ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA/WEB

2018 2017 2016 2015 2014 2013 2012 2011 2010  2009  2008 2007 2006 2005 2004 2003 2002 2001 archivio

Cliccare sulle immagini per ingrandirle

1999 1998 1997 1996 1995 1994 1993 1992 1991 1990 1989 1988 1987 1986 1985 1984 1983 1982 1981

PAGHIAMO CON LE BASI LA NOSTRA SICUREZZA
Da limesonline.it del 11 dicembre 1999

La questione dello status delle basi italiane concesse in uso alla Nato e agli americani. Limes rivela alcuni aspetti sconosciuti dei trattati. Le basi giustificano da sole l’interesse degli Usa per il nostro paese. Che cosa è cambiato dopo il Kosovo.di Alfonso Desiderio


Comiso, Sigonella, Bosnia, Cavalese, Kosovo: non è un caso che le principali tappe nei rapporti tra Italia e Alleanza atlantica /Stati Uniti siano sempre legate a vicende che riguardano le basi militari italiane. Proprio sulle basi e sulla rendita geopolitica derivante dalla sua posizione geografica l’Italia ha costruito la sua partecipazione alla difesa collettiva, consentendosi scarni bilanci alla difesa e alcune «libertà» in politica estera. La storia degli ultimi decenni si è ripetuta nella guerra del Kosovo . L’operazione Allied Force in Kosovo contro la Jugoslavia è stata la prima guerra combattuta dall’Alleanza atlantica in cinquant’anni. Se la Nato ha potuto dimostrare di essere non solo un’alleanza militare difensiva ma anche un soggetto capace di contribuire attivamente all’ordine se non mondiale almeno europeo, lo deve all’Italia. Il territorio italiano, che ai tempi della guerra fredda doveva solo servire a ritardare l’avanzata di un’eventuale offensiva sovietica, è diventato una portaerei terrestre indispensabile per lo svolgimento della guerra. «Senza l’accesso alle basi e ai porti italiani semplicemente la Nato non avrebbe potuto effettuare questa importante operazione» [1], ha confessato il segretario alla Difesa degli Stati Uniti William S. Cohen. Oltre mille aerei [2] hanno potuto bombardare per 79 giorni la Jugoslavia compiendo ben 37 mila missioni aeree (di cui 11 mila missioni d’attacco) grazie alle dodici basi messe a disposizione dall’Italia, senza contare i porti per le oltre 20 navi alleate. Vicenza (sede del centro operazioni dove aveva inizio la fase di identificazione degli obiettivi da colpire in Jugoslavia [3]), Napoli, sede del Comando Sud della Nato e della Sesta Flotta americana (di stanza a Gaeta) e soprattutto la base aerea di Aviano sono state la spina dorsale del dispositivo militare alleato. Aviano (Pordenone) con oltre 170 aerei (in maggioranza americani, con una minoranza di canadesi, spagnoli e portoghesi) è stata la principale base di partenza delle missioni Nato. Altre basi italiane di rilievo sono state Istrana (che ha ospitato gli aerei francesi), Gioia del Colle e Amendola . In queste ultime tre basi (e a Ghedi, Piacenza, Cervia e Pratica di Mare) erano anche dislocati i circa 40 aerei italiani impiegati nelle operazioni. Al di fuori del territorio italiano, a parte gli oltre cento aerei sulle portaerei in Adriatico, il dispositivo alleato ha potuto contare sulle basi di Taszar in Ungheria e di Tirana in Albania e sulle più lontane basi in Turchia, Francia, Germania e Gran Bretagna . Considerando che la flotta alleata faceva comunque riferimento per appoggio logistico ai porti italiani (tra l’altro basi di molte delle navi impiegate), l’apporto delle strutture non italiane è stato sostanzialmente collaterale alla conduzione principale delle operazioni. Seguendo la tradizione, il massiccio impiego delle basi ha consentito al governo italiano una maggiore «libertà di azione» nell’ambito della coalizione, di rifiutare l’impiego diretto degli aerei italiani nei bombardamenti e di sostenere, insieme alla Germania, la mediazione russa, differenziandosi – se non a volte contrapponendosi – rispetto a Stati Uniti e Gran Bretagna, in modo da evitare ripercussioni nella coalizione di governo.

La questione delle basi e l’accordo segreto del 1954

Le basi militari alleate in Italia sono sempre state oggetto di polemiche, soprattutto di politica interna. Paradossalmente però non c’è mai stato un dibattito serio sulla utilità, i costi e le loro funzioni relativamente all’interesse nazionale o a quello dell’Alleanza atlantica . La contrapposizione ideologica tra i due blocchi che spaccava all’interno il paese ha provocato uno scontro fondato su due posizioni pregiudizialmente a favore o contro: l’identificazione delle basi alleate con il potere militare degli Stati Uniti ha ridotto il dibattito a una polemica tra americanisti e antiamericanisti, con poche eccezioni. Interpretando in maniera estensiva la segretezza degli accordi (necessaria per gli aspetti tecnici) che regolano l’uso delle basi, i vari governi hanno sempre cercato di dare meno pubblicità possibile all’argomento per evitare il riattizzarsi della polemica, provocando quindi una rimozione del dibattito sulle basi. Nell’assenza di riscontri affidabili, la polemica si è sviluppata in una sorta di «nebbia informativa»: in fondo ognuno poteva dire tutto e il contrario di tutto senza timore di essere smentito. Conseguenza non intenzionale è stata quindi la nascita di quelli che possiamo considerare veri e propri miti: la questione della sovranità delle basi – che taluni arrivano a equiparare a casi di extraterritorialità – la confusione tra “basi Nato” e basi americane, e il falso problema della scadenza degli accordi sulle basi .

È necessario fare chiarezza.

All’indomani della seconda guerra mondiale e all’inizio della guerra fredda, l’Italia pur sconfitta si trova ad essere paese di confine tra i due blocchi. Di conseguenza acquista grande valore sia dal punto di vista politico che militare. Le basi sul territorio italiano diventano il mezzo per partecipare alla difesa collettiva dell’Alleanza atlantica senza dover affrontare proporzionalmente i costi della sicurezza ottenuta. Nel campo occidentale i rapporti di alleanza vengono sviluppati su due piani strettamente correlati, quello collettivo e quello bilaterale con gli Stati Uniti. Di qui la distinzione tra basi italiane concesse in uso alla Nato e basi italiane concesse in uso agli Usa. Il 4 aprile 1949 viene firmato il Trattato del Nord-Atlantico . Per quanto riguarda il tema delle basi a tale Trattato «fa capo la disciplina “ombrello” del regime delle installazioni militari» . Il 19 giugno 1951 viene stipulato il Trattato di Londra riguardante lo status delle forze militari dei paesi Nato (noto come Sofa, Status of forces agreement) e il 28 agosto del 1952 il protocollo riguardante lo status dei quartier generali militari internazionali istituiti in base al Trattato del Nord-Atlantico nei vari paesi della Nato . Parallelamente vengono firmati il 27 gennaio del 1950 l’Accordo bilaterale Usa-Italia sull’assistenza difensiva reciproca (Accordo di Washington) e il 7 gennaio 1952 l’Accordo bilaterale sulla sicurezza reciproca (Accordo di Roma) . Quest’ultimo impegna la Repubblica italiana a «dare, compatibilmente con la sua stabilità politica ed economica, il pieno contributo consentito dalla sua manodopera, dalle sue risorse, dai suoi mezzi e condizioni generali economiche, allo sviluppo ed al mantenimento della propria forza difensiva ed alla forza difensiva del mondo libero» . Sulla base di questi trattati Italia e Stati Uniti il 20 ottobre del 1954 concludono un accordo-quadro considerato di massima segretezza che disciplina concretamente a livello bilaterale le basi e le infrastrutture concesse in uso agli americani sul territorio italiano.

L’accordo è la chiave di volta della presenza militare americana in Italia, il principale mai firmato dai due paesi .

Limes è in grado di rivelare l’elenco delle installazioni previste da tale accordo. Si tratta di basi aeree nella zona di Udine, a Montichiari, Aviano, San Vito dei Normanni, Amendola, Decimomannu, del complesso di installazioni a Napoli (compreso di uso dell’aeroporto di Capodichino e di Pozzuoli), delle basi navali di La Maddalena (sommergibili), Augusta, Sigonella (aero-navale) con appoggio a Catania, della caserma dell’esercito di Camp Darby (vicino Livorno) e di strutture tecnico-logistiche a Treviso, Ciampino, Verona e Venezia (possibile – ma probabilmente mai realizzato – deposito munizioni e uso del porto). Per quello che maggiormente ci interessa, cioè lo status delle basi concesse in uso agli americani, l’accordo segreto del 1954 regola inoltre l’uso delle installazioni e i rapporti tra militari americani e italiani. Infatti all’art. 2 esso obbliga gli Stati Uniti ad «avvalersi (delle basi) nello spirito e nel quadro della collaborazione atlantica, di utilizzarle per assolvere gli impegni Nato e in ogni caso a non servirsi delle dette basi a scopi bellici se non a seguito di disposizioni Nato o accordi con il governo italiano». Per quanto riguarda il comando l’art. 4 precisa: «Le installazioni sono poste sotto comando italiano e i comandi Usa detengono il controllo militare su equipaggiamento e operazioni». Infine per spazzare via ogni dubbio in possibili diatribe sulla proprietà interviene l’art. 17: «Le strutture costruite con fondi Usa su terreni italiani diventano proprietà italiana».

Come negli accordi riguardanti le installazioni in altri paesi europei, le basi sono italiane e sottoposte a sovranità e controllo italiani, i militari alleati devono render conto, almeno sul piano formale, del loro operato. Se poi le autorità italiane abbiano attuato tale controllo è questione che analizzeremo in seguito. Tornando allo status delle basi, gli accordi non stabiliscono una scadenza, non trattandosi tra l’altro di un «affitto» – ma gli accordi tecnici successivi a quello del 1954, che prevedono struttura e spiegamento delle  forze, possono essere modificati su richiesta di uno dei due governi. L’evoluzione tecnica e le modifiche del quadro strategico hanno periodicamente imposto infatti un aggiornamento di tali accordi. Beninteso è sempre possibile per il paese ospitante recedere dagli accordi, come testimonia il caso spagnolo negli anni Ottanta . Per quanto riguarda le installazioni più prettamente Nato, sono regolate dagli accordi dell’Alleanza atlantica. Si deve distinguere da una parte tra strutture comuni dell’Alleanza – in genere i quartier generali, le installazioni radar e di telecomunicazioni, strutture particolari come il Defence College di Roma – e dall’altra basi in tutto e per tutto italiane «messe a disposizione» della Nato e inserite nella difesa integrata dell’Alleanza.

 Virtualmente, in caso di necessità tutte le basi italiane possono essere «messe a disposizione» della Nato, in caso ad esempio di «guerra totale», o comunque un gran numero come si è verificato nella guerra del Kosovo. L’Italia ospita a Napoli il quartier Generale Afsouth della Nato, il Comando Sud dell’Alleanza . Afsouth è competente su un’area di responsabilità che comprende 5 paesi membri (Grecia, Ungheria, Italia, Spagna e Turchia) e va dallo Stretto di Gibilterra al Mar d’Azov, comprendendo il Mediterraneo e il Mar Nero. Dal punto di vista della struttura militare della Nato, Afsouth è sottoposto al Comando alleato europeo (Ace) e a sua volta ha alle sue dipendenze 6 comandi subordinati: le Forze aeree alleate Sud (Airsouth) e le Forze navali alleate (Navsouth), entrambi di stanza a Napoli , e i 4 comandi subregionali di Verona (Jcsouth), di Larissa (Grecia, Jcsouthcent), di Izmir (Turchia, Jcsoutheast) e di Madrid (Spagna, Jcsouthwest). Spesso la stessa località ospita strutture «americane» e «Nato» o addirittura la stessa base accoglie truppe a diverso titolo (americane, Nato e italiane). In alcune installazioni è previsto infatti un uso combinato delle forze mentre in altre basi «messe a disposizione» della Nato sono presenti forze permanenti dell’Alleanza, soprattutto americane come nel caso delle armi nucleari a Ghedi (altre armi nucleari sono presenti nella base «americana» di Aviano) o gli Awacs a Trapani, o il caso di Vicenza, sede dello storico Camp Ederle americano e della quinta Allied tactical force (Ataf) della Nato con un battaglione di paracadutisti, o ancora il poligono di Decimomannu utilizzato dalle forze italiane, Nato e americane. Inoltre da molte basi dipendono installazioni minori più o meno distinte dalle precedenti, come è il caso per Coltano e Stagno per Camp Darby (tra Livorno e Pisa); addirittura intere basi non sono concentrate in un’unica struttura ma per motivi di spazio distribuite su tutto il territorio di una determinata zona, come è il caso della base di Aviano . Tutte queste caratteristiche hanno provocato la frequente confusione tra basi «Nato» e «americane». In realtà si tratta di una differenza perlopiù formale. Infatti in base all’accordo del 1954 la principale attività delle basi americane si svolge in ambito Nato, e in quanto tali sono inserite nel dispositivo di difesa integrato. Si tratta comunque di basi italiane inserite in un dispositivo alleato, quindi queste sovrapposizioni sono normali. Inoltre tutti i militari alleati in Italia, anche nelle basi «americane», hanno lo stesso status giuridico, previsto dal Sofa . Nel caso di operazioni Nato non nascono problemi di status: l’Italia in quanto paese membro partecipa a Bruxelles alle decisioni che possano coinvolgere le installazioni italiane. Una differenza di sostanza scatta quando si tratta di azioni militari portate avanti solo dagli Stati Uniti senza l’avallo della Nato. Nel qual caso però, come previsto dagli accordi, è necessario l’assenso del governo italiano. In alcuni casi l’Italia ha negato agli americani l’uso delle basi terrestri. È avvenuto nel 1973 quando durante la guerra del Kippur gli americani hanno chiesto di utilizzare le basi per rifornire Israele , nel caso di Sigonella , e nel caso dei raid americani contro la Libia nel marzo-aprile 1986 . Un caso a parte è rappresentato dalle forze navali – la Sesta Flotta – più autonome perché capaci di essere operative nelle acque internazionali senza l’apporto diretto della base navale.

L’importanza strategica delle basi

Il ruolo strategico delle basi italiane è cambiato nel tempo e di conseguenza sono mutati anche il numero e le caratteristiche delle installazioni alleate. Nella prima fase della guerra fredda l’Italia aveva per l’Alleanza una grande importanza geopolitica in quanto paese di frontiera. Sul piano strettamente militare invece, in caso di guerra totale tra i blocchi, le basi nell’Italia settentrionale erano considerate a rischio, in quanto le prime a essere colpite, e quindi ospitavano forze spesso a rotazione, non permanenti, per un più facile ripiegamento. Più importanti invece erano le installazioni navali e aeronavali nel Meridione e nel Tirreno. Per quanto riguarda gli accordi bilaterali, nel 1954 venne firmato un memorandum per la base di Sigonella per stabilire le procedure di acquisizione dei terreni, all’interno del quale fu sottolineato che tutte le azioni del comandante Usa che potessero interferire con azioni della forza italiana dovevano essere concordate con il comandante italiano. Ricordiamo poi tra il 1957 e il 1959 cinque protocolli, per l’installazione di Boscomantico, per depositi e/o stazioni di telecomunicazioni a Livorno, in provincia di Catanzaro, a Grosseto, a Taranto e Palermo.

Tralasciando altri accordi tecnici, arriviamo al protocollo aggiuntivo del 1979 per il poligono di Pachino a Sigonella. Intanto dal 1967 la Sesta Flotta americana è di stanza a Gaeta . Fino agli anni Settanta si assiste quindi al massiccio rafforzamento del «fianco» meridionale dell’Alleanza . In una seconda fase, negli anni Ottanta, l’Italia continua a essere un paese di frontiera ma, per motivi interni ed esterni all’Alleanza, le basi italiane acquistano notevole importanza strategica. A Bruxelles nel 1979 viene deciso lo spiegamento degli euromissili americani in reazione agli SS-20 sovietici, che modificavano lo scenario strategico in Europa. Olanda, Belgio, ma soprattutto la Germania per motivi di poltica interna non se la sentono di essere i primi paesi ad ospitare i missili e di fatto condizionano il loro assenso a quello dell’Italia, che fa invece una storica e decisiva scelta: dal 1983 comincia lo spiegamento dei Cruise e dei Pershing-2 nella base di Comiso in Sicilia, che diventa il simbolo della reazione americana ed europea all’offensiva sovietica e uno dei tasselli che porterà poi al crollo dell’Unione Sovietica . Nel 1981 il governo greco di Andreas Papandreu adotta un atteggiamento molto critico verso le basi americane. Nel 1986 gli spagnoli si pronunciano con un referendum contro la partecipazione della Spagna alla struttura militare della Nato. Già nel dicembre 1982 il premier spagnolo Felipe González aveva annunciato l’esigenza di un profonda revisione degli accordi sulle basi, ritenuti «limitativi dell’autonomia della politica estera spagnola» . L’Italia diventa il principale caposaldo degli Usa e della Nato nel Mediterraneo. Di conseguenza ad Aviano vengono trasferiti gli F-16 spagnoli, rilanciando il ruolo della base .

Il ruolo strategico delle basi italiane cambia ancora con la fine della guerra fredda.

L’Italia perde il ruolo di paese di frontiera, ma diventa fondamentale come retrovia rispetto alle guerre nei Balcani e all’instabilità e ai pericoli provenienti dalla sponda Sud del Mediterraneo. Se perde importanza dal punto di vista politico Generale, ne acquista molta di più dal punto di vista militare: le basi italiane sono quasi insostituibili. Per motivi di opportunità politica (estrema vicinanza con i luoghi delle possibili crisi, problemi con i paesi vicini) ed economica (troppo costoso costruire nuove basi, rinunciando agli investimenti – anche recenti – compiuti nelle installazioni italiane) le basi di paesi Nato come Ungheria, Grecia e Turchia, o quelle in Bosnia, Albania e Kosovo non rappresentano, per il momento, una valida alternativa. Nel corso degli anni alcune basi «americane» minori hanno visto ridotto il proprio ruolo o sono state «abbandonate», come nel caso di San Vito dei Normanni . Il 17 marzo 1999 il sottosegretario alla Difesa Massimo Brutti dichiara alle commissioni riunite di Esteri e Difesa della Camera che oggi in Italia in base agli accordi bilaterali con gli Usa ci sono dieci installazioni che ospitano circa 13 mila militari americani e 2 mila dipendenti civili e per quello che riguarda la Nato elenca 18 comandi di vario rango . Sul piano degli accordi bilaterali il 2 febbraio del 1995 viene firmato un memorandum d’intesa tra Italia e Stati Uniti che viene poi reso pubblico nel marzo 1999 dal presidente del Consiglio D’Alema, in seguito alle polemiche sul Cermis. Si tratta di un accordo-quadro Generale, in cui le parti riconoscono l’opportunità di uniformare la redazione degli accordi tecnici, e sulla cui base standardizzare i successivi accordi. Il memorandum non incide però sull’accordo del 1954 e successivi, ma vale solo per il futuro; inoltre, proprio perché si tratta di un accordoquadro e non specifico, è abbastanza generico. Non si ha notizia di accordi successivi al 1995. È logico supporre però che il memorandum del 1995 sia stato realizzato per facilitare l’aggiornamento degli accordi esistenti. Inoltre, probabilmente i progetti di ampliamento e ristrutturazione previsti ad Aviano e Napoli richiederanno nuovi accordi, a meno che non siano realizzati sotto il «cappello» della Nato. Il quotidiano Il Foglio in un editoriale del 12 maggio 1998 chiedeva retoricamente se l’allora premier Prodi e il ministro della Difesa Andreatta avessero firmato «i protocolli di rinnovo delle basi americane in Italia», ipotizzando un rinnovo di altri cinquant’anni barattato con la nomina dell’ammiraglio Guido Venturoni al vertice del Comitato militare atlantico, massimo organismo militare della Nato .

Oggi, pur restando in funzione basi come Camp Darby, Camp Ederle, La Maddalena, le forze americane in Italia sono concentrate nelle basi di Aviano, nel complesso di Napoli e a Sigonella, che rappresentano i cardini dello schieramento. Molto significativi a questo proposito sono i programmi di investimenti in corso o previsti ad Aviano e Napoli. Aviano 2000 è il nome del programma di espansione e di ristrutturazione in corso nella base italiana per un investimento di 500 milioni di dollari, finanziati per il 60% dai fondi comuni Nato e per il resto dagli Stati Uniti . Altrettanto importante sono gli investimenti a Napoli, che riguardano tra l’altro il nuovo centro di intelligence e di comunicazione di Capodichino, con collegamenti anche con le basi del Golfo Persico . Il progetto di costruzioni per migliorare la qualità della vita nel complesso di installazioni di Napoli ammonta anch’esso a 500 milioni di dollari .

Per capire l’importanza del fianco Sud della Nato, anche dal punto di vista Usa, è opportuno citare le parole dell’ammiraglio americano Joseph Lopez, ex comandante del settore. «È mia opinione che la Regione meridionale non è solo la più grande e complessa in Europa, ma probabilmente la più difficile nel mondo, per motivi geografici, culturali, politici, economici e militari. (…) Ci sono più di 40 nazioni che circondano l’area (…) e molte di loro presentano caratteristiche di instabilità per fattori politici ed economici, estremismi religiosi e politici, problemi demografici, movimenti di rifugiati e immigrazione illegale» . In un’altra occasione l’ammiraglio ha poi ricordato che «il 90% del commercio della Grecia e della Turchia e il 70% di quello italiano passa attraverso circa duemila navi mercantili attraverso le rotte del Mediterraneo. E tutte le importazioni di petrolio dal Medio Oriente della Grecia e dell’Italia, e circa la metà di quelle di Francia, Germania e Spagna, passano per le medesime rotte» . A tale proposito è opportuno ricordare la notevole attività della Sesta Flotta nel Mediterraneo negli ultimi anni, che ne mette a dura prova le risorse. Per fare un esempio, la nave Philippine Sea è stata chiamata nel dicembre 1998 a sostenere contemporaneamente le operazioni verso la Jugoslavia, le operazioni militari americane contro l’Iraq e a partecipare all’assistenza alla difesa israeliana contro i missili Scud che l’Iraq avrebbe potuto lanciare .

È possibile valutare in termini economici il valore delle basi italiane? Non sono disponibili dati in Italia, ma ci viene in aiuto il Rapporto sul contributo degli alleati alla difesa comune redatto ogni anno dal Dipartimento della Difesa Usa per il Congresso. Attraverso complessi meccanismi, in tale rapporto l’apporto dei paesi alleati degli Usa in tutto il mondo viene valutato in contributi indiretti (mancato guadagno del paese ospitante per il fitto delle installazioni o il pagamento delle tasse cui i militari sono esentati) e contributi diretti, cioè le spese pagate direttamente dal paese alleato. Secondo il rapporto del 1999 (dati riferiti al 1997) l’Italia ha contribuito per oltre un miliardo di dollari (all’interno di una forbice tra 1,093 e 1.148 miliardi dollari), con una notevole crescita rispetto ai 528 milioni di dollari dell’anno precedente . Ma a ben vedere le cifre sono costituite per intero da contributi indiretti, cioè l’uso delle basi. La Germaniainvece, altro importante alleato europeo, ha contribuito sia nel 1997 che nel 1996 per circa 1,3 miliardi di dollari (di cui circa 20 milioni di  dollari di contributo diretto nel «’97 e 56 milioni nel ’96) . Nel 1994, quando il rapporto indicava un giudizio di valore, il contributo italiano veniva considerato «moderato» mentre quello tedesco «sostanziale». All’interno del rapporto del 1999 l’Italia viene considerata quasi esclusivamente per l’importanza delle sue basi e della sua posizione geografica. È interessante comparare i dati dei due paesi europei con quelli del Giappone, in un’area priva di un sistema di difesa collettivo paragonabile alla Nato: nel 1997 Tōkyō ha contribuito per circa 4 miliardi di dollari, di cui circa 3 miliardi di contributi diretti.

Da Sigonella al Cermis

Affermata dal punto di vista formale la sovranità e il controllo dell’Italia sulle basi alleate sul suo territorio, due casi molto importanti possono aiutarci a capire come sia regolato in concreto il rapporto tra Italia e Stati Uniti in materia.

A) Nel 1985 il sequestro dell’Achille Lauro in acque egiziane da parte di terroristi palestinesi si conclude con un accordo che prevede la liberazione degli ostaggi e un salvacondotto per i sequestratori. Successivamente si viene a conoscenza che un passeggero americano di origine ebraica è stato ucciso durante il sequestro. Caccia americani costringono l’aereo egiziano su cui stanno fuggendo i terroristi ad atterrare alla base di Sigonella, con l’intenzione di trasferirli negli Stati Uniti. L’Italia, che ha la giurisdizione perché la nave è considerata territorio italiano e la base è italiana, arresta i dirottatori ma lascia andare via Abu Abbas, considerato dagli americani la mente del sequestro, pur non avendo preso parte all’azione e anzi avendo collaborato alle trattative . Nella base di Sigonella intanto si è sfiorato lo scontro tra alleati. Soldati americani hanno circondato l’aereo egiziano e a loro volta sono stati circondati dai carabinieri italiani. Per quello che ci interessa, in questo caso sono da sottolineare alcuni aspetti. Il presidente Reagan con una telefonata informa all’ultimo momento il presidente del Consiglio Bettino Craxi dell’azione, ritenendo di ottemperare alla richiesta di autorizzazione prevista dagli accordi bilaterali. Secondo una documentata ricostruzione degli eventi, gli americani sono sorpresi dall’atteggiamento italiano: la richiesta di collaborazione viene considerata una semplice formalità e l’opposizione italiana viene interpretata come un affronto, a riprova della pretesa inaffidabilità italiana . Da ciò si potrebbe dedurre – alcuni l’hanno fatto – che gli americani considerassero le basi in Italia quasi una loro proprietà e che il comportamento italiano fosse un’eccezione a un consueto atteggiamento di acquiescenza . Bisogna però considerare alcuni importanti particolari. A gestire – disastrosamente – la vicenda da parte americana non è il Dipartimento di Stato – che è contrario su tutta la linea – ma il partito dei «duri» dell’amministrazione americana, spalleggiato da Reagan, composto da persone (ma lo si sarebbe saputo solo in seguito) che, per usare le parole di Giulio Andreotti, «erano gli stessi pasticcioni dell’Irangate» . Un altro aspetto interessante nella vicenda di Sigonella viene riportato da Antonio Badini, l’allora consigliere diplomatico di Craxi. Il tempestivo intervento dei carabinieri italiani si deve alle capacità del comandante italiano della base, il colonnello Annichiarico, e all’ordine impartito a questi dal governo attraverso l’ammiraglio Martini, capo del Sismi, saltando la normale e probabilmente più lenta catena di comando naturale che fa dipendere il responsabile italiano dal proprio Stato maggiore, e questi dalla Difesa e dal governo. Una tempestività che fa saltare il piano americano di porre l’Italia davanti a un fatto compiuto.

B) Il 3 febbraio del 1998 un EA-6B Prowler dei marines di stanza ad Aviano e in volo di addestramento trancia la funivia del Cermis, provocando 20 morti. Tralasciando la cronaca dei pur importanti avvenimenti successivi , è fondamentale sottolineare che l’attenzione si è concentrata sulla questione della giurisdizione sui piloti americani accusati dell’incidente, trascurando la ben più importante questione degli errori nella catena di comando della base e della loro paternità. Infatti non è realisticamente possibile mettere in discussione in questi casi la giurisdizione del paese di appartenenza dei piloti, perché regolata dal Sofa, un trattato firmato da tutti i membri dell’Alleanza atlantica, una regola tra l’altro di cui beneficiano anche i militari italiani all’estero. Invece, ben più rilevante è la questione di come sia stato consentito agli aerei impegnati nell’addestramento per le operazioni nei Balcani di violare le regole di volo previste. Italia e Stati Uniti hanno dato vita a una commissione bilaterale presieduta dal Generale italiano Lorenzo Tricarico e dall’ammiraglio americano Joseph Prueher. Le sette raccomandazioni della commissione per evitare nuovi incidenti sono state accolte dai due ministri della Difesa nell’aprile del 1999, dando vita a nuove regole nella gestione della base di Aviano . Si stabilisce che il comandante italiano ha un maggiore controllo sui voli (ha il potere di annullarli) e gli americani devono certificare la preparazione dei piloti, con una differenziazione tra i militari in servizio permanente nella base e quelli in servizio temporaneo (e quindi meno preparati alle missioni sul posto). Ciò lascia supporre che in precedenza il controllo italiano fosse molto flebile. Supposizione confermata dal fatto che la commissione riafferma la responsabilità americana nell’incidente sulla base dei princìpi del Sofa; quindi erano gli Usa ad avere il pieno controllo dell’aereo.

È necessario sottolineare che gli eventi di Sigonella e del Cermis sono casi eccezionali, ma proprio per la loro eccezionalità sono le uniche occasioni in cui l’opinione pubblica viene informata su temi fondamentali come la gestione delle basi, essenziale per la politica estera e di sicurezza dell’Italia.

Si può concludere, soprattutto alla luce dell’esperienza di Sigonella, che i rapporti sostanziali e non formali tra Italia e Stati Uniti circa le basi non sono regolati da uno schema semplicistico: completo potere ai «padroni» americani o pieno controllo italiano – come piacerebbe ai fautori dei due tradizionali schieramenti italiani orfani della guerra fredda – bensì su un equilibrio mutevole tra i diversi interessi, dipendente dalle relazioni del momento tra i due paesi e dai comportamenti di volta in volta assunti dai protagonisti politici e militari di entrambe le parti.

Dopo la tragedia del Cermis e la scandalosa soluzione giudiziaria, da più parti si sono levate voci, anche autorevoli, a favore di una rinegoziazione delle basi , soprattutto in considerazione del fatto che la guerra fredda è finita ed è quindi cambiato lo scenario internazionale. È importante sottolineare però che tale rinegoziazione non può che sottintendere una rielaborazione della politica di sicurezza italiana, con i costi che comporta l’abbandono del tradizionale paradigma «basi in cambio della sicurezza».

1. W. COHEN, conferenza stampa con il ministro della Difesa Carlo Scognamiglio, Washington 16/4/1999.
2. Nella fase iniziale dell’operazione gli aerei alleati impegnati erano 350, numero poi gradualmente cresciuto parallelamente all’escalation dell’offensiva Nato.
3. Cfr. D. PRIEST, «A Decisive Battle That Never Was», Washington Post, 19/9/1999, e due puntate successive.
4. Cfr. cartina 1 per un elenco completo.
5. Cfr. Operation Allied Force – Kosovo Order of Battle, Federation of American Scientist, www. fas. org/man/dod-101/kosovo_orbat. htm.
6. A riprova di ciò sono infatti le fonti straniere ad essere le migliori su tali aspetti delle basi italiane. L’unico settore riguardante le basi in cui la nostra letteratura eccelle è quello giuridico.
7. Basta una veloce scorsa ai vari elenchi di basi pubblicati su libri ma soprattutto sui giornali per rendersi conto della confusione che avvolge la materia: nessuno coincide con altri.
8. Approvato dal parlamento con la legge n. 465 del 1° agosto 1949.
9. G. MOTZO, «Regime giuridico delle basi militari Nato e di altri Stati nel territorio nazionale», in AA.VV ., Le basi militari della Nato e di paesi esteri in Italia, Camera dei deputati, 1990.
10. Ratificato in Italia con la legge n. 1335 del 30 novembre 1995.
11. Due trattati diventati noti in Italia dopo l’incidente del Cermis, vedi paragrafo successivo.
12. La presidenza degli Stati Uniti agisce nell’ambito del Mutual Defence Assistance Act del 1949 e dei Mutual Security Acts del 1951, che autorizzano il presidente a stipulare accordi bilaterali particolari con ciascuna delle nazioni, singole o associate in patti militari regionali, che fossero considerate «meritevoli» («eligible») di assistenza militare nel loro interesse e nell’interesse degli Usa. G. M OTZO, op. cit. pag. 30.
13. G. MOTZO, op. cit. È interessante notare come nei testi originali inglese e francese si usino i termini «facilities»–«infrastructure», che starebbero a indicare basi o installazioni e non il più generico «mezzi economici» del testo italiano. Probabilmente si tratta, più che di una inesattezza, della volontà di minimizzare in Italia il significato dell’accordo in vista della ratifica e della esecuzione, ibidem.
14. Il Sofa del 1951 stabiliva nel preambolo che lo stesso trattato fissava lo status delle Forze Armate della Nato nei territori alleati, ma rimandava ad accordi bilaterali la decisione e le condizioni dell’invio di truppe in uno Stato alleato all’estero.
15. La necessità della segretezza fa sì che non venga sottoposto a ratifica parlamentare, considerandolo un accordo tecnico legittimato dagli accordi precedenti ratificati dal parlamento italiano. Nel 1993 il costituzionalista Giovanni Motzo, ministro per le Riforme istituzionali nel governo Dini, sostenne l’in- costituzionalità dei trattati segreti tra Italia e Usa.
16. Il 29 giugno del 1951 era stato firmato un altro accordo che autorizzava le forze militari alleate (presenti sul nostro territorio fin dalla seconda guerra mondiale) a stipulare contratti locali privati per avere in uso terreni e strutture.
17. Si noti comunque che da un decennio è in atto un fenomeno inverso, con il rientro nella struttura militare Nato di paesi occidentali che ne erano rimasti fuori, e la corsa all’adesione alla Nato dei paesi dell’Europa orientale.
18. Secondo una fonte non ufficiale, in deroga al principio Generale che prevede per tali strutture l’uso dei fondi comuni, il recente trasferimento del Defence College alla Cecchignola è stato interamente finanziato dal governo italiano.
19. Afsouth cominciò a operare il 21 giugno 1951 con il quartier Generale posto sulla nave americana Mount Olympus nella baia di Napoli. Nel 1953 il quartier Generale fu trasferito nella sua attuale sede di Bagnoli. Il 1° settembre 1999 il Comando è stato significativamente ristrutturato.
20. Il Comando è composto da circa 1.800 ufficiali, e complessivamente da un personale di 4.500 unità, escluse le forze operative. Il personale proviene da 12 paesi Nato: Canada, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Stati Uniti, Turchia e Ungheria. La Francia ha una missione militare.
21. Sempre a Napoli ha sede una forza di reazione permanente, la Strikforsouth.
22. Vedi articolo di Ermanno Furlanis in questo volume.
23. Vedi paragrafo dedicato al Cermis.
24. Lo stesso rifiuto fu opposto dalla Spagna (all’epoca non membro della Nato) e dalla Grecia, non dal Portogallo che mise a disposizione la base di Lajes nelle Azzorre.
25. Sigonella comunque costituisce un caso particolare, vedi paragrafo specifico.
26. Anche la Spagna di Felipe González rifiuterà l’accesso alle basi.
27. Secondo un’altra fonte il memorandum per Sigonella, o un altro accordo, viene firmato l’8 aprile del 1957.
28. Dal 28 gennaio 1994 Gaeta è ufficialmente sede di un comando indipendente di Naval Support Activity.
29. Cfr. S. MINOLFI, L’Italia e la Nato, 1993, Cuen.
30. Oggetto di un memorandum nel novembre 1983.
31. Cfr. L.V. FERRARIS, Manuale di politica estera italiana, Roma-Bari 1996; Laterza; S. R OMANO, Guida alla politica estera italiana, Milano 1993 , Rizzoli; L. I NCISA DI CAMERANA, La vittoria dell’Italia nella Terza guerra mondiale, Roma-Bari 1996, Laterza. I missili saranno poi smantellati in seguito agli accordi sul disarmo tra Reagan e Gorbačëv nel 1987 e la base di Comiso sarà chiusa. Gli ultimi soldati americani lasceranno l’installazione nel 1991.
32. S. MARCHISIO, «Confronto e comparazione del regime giuridico delle basi Nato e dei singoli Stati membri presenti sul territorio di altri Stati membri della Nato», in AA. VV., Le basi militari della Nato e di paesi esteri in Italia, cit.
33. Un memorandum dell’agosto 1993 viene stipulato tra lo Stato maggiore italiano e il Comando Usa in Europa per regolare lo stanziamento in Italia del 401mo stormo americano in precedenza in Spagna. Con un altro memorandum del 30 novembre 1993 e accordo tecnico del 1994 viene deciso lo schieramento ad Aviano. Inizialmente si era deciso di spostare gli aerei nella base di S. Anna a Crotone. Ma quando già erano stati acquistati i terreni, il Congresso americano – in tempi di riduzione delle spese per gli armamenti dopo la guerra fredda – decise di non finanziare la spesa. Così viene individuata in Aviano la sede sostitutiva.
34. Nell’agosto del 1992 il Pentagono annunciava la chiusura della base di S. Vito e di altre cinque installazioni minori, a causa dei tagli alla Difesa del dopo-guerra fredda. La base veniva effettivamente abbandonata dalle forze americane, ma veniva poi riattivata per le operazioni in Bosnia e nel Kosovo. Si pone il problema formale se sia ancora una base «americana». Esistono due versioni. Per la prima, l’abbandono della base non annullava l’accordo del ’54 su S. Vito, e quindi la base è stata riattivatacon quella legittimità giuridica. Per la seconda, invece, la struttura di intelligence a S. Vito è stata trasferita a Capodichino e la base riaperta solo temporaneamente per le esigenze della guerra del Kosovo. Dal punto di vista sostanziale non cambia molto, la base è pur sempre italiana e a seconda delle necessità utilizzata da forze italiane o Nato.
35. Dossier Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage del Cermis, Servizio Studi Camera dei deputati, aprile 1999.
36. Il Generale Dan Leaf, comandante della 31th Fighter Wing di stanza ad Aviano, ha dichiarato nel corso di un’audizione al Congresso americano l’8 marzo 1999, che «negoziati Italia-Usa dovrebbero cominciare nei prossimi mesi per sostituire gli accordi del 1993 e 1994». Cfr. www. house. gov/hasc/testimony/106thcongress/99-03-08leaf. htm.
37. «Basi americane, ancora 50 anni», Il Foglio, 12/5/1998.
38. Audizione del Generale D. Leaf al Congresso, op. cit.
39. La Sesta Flotta viene impegnata anche su quello scacchiere.
40. Comunicato Marina Usa del 1° luglio 1998, in occasione della visita a Napoli del sottosegretario alla Difesa statunitense John J. Hamre il 25 giugno, www. chinfo. navy. mil/navpalib/news/navnews/nns98/nns98026. txt. 41. Nato/Weu Colloquium on «The European Security and Defense Identity», Address by Admiral T. Joseph Lopez, Madrid, 6/5/1998, www. afsouth. nato.int/transcripts/lopezmadrid. htm.
42. T.J. LOPEZ, «Nato’s Southern Region: an Emerging Focus», tratto da un articolo per la rivista Occidente, dicembre 1997, www. afsouth. nato. int/transcripts/Dec97. htm. Per quanto riguarda l’Italia è il caso di aggiungere anche le importazioni di gas dall’Africa settentrionale.
43. Audizione al Congresso del vice ammiraglio Daniel J. Murphy della Sesta Flotta, 8 marzo 1999, www. house. gov/hasc/testimony/106th congress/99-03-08.
44. Dovuta probabilmente alla maggiore attività nei Balcani.
45. Da considerare che la Germania ospita circa 60 mila truppe americane, contro le 13-15 mila italiane.
46. Durante tutta la vicenda si scontrano le diverse posizioni dell’Italia e degli Stati Uniti. In quel momento gli Usa sono «ossessionati» per volontà del presidente Reagan dalla lotta al terrorismo internazionale. Non sono quindi disposti a transigere, anche a costo di mettere in difficoltà l’Egitto – garante dell’accordo e a cui apparteneva l’aereo – loro alleato e in quel momento in una situazione difficile nello scacchiere arabo in seguito agli accordi con Israele. L’Italia d’altra parte vuole arrivare a una soluzione indolore per i propri rapporti con il mondo arabo e più in Generale per la stabilità dell’area del Mediterraneo. Per un’approfondita analisi degli eventi si rinvia al volume a cura di A. SILJ,L’alleato scomodo, Corbaccio 1998.
47. Cfr. A. SILJ, op. cit.
48. In una ricostruzione della vicenda di Sigonella, John W. Holmes, all’epoca ministro dell’ambasciata Usa a Roma, scrive che «per quasi due generazioni gli Usa avevano goduto di un’ampia libertà di impiego delle basi in Italia per i propri scopi. Ciò ha creato un atteggiamento mentale che spiega molto del processo decisionale adottato dagli americani durante il caso dell’Achille Lauro». Ibidem.
49. Ibidem.
50. Da notare comunque che la polemica italiana presenta gli stessi aspetti delle discussioni durante la guerra fredda: a una posizione pregiudizialmente contraria all’alleanza con gli Usa si oppone un «partito americano» italiano pronto a giustificare qualsiasi comportamento dell’alleato.
51. Poi nominato nell’agosto del 1999 consigliere militare del presidente del Consiglio D’Alema. 52. Sarebbe da chiedersi se di conseguenza sono state modificate anche le regole in altre basi. 53. Cfr. dichiarazioni del sottosegretario alla Difesa Massimo Brutti, del presidente della commissione Esteri del Senato Giangiacomo Migone, dell’editorialista Sergio Romano e di altri.

 

Quando in Puglia c'erano 50 megaton di bombe nucleari
Da peacelink.it del 3 marzo 1999

Di Giorgio Nebbia

Chi sale da Gravina, in provincia di Bari, verso il "Bosco", in località "Difesa grande", e si guarda intorno con un poco di pazienza, trova, in mezzo agli alberi, una casetta abbandonata e tre piattaforme rotonde di cemento armato, ormai coperte di sterpi. Nessuna indicazione che si è di fronte ad una delle pagine drammatiche della guerra fredda che ha portato in Puglia trenta missili Jupiter, con testate nucleari ciascuna cento volte più potente delle bombe atomiche esplose a Hiroshima. La storia era cominciata nel settembre 1958 quando gli americani, allora era presidente Eisenhower, insistettero presso il governo italiano perché accettasse l’installazione di alcuni missili a gettata intermedia, con testate nucleari, in grado di colpire i paesi satelliti dell’Unione sovietica come Albania, Romania, Bulgaria, e alcune partii occidentali della stessa URSS. Le trattative durarono a lungo (rigorosamente segrete) non certo per ottenere garanzie sulla sicurezza del popolo italiano, ma per cercare di spillare più quattrini dagli americani in cambio di questa nuova servitù militare.
La storia è stata raccontata con grandi dettagli, ricavati dai documenti segreti militari, resi accessibili grazie ad una speciale legge americana sulla "Libertà di accesso alle informazioni" (*), dal prof. Leopoldo Nuti, dell’Università Roma Tre, in vari articoli che sono stati anche utilizzati per un recente libro di Philip Nash sui "Missili di ottobre", pubblicato dall’Università della North Carolina.

Come località per l’installazione dei missili fu scelta la Puglia, per la sua posizione orientale, più vicina al "nemico"; il quartier generale fu installato a Gioia del Colle dove i primi missili arrivarono dal febbraio al settembre 1960; oltre che a Gioia, i trenta missili furono schierati in altre nove postazioni, quasi allineate da nord-ovest a sud-est: Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura (due postazioni), Irsina, Matera, Laterza, Mottola.
I missili usavano come carburante cherosene e come ossidante ossigeno liquido e ciascuno era dotato di una bomba a fusione, una bomba H, insomma, da 1,45 megaton, con una potenza distruttiva, come si è detto, cento volte superiore a quella delle bombe che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki. Quando ho visto per la prima volta la piazzola abbandonata di Gravina mi sono chiesto chi ricordasse, in Puglia, questa importante pagina della storia militare della guerra fredda, un periodo in cui sulla testa degli abitanti della regione sono state sospese bombe H per una potenza distruttiva equivalente a quella di 50 milioni di tonnellate di tritolo. Una drammatica situazione, ben nota al governo italiano che sapeva che si trattava di "missili obsoleti, pericolosi e non molto efficaci".

Senza contare che le basi missilistiche americane in Puglia erano sotto il tiro diretto dei missili collocati nelle simili basi, collocate nell’Europa orientale, e che la popolazione della Puglia sarebbe stata immediatamente colpita dalle bombe atomiche sovietiche se anche un solo missile, anche per errore, fosse partito da Gioia del Colle o Gravina o Spinazzola. Per la costruzione delle piazzole e dei depositi del carburante e delle bombe, devono pur essere stati impiegati muratori, operai, imprese di costruzioni, devono pur essere circolati, per mesi, camion carichi di cemento e degli stessi missili, devono pure essere andati avanti e indietro, soldati americani e italiani. Le piazzole di Gioia del Colle erano dentro la base militare, ma le altre erano in aperta campagna, in zone impervie; i missili erano in postazione verticale, pronti al lancio, visibili dalle strade vicine. Possibile che nessuno ricordasse niente ? Ho interpellato tante persone, anche i comunisti, quando ancora c’erano, gli unici che a suo tempo avevano protestato contro i missili in Italia, ma senza successo. Dopo la pubblicazione di un articolo sulla "Gazzetta del Mezzogiorno", alcuni giornalisti pugliesi, Pasquale Doria, Emilio Oliva, Armando Fizzarotti, sono andati a cercare e hanno fotografato quel poco che resta delle basi nucleari pugliesi e hanno intervistato poche persone che ricordavano i missili e tante altre che non sapevano niente. Gli articoli sono stati pubblicati nello stesso quotidiano dal 7 al 12 febbraio 1999. Forse sarà pubblicato un libro su tali eventi.

Le ricerche del prof. Nuti spiegano bene che tutte le operazioni di installazione dei missili Jupiter in Puglia furono condotte sotto un rigoroso segreto. I militari americani erano meno di quattrocento e in ogni piazzola l’eventuale lancio poteva avvenire soltanto con l’uso di due "chiavi" di sicurezza, nelle mani di due ufficiali, uno americano e uno italiano. Nel gennaio del 1961 al presidente americano Eisenhower, che aveva insistito per l’installazione di bombe atomiche nei paesi europei, successe Kennedy, con una nuova politica di distensione nei confronti dei sovietici e del loro presidente Krusciov. La storia di quei trenta missili nucleari in Puglia finisce con la crisi cubana; come i lettori ricordano, nell’ottobre 1962 gli americani scoprirono che una nave sovietica stava trasportando dei missili nucleari a Cuba e Kennedy minacciò la guerra contro l’URSS se le navi fossero arrivate nell’isola caraibica. Si ebbero frenetici contatti fra Kennedy e Krusciov e intervenne anche il Papa Giovanni XXIII: alla fine i missili sovietici tornarono indietro e l’America si impegnò a ritirare i trenta missili Jupiter dalla Puglia e gli altri quindici installati in Turchia. Veloci e segreti come erano arrivati, i missili delle basi pugliesi furono smantellati fra l’aprile e il giugno 1963, lasciando i ruderi delle piazzole di lancio; durante i movimenti pacifisti degli anni ottanta, quando Reagan voleva installare i missili americani a Comiso, il deputato, poi senatore, pugliese Lops (ora morto) ed io proponemmo che i ruderi della base di Gravina, quelli forse meglio conservati, fossero trasformati in un parco nazionale dalla pace, a dimostrazione che i missili possono anche essere installati, ma possono anche andarsene, se vi è una volontà politica. Nel caso dei missili pugliesi, a dire la verità, per quanto ne so, una volontà politica e una protesta popolare per liberarsi dei missili non c’è stata, anche perché, a quanto pare, ben pochi in Puglia si resero conto del pericolo a cui erano esposti.

La nostra proposta, naturalmente, non ebbe seguito. Una iniziativa del Comune di Gravina di acquisire lo spazio della base abbandonata fu bloccata dai militari e i ruderi sono ancora lì. Peccato, perché la conoscenza e il ricordo del passato possono evitare errori futuri. In un mondo in cui esistono ancora trentamila testate nucleari, 5000 delle quali pronte a partire, una domanda di pace e di disarmo nucleare proprio dalle città pugliesi, che le bombe nucleari hanno avuto nel proprio territorio e che sono state esposte, quarant’anni fa, ad un grave pericolo, avrebbe avuto (e avrebbe ancora oggi) un significato importante.

Note: (*) n.d.r.
Per gli interessati, gli originali dei documenti una volta segreti e ora declassificati sono disponibili sul sito
http://www.hfni.gsehd.gwu.edu/~nsarchiv/nsa/NC/nuchis.html
Cercate il "Report on Visit to Jupiter Sites in Italy" e li' troverete (in formato gif) le 5 pagine del rapporto segreto sulla visita alle postazioni degli jupiter in puglia nel settembre 1961

Incuriosisce una frase dell'ispettore statunitense:
"It clearly makes no sense to continue to classify the existence of the Jupiters and their locations, but the Italian Government seem to want it that way for political reasons"
Traduco: "Non ha evidentemente senso continuare a mantenere segreta l'esistenza degli Jupiter e il loro dislocamento, ma il governo italiano sembra volere questo per motivi politici"

 

Una via al 79º gruppo. L’ultima parola spetterà a sindaco e giunta - proposte alternative
Da il Gazzettino del 24 settembre 1998

Badia Polesine. Vivace discussione nell’aula consiliare ce l’opportunità di dedicare una strada alla base di zero dell’aeronautica chiusa di recente.

Saranno il sindaco e la giunta municipale di Badia Polesine a decidere se accogliere o meno la proposta emersa dall’ultimo consiglio comunale che ha approvato a maggioranza la mozione del consigliere Marcello Ferreri di intitolare una via al 79º Gruppo I.T. dell’ex Base dell’Aeronautica Militare di Zelo-Ceneselli. Visto che il sindaco Edo Boldrin e i consiglieri membri della Giunta (Claudio Guerra ha ricordato di aver fatto il servizio militare proprio in quella base), hanno votato a favore della mozione, sembra praticamente scontato che una delle future nuove vie di Badia Polesine si chiamerà “Via 79º Gruppo“ senza I.T., le iniziali di “Intercettori Teleguidati“, che sono state tolte per caratterizzare il valore sociale, culturale e di costume che ha sostenuto questa scelta sottoscritta anche da oltre 100 cittadini Badiesi.

Lo stesso Ferreri ha proposto che si discuta sulla possibilità di intitolare vie a Decio Bertozzi, morto ad agosto, e Fulvio Crivellente caduto in Russia durante l’ultima guerra mondiale. A ricordare che saranno per specifica competenza sindaco e giunta a decidere è stato sottolineato in sede di dibattito da Paola Checchinato. Lo stesso segretario comunale ha confermato questa specifica competenza dell’esecutivo anche se il consiglio comunale può avanzare in piena autonomia delle proposte,. L'opposizione di centro sinistra “Per Cambiare“ si era detta disposta a votare a favore soprattutto per la valenza storica e sociale della proposta, a patto che venissero tolti dalle premesse della mozione i riferimenti militari visto che con la vicenda di Ustica l’Aeronautica Militare non è uscita bene. La richiesta non è stata accolta e così il gruppo si è diviso fra voti contrari e astensione e non partecipazione al voto. Il Polo, con Roberto Maccaferri di FI ha votato invece a favore. Anche la maggioranza si è divisa: Alberto Razzo ha votato contro, mentre Paola Checchinato e Monica Barcaro erano fuori aula. Il capo gruppo di maggioranza Alberto Ferrari ha confermato l’appoggio alla proposta avanzando anche altre nuove intitolazione: Madre Teresa di Calcutta, Falcone e Borsellino, Ruffilli e ai Badiesi Vittorio Benato e Gino Stefani. Polemico Razzo: “Ho il massimo rispetto per chi ha lavorato nella base, ma non è un motivo sufficiente per dedicargli una via.

Paolo Aguzzoni

 

Base di zero da ricordare
Da il Gazzettino di Rovigo del 6 agosto 1998

Con oltre 100 firme si chiede l’intitolazione di una via.

Per ricordare la base dell’Aeronautica Militare di Zelo-Ceneselli con ogni probabilità a Badia Polesine verrà intitolata una via. Martedì mattina è stata consegnata al sindaco Boldrin una proposta in tal senso che ha per progetto: “Mozione per l’intitolazione di una via pubblica in ricordo della dismessa Base dell’Aeronautica Militare sede del 79º Gruppo I.T.“. L’iniziativa è del consigliere comunale Marcello Ferreri il quale chiede al consiglio comunale di approvare l’intitolazione di una via così denominata: “Via 79º Gruppo I.T. - 1958 - 1998“. Nel presentare la mozione, che verrà presentata al Consiglio Comunale, Ferreri ha allegato a sostegno più di 100 firme di Badiesi raccolte in soli due giorni. fu proprio Badia Polesine, nel 1958, a ospitare i primi i militari giunti sul posto per preparare la futura base. Allora ufficiali e sottufficiali alloggiarono all’albergo “Alla Rampa da Gigi“ e per Badia fu subito un avvenimento tanto che negli anni seguenti divenne il centro di riferimento di quanti avrebbero prestato servizio alla base missilistica. In premessa la mozione, che intende ricordare soprattutto il valore sociale della presenza della base, tra l’altro dice: “Il 31 maggio 1998 a cessato la sua attività dopo oltre quarant’anni la Base dell' Areonautica Militare di Zelo-Ceneselli sede del 79º Gruppo Intercettori Teleguidati. La Base è stata un punto vitale per tutto l’Alto Polesine e in particolare per il Comune di Badia Polesine dove molti ufficiali e sottufficiali si sono stabiliti creando i loro nuclei familiari che si sono integrati perfettamente nel tessuto sociale, culturale ed economico locale. La stessa Base è stata al centro di attenzioni per attività culturali e ricreative che hanno richiamato l’interesse dei cittadini, delle istituzioni e delle scuole che spesso sono state ospitate per visite didattiche.

Ricordo inoltre che il sindaco di Badia Polesine è stato il coordinatore di un comitato che aveva lo scopo di impedire la chiusura della Base. È doveroso ricordare che 79º Gruppo I.T. deriva dalla gloriosa 79ª “Squadriglia aeroplani da caccia“ che ha partecipato ai conflitti della prima e della seconda guerra mondiale compiendo molte azioni belliche, riportando numerose vittorie e decine di medaglie al valore militare e, purtroppo, perdendo anche diversi giovani e valorosi aviatori“.

Paolo Aguzzoni

 

Le "Operazioni Speciali" della NATO - La joint Special Operations Task Force II
Da Aeronautica & Difesa dicembre 1996

Il grande finestrino laterale di un elicottero MH-53J "Pave Low" con il servente di una delle due "Minigun" da 7,62mm.

Aeronautica & Difesa ha visitato la sede della Task-Force dedicata alle "Operazioni Speciali" basata a Brindisi

Di Frank Smith e Diego Bigolin

Un aspetto non troppo pubblicizzato delle operazioni aeree della Nato, nel corso della "Deny Flight" prima e della "Decisive Endeaovour" adesso, è rappresentato dalla componente delle forze alle quali è stato affidato il particolare e delicato incarico di gestire le "operazioni speciali". Per saperne di più, gli inviati di "Aeronautica & Difesa" hanno trascorso una giornata a Brindisi, sede della Joint Special Operations Task Force-II (JSOTF2), per parlare con i militari che fanno parte di questa task force congiunta e per vedere i mezzi con i quali operano.

La JSOTF2 è stata creata a seguito dell'inizio dell'operazione "Deny Flight" allo scopo di avere a disposizione una forza congiunta capace di pianificare e condurre le "operazioni speciali" nel teatro bosniaco, in particolare Combat SAR e Close Air Support (CAS) notturno, che ha poi avuto modo di essere impiegata "in action" nel corso della "Deliberate Force". In quel frangente hanno avuto il battesimo del fuoco, nel teatro ex-jugoslavo, sia le cannoniere AC-130H che gli elicotteri MH-53J impiegati nella ricerca, tanto per fare un esempio, dell'equipaggio dei Mirage 2000N-K2 francese abbattuto nei pressi di Pale il 30 agosto 1995.

Oggi l'organizzazione della JSOTF2 risulta invariata rispetto al periodo "caldo" e solo un più ridotto numero di uomini e di velivoli caratterizza la differenza tra "Deliberate Force" e "Decisive Endeavour". Come tutte le altre forze aeree NATO presenti in Italia, anche la JSOTF2 dipende direttamente dalla 5ª ATAF di Vicenza che, tramite il Combined Air Operations Center (CAOC), coordina e dirige ogni attività operativa. Gli ordini d'operazione emanati dalla 5ª ATAF arrivano al Comando della JSOTF2 a San Vito dei Normanni (BR) - conosciuto come San Vito Air Station - distante pochi chilometri dall'aeroporto di Brindisi-Casale; il Comandante delega quindi il proprio Capo Ufficio Operazioni (Chief Operations) che provvede a rendere esecutivi gli ordini ricevuti.

A tale scopo egli ha a disposizione un eterogeneo gruppo di uomini e macchine: quanto di più addestrato, specializzato, sofisticato e tecnologicamente avanzato si possa oggi trovare sul "mercato". Parliamo di velivoli come l'AC-130U "Spooky", l'MC-130P "Shadow", l'MH-53J "Pave Low", il SA.330 "Puma" e di uomini appartenenti ai cosidetti STS (Special Tactics Squadrons), in questo caso Commandos francesi ed americani. Quanto detto merita senz'altro un approfondimento per cui andiamo a passare in rassegna ogni singola componente di questa particolare e super-specializzata task force.

Le Cannoniere Volanti del 4° Special Operations Squadron

La componente delle cannoniere volanti attualmente a Brindisi è rappresentata da due (ma altre sono disponibili "on call") AC-130U "Spooky" letteralmente significa spettrale, abitato da spettri) appartenente al 4° SOS (Special Operations Squadron) di Huriburt Field (Florida). L'AC-130U è un velivolo nuovissimo, da pochi mesi entrato in linea con l'USAF, che è stato costruito “ab initio“ per il ruolo di cannoniera a differenza degli AC-130H che erano normali C-130 più volte modificati.

Le principali differenze tra AC-130 H e AC-130U sono che quest’ultimo, oltre ai due cannoni da 40 e 105 mm, dispone anche di un cannone da 25 mm a cinque canne rotanti capace di una cadenza di 1800 colpi al minuto, potenziate capacità ECM, completa pressurizzazione, migliori e più sofisticati sistemi di acquisizione (sensors) dell’attività elettromagnetica al suolo, nuovo sistema dei radar deputati alla direzione del tiro che gli consentano di dirigere il fuoco su due bersagli contemporaneamente anziché su uno solo. Per ovvi motivi di segretezza, ci viene negata ogni risposta che scenda troppo i particolari tecnici e non ci è nemmeno possibile fotografare all’interno del velivolo, per cui possiamo solo immaginare l’altissimo grado di efficienza e precisione del sistema supersegreto “Black Crow“ e l’atmosfera che si deve respirare attorno ai suoi tavoli tattici durante una missione operativa notturna. Ovviamente, anche la versione “U“ dispone, anche se situate diversamente sul velivolo, dei sistemi FLIR (Forward Looking InfraRed), LLLTV (Low Light Level Television), SATCOM (comunicazioni satellitari), oltre alla consueta dotazione di chaffs e flares.

L’equipaggio è composto da 13 uomini (14 nell'AC-130H): Pilotta, co-pilota, navigatore, motorista, direttore di carico, direttore di tiro, direttore alla guerra elettronica (EWO - Electronic Warfare Officer), due addetti alle consolles dei sensori e quattro serventi ai pezzi. Alcuni membri dell’equipaggio, come il direttore al carico ed un addetto ai sensori, hanno anche la responsabilità dell’osservazione (di eventuale fuoco nemico proveniente da terra) che effettuano attraverso delle “bolle“ e trasparenti situate una in coda e l’altra sul lato destro del velivolo. Compito degli AC-130U attualmente assegnati al JSOTF2 è quello della BAI (Battlefield Air Interdiction), CAS (Close Air Support), sorveglianza e ricognizione (specialmente notturna) dell’area di teatro, appoggio ravvicinato alle operazioni di Combat Search and Rescue. Proprio nelle missioni Combat SAR lo “Spooky” garantirebbe come non altri il miglior appoggio; con la sua estrema precisione di fuoco diventerebbe l’elemento ideale per contrastare, in territorio ostile e nella completa oscurità, le reazioni nemiche tese ad ostacolare il recupero degli equipaggi e miranti all’abbattimento dei soccorritori.

La "cannoniera volante" AC-130U del 4th SOS di Huriburt Field in Florida

Gli MC-130P “Combat Shadow“

Il secondo elemento della JSOTF2 di Brindisi è costituito da altri due “Hercules’“ dell'USAF in versione MC-130P per “Combat Shadow“. La designazione è relativamente recente (15 febbraio 1996) ed ha coinvolto gli HC-130N/P in quanto l'Air Force Special Operations Command (AFSOC) ha voluto allineare i propri Combat Shadow agli altri velivoli recanti il prefisso “M“ (specifico delle Operazioni Speciali) in quanto il prefisso “H” designa l’attività di Search and Rescue. La Ridesignazione non ha riguardato tutti gli HC-130N e P dell'USAF ma solamente le 23 macchine assegnate all’AFSOC e le cinque in carico al 919º Special Operation Wing (AFRES). Sull’aeroporto pugliese attualmente vi sono due velivoli appartenente al 67º SOS (Special Operations Squadron) di Mildenhall (GB) che hanno compiti Combat SAR e di aerorifornitori per gli elicotteri MH-53J. Un serbatoio interno al vano di carico della capacità di 70.000 libbre consente ad un MC-130P di rifornire più volte gli elicotteri partecipanti ad una missione Combat SAR (generalmente all’andata ed in fase di rientro); attraverso le sonde che vengono filate dai due contenitori alari si può fornire carburante a due elicotteri contemporaneamente. Il sistema è valido, oltre che per gli MH-53J anche per gli MH-60 e per le varie versione degli H-53 dei Marines e della Navy, consentendo in tal modo operazioni combinate interarma.

Gli MC-130P possono altresì essere impiegati per il lancio, dietro le linee nemiche, di materiale di sopravvivenza, equipaggiamenti speciali e di squadre di soccorritori che poi vengono prelevate da altre unità. In casi particolari ed a determinate condizioni, gli MC-130P potrebbero anche atterrare su superfici non preparate per evacuare pattuglie di forze speciali inserite in precedenza in territorio ostile. Bisogna sottolineare che tutta questa tipologia di attività viene svolta quasi esclusivamente con il buio assoluto. La sofisticata tecnologia di cui dispongono fa si che l’oscurità più completa diventi la migliore alleata dei Combat Shadow (come del resto per tutti gli altri velivoli della JSOTF2), proteggendoli considerevolmente dalle reazioni avversarie ma consentendo loro di operare come fosse il giorno o quasi.

Attualmente è in corso un programma di aggiornamento e di miglioramento per tutti gli MC-130 P del SOC che è stato denominato SOFI (Special Operations Forces Inprovement) e che terminerà entro il 1999 quando tutte le macchine (attualmente solo otto velivoli hanno completato le modifiche) avranno subito migliorie ai sistemi di navigazione, comunicazione e di rivelazione della minaccia. Altri miglioramenti comprenderanno un sistema completamente integrato del navigatore inerziale, Global Posizioni System (GPS), illuminazione interna ed esterna totalmente compatibile con l’uso dei Night Vision Goggles (NVG), FLIR, avvisatori l’ingaggio da parte di radar e missili, ed head-up display compatibile con i NVG, dispensatori di chaffes e flares, comunicazioni satellitari e data-link, oltre alla capacità di rifornimento in volo.

