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ANNO 2017

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Poligoni inquinati, il muro di gomma: i militari negano i dati al ministero dell'Ambiente
Da youtg.net del 11 dicembre 2017

CAGLIARI. "Ad oggi si rimane in attesa del riscontro dello Stato Maggiore della Difesa". A due anni e mezzo dalla firma del "Protocollo d'intesa in materia di tutela ambientale ed attività esercitative militari" tra ministero dell'Ambiente e Difesa, non c'è traccia di dati sul monitoraggio dell'ambiente nei poligoni promessi dai militari: i questionari che la Difesa avrebbe dovuto inviare con cadenza trimestrale per consentire di predisporre le operazioni di bonifica sono sì arrivati (con grande ritardo) ma incompleti e pieni di errori. "Non è colpa nostra - spiegano dalla Difesa - abbiamo bisogno di tempo, anche perché ogni Regione segue criteri propri per le esercitazioni: anzi - propone il generale Comelli - sarebbe meglio che le questioni legate all'addestramento venissero trattate solo ed esclusivamente dalle Forze armate". Stessa situazione per quanto riguarda l'altro accordo firmato dallo Stato maggiore dell'Esercito e l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nell'aprile 2016 per la collaborazione in materia di tutela ambientale". Dei tre step previsti dalla convenzione per rimuovere i residuati dal mare di Capo Teulada - fa sapere l'Ispra - tutto è ancora fermo alla prima fase, quella della indagine dei fondali con sensori e sommozzatori: per passare alla fase della bonifica vera e propria ci vorranno almeno altri due anni. A far emergere la situazione, la richiesta di accesso agli atti sollecitata dal senatore del M5S Roberto Cotti che oggi - documenti alla mano - commenta: "C’è qualcuno, in Sardegna, che crede ancora ai pezzi di carta sottoscritti dai massimi livelli istituzionali, agli accordi di programma, ai protocolli in difesa dell’ambiente e della salute dei sardi? Ho paura di sì, ad iniziare da viale Trento. La realtà, invece, è un’altra. Documentabile. La Difesa continua a farsi beffe della Sardegna. Impunemente. È ora di dire basta". di Angelo Ciardullo

 

Museo multimediale Rocche e fortificazioni: ecco la seconda sala
Da noitv.it del 10 dicembre 2017

Il museo resta adesso aperto e visitabile gratuitamente durante questo week end barghigiano dedicato alla festa della Cioccolata, mentre per le visite successive bisognerà prenotarle (Tel. 344 16 72 150 Centolumi)

Ad inaugurare il nuovo percorso tra gli altri, il presiedente dell’Unione dei Comuni, Andrea Bonfanti, il sindaco di Barga, marco Bonini, l’on. Raffaella Mariani, il consigliere regionale Ilaria Giovannetti

La sala è dedicata alle Pievi e alle Chiese della Garfagnana e della Media Valle del Serchio ed arricchisce un originale percorso multimediale di particolare effetto, con grandi schermi e locali completamente oscurati, che permette di immergersi nelle più belle realtà e negli scorci più suggestivi della valle del Serchio, sia dal punto di vista della sua storia che delle sue fortificazioni e delle sue chiese, sia da un punto di vista naturalistico e turistico con la scoperta di volti valligiano, mestieri, luoghi, natura di una valle del Serchio che anche grazie a questo museo multimediale viene presentata in tutta la sua meravigliosa essenza di luogo unico ed irripetibile. Perla rara tra le tante perle della Toscana.

Il Museo è il coronamento del progetto generale “Bacino Culturale della Valle del Serchio” finanziato da Arcus spa e Fondazione Cassa Risparmio di Lucca (che in particolare ha permesso l’allestimento e l’apertura del museo) e portato avanti dalle due Unioni dei Comuni della Valle del Serchio con la collaborazione dell’università di Pisa, dipartimento di Civiltà e forme del sapere. Una operazione del valore complessivo di 6 milioni di euro – resa possibile anche grazie al particolare interessamento a suo tempo dell’attuale presidente della commissione cultura del senato, Andrea Marcucci –  partita nel 2009 con un insieme organico di interventi strutturali sulle fortezze, sui borghi murati, sui castelli e sui ponti medievali della Valle del Serchio. I 20 interventi previsti inizialmente nel progetto, disseminati sull’intero territorio, hanno riguardato  complessivamente 17 Comuni.

Proprio l’Unione dei Comuni della Media Valle ha curato l’allestimento delle due sale e porterà avanti il progetto complessivo  che in primavera, dopo aprile, vedrà l’apertura di un’altra sala multimediale che racconta la vita di 4 personaggi illustri che hanno avuto un ruolo nel sistema delle fortificazioni della Valle; e di un’0akltra sala invece più tradizionale che ospiterà una serie di documenti storici. Anche per la seconda sala come per la successiva, che verrà aperta in primavera e che racconta la vita di 4 personaggi illustri che hanno avuto un ruolo nel sistema delle fortificazioni della Valle, è continuata la collaborazione con l’Università di Pisa, Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere.

 

IL PROGRAMMA MISSILISTICO NORDCOREANO
Da torciapolitica.org del 5 dicembre 2017

Sebbene il programma nucleare stia alla base della crisi in Corea del Nord, i media e l’opinione pubblica generale si sono focalizzati quasi esclusivamente sui missili periodicamente lanciati, sotto la mediatica supervisione di Kim Jong-Un, il giovane leader del Partito dei Lavoratori Coreani (PLC). Proviamo ad approfondire le tappe che hanno scandito lo sviluppo del programma missilistico nordcoreano, cercando di capire la sua reale portata militare e politica. 

L’ORIGINE DEL PROGRAMMA MISSILISTICO

La Corea del Nord avvia il suo programma missilistico intorno agli anni 60, su iniziativa di Kim il-Sung, anche se in realtà le capacità produttive autoctone, si limitavano alla replica locale di semplici razzi di artiglieria di derivazione sovietica. All’indomani della guerra di Corea, la punta di diamante dell’arsenale nordcoreano consisteva nei pochi razzi Luna, che l’URSS si era decisa ad inoltrare al suo riottoso alleato asiatico. I razzi Luna erano missili tattici alimentati a propellente solido, capaci di proiettare una testata convenzionale o chimica ad una distanza massima di circa 70 Km, a fronte di un margine di errore circolare di circa 500/700 Mt. I limiti che i sovietici posero all’esportazione di queste armi, indussero il governo di Pyongyang a finanziare l’istituzione di un’Accademia militare finalizzata alla formazione di scienziati, da destinare alla ricerca e sviluppo di missili balistici autoctoni, mediante tecniche di ingegneria inversa. Nel giro di qualche anno, gli scienziati nordcoreani riusciranno a rielaborare la tecnologia dei razzi Luna, implementandola sui primi missili Hwasong-1 e 3, primi razzi di produzione locale, capaci di una gittata massima maggiorata, prossima ai 100 Km, circa 30 Km in più della versione originale sovietica.

Razzi Luna in dotazione alla Corea del Nord

Malgrado l’impegno profuso dagli scienziati nordcoreani, la loro industria militare continuava a scontare la mancanza di nuove piattaforme balistiche da sviluppare, sicché, negli anni 70, il governo di Kim il-Sung riuscì a farsi coinvolgere dalla Cina nello sviluppo congiunto di un missile balistico, progetto che tuttavia naufragò qualche anno dopo a causa di alcune valutazioni politiche cinesi. La fine della cooperazione con i vicini cinesi, indusse i nordcoreani a rivolgersi all’Unione Sovietica, richiedendo, senza successo, la fornitura dei nuovi missili Scud.

Dinnanzi al veto sovietico, i nordcoreani non si arresero, riuscendo a convincere l’Egitto a cedergli alcuni esemplari di Scud-B, in cambio dell’invio di consulenti militari ausiliari alle truppe egiziane coinvolte nella Guerra del Kippur, contro gli israeliani.

Lo Scud-B sovietico, era un missile alimentato a propellente liquido, accreditato di una gittata massima di circa 300 Km, raggiungibili in 15 minuti di volo, a fronte di un margine di errore circolare compreso tra i 500 e i 900 Mt, caratteristiche che rendono questo razzo, decisamente impreciso, se armato con testata esplosiva convenzionale.

Gli scienziati nordcoreani lavoreranno a lungo sugli Scud-B ottenuti dall’Egitto, estrapolandone la tecnologia balistica su cui gli scienziati nordcoreani svilupperanno il missile Hwasong-5, una versione clone dello Scud sovietico, dotata di alcune piccole migliorie tecniche.

Missile Scud

Le potenzialità del missile nordcoreano ben presto catalizzarono l’attenzione di alcuni paesi mediorientali come l’Iran, che arrivò a pagare più di 500 milioni di dollari, pur di ottenere la licenza di produzione di questi rozzi, ma efficaci, razzi balistici, divenuti noti in patria sotto la denominazione di Shahab.

LO SVILUPPO DEI MISSILI SCUD SOVIETICI

Gli scienziati nordcoreani svilupperanno ulteriormente la base tecnologica dello Scud-B, implementandola nel Hwasong-6, un missile dalle prestazioni simili a quelle della versione C degli Scud sovietici, parliamo di una gittata massima prossima ai 500 Km, range che Corea del Nord di insidiare l’intero territorio sudcoreano e parte del territorio giapponese.

Anche l’Hwasong-6 riscuoterà un certo successo commerciale, trovando acquirenti soprattutto in Medioriente, dalla Libia di Gheddafi, alla Siria di Assad, passando per lo Yemen, paesi che si sommeranno all’Iran, dove questo missile verrà prodotto localmente su licenza, sotto la denominazione di Shahab-2.

All’inizio degli anni 90, l’affinamento tecnologico degli scienziati nordcoreani porterà alla costruzione del Hwasong-7, altrimenti noto come Rodong-1, un missile a corto raggio, accreditato di una gittata massima di circa 1.000 Km, a fronte di un CEP che comunque rimaneva piuttosto elevato.

Missile Hwasong-6

La tecnologia del Rodong-1, è stata successivamente esportata ed implementata su scala locale in Pakistan e ancora una volta in Iran. Nel 1998, i nordcoreani svilupperanno ulteriormente la base del razzo Rodong, travasandone la tecnologia all’interno di un razzo multi-stadio denominato Taepodong, ufficialmente finalizzato alla messa in orbita di un satellite, che comunque non raggiungerà l’obiettivo prefissato, tuttavia secondo molti analisti, il vettore spaziale non era altro che un dimostratore tecnologico, il cui scopo reale era quello di testare l’efficacia dei motori multi-stadio, da implementare nella futura generazione di missili a raggio intermedio (IRBM), capaci di una gittata massima teorica di circa 6.000 Km.

Ad ogni modo, nel 2013 la piattaforma Taepodong permetterà ai nordcoreani di conseguire i primi successi spaziali con i razzi della serie Unha.

 

NUOVO TRAVASO TECNOLOGICO SOVIETICO

Sempre verso la fine degli anni 90, i nordcoreani avranno modo di raffinare la tecnologia del Rodong, travasandola nel nuovo missile Hwasong-9, particolarmente apprezzato dalla Siria, che ne otterrà perfino la licenza di produzione. Successivamente al crollo dell’URSS, i nordcoreani approfittarono del caos post-sovietico per acquisire la tecnologia balistica del missile (SLBM) R-27 Serb, il cui sistema propulsivo a combustibile liquido, risultava decisamente più efficiente e stabile di quello del vetusto missile Scud.

Razzo Taepodong

La tecnologia propulsiva sovietica verrà progressivamente travasata sul Hwasong-10 (Musudan), accreditato di una gittata massima approssimata tra i 3 e i 4 Km, a fronte di un margine di errore circolare (CEP) di circa 1.500 Mt. Parallelamente ai razzi a medio raggio, i nordcoreani
svilupperanno anche missili a corto raggio alimentati a propellente solido, come nel caso del Hwasong-11 (KN-2), un derivato domestico del missile sovietico OTR-21 Tohka, di cui la Corea del Nord entrò in possesso negli anni 80, avvalendosi dei buoni rapporti intrattenuti con l’allora presidente siriano Hafiz al-Assad.

La tecnologia a propellente solido del OTR-21 permise ai nordcoreani, lo sviluppo di un razzo, che al netto della sua limitata gittata massima, garantiva una rapida fase di attivazione ed una precisione balistica decisamente migliore di qualsiasi versione indigena degli Scud sovietici, parliamo di un CEP di circa 100 Mt, a fronte di una gittata massima accreditata tra i 140 ed i 220 Km.

Le prestazioni del Hwasong-11 lo rendono un mezzo vettore particolarmente adatto a colpire obiettivi ben circoscritti, in tempi decisamente ristretti, anche grazie al veicolo di lancio multiuso, che consente di ricaricare e lanciare un nuovo missile KN-2 nel giro di 20 minuti.

