diventa oggi l’unica alternativa per continuare a mantenere in vita gli spazi di socialità e le speranze di resistenza di tutte/i coloro che credono ancora che ci sia un altro mondo possibile. 

Relazione al convegno "La Sicilia fa la guerra - Conflitti, immigrazione e devastazioni ambientali", organizzato da Movimento No MUOS a Catania presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi, 12 giugno 2019. Pubblicato nel dossier: (A cura del Movimento No Muos), “Guerra ambiente immigrazione. La lotta è una sola”, Catania 2020.

 

Palmanova, 122.000 euro per la valorizzazione dei Bastioni
Da imagazine.it del 15 aprile 2020

Baluardo Donato (ph. Comune di Palmanova)

Serviranno all’acquisto di arredo urbano, alla manutenzione dei sentieri e alla concretizzazione della sala visite multimediale nella ex caserma Filzi

Per il secondo anno, grazie alla legge 11 del 2019, i Bastioni di Palmanova, patrimonio UNESCO dal luglio 2017, potranno beneficiare di un finanziamento per la loro valorizzazione. Per il 2020, la Regione FVG ha infatti concesso 122.000 euro.
Oltre a Palmanova, sono stati finanziati anche i Comuni di Cividale del Friuli (“I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)”) e Caneva (“Siti palafitticoli preistorici delle Alpi”): il primo con 50.000 euro e il secondo con 110.000 euro.
“Con questi fondi sarà possibile procedere a sfalci della vegetazione presente sulle cinte murarie, all’acquisto di arredo urbano come panchine o tavoli, alla manutenzione dei sentieri e alla concretizzazione finale della sala visite multimediale nel sotto tetto dell’ex Caserma Filzi”, commenta il sindaco, Francesco Martines.
“All’ultimo piano dello stabile napoleonico – sottolinea Luca Piani, assessore con delega ai Bastioni – si è infatti concluso il rifacimento completo del tetto (fortemente compromesso da infiltrazioni d’acqua piovana). Qui sarà possibile allestire una zona riparata e coperta, dove poter accogliere le comitive di turisti, illustrare la storia e le bellezze di Palmanova attraverso allestimenti e supporti multimediali. I visitatori potranno proseguire poi il tour lungo il vicino percorso di visita alle gallerie della Fortezze e a Baluardo Donato.

Baluardo Donato (ph. Comune di Palmanova)

Si aggiunge così un ulteriore tassello a quel percorso di visita che, anno dopo anno, si sta strutturando e che si concluderà con la realizzazione della stazione delle corriere nell’ex caserma Ederle, con la sistemazione dell’area circostante e con la riqualificazione della Torre Piezometrica come punto d’osservazione panoramico sulle mura UNESCO”.

Nel 2019 il Comune di Palmanova ha ricevuto, sempre grazie alla stessa legge regionale, 130.000 euro. Questi sono stati utilizzati per incrementare l’attività di sfalcio, anche con l’utilizzo di nuovi mezzi in grado di raggiungere parti più impervie delle mura.

“Grazie agli stessi fondi è stato possibile organizzare la mostra Leonardo da Vinci e le Arti Nuove, che tanto successo ha ottenuto, arrivando a oltre 7.000 visitatori. Con la restante parte stiamo realizzando l’intera cartellonistica turistica della città: oltre 80 cartelli che, attraverso tre percorsi guidati, accompagneranno i turisti alla scoperta di Bastioni e città”, conclude Adriana Danielis, assessore comunale alla cultura e turismo.

 

Viaggio alla scoperta dei Forti di Genova - I forti di Genova: dal Forte Richelieu al Quezzi passando da Forte Ratti
Da varesepress.info.it del 14 aprile 2020

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei Forti di Genova. Siamo all’interno del Parco Urano delle Mura di Levante, con i suoi 876 ettari è il più vasto polmone verde della città con ampi panorami che vanno da Capo Noli a Portofino, dal Santuario della Madonna della Guardia al Monte Antola. Anche la Lanterna di Genova, con le mura di San Benigno ormai demolite si può considerare parte delle fortificazioni genovesi.