Gli MC-130P hanno un equipaggio composto da otto uomini: pilota, secondo, flight-engineer (motorista), due navigatori, due loadmastrs (direttori di carico) ed un specialista in comunicazione. A Brindisi, la rotazione degli equipaggi del 67º SOS avviene cerca ogni 30 giorni e l’addestramento prevede voli notturni a bassa quota (500 ft AGL - 500 piedi sopra livello del terreno) entro il CTR (Control Region). Vengono eseguiti anche atterraggi sul parallelo dell’aeroporto di Casale, a luci pista spente e con il solo ausilio dei visori notturni (NVG).

La linea non particolarmente agile del CH-53, nella versione MH-53J, è alterata dai diversi dispositivi specifici necessari allo svolgimento delle operazioni in condizioni ognitempo e su grandi distanze (la sonda sul lato destro del muso consente il rifornimento in volo da parte degli MC-130P

Elicotteri per “operazioni speciali“

Terza componente della JSOTF2 è il distaccamento (attualmente quattro-cinque macchine) dei potenti elicotteri Sikorsky MH-53J “Enhanced Pave Low III gestiti da equipaggi misti provenienti dal 20º SOS di Huriburt Field e dal 21º SOS di Mildenhall. L’MH-53J è una versione avanzata della MH-53H (derivante a sua volta dai CH/HH53C modificati) ed è un elicottero espressamente concepito per le Operazioni Speciali di Combat Rescue. L'Enhanced Pave Low III dispone di due motori General Electrics T64 da 4380 HP (3266 kW) cadauno e rotore a cinque pale ripiegabili per consentirne l’eventuale uso anche a bordo dei portaerei o naviga d'assalto. Il velivolo, protetto da numerose placche blindate al titanio, pesa 22.800 kg ed è lungo 20,47 m (esclusa la sonda per il rifornimento in volo). Armato con due mitragliatrici Minigun da 7,62 mm (montabili sul portellone laterale) e da un mitragliatore pesante da 50 mm (posizionato presto la rampa posteriore). L’MH-53J viene impiegato per l’inserimento e l’evacuazione in territorio ostile di cellule di truppe come la Special Forces, Delta Force, Seal e per il recupero dei piloti costretti al lancio in territorio nemico.

Quasi inutile a dirsi, tutta la tipologia di missioni prevede il volo notturno e per questo motivo il Pave Low dispone di apparecchiature sofisticatissime che gli consentono di volare ad una alta velocità (circa 280 km ora) e manovrare a bassa quota nella più completa oscurità. Tra queste, troviamo un sistema di navigazione inerziale, il Doppler, un radar multimodo terrain-following (AN/APQ-158) e terrain-advoidance, FLIR, display con proiezione della mamma al suolo, NVG. Inoltre, l’MH-53J dispone di GPS, sistema di comunicazioni “secure“ ed ECM, tra le quali due jammers all’infrarosso LORAL AN/ALQ-157 situati sopra i serbatoi supplementari esterni.

L’equipaggio, generalmente, è formato da sei persone: il pilota il suo secondo, due navigatori (di cui uno, alla bisogna, si occupa anche delle mitragliatrici), e due aerosoccorritori/mitraglieri (i cosiddetti PJ, Pararescue technicians). Nel corso della “Deny Flight“ e della “Deliberate Force“ gli MH-53J hanno partecipato alle ricerche sia del pilota (capitano O' Grady) dell’F-16C del 31º FW abbattuto il 2 giugno 1995 sia dell’equipaggio del Mirage 2000 precipitato il 30 agosto successivo (questo caso anche con squadre di comandos francesi a bordo).

Gli uomini dello Special Tactics Squadron

La quarta componente della JSOTF2, ultima dell'USAF, è formata da soli uomini appartenenti al 321º Special Tactics Squadron (STS) che dipende dal 352º Special Operation Group (SOG) di Mildenhall.

Si tratta di personale altamente specializzato in operazione di Combat SAR, pronti ad essere elitrasportati, lanciati con il paracadute (anche in acqua), in qualsiasi condizione di tempo e dietro le linee nemiche. Sanno adoperare quasi tutti i tipi di armi, sono esperti in comunicazione, sono specialisti in rianimazione e sano ad operare al meglio l’attrezzatura sanitaria di cui dispongono. Generalmente un team è composto da tre uomini: due soccorritori ed un Combat Controller con funzioni primarie di addetto alle comunicazioni e coordinatore dell’operazione. Tra l’equipaggiamento in dotazione, particolarmente interessante è il sistema portatile per comunicazioni satellitari di DCM-120. Queste squadre possono essere aviotrasportate con qualsiasi tipo di velivolo attrezzato allo scopo, aereo o elicottero, statunitense o alleato, e sono note tutte le forze armate per il loro alto grado di professionalità e coraggio. Non a caso ed in tempi recenti (Panama, Golfo, la stessa “Deliberate Force”) diversi loro membri hanno meritato decorazioni per l’eroismo dimostrato.

Il nucleo francese

Quinto ed ultimo elemento principale della JSOTF2 brindisina è costituito dal nucleo francese, attualmente forte di un certo numero di commandos-soccorritori (l’equivalente degli STS americani) e di tre elicotteri SA.330 Puma appartenenti alla EH 01.067 “Pyrenees” di Cazaux. La storia del Combat SAR francese è relativamente recente in quanto, precedentemente, non era sentita l’esigenza di avere un’unità specializzata in questo ruolo. Solo a partire dalla guerra del Golfo (1990-91) le forze aeree francesi iniziano ad interessarsi alla questione inviando due elicotteri “Puma“ nella regione. Nel novembre 1993 partecipano, a brindisi, ad un’esercitazione congiunta con la JSOTF2 e dal febbraio 1994 equipaggi de l’Arme de l’Air vengono fatti lavorare assieme al personale statunitense delle Special Operations Forces brindisine. Dal dicembre 1994 il distaccamento viene dichiarato operativo ed integrato con la JSOTF2.

Dall’ottobre 1996 sono iniziate le pre-valutazione per un possibile futuro impiego nel ruolo Combat SAR del nuovissimo elicottero “Cougar“ (non è ancora entrato in linea), ed è in fase di formazione a Cazaux un Escadron di nuova concezione specializzato nel ruolo. I tre “Puma“ francesi di Brindisi vengono impiegati sia nel normale ruolo SAR terrestre e marittimo che in quello Combat. Gli equipaggi ruotano ogni due mesi in modo tale da permettere a tutti un valido addestramento operativo. Strutturalmente i velivoli sono normali SA.330 ai quali, però, sono state apportate diverse modifiche che hanno riguardato l’adozione di due serbatoi supplementari esterni, del verricello, della blindatura, del dispositivo per il lancio dei flares, della mitragliatrice e, per l'avionica, di un sistema di hovering automatico, FlIR, Doppler e sistema autonomo computerizzato per la navigazione. Gli equipaggi dei Puma hanno anche a disposizione GPS, PLS (Personal Location System) e il Night Vision Goggles. Per il prossimo futuro sono previsti aggiornamenti al sistema di navigazione ed alla strumentazione in generale. L’equipaggio di un puma consiste in un pilota, un co-pilota, un flight-engineer ed un mitragliere (anche con funzioni di specialista del carico). Il team degli aerosoccorritori è composto da uno specializzato medico e da quattro commandos. Teams di questo genere hanno partecipato alle le ricerche dei due piloti francesi abbattuti il 30 agosto 1995 anche se, per l’occasione, a bordo degli MH-53 dell'USAF in quanto le missioni prevedevano il rifornimento in volo, cosa non possibile con il Puma. In conclusione possiamo dire che la Joint Special Operation Task Force II di Brindisi è una forza di intervento rapido, altamente specializzata, perfettamente equipaggiata per i compiti speciali ai quale dovesse essere chiamata. Il lavoro dei suoi uomini non è molto conosciuto dei più ma, tra gli addetti ai lavori, i piloti sanno che potrebbero contare, in caso di necessità, su quelli che loro, con rispetto, definiscono “quelli della notte“.

 

Pochi, ma sempre NIKE
Da Rivista Aeronautica n.5 1995

In base al piano di riorganizzazione della 1ª Brigata Aerea, l'Aeronautica Militare ha avviato lo smantellamento di due gruppi intercettori teleguidati, il 67° e l'81°, equipaggiati con missili superficie-aria Nike Hercules. Ultimo evento addestrativo a vederli protagonisti, la campagna di tiri presso il Poligono di Capo S.Lorenzo, in Sardegna. La chiusura dei due gruppi precede solo di pochi mesi quella di altre due unità della 1ª Brigata Aerea. Già alla fine del prossimo anno saranno quindi solo quattro i gruppi dotati di missili Nike Hercules la cui vita operativa sarà estesa, mediante aggiornamenti "mirati", al primo decennio del 2010.

Servizio speciale di Stefano Cosci

ASP, ovvero Annual Service Practice, è la sigla con la quale vengono comunemente indicate le campagne di tiri reali che dagli inizi degli anni sessanta vedono periodicamente impegnati i gruppi IT (Intercettori Teleguidati) della 1ª Brigata Aerea di Padova. In mancanza di idonee aree addestrative nazionali, le prime ASP furono effettuate direttamente negli Stati Uniti avvalendosi di poligono di tiro come quello di Mc Gregor nella Nuovo Messico.

Per poter svolgere queste esercitazioni anche nel nostro paese fu necessario attendere, infatti, l’attivazione delle aree di lancio del comprensorio di Capo S. Lorenzo che nel 1966 ospitò la prima ASP interamente gestita dall’Aeronautica Militare. Per le unità Nike le ASP hanno sempre costituito un appuntamento da affrontare con il massimo impegno, rappresentando il coronamento del programma addestrativo di ciascun gruppo. Anche se negli ultimi anni e ruolo di questo sistema d'arma nell’ambito dell’Aeronautica Militare e della Nato è stato sensibilmente ridimensionato, le SP hanno comunque mantenuto la loro valenza addestrativa. Lo scopo primario di queste campagne tiri è ancora quello di accertare il livello di addestramento dei gruppi It, di esercitare il personale nel lancio dei missili Nike Hercules di standardizzare e verificare, dal punto di vista tecnico-operativo, le procedure di controllo del sistema. Un complesso di operazioni tutt’altro che semplice e che richiede a ciascun gruppo Nike e lo svolgimento di uno specifico ciclo addestrativo, della durata di sei mesi, nel corso del quale buona parte del personale si trasferisce periodicamente presso i reparti provviste di simulatore. Questa operazione si ripete tre volte alla settimana e, naturalmente, richiede qualche sacrificio sul piano personale. Nulla a che vedere, ovviamente, con gli impegni del passato, ma ci sembra comunque giusto sottolineare che per la gente del Nike “andare a sparare in Sardegna“ non rappresenta certo una passeggiata. È una realtà che ben conoscono i componenti del team valutativo, operante nell’ambito del Gruppo Missili SA (Superficie-Aria), appositamente costituito per l'ASP, del quale fanno parte gli ufficiali e sottufficiali con all’attivo una notevole esperienza di reparto (da un minimo di 10 a un massimo di 25 anni).

Fulcro del team è il nucleo Nike della 1ª Brigata Aera al quale è affidato il delicato compito di garantire la continuità nel metodo di giudizio, un parametro che, l’esperienza insegna, incide fortemente sull’atteggiamento del personale dei gruppi nei confronti della valutazione. Non c’è niente da fare, per un gruppo Nike l'ASP rappresenta comunque il momento della verità su quanto si è fatto negli ultimi mesi ed è inevitabile che nell'aprossimarsi di questo appuntamento tensione e spirito competitivo aumentino in misura esponenziale. Mentre però, un’eccessiva emotività può rischiare di compromettere anche il risultato di un addestramento accurato, un sano spirito competitivo a senz’altro dei riflessi positivi sull'affiatamento del personale e nei rapporti tra i gruppi. Non si pensi che il fatto di appartenere alla stessa specialità sia sufficiente per fare degli otto gruppi etti che attualmente costituiscono la 1ª Brigata Aerea una sola “grande famiglia“. Ogni gruppo ha, infatti, un suo patrimonio di esperienze tecnico-operative, di organizzazione logistica e di natura socio-culturale Che non sempre facilita l’intesa con i reparti omologhi. A suscitare e ad alimentare un certo “feeling“ tra i gruppi che contribuisce sicuramente anche l'ASP che vede l’avvicendamento, nell’arco di un mese, di due gruppi alla settimana costretti, per buona parte della valutazione, a lavorare “gomito a gomito“. Si tratta quindi di un’occasione unica per favorire l’amalgama tra il personale. Del team valutativo fanno parte anche elementi provenienti dei gruppi IT, talvolta relativamente giovani, scelti sia per le qualità professionali e la provata esperienza che, soprattutto, per le specifiche attitudini caratteriali. L’importanza data, nella selezione dei valutatori, alle caratteristiche psicologiche è un tacito riconoscimento della difficoltà di questo compito. Non è mai facile esprimere un giudizio obiettivo sull’operato di altri specialmente se l’esame viene effettuato in condizioni estreme e con un ritmo serrato come quello di una ASP. Per questo è importante poter contare anche sull’apporto degli altri membri del team, chiamati a esprimersi come giudici del collega. Condizione essenziale perché questo possa avvenire è l’esistenza, nell’ambito del team, di una notevole affiatamento e di un’ampia base di dialogo, gli unici strumenti realmente efficaci per far lavorare bene insieme persone che si conoscono da tempo ma che provengono comunque da reparti diversi. riprova di questo sincero spirito di collaborazione, maturato soprattutto negli ultimi anni, e l’attaccamento che lega gli ex appartenenti al team anche dopo il loro allontanamento dalla brigata o, addirittura, dall’aeronautica.

Dopo questa parentesi sul team valutativo, riprendiamo l’esame dell'ASP '95 che, come le precedenti edizioni, è stata effettuata grazie alla disponibilità, presso il poligono di Capo S. Lorenzo, di un sistema Nike Hercules completo - comprensivo di un’area controllo tiro e di un’area lancio - la cui efficienza è stata garantita da personale tecnico dei gruppi IT e del 2° Reparto Manutenzione Missili (RMM) della 1ª Brigata Aerea. Per ridurre i costi e la durata della campagna, ogni settimana sono stati valutati i due gruppi IT, ognuno dei quali ha partecipato con un equipaggio tecnico-operativo ripartito tra l’area controllo tiro e l’area lancio. Cinque le fasi principali della valutazione: preparazione del sistema, montaggio dei missili, prova di prefuoco, prova di fuoco, valutazione della capacità organizzativa. Esclusa la fase di fuoco, la valutazione ha impegnato ciascun gruppo per tre intere giornate lavorative.

La fase di preparazione del sistema inizia con la consegna, da parte del capo team valutativo, del sistema Nike al personale del gruppo e prevede che, in un limite massimo di cinque ore, vengano effettuati i previsti controlli settimanali e sia assunta la “ pront 15“. 12, invece, sono le ore poste come limite massimo per il completamento della fase di montaggio del missile Nike Hercule s consegnato completo, Ma disassembrato nei suoi contenitori. Mentre presso il Centro Missili SA si effettuano i controlli del corpo centrale del missile e della parte anteriore-contenente sistema guida-unite tra loro da un elemento raccordo che simula la testa (la “bomba“), il montaggio di quest’ultima, così come del modulo razzo propellente solido, del complesso booster (il “rocket monster“, costituito da quattro stadi di propellente solido) e delle altre componenti (pinne stabilizzatrici posteriori, ecc.) viene effettuato in un apposito settore dell’area di lancio dove operano contemporaneamente le squadre di specialisti. La prima fase vede il montaggio della testata di guerra e, quindi del motore mentre l’altro gruppo completa l’assemblaggio della sezione posteriore del missile. La fase di montaggio a termine con il posizionamento delle due sezioni del missile (prima la posteriore e quindi quella interiore che pesano complessivamente 4720 kg) su una delle “rail“ delle rampe di lancio e l’effettuazione dei previsti controlli elettronici e meccanici.

La fase successiva, quella di prefuoco, e sicuramente la più delicata ai fini della determinazione del punteggio finale da attribuire al gruppo in corso di valutazione che per il 60% dipende proprio dall’esito di questa prova. Svolta al termine della fase di preparazione e dopo l’assunzione della “prontezza in 15 minuti, la fase di prefuoco prevede la valutazione del personale della batteria nell’acquisizione, nell’identificazione e nell’ingaggio di sei bersagli generati elettronicamente da un simulatore e operanti con l’ausilio di ECM (Electronic Counter Measures). Teatro di questa fase sono il carro controllo, il carro radar e l'adiacente simulatore T-1, entrambi dislocati nell’area controllo tiro dove si trovano anche le antenne dei quattro radar asserviti al sistema d'arma, il radar d’acquisizione (ACQ, Acquisition Radar) per la ricerca, con scansione su 360°, di bersaglie; il radar di inseguimento bersaglio (TTR, Target Tracking Radar); il radar di inseguimento bersaglio in distanza (TRR, Target Range Radar) utilizzato come ausilio ECCM (Electronic Counter Counter Measures) e il radar di inseguimento missili (MTR, Missile Tracking Radar).

Il carro controllo e del tutto analogo a quello presente presso i gruppi IT. tranne che per la mancanza dell'IFF e degli apparati che assicurano la trasmissione automatica dei dati relativi alle tracce rilevate dalla rete radar della difesa aerea. Informazioni questo è che, nel caso specifico, vengono fornite direttamente dal simulatore T-1 che è in grado anche di ricreare tutti segnali che normalmente giungerebbero al sistema attraverso le antenne dei radar. All’interno del carro controllo operano due sottufficiali, uno addetto all'”acquisition” e l’altro al computer, e altrettanti ufficiali, il TCO (Tactical Control Officer) e l'IDO (Identification Officer). In passato e per particolari stati d’allerta era prevista la presenza di un terzo sottufficiale, operatore alla switch board. Nel carro radar, invece, si trovano cinque sottufficiali addetti, rispettivamente, al TTR (in azimuth, distanza ed elevazione), al TTR e all’MTR.

In condizioni normali una batteria Nike e l’ultimo anello di una catena di intervento che dal “Sam allocator“ del SOC (Sector Operation Center“ e scende fino alla batteria interessata all’ammissione. In questo caso si lavora in “centralizzato“, ovvero l’identificazione e l’interrogazione delle tracce vengono effettuate dalla difesa aerea mentre il BOC (Battalion Operational Center) Nike dello stormo IT - dal quale dipendono le unità interessate - si limita a monitorizzare il dialogo tra i “SAM allocator“ dei centri radar e una o più batteria. Nell’eventualità di una degradazione dei vari livelli della catena di comando e controllo, sono previste operazioni “decentralizzate“ con il BOC Nike che provvede autonomamente all’assegnazione delle tracce. In casi estremi un gruppo Nike è in grado di agire in “autonomous condition“ provvedendo direttamente all’acquisizione e all’identificazione delle tracce.

Una volta acquisita e interrogata, la traccia viene trasferita al radar di inseguimento mentre tramite un interruttore i relativi dati di azimut e di distanza vengono passati all’altro operatore TTR che su quelle coordinate effettua la ricerca del bersaglio, acquisito in automatico. Ha così inizio la fase di ingaggio. Lo stato d’allarme, passato nel frattempo da “bianco“ (stand-by di pace) a “giallo“ (stato d’allarme per controlli tecnici), diviene ora “blu“, annunciando l’avvio dell’azione, cosiddetta di “drill“, che porterà la batteria alla condizione di “pronti a far fuoco“.

Il computer, intanto, inizia a elaborare, istante per istante, i dati di volo del bersaglio la cui posizione è rappresentata, in piano e in verticale, sui plotting board del carro controllo.

Il T-1 è in grado di generare contemporaneamente fino a un massimo di sei bersagli che - oltre a essere provvisti di capacità di manovra, di IFF ed i radar warning receiver - possono disturbare elettronicamente sia il radar di acquisizione che di inseguimento.

I plotting board consentono di determinare costantemente il punto futuro di scoppio del missile. Per il TCO è molto importante conoscere questo dato, noto anche come “predicting point“, ed al quale potrebbero dipendere la legittimità o meno del lancio di un missile come azione di autodifesa. La determinazione del punto futuro di scoppio sarebbe stata di assoluta importanza anche nell’eventualità dell’impiego di missili Nike Hercules con testa di guerra “speciale“, prevista peraltro fino a pochi anni fa. In questo caso, infatti, in funzione del “predìcting point”, gli operatori del carro controllo avrebbero provveduto - prima del lancio-a impostare una quota minima di scoppio della testa di guerra tale da ridurre l’effetto di “fall-out“.

Non esiste una tattica specifica per l’impiego di missili come il Nike Hercules contro bersagli aerei se non è il principio, generalmente valido, di colpire il più lontano possibile e nel minor tempo possibile. Raggiunto lo stato d’allarme “rosso“ - che abilita il radar MTR e il pannello “missile track“ del carro controllo - la batteria è pronta a far fuoco in qualsiasi momento. La distanza massima di intercetto del Nike Hercules (che ha una tangenza massima di 47.000 m) è di 150 km e, in caso di un attacco multiplo, il TCO designa il bersaglio ritenuto più pericoloso. Il sistema, come è noto, può seguire più target, ma è in grado di colpirne solo uno alla volta. Eventuali correzioni di designazione sono possibili anche se il tempo a disposizione è veramente ridotto, considerato che dal lancio alla detto un’azione della testa di guerra non passano più di 30 secondi.

Il lancio del missile viene decretato dal TCO agendo sull'apposito interruttore, fino a un istante prima protetto da una copertura di colore rosso. A questo punto la condotta dell’attacco passa al computer che, sulla base della posizione del target, impartisce gli ordini al missile, la cui traccia e riportata sul plotting board, per condurlo al punto futuro di scoppio. Dopo una salita in quota, il missile punta decisamente contro il bersaglio fino a portarsi in una posizione dalla quale possa investirlo dal basso verso l’alto con la sua micidiale “rosata“ dei 2000 cubetti d’acciaio che, unitamente a 300 kg di tritolo, ne costituiscono la testa di guerra. La detonazione della testa di guerra viene dunque ordinata dal computer in base alla posizione del missile rispetto al target. Al momento dell’esplosione, la stampante del computer del carro controllo fornisce i dati di posizione e velocità del missile e del target nonchè il risultato del calcolo probabilistico di scoppio. Più basso è questo valore e maggiori sono le probabilità di abbattimento. Mediamente entro un raggio di 90-100 m dal punto di scoppio un velivolo è da considerarsi senz’altro distrutto.

Nella fase di prefuoco, comunque, ci si limita solo a simulare lancio dei missili e la distruzione dei bersagli. La reale capacità di un gruppo IT nel ingaggiare un target nemico in profilo d’attacco viene valutata, infatti, nella successiva fase di fuoco che rappresenta il momento più spettacolare di tutta la campagna. La possibilità di effettuare il lancio reale dei due missili (uno per gruppo) consente, inoltre, di verificare in questa fase l’efficienza del sistema d'arma e, più specificatamente, del Nike Hercules. Per semplificare le operazioni di sgombero del poligono ridurre di conseguenza l’importo dell’indennità da corrispondere agli abitanti e ai lavoratori agricoli della zona gli eventi a fuoco previsti per i due gruppi valutati vengono concentrate nella stessa giornata, a breve distanza l’uno dall’altro. I lanci reali Nike non richiedono l’impiego di radio bersagli in quanto il missile viene diretto contro un target elettronico generato dal simulatore T-1. Ciò, peraltro, consente di riprodurre, con estrema facilità diversi temi di lancio anche se a questo proposito il team valutativo lamenta di non aver potuto avvalersi appieno delle caratteristiche “sperimentale“ del poligono di Capo S. Lorenzo per poter esplorare ulteriormente l’inviluppo di impiego di questo missile che, concepito molti anni or sono per spostare il tipo di minaccia aerea completamente diversa da quella attuale, è sostanzialmente è destinato all’impiego alle quote e medio-alte. Purtroppo il timore di discostarsi dalle norme di sicurezza (garantita comunque in ogni caso) rischia spesso di prevalere sulla necessità di verificare la reale capacità operativa di un sistema d'arma concettualmente non più all’altezza dei tempi, con il risultato di non riuscire a individuarne diverse possibilità di impiego.

Tornando ai temi di lancio, nella fase di fuoco alla quale abbiamo assistito, i gruppi IT valutati hanno provveduto all’ingaggio dalla distanza – rispettivamente - di circa 50 e 20 km di due bersagli, in volo a una velocità di 500 nodi e a una quota di 15.000 piedi. Il lancio di due Nike Hercules è avvenuto senza problemi; in entrambi i casi a 0,25 secondi dall’ordine di lancio è entrato in funzione il “rocket motor luster“ che per circa tre secondi ha fornito al missile una spinta di oltre 88.000 kg portandolo a una velocità di 560 m/sec e a una quota di 1100 metri. È avvenuta quindi la separazione del primo stadio che, sibilando, si è inabissato nel tratto di mare prospiciente l'area di lancio, nelle immediate vicinanze dello scoglio di Quirra. Il missile ha così proseguito il proprio volo sotto la spinta dei 7000 kg del suo “rocket motor sustaineir“ che la condotto fino al punto di scoppio. Regolare anche la zona azione delle teste di guerra che hanno scongiurato il rischio della caduta in mare di frammenti del missile di dimensioni rilevanti. In caso di avaria o di emergenza il Nike dispone comunque di un efficace sistema di auto distruzione che può essere attivato sia automaticamente che dal personale del carro controllo.

Come sempre, la comunicazione di “missile partito“ è stata accolta dal personale dell’area controllo con grande soddisfazione, dopo la tensione accumulata nelle ultime 72 ore. E d’altronde nessuno si augurerebbe mai, a questo punto, di trovarsi di fronte a un lancio mancato. Vorrebbe dire gettare il lavoro di mesi e dover affrontare operazione di una complicità estrema. Perché questo non accada è, però, necessario il concorso di tutto il personale valutato perché, gli uomini del Nike ci tengono a sottolinearlo, la partenza di un missile come questo non è mai un fatto casuale, ma la risultante di una serie di contributi professionali altamente qualificati. Da qui l’importanza di mantenere a standard elevati il grado di addestramento di questi reparti nonostante i mutati scenari internazionali, la rinuncia all’impiego di armamento speciale e al fatto-ormai inconfutabile-che il Nike Hercules stia vivendo la fase discendente della sua vita operativa, realtà che trova peraltro riscontro sia nella radicale ristrutturazione della 1ª Brigata Aera che nel suo nuovo ruolo, non più di sistema d'arma di punta, ma piuttosto di gap filler“ in attesa che la forza armata possa disporre di un suo valido sostituto.

Nel corso di tutte le fasi dell'ASP viene, infine, valutata la capacità tecnico-operativa del personale nell’organizzazione del lavoro, nel rispetto della sicurezza e nel corretto uso degli apparati. Vengono pertanto prese in considerazione le errate dichiarazioni di inefficienza, l’uso improprio di attrezzature, le violazioni delle norme di sicurezza non che gli eventuali ritardi riportati nel completamento di ciascuna fase. Tutte le osservazioni sono riportate nel rapporto che il team valutativo finale stila al termine di ogni turno ASP. È ritenuto “soddisfacente“ il livello di addestramento del gruppo che nella valutazione non ha registrato penalizzazioni superiori al 30% del credito di 1000 punti attribuitigli inizialmente (175 punti per la preparazione del sistema, 150 per il montaggio del missile, 600 per la fase di prefuoco e 75 per la fase di fuoco).

Grazie al nuovo metodo di giudizio recentemente adottato, che favorisce la massima obiettività e trasparenza, il team valutativo è riuscito a proporsi nei confronti dei gruppi Nike non più come semplice commissione d’esame, ma piuttosto come staff di supporto tecnico. I timori riverenziali E i pregiudizi di un tempo hanno quindi lasciato il posto a un clima di valutazione decisamente più sereno, ma non per questo meno rigoroso, nel quale è più semplice analizzare le diverse operazioni. A differenza che in passato i valutatori “pesano” in maniera diversa gli eventuali comportamenti scorretti, dando risalto soprattutto alla “sostanza“ di quello che si fa e penalizzando quindi più gli errori di concetto che quelli tra virgolette veniali“ purché questi ultimi non si riflettono negativamente sull’operatività e sulla sicurezza. Immutato, invece, l’elemento della competitività Tra reparti che anzi, dati i punteggi più omogenei tra loro, si accende oggi anche per differenze di decimi percentuali. Ed è con estrema soddisfazione che abbiamo potuto constatare che nell'ASP '95 ottimi punteggi sono stati conseguiti anche dei due gruppi IT, il 67º di Monte Calvarina e l’81º di Chioggia, la cui dismissione è attualmente in pieno svolgimento. Un ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, dello spirito eccezionale della gente del Nike e del suo straordinario modo di lavorare.

 

Insieme per sperimentare
Da Rivista Aeronautica n.1 gennaio-febbraio 1994

Dal "Tornado" al "Mangusta", dallAspide al TOW, dal Marte al nuovissimo MILAS, tutti i principali sistemi d'arma in dotazione all'Esercito, alla Marina e all'Aeronautica Militare vengono sperimentati e collaudati in Sardegna, presso il Poligono Interforze di Perdasdefogu, organismo unico nel suo genere in Italia e tra i pochi esistenti in Europa

Da quasi trent'anni lo sviluppo e la stessa storia di Perdasdefogu, antico borgo di origine nuragica della Sardegna sud-orientale, si intrecciano con quelle del Poligono Sperimentale del Salto di Quirra che, nato come centro per esperienza il missilistiche dell’Aeronautica Militare, ha successivamente assunto l’attuale status di organismo interforze. posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e comandato da un generale di brigata aerea, il Poligono Sperimentale Interforze del Salto di Quirra si avvale, infatti, del personale militare proveniente per il 50% dall'AM, per il 35% dall’Esercito e per il 15% dalla Marina.

Il Poligono è attualmente impegnato in due distinte settori di attività. Il primo, sperimentale, rappresenta la diretta evoluzione dei compiti originali del Poligono che, nei primi anni di attività, svolgeva prevalentamente prove di razzi e missili. Oggi come allora le attività sperimentali si svolgono in stretta collaborazione con le industrie del settore che sia valgono del Poligono per verificare - in condizioni di impiego simili a quelle reali - che i sistemi d’arma in corso e sviluppo o di produzione posseggano le caratteristiche e le prestazioni richieste. Ciò, ovviamente, con il preciso intento di individuare le modifiche e miglioramenti eventualmente necessari. Al Poligono spetta quindi il compito di attuare tutte le predisposizioni operative, tecniche e logistiche necessarie allo svolgimento delle prove di volo richieste dalla sperimentazione dalla messa a punto dei prototipi di benevoli, missile, ragazzi, radio bersagli (RDB), ecc.

Impegni recenti del Poligono in questo campo sono stati il collaudo del missile controcarro a guida laser OTO Melara MAF, delle batterie Spada, dei sistemi di bordo e dell’armamento del “Tornado“ e dell'AMX, del sistema di lancio del missile antinave Kormoran 1 e dell’armamento dell’elicottero A 129 Mangusta (missili TOW e razzi da 81 mm). È stata conclusa la sperimentazione del missile aria-superficie Marte e dell'RDB Mirach 70 mentre sono state condotte prove con il weapon dispenser dispenser Skyshark e con i nuovi missili Kormoran 2 e MILAS. Sono stati effettuati, infine, lanci di missili AIM-9L Sidewinder da parte di velivoli F-104ASA, “Tornado” e AMX, un’attività, questa, destinata ad avere in futuro anche carattere addestrativo.

Nel "poligono a mare" un semovente contraereo OTOMATIC impegnato in una prova a fuoco (foto OTO Melara)

Il secondo settore, è, invece, una diretta conseguenza del crescente numero di sistemi missilistici in dotazione alle forze armate italiane che, presso il Poligono del Salto di Quirra, hanno l’opportunità di verificare la prontezza dei propri reparti con lo svolgimento di esercitazioni a fuoco. Con lanci reali si concludono le campagne addestrative che periodicamente vedono impegnati sia i gruppi IT (Intercettori Teleguidati) della 1ª Brigata Aerea, equipaggiati con i sistemi missilistici superficie-aria Nike Hercules, che le batterie Spada dell’Aeronautica Militare. Analogamente l’esercito opera sul Poligono con unità di artiglieria contraerea dotate di missili Improved Hawk e con elicotteri armati, tra cui gli A 129. L’attività addestrativa a fuoco interessa anche i missili controcarro Milan e i razzi Firos mentre già da alcuni anni sono terminate le esercitazioni delle unità missilistiche Lance. Sempre l’esercito, inoltre, utilizza il Salto di Quirra come Poligono per i semoventi e gli obici FH-70 in dotazione ai reparti di artiglieria pesante campale non che come area addestrativa per le unità dotate di Drone USD-501. Lanci missilistici e tiri contro costa rappresentano, infine, le attività principali svolte durante le esercitazioni della marina militare nel corso della quali le unità navali hanno l’opportunità di impiegare “a fuoco“ l’intera gamma di cannoni e di sistemi missilistici disponibili. Dai pezzi da 127/54 ai 76/62 super rapido, dai 40/70 del sistema Dardo ai missili superficie-aria Standard, Terrier, Tartar, Sea Sparrow e Aspide/Albatros, dai missili superficie-superficie Teseo ai Marte lanciati da elicotteri.

Anche se al Salto di Quirra operano prevalentemente le forze armate italiane e alcune ditte nazionali, la sua utilizzazione è aperta a unità militari e società straniere. Tra queste, in passato, reparti norvegesi, dotati di Nike Hercules, e tedeschi equipaggiati, rispettivamente, con sistemi missilistici controcarro SS.11 e semoventi contraerei M42 e Gepard.

Le infrastrutture e gli apparati a disposizione permettono attualmente al Poligono di:

  • effettuare attività sperimentale e addestrativa con razzi e missili superficie-aria, superficie-superficie, aria-aria e aria-superficie;

  • Preparare e lanciare i missili o i razzi in accordo con e i temi stabiliti e controllarli durante il volo;

  • Condurre due missioni e controllare contemporaneamente tre “mobili“ (come vengono comunemente definiti gli oggetti in volo) e provvedere alla relativa registrazione dei dati e delle traiettorie ottiche e radar;

  • Preparare, lanciare, controllare, guidare, recuperare e ricondizionare i radio bersagli (RDB) in dotazione, il cui impiego è comunque limitato alle operazioni con missili superficie-aria e aria-aria;

  • Fornire agli utenti tutte le informazioni significative relative alla cinematica dei mobili impiegati nelle operazioni, i dati relativi al comportamento delle loro componenti fondamentali nonché la documentazione fotografica, traghetto-foto traghetto grafica e tele metrica richiesta.

Tutto, ovviamente, in condizioni di massima sicurezza.

Uno dei recenti programmi di prove condotti presso il Poligono Sperimentale Interforze è stato quello relativo al missile Milas, sviluppato dalla OTO Melara in collaborazione con la francese Matra e la Eurotorp (foto centro cinefotografico Poligono Sperimentale Interforze)

Due sono le aree principali che costituiscono attualmente il Poligono Sperimentale Interforze: la base di Perdasdefogu con l'adiacente Poligono “a terra“ e il distaccamento AM di Capo San Lorenzo con il dipendente Poligono “a mare“. A Perdasdefogu hanno sede il comando del Poligono, il centro elaborazione dati, la sala operativa, il centro cinefotografico, la 675ª Squadriglia Collegamenti non che i reparti tecnico-logistici e amministrativi.

Sistemato all’interno della palazzina PCC (Posto Comando e Controllo) della base di Perdasdefogu, il centro elaborazione dati - grazie alle moderne unità Sperry Univac e Alenia MARA di cui è dotato - e in grado di gestire tutte le informazioni provenienti dai sensori del Poligono (e, in particolare, dai sistemi di inseguimento) e di rappresentarle, in tempo reale, sui tavoli tracciatori e sui PPI delle consolle della sala operativa che, direttamente responsabile del controllo della sicurezza, dispone di tutti gli ausili necessari al monitoraggio delle missioni.

Il lancio di un missile Aspide da parte di un complesso Spada, adottato dall'Aeronautica Militare per la difesa di punto delle principali basi aeree (foto centro cinefotografico Poligono Sperimentale Interforze)

Grazie ai collegamenti via data link con il centro elaborazione dati, inoltre, tutti i sensori del Poligono possono compiere - mediante opportuni programmi cosiddetti di “in futurazione“ - un inseguimento certo in tempo reale dei mobili nello spazio. In tempo differito, invece, mediante l’analisi e l’elaborazione dei filmati e dei nastri radar, il centro è in grado di restituire la traiettoria radar e ottica dei lanci non che i relativi dati cinematici. Simili elaborazioni permettono di verificare, istante per istante, il reale comportamento dei mobili oggetto di sperimentazione e, in ultima analisi, rappresentano la sintesi dell’interattività del Poligono. Il centro cinefotografico, responsabile dello sviluppo e della stampa delle pellicole impressionante durante le operazioni, è una struttura di supporto fondamentale. L’interpretazione delle pellicole, infatti, rappresenta la prima fase dell’elaborazione dei dati sperimentali. Grazie a personale qualificato e alla disponibilità di apparati tecnicamente avanzati, il centro Cina e fotografico è in grado di trattare, con estrema celerità, pellicole da 16 e 35 millimetri in bianco e nero, a colori e invertibili.

A Perdasdefogu ha sede anche la 675ª Squadriglia Collegamenti, equipaggiata con elicotteri Augusta Bell AB 212. Oltre a provvedere al recupero dei radio bersagli e alle operazioni di sgombero Poligono, la squadriglia effettua voli di collegamento e garantisce lo “stand-by“ SAR durante eventuali operazioni aeree. Piuttosto frequenti, infine, sono le missioni per il trasporto di malati e traumatizzati grave, un’attività di notevole rilievo considerata la particolare situazione ambientale della zona e l’intrinseca difficoltà dei collegamenti su strada. Adiacente alla base di Perdasdefogu si estende il Poligono “a terra“, un’area demaniale di circa 12.000 ettari normalmente utilizzata per le prove di missili e razzi a breve gettata oltre che per l’addestramento al tiro dei reparti di artiglieria e degli elicotteri armati dell’aviazione dell’esercito.

Prova di volo guidato di un vettore sviluppato dalla Snia BPD per la messa in orbita di piccoli satelliti (foto Gilardini)

Due aree sono espressamente destinate ai lanci dei Milan e dei Firos mentre la “zona torri“ deve il suo nome alle torri originariamente utilizzate per i lanci sperimentali dei missili. Del “nucleo storico“ del Poligono fa parte anche la “zona lancio radio bersaglio“ ubicata nei pressi della palazzina PCC e oggi ormai in disuso. Proprio nella “zona torre” un interessante attività è stata effettuata in passato dal Centro Sperimentale Metallurgico che ha condotto esperienze sugli effetti delle esplosioni su i metanodotti impressione. Una sperimentazione “a fuoco“ sicuramente insolita, ma indispensabile per comprendere le conseguenze di un eventuale azione terroristica nei confronti di simili strutture. Non lontano si trova anche una slitta supersonica che, costituita da un tratto di rotaia lungo 200 metri e inclinato di 8°, ha consentito di effettuare prove di velocità, di accelerazione e di penetrazione.

Il Poligono “a mare“, destinato alle prove e alle esercitazioni con missili e razzi di maggiore gittata, si sviluppa, invece, lungo 30 miglia di costa tra Capo San Lorenzo e Capo Bellavista. Su 1200 ettari di aree demaniali sorgono tre zone di lancio (“Zona Nike“, “zona Hawk“ e “zona Alpha“) e le postazioni di inseguimento radar, ottico e telemetrico. La “zona Nike”, oltre che per le campagne tiri dei gruppi intercettori teleguidate, è utilizzata dalle batterie Spada, mentre la “zona Hawk” è riservata ai razzi Firos e ai missili Improved Hawk (in passato anche ai Lance).

La “zona Alpha”, invece, a suo tempo utilizzata per la sperimentazione dell’omonimo vettore italiano, è teatro oggi di esercitazioni con cannoni, razzi Firos e complessi missilistici Skyguard nonchè delle prove statiche dei booster dell’Ariane 4, prodotti dalla Snia BPD che qui ha pprovato anche lo Zefiro, il primo stadio di un vettore per piccoli satelliti. Nel sedime del distaccamento AM di Capo San Lorenzo si trovano le strutture del gruppo missili superficie-aria (costituito durante le campagne tiri Nike e Spada) nonché due aree di lancio di cui una (“zona sperimentale“) già impiegata per i missili Aspide e Hawk e l’altra tuttora riservata ai radio bersagli della 673ª Squadriglia.

Per garantire il corretto funzionamento di una struttura complessa ed estesa come il Poligono Sperimentale Interforze è prioritario assicurare l’efficienza e la massima affidabilità degli apparati di rilevamento e controllo dei sistemi di comunicazione. Questi ultimi comprendono sia collegamenti telefonici che via data link con tutte le postazioni, alcune delle quali si trovano anche a oltre 50 km da Perdasdefogu. Sono disponibili, inoltre, apparati per il controllo delle frequenze - che assicurano l’assoluta impossibilità di interferenze durante le operazioni - e un sistema di “timing“ e di “count down“ che consente di stabilire un riferimento temporale comune per tutte le attività. Data la peculiarità degli equipaggiamenti, l’amministrazione difesa ha ritenuto più conveniente affidare la manutenzione alla società Vitrociset piuttosto che ricorrere all’impiego di personale militare, soggetto a continui trasferimenti.

Prevedibili attività future del Poligono riguarderanno due importanti programmi internazionali, il caccia “Eurofighter“ 2000 - limitatamente alle prove dell’armamento - e la famiglia di sistemi superficie-aria futuri basata sul nuovo missile franco italiano Aster in cui lanci di sperimentazione, collaudo e qualificazione - nella variante terrestre - saranno effettuate a partire dal marzo 1997 proprio presso il Poligono. Le caratteristiche peculiari di questi nuovi sistemi d’arma, in particolare, le elevate accelerazioni iniziali dei missili Aster (dell’ordine dei 500/1000 m/sec) - comporteranno un adeguato programma di potenziamento e di ammodernamento dei sensori per effetto del quale l’hai già elevate capacità operative del Poligono risulteranno fortemente accresciute.

 

Sicurezza e sistemi di inseguimento
Da Rivista Aeronautica n.1 gennaio-febbraio 1994

Grazie ai dati forniti in tempo reale dai sensori del Poligono, la traiettoria dei mobili può essere rappresentata sui tavoli tracciatori della sala operativa del PCC

Il complesso e il capillare dispositivo di sicurezza del Poligono Sperimentale Interforze di Perdasdefogu ha consentito, in quasi trent’anni di attività, di effettuare il lancio di migliaia di missili e razzi senza il verificarsi di incidenti di rilievo. All’aspetto sicurezza viene, infatti, dedicata la massima cura sia in sede di pianificazione che di svolgimento delle missioni e il controllo delle “aree di pericolo“ rappresenta il compito principale per chi, responsabile dell’operazione, deve dare la “clearance” al lancio. Per comprendere la complessità di questo aspetto basta pensare che, per svolgere in assoluta sicurezza attività quali i lanci dei missili aria-aria o dei Nike Hercules, è necessario provvedere allo sgombero di un’area di oltre 3500 km². Di norma, il dispositivo di sicurezza viene predisposto con notevole anticipo rispetto allo svolgimento delle operazioni attraverso la richiesta di bandi di sgombero e di avvisi ai naviganti e l’emissione di NOTAM. Il compito di verificare l'attuazione di tutte le predisposizioni di sicurezza spetta al direttore delle missioni che, a questo scopo, si avvale della collaborazione di un ufficiale anziano ed esperto.

Il giorno del lancio si attiva una vera e propria “catena di sicurezza“ che prevede l’impiego combinato di due radar in postazione fissa per la sorveglianza aeronavale, di due radar mobili con funzione di “gapfiller“, di velivoli “Atlantic“, di motovedete, di elicotteri, di collegamenti radio per il traffico aereo e marittimo, di telecamere a circuito chiuso, di personale di sgombero e di vedette a terra. I due radar impostazione fissa - installati, rispettivamente, sui poligoni “a terra“ e “a mare“ - sono quello recentemente attivato sul Monte Cardiga - che ha rimpiazzato quello già operativo sul Monte Codi, nel frattempo ceduto all'AAV-TAG - e quello di “Quota 210“. Per fornire elementi utili per la valutazione dei lanci, invece, il poligono dispone di sistemi radar, ottici e telemetrici per l’inseguimento è il tracciamento dei missili in volo. Il complesso dei radar d'inseguimento - costituito dalle sei postazioni di Capo S. Lorenzo, Torre Murtas, Serralonga, Is Ebbas, Capo Bellavista e del poligono “a terra“ - viene utilizzato per mantenere il controllo costante dei mobili in volo. Grazie ai dati forniti in tempo reale da questi sensori, inoltre, la traiettoria dei mobili può essere rappresentata sul tavolo i tracciatori della sala operativa del PCC. L’impiego combinato dei radar di inseguimento e di sorveglianza permette alla responsabile delle operazioni di decidere se attuare la teledistruzione del missile o se dirigere quest’ultimo e l' eventuale radio bersaglio verso le zone di sicurezza.

Per ottenere una maggiore precisione nella fase di inseguimento, e poligono dispone delle seguenti apparecchiature ottiche:

  • Cineteodoliti (CITE) che - in grado di inseguire e filmare gli oggetti in volo - consentono di ricostruire, tramite una complessa elaborazione di più filmati, la traiettoria del mobile e di rilevarne, con estrema precisione, i dati cinematici;

  • Cinetelescopi (CISCO) che - provvisti di ottiche con lunghezza focale compresa tra gli 1,5 e i 12 metri - consentono di inseguire e riprendere gli oggetti in volo a distanze superiori a quelle permesse dai cineteodoliti. E cinetelescopi, però, non fornendo informazioni angolari non possono essere impiegati con finalità traiettografiche, ma solo come supporto ai cineteodoliti rispetto ai quali consentono di ottenere immagini notevolmente più dettagliate;

  • Cineprese ultra rapide, utilizzate per riprendere - ad altissima velocità - le primissime fasi del lancio. Possono impiegare vari formati di pellicola (in bianco e nero e a colori) e operare con diverse velocità di ripresa (fino a un massimo di 2250 fotogrammi al secondo con pellicole 35 mm);

  • Telecamere a circuito chiuso, le cui immagini e vengono trasmesse in tempo reale in sala operativa per seguire le fasi più importanti delle missioni.

Attualmente sono disponibili 16 cineteodoliti, tre cinetelescopi e varie telecamere, CITE e CISCO sono installati presso le postazioni di Monte Suesu e di Is Ebbas mentre a “Quota 232“ si trova un solo cinetelescopio. CITE sono presenti anche a Capo S. Lorenzo, Belvedere, “Quota 232“, Torre Murtas, Serralunga, Tundu Mannu, Costa Iba e Capo Bellavista nonchè in quattro postazioni del poligono “a terra“.

Le cineprese ultra rapide, invece, vengono di volta in volta predisposto e nelle diverse aree di lancio. Il Poligono, infine, dispone di un sistema di inseguimento telemetrico le cui due stazioni, una in postazione fissa (Serralunga) e l’altra mobile, ricevono via radio e registrano - in tempo reale - le informazioni trasmesse dai mobili in volo e riguardanti i loro parametri di volo e il funzionamento dei loro sistemi principali

 

Breve storia di un poligono
Da Rivista Aeronautica n.1 gennaio-febbraio 1994

Un'immagine veramente "pionieristica" che documenta il recupero - con mezzi non proprio ortodossi - di uno dei primi missili lanciati da Perdasdefogu

Quasi assoluta mancanza di centri abitati, una fascia interna pianeggiante leggermente ondulata e una esterna dominata da montagne selvagge e impraticabili. Questi gli elementi essenziali del paesaggio severo, ma straordinariamente incontaminato, dell’altopiano del Salto di Quirra che - localizzato a sud dell'Ogliastra meridionale tra le valli del Flumineddu e del Rio di Quirra - viene scelto come sede dell’omonimo “Poligono Armamento Aeronautico” definito dal foglio d’ordine n. 24 del 20 agosto 1956 come “ l'ente aeronautico che provvede alle prove, esperienze e collaudi su materiali di lancio, di caduta e su razzi, missili e relative installazioni“ dipendente “dalla Direzione Generale delle Armi e Munizioni per l’impiego“ e “dal Comando Aeronautica della Sardegna per le questioni territoriali, di presidio, logistiche, amministrativo-contabili e per quelle disciplinari che ne derivano“.

Il comando e le infrastrutture di supporto vengono allestite a Perdasdefogu che, posto a 599 m sul livello del mare è raggiungibile solo attraverso chilometri di impervie strade di montagna non asfaltate, si trova in una posizione di parziale isolamento che, se da un lato conferma la validità della scelta del Salto di Quirra, dall’altro comporta notevoli difficoltà di carattere logistico. Mentre i bulldozer rendono praticabili le vie d’accesso al paese (nel quale, per inciso, l’energia elettrica è arrivata solo nel 1955) veri e propri “pionieri” predispongono le infrastrutture essenziali per il funzionamento del Poligono facendosi largo tra la vegetazione e l’aspro terreno della zona a forza di braccia e di dinamite. La precedenza viene data alla costruzione delle strutture operative e in un primo momento il personale e alloggiato in una tendopoli, una sistemazione provvisoria e che il clima rigido di alcuni mesi dell’anno non contribuisce certo a rendere più confortevole.

Le prime attività riguardano la sperimentazione dei missili Contraves MTG, (13 ottobre 1956) e E.002R (1957) e, il 1 luglio 1959, il Poligono assume la denominazione di Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra e passa, per l’impiego, alle dipendenze del Consiglio Tecnico Scientifico della Difesa. Con finalità scientifiche vengono lanciati il razzo C-41 (luglio 1960) e il missile Nike Cajun (gennaio 1961) che consentono di acquisire esperienze utili per lo sviluppo del programma spaziale San Marco e di attivare una collaborazione con il CNR e la NASA. Nel corso del 1961 la società Vitroselenia inizia l’allestimento del Poligono “a mare“ mentre il 1 agosto dell’anno successivo viene costituito il distaccamento di Capo S. Lorenzo. Nel 1962 la European Space Research Organization (ESRO) sceglie il Poligono per il lancio dei razzi sonda Centauro e Skylark. Nel 1963 e la volta dello statunitense Nike Apache mentre proseguono i collaudi dei razzi con la slitta supersonica e i lanci dei missili contraerei Hawk.

Nel 1966 iniziano le campagne addestrative dell’esercito e dell'AM che, l’anno successivo, attiva sulla costa un’area di lancio per il Nike Ajax e, quindi, per i Nike Hercules. Nel 1967 proprio un Hawk - nell’insolito ruolo di antimissile - ingaggia e distrugge un missile superficie-superficie Honest John. Sempre nell’ambito delle attività ESRO, nel 1968 viene lanciato in razzo Dragon che raggiunge l’apogeo record del Poligono, 395 km. Il ciclo di esperienze dell’ESRO si conclude nel 1972 dopo il lancio di oltre 50 razzi sonda. L’8 settembre 1975 viene effettuato il primo dei tre lanci del vettore italiano Alpha che conferma le notevoli potenzialità della nostra industria aerospaziale. Al 1978 risale il programma HELIP (Hawk European Limited Inprovement Program) mentre, a cavallo degli anni 70 e 80, il Poligono è impegnato, oltre che nelle consuete attività addestrative, nella sperimentazione e nel collaudo di sistemi missilistici superficie-superficie (Lance e Teseo), superficie-aria (MEI, Spada e Albatros), l’aria-superficie (Marte) e controcarro (HOT, MAF e TOW) e di razzi (Firos 6 e 25) e nelle prove dell’armamento di velivoli come l’F-104S e il “Tornado”.

Dal giugno 1980, infine, il Poligono passa alle dirette dipendenze dello SMA mentre, in occasione del 25º anniversario della sua costituzione, riceve la bandiera d’istituto.

In tutti questi anni i rapporti tra il Poligono e la popolazione locale sono state improntate alla massima collaborazione reciproca. Alla disponibilità degli abitanti della zona, infatti, hanno corrisposto numerose iniziative dell’amministrazione difesa che hanno determinato favorevoli ricadute sul contesto sociale ed economico locale. Tra queste, solo per citarne alcune, il supporto medico garantito H 24 dall’infermeria di Perdasdefogu che - per il trasporto saluta sanitari d’urgenza - può contare anche sugli elicotteri della 675ª Squadriglia, il trasporto degli studenti delle scuole medie superiori con automezzi militari, la costruzione di una strada per il collegamento di Perdasdefogu con il paese di Tertenia e la statale orientale sarda e la recente realizzazione di un acquedotto che - oltre a servire la base - ha contribuito ad accrescere sensibilmente e le risorse idriche della zona.

 

673ª Squadriglia Radiobersagli
Da Rivista Aeronautica n.1 gennaio-febbraio 1994

Per la valutazione dei sistemi missilistici contraerei, il Poligono di Perdasdefogu si avvale di radiobersagli del tipo Meteor Mirach 100/2 con propulsione a getto e in grado di raggiungere una velocità massima di 850 km/h. Preparati, lanciati e “pilotati“ da personale della 673ª Squadriglia Radiobersagli, i Mirach consentono di riprodurre profili di volo più possibile simili alle reali condizioni di impiego dei sistemi d’arma. Il nuovo Mirach 100/4 di recente acquisizione, per esempio, grazie ai dispositivi di controllo automatico della quota e della direzione di volo e alla radio altimetro di cui è dotato, può essere efficacemente impiegato con profili BQ e BBQ ed è in grado di simulare realisticamente le manovre evasive messe in atto da un velivolo. Entrambi i modelli sono in grado di filare una manica radarabile che, di solito, rappresenta il vero bersaglio dei lanci missilistici.

Il pilotaggio dell'RDB, effettuato in condizioni di “volo cieco“, è reso possibile dalla stazione mobile di controllo Alamak di cui dispone la squadriglia e che durante le operazioni viene dislocate in prossimità dell’area di lancio dei Mirach. Conclusa l’esercitazione, l’RDB viene rapidamente decelerato per consentire l’apertura del paracadute che ne rallenta la caduta in acqua. Al successivo recupero provvede un elicottero, con l’ausilio di un aereo soccorritore, o una motovedetta. L’RDB. viene quindi rapidamente trasportato presso il complesso Meteor di Capo S. Lorenzo dove si trovano le officine della squadriglia. Normalmente gli RDB possono essere ricondizionati e reimpiegati con la sostituzione di una percentuale minima di componenti.

Ogni Mirach è progettato per sopportare un certo numero di recuperi, oltre i quali - essendo giunto ai limiti della vita operativa - viene generalmente destinato alle missioni “a rischio“ come quelle effettuate con missili provvisti di testa di guerra o in cui il bersaglio non è la manica, ma lo stesso RDB.

 

Il fronte sud
Da Panorama Difesa n.85  1992

Di primaria importanza sin dal tempo di pace e più che mai di attualità per la crescente attenzione rivolta all'area del Mediterraneo, la difesa aerea del meridione soffre di mali e limitazioni ormai croniche, che l'impegno degli uomini e dell'organizzazione non basta ad eliminare. Lo schieramento dell'AMI nel sud della penisola e i problemi in attesa di soluzione

Di Riccardo Niccoli e Renzo Sacchetti

Tra le ragioni d’essere dell’Aeronautica Militare la difesa aerea è indubbiamente la principale, perché in tempo di pace permette di mantenere il controllo della sovranità dello spazio aereo nazionale e delle zone di interesse economico esclusivo. Essa svolge inoltre una funzione di deterrenza nei confronti di ogni potenziale minaccia rivolta contro il territorio, la popolazione e i centri economici, industriali o militari di importanza strategica. in un contesto di crisi o guerra, l’importanza della difesa aerea risulta con evidenza ancora maggiore in quanto, oltre a mantenere i compiti previsti in tempo di pace, essa deve fornire quel grado di superiorità o copertura aerea necessarie a consentire alle componenti d’attacco e da supporto dell’aviazione, non che alle altre due forze armate, di svolgere al meglio le proprie missioni. Nella situazione attuale, il fatto che non esista più una minaccia preponderante (che in termini pratici era rappresentata, fino al suo recente svolgimento, dal Patto di Varsavia) non significa che il paese non debba più prestare attenzione a ciò che lo circonda. Una vigilanza analoga deve inoltre essere applicata verso le aree del mondo vitali per l’economia della nazione, e questo vale particolarmente per un paese come l’Italia, che dipende misura massiccia dall’estero soprattutto in materia di approvvigionamenti energetici.

Se il mutamento dello scenario politico-militare nell’Europa centro-orientale ha condotto ad una notevole allentamento della tensione tra gli ex blocchi, lo stesso non può dirsi d’altra parte per l’Europa meridionale e per il bacino del Mediterraneo, che rimane interessato da vari fattori di fermento e di instabilità di cui la situazione jugoslava, l’integralismo islamico che si affaccia in alcuni degli stati rivieraschi africani e la persistente tensione nell’area medio-orientale sono soltanto alcuni degli esempi più noti. Da non dimenticare infine, per una corretta valutazione dello scenario, che alcune nazioni dell’Africa settentrionale, oltre a non presentare una situazione politica interna stabile, dispongo di strutture militari sovradimensionate in quantità e qualità in relazione alle legittime esigenze di autodifesa. Il fronte sud a così gradualmente subito, a partire dall’inizio degli anni '80, una doppia rivalutazione sia su scala nazionale che Nato, Coinvolgendo in questo secondo caso la globalità della struttura alleata nell’area. Per tornare a esaminare il problema su base nazionale, il complesso della difesa aerea diviene uno strumento essenziale per la salvaguardia della pace, dal momento che una minaccia armata all’Italia meridionale sarebbe, perlomeno nella sua fase iniziale, prevalentemente aerea. Inoltre, nonostante l’appartenenza dell’Italia alla Nato e la stretta interdipendenza che si va sempre più realizzando tra le nazioni occidentali, ci sembra giusto analizzare la situazione considerando le sole forze nazionali, in quanto potrebbero insorgere dei tipi di crisi in cui il coinvolgimento dell’Alleanza non può essere dato per scontato.

La catena di comando e controllo 

La componente fondamentale dell’apparato di difesa aerea dell’AMI al sud è rappresentata dal 3° ROC (Regional Operation Center), centro operativo regionale di Martina Franca. Tale ente ha sia una dipendenza regionale, quale componente della 3ª Regione Aerea, che Nato, poiché le forze della difesa aerea sono permanentemente assegnate all’Alleanza fin dal tempo di pace. Il 3° ROC svolge funzioni di comando, coordinamento e controllo nel settore che si estende al sud della direttrice Viterbo-Pescara, gestendo i dati che gli arrivano da almeno sei Gruppi radar dislocati in Sardegna, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, con l’aggiunta di altre stazioni minori di rilevamento sparse nella zona di competenza.

Questa rete di sensori garantisce un buon afflusso di dati sul traffico di qualunque velivolo alle medie e alte quote, ma presenta carenze per quanto concerne la copertura alle basse quote, che sono poi quelle che un eventuale intrusore tenderebbe in pratica a prediligere. A tale carenza si potrebbe sopperire con l’impiego di piattaforme radar volanti, ma gli unici velivoli di questo genere oggi disponibili sono gli AWACS E-3A Sentry della Nato Airborne Early Warning Force (NAEWF), la componente radar aeroporto data di scoperta lontana dell’Alleanza. Tali velivoli, proprio perché sono sottoposti al diretto ed esclusivo controllo nazionale, non possono essere considerate nell’ambito della nostra analisi: l’attività degli E-3A della NAEWF è infatti gestita ai massimi livelli di comando Nato (SHAPE), che ne amministrano la disponibilità tenendo conto delle esigenze dei vari paesi membri.

La presenza degli AWACS nella regione meridionale dell’Alleanza è peraltro frequente, tanto è vero che l’aeroporto di Trapani-Birgi rappresenta una delle tre Forward Operatin Bases’(basi operative avanzate) mediterranee della NAEWF e in occasione del rischieramento gli E-3A non solo inseriti ad integrazione dei radar terrestri del 3° ROC, ma la loro presenza è pure sfruttata a beneficio dei gruppi caccia intercettori dell’AMI, i cui velivoli conducono missione sotto la guida degli operatori di bordo degli E-3A.

Il contributo dato dalle piattaforme radar volanti alla difesa aerea è di primaria importanza, tanto che da tempo l'AMI ha evidenziato la necessità di dotarsi di almeno quattro di tali velivoli al fine di disporre di una capacità di scoperta avanzata sotto il pieno controllo nazionale. Le persistenti difficoltà di bilancio hanno tuttavia fatto sì che tale importante acquisizione, prevista anche dal nuovo modello di difesa, sia rimasta a livello di buone intenzioni. Il recente ingresso in servizio degli E-3 presso le forze aeree di Francia e Gran Bretagna È solo un’ulteriore conferma della estrema importanza di una componente radar aeroporto data nazionale: più lunghi sono i tempi di avvistamento della minaccia, tanto maggiore è il tempo disponibile per analizzare e studiare la miglior forma di risposta.

Al di là della mancanza degli AWACS, non va dimenticato che anche la catena di avvistamento formata da Gruppi Radar presenta dei limiti, sia nella sovrapposizione per le coperture che a causa della vulnerabilità dei siti alle contromisure elettronico e ai missili antiradar. Sono anche questi problemi ben noti, cui si potrà parte rimediare con l’ingresso in servizio dei nuovi radar tridimensionali a medio e lungo raggio di recente ordinazione. La minaccia posta dei missili antiradar non può tuttavia essere risolta unicamente per questa strada, perché per quanto si possa “indurire“ un centro radar le antenne rimarranno sempre dei bersagli esposti e vulnerabili. Una forma di protezione ai sensori terrestri può essere rappresentata dai sistemi missilistici per la difesa di punto, come lo Spada che è già in via di schieramento attorno alle basi aeree. Lo stesso vale, su una scala diversa di distanza, per le Air Defence Ships (ADS - navi per la difesa aerea) della Marina Militare, che tra l’altro mantiene presso il 3° ROC alcuni ufficiali e sottufficiali al fine di una migliore gestione della situazione aeronavale nella regione sud.

I mezzi operativi

Nell’area di competenza del 3° ROC non è attualmente basata una componente di missili superficie-aria o di artiglieria contraerea con funzioni di sbarramento, mentre è ovvio che le ADS sono maggiormente indirizzate a protezione della flotta che non del territorio. In questo settore non sono attesi a breve termine mutamenti di rilievo neppure nell’eventualità di una ristrutturazione delle forze armate derivante dall’attuazione del “nuovo modello di difesa“, ma va rilevato che la recente esercitazione “Murgia '91“ ha visto il rischieramento in Puglia di un gruppo missili Hawk dell’Esercito dalla sua sede è stanziale nel Veneto dimostrando che tale operazione può essere agevolmente portata a termine in alcuni giorni.

Pertanto, i mezzi operativi della difesa aerea nel sud della penisola sono attualmente ha presentati solo dai velivoli F-104S/ASA dei Gruppi Caccia Intercettori (CI) 18, 10:12, distanza rispettivamente a Birgi, Grazzanise e Gioia del Colle. Sulla base catanese di Sigonella si rischierano invece secondo turni quindicinali aliquote di velivoli del 21º Gruppo di Cameri, del 22º di Istrana, del 23º di Rimini e del 9° di Grosseto. In tal modo il 3° ROC dispone per 24 ore al giorno di una coppia armata di F-104 pronta al decollo in cinque minuti per il settore sud-orientale, nel quale si alternano il 10º e il 12º Gruppo mentre per quello sud-occidentale il 18º Gruppo si dà il cambio col Gruppo CI rischiarato a Sigonella.