Missile Hwasong-10 Musudan

I PRIMI MISSILI IRBM A COMBUSTIBILE SOLIDO

A partire dal 2000, la conoscenza della tecnologia a propellente solido, seppur circoscritta ai primi elementi basilari, permetterà agli scienziati nordcoreani la progettazione di una nuova generazione di razzi, caratterizzati da tempi di lancio decisamente ridotti, rispetto ai tradizionali missili alimentati a combustibile liquido.

Questa nuova tecnologia è stata implementata con un certo successo nel Pukguksong-1 (KN-11), un razzo (SLBM) imbarcabile su sommergibili diesel-elettrici Classe Sinpo, dotati di un sistema di espulsione a freddo, che permette l’accensione dell’apparato propulsivo del missile immediatamente dopo la fase di eiezione. I KN-11 hanno una gittata massima di circa 3.000 Km, tuttavia il loro numero risulta limitato a pochissimi esemplari, a causa dell’unico sommergibile Classe Simpo attualmente a disposizione della marina militare nordcoreana.

Ad ogni modo, la stessa medesima tecnologia del K-11 è stata travasata sul Pukguksong-2 (KN-15), un missile a medio raggio (IRBM) basato a terra, dalle prestazioni balistiche sostanzialmente simili a quelle del SLBM, caratteristiche che surclassano i tradizionali missili a combustibile liquido derivati dagli Scud sovietici, soprattutto per quanto concerne i loro tempi di lancio, notoriamente prolungati, proprio a causa della fase di rifornimento antecedente al loro lancio, senza contare la loro maggiore precisione, sebbene manchino dati certi relativi all’effettivo CEP del KN-15.

Sottomarino corea del nord classe sinpo missile KN-11

I RECENTI MISSILI A MEDIO E LUNGO RAGGIO

A causa delle difficoltà nell’implementare la tecnologia propulsiva a propellente solido su vettori a lungo raggio, gli scienziati si vedranno costretti a ad insistere sulla meno prestante tecnologia a propellente liquido, implementandola sui nuovi missili Hwasong-12.

Il Missile Hwasong-12, soppianterà le prestazioni del Hwasong-10 (Musudan), caratterizzato da una struttura inadeguata all’assorbimento delle fortissime sollecitazioni sviluppate dal suo apparato propulsivo, derivato dal missile SLBM sovietico R-27 Serb. Il nuovo Hwasong-12 rappresenterà il primo vero missile a medio raggio (IRBM) nordcoreano, capace di una gittata massima approssimata tra i 4.000 Km ed i 6.000 Km, a fronte di un margine di errore circolare CEP di circa 2/4 Km.

Le capacità di questo vettore sono state testate a più riprese nel corso del 2017, sorvolando in più di un’occasione lo spazio aereo giapponese. Recentemente la tecnologia balistica del Hwasong-12 è stata implementata sul Hwasong- 14, il primo missile balistico intercontinentale nordcoreano (ICBM), accreditato di una gittata massima approssimata tra i 6.000 e i 10.000 Km.

L’Hwasong-14, abbina la tecnologia a propellente liquido, ad un sistema a doppio stadio, che gli consente di recapitare un ordigno nucleare fino all’interno del territorio continentale degli USA, anche se sul veicolo di rientro della testata nucleare, rimangono ancora delle incognite, soprattutto sull’affidabilità del suo sistema di puntamento e sul suo grado di resistenza alle sollecitazioni della fase discendente.

Missile Hwasong-12 Corea del Nord

IL PROBABILE SUPPORTO TECNICO DI CINA E RUSSIA

Sulla tecnologia propulsiva del Hwasong-14 si è lungamente speculato, circa una sospettosa similarità con i motori RD-250, prodotti in Ucraina e in dotazione ai missili ICBM  sovietici R-36, che la Russia sta progressivamente dismettendo, in attesa del nuovo ICBM pesante Sarmat.

Il travaso di questa datata, ma comunque efficace tecnologia propulsiva, potrebbe lasciare intendere un qualche coinvolgimento russo nello sviluppo del programma missilistico coreano, eventualità che andrebbe ponderata assieme alla reperibilità del suo particolarissimo carburante, per l’appunto disponibile solo in Russia e Cina, due degli alleati storici della Corea del Nord. Anche i veicoli di trasporto-lancio TEL a 8 assi dei missili nordcoreani più recenti, sembrano avvalorare un qualche coinvolgimento sino-russo, giacché questi mezzi sono prodotti esclusivamente in Cina e Bielorussia (dove sorgono gli storici stabilimenti sovietici della Maz). I cinesi si sarebbero giustificati, comunicando di aver venduto alcuni di questi mezzi alla Corea del Nord, che gli aveva richiesti per il trasporto eccezionale di legname, dietro la garanzia nordcoreana di non riconvertirli a fini militari, come poi hanno effettivamente fatto, una volta entrati in loro possesso.

Missile ICBM Hwasong-14

Ad ogni modo, questi veicoli TEL sembrano sprovvisti delle schermature di cui sono dotati i mezzi cinesi e russi, che gli permettono di lanciare direttamente i missili trasportati, senza rischiare di essere danneggiati dalle sollecitazioni sprigionate della fase di accensione dei potentissimi propulsori.

Per far fronte a questi inconvenienti, i nordcoreani si avvalgono di apposite piazzole di lancio ausiliario, che consentono ai TEL di posizionare i missili, per poi allontanarsi prima del loro lancio, evitando di danneggiarsi. Parallelamente allo Hwasong-14, i nordcoreani sembra stiano affinando lo Hwasong-13, un ICBM alimentato a propellente solido, capace di prestazioni balistiche teoricamente simili, anche se non ancora avvalorate da nessun test.

Mentre scriviamo questo articolo (Novembre 2017), sopraggiunge la notizia del lancio del razzo Hwasong-15, un inedito ICBM contraddistinto da un doppio apparato propulsivo, e da dimensioni così imponenti da richiedere un veicolo di trasporto TEL dotato di ben 9 assi, decisamente più voluminoso dei consueti TEL a 8 assi diffusi in Cina e Russia.

LE POTENZIALITA’ DEI MISSILI A CORTO RAGGIO

Missile Hwasong-13

I primi razzi a lunga gittata della serie Taepodong, sono stati effettuati dalle basi di Musudan e di Sohae, situate rispettivamente nelle coste orientali e occidentali della Corea del Nord. Questi due basi sono servite da una torre ausiliaria al lancio alta 30 metri, da dove sono stati lanciati i razzi spaziali Taepodong e Unha.

Ad ogni modo, queste strutture risultano strategicamente irrilevanti, poiché espongono i missili a possibili raid preventivi durante la prolungata fase messa in posa e rifornimento (alcune ore), di questi razzi, che pertanto vanno considerati meri dimostratori tecnologici, finalizzati a collaudare la resistenza e l’efficacia strutturale della componentistica successivamente travasata sui moderni missili della serie Hwasong. Detto questo, all’interno del territorio della Corea del Nord sono dislocate numerose piazzole di lancio, predisposte al lancio di una larga gamma di missili derivati dal Rodong.

Nello specifico, le forze strategiche nordcoreane possono contare su circa 180 Hwasong-5 e 500 Hwasong-6, missili a corto raggio potenzialmente in grado di colpire obiettivi in tutto l’intero territorio della Corea del Sud, anche se con un tasso di imprecisione piuttosto ampio, a cui comunque possono sopperire, sostituendo le convenzionali testate esplosive con testate chimiche o nucleari, presenti all’interno dell’arsenale di Pyongyang.

Per quanto concerne gli obbiettivi più circoscritti, i nordcoreani possono impiegare i più precisi Hwasong-11 (KN-2), dislocati su lanciatori mobili ricaricabili in tempi relativamente brevi. La precisione di questi razzi a corto raggio, li rende particolarmente adatti a colpire obiettivi particolarmente sensibili come depositi militari, aeroporti, centri di comando o assembramenti di truppe nemiche. Sempre all’interno della categoria dei missili a medio raggio annoveriamo anche i recenti Pukguksong-2 (KN-15), la cui rapidità operativa garantita dal sofisticato sistema di lancio a freddo, permette di colpire obiettivi posti entro un raggio di 3.000 Km, come ad esempio le principali città del Giappone.

Missile KN-2

Sulla stessa tecnologia si basa anche il Pukguksong-1 (KN- 11), il precursore imbarcato del KN-15, i cui pochissimi esemplari costruiti sono dislocati (2 missili) all’interno dell’unico sottomarino Classe Sinpo, contraddistinto da un sistema propulsivo diesel-elettrico. Questi vettori a propellente solido, oltre ad essere lanciabili in tempi brevissimi, hanno un ridotto margine di errore circolare (CEP), che come già detto per i KN-2, gli consente di distruggere con una certa precisione obiettivi militari sensibili circoscritti, come quelli precedentemente citati.

LE POTENZIALITA’ DEI MISSILI A MEDIO E LUNGO RAGGIO

 Le piazzole di lancio sopracitate, possono servire anche i circa 300 Hwasong-7, missili a medio raggio caricati su veicoli TEL, disseminati in tutto il territorio nordcoreano, da dove possono arrivare a colpire tutto il territorio sudcoreano e gran parte di quello giapponese. Quanto detto, vale anche per i circa 50 missili Hwasong-10 (Musudan), accreditati di una gittata sufficiente a coprire tutto il Giappone e probabilmente anche le basi militari americane di Okinawa e Guam, situate nell’oceano pacifico orientale.

Sempre dalle medesime piazzole possono essere lanciati anche i recenti Hwasong-12, missili a medio-raggio avanzato, capaci di raggiungere agevolmente i territori americani dell’Alaska, ed i portentosi missili intercontinentali Hwasong-14, accreditati di una gittata massima di circa 10.000 Km, range che consente ai nordcoreani di recapitare un ordigno nucleare all’interno del territorio continentale USA. Addirittura il nuovo Hwasong-15, vanta prestazioni addirittura maggiori, con una gittata accreditata di ben 13.000 Km, sufficiente a colpire obiettivi situati all’interno degli USA o addirittura in Europa, senza contare che le dimensioni del missile potrebbero, in linea teorica, consentire l’imbarco di più testate nucleari a rientro indipendente. I missili della serie Hwasong costituiscono un apparato deterrente efficace, ma comunque limitato dalla tecnologia a propellente liquido, che ne riduce sensibilmente l’effettiva operatività temporale, giacché per essere lanciati necessitano di una fase preparatoria relativamente prolungata, dovuta essenzialmente al rifornimento dell’apparato propulsivo. Va comunque tenuto conto di alcuni rumors non confermati, che attribuirebbero alle Forze Strategiche Nordcoreane la disponibilità di alcuni silos di lancio corazzati, strategicamente costruiti all’interno di alcune montagne a ridosso dei confini con la Cina, laddove un raid mirato ostile correrebbe il rischio di essere inibito dalla contraerea cinese. Se confermato, questi silos corazzati potrebbero accogliere alcuni ICBM, come gli Hwasong-12 e 14, garantendone l’integrità durante la prolungata fase di preparazione al lancio.

Missile SLBM KN-11

Ad ogni modo, gli Hwasong-12, 14 e 15, di cui ignoriamo la quantità effettivamente esistente, all’occorrenza possono essere lanciati anche direttamente dai loro veicoli TEL, disseminati all’interno di rifugi più o meno corazzati, dislocati all’interno del territorio nordcoreano.

La consuetudine di testare i missili avvalendosi delle piazzole di lancio ausiliarie, pare sia stata più che altro una manovra finalizzata a preservare i pochi TEL a 8 assi o 9 assi in dotazione alle forze strategiche nordcoreane, che in caso di emergenza possono comunque lanciare i missili anche direttamente dai loro veicoli, come un recente test inerente un Hwasong-12 ha dimostrato, conservando addirittura l’operatività del mezzo, probabilmente grazie ad un sistema di schermatura efficace quanto quelli che consentono agli ICBM russi e cinesi di resistere alle sollecitazioni sprigionate dai loro potentissimi propulsori. Restano infine tutte da dimostrare le effettive potenzialità dell’Hwasong-13, il missile balistico intercontinentale alimentato a propellente solido, che i nordcoreani accreditano di una gittata teorica di circa 10.000 Km, prestazioni simili agli ICBM operativi in Cina e Russia.

LE POSSIBILI CONTROMISURE USA

Missile Hwasong-15

La minaccia dei missili nordcoreani ha fornito un alibi allo stato maggiore USA, per il dislocamento dell’avveniristico sistema anti-missile THAAD, la cui efficacia attende solo la prova del fuoco, anche se i militari americani risultano assai restii ad utilizzarlo per abbattere un missile nordcoreano, per più di un motivo.