Nel lontano 1626 la Repubblica di Genova, conosciuta come la Serenissima, decise di dotare la città di protezioni difensive per proteggersi da eventuali attacchi nemici sui monti. A Giovan Battista Baliani, uomo di scienza e amico di Galileo Galilei, venne affidato il compito di sovrintendere i lavori di costruzione delle Nuove Mura di Genova.

La Liguria venne poi annessa al Regno di Sardegna che ampliò ulteriormente il sistema difensivo. Queste roccaforti hanno protetto Genova dagli attacchi navali della flotta francese del re Sole trasformandosi in centri di rifugio durante la seconda guerra mondiale.

L’ESCURSIONE

Si tratta di un percorso ad anello della durata di circa 4 ore (escluse eventuali soste) e di tipo Escursionistico.

Dal casello dell’autostrada A12 di Genova Nervi si prosegue su Corso Europa fino al monoblocco dell’Ospedale San Martino dove voltiamo a destra.

Si raggiunge in breve il quartiere di Chiappeto dove lasciamo l’auto in un piccolo parcheggio comunale gratuito.

Il nostro cammino inizia sulla creusa di Via alla Costa di Chiappeto che si trova a destra del parcheggio.

Superate alcune case voltiamo a destra quindi ad un secondo incrocio a sinistra fiancheggiando la cinta muraria. Il sentiero prosegue sul pianoro erboso che porta fino al Forte Richelieu (408 m). Il suo nome deriva dal maresciallo Louis du Plessis, duca di Richelieu, che lo munì di opere difensive.

Oggi è chiuso al pubblico e sede di ripetitori televisivi. Dal pianoro sul quale sorge si può godere di una panoramica su tutta la Via dei Forti di Ponente.

Si prosegue su una strada militare che porta a una cava di cemento e nella parte finale si passa accanto al rudere della Torre di Monte Longone.

 

Su un mosaico decorativo a pietre grosse si arriva all’imponente Forte Ratti (564 m).

La costruzione risale al 1700 e con i suoi 200 metri di lunghezza sorprende come possa essere stata realizzata una tale opera a questa altezza.

Domina addirittura tre valli, il Bisagno, il Fereggiano e Sturla. Visitiamo alcune sale e grazie all’esposizione panoramica molto soleggiata si possono ammirare diversi giochi di luce.

Proseguiamo sulla cresta opposta dove il sentiero supera i resti della Torre Serralunga fino ad una spianata dove troviamo l’edificio dell’acquedotto e la particolare Torre Quezzi.

La troviamo aperta e in stato di abbandono. Venne realizzata dal governo piemontese nel 1825 come avamposto dell’omonima struttura difensiva.

 

Proseguendo in discesa si raggiunge infatti il Forte Quezzi, anch’esso in rovina.

Fu costruito nel 1747 e completato dal generale Andrea Massena nel 1814.

Dal forte si può proseguire verso il centro abitato e seguendo le indicazioni per l’ospedale San Martino giungere nuovamente al quartiere di Chiappeto.

Chi volesse proseguire l’escursione può raggiungere il versante opposto della Val Bisagno e percorrere il perimetro murario da Righi fino al Forte Diamante.

 

Fortezza d’Arezzo: che fare ?
Da arezzoweb.it del 14 aprile 2020

DEMOS, l’Osservatorio dei cattolici democratici, s’impegna contro l’omologazione da COVID 19, combatte preparando futuro, non chiudendo il pensiero per la propria città, PER AREZZO come si ricorda in Piazza Vasari per la nostra Giostra. DEMOS inizia un confronto sui luoghi aretini collegati al turismo che cambierà che dobbiamo declinare al futuro. I componenti del Direttivo si confrontano.
La Fortezza medicea rappresenta , un luogo in cui quel “cognome “ è foriero del ricordo, secoli fa, della sottomissione alla Firenze dei Medici: quella fortificazione ha sempre rappresentato il presidio, il simbolo del potere della città del giglio nei confronti della nostra e la sua nascita significò nel XVI secolo la demolizione e la scomparsa di un intero quartiere cittadino.