La situazione e vedi ciò pessimo gruppo è singolare e anomala, perché si tratta dell’unico reparto di questo tipo ad avere un doppio ruolo CI/CB, sebbene la denominazione di “cacciabombardieri“ riferita agli F-104 di Birgi sia dovuta ad una limitata capacità TA-SMO, ovvero di supporto aereo tattico a operazioni marittime; ruolo da svolgersi con un armamento di caduta tale da obbligare al sorvolo dell’obiettivo, con tutte le conseguenze immaginabili. L’organico del Gruppo rispetta i 18 velivoli previsti per le unità d’attacco, e la configurazione dei suoi F-104S/ASA è del pari CB: questo in termini pratici significa la presenza del cannone da 20 mm M-61 Vulcan, del sistema ECM AN/ALQ-73 - che, ricordiamo, è efficace contro i radar associati ai sistemi contraerei terrestri (!) - e l’impossibilità di impiegare il missile a guida radar semiattiva Selenia Aspide 1A.

La capacità degli Starfighter del 18º Gruppo per missioni di difesa aerea e perciò limitata a quattro missili AIM-9L Sidewinder a guida IR, i quali, seppur ottimi, limitano l’impiego del velivolo come intercettore a condizioni di tempo buono, con serie restrizioni in presenza di formazioni nuvolose o in operazioni notturne. Il 10º e 12º sono invece dei “veri“ Gruppi e, e come tali hanno in organico 12 velivoli il cui armamento per compiti aria-aria è rappresentato da una coppia di Aspide 1A e una di AIM-9L. Lo stesso vale per gli F-104S/ASA di Sigonella. A seguito del programma ASA (Aggiornamento Sistema d'Arma), l'F-104A ha ricevuto, come modifica principale, il radar FIAR R-21G/M1 Setter in sostituzione del precedente, e che dovrebbe permettergli di identificare e ingaggiare i bersagli stando a una quota superiore (capacità look-down/shoot-down).

Starfighter: fino a quando?

Ma qui entriamo nel cuore della questione perché, se è vero che un grosso problema è rappresentato dalla vita utile residua della cellula, è altrettanto vero che per gli Starfighter l'avionica è di concezione più che trentennale, e anche gli ultimi aggiornamenti non hanno potuto fare più di tanto. Chi vede per primo vive più a lungo, dicono i piloti da caccia di ogni epoca, e al giorno d’oggi la vista è fornita dai radar e dai sensori passivi. Non vogliamo entrare nel merito della validità del Setter, ma è sufficiente ricordare che la scala per la funzione di ricerca (cioè quella meno “Impegnativa“) e di 40 miglia, pari a non più della metà di quella dei radar montati sui caccia moderni; mentre per quanto concerne la capacità LD/SD sarebbe fuorviante e presuntuoso ritenere che il Setter riesca ad adempiervi con la stessa efficienza dei radar dell’F-16 o dell'F-18, che pure riscontrano dei problemi in questo particolare modo di utilizzo. Le funzioni di ricerca e aggancio del bersaglio grazie alle quali è possibile l’impiego di missili guida radar semiattiva non sono sul Setter qualitativamente le stesse di un radar di concezione più moderna. Inoltre nel caso del Setter la funzione di aggancio del bersaglio, denominata lock-on, può essere interrotta dal velivolo “illuminato“ con opportune contromisure che non avrebbero la stessa efficacia nei confronti di apparati di generazione più recente.

Sempre a proposito delle carenze dell’F-104S/ASA nel settore degli equipaggiamenti di bordo vanno ricordate almeno la mancanza di un avvisatore di allarme Radar (Radar Warning Receiver), ci allerti il pilota quando il velivolo finisce sotto il controllo di un sensore nemico indicandogli anche il settore di provenienza della minaccia, e quella di un impianto di comunicazione “sicuro“ (data link o Secure Voice) che permetta allo stesso pilota di mantenere, anche in un ambiente elettronicamente degradato, il contatto con la guida caccia terrestre o aeroporto data di cui ha assoluto bisogno. Numerose missioni addestrative di intercettazione vengono condotte, come si è già detto, con l’ausilio degli AWACS, ma in addestramento tutte le comunicazioni sono a voce e questa è una condizione che non è minimamente pensabile di mantenere nell’eventualità di impiego reale.

In tema d’armamento, l’Aspide viene indicato come un netto passo in avanti nella sua categoria in quanto più resistente alle contromisure, più manovriero e con maggior raggio d’azione del predecessore AIM-7E Sparrow; anzi, in merito a quest’ultimo punto pare che il suo inviluppo di volo ecceda le prestazioni del Setter, con conseguente limitazione sulla piena utilizzabilità. L’Aspide integra l’AIM-9L sugli F-104S/ASA da difesa aerea, sempre con l’esclusione dei velivoli del 18º Gruppo in configurazione CB; la riconversione da CB a CI è peraltro prassi normale per gli F-104S dell’AMI, pur non essendo un’operazione di poco conto. Un altro aspetto importante riguarda la filosofia generale di impiego, applicabile soprattutto al settore geografico meridionale, che è impostata sul concetto della difesa avanzata; in termini pratici ciò si traduce in sistemi di scoperta (AWACS) in grado di coprire aree situate ben oltre gli spazi aerei nazionali, per poter guadagnare con l’elemento decisivo che è il tempo. In aggiunta agli AWACS vi sono altre due pedine fondamentali: gli intercettatori e gli aerei cisterna che consentono di estendere il raggio d’azione.

Rifornimento in volo

Di queste esigenze solo quella relativa alle cisterne risulta attualmente in via di appagamento, dal momento che come si è visto gli AWACS restano una buona intenzione mentre gli Starfighter - oltre a mancare della capacità di rifornimento in volo - sono ai margini della vita utile. Il programma ASA prevedeva una capacità di rifornimento tramite una sonda fissa (che limita la velocità massima del caccia a Mach 1,5), ma al di là delle foto pubblicitarie che la mostrano installata sul prototipo non sia traccia della sua esistenza presso i reparti di impiego. Eppure le esperienze con il tornado, specie sul Golfo, insegnano che le operazioni di rifornimento in volo non si possono improvvisare. D’altro canto deve probabilmente ancora nascere quel pilota di Starfighter ansioso di vedere, nel proprio angusto abitacolo, la sua missione prolungata oltre il ragionevole, con la prospettiva tutt’altro che trascurabile di un decadimento della concentrazione e della prontezza di reazione. La difesa avanzata al sud potrebbe d’altra parte essere ben più che una sofferta aspirazione per l'AMI che, tra l’altro, dispone di quell’eccezionale base che è Pantelleria la cui pista, ironia della sorte, non è utilizzabile dall' F-104.

Abbiamo volutamente ignorato in questa panoramica i reparti d’attacco al suolo che pure operano nella regione sud: il 156º Gruppo di Gioia del Colle, equipaggiato con Tornado, il 13º di Brindisi, dotato di G 91, e i Gruppi di G 91 e MB 339A in carico alle scuole di volo di Amendola e Galatina (tutti i velivoli che possono invece usufruire delle infrastrutture di Pantelleria). Non vi sono elementi tali da far ritenere che la situazione complessiva possa subire nel prossimo futuro variazioni sostanziali, se non per quanto riguarda la rete radar e i sistemi C3I ad essa associati, oggetto di programmi già avviati; la componente operativa dovrà al contrario pazientare almeno sino alla fine di questo decennio, quando l'EFA comincerà (si spera) a rimpiazzare gli ultimi Starfighter rinnovando l’intero quadro nazionale della difesa aerea.

Se davvero si crede nell’istituzione della difesa e si ritiene che questa debba essere efficiente ed efficace, e non tradursi in un semplice spreco di risorse ed energie, allora occorre che i futuri bilanci dimostrino nei fatti questa convinzione. Perfino la Corte dei Conti ha di recente sottolineato la sproporzione fra la spesa per il personale civile e militare della difesa e quella per l’ammodernamento degli equipaggiamenti. La soluzione di tutto va ovviamente ricercata a livello politico, ma dubbi e perplessità circa la reale volo volontà di attuare una serie ristrutturazione delle Forze Armate permangono, ne potrebbe essere diversamente viste le condizioni in cui esse si trovano ridotte; condizioni che sono maturate grazie a lunghi periodi di disinteresse e di disaffezione da parte di chi ha avuto, nel tempo, l’incarico di amministrare questo settore dello Stato.

 

Una barriera antimissili davanti alla Sicilia
Da repubblica.it del 19/20 aprile 1992

Tre linee di difesa con aerei, navi e tank. - Rafforzati i dispositivi di difesa: a Trapani arrivano 18 caccia F-104. Intensificato con 12 corrette il pattugliamento del Mediterraneo.

Qualcuno, però, al pontile della Nato ha notato “strane“ manovre notturne di una nave della Nato, la “Virginia“, impegnata in rapide operazioni di imbarco e di scarico. Tutto, comunque, nelle assicurazioni fornite dagli stati maggiori è destinato a rientrare dal 20 maggio, l’ultimo giorno delle operazioni di guerra simulata. I Patriot, attesi a Comiso nella base che aveva già ospitato i Cruise, se ne dovrebbero tornare in Olanda. Le batterie di Hawk, piazzati nelle campagne di Lentini, riprenderanno la strada dei depositi della Nato. E l'ex ammiraglia della flotta farà rotta di nuovo su Taranto, la sua base. In ogni caso per il momento i 600 uomini della “Vittorio Veneto,“ sono impegnati in una missione precisa. Tecnicamente si chiama “concorso“ nella difesa aerea della zona, “integrazione“ con i sistemi a terra. Vuol dire che l’incrociatore è stato spedito qui con un compito ben definito: sarà un po’ il cuore di queste grandi manovre “Anti Gheddafi“. I suoi radar, il suo triplice sistema di armamento missilistico, i suoi elicotteri Agusta Bell “copriranno“ questo braccio di mare che separa dalla Libia in “sincrono“ con il resto della “armata“ schierata sui cieli e sulla terra di Sicilia. Il pericolo può arrivare soprattutto dall’aria. Ed è per questo che il Wargame funzionerà come una barriera antimissile a tre “stadi“. Le rampe di lancio dell’incrociatore spareranno i razzi a largo raggio, lanceranno i vettori che possono colpire fino a 50 km di distanza. Poi entreranno in azione le batterie terra-aria, come gli Hawk che viaggiano fino a 10 km. E infine ecco i Patriot, “eroi“ della guerra del Golfo, che intercettano i nemici volanti nel raggio di 3 km,. Intanto tutte le basi militari in Sicilia sono mobilitate. In quella Nato di Sigonella, la più grande del Mediterraneo, con i suoi 5000 uomini, si “scontravano“ i carabinieri e i“Delta Force“ americani, attorno all’aereo che aveva a bordo Abu Abbas. Vigilanza assoluta negli aeroporti di Trapani-Birgi, “sede“ dei caccia intercettori F-104, e nelle altre basi aeree di Lampedusa e Pantelleria (qui i caccia sono “interrati“). I giochi di guerra cominceranno il 6 maggio ma è difficile per la gente non legare l’operazione Dragon Hammer alla nuova crisi libica. Contro la Sicilia blindata scende in campo il sindaco di Comiso Salvatore Zago, del Pds, che ha convocato un’assemblea preoccupato che i Patriot possono restare definitivamente negli hangar dell’aeroporto Magliocco. Si mobilitano i pacifisti, che hanno indetto per il 3 maggio un sit-in davanti alla base. Le Acli considerano inaccettabile il processo di militarizzazione in corso nell’isola. Ma c’è perfino chi trasforma i missili in giardino in attrazione turistica: a Lentini molti si preparano a trascorrere la Pasquetta con una gita al Biviere dove le tre rampe di Hawk sono protette da soldati con tutte mimetiche e fucili in pugno. Davvero normali esercitazioni? L’ammiraglio Sergio Mercurio indica i marinai che scendono “in franchigia“ dall'incrociatore. Quasi tutti in abiti civili, restano in divisa solo gli uomini dei reparti speciali. “Vede? Resterebbero tutti a bordo se davvero la situazione fosse così tesa. E invece tutto scorre tranquillamente, con i normali permessi e le licenze per Pasqua, che ridurranno del 30% del personale“. Scende la sera sulla rada Militare di Augusta. Alla banchina torpediniere rientrano le Corvette. Sauro, uno dei quattro sommergibili del secondo gruppo si prepara invece ad una missione.

 

SE NE VA L' ULTIMO CRUISE
Da repubblica.it del 27 marzo 1991

SIGONELLA Il pesante C-141 ha rollato qualche minuto sulla lunga pista di Sigonella, poi è decollato portandosi via gli ultimi otto missili a testata nucleare d' Europa. Erano le 16,34 di ieri. Una data storica, che chiude un decennio e nello stesso tempo lo rappresenta. Un decennio segnato anche in Sicilia dall' installazione e adesso dallo smantellamento degli euromissili a Comiso. L' ultima batteria di Cruise, sedici in tutto, è stata disattivata con oltre due mesi d' anticipo sulla data prevista dal trattato Inf tra Usa e Urss, firmato a Washington l' 8 dicembre 1987 tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. La data fissata per lo smantellamento totale dei missili a medio raggio era il 31 maggio 1991. Tra ieri e avant' ieri invece gli americani hanno completato il trasloco dei Cruise di Comiso nella base di Davis Monthan, in Arizona, dove vettori e testate nucleari saranno smantellati. Ieri il comando americano della base più grande della Sicilia aveva convocato i giornalisti per l' addio ufficiale alle armi della deterrenza secondo la dottrina Reagan dell' opzione zero. L' aereo doveva partire alle 14 in punto, ma un problema sorto ad uno dei reattori di sinistra del C-141 ha rovinato la festa della diretta anche agli operatori delle tv. Tecnici al lavoro, dunque, con qualche disappunto dei vertici militari e due ore e mezza dopo finalmente il decollo.

Dentro grandi contenitori bianchi gli ultimi otto missili di Comiso sono stati caricati per tutta la mattinata di ieri nella enorme pancia dell' aereo, guardati a vista da centinaia di militari americani. Il giorno prima era toccato ad un gigantesco Galaxy ricevere il carico degli altri otto Cruise dell' ultima batteria e dei quattro grandi camion Tel destinati a trasportare e lanciare i missili da qualsiasi parte del territorio siciliano fino a 2400 chilometri di distanza. I sedici missili erano stati portati da Comiso a Sigonella qualche giorno prima. Un lungo convoglio di mezzi militari che per alcune ore aveva impegnato i tornanti della tortuosa strada che collega Comiso a Sigonella e Catania. Tra Pershing II e Cruise (Bgm-109G), sono stati 689 i missili eliminati dalla Nato in base al trattato Inf (429 dispiegati e 260 non ancora installati al momento della firma di Washington), contro gli 826 del Patto di Varsavia tra Ss-20, Ss-4 e Ss-5 (470 installati e 356 non dispiegati). E' la prima volta, hanno sottolineato i comandi americani, che in base ad un trattato si distrugge una intera classe di armamenti degli arsenali americani e sovietici. Per ottenere questo risultato, in Europa, stretta nei primi anni Ottanta dalla paura di costituire terreno di scontro nucleare tra l' America muscolosa di Reagan e l' ostica Unione Sovietica di Breznev, milioni di pacifisti erano scesi in piazza tra mille polemiche. Polemiche che hanno attraversato anche gli schieramenti politici nella continua guerra verbale tra falchi e colombe. In Inghilterra, Germania, Olanda, Belgio (tutti paesi coinvolti nel programma di riarmo americano) i cortei colorati del movimento contro i missili nucleari avevano fatto pendant con i cortei a Roma, Comiso, Sigonella. Della base siciliana come sito per i Cruise si era parlato ufficialmente per la prima volta nell' agosto del 1981. Immediatamente erano cominciate manifestazioni e proteste contro il governo allora guidato da Giovanni Spadolini.

Il movimento pacifista, appoggiato dal Pci, dopo alcuni mesi aveva in pratica un punto fisso di riferimento a Comiso, dove nel frattempo si lavorava a pieno ritmo per adeguare il vecchio aeroporto Vincenzo Magliocco all' esigenza di ospitare i supersofisticati missili Cruise. Il 4 aprile del 1982 a Comiso arrivarono centomila persone a protestare per l' installazione degli euromissili: una mobilitazione mai vista prima in Sicilia. Le manifestazioni andarono avanti ancora per anni, ma i missili, a partire dal 1983 cominciarono comunque ad essere installati. Poi quello che non riuscì al movimento, divenne realizzabile grazie alla mutata situazione internazionale. Adesso si apre il capitolo dell' utilizzo futuro della base di Comiso. I militari italiani non sembrano disposti a mollarla, mentre politici e popolazioni locali vogliono cambiarne la destinazione d' uso. di TURI CAGGEGI

 

Il supersistema C³I - EW - una sfida per gli anni '90
Da rivista militare di marzo-aprile 1988

Viviamo in un’epoca in cui "la molteplicità delle offese - non ultima l’offesa elettronica - può facilmente provocare la paralisi del sistema di comando e controllo e telecomunicazioni".

È una frase, questa, tratta da un articolo apparso sulla Rivista Militare (n°2/1987) dal titolo "La battaglia difensiva condotta da un Corpo d’Armata in 1ª schiera" del Generale Raffaele Simone. Per difendersi da quelle offese, si dice tra l’altro nell’articolo, è necessario non soltanto non derogare dai principi terreni dell’arte della guerra; occorre anche saper realizzare sul terreno un meccanismo di comando sufficientemente decentrato e articolato.

Quel meccanismo, si sa, oggi si affida al dispositivo integrato di C³I (Communication, Command, Control and Information) vero sistema nervoso che ha ormai sostituito i tenui fili attraverso cui, in tempi storici, passava "l’intelligenza regolatrice delle battaglie". Oltre alla dimensione terrestre, a quella marittima ed a quella aerea, c’è infatti una nuova dimensione bellica, la dimensione elettromagnetica, nel cui ambito le misure e contromisure di C³I - EW (Electronic Warfare) consentono, l’esercizio del comando e nel controllo delle operazioni militari e la loro concezione in campo tattico e strategico al passo con le possibilità offerte dalle tecnologie emergenti. I sistemi di C³I - EW sono oggi ancora e ancora più lo saranno domani strumenti indispensabili ad una Forza Armata per sopravvivere e combattere. Qualsiasi operazione militare nei futuri conflitti sarà in gran parte è caratterizzata dalle attività svolte nella nuova dimensione. Si tratta di attività tanto determinanti quanto però di difficile valutazione e quantificazione in un ipotetico raffronto tra due belligeranti, diversamente dalla relativa facilità con cui si può invece quantificare un rapporto di forze esprimendosi in termini tradizionali di armamenti, gli apparati logistici, gli organici e di addestramento. Poiché la dimensione elettromagnetica coinvolge tutte le Forze Armate, tutti sistemi d’arma e i servizi in tutte le fasi del combattimento si può dire che C³I è un denominatore comune. Per l’esercito, come noto, il dispositivo integrato di C³I comprenderà in un binomio inscindibile il sistema campale di trasmissioni e informazioni Catrin e il sistema automatizzato di comando e controllo Siaccon.

Sinteticamente, la componente Catrin riguarderà le funzioni comunicazioni, acquisizione obiettivi e controllo dello spazio aereo da rendere resistenti alla guerra elettronica mentre la componente Siaccon interesserà gli aspetti analisi e memorizzazione dell’informazione ed elaborazione delle decisioni nei Posti Comando in operazioni (Rivista Militare n°1/ 1987. Articolo del Generale Antonio Viesti). Tale dispositivo sarà destinato a regolare sia l’intervento dei mezzi sul campo di battaglia (fuoco terrestre, fuoco contro aerei, impiego dell’Ale, guerra elettronica, eccetera) sia la condotta vera e propria delle operazioni. Perciò riguarderà tanto i sistemi di informazione quanto le tecnologie per i sensori tanto il settore dell’elaborazione elettronica, quanto quello della trasmissione dati, tanto i dispositivi per la raccolta e analisi dei flussi informativi quanto le tecniche e le metodologie e lo sviluppo dei processi decisionali e l’emanazione degli ordini.

Il binomio CATRIN - SIACCON richiama in qualche modo un altro di notevole rilevanza che potremmo indicare con le sigle TLC-EDP esprimenti due mondi complementari, quello delle comunicazioni e quello dell’elaborazione elettronica dei dati.

Le presenti note attraverso un succinto esame del significato di questo secondo binomio e più in Generale delle problematiche poste dall’ingresso delle tecnologie informatiche e telematiche e la forza armata, si propone di trarre elementi di valutazione sulle difficoltà di carattere ordinativo, formativo e di impiego dei Quadri che dovranno essere superate per assicurare una gestione efficiente del supersistema C³I - EW dell’esercito.

Informatica e trasmissioni

La storia dell’informatica, si capisce, non è la storia dell’elaboratore bensì quella dei prodotti hardware e software sviluppatisi nel tempo. Nell’era dell’informatica classica (anni '50 e '60) i costi erano prevalentemente costi hw e le istituzioni militari (fuori dell’Italia), le università e le grandi aziende costituivano la tipica utenza del settore EDP. I C.E.D. (centri elaborazione dati) e le software houses muovevano i primi passi. All’interno del mondo EDP le professioni erano essenzialmente quelle di analista, programmatore, sistemista, tecnico di manutenzione hw.

L’analista aveva un compito di tipo prevalentemente creativo perché era chiamato ad interpretare la realtà organizzativa nella quale doveva inserire il computer, mentre il programmatore impersonava l’esperto di software. Negli anni 70 dai sistemi centralizzati si cominciò a passare i sistemi distribuiti. Si svilupparono i mini elaboratori e i profili professionali degli addetti ai lavori si modificarono. La figura dell’analista si scisse in due: analista di sistemi e analista programmatore.

Negli anni 80 l’informatica diventa fronte fenomeno di massa con la diffusione dei personal computer, mentre le figure professionali del mondo EDP si frammentano in un numero sempre più numeroso di esperti nelle tecnologie, o nelle conoscenze applicative o nei problemi organizzativi. Nello scenario attuale e dei prossimi anni, nelle società sempre più terziarizzate, l’informatica assumerà un carattere tendenzialmente pervasivo in quanto il trattamento lo scambio di informazioni in fonia, dati, testi, immagini, disegni grafici diventerà un’esigenza di vita e di lavoro imprescindibile. Ma per assicurare una distribuzione capillare delle informazioni tra gli utenti occorre disporre di efficienti sistemi informativi che consentano di utilizzare in modo ottimale sia le risorse che lavorative sia il patrimonio informativo esistenti. Dunque l’esigenza della distribuzione delle risorse informatiche e oggi universalmente riconosciuta ed ha ragione dello sviluppo massivo dei mini calcolatori. La condivisione del patrimonio informatico è tuttavia possibile solo se esiste una efficiente rete di TLC. La trasmissione di voci, testi, immagini e dati numerici rappresenta, infatti, elemento vitale di un sistema, in quanto rende possibile la distribuzione e lo scambio fra gli utenti delle informazioni che dovranno essere elaborate e correlate per i vari scopi a differenti livelli operativi. La simbiosi tra le trasmissioni e l’informatica cioè tra il mondo della elaborazione dei dati e quello dello scambio di informazioni è un’esigenza incontrovertibile. L’informatica permette di conferire i dati mediante la selezione, l’analisi e la memorizzazione un sempre crescente contenuto informativo; le reti di comunicazione consentono alle informazioni di giungere ai destinatari che devono utilizzarle per le decisioni. Si osserva che in questo contesto i termini "comunicazioni" e "trasmissioni" sono usati come sinonimi; nella realtà c’è distinzione tra loro in quanto nel processo di scambio informativo il primo termine rappresenta la parte logica, mentre la funzione trasmissiva che garantisce il trasporto dell’informazione codificata costituisce la parte più propriamente fisica, il supporto fisico. Una distinzione esiste anche tra sistema informatico e sistema informativo; il primo sistema esprime l’insieme di risorse EDP (uomini, macchine, programmi) che raccoglie, elabora e memorizza i dati e a volte li trasmette; il sistema informativo è invece l’insieme di risorse tecniche e organizzative che vengono messe a disposizione dall’organo decisionale per consentirgli di operare. Spesso i due sistemi sono riferiti in propriamente uno per l’altro. Comunque sia, l’alleanza tra le tecnologie EDP e quelle delle reti di TLC ha consentito di superare definitivamente il vecchio concetto di elaborazione dei dati accentrata per affermare quello della disponibilità presso gli utenti una certa potenza elaborativa. Ed è proprio questa visione che oggi presiede nella progettazione e nella gestione delle reti di trattamento e trasmissione delle informazioni su ampia scala sia civili che militari. I sistemi informatici moderne sono progettati e gestiti in modo che l’architettura dei sistemi lavorativi sia integrata in quella dei sistemi trasmissivi e le due componenti costituiscono parte di un’unica concezione.

La scelta architetturale della componente TLC può assumere addirittura preminente importanza al volo quando occorre garantire un veloce scambio informativo con sistemi esterni, mediante opportune connessioni con altre reti di comunicazione nazionali ed internazionali. Per taluni aspetti è il caso del Catrin la cui struttura di base, per la parte comunicazione e trasmissione dati, è costituita dal sottosistema di trasmissione integrate Sotrin da rendere aperto verso inserimenti di reti interforze e Nato.

È un fatto che nei moderni sistemi informativi un elemento strategico determinante è rappresentato proprio dalla mentalità con cui viene attuata la convergenza tra informatica e trasmissione. Ciao significa, tra l’altro, che la simbiosi funzionale ed applicativa tra queste due componenti deve tendere ad eliminare ogni eventuale suddivisione di responsabilità tra che impianta e gestisce la rete di trasmissione e chi allaccia a questa rete e mezzi di elaborazione e le macchine degli utenti. La scelta del tipo di rete di trasmissione da realizzare è sempre piuttosto complessa perché deve tener conto di molti parametri, come: la rapidità di impianto dei collegamenti, tipo di commutazione dei circuiti, il tasso di capillarità della distribuzione, la velocità di trasmissione dei dati, tipo di interfaccia fra i diversi terminali utenti, i livelli di disturbo, la sicurezza del sistema informativo, l’economicità, ed altri. In definitiva nei moderni sistemi informativi, sia civili che militari, la consulenza informatica trasmissione è diventata una realtà concreta e dominante. Virgola realtà dalla quale sono rapidamente scaturite nuove forme di trasmissione costituenti i cosiddetti servizi telematici.

La telematica

Il termine è di origine francese e veniva la fusione di telecomunicazioni e informatica. La telematica rappresenta, infatti, la risultante dell’integrazione tecnologica e sistemistica tra trasmissioni numeriche e informatica ed esprime, praticamente, l’insieme dei moderni sistemi di video informazione e di tele trasmissione di testi ed immagini. Ai sistemi di video informazione, ad esempio, appartengono il televideo ed il videotel (in Italia il primo è gestito dalla Rai ed il secondo è affidato alla Sip), mentre a quelli di teletrasmissione appartengono il teletex ed il fac-simile, nonché tutte quei servizi "a valore aggiunto" basati su tecniche come l’office automation, il text-editing, il word-processing, etc.

Nelle società più avanzate la diffusione dei servizi telematici e quindi l’espandersi della trasmissione di dati accanto al tradizionale segnale telefonico, sono fenomeni sotto gli occhi di tutti. Soprattutto in campo civile prendono sempre più piede sistemi informatici di tipo video mastico, e si tende a realizzare aeree a livello regionale con alta concentrazione di informazione, servite da reti numeriche allarga banda. Una situazione simile, così ricca di possibilità operative, è ovviamente auspicabile anche per l’organizzazione militare. Nessuno può infatti sottovalutare, oggi, l’importanza che non è efficiente e multiforme sistema informativo assume per la difesa di un paese, atteso che fra due potenziali avversari la possibilità per l’uno e non essere sorpreso dall’offesa dell’altro dipende in grande misura dalla superiorità del volume di informazioni parentesi in termini di vastità e precisione parentesi che l’uno a disponibile sul conto dell’altro. Si sa bene che il valore di un’informazione è legato essenzialmente alla sua tempestività. Ciò comporta la necessità che lo scambio di comunicazioni fra di utenti del sistema avvenga nel modo più rapido possibile. Poiché la telematica risponde appieno a questa esigenza, essendo nata dall’incontro tra due tecniche rapida e continua evoluzione, essa è destinata ad essere la protagonista in tutti i moderni sistemi formativi sia civili che militari. Essa conduce necessariamente verso un’integrazione sempre più spinta delle reti trasmissive telefoniche, telegrafiche, televisive e di trasmissione dati, per consentire lo scambio di altri volumi di comunicazioni fra uomini e macchine comunque dislocati sul territorio. In questo contesto la gestione dei flussi informativi tra i diversi livelli organizzativi e gerarchici, tra i diversi terminali intelligenti e le stazioni di lavoro diventa sempre più complessa e ciò rende comprensibile la necessità che la responsabilità del corretto funzionamento dei settori TLC e informatico, le grandi sistemi, sia centrata e unico organismo. Del resto, in una semplice rete dati esigenza che è responsabile delle linee di trasmissione lo sia anche dell’istallazione del personale appare del tutto evidente in relazione al fatto che il traffico dell’utenza dati a caratteristiche diverse da quelle tipiche del traffico telefonico. Importanti differenze e di cromo gene ita sussistono infatti non solo dal punto di vista dell’indirizzamento dei messaggi ma anche da quello trasmissivo, ed è bene che se vengono armonizzate e risolte da un unico responsabile dell’impianto e della gestione del sistema informativo.

Le reti di trasmissione nel CATRIN - SIACCON

Per rendere più chiaro il discorso è opportuno accennare, seppure genericamente, a qualche elemento costituente le reti di un super sistema C³I. Le comunicazioni nel CATRIN - SIACCON riguarderanno soprattutto la trasmissione dati che avrà luogo tra calcolatori, terminali e concentratori mediante opportuna interfaccia hardware e software che le consentiranno di collegamento e ne venderanno compatibili le prestazioni. La trasmissione dati, come si sa, a presto e ti specifici, quello dei dispositivi, quello dei protocolli e quello per gli standard. Tuttavia sono molto importanti anche le caratteristiche della linea fisica utilizzata come supporto per il segnale da trasmettere. I supporti trasmissivi dei prossimi anni saranno indubbiamente i ponti radio numerici, i satelliti, i cavi a fibre ottiche ed i cavi coassiali. E, i quali ultimi presentano un costo per bit molto inferiore a quello del Comune topino di grave pericolo e collegamenti telefonici ed una capacità trasmissiva estremamente superiore parentesi oggi elaborare 1 milione di bit costa meno che trasmette la distanza parentesi. Da altro canto in comune canale telefonico, costituito da un topino di rame, non si presta alle trasmissioni distanze segnali digitali a causa di effetti capacitivi che producono una progressiva eccessiva attenuazione del segnale trasmesso. Migliori possibilità hanno i cavi coassiali nei quali si riesce a convogliare in modo relativamente economico migliaia di canali fonici contemporanei. Ma per supportare trasmissioni a larga banda contenenti più canali in fonia e dati, occorre impiegare le fibre ottica dove la luce si sostituisce all’elettricità per comunicare i segnali. Tra la potenzialità trasmissiva delle fibre ottica e quella del cavo quassia Ale si pone è quella delle microonde. I collegamenti a microonde mediante satelliti geostazionari hanno ampliato ulteriormente le possibilità di collegamenti con stazioni mobili; essi sono caratterizzati da bassissimi livelli di disturbo in quanto utilizza la propagazione diretta di segnali radio nello spazio. Per quanto attiene ai dispositivi, si tratta di apparecchiature che devono consentire il transito del segnale digitale. Nelle reti trasmissioni dati i dispositivi più comuni sono rappresentati dai multiplexer e dai concentratori. I primi consentono di suddividere l’utilizzazione di una linea tra più tenti contemporaneamente, ossia permettono la gestione simultanea di più canali indipendenti di comunicazione su uno stesso circuito fisico. I concentratori sono invece dei veri e propri mini computer che ricevono dati da più terminali via line a bassa velocità e le ritrasmettono sul line a velocità più elevata consentendo lo scambio dei canali fra gli utenti. E se funzionano quindi come elementi attivi ed è lavorativi nella rete dati. La comunicazione nelle reti può aver nuovo con la tecnica dell’accomodazione di circuito o di pacchetto. Nel primo caso le sessioni in trasmissione dati tra terminali vengono realizzate con canali di comunicazione che impegnano la banda trasmissiva per tutta la durata del collegamento. Nella commutazione di pacchetto, invece, la banda trasmissiva viene anche impegnata da ciascun terminale solo nel momento in cui vi sono effettivamente dei dati da trasmettere ad un destinatario, dato che prima di essere inoltrate nella rete vengono comunque assemblati in pacchetti di formato standard. In concreto con questa tecnica si realizzano dei circuiti virtuali volta per volta, quando necessario, instradando i pacchetti dati in transito super cose alternativi. Una rete commutazione di pacchetto offre la possibilità di interfacciarsi ad un notevole numero di terminali di caratteristiche differenti e ciò costituisce un importante vantaggio. Il collegamento alla rete delle apparecchiature terminali di vario tipo (intelligenti, video, stampante, eccetera ) può aver luogo secondo tipologie diverse che tengono conto del volume dei dati da trasmettere e della posizione fisica del terminale sul terreno.

In questo quadro, si capisce, assumono importanza preminente i nodi di commutazione della rete ai quali viene demandata sia la funzione di assicurare il collegamento logico tra i terminali chiamante e chiamato, in via permanente o virtuale, sia la funzione di gestire le sessioni di trasmissione dati rispettando le varie procedure ed i protocolli.

Per quanto concerne le rivelazioni diagnostiche e gli interventi di manutenzione, essi costituiscono un aspetto di grande rilievo ed anche un compito molto impegnativo che deve essere svolto da personale esperto. Detto personale dovrà essere dislocato in vari centri di manutenzione distribuiti perifericamente rispetto ad un centro principale, a cui dovrà risalire la responsabilità della supervisione della rete nelle sue varie configurazioni operative e di instradamento in relazione allo stato di agnostico e al controllo del funzionamento dei nodi di commutazione e delle linee di giunzione tra i nodi. A questo centro principale dovranno essere riportati tutti gli eventi in modo che tutte le trasmissioni,, testi e immagini possono essere gestite unitariamente parentesi gestione che avrà luogo mediante verifiche di funzionamento, modifiche dei profili e delle frequenze, salvataggio dei dati, visualizzazioni e stampe, eccetera parentesi. Elementi dirette che sono stati indicati delineano sommariamente, nel loro insieme, taluni caratteri generali del sistema di comunicazione nel CATRIN - SIACCON.

L’acquisizione di questi caratteri da parte dell’attuale rete di trasmissione campali dell’esercito potrà tuttavia avvenire attraverso un non facile né breve processo di ammodernamento e potenziamento delle strutture e dei materiali esistenti. Questo processo potrebbe essere schematicamente così cadenzato: una prima fase dovrebbe servire a dar corso alla numero numerizzazione della rete telefonica nei suoi organi di trasmissione e commutazione; successivamente si dovrebbero sviluppare le reti dati a commutazione di circuito e di pacchetto utilizzando supporti a fibre ottica e; la fine si dovrebbe procedere all’integrazione dei servizi telefonici e telematici. In ogni caso l’integrazione dei differenti mezzi di comunicazione (fonia, dati, testi e immagini) in una rete telematica campale costituirà stadio finale di quel processo e nello stesso tempo il presupposto costitutivo essenziale del super sistema CATRIN - SIACCON.

La gestione del super sistema C³I

Qualcuno ha paragonato il super sistema C³I ad una bicicletta a tre posti che viaggia spedita solo i tre ciclisti pedalano con uguale intensità: il gestore, il fornitore EDP ed il fornitore di informazioni. Il gestore deve realizzare la rete telematica, assicurarne l’efficienza e dettare orientamenti sulle specifiche tecniche delle apparecchiature da collegare. In altre parole deve concepire e realizzare e architettura del sistema informativo in modo che l’aspetto EDP si interconnetta intimamente con quello TLC.

Il fornitore di EDP deve acquisire i vari tipi di terminali del sistema e garantirne la manutenzione. Il fornitore di informazioni al compito di mettere le informazioni nel sistema assumendo la responsabilità e la loro esattezza e aggiornamento. A quindi il compito di sviluppare i centri di documentazione e aggiornare le banche dati dove vanno raccolte e memorizzate le informazioni orientate alle decisioni per le lavorazione delle tattiche e delle strategie sul campo di battaglia. Ferma restando la necessità di uno stretto coordinamento degli sforzi dei tre personaggi e senza nulla togliere all’importanza che nel perfetto assumono i fornitori di EDP e di informazioni, si intuisce che l’elemento motore del sistema è il gestore. Inefficienze e disfunzioni nella gestione del sistema si traducono, infatti, immediatamente in uno scadimento della qualità dei servizi offerti e in una riduzione delle possibilità di rapido scambio delle informazioni. In pratica una gestione inefficiente determina facilmente una sorta di collasso della possibilità di integrazione dei mezzi di comunicazione. Una delle cause principali vino efficienza nella gestione di un sistema informativo è sicuramente rappresentato dalla frammentazione delle responsabilità. Una pluralità di gestori determina, infatti, pericolose ritardi e strozzature nella situazione organizzativa a base del sistema informativo. Una condizione negativa del genere può essere individuata, ad esempio, in Italia nel sistema di comunicazione civile, dove come esistono tre differenti aree di competenza. Ce l’area del servizio telefonico nel cui ambito operano sia la SIP che la l’ASST. Cioè l’area trasmissione dati sulla rete ITAPAC che è gestita dall’Asst mentre le terminazioni competono alla SIP. C’è infine l’area del servizio telex le cui centrali sono gestite dalla direzione per le grafiche del ministero delle poste mentre le reti urbane sono affidate alla SIP. Una simile molte ciclicità di gestori sarebbe difficilmente accettabile in un sistema informativo militare campale e a più forte ragione nel super sistema CATRIN - SIACCON la cui affidabilità dovrà dipende soprattutto dalla rete di trasmissione veloce ed efficiente, strutturata a maglie e basava sul centrino dal intelligente con connessioni multiple grado di assicurare automaticamente le trasmissioni dati, afonia, testi e immagini su più alternate di traffico. In questa prospettiva poiché nell’esercito l’arma più congeniale istituzionalmente e per cultura, ad operare nell’ambiente dell’elettronica e delle telecomunicazioni e quella delle trasmissioni si può ritenere che il compito di gestire unitariamente super sistema C³I debba risalire alla responsabilità dell’arma stessa. Una eventuale frammentazione delle responsabilità di gestione tra più corti e armi non potrebbe che provocare dissonanze nelle concezioni attuative non che disallineamenti nei mesi da impiegare, con rischio di cadute di efficienza dell’intero super sistema.

D’altronde le trasmissioni numeriche integrate, costituenti l’architrave del dispositivo formativo e computerizzato di gestione delle decisioni CATRIN - SIACCON, rappresentano il futuro dell’arma delle trasmissioni. Con la prevista la realizzazione da parte dell’arma dei nuovi tipi di reti digitali funzionato icone della commutazione di pacchetto Office. Controllate da computer, l’informazione potrà essere trattata unitariamente siete figli della trasmissione che bella conduzione della elaborazione elettronica in tal modo si effettuerà automaticamente anche di te relazione fra gli aspetti comunicanti dell’informatica e delle telecomunicazioni è l’Arma delle Trasmissioni avrà assolto il compito fondamentale di costituire il punto d’incontro tra EDP e TLC, fra computer, E reti numeriche, punto di incontro che dovrà trovare la sua massima espressione proprio nella gestione unitaria del supersistema CATRIN - SIACCON.

Tutto ciò comporta una conseguenza di grande portata che è opportuno sottolineare: se è vero che l’acquisizione di una mentalità informatica è una esigenza ineludibile del nostro tempo per tutti i Quadri della forza armata senza distinzione di armi o corpo in quanto tutti saranno potenziali utilizzatori di sistemi C³I e di servizi telematici, a maggior ragione essa costituisce una necessità imprescindibile per i Quadri dell’arma delle trasmissioni che quei sistemi e servizi dovranno gestire e fornire.

L’arma delle trasmissioni - che proprio in relazione alle esigenze del Catrin ha avuto negli ultimi anni incrementati i reclutamenti dell’Accademia di Modena - dovrà essere protagonista della telematica, garantendo in tempi relativamente brevi la disponibilità per l’esercito di nuove reti trasmissive attrezzate con nuovi materiali. Per quanto riguarda questi ultimi quasi certamente il + visibile di questa evoluzione delle trasmissioni sarà ancora il telefono che da semplice apparecchio passivo dovrà diventare un terminale intelligente, capace di svolgere varie funzioni addizionali, in grado di fungere da interfaccia di unità di trattamento testi o di lettura di schede precodificati e di calcolatori.

La formazione dei Quadri

Per inserire i Quadri delle Forze Armate nella filosofia dei moderni sistemi di C³I occorre promuovere un processo di formazione informatica che comporta grosse rivoluzioni e cambiamenti nella mentalità. La tecnologia informatica è infatti molto più problematica e provoca conseguenze più radicali rispetto a precedenti innovazioni. Questo processo chiede che si cammini lungo due direzioni: preparare adeguatamente il personale e diffondere in modo coerente gli strumenti di informatica individuale. Consideriamo genericamente di dover "informatizzare" i Quadri dell’esercito. La domanda che subito si pone è la seguente: è più conveniente far diventare informatico un ufficiale d’Arma o viceversa? Qualche anno fa la risposta è stata in un senso, oggi è completamente di senso opposto. Una volta era più prezioso l’esperto DP, in senso lato lo specialista delle macchine delle informazioni, l’informatico. L’elaboratore era difficile da usare, come la macchina fotografica di un tempo; la complessità sovrastava tanto nella tecnica, quanto nelle metodologie di impiego e ciò rendeva indispensabile l’intervento dello specialista. Allora si preferì che fosse l’esperto del "come fare", il metodo logo a imparare l’argomento da meccanizzare o automatizzare, a imparare il "cosa fare", gli obiettivi da raggiungere, gli scopi da soddisfare. Poi però la tecnologia, evolvendo, anziché dare più potere all’esperto gli ha sottratto competenza e l’informatica - come la fotografia - è diventata alla portata di tutti; entrambe queste attività non sono più il campo degli specialisti ma sono diventate ingredienti della vita di tutti.

La tecnologia, evolvendo, si è semplificata; oggi è diventato più facile programmare perché sono caduti molti limiti e carenze tecniche, sono diminuite le possibilità di errore. L’uso del computer come quello della macchina fotografica, sempre più tecnicamente perfetta e dotata di sofisticati automatismi, sono alla portata di tutti. Così, dopo che la tecnologia arreso più facile l’uso del calcolatore, è diventato più vantaggioso dare alla responsabile del "cosa fare", Al responsabile degli obiettivi, la competenza metodologica del "come fare" facendo in questo modo riprendere all’argomento nuovo, a responsabile operativo il sopravvento sul metodologo, sullo specialista.

Oggi dunque conviene far diventare informatico ufficiale d’Arma. Ma in che modo? Con quali profili di professionalità? Appare utile formare i responsabili informatici in almeno tre settori. Il primo settore, potremmo chiamarlo operativo, dovrebbe riguardare i responsabili della gestione delle applicazioni EDP.

Il secondo settore, più propriamente informatico, dovrebbe interessare i responsabili delle scelte hw e sw e degli aspetti funzionali dei progetti EDP. Infine il terzo settore, che potremmo chiamare dei sistemi, dovrebbe riguardare i responsabili delle strategie e delle politiche di impiego dei computers del nelle strutture decisionali nella forza armata. A ben vedere questi tre settori rifletto non certo a parte le competenze che prima si è considerato di attribuire ai tre ciclisti responsabili della velocità di marcia del super sistema C³I, cioè al gestore, al fornitore di EDP e al fornitore di informazioni. Questa constatazione non sembra di poco conto perché, sostanzialmente, conferma la necessità di convenienza, nell’attuale situazione ordinativa addestrativa della forza armata, di informatizzare prioritariamente i Quadri dell’arma delle trasmissioni rispetto a quelli delle altre armi, secondo i profili di professionalità del primo settore. Ciò consentirebbe, infatti, l’acquisizione di quei traguardi di rigoroso coordinamento tra elaborazione dati e trasmissioni che i tempi attuali urgentemente richiedono. I profili di professionalità anzidetti non individuano ha fatto delle specializzazioni informatiche in senso stretto. La spesa informatica moderna, del resto, porta despecializzazione perché le moderne tecnologie producono macchine sorprendentemente semplice da usare. Semplicità d’uso però che è relativa alla componente tecnica perché vendi versa la difficoltà logica, riconducibile non al problema di come usare la macchina ma quale uso farne. Oggi computer è facile semplice, ed anche programmare. Addirittura i programmatori tra pochi anni non serviranno più perché i computers capiranno il linguaggio umano. Ma l’aspetto che si è semplificato e norme mente è soltanto quello tecnico, di pura predisposizione della macchina. Ben più difficile è diventato gestire correttamente l’aspetto logico. Il computer è solo una macchina che opera a grandissima velocità secondo programmi preconfezionati, un potente strumento di simulazione che può aiutare a concepire previsione, strategie, tattiche, bilanci.

Il suo impiego richiede però una grande capacità logica, proprio in quanto l’utente deve risolvere non quesiti tecnici ma argomento logici: quali dati inserire memoria, come legali tra loro, come controllare la validità, a qui consentire l’accesso, quale grado di rischio informatico e telematico considerare accettabile, quali interrogazioni prevedere, e via di seguito.

L’informatica moderna presenta dunque questo aspetto rivoluzionario: la semplificazione dei suoi caratteri metodologici che fino a ieri richiedeva la specializzazione. Tecnici in futuro tenderanno a scomparire favore citati dalle macchine che volendo si assumeranno i loro ruoli. Resteranno pochissimi solo per l’informatica centrale, nei CED, nei laboratori, nelle banche dati centrali.

L’evoluzione del ruolo dell’esperto DP appare del resto un fatto ormai naturale: da tecnico E metodo logo tende a diventare prevalentemente argomento logo mentre la sua cultura tende a spostarsi progressivamente da contenuti tecnici verso contenuti più operativi riguardanti l’azienda nel suo insieme. Tutto ciò vuol dire soprattutto una cosa: che l’informatica moderna più che addestramento richiede formazione. E la formazione si sa, si rivolge non solo alla tecnicità ma particolarmente agli obiettivi da perseguire ed agli scopi da soddisfare, non solo agli strumenti ed ai modi per farli funzionare, ma le idee, alle potenzialità spirituali ed ai modi di essere dell’uomo.

Conclusioni

Le operazioni militari nei futuri conflitti saranno largamente caratterizzate dalle attività svolte nella dimensione elettromagnetica, dominio delle misure e contromisure di C³I I e EW.

In tale dimensione la capacità operativa di ogni forza armata sarà soprattutto condizionata dalla disponibilità di mezzi e l’elaborazione e lo scambio delle informazioni in tempo reale. Per dotarsi di questi mezzi dell’esercito sta acquisendo dispositivo CATRIN - SIACCON che avrà il compito di fornire con continuità ed in modo telematico i dati informativi necessari per la formulazione delle decisioni degli stati maggiori ai vari livelli operativi. Reti di trasmissione numeriche e reti di calcolatori costituiranno la struttura portante vitali dispositivo attraverso cui scorrerà l’intelligenza regolatrice delle battaglie. Nel suo ambito di impiego degli strumenti informatici dovrà essere strettamente coordinato con quello degli strumenti di telecomunicazione mediante una gestione unitaria e centralizzata del dispositivo stesso da affidare a un’età dell’arma delle trasmissioni. Le moderne tecnologie EDP e di TLC non pongono limiti al conseguimento di questo obiettivo e quindi l’estensione dell’informatica nelle reti numeriche campali e l’integrazione dei vari mezzi di comunicazione potranno facilmente ottenesse con il reperimento di adeguate risorse finanziarie e di bilancio. L’attuazione del super sistema C³I ed il conseguente ingresso delle tecniche informatiche e telematiche nella Forza Armata mette tutta via sul tappeto, anche complessi problemi di tipo applicativo, dottrinale, formativo e di impiego dei Quadri che chiamano l’esercito e crescenti, importanti impegni. Su questo fronte l’arma delle trasmissioni si trova in prima linea. Destinata sinora a realizzare e gestire i tradizionali sistemi di comunicazione comando e controllo e di guerra elettronica, in via di superamento da un arrestabile sviluppo delle tecnologie EDP e di TLC, essa deve rapidamente prepararsi ai nuovi ambiziosi traguardi che l’attendono.

Per procedere nella giusta direzione deve anzitutto ma questo discorso vale anche per le altre armi e corpi tendere ad eliminare quel fattore frenante costituito dalla scarsità numerica di Quadri esperti nella gestione delle risorse informatiche. Ciò si può ottenere favorendo prioritariamente la formazione informatica e validi Quadri docenti e istruttori, ai quali poter affidare lo svolgimento di corsi per i Quadri da impiegare nel campo EDP. Tutto questo, in definitiva, come all’esercito due ordini di necessità inerente ai settori dei materiali e del personale: da un lato di far crescere adeguatamente il budget EDP e telematico campale, dall’altro di promuovere e migliorare la formazione informatica dei Quadri premessa di eventuali nuove soluzioni operative, dottrinali e di impiego. Non sono certo difficoltà di poco conto, le quali però, certamente, si dovrà prevalere in vista di quel prestito di tale obiettivo da raggiungere: la costruzione di un super sistema C³II - EW Gestito in modo altamente efficiente per onorare e vincere la grande sfida degli anni 90 pongono la nostra forza armata. Colonnello Domenico Tria

 

Dragon Hammer '87
Da Rivista Aeronautica n.5 1987

"Dragon Hammer" è il nuovo nome dato ad una serie di esercitazioni aeronavali effettuate nella regione meridionale europea della NATO. Naturale prosecuzione della serie “Distante Hammer,” la prima delle “Dragon Hammer” si è svolta dal 3 al 15 maggio di quest’anno. Sue caratteristiche principali sono state l’enfasi data alle operazioni aeree, con l’effettuazione di circa 2000 missioni di volo, e l’interconnessione con altre tre esercitazione NATO. Proprio grazie questi collegamenti sono state contemporaneamente impegnate forze di ben 10 paesi alleati, in un teatro operativo largo circa 4000 km, qualcosa come un’area vasta 3 milioni di chilometri quadrati. Numerosi eventi hanno costituito una prima assoluta, come il primo raid senza scalo condotto dai "Tornado"“ dell’Aeronautica Militare ad ovest di Gibilterra, o come l’uscita nell’Atlantico della forza navale NATO “su chiamata“ dal Mediterraneo (NAVOCFORMED) per operare congiuntamente con la omologa forza navale permanente dell’Atlantico.

Lo scenario dell’esercitazione prevedeva un ambiente operativo particolarmente complesso ed articolato, dovendo fornire quante più occasioni per l’addestramento possibile, con tempi necessariamente compresse e con le ovvie limitazioni imposte dalle esigenze di sicurezza ed economia. A causa della prevista interazione con una analoga esercitazione svolta nell’Atlantico, la "Open Gate", questo scenario è stato a suo tempo concepito e coordinato dai comandi NATO per l’Europa meridionale (AFSOUTH) e da quello per la zona iberica dell’Atlantico (IBERLANT). L’ammiraglio James B. Busey, della US Navy, comandante in capo delle forze alleate del Sud Europa (CINCSOUTH), durante l’esercitazione ha delegato il controllo operativo ai suoi comandanti delle forze navali ed aerei. Per quest’ultime, in particolare, le funzioni di comando e controllo sono state ulteriormente delegate ai comandanti delle Forze Aeree Tattiche Alleate (ATAF) ed ai Comandi Operativi di Regione (ROC) o, per la Turchia, al Comando delle Forze Aerotattiche (TAF).

Le forze in campo

Partecipavano all’esercitazione forze aeronavali fornite da Italia, Olanda, Regno Unito, Turchia, Stati Uniti e Francia. Quest’ultima, pur non facendo parte della struttura militare integrata dell’Alleanza, come di consueto a partecipato sia alla “"Dragon Hammer"“ che alla contemporanea “Open Gate“. Grazie alla interconnessione fra queste due esercitazioni, oltre ai paesi già citati anche forze fornite da Belgio, Canada, Repubblica Federale Tedesca e Portogallo sono state coinvolte nel comune scenario operativo. Durante la fase iniziale della "Dragon Hammer", è stata simulata una situazione di tensione internazionale tale da imporre alle forze alleate il rafforzamento delle misure di vigilanza e della prontezza operativa. Oltre 45 unità navali di superficie hanno formato quattro gruppi navali da combattimento il cui compito principale era quello di mantenere il controllo delle vie di comunicazione marittime attraverso il Mediterraneo, in collaborazione con le forze aeree e subacquee.

Allo scopo di fornire ulteriori opportunità ad estrattive, era stato inoltre previsto il rischieramento di alcuni reparti aerei. Tra questi, il primo rischieramento operativo all’estero di "Tornado" italiani, ad Eskisehir in Turchia, con il non facile compito di operare da una base del tutto sprovvista di ogni supporto specifico per i nuovi caccia bombardieri dell'A.M.. Si è trattato quindi del primo rischieramento in cui nostri “Tornado” hanno dovuto operare quale unità tattica autosufficiente. Sei velivoli del 156º Gruppo (36º Stormo di Gioia del Colle) sono rischierati con un seguito di 85 persone ed hanno operato “senza alcuna difficoltà“ a detta del comandante del gruppo, il tenente colonnello Marzio Cuomo. Contemporaneamente sei F-104S del 191º Gruppo Caccia delle forze aeree turche, provenienti da Balikesir, con un completamento di 49 persone, hanno operato dall’aeroporto di Gioia del Colle. Quali rinforzi aerei esterni erano stati inoltre rischierati in Italia e Turchia caccia-bombardieri delle forze aeree degli Stati Uniti. In particolare il Tactical Air Command dell'USAF aveva disposto il rischieramento a Gioia del Colle di 12 A-7 “Corsair“ II dei 107º Wing della Guardia Aerea Nazionale del Michigan, provenienti da Selfridge, mentre F-16 del 612º Squadron, provenienti dal 401º Wing basato Torrejon in Spagna, hanno partecipato all’esercitazione operando dalla base di Incirlink, in Turchia.

Addestramento anfibio

Il primo evento tattico dell’esercitazione aveva finalità puramente addestrative, anche nello scenario stesso della “Dragon Hummer”. Circa 1400 fanti di marina italiani, olandesi, britannici ed americani sono stati sbarcati sul poligono di Capo Teulada, in Sardegna, da una forza anfibia combinata composta da otto unità navali, tra cui la porta elicotteri Inchon e l’intero gruppo da battaglia anfibio della Sesta Flotta. La loro missione era addestrarsi nella esecuzione di un assalto anfibio, contrastati da alcune unità della Brigata Bergamo. Azione tattica nel suo svolgimento ha beneficiato di un consistente supporto aereo, condotto sotto il controllo operativo della 5ª ATAF.

La fase di Crisis Management

Mentre la tensione internazionale cresceva progressivamente, un gruppo navale combinato (composto dall'Incrociatore Vittorio Veneto e da tre unità italiane, tre americane ed una turca) sorvegliava con continuità il mare Ionio. A loro era affidato il compito vitale di mantenere “pulita“ un’area predeterminata nella quale le porta aerei potessero recarsi ad operare in sicurezza. È questo un concetto in parte innovativo per la regione meridionale ed i risultati di quest’operazione domanderanno di destare interesse anche negli altri comandi NATO. Le unità nemiche di superficie e subacquee sono state così tenute sotto stretto controllo, con la collaborazione di velivoli da pattugliamento marittimo di varie nazioni NATO. Mentre i gruppi da battaglia delle portaaerei si spostavano dal Tirreno verso lo Ionio, il progressivo intensificarsi delle misure difensive simulate acconsentito alle forze partecipanti di addestrarsi con realismo nell’applicazione delle “regole di ingaggio“ che definiscono il comportamento da tenere da parte delle forze “azzurro” quando minacciate da quelle del partito “ arancione“.

Il supporto delle forze aeree

Compiti particolarmente impegnativi erano stati previsti per le forze aeree delle due ATAF, la 5ª di Vicenza, e la 6ª di Smirne (Turchia), che partecipavano alla "Dragon Hammer". Durante le prime fasi dell’esercitazione il punto focale delle operazioni aeree è stato il 3° ROC di Martina Franca, così come buona parte delle missione di volo sono state fornite dai reparti che operavano da Gioia del Colle. Un folto gruppo di giornalisti ha potuto visitare entrambi questi elementi chiave della nostra difesa proprio durante l’esercitazione. Il colonnello Federico Zamparelli, responsabile dei piani e direttive della 5ª ATAF, ha così riassunto le finalità della "Dragon Hammer":

  • fornire alle forze aeree della regione sud, comprese quelle rischiarate, i massimi benefici addestrativi in un ambiente complesso e realistico;

  • mettere alla prova tattiche e procedure per scoraggiare un’aggressione;

  • contrastare gli attacchi nemici e reagire ad essi al massimo livello, in un ambiente “non nucleare“.

Le operazioni aeree erano state concepite in modo da porre il massimo accento sulla interazione delle risorse aeree tattiche della NATO nella condotta di un vasto spettro di missione, tra cui supporto aerotattico alle operazioni navali, controaviazione offensiva, interdizione, supporto aereo offensivo, ricognizione, difesa aerea integrata, tattiche di combattimento aereo tra velivoli dissimili, guerra elettronica, attacchi aerei combinati e congiunti (Joint Combined Raid).

Joint Combined Raid

Questo tipo di missione costituisce uno dei testi più difficile in quanto richiede pianificazione e coordinamento particolarmente accurate e mette a dura prova le capacità degli equipaggi, dei velivoli e dei sistemi di difesa aerea. Il tutto in un ambiente di guerra elettronica. Le incursioni “combinate e congiunte“ vengono pianificate contro obiettivi di primaria importanza che vengono attaccati, ad intervalli brevissimi, da ondate di velivoli incursori diversi tra loro per tipo e nazionalità, provenienti da basi diverse o da portaaerei, con direzione di avvicinamento, quota e velocità diverse.

Il Joint Combined Raid eseguito sulla base di Gioia del Colle nel corso della visita della stampa presentava tutti questi elementi di difficoltà. In un breve periodo si sono succeduti nei compiti di intercettazione degli incursori e in attacchi alla base:

  • due F-104S, affidati al controllo di un aereo AWACS E-3A della NATO;

  • otto F-8 francesi, controllati da un aereo AWACS E-2C proveniente dalla Nimitz;

  • due F-104S ed una “mixed fighter operational formation“ di due F-14 e due F-104S, controllati dal sistema di difesa aerea terrestre (NADGE);

  • una formazione mista composta da due A-6 e due A-7, scortati da altri due.

Attività simili sono state condotte più volte anche dai velivoli sotto controllo operativo per la 6ª ATAF, in Turchia, dove i nostri "Tornado" hanno svolto missioni offensive e difensive insieme agli F-104S delle forze aeree turche ed agli F-16 dell'USAF rischierati a Balikesir.

Il supporto elettronico

Oltre ai velivoli da guerra elettronica, tra cui il PD 808 GE dell'A.M., hanno fornito un supporto ormai indispensabile due reparti integrati della NATO che impiegavano mezzi elettronici: il NAEWF ed il MEWSG (1). Il NAEWF che è il reparto NATO che gestisce i velivoli radar, infatti dedicato numerose missioni di volo alla "Dragon Hammer", affidandole agli E-3A rischierati sulle basi avanzate del NAEWF a Trapani e Konia (Turchia). Parimenti il MEWSG (il gruppo NATO Per il supporto di guerra elettronica che ha sede a Yievilton, in Inghilterra) ha distaccato nella regione meridionale personale e mezzi per consentire l’impiego dei propri pod in grado di creare un realistico ambiente ostile di guerra elettronica.

Open Gate

La interazione tra la “Dragon Hammer” e la "Open Gate" ha certamente costituito una eccellente innovazione. Per la prima volta forze della Regione Meridionale hanno operato in stretta connessione con forze contemporaneamente impegnate in una importante esercitazione navale nell’Atlantico. La "Open Gate" prevedeva uno scenario operativa altamente complesso, tale da mettere alla prova le capacità alleate di garantire il regolare afflusso dall’Atlantico dei rifornimenti e rinforzi, difendendoli da numerosi attacchi e proteggendoli lungo le rotte che portano, attraverso Gibilterra, al Mediterraneo orientale. In questa fase, quale raccordo fisico tra la "Open Gate" e la “Dragon Hammer”, è stata impiegata la forza navale NATO su chiamata (on call) del Mediterraneo (NAVOCFORMED), che era impegnata in una delle sue esercitazioni semestrali, della serie “Deterrent Force”. Per la prima volta quindi la NAVOCFORMED ha operato al di fuori del Mediterraneo assieme alla omologa forza navale NATO permanente dell’Atlantico (STANAVFORLANT.

Il 10 maggio, mentre forze di 10 paesi NATO si addestravano alla protezione delle vie marittime di comunicazione, lo scenario delle esercitazioni prevedeva l’inizio delle ostilità, a causa di un attacco condotto dalle forze del partito arancione. Compito affidato ai bombardieri B-52 dell'USAF, provenienti dalla Gran Bretagna, ed a quattro “"Tornado"“ del 6° Stormo, provenienti da Decimomannu, che hanno condotto un attacco combinato contro bersagli navale ad ovest di Gibilterra, in coordinamento con un attacco portato da A-7 “Corsair“ portoghesi nel Mediterraneo.

Il raid senza scalo, che ha avuto un significativo valore addestrativo ed ha dimostrato le capacità di equipaggi e macchine, è stato il primo condotto dai "Tornado" italiani a così lunga distanza ed ha richiesto due rifornimenti in volo, l’occasione del primo rifornimento per i nostri “Tornado“ operato da KA-6 dell' US Navy. Gli attacchi simulati con missili Kormoran e Harpoon, lanciati da distanze tra le 15 e le 65 miglia, hanno certamente costituito un testo impegnativo quanto attuale per le numerose unità che partecipavano alla “Open Gate”.

La fase finale

Durante gli ultimi giorni della "Dragon Hammer" il baricentro delle attività è andato progressivamente spostandosi dal Mediterraneo centrale alle coste turche. Il convoglio navale, tema di fondo di questa esercitazione, nuovamente formato ad Augusta, in Sicilia è stato affidato ad un altro gruppo navale con la ammiraglia Andrea Doria. Con una vasta gamma di velivoli tra cui F16, F-104S, F-4, F-5, A-7, A-6, EA-6B, F-14, “Tornado” KC-135 ed E-3A. L’esercitazione si è conclusa e 15 maggio con l’arrivo del convoglio in un porto della Turchia preventivamente reso accessibile dai dragamine e cacciamine che partecipavano ad una quarta esercitazione NATO, la “Damsel Fair 87”.

I risultati

Il comunicato del Comando AFSOUTH di Napoli afferma che la "Dragon Hammer" ha pienamente raggiunto gli scopi prefissati, che erano quelli di migliorare la prontezza operativa delle forze, evidenziare le capacità di gestione delle crisi nella Regione Meridionale dell’Alleanza e dimostrare la solidarietà e la preparazione delle forze assegnate, attraverso la loro stretta cooperazione. Ancor più significativi i commenti rilasciati da due dei comandanti NATO partecipanti.