Il primo motivo è di natura politica, giacché una mancata intercettazione scandalizzerebbe l’opinione pubblica statunitense, deludendo le loro aspettative circa questo costosissimo sistema di difesa, il secondo motivo invece è puramente strategico, infatti l’uso del THAAD rischierebbe di fornire riferimenti tecnici a paesi come Cina e Russia, contro cui questo sistema di difesa è effettivamente predisposto, nonostante la retorica americana continui ad affermare proprio il contrario.

Ad ogni modo, parallelamente al temibile arsenale balistico nordcoreano, non va trascurata la massiccia presenza di razzi di artiglieria dislocati lungo i confini con la Corea del Sud, il cui potenziale offensivo tiene sotto scacco la capitale Seul, che in caso di guerra potrebbe essere letteralmente spianata nel giro di qualche ora. Un attacco americano contro la Corea del Nord, infatti, esporrebbe Corea del Sud e Giappone ad una rappresaglia dalle conseguenze disastrose, sia nel caso di un conflitto convenzionale, che nel caso di un escalation chimico- nucleare, data la considerevole quantità di armi distruzione di massa nelle disponibilità delle forze armate nordcoreane.

CONSIDERAZIONI POLITICHE E STRATEGICHE

Sistema anti-missile USA THAAD

In conclusione, va tenuto conto anche del possibile travaso di tecnologia balistica nordcoreana in Iran, data la proficua partnership militare che lega da decenni questi due paesi, accomunati dall’esigenza di resistere alle crescenti ingerenze americane, a cui paesi come Cina e Russia intendono agire sommessamente, vanificando le velleità imperialistiche USA, giudicate incompatibili col nuovo ordine multilaterale.

Ad oggi, infatti, non può si può escludere che i risultati dei numerosi test missilistici nordcoreani siano finiti in qualche misura nelle disponibilità delle forze armate iraniane. I repentini progressi balistici della Corea del Nord, come già detto per il suo programma nucleare, smentiscono la vulgata mediatica che vuole questo paese alla stregua di un paese del terzo mondo, infatti, sorvolando sulle considerazioni politiche del regime al potere, questa nazione vanta scienziati di prim’ordine, capaci di spiazzare persino gli analisti meno ideologizzati, piazzando un successo dopo l’altro.

I risultati fin qui conseguiti, porterebbero addirittura a considerare gli scienziati nordcoreani alla stregua di geni incompresi, dotati di potenzialità eccezionali, tuttavia, sarebbe decisamente più realistico ipotizzare un apporto tecnologico esterno da parte di paesi avanzati come la Cina e la Russia, abili nel far filtrare sommessamente know-how sofisticato, difficilmente reperibile altrove, soprattutto in tempi così stretti. Cina e Russia potrebbero effettivamente essere gli artefici occulti dell’attuale crisi nordcoreana, che sembra proprio confezionata ad arte per insidiare la posizione americana nella regione asiatica.

Missile IRBM KN-15

Se Mosca e Pechino risultassero effettivamente i manovratori occulti di Pyongyang,
potrebbero approfittare della minaccia nucleare incombente sulle città americane, per offrire agli USA la definitiva denuclearizzazione della Corea del nord, in cambio della smilitarizzazione delle loro basi in Corea del Sud.

In parole povere, l’asse sino-russo avrebbe modo di pareggiare i conti della guerra fredda con gli Stati Uniti, costringendoli a fare quello che Mosca e Pechino fecero all’indomani della seconda guerra mondiale, ovvero azzerare la propria presenza militare nella penisola coreana, permettendo la riconciliazione dei due regimi, e la normalizzazione del clima regionale.

Gli Stati Uniti si ritrovano ad un bivio, devono scegliere se confermare l’approccio della guerra fredda, facendosi carico di nuove spese militari, per difendere la proprie velleità egemoniche nella regione asiatica, o decidere di cambiare registro, adeguandosi al nuovo ordine multilaterale, evitando di rischiare una seconda corsa al riarmo dai costi insostenibili, e soprattutto dagli esiti imprevedibili. Il valore di queste ipotesi, verrà confermato o smentito, dalle prossime mosse degli attori regionali coinvolti nella crisi nordcoreana, pertanto rimaniamo in attesa di nuovi sviluppi.

 

Russia, cancellati i treni della morte
Da occhidellaguerra.it del 3 dicembre 2017

La Russia ha ufficialmente sospeso a tempo indeterminato il programma dei i treni strategici Barguzin. E’ quanto riportano i principali media del Paese. “Il programma Barguzin è considerato chiuso almeno per il prossimo futuro. Qualora vi fosse l’esigenza, il treno potrebbe essere messo in produzione in brevissimo tempo”. Il concetto del Nuke Train è una proiezione speculare terrestre del servizio deterrente balistico svolto dai sottomarini: i treni sono molto meno costosi.

Dato che è impossibile determinare con precisione il luogo da dove potrebbero lanciare i missili, i convogli camuffati sono soprannominati treni della morte o treni fantasma. Negli ultimi venti anni i cinesi hanno sviluppato un vasto sistema ferroviario sotterraneo da dove spostare i propri treni armati con missili balistici intercontinentali DF-41. In sviluppo dal 1982, il sistema su rotaie cinese si basa sulla tecnologia del precedente rail-mobile sovietico chiamato Combat Railway Missile Complex. Durante la Guerra Fredda Mosca aveva in servizio dodici Molodets chiamati Combat Railway Missile Complex, equipaggiati con tre lanciamissili balistici RS- 22. Nel 1969 l’Unione Sovietica, in risposta alla potenza nucleare dei sottomarini USA, schierò sull’intero territorio treni atomici perfettamente camuffati e che, di fatto, annullarono la rilevazione satellitare militare americana. I Molodets sono stati radiati dal servizio nel 1993. Dei 12 treni missilistici di epoca sovietica, dieci sono stati distrutti e due sono stati ceduti ad un museo. Nel settembre del 2015 il Cremlino diede il via alla produzione dei nuovi treni della morte. Tatticamente un treno nucleare ha senso perché impossibile da rilevare e quindi da neutralizzare. Utilizzano le stesse automotrici del trasporto civile ed i convogli sono identici a quelli refrigerati in servizio. I nuovi Barguzin avrebbero avuto una potenza devastante. Ogni treno avrebbe ricevuto sei missili RS-24, ognuno in grado di trasportare quattro testate Mirv (verosimilmente Marv dal sesto treno in poi). Ogni convoglio avrebbe quindi lanciato fino a 24 testate termonucleari a rientro multiplo indipendente. Ciò significa che un solo treno avrebbe potuto bersagliare fino a 24 città. A differenza dei precedenti treni, i nuovi Barguzin sarebbero stati in grado di lanciare da qualsiasi punto della sterminata ferrovia russa. L’RS-24 Yars (nome in codice Nato SS-29) è un missile balistico intercontinentale di quinta generazione. È una versione aggiornata del missile balistico Topol-M ed è stato testato ed ufficialmente presentato nel 2007, in risposta all’installazione dello scudo missilistico della Nato in Polonia. L’RS-24 è in grado di colpire bersagli ad una distanza massima di dodici mila chilometri con un errore di 50 metri. E’ uno degli Icbm più veloci del mondo, con un’accelerazione finale di oltre 20 mach.

La prima divisione Barguzin era già in produzione

Progettati per resistere all’onda d’urto di una testata nucleare, avrebbero dovuto percorrere fino a mille chilometri al giorno alla velocità di 100 chilometri con un’autonomia di un mese. Incerto il destino dei cinque nuovi convogli messi in produzione dal Cremlino che ha garantito fondi per mantenere l’intero supporto logistico operativo. Funzionanti tutte le infrastrutture necessarie, comprese le profonde gallerie dove i treni non possono essere rilevati da qualsiasi forma di ricognizione o distrutti da un attacco nucleare. Ogni divisione su rotaia prevista era formata da cinque treni, ognuno dei quali considerato alla stregua di unreggimento. La stima iniziale prevedeva l’entrata in servizio dei Barguzin entro il 2019, ma è stata inizialmente posticipata di un anno e successivamente cancellata a fronte della situazione finanziaria del paese. Ogni treno nucleare sarebbe rimasto in servizio per venti anni su pattugliamenti di trenta giorni. La Corea del Nord starebbe realizzando dei sistemi lanciamissili mobili a lunga gittata su rotaia. Il programma, supervisionato dalla Commissione Economica del Nord, rifletterebbe la volontà del leader nordcoreano Kim Jong un che nel marzo dello scorso anno ha evidenziato la necessità di diversificare le capacità di attacco nucleare del paese contro il nemico. Secondo le testimonianze raccolte da Radio Free Asia, il governo avrebbe realizzato sei lanciatori su rotaia. Sebbene il sistema ferroviario del paese sia fatiscente, sarebbero comunque efficaci sotto l’aspetto strategico. La propulsione diesel garantirebbe di operare anche sulle linee non elettrificate ed apparentemente dismesse.

 

Degrado di Torre Avalos segnalato da “Italia nostra”, il ministero batte un colpo
Da lagazzettaaugustana.it del 30 novembre 2017

AUGUSTA – A quasi tre mesi dal grido di allarme lanciato dalla sezione locale di “Italia nostra“, l’interesse, timidamente, si accende intorno a Torre Avalos. Viene reso noto dalla stessa associazione che “la Direzione generale archeologia belle arti e paesaggio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, in risposta alla segreteria del Ministro, ritiene meritevole di attenzione la segnalazione relativa allo stato di degrado ed abbandono della torre Avalos di Augusta“.

L’edificio di architettura militare del sedicesimo secolo si trova da decenni in uno stato avanzato di degrado. La Marina militare effettuerebbe opera di vigilanza, ma non sono di sua competenza le opere di manutenzione. Ai danneggiamenti accumulati nei secoli, si aggiunge il degrado dovuto agli agenti ambientali.

Tuttavia, per l’autonomia speciale della Regione e la conseguente ripartizione delle competenze, la Direzione generale del Mibact individua nella Soprintendenza ai Beni culturali di Siracusa l’ente che dovrebbe occuparsi della questione e a cui dovrebbe indirizzare la richiesta di intervento l’associazione “Italia nostra”.

“Le gravissime lesioni esterne dell’edificio sono dovute all’omissione dei lavori necessari che costituiscono la causa del deterioramento delle strutture medesime – ribadisce nel comunicato odierno “Italia nostra” sezione di Augusta, presieduta da Jessica Di Venuta –. Le murature risultano fortemente disgregate evidenziando vistosi crolli, i locali interni inoltre riportano un quadro fessurativo importante e notevolmente diffuso con sconnessioni e danneggiamenti“.

 

Gradara: Il borgo medievale accolto a Berlino nella Federazione Europea dei Siti Fortificati
Da chiamamicittà.it del 30 novembre 2017

Dall’8 al 10 novembre 2017 si è tenuta nella Cittadella di Spandau a Berlino la conferenza costitutiva della Federazione Europea dei Siti Fortificati (EFFORTS). All’interno dell’unica fortezza sopravvissuta nel tempo e ancora presente nella capitale tedesca si sono riuniti i rappresentanti di oltre 50 località europee con l’intento di condividere le competenze, promuovere la cooperazione e sottolineare il significato del patrimonio fortificato come una continua connessione alla nostra storia comune europea e come condizione per lo sviluppo sociale, economico e territoriale.

Il consiglio di amministrazione della neonata organizzazione è composto da 8 membri internazionali ed è presieduto dal sindaco della città olandese Bergen op Zoom, Frank Petter.

Alla Conferenza, inaugurata dal Segretario di Stato di Berlino per l’Europa, Gerry Woop, e dal Ministro della Cultura del Free State of Thuringia, Prof. Dr. Benjamin-Immanuel Hoff – erano presenti ospiti internazionali provenienti da Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Finlandia, Lituania, Italia, Ungheria e Germania. A rappresentare il nostro Paese: la città fortezza di Palmanova, Venezia con Forte Marghera e il borgo medievale di Gradara.

“Efforts vuole concretizzare l’idea transnazionale ed europea di un riutilizzo pacifico di edifici storici fortificati – come fortezze, città fortificate o linee di difesa – un tempo usati per la sicurezza estera e/o la politica espansiva dei sovrani o degli stati nazionali – spiega il Sindaco di Gradara Filippo Gasperi – intervenuto alla conferenza in qualità di Assessore dell’Unione dei Comuni di Pian del Bruscolo per i finanziamenti europei Borghi, Castelli e cultura e di referente del network Bandiere Arancioni. La Federazione è nata dalla volontà di costruire una rete europea permanente di siti del patrimonio fortificato con finalità di natura culturale, sociale ed economica. La sua esistenza ha un’importanza decisiva soprattutto in vista del 2018 che sarà l’Anno europeo del patrimonio culturale (European Year of Cultural Heritage)”.