Prima della sua chiusura per alcuni anni, a causa di una intelligente opera di restauro, la Fortezza era diventata, con il suo spazio centrale, teatro di accese partite di cricket organizzate da cittadini stranieri che non avevano trovato spazio altrove: non so quanto questo dato fosse all’epoca, o sia tutt’ora, noto alla cittadinanza, perché in Fortezza l’aretino c’è sempre andato solo ed esclusivamente a “ far chiodo “ o a trovare angoli per godere con la fidanzata di dolce intimità. Il passeggio dell’aretino, specie quello del fine settimana, si è sempre schiantato stancamente contro il Canto de Bacci, escludendo la parte alta della città.
Dunque in Fortezza bisogna andarci appositamente ma, a parte le motivazioni sopra citate che, grazie alla complicità del Prato, sono un evergreen, a fare cosa ? Vien subito alla mente di utilizzare la Fortezza come luogo di svolgimento di spettacoli di arte varia, ma c’è l’inconveniente che potrebbero esser sfruttati solo i mesi estivi e che queste rappresentazioni dovrebbero essere svolte solo per un numero limitato di persone a causa della carenza di vie di fuga della struttura.
Invece, visto che il restauro, seppur non terminato, sia sfociato in un ottimo lavoro, indicheremmo nella Fortezza una delle tappe di un ipotetico giro turistico della nostra città: insieme a piazza Grande, il Duomo, la piazza in cui hanno sede le Istituzioni, a completare quell’acropoli aretina all’interno della quale la Fortezza stessa ha sempre recitato, forse perché anche nascosta dalla vegetazione agli occhi dei turisti, il ruolo di ospite incomodo.
Infine come non dare alla Fortezza d’Arezzo un ruolo culturale turistico di mostre ed esposizioni, ruolo che da qualche tempo sta in parte interpretando nelle stringate stagioni culturali estive: anche qui però un’eccezione…. visto che abitualmente l’ingresso in Fortezza è libero, sarebbe opportuno che l’aretino o il turista che si vuole recare lì per visitare esclusivamente le fortificazioni restaurate, nel momento in cui si sta svolgendo al suo interno un’esposizione, se non interessato a questa, non debba essere costretto a pagare il biglietto di ingresso alla mostra al fine di non esser lasciato fuori dall’intera struttura, come purtroppo è accaduto in passato.

La Fortezza non può rimanere vuota per tanti periodi all’anno, la Fortezza d’Arezzo va vissuta di più!

 

Finlandia attinge a scorte Guerra Fredda  Maschere e materiale sanità stoccato per timore invasione russa
Da ansa.it del 11 aprile 2020

Il materiale sanitario che in Occidente scarseggia - mascherine, guanti, ventilatori ecc. - non sembra mancare alla popolazione e al servizio sanitario della Finlandia. Il governo di Helsinki - citato da El Pais - fa sapere di aver deciso di guadagnare tempo, aprendo magazzini segreti di materiale che per decenni ha riempito in previsione di tempi bui fin dagli anni della Guerra Fredda e negli ultimi anni, nel timore di un'invasione russa.

Tempi bui che sono inaspettatamente arrivato con la pandemia di coronavirus. Ha un servizio militare obbligatorio come i Paesi baltici ex sovietici.

"Queste mascherine sono un po' vecchiotte, ma funzionano ancora bene", ha assicurato al New York Times Tomi Lounema, Ceo del centro nazionale finnico per le provviste di emergenza, che gestisce i magazzini.

 

ALLA SCOPERTA DELLE TORRI ANTIBARBARESCHE CON GOOGLE STREET VIEW E I VOLONTARI DI LIGURIA WOW – FOTO
Da rivierapress.it del 11 aprile 2020