Il Lt. gen. Robert C. Oaks dell'USAF, comandante delle Forze Aeree Alleate del Sud Europa (COMAIRSOUTH) ha dichiarato: “Le attività della “Dragon Hammer hanno messo in evidenza in maniera impressionante, nella fase di interazione con l’esercitazione "Open Gate", quella flessibilità del potere aereo degli alleati così importante ai fini della deterrenza nella Regione Meridionale della NATO. L’esercitazione di supporto tattico alle operazioni marittime, nelle tattiche di combattimento aereo tra velivoli di simile, negli attacchi aerei combinati e congiunti, nella difesa aerea integrata e tutti gli altri eventi addestrativi sono stati eseguiti in conformità agli abituali elevati standard professionali delle forze della regione meridionale“.

Al generale Oaks ha fatto ecco il comandante delle forze di attacco e di appoggio della Regione Meridionale (COMSTRIKFORSOUTH) - nonché comandante della 6ª Flotta -il V.Adm. K.E. Moranville: “l’esercitazione ha verificato con successo la interoperabilità tra le risorse di COMSTRIKFORSOUTH e le forze alleate della Regione Meridionale. I nostri velivoli imbarcati si sono ottimamente integrati con le forze aeree che operavano da basi terrestri in Italia ed in Turchia e sono state condotte numerose missioni congiunte sia sul mare, sia su terra. La “Dragon Hammer” si annunciava come un significativo miglioramento nella interoperabilità NATO. Con un notevole salto in avanti nel settore delle comunicazioni e del comando e controllo, costituisce una nuova pietra miliare per le capacità operative di tutti i comandi che hanno partecipato“.

L'ultimo commento spetta all’ufficiale che per oltre 18 mesi ha coordinato ad AFSOUTH l’intera pianificazione dell’esercitazione, il capitano di fregata Keith Dudley della Royal Navy: “l’esercitazione è andata molto bene, principalmente perché avevamo dato obiettivi difficili alle nostre forze e loro li hanno raggiunti. Ogni anno un diverso e più difficile obiettivo viene assegnato, per migliorare determinate capacità. La differenza principale tra questa esercitazione e le precedenti è stata l’enfasi posta nel potere aereo. C’è stata una crescente cooperazione tra le forze aeree tattiche.

I “Tornado“ italiani hanno operato in Turchia, mentre B-52 provenienti dall’Inghilterra e velivoli francesi hanno accettato di svolgere il ruolo degli oppositori. Ritengo che le esercitazioni stiano diventando sempre più interessanti e difficili in quanto determinano problemi simili a quelli che potrebbero nascere in una qualsiasi situazione reale. Addestrandoci con i nostri amici alleati scopriamo le debolezze ed i punti di forza di ciascuno di noi. E certamente è più facile essere messi alla prova in tempo di pace che doverlo fare in una situazione reale. Ecco perché le esercitazioni sono così importanti, Per metterci alla prova, per addestrarci e per imparare, buoni o cattivi che siano risultati“.

 

Monte Grappa la psicologia sul campo di battaglia
Da JP4 N°37 settembre 1987

Molti famosi sono gli episodi "classici" di guerra psicologica; in campo nazionale celebre rimane il volo su Vienna di Gabriele D’Annunzio e dei suoi compagni della sQuadriglia "Serenissima", effettuato il 9 agosto del 1918 allo scopo di lanciare volantini invitante la popolazione austriaca alla resa; azione fra l’altro ricordata in uno dei quartini dello stemma del "Monte Grappa". Da sempre chiunque si sia trovato ad affrontare un avversario ha cercato di studiarne l’atteggiamento per poter cogliere, applicando le tecniche delle operazioni psicologiche, i punti vulnerabili suscettibili di essere sfruttati per conseguire il successo.

Le operazioni psicologiche vengono così definite: "attività di supporto psicologico rivolte verso determinati obiettivi uditori amici o nemici allo scopo di influenzare i loro atteggiamenti e comportamenti". Queste attività si suddividono in base alla natura e al tipo di operazione. La natura può essere offensiva, nel caso di azioni rivolte direttamente alle unità contrapposte, o di natura difensiva, nel caso di azioni rivolte alle truppe e popolazioni amiche. La tipologia prevede invece una suddivisione in operazioni strategiche, Sul campo di battaglia e di consolidamento. Le prime perseguono obiettivi a lungo termine e ad ampio raggio, essendo dirette alle masse; quelle sul campo di battaglia si ripropongono invece di influenzare a breve termine in completa il comportamento delle truppe nemiche impegnata in combattimento; le operazioni di consoli consolidamento hanno infine lo scopo di favorire l’instaurazione o il mantenimento dell’ordine e della sicurezza nella zona di combattimento e nelle retrovie delle forze amiche.

Il "Monte Grappa" e la sua storia.

Un accordo fra le varie nazioni appartenenti all’Alleanza Atlantica prevedeva che ogni paese costituisse un proprio reparto di supporto psicologico; a questo accordo l’Italia rispose il °1 gennaio 1957 con la creazione del Reparto di Guerra Psicologica, con sede presso l’Ospedale Militare di Verona, infrastruttura abbandonata nel 1967 con il trasferimento alla caserma "Passalacqua" sempre in Verona. Rimandando alla tabella per la cronologia dei cambiamenti ordinativi subiti da reparto, vale la pena di esprimere subito una breve considerazione: mentre per il reparto l’ordine amento prevede che il comando possa essere assunto sia dal tenente colonnello che da un colonnello, per il quale l’incarico non viene considerato di comando nel senso amministrativo del termine (con la conseguenza che il periodo di permanenza non è limitato ai due anni di rito), Per il battaglione lo stesso ordinamento impone invece il cambio di comando biennale, con tutta la serie di problemi che questo comporta anche a causa della atipicità dei compiti assegnati. Pur essendo una unità dell’esercito italiano a tutti gli effetti, il "Monte Grappa" è però fin dal tempo di pace alle dipendenze dell’Ufficio Informazioni del Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE); operativamente esso risponde quindi alla Nato, mentre per la parte amministrativa fa capo all’ente territoriale competente e cioè alla Regione Militare Nord-Est. Compito del reparto è quindi quello di realizzare il materiale richiesto dal Comando FTASE; va notato come il "Monte Grappa" fornisca esclusivamente un supporto tecnico, dato che le direttive vengono emanate dal Comando scacchiere o dallo SME che assicurerebbero inoltre la disponibilità dei vettori necessari a disseminare la propaganda oltre le linee nemiche.

Se in tempo di guerra l’attività sarebbe rivolta alla propaganda e alla contro propaganda in supporto alle operazioni di combattimento, in tempo di pace il reparto si dedica a combattere fenomeni altrettanto pericolosi quali la droga, l’incuria nel maneggio delle armi, la guida pericolosa e così via, con manifesti prodotti su indicazione dell’autorità Nato o di quella nazionale. Oltre a questo compito il "Monte Grappa" si occupa anche dello studio e della sperimentazione di nuove tecniche di produzione e di disseminazione del materiale psicologico e organizzazione effettuazione di corsi di qualificazione per gli ufficiali addetti alle operazioni psicologiche di grandi Unità. Esso fornisce inoltre supporto all’organizzazione di mostre e alla pubblicazione di opuscoli di vario tipo commissionate dalle diverse sezioni del comando FTASE. Da sottolineare come, anche per permettere al personale di impegnarsi nella realizzazione, in tempo di pace, di un prodotto di qualità, il reparto abbia stampato di recente numerose pubblicazioni per conto del comando su argomenti di storia militare. Il reparto supporto psicologico "Monte Grappa" ha un ordinamento del tutto particolare, alla luce dei compiti gli unici che gli sono assegnati nell’ambito dell’esercito. Una sezione comando e servizi soddisfa le necessità logistiche; la sezione ricerca, analisi e studi approfondisce invece la conoscenza dei temi e delle tecniche del supporto psicologico, che vengono poi messe in atto nell’ambito delle sezioni realizzazione e diffusione. Presto queste ultime, agli argomenti trattati a volte si sostituiscono le grammatura della carta e la potenza di emissione degli altoparlanti: infatti la sezione realizzazione dispone di una completa attrezzatura per la stampa, che va dalla compositrice elettronica alla macchina per foto incisioni alla rotativa, mentre la sezione diffusione dispone di amplificatori e altoparlanti montati su campagnola per la diffusione di messaggi preregistrati. A questo proposito va precisato che il "Monte Grappa" rimane un reparto di campagna, e quindi Il suo intervento è previsto sul fronte. Come ha sottolineato il comandante, non tutte le apparecchiature, sono tuttavia campalizzabili mediante shelterizzazione e quindi di fatto la mobilità del reparto ne è compromessa, anche se il problema è in via di  graduale soluzione. Un altro problema è costituito dall’esodo di personale qualificato dopo la trasformazione del reparto in battaglione nel 1982; molti ufficiali hanno dovuto abbandonare allora l’unità per motivi amministrativi, circostanza che ha influito negativamente in particolare per ciò che riguarda lo svolgimento di corsi.

Il ritorno all’antica veste ordinativa dovrebbe consentire di tornare a un buon livello, grazie alla possibilità per il personale di prestare per lungo tempo servizio nel reparto. Data la particolarità del "Monte Grappa" non è possibile fare paragoni con altre unità per quanto riguarda la consistenza dell’organico: a tre ufficiali si affiancano numerose sottufficiale, alcuni dei quali hanno vissuto in prima persona tutti i cambiamenti che si sono verificati fino ad oggi; mentre il personale di leva è decisamente ridotto rispetto alla forza di un normale battaglione. Ci si può interrogare a questo punto sull’effettiva efficacia del supporto psicologico sul campo di battaglia degli anni 2000. Premesso che nessuno si augura di poter sperimentale dal vero le teorie corrente, pare comunque ipotizzabile un conflitto di breve durata che lo consentirebbe certo agli esperti di guerra psicologica - espressione invisa a molti, ma che di fatto rende meglio l’idea - di mantenere sul nemico una pressione per una durata sufficiente a sortire gli effetti desiderati. Di maggior peso, fin dal tempo di pace, è senz’altro l’influenza della stampa diretta a modellare l’idea che le masse si fanno di un certo problema. La criminalizzazione degli euromissili è un esempio fin troppo banale, E molti altri se ne possono trovare differenti settori della vita quotidiana, senza vedrà se poi nel pianeta della pubblicità di massa in cui l’importanza del fattore psicologico nella stesura del messaggio è fondamentale. A nostro avviso la decisione della Nato di imporre la creazione di un reparto omologo al "Monte Grappa" ogni nazione dell’alleanza risponde positivamente ai tubi che sussistono in merito all’effettivo tipo di guerra che ci si potrebbe trovare a combattere, considerato anche lo scarso successo di che in tempi passate a teorizzato guerre lampo durata e poi svariati anni. Da non sottovalutare infine l’impiego del supporto psicologico nel campo della protezione civile, quando si renda necessario diffondere notizie e direttive alle popolazioni colpite da calamità naturali e tagliate fuori dal normale flusso informativo assicurato da giornali, radio e televisione. A questo scopo il "Monte Grappa" partecipa solamente a esercitazioni di soccorso insieme reparti operativi. di Paolo Valpolini

 

Monte Vergine: mountaintop signal center
Da panorama del 31 luglio 1987

By Adaire-Anne Eddleston

Monte Vergine. Ring any bells? Probably not, and if so, probably only vaguely. Mt. Vergine is the largest and most important communication site in Italy. It is located about 70 miles north-east of Naples and is operated by the Air Force. Set at an altitude og 5,000 ft., it is the anchor od Meditterranean communications. It serves six microwave shots, 300 voice and 200 teletype circuits, which makes it the busiest AUTOVON switch in Europe.

Mt. Vergine has been recognized by the Air Force for its superior communication output and its high reliability. The AUTOVON switch was named 'Best in Europe?.

There are 95 military personnel stationed at Mt. Vergine. They and their dependants are quite active despite their remote location. There is a bus, the ?Blue Goose?, that runs regularly to and from Naples. On Sundays, the bus runs to and from the AFSouth bowling alley.

On the mountain site there is a lounge, a recreation room and the servicemen have just recently received SEB T.V., However, those who live off the site do not have SEB reception.

Those Monte Vergine personnel and families who live down the mountain live for the most part in the three towns of Monteforte, Mercogliano and Avellino.

Avellino, which lies five miles north of the base of the mountain, is the basic nucleus of life after duty hours. It has a small Recreation Center in its midst which holds a small exchange, lounge, family service center, and a school that has approximately 20 first through sixt graders. The school cafeteria serves a movie theater in the evenings.

Downtown Avellino has a great deal to offer for an evening out. Especially with its noted “Corso”.

The Corso, or “Avenue”is one of Avellino's famed hot spots. Though not quite as notorious as L.A.'s Sunset Strip, the Corso most defintely has its share of action. During the day it has the appearance of any ordinary shop.lined street, but during the evening it sheds its everyday appearence and becomes filled with bars, discos, theaters and cafes full of young people.

The streets swarm with huge crowds and the traffic almost steps as the pedestrians hold lengthy, amiable conversations with those in the 'cruising' vehicles.

The Corso of Avellino is not the only attraction of the area. Halfway up the mountains lies an historical and religious attraction, a celebrated sanctuary founded around 1300. The story says a lone monk was supposedly ordained by God to build a monastery at the place where doves landed. The Monastery of Monte Vergine is where the Shroud of Turin, the cloth in which Jesus Christ was supposedly wrapped after his death, was hidden during the Second World War.

Avellino's attractions are not limited to the monastery and the Corso; there is much to do and see in the area, and neighboring mountains offer perfect opportunities for picnic and hiking.

 

Hundreds of Thousands Protest Missiles in Europe : Urge U.S. to Match Soviet Halt
Da latimes.com del 8 aprile 1985

Hundreds of thousands of European anti-nuclear protesters, marching in Easter peace rallies, called on Washington today to match Moscow's freeze on deploying medium-range missiles. Arrests of trespassers and demonstrators were reported outside U.S. missile bases in Britain, Italy and West Germany, but police reported no major incidents linked to the anti-nuclear rallies. In West Germany, about 300,000 people marched in rallies today in 10 major cities, including Hamburg, Frankfurt, Munich, Cologne, Nuremberg and West Berlin. About 20,000 demonstrators in Molesworth, England, braved a downpour to hold hands and place flowers in a fence surrounding a future U.S. cruise missile site. Object 2 At a rally outside the North Atlantic Treaty Organization cruise missile base in Comsio, Sicily, Italian police arrested three people on charges of violently resisting orders to disperse. NATO is to deploy 572 cruise and Pershing 2 missiles in Europe by 1989, to counter Soviet SS-20 missiles it says are already in place. Latest Western estimates indicate that 414 of the triple-warhead Soviet weapons have been deployed. The NATO weapons have one warhead each. 30,000 at Training Area The largest demonstration in West Germany today was near Heilbronn, 50 miles north of Stuttgart, where about 30,000 protesters massed at a U.S. Pershing 2 nuclear missile training ground. Chanting "Rockets out," the protesters carried signs that read, "Amis (Americans) Out" and "Work-- Not Pershings." They joined hands, formed a circle around the base's half-mile perimeter and released hundreds of blue balloons bearing the silhouette of a white dove into the air. Eight people who climbed over one of the base's two security fences were arrested, but no serious incidents were reported. The protesters later walked into Heilbronn for a rally at which West German Trade Union Confederation official Siegfried Pommerenke called those proposing to put weapons in space "madmen." "Weapons are not produced to achieve peace but to make war," he said. "And now these madmen are getting ready to militarize space. All this is done in the name of balance. We heard the same thing before World War I and World War II." RAF Base Surrounded In England, demonstrators surrounded the Royal Air Force base in Molesworth, about 60 miles north of London, which is to be the future site of 64 U.S. cruise missiles. At least 19 people were arrested, police said, as protesters hung daffodils and peace symbols on the 7 1/2-mile-long fence surrounding the base. Police said protesters also tried to cut the barbed-wire fence. It was the third day of Easter demonstrations sponsored in Britain by the Campaign for Nuclear Disarmament. One group of cruise missiles is already stationed at the U.S. military base in Greenham Common, 45 miles west of London. Two bombs exploded near protest sites in West Germany, causing some damage but no injuries. Police said they were uncertain if the blasts were connected to the protests.

 

Prodotto dalla Selenia il primo radar secondario monopulse
Da Rivista Italiana Difesa N° 1 gennaio 1985

L'antenna del nuovo radar Selenia SIR-M

Sono iniziate, presso la Selenia di Roma, le prove di funzionamento “sul campo“ del nuovo radar secondario monopulse SIR-M, che ha già superato con successo accurate prove di laboratorio. Come noto, la tecnica “monopulse”, utilizzando un’antenna del tipo “open-array“ dotata di un fascio “somma“ e di un fascio “differenza“, consente di ottenere una posizione azimutale dell’aereo molto precisa. L’impiego di una SSR monopulse al posto di una SSR convenzionale, pur non comportando modifiche né ai trasfonder degli aerei né alla struttura dei sistemi di controllo del traffico aereo, assicura decisivi vantaggi operativi e tecnici quali:

- forte aumento della precisione in azimuth.

- riduzione dei problemi che una forte densità geografica di SSR può causare (frutti).

- forte aumento della capacità di distinguere due è che i vicini (caso “garbling“).

- forte riduzione (grazie all’uso dell’antenna open-array) sia del lobing, sia delle “multipath” causanti “autogarbling“. Secondo l’architettura ad “intelligenza distribuita“ dei sistemi SATCAS-80, di cui il SIR-M è parte integrante, il radar è dotato di un processore che controlla, mediante programmi a firmware, tutte le funzioni vitali quali il timing, il BITE, l’estrazione e trasmissione dati. Questa soluzione ha consentito un elevato grado di integrazione fra il rice-trasmettitore e l’estrattore, con forti vantaggi in termini di riduzione di hardware e di miglioramento di prestazioni. Il SIR-M è composto da un antenna “open-array“ e da un armadio in cui, grazie all’impiego delle tecnologie più moderne, è stato possibile inserire sia il ricetrasmettitore bicanale sia l’estrattore bicanale. L’apparato e quindi direttamente collegabile, attraverso modem e idonee linee di trasmissione dati, ai centri di controllo sia per inviare i dati radar e le informazioni sul suo funzionamento, fornite da un potente ed efficiente sistema di auto-test (BITE = built-in test equipment) sia per ricevere i telecomandi tecnico-operativi necessari.

È idoneo pertanto all’impiego in siti remoti, anche in custoditi. In assenza del radar primario l’antenna può essere dotata di una propria base. La Selenia prevede, oltre alla produzione dello SSR monopulse (il primo sarà disponibile entro la fine del 1985), di mantenere una linea di SSR tradizionale, e ciò allo scopo di consentire a clienti aventi differenti requisiti operativi, scelte sempre ottimali in termini di costo barra efficacia. Questo nuovo prodotto rientra nel quadro del costante sforzo della Selenia per il continuo aggiornamento della sua linea completa di prodotti e sistemi attrici: oltre il 15% del fatturato è infatti impegnato per la ricerca e lo sviluppo.

 

Attivato a Istrana il nuovo SATCAS dell'AMI
Da Rivista Italiana Difesa N° 1 gennaio 1985

Le consolles Selenia del nuovo SATCAS dell'AMI

L’Aeronautica Militare ha attivato alla fine di novembre sulla base aerea di Istrana (sede del 51º Stormo Caccia) un nuovo centro di controllo del traffico aereo civile e militare operante nella zona. Il nuovo centro, che sia balle di modernissimi apparati di costruzione nazionale, è denominato CTR Treviso ed estende la sua zona di competenza su una superficie di 90 km² compresa tra Venezia, Ferrara, Chioggia e Portogruaro; i limiti verticali dal suolo sono posti a 9000 m di altezza. Si tratta di un centro di grande importanza anche perché si trova ad operare in una zona fitta di installazioni aeroportuali; basti pensare infatti che nella zona posta sotto la sua responsabilità si trovano i seguenti aeroporti (oltre ovviamente a quello di Treviso-Istrana ove si svolge solo traffico militare): Treviso Sant’Angelo, militare ma aperto al traffico civile; Vicenza, militare usato prevalentemente dalla SETAF, Venezia Tessera, con traffico civile nazionale ed internazionale; Venezia Lido, con traffico civile che d'estate è anche internazionale, e Padova, prevalentemente con traffico di aeroclub. Negli aeroporti che abbiamo citato annualmente si realizza un totale di circa 4000 movimenti, ed è stata stabilita una zona di traffico aeroportuale (ATZ) a protezione dei circuiti di atterraggio e decollo. All’interno di queste zone (CTR e ATZ) la responsabilità del controllo del traffico è affidata a personale specializzato: ad Istrana opera un servizio di controllo TWR entro l'ATZ di competenza che riceve e trasmette i dati all’ente superiore, che è Treviso avvicinamento. Fino al luglio 1984 tale servizio era svolto dall’interno della torre di controllo di Istrana con il metodo procedurale che si basa essenzialmente sul riporto di posizione effettuato dal pilota e su separazione standard che tengono conto delle inevitabili imprecisioni (dovuta sia al fattore strumentale che a quello umano) senza te il controllore responsabile abbia una visione della posizione degli aeromobili in tempo reale. Tanto per fare un esempio, la separazione procedurale fra due velivoli di caratteristiche analoghe è di circa 10 minuti che, alle attuali velocità operativi, si possono tradurre in una distanza di 120 km tra un aereo e l’altro. Da questo autunno però le cose sono cambiate: dopo un periodo di sperimentazione di tre mesi vi è stata l’attivazione ad Istrana del nuovo centro che consente migliori caratteristiche di operatività. Con il sistema attuale, grazie al controllo radar, le separazioni tra volo e volo si riducono a cinque miglia nautiche (8 km) sempre rimanendo nel massimo rispetto della sicurezza, con conseguente maggiore speditezza e fluidità del traffico traducibile in un notevole risparmio di tempo e carburante. Inoltre le possibilità operative del sistema attivato ad Istrana sono tali da permettere una vasta scelta di opzioni a livello gestionale del traffico per ridurre le attese, prevenire collisioni con mezzi sconosciuti, fornire la massima assistenza a qualsiasi velivolo militare e civile operante nel CTR di Treviso che si trovi in difficoltà o necessita di assistenza.

Le antenne del nuovo centro di controllo aereo di Istrana

Presso il 51º stormo attualmente è in corso la destra mento del personale che consentirà di portare il servizio a regime H 24. Accanto agli operatori già abilitati ne stanno lavorando altri che, qualificatisi alla scuola controllori dell’AMI di Pratica di Mare, seguono ora un addestramento specifico finalizzato alla zona in cui dovranno operare, alle procedure che vi sono impiegate e al particolare tipo di traffico che devono affrontare, caratterizzato da un elevato numero di movimenti sia di aeromobili civili che militari. I militari destinate a questo servizio sono stati accuratamente selezionati in base a rigidi criteri di idoneità psicofisica ed un elevato tasso di professionalità. Il radar di avvicinamento installato ad Istrana, come abbiamo detto, è interamente di costruzione nazionale: esso si fonda su un apparato primario Selenia tipo ATCR4T con portata di circa 70 miglia, e su un apparato secondario sempre della Selenia tipo SIR, con portata più che doppia (oltre 150 miglia nautiche). I dati vengono estratti, tra la massa di quelli ricevuti, e presentati su consolle s’sempre della Selenia tipo di the S-80, attraverso un sistema dedicato denominato SATCAS, le cui prestazioni si sono affermate in campo mondiale, consentendo alla nostra industria di esportare i suoi prodotti all’estero. Per comprendere meglio le capacità dei radar usati dal sistema SAP casse diremo che il primario assicura una copertura fino ai confini con l’Austria e la Jugoslavia per la parte nord barra nord-Este e fino a Ravenna per la parte sud; il secondario è in grado Di assistere eventualmente un aereo che si trovi a nord di Roma guidandolo sino agli aeroporti del Veneto.

Il complesso SATCAS di Istrana e sistemato in due fabbricati separati: all’interno del primo si trova un sistema di gruppi elettrogeni e batterie-tampone in grado di fornire la continuità assoluta di alimentazione della parte operativa rada in caso di avarie alla rete dell’Enel. All’interno del secondo fabbricato si trova la sala operativa formata da quattro posizione autonoma e ed intercambiabili più la posizione del supervisore o coordinatore con possibilità di inserimento su qualsiasi frequenza e linea telefonica impiegata. Due delle posizioni radar vengono utilizzate per la parte ricerca del sistema radar di precisione (GCA) che utilizza un complesso FIAR P79: è impiegato per il ricovero di velivoli di condizioni meteo avverse ed è già operativo H 24. Massimo Ferrari

 

Missili Aspide per la Thailandia
Da Rivista Italiana Difesa N° 1 gennaio 1985

Il Capo di Stato Maggiore della Reale Marina Thailandese, ammiraglio Nipon Sirithara, ha  firrmato recentemente un contratto che prevede la fornitura da parte della Selenia di missili Aspide destinati ad essere impiegati sulle corrette ordinate dal Governo thailandese ai cantieri statunitensi di Tacoma. Le unità thailandesi, che entreranno in servizio alla fine del 1986, sono dotate del sistema navale di difesa Albatros, prodotto anch' esso dalla Selenia per l’impiego dell’Aspide nel ruolo mare-aria. Il contratto di fornitura, che costituisce il primo accordo diretto della Selenia con le Forze Armate thailandesi, copre le attuali esigenze relative al munizionamento di bordo e a limitate riserve di arsenale e dovrebbe essere ampliato con ulteriori commesse in relazione allo sviluppo dei prossimi programmi navali della Marina thailandese. La Thailandia è la 13ª nazione ad impiegare il missile Aspide, già adottato dei paesi europei, da paesi del Medio Oriente e dell’America Latina.

 

Nuovo missile anti-radar per la la Nato
Da Rivista Italiana Difesa N° 12 dicembre 1984

Sette paesi Nato hanno firmato un accordo relativo all’avvio di uno studio di fattibilità per un missile anti-radiazioni (che si autodirige cioè verso la fonte delle onde radar) a corta portata designato SRARM. Tale studio durare durerà dai 12 ai 15 mesi e costerà dai 10 ai 15 milioni di dollari. Si tratta di un’arma strettamente difensiva, simile al progetto americano SIDEARM, da utilizzare allorché il velivolo venga viene illuminato da un radar di un sistema missilistico AA a corto raggio tipo ad esempio quello sovietico SA-8 ROMB (GECKO).

 

Autumn Forge '84
Da Rivista Italiana Difesa N° 12 dicembre 1984

di Enrico Dalla Rosa - Sergio Mecchia

Negli scorsi mesi di settembre ed ottobre si sono svolte, nel teatro europeo, le manovre autunnali della Nato e del Patto di Varsavia. Partendo dalle medesime ipotesi operative, e cioè dalla situazione creata da un attacco di sorpresa condotta con mezzi convenzionali, entrambi i blocchi hanno impegnato le proprie forze armate per respingere la minaccia, sconfiggendo gli aggressori. Mentre le forze della Nato erano impegnate su tutto l’arco dei territori confinanti con i paesi del blocco orientale nell’ambito della 10ª esercitazione automa forse tra parentesi 26 episodi tattici che hanno visto l’impiego di 300.000 uomini, 300 unità navali e 2500 velivoli in te in un teatro operativo che andava da capo Nord all’Anatolia a), le forze del patto di Varsavia svolgevano una singola operazione con 60.000 uomini in Cecoslovacchia. In questa sede si vogliono analizzare le ragioni che portano all’esecuzione di queste complesse manovre, e i dibattiti, sia militari che politici, immancabilmente suscitati: si scoprirà che l’importanza delle esercitazioni va spesso molto al di là del solo aspetto militare.

 

Una delle novità principali presentate alla DD-84, l'obice semovente M-110 A-2 da 203mm

Il primo grande uomo d’armi ad istituzionalizzare la periodica è regolare conduzione di manovre militari fu Federico il Grande. La sua decisione di ricorrere stabilmente a questa pratica non faceva che riflettere una realtà di fatto: già dalla sua epoca lo sviluppo delle forze armate aveva raggiunto un tale grado di complessità da rendere necessaria una continua opera di addestramento e coordinazione che andasse oltre le normali attività in tempo di pace delle singole unità operative. Le tattiche da applicare in battaglia stavano diventando così complesse, da rendere praticamente indispensabile la loro sperimentazione prima della applicazione in conflitto, dove le tensioni dello scontro avrebbero reso difficile sia la loro attuazione, che il controllo dei risultati ottenuti. Dall’epoca del sovrano prussiano, i problemi relativi alla conduzione di una campagna militare si sono incredibilmente dilatati, fino a rendere necessaria la creazione di strutture molto articolata e per la gestione delle informazioni che riguardano gli aspetti relativi al comando, controllo e comunicazione (C³). Basti rilevare che la creazione di sistemi di informazione (1) richiede oggi una quantità di sforzi sia intellettuali che finanziari spesso superiori a quelli necessari per lo sviluppo di sofisticati sistemi d’arma. Insieme risultante dalle forze operative e dai loro sistemi il C³ viene perciò ad essere estremamente complesso e integrazione di ogni suo singolo elemento, allo scopo di poter dare un indirizzo unitario agli sforzi bellici, è uno dei compiti più importanti delle gerarchie di comando. È per questo motivo che l’esercitazione Autumn Forge 84, definita come la più complessa mai tenuto in ambito Nato, aveva il fine dichiarato di migliorare l’integrazione operativa tra le forze aeree e quelle terrestri da un lato, e l’aviazione e le unità navali dall’altro. Si deve inoltre tener conto di un altro particolare importante: strumenti bellici così sofisticati come quelli a disposizione della Nato e del patto di Varsavia vengono impiegati seguendo indirizzi strategici che subiscono, con il passare del tempo, delle evoluzioni, in certi casi molto radicali. La formulazione di questi principi teorici comporta spesso degli accesi dibattiti, e il tentativo di farli adottare dallo strumento bellico può creare dei radicali contrasti. È sufficiente ricordare a tale proposito le polemiche sorte tra i pianificatori militari della Nato in seguito alla scelta di seguire una dottrina statica come quella proposta dal comandante supremo delle forze alleate in Europa, generale Bernard Rogers, conosciuta come Strike Deep, o come quelle inevitabilmente conseguenti all’adozione degli ONG (Operational Manouevre Grups, gruppi operativi di manovra) da parte del patto di Varsavia, entrambe teorie significativamente rivoluzionarie rispetto a quelle che le precedevano. Manovre particolarmente importanti possono essere dei buoni indicatori delle fortune che stanno avendo, in periodi ben precisi, i vari indirizzi di pensiero. Se una grande esercitazione si svolge attuando in pratica le indicazioni dedotte da una determinata teoria, allora è evidente l’affermazione di quest’ultima nei confronti di dottrine alternative. Oltre a questi aspetti puramente tecnici, manovre come quelle tenute dei due blocchi hanno un’altra importante caratteristica. Va in anzitutto ricordato come le due alleanze abbiano un dichiarato fine difensivo: entrambe affermano di attendersi che sia l’avversario a scatenare il conflitto. Per questo motivo tutte le esercitazioni seguono sempre lo stesso schema generale. Il nemico lancia un’offensiva: gli alleati la respingono. In questo contesto, se il nemico che attacca - sia con mezzi convenzionali che nucleari - riuscisse a cogliere le difese impreparate, arginare l’aggressione diventerebbe molto più problematico. È difficile, con i sistemi di controllo di cui entrambe le potenze dispongono, che si riesca a mobilitare una forza aggressiva senza che l’avversario non se ne renda conto. Ma sarebbe possibile sfruttare un’esercitazione per prepararsi, in realtà, ad un attacco di sorpresa. È per questo motivo che, invariabilmente, i due blocchi conducono contemporaneamente le proprie manovre periodiche più importante. Gli accordi di Helsinki del 1975 segnano un riconoscimento, a livello politico, di questa realtà di fatto: USA e Urss hanno concordato di notificarsi vicendevolmente i periodi in cui le proprie forze armate conducono delle manovre particolarmente complesse, scambiandosi anche osservatori che possano assistere liberamente alle operazioni (2). Resta il fatto che quando un blocco mobilita le proprie forze per esercitazioni importanti, anche l’altro, invariabilmente, mobilità le proprie: non si sa mai…

Settembre 1984

Queste affermazioni teoriche trovano un riscontro molto interessante negli avvenimenti che hanno accompagnato lo svolgimento delle manovre Autumn Forge 84 e Shit (SCUDO) 84, del Patto di Varsavia. L’attuale indirizzo strategico della Nato, condiviso apparentemente anche dal patto di Varsavia, vede una tendenza molto ben definita verso la ricerca di tattiche di combattimento che limitino al massimo rischio di dover ricorrere ad armi nucleari, anche se solo di teatro. Sì ritiene infatti che, una volta impiegate anche queste ultime, sarebbe difficilissimo non arrivare all’utilizzazione delle armi atomiche strategiche. Da un punto di vista ideologico, entrambi i blocchi dichiarano di accettare quella che, sostanzialmente, e la strategia della risposta flessibile: si accetta la possibilità di impiego di armi nucleari solo in risposta ad una mossa dell’avversario in questo senso. Dovrebbe quindi essere garantita, almeno teoricamente, l’impossibilità dello scoppio di un conflitto atomico. Nell’ambito delle forze del patto di Varsavia questo processo ha portato alla creazione degli OMG, unità contraddistinte da un altissima mobilità e da una notevole potenza di fuoco convenzionale, che mettono questi gruppi in condizione di ottenere delle rapide e consistenti conquiste territoriali (3). In ambito Nato si è arrivati alla formulazione della dottrina Rogers, denominata Strike Deep, per cui, in caso di conflitto, si cercherebbe di bloccare l’avanzata degli avversari attaccando in profondità, nel territorio nemico, i canali di rifornimento e rafforzamento dell’avanzata. Questa tattica può essere messa in pratica, secondo il suo promotore, servendosi di sistemi d’arma convenzionali molto avanzati prodotti nell’ambito delle ET (Emerging Technologies, tecnologie emergenti). (4) Non è però un mistero che, in ambito nato, lo sviluppo e lo spiegamento di questi sistemi d’arma sia contrastato da personalità molto rilevante sia livello politico, che intellettuale. Le argomentazioni di questi teorici hanno trovato espressione in un convegno organizzato dall'ISS (Institute of Strategic Studies, Istituto di studi strategici) di Londra ad Avignone: figure come Steve Canby, influente consigliere del Pentagono, Christopher Donell, membro della Royal Military Academy di Sandhurst, Edward Luttowak, che non ha bisogno di presentazioni, contestano questo indirizzo sia da un punto di vista teorico - è veramente possibile creare sistemi d’arma convenzionali in grado di contrastare efficacemente gli OMG? - che dal punto di vista pratico - ammesso che fosse possibile, le ET avrebbero costi tali da impedirne una sufficiente diffusione per contrastare l’aspetto quantitativo della minaccia avversaria.

Secondo Bernard Rogers, comandante in capo delle forze Nato in Europa, l’Autumn Forge 84 è stata una ulteriore occasione per riaffermare la propria fiducia nell’indirizzo tattico proposto. Il comandante, nella conferenza di apertura delle manovre tenutasi il 4 settembre scorso, ha affermato che la Nato a ipotecato la propria possibilità di contenimento, con mezzi convenzionali, di un attacco portato sempre con mezzi e sistemi d’arma convenzionali. La dottrina della risposta flessibile non è, perciò, che una mera formulazione di principio: in realtà vige ancora la logica della ritorsione nucleare, perché sarebbe l’unico sistema per opporsi ad una eventuale invasione.

Per evitare il dilemma tra una resa sicura o l’innesco di uno scontro nucleare, non resta che lo sviluppo di sistemi d’arma ET. A questo scopo, tutti gli Stati membri dell’alleanza sono stati invitati ad incrementare del 7% il proprio bilancio della difesa. Secondo Rogers, gli obiettivi dell’Autumn Forge 84, partendo sempre dall’ipotesi di una risposta in profondità ad un eventuale attacco nemico, erano i seguenti:

1) promuovere una migliore capacità d’utilizzazione dei sistemi d’arma convenzionali esistenti;

2) favorire l’introduzione di sistemi d’arma ET, I soli in grado di affrontare una minaccia dell’entità di quella posta dai potenziali avversari;

3) promuovere l’incremento delle riserve di uomini e mezzi oggi esistenti, giudicate senza dubbio insufficienti. Il Maresciallo D. Ustinov, Ministro della difesa sovietica ha invece dato un taglio meno teorico, ma più politico al proprio discorso di apertura delle manovre SCUDO 84 in Cecoslovacchia, strutturate anche se secondo la necessità di contrattaccare un’improvvisa invasione nemica. Il maresciallo ha denunciato le tendenze della politica estera della Repubblica Federale Tedesca, giudicate espansionistiche, ribadendo ancora una volta la intangibilità dall’assetto politico risultato dalla conferenza di Jalta. Dal suo discorso non sono emerse delle precise indicazioni riguardo all’impiego, in una eventuale scontro, mi sistemi d’arma convenzionali e/o nucleari. Due fatti abbastanza rilevante sembrano indicare che all’interno dei vertici decisionali del mondo orientale si sia aperto un dibattito sulla strategia da impiegare nel contesto di un possibile scontro con il blocco occidentale. Proprio durante il periodo iniziale delle manovre di entrambi i blocchi, gli analisti pulitici e militari del del mondo occidentale hanno dovuto cercare di interpretare una vicenda ancora oggi poco chiara: la rimozione, il 7 settembre, di Nikolai Ogarkov dall’incarico di Capo di Stato Maggiore generale, evento che ha avuto un eco immediata sui mezzi di informazione occidentali. Sembra accertato che si sia trattato di una decisione improvvisa, le cui cause vanno ricercate nell’apparizione, lo scorso maggio, di un articolo in cui Ogarkov denunciava una preoccupante ritardo delle tecnologie militari convenzionali sovietiche, invitando ad uno sviluppo orientale dell’equivalente alle ET occidentali. È ancor oggi difficile valutare la reale portata di questo avvenimento: l’instabilità della attuale classe dirigente sovietica non sembra autorizzare l’affermazione che sono state fatte delle scelte definitive, lo stesso Ogarkov potrebbe riemergere improvvisamente, e con lui a fermarsi saldamente un indirizzo strategico è equivalente a quello adesso prevalente nella Nato. Il secondo indicatore dell’incertezza da parte sovietica è stato il rifiuto di invitare, come previsto dai citati accordi di Helsinki del 1975, osservatori occidentali alle manovre scudo 84, nonostante le ripetute sollecitazioni da parte della Nato. Inoltre, il patto di Varsavia non ha accettato l’invio degli alleati di inviare i propri osservatori ad assistere ad auto un forse 84, anche se, durante le manovre, è stato notato, specialmente nella RF G, un intenso movimento di mezzi e uomini collegati al blocco orientale. Il secondo indicatore dell’incertezza da parte sovietica è stato il rifiuto di invitare, come previsto dai citati accordi di Helsinki del 1975, osservatori occidentali alle manovre scudo 84, nonostante le ripetute sollecitazioni da parte della Nato. Inoltre, il patto di Varsavia non ha accettato l’invio degli alleati di inviare i propri osservatori ad assistere ad auto un forse 84, anche se, durante le manovre, è stato notato, specialmente nella RF G, un intenso movimento di mezzi e uomini collegati al blocco orientale.

Autumn Forge 84 e Display Determination 84

Si procede allo scarico di un missile Lance scomposto in 3 parti da un CH-47C dell'11° Gruppo Squadroni Ercole

In questo quadro di avvenimenti rilevanti, mentre Ustinov riaffermava l’immutabilità dell’assetto politico dell’Europa riferendosi particolarmente alla divisione delle due Germania, la Nato conduceva il nucleo più significativo delle manovre - ben 10 dei 26 episodi tattici complessivi - sul territorio tedesco. In questo contesto, l’episodio senz’altro più rilevante dell’Autumn Forge 84 è stata la verifica della capacità di trasferimento immediato di rinforzi dalla Gran Bretagna al fronte germanico, durante l’esercitazione Lionheart. Tutta una serie di novità ha accompagnato questi importante episodio, che ha riproposto, dopo quarant’anni, il tema dello sbarco degli alleati in Normandia. Sì è anzitutto avuto un massiccio impiego di uomini della riserva e delle forze territoriali britanniche. Dei 57.000 militari aviotrasportati dall’isola al continente, ben 35.000 erano volontari della Territorial Army (5), e 4500 erano inquadrati nella Reserv Force. Ad attenderli sul fronte della Reno erano i 74.000 uomini della BAOR (British Army of the Rhine), che avrebbero assunto il ruolo di forze provenienti dall’oriente. Durante questo stesso episodio si è cercato di applicare integralmente, negli scontri tra i due partiti, la logica del gioco libero, il cui andamento sarebbe stato giudicato da una commissione di esperti. Si è così cercato di eliminare uno degli aspetti più criticabili di questo tipo di manovre. Seguendo sempre i copioni troppo ben predeterminati, le esercitazioni non garantivano la possibilità di verificare le reali capacità di movimento in una condizione, come quella tipica dello scontro armato, caratterizzata dall’assoluta imprevedibilità. L’esercitazione che, all’interno dell’auto forze, ha visto la partecipazione delle forze armate italiane, è stata la display determinai Shaun 84, una serie di episodi che hanno coinvolto il fianco Meridionale della Nato dall’Italia alla Turchia. Dal 17 al 26 settembre si sono svolte nello scacchiere settentrionale italiano le operazioni aeroterrestre, coordinate dal generale di corpo di armata Giorgio donati, comandante dell’and South, culminate con un’esercitazione a fuoco notturna nel poligono che si trova alla confluenza dei fiumi Cellina e Meduna, presso Pordenone. Come del resto anche negli anni scorsi, le nostre forze hanno operato insieme ad uomini e mezzi di unità portoghesi, statunitensi e francesi (sei).

Commentando l’esercitazione, il generale Donati ha affermato che con questa manovra si volevano realizzare cinque obiettivi:

1) verificare e rafforzare le motivazioni dei nostri soldati;

2) migliorare l’addestramento e l’interoperatività sia dei singoli combattenti, che delle unità come insieme;

3) ottenere un sempre più efficace impiego dei sistemi d’arma disponibili;

4) verificare le capacità di supporto logistico per operazioni di una certa complessità;

5) mettere alla prova le strutture di comando, controllo, comunicazione alleate. Il programma era senza dubbio molto complesso ed articolato: al termine dell’esercitazione le nostre autorità e gli osservatori di forze alleate si sono dichiarati soddisfatti dell’andamento delle manovre. Vale la pena far notare che anche in Italia sono stati fatti notevoli sforzi per migliorare la mobilità delle forze terrestri. In questo senso è stato particolarmente significativo l’episodio che ha visto il trasferimento di uomini e mezzi della Brigata meccanizzata Goito da Solbiate Olona (Varese) al Tagliamento, in un’ipotetica azione di rinforzo delle difese per il contenimento di un attacco proveniente da oriente. La conferenza stampa organizzata al termine dell’esercitazione notturna conclusiva del Display Determination in Italia ha riportato l’attenzione degli osservatori sono problemi strategici e più generali. Lord Carrington, segretario generale della Nato, a ribadito di fronte ai giornalisti la fiducia dell’alleanza nella dottrina della risposta flessibile. Il ministro della difesa italiano, il senatore Spadolini, richiamandosi all’appello del generale Rogers per un incremento minimo del 7% nel bilancio delle forze armate di ogni singolo paese, ha affermato che per l’Italia non si può parlare di un aumento superiore del 3%.

Le fasi più significative della DD 84

L' E-3A Sentry dell'USAF, grande protagonista delle operazioni aeree della DD-84, in decollo da Aviano

Se, come ricordato in apertura dell’articolo, l’auto un forte 84 è stata concordemente definita come la manovra più complessa ma è tenuta in ambito nato, la Display Determination 84 non è stata certo da meno, articolata com’era su un ampio spettro di attività e aree geografiche, non che oltre modo ricca di episodi e situazioni particolari che hanno visto le forze partecipanti severamente impegnate in operazioni non proprio di routine, culminate nella spettacolare battaglia aeroterrestre notturna dell’Observer Event finale. In ordine cronologico va innanzitutto segnalato lato tattico a partiti contrapposti che il giorno 21 settembre ha avuto per protagonisti un gruppo tattico della brigata meccanizzata Goito, composto da 380 uomini e forte di 17 carri Leopard e 37 cingolati M-113 e V CC-2, in un’area destra attiva fin troppo angusta, ricavata sul greto del Tagliamento, tra Codroipo e Spilimbergo. Il gruppo tattico si era trasferito al completo da Solbiate Olona al Tagliamento in circa 10 ore sfruttando la normale rete viaria, autostrade incluse, con i Leopard trasportati a bordo dei nuovi complessi porta carri ATC-81, un mezzo logistico di capitale importanza e finalmente disponibile nei reparti di punta dell’esercito italiano. L’episodio, altamente spettacolare, ha dimostrato le buone capacità di guado dei mezzi cingolati impiegati e l’ottima preparazione degli equipaggi impegnati sia nell’attraversamento del corso d’acqua che nella corto sfruttamento delle caratteristiche morfologiche di un terreno ben diverso dalla baraggia dell’Oltrepò lombardo-piemontese, loro abituale teatro di esercitazione. Nel pomeriggio dello stesso giorno, la stampa è stata invitata ad assistere allo schieramento in campagna, in un’azione a margine del Piave immediatamente a sud di Conegliano, della 3a Brigata missili Aquileia, che ha mostrato in azione l’intero, articolato complesso dei mezzi a disposizione. Sono stati messi in batteria (sotto l’attenta supervisione dei militari americani che ne custodiscono le testate nucleari) alcuni missili lance, sia sulla fusto cingolato M-667, sia sulla fusto ruttato leggero M-740, quest’ultimo trasportato e messo in batteria da una squadra completamente e li trasportata a mezzo di due CH-47 Chinook. Sono stati quindi mostrati per la prima volta quattro obici semoventi M-110 A-due da 203/35, da pochissimo in dotazione ai due gruppi di artiglieria pesante della Brigata, il 1° Adige e il 9° Rovigo. Non si tratta in realtà di mezzi di nuova produzione, ma ho tenuti per conversione mediante la sostituzione della fusto e dei pezzo dai vecchi M-107 da 175/60. Il lavoro viene attualmente effettuato presso le officine Astra di Piacenza, che finora hanno riconsegnato otto esemplari completi. Il programma di ammodernamento di tutti i 36 M-107 in organico sarà completato entro il 1985. La seconda novità è stata costituita dalla presentazione ed al lancio simulato di un teleguidato Canadair CL-89 (denominazione Nato AN/USD-501), prodotto su licenza in Italia dalla meteo nei suoi stabilimenti di Ronchi dei Legionari. Anche questo ricognitori e senza pilota è di recente adozione per la brigata Aquileia, ad onta di una progettazione è tutt’altro che recente. Da circa un anno e equipaggia il 13º Graco (GRuppo ACquisizione Obiettivi) e la dotazione complessiva sarà di 60 esemplari. Nel frattempo unità alpine, rinforzata in qualche caso da forze paracadutista e portoghesi, erano impegnate in esercitazioni continuative in bianco, a partiti contrapposti nei giorni 19:20 settembre a Casera Razzo (non lontano dal Passo della Mauria) e il 24, sotto l’infuriare del maltempo e di una precoce nevicata, a Monte Croce Comelico, dove si sono visti nazione tutti nuovi mezzi di recente acquisizione da parte del quarto corpo d’armata alpino vale a dire i cingolati Hagglunds BV 206 e gli Alpenscooter della Fassa e i VTT ruotati Fiat 6614.

Il giorno 25 unità della Divisione Centauro e truppe portoghesi erano invece impegnate in attività dimostrative sul poligono di Candelo-Massazza, in provincia di Vercelli, mentre l’esercitazione più significative aveva luogo il giorno 26 con l’atto tattico finale, diviso in due fasi. Il primo, svoltosi sulla base di Aviano, avuto finalmente come protagonista assoluta l’aviazione. Velivoli di quattro nazioni (Stati Uniti, Portogallo, Francia, Italia) sono stati impegnati in un Joint Combat Raid, che ha visto, e rapida successione, il decollo suo allarme dall’aeroporto dei velivoli della difesa aerea (F-16 A e F-104S) e tre distinte ondate di formazione d’attacco, precedute e seguite dal sorvolo di un ricognitore. La dimostrazione si è conclusa con una sfilata aerea di tutti i velivoli partecipanti all’azione, tra cui due B-52 proveniente da Mildenhall. Il secondo, previo trasferimento al poligono ricavato alla confluenza dei torrenti ciellina e me duna, ha avuto inizio all’imbrunire e prevedeva azioni a fuoco reale con l’impiego sul terreno di 577 uomini, 54 carri M-60 e Leopard, 24 pezzi di artiglieria semovente M.-109, una sessantina di trasporti truppe M-113, VCC-1 e VCC-2, 7 postazioni lanciamissili controcarro Tow è Milan, nove elicotteri e 12 aerei per l’appoggio ravvicinato. Le aliquote della brigata Manin erano rinforzate da unità dei cavalleggeri guide, da una compagnia portoghese e posti di comando statunitensi. A una prima fase di ripiegamento di un posto di sbarramento sotto la pressione avversaria è seguita un’azione di arresto e contrattacco con l’abbondante impiego di missili contro caro, anche sbarcati o lanciati dagli elicotteri, concentramenti di artiglieria e interventi aerei, per concludersi con l’intervento delle forze corazzate meccanizzate in un quadro apocalittico di alta spettacolarità scenografica, dato l’abbondante uso di Bengala illuminanti e proiettili traccianti in aggiunta ai colpi delle artiglierie, all’esplosione dei bersagli incendiari e ai tiri delle armi individuali e di squadra. Malgrado il buio quasi assoluto è balzata agli occhi di tutti la precisione di tiro sfoderata da gli equipaggi dei carri, con gli M-60 A-1 finalmente dotati di sistemi di puntamento a intensificazione di luminescenza prodotti dall’industria nazionale (viceversa i Leopard impiegavano ancora gli ormai antiquati proiettori all’infrarosso, facilmente individuabili dal nemico). Estremamente significative al riguardo le parole di elogio indirizzate alle truppe da Lord Carrington al termine dell’esercitazione. La display determinai Shaun “navale“ ha impegnato circa una sessantina di unità di superficie e subacquee, prima fra tutte la porta aerei convenzionale d’attacco CV-66 America, che ha di volta in volta impiegato tutta la sua linea di volo in appoggio alle forze terrestri impegnate nell’Italia settentrionale, a copertura di operazioni di sbarco (Sardegna e traccia turca) e a protezione delle forze navali contro ogni tipo di minaccia sia aerea, sia navale, di superficie e non. Anche le forze navali - principalmente statunitensi, italiane, britanniche e turche - hanno operato a partiti contrapposti, impegnandosi in tutta la gamma di operazioni previste e prevedibili in un moderno conflitto sul mare.

Conclusione.

Un obice semovente M-110 A-2 del 1° Gruppo Artiglieria Pesante Volturno in batteria

Al momento di fare un bilancio sulle grandi manovre militari tenuto e contemporaneamente dalla Nato e del patto di Varsavia, è possibile constatare che, come è stato affermato in apertura, l’importanza dell’esercitazione è andata bene aldilà della sola sfera militare. Per quello che riguarda il blocco orientale, sono sembrati emergere elementi che indicano l’attraversamento di un notevole periodo di incertezza, sia a livello politico che a livello militare. La secca difesa di ordinamenti che risalgono alla seconda guerra mondiale può anche essere il sintomo del timore di perdere il controllo-o comunque di difficoltà nel suo mantenimento-dei paesi satelliti dell’Urss. La vicenda Ogarkov è un altro elemento che indica una notevole incertezza a livello di scelte strategiche: è comunque senz’altro prematura una interpretazione definitiva della vicenda. Anzitutto l’ex capo di Stato maggiore generale era un protetto di Ustinov, personaggio che resta potente. E la sua assegnazione al posto di comandante del teatro europeo occidentale, che dipende direttamente da S. Akromeyev, il suo successore, può essere interpretata da un lato come un’effettiva perdita di potere ma dall’altra non va dimenticato che, nel caso di uno scontro fra le forze della Nato e del patto di Varsavia, questo settore sarebbe certamente è molto importante: l’incarico dato a Ogarkov cosa potrebbe quindi essere quello di riorganizzare le forze armate di questo teatro secondo principi che non prevedono l’impiego di armi nucleari, sia di teatro che strategiche. Resta il fatto che il rifiuto di invitare osservatori alle proprie manovre è indice di una situazione è molto fluida. Per quello che riguarda il fronte occidentale, le manovre autunnali sono invece state l’occasione per riaffermare, da parte dei vertici militari, i principi operativi comportati dall’adozione della dottrina tattica Strike Deep. Ma, come ha dichiarato lo stesso Rogers, è necessario un incremento degli sforzi finanziari da parte degli alleati: essi sono già registrate le avvisaglie di notevoli divergenze d’opinione circa questo particolare aspetto della nuova dottrina. Del resto, se hai notato come la teoria abbia trovato degli autorevoli critici non solo tra i politici, ma anche tra gli esperti militari. Comunque, le manovre auto un forse 84 saranno ricordate per l’intenso ruolo che vi hanno svolto le forze britanniche e per il tentativo di sciogliere le esercitazioni dagli schemi di svolgimento preordinati, che costituiscono senza dubbio uno te vuole freno alla capacità di iniziativa dei singoli, sia non graduati, che comandanti. 

Note

1 - Si può affermare che gli elementi riassunti dalla formula C³ (comando, controllo, comunicazione) non sono che particolari momenti del processo di gestione dell'informazione.

2 - E' interessante ricordare che la famosa descrizione di un ipotetico terzo conflitto mondiale fatta dal britannico J.Hackett, un esperto in questioni militari, vede i sovietici servirsi proprio di manovre addestrative come copertura della mobilitazione delle proprie forze. Hackett ipotizza anche che, senza rispettare gli accordi di Helsinki del 1975, i sovietici non invitarono osservatori della Nato alle suddette manovre: il tutto si svolge nell’agosto 1985!

3 - 4 Si veda, a proposito degli OMG RID 10/84 e, riguardo alla dottrina Strike bip, RID 7/8/83.

5 - La Territorial Army è composta da volontari che, un fine settimana sì, ed uno no, se a destra e uno sotto la guida dei militari di carriera, i soldati semplici ricevono una paga giornaliera equivalente a 140.000, è un premio anno fra le 350.000 e le 900.000 lire, a seconda dell’anzianità di servizio. Con questo sistema, la Gran Bretagna, con il 4% del proprio bilancio militare, a destra 70.000 uomini, cioè il 30% delle sue forze armate terrestre. Può essere interessante notare che molti dei partecipanti alla Lionheart hanno dovuto utilizzare le proprie ferie per non mancare all’appuntamento!

6 - Per informazioni più dettagliate sulle unità che hanno partecipato al Display Determination 84 si consulti il riquadro presentato a parte.

 

Tactical Evaluation al 101° gruppo
Da Rivista Italiana Difesa N° 11 novembre 1984

Un pilota del 101° Gruppo componente di volo dello stormo, in attesa di decollare su allarme

Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare ha acconsentito per la prima volta ad alcuni rappresentanti della stampa nazionale, tra cui l’inviato di Rid, di seguire per il pubblico uno dei più importanti atti operativi dei suoi reparti. Intendiamo parlare della famosa Tactical Evoluation, cioè quel particolarissimo esame cui vengono sottoposte le unità dell’arma azzurra al fine di giudicare quale sia la loro reale capacità di svolgere i compiti assegnati dei piani dell’Alleanza Atlantica.

La Tactical Evoluation è cosa tutta particolare: la si potrebbe definire genericamente una esercitazione, ma con notevoli differenze, nel senso che qui non ci sono temi tattici prestabiliti e le operazioni si svolgono senza seguire uno schema conosciuto. In compenso ci sono i giudici (sempre molto esigenti) forniti dall’Aeronautica e dalla aviazione Nato, che tutto seguono, scrutano, valutano. “Un bel giorno - mi dice un ufficiale pilota che di Tactical Evoluation ne ha viste tante - ti vedi arrivare una distinta commissione che si presenta al cancello e dichiara la base sotto ispezione. Guardano tutto: quanto personale cioè, l’efficienza della linea di volo, la logistica, i supporti… Prendono nota e avvertono: tra un mese torniamo per aperte per “guerra“.

La “guerra“ in gergo è la parte più dura della valutazione, nel senso che la base ed il reparto che la ospita vengono messe in stato d’allarme, come se ci fosse davvero in corso un evento bellico e per una settimana uomini e mezzi, giorno e notte sono messi sotto pressione. Guardie ai cancelli in mimetica, filo spinato, velivoli sempre pronti al decollo: si agisce secondo i suggerimenti della propria professionalità ed esperienza. Gli ordini arrivano senza preavviso: ora è la volta di una missione d’attacco o di ricognizione, ora si deve compiere un’azione di appoggio tattico, in un’altra occasione ci si deve difendere da una salto aereo “avversario“. Tutti, dal comandante all’ultimo aviere di leva, sono mobilitati, ma non sanno secondo quali temi si dipana era la valutazione. Dal modo in cui assolveranno le diverse esigenze operative riprenderà il voto finale su reparto. Abbiamo vissuto questa in edita (ed emozionante) esperienza presso l’ottavo stormo caccia bombardieri ricognitori sulla base di Cervia. Il reparto a quale componente di volo il 101° Gruppo dotato di circa una ventina dei monoposto G-91 Y. L’ottavo a quale comandante il colonnello pilota Cominato. Cervia fa parte della cerchia delle basi ami cosiddette indurite, nel senso che i velivoli sono ospitati nei famosi Shelters di cui la Nato raccomandò l’adozione nello scorso decennio, a fronte delle migliorate capacità offensive delle abitazioni del patto di Varsavia. Il modo in cui sono disposti ed orientati gli hangar corazzati, le bretelle e la pista è tale da consentire un’elevata capacità di sopravvivenza della base in caso di attacco nemico.

Completati i controlli e le procedure di armamento, un G-91Y si avvia al decollo

“Il G-91 Y può atterrare corto-spiega uno degli ufficiali “Giudici“-e nel caso in cui venisse centrata la pista principale ci si potrebbe servire delle bretelle di raccordo. Il caso è stato previsto che se non è tenuto conto nella disposizione degli hangar“. Per il resto la difesa della base è assicurata da mitragliatrici da 12,7 mm (abbiamo visto un complesso quadrinato) sulla cui efficacia bellica è inutile aggiungere altre parole a quanto è già noto: l’AMI sta del resto introducendo in servizio il sistema SPADA. Per quattro giorni a Cervia si è vissuto sotto pressione: i piloti hanno compiuto ciascuno più di una missione quotidiana e sono stati chiamati ad ogni genere di intervento: aereo cooperazione con unità terrestri e navali, interdizione, ricognizione, attacchi. A terra gli specialisti si sono dannati l’anima per tenere in efficienza le macchine, rifornirle, amarle, controllarle: il tutto sotto gli occhi attenti degli esaminatori che guardavano, giudicavano, scrivevano punteggi e valutazioni a getto continuo. La commissione non ha trascurato nulla: ha voluto vedere lo sgombero dei centri di comando, addirittura della intera base, la fatta a salire da formazioni di effe-104 fatti venire da un altro reparto, a chiesto l’intervento dei PD-808 del 14º Stormo per rendersi conto a che punto si era in fatto di guerra elettronica, a mandato gli Yankee ad attaccare una postazione di missili Hawk dell’esercito nel ravennate. Spieghiamoci meglio: quando parliamo di “attacchi“ ci riferiamo sempre ad atti in bianco, con gli aerei privi dell’armamento di caduta. Non è stato sparato un solo colpo, quindi però si è controllato come e in quanto tempo le bombe venivano preparate e come le si sarebbe caricate, in qual modo venivano condotti gli attacchi, come erano riconosciuti i bersagli eccetera insomma, sotto il sole canicolare di luglio l’ottavo stormo ha passato i suoi esami, il che in un periodo consacrato nelle scuole alle maturità sembra essere di prammatica. Se non che il comandante comminato ed i suoi uomini si sono trovati davanti ad una commissione di 50 esaminatori che non apparivano certo in vena di indulgenze o promozioni facili. Ne abbiamo vista una di queste commissioni all’opera: ne facevano parte due ufficiali piloti USA, uno appartenente al famoso 81º TFW di Woodbridge (montato su A-10), l’altro del non meno celebre “Aggressor Squadron“. Tema da svolgere: attacco di due Yankee ad un concentramento di truppe nemiche a ridosso dello schieramento “amico“. Nel ruolo di FAC un pilota dell’ottavo. Nella realtà: avvicinamento, riconoscimento e attacco sulle colline dell’entroterra di tre utilitarie coperte di polvere (e quindi difficili da vedere) e di un casolare abbandonato. Il che per un pilota che debba avvicinassi non visto, trovarli in un mare di verde, configurarsi per colpirli e poi attuare le procedure di scampo, è un giochetto niente male. O almeno così ci si ci è parso: nel senso che per noi era un lavoro non facile.

Uno YANKEE in volo si appresta a rientrare sulla costa

Con una punta di malcelato orgoglio campanilistico abbiamo visto due G-91 Y fare tutto ciò nel giro di tre passaggi, in modo rapido, pulito, Efficace. Se ci fossero stati davvero dei target da colpire lo sarebbero stati. I due esempi esaminatori a parevano soddisfatti. Tiriamo qualche considerazione conclusiva: è ben noto che le simulazioni in campo militare hanno sempre dei limiti. Però resta contesto serio per conoscere meglio se e come un reparto risponde a determinati standard operativi, che per il nostro paese sono quelli della Nato. Da questo punto di vista le Tactical Evoluation sono certamente utilissime. L'Aeronautica Militare e fiera di essere l’unica forza armata nazionale a sottoporsi a questo genere di prove, alle quali si può verosimilmente e vincere il suo livello di assimilazione delle metodologie operative dell’alleanza atlantica. Solo Yankee non c’è molto da dire, se non che fa il suo dovere onestamente. Certo, secondo giudice giudice americano con il quale abbiamo scambiato qualche parola, lo stesso tipo di compiti che ha da noi il G-91 Y l'USAFE li assolve con A-10, che è macchina di tutt’altra tempra. E poi noi non ci sentiamo nemmeno di sottoscrivere del tutto questa affermazione, perché il nostro aereo non deve fare solo la caccia ai carri o l’appoggio tattico, ma deve pur poter operare come velivolo da interdizione, con capacità di colpire i centri del potenziale industriale e militare avversario, cosa che l'A-10 non è previsto che faccia. Dunque siamo in presenza quasi più moltiruolo, che però a due cannoni da 30 mm, ottimizzati per il combattimento aria aria, dispone di un limitato carico di caduta e di un avionica che è quella che è. Illuminatori laser, bombe “intelligenti“, missile anticarro a guida IR, ordigni antipista o missili “fire and forget“ non fanno parte della sua panoplia. Però è discretamente veloce (quando lo vedi l’hai già addosso) e maneggevole. Insomma un purosangue prossimo ad una onorato pensionamento che fa bene quello che può. Diventa in effetti un’arma efficace in mano a piloti e specialisti che ci sanno fare. E qui il discorso, passando al personale, cambio di tono. Abbiamo visto con piacere un complesso operativo (tutto l’8° Stormo) in piena efficienza, affiatato, motivato e professionalmente attestato suoi ottimi livelli, come del resto dimostrato dall’eccellente andamento della Tactical Evoluation. L’Aeronautica Militare non dispone di grosse fette di bilancio e con il progredire della tecnologia le sue esigenze aumentano sempre di più, imponendo sempre più pressanti aggiornamenti. Però con quello che passa il convento si fa tutto l’umanamente possibile per assicurare al paese una difesa efficace e credibile, senza sperperare il nulla delle già scarse energie disponibili. Il che, dato il periodo in cui viviamo, significa già superare pieni voti un ben arduo esame. Anzi, una TacEval. Di Massimo Ferrari.