“Efforts – prosegue il Presidente dell’Unione Pian del Bruscolo Palmiro Ucchielli – sarà l’entità preposta a dialogare con la Commissione Europea in rappresentanza dei siti fortificati d’Europa per favorire l’accesso ai finanziamenti europei e realizzare così attività di recupero, promozione e valorizzazione del nostro prezioso patrimonio. La presenza di Gradara come capofila dei borghi fortificati dell’Unione dei Comuni di Pian del Bruscolo si rivela fondamentale in un ottica di sviluppo e visibilità a livello europeo di cui beneficerà tutto il nostro territorio e che avrà importanti ricadute anche sul turismo”.

La Federazione Europea dei Siti Fortificati si pone infatti numerosi e importanti obiettivi tra i quali: stabilire partenariati permanenti e pratici tra esperti scientifici, responsabili politici, imprese e professionisti; promuovere l’accessibilità per i cittadini e un riutilizzo sostenibile e significativo del patrimonio fortificato; fornire uno scambio internazionale di informazioni e competenze di ricerca sul riutilizzo di patrimonio fortificati; comprendere e promuovere la rigenerazione e la riqualificazione dei siti fortificati e dei loro paesaggio urbano e rurale circostanti; evidenziare e valorizzare l’identità del patrimonio fortificato – come città murate, fortezze, linee difensive; riconoscere i valori tangibili e intangibili e il significato sociale ed economico del patrimonio fortificato.

 

Il patrimonio delle fortificazioni di La Maddalena verso il riconoscimento Unesco, il 9 un convegno
Da olbianotizie.it del 29 novembre 2017

OLBIA. Il convegno, che si terrà sabato 9 dicembre nella sala Consiliare del Comune dalle ore 9, è dedicato alle fortificazioni dell’Arcipelago di La Maddalena  nel più ampio sistema di forti, vedette e batterie del nord-est della Sardegna. Un momento per valutare, insieme ai maggiori protagonisti istituzionali, culturali e professionali del territorio, la possibilità di candidare il sistema sardo-corso di forti, vedette e batterie con il loro straordinario paesaggio culturale a Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

A partire dal sito di Candeo, nell’isola di Caprera, come sito simbolo e rappresentativo dell’intera iniziativa. In apertura del convegno verrà proiettato un video a cura della Maddalena TV che racconterà la magia di Candeo e spiegherà con le splendide immagini, perché questa batteria di Caprera rappresenta un’unicità e originalità che ne fanno il simbolo dell’iniziativa. Nell’ambito del convegno, un’ampia parte sarà dedicata alla conoscenza dei forti, delle vedette e delle batterie presenti nell’Arcipelago, attraverso il Focus curato dall’architetto Pierluigi Cianchetti. Chiuderà la giornata una tavola rotonda a cui parteciperanno vari studiosi, esplicativa delle possibilità di intraprendere il percorso, avvincente ma complesso, della candidatura UNESCO.

L’intento di “Maddalena nel Cuore” e della Sezione Sardegna dell’Istituto italiano dei Castelli è di promuovere nuove visioni del patrimonio custodito nell’Arcipelago e favorire la conoscenza più ampia e condivisa dei tanti ‘gioielli’ che oggi purtroppo versano in stato di abbandono.

 

Ancora successo di visite per i bunker della seconda guerra mondiale
Da gazzettadimantova.it del 26 novembre 2017

CAVRIANA. Continua il successo dell'apertura dei bunker a Cavriana. Da quando a inizio anno, in occasione della fiera di San Biagio, l'amministrazione comunale ha deciso di rendere nuovamente fruibili gli ex tunnel della seconda Guerra Mondiale l'interesse si è acceso. Nelle tre occasioni di apertura speciale furono infatti 1.200 persone quelle che visitarono i bunker, e così la volontà del Comune è stata quella di scrivere una convenzione fra l'ente e l'associazione Xplora per riaprirli e farne un'attrazione turistica.

Oggi 26 novembre, il secondo giornata di apertura con un gruppo di esperti accompagnatori (ingresso 3 euro, gratuito per i residenti di Cavriana e delle frazioni). Giornata che ha visto gli appassionati e i curiosi in coda già dalle 10.30, a mezz'ora dall'apertura dei bunker. Anche in questa seconda occasione, come domenica scorsa, sono state oltre 70 le persone che hanno visitato i bunker sotto il castello nelle 5 ore di apertura. Si è potuto anche visitare il "buco della lumaca", la depressione che si trova sotto il castello di Cavriana.

Per questa visita serviva un abbigliamento adeguato e soprattutto scarponcini da montagna, per evitare di scivolare dalle scale ripide che conducono all’ingresso.Il progetto rientra nelle iniziative messe a punto dall'amministrazione comunale per rilanciare il turismo a Cavriana.

 

Il bunker di Soratte: viaggio attraverso la storia del '900 tra un bombing day e l'altro
Del 24 novembre 2017

A poca distanza da Roma c’è un bunker pensato per proteggere il presidente della Repubblica e le alte cariche del Governo italiano dal rischio di un attacco atomico. Il rifugio si trova al di sotto del monte Soratte. Il dedalo di gallerie costruito nelle viscere dell’altura si sviluppa per oltre 4 chilometri e rappresenta una delle più grandi e ambiziose opere di ingegneria militare mai realizzate in Europa.Voluto da Benito Mussolini per proteggere i membri più importanti del Fascismo in caso di bombardamento nemico, il bunker fu poi occupato dalla Wermacht quando i nazisti, dopo l’armistizio del 8 settembre del 1943, da alleati divennero potenza occupante della Penisola. Dalle viscere della terra romana il federmaresciallo Albert Kesselring condusse le operazioni di “Comando supremo del sud” per tentare di contrastare l’avanzata degli alleati. Nell’ 1944, per stanare il comando tedesco, vennero sganciate sul rifugio di cemento armato centinaia di tonnellate di bombe. Era il 12 maggio. Nonostante l’incredibile potenza  scatenata contro la montagna il bunker tenne. A rimetterci la vita furono un centinaio di soldati tedeschi che occupavano le postazioni antiaeree disseminate lungo le pendici del monte. A distanza di quasi 20 anni dalla fine della guerra il fitto labirinto di gallerie venne riconvertito in bunker antiatomico. Correva l’anno 1963, le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica era alle stelle e il timore di un conflitto nucleare quanto mai opprimente. La breve distanza dalla capitale e l’imponente costruzione che aveva retto al massiccio bombardamento degli statunitensi fecero del bunker di Soratte il candidato ideale per il nevralgico quartier generale del Governo in caso di attacco nucleare. Porte a tenuta stagna e tappi di cemento spessi più di 6 metri vennero costruiti per creare il giusto isolamento da un’eventuale contaminazione radioattiva. La struttura avrebbe dovuto ospitare quanto necessario per sopravvivere lunghi mesi all’eventuale attacco. L’AIEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) nel 1993, nel descrivere il bunker del Soratte come modello da seguire in caso di costruzione di opere simili lo definì “in grado di garantire la continuità della nazione in caso di devastazione generalizzata termonucleare”. Parole che a distanza di anni continuano a mantenere, intatta, la propria carica di inquietudine. Negli anni più delicati della guerra fredda, l’opera venne tenuta nascosta. Gli abitanti delle zone limitrofe non si accorsero di nulla. Quando venne loro rilevata la verità molti non vollero crederci. Fu solo attraverso una visita guidata, oggi accessibile a tutti, che il segreto custodito nelle viscere del monte Soratte venne rivelato.

 

Via Vivaio, viaggio nel bunker segreto di Mussolini
Da ilgiorno.it del 24 novembre 2017

Milano, 24 novembre 2017 - Un «missile» di cemento armato, alto quasi 22 metri, puntato verso il cielo, come a sfidarlo. E il bunker cosiddetto di Mussolini. Il centro di Milano custodisce due rifugi antiaerei, costruiti in epoca fascista, capaci di ospitare fino a 350 persone. Ne sono a conoscenza in pochissimi. Siamo tra via Vivaio e corso Monforte, tra la sede della Città Metropolitana di Milano e gli uffici della Prefettura. E la cronista del Giorno è entrata in stanze di solito inaccessibili. La prima rivelazione è che il «missile», che sorge nel cortile di Palazzo Diotti si chiama in realtà Torre delle Sirene. «Fu l'amministrazione provinciale a predisporre il progetto. La torre fu costruita in quattro mesi nel 1939 – spiega Pietro Marino, responsabile dell'ufficio Statistica dell'ente metropolitano e da 15 anni guida per le visite a Palazzo Isimbardi – la sua funzione principale era quella di essere la Centrale d'allarme di comando delle sirene urbane».

Entriamo dall'ingresso sotterraneo, passando per le cantine di Palazzo Diotti. Una rampa di cinque scalini consente di accedere al primo piano sotterraneo (in totale sono otto, due sotto terra) della Torre, chiusa da una porta anti-scoppio e da una più interna antigas, entrambe fuori sede. Sembra l'unico cedimento all'assalto del tempo. «L'esecuzione è esemplare: questa torre è a prova di bomba e di gas – racconta con entusiasmo Felice Bonizzoni, responsabile tecnico della Città Metropolitana –. L'areazione interna era garantita da impianti di ventilazione con possibilità di filtrazione dell'aria, in caso di attacco chimico.

Le lampade sono a tenuta stagna. Il ricovero sembra fatto per durare per secoli». Marino punta il dito sul monito di Mussolini che si ripete in tutti gli otto piani: «Meglio allarmati oggi che bombardati domani». Saliamo al primo piano fuori terra. «Era la centrale di comando delle sirene. La presenza del telefono e del telegrafo consentiva al personale della Prefettura di mantenere i contatti con le altre istituzioni durante lo stato di allarme» chiariscono. Il secondo piano è il Posto Comando. Completamente spoglio, si scorge il colore della parete giallo spento e il disegno del sole sforzesco che simboleggia il ruolo dirimente della struttura nelle comunicazioni, in quegli anni difficili. Ma il terzo piano a rivelare maggiori sorprese: c'è una bicicletta. «Si tratta di un accessorio a pedali che serviva ad azionare l'impianto in caso di mancata erogazione di corrente elettrica: l'edificio è completamente autosufficiente anche da un punto di vista elettrico» rivela Bonizzoni. C'è anche una porta metallica antigas dotata di spioncino. Al di là vi è una porta antiscoppio mentre la passerella che un tempo collegava con il palazzo della Prefettura non c'è più. Il quarto piano era assegnato alla famiglia del Prefetto.

Gli arredi mancano e serve immaginazione per immaginare letto, tavolo e sedie. «Un piccolo vano, dietro una porta, nasconde il gabinetto» mostra Gianfranco Peschiera, geometra dell'ufficio tecnico. Il quinto piano è identico al terzo. Il sesto è il più spoglio e sorge sotto la cuspide esterna. Il vero bunker si trova a poche decine di metri di distanza, nel giardino di Palazzo Isimbardi. «Quest'opera – svela Marino – disposta su due livelli di cui uno completamente ipogeo, venne realizzata nel 1943 perché il rifugio “a torre” non era più considerato sicuro. La capacità offensiva del nemico era aumentata. Per questo si preferì una struttura sotterranea. Doveva accogliere personale ed archivi prefettizi e provinciali». Le diverse stanze sono prive di arredamento. Ma la sala macchine è conservata perfettamente. «Si tratta del locale in cui è installato l'impianto di areazione con ventilazione forzata, filtrazione e rigenerazione dell'aria, progettato dalla Società Anonima Aeromeccanica Marelli. I filtri sono firmati da Pirelli». L'ultimo gioiello. di Annamaria Lazzari

 

Forte Cosenz alla Regione, Italia Nostra di traverso: "Dubbi sulla bontà dell'accordo"
Da veneziatoday.it del 24 novembre 2017

L'accordo stretto tra Agenzia del Demanio, ministero dei Beni culturale e Regione Veneto prevede che la Regione gestisca fino al 2024 otto dei 9 ettari complessivi di Forte Cosenz, in ottica di recupero e valorizzazione del campo trincerato tra Favaro Veneto e Dese. Una decisione inaspettata per la sezione di Venezia di Italia Nostra, che esprime il proprio sconcerto: "Nel consiglio comunale del 15 aprile 2016 la vicesindaco Luciana Colle si era impegnata a «presentare un nuovo programma di valorizzazione che interessi l’intero compendio immobiliare di proprietà dello Stato denominato Forte Cosenz, come richiesto dalle associazioni e consiglieri presenti». La vicenda, però, pare avrà un esito completamente differente "che non soddisfa - spiega Lidia Fersuoch, presidente della sezione - per ragioni di ordine culturale, di politica di uso dei beni pubblici e per le opacità presenti nelle procedure seguite".