Mario Guglielmi

Le torri d’avvistamento erano in contatto visivo con altri punti d’osservazione lungo la costa e l’entroterra: in caso d’allarme, l’informazione viaggiava veloce con segnali di fumo e di fuoco.
Continuano gli appuntamenti con Google Street View e i volontari di Liguria Wow, che questa settimana vi guidano, col supporto dello storico Giorgio Fedozzi, alla scoperta dell’antico sistema difensivo e d’avvistamento: le cosiddette torri antibarbaresche, sparse su tutto il nostro territorio. In seguito alla caduta di Costantinopoli nel 1453, venne a mancare il controllo dei mari da parte dell’Impero Romano d’Oriente; iniziò così un periodo di intensi assalti alle navi e ai villaggi costieri a opera di pirati e corsari barbareschi, provenienti dall’attuale Nordafrica.
Mentre i primi erano veri e propri fuorilegge, i secondi agivano autorizzati dal proprio stato di appartenenza da una “lettera di corsa”, con la quale potevano dirigere attacchi a paesi e navi di nazioni con cui erano in guerra. In risposta alle numerose richieste d’aiuto degli abitanti del Ponente Ligure, la Repubblica di Genova permise la fortificazione degli abitati per renderli meno vulnerabili agli attacchi, dando inoltre il consenso per l’edificazione di un sistema difensivo e d’avvistamento.
Nacque così una rete di torri, potenziando le difese già costruite secoli prima contro i Saraceni. I punti d’avvistamento in riva al mare, una volta avvistati i nemici, davano l’allarme grazie a segnali di fumo e di fuoco. Di torre in torre, l’informazione giungeva rapida all’interno delle valli, permettendo alla popolazione di mettersi in salvo.
Splendido esempio visibile ancora oggi di questo sistema difensivo è la Torre di Prarola edificata, insieme a quella di San Lorenzo, dalla comunità della Valle del torrente Prino in seguito a un’incursione corsara nel luglio 1562. Innalzata sullo scoglio di Premartello, in località Prarolo, la torre di Prarola era dotata di artiglieria e ospitava sei uomini di guardia notturna.
Le scorribande corsare nei mari di mezzo mondo verranno sgominate definitivamente dagli Stati europei solo nel XIX secolo. Puoi godere della bellezza di queste torri d’avvistamento anche dal mare davanti a Imperia su Google Street View: i volontari del progetto Liguria Wow hanno navigato col Trekker da Capo Berta fino alla Torre di Prarola, oltre a tracciare Calata Cuneo e il porto di Porto Maurizio durante le Vele d’Epoca.

Per approfondire l’argomento, ti segnaliamo il libro “Fortificazioni Antibarbaresche in Liguria” scritto da Giorgio Fedozzi ed edito da Dominici Editore.

-Link utili  -Video: https://youtu.be/alSEhwj1Ucc

 

Viaggio a Chernobyl 34 anni dopo
Da lastampa.it del 9 aprile 2020

Dopo il collasso della centrale nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 è fiorita, negli anni, l’industria della visita turistica all'ampia zona a un centinaio di km a nord di Kiev, al confine tra Ucraina e Bielorussia dove, ospite silenziosa e inavvertita, la radioattività si palesa solo grazie al contatore Geiger. Ma basta un colpo di vento, e si risveglia di colpo. Intanto la vita vegetale e quella animale, apparentemente sane, prosperano

CARLA RESCHIA

Il paesaggio di campi coltivati, gruppi di case, centri commerciali e distributori lascia il posto a una foresta di betulle e pioppi, mentre le auto si fanno più rare. Avvicinarsi alla zona di esclusione di Chernobyl è fare un viaggio nel tempo, tornare a scenari idilliaci da romanzo russo, almeno fino al posto di blocco all'ingresso dell'area teoricamente interdetta, un luna park di vistosi stand che commercializzano la radioattività in ogni sua declinazione, dalle maschere antigas vintage alle tute integrali, agli adesivi con i segnali di pericolo gialli e neri.

L'industria della visita turistica all'ampia zona a un centinaio di km a nord di Kiev, al confine tra Ucraina e Bielorussia, chiusa in isolamento dopo il collasso della centrale nucleare il 26 aprile 1986, è fiorita negli anni, arricchendosi sempre più di attrazioni e allargando via via il suo raggio d'azione.Oggi un giro completo prevede la visita alla centrale, affollata di tecnici e operai e per nulla abbandonata, l'esplorazione di piccoli villaggi disabitati e della città fantasma di Prypiat, la new town con asili, piscine, cinema e teatri che aveva attirato personale altamente specializzato da tutta l'Urss, il museo che raccoglie la variegata tipologia dei mezzi usati per la bonifica, e si conclude al gigantesco radar, mai usato, che avrebbe dovuto intercettare eventuali missili diretti contro la centrale, un monumento alla guerra fredda che si erge come una muraglia cinese di ruggine e tralicci nel mezzo di un bosco.