 

Pechino: parata a sorpresa
Da Rivista Italiana Difesa N° 11 novembre 1984

Una formazione dei nuovi semoventi da 152 barra 39 mm.

Il 1 ottobre u.s., nel quadro delle solenni celebrazioni per il 35º anniversario della creazione della Repubblica Popolare Cinese, si è svolta a Pechino una grande parata militare.

Forse proprio per far meglio rimarcare la solennità dell’avvenimento, le autorità cinesi hanno deciso di presentare per la prima volta in pubblico non meno di 10 nuovi sistemi d’arma di diverso tipo, che costituiscono il risultato del deciso sforzo cinese verso l’autosufficienza e il rimodernamento delle forze armate.

L’esistenza di alcuni di questi sistemi era già nota, mentre altri hanno costituito una sorpresa totale.

Il missile strategico intercontinentale CSS-3, su cui attualmente riposa gran parte del deterrente nucleare strategico della Repubblica popolare. Si ritiene che il missile abbia una gettata e circa 7000 km e una testata unica da 2 MT

Nel complesso, i cinesi hanno mostrato per la prima volta:

1) due tipi di semoventi da artiglieria;

2) una nuova versione del carro T-59 designata T-69 ed equipaggiata - grossa sorpresa - con il pezzo inglese L7 da 105/51 mm. Il nuovo carro è in pratica identico alla conversione presentata dalla Royal Ordnance Factories alla recente BAEE; tuttavia, non è affatto sicuro che il programma cinese sia venuto con l’appoggio britannico. Vi sono insistente indicazioni secondo cui i cannoni, e l’assistenza tecnica necessaria alla conversione, siano stati forniti da Israele;

3) un veicolo per la semina di mine anti-personale e contro caro;

4) un missile antinave superficie superficie;

Il nuovissimo missile superficie superficie al penale, che non risulta signora imbarcato su alcuna classe di navi da guerra della marina cinese.

5) un ICBM (missile balistico intercontinentale);

6) due IRBM (missile balistico a medio raggio);

7) due missili balistici lanciati da sottomarini.

Da rilevare inoltre che gli oltre 6000 uomini che hanno preso parte alla parata sfoggiavano nuove uniformi, molto più eleganti e marziali delle uniformi tutte usate sinora.

 

DISPLAY DETERMINATION '84
Da Panorama Difesa N° 14 1984

Le Forze Terrestri Alleate del Sud Europa e la 5ª A.T.A.F. mettono alla prova il coordinamento operativo dei reparti alleati. Un'esercitazione anti-desant sul poligono di Candelo-Massazza.

Pordenone. Dal 17 al 26 settembre lo scacchiere nord-orientale italiano è stato interessato dalla suggerimento di Display Determination '84, l’esercitazione Nato che si svolge annualmente nella regione meridionale dell’Alleanza. Giunta quest’anno alla sua decima edizione, l’attività rientra nel più vasto quadro d’operazioni denominate “Autumn Forge” che hanno per teatro l’area dell’ACE (Comando Alleato in Europa) compresa tra Capo Nord e il confine turco-russo. “Display Determination” ha avuto come al solito lo scopo di perfezionare l’efficienza operativa, il coordinamento e l’interoperabilità delle forze aeree, navali e terrestri dei paesi partecipanti dimostrando nel contempo la solidarietà interalleata e la capacità di rinforzare con tempestività le aree più deboli della regione meridionale nell’eventualità di una crisi.

L’esercitazione è stata diretta dall’ammiraglio dell'U.S. Navy William N.Small, comandante in capo delle forze alleate del Sud Europa. Alle operazioni svoltesi nell’Italia nord-orientale, dirette dal generale Giorgio Donati comandante della FTASE, hanno partecipato unità del 3°, 4° e 5° Corpo d’Armata, dell’Artiglieria Contraerea dell’Esercito, della Brigata Paracadutisti “Folgore” e della Brigata Missili “Aquileia“. Il rinforzo esterno è stato assicurato da elementi della 1ª Brigata Mista Indipendente portoghese e dalla 30ª brigata meccanizzata della North Carolina National Guard. Il supporto aereo alle forze terrestri è venuto da reparti italiani, portoghesi, statunitensi e francesi il cui impiego è stato coordinato dal generale Gioacchino Papacchini, comandante della 5ª A.T.A.F. (forza aerotattica alleata). L’esercitazione ha consentito al comando FTASE di acquisire elementi di valutazione circa i problemi organizzativi connessi con l’afflusso e lo schieramento di rinforzi esterni nel proprio scacchiere e con la pianificazione relativa al loro impiego.

Display Determination va inquadrata in uno scenario geopolitico ipotizzante un progressivo deterioramento della situazione internazionale e l’adozione, da parte delle autorità nazionali e Nato, di una serie di misure culminate nell'assegnazione al comando FTASE dei rinforzi extra settore previsti dalla pianificazione vigente. A partire dal 18 agosto i reparti interessati hanno iniziato la preparazione per il trasferimento ai punti d'afflusso in Italia. Gli elementi avanzati e il grosso della 1ª Brigata Mista Indipendente portoghese sono arrivati, rispettivamente, agli aeroporti di Istrana e Venezia-Tessera. Le forze della 30ª brigata meccanizzata della Nord Caroline National Guard sono invece affluite da Fort Bragg, loro dislocazione di pace negli Stati Uniti, agli aeroporti di Aviano e Venezia-Tessera.

Quest’anno la partecipazione del reparto statunitense è stata limitata ai quadri del comando brigata e dei comandi dei battaglioni e gruppi indipendenti.

Il 12 settembre sono iniziate le “ostilità” simulate lungo il confine nord-orientale con l’attacco del blocco arancione nei settori del 4° Corpo d’Armata alpino e del 5° Corpo d'Armata. Nonostante la resistenza opposta dal partito azzurro il 18 settembre le forze arancioni hanno sfondato nel settore in pianura aggiungendo il fiume Tagliamento a 25 km da Pordenone. Questa fase, sviluppata essenzialmente a livello di posto comando, ha consentito agli Stati maggiori di collaudare la pianificazione e le procedure operative congiunte. Dal 19 settembre le manovre sono entrate nel vivo. Il 3° Corpo d’Armata ha svolto esercitazioni con paracadutisti italiani e portoghesi e due atti tattici: uno sul poligono di Candelo-Massazza, al quale hanno partecipato unità della divisione “Centauro“ e truppe portoghesi, e l’altro sul fiume Tagliamento, condotto dalla Brigata Meccanizzata “Goito“. Questa unità, una delle quattro brigate del 3° Corpo d’Armata che costituiscono la riserva dello scacchiere nord-orientale, ha trasferito per la prima volta un gruppo tattico (380 uomini, 13 Leopard 1A1 e 37 M 113 appartenenti ai battaglioni bersaglieri “Palestro“ e “Poggio Scanno“ e al 4° Battaglione Carri “Passalacqua“) dalla sede di Solbiate Olona alla linea difensiva del Tagliamento. Durante l’atto tattico, nel corso del quale il gruppo meccanizzato ha provveduto ad eliminare una penetrazione nemica ad ovest del fiume, sono state impiegate anche forze aeree: in appoggio agli invasori arancioni sono arrivati gli A-10 dello 81ˢͭ TFW, mentre il partito azzurro a chiesto e ottenuto l’intervento dei G 91 Y di Cervia.

Un esempio di quanto potrebbe accadere nel caso in cui un ipotetico nemico, oltrepassata la linea del Tagliamento, riuscisse ad avanzare verso il Piave e di qui verso la pianura padana è stato fornito dalla dimostrazione organizzata dalla 3ª Brigata Missili proprio sul Piave. L’azione è culminata nel montaggio e nella messa in posizione di un missile terra-terra Lance, ha visto l’arrivo piuttosto inconsueto del sistema d'arma a bordo di due CH-47 dell’esercito. Dal primo Chinook è stato prontamente scaricato il lanciatore cingolato M752, mentre con il secondo elicottero sono giunti lo stadio propulsore e la testata del missile nonché una squadra di fucilieri addetti alla difesa della postazione di lancio. Il missile stato assemblato manualmente a tempo di record e messo in posizione pronto ad essere lanciato verso l’obiettivo. Le testate (nell’area delle manovre erano schierati altri Lance) sono state sorvegliate avvista dai militari statunitensi del 12º Artillery Detachment che le hanno in custodia.

La 3ª Brigata Missili, comandata dal generale De Pasqua, ha presentato anche il nuovo obice da 203/39 mm M110A2. Otto esemplari del semovente, ottenuto dalla modifica degli M 107/M 110 ad un costo unitario inferiore ai 200 milioni di lire, sono già in dotazione al 27º Reggimento Artiglieria Pesante Semovente di Udine; entro il 1992 tutti gli M 107 con cannone da 175 mm dovrebbero essere sostituiti dal nuovo mezzo. L’esercitazione e continuata con la simulazione di una missione di ricognizione ad opera di una “Drone“ ASND 501 appartenente al 13º Gruppo Acquisizione Obiettivi (GR.AC.O.). La dimostrazione, alla quale ha assistito il generale Donati che ha definito la 3ª Brigata Missili “la perla dell’Esercito Italiano“, si è conclusa con un lancio di precisione di quattro paracadutisti del 13º GR.AC.O. Questi uomini appartengono ad un’unità speciale, di stanza a Verona-Montorio, che in Italia trova un equivalente per preparazione e capacità solo nel battaglione d’assalto “Col Moschin”.

Nell’area del 4° Corpo d’Armata Alpino, di cui ha assunto il comando proprio nel corso delle manovre alleate il generale Cavazza, si sono svolte numerose attività addestrative comprendenti tra l’altro una esercitazione in bianco a partiti contrapposti condotta da unità delle brigate “Cadore” e “Julia” nell’area di Casera Razzo e due atti tattici nelle aree di Passo Monte Croce di Comelico e Soglia di Dobbiaco, dove sono state impiegate le brigate “Cadore”, Julia” e “Tridentina” assieme a unità paracadutiste italiane e portoghesi.

Alla “Display Determination” hanno preso parte anche unità dell’artiglieria contraerea dell’esercito che ha schierato reparti dotati di missili terra-aria Hawk e cannoni da 40/70; alle dipendenze del generale Mario de Sterlich hanno operato circa 900 uomini e 240 mezzi. Le unità contraeree, in cooperazione con altri reparti terrestri, hanno concorso alla difesa di un’ampia zona dell’Italia settentrionale assicurando in particolare la copertura a bassa quota di basi aeree e di altri obiettivi di primaria importanza. Le unità missilistiche hanno operato da postazione di campagna al fine di assicurare, in stretta integrazione con gli analoghi sistemi dell’Aeronautica Militare, la difesa dello spazio aereo nazionale.

Il 26 settembre si è svolto sul poligono del Cellina-Meduna (a 20 km da Pordenone) l’atto tattico finale dell’esercitazione, denominato “Observer Event“. La manovra, cui hanno assistito il Segretario Generale della Nato Lord Carrington e il ministro della difesa Giovanni Spadolini, è stata preceduta da una dimostrazione tattica dell’aviazione alleata contro la base di Aviano. Si è trattato di un’incursione operativa congiunta (JCR, Joint Combined Raid) nel corso della quale l’aeroporto è stato attaccato ad intervalli brevissimi da gruppi di incursori appartenenti a diverse nazioni; si è voluto in tal modo di mostrare il grado di integrazione e coordinamento raggiunto dai reparti aerei della 5ª A.T.A.F.. Lo svolgimento tattico è stato suddiviso in quattro fasi: il decollo su allarme da Aviano di una coppia di F-104 del 51º Stormo e di sei F-16 del 401º TFW nel ruolo di intercettori del partito arancione, seguito da tre ondate dei velivoli d’attacco accompagnati da ricognitori RF-104G del 3° Stormo. Alla JCR hanno preso parte gli F-16 precedentemente decollati da Aviano, Quattro tornado di Ghedi, quattro F-104S del 5° Stormo, quattro Jaguar dell’Armee de l'Air provenienti dall’alta Corsica dove erano stati rischierati per l’occasione, una coppia di B-52 G dello Strategic Air Command decollati da Middenhall “Inghilterra” e tre copie rispettivamente di A-6, A-7 ed F-14 lanciati dalla porta aerei U.S. America in navigazione al largo della Corsica.

Protagonista dell'”Observer Event” svoltosi in due fasi, una diurna è una notturna, è stata la 132ª Brigata Corazzata “Manin” di Aviano rinforzata dal 19º Gruppo Squadroni Cavalleggeri “Guide”, dal 12º Gruppo Artiglieria Campale Semovente “Capua”, da una compagnia eliportata della !ª Brigata Mista e Indipendente portoghese e da elicotteri dell’A.L.E. (AB 204 e 205 del 5° “Rigel”, AB 206 del gruppo ricognitori “Capricorno” e un A 109). Nel corso dell’esercitazione, in cui il gruppo tattico corazzato ha arrestato e distrutto unità arancioni precedentemente penetrate nelle postazioni difensive azzurre, sono stati impiegati i carri Leopard (dotati di sistemi di puntamento notturno ad intensificazione di luce), cingolati M 113 ed obici da 155 mm e sono stati sparati numerosi missili controcarro Milan e TOW (due di quest’ultimi sono stati lanciati anche dall'A 109). A sostegno dell’azione del partito azzurro sono anche intervenuti aerei dell'A.M.I., dell'USAFE e dell'U.S. Navy (un Tomcat, quattro A-10, quattro G 91Y, due Intruder, due Corsair II e una coppia di RF-104).

Al termine dell’esercitazione, diretta dal generale Gianattasio comandante della divisione “Ariete”, particolare apprezzamento è stato espresso per il livello di preparazione dei soldati (tutti giovani di leva con un massimo di otto mesi di servizio) e per il soddisfacente grado di integrazione del rinforzo portoghese con i reparti italiani. Il generale Donati ha sottolineato che “l’efficacia operativa delle forze armate e data da cinque fattori strettamente interdipendenti: la motivazione dell’uomo; l’addestramento ai vari livelli; l’impiego di armamenti ed equipaggiamenti moderni; sostegno logistico adeguato; un sistema di comando e controllo flessibile. Il trascurare uno solo di questi fattori“ - ha concluso Donati - “è motivo di grave compromissione se non di annullamento del valore deterrente e della credibilità di una forza difensiva“.

Un concetto ribadito dal ministro Spadolini, il quale ha aggiunto che “forze armate alleate moderne ed efficienti, professionalmente preparate, intimamente motivate e al passo con le esigenze addestrative imposte dall’evoluzione tecnologica sono condizioni indispensabili per mantenere quell’equilibrio che solo può prevenire il pericolo di un conflitto e allentare le tensioni“. Lord Carrington, dal canto suo, ha affermato che “l’Alleanza si è posta l’obiettivo di salvaguardare la credibilità militare e l’autorità politica in modo da rendere impossibile una terza guerra mondiale, e ciò è stato fatto. L’Occidente deve la sua prosperità a coloro che nel quadro dell’Alleanza hanno operato per consentirci di vivere in pace“. A Display Determination '84 hanno preso parte 12.000 uomini, 150 carri armati, 225 lati, 99 pezzi di artiglieria, 1244 e mezzo ruotate, 110 aerei da combattimento, 40 elicotteri e 10 velivoli di supporto.

 

Le onde millimetriche e le loro applicazioni militari
Da Rivista Italiana Difesa N° 10 ottobre 1984

Prosegue (implacabile!) La nostra serie di articoli di “ripasso“ e tecnologico. Questa volta , A dire il vero, non si tratta di una “ripasso” ma di una novità, visto che , Almeno a quanto ci risulta, i principi fisici dei sensori a onde millimetriche e le loro applicazioni non sono mai stati descritti sulla stampa di divulgazione scientifica italiana (di difesa e non). Chi ci segue saprà che le onde millimetriche sono considerate come una delle più promettenti innovazioni degli ultimi anni, sia nel settore dei radar di scoperta e inseguimento che in quello dei sistemi di auto guida per missili e munizioni amento “geniale“. Sinora, siamo stati costretti a parlare di onde millimetriche senza entrare in dettagli; é ora venuto il momento di vederci un po’ più chiaro. L’articolo è dovuto ad un gruppo di ingegneri della Electron Dynamics Division della Hughes Aircraft, che desiderano mantenere l’anonimato.

Le onde millimetriche offrono una soluzione molto attraente per aggirare i punti deboli delle altre microonde, grazie alla maggior larghezza di banda, alla più elevata risoluzione spaziale, alla bassa probabilità di intercettazione, alla scarsa suscettibilità alle interferenze e alle ridotte dimensioni necessarie per l’antenna. La loro capacità di penetrare con grande facilità attraverso nuvole, fumo, nebbia e polvere le rende molto più interessanti delle lunghezze d’onda o IR per tutti sistemi che devono poter funzionare anche contempo verso o comunque in presenza di oscuranti; e inoltre, il fenomeno dell’assorbimento molecolare selettivo che si verifica nello spettro millimetrico offre una interessantissima soluzione a molti altri problemi speciali. Attualmente, le onde millimetriche sono usate per comunicazioni, radar, radiometria, guida missili e per la misurazione di distanza e con estrema precisione (a parte molte altre applicazioni nella medicina, nell’industria e nella ricerca pura e applicata). Le prime ricerche nella porzione a lunghezza d’onda millimetrica dello spettro elettromagnetico vennero stimolate da sviluppi sia scientifici (spettroscopia molecolare) che militari (radar). La possibilità pratica di generare segnali su lunghezze d’onda prossime ad 1 cm venne dimostrata per la prima volta negli anni '30, nel corso di studi sulla risonanza molecolare dell’ammoniaca; e nello stesso tempo, le ricerche sul radar presero l’avvio definitivo sia in Gran Bretagna Che negli Stati Uniti e Germania. Nel caso specifico dei radar, si ebbe immediatamente la tendenza a cercare di utilizzare bande di frequenza sempre più elevate allo scopo di ottenere una elevata direttivi ta anche con le antenne, di relativamente dimensioni ridotte, che è possibile installare a bordo di una nave e, soprattutto, di un aereo. Tuttavia, già durante le prime fasi della seconda guerra mondiale apparve evidente che quasi tutte le esigenze connesse con la scoperta e l’inseguimento di aerei avversari potevano essere soddisfatte da radar operanti su frequenze pari o inferiori a 10 GHz. Il Radiation Laboratory del Massachusetts Institute of Technology, in quegli anni, di realizzare un radar so lunghezze d’onda di 1 cm; ma la cosa si risolve in un fallimento in quanto la frequenza prescelta era molto prossima alla risonanza da assorbimento della molecola di vapore acqueo e quindi la portata del radar risultava molto ridotta. A causa di questo insuccesso, e anche perché non vera nulla di più piccolo di un aereo che si dovesse cercare di scoprire, per tutta la durata del conflitto non vi fu più alcun reale interesse a sviluppare radar operanti su frequenze superiori ai 30 GHz. Dopo la fine della guerra, le ricerche sulle onde millimetriche continuarono al Naval Research Laboratory della marina americana (per applicazioni militari), e presso il Bell Telephone Laboratories’per applicazione nel settore delle telecomunicazioni. Verso la fine degli anni 50, anche la Hughes Aircraft entrava nel settore con un programma di ricerca e proprio. Un primo punto di importanza capitale fu la scoperta che un tubo a onda progressiva (TWT, Travelling Wave Tube) a doppia cavità poteva lavorare a frequenza pari o superiori ai 100 GHz, producendo centinaia di watt di potenza. Un’altra fase molto importante nello sviluppo dei sensori ad onde millimetriche si verificò nel corso degli anni 60, grazie alla notevole mole di lavoro effettuati dai BTL nel settore delle componenti allo stato solido per ripetitori di guida d’ombra sulla bando da 40 a 100 GHz. Alla metà degli anni 60, le attività di ricerca sui tubi a onda progressiva vennero affiancati dallo sviluppo dei semiconduttori. Nel 1970, la Hughes iniziò a produrre in serie il primo generatore di onde millimetriche allo stato solido: è oggi molte ditte dispongono di un ampio catalogo di componenti e strumenti che operano sulla banda da 18 a 160 GHz, e si continua a lavorare per raggiungere frequenze ancora più elevate.

Le applicazioni pratiche

A) i sensori passivi.

I radiometri a microonde (cioè, per semplificare, dei sensori passivi) sono usati già da molti anni per ricerche metereologiche, radio-astronomia e nella strumentazione da laboratorio. La recente messa a punto di componenti a onde millimetriche allo stato solido, a banda larga e con basso livello di rumore ha stimolato un considerevole interesse per lo sviluppo di apparati del genere destinati alla identificazione di bersagli a terra; quelli che in genere vengono definiti “sensori a onde millimetriche passivi“. L’interesse è accresciuto dal fatto che questi radiometri (o sensori, nella terminologia militare) sarebbero molto compatti e leggeri, assai affidabili e poco costosi. In essenza, un sensore passivo a onde millimetriche è un ricevitore a basso rumore ed a alto fattore di guadagno che identifica la radiazione termica di un bersaglio rispetto al terreno. Per capire come funziona la cosa, è necessario riflettere sul tipo di “segnale“ che un sensore di questo genere, che guarda dall’alto verso il basso, ha a sua disposizione per effettuare l’identificazione: il “segnale“ risulta dal contrasto nella temperatura radiometrica (che non ha nulla a che fare con la temperatura normale) che esiste tra un oggetto metallico - che sempre più o meno riflettente - e il terreno. Una ipotetica superficie riflettente perfetta rifletterebbe esattamente la temperatura del cielo; ma alle frequenze millimetriche, un oggetto metallico a una capacità di emissione prossima allo zero, mentre quella del terreno è di circa uno. La temperatura radiometrica del terreno è in genere, con temperatura ambiente normale, attorno ai 290 ° K: di conseguenza, il “segnale“ a disposizione T è pari a: T = circa 209 °K- T cielo Semplice, no? Un attimo di attenzione, però: non confondete quanto si è detto con i sistemi di visualizzazione dell’immagine termica o con una cosa del genere! Non è che il bersaglio venga scoperto perché è “caldo“; al contrario, alla sua lunghezza d’onda, il nostro sensore lo vede più “freddo“ del terreno circostante, in quanto il carro riflette parte della radiazione naturale che invece il terreno assorbe. Dal momento che parte della radiazione viene assorbita dall’atmosfera, la temperatura radiometrica del cielo è strettamente legata alle condizioni meteo e alla frequenza. Inoltre, essa dipende anche dall’angolo di visuale dell’antenna del sensore, visto che l’assorbimento è molto più elevato se si guarda al cielo in orizzontale o quasi che non allo zenith.

Alle frequenze più basse, siano differenze di temperatura radiometrica più elevate (il cielo appare più “freddo“). Tuttavia, dal momento che in un sensore il diametro dell’antenna è quasi sempre un fattore fisso a priori, per ottimizzare il segnale di identificazione si deve tener conto non solo del fattore già visto, ma anche del fattore di “riempimento del fascio“ (BFF, Beam-Fill Factor). Non lasciatevi spaventare dalle parole difficili: significa solo che nella maggioranza dei casi, la superficie di terreno esplorata dall’antenna è molto più estesa della superficie offerta dal bersaglio. Ne risulta che il “salto“ di temperatura radiometrica risulta diluito. E quindi meglio lavorare con frequenza è molto elevate, che consentono di usare antenne di piccolissimo diametro: la superficie esplorata è ridotta, e il bersaglio - se c’è - risulta immediatamente.

B) i sensori attivi.

Ma c’è un problema. I sensori radiometrici passivi a onde millimetriche anno, sì, una elevatissima sensibilità; ma hanno anche una portata piuttosto ridotta (tra chi si occupa di queste cose, si dice che sono “miopi“), in quanto alle frequenze millimetriche l’emissione termica comporta livelli di energia molto bassi. Ad esempio, una differenza di temperatura radiometrica di 10 °K tra bersaglio e terreno fornisce alla fonte e meno di 1,5 × 10 -22 Watt per ogni Herz di larghezza di banda; e a ricevitore, questo valore si riduce ancora a causa azione del già citato fattore BFF e delle normali perdite di propagazione. Di qui, la messa. Di radio metri (o sensori) attivi che aumentano considerevolmente la portata utile mediante l’uso di un emettitore, o illuminatore di bersaglio. L’illuminatore emette il suo fascio nella direzione in cui si sospetta la presenza di un bersaglio, e l’eventuale segnale di ritorno e ricevuto dalla radio metrò in modo concettualmente è più o meno simile a quanto avviene in un radar. Dal momento che l’energia emessa, anche con potenze di trasmissione relativamente basse, è di gran lunga superiore alla radiazione naturale, la portata utile di un radiometro attivo può essere superiore a quella di un apparato passivo di un fattore quattro o più, indipendenza delle caratteristiche di rifletti vita del bersaglio e del terreno. (Attenzione: “un fattore quattro” non significa il quadruplo, ma quattro ordini di grandezza, cioè 1000 volte). Il ricevitore di un radiometro attivo lavora in banda larga RF/F come un radiometro passivo. La larghezza di banda consente di sopprimere l’effetto di scintillazione, rendendo quindi più facile - almeno con condizioni di sfondo normale - l’identificazione dei bersagli. Lo spettro di emissione dell’illuminatore è ovviamente è modulato in modo da corrispondere alla banda di sensibilità del ricevitore. Si deve riflettere su un punto fondamentale. Mentre il sensore passivo “vede“ i bersagli in quanto sono più “freddi“ dello sfondo (dato che riflettono gran parte della radiazione naturale invece di assorbirla), il sensore attivo l’identifica come più “caldi“, appunto in quanto lavora utilizzando la loro riflessione. Di conseguenza, il ricevitore deve essere dotato di un invertitore di polarità per passare dal funzionamento totalmente passivo a quello attivo in congiunzione con un illuminatore. Con un ricevitore dotato di un siffatto invertitore di polarità, in pratica ogni sensore attivo incorpora anche un sensore passivo: è sufficiente disconnettere l’emettitore e invertire la polarità del ricevitore. La cosa offre importanti vantaggi operativi: ad esempio, un sistema di auto guida ad onde millimetriche potrebbe funzionare con modalità attive nella fase iniziale di acquisizione del bersaglio (quando la portata a un’importanza essenziale), per passare poi a modalità passiva nella fase terminale in modo da condurre la pacco senza fornire alcuna indicazione al bersaglio e a riparo dalle contromisure elettroniche.

C) I radar.

Soprattutto con l’avvento dei radiometri, la distinzione tra un radiometro e un radar si è fatta una faccenda che richiede la proverbiale spaccatura in quattro del capello. Nel contesto di questo articolo, ci atterremo quindi al concetto che un radar è un sistema in grado di fornire la distanza del bersaglio illuminato - cosa che i radiometri passivi e attivi di cui ci siamo occupati sinora non possono fare. L’approccio più semplice e diretto al problema della misurazione della distanza consiste come noto nella convenzionale modulazione dell’impulso, misurando il tempo che il segnale messo impiega per arrivare al bersaglio e tornare al ricevitore. Sono già stati sviluppati dai radar a impulsi che utilizzano componenti a onde millimetriche allo stato solido e che lavorano su frequenze superiori ai 100 GHz e disponiamo dei trasmettitori che usano sorgenti di impulsi IMPATT a 94 GHz capaci di una potenza di picco di 40 Watt. I radar pulse-doppler e coerenti richiedono un trasmettitore pulse-to-pulse coerente in fase e che sia anche coerente con lo sci latore del ricevitore in modo da poter “sperare“ le informazioni di fase degli echi di ritorno. Il termine “coerenza“ significa semplicemente che esiste una corrispondenza di fase tra gli impulsi e il ricevitore; la stabilità della fase permette poi l’uso dell’integrazione e coerente, che si avvicina a rapporti di efficienza del 100%. Il concetto pulse-doppler è stato il predecessore di molte tecnologie moderne che fanno ricorso a “treni“ di impulsi codificati per ottenere eccezionali incrementi nelle prestazioni dei radar. La codificazione a spettro diffuso, la compressione dell’impulso, e l’apertura sintetica sono tutte tecnologie moderne che fanno ricorso all’elaborazione del segnale per ottenere informazioni dettagliate sul bersaglio. Il termine “elaborazione del segnale“ implica delle operazioni che avvengono a livello delle porzioni RF o IF del ricevitore del radar, mentre invece quando si parla di “elaborazione dei dati“ ci si riferisce a qualcosa che avviene dopo o durante la visualizzazione. Tutti i sistemi di elaborazione del segnale richiedono una qualche forma di coerenza nella formazione dell’onda emessa e in genere la maggior complessità e più che ripagata dai vantaggi che si ottengono: ad esempio, con la tecnica della compressione dell’impulso è possibile avere l’elevata risoluzione in distanza e la grande precisione in genere associate ad un impulso estremamente breve anche se l’impulso RF effettivamente trasmesso è molto lungo. Di conseguenza, si sfrutta in modo molto più efficiente la potenza media disponibile al trasmettitore, eliminando la necessità di potenza di picco elevate. Nel caso di sistemi a onde millimetriche basati su piccoli trasmettitori allo stato solido, la potenza di picco rimane a livelli relativamente bassi. Sono già stati costruiti e sperimentati con successo dei radar FM ad onda continua operanti su frequenze millimetriche. L’onda continua FM è particolarmente attraente per altimetri, spolette o analoghe applicazioni in cui si deve tener conto di un solo bersaglio, o quando si devono ottenere misurazioni molto precise a distanza e assai brevi. Per impedire che l’emissione del trasmettitore “inquini“ il ricevitore, nei sistemi ad onda continua in genere si usano due antenne: con le normali frequenze di lavoro ciò può essere però reso impossibile da problemi di spazio, mentre la ridotta apertura dell’antenna (a parità di ampiezza del fascio), resa possibile dall’adozione di frequenze millimetriche, consente di sistemare due antenne anche in pochissimo spazio. Inoltre, alle frequenze millimetriche, i segnali in propagazione decadono molto più rapidamente a causa dell’assorbimento atmosferico: si hanno quindi lobi laterali molto più ridotti. Concludendo, vediamo che nei confronti di un radar “normale“ un radar a onde millimetriche vanta un miglior isolamento, minori interferenze reciproche tra sensori diversi e protezione contro gli apparati ESM. Come esempio particolare dei livelli di miniaturizzazione cui è possibile arrivare con le onde millimetriche possiamo citare il nostro “mini-radar“, con trasmettitore a oscillatore Gunn, concepito per la scoperta di veicoli sino a una distanza di circa 300 m. Esso dispone anche di un sistema di elaborazione del segnale basato sull’amico curatore, che consente il calcolo automatico della distanza. Sistemi del genere sono stati realizzati per altre applicazioni specifiche, con frequenza di lavoro da 50 a 94 GHz; al fine di ridurre i costi, si usano antenne a lenti di elettriche e si riduce al minimo l’uso di semiconduttori. In certi casi, un unico semi conduttore agisce da trasmettitore e da mix.

D) comunicazioni

I sistemi di comunicazione via satellite che lavorano su frequenze millimetriche per minimizzare le probabilità di intercettazione avversaria hanno ottime probabilità di rivelarsi uno dei mercati più interessanti, nel settore degli apparati a onde millimetriche, nel corso degli anni 80. Sono già in avanzato stato di sviluppo sistemi di collegamento terra-satellite (a 30 e 44 GHz) e satellite-terra (a 20 GHz) assieme alle adeguate tecnologie di supporto. Alcune ditte hanno messo a punto amplificatori all’arseniuro di gallio nella banda da 27,5 a 30 GHz con un fattore di rumore di 3,5 db e un fattore di guadagno di 20 db. Lo sviluppo di Diodi Impatt, che hanno già dimostrato una potenza di 12 W e che sono destinati a produrre 25 W sulla banda da 43,5 a 45,5 GHz s’, dovrebbe rendere possibile la realizzazione di terminali a terra allo stato solido.

Nella tecnologia dei satelliti, si usano da anni diodi Impatt ai siliconi con un MTBF (Mean Time Between Failures, intervallo medio tra due guasti) di 10 ore; e amplificatori basati su questi bidoni sarebbero adatti per comunicazioni del genere che stiamo descrivendo. Sistemi di comunicazione a onde millimetriche a basso costo, operante nella banda da 36 a 38,6 GHz s’sono già disponibili per collegamenti sino ad una distanza di 35 km. Lo stretto fascio di emissione è virtualmente non identificabile da un osservatore che non si trovi direttamente all’interno di esso; e ciò rende questi sistemi una soluzione molto valida per comunicazioni sicure da punto a punto, per la trasmissione di dati e per teleconferenze.

 

I radar tridimensionali e a scansione elettronica
Da Rivista Italiana Difesa N° 9 settembre 1984

L'antenna del radar tridimensionale a lunga portata ITT-Gilfillan AN/SPS-48

Anzitutto, cos’è un radar tridimensionale? La risposta è semplice: un radar si definisce “tridimensionale“ quando è in grado di fornire non solo la distanza e l’azimuthh dei bersagli identificati, ma anche la loro quota. La prima, ovvia constatazione da fare è che i radar tridimensionali (o 3D per amore di brevità) sono quindi destinati alla sorveglianza aerea, o comunque all’identificazione di oggetti in volo (si pensi ai radar per la scoperta delle batterie d’artiglieria e dei mortai, che funzionano appunto con modalità tridimensionali identificando I proiettili in volo e calcolando la loro traiettoria sino a risalire all’origine); non esistono radar in 3D da Sab da scoperta di superficie in quanto tali. Anticipando brevemente, per amore di chiarezza, quanto verrà esposto in seguito, diremo che è il risultato voluto può essere ottenuto con radar che funzionano: con diversi fasci di emissione l’uno sopra l’altro (stacked beams). E, con la scansione di frequenza (frequency scan). E, o, infine, con la scansione di fase (phased array). La copertura in azimuth può essere ottenuta o in modo convenzionale, cioè facendo ruotare meccanicamente l’antenna sui 360° oppure sfruttando completamente le possibilità offerte dalla scansione elettronica e mantenendo l’antenna immobile. La necessità dei radar tridimensionali emerse all’epoca in cui i radar degli aerei da caccia, e le loro armi aria-aria, avevano una portata molto limitata. Queste limitazioni, in aggiunta alle relativamente scarse prestazioni degli aerei stessi, imponevano che le stazioni di guida caccia a terra disponessero di informazioni molto precise circa la quota dei bersagli (nonchè, naturalmente, cerca la loro distanza e azimuth) al fine di poter guidare gli intercettori contro di essi. Nel corso degli anni, però, lo sviluppo delle tecnologie dei sistemi d’arma a apri pulito una rilevanza sempre crescente alla determinazione della quota di volo del bersaglio: questa informazione è infatti importantissima per la guida dei missili superficie-aria, e essenziale nel controllo integrato a terra di tutta la rete di sistemi di difesa aerea. La conoscenza della quota del bersaglio è anche utilissima per valutare la natura dell’attacco in corso, e per decidere rapidamente le opportune contromisure difensive: ad esempio, nello scenario attuale, un bersaglio il penetrazione ad altissima quota (più di 18.000 m) e a velocità supersonica sarà quasi certamente un missile, e non un aereo pilotato; e l’ingaggio di un’arma del genere richiede procedure completamente diverse dall’intercettazione di un aereo pilotato in volo a quote e medio/alte. Allo stesso modo, una penetrazione a bassissima quota indica alcuni specifici tipi di aereo da attacco (tanto per fare degli esempi: Tornado, F-111 o SU-24 Fencer). In aggiunta alla loro caratteristica base, che appunto quella di fornire anche informazioni circa la quota del bersaglio, i radar 3D offrono anche altri vantaggi nei confronti dei normali radar bidimensionali, quali il più elevato fattore di guadagno dell’antenna e la ridotta ampiezza del fascio; ambedue questi punti sono molto utili nel ridurre la vulnerabilità dei radar nei confronti di quegli apparati da disturbo elettronico che agiscono emettendo “rumore“ contro il falso principale. Inoltre, quando ci si trova ad operare in condizioni di forte club Hair (disturbo naturale, per) dovuto al mare o al terreno, si possono inserire i circuiti anti-disturbo o MTI (Moving Target Indicator, indicatore dei bersagli mobili) solo nei fasci più bassi direttamente interessati dal disturbo; e lo stesso vale quando ci si trova di fronte a pioggia o all’uso di “chaff”. Naturalmente, questi vantaggi non sono ottenuti senza un aumento di costo e complessità nei confronti dei radar bidimensionali. Anche se è difficile generalizzare, si può dire che normalmente un radar tridimensionale è da quattro a 10 volte più costoso di un radar bidimensionale avente la stessa portata; e questo è il fattore principale che ha sinora limitato la diffusione dei radar tridimensionali. Un altro punto debole del radar 3D consiste nel fatto che, a parità di caratteristiche di emissione, un radar tridimensionale riceve meno impulsivi ritorno da ogni bersaglio illuminato; è quindi più difficile ottenere i (relativamente) lunghi tempi di illuminazione necessari all’MTI per ottenere una buona discriminazione tra il bersaglio in movimento e il “rumore“ di fondo. Un altro svantaggio consiste nel fatto che le informazioni tridimensionali fornite dal radar possono “collassare“ in un guazzabuglio invece fra abile al momento della presentazione, cioè quando esse sono costrette ad adattarsi ad uno schermo di presentazione a tubo a raggi catodici che è, per sua natura, bidimensionale; ma questa limitazione è trascurabile nella maggior parte delle applicazioni.

La consolle del radar 3D Thomson CSF TRS-2215

I radar a fasci sovrapposti (“Stacked Beam”)

Come già accennato brevemente, in questo tipo di radar la necessaria copertura sul piano verticale e ottenuta con una serie di fasci di emissione fissi e molto stretti, disposti a scalare l’uno sopra l’altro e ciascuno dei quali è leggermente sovrapposto al fascia sottostante e a quello sovrastante. Chiariamo un punto: è ovvio che anche un radar bidimensionale offre una copertura sul piano verticale; ma dal momento che il fascio di emissione è unico, è impossibile scoprire da quale punto del vaso stesso, sul piano verticale, provenga lecco di ritorno. Detto questo, dovrebbe essere facile comprendere come funziona un radar 3D Stack Beans: avendo diversi fasi sovrapposti molto stretti, è possibile riconoscere quale di essi si è appuntato sul bersaglio interpolando l’ampiezza degli echi di ritorno ricevuti da diversi fasci contigui. Coordinando questa informazione con i dati circa la distanza e l’azimuth del bersaglio, è possibile ricavare la sua quota con un margine di approssimazione che dipende dalla larghezza dei fasci alla distanza cui si trova il bersaglio. Un esempio di radar tridimensionale di questo tipo è l’anti PS 43 della fasting house, un apparato mobile che lavora in banda S (2,9 a 3,1 GHz s’). Qui troviamo sei unità di ricezione (che nel complesso coprono l’arco dall’orizzonte sino ad una elevazione di circa 20°) e uno unico fascio di emissione abbastanza ampio da coprire tutti e sei i ricevitori: il radar è offerto sia con un’antenna convenzionale (Tata ti diversi elementi di alimentazione per generare i fasci sovrapposti) che con un’antenna a facce piane. Un altro esempio è il radar di sorveglianza aerea allunga portata martello, sviluppato dalla Marconi. Il martello lavora in banda L (da 1,25 a 1,365 cinese) e dispone di un’antenna a facce piane di grandi dimensioni (10,6 × 6 m) con 60 emettitori lineari, ciascuno dei quali è dotato del suo ricevitore e del suo duplexer; la potenza di emissione viene distribuita ai 60 emettitori in modo da sagomare fase di emissione nel modo desiderato, con una copertura totale di 30°. Attenzione quindi: una penna a facce piane non è necessariamente sinonimo di radar del tipo “phased array”.

I radar a scansione di frequenza ("Frequency Scan")

I primi radar tridimensionali operativi facevano ricorso al principio della scansione di frequenza, con un unico fascio di emissione molto stretto che veniva “spostato“ elettronicamente sul piano verticale scorrendo lungo un elemento di emissione lineare. Lo spostamento del fascio è accompagnato da una variazione nella frequenza di emissione: in questo modo, e dal momento che gli impulsi di ritorno sono naturalmente sulla stessa frequenza, è possibile determinare a quale particolare angolo di elevazione corrispondono gli impulsi ricevuti, e quindi - interpolando ancora una volta con i dati circa la distanza e l’azimuth del bersaglio - identificare la sua quota di volo. I radar di questo tipo trovarono subito, e trovano tuttora, larga applicazione per usi navali, in quanto la scansione elettronica in elevazione offre l’importante è il vantaggio di consentire la stabilizzazione elettronica del fascio di emissione per compensare i movimenti della nave. Un conosciutissimo radar 3D imbarcato a scansione di frequenza è lo Hughes AN/SPS-39, che in seguito - mediante sostituzione della primitiva antenna cilindro - paraboloidi con una nuova antenna a facce piane - è diventato l'AN/SPS-52. In alcuni radar di questo tipo, per compensare la riduzione della portata che sia quando il fascio viene portato ad alti angoli di elevazione, si riduce la potenza di emissione e si aumenta la frequenza di ripetizione degli impulsi, oppure si riduce la larghezza dell’impulso. Dal momento che la frequenza varia con il variare dell’angolo di elevazione, l’ampiezza del fascio rimane invece costante (al contrario di quanto avviene nei radar a scansione di fase). Una grave limitazione dei radar tridimensionali di questo tipo, che come abbiamo visto lavorano con un unico fascio di emissione, risiede nel fatto che ad ogni rotazione dell’antenna si ottengono pochissimi impulsi di ritorno da ogni bersaglio (al limite, uno solo). I circuiti MTI si trovano quindi in difficoltà nel cercare di distinguere un piccolo bersaglio in movimento dal rumore di fondo; ed è anche difficile ottenere le precise misure angolari necessarie per la determinazione della quota. Per questo motivo, si sono introdotti radar che lavorano con diversi fasci di emissione simultanei che sono “spostati“ in elevazione tutti assieme: in questo modo si ottengono ovviamente più impulsi di ritorno, in quanto ogni fascio invia ai suoi. Un esempio di radar di questo tipo è l’ITT Gilfillan Series 300. Esso emette in banda S un lungo impulso con cinque sub-impulsi su frequenze diverse, in modo da ottenere cinque fasci essenzialmente simultanei; gli impulsi di ritorno sono ricevuti da cinque unità di ricezione indipendenti, ciascuna delle quali è tarata per ricevere una particolare frequenza. Il “pacchetto“ di cinque sub-impulsi viene e messo a gradini successivi sino a coprire l’intero angolo in elevazione richiesto. Il noto radar 3D imbarcato AN/SPS-48 e il radar mobile AN/TPS-32 (ambedue realizzati dalla stessa ITT Gilfillan) funzionano in funzionano in base allo stesso principio. Dal punto di vista militare, uno degli svantaggi dei radar a scansione di frequenza di tipo convenzionale consiste proprio nell’oro principio di funzionamento, e cioè nel fatto che ad ogni particolare angolo di elevazione corrisponde una particolare frequenza di emissione; questa restrizione permette al nemico di fare ricorso al disturbo elettronico su banda stretta (molto più “economico“ in termini di potenza richiesta e di complessità di apparati) per mascherare la propria presenza. È però possibile disegnare un radar a scansione di frequenza in cui ad un particolare angolo di elevazione corrisponde più di una frequenza di emissione: quando il saldo di frequenza tra due emettitori adiacenti comporta un salto di 360° nella fase, si ottiene appunto lo stesso angolo di elevazione. Naturalmente, questo principio (la Marconi inglese sostiene che si può arrivare sino a sei frequenze diverse per la stessa elevazione) richiede una particolare cura nell’emissione e nell’elaborazione dei segnali di ritorno, al fine di non vanificare il principio stesso di funzionamento dei radar di questo tipo. Ancora un altro tipo di scansione di frequenza è quello adottato dalla Plessey per il suo radar di sorveglianza aerea AR3D in banda S. Il principio di funzionamento è definito “whitin-pluse scanning“, “scansione all’interno dell’impulso“: invece di avere diversi impulsi distinti che coprono l’angolo di elevazione richiesto con frequenze diverse, in questo caso il fascio di emissione e l’effettua l’intera copertura verticale con un unico impulso la cui frequenza di emissione viene variata progressivamente. Un bersaglio illuminato da questo tipo di fascio fornisce un eco di ritorno la cui frequenza centrale dipende dall’angolo di elevazione (e quindi dalla quota). Come nei radar a fasce sovrapposte, l'AR3D fa ricorso ad una serie di elementi riceventi, ciascuno dei quali è però tarato per la frequenza di emissione corrispondente ad un particolare angolo di elevazione (attenzione, per favore, a non fare confusione: la cosa è diversa da quanto visto per i radar della ITT Gilfillan. Anche in essi si hanno elementi riceventi tarati per particolari frequenze. È, ma queste frequenze non corrispondono ad angoli di elevazione). Questo principio permette di combinare la stessa scansione di frequenza con la compressione lineare dell’impulso. Dal momento che l’ampiezza del fascio dell’antenna non è infinita, l'eco di ritorno prodotto da un bersaglio puntiforme varierà in frequenza, per tutta la durata dell’impulso di ritorno, in modo analogo a quanto avviene con un radar che sfrutti la compressione lineare dell’impulso; incorporando in ogni elemento ricevente un “ritardatore“ sensibile alla frequenza, è possibile comprimere l’eco di ritorno e ottenere quindi una valutazione più accurata della distanza. I limiti del potere risolvente che è possibile ottenere dipendono dal tempo che è necessario all’impulso di ritorno per passare attraverso il sistema di alimentazione dell’antenna: nel caso dell'AR3D si ottiene una risoluzione di 15 m (con 10 MHz di ampiezza di fascio del segnale).

Il radar 3D "pfased array" con antenna rotante Thomson CSF TRS-2215

I radar a scansione di fase (“Phased array”)

Sebbene la scansione di frequenza sia una tecnologia relativamente semplice, affidabile ed economica per ottenere un radar tridimensionale, essa soffre di uno svantaggio capitale: dal momento che le variazioni di frequenza sono necessarie al principio stesso di funzionamento, le possibilità di “giocare“ con la frequenza (fattore importantissimo da molti punti di vista, e soprattutto nel quadro dell’agilità di frequenza per sfuggire alle ECM avversarie) vengono ad essere drasticamente limitate. Da qui, lo sviluppo di quello che per il momento è il radar “assoluto“ e cioè il radar a scansione di fase. Un radar di questo tipo differisce drasticamente da ogni altro radar in quanto la sua antenna permette di variare rapidamente la direzione, l’angolazione e l’ampiezza del fascio di emissione senza alcuna necessità dei movimenti meccanici. Com’è noto, ciò dipende sensualmente dal fatto che un radar di questo tipo utilizza un’antenna a facce piane composta da molte centinaia di “phase shifters“, ciascuno dei quali trasmette una piccola porzione del fascio complessivo. La direzione di emissione del fascio può essere variata nello spazio di microsecondi, e ciò consente ad un’unica antenna di tenere simultaneamente sotto controllo moltissimi bersagli. Sebbene in genere si parli e scrive di radar a scansione di fase come se si trattasse di una categoria omogenea, è importante fare una distinzione di massima tra “veri“ radar a scansione di fase e radar a scansione di fase “limitati”. Nei primi (esempio: l’AEGIS) il fascio può essere orientato elettronicamente su un ampio angolo e in due coordinate ortogonali. Nei secondi - ad esempio certi radar 3D da difesa aerea mobili, o i già citati radar per la localizzazione delle artiglierie nemiche - il fascio può essere orientato elettronicamente solo su un angolo ristretto, e/o lungo una sola coordinata angolare. In un “vero“ radar a scansione di fase, il numero dei “phase shifters“ e in genere attorno a 10.000, dove l’ampiezza del fascio espressa in gradi. In alcuni casi, è possibile progettare un radar di questo tipo in modo che la scansione venga effettuata elettronicamente non solo in elevazione, ma anche in azimuth: ciò ha un costo elevatissimo in danaro e sofisticazione ma consente di utilizzare antenne completamente fisse (come nel caso dei sistemi di allarme anti-ICBM, che non devono coprire tutto l’arco dei 360°), oppure - quando questa tecnologia è utilizzata assieme alla rotazione meccanica dell’antenna - di ottenere radar che “si guardano dietro le spalle“, e che sono quindi in grado di tenere sotto controllo un bersaglio anche mentre l’antenna è orientata in un’altra direzione. I radar del tipo “fase darai“ sono capaci di prestazioni impossibili da ottenere, ottenibile solo a prezzo di gravi difficoltà, con altri radar. Come accennato, la loro dote principale risiede nella capacità di rapidissime variazioni nell’orientamento del fascio cosa che consente di tenere sotto controllo molti bersagli contemporaneamente pur con una elevata DRR (Data Renewal  Rate, tasso di rinnovamento dei dati: cioè l’intervallo di tempo che passa tra il momento in cui il radar scopre un bersaglio e il momento in cui torna su di esso per aggiornare la situazione). Questa caratteristica risulta di eccezionale importanza nei sistemi di difesa aerea, quando è necessario concentrare il massimo volume di fuoco possibile contro un elevato numero di bersagli. Inoltre, la flessibilità nell’orientamento e nella sagomatura del fascio consente di utilizzare simultaneamente la stessa emissione per scopi differenti. Un’antenna a scansione di fase può generare varie fasce, con caratteristiche diverse; questi fasci possono essere emessi simultaneamente, ma in alcuni casi risultati equivalenti ottenuti sono con l’emissione di una rapida successione di impulsi (a “raffica“) in direzioni diverse. La disponibilità di moltissimi elementi di emissione (i “ phase shifters“) consente di avere potenza di picco e medie molto elevate. Inoltre, per la stessa ragione è possibile sagomare a volontà il fascio molto meglio di quanto non sia possibile fare con un’antenna convenzionale; e guasti ad alcuni dei “phase shifters“ portano ad un calo delle prestazioni che progressivo è limitato, e quindi controllabile. E ancora: a bordo di navi o aerei, il fascio di emissione può essere stabilizzato elettronicamente; e la forma delle antenne a faccia piana si presta magnificamente a “sposare“ la sagoma di una nave o di un altro veicolo, ed è altresì adatta alla realizzazione di sistemi “induriti“ contro le esplosioni nucleari. Mentre i radar tridimensionali dei tipi precedenti hanno trovato larghissima applicazione anche in campo civile (soprattutto nel settore del controllo del traffico aereo), l’uso dei radar a scansione di fase e ristretto quasi esclusivamente ad usi militari; non esistono, in pratica, esigenze civili che giustifichino il costo e la complessità di apparati del genere. Le principali applicazioni dei radar del tipo ““phase shifters““ sono le seguenti: sistemi missilistici superficie-aria (Patriot, AEGISs, il futuro AS-90/SA franco-tedesco). In questo settore, il principale vantaggio offerto dai radar tridimensionali è la capacità di inseguire molti passaggi simultaneamente, e di fornire la elevatissima DRR. necessaria per inviare ai missili volo le correzioni di traiettoria "mid course".

L'antenna del radar 3D a media portata Selenia RAT-31S, primo sistema della categoria realizzato in Europa ad essere stato prodotto in serie.

- Difesa ABM (anti-missili balistici). Un radar destinato a questo scopo deve essere in grado di inseguire simultaneamente parecchie migliaia di bersagli, e di discriminare tra i veicoli da rientro e le finte testate. Inoltre, deve essere in grado di resistere ad un attacco nucleare. Al momento attuale, non esiste in uccidente alcun radar operativo di questo tipo; prima dell’accordo del 1972 relativo alla proibizione dei sistemi AbM, gli Stati Uniti avevano iniziato la realizzazione del sistema PAR (Perimeter Area Defense), un radar UHF a scansione di fase che avrebbe dovuto lavorare in associazione con il sistema Safeguard. Un unico radar venne effettivamente costruito nel North Dakota, ma da tempo è utilizzato per altri scopi.

- Sistemi di allarme in grado di segnalare il lancio di missili SLMB (Sea Launched Ballistic Missiles, missili balistici lanciati da sottomarini. Gli Stati Uniti utilizzano allo scopo il sistema Pave Paws, in due installazioni: una a Cape Cod (sulla costa orientale), e l’altra alla Beale AFB (sulla costa occidentale). Ciascuna delle due installazioni dispone di due antenne a facce piane con una copertura complessiva di 240°; le quattro antenne sono elettronicamente collegate tra loro, e in realtà fanno parte quindi di un unico radar.

- Sorveglianza degli esperimenti di lancio di missili balistici. Il sistema Cobra Dane, installato sull’isola di Shemya all’estremità della catena delle Aleutine, è un radar in banda L impiegato per tenere sotto controllo i test degli ICBM sovietici. Il Cobra Judy è invece un sistema imbarcato destinato allo stesso scopo.

- Controllo delle attività su poligoni di tiro. Esempi di questa applicazione sono il WASS (Wide Area Active Surveillance), un apparato in banda L impiegato dall’Us Navy all’Atlantic Fleet Weapon Training Facility di Portorico, e il MIR (Multiple-Target Instrumention Radar), un sistema trasportabile in banda C.

- Sorveglianza di satelliti in orbita. La AN/FPS-85, installato dall’Air Force nel 1968 alla Eglin AFB per la scoperta e l’inseguimento di satelliti in orbita, è il primo radar a utilizzare la scansione di fase sia in elevazione e che in azimuth.

- Radar aeroportati. L’EAR (Elettronically Agile Radar) è un apparato destinato ai bombardieri pilotati, ed è in grado di eseguire una molteplicità di funzioni: “terrain following“ automatico (volo a bassa quota seguendo il profilo del terreno), misurazioni in effetto Doppler per compensare la normale deriva del sistema di navigazione inerziale, presentazione di Mappe ad alta risoluzione del terreno sorvolato, funzionamento come radar metereologico e come radar da avvicinamento per il rifornimento in volo, e così via. L’EAR é stato sviluppato dalla Westinghouse per i B-52 rimodernati; un apparato simile, ma ancora più sofisticato, l’ORS (Offensive Radar System) è destinato ai nuovi B-1B.

I radar a scansione di fase vengono spesso definiti come apparati “polivalente“, o “multi-impiego“, facendo riferimento alla loro capacità di svolgere funzioni anche molto diverse (ad esempio, ricerca e inseguimento) con la stessa antenna. Non si deve però dimenticare che vi sono delle applicazioni per le quali l’uso di un radar del tipo fase darai in quanto sistema polivalente costituirebbe una scelta in opportuna. Ad esempio, un radar e a scansione di fase polivalente è relativamente poco efficiente quando, nel quadro di sistemi missilistici superficie barra aria, si devono combinare nella stessa antenna piana e con un’unica frequenza le funzioni di scoperta a lunga distanza e di inseguimento. La funzione di scoperta a lunga distanza di aerei o missili in volo e come noto ottimizzata dall’adozione di una frequenza bassa, in banda L o addirittura UHF; con frequenze del genere e con un’antenna di grande superficie, è più facile ottenere una elevata potenza di emissione e buone caratteristiche anti- clutter. L’inseguimento, però, richiede frequenze più elevate che permettono di ottenere un fascio di emissione è più stretto con antenne di ridotte dimensioni. Se si vuole usare un unico radar a scansione di fase per le due funzioni, e quindi gioco forza arrivare ad un compromesso circa la scelta della frequenze di lavoro; in genere, si adotta la banda S o la banda C. Da un punto di vista teorico, per applicazioni del genere sarebbe quindi preferibile usare il radar a scansione di fase solo per l’inseguimento e il controllo dei missili in volo, affidando invece la scoperta ad un radar separato, con antenna convenzionale e frequenze di lavoro più basse. Abbiamo detto “e da un punto di vista teorico“ in quanto spesso (si vedano il caso del Patriot) i vantaggi logistici e di mobilità derivanti dall’adozione di un unico radar multifunzione hanno la meglio sulle considerazioni di efficienza in assoluto. I radar polivalente sono invece ben adatti alla sorveglianza e all’inseguimento di satelliti in orbita, in quanto nel caso dei satelliti le frequenze di lavoro ottimali sono le stesse sia per la scoperta che per l’inseguimento. Lo stesso vale per apparati come l’EAR o l’ORS: tutte le funzioni possono essere svolte sulla stessa frequenza senza compromessi troppo pesanti. Sebbene molti tipi diversi di radar a scansione di fase siano stati realizzati, il concetto deve ancora spiegare tutto il suo potenziale teorico - almeno così come esso viene previsto, da trent’anni a questa parte, dai suoi sostenitori. Alcuni tecnici sostengono che in futuro tutti i radar finiranno per usare antenne piane a scansione di fase: ma la cosa non sembra probabile, almeno non con i radar “fase darai“ nella loro forma attuale. Le ragioni che ostacolano la diffusione dei radar a scansione di fase sono essenzialmente legate al costo e alla complessità. E, quest’ultimo fattore significa anche che è molto difficile (e costoso) ottenere una adeguata affidabilità. Sinora, i radar “fase darai“ sono stati realizzati essenzialmente con lo scopo di ottenere prestazioni particolari, e senza alcuna preoccupazione in merito al loro rapporto costo- efficacia nei confronti di radar convenzionali; gli sviluppi futuri dovranno invece essere focalizzati su questo aspetto.

L'antenna del radar tridimensionale Plessey AR-320 ordinato in sei esemplari per modernare la rete inglese UKADGE

Altri tipi di radar 3D

In aggiunta alle tre tecnologia principali descritte, in passato sono state messe a punto altre soluzioni per ottenere la quota di un bersaglio assieme alla sua distanza e al suo azimuth. Uno dei primi esempi di questo tipo erano i radar con fascio a V, che funzionavano e mettendo due fasi: l’uno orientato normalmente e l’altro inclinato ad un certo angolo rispetto alla verticale (in genere, 45°). La differenza di tempo nell’arrivo degli echi di ritorno prodotti dallo stesso bersaglio illuminato dai due fasci è proporzionale alla sua quota, che può quindi essere calcolata: una ridotta differenza corrisponde ad una quota bassa, e una differenza più forte ad una quota elevata. È stato anche possibile ottenere informazioni circa l’angolo di elevazione dei bersaglio accoppiando un interferometro ad una normale antenna bidimensionale. Ancora un’altra soluzione consisteva nell’utilizzare due radar bidimensionali separati: il primo fu il primo forniva le usuali informazioni in azimuth e distanza, mentre il secondo (la cui antenna era ruotata di 90° rispetto a quella del primo) si occupava delle determinazioni dell’angolo di elevazione, ed era quindi spesso definito “radar altimetrico“. Il metodo è, in sé, ancora valido: i dati ottenuti sono molto precisi; se i due radar lavorano su frequenze diverse, sia una buona resistenza alle ECM nemiche; e il tutto non è necessariamente più complesso, più costoso o meno efficiente di un unico radar tridimensionale.

Combinazioni 2D/3D

Disegnando un unico radar che utilizza alternativamente due antenne (l'una 3D e l’altra 2D), montate “schiena contro schiena“, si possono combinare in un unico apparato i vantaggi rispettivi dei radar bidimensionali e di quelli tridimensionali. Un sistema sperimentale di questo tipo è stato realizzato dall'US Naval Research Laboratory: l’antenna 3D viene usata per operazioni normali, e si passa l’antenna 2D (che utilizza lo stesso trasmettitore e lo stesso ricevitore) quando si desidera porre l’accento su fattori quali l’agilità di frequenza o la sorveglianza MTI con molti impulsi di ritorno da ogni bersaglio.

 

COSTRUITA UNA NUOVA BASE NATO AD ADRANO IN SICILIA
Da repubblica.it del 14 agosto 1984

CENTURIPE (R.S.) - L' hanno costruita un po' per volta; senza dare nell' occhio. E il segreto è durato poco più di un anno. Ma all' improvviso, i contadini di Adrano, cercando con lo sguardo il corso placido del Simeto hanno trovato il "pallone" radar di una nuova base Nato, posata come per incanto tra gli aranceti, a quindici chilometri da Centuripe, un paesino di settemila abitanti in provincia di Enna, e battezzato da Garibaldi "il balcone della Sicilia". Ora, questo balcone si affaccia su un nuovo presidio militare che sarà consegnato alla Nato entro la fine di agosto. La base si chiama "Paportello" e occupa diecimila metri quadrati sulla riva destra del fiume Simeto: ufficialmente serve a rilevare i segnali via satellite. Ma il progetto è top secret. Neanche i vertici militari siciliani ne sanno molto. La base infatti fa parte di un programma centralizzato di telecomunicazioni, deciso già nel ' 79 all' interno di un piano piuttosto complesso che aveva come obiettivo l' eliminazione dei "buchi" nella copertura radar e un migliore collegamento tra le basi militari siciliane. Nel 1981 il comitato misto paritetico ha esaminato la questione degli espropri e l' ha risolta con estrema facilità, utilizzando solo i terreni del demanio pubblico. Non c' è stato perciò bisogno nè di intaccare le proprietà dei privati, nè di informare il comune di Centuripe che ha visto crescere giorno dopo giorno la base, senza saperne nulla. Nell' aprile dell' anno scorso i primi trenta operai hanno dato l' avvio ai lavori, sotto il controllo dei militari. A realizzare le strutture è stata la "Gelfi", una società per azioni di Brescia che ha costruito un' altra base "gemella" in provincia di Verona. Agli impianti dell' acqua ha lavorato la "Castellana" di Catania. Poi, alla fine, sono arrivati gli americani per mettere a punto il radar.

 

 

Esercitazione Aquila '84
Da Rivista Italiana Difesa N° 7/8 luglio/agosto 1984

Nel quadro della esercitazione AQUILA '84 espressamente voluta dal capo di Stato maggiore dell’esercito Generale Umberto Capuzzo, si è svolta a fine maggio nel poligono denominato Tre Poggioli, sull’Appennino Tosco-Emiliano, l’esercitazione Aquila 84. Tale episodio addestrativo è stato coordinato dalla Regione Militare Tosco-Emiliana nella persona del suo comandante Generale Franco Barbolini. Il tema dell’esercitazione è stato quello di addestrare le truppe di difesa territoriale in riserva di regione in impegnative azioni di campagna, atte alla eliminazione di unità avversarie (in fase di recupero a mezzo di elitrasporto), dopo azione di interdizione svolte sui passi appenninici, con una forte azione di cooperazione interarmi ed interforze. Hanno partecipato alla seduta addestrativa aliquote del 9° Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin, aliquote del 2° Battaglione Paracadutisti Tarquinia, una compagnia del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania, un gruppo tattico a livello compagnia della Brigata motorizzata Friuli, uno squadrone misto del 26º Gruppo Squadroni ALE Giove (con AB-206, AB-205), alcuni AB-212 e CH-47 dell’Antares di Viterbo, alcuni C-130 e G-222, non che G-91 Y e Tornado dell’Aeronautica Militare Italiana. L’inquadramento operativo è stato organizzato a partiti contrapposti; il partito arancione ha condotto con truppe paracadutiste ed eliportate azione di interdizione sui passi dell’Appennino Tosco-Emiliano. Ha anche attuato un massiccio tentativo di recupero delle forze residue. Il partito arancione e dopo aver condotto con successo azioni che hanno permesso il ripristino del controllo dei Passi di Montepiano, Citerba e Futa, ha usufruito di unità avioelitrasportate e meccanizzate per impedire il recupero delle forze avversarie residue procedendo alla loro definitiva eliminazione. In pratica alla esercitazione Aquila 84 poco più di 400 uomini hanno evidenziato un ottimo livello addestrativo che permette delle valutazioni e riflessioni ottimistiche sulla preparazione dei quadri. Unica nota di rammarico è il sapere che il poligono di Tre Poggioli è stato interdetto all’uso ai militari da parte delle locali amministrazioni, per cui inizierà ora una lunga e peregrina azione atta a recuperare una nuova area addestrativa la qualcosa mette ancora in rilievo come gli uomini politici siano insensibili alle esigenze del nostro esercito.