"Forte Cosenz dovrebbe appartenere al Comune" "Dal punto di vista culturale - continuano da Italia Nostra - non è chiaro il motivo per cui Forte Cosenz sia l’unico fra tutti quelli del campo trincerato di Mestre a non diventare di proprietà del Comune di Venezia, come logica conclusione del progetto iniziato alla fine degli anni Novanta di smilitarizzazione della terraferma. Tali fortificazioni sono parte del sistema difensivo veneziano, per la cui conservazione e fruizione culturale la nostra associazione da anni si batte in tutte le sedi deputate. "Dubbi sulla bontà dell'operazione" Italia Nostra nutre dei dubbi sulla bontà dell’operazione: "un’area nel cuore del bosco di Mestre trasformata in parte in deposito container con pista di atterraggio per elicotteri e in parte in circolo del calcetto dei dipendenti della Regione.

Il programma di valorizzazione prevede inoltre che all’interno del forte dovrebbero trovare spazio mostre permanenti e temporanee, manifestazioni culturali e ricreative, associazionismo locale, concessioni temporanee di uso compatibile, cantina vini e prodotti locali, bar-enoteca, ostello della gioventù, bed and breakfast, affittacamere. Non esiste lo spazio fisico per tutte queste attività". Il forte Il forte, di circa nove ettari, è un immenso prato con tre soli edifici: il forte della Grande Guerra con mura spessissime e locali piccoli e angusti "necessariamente da adibire a museo di se stesso", un edificio già usato come bar e spogliatoio per il campo da calcetto del cral della Regione, e la Casa del Maresciallo, unico edificio che verrà trasferito al Comune di Venezia. "Come può essere valido un programma di valorizzazione fondato su iniziative irrealizzabili e che, per giunta, utilizza per il trasferimento le procedure del federalismo demaniale culturale per attività che culturali non sono?".

 

Al via il progetto "Gavi, Forte di cultura, arte e storia"
Da torinooggi.it del 23 novembre 2017

Puntare su innovazione e valorizzazione culturale per promuovere il Forte di Gavi e il suo territorio: è l'impegno del progetto “Gavi, Forte di cultura, arte e storia” nato da un’ideadel Polo Museale del Piemonte e della Compagnia teatrale Teatro e Società, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, nell’ambito del bando “Luoghi della Cultura”. Il progetto, presentato oggi, giovedì 23 novembre, presso l’Enoteca Comunale di Gavi, propone iniziative per innovare la fruizione dei beni culturali con un corso di aggiornamento per insegnanti, attività di animazione teatrale nelle scuole e un laboratorio di narrazione dei beni culturali per operatori del turismo. Le attività prenderanno il via a gennaio a Novi Ligure, per le scuole, e a Gavi. Alle queste il progetto

affiancherà,in prossimità dell’estate, il programma di visite guidate teatrali al Forte di Gavi e in alcuni Comuni, veri e propri spettacoli itineranti e coinvolgenti, rivolti al pubblico. Con 9177 visite nel 2016, quasi il doppio dell’anno precedente, il Forte di Gavi si attesta ai primi posti tra i beni museali più visitati dell’alessandrino, come indica il report annuale dell’Osservatorio culturale del Piemonte. «Una crescita – spiega con soddisfazione Annamaria AIMONE, direttore del Forte di Gavi - che vogliamo consolidare rafforzando l’offerta culturale per avvicinare in modo nuovo la comunità locale al Forte e, in generale, ai beni culturali, architettonici e paesaggistici del territorio ma, anche, per sviluppare il potenziale turistico del Forte verso nuovi pubblici. Penso in particolare a chi, già attratto dal gaviese per turismo enogastronomico, naturalistico o per shopping, potrebbe cogliere con interesse la proposta culturale».  Le attività sono curate dalla Compagnia teatrale Teatro e Società, di Torino, impegnata nello sviluppo di tecniche per la valorizzazione dei luoghi di cultura piemontesi attraverso il teatro e i linguaggi espressivi. 

«Il progetto si propone di raccontare e di far raccontare il Forte di Gavi, pregevole esempio di architettura militare e simbolo di un territorio ricco di storia e cultura – spiegano Elisabetta Baro e Franco Carapelle di Teatro a Società – Utilizzando l’animazione teatrale, coinvolgeremo gli operatori locali del turismo e le scuole; agli spettatori proporremo un calendario di visite guidate teatrali, per far vivere un’esperienza autentica, immersiva, ricca di suggestioni e divertimento alla scoperta del Forte ma anche delle tradizioni, dei prodotti e delle ricchezze del territorio». Non potrà mancare, infatti, la componente enogastronomica e di valorizzazione dei prodotti tipici che contribuisce all’unicità del luogo. Nove in tutto le visite guidate teatrali previste al Forte di Gavi e in alcuni Comuni del gaviese, accompagnate da un piano di promozione mirato a coinvolgere le realtà economiche locali e alla comunicazione specifica degli eventi.

 

Curzola rimette a nuovo le antiche mura difensive
Da ilpiccolo.it del 23 novembre 2017

ZAGABRIA. Le mura e i bastioni di Curzola (Korcula) saranno a breve rimessi a nuovo. Il Comune di Curzola, sull’isola omonima, ha infatti approvato la settimana scorsa un progetto da più di cinque milioni di kune (circa 700mila euro) per restaurare le fortificazioni cittadine di epoca veneziana che risalgono al XV secolo. Il finanziamento del progetto sarà assicurato per l’80% (4,2 milioni di kune) dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr 2014–2020), mentre il comune investirà la restante parte, poco più di un milione di kune.
I lavori interesseranno diverse strutture difensive nella parte meridionale del centro storico, dalla torre quadrata del Revelin (attraverso cui si apre l’ingresso principale alla città vecchia) alla vicina Rampada, passando per le due torri dette “del governatore” e situate a sud ovest: quella più piccola, nota come torre Lombardo, e la maggiore, a forma di tronco di cono e detta anche “Torjun”.

Il palazzo del governatore, oggi sede del municipio, e la “Forteca” o torre di Wellington (poiché costruita durante l’occupazione inglese nel XIX secolo) faranno anch’essi parte del piano di rinnovamento, cui seguirà una ridefinizione dell’offerta turistica. Infatti, oltre ai lavori di restauro (i cui dettagli sulla tempistica non sono ancora stati resi noti), il progetto prevede che l’insieme delle fortificazioni venga presentato d’ora in poi come un’unica attrazione turistica e che dei nuovi programmi museali vengano preparati per tutti i siti coinvolti.
Nella strategia per lo sviluppo del turismo, presentata a metà settembre dall’Ufficio turistico cittadino, la ristrutturazione delle mura difensive era già prevista tra le proposte da sottoporsi alle autorità locali, associata appunto alla possibile creazione di un nuovo tour guidato.L’obiettivo di lungo termine è quello di presentare Curzola, all’orizzonte 2027, come «un’autentica città medievale mediterranea», puntando non solo sull’assodata combinazione vincente “mare e sole”, ma anche sul «grande potenziale» del patrimonio culturale locale, capace di allungare la stagione turistica al di là dei classici mesi estivi (per il momento, infatti, dei circa 70mila turisti che hanno visitato la città nel 2016, quasi 50mila sono arrivati tra giugno e settembre).Con questo progetto, infine, le fortificazioni di Curzola potranno anche prendersi una piccola “rivincita” sulla bocciatura arrivata nel maggio 2017 dall’Unesco, che le ha escluse dalla lista delle “Strutture difensive veneziane” divenute patrimonio dell’umanità lo scorso luglio. La definizione accettata in ultima istanza dall’organizzazione dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura si è infatti limitata alle opere costruite “alla moderna”, ovvero tra il XVI e il XVII secolo. Sono state dunque incluse Bergamo (promotore dell’iniziativa), Palmanova, Zara e Sebenico in Croazia o ancora Cattaro in Montenegro, ma sono rimasti fuori moltissimi altri siti di costruzione precedente tra cui, appunto, anche i bastioni di Curzola.

 

Forti e mura: ora sono davvero del Comune
Da cittadellaspezia.com del 23 novembre 2017

La Spezia - Un forte, due batterie, una polveriera e le mura di sicurezza dell'arsenale che vanno da Pegazzano ai Colli sono da oggi di proprietà del Comune della Spezia. Questa mattina, infatti, è stato sottoscritto l'atto di attribuzione e trasferimento a titolo non oneroso dal Demanio all'amministrazione spezzina. Si tratta del compendio battezzato "Fortificazione del Golfo della Spezia", che comprende il complesso dell'ex batteria di Montalbano, l'ex forte Parodi, l'ex polveriera Caporacca, l'ex batteria Valdilocchi e, appunto, l'ex cinta muraria di sicurezza dell'arsenale militare.
A porre le firme in calce al documento sono stati il sindaco Pierluigi Peracchini e il direttore dell'Agenzia del Demanio della Liguria. Presenti al momento della cerimonia erano il vicesindaco Manuela Gagliardi, l'assessore all'Urbanistica, Demanio e Portualità, Anna Maria Sorrentino, la responsabile dell'Ufficio territoriale del Demanio della Spezia, Anna Pesci, il segretario generale del Comune, Sergio Camillo Sortino, e il dirigente del settore comunale Urbanistica e Patrimonio, Emilio Erario. "Completiamo oggi il lungo percorso per la cessione dei forti. Un atto amministrativo complicato - ha detto il sindaco Peracchini, ringraziando quanti se ne sono occupati nel corso degli anni - ma importante per poter valorizzare il sistema delle fortificazioni. Si tratta di un impegno importante per il Comune, che prevede investimenti per la messa in sicurezza, la riqualificazione e la valorizzazione, ovviamente con i vincoli del caso".
Un'operazione, quella che è stata conclusa, che ha visto un lungo ping pong di richieste, atti e progetti che ha coinvolto, oltre agli uffici di Palazzo Civico e quelli del Demanio, anche quelli del ministero per i Beni e le attività culturali, trattandosi proprio di strutture dall'elevato valore storico, per le quali, dunque, si è reso necessario l'imprimatur delle Soprintendenze su determinati passaggi e la valutazione della compatibilità tra il significato culturale dei forti e delle mura e l'uso futuro previsto dal Comune.
Impossibile quantificare il valore di quello che l'amministrazione comunale inserisce oggi nel suo patrimonio, una serie di beni che fanno parte di un sistema difensivo che pochi territori nel mondo possono vantare. Un insieme di strutture difficili da trattare sotto il profilo immobiliare, dopo decenni di mancato utilizzo e spesso di vero e proprio abbandono, ma che, debitamente ristrutturate, possono rappresentare un vero e proprio tesoro. Basti pensare che oltre ai forti e alle polveriere, lungo il perimetro delle mura sono presenti numerose caponiere.
"I forti e le mura - ha sottolineato l'assessore Sorrentino - si trovano lungo il percorso dell'Alta via del golfo e dunque hanno un grande interesse anche dal punto di vista naturalistico". Per la messa in sicurezza il Comune impegnerà 500mila euro all'anno per cinque anni, e nel frattempo verrà avviata la ricerca di soggetti privati interessati a investire per un utilizzo a fini sportivi, ricreativi o turistici.
Inizialmente l'attenzione verrà focalizzata sui beni che richiedono minori interventi per il raggiungimento del necessario grado sicurezza. Poi il lavoro proseguirà nell'ottica della valorizzazione, anche ricercando possibili finanziamenti dedicati.
Nelle prossime settimane sarà costituito un ufficio ad hoc per seguire tutte le questioni inerenti la "Fortificazione del Golfo della Spezia".
L'obiettivo centrale è quello dell'utilizzo dei beni per una fruizione sostenibile del territorio, centrando l’attenzione sul turismo escursionistico.
La fruizione turistica, oggi polarizzata pressoché esclusivamente sulla fascia costiera, induce a ricercare nuove prospettive di valorizzazione territoriale che siano in grado di estendere il grado di distribuzione della domanda e di potenziare l’offerta in favore delle aree collinari, che costituiscono un autentico giacimento di valori paesaggistici, storici e ambientali e, allo stesso tempo, un territorio marginalizzato e con forti problematiche di abbandono e degrado.

 

Mestre restauro Forte Marghera: zero soldi dai privati
Da vvox.it del 22 novembre 2017

A Mestre l’Art bonus del Ministero della Cultura per incentivare i privati a finanziare opere di restauro di beni di interesse storico e artistico non ha portato vantaggi.

Come scrive Mitia Chiarin su La Nuova Venezia a pagina 25, pur appartenendo allo stesso Comune metropolitano, Mestre e Venezia corrono su binari completamente opposti in fatto di mecenatismo culturale.