Ospite silenziosa e inavvertita, la radioattività si palesa solo grazie al contatore Geiger della guida: a volte è quasi nulla, ma basta un colpo di vento, basta smuovere lo strato di foglie che ricopre il terreno e si risveglia di colpo. L'apertura al pubblico dell'area, che con il passare del tempo e il calo dei livelli di contaminazione si è ampliata, è appesa a un filo.

A Prypiat la guida indicando un edificio qualsiasi, come gli altri immerso nella vegetazione e corroso dal tempo, spiega che al suo interno i livelli di radioattività sono tuttora altissimi perché all'epoca del disastro veniva usata come deposito di tute e materiali contaminate, meglio non avvicinarsi troppo e non entrare. "E quando con ogni probabilità, tra dieci o vent'anni crollerà, probabilmente l'intera città sarà di nuovo off limits perché il livello di contaminazione tornerà altissimo".

Ma la zona d'interdizione è un concetto teorico e in qualche modo elastico. Fin dall'inizio l'area, troppo vasta per essere effettivamente sorvegliabile, è stata presa di mira dai ladri in cerca di oggetti interessanti e di materiali da riciclare. Hanno visitato e messo a soqquadro le casette dei villaggi e i condomini di Prypiat, asportando tutto quello che poteva avere un valore.

E la centrale, dove invece si continua a fare l'indispensabile manutenzione e che si progetta di convertire in un impianto a energia solare, pullula di tecnici e operai. Mangiare con loro in mensa, dopo aver superato le apparecchiature che all'ingresso controllano l'irradiamento, è un momento strano. Il guscio di cemento armato che protegge il reattore esploso è lì a due passi, visibile dai finestroni e subito fuori dalla cerchia della centrale i boschi nascondono ruderi disabitati e fantasmi di asili, scuole, ambulatori lasciati da un giorno all'altro.

Tra i pezzi dei mosaici che un tempo adornavano gli edifici pubblici di Prypiat, murales di orsi e cervi dipinti, insegne al neon semi collassate, circolano i cani di Chernobyl, grandi e tristi anche se apparentemente sani. La vita vegetale e quella animale prosperano e nei boschi si intravedono anche i discendenti dei cavalli che vennero liberati subito dopo l'esplosione. Uno strambo e crudele esperimento del governo sovietico per vedere quanto sarebbero sopravvissuti. "E loro sono sono ancora qui, ormai bradi - spiega la guida - anche se la loro vita media è un po' più breve. Ma, secondo gli scienziati presto recuperanno il gap. La natura è forte".

 

In tour tra le due sponde dell’Adriatico
Da archiportale.com del 8 aprile 2020

08/04/2020 - Avete mai percorso un tratto della basolata via Appia- Traiana nel centro dell’antica città messapica e romana di Egnazia? Conoscete la storia e l’architettura di uno dei simboli della città di Bari: il Castello “Normanno-Svevo”? Cosa sapete dal castello di Bathsova, in Albania, o del Castello di Medun, in Montenegro?

Da pochi giorni, grazie al progetto 3D IMP ACT, coordinato dal Politecnico di Bari, in qualità di lead partner, e il coinvolgimento del Polo Museale della Puglia, dell’Istituto Monumentale e della Cultura “Gani Strazimiri” (AL), dell’Università Politecnica di Tirana (AL) e dell’Università Crne Gore di Podgorica (ME), è sufficiente collegarsi dal proprio PC alla piattaforma “Virtual Demo-Lab” per effettuare un tour tra le due sponde dell’Adriatico tra castelli, fortezze e siti archeologici.

Il link immette nella pagina principale, dalla quale si può accedere al sito web del progetto, “3D IMP ACT”, alla piattaforma webgis (da cui si ha accesso a tutti i contenuti per i diversi siti) e a un video di informazione sulle modalità di utilizzo della piattaforma stessa. Questa, grazie alle ultime tecnologie e alla realtà virtuale consente al visitatore di superare le contingenti barriere fisiche agli spostamenti per entrare in dieci rilevanti beni storici-architettonici di tre Paesi: Italia (Puglia), Albania, Montenegro. Le informazioni e il percorso che ogni sito presenterà è il risultato di un attento e innovativo rilievo, arricchito da foto, mappe, schede informative, immagini, rappresentazioni in 3D.