 

Raggiunto l'accordo per l'MLRS
Da Rivista Italiana Difesa N° 7/8 luglio/agosto 1984

I cinque paesi interessati al programma per la produzione in Europa del sistema lanciarazzi d’artiglieria Vought MLRS, e cioè Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti (si veda RID uno/84 pag. 54) hanno raggiunto l’accordo di massima per la ripartizione dei compiti e delle attività industriali. L’accordo, che costituirà la base del Memorandum of Understanding ufficiale la cui firma è prevista a breve termine, copre la produzione di un totale di 342 sistemi MLRS: 200 per la Germania 55, per la Francia, 20 per l’Italia e 67 e per la Gran Bretagna), più circa 100.000 ragazzi tra Fase I, Fase II e da addestramento. Il totale previsto in origine era pari a 380 sistemi, ma la Gran Bretagna ha ora ridotto il suo requisito dai 105 sistemi originali a 67; nel quadro dell’accordo teste raggiunto, la Gran Bretagna ha anche cancellato i suoi ventilati programmi per l’acquisto di 44 sistemi e 49.542 razzi direttamente negli Stati Uniti. In realtà, Germania e Gran Bretagna finiranno per avere rispettivamente 202 e 71 sistemi, in quanto come noto i due paesi hanno ordinati alcuni MLRS direttamente dalla Vought per iniziare l’addestramento operativo al più presto possibile. Il programma per la produzione europea dell’MLRS, che verrà organizzato tramite il consorzio MLRS-EPG, ha un valore totale di circa 1470 milioni di dollari,. In termini monetari, la Germania avrà il 51,75% del programma, la Gran Bretagna il 23,25%, la Francia e 17,90%, l’Italia è 4,60% e gli Stati Uniti il 2,50%. La ripartizione del carico di lavoro (che potrebbe tuttavia essere modificata prima della firma del MoU) è la seguente:

a) Germania:

- RTG (consorzio MBB/Diehl): produzione degli elementi di trasporto e lancio LP/C (Launch Pod/Container) con razzi Fase I (testate a dispersione con bombette M-77), con razzi in Fase II (testate AT-2) e con razzi da addestramento; assemblaggio delle testate Fase I e delle testate da addestramento.

- MBB: spolette; tubi di trasporto barra lancio; sistemi di direzione del tiro; montaggio finale dei razzi Fase I, Fase II e da addestramento.

- Rheinmetall: bombette M-77.

- Weggman: montaggio finale del 58% del totale delle unità di tiro SPLL (Self-Propelled Loader/Launcher); alcune componenti elettroniche minori.

- Sperry Vickers: attuatore di lancio.

- Krupp Mak: cabina di guida dello SPLL.

- Thyssen Henschel: generatori.

- Dynamit Nobel: mine controcarro AT-2 (razzi Fase II).

- Wilhelm Hagen: batterie.

b) Francia

- Aerospatiale: struttura esterna degli elementi LP/C; montaggio finale del 42% del totale delle unità di tiro SPLL; integrazione complesso di lancio barra scavo.

- SNPE: produzione del 45% del totale dei motori razzo.

- Giat: accenditore.

c) Italia

- Snia/BPD: produzione del 30% dei motori razzo.

d) Gran Bretagna

- ROF Bridgewater: produzione del 25% del totale dei motori razzo.

- ROF Leeds: produzione dello scafo dei veicoli SPLL, completo di treno di rotolamento e cingoli.

- ROF Patricroft: struttura delle testate di tutti i tipi, materiali isolanti.

- Lucas:l’involucro e ugello del motore razzo.

- Hughes Microelectronics: sistema per il controllo a distanza del tiro; circuiti elettronici.

- BAe: sistema di stabilizzazione del razzo.

- Track Power: trasmissione dello SPLL.

e) Stati Uniti

- Western Gear: sistema di navigazione terrestre.

- Bendix: giroscopi.

- Cummins: motore diesel dello SPLL.

L’accordo di ripartizione che è il frutto di un accuratissimo bilanciamento tra gli interessi industriali dei diversi paesi, mostra un ricorso ancora maggiore del previsto al concetto della “sole sorce“ (un’unica ditta responsabile della produzione di una componente per i sistemi destinati a tutti e quattro i paesi); le precedenti idee cerca la possibile organizzazione di linee di montaggio razzi separata sono state abbandonate. La “multiple source’“ è stata adottata solo per la produzione dei motori dei ragazzi; e il montaggio finale dei veicoli SPLL, che in origine avrebbe dovuto essere concentrato in Germania, è stato invece suddiviso tra Germania e Francia. La Gran Bretagna non ha ottenuto alcuna “fetta“ del montaggio finale, ma in compenso produrrà tutti gli scarti. Molto sopra sorprendente è l’esclusione della Hunting Engineering. Sebbene parte del consorzio e MLRS-EPG, del quale controlla il 20% rappresentando l’industria britannica, la Hunting Engineering non ha ottenuto alcuna parte del programma. Sembra comunque che la ditta continuerà ad essere coinvolta nella cosa con funzioni di organizzazione e management. L’accordo non copre la produzione di di veicoli da supporto logistico per il trasporto del munizionamento di riserva. Si ricorderà infatti che ogni paese svilupperà in modo indipendente questo veicoli sulla base di un autocarro fuoristrada di produzione nazionale.

 

Pershings Packed to Go
Da washingtonpost.com del 14 agosto 1984

By Walter Pincus October 16, 1983

After four years of controversy and public protest, preparations are all but complete in western Europe for the first deployment since the 1960s of American groundlaunched, medium-range nuclear missiles capable of striking the Soviet Union within minutes.

Although the official announcement that they are combatready is not planned until a NATO meeting in mid- December, 25 missiles and their warheads are packed and ready to be flown over to completed facilities in England and West Germany. Groundwork has been laid for deploying 448 other cruise missiles and 99 Pershing IIs there and in three other European countries over the next five years.

The deployment plans are classified, but according to sources, only a small portion of the missiles will be mated with their warheads and on 24-hour alert, ready to be fired.

The pace of deployment has been deliberately slow, to permit the process to halt if U.S. and Soviet negotiators agree to limit the number of missiles. Meanwhile, delays in construction in Italy have made it unlikely that deployment of the first 16 missiles there will take place before March.

In England and West Germany, however, the nuts-and-bolts work of deployment has progressed steadily. Military crews are in place at the U.S. Air Force base at Greenham Common, where garage-like shelters, cement-hardened to resist a direct hit by a conventional bomb, await the four launchers, each carrying four 1,500-mile-range cruise missiles.

At the U.S. Army facility at Schwaebisch-Gmuend, West Germany, crews are preparing to receive nine Pershing II missiles and place them on modified launchers that handle the smaller, Pershing 1a missile today. And while the new, 1,000-mile-range mobile missiles will be parked in existing garages, a new maintenance area and helicopter landing padare being built for the first three Pershing IIs when they go on 24-hour, quick-reaction alert (QRA) on 30 heavily protected acres nearby where Pershing 1a missiles are stationed now.

Launch control and communications centers are being brought into Britain and West Germany piecemeal and placed on the sites. A few items, such as the 10-ton, German made trucks that will tow the heavy Pershing IIs, are already there.

So sensitive are the feelings in Europe about deployment that the hands-on training has taken place in the United States.

"No Pershing II missiles are now in Europe, not even for training," an Army spokesman said last week. Army crews, however, handled the last nine test launches of the Pershing II, and those men are expected to handle the first missiles that are deployed.

Since the new Pershing is not that much different from the older Pershing 1a it is replacing in western Europe, finding qualified crews was not difficult.

The Air Force, on the other hand, had to create a unit within its Tactical Air Command to handle the cruise missiles. It has been running classes at Davis-Monthan Air Base in Arizona, beginning last February, and many of the first graduates are now at Greenham Common.

Under the operating plan, sources said, even the few missiles on 24-hour alert cannot have their nuclear warheads armed without a specific order from the U.S. president, and that order would have to be preceded by a conference with NATO allies and have approval of the country in which the missiles are stationed.

At times of crisis, according to NATO officials, all the missiles would be moved from their permanent bases to secret, remote sites so Soviet conventional weapons couldn't preemptively destroy them. Because of public concern in European communities about them, however, NATO has decided for now to keep the cruise missiles inside their assigned bases. One launcher with its four missiles and warheads will be kept on 24-hour alert out of each flight of four launchers, sources said.

For the Pershing IIs, sources said, the initial plan is to follow the pattern of the Pershing 1a, deploying three out of each battery of nine at remote alert sites outside their home bases.

The others would be stored on permanent bases without their nuclear warheads. In contrast, 90 percent of American long-range strategic land-based Minuteman missiles are ready to be fired from their silos in the United States within  minutes.

Though Soviet officials and European critics of deployment call the Pershing IIs a first-strike weapon, the limited range of the missile and its operational plan to keep only a few on alert rule out such a mission.

From their West German bases, the Pershing IIs could not reach either the main command and control systems for the Soviet strategic missile force nor the silos where most of those ICBMs are located. Another reflection of the European political sensitivity toward the new missiles is that there is no NATO agreement, one source said last week, as to "what state of readiness short of strategic warning" would allow the NATO supreme commander to order all the missiles to be moved off their home bases with their nuclear warheads and to their secret, dispersed sites.

The United States removed liquid-fuel, intermediate-range Jupiter and Thor missiles from England, Italy and Turkey in the aftermath of the 1962 Cuban missile crisis. A two-stage, solid-fueled, mobile ballistic missile with a range just short of 1,000 miles, the Pershing II could reach targets in the Soviet Union within 10 minutes, but not get as far as Moscow. The Pershing 1a has a 400-mile-range, limiting it to targets in Eastern Europe. Despite the newer missile's longer range, however, defense experts say 70 percent of its planned targets will be in Eastern Europe, partly because most potential Soviet targets already are covered by U.S.-based, longer-range ICBMs.

For the Pershing II, as with the Pershing 1a, targets are described by Pentagon sources as concrete shelters on air bases that protect aircraft, command, control and communications facilities and nuclear storage sites. The major advance of the Pershing II, besides its range, is its terminal guidance system, which directs the warhead in its final descent with on-board, computerized radar. At a classified distance above the ground, a prestored radar map of the target area is illuminated. As the warhead drops, its own radar matches the area below with the stored map and course corrections are made. The maneuvering is carried out by tiny jets on the warhead that are controlled by a computer attached to the radar system. One of the five test failures during the recent 18 tests of Pershing II involved a failure of that maneuvering system.

Basic to the guidance system is the prestored target map, and to date, the Defense Mapping Agency has had difficulty providing that material because of other priorities. A year ago, a Pentagon official testified before Congress that the first maps for the Pershing II would have to be handmade. In the future, however, target mapping may be done more rapidly, by one of the two high-flying SR71 reconnaissance planes being assigned to the NATO commander. A total of 108 Pershing IIs is scheduled to be deployed in West Germany during the next five years. Another 42 Pershings will be based in the United States, 36 at Fort Sill, Okla., for a U.S-based batallion and six missiles at the Fort Bliss, Tex., artillery school for training crews. They will be grouped in platoons of three missiles, each with with it own launch center.

Three platoons then are grouped in batteries of nine missiles. Each battery would have 13 missiles, the four extras acting as spares rather than reload missiles. Four batteries make up a Pershing batallion. Under current deployment plans, batallions with 36 launchers would be based at Schwaebisch-Gmuend and Neu Ulm. Two batteries, each with 18 launchers, would eventuallly go into Neckars Ulm and Heilbronn. The Pershing IIs can be pulled off the road and set up to launch at their targets without going to a prearranged site, according to Army sources. The Pershing 1a, although considered mobile, in previous years could only be fired from a site that had been surveyed. Under Pentagon plans, the Martin-Marietta Corp., maker of the missile, is expected to build more than 300 Pershing IIs, although the exact number is classified.

The larger number is needed to cover spares and the roughly 10 per year that will be fired in training the next 10 years. Martin-Marietta also has designed a reduced-range Pershing II that originally was to be sold to the West Germans to replace 72 older Pershing Is. The reduced-range version would be only one stage and have the 400-mile-range. Because of the controversy over the Pershing II, however, production plans for the reduced-range Pershing have been shelved. Instead, the West Germans will get the Pershing 1a missiles that the U.S. Army replaces with Pershing IIs. The warhead for the Pershing II, according to sources, has three different yields, up to 100 kilotons, which can be chosen by a dial depending on the target to be hit. It also has a fail-safe element, called protective action link (PAL), which requires a nine-digit number to be dialed in before it can be armed. The normal two-officer protection is provided for the safe that contains the digit code. The message to open the safe and get the code to arm and fire the missile must originate from the U.S. president and be transmitted by special radio net down to the missile crew.

The ground-launched cruise missile (nicknamed GLCM and pronounced "glickem") is a version of the Tomahawk cruise missile originally built by General Dynamics as an air launched system. It is much like a small pilotless plane, only 18 1/4 feet long and powered by a turbofan jet engine. It flies at subsonic speeds and is designed to travel less than 100 feet above the ground, thus presenting Soviet radars with a tiny cross-section to spot. For the most part, it flies too low to be tracked by radar. It has a terrain contour matching (TERCOM) system that controls its guidance, reflecting new technology and the hope for high accuracy. The GLCM, like the Pershing II, has to be aimed at preplanned targets. Once one is chosen, the planners map out how the missile is to get there, including turns to evade enemy radar installations and changes of height to confuse defending missiles.

The map to the target is then transferred to a disc and delivered to the missile's control system. When the missile is launched, its on-board, forward-looking radar matches up with the prerecorded map and, if it all works, guides the missile to the target. As with the Pershing II system, its success depends on the ability to produce and install maps before launch. Pentagon planners anticipate that updated target information, provided by future satellites, someday may be fed into the missile after launch. Because the cruise missiles would take two hours or more to reach their targets, they are aimed, for the most part, at fixed enemy installations such as air defense centers, nuclear storage areas and command and control posts. The GLCMs will be grouped in four-launcher, 16-missile, units called flights.

Each flight will have two launch control centers (LCC), one to back up the other. The LCCs have been the source of problems with the computer software necessary to control the launch and guidance of 16 different missiles. During tests, the Air Force has encountered problems when trying to switch from the primary to the secondary control center during a launch sequence. Because of safety concerns, the cruise units also require substantial personnel. According to one source, about 200 airmen and officers would be needed to support one flight of 16 missiles. Roughly one-quarter of the individuals in a flight would be security personnel, and when a GLCM flight travels off base, it will require a caravan of 14 trucks to support the unit, sources said. 

 

300 torrette per l'Austria
Da Rivista Italiana Difesa N. 6 giugno 1984

Il Governo austriaco è sul punto di concludere le trattative con l’Olanda per l’acquisto di 300 torrette di Centurion di seconda mano. Un primo ordine per lotto di 120 torrette dovrebbe essere già stato firmato quando queste righe saranno lette, mentre le esatte modalità per la cessione delle rimanenti 180 torrette sono ancora in discussione. Le torrette proveranno dalla proverranno dalla demolizione dei Centurion Mk-5 olandesi. L’esercito olandese allineava il più forte gruppo di Centurion dopo la Gran Bretagna e Israele, con circa 340 carri che sono ora in via di sostituzione con i nuovi Leopard 2; gli scafi mutilati delle torrette saranno con tutta probabilità venduti come rottame.

Il contratto è stato ottenuto sulla base di condizioni estremamente favorevoli per l’Austria: l’esercito austriaco pagherà infatti le torrette circa 5000 $ l'una, prezzo in pratica corrispondente a quello di rottame e che farà sì che tutte e 300 le torrette verranno a costare più o meno quanto un solo carro da battaglia moderno. L’Olanda avrebbe potuto certo ottenere di più offrendo i suoi Centurion sul mercato dell’usato. È, ma è probabile che considerazioni politiche (non che l’obiettiva difficoltà di battere le favorisce me favorevolissime condizioni di vendita FMS che gli Stati uniti praticano per gli M-48 A-5 di cui si stanno disfacendo) abbiano avuto la meglio. L’esercito austriaco utilizzerà le torrette per rafforzare il dispositivo di postazioni controcarro fisse di cui già dispone per la difesa di punti chiave. Questo dispositivo comprende attualmente circa 300 torrette di M-60 A-1, e Centurion fissate a bunker corazzati sotterranei.

 

In visita al Norad e allo Space Command dell’USAF

Da Rivista Italiana Difesa N. 4 aprile 1984

Una delle sale di controllo dello Space Command, con un'ampia dotazione di apparati di presentazione ed elaborazione dati

Gli abitanti dell’ampio altipiano che si estende tra Denver e Colorado Springs, a ridosso delle montagne rocciose, sono certamente degli attenti osservatori delle vicende di politica internazionale e in particolar modo, delle relazioni tra est ed ovest. Tanta curiosità non è del tutto casuale: infatti quest’area, geograficamente vasta, è intensamente interessata al fenomeno degli insediamenti militari. Per capirlo basta guardarsi intorno, sbirciando le cartine stradali: a Denver sorge un centro logistico dell'USAF, Colorado Springs ospita l’Accademia Aeronautica (di cui ci occuperemo in un prossimo servizio) e nei pressi della città sorge Fort Carson, sede di reparti dell'US Army. Ma il più importante insediamento è quello che si nasconde nelle viscere della Cheyenne Mountain, una delle massicce alture che circondano l’abitato, e che ospita il comando del Norad  il non meno celebre Space Command dell’USAF. E non è finita qui, poiché entro il 1985 sarà ultimata, a circa 16 km sempre da Colorado Springs, la sede di un altro importantissimo ente dell’Air Force: il CSOC, cioè il Consolidated Space Operation Center. In pratica si tratta del centro dove verranno ordinate, pianificate e controllate le missioni spaziali militari svolte dall’aeronautica statunitense, comprese quelle delle navette con equipaggio umano a bordo. Vi troveranno impiego, tra militari e civili, circa 1900 persone e l’arrivo della nuova base, che si appoggerà alla Peterson AFB che si trova in questa stessa zona, è già reso evidente dall’apparizione di alcuni complessi industriali per le ricerche nell’ambito dell’avanzata tecnologia aerospaziale che le principali ditte americane del settore hanno aperto qui nei dintorni. Tanto fervore spiega l’interesse degli abitanti della regione per lo sviluppo della politica estera seguita dal governo: qualcuno molto cinicamente pensa infatti che se dovesse succedere qualcosa di irreparabile tra Mosca e Washington, qui se ne risentirebbero immediatamente gli effetti. La maggior parte degli abitanti però non vede di malocchio l’arrivo dei militari: infatti la loro presenza ha offerto possibilità di lavoro a una cospicua fetta della popolazione, elevando il reddito pro capite e schiudendo la porta ad ulteriori miglioramenti. Inoltre l’insediamento di ditte che operano nell’ambito delle tecnologie avanzate, garantisce un avvenire promettente ai giovani laureati della zona che certo non si lasceranno scappare la ghiotta occasione. Detto ciò, vediamo meglio la famosa sede del Norad e dello Space Command, che abbiamo potuto visitare in esclusiva per i lettori di Rid.

Per assorbire le vibrazioni provocate o dall'onda d'urto di esplosioni nucleari, o da terremoti, ciascun edificio è posato su molle di grosse dimensioni che garantiscono un'eccellente isolamento

Una cittadella nel cuore delle montagne rocciose L’ingresso del comando e spoglio e disadorno: lo si distingue a stento percorrendo una strada in salita che corre fra prati ed alberi. Una serie di antenne per le comunicazioni radio, un parcheggio auto (nemmeno troppo affollato), due villette prefabbricate nelle quali il personale di sicurezza dell’USAF, ben riconoscibile perché utilizza quale copricapo un basco blu, procede all’identificazione di quanti vengono ammessi alla visita del complesso, sia per motivi di lavoro, sia per semplice visita, come avviene per chi scrive e per un collega di una rete televisiva di Miami. Le procedure di identificazione e le perquisizioni sono accurate, ma per capire lo spirito che aleggia nell’ambiente dirò che tanto a me quanto all’altro giornalista viene concesso di entrare con le macchine fotografiche e da ripresa TV e di usarle a proprio piacimento: una nuova prova dell’organizzazione ed efficienza dell’USAF ed anche una testimonianza di comprensione verso lavoro altrui. Fuori dai fabbricanti un’altra rete blocca l’accesso ad una galleria: rientrano in continuazione autobus e vetture che fanno la spola tra l’esterno e l’interno per il trasporto del personale. È il tunnel principale che unisce le due aperture d’accesso all’interno della montagna, dove si trova una vera e propria piccola città in cui sono installati i due comandi. L’entrata ai corridoi interni è sbarrata da porte blindate, ciascuna delle quali pesa 25 tonnellate, ha uno spessore di tre piedi e può essere chiusa o aperta in soli 30 secondi. Il loro scopo è di isolare in modo completo, a prova di bomba, le installazioni interne dalla galleria d’accesso. Superato, si entra in quello che non è esagerato definire l’antro delle meraviglie, tanti e tali sono i ritrovati tecnologici impiegati per realizzare il centro di controllo del Norad e dello Space Command. I lavori di scavo all’interno della Cheyenne Mountain sono cominciati all’inizio degli anni '60, con lo scopo di realizzare 15 veri e propri palazzi sotterranei in acciaio nei quali sono ospitati i computers, le sale di comunicazione e di rappresentazione dei dati del Norad e tutti i supporti logistici necessarie al loro funzionamento. Il gigantesco complesso è stato inaugurato ed è diventato pienamente operativo nel 1966. I 15 i palazzi d’acciaio (11 di essi sono a tre piani, gli altri a un piano o a due) sono riuniti tra loro da passerelle flessibili e da giunti elastici il cui fine è di impedire Bruschi contatti tra edifici diversi in caso di terremoti o di esplosioni nucleari esterne. I palazzi sono staccati dalle pareti delle caverne in cui sono ospitati e posano su gigantesche molle da acciaio destinate ad assorbire qualsiasi tipo di urto. Dentro agli edifici c’è tutto quanto occorre per il funzionamento del Norad, dello Space Command e di chi vi opera: ristorante, banca, snack bar, barbiere e anche un piccolo ospedale con tanto di gabinetto dentistico (il mal di denti non guarda in faccia nessuno) e farmacia. In periodi di esercitazione o allarme, nella città sotterranea possono risiedere in modo del tutto autosufficiente mille persone, con tutto lo spazio loro necessario per vivere e lavorare. In una delle caverne si trova un laghetto artificiale di acqua potabile, il cui livello e purezza è costantemente controllato dai tecnici, mentre in un’altra vasta galleria si trovano sei motori diesel di grande potenza che funzionano da generatori di energia per tutto il fabbisogno della base, così completamente autonoma dall’esterno. L’aria necessaria alla vita all’interno degli ambienti viene attratta da una serie di condotti che sboccano sulle pendici della montagna, e passa attraverso una complicata serie di filtri in grado di annullare qualsiasi tipo di minaccia chimica, batteriologica o nucleare. Anche l’acqua deriva da riserve sorgive della montagna: nei serbatoi ne può essere raccolto oltre 1 milione e mezzo di galloni per le esigenze del personale e oltre 4 milioni per il raffreddamento degli impianti elettronici e per il condizionamento interno. In caso di attacco nucleare, viene fatta funzionare una serie di porte stagne che isolano in modo completo gli ambienti tra loro indipendenti e ovviamente con l’esterno. Insomma, dato l’eccellente lavoro compiuto da ingegneri dell’US Army, che hanno scavato questa particolarissima metropoli sotterranea protetta da migliaia di tonnellate di granito e basalti, i centri direzionali del Norad e dello Space Command sembrerebbero al riparo da qualsiasi attacco diretto condotto con armi nucleari (per quelle convenzionali non c’è problema) da parte di un ipotetico nemico. Ma siamo proprio sicuri? Lo chiedo ad un alto ufficiale USAF che mi accompagna: non vi è ovviamente nessuna certezza assoluta di sopravvivere a un simile tipo di attacco. Ma vi è una elevata percentuale di probabilità. È invece certissimo che qui possiamo sapere se un attacco viene scatenato contro nostro territorio. I missili sovietici per arrivare qui dal loro territorio impiegherebbero circa una mezz’ora: in questo tempo, da qui, a riparo, noi possiamo con tutta calma gestire la crisi e scatenare la ritorsione, in tutta la sua potenza. Quello che ci può succedere dopo è relativamente importante: L’essenziale e sapere di poter eseguire di sicuro nostro compito. Questa certezza oggi esiste. È un discorso crudo, che dà i brividi, ma non stupisce: è il vecchio gioco delle deterrente, basato sulla ritorsione che priva il nemico della certezza di vincere dando al primo colpo a sorpresa. Resta da vedere se questo equilibrio non sia stato alterato, per quanto concerne il territorio del Nord America, dai nuovi sottomarini lanciamissili dell’Urss.

Le basi e i centri d'appoggio dello Space Command

I guardiani del cielo

Descritto per sommi capi cosa è il complesso della Cheyenne Mountain, passiamo a vedere cosa ci si trova dentro: come dire, insomma, dal contenente al contenuto. Se potessimo sintetizzare in una parola, quello che abbiamo visto, dovremmo dire che qui lavorano i "guardiani del cielo". Infatti il posto di comando del Norad ha come scopo di raccogliere e sintetizzare le informazioni che arrivano da i vari sensori da esso dipendenti (cioè dalle varie stazioni radar d’allarme e avvistamento che controllano il cielo attorno agli USA ed al Canada), valutando le situazioni che man mano si verificano e, nel caso in cui esse rivestono un carattere patologico o particolare, diramando le opportune direttive agli enti dipendenti. In un linguaggio meno burocratico e formale: nelle sale del Nord, il comando di difesa aerospaziale nord americano, viene presentata su schermi e monitor la situazione dello spazio aereo prospiciente il Nord America, tenendo sotto controllo qualsiasi oggetto si muova in esso. È ben noto che le catene rada statunitense estendono la loro copertura sino al territorio sovietico, in modo da prevenire eventuali attacchi di sorpresa. Se in questa ampia fetta di cielo si verifica qualcosa che può apparire come minaccioso per il territorio degli USA, il Canada e dei loro alleati, il centro di comando del Nord lo segnala immediatamente, valuta la situazione e, prospettatala agli organi competenti (Casa Bianca, Stati Maggiori, Dipartimento di Stato) procede poi, in base alle priorità stabilite, ad approntare le necessarie contromisure, allertando i vari enti (SAC, TAC, etc) preposti a questo scopo.

“Gli uomini e le donne che vede a queste consolle mi dice un colonnello che mi fa da accompagnatore lavorano secondo turno è molto ferrei: qui l’operatività è garantita 24 ore su 24. Si tratta di personale altamente qualificato, che dispone di apparati di prim'ordine“. Se le consolle e di grandi schermi rappresentativi della situazione tattica dell’intero pianeta sono l’aspetto più appariscente delle sale, quello più discreto ma sostanziale è dato dagli apparati elettronici. È chiaro che giungendo qui dati da tanti e tali centri radar ed ascolto, l’elaborazione di tutto questo materiale richiede una vasta rete di computer: in tal modo viene soddisfatta anche la vitale esigenza di fornire presentazione e valutazione della situazione in corso con tempi veramente fulminei. “Ma attenzione dice l’ufficiale che mi accompagna a non fare apprezzamenti errati. Qualche mese fa sui giornali di mezzo mondo si sono levate grida d’allarme perché s’era sparsa la voce che questi stava per scatenare la guerra senza motivo: Eni in sostanza, da alcune indiscrezioni del tutto in esatte, si era arrivati a supporre che, per un errore nella valutazione dei dati commesso dagli elaboratori, noi stessimo per far scattare l’allerta contro un attacco che in effetti non c’era. Da questo episodio largamente esagerato si è fatta scaturire una serie di conseguenze sensazionali: la più benevola e comune era stata era che la difesa del nostro territorio era affidata ai soli computer che, in caso di malfunzionamento, potevano scatenare da soli la guerra atomica. Scriva pure che si tratta di una fandonia bella e buona: è vero; qui i calcolatori abbondano e ce ne serviamo per la sintesi dei dati nonché per formulare delle previsioni, ma la valutazione dei fatti, la loro verifica e le decisioni, tutte le decisioni, vengono prese da uomini, persone in carne e ossa che ragionano, discutono e valutano con il loro cervello e non tramite valvole e circuiti stampati. Ciò è tanto più vero nel caso in cui si verificano delle evenienze particolari. Per farla breve: la situazione presentata dal film “Wargames“ è proprio una bella favoletta e niente più“. E che lo staff del Norad debba ragionare con la propria testa sovente lo dimostra il fatto che in un anno, mediamente, il comandante bene che al mar chiamato almeno 500 volte per valutare situazioni “particolare“. Basta che succeda “qualcosa“ alle frontiere degli USA o nel territorio sovietico perché il telefono squilli nel suo ufficio: gli 87 computer ospitati nel ventre della montagna ma ce ne hanno dati e forniscono proiezioni, ma le decisioni e gli apprezzamenti ricadono sempre solo sotto la responsabilità di uomini. “Dal momento che qui arrivano informazioni da numerosi sensori rivolti al controllo dei nostri confini ma anche allo spazio interno, ci capita di intervenire a favore di enti non militari. Ad esempio c’è capitato di ricevere richieste di controllo i voli civili in difficoltà o di far alzare gli effe 15 perseguire aerei dirottati. Ci siamo adoperati più volte anche in caso di calamità naturali o come supporto secondario alla protezione civile“ dice ancora la mia guida. “Tra le stazioni che inviano qui i loro dati vorrei ricordare la distante early warning line, che ha sede in Groenlandia, o i radar bel balistiche missile early warning system sito in Alaska. I sensori sono là, ma i dati arrivano qui e qui, associati ad altre informazioni, vengono presentati e valutati“. Al comando del Nord prestano servizio nella stragrande maggioranza ufficiali e sottufficiali dell’uso (molti i piloti, Soprattutto provenienti dagli Store del Suck), ma anche ufficiali dell’uso armi, della nave e delle Canarie armadio forse s’, visto che il comando a carattere sovranazionale e interforze. Dal 1 settembre 1982, però, il Nord non è il solo ad abitare l’altro della montagna, poiché a quella data è stato costruito anche lo Space Command, il cui quartier Generale è sempre nella Cheyenne Mountain. Vediamolo da vicino.

Una delle tante consolle di presentazione dello Space Surveillance Center. E' ben visibile l'orbita di un satelliste

Space Command: verso le "Guerre Stellari"

Lo Space Command è stato attivato nel 1982, il 1° settembre. La direzione di questo importante ente è stata affidata alla stessa persona che dirige il Norad e che, al momento della mia visita era Generale dell'USAF JamesV. Hartinger. Suo vice era il ten.gen. Forrest S. McCartney, che aveva mantenuto l’incarico di comandante della Divisione Spazio dell’Air Force System Command, dislocato attualmente alla Air Force Station di Los Angeles, ma che, chissà, in futuro potrebbe avvicinarsi all’area di Colorado Springs, ma perché creare proprio un comando spaziale visto che esistono trattati che dovrebbero proibire a qualsiasi potenza ti trasformare il cosmo in un campo di battaglia? Gli americani sono molto pragmatici su questo punto: vanno bene i trattati, però ormai nello spazio circostante la terra si verificano situazioni e avvenimenti il cui significato militare e sempre più evidente. Pensiamo ai satelliti spia o da ricognizione, a quelli per le comunicazioni o a quelli che sono indispensabili per la navigazione terrestre, aerea e marittima. Metterli fuori uso oggi significa avere un vantaggio enorme sul nemico, vero o presunto che sia. Poi c’è la questione delle stazioni spaziali abitate: per ora i sovietici mantengono in volo quasi continuamente almeno una equipaggio ospitato a bordo di un modulo orbitante attorno alla terra: è da presumere sì che tra le molte attività di bordo siano comprese anche operazione di “intelligenza” o comunque di tipo militare. Gli USA guardano poi con preoccupazione agli sviluppi della tecnologia sovietica, che dispone di un valido sistema operativo antisatellite, che ha lanciato in orbita un numero impressionante di ovini (la maggior parte dei quali non solo per scopi scientifici) E che, grazie ai progressi compiuti nel settore delle armi laser, potrebbe presto disporre nel cosmo che circonda il nostro pianeta di un’arma antimissile o antisatellite di enorme efficacia. Insomma, l’America si sente minacciata dai progetti spaziali dell’Urss e ha deciso di prenderle opportune contromisure, come disse lo stesso presidente Reagan 4 luglio 1982, affermando che il primo scopo dei programmi spaziali statunitense era la sicurezza nazionale. Del resto la voce “spazio“ che nell’ambito del bilancio della difesa per il 1982 contemplava 2 miliardi di dollari, Per l’83 ne prevedeva invece oltre 8:1 aumento significativo. Così è nato lo Space Command, il cui compito primario e di ricevere dalle varie stazioni radar e di tracciamento informazioni sul movimento dei satelliti in orbita e, controllarli e tenere sotto osservazione il resto dello spazio che circonda la terra per evitare colpi di mano dei possibili avversari. Come si può notare dalla cartina che illustra l’articolo, queste stazioni sono sparse in tutto il mondo. La sorveglianza dei satelliti e quindi importante: sono oltre 5000 gli oggetti che ruotano attorno al nostro pianeta, E di ciascuno di essi lo Space Command sanno tutto: provenienza, compiti, parametri di volo. Questo comando, tra l’altro, provvede anche a comunicare alla NASA ed altri enti civili le orbite più utili per lo space sciatto l’opera altre “lune artificiali“, in modo da evitare collisioni fortuite o sovrapposizione dannose. C’è una terza missione che verrà affidata a questo ente, ed è quella di gestire il funzionamento delle armi antisatellite realizzate dagli USA, ovviamente quando queste saranno disponibili. Dal punto di vista organico lo space coma and dispone di circa 6000 militari e civili. Quattro sono le basi poste sotto il suo diretto controllo: Thule e Sonderstrom, in Groenlandia; Clear in Alaska e Peterson AFB nel Colorado. Sono poi disponibili due catene di satelliti operativi: quelli da allarme precoce e quelli per la difesa metereologiche, con gli apparati di rilevamento E controllo ad essi associati. In futuro questo comando avrà la responsabilità di garantire l’efficienza del Global Positioning System, del sistema d’allarme integrato NUDET e del MILSTAR, il nuovo sistema di comunicazioni via satellite per scopi militari di avanzatissima concessione. Nel gennaio 1983 è stato attivato anche il 1st Space Wing sulla base di Peterson: suo scopo quello di controllare il funzionamento dei satelliti militari USA in orbita e di curare la manutenzione dei sensori che li seguono. In futuro, come si è detto, funzionerà anche il Consolìdated Space Operations Center, per curare le missioni militari dello Shuttle, e forse anche di qualcosa di più, visto che il Dipartimento per la difesa ha chiesto una navetta dalle prestazioni migliorate rispetto al Colombia e dal Challenger. Per ora comunque, oltre al 1st Space Wing, le responsabilità maggiori ricadono sulla SPADOC, lo Space Defence Operations Center, che è ospitato appunto nella Cheyenne Mountain. Anche qui sulle consolle degli operatori viene presentata continuamente la situazione che esiste di momento in momento nei cieli, e oltre, in tutto il mondo. Qui i computer sono in grado di fornire, in pochi secondi, l’orbita di qualunque satellite americano, europeo o sovietico tuttora in servizio. È quindi un’attività anche utile per l’estrazione pacifica dello spazio, una banca dati di prim'ordine, ma il cui scopo è sempre comunque uno solo: impedire che sfruttando gli strati più alti dell’atmosfera o le pagine del cosmo qualcuno minacci sicurezza degli USA. Sotto questo aspetto, le aperte per “guerre stellari“ sono già una realtà di oggi!

 

Appennino '84
Da Rivista Italiana Difesa N. 4 aprile 1984

Alcuni "Alpen Scooter" del gruppo da ricognizione del battaglione alpino Gemona

Uno dei veicoli da neve di tipo medio BV-206, in dotazione da gennaio alle truppe alpine, portati dalla JULIA a Prato Spilla

Un gruppo di alpini sciatori della JULIA al termine della dimostrazione; molti di loro sono ancora armati con il vecchio Garand M-1 perfettamente mimetizzato con abbondante nastro adesivo bianco

La brigata alpina JULIA, una delle più note e decorate unità delle truppe il pene è scesa dal natio Friuli nella seconda quindicina di febbraio per svolgere le esercitazioni invernali in Alta Val Cedra, nell’Appennino Parmense, nella zona di Prato Spilla in comune di Monchio delle Corti. Un tempo avverso ha ostacolato per giorni l’attività degli alpini e solo il giorno della dimostrazione ufficiale uno splendido sole ha consentito di svolgere il previsto programma imperniato sulla presentazione dei nuovi veicoli da neve che le truppe alpine stanno acquisendo. Dopo anni di valutazione dei diversi tipi di veicoli cingolati, di scooter e di motoslitte, la scelta definitiva dovrebbe essere ormai cosa fatta. Come mezzo da neve medio il 4° Corpo d’Armata Alpino a così scelto il cingolato a due elementi svedese BV-206 della Hagglunds & Söner, un mezzo in grado di trasportare fino ha 12 uomini e trainarne altre 16 sugli sci, anfibio, con una elevatissima mobilità su strada dove è in grado di raggiungere una velocità massima di 60 km/h e con una capacità di carico di circa 2500 kg. Idoneo anche al soccorso civile, il BV-206 è però ora in dotazione organica al solo Battaglione Susa, il gruppo tattico della forza mobile della Nato, che dispone di 30 di questi mezzi, “prestato” alle varie brigate alpine per far fare le ossa ai conduttori in attesa che le disponibilità di bilancio consentano a tutti i battaglioni alpini di dotarsi di questo mezzo destinato ad accrescerne la mobilità su ogni terreno. Unitamente al BV-206, che ha un costo medio per esemplare di circa 70 milioni, la JULIA presentava le moto da neve Alpen Scooter della Fassa, veri e propri motocicli a due posti, in grado di sviluppare una velocità massima di 30-35 km ora, dotati di un motore da 198 c.c. a due tempi; con portata di circa 180 kg e con un peso a vuoto di 117 kg. Questi originalissimi scooter, con uno scarpone a forma di sci al posto della ruota anteriore ed una cingolatura al posto di quella posteriore, sono in grado di trainare gli slittini Akya, da alcuni anni in dotazione alle truppe alpine, sui quali possono trovare posto anche le armi di squadra come la mitragliatrice MG-42/59, il cannone senza rinculo da 57 mm e il mortaio da 81 mm, armi, rifornimenti e feriti. All’esercitazione prendevano parte circa 800 uomini del Battaglione alpini Gemona e del gruppo artiglieria da Montagna Belluno, con due pezzi da 105 mm, oltre ad aliquote di reparti minori, e 200 mezzi. Oltre ai veicoli, le truppe alpine presentavano l’intera gamma delle nuove attrezzature: divise, tende, scarponi, sci, radiotelefoni, rivelatori elettronici, eccetera. che ne consentono un sempre più idoneo impiego in ambiente invernale.

 

Prima prova per l’ASAT
Da Rivista Italiana Difesa N. 3 marzo 1984

Il 21 gennaio u.s., l’USAF fra ha condotto il primo esperimento di lancio del suo nuovo missile antisatellite ASAT. L’arma è stata lanciata da un F-15 decollato dalla Edwards AFB e poi atterrato a Vandenberg AFB, e non era puntata contro un vero bersaglio ma semplicemente contro “un punto“ nello spazio. L'USAF si è rifiutata di comunicare le condizioni della prova, e non è nemmeno stato reso noto se essa si sia conclusa con successo o meno. Tuttavia, questa prima prova di un missile destinato a distruggere satelliti nemici in orbita e basse è stata largamente interpretata come il primo passo sulla strada delle “guerre stellari“; ed ha quindi provocato forti critiche in alcuni ambienti politici e scientifici degli stati uniti, che giudicano sviluppi del genere come un ulteriore e inutile aggravamento della corsa agli armamenti. Si deve comunque ricordare che gli studi e le ricerche per armi anti-satellite non sono proibiti dal Q1 degli accordi russo-americani. Sviluppato dalla Boeing e dalla Vought, l’ASAT è stato progettato per essere compatibile con l’F-15 con un minimo di interfaccia; è infatti previsto che un qualsiasi F-15 debba poter essere trasformato per portare la Zatta in meno di sei ore. Ad ogni modo, gli squadroni di F-15 selezionati per essere i primi a disporre dell’arma (se esso arriverà davvero operativo) sono il 318º squadrone basato sulla McChord AFB e il 48º squadrone operativo sulla Langley AFB. Lasa te, che pesa circa 1200 kg, è un’arma a due stadi, composta da un primo stadio derivato da quello del missile aria-superficie Boeing SRAM e da un secondo stadio ALTAIR III sviluppato sulla base del quarto stadio del razzo-sonda Vought SCOUT. Il secondo stadio porta la testata da intercettazione (“miniature vehicle warhead“); quest’ultima, che si distacca dal secondo stadio per la manovra finale di attacco e potrebbe quindi essere considerata come una terzo stadio, è dotata di otto te le scopi miniaturizzati e di un sensore IR per l’identificazione dei satellite da attaccare. La testata manovra grazie al 56 piccoli motori razzo controllati da un calcolatore. Il meccanismo fisico di distruzione non è ancora noto con certezza: le fonti americane parlano talvolta di “testata esclusiva“, ma alcuni spaccati della testata non mostrano alcuna traccia di una carica bellica. Sembra quindi probabile che la distruzione del satellite nemico avvenga per impatto diretto. Le procedure di intercettazione studiate per l’ASAT prevedono che l’F-15 venga tenuto pronto al decollo suo allarme, armato e con gli algoritmi per la manovra di attacco e il lancio del missile già immagazzinati nella memoria del suo calcolatore. Quando un satellite nemico è identificato, e si decide di distruggerlo, l’F-15 decolla, e cabra quasi verticalmente sino ad una quota di circa 28.000 m (ben superiore alla sua tangenza pratica in volo orizzontale); all’apice della cabrata, l’ASAT è lanciato verso l’alto nella direzione approssimata del bersaglio che il calcolatore visualizza sull’HUD del pilota. Il missile è accelerato sino a oltre Mach cinque dal primo stadio, e a velocità che dovrebbe essere oltre Mach 10 dal secondo stadio. Nessun piano preciso circa lo spiegamento operativo dell’ASAT è stato reso noto. Il programma di valutazione proseguirà ora con la messa in orbita di speciali satelliti bersaglio.

 

Le applicazioni militari del laser
Da Rivista Italiana Difesa N. 2 febbraio 1984

Il laser (Light Amplification by Stimulated Emission of energy) può come noto essere brevemente descritto come un apparato che produce un fascio, altamente concentrato, di luce monocromatica coerente. Sebbene la possibilità dell’emissione stimolata di luce fosse stata riconosciuta in via teorica da Albert Einstein già nel 1917, fu solo nel 1960 che si arrivò all’applicazione pratica del principio del laser. In quell’anno, lo scienziato americano T.H Maiman realizzava infatti il primo laser prototipo, che utilizzava una sbarretta di rubino. Sebbene molti altri tipi diversi di laser siano stati messi a punto in seguito, i laser allo stato solido continuano ad essere quelli maggiormente usati per le diverse applicazioni militari. I laser allo stato solido soffrono però dei due gravi difetti: una bassa efficienza complessiva e, soprattutto, una scarsa capacità di penetrare attraverso nebbia, fumo o altri oscuranti - cosa che ne degrada parecchio l’utilità sul campo di battaglia. È proprio per questo che i laser a diossido di carbonio - che costituiscono il membro più importante della famiglia dei laser a gas, o molecolari - appaiono tanto promettenti per usi militari. Nella maggior parte dei casi, i laser militari oggi in uso (qualunque sia il loro scopo) sono progettati per emettere il possibile energia molto brevi e intensi. Ciò è ottenuto mediante l’inserimento di una “tendina“ tra la colonia di amplificazione e la serie di specchi, tendina che imposizione è chiusa impedisce il funzionamento del sistema. Questo elemento può essere di tipo meccanico, o - più comunemente - di tipo ottico (liquido o solido). E, quando esso viene aperto, tutta l’energia accumulata viene emessa in un unico impulso della durata di una frazione di secondo, ma con una potenza di picco che può arrivare a diverse centinaia di migliaia di kilowatt. A partire dalla fine degli anni '60, la lista delle applicazioni militari del laser è andata via via allungandosi. Attualmente, i laser sono usati per telemetria, per designazione e inseguimento bersagli, per il puntamento di sistemi d’arma, per comunicazione, per allarme e per addestramento; e la possibilità di realizzare vere e proprie armi laser va facendosi ben concreta.

Telemetro laser

L’introduzione di sistemi d’arma terrestri e aria-superficie caratterizzati da portata, mobilità, velocità e letalità sempre crescenti ha portato come conseguenza all’inderogabile necessità di far centro con il primo colpo e alle massime distanze possibili. Ciò richiede quasi sempre una misurazione accurata e molto rapida della distanza del bersaglio; e i sistemi di telemetria ottica tradizionali non sono in grado di soddisfare questa esigenza, soprattutto in quanto le loro prestazioni si degradano con il crescere della distanza. La soluzione è stata trovata con lo sviluppo di apparati elettro-ottici optronici, tra i quali il telemetro laser occupa un posto preminente. Il fascio di luce coerente emesso da un laser può, in condizioni, meteo favorevoli, “viaggiare“ per distanze considerevoli. Il sistema dispone di un emettitore e di un ricevitore laser, e funziona misurando l’intervallo di tempo che trascorre tra l’emissione dell’impulso laser e il suo ritorno: dato che la velocità della luce è nota e costante, una semplice operazione (effettuata dal sistema stesso) fornisce la distanza alla quale si trova l’oggetto “colpite“ dal fascio. I primi telemetri laser erano del tipo a rubino. Sebbene essi offrissero già enormi vantaggi nei confronti dei delicati e costosi telemetria ottici a coincidenza, erano limitati dalle dimensioni non trascurabili e dal costo ancora troppo elevato; il vero “boom“ dei telemetri laser si è avuto con gli apparati al NdYAG (Neodimyum/Ytrium - Aluminium) che emettono su una lunghezza d’onda di 1,6 nano metri. A seconda delle applicazioni e del tipo, si distinguono telemetro laser a mano, sul tripode, su veicoli e su aeromobili. Il telemetro laser a mano sono soprattutto concepiti per essere usati dai serventi dei mortali, riducendo drasticamente la necessità di tiri di aggiustamento e quindi il rischio di identificazione prematura. Stanno però trovando impiego anche con gli osservatori avanzati d'artiglieria, quando le circostanze impediscono l’uso dei più grandi e precisi apparati montate su tripode. Il telemetro laser a mano hanno in genere l’aspetto di una normale binocolo, e pesano da 1,5 a 3 kg; normalmente operano con una frequenza di ripetizione degli impulsi di 12 impulsi al secondo, e possono misurare distanze da 150 a 10.000 m con un margine di un errore di 5 m in più o in meno. I telemetri laser montati su tripode offrono prestazioni superiori, e sono concepiti per il tiro di artiglieria con cannoni e obici. Quasi tutti i modelli recenti sono del tipo NdYAG, con un peso che può variare dai due ai 20 kg, e sono in grado di fornire simultaneamente la distanza, l’azimuth e l’angolo di elevazione del bersaglio; la portata utile è compresa tra i 200 e 20.000 m, sempre con un margine da errore di 5 m. La Ferranti inglese sta comunque sviluppando un nuovo telemetro laser a diossido di carbonio, il type 307 che promette la capacità di fornire misurazioni accurate anche con pioggia e nebbia. Il telemetro laser montati su veicoli sono soprattutto destinati a carri da battaglia e ad altri veicoli corazzati, e godono di un favore crescente. In genere, questi apparati hanno un peso compreso tra i 3,5 e15 kg; possono essere integrati con un mirino ottico, o incorporate nei sistemi di puntamento del cannoniere e o del comandante. La seconda soluzione è quella in genere adottata per il rimodernamento di veicoli già esistenti, in quanto non richiede ampie modifiche. Nella maggior parte dei casi, il telemetro laser e direttamente interfacciato con il calcolatore balistico, che riceve quindi i dati sulla distanza del bersaglio senza necessità di intervento umano. Molti apparati dispongono anche della capacità di visualizzare per l’operatore diverse “lettura“ di distanza ottenute con lo stesso impulso: ciò costituisce un importante vantaggio, in quanto può facilmente capitare che l’impulso colpisca non solo il suo bersaglio, ma anche altri ostacoli (arbusti, eccetera) che, pur non essendo sufficienti ad arrestarlo, generano una eco di ritorno. E quindi è bene che sia il cannoniere a decidere quale valore sia quello corretto, o comunque (nel caso di sistemi dotati di “filtri“) a controllare che il calcolatore riceva il dato esatto. Il telemetro laser in uso su i carri moderni possono fornire in molto meno di un secondo la distanza di un bersaglio posto da 300 sino a 10.000 m, con il solito margine di errore di 5 m. Ciò consente al carro di aprire il fuoco alle massime distanza e pochissimo tempo dopo la scoperta del bersaglio. Per quanto riguarda il telemetro laser per veicoli corazzati, la tendenza più interessante è senza dubbio rappresentata dalla messa appunto di sistemi di ossido di carbonio. Per la specifica applicazione, ai vantaggi già citati (migliore penetrazione attraverso oscuranti naturali o artificiali), se ne aggiunge un altro, importantissimo: il telemetro laser a CO2 sono compatibili con i sistemi di visione notturna a visualizzazione dell’immagine termica, in quanto operano sulla lunghezza d’onda di 10,6 nano metri, cioè una lunghezza infrarossa. I due tipi di apparati possono quindi usare un unico canale ottico comune, il che semplifica molto il compito di progettare il sistema di puntamento di un caro moderno. Molti commentatori militari concordano sul fatto che sul campo di battaglia moderno la classica tecnica usata dagli aerei per l’attacco al suolo (picchiata-sgancio-cabrata) comporterebbe perdita è troppo elevate. L’unica soluzione sembra consistere in un profilo di attacco tutto a bassa quota, e ad elevata velocità. In questo modo, però, il pilota viene a disporre solo di pochissimi secondi per acquisire il bersaglio, mirare e sganciare le sue armi; di conseguenza, un requisito essenziale è rappresentato da una continua lettura delle distanze aereo/bersaglio lungo la linea di mira. Ciò è solo possibile mediante l’uso di telemetri laser. L’esigenza di una lettura continua della distanza richiede che il laser emetta 10 o 20 volte al secondo, il che comporta particolari sistemi di raffreddamento. Apparati di questo tipo lavorano molto più in fretta di un radar telemetrico, sono meno voluminosi e non sono vulnerabili alle ECM avversarie. Naturalmente, i telemetri laser aeroportati sono molto più complessi dei loro omologhi per usi terrestri in genere, sono integrati nel sistema di navigazione e bombardamento dell’aereo, e i dati vengono visualizzati sulla HUD.

Illuminatori laser

Questi apparati sono grosso modo simili ai telai mettere laser, ma emettono impulsi ad una frequenza di ripetizione più alta (10/20 impulsi minuto); inoltre, gli impulsi sono quasi sempre codificati, sicché il sensore dell’arma a guida laser (missile, proiettile o bomba) possa “riconoscere“ l’impulso che deve seguire. Gli illuminatori laser sono impiegati sia a terra (ad opera di osservatori avanzati), che su aeromobili; in questo secondo caso si tratta di sistemi piuttosto complesse, con notevole portata e stabilizzazione sui tre assi. Gli illuminatori laser sono destinati alla guida semi-attiva di bombe “intelligente“, missili aria-superficie, missili controcarro e proiettili di artiglieria; vennero usati per la prima volta in Vietnam nel 1972. Il principio di funzionamento è il seguente: l’illuminatore laser (sia esso nelle mani di un operatore a terra, montato sullo stesso aeromobile che effettua il lancio, o su un altro aereo mobile) mantiene il suo fascio puntato sul bersaglio (in realtà, si tratta non di un fascio continuo, bensì di una serie di impulsi emessi in rapidissima successione). Il fascio viene riflesso dal bersaglio sotto forma di un cono di energia, il cui vertice coincide con il punto di impatto fascio/bersaglio. L’arma a guida laser identifica con il suo sensore il margine esterno del cono e lo risale sino al bersaglio mantenendosi sulla traiettoria corretta grazie ad un piccolo e lavoratore che ricava il segnale di correzione e li trasmette alle superfici di controllo.

Il sensore delle armi “intelligente“ a guida laser semi-attiva è una semplice fotocellula progettata per “vedere“ solo sulla lunghezza d’onda dell’laser. Nei modelli meno complesse, il sensore è suddiviso in quattro quadranti: se l’arma è sulla traiettoria corretta, tutti e quattro i quadranti ricevono la stessa quantità di luce laser riflessa; se l’arma è fuori traiettoria, uno dei quadranti riceverà più energia degli altri, e la diversità è utilizzata per elaborare i segnali di correzione. L’uso della guida laser semi-attiva con illuminazione è particolarmente interessante nel caso di bombe d’aereo, in quanto il principio consente di attaccare e distruggere anche bersagli fortemente difesi usando meno aerei, meno missioni e meno bombe. L’USAF s’ha calcolato che le sue bombe a guida laser della famiglia Paveway sono 200 volte più precise di una bomba “stupida“, e 40 volte più precise di una bomba “stupida“ sganciata con l’uso dei più moderni sistemi di attacco automatici basati su calcolatori. Alcuni fanno notare che è una bomba “intelligente“ costano almeno il decuplo di una bomba “stupida“; ma da altro canto una bomba “intelligente“ può fare il lavoro di 100 bombe normali, ad un 10º del costo. La proliferazione di armi a guida laser semi-attiva di diverso tipo impone un difficile compito ai progettisti degli apparati di illuminazione laser. Sarebbe infatti inaccettabile che ogni nuova arma introdotta dovesse fare uso di un suo specifico sistema di illuminazione; ma d’altro canto, la ben concreta probabilità di un simultaneo impiego di armi a guida laser di diverso tipo impone una accurata scelta dei codici adottati. Così, ad esempio, i due designatori laser concepiti per il proiettile d’artiglieria da 155 mm “intelligente“ Copperhead, e cioè l’AN/TVQ-2 G/VLLD e l’AN/PAQ-1 Mule, possono essere usati anche in congiunzione alla famiglia Paveway, all’Hellfire e al Maverick; mentre d’altro canto il TADS/PNVS dell’elicottero da combattimento AH-64 Apache, sebbene concepito per l’Hellfire, lavora anche con il Copperhead. Nuove interessanti possibilità sono aperte anche in questo settore all’uso dei illuminatori laser a CO2 (e, quindi, di sensori parati per operare sulla relativa lunghezza d’onda di 10,6 nano metri). Si è già visto che si tratta di un valore infrarosso; e le radiazioni IR “interessante“ presenti sul campo di battaglia - come ad esempio quelle emesse dal motore di un carro - sono compresa tra 8 e 15 nano metri. È quindi perfettamente possibile dotare la nostra bomba o proiettile intelligente di un sensore a doppio effetto, in grado di funzionare sia per la guida laser semi-attiva che per l’auto guida IR: l’operatore dovrebbe quindi illuminare il bersaglio solo nelle prime fasi della traiettoria dell’arma, mentre nella fase finale essa acquisirebbe il bersaglio autonomamente e si dirigerebbe contro di esso anche in assenza di designazione laser esterno.

La guida a fascio direttivo laser

(Il termine italiano, che può creare confusione con quanto visto in precedenza, è qui molto meno preciso dell’inglese “laser beam riding“, letteralmente “cavalca il fascio laser“). Questo principio può essere considerato come una variazione della guida semiattiva ad illuminazione laser, ed è applicabile solo a missili lanciati a partire da un elemento stazionario. Un fascio laser è mantenuto puntato sul bersaglio; e il missile si dirige contro il bersaglio “cavalcando“ il fascio stesso (e non la sua energia riflessa). Sono possibili due diverse modalità di guida: il missile può essere privo di sensore, e un’apposito elemento montato sull’unità di lancio insegue il missile in volo, calcola il suo scarto angolare dalla traiettoria corretta e gli invia i segnali di correzione tramite opportuna modulazione del fascio (sia quindi un principio di guida grosso modo simile a quello dei missili controcarro filoguidati di seconda generazione); oppure, il missile può essere in grado di identificare il fascio, agganciarsi ad esso e mantenersi a cavallo del fascio applicando le opportune correzioni. Talvolta - come nel caso del nuovo sistema Adats - si usano ambedue i principi in diverse fasi della traiettoria. Il principio della guida a fascio dell’attore laser è, come si vede, esattamente identico a quello della guida a fascio direttore IR. Ambedue i principi sembrano attualmente molto interessanti per la messa di missili controcarro di terza generazione; il MAF (missile anticarro da fanteria) cui la Oto Melara sta lavorando, è appunto un’arma a fascio direttore laser.

Inseguimento laser.

I laser possono anche essere usati per l’acquisizione e l’inseguimento dei bersagli illuminati. Chiariamo meglio con un esempio: esistono apparati da inseguimento per aerei (come il notissimo è LRTMS dei Jaguar e degli Harrier), concepiti per essere usate “in copia“ con illuminatore barra designatore laser affidati ad operatori a terra. Quando l’operatore a terra illumina un bersaglio con il suo sistema, un sensore montato sull’aereo lo acquisisce automaticamente, e lo insegue in relazione al moto dell’aereo; i dati sono quindi trasferiti a l’HUD, che li visualizza per il pilota sottoforma di azimuth ed elevazione. Gli apparati di questo tipo oggi in servizio funzionano nell’intervallo tra i 5000 e 10.000 m.

Laser da comunicazione

I laser hanno anche trovato un’altra applicazione nella trasmissione di messaggi in linea diretta: da veicolo a veicolo, da osservatore avanzato a posto di comando, da aeromobili a stazione a terra e viceversa, da satellite a terra e viceversa. Gli apparati tattici di questo tipo in servizio in diversi eserciti hanno l’aspetto e le dimensioni di un binocolo, pesano un paio di kg e hanno una portata massima che varia dai tre ai 10 km. Un sistema di comunicazioni via laser contiene una unità di elaborazione, una unità di emissione è una unità di ricezione; l’unità di elaborazione trasforma il messaggio a voce in impulsi laser modulate prima dell’emissione, e riconverte in messaggi in fonia gli impulsi modulate ricevuti. Questi sistemi possono essere usati anche per compiti secondari quali l’interrogazione IFF, la telemetria laser, o l’invio di segnali di attivazione ad apparati o a cariche esplosive posti ad una certa distanza. Il principale vantaggio offerto dai sistemi di comunicazione laser consiste nella elevata velocità di lavoro, e nella grande quantità di informazioni trasmessa con un unico impulso modulato. Inoltre, si tratta di apparati molto difficili da disturbare o intercettare, e quindi ha elevato livello di sicurezza: data la ristrettezza del fascio laser coerente, l’operatore avversario dovrebbe trovarsi esattamente sulla linea diretta tra le due stazioni in comunicazione. La stessa possibilità di comunicare solo in linea diretta e senza ostacoli intermedi costituisce naturalmente anche la principale limitazione, assieme alla forte suscettibilità alle condizioni meteo. Nello spazio, la linea diretta non costituisce un problema; e inoltre, il fascio coerente di alcuni laser riesce a penetrare attraverso l’acqua sino ad una considerevole profondità. Per questi motivi, gli USA stanno studiando una sistema di comunicazioni via satellite con i loro SSBN in mare, che dovrebbero appunto essere basati sul laser verdi/azzurri.

Sistemi di allarme

Il gioco dell’illuminazione barra designazione laser si può benissimo fare in due; e la comparsa di telemetro laser e di armi a guida laser a spinto alcune ditte a sviluppare sistemi di allarme. Questi sistemi sono basati su ricettori laser particolarmente sensibili, ti sposti sulla torretta o attorno allo scafo di un veicolo corazzato, ed emettono un segnale di allarme quando il mezzo è “colpito“ da un laser nemico-fornendo così una preziosissima indicazione dell’imminenza di un attacco. La categoria “sistemi di allarme“ comprende anche gli apparati laser, attualmente in fase di studio in diversi paesi, destinati ad avvertire i piloti di elicottero in volo a bassa quota della presenza di ostacoli davanti a loro - e soprattutto di cavi di alta tensione, che costituiscono un rischio forse ancora è maggiore di quello della contraerea nemica. In questo caso si tratta naturalmente di apparati attivi, che emettono ad alta frequenza di ripetizione degli impulsi spazzando un certo arco in orizzontale e in verticale.

Simulatori

I simulatori laser stanno rivoluzionando le tecniche dell’addestramento in combattimento simulato, in quanto offrono un livello di realismo in precedenza sconosciuto. Ad esempio, in un combattimento simulato tra carri tutti i veicoli sono dotati di emettitore bar ricevitori laser, operanti sul lunghezza d’onda che non danneggiano l’occhio. Un carro “spara“ attivando il suo laser e facendo detonare una piccola carica pirotecnica; se la mira era curata, il fascio laser colpirà il ricevitore del carro “nemico“, che a sua volta simulerà la distruzione del carro colpito attivando un fumogeno. In sistemi più complessi e “divertente“, un colpo assegno risulta nell’arresto del motore e nel blocco del meccanismo di sparo simulato. Gli stessi principi possono essere applicati a qualsiasi situazione tattica simulata, compreso il combattimento tra unità di fanteria.

Armi tattiche

Sin dalla loro primissima comparsa, i laser hanno suscitato nella grande massa del pubblico la convinzione che si trattasse della versione pratica del “il raggio della morte“ che a spadroneggiato in innumerevoli romanzi di fantascienza. In effetti, in teoria il laser offre grandi possibilità come arma, soprattutto grazie alla sua capacità di trasferire grandi quantità di energia a considerevoli distanze, alla velocità della luce e in modo eventualmente continuativo. Due appaiono le applicazioni di uso più immediatamente promettente: grandi laser di potenza per la difesa antiaerea e antimissile di obiettivi di particolare importanza, e piccoli sistemi individuali per “accecare“ i sensori degli aeromobili nemici e per distruggere i telemetri laser. Gli studi nel primo settore sono attualmente concentrate sulle laser a CO2, che possono sviluppare la potenza necessaria per distruggere un bersaglio aereo. Già nel 1976 l'Usa Army uso un laser a CO2 montato su un veicolo cingolato LVTP-7 modificato per abbattere piccoli “drone“ e elicotteri bersaglio; e la prima distruzione di un bersaglio volante radio comandato adopera di un laser dell’USAF risale addirittura al 1973. L’anno scorso, un laser a biossido di carbonio da 400 kW, realizzato dalla United Technologies e montato sull’ALL (Airborn Laser Laboratory), dell’USAF è riuscito da prima a distruggere i sistemi di autoguida di cinque missili Sidewinder in volo, e successivamente ad abbattere un drone. Sarà però bene sottolineare che la distruzione di bersagli volanti in reale condizione di combattimento richiederebbe laser a CO2 di dimensioni più che considerevoli. I programmi in corso vanno quindi considerati come strettamente sperimentali; se si arriverà alla messa appunto di vere proprie armi laser, esse saranno molto probabilmente basate sul laser chimici. Questo, almeno in un primo momento. La soluzione è che offre le migliori prospettive è infatti rappresentata dai laser a elettroni liberi, o a gas rari. Il primo modello in pratica combina un acceleratore di particelle con un laser ad alta energia, ed emette su lunghezze d’onda visibili e sullo spettro ultravioletto; sembra che si possono ottenere livelli di efficienza quasi incredibili, dell’ordine del 30-40%.

È ancora

E non è finita qui, poiché la lista delle applicazioni reali o potenziali dell’laser è ancora lunga. Ad esempio, il laser può essere usato come IFF non solo con le modalità attive in cui si è già fatto cenno (un segnale laser modulato di interrogazione provoca l’emissione di un analogo segnale modulato di risposta) ma anche con modalità passive: il mezzo da identificare viene brevemente illuminato, e il sistema è in grado di riconoscerlo analizzando le caratteristiche della vibrazione dell’energia laser di ritorno. Stanno anche prendendo rapidamente piede le spolette di prossimità laser, preferite a quelle a effetto Doppler per la loro grande resistenza al clutter naturale o artificiale; spolette laser sono ad esempio presenti sui Sidewinder Svedesi e sul nuovo Barack israeliano. Sì sono in oltre abbiate studi per laser contro laser, destinati a controbattere il laser in quasi tutte le applicazioni sin qui viste. Il principio di queste armi è abbastanza semplice e intuitivo: non appena un telemetro o un illuminatore laser iniziano a emettere, un sensore identifica la loro emissione e “spara“ un piccolo laser di potenza risalendo all’origine del fascio nemico. Potenza di emissione è ancora relativamente modeste sarebbero più che sufficienti per danneggiare le delicate ottica dei laser avversari così attaccati.

I laser hanno già trasformato il campo di battaglia in modo drastico rispetto alla situazione di soli vent’anni fa. La tendenza è risolutamente orientata verso un ulteriore incremento dell’uso dei laser in tutte le possibili applicazioni che abbiamo brevemente scorso; l’unica eccezione è probabilmente è rappresentata dai laser da comunicazione, dato che il futuro delle comunicazioni tattiche sembra riposare tutto sulle fibre ottiche. Considerevoli difficoltà dovranno ancora essere risolte prima che si arrivi alla messa a punto di armi laser vere e proprie; tuttavia, non vi è ormai alcun dubbio che armi del genere siano perfettamente fattibile. E quando entreranno in servizio, il modo stesso di concepire la guerra cambierà aldilà di ogni possibile paragone.

 

L'E.I. adotta lo Skyguard/aspide
Da Rivista Italiana Difesa N. 1 gennaio 1984

Il sistema missilistico AA SKYGUARD/ASPIDE nella configurazione attuale. La versione adottata dall'E.I. avrà un complesso di lancio differente.

Al termine di un processo di valutazione molto lungo e laborioso, avviato dopo il collasso del precedente programma INDIGO/MEI, l’Esercito Italiano ha deciso di adottare il sistema missilistico superficie aria Contraves/Selenia SKYGUARD/ASPIDE per la protezione sul campo di battaglia delle proprie unità corazzate e meccanizzate. Il principale concorrente era, come noto, il ROLAND. Gli ordini per un non specificato quantitativo di sistemi (si parla comunque di 40-50) verranno passati alla Contraves e alla Selenia nel  corso dei primi mesi di quest’anno. La scelta dell' esercito è stata ovviamente condizionata dagli importanti vantaggi logistici che risulteranno dall’adozione di un missile già in produzione di serie per la Marina Militare e la Aeronautica Militare (sistemi Albatros e SPADA).

Gli SKYGUARD/ASPIDE dell’Esercito Italiano saranno comunque in una configurazione diversa da quella sin qui nota: l’attuale affusto trainato con ruote abbattibili lateralmente (derivato da quello impiegato per l'affusto binato da 35 mm Oerlikon) sarà infatti sostituito con un nuovo affusto in corso di sviluppo in cooperazione Selenia/Otto Melara; e mentre il sistema SKYGUARD è in genere composto da sino a quattro unità di tiro asservite a una DT containerizzata che reca sia il radar di scoperta che quello da illuminazione/ inseguimento, nella configurazione adottata dall’Esercito ogni unità di tiro disporrà del suo radar da inseguimento indipendente montato direttamente sull’affusto. Il sistema SKYGUARD è già stato adottato da Grecia, Colombia ed Egitto (nonche da Taiwan, che però non potrà acerlo) equipaggiato con missili SPARROW, ed almeno altri 10 paesi nella configurazione con soli cannoni automatici (in genere, affusti binati da 35/90 mm). L’ordine italiano è il primo per la configurazione SKYGUARD/ASPIDE.

 

MLRS: un lanciarazzi per la Nato
Da Rivista Italiana Difesa N. 1 gennaio 1984

Di.Wolfgang Flume, Ron Sherman ed Enrico Po

Storicamente, forse la principale preoccupazione che la Nato si è trovata a dover affrontare sin dalla sua costituzione per quanto riguarda il fronte terrestre è rappresentata dal problema di come arrestare i massicci attacchi di grandi unità corazzate e meccanizzate che il Patto di Varsavia è in grado di lanciare. A questa preoccupazione di base, in tempi relativamente recenti se ne aggiunta un’altra: come praticare un tiro di sbarramento d’artiglieria efficiente senza essere fulminati dal tiro di controbatteria avversario, visto che le artiglierie sovietiche hanno regolarmente una portata maggiore dei pezzi occidentali dello stesso calibro. Più in dettaglio, la Nato visualizza il futuro campo di battaglia sul teatro europeo secondo lo schema seguente:

-sulla linea del fronte, e subito dietro e davanti ad essa, a luogo lo scontro diretto: carro contro carro,elicottero da combattimento, controcarro, uomo contro uomo, con l’appoggio di artiglierie, di sistemi lanciarazzi d'artiglieria leggeri e di aerei da attacco al suolo;

-l’artiglieria nemica che batte bersagli sulla linea del fronte (o nelle immediate retrovie della Nato) è schierata sino ad una profondità di circa 15 km dietro la linea del fronte. Questa artiglieria ha fatto e sta facendo progressi notevoli semi sia come qualità che come quantità; ne consegue che cercare di neutralizzarla con un tiro di controbatteria, condotto con un numero inferiore di pezzi aventi una portata più ridotta, equivarrebbe ad un suicidio;

-sino a circa 40 km di profondità dietro la linea del fronte, sono schierate le riserve corazzate e le unità di seconda schiera tattica nemiche (attenzione: queste unità non devono essere confuse con le unità strategiche di secondo scaglione, che si prevede di impegnare nel quadro della dottrina “Strike Deep”). Al momento, queste unità possono essere attaccate solo distogliendo dai loro compiti prioritari aerei da Strike come il Tornado.

-ancora più indietro, e sino ad una profondità di circa 350 km, si trovano i bersagli (fissi o mobili) del secondo scaglione vero e proprio, che se la dottrina “Strike Deep” verrà adottata verrebbero attaccati con i missili superficie superficie e aria superficie JTACMS.

La Nato pensa di essere in grado di resistere sulla linea del fronte, e che la dottrina "Strike Deep" la metterà in grado di risolvere il problema degli attacchi sovietici a massicce ondate successive. Rimangono tuttavia i due problemi chiave di come effettuare il tiro di contro batteria sull’artiglieria nemica e di come impegnare i bersagli (rappresentati soprattutto da riserve corazzate pronte a muovere ho già in avvicinamento) della seconda linea tattica nemica. È solo con la prossima introduzione del sistema lanciarazzi da artiglieria MLRS che questi problemi potranno dirsi risolti; e non è certo un caso se il programma MLRS vede la partecipazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia - cioè di tutti i paesi chiave della Nato.

Storia del programma

I vari componenti del veicolo di lancio SPLL (Selfe Propelled Launcher Loader)

I diversi paesi della Nato iniziarono a preoccuparsi seriamente dei problemi cui si è fatto cenno tra la fine degli anni '60 e primi anni '70. Si era alla ricerca di un sistema d'arma la cui caratteristica principale, dati i tipi di bersagli da impegnare, doveva essere rappresentata dalla capacità di effettuare un fuoco di saturazione molto intenso in tempi assai ristretti: che in effetti, le unità meccanizzate e corazzate pronte a muovere o in movimento rappresentano bersagli molto densi, che richiedono un elevatissimo numero di bocche da fuoco convenzionali se si vuole metterli fuori combattimento prima che si portino sulla linea del fronte. Come risultato, l’attenzione si focalizzò quasi subito su un sistema d’arma che l’Occidente con l’unica eccezione della Germania non aveva mai preso seriamente in considerazione: il lanciarazzi artiglieria di medio barra grosso calibro. Sulla base di questi principi, Germania, Gran Bretagna e Italia si accordarono per lo sviluppo in comune del sistema RS-80: avrebbe dovuto trattarsi di un lanciarazzi a sei canne da 280 mm, avente una portata di ben 80 km e montato sullo scafo del semovente da 155 mm SP-70. Si erano già realizzati due prototipi sperimentali per la fase di definizione, quando nel 1976 il programma venne bruscamente abbandonato: Gran Bretagna e Italia avevano perso l’interesse nel RS -80, e la Germania non era in grado di finanziare lo sviluppo da sola. Col senno di poi. C’è da dire che si è trattato di una decisione clamorosamente errata, visto che sia Gran Bretagna che Italia hanno dovuto in seguito ritornare sui loro passi e finiranno per avere un sistema americano prodotto su licenza anziché un sistema sviluppato in proprio. Il razzo dell’RS-80 ha poi trovato una nuova patria è una nuova carriera in Israele; ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, le cose si erano messe in movimento vista la necessità di un sistema d’artiglieria per il tiro rate disattivazione venne espressa per la prima volta nel 1971, nel quadro di uno studio sul campo di battaglia degli anni 1980 1990 condotto dall’Institute for Land Combat e dalla Army Materiel concept Agency; nel febbraio 1974, venne organizzato un po’ di lavoro per valutare se lanciarazzi da artiglieria costituisse una risposta pratica questo requisito. La risposta fu positiva, E risultò nel settembre 1975 nella formulazione del concetto GSRS (General Support Rocket System). Un secondo gruppo di studio procedette quindi ad una valutazione comparativa dei diversi sistemi già esistenti o in fase di sviluppo: il LARS tedesco, l’RS-80, il SYRA francese (anche esso in seguito abbandonato quando la Francia decise di entrare nel programma MLRS) E versioni speciali dei razzi ZUNI della marina. La conclusione fu che il GSRS avrebbe dovuto essere sviluppato ex novo. Nel dicembre 1976, cinque ditte vennero quindi invitate a sottoporre le loro proposte; e nel settembre 1977, Boeing e Vought furono prescelte quali finaliste. I primi tiri di prova vennero effettuati nel dicembre 1978 a White Sands; la fase di sviluppo di massima (Validation Phase) si chiuse nel febbraio 1980, e il 20 aprile dello stesso anno la Vought venne dichiarata vincitrice della competizione. Nel maggio 1980, la ditta ricevette il contratto per lo sviluppo sul larga scala del sistema (nel frattempo ribattezzato MLRS, Multiple Launch Rocket System) seguito nel luglio da quello per l’avvio dell’industrializzazione per la produzione di serie. I contatti con gli altri paesi della Nato e soprattutto con la Germania, che aveva digerito malissimo il forzato abbandono dell’RS-80 si avviarono già nel 1977. Un grosso ostacolo venne rimosso nel gennaio 1978, quando il segretario di Stato all’esercito americano ordinò personalmente un aumento del calibro del sistema dai 210 mm previsti in origine a 227 mm: ciò era necessario per consentire l’impiego con i razzi MLRS delle mine controcarro a dispersione AT-2 cui la Bundeswehr attribuiva (e attribuisce) una importanza prioritaria. Il 14 luglio 1979, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania federale firma fermarono così un “Memorandum of Understanding”, che regolava la ripartizione dei compiti e delle spese per lo sviluppo in cooperazione e il successivo spiegamento del sistema MLRS. Il 29 luglio 1982, l’Italia firmava a sua volta la lettera di accordo. La ripartizione prevista dal MoU è la seguente:

-Fase I: gli Stati uniti curano lo sviluppo del sistema MLRS nel suo complesso e dei razzi a dispersione con bombette non guidate M.-77, ad un costo totale di 340 milioni di dollari. Gran Bretagna e Francia contribuiscono con 15 milioni di dollari ciascuno e l’Italia con 10 milioni di dollari, pur senza avere alcuna parte nelle attività di sviluppo;

-Fase II: la Germania sviluppa, ad un costo di circa 100 milioni di dollari, le testate a dispersione Fase II, ciascuna delle quali contiene 28 mine controcarro AT-2; gli americani forniscono gratis assistenza tecnica per l’integrazione delle testate nei razzi e mettono a disposizione il poligono di White Sands per i tiri di prova;

-Fase III: nel luglio 1981, i firmatari originali del MoU (l’Italia non faceva allora parte del programma, e non ha successivamente giudicato opportuno interessarsi a questa fase di esso) raggiunsero un accordo di massima per la fase di definizione delle future testate c.c. a dispersione con sub-munizionamento ad autoguida terminale. Una esatta ripartizione delle spese dipenderà dalla distribuzione delle attività di sviluppo (ancora da decidere) e da numero di razzi contestate Fase III che ciascun paese deciderà di acquistare. Gli Stati uniti sono naturalmente molto più avanti degli altri paesi per quanto riguarda lo spiegamento in servizio dell’MLRS. La prima batteria MLRS, con nove lanciatori, proveniente dalla produzione di pre serie, è stata consegnata alla 1st InfDiv a Fort Riley (Kansas) nel marzo 1983; la produzione di serie è stata ufficialmente avviata il 14 aprile dello stesso anno. La seconda batteria è entrata in servizio lo scorso ottobre con la 8th InfDiv a Baumholder (Germania federale). In totale, Lusa armi prevede di acquistare 339 lanciatori (più naturalmente i corrispondenti veicoli da appoggio) e circa 400.000 razzi con testate Fase I; nel settembre 1983 la Vought ha ottenuto una maxi contratto quinquennale, dell’ammontare di ben 1,194 miliardi di dollari, per la produzione dei 149 lanciatori a e 250.980 razzi. Ai primi del 1984, la nuova fabbrica della Vought a Camden (Arkansas) produrrà 2000 razzi al mese, che saliranno a 3000 a mese alla fine del 1985 e a circa 6000 al mese (un razzo ogni tre minuti!) nella seconda metà del 1987. La produzione dei lanciatori continuerà sino alla fine del 1988. Per quanto riguarda il paese europei, Gran Bretagna e Germania riceveranno nel 1985 (direttamente dalle linee di produzione della Vought) rispettivamente quattro lanciatori con 108 razzi a testata inerte e due lanciatore con quattro razzi inerti, destinati a consentire l’avvio dei programmi di addestramento. Recentemente, però, la Gran Bretagna a come noto deciso di acquistare direttamente dalla Vought un lotto di 44 lanciatori e 49.542 razzi operativi Fase I, per un totale di circa 520 milioni di dollari; questi sistemi entreranno in servizio verso la fine del 1985 e quindi almeno due anni prima che si rendano disponibili di MLRS costruiti in Europa.

Contrariamente a quanto si era temuto in un primo momento, questa decisione non dovrebbe comunque mettere in pericolo il programma europeo: sembra che, come spesso avviene, il British Army abbia semplicemente deciso di spendere immediatamente delle eccedenze di bilancio che altrimenti gli sarebbero state tolte, e che stia accarezzando l’idea di far passare questi 44 sistemi come una aggiunta a quelli previsti nel quadro del programma europeo.

Il programma europeo

La futura produzione su licenza della MLRS in Europa, che dovrebbe svolgersi nel periodo 1987-1994, è ancora in fase di organizzazione. Nazione "pilota" per il programma europeo è la Germania federale; la produzione vera e propria verrà affidata al consorzio MLRS-EPG (MLRS-Europäische Produktions-Gesellschaft basato a Ottobrun nei pressi di monaco e comprendente:

-il gruppo tedesco RTG (MBB e Diehl) con il 60%;

-la Hunting Engineering inglese con il 20%;

-la SNIA-BPD italiana con il 4%.

È possibile che questo consorzio debba essere riorganizzato (in particolare per quanto riguarda le quote di partecipazione dei diversi paesi) a seguito della decisione inglese di acquistare parte dei suoi sistemi direttamente dalla Vought. Al momento attuale, i programmi di acquisto dei diversi paesi prevedono i seguenti totale:

-Francia: 55 sistemi di lancio, 3000 razzi da addestramento, 32.000 razzi Fase I;

-Germania: 200 sistemi di lancio, 16.000 razzi da addestramento, 65.000 razzi fase 1,20 mila razzi Fase II;

-Italia: 20 sistemi bilancio, 1420 grazie da addestramento, 5400 razzi fase 1,600 razzi di Fase II.

Per quanto riguarda il problema dei costi, va detto che un razzo Fase I. È stata a dispersione dotate di bombette M-77 viene attualmente a costare l’equivalente di circa 15 milioni di lire; un razzo Fase II con mine AT-2 costerà attorno ai 35 milioni; e a proposito dei futuri grazie Fase III con sub-munizionamento ad autoguida terminale, si parla già di almeno 250 milioni l’uno (il che, molto probabilmente, spiega come mai l’Italia se ne sia tenuta prudentemente alla larga…).

Il programma MLRS europeo a preso ufficialmente l’avvio l’estate scorsa con una richiesta di offerte e messa dall'EPG e inviata a circa 100 ditte europee che potrebbero avere, nel quadro dei rispettivi programmi nazionali, una parte più o meno grande: circa 50 ditte tedesche, 20 inglesi, 15 francesi e 10 italiane. Una produzione totale su licenza è comunque esclusa: nel quadro di certi accordi industriali compresi nel MoU tra i paesi europei e gli Stati Uniti, almeno il 5% delle componenti dei razzi e almeno il 25% delle componenti dei veicoli bilancio devono essere acquistate negli USA. Nel corso delle prossime settimane, il consorzio valuterà le diverse offerte pervenutegli, e le confronterà con la possibilità di effettuare negli stati uniti acquisti di componenti superiori ai minimi previsti: e sulla base delle indicazioni fornite dal consorzio, i diversi governi europei interessati dovrebbero firmare, prima della metà dell’anno in corso, il MoU che darà il via al processo di emissione dei contratti (si parla di un totale di almeno 3000 miliardi di lire).

I programmi per la produzione dei veicoli di lancio e dei razzi verranno mantenuti separati: ciò significa, appese in più, che l’Italia avrà il 4% della produzione dei veicoli di lancio e il 4% della produzione dei razzi. Per quanto riguarda i veicoli, si era in un primo momento accarezzato l’idea che ogni paese europeo avrebbe potuto installare l’elemento di lancio su uno scafo di produzione nazionale; ma questo progetto - sebbene appoggiato dalla volta che mi vedeva un buon aiuto per le esportazioni - è stato in seguito abbandonato per certe difficoltà tecniche. Il veicolo MLRS è infatti dotato di un sistema di navigazione terrestre che gli consente di stabilire la propria posizione con estrema precisione; ma questo sistema è stato progettato per il veicolo americano, e adattarlo ad altri veicoli richiederebbe una completa sostituzione del software. Ad esempio, la Germania pensava ad un autocarro da 10 t modificato; ma due soli prototipi sarebbero venuti a costare circa 40 milioni di marchi (24 miliardi di lire). Invece, è in pratica certo che ogni paese userà un veicolo nazionale per il trasporto dei razzi di riserva (la Germania ha appunto già deciso in favore di un autocarro da 10 t). Il montaggio finale per tutti veicoli di lancio europei sarà effettuato in Germania dalla Wegmann e dalla Thyssen Henschel, con parti provenienti da tutti i paesi interessati (più almeno il 25% dagli USA); la produzione verrà organizzata largamente sul concetto della "sole source" (una sola ditta responsabile per una certa parte), e quindi nessuno dei paesi europei sarebbe in grado di produrre i suoi MLRS da solo. Si tratta di un livello di integrazione e di cooperazione mai raggiunto in precedenza in un programma europeo con quattro nazioni diverse. Per quanto riguarda invece le razze, è possibile che si preferisco organizzare linee di montaggio separate in ciascun paese (anche se pur sempre comparti provenienti da tutte e quattro le nazioni, più almeno il 5% dagli USA). Esportazioni Per curare le possibili esportazioni del sistema MLRS in altri paesi, Vought ed EPG hanno costituito il consorzio MIC (MLRS International Consortium), con l’accordo di massima che il 60% bella eventuali vendite passerà attraverso di te americane, e il resto attraverso l’Europa. È però sin troppo facile prevedere che sorgeranno altri musi problemi: la Gran Bretagna e soprattutto la Francia che vantano una penetrazione commerciale sui mercati esteri ben superiore a quella della Germania, hanno già precisato che si aspettano una fetta dei possibili ordini per l’esportazione ben superiore a quella che toccherebbe loro nel quadro del consorzio EPG. E ancora: cosa succede se un paese vuole acquistare il sistema dagli stati uniti, e si sente rispondere che deve invece comprarlo in Europa (o viceversa)?

Descrizione tecnica

Nonostante la sua apparente semplicità (in fondo, verrebbe da pensare, un lanciarazzi da artiglieria è per definizione unarma relativamente poco sofisticata) la mera LS deve in realtà essere considerato come un sistema integrato composto da diversi sottosistemi. I principali di questi, che esamineremo separatamente, sono: il veicolo di lancio; il veicolo da appoggio logistico; il razzo con le sue diverse testate; il sistema di controllo del tiro. In quanto segue, si tenga presente che quando citiamo uno Vita come produttrice di questa o quella componente, ciao si ferisce naturalmente solo ai sistemi MLRS in produzione per l’esercito americano.

a) Il veicolo bilancio (SPLL)

La componente più vistosa del sistema è rappresentata dal veicolo di lancio e trasporto SPLL (Self propeller loader launcher). Il veicolo, prodotto dalla FMC, utilizza uno scafo derivato da quello del nuovo veicolo da combattimento per la fanteria M-2/M-3 Bradley; offre quindi una mobilità sul campo di battaglia paragonabile a quella dell’M-1 Abrams, più l’importante vantaggio logistico di avere diverse componenti (motore, trasmissione, sospensioni) intercambiabile con quelle del Bradley. Lo SPLL, che ha un peso in ordine di combattimento di 24,5 t, è spinto da un diesel Cummins VTA-903 con turbocompressore azionato dai gas di scarico, in grado di sviluppare una potenza di 375 kW (500 Hp) e accoppiato ad una trasmissione automatica General Electric HMPT-500. Il veicolo è concepito come un sistema autonomo e autosufficiente: contiene infatti il sistema di controllo del tiro, gli apparati per il caricamento meccanico dei razzi, e il sistema stabilizzato di navigazione terrestre. L’equipaggio di tre persone (conduttore, puntatore e comandante) è in grado di condurre in mezzo e di lanciare razzi senza necessità di lasciare il veicolo; gli stessi tre uomini sono sufficienti per il ricaricamento dei razzi successivi. La cabina dell’equipaggio è dotata di una leggera corazzatura che assicura la protezione nei confronti di schegge e di armi da fanteria, e di un sistema di filtri combinati con una leggera sovrappressione interna per la difesa in condizioni NBC e contro i gas tossici provocati dal lancio dei razzi; i finestrini possono essere protetti da pannelli corazzati ribaltabili. Nella parte centro barra posteriore del veicolo è montato l’elemento di lancio LLM (Launch-Loader Module), brandeggiabile su 194° e che può essere portato sino ad una elevazione di 60° (le velocità di puntamento in brandeggio ed elevazione sono pari a 5° al secondo e zero 8° al secondo). Fabbricato dalla stessa Vought, il LLM contiene due contenitori LP/C (Launch Pod/Container) che fungono sia da elemento di lancio vero e proprio che da elemento di immagazzinaggio e trasporto dei razzi: il LP/C consiste in una struttura in leghe leggere nella quale sono sistemati sei contenitori barra lanciatori sigillati in fibra di vetro (realizzati dalla Brunswick) che accolgono i razzi i contenitori barra lanciatori hanno un diametro interno di 298 mm, e il razzo è tenuto a posto da elementi a rotaia: questa soluzione è stata adottata per consentire il futuro impiego di razzi contestate di diametro superiore alle attuali. Ogni LP/C si appoggia all’LLM tramite quattro elementi elastici sistemate ai quattro angoli, che assorbono urti e vibrazioni. Questa configurazione consente l’equipaggio del veicolo di ricaricare e lanciare i razzi senza dover effettuare alcun controllo pre lancio sui razzi stessi, che vengono sigillati in fabbrica nei loro elementi di trasporto e lancio. L’intervento di altro personale per il processo di ricarica amento è richiesto solo per scaricare gli LP/C. Dal veicolo da appoggio logistico e deporli a terra in prossimità del veicolo di lancio: quando quest’ultimo ha lanciato i primi 12 razzi, un elemento orizzontale viene fatto fuoriuscire in avanti dalla parte superiore dell’elle elle emme, portando con sé i due LP/C con i tubi vuoti. I due LP/C usati vengono quindi rimossi tramite una piccola gru incorporata nell’elemento di cui sopra, e sostituiti sempre tramite la stessa gru da 2 LP/C pieni. E, dal momento che il processo di ricarica amento avviene non razzo per razzo, ma a mezzo dei due "pod" con sei razzi ciascuno, esso è molto rapido (tre minuti) e consente una elevatissima cadenza di tiro: una nuova salva di razzi può essere attirata otto minuti dopo la precedente. I razzi sigillati all’interno dei loro tubi possono essere immagazzinati per 10 anni senza richiedere alcuna manutenzione.

b) Il razzo MLRS

Sviluppato è prodotto dalla volta, il razzo del sistema MLRS a un diametro di 227 mm (con testata Fase I), una lunghezza di 3,94 m e un peso al lancio di 308 kg (sempre con testata Fase I). Il razzo è azionato da un motore a propendenti solidi (polveri) realizzato dalla Atlantic Research Corp.; particolare cura è stata posta nel ricercare soluzioni che consentìssero una produzione è semplice ed economica, sia negli Stati Uniti che in Europa. Da citare a questo proposito soluzioni quali l’adozione di un propellente, l’HTPB (Hydroxy-Terminated Polybutadiene) già disponibile commercialmente con il nome di Arcadene 360B, l’involucro del motore, realizzato semplicemente per imbutitura in acciaio 4130, l’ugello in plastica stampato in un pezzo unico, il largo uso della lavorazione tramite processo chimico per ridurre i costi delle operazioni di macchinatura è così via.

Il razzo ha una accelerazione iniziale di 40-50 g, e grazie alla spinta di circa 15 t, raggiunge la velocità massima di Mach 3,5 in circa 4 secondi dal lancio. La portata massima è pari a 32 km con testate Fase I,40 km con testate Fase II:45 chilometri contestate Fase III. Il raggio è composto da tre sezioni principali: la testata bellica; l’elemento di propulsione; e l’elemento di stabilizzazione con quattro alette che si spiegano dopo il lancio. Il razzo in volo è stabilizzato sia dalle alette e sia da una lenta rotazione sull’asse impartita dalle rotaie cui si è fatto cenno; i razzi di una salva vengono lanciati a 4,5 secondi circa l’uno dall’altro, nell’ordine sinistra in alto, sinistra in basso, centro in alto, centro in basso, destra in alto, destra in basso. I 4,5 secondi di intervallo sono necessari in quanto, sebbene il veicolo di lancio tiri con i cingoli e le sospensioni bloccate e sebbene i razzi in sé non producano naturalmente rinculo, è pur sempre possibile che il mezzo si sposti leggermente sotto l’impulso di un razzo in partenza: È quindi necessario attendere che il veicolo sia di nuovo perfettamente immobile, controllare la sua posizione e se è il caso, introdurre i nuovi dati nell’equazione balistica. Naturalmente tutto il processo è effettuato dal calcolatore. Come si è già avuto modo di accennare, per il razzo MLRS sono previsti tre tipi di testate diverse, che verranno introdotti in servizio in tempi successivi: Fase I, Fase II, Fase III. Vediamoli ora in dettaglio.

-Fase I. La Fase I prevede l’impiego di testate a dispersione con sub-munizioni non guidate (dumb cioè stupide). Le testate di questa fase hanno un diametro di 227 mm e un peso di 159 kg; ciascuna di esse contiene 644 “bomblets” M-77, derivate dalle M-42 utilizzate nel proiettile da artiglieria M-483 A-1 da 203 mm e nella testata convenzionale del Lance. Ciò significa che un sistema emme S può disperdere, nel giro di circa 60 secondi e utilizzando tutti i 12 razzi di una salva, 7728 sub-munizioni nell’area del bersaglio.

Le M-77 sono “bomblets” A carica cava e effetto combinato (alla penetrazione della carica cava si aggiunge la produzione di schegge provenienti dall’involucro esterno pre-frammentato) pesanti 230 g e destinate a battere bersagli morbidi e semi duri; la loro efficacia contro bersagli protetti è limitata (ad ogni modo, la carica cava avente un diametro di 35 mm può perforare sino a circa 40 mm di corazza). Le testate fase I sono quindi concepite per impegnare bersagli quali postazioni di artiglieria, batterie di missili AA, centri di raccolta per unità di fanteria meccanizzata e truppe allo scoperto.La testata è attivata da una spoletta elettronica a tempo emme 445 sviluppata dagli Harry Diamond Laboratories, che determina la detonazione di una piccola carica esplosiva sistemata in una cavità centrale attorno alla quale sono sistemate le sub-munizioni: queste ultime vengono quindi disperse radialmente sulla zona del bersaglio. Si è calcolato che la neutralizzazione di una batteria da artiglieria tipo dei paesi del Patto di Varsavia richiederebbe l’impiego di due lanciatori; la procedura sarebbe bilanciare sei razzi con un sistema MLRS e sei con l’altro, ripetendo poi il processo (anziché 12 razzi da un sistema e poi 12 dall’altro) al fine di dimezzare i tempi e lasciare al nemico meno tempo per mettersi al coperto.

-Fase II. Le testate FASE II, sviluppate dalla Germania e adottate anche dall’Italia, sono concepite per battere bersagli protetti nella immediata seconda linea nemica e per la rapida creazione di sbarramenti lungo le direttrici di avanzata delle colonne corazzate nemiche; possono quindi essere usate sia come munizioni che come mine vere e proprie. Sviluppate dal consorzio, queste testate hanno un diametro di 236 mm e un peso di 107 kg, e ciascuna di esse contiene sette “dispenser” con quattro mine a the due ciascuno. Il peso totale del razzo scende a 257,5 kg il che spiega la maggior portata nei confronti dei razzi con testata FASE I. La testata viene attivata da una spoletta a tempo quando il razzo si trova a una quota di circa 1200 m al di sopra della zona del bersaglio e la sua velocità è compresa tra Mach 1,5 e 2,5: I sette dispenser sono espulsi lateralmente da un generatore di gas, ad una velocità di circa 40 m s. Sette secondi dopo i dispenser si aprono a loro volta, e disseminano le 28 mine AT-2 che scendono verso terra appese ad un piccolo paracadute. Le 336 mine che un sistema MLRS può disperdere nel giro di un minuto coprono un’area di circa 1000 × 400 m; la densità del campo minato è quindi pari a 500 mine per 1000 m di profondità, o in altri termini sia una mina ogni 50 cm. Le mine AT-2, sviluppate dalla Dynamit Nobel, e specialmente concepite per l’impiego controcarro, verranno usate dalla Bundeswehr non solo con il sistema MLRS ma anche con il più leggero lanciarazzi LARS e con il sistema di dispersione MiWS (utilizzante un veicolo cingolato M-548 A-1). La mina ha un diametro di 103,5 mm e un altezza di 165 mm; la carica cava, che detona verso l’alto, può perforare sino a 140 mm di corazza, ma è stata soprattutto disegnata per tagliare i cingoli dei carri. La mina detona quando un carro vi passa sopra attivando il suo sensore a pressione. Oppure quando raggiunge l’87% della sua durata di vita stabilita (questo valore viene fissato prima del lancio tra sei possibilità diverse); è inoltre dotata di un meccanismo di attivazione anti-rimozione.

-FASE III. Le testate della FASE III rappresentano il più promettente impiego dell’MLRS - ma anche il più complesso sia dal punto di vista tecnologico che da quello politico. Queste testate dovrebbero portare del sub-munizionamento ad autoguida - terminale da cinque a sei sub-munizioni per testata - sino a 45 km circa: esse sarebbero l’ideale per battere unità corazzate e meccanizzate nemiche di seconda schiera tattica nei loro punti di raccolta, e quando sono già in movimento verso la linea del fronte. Esse si inseriscono quindi in quella rivoluzione del tiro d'artiglieria indiretto (di cui si è già parlato in diverse occasioni), consentendo all'MLRS di battere con grande precisione bersagli in movimento che sono del tutto fuori vista (sia otticamente che elettromagneticamente) dalla posizione del lanciatore. Come già detto, nel luglio 1981 Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania Federale raggiunsero un accordo per lo sviluppo in comune di queste testate. La prima fase del progetto vide l’organizzazione dei diversi consorzi industriali (composti ciascuno da una ditta americana come capo commessa e da diverse ditte europei), che presentarono le loro proposte di massima. L’anno scorso, il comitato di controllo internazionale decise che il BTA (Best Technical Approach, cioè il miglior approccio tecnologico) era quello proposto dal gruppo guidato dalla Raytheon: sub-munizioni dotate di sensore a onde millimetriche attive, e in grado di effettuare una lunga planata alla ricerca dei loro obiettivi (si parla di una zona di almeno 2000 × 1000 m che ciascuna sub-munizione dovrebbe essere in grado di esplorare). Nelle prime settimane di quest’anno, l'Us Army emetterà la RfP (Request for Proposals)  relativa alle testate FASE III; le proposte dovranno essere sottoposte entro l’aprile 1984, e la concessione dei contratti è attesa per la seconda metà dell’anno in corso. I gruppi industriali che risponderanno alla RfP sono i seguenti:

- Raytheon / Marconi / AEG - Telefunken / Rheinmetall / Matra:

- Martin Marietta / Thomson - CSF / EMI / Diehl:

- General Dynamics / Sperry / Dynamit Nobel / SEP / BAe / Scicon;

- Hughes Aircraft / Euromissile / Bodenseewerke.

Il gruppo Honeywell/Hunting Engineering/Dornier/TRT sembra abbia invece deciso di ritirarsi.

I gruppi industriali stanno naturalmente adattando le loro proposte al BTA prescelto; ad esempio, la Hughes intende proporre una versione in scala ridotta, con diametro di 4“, del suo sfortunato missile aria-sup. WASP, e la General Dynamics ha modificato il suo primitivo progetto di sub-munizione dotandolo di alette più grande per consentire la lunga planata richiesta. Ci sono comunque anche degli "outsider", che si propongono di sottoporre progetti non in linea con il BTA: la Aerojet intende offrire il SADARM, mentre Texas Instruments e Vought si sono associate per offrire (sia come FASE III "ad interim" e sia come vero e proprio sostituto della FASE III) un razzo MLRS a guida laser ottenuto combinando la sezione di propulsione di un razzo FASE I con il sistema di guida laser semi attivo e gli elementi di controllo della bomba "intelligente" PAVEWAY III con la testata a carica cava del missile cc HELLFIRE. Il risultante razzo sarebbe naturalmente è meno efficiente dei previsti razzi FASE III, sia perché richiederebbe l’illuminazione laser esterna e sia perché ogni razzo potrebbe impegnare un unico bersaglio anziché 5.06. E, ma la foto e lati fanno notare che si tratta di un programma a basso rischio (tutte le componenti sono già in produzione di serie) e a basso costo (un razzo di questo tipo verrebbe a costare meno di 20.000 $, cioè circa un decimo di un razzo FASE III). Il programma delle testate FASE III sta comunque creando diversi attriti tra gli Stati uniti e l’Europa. Sulla base delle insistenze europee, è stato deciso di adottare un piano di sviluppo della durata di ben 98 mesi, che porterà queste testate ad essere disponibili non prima del 1992. Esercito e industria americani sono però ancora ferocemente contrari a questo approccio, sostenendo che esso è di gran lunga troppo dilazionato e che rischia di uccidere il programma; oltre Atlantico si afferma che le tecnologie richieste (e in particolare l’elemento chiave, e cioè il sensore a onde millimetriche) saranno disponibili negli stati uniti già nel prossimo futuro, e che quindi non c’è ragione di attendere tanto a lungo. L’Europa dovrebbe semplicemente adattarsi ad acquistare le tecnologie negli USA, senza pretendere di svilupparle in proprio. A ciò l’Europa risponde che i sensori a onde millimetriche americane saranno bensì disponibili tra breve, ma si tratterà di sensori (come quello previsto per il SADARM) su una lunghezza d’onda di 35 Ghz: invece, i paesi europei (e, sotto sotto, anche gli stati uniti) vogliono un bene più efficiente sensore da 95 GHz, il cui tempo di sviluppo sarebbe sostanzialmente lo stesso sia negli USA che in Europa.

Funzionamento della testata "Fase II"

c) Il sistema di controllo del tiro

I razzi MLRS sono lanciati con l’ausilio di un sistema di controllo del tiro sviluppato dalla Nord, che usa molti elementi del preesistente BCS (Battery Computer System): quest’ultimo, già in servizio da qualche tempo nell’US Army, è un sistema automatizzato per il comando e il controllo di sino a 12 pezzi d' artiglieria, a livello di batteria. Il sistema installato sul veicolo di lancio dell’MLRS possiede la particolarità di poter comunicare in ogni linguaggio: e quindi i sistemi italiani saranno programmati per parlare in italiano, e così via. Nel corso di un’azione di tiro, il sistema può essere fatto funzionare sia manualmente che automaticamente, ma sempre sotto il controllo dell’equipaggio; se la sua funzione principale consiste nel fornire rapidamente le coordinate dei nuovi bersagli, consentendo un elevato volume di fuoco su molti bersagli diversi in rapida successione. Esso comprende quattro elementi principali: l’unità di controllo del tiro vera e propria; l’elemento per il comando di fuoco a distanza (l’equipaggio può fare fuoco sia dall’interno del veicolo e sia poi, se le circostanze lo suggeriscono, da una certa distanza da esso); il pannello di comando del tiro; e il sistema stabilizzato di navigazione terrestre. Quest’ultimo apparato, sviluppato dalla band X, comprende un giroscopio direttamente interfacciato con il calcolatore dell’unità di tiro, e il PDS (Position Determining System) per l’accertamento della posizione del veicolo. Gli MLRS europei manterranno il sistema NORDEN di base, ma lo interfacceranno con un sistema di comando e controllo che collegherà tra loro le diverse batterie e che dovrebbe risultare da diversi programmi nazionali. Ad esempio, la Germania userà il sistema ARES a livello di battaglione, mentre la Gran Bretagna farà quasi certamente ricorso ad elementi del suo sistema BATES.

Germania e Stati Uniti stanno inoltre valutando la possibilità di usare l’MLRS con il concetto FERA, già adottato dai primo paese per il sistema leggero LARS. Schematicamente, si tratta di questo: ogni batteria di lanciarazzi è dotata di una direzione del tiro Contraves FIELDGUARD. Prima di iniziare il tiro di sbarramento, si lancia - sulla base dei parametri di tiro calcolati - un singolo razzo: la direzione del tiro FIELDGUARD lo acquisisce, lo insegue e in via al calcolatore di tiro dell’MLRS i dati relativi alla sua traiettoria; il calcolatore confronta la traiettoria reale del razzo con quella prevista, determina determina le necessarie correzioni e le introduce nell’equazione balistica prima del lancio della salva di razzi. In questo modo, è possibile far partire una salva di razzi estremamente precisa prima ancora che il razzo guida sia arrivato sul bersaglio.

d) Il veicolo da appoggio logistico

Nell’ambito dell’esercito americano, il veicolo da appoggio logistico (RSV, Resupply Vehicle) è rappresentato da un autocarro 8 × 8 da 10 t della nuova famiglia HEMTT (Heavy Expanded Mobility Tactical Truck), che trascina un rimorchio HEMAT (Heavy Expanded Mobility Ammunition Trailer). L'autocarro è dotato di una gru da 2,5 t, che è in grado di scaricare un LP/C sui 360° e sino a 4,8 m di distanza; 4 LP/C sono sistemati sull’autocarro, e quattro su rimorchio. L’unità tattica, composta da un SPLL e due RSV, a quindi una autonomia forza di fuoco di 108 razzi. Come già accennato, è previsto che gli eserciti europei sviluppino i loro RSV sulla base dei prodotti delle loro industrie nazionali.

Organizzazione del sistema MLRS

L’unico esercito che abbia già stabilito con esattezza l’organizzazione e le modalità di impiego del sistema MLRS e naturalmente quello americano. Nel quadro dell'US Army, il sistema MLRS viene assegnato al livello di corpo d’armata come battaglione MLRS, a livello di divisione meccanizzata o corazzata come batterie organiche e a livello di divisione dati a'artiglieria come batterie inquadrate in battaglioni misti (sistema MLRS e obici da 203 mm.). I battaglioni MLRS (uno per Corso d'armata) comprendono 27 unità di tiro (tre batterie); in ogni caso, ogni batteria è organizzata su tre plotoni di fuoco con tre veicoli di lancio ciascuno, un plotone logistico con 18 RSV, una sezione di direzione del tiro e una sezione comando. Il sistema MLRS non verrà assegnato alle divisioni aereotrasportate, né alle brigate indipendenti. Il battaglione MLRS è organizzato su unita comando e tre batterie, che possono essere assegnate alle divisioni all’interno del corpo d’armata. I battaglioni misti a livello di divisione di artiglieria comprendono l’unità comando, due batterie di obici da 203 mm con otto pezzi ciascuna e una batteria MLRS, più una sezione di fanti con missili Stinger per la difesa a ravvicinata. Tutti gli elementi del sistema MLRS sono aereotrasportabili con un C-141.

Il problema della ricognizione

La grande portata del sistema MLRS pone un problema base: se i bersagli devono essere efficacemente impegnati sino alle massime distanze possibili, è necessario che la loro posizione venga terminata con grande esattezza. Dal momento che nelle missione di ricognizione nelle immediate retrovie delle line e porterebbero - se condotte con aerei pilotati - rischio elevatissimo, tutti gli eserciti interessati al programma MLRS si stanno risolutamente orientando sull'uso del mini-RPV, dotati quantomeno di telecamere stabilizzate o - meglio ancora - di camere a visualizzazione dell’immagine termica accoppiate ad un telemetro laser.

Come nota finale, sarà bene ricordare che, se gli Stati Uniti hanno iniziato a introdurre il sistema MLRS nel 1983, e i paesi europei seguiranno nel 1947, l’"altra parte" non è che perda tempo. Gli eserciti del Patto di Varsavia, infatti, hanno in servizio già daglì ultimi anni '70 il BM-27: questo sistema, montato su autocarro ad elevata mobilità ZIL-135 8 × 8 da 10 t e utilizzante razzi da 240 mm, può essere considerato come l’esatto equivalente dell'MLRS.

Sistema Lanciarazzi d'artiglieria MLRS

Caratteristiche principali
a) SPLL (Self-Propelled Loader/Launcher)
Dimensioni:
peso a vuoto (t) 19.5
peso in ordine di combattimento (t) 24.7
lunghezza (m) 6.8
larghezza (m) 2.9
altezza in marcia (m) 2.5
altezza in batteria a 60 gradi (m) 5.9
equipaggio 3 uomini
propulsione diesel Commins VTA-903 con turbocompressore a gas di scarico da 375 kW (500hp)
trasmissione GE HEPT-500
   
Prestazioni:  
velocità max. (km/h) 64
accelerazione da 0 a 48 km/h in 19 sec.
pendenza massima (%) 60
inclinazione laterale max (%) 40
ostacolo verticale (m) 0.91
trincea (m) 2.30
guado (m) 1.20
riserve carburante (l) 617
autonomia su strada (km) 485
funzionalità da -32 a +60° C
   
b) LP/C (Launch Pod/Container)  
peso a vuoto (kg) 396
peso con 12 razzi (kg) 2270
lunghezza (m) 4.166
larghezza (m) 1.051
altezza (m) 0.837
   
c) razzo MLRS (Fase I)  
peso lordo (kg) 310
peso al lancio (kg) 308
lunghezza (m) 3.94
diametro (mm) 227
peso testata (kg) 159
tipo testata a dispersione con 644 bombette non guidate M-77
accelerazione di lancio (g) 40-50
velocità max. (Mach) 3.5
portata max. (km) 32

 

MLRS FASE II anche per l'Italia
Da Rivista Italiana Difesa N. 12 dicembre 1983

L'Esercito Italiano, che come si è avuto modo di riportare non ha per il momento ritenuto opportuno partecipare alle discussioni e ai programmi in merito alle future testate Fase III per il sistema lanciarazzi d'artiglieria MLRS (testate che saranno del tipo a dispersione con sub-munizionamento controcarro ad autoguida terminale), ha al contrario deciso di adottare le testate Fase II. Le testate Fase II, che in origine sembrava dovessero essere utilizzate dalla sola Bendeswehr, sono destinate alla disseminazione delle mine controcarro ad attivazione combinata AT-2 (sviluppate dalla RGT). Ogni razzo MLRS Fase II (con testata di diametro portato a 236mm, contro i 227mm dei razzi Fase I) contiene sette dispenser, ciascuno dei queli a sua volta ospita quattro mine AT-2; le testate si apromo a circa 1200m al di sopra della zona da minare, e sganciano i dispenser che a loro volta, scesi a quote più basse, disseminano le mine. Il sistema è destinato ad effettuare minamenti di sorpresa lungo le direttrici di marcia delle forze corazzate avversarie: i razzi Fase II hanno una gittata massima di oltre 40km (contro i 35km circa dei razzi Fase I), e le 336 mine contenute in una salva del lanciarazzi MLRS consentono di saturare un'area di circa 1000x400m. L'Esercito Italiano prevede l'acquisizione di 600 razzi Fase II, in aggiunta a 20 sistemi di lancio e 5400 razzi Fase I.

 

Display Determination '83
Da Panorama Difesa N. 7 1983

Sul poligono del Cellina-Meduna si “combatte“ il segmento italiano di Autmn Forge, la Display Determination '83. Forse aeree corazzate italiane, americane, portoghesi e francesi si addestrano insieme per fermare il nemico Arancione. In azione i Tornado del 6° Stormo.

Poligono del Cellina-Meduna. L’osservatorio in castellatura metallica, posto a quota 116 dei macredi del torrente Cellina, offre ben poco riparo sia contro le onde d’urto, secche e potenti, dei cannoni da 105 mm L1A1 L/51 dei vicini carri Leopard sia contro quelle prodotte dal lancio dei missili BGM-71A TOW installati su gli chassis dei VTT M-113 mimetizzati. Ci troviamo nella pianura friulana nell’area addestrativa del V° Corpo d'Armata, in corrispondenza della confluenza dei torrenti Cellina e Meduna dove, nella tarda mattinata del 30 settembre, è in pieno svolgimento l’episodio tattico conclusivo, per quanto concerne l’individualità geografica e strategica collocata a nord-est dell’Italia, della Display Determination '83.

Il teatro operativo, povero di vegetazione e di ostacoli, offre buoni tagli di tiro e condizioni eccellenti di percorribilità. Per contro la vicinanza di numerosi centri abitati incide negativamente sull’utilizzabilità dell’area addestrativa, imponendo restrizioni nelle prove a fuoco e obbligando i vari comandi a veri equilibrismi per operare in sicurezza. Anche questa Display sviluppa, su scala ridotta, temi operativi che avrebbero richiesto disponibilità di ben più ampia portata, e sono invece costretti nella consueta zona dalle caratteristiche note e diverse dal terreno in cui si dovrebbe combattere in condizioni reali. La cadenza annuale della Display Determination non deve tuttavia far pensare ad una replica, con monotona ripetitività, dello stesso collaudato copione. Ciò non corrisponde al vero e la dimostrazione sta nella trama ogni anno diversa con cui si intrecciano sia i profili tattici, con nuove procedure, tecniche e mezzi, sia quelli umani, con scambi vicendevoli di esperienze e possibilità di contatti diretti e di affiatamento fra militari di diversi paesi.

Pianificata come esercitazione combinata terrestre-aerea-navale coinvolgente forze multinazionali in situazioni che richiedono una stretta cooperazione in campo tattico e logistico, la Display Determination 83 si inquadra nel complesso di 27 esercitazioni che coinvolgono tutta l’area dell’A.C.E. dalla Norvegia alla Turchia, codificate nella loro globalità sotto il nome di Autumn Forge. Al generale Giorgio Donati, comandante delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE), viene affidata la direzione delle unità italiane composte da reparti dei del 3°, 4° e 5° Corpo d'Armata, fra i quali le divisioni meccanizzate Centauro, Folgore e Mantova, la divisione corazzata Ariete, la brigata paracadutisti Folgore, le brigate meccanizzate Goito e Legnano, la brigata corazzata Curtatone e le brigate alpine Julia e Cadore ed unità di artiglieria contraerea dell’esercito.

I rinforzi esterni sono composti dal nucleo comando della Iª Brigata Mista indipendente portoghese e dalla 30ª brigata meccanizzata della guardia nazionale del North-Carolina (Usa). Per la prima volta in Italia, il contingente americano è giunto su velivoli C-130 e C-141 mentre il materiale pesante, costituito da 15 carri M-60,78 cingolati per trasporto truppe e combattimento (APC) e 250 veicoli ruotati è arrivato via mare con la U.S. Comet (di 16.000 t) al porto di Marghera e da qui alle zone operative a mezzo di convogli ferroviari. Il supporto aereo tattico e logistico alle unità terrestre è garantito da velivoli G 91 R/Y/T italiani e portoghesi, da F-104G/S, PD 808 e G 222 italiani, da A-10, F-111, RF-4C, B-52, KC-135, HC-130, HH-53 e UH 1 americani, da C-130 italiani e portoghesi e da Jaguar francesi, mentre gli E-3A Awacs della Nato assicurano la copertura e la guida radar. Le unità aeree sono agli ordini del generale Papacchini, comandante della 5ªA.T.A.F.. Complessivamente, nello scacchiere nord-orientale italiano dal 21 al 30 settembre sono stati impiegati 7640 uomini, 84 carri armati, 177 veicoli cingolati, 56 pezzi di artiglieria, 1244 automezzi ruotati, 80 velivoli da combattimento, 40 elicotteri e 10 velivoli di supporto.

La molla che, sul piano delle ipotesi ha fatto scattare questo spiegamento di forze e il progressivo deterioramento della situazione politica internazionale e la conseguente richiesta da parte della Regione Meridionale, di rinforzi esterni per il teatro orientale. Ed è proprio nella parte nord di quest’ultimo che si aprono le ostilità con il superamento della frontiera e l’attacco delle forze Arancione nei settori del 4° e 5° Corpo d'Armata. Nonostante la resistenza opposta dagli Azzurri, il blocco Arancione forza le difese del fiume Tagliamento e prosegue verso il Piave. Il 3° Corpo d'Armata ha ricevuto il compito di organizzare e condurre la difesa del fiume con unità italiane ed alleate. Le brigate Julia e Cadore del 4° Corpo d'Armata operano a copertura dell’ala settentrionale, bloccando le truppe aviolanciate Arancione presso il passo Falzarego agendo nel tipico ambiente alpino con tecniche tradizionali quali la scalata delle pareti del Col del Bos; contemporaneamente il V° Corpo d'Armata difende le posizioni sul fiume Tagliamento, nella zona meridionale del settore della divisione Folgore, dove unità di fanteria motorizzata Arancione hanno effettuato una penetrazione che punta verso nord-ovest minacciando la brigata Gorizia sul fianco.

 

Queste sono le promesse operative che ci riportano all’osservatorio a quota 116, il giorno dell’atto tattico conclusivo. Sono le 10:30 del 30 settembre: da due C-130 in volo a 1200 piedi, si lanciano i parà (una compagnia) della brigata Folgore, equipaggiati con armi contro carro leggere e sistemi d’arma Milan. I paracadutisti hanno il compito di effettuare l’interdizione d'area nei confronti di elementi esploranti Arancione. Per acquisire le informazioni sulle forze e sugli spostamenti del nemico, la compagnia si avvale di missioni di ricognizione ravvicinata effettuate da elicotteri AB 206.

Mentre il reparto di paracadutisti procede al riordinamento, intervengono gli RF-4C che hanno ricevuto anch'essi l’ordine di individuare le posizioni e l’entità delle forze nemiche. Dopo il passaggio a bassa quota dei due ricognitori americani le pellicole impresse vengono analizzate nel laboratorio del più vicino aeroporto: nel giro di 20 minuti viene fornito ai comandi superiori un quadro dettagliato della situazione, seguito entro 60 minuti anche dalle foto. Il comandante terrestre, avendo in tal modo valutato la superiorità dell’avversario, per indebolirne la spinta e arrestare lo sfondamento chiede il concorso aereo di quattro A-10 che, armati di cannoni, razzi e bombe al napalm, attaccano le unità carri avanzate Arancione, probabilmente seguite (come risulta dalla ricognizione aerea) da un altro battaglione carri ad una distanza di 10 km. Improvvisamente, provenienti da sud, 12 G 91Y in ruolo Arancione attaccano le forze azzurre simulando le tattiche della Frontovnaya Aviatsiya.

Cessato l’attacco aereo, il rinforzo ai paracadutisti che si difendono con il sistema anticarro Milan interviene una batteria di artiglieria con obici FH 70. Ma le unità Arancione continuano la loro spinta in avanti e la compagnia dei parà, non più in grado di sostenerne l’urto, viene recuperata con elicotteri AB 205 sotto la copertura di una cortina fumogena. A maggior sostegno dell’azione due elicotteri A 109, in hovering a pochi metri dal suolo, aprono il fuoco con il sistema controcarri TOW. Il partito Arancione incalza pericolosamente e per frenare l’impiego e l’impatto vengono gettati nella mischia due plotoni meccanizzati su VTT M-113 armati di missili TOW e, sulla sinistra, un complesso corazzato su Leopard. La notizia che un’altra unità Arancione avanza da sud costringe il comandante del partito Azzurro a richiedere nuovamente il soccorso aereo.

Nel cielo della battaglia si distinguono alcuni aerei. Le formazioni avversarie di seconda schiera, impedendo l’afflusso dei rinforzi. I compiti di contro aviazione sono affidati a quattro F-104S del 5° e del 22º gruppo del 51º Stormo. Tutte le forze aeree operano sotto il coordinamento di un C-130 ABCCC (Airborne Battlefield Command Control and Communication), che circuita a 18.000 piedi coaudiuvato a terra dal radar mobile FACP (Forward Air Control Post) il quale segue costantemente l’evolversi del combattimento. Scomparsi gli aeroplani, la controffensiva viene affidata a 15 carri Leopard della brigata Gorizia e 15 M-60 del nucleo corazzato della 30ª brigata meccanizzata statunitense.

La Display Determination '83 è al suo apice. Le armi dello schieramento controcarri erogano tutto il volume di fuoco possibile mentre alla destra dell’osservatorio il gruppo di artiglieria organico effettua tiri di concentramento in appoggio alle unità corazzate. Le numerose fumate nere che si alzano dalla zona Arancione stanno ad indicare che i bersagli (autoesplodenti quando colpiti) sono stati raggiunti. I mezzi Arancione, sensibilmente indeboliti dall’intervento aereo e pressati dall’incalzare delle forze azzurre, sono costretti a desistere dal tentativo di allargare la breccia, ripiegando verso i punti di partenza seguiti, nel ritiro, da missioni di ricognizione aerea.

La Display Determination '83 può dirsi conclusa, almeno nella sua parte dinamica. Continuerà con il saluto della gente dell’aria alle autorità, con il passaggio in fila indiana di una parte dei velivoli partecipanti (2 RF-4C, 8 G 91R, 4 F-111, 4 A-10 e 4 MRCA) e la rassegna alle truppe ed agli equipaggi degli elicotteri da parte del ministro della difesa Spadolini accompagnato dall’ammiraglio Small, Comandante in Capo delle Forze Alleate del Sud Europa (CINCSOUTH), e dal capo di S.M. dell’esercito il generale Cappuzzo.

Il generale Donati, nel suo commento a caldo a conclusione dell’esercitazione, ha tra l’altro ho detto:

Il fatto che la 30ª Brigata USA si sia trasferita con i propri mezzi dagli Stati Uniti all’Italia, e qui con noi abbia operato, costituisce un successo organizzativo di valore che rispecchia quanto in passato tenuto con la Iª Brigata Mista portoghese. In merito all’esigenza di rendere più sicuro e tempestivo l'afflusso di rinforzi esterni, saranno inoltre raccomandazioni e proposte attraverso i competenti canali Nato e nazionali. L’addestramento all’impiego operativo è compito costituzionale e prioritario, ragione di essere delle forze armate. È un’attività che richiede, oltre all’impegno spirituale fisico, disponibilità di poligoni, funzionamento, impianti integrativi di simulazione, ausili didattici, risorse logistiche e finanziarie adeguate. L’addestramento costa, ma è insostituibile ai fini della sicurezza nazionale. Esso va perseguito sempre e tenacemente, perché imboccarlo soltanto nell’emergenza sarebbe tardivo. L’altra faccia della medaglia è costituita dalla disponibilità di mezzi qualitativamente e quantitativamente rispondenti alle esigenze del moderno campo di battaglia. Occorre pertanto realizzare in tempi accettabili i programmi indispensabili - e da tempo pianificati - di ammodernamento, mantenendo a livelli costante, in relazione all’evolversi tecnologico della minaccia, l’efficienza globale del nostro sistema difensivo“.

È una preoccupazione, quest’ultima, non vuota di significati concreti: sul campo si è potuta constatare, in tutta chiarezza, la totale mancanza di copertura dell’esercito italiano nei confronti di velivoli attaccanti a bassa è bassissima quota e a distanza ravvicinata. È una carenza che si trascina da troppi anni e che deve essere assolutamente risolta, affidandosi a soluzioni già esistenti sul mercato.

 

La 5ª ATAF
Da Rivista Italiana Difesa N. 10 ottobre 1983

Come noto, il Comando Supremo dell’organizzazione militare dell’Alleanza Atlantica in Europa (SACEUR secondo la terminologia Nato, acronimo di Supreme Allied Command Europe) ha il suo quartier generale in tempo di pace a Casteau un piccolo centro della provincia belga di Hainaut, situato a nord-est di Mons, a poco più di 20 km dalla frontiera francese. Da esso dipendono i tre Comandi principali in cui è diviso il teatro operativo continentale europeo, cioè il CINCNORTH (Commander-in-Chief Allied Forces Northern Europe), CINCENT e CINCSOUTH, rispettivamente I comandi della Regione Nord, corrispondente grosso modo ai paesi baltici, della Regione Centrale (l’Europa continentale propriamente detta) e della regione Sud (i paesi mediterranei).

Comandante di CINCSOUTH, la cui sede è a Bagnoli (Napoli), è tradizionalmente un ammiraglio statunitense, da cui dipendono direttamente il comandante delle forze terrestri navali e aeree della Europa meridionale. Il Comandante delle Forze Aeree Alleate del Sud Europa (COMAIRSOUTH, pure a Bagnoli) ha a sua disposizione due grosse forse aerotattiche che costituiscono la chiave di volta dell’intero apparato difensivo dell’alleanza, ovvero la 5ª e la 6ª ATAF che hanno rispettivamente sede a Vicenza e Siringer nei pressi di Izmir (o Smirne). Alla 5ª ATAF competono la pianificazione, Il controllo dell’addestramento e l’impiego di tutte le forze aeree alleate che operano sul set sul territorio italiano e nelle relative zone di responsabilità o preminente interesse. Questo quadro generale potrebbe tuttavia essere soggetto, anche a breve scadenza, ad alcune modifiche per quanto concerne l’organizzazione nel settore meridionale in seguito alla reintegra azione avvenuta nel novembre 1980 della Grecia nell’organizzazione militare dell’alleanza. Una delle innovazioni potrebbe essere la creazione di una nuova ATAF (la 7ª), posta anch’essa alle dipendenze di COMAIRSOUTH e comprendente le forze di difesa elleniche attualmente inquadrate nel 28ª Taktiki Aeroporiki Dynamis (28ªForza Aerotattica), un apparato militare tutt’altro che disprezzabile, forte di 14 gruppi di volo ben equipaggiati.

Il 102° Gruppo CB del 5° Stormo rimarrà l'unico reparto strike dell'Aeronautica Militare a continuare a impiegare nel ruolo di cacciabombardiere l'F-104S.

Cenni storici

Non sarà inutile ricordare che la prima esigenza che si pose alle nazioni che il 4 aprile 1949 a Washington diedero vita a Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, fu quella di poter disporre in tempi brevi di un efficace strumento militare, integrato valido e credibile, in grado di dissuadere chiunque mire espansionistiche o da appositi aggressivi in Europa. Così, nello stesso anno, iniziò la sua attività il Gruppo di Pianificazione (di cui facevano ovviamente a parte alcuni alti ufficiali italiani) che prende riuscì a raggiungere alcuni importanti accordi sugli aspetti organizzativi, tecnici, finanziari e dottrinali riguardanti in particolare le forze aeree quale componente determinante del dispositivo militare della Nato. Successivamente, agli inizi del 1951, un ristretto gruppo di ufficiali dell’Aeronautica Militare e dell'USAF si riunirono a Firenze e sulla base delle disposizioni precedentemente emanate dal SACEUR, diedero finalmente pratica attuazione alla pianificazione della condotta delle operazioni nella Regione Sud. L’Italia fu la prima nazione dello scacchiere e meridionale a fornire un contributo concreto in fatto di forze aeree, assegnando all’Alleanza un primo raggruppamento aerotattico costituito da unità da poco portate di veicoli F-47 Thunderbolt ed F-51 Mu stang. In tale raggruppamento si può oggi riconoscere l’embrione dell’organizzazione militare che attraverso successive evoluzioni, cinque anni più tardi doveva dare vita all’odierna 5ª ATAF. Questo raggruppamento fu sciolto pochi mesi dopo e nel novembre 1951 fu costituita in sua vece la 56th TAF (Tactical Air Force o Forza Aerotattica) con sede a Vicenza, alla quale furono assegnati tutti reparti da combattimento dell’Aeronautica Militare, man mano che si completava la loro conversione dei più moderni velivoli a getto nell’ambito del programma di ristrutturazione e potenziamento avviato all’inizio del decennio dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. Così, agli inizi del 1953, facevano parte della 56th TAF la 5ª, la 6ª e 51ª Aerobrigata, tutte dotate di cacciabombardieri F-84 G (ben presto sostituiti da ben più moderni e prestanti F-84F), a cui si aggiunsero nel 1954 la 3ª AB Ricognitori tattici su RF-84F e, nel 1955, la 1ª AB Caccia Ogni Tempo dotata dei nuovissimi F 86 K prodotti su licenza dalla Fiat.

Questo era lo schieramento dei reparti dell’Aeronautica Militare - forte di oltre 300 moderni velivoli da combattimento - assegnato all’Alleanza quando il 1 gennaio 1956, su precedente proposta approvata dal SACEUR approvata dal Consiglio Atlantico, fu finalmente è costituita la 5th Allied Tactical Air Force o 5ª Forza AereaTattica Alleata, destinata a integrare e completare il dispositivo di difesa aerea della Nato che già allineava la 4ª ATAF al Nord, la 2ª ATAF al centro e la 6ª ATAF nella Regione Sud orientale. Nel 1962 si giunse alla completa integrazione del Comando Nazionale della Difesa Aerea italiano sotto comando Nato e il suo controllo operativo, non che le relative responsabilità di controllo dello spazio aereo nazionale e sui mari adiacenti, fu assunto dal comandante della 5ª ATAF. Infine, con il definitivo inserimento dei due Centri Operativi di Regione (Roc) nella complessa catena di comando e controllo dell’Alleanza, la sua organizzazione assunse un aspetto e una struttura ordinativa in massima parte coincidente con quella attuale. La 5ª ATAF ha, sin dalla sua creazione, il suo Quartier Generale presso l’Aeroporto di Vicenza e al suo comando è sempre stato designato un ufficiale italiano. Attuale comandante è, dal 22 dicembre 1982, il generale S.A. Gioacchino Papacchini, che nel 1975 aveva già ricoperto presso lo stesso Comando l’incarico di Capo Ufficio Operazioni. Quale emblema ufficiale della 5ª ATAF è stato scelto il Leone di S. Marco in argento su uno scudo smaltato d’azzurro e raffigurato nell’atto di difendere con la SPADA il libro della Pace e della Civiltà. Sotto il Leone due alette, pure in argento, racchiudono il numero cinque.

Compiti e funzioni

Il comandante della Forza Aerotattica Alleata dislocata in territorio italiano - COMFIVEATAF - si avvale di uno Stato Maggiore multinazionale costituito da personale italiano, tedesco, turco e statunitense, a cui è aggregato anche un ufficiale di collegamento francese, le cui funzioni sono tuttavia limitata esclusivamente alle questioni concernenti la difesa aerea. In tempo di pace i suoi compiti sono principalmente quattro, e più precisamente:

- La difesa aerea dell’Italia e delle aree adiacenti; l

- ’elaborazione dei piani da attuare per l’assorbimento della missione bellica assegnata alla 5a ATAF;

- La pianificazione delle attività delle unità ad essa assegnati ed in particolare quella connessa alla loro partecipazione alle principali esercitazione Nato;

- la valutazione, condotta su base rigidamente annuale, del grado di preparazione e prontezza operativa delle forze a disposizione.

In altre parole, compito principale del COMFIVEATAF è quello di assicurare la difesa aerea di una vastissima area che comprende non solo il territorio nazionale peninsulare, le isole e le acque territoriali (la 5ª ATAF è l’unica, fra tutte le forze aerotattiche dell’Alleanza ad avere un ruolo aeronavale oltre che aeroterrestre), ma anche di una notevole porzione del bacino mediterraneo e in particolare delle zone soggette al costante controllo del sistema di avvistamento lontano della Nato. In tempo di pace, quanto sopra si traduce nella preparazione di piani operativi validi e soggetti a costanti aggiornamenti, nella verifica della loro validità mediante le esercitazioni, nell’accertamento del livello addestrativo delle unità nel loro complesso (uomini, mezzi, procedure, etc.) mediante prove di valutazione statica alle quali i reparti vengono sottoposti indiscriminatamente almeno una volta all’anno senza preavviso, nonche del coordinamento e mantenimento dei necessari collegamenti. È intuibile che in caso di aggressione militare (non è forse è inutile ricordare che la Nato è un’alleanza a fini esclusivamente difensivi), Le operazioni di difesa non potrebbero limitarsi esclusivamente ad azioni di contenimento e arresto delle forze attaccanti, ma verrebbero integrate da azioni offensive che, in campo aeronautico, mirerebbero al conseguimento nel minor tempo possibile della superiorità aerea sul campo, presupposto irrinunciabile per una favorevole evolversi delle operazioni di superficie. Il COMFIVEATAF è pertanto responsabile anche dell’impiego delle forze d’attacco sia nelle operazioni autonoma (in particolare la controaviazione difensiva e l’interdizione), sia in operazioni di concorso offensivo con le forze terrestri e navali.

Missili contraerei Wester Electric MIM-14B NIKE HERCULES in una foto scattata agli inizi degli anni '70

Organizzazione

Le unità aeree assegnate alla Nato dai singoli paesi membri rimangono comunque, in tempo di pace, alle dipendenze dei rispettivi comandi nazionali con l’eccezione dei reparti della difesa aerea che, come già ricordato, sono gerarchicamente e operativamente subordinati ai comandi aerotattici dell’Alleanza. Questa particolarità che sottolinea, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il carattere esclusivamente difensivo del Patto Atlantico, mette i comandanti delle varie ATAF nella condizione di poter contrastare adeguatamente, in ogni momento e in tempi brevissimi, qualsiasi minaccia dovesse presentarsi, anche all’improvviso, nello spazio aereo di competenza. In seno alla 5ª ATAF il controllo operativo dei reparti di difesa e di attacco viene assicurato da un apposito organo di gestione denominato AOC (Air Operation Center), in funzione 24 ore su 24 in ogni periodo dell’anno. Esso controlla non solo l’attività delle forze italiane assegnate al COMFIVEATAF ma anche di quelle che, provenienti da altre nazioni, si trovano o dovrebbero ispirarsi in Italia.

Il controllo tattico è invece assegnato ai Comandi Operativi di Regione (ROC o Regional Operative Command per lo scacchiere italiano e SOC, Sector Operativ Center altrove nella Nato) attraverso i quali viene attuato coordinamento tra il COMFIVEATAF e i reparti di volo italiani. Attualmente sono in funzione due ROC, il primo a Monte venda (Padova) e il terzo a Martina franca (Taranto), da cui dipendono la totalità delle forze aerotattiche italiane. I ROC sono ubicati impostazioni protette e operano in modo completamente automatizzato. La copertura radar viene assicurata dai centri radar dell’Aeronautica Militare (CRAM) dislocati sull’intero territorio nazionale. Alcuni di questi centri radar sono postazioni Nato di avvistamento lontano (Early Warning) che trasmettono i loro dati direttamente allo Shape (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) e ai relativi ROC di appartenenza. Prestazioni e capacità di tutta la catena di avvistamento, e in particolare per quanto concerne il controllo delle basse e bassissime quote, subiranno un considerevole miglioramento A breve scadenza quando sarà completamente operativa la flotta dei picchetti radar volanti E-3A Sentry, di cui sono statei ordinati 18 esemplari e le cui consegne saranno ultimate entro il 1985. In aggiunta alla normale rete di comunicazioni tra (Cross-Tell) interne alla 5ª ATAF ne esiste anche una esterna verso la 4ª ATAF in Germania e la Francia.

Inoltre AOC. e ROC sono costantemente in contatto con le unità porta aerei della 6ª Flotta Usa o comunque assegnate al Comando delle Forze Navali del Sud Europa (COMNAVSOUTH) a Napoli e con le unità di superficie di altre nazioni operanti nel Mediterraneo occidentale.

Questo scambio di dati comprende informazioni pratiche e di preavviso incluse le modalità di impiego dei velivoli di base a terra o imbarcati. In caso di accentuate tensioni in campo internazionale e quindi della dichiarazione di un determinato stato di allarme, tutte le unità di attacco e ricognizione assegnate all’alleanza passerebbero dai comandi nazionali al controllo operativo del COMFIVEATAF, Con una notevole semplificazione della catena di comando e controllo. Il controllo delle unità aeree continuerebbe a essere esercitato dai Rocco, mentre l’unico comando a non essere delegato sarebbe quello relativo al controllo delle unità Strike, che verrebbe comunque mantenuto dal COMFIVEATAF.

I mezzi

Le forze tattiche che sono poche, in caso di emergenza, saranno poste sotto il controllo operativo del Comandante la 5ª ATAF per assolvere alla missione difensiva a lui assegnata sono in pratica costituite da tutti i Gruppi di volo dell’Aeronautica Militare inquadrati nel Comando Nazionale della Difesa Aerea, a cui andrebbero ad aggiungersi i reparti inviati a sostegno dagli altri paesi dell’Alleanza e in particolare quelli dell’USAF che verrebbero assegnati al 40º Tactical Group di Aviano. Queste forze attualmente (esclusi i reparti missilistici) assommano a 16 Gruppi distribuiti su 11 basi principali (a cui presto andranno probabilmente ad aggiungersi un nuovo Gruppo di volo e gli aeroporti di Trapani Birgi e Piacenza San Damiano) in alcune delle quali sono in corso di ultimazione dei lavori previsti da un programma, avviato verso la metà degli anni '70, volto alla realizzazione di un vasto complesso di opere in particolare ricoveri in cemento armato e atte ad accrescere le possibilità di sopravvivenza di mezzi e personale. Parallelamente al programma di miglioramento della difesa passiva delle basi mediante “l’indurimento“ delle loro strutture, viene oggi portato avanti quello del potenziamento delle difese attive con l’introduzione del sistema missilistico superficie-aria SPADA, le cui prime batterie dovrebbero essere dislocate entro l’anno a Gioia del Colle. In caso di emergenza oggi la 5ª ATAF disporrebbe quindi di:

- Forze della difesa aerea pilotate, atte a contrastare, il più avanti possibile, con ridotto i tempi di reazione e in condizione-tempo, la minaccia aerea già in volo. Esse sono composte dal 9°, 10º, 12º, 21º, 22º e 23º Gruppo Intercettori, Tutti equipaggiati con la F 104S. Ma l’ultima versione dello Startfighter, nella variante ottimizzata per l’intercettazione, non può più essere considerata una macchina all’altezza del ruolo assegnatole. Concepito originariamente oltre trent’anni fa quale velocissimo arrampicatore con cui attaccare con successo i grossi bombardieri stratosferici, il “cacciatori di stelle“ conserva ancora doti di accelerazione e salita del primo ordine, ma è ormai del tutto inadeguato per contrastare la minaccia rappresentata dai moderni incursori, capaci di volare a velocità sostenuta a pelo d’albero, in quanto inadatto al combattimento manovrato e privo della capacità di ingaggiare e colpire un bersaglio volante sotto il suo orizzonte. Parte di queste limitazioni saranno superate a partire dal 1985, quando tutta la linea i percettori comincerà a essere dotata del nuovo radar FIAR R21G/M1 SETTER, dotato finalmente della "look down-shoot capabilty" e dei nuovi missili AA Selenia Aspide (il cui impiego stranamente non è stato tuttavia ancora omologato dall’Aeronautica Militare), ma è chiaro che la vera soluzione del problema potrà essere data solo l’immissione in servizio di nuovo intercettore le cui specifiche sono state recentemente definite dallo Stato Maggiore Aeronautica che dovrebbe essere disponibile entro la prima metà degli anni '90. La linea intercettori della 5ª ATAF verrebbe comunque rafforzata, in caso di necessità, dagli F-15 dell'USAF.

- Forze di difesa aerea teleguidate, costituite dalle unità dotate di missili Superficie-Aria Nike-Hercules. Le prime sono inquadrate nella 1ª Aerobrigata Intercettori Teleguidati di Padova, articolata in due Reparti I.T., il 16º ed il 17º, a loro volta dotati di quattro Gruppi con batterie dislocate a Venezia, Cordovado, Bagnoli, Chioggia, Bassano, Verona e Rovigo. Il sistema missilistico NIKE, continuamente aggiornato (la versione attualmente in servizio è la MIM-14C) conserva tutte le sue capacità di colpire con elevatissima probabilità e a grandissima distanza un incursore in penetrazione a media o alta quota. Gli interventi hanno riguardato tanto gli impianti fissi, passati dalla tecnologia delle valvole termoioniche degli anni 50 a quella dei circuiti integrati, quanto gli apparati di bordo, consentendo un aumento del numero limite di G e un netto miglioramento della manovrabilità. Da molto tempo sono stati invece ritirati dal servizio in Nike-AJAX, tutti impiegati per i lanci di esercitazione presso il poligono di San Lorenzo in Sardegna. Il sistema HAWK, anche esso sottoposto di recente a una serie di aggiornamenti tecnici che ne hanno notevolmente incrementato le prestazioni, integra lo schieramento dei Nike-Hercules per la difesa delle basse e bassissime quote. In dotazione a una brigata dell’Esercito Italiano, e tuttavia sottoposto al controllo operativo del COMFIVEATAF. In prospettiva, anche se a lungo termine, almeno il sistema missilistico di maggiore portata dovrebbe essere sostituito dal Patriot, prossimo all’entrata in servizio nell’US Army. L'adozione del nuovo SAM americano porterebbe probabilmente anche a una ridistribuzione sul territorio nazionale della localizzazione delle rampe attualmente concentrate a difesa delle installazioni militari e industriali al Nord.

Una batteria di missili Hawk, recentemente migliorati secondo quanto previsto dal programma HELIP (Hawk Limited Improvement Program) schierata in campagna nel corso di un'esercitazione NATO

- Forze d’attacco, dotate di cacciabombardieri di elevate prestazioni di volo e di carico bellico e fornite di una complessa dotazione avionica per la condotta di operazioni di contro aviazione e di interdizione lontana. Queste forze costituiscono attualmente, dopo l’entrata in servizio del Tornado, la vera punta di diamante dell’Aeronautica Militare e, conseguentemente della 5ª ATAF. Il Tornado è destinato ad armare tre Gruppi di Volo e, più precisamente, il 154º (operativo), il 150º (in corso di ri equipaggiamento) e il 155° (che dovrebbe iniziare la transizione all’inizio del 1984). Per quest’ultimo Gruppo è previsto, una volta ultimato il riequipaggiamento, il rientro alla vecchia base di San Damiano Piacentino, dove ridarrà probabilmente vita all’originario 50º Stormo. Con gli F-104S ritirati dai reparti in seguito all’introduzione del Tornado, dovrebbe essere ricostituito a brevissima scadenza un nuovo Gruppo di Volo (il 18º, già della 3ª AB Ricognitori Tattici, oggi in posizione di quadro) da destinare all’ aeroporto di Birg, recentemente ammodernato e “indurito“ in tutte le sue installazioni. (Birgi è destinato a diventare la principale base operativa in territorio italiano del Sentry). Tale Gruppo, dislocato in un’area parti in lotta particolarmente significativa dal punto di vista strategico, avrà la particolarità di essere misto, cioè composto da un nucleo di intercettori e da uno CB. Oltre al costituendo 18º Gruppo, l’unico reparto dell’Aeronautica Militare a restare in linea con la variante CB del F-104S sarà il 102º Gruppo di stanza a Rimini. Il potenziamento della capacità distruttiva della forza d’attacco a disposizione della 5ª ATAF non si è tuttavia limitato all’introduzione di una nuova quanto poderosa macchina, ma interesserà anche l’armamento trasportabile. È prossima l'adozione di bombe di tipo “intelligente“ e di missili Maverick e Kormoran (quest’ultimo ordinato dall’AMI in 60 esemplari), riferito al più economico è famoso EXOCET in quanto dimostratosi nel corso delle prove di valutazione più preciso e meno soggetto alle contromisure avversari. In caso di emergenza, le unità sopracitate verrebbero integrate da aliquote di F-4, F-16 ed F-111 dell'USAF, nonché degli HARRIER e Jaguar della RAF.

- Forze da ricognizione tattica, composte attualmente dai due Gruppi del 3° Stormo (il 28º e il 132º), unici reparti dell’Aeronautica ancora dotati della versione G dello Startfighter. Gli RF-104G, che sono dotati di equipaggiamenti fotografici ottici convenzionali imbarcati in fusoliera o in Pod, e di più moderne apparecchiature all’infrarosso, dovrebbero comunque rimanere in linea sino alla fine del presente decennio, Epoca in cui saranno sostituiti dai caccia tattici AMX. È infatti previsto che, assomiglianza di quanto avvenuto nell'USAF, nell’US Navy e in altre forze aeree, alla ricognizione tattica non siano più destinate delle unità organiche, ma che il compito venga invece assegnato alle unità Strike, dotate non più di velivoli appositamente concepiti, ma di apparecchiature facilmente agganciabili ai normali attacchi sub-alari o in fusoliera delle macchine da combattimento. Il ruolo di ricognitori e tattico sarà quindi svolto dal Tornado, con macchine di volta in volta equipaggiate con il pod fotografico appositamente sviluppato dalla MBB e dotato di camere LHOV, LLDC e di un sistema digitale di elaborazione dati, già commissionato dall’Aeronautica Militare in un primo lotto di 20 unità. Dopo la transizione sull'AMX il 3° Stormo ridiventerà un’unità da combattimento.

- Forze di supporto aereo ravvicinato, destinate a fornire il supporto necessario alle unità di superficie dell’area della battaglia e nelle immediate retrovie, di sofisticazione relativamente non è elevata, ma comunque tale da garantire al vettore una adeguata possibilità di sopravvivenza. Attualmente questo settore rappresenta l’autentico punctum dolens di tutta la panoplia a disposizione del COMFIVEATAF a causa delle ridotte capacità distruttive e della vetusta età di gran parte del materiale di volo in dotazione. Due Gruppi, il 14º e il 103° del 2° Stormo, sono equipaggiati con i Fiat G-91, nelle varianti R e PAN (macchine di pre-serie adattate alle esigenze della pattuglia acrobatica nazionale e da questa riversate al 2° Stormo nel novembre 1980), macchine per la maggior parte con oltre vent’anni di servizio sulle spalle (per le quali il libro bianco della difesa del 1977 indicava il 1984 come termine improrogabile per la sostituzione), mentre altri due, il 13º e il 101º, dispongono dei più moderni ed efficienti G-91Y. Il 13º Gruppo e anzi l’unico reparto AM a essere specificatamente destinato all’impiego antinave (missione notte come Tasmo, ovvero Tactical Support, Maritime Operations). Il loro successore, l’italo brasiliano AMX, è già stato scelto da tempo, ma i ritardi accumulati per varie cause dal programma faranno sì che l’assegnazione ai reparti del nuovo aereo - che dovrebbe spiccare il volo entro il prossimo anno - non potrà avvenire prima della conclusione del presente decennio. Alla luce di queste considerazioni, particolarmente drammatica appare la situazione del 2° Stormo, le cui macchine stanno rapidamente raggiungendo le 54.000 ore di volo, massima vita operativa prevista per il G-91R in sede di progetto. Pertanto probabile, che in attesa del nuovo caccia, siano adottati vari provvedimenti tampone come la soppressione temporanea di un Gruppo di Volo. Inoltre la situazione dell’aeroporto di Sant’Angelo, sede di tutto il reparto, si fa sempre più pesante, sia per il costante aumento dei traffici commerciali, sia per il progressivo inurbamento che ormai con incomincia a condizionare l’attività operativa, per cui è prevedibile, a scadenza relativamente breve, lo spostamento dello Stormo a Istrana (nell’area operativa una occupata dal 155º Gruppo) o a Rivolto. Prova ne sia che a Sant’Angelo non sono stati realizzati, ne sono previsti, apprestamenti difensivi il cemento armato. In caso di conflitto i G-91 verrebbero integrati nel ruolo CAS (Close Air support o supporto aereo ravvicinato), anti elicottero e anticarro dai Macchi M.B. 339 del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico e delle Scuole, nonchè da aliquote straniere di velivoli quali gli A-10 dell'USAF e i Corsair II e G-91R-3 della Força Aérea Portoguesa.

- Forze speciali, quali potrebbero essere quelle costituite dai velivoli del 71º Gruppo Guerra Elettronica, equipaggiato con PD-808GE e G-222VS, destinati alla soppressione delle emissioni radar avversarie e alla localizzazione dei bersagli integrando così l’azione di scoperta lontana degli E-3A Sentry (che comunque rimarrebbero sotto controllo dello SHAPE).

Conclusione da quanto esposto appare evidente come, a 27 anni dalla sua fondazione, la 5ª ATAF rappresenti ancora e più che mai un efficace strumento di dissuasione e di difesa. Particolarmente potente e temibile all’atto della sua costituzione, è passata indenne attraverso gli inevitabili alti e bassi imposti dal costante invecchiamento dei mezzi e dalla conseguente necessità di provvedere ciclicamente al loro ammodernamento o alla loro sostituzione. Il più recente processo innovativo avviato con l’introduzione del Tornado è destinato a protrarsi e concludersi verso la metà degli anni '90, quando nuovamente potrà essere schierata una forza omogenea, moderna ed efficiente. Meno evidenti e sostanziali le modifiche apportate alla sua organizzazione di base, fatto che più di ogni altro ha sottolineato la bontà delle scelte effettuate oltre cinque lustri or sono, all’atto della costituzione di quello che ha dimostrato ampiamente di essere un valido strumento di pace e al tempo stesso un raro esempio di comando militare multinazionale integrato.

 

Il sistema missilistico AA Selenia SPADA
Da Rivista Italiana Difesa N.10 ottobre 1983

Il lanciatore a 6 celle dello SPADA in postazione

di Andrea Nativi

Nell'ambito dell'infrastruttura difensiva di una nazione le basi aeree costituiscono certamente uno degli elementi più preziosi ed importanti. Le maggiori potenze si sono perciò impegnate in programmi tendenti a dare a questi centri nevralgici un adeguato ombrello protettivo basato soprattutto  su armi missilistiche. Tra queste ultime, particolare importanza assume lo SPADA della Selenia, il sistema per la difesa di punto prescelto dall'AMI per la protezione dei propri aeroporti. Lo SPADA è stato sviluppato appositamente per rispondere alle specifiche emanate dall'Aeronautica Militare ed è recentemente entrato in servizio: la prima batteria è stata consegnata ed è in fase di valutazione operativa. La minaccia che il nuovo sistema è chiamato a controbattere è costituita principalmente da aeromobili in volo ad elevatissime velocità ed a quote estremamente limitate che sfruttano la configurazione del terreno pere sfuggire alla sorveglianza dei radars di scoperta. Fino ad oggi un'offesa di questo tipo avrebbe avuto ottime probabilità di riuscita, l'unica difesa essendo costituita dalla speranza di un'intercettazione da parte dei caccia quando gli aggressori si fossero trovati ancora a grande distanza (gli obsoleti impianti di artiglieria AA disponibili per la difesa dei campi avevano una funzione meramente psicologica).

Con l'introduzione dello SPADA viene quindi colmato un “gap“ particolarmente pericoloso, ed infatti il programma riveste un altissimo livello di priorità nei piani di Elia equipaggiamento della forza aerea italiana. Si deve sottolineare a questo proposito che, per una volta, un servizio italiano mette in linea o sistema particolarmente avanzato in anticipo rispetto ad altri paesi occidentali. Normalmente infatti, per le solite ragioni di bilancio ed organizzative, le forze armate ricevono un “nuovo“ sistema d’arma quando gli altri paesi Nato stanno già provando le armi della generazione successiva (pensiamo ai MILAN, tanto per non fare nomi). Lo SPADA si caratterizza per la particolare filosofia che è alla base della sua concezione. Si tratta di un sistema progettato “ab initio“ per una specifica missione, la difesa degli obiettivi fissi di grande valore militare o civile (es. Centri industriali) nel difficile scenario che ci si aspetta per la fine degli anni 80 con la diffusione di sistemi ECM ed ECCM ad ogni livello. Questa peculiarità pone lo SPADA in una categoria a sé stante, dato che non esiste in Occidente un sistema a con caratteristiche equivalenti. Gli altri materiali offerti sul mercato sono infatti stati “adottati“ per la protezione di obiettivi fissi ma non sono stati concepiti per questo compito. L’unico sistema che si possa avvicinare allo SPADA e lo Skyguard elvetico (utilizzante, guarda caso, lo stesso missile Aspide o l’analogo Sparrow) che risponde però a diversi requisiti ed è principalmente destinato alla protezione dei target più in prossimità del campo di battaglia. Lo SPADA è un sistema d'arma a concezione modulare, suddiviso in un certo numero di sub sistemi autonomi che possono essere collegati in modo diverso per permettere ai diversi clienti e scegliere la configurazione che meglio si adatta alle rispettive necessità ed al tipo di bersaglio che si intende proteggere. Gli elementi principali che costituiscono lo SPADA sono: una “Detection Center“ composto da un radar di scoperta e da una OCC (centro di comando e controllo) ed un certo numero di sezioni il tiro, ciascuna a sua volta composta da un radar di tracking barra illuminazione e da 2/3 lanciatori. Il radar di scoperta, collegato ad un sofisticato sistema di data processi Inghe e facente capo alla ottici, è il Selenia Pluto. Il Pluto è un modello vada in banda S ideato espressamente per la sorveglianza a bassa quota ed ottimizzato per il particolare impiego nell’ambito della SPADA. Il sensore è stato sottoposto ad un certo numero di modifiche che hanno comportato l’adozione di una frequenza di ripetizione e di una lunghezza degli impulsi più idonee per ottenere la scoperta di bersagli quali strikers volo radente e Cruise missiles, in presenza di forti disturbi elettronici e di ground clutter, osservando una elevata capacità di discriminazione nei confronti delle false eco. La portata massima, che nella versione destinata ai sistemi di difesa aerea raggiunge i 100/120 chilometri ridotta a circa 50/60 chilometri, valore più che sufficiente per le necessità di un sistema per la difesa di punto.

L'antenna del radar di scoperta bidimensionale Selenia PLUTO

Evidente infatti che la scoperta alle massime distanze, a causa della curvatura della superficie terrestre, è possibile solo se il bersaglio si trova a quote relativamente elevate (che nessun pilota importante che non abbia intenzioni suicide adopera mai) ed in ogni caso la presenza di numerosi ostacoli naturali disturba enormemente la propagazione delle onde radio e rende inutile portate teoriche eccezionali. Razionalmente si è quindi preferito adottare il radar compito specifico, sacrificando alcune caratteristiche che non erano necessarie in favore di una maggiore aderenza ai requisiti operativi di un sensore per la difesa di punto. Il Pluto, oltre alla agilità di frequenza, sfrutta sofisticate tecniche ECCM e la riduzione dei lobi laterali dell’antenna, che penalizza molti apparati analoghi, ed è in grado di scoprire bersagli in volo ad oltre Mach 3. Alla radar è associato un IFF, che giustamente definito “radar secondario“ per l’importanza che assume le interrogatore nella difesa di obiettivi che, generalmente, sono posti ben a dentro ai propri territori e costantemente sorvolati da aeromobili amici. Il radar è collegato a due shelters verso che contengono i due computers NDC-160 interfacciarti che costituiscono il cervello del sistema. I dati elaborati vengono fornite, praticamente in tempo reale, alle sezioni del tiro e simultaneamente presentate sulle tre consolle davanti alle quali siedono altrettante operatori. La funzione del personale è esclusivamente quella di supervisione, dato che l’intera procedura, dall’acquisizione fino all’apertura del fuoco, è totalmente automatizzata. L’intervento umano richiesto solo in determinate circostanze, ad esempio in caso di impiego e Ciemme da parte dell’avversario, o per apporre il “detto“ alla decisione di impegnare un bersaglio. Dal centro di controllo dipendono le sezioni che tiro, fino ad un massimo di quattro, ciascuna delle quali è composta da un radar che svolge sia la funzione di tracking, sia quella dell’illuminazione del bersaglio e da una unità di controllo shelterizzata. Il radar opera in banda G barra H durante il trekking e vengo in banda e nella fase di illuminazione. Lo shelter contiene un computer NDC-160 ed una consolle con relativo operatore per il controllo e per effettuare gli interventi manuali eventualmente necessari. Ogni sessione di tiro un po’ controllare fino a tre pensatori per il missile aspide. Il lanciatore è a sei celle ed è dotato di quattro martinetti che lo assicurano al suolo. La scelta della formula a sei celle è frutto del compromesso tra la richiesta di una elevata autonomia del fuoco unita ad ingombri e pesi contenuti per evidenti ragioni di mobilità.

L'interno del Centro Operativo di Controllo (OCC) co i 3 operatori ciscuno dei quali dispone di uno schermo radar di 40 cm di diametro a rappresentazione sintetica

Il numero di lanciatori dipendenti da ogni sessione di tiro è correlato alla intensità della minaccia che ci si attende. Con due lanciatori, una volta che il primo ha esaurito le munizioni, il secondo “copre” il settore mentre si procede al rifornimento dimissioni; la procedura è analoga, ma con una fase in più, se i lanciatori sono tre. La ricarica del lanciatore viene effettuata, con l’ausilio di una piccola gru da una squadra appositamente addestrata, che inserisce il canister, che serve anche per la conservazione in proposito dell’arma, nella culla del lanciatore. Il tempo richiesto per effettuare l’intera operazione dipende dalla natura del terreno e dalla preparazione del personale, con valori che possono variare dai cinque ai 15 minuti. Fanno parte del sistema SPADA anche un certo numero di veicoli che provvedono alla movimentazione delle diverse componenti. Per il trasporto i lanciatori e i vari shelters vengono montati su speciali assali ruotati, la cui installazione richiede un tempo sufficientemente contenuto. Il “braccio armato“ dello SPADA è rappresentato dai conosciuto missile Aspide, che, come noto, è utilizzato anche dagli intercettori F-104S e dal sistema navale Albatros, adottato dalla Marina Militare Italiana e da diverse altre marine. Si tratta di un’arma di medie dimensioni con sistema di guida del tipo homing semiattivo, effettuato mediante radar Selenia monopulse in banda I. La velocità e largamente supersonica ed è unita ad ottime doti di manovrabilità. Il missile italiano appartiene ad una categoria superiore per quanto riguarda la portata e l’efficacia della testa bellica rispetto a molti altri missile A.A.: basta considerare che il peso dell’aspide è di 220 kg contro i 42,6 kg del Rapier e di 66 kg del Roland. La testata bellica dell’arma, il cui peso si aggira intorno ai 33 kg, e ovviamente dotata di spoletta di prossimità che può funzionare anche a pochi metri dal suolo grazie alla particolare resistenza al ground clutter. Per quanto riguarda le prestazioni si è data una certa priorità alla manovrabilità per consentire all’aspide di seguire il bersaglio indipendentemente dalla violenza delle manovre evasive da questo tentate. Si può dire che il missile posso portare un carico di G pari ad oltre tre volte il livello massimo che ci si può attendere da un veicolo attaccante. Questo valore si riferisce alla manovrabilità residuale, cioè alla capacità di manovra dell’arma alla massima distanza operativa di impiego, che si dovrebbe aggirare sui 15 km. Il sistema SPADA opera con tempi di reazione estremamente ridotti (il valore effettivo è classificato) in condizioni ogni tempo e l’autonomia di fuoco di ogni sezione è tale da garantire una efficace difesa nei confronti di formazione massicce di attaccanti, sia che i velivoli provengano da direzioni differenti, sia che volino informazione stretta per confondere i radars.

Il lanciatore dello SPADA in configurazione di spostamento su speciali assali ruotati al traino di un autocarro 6x4 Fiat 260 PM-35

Grazie all’elevata portata dell’Aspide un aeromobile può essere efficacemente intercettato ed attaccato ben prima che posso utilizzare le proprie armi, anche se si tratta di ordini stand-off. Molto interessanti sono le prestazioni dello SPADA nei confronti di missili da crociera o a lungo raggio d’azione (ad esempio il futuro AGM-109H), con possibilità di scoperta anche alle massime distanze. Si noti che un missile del tipo Cruise è un bersaglio relativamente “facile“ è un sistema quale lo SPADA. Per quanto l’uso di materiali assorbenti e le ridotte dimensioni dell’arma costituiscano seri problemi per ogni radar di scoperta, c’è da dire che la traccia di un Cruise in avvicinamento frontale non è troppo ridotta. Inoltre il radar attivo che di solito viene installato sul missile per l’auto guida nella fase finale può funzionare come un vero e proprio amplificatore per il radar di sorveglianza del sistema di difesa di punto. Uno dei principali vantaggi offerti dalla formula presenza dello SPADA consiste nella possibilità di lanciare più missili simultaneamente o in sequenze e al limite tutti e sei i missili quasi contemporaneamente. Questa modalità di funzionamento è consentita dal sistema di guida semiattivo: una volta che il bersaglio è illuminato, i missili si auto dirigono contro di esso. Molti altri sistema di difesa di punto possono invece guidare un solo mese per volta parentesi o al massimo due) contro un bersaglio in questo caso la kill probability decresce sensibilmente. La modularità del sistema a interessanti conseguenze per quanto riguarda le capacità di sopravvivenza. Il fatto che le componenti dello SPADA siano suddivise in unità autonome permette di continuare a disporre di una sufficiente copertura anche se una sezione di tiro fosse distrutta. Sfruttando le discrete doti di mobilità, sarebbe possibile rischiarare le unità superstiti nelle nuove aree di Dio in brevissimo tempo. Questa peculiarità del sistema, che può essere definito trasportabile più che nobile, consentirà inoltre di annullare in buona parte i risultati ottenuti dalla ricognizione avversaria: con un attento studio del terreno sarà possibile predisporre una serie di piazzole alternative e modificare anche giornalmente la dislocazione delle diverse unità.

Si procede al rifornimento di una rampa di lancio mediante la gru di cui è dotato l'autocarro Fiat 260 PM-35

Passiamo ora ad esaminare le possibilità commerciali del sistema SPADA. Il contratto con Aeronautica Militare Italiana prevede la fornitura di un certo numero di sistemi, quantificabile nell’ordine delle decine, ma l’entità finale dell’ordine dipenderà dagli sforzi messi in atto per reperire i fondi necessari in un bilancio che prevede molteplici programmi forse fin troppo impegnativi. In ogni caso una prima tranche di finanziamenti è già stata stanziata ed è previsto che il programma venga proseguito negli anni successivi con ulteriori acquisizioni. La configurazione prescelta dalla forza aerea italiana prevede una OCC e due sezioni di tiro, ciascuna delle quali su due lanciatori. Oltre all’AMI è possibile che ulteriori ordini possono essere ottenuti in tempi medi, il problema della difesa di obiettivi e spese, quali basi aeree e grossi centri industriali strategici, a cominciato ad essere studiato dalle diverse forze armate solo in questi ultimi tempi ed esiste quindi un mercato potenziale piuttosto ampio. Più specificatamente pensiamo ad esempio al problema costituito dalla difesa di punto delle numerose installazioni Nato e Usa in Italia, che dovrebbero richiedere una soluzione entro pochi anni, analogamente a quanto deciso per le basi presenti in altri paesi europei. Oltre ai motivi di ordine tecnico ed è necessario coordinamento dei sistemi difensivi e degli apparati logistici, dovrebbero avere un peso rilevante anche considerazioni di tipo politico. Abbiamo già visto come britannici e tedeschi si siano fatti sentire quando si è trattato di scegliere il sistema di difesa per le basi usa dislocate nei rispettivi territori e sarebbe assurdo che una soluzione analoga non fosse seguita anche in Italia. Ancora potrebbe essere interessante studiare le possibilità di adozione dello SPADA anche da parte della marina per la Pro pensione delle proprie basi e non è escluso che lo Stato maggiore stia facendo un pensierino in tal senso. Per l’esercito italiano è stata a suo tempo offerta una versione ampiamente modificata dello SPADA per la protezione delle colonne in movimento, come sostituzione dell’abortito MEI, ma pare che considerazioni operative spingano l’ esercito verso una soluzione Skyguard/Aspide. Per quanto concerne l’esportazione, le prospettive dello SPADA sono più che buone, probabilmente anche grazie alla diffusione dell’aspide.

I prezzi non sono proprio contenuti, è evidente che prestazioni eccezionali comportino costi in sintonia, ma comunque abbastanza competitivi: una sezione di tiro dello SPADA con due danzatori dovrebbe costare quanto una batteria Skyguard/Aspide delle stesse dimensioni. Qualche problema sarà senza dubbio causato dal fatto che il sistema svizzero può usare lo stesso missile: alla Selenia sottolineano però che lo Skyguard/Aspide è frutto di una concezione diversa ed è destinato ammissioni differenti. Tuttavia la prossima introduzione di uno Skyguard/Aspide comprendente un radar di scoperta Eriksson, giraffe comportata sui 40 km potrebbe rimescolare le carte. Recentemente infine è stata annunciata una versione dello SPADA in cui la ottici di progetto Selenia basata sul Pluto è sostituita da una analoga unità di scoperta e acquisizione bersagli imperniata sul sistema olandese Flycatcher. Si tratta di una formula sviluppata appositamente per soddisfare le richieste di un paese latino-americano. Anche se è prematuro parlare di ordini, si può ritenere che questa configurazione tra “economica“, che conserva comunque l’unità di tiro dello SPADA base, potrebbe ottenere un buon successo di vendite, anche se lo SPADA tutto Selenia offre prestazioni decisamente superiori. Il fatto che lo SPADA possa essere anche collegato, seppur non integrato, con diversi tipi di sensori non potrà che avvantaggiare la diffusione del sistema.

 

Hawk per la Norvegia

Da Rivista Italiana Difesa N. 6 giugno 1983

Dopo più di un decennio di tentennamenti ed esitazioni circa la scelta di un sistema missilistico superficie-aria per la difesa delle basi aeree poste nella parte settentrionale del paese, il Governo norvegese e infine annunciato la sua decisione. La Norvegia noleggerà dagli Stati Uniti sei batterie HAWK complete di missili, ed acquisterà i relativi radar ed equipaggiamenti elettronici. Il costo totale del programma, che ad ogni modo deve ancora essere approvato dal parlamento, è valutato attorno al miliardo e mezzo di corone. In competizione con l'Hawk erano il RAPIER della British Aereospace, e il ROLAND della Euromissile e una proposta della Kong-sberg per una versione montata su autocarro e lanciata verticalmente dello SPARROW.

 

Lavori in alcune basi dell'AMI

Da Rivista Italiana Difesa N. 4 aprile 1983

Dovrebbero essersi ormai conclusi i lavori di “indurimento“ alla base del 313º Gruppo A.A. Frecce Tricolori di Rivolto (Udine). I lavori in questione (almeno i più appariscente), iniziati circa un anno fa, riguardano la costruzione entro il perimetro della base nella zona centro-sud della pista, di una dozzina di hangars corazzati per il ricovero e la protezione, da attacchi convenzionali, degli attuali MB-339 PAN e dei futuri AMX. I ricoveri sono del tipo standard italiano con portoni corazzati anteriori a due ante e portone corazzato posteriore per lo sfogo dei gas di scarico. Dovrebbero essere oramai terminati invece i lavori per la costruzione presso la AFB di Aviano di una trentina di hangars corazzati a protezione anche NBC. I lavori, che proseguono già da due anni, sono affidati alla ditta Fadalti di Pordenone che si è aggiudicata l’appalto per quanto riguarda i lavori edili. Il costo di questa trentina di shelters è di circa 40 miliardi di lire. Questi ricoveri potranno permettere la operatività della base anche in caso di attacco NBC (o, meglio, ricaduta di radioattività e attacco chimico e batteriologico) in quanto completamente isolati dall’esterno ed autosufficienti in quanto dotati di sistemi elettrogeni, di condizionamento e sovrappressionamento propri. C’è da notare che alla Aviano AFB esistevano già 24 hangars corazzati di cui 12 in grado di ospitare due caccia.

 

Io do un ROLAND a te, tu dai un PATRIOT a me
Da Rivista Italiana Difesa N. 4 aprile 1983

Il sistema missilistico AA ROLAND nella versione scelta per la difesa delle basi USAF in Germania

Il 2 febbraio u.s. gli Stati Uniti e la Germania Federale, rappresentate rispettivamente da Delauer e Schnell, hanno firmato un Memorandum of Understanding che getta le basi di discussione per l’adozione del sistema missilistico superficie-aria Roland per la difesa delle basi aeree dell’USAF in territorio tedesco. Sebbene il MoU contempli diverse possibilità, la RiID ha potuto accertare che lo schema in realtà previsto è il seguente:

a) la Germania federale acquisterà i sistemi Roland necessari per la protezione delle basi aeree USAF, di quelle a “mezzadria”, di quelle della Luftwaffe e delle installazioni chiave della Bundesmarine, e ne assicurerà il funzionamento con personale tedesco; in aggiunta, la Germania si farà carico della manutenzione di tutti questi sistemi.

b) i fondi necessari per questo programma verranno ricavati stornando le somme originariamente previste per l’acquisto, da parte della Luftwaffe, del sistema missilistico a media-lunga portata Patrioti.

 

In aggiunta ai 54 sistemi Patriot, il cui spiegamento in Germania con personale americano era già previsto. l'US Army dovrebbe acquistare altri 28 sistemi, da affidare a personale tedesco

c) in cambio, l’US Army (in aggiunta ai “suoi“ 54 sistemi Patriot con personale americano, il cui spiegamento in Germania avverrà come previsto) acquisterà un ulteriore lotto di 28 sistemi, che pur rimanendo formalmente di proprietà americana verranno affidati a personale tedesco e disposti secondo le esigenze della difesa AA tedesca. La Germania assicurerà la manutenzione di questi sistemi. Nessuna decisione è stata presa cerca il numero dei sistemi Roland da acquistare, in quanto il totale verrà deciso bilanciandolo con il costo dei Patriot. Si parla comunque di circa 150 sistemi. Tutti i Roland ordinati saranno nella versione su “scelter” montato su autocarro MAN, con rampa di lancio a quattro celle; sembra molto probabile che la Siemens venga incaricata di mettere a punto un sistema di condotta del tiro.

Le discussioni attualmente in corso dovrebbero concludersi nella tarda estate di quest’anno, in modo da poter prevedere gli stanziamenti necessari all’acquisto del Patriot già nel bilancio Americano della FY85. Il principale vantaggio offerto dal complicato sistema di “scambio“ previsto consiste nel fatto che, in pratica, ogni paese acquista i sistemi prodotti dalle sue industrie; di conseguenza, sì è al riparo da “specialty metals clause“ ed altre amenità del genere, e si può fare a meno delle consuete, interminabili discussioni sulle compensazioni industriali ed economiche. Diversi rappresentanti del programma, sia in Germania che negli USA, ritengono che questo accordo potrebbe indicare una nuova strada per la cooperazione nel settore della difesa tra i paesi della Nato. Non è tuttavia chiaro come sarà possibile convincere l'US Army ad acquistare un lotto addizionale dei costosissimi Patriot senza ricevere nulla in cambio (la difesa delle basi aeree è un problema dell’USAF,  e non dell’US Army). Inoltre, l’accordo significherà con tutta probabilità la morte del previsto programma per la costruzione su licenza in Europa del Patriot, programma che a ben poche possibilità di “decollare“ senza la partecipazione dell’industria tedesca.

 

Il Generale Papacchini nuovo comandante della 5ª ATAF
Da Rivista Italiana Difesa N. 2 febbraio 1983

ll Generale di Squadra Aerea Gioacchino Papacchini, già Comandante della 3ª Regione Aerea, è da oggi il nuovo Comandante della 5ª Forza Aerea Tattica Alleata. È subentrato al Generale Basilio Cottone che ha retto l’altro Comando Nato dal 1° settembre 1980 e che si trasferirà a Bruxelles per assumere l’incarico di Rappresentante Permanente Italiano in seno al Comando Militare della Nato. La solenne cerimonia tenutasi all’aeroporto di Vicenza, alla presenza del Generale Lamberto Bartolucci Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, è stata presieduta come vuole il protocollo dal Generale USAF William Brown Jr, Comandante delle Forze Aeree Alleate del Sud Europa dal quale dipendono i Comandi aerei Nato di Vicenza e di Izmir (6ª ATAF). La cerimonia, iniziatasi con l’arrivo delle bandiere delle quattro nazioni (Germania Federale, Italia, Turchia e Stati Uniti d’America) che concorrono alla formazione dei quadri del Comando Interalleato, dopo l’esecuzione da parte della banda dell’Aeronautica Militare dei rispettivi inni nazionali, ha avuto il culmine quando dal pennone è stata ammainata l’insegna di comando del Generale Cottone ed issata quella del Generale Papacchini. Hanno preso quindi la parola i due Comandanti (uscente e subentrante), il Generale Brown e il Generale Bartolucci.

All’importante avvenimento erano presenti tutti i precedenti Comandanti della 5ª ATAF e tutte le autorità cittadine e della provincia di Vicenza. Sono intervenuti tra gli altri:

-l’Ammiraglio Crowe Comandante in Capo delle Forze Alleate del Sud Europa;

-il Generale Lawson Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa;

-l’Ammiraglio Di Giovanni Comandante delle Forze Navali Alleate del Sud Europa;

il Generale Hizel Comandante della 6ª Forza Aerea Tattica Alleata;

-il Generale Donati Comandante del 5° COMILITER e in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito;

-il Generale Santaniello Comandante del 5° Corpo d’Armata;

-il Generale Venturini Comandante della 1ª Regione Aerea;

-il Generale Sicoli Comandante della 2ª Regione Aerea.

In pratica tutti i maggiori responsabili dei Comandi Italiani ed alleati assieme ai quali la 5ª ATAF concorre, in maniera determinante, al mantenimento della pace nella sicurezza.

 

La ristrutturazione del controllo del traffico aereo
Da Rivista Aeronautica N. 4 1982

Di Alberto Traballesi

Le leggi emanate dallo Stato Italiano dal 1979 in poi, in materia di ristrutturazione dei servizi di assistenza al volo, sino ad allora affidati totalmente all’Aeronautica Militare, sono state ispirate al concetto della bipartizione delle competenze e degli spazi aerei tra militari e civili. A tal fine, è stata costituita nell’ambito del Ministero dei trasporti un’Azienda autonoma di assistenza al volo alla quale è stata assegnata la competenza dei servizi di assistenza al volo per il traffico aereo generale.

Conseguentemente, lo spazio aereo gestito dall’Italia, in base agli accordi internazionali, è risultato così suddiviso:

  • spazi aerei controllati per il traffico aereo generale nei quali l’Azienda autonoma di assistenza al volo esercita il controllo di tale traffico, ovvero gli assicura un servizio di separazione e guida;

  • spazi aerei riservati alle operazioni militari, nei quali l’Aeronautica Militare esercita il medesimo controllo nei confronti del traffico aereo militare;

  • spazi aerei non controllati, nel quali si svolge liberamente traffico aereo civile militare che pur non essendo di massima direttamente controllato - salvo alcune forme di attività militari - fruisce di informazioni utili alla condotta del volo da parte delle due organizzazioni; in questo caso, la responsabilità della separazione e dei comandanti degli aeromobili.

Da ultimo, i servizi di avvicinamento e di torre, e quindi gli spazi aerei ad essi collegati, sono stati suddivisi in funzione delle esigenze operative, per cui è stato lasciato all’Aeronautica Militare anche il controllo del traffico aereo civile sugli aeroporti militari aperti al traffico civile, salvo accordi particolari tra il ministero dei trasporti e quello della difesa.

In sintesi, la nuova normativa attribuisce all’azienda la responsabilità del controllo del T.A. che è regolato dalle procedure ICAO, quando interessa gli spazi aerei di sua competenza, sia esso militare o civile. L’Aeronautica Militare, invece, mantiene:

  • il controllo del traffico militare operativo, il quale non segue le procedure ICAO, ovunque esso si svolga ed in qualsiasi sua fase; questa funzione non può e non deve essere in alcun caso delegata;

  • il controllo del traffico militare non operativo, che si svolge su aeroporti militari aperti al traffico civile;

  • Il controllo del traffico civile sugli aeroporti militari ad esso aperti (ad eccezione di determinati aeroporti specificatamente definiti dalla legge).

Quest’ultimo può come già detto, essere affidato alla nuova organizzazione, se ritenuto possibile e purché l’attività aerea militare, che ha luogo se lo stesso aerodromo, non sia di carattere operativo.

Questa suddivisione di competenza evidenzia come il legislatore abbia recepito il principio che il controllo del traffico aereo operativo costituisce un anello della catena di comando e controllo e pertanto, è parte inscindibile dell’organizzazione delle forze aeree, come i vettori (missili e velivoli pilotati) e l’organizzazione tecnico-logistica. D’altra parte ogni altra soluzione è che avesse infranto l’unitarietà del controllo militare del traffico aereo operativo avrebbe portato al paradosso che lo strumento aereo al momento in cui diviene attivo - per esigenze reali o di addestramento - potrebbe sfuggire al comando ed al controllo degli organismi istituzionalmente preposte alla difesa della nazione, con inevitabili ripercussioni sulla sua efficienza e capacità di assolvere la missione.

Sì sono, così, delineate due strutture dei servizi del traffico aereo, che hanno già raggiunto o mantenuto un accettabile grado di operatività. La parte civile consiste, a livello territoriale, di quattro Centri regionali di controllo del traffico aereo (CRCTA), precisamente quelli di Milano, Roma, Padova e Brindisi, di cui i primi due radarizzati ed il secondo è stato avanzato di automazione. Il livello periferico è costituito, ovviamente, dagli avvicinamenti e dai servizi di aerodromo di competenza dell’Azienda.

L’organizzazione militare si articola negli enti del sistema di controllo aerotattico responsabile della programmazione, del coordinamento e del controllo del traffico aereo operativo, i quali si suddividono in tre livelli operativi:

  • livello di programmazione ed esecuzione, costituito dalle sale operative dei reparti (BOC);

  • livello di coordinamento e controllo tattico, comprendente i centri radar della difesa aerea (CRAM), gli enti del servizio del traffico aereo militare, del controllo di avvicinamento e torri di controllo, Ed i costituenti settore militare presso i Centri regionali di controllo civili, chiamati servizi di coordinamento e controllo dell’Aeronautica Militare (SCC/AM.). Su questi ultimi torneremo più avanti;

  • Livello di direzione e controllo strategico, rappresentato dai Centri di controllo del traffico militare (ATCC/AM) dei Comandi operativi di regione (ROC).

La presenza di due catene di controllo del traffico aereo distinte, mentre da un lato può portare dei vantaggi all’efficienza e, in ogni caso, solleverà l’Aeronautica da gravosi incombenti estranei ai suoi compiti di istituto, dall’altro aperto la necessità di appositi strumenti di coordinamento, perché gli spazi aerei per il traffico aereo generale circoscrivono tutti gli altri spazi aerei. Di conseguenza il traffico aereo operativo militare è costretto ad attraversarli. E, addirittura, in caso di esercitazioni su vasta scala, si renda necessario stabilire delle limitazioni al traffico aereo generale.

Al fine, quindi, di ridurre al minimo le penalizzazioni per il traffico aereo commerciale, nell’assunto della permeabilità di tutti gli spazi aerei per giungere all’ottimizzazione del loro impiego e nel contempo garantire all’aeronautica la possibilità di conseguire i suoi obiettivi, sono stati previsti organismi di coordinamento operativo a livello centrale e periferico. La nuova legislazione ha stabilito anche l’istituzione di un organismo di coordinamento centrale a carattere generale e di un comitato consultivo per l’utilizzazione dello spazio aereo, quest’ultimo quale strumento del Presidente del Consiglio dei Ministri per l’espletamento dei suoi poteri di coordinamento. Ora, io organismi a livello centrale non saranno chiamati a risolvere problemi tattici con immediatezza e continuità, per cui possono identificarsi con Comitati “ad hoc“, da riunire all’occorrenza. Un discorso a parte, invece, necessita per gli organismi di coordinamento a carattere operativo a livello periferico.

A tal proposito, va osservato che le diverse attività di volo, che a questo livello vanno armonizzate, sono attività in atto od imminenti. Pertanto, i relativi problemi devono essere risolti immediatamente e, quindi, non vi è spazio per ambiguità nella scelta della prassi da seguire. Questa fa sì che, per l’armonizzazione del traffico aereo operativo e del traffico aereo generale nell’ambito del medesimo indispensabile la completa conoscenza dell’uno e dell’altro. Di conseguenza, le sedi più idonee Per il coordinamento operativo a livello periferico sono i centri regionali di controllo del traffico aereo (CRCTA), nei quali sono presenti tutte le informazioni relative alla posizione, alla identità ed alle intenzioni del traffico aereo generale in atto o previsto. Nonchè tutti gli strumenti idonei ad intervenire immediatamente nei suoi confronti. Il coordinamento può realizzarsi attraverso il colloquio diretto tra i predetti centri regionali ed appositi organismi dell’Aeronautica Militare ad essi affiancati, i quali sono a loro volta costantemente al corrente della posizione, dell’identità e delle intenzioni di tutto il traffico aereo operativo in atto o previsto e possono intervenire immediatamente nei suoi confronti.

Inoltre, l’Aeronautica Militare, per la prevenzione e la repressione delle violazioni dello spazio aereo nazionale, alla necessità di conoscere il traffico aereo generale in atto per procedere solo nei confronti di quelle tracce non positivamente identificabili. La stessa cellula militare presso e CRCTA può fornire questo flusso informativo. Per questi motivi gli organismi di coordinamento operativo a livello periferico sono stati identificati con i servizi di coordinamento e controllo del l'AM, già citati, da restituirsi presso i Centri regionali di controllo del traffico aereo civili.

Questi servizi presentano importanti vantaggi indotti, precisamente:

  • migliorano la sicurezza del volo negli spazi aerei non controllati, poiché consentono una immediato scambio di informazioni con l’agenzia civile sulla presenza di traffico civile o militare in tali spazi, a beneficio degli aeromobili che vi operano, i quali - come accennato all’inizio dell’articolo - non usufruiscono di servizio di separazione è reciproca e quindi hanno necessità di questo genere di informazioni;

  • incrementano lo spazio effettivamente disponibile per il traffico aereo generale, poiché consentono, sempre grazie alla possibilità di immediato scambio di informazioni, la permeabilità delle zone riservate alle operazioni militari, quando non è effettivamente utilizzate;

  • consentono un notevole risparmio economico, poiché i militari presenti nel CRCTA possono giovarsi dei notevoli mezzi tecnici di cui esso dispone per esercitare il controllo del traffico aereo operativo ad integrazione dei mezzi di cui dispone l’aeronautica, integrazione che altrimenti dovrebbe essere assicurata con costoso i provvedimenti “ad hoc“.

La struttura del controllo del traffico aereo operativo qui descritta è operante, a meno degli SCC/AM e degli ATCC, che sono per ora solo parzialmente attivati. Ciò a causa, oltre che dei problemi che incontra normalmente lare realizzazione di nuove organizzazioni, anche, per gli SCC/AM, delle difficoltà incontrate nella formalizzazione del provvedimento governativo istitutivo ed originale da considerazioni e strane alla operatività del sistema. Conseguenza di questa situazione è che per ora il traffico operativo, eccezione fatta per le missioni della difesa aerea, deve adeguarsi alle procedure per il traffico aereo generale quando interessa spazi aerei controllati di competenza dell’azienda. Questo stato transitorio, come tale, non implica il degrado dello strumento operativo, al quale per contro si potrebbe prendere in caso di eccessiva isteresi del processo di trasformazione in atto. Ad ogni buon conto, si può affermare che entro un intervallo di tempo contenuto anche l’Italia disporrà di un sistema di assistenza al traffico aereo operativo completamente adeguato ai tempi ed alle esigenze.

Infine, merita ricordare che per gli altri servizi di assistenza al volo, in particolare per quelli delle telecomunicazioni e della meteorologia, la bipartizione delle competenze non ha avuto ancora l’uovo. Infatti, essi sono ancora forniti all’aviazione commerciale e generale dall’Aeronautica Militare in tutti gli aeroporti e spazi aerei di responsabilità nazionale, in quanto l’azienda per sua stessa ammissione, non ha ancora acquisito la capacità di assumere tutte le attività che le sono state affidate.  

Il colonnello pilota Alberto Traballesi proviene dal corso “Urano 2°“ dell’Accademia Aeronautica; è laureato in matematica è specializzato in ricerca operativa. Ha prestato servizio presso la 6ª Aerobrigata, il 50º e il 51º Stormo ed ha ricoperto incarichi di Stato Maggiore sia nell’ambito della Forza Armata che interforze. Nell’ultimo biennio se occupato i problemi connessi con la ristrutturazione dei servizi di assistenza al volo.

 

Criptologia, ovvero l'arte delle comunicazioni sicure
Da Rivista Italiana Difesa N. 3 dicembre 1982

“Criptologia“ è un termine generale che indica la scienza di preparare - o di decifrare - codici di comunicazione. La preparazione dei codici è compito della crittografia, mentre la loro decifrazione - o “rottura“, come suol dirsi - è affidata alla criptoanalisi. Il presente articolo si occupa soprattutto dei problemi della criptografia, e descritto in termini volutamente molto semplici, che faranno forse sorridere i tecnici, al fine di rendere un processo, che in realtà è estremamente complesso dal punto di vista tecnico, facilmente comprensibile a tutti.

La mini-cifrante in fonia Racal MA4225 è molto più piccola della ricetrasmittente cui è collegata, e sta comodamente nella tasca di una combinazione da combattimento

L’idea di “camuffare“ il testo di un messaggio, in modo da renderlo incomprensibile per chiunque lo intercetti senza possederne la chiave, è vecchia come il mondo. Ad ogni modo, sembra che il primo uso di tecniche criptografiche per applicazioni militari sia stato fatto dagli spartani. Essi impiegavano un corto bastone di legno, attorno al quale era avvolto a spirale uno stretto nastro di tessuto: il messaggio era scritto sul tessuto nel senso della lunghezza del bastone, e quindi il nastro era svolto e affidato ad un messaggero per la consegna al destinatario. Se il messaggero veniva catturato, tutto quello che nemico poteva ottenere era un nastro di tela coperto di lettere a intervalli regolari,. Il destinatario “ufficiale“, invece, disponeva di un bastone della stessa lunghezza e dello stesso diametro di quello originale, e quindi poteva - riavvolgendo il nastro sul suo bastone - leggere facilmente il testo. Da allora, si è fatta molta strada. Negli ultimi 100 anni circa, il metodo maggiormente usato è stato quello di sostituire parole (o frasi) con gruppi di lettere o di cifre elencati in appositi codici.Codici di questo tipo possono essere “rotti“ con grande facilità, ma era ad ogni modo possibile ottenere un certo grado di sicurezza mediante la frequente sostituzione dei codici stessi. Gli utenti - navi, comandi, unità operative etc. - venivano forniti di un gran numero di codici diversi, e tutto quanto era richiesto era di segnalare loro di passare dal codice A al codice B a partire dal tal giorno alla tale ora. Comunque, sin verso i primi anni del nostro secolo i codici erano relativamente semplici, e un buon criptoanalista ne veniva a capo facilmente in breve tempo. Verso il 1920, però, il servizio diplomatico tedesco inizio a usare il principio della sovracifratura con scheda “one time“ (da usarsi una sola volta), che si dimostrò indecifrabile a tutti i fini pratici. Ogni utente del codice era provvisto di un blocco di schede su cui erano stampati gruppi di cifre (di norma, sei cifre per ogni gruppo). Questi gruppi erano poi sottratti o addizionati ai gruppi di cinque cifre derivati dal codice base, in ogni caso senza riporto.

Per ottenere una sicurezza assoluta con questo sistema, era assolutamente necessario che ogni scheda venisse usata una e una sola volta. Di conseguenza, i gruppi di cifre delle singole schede dovevano essere completamente casuali e non ripetersi mai in sequenza, e non appena una scheda era stata usata per un messaggio, essa doveva essere distrutta da tutti gli utenti del sistema. Ciò comportava due difetti base:

a) la preparazione e distribuzione delle schede era un compito titanico, particolarmente in guerra;

b) se un utente del sistema non poteva essere tempestivamente informato della necessità di distruggere una certa scheda, la sicurezza dell’intera rete era messa in pericolo. A causa di questi problemi, questa tecnica venne estesa estesamente usata da ambedue le parti durante la seconda guerra mondiale, ma solo per comunicazioni “da punto a punto“ con un’unica emittente e un’unica ricevente, o per messaggi trasmessi in contemporanea a una rete di destinatari. L’introduzione delle telescriventi e delle telecopiatrici portò a un ulteriore perfezionamento. Gli impulsi della telescrivente possono essere alterati secondo una sequenza pre-registrata in codice sia prima della trasmissione (cifratura “off line“) sia durante la trasmissione stessa (cifratura “on line“). Anche in questo caso, le sequenze di cifratura devono essere usate una e una sola volta, e poi distrutte. La preparazione e soprattutto la distribuzione di queste sequenze si rivelarono però estremamente costose e poco pratiche; il concetto, ad ogni modo, è ancora in uso per applicazioni particolari, anche se oggi le sequenze registrate sono sostituite da generatori di cifre controllati da microcalcolatori.

La cifratura digitale

Al fine di assicurare una cifratura ragionevolmente sicura, oggi è necessario che tutti i messaggi - anche quelli trasmessi in fonia - siano ridotti in forma digitale, in genere sulla base di un codice binario. In un codice binario, ogni lettera del testo in chiaro e sostituita da una sequenza binaria composta da impulsi (“bits“) e da spazi senza impulsi; L’impulso è rappresentato graficamente dalla cifra 1 e lo spazio dalla cifra 0, sicché ad esempio, la lettera D si scrive 10010, la lettera è si scrive 1000, e così via. Ora, se a questi gruppi di cifre aggiungiamo altri gruppi binari (cioè composti solo di 1 e di 0), otteniamo qualcosa di simile al sistema di cifratura con schede “on time“. Naturalmente, la dizione deve essere effettuata in base ai principi del linguaggio binario, in cui 1+0=1, 0+0=0  ma 1+1=0. Ad esempio, se al testo binario 00101 aggiungiamo il gruppo di cifratura 10010, il risultato è 10111. Una volta trasmesso, quest’ultimo gruppo può significare una lettera, una virgola, un punto, un numero, lo spazio tra due parole, o niente del tutto; e ogni utente non “autorizzato“ riceverà soltanto un guazzabuglio incomprensibile di lettere, spazi vuoti e segni tipografici. Se la chiave di cifratura non si ripete mai, una macchina cifrante binaria basata su questo principio offre una sicurezza praticamente assoluta. Tuttavia, la preparazione di chiavi di cifratura che non si ripetano davvero mai è un processo incredibilmente lungo e costosissimo, e richiedente l’impiego di grandi calcolatori. In pratica, le chiavi si ripetono dopo una certa lunghezza che è dipendente dal livello di sicurezza che si desidera ottenere. Le chiavi vengono in genere generate elettronicamente dalla stessa macchina cifrante, e quindi mescolate con il messaggio è uscito ridotto in forma digitale. La macchina cifrante barra decifrante del destinatario userà la stessa chiave per ottenere il testo digitale originario e convertirlo quindi nel testo in chiaro. Come ovvio, questo processo si applica solo a messaggi in cui il testo originale venga introdotto nella macchina cifrante in forma scritta. “Digitalizzare“ messaggi in fonia, cioè la voce umana, è più difficile, ma può essere ottenuto prendendo molti differenti valori delle curve di ampiezza del testo “parlato“ e poi trasmettendoli sottoforma di punti in un sistema di assi cartesiani che il destinatario usa per ricostruire le curve stesse e, quindi, ottenere un messaggio a voce intelleggibile.

Alcune delle tecniche di miscelazione in fonia correntemente in uso. Dall'alto in basso: inversione del testo; inversione e spostamento di banda (il testo è invertito e poi fatto scorrere lungo l'asse delle frequenze di un valore ∆F; la parte del testo che supera il limite della banda è "tagliata" e aggiunta in basso); divisione di frequenza (la banda coperta dal testo è suddivisa in sezioni che sono poi mescolate); miscelazione e divisione sul tempo (il testo è suddiviso elettronicamente in sezioni di tempo, la cui posizione relativa è poi alterata). Tutti questi sistemi offrono un gradi di sicurezza limitato.

Le chiavi di cifratura

L’impiego di componenti elettroniche miniaturizzate consente oggi di generare chiavi di cifratura con letteralmente bilioni di caratteri senza alcuna ripetizione di sequenze. Ad esempio, la cifrante MARCRYP MkII  della Marconi inglese fornisce una chiave con un minimo di 1,125 miliardi di impulsi prima di una ripetizione, il che significa qualcosa come 2000 anni di trasmissione continua alla cadenza di 16 “bits” al secondo. A tutti fini pratici, tuttavia, chiavi in tale lunghezza non sono strettamente necessari, soprattutto per quanto riguarda comunicazioni di tipo tattico per le quali è richiesta solo una sicurezza temporale. Ad esempio, un altro sistema della Marconi, il CRYPCOMM - usato solo per circuiti in fonia - ha una chiave con una sequenza di 17 miliardi di impulsi prima di una ripetizione; e per l’impiego sul campo di battaglia si usano in genere sistemi ancora più semplici in grado di garantire la sicurezza solo per un giorno o due. Se il