Ne è esempio lampante Forte Marghera, che non riesce a trovare i soldi per restaurare le casermette francesi. Sono necessari 8 milioni e 345 mila euro, ma le elargizioni private sono ancora a 0.

Cesare Castelli, presidente della Fondazione Forte Marghera, ha inserito le casermette francesi nella lista degli interventi da realizzare con l’Art bonus, ma dopo un anno di raccolta fondi nessun mecenate si è manifestato. La struttura è un esempio di architettura militare ottocentesca, ma la parte lignea è completamente distrutta dall’usura e senza interventi di restauro tutto il complesso sarà sempre più sottoposto a crolli e degrado.

 

Palmanova città fortezza ideale ma il nemico non arrivò mai
Da messaggeroveneto.it del 20 novembre 2017

«Non abbiamo imparato granché dalla storia. Forse perché non è vero ch’essa sia Maestra di Vita». Scrive così Franco Cardini nel suo libro “L’Islam è una minaccia” (Falso!), edito da Laterza. Ma, forse, se non impariamo abbastanza è perché rimaniamo in una «pervicace ignoranza», di cui «la nostra paura è solo una funzione, la più miserabile». Certo, anche conoscendo meglio il passato non disponiamo di soluzioni automatiche per il presente; quanto meno, tuttavia, possiamo capire meglio alcuni fenomeni. E non è poco. Viviamo tempi difficili e la situazione – aggravata dall’insorgere in Europa di  nuovi, anacronistici nazionalismi – non migliorerà facilmente. A maggior ragione, allora, il bisogno di convivenza e di integrazione si fa sentire sempre più. Al tempo stesso, studiare la storia è un’urgenza.

E chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici non conosce bene il passato, che fornisce invece modelli di convivenza effettiva. I turchi – osserva ancora Cardini – non rappresentavano tutto l’Islam, e quando guerreggiavano con l’Occidente l’Impero persiano ne approfittava. Se poi attaccavano la Spagna o Venezia, gli Asburgo d’Austria si sentivano alquanto sollevati; d’altra parte, se attaccavano gli Asburgo d’Austria, Venezia e la Spagna non si strappavano i capelli; i francesi, intanto, erano sempre pronti ad allearsi col governo ottomano. Da esempi come questo potremmo dedurre che il nemico era (è?) più che altro la divisione interna. Riferendosi, poi, al grande assedio turco a Vienna nel 1683, Cardini, che sull’argomento ha scritto una poderosa opera nel 2011, non accoglie l’idea di “scontro di civiltà”, così in voga anche oggi. Sostiene, infatti, che se anche la città fosse caduta non sarebbe cambiato molto (più o meno come per la conquista cristiana di Gerusalemme nel 1099: simbolica, importante, ma alla lunga insostenibile). Il nostro passato, certo, conosce un’«ossessione turca», come recita il titolo di un volume di Giovanni Ricci (edito dal Mulino) che racconta, dall’osservatorio ferrarese, quel “tormento” della società europea fra Quattro e Settecento, ricostruendo peraltro un fitto reticolo di legami e interscambi con musulmani, arabi, mori. E la densa lezione di Cardini ieri al Teatro Nuovo ha reso l’idea della complessità della storia, alla quale ci si deve accostare sempre con grande attenzione. E Palmanova? A quale «ossessione» risponde? Il ventennio 1499-1517 è un periodo di grande paura, il Sultano è padrone di un impero enorme, i turchi minacciano continuamente l’Occidente (il Friuli ne sa qualcosa) 

La Serenissima si rivolge addirittura a Leonardo da Vinci, che ispeziona alcune fortezze e le trova inadeguate, con mura alte ed esili che i cannoni possono distruggere facilmente. Palmanova diventerà una sorta di “città ideale” concretamente realizzata, con la sua struttura a ennagono stellato. Ma una vera e propria “prova del fuoco” non l’ha mai avuta. Ha seguito così il destino «un po’ divertente, un po’ forse anche triste» – continua Cardini – di altre fortezze nate per fronteggiare un grande assalto (Grande Muraglia, Vallo Atlantico, Linea Maginot) e ci richiama alla mente il Deserto dei Tartari, dove il nemico non arriva mai. Tutti pensavano che un giorno avrebbe avuto il ruolo di salvare la Repubblica, ma la logica della guerra si sposterà altrove. Palmanova è un modello collegato anche ad altre “ossessioni”: quella della “città ideale” (senza esagerare con la simbologia: il 9 delle sue punte può essere letto come moltiplicazione del sacro numero 3 per se stesso, ma in origine dovevano essere 11, e furono ridotte perché costavano troppo) e l’altra – forse la più realistica – di contenere le mire espansionistiche del Sacro Romano Impero.

 

Il bunker Soratte modello per West Star
Da larena.it del 16 novembre 2017

Sabato verrà presentato il lavoro di recupero della ex zona militare del Soratte e l’opera svolta fino ad oggi dai volontari di Bunker Soratte. Spiega il sindaco Roberto Bonometti: «L’esperienza maturata in quasi 20 anni di attività in quel bunker può fornire indicazioni per riattivare la nostra Stella d’Occidente, scavata nel monte Moscal».

L’ex base militare di Soratte è un’attrazione turistica, che in un anno ha richiamato 18mila persone. Affi punta a uno sviluppo simile. West Star è stata costruita tra il 1960 e il 1966. Ha tre ingressi ed è stata concepita per resistere a esplosioni nucleari. È stata una base di telecomunicazione che conteneva impianti sofisticati in grado di collegarsi con tutto il mondo e in contatto con il Pentagono.

Quando era operativa, costava un milione di euro all’anno. Nel 1996 è iniziato lo smantellamento degli impianti di comunicazione, nel 2004 all’interno di West Star si è svolta l’ultima esercitazione. Tra il 2006 il 2007 è stata effettuata la smobilitazione. Questa enorme struttura sotterranea si sviluppa su tre piani, con 110 stanze per 3.800 metri quadrati. Il bunker in caso di attacco atomico avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza di oltre 300 persone dei vertici Nato.

In questa base non ci sono mai stati missili o materiale radioattivo. Le uniche armi erano quelle in dotazione ai militari che ci lavoravano. Il sistema di sorveglianza comprendeva una rete di telecamere che teneva sotto controllo l’ area esterna.L.B.

 

Italia Nostra candida le Fortificazioni di Genova a patrimonio mondiale Unesco
Da ilsecoloxix.it del 16 novembre 2017

Roma - Dopo il riconoscimento ottenuto dalle fortificazioni veneziane di Bergamo, Italia Nostra promuove un’iniziativa finalizzata alla massima valorizzazione di un patrimonio storico architettonico unico, che comprende sia i 19 chilometri delle Mura Nuove seicentesche sia le fortificazioni genovesi site negli antichi domini di terraferma e d’Oltremare. Italia Nostra nazionale e la sezione di Genova hanno deciso di proporre, patrocinare e gestire la candidatura delle Fortificazioni di Genova a far parte della Unesco World Heritage List, in quanto Beni Culturali Territoriali di notevole significato storico, urbanistico e paesaggistico, ancora presenti - abbastanza integri - in patria e nei domini di Terraferma e d’Oltremare della Repubblica di Genova. Dopo il riconoscimento da parte dell’Unesco il 9 luglio 2017 delle mura di Bergamo quale patrimonio mondiale assieme ad altre fortificazioni della Repubblica Serenissima di Venezia (Peschiera del Garda, Palmanova, Sebenico, Zara, Cattaro...), Italia Nostra ritiene che Genova e le fortificazioni della Repubblica di Genova, di cui restano ampie testimonianze sul territorio ligure, nel Mediterraneo e nel Mar Nero, rappresentino un patrimonio monumentale unico dal punto di vista storico, architettonico e paesaggistico, tale da poter aspirare anch’esso al riconoscimento Unesco.

Il solo sistema difensivo della città di Genova (mura, forti, torri, porte urbane) costituisce con i suoi 19 chilometri la più lunga cinta muraria d’Europa, e nel mondo è seconda solo alla Grande Muraglia Cinese. «La candidatura espressa dalla nostra associazione - dichiara Federico Anghelé, consigliere nazionale e della sezione di Genova di Italia Nostra - innescherà un serio processo di lavoro e di impegno, che prevediamo durare anni, per studiare, restaurare e valorizzare uno straordinario patrimonio che non riguarda solo Genova, ma numerosi altri siti che vanno da Porto Venere alla Spezia, da Bonifacio in Corsica a Tabarca in Tunisia e poi al quartiere di Pera a Istanbul, fino alle storiche colonie nell’Egeo (Chios) e nel Mar Nero (Caffa)».

Italia Nostra si propone di essere capofila di una ricerca transnazionale sulle fortificazioni genovesi finanziata dall’Unione Europea e intende costituire un gruppo di lavoro composto da studiosi e giovani ricercatori avvalendosi anche delle competenze specialistiche di un Dipartimento universitario. La sezione genovese di Italia Nostra si è sempre impegnata per un chiaro e consapevole riconoscimento del valore storico, artistico e paesaggistico delle mura, delle porte di città e delle fortificazioni genovesi, e per questo è intervenuta presso le varie amministrazioni competenti perché non si compromettesse con interventi disorganici e casuali la straordinaria qualità dell’opera, ma fosse sempre presente un disegno unitario che considerasse e valorizzasse il sistema delle fortificazioni nel suo complesso. In particolare, Italia Nostra Genova è intervenuta presso il Demanio perché prima di tutto fosse fermato il degrado, tenendo attivo il sistema delle acque e ripristinando la copertura dei muri, perché anche il recupero a rudere ha un valore; ha lottato perché non fossero venduti e privatizzati, quindi chiusi allo studio e alla conoscenza dei cittadini e dei visitatori, sia i forti sei o settecenteschi della Repubblica, sia le più antiche torri di avvistamento, sia gli ottocenteschi forti sabaudi costruiti all’esterno delle mura; ha lottato contro la concessione dei forti per usi incongrui, privi di motivazioni culturali e irrispettosi della storia edella sofferenza degli uomini; ha diffuso la conoscenza di questo patrimonio storico architettonico  culturale con conferenze, visite guidate, corsi per insegnanti ed altre iniziative.

La ricerca storica paesaggistica e urbanistica sulle Fortificazioni, estese ai domini genovesi d’Oltremare, è l’occasione politico-culturale che Italia Nostra ha di riaffermare con forza gli esiti straordinari che possono derivare alla città contemporanea da un’oculata politica urbanistica di tutela e da progetti lungimiranti di restauro conservativo, ambientale e territoriale, laddove monumenti straordinari ritornino protagonisti della originaria forma urbis e della sua sostenibile proiezione nel futuro.

 

Messina valorizza fortezze sui Peloritani
Da ansa.it del 13 novembre 2017

(ANSA) - MESSINA, - "La nostra città punta sempre di più sul turismo di qualità e per questo vogliamo valorizzare la fruizione dei monti Peloritani e i "forti" messinesi: un sistema di oltre 20 costruzioni militari di rara bellezza e di grandissimo valore paesaggistico che sono diventati dei veri contenitori culturali, ospitando al loro interno eventi musicali, spazi espositivi, aree museali, percorsi naturalistici, a piedi e con fuoristrada, di straordinaria bellezza".

A dirlo l'assessore comunale al Turismo di Messina Guido Signorino presentando itinerari tra i forti messinesi da proporre ai visitatori ed escursioni in trekking sui monti Peloritani. "Costruiti nella seconda metà dell'800 per difendere lo Stretto da attacchi nemici, - spiega il prof. Vincenzo Caruso, referente Coordinamento Forti dello Stretto - i Forti di Messina sono oggi delle magnifiche terrazze da cui ammirare uno dei panorami più belli al mondo. Messina, con il suo porto naturale, per la sua posizione geografica privilegiata ha assunto nei secoli un posto di rilievo dal punto di vista storico, militare e strategico nel Mediterraneo.

Le dominazioni susseguitesi hanno dotato la città dello Stretto di una serie di fortificazioni che la rendono unica tra le città marinare d'Europa. Dall'epoca spagnola fino al periodo umbertino, le opere fortificate di Messina sono un segno del passato, che costituiscono oggi un provato esempio di valorizzazione turistica finalizzata ad una ricaduta economica positiva sul territorio". "Unici per tipologia per la loro posizione strategica - prosegue Signorino - una volta recuperati e resi fruibili alla collettività dagli Enti e dalle Associazioni che li gestiscono, d'intesa con il Comune di Messina, i Forti dello Stretto sono un patrimonio eccezionale per la nostra città".

 

VILLASIMIUS, La torre di San Luigi, antico baluardo contro gli attacchi barbareschi dal mare
Da ilsarrabus.news del 9 novembre 2017

La Torre di San Luigi, per secoli sentinella del tratto di mare tra Capo Carbonara e Capo Ferrato, uno dei monumenti più affascinanti presenti sul territorio di Villasimius.

Annoverata fra le Atalayas, ovverosia fra le torri con il massimo della guarnigione, era dotata di un comandante, un artigliere e quattro soldati. Presa di mira dai Barbareschi per questa sua funzione, l’Atalaya de la Isla de Serpentayre fu obiettivo di parecchie sortite, tanto da venire addirittura data alle fiamme nel luglio del 1762, con un cruento attacco dal versante sud che vide la guarnigione soccombere e l’alcayde Carlos Massey ucciso con una fucilata, mentre il figlio Francesco venne deportato in schiavitù a Tunisi.

Una relazione dello stesso anno, che documenta la visita alla torre del luogotenente Belli, inviatovi dalla Regia Amministrazione delle Torri, racconta come un comandante, un cannoniere e otto soldati fossero pochi per difendersi dagli attacchi dei Barbareschi. Due soldati si spostavano in barca alla Torre di Cala Pira trasportando vettovaglie, mentre il comandante ed un soldato venivano da Cagliari: vita davvero difficile quella dei torrieri! Ricostruita dopo il devastante attacco, cinquanta anni dopo venne nuovamente assediata ed espugnata.

Ormai, però, la sua funzione, così come quella delle altre torri costiere, si era conclusa e la Torre di San Luigi osserva ora silenziosa da un secolo e mezzo e più quel tratto di mare che la circonda, in un suggestivo e surreale scenario in cui gli attacchi provengono non dai Barbareschi, ma dal vento e dagli altri agenti atmosferici. Elisabetta Valtan

 

Mura L’inespugnabile Monte Copiolo. Si svela il castello con sei cinta murarie
Del 8 novembre 2017

Montecopiolo (Pesaro e Urbino), 8 novembre 2017 - Nel 900, prima dell’anno Mille, iniziarono a edificarlo. Poi nel 1700 i residenti iniziarono a smontarlo. Una vera scelta sciagurata. Poi venne l’oblìo di tre secoli. Ma oggi del castello di Monte Copiolo sappiamo quasi tutto, e questo perché nel 2002, grazie a una convenzione tra l’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, il comune di Montecopiolo e l’Università degli Studi di Urbino, fu avviato lo scavo archeologico del castello di Monte Copiolo nel Montefeltro. Il compianto soprintendente Giuliano De Marinis comprese fin da principio che per l’ateneo urbinate scavare la fortificazione montecopiolese rappresentava un viaggio alle origini della propria storia; da quel luogo, infatti, provenivano i conti di Montefeltro, duchi di Urbino. Vi era poi un paese che aveva perso la memoria e sembrava, apparentemente, “senza una storia”. Il tessuto urbano del comune di Montecopiolo, rappresentato dall’odierno abitato di Villagrande, non mostrava alcun segno di antichità. La stessa memoria storica aveva subìto dei traumi, tant’è vero che il monte che sovrasta l’abitato villagrandese, il “monte Copiolo”, era ormai chiamato “Monte Roccaccia”. «La Roccaccia? Io ci portavo al pascolo le pecore – raccontavano gli anziani del paese aggiungendo – e mentre portavo al pascolo le pecore trascorrevo il tempo a demolire quei muri; avrò avuto sei, sette anni». Sorte simile, tra i due conflitti mondiali, è toccata a molti ruderi della provincia di Pesaro e Urbino. Sotto la direzione di Anna Lia Ermeti e della competente Soprintendenza, dall’avvio dell’indagine archeologica sono trascorse sedici campagne di scavo, regolamentate da una concessione ministeriale e si sono avvicendate quattro amministrazioni comunali che, anche se di differenti correnti politiche, sono state tutte assolutamente propense alla valorizzazione dell’antico centro. Quest’ultima non è una informazione scontata. Il progetto di scavo, in questo modo, è cresciuto di anno in anno fino a divenire una summer school internazionale a cui partecipano studenti provenienti da ogni parte del mondo nell’intento di indagare un contesto estremamente rilevante nel panorama medievistico europeo. Nel tessuto archeologico italiano di àmbito medievale gli scavi di Monte Copiolo e quelli di Miranduolo, in Toscana, rappresentano i contesti estensivi più longevi, contesti che hanno formato centinaia di studenti. Uno scavo archeologico non è mai simile a se stesso, con il trascorrere degli anni e con l’ampliamento delle aree indagate aumentano le informazioni a disposizione di chi fa ricerca e le “cose” da vedere, da visitare, per il pubblico. Gli archeologi spesso creano dei modelli grafici di ciò che trovano, per restituire una veduta di come, un tempo, dovevano apparire le rovine quando non erano rovine. La scorsa estate i ricercatori dell’università di Urbino, a seguito della sedicesima campagna di scavo, hanno dovuto aggiornare la “veduta” del castello di Monte Copiolo aggiungendo una cinta muraria, la sesta. Dagli ultimi scavi è infatti emersa una sorpresa inaspettata, mentre si cercava di localizzare il tracciato della quarta e della quinta cinta muraria è emerso un breve tratto di una sesta muraglia, ancora più ampia rispetto alle precedenti e databile al XV secolo. Le fonti storiche attestano che il castello di Monte Copiolo non fu mai conquistato per assedio, ma cadde soltanto nelle occasioni in cui capitolò l’intero Ducato di Urbino. Spesso i duchi di Urbino si asserragliarono con l’esercito all’interno delle mura di Monte Copiolo per difendersi da nemici importanti come Sigismondo Pandolfo Malatesti, Cesare Borgia o Giovanni de’ Medici (detto dalle “Bande Nere”). Le sei cinte murarie, costruite nel corso del tempo dal X sino al XV secolo, sempre più ampie, restarono tutte attive, in contemporanea, rendendo quel centro (posto a una quota di 1033 metri sul livello del mare) inespugnabile. La recente scoperta non ha fatto altro che confermare, pertanto, l’importanza di quel sito per l’archeologia medievale europea e per la storia dello stesso Ducato di Urbino.

 

Rocca Sforzesca di Soncino: la rocca meglio conservata in Lombardia a poco più di un’ora da Milano
Da daylibest.it del 6 novembre 2017

È risaputo che l’Italia detiene il record per il maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, oltre ad avere la maggior percentuale mondiale di opere artistiche. Resta il fatto, però, che sia molto raro anche qui da noi trovarsi di fronte ad un’opera del 1473, praticamente intatta.

È questo il caso della Rocca Sforzesca di Soncino, in provincia di Cremona. E pensare che questa zona fu tutt’altro che tranquilla! Infatti il territorio limitrofo venne più volte attaccato: invasioni barbariche, contesa da Cremonesi e Bresciani, ma anche conquiste e influenze delle signorie milanesi, veneziane oppure, come il resto della Lombardia, dominata da Francesi, Spagnoli e Austriaci. La Cinta Muraria, lunga circa 2 chilometri, è ancora ben conservata e circonda il dosso su cui sorge il Centro Storico. Vennero costruite dalla famiglia Sforza, ma vengono tuttavia chiamate “venete”, poichè il loro rinnovamento fu iniziato dai Veneti pochi mesi prima dalla loro cacciata per mano dei Milanesi.

Ai quattro angoli del castello si ergono 4 torri con base “a scarpa”. Una di queste quattro torri, denominata “Torre del Capitano” ha una particolarità strategica non indifferente. A partire dai sotterranei, dove alcuni locali erano adibiti a prigione, una scala interna portava sino alla Torre. Qui vi sono due locali, coperti da volte a lunette e, in momenti di estrema necessità, poteva trasformarsi in un ultimo baluardo di difesa, diventando così un piccolo fortilizio autonomo. L’intero borgo di Soncino, inserito tra i “Borghi più belli d’Italia“, mantiene le strutture originali risalenti al periodo medievale, quindi con strade strette e case alte dette “a torre”. Un luogo da visitare a Soncino è il “Museo della Stampa“, una delle mansioni rappresentative dell’epoca tardomedievale, particolarmente sviluppata qui. Il Museo affianca la “Casa degli Stampatori“, il luogo dove una famiglia ebrea portò avanti per diversi anni l’azienda di famiglia. Curiosità: qui è stata stampata la prima Bibbia Ebraica completa al mondo.

 

Nasce il progetto CE.R.CA.MI per il censimento e il rilevamento delle Casematte militari della Seconda guerra mondiale
Da esperonews.it del 4 novembre 2017

Le postazioni militari puntellano con la loro presenza le coste della Sicilia. Realizzate nel corso dell’ultima guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, nell’ambito del faraonico progetto di difesa della “Fortezza Europa”, da una possibile invasione di forze nemiche. Sbarco che si materializzò nel luglio del 1943. Per la Sicilia, le opere di difesa realizzate nel corso del secondo conflitto mondiale, sembrano continuare idealmente i progetti che, nel corso dei secoli, furono realizzati per la protezione dell’isola, in particolar modo da nemici ottomani o barbareschi, e che trovarono i maggiori esecutori negli ingegneri Tiburzio Spannocchi e Camillo Camilliani, che tra il Cinquecento e il Seicento progettarono un vero e proprio sistema di torri costiere.

Il Progetto “C.E.R.CA.MI” nasce dalla collaborazione tra Palermo Pillbox Finders, gruppo di ricercatori storici impegnati nell’individuazione e nella tutela delle Postazioni militari della Seconda Guerra Mondiale sul territorio siciliano e BCsicilia, Associazione dedita alla salvaguardia e alla valorizzazione dei beni culturali ed ambientali in Sicilia. L’obiettivo del Progetto è quello di censire e rilevare i bunker della Seconda Guerra Mondiale esistenti sul territorio della Sicilia, individuandone la presenza e lo stato di conservazione delle stesse. L’esigenza di un censimento nasce dall’importanza che le Postazioni militari locali (fortini, caserme, postazioni antiaeree,trincee…. ) hanno assunto in questi anni nel contesto socio-culturale della nostra comunità suscitando un crescente interesse in ricercatori, appassionati, cittadini e turisti. Il censimento delle postazioni militari, che avverrà su base provinciale, si fonderà sulla localizzazione territoriale delle stesse, sulla constatazione del grado di conservazione, sul rilevamento delle geometrie nonché dall’interesse storico storico-architettonico che queste rappresentato.

Palermo Pillbox Finders e BCsicilia provvederanno alla divulgazione dei dati rilevati attraverso conferenza, convegni, mostre e apposite pubblicazioni. Una particolare attenzione verrà posta nella creazione di itinerari conoscitivi al fine di poter effettuare delle visite guidate per la conoscenza di una pagina particolare della nostra terra.

Per contatti: presidenzaregionale@bcsicilia.it (mailto:presidenzaregionale@bcsicilia.it) –palermopillboxfinders@libero.it (mailto:palermopillboxfinders@libero.it)

 

Spinalonga, l’isola fortezza a lungo abbandonata
Da siviaggia.it del 3 novembre 2017

Di fronte alle coste di Creta, Spinalonga è un’isola dal passato glorioso. Fondata nel periodo ellenico, sulle rovine di una antica acropoli, nel 1579 i veneziani costruirono tutta una serie di fortificazioni, così da poter controllare il traffico marittimo senza che nessuno, sull’isola, potesse approdare. Non si tratta, infatti, di un’isola naturale: furono proprio i veneziani a ricavare – dall’omonima penisola – un’isoletta che fosse un’inespugnabile fortezza.

Anche quando i Turchi conquistarono Creta, nel 1669,Spinalonga rimase a loro. Solo nel 1715, la Serenessima – per difendere i suoi possedimenti sulla terraferma – fu costretta ad abbandonarla. Così, divenne una fortezza ottomana fino all’inizio del XX secolo, quando i Turchi furono cacciati da Creta e Spinalonga fu utilizzata come rifugio per i cretesi (e poi molti greci) affetti da lebbra. Furono gli stessi lebbrosi a costruire il lebbrosario, in quello che un tempo era il forte veneziano. Nel 1957, quando la scoperta dell’antibiotico permise ai lebbrosi di guarire, l’edificio infine chiuse e l’isola iniziò a spopolarsi. L’ultimo abitante la lasciò nel 1952: era un sacerdote ortodosso, e se ne andò solo 5 anni dopo la sepoltura dell’ultimo lebbroso, come tradizione richiedeva.

Da quel momento completamente deserta, Spinalonga fu in seguito scoperta dal turismo: le sue spiagge sono straordinarie, e la sua fortezza (insieme alla città fortificata) è una delle più significative roccaforti sopravvissute nel Mediterraneo. Per raggiungerla, è necessario imbarcarsi su uno dei traghetti giornalieri che – nei mesi estivi – partono da Agios Nikolaos, da Elounda e da Plaka, che dista solamente 800 metri. Una volta arrivati a Spinalonga, è possibile girovagare per l’isola in tutta tranquillità, andando alla scoperta delle sue tante testimonianze storiche. Oppure, ci si può immergere nelle sue acque limpide di fronte alle spiagge di ghiaia, o andare alla ricerca delle spettacolari calette di cui è ricca. Perché, soprattutto per chi soggiorna a Creta, questa isoletta è una meta imperdibile. Ha il fascino dei tempi antichi, la purezza di un luogo del tutto privo di strutture ricettive. I turisti possono sbarcarci solamente per qualche ora, prima di risalire a bordo del traghetto che li ha condotti fino a lì.

 

Il castello medievale di Bestagno: uno degli esempi più interessanti di architettura militare medioevale in Liguria
Da sanremonews.it del 3 novembre 2017

Per la rivista culturale"Alle origini della nostra civiltà" ci siamo recati in Valle Impero, a Bestagno, frazione di Pontedassio, per visitare il castello medievale di Bestagno. Il nucleo centrale risale al XII-XIII secolo, mentre la cinta difensiva più esterna con le torri di avvistamento, fu costruita intorno al XVI secolo.

La rocca faceva parte di un'ampia rete di fortificazioni a presidio della valle. Il manufatto è oggi uno degli esempi più interessanti e caratteristici di architettura militare medievale in Liguria. Il castello, nei vari secoli, fu di proprietà dei Marchesi del Monferrato, dei Duchi dei Savoia e della famiglia dei Doria. Fu abbandonato nel 1811 dopo la conquista e la devastazione compiuta da parte degli Spagnoli in guerra contro Carlo Emanuele.

 

Spesi 3000€ per Base-Conero
Da e-cronaca.blogspot.com del 1 novembre 2017

Sul Monte Conero proseguono le attività militari del cosiddetto Terzo DAI, un gruppo di intelligence, quindi in parole povere di spionaggio, delle forze armate, che dipende cioè dallo Stato maggiore della Difesa. In un bilancio dettagliato delle spese sostenute nel 2016 e nel 2017, la Direzione di Commissariato della Marina Militare di Ancona ha scritto che nel secondo trimestre dell’anno in corso, il 2017, è stata pagata una fornitura di due vasi d’espansione per il Terzo DAI del Monte Conero. Il costo di 740 euro ha coperto anche i lavori di installazione, che sono avvenuti il 16 maggio 2017. Sul sito della ditta Caleffi si legge che “i vasi d'espansione sono dei dispositivi atti alla compensazione dell'aumento di volume dell'acqua dovuto all'innalzamento della temperatura della stessa, sia negli impianti di riscaldamento che in quelli di produzione di acqua calda sanitaria.” Si legge inoltre che “essi vengono utilizzati anche come autoclavi negli impianti di distribuzione idrosanitari.” La forma di questi vasi d’espansione è quella di uno scaldabagno domestico. Sempre il Terzo DAI, il cui cancello di ingresso si trova sulla cima del Conero, aveva usufruito il 24 maggio 2016 di un controllo periodico dell’acqua potabile, del costo di 364,17 euro. Nel dicembre 2016 erano stati spesi, inoltre, altri 2.050 euro per una fornitura di gasolio da riscaldamento per la stazione meteo del Monte Conero. Non è finita. Il 24 novembre 2016 la Marina Militare di Ancona aveva speso altri 421,05 euro per “Acquisto ricambi per riparazione/manutenzione automezzi vari in dotazione al 3° D.A.I. M.te Conero”. Tutte queste notizie devono far capire ai turisti che non bisogna assolutamente scavalcare le recinzioni della zona militare, anche se all’apparenza le caserme della base sembrano abbandonate. L’aspetto esteriore ingannevole potrebbe essere la caratteristica di questo sito militare fin dai tempi del fascismo. Infatti è interessante in tal senso un altro documento reperibile su internet: la biografia del militare Edoardo Martino. Durante la seconda guerra mondiale fu crittografo presso lo Stato Maggiore della Difesa, quindi svolse un corso di perfezionamento ed entrò nel SIM, il Servizio Informazioni Militari del Ministero della Guerra, il servizio segreto di Benito Mussolini. Lavorando all’ufficio informazioni dello Stato Maggiore del Regio esercito, Edoardo Martino fu mandato, prima del settembre 1943, sul Monte Conero. La sua biografia afferma che, nella zona in cui oggi opera il Terzo DAI, diresse “una postazione di intercettazione dei messaggi provenienti dalla costa dalmata” fino all’armistizio dell’8 settembre ‘43. E fu proprio mentre era sul Conero, cioè il giorno 9 settembre ‘43, che questo militare aderì ai gruppi cattolici di guerra partigiana, combattendo in seguito in Piemonte tra il monferrato e l’alessandrino alle dipendenze dei soldati britannici. Pubblicato da Massimo D'Agostino

 

Forte Sofia e il Bastione di Spagna al comune
Da larena.it del 30 ottobre 2017

È questione di giorni e Forte Sofia, il complesso austriaco che guarda dall’alto Borgo Trento e la Valdonega, diventerà di proprietà del Comune. Quindi Palazzo Barbieri entrerà in  possesso anche della parte esterna del bastione di Spagna, rivolta verso il quartiere Catena, ovvero, «la fascia a ridosso di viale Colombo che va dalla scuola media Alighieri fino alla curva dello stradone stesso, inclusi i campi di calcio della società sportiva Crazy», fanno sapere dal settore comunale del Patrimonio. «Per l’acquisizione di quest’ultimo bene, però, va prima corretta qualche inesattezza catastale. Ma siamo a buon punto». Un passo avanti, dunque, nell’adempimento del federalismo demaniale e prende corpo l’accordo «trilaterale» fra Comune, Demanio e Soprintendenza, stipulato nel 2012, che prevede la graduale cessione all’ente locale del sistema delle fortificazioni cittadine, decretato «Patrimonio dell’umanità» dall’Unesco, e finora di competenza statale.

NUOVE ACQUISIZIONI. Il forte, intitolato all’arciduchessa Sofia di Baviera, è l’ultimo a passare a titolo gratuito dal Demanio al Comune. Esso va ad aggiungersi ai complessi austriaci ottenuti di recente da Palazzo Barbieri: il Santa Caterina di Porto San Pancrazio, il Preara di Montorio, il Lugagnano di San Massimo, la prima Torre Massimiliana sulle Torricelle e, precedentemente, il San Mattia, sempre sulle Torricelle, il Gisella di Santa Lucia, e forte Azzano in Zai. Forte Sofia, grazie a una convenzione stipulata tra amministrazione comunale e Demanio, è già stato affidato alle cure dell’omonima associazione di promozione sociale che, oltre ad occuparsi della manutenzione ordinaria, vi organizza eventi culturali. Il bastione esterno di Spagna è la prima consistente porzione dei nove chilometri di mura magistrali a diventare patrimonio comunale. A Palazzo Barbieri, inoltre, fanno già capo le cinque porte monumentali della città: le sanmicheliane Porta Nuova, Porta Palio e Porta San Zeno, di epoca veneziana; Porta San Giorgio e Porta Vescovo, risalenti al periodo scaligero.

FORTE PROCOLO. Cosa resta fuori dall’accordo? Molto, in realtà. Sono ancora di competenza statale, quindi essenzialmente privi di qualsiasi manutenzione, un centinaio di ettari fra bastioni, caserme, campi trincerati e antichi magazzini. Ma la situazione più critica, anche alla luce della sua vicinanza all’abitato, riguarda forte San Procolo, in viale Colombo: la «testa» del bastione di Spagna. Totalmente in abbandono, il forte, qualche tempo, fa sembrava potesse interessare all’Azienda ospedaliera per ricavarne parcheggi. Poi non se n’è fatto più niente. Risale a qualche giorno fa l’ennesimo sgombero di accampamenti abusivi nell’area esterna del forte, come pure l’ennesimo sopralluogo del Pd per puntare l’attenzione sul degrado che lì regna sovrano, con rifiuti abbandonati e proliferare di topi tra la vegetazione incolta. Ma l’amministrazione comunale, attraverso l’assessore Edi Maria Neri (Patrimonio), promette attenzione sulla difficile questione: «Non si può andare avanti così», concorda Neri.

A VENEZIA. «Ho già fissato un appuntamento con i dirigenti del Demanio, a Venezia, per fare il punto sui passaggi di proprietà e per parlare anche di forte San Procolo». «Noi non vediamo l’ora di acquisire l’intero sistema di mura e forti», aggiunge l’assessore, «ma è d’obbligo procedere con i piedi di piombo, perché su molti di questi beni pendono purtroppo problemi di tipo catastale e aporie varie. Non possiamo accollarci problematiche che poi faremmo fatica a risolvere. Per prima cosa, insieme al Demanio, vanno sanate le criticità». E poi? «Sotto l’aspetto di gestione, manutenzione e controllo, si tratta di beni costosi. Va quindi assolutamente cercata la collaborazione delle associazioni. Per fortuna il volontariato è una realtà di grande spessore a Verona. Sono fiduciosa». Lorenza Costantino

 

Dalla parte dei Forti interviene su dibattito fortificazioni Palmaria
Da laspezia.cronaca4.it del 30 ottobre 2017

Negli ultimi giorni il nostro operato è stato evidenziato nel corso di molti dibattiti e di tavoli di confronto politico, specialmente se il tema era legato al  presente ed al futuro dell’isola Palmaria. In relazione a questa tematica, molto sentita, noi ribadiamo la posizione sempre sostenuta: cioè siamo ovviamente favorevoli al generico mantenimento della proprietà pubblica dei manufatti militari dell’isola (e del golfo intero,non scordiamo che si tratta di un opera unica, divisa in strutture singole, ma sempre un unico investimento pubblico realizzato dall’allora Regno Italiano). Questo ragionamento è ancora più per quelli di maggiore rilevanza storica architettonica, oltre che inseriti in delicati contesti ambientali.

Sulla Palmaria, in sostanza, quasi tutti gli immobili che non siano le poche abitazioni nate con quello specifico utilizzo, rientrano in questo ragionamento. Questo però non è sufficiente. Un maldestro o disordinato intervento pubblico può risultare altrettanto dannoso in termini di tutela e valorizzazione, in tal senso purtroppo alcuni errori sono già stati commessi in passato (Sala polivalente al CEA, alcune tamponature alla Torre Umberto I…) e sopratutto può risultare inutile e dispendioso se proposto senza una seria premessa iniziale e un progetto complessivo basato su un modello di sviluppo che ne evidenzi il valore, e non su frettolosi compromessi. Anche la gestione futura di questi beni, l’utilizzo che ne verrà fatto, deve far parte di un serio progetto che possa dare respiro, anche economico, al territorio. In tal senso non ci stupiremmo se alcuni immobili risultassero alienabili o riconvertibili senza danno complessivo al progetto generale ed al contesto.

Abbiamo già più volte espresso perplessità su valutazioni e proposte esternate senza un accurato programma di valorizzazione storico/culturale, ovvero senza un riscontro tecnico e storico. Inoltre abbiamo anche dimostrato, aprendo uno scenario di confronto innovativo, come un mantenimento dello stato attuale (ruderi bellici), di fatto quasi privo di costi, sia sfruttabile turisticamente da subito, con una minima messa in sicurezza. Riteniamo anche doveroso ricordare che l’associazione (pur composta da liberi soci, con precisi, ed a volte contrapposti, pensieri politici) pur esprimendo un chiaro disegno su questo tema deve e vuole rimanere equidistante da raggruppamenti o movimenti di chiara origine politica ed in questo periodo in chiave di processo elettorale. Siamo contenti che finalmente il tema sia di pubblica discussione, ma non sarà nostro intendimento sviluppare un ruolo politico di schieramento in questo, lasciando sempre libertà individuale ai soci di esprimersi, a titolo personale, su posizioni e considerazioni che comunque non saranno riferibili al contesto associativo.»

 

I misteri dell'architetto Sanmicheli nel castello
Da larena.it del 27 ottobre 2017

Nel 1532 Michele Sanmicheli, su incarico della contessa Felicita Bevilacqua, si occupò del restauro del castello di Bevilacqua, donandogli l’aspetto odierno. All’architetto veronese è dedicata la serata «Lo spirito artistico di Michele Sanmicheli», che si svolgerà oggi, dalle ore 19 al castello, organizzata all’interno della rassegna regionale «Spettacoli di mistero».

Michele Sanmicheli è stato uno dei maggiori architetti italiani del 1500. Nato a Verona nel 1484, appena ventenne si trasferì a Roma dove iniziò a lavorare come architetto nel centro Italia e presso papa Clemente VII. Tornato a Verona nel 1527, divenne architetto militare della Repubblica di Venezia, costruendo fortificazioni in tutto il territorio della Serenissima. Le sue opere, infatti, si trovano sia in Italia