Questi i luoghi e i monumenti coinvolti nel progetto da visitare attraverso la piattaforma del progetto. Italia (Puglia): Castello di Trani, Castello di Gioia del Colle, Castello di Bari, Museo Nazionale e Parco Archeologico di Egnazia.

 

Il castello di lunedi 8 aprile
Da castelliere.com del 8 aprile 2020

CINISI (PA) - Torre Mulinazzo

E' una torre di difesa costiera che faceva parte del sistema di Torri costiere della Sicilia, e si erge nella località di Punta del Mulinazzo che si trova all'interno dell'Aeroporto Falcone e Borsellino di Punta Raisi in provincia di Palermo. Fu costruita a partire dal 1552 secolo su ordine del viceré Juan de Vega, nel 1578 l'architetto reale Tiburzio Spannocchi nel corso della sua ricognizione la trovò incompiuta, di forma tronco conica e diede disposizione di sopraelevarla oltre il primo piano. Nel 1583 la torre fu pressoché completata, il basamento tronco conico fu inglobato nella nuova struttura tronco-piramidale, rientrando così nella classica tipologia delle torri progettate da Camillo Camilliani. Nel 1584 la Deputazione del Regno decise di non costruire una scala in muratura per l'accesso al primo piano, e quindi non si completò il coronamento su mensoloni che correva su tutti e quattro i lati della torre. Nel parapetto si sarebbero dovuti aprire feritoie e varchi per l'artiglieria al centro in tutti i lati. Ovviamente sul lato terra si trovava la porta che invece fu realizzata con una caditoia a difesa che la sovrastava. Il progetto concreto fu realizzato con solo due piattaforme aggettanti angolari in conci di tufo, tuttora esistenti anche se senza la relativa piattaforma nel frattempo crollata.

La torre è citata in varie fonti storiche ed archivistiche nel 1594, 1596, 1619, 1714. Nel 1805 era ancora attiva per come si desume da una nota riportata nel registri della Deputazione del Regno in cui si cita che il caporale di guardia, indiziato di omicidio, fu arrestato da guardie del comune di Torretta. Infine nel 1867 è ricompresa nell'elenco delle opere militari da dimettersi. Faceva parte del sistema difensivo di avvistamento di navigli saraceni ed era in collegamento visivo con la Torre Pozzillo (https://castelliere.blogspot.com/2016/12/il-castellodi-giovedi-15-dicembre.html) e la Torre della Tonnara dell'Ursa, adest, e con la Torre Alba di Terrasini (https://castelliere.blogspot.com/2019/01/il-castello-di-giovedi-24-gennaio.html), ad ovest. Inoltre in condizioni di ottima visibilità con la  Torre Bennistra di Scopello e con Torre dell'Usciere presso San Vito Lo Capo sul lato ovest del Golfo di Castellammare, e con il Castello diAlcamo sul Monte Bonifato. L'uso attuale in qualche modo riprende uno dei suoi vecchi utilizzi: le luci di segnalazione dell'aeroporto sono state poste sul culmine della terrazza. Una scala tubolare in ferro porta al primo piano composto da un unico ambiente quadrato di circa 5,80 metri per lato, la volta è a botte ed alta circa 5 metri. Sulla parete nord si trova un ampio camino con cornice in pietra da intaglio, sulla parete sud insiste un armadio a muro di grande ampiezza, e sussistono tracce dei tubi in terracotta che portavano l'acqua del tetto alla sottostante cisterna.

Per raggiungere il tetto esiste una malridotta scaletta in pietra incassata nei muri esterni, il parapetto della terrazza è quasi tutto crollato. La torre non è visitabile, infatti essa fa parte del Demanio dello Stato, Ramo Aeronautica.

Altri link suggeriti:

https://www.vivasicilia.com/torre-mulinazzo-cinisi,
https://www.facebook.com/watch/?v=316909769141590 (video)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Mulinazzo

Foto:

la prima è presa da https://www.vivasicilia.com/torremulinazzo-cinisi,

la seconda è di totiterrasini su https://www.esys.org/rev_info/Italien/Terrasini_(Sizilien).html

 

Castello di Santa Severina a Crotone: un gioiello della Calabria
Da it.finance.yahoo.com del 7 aprile 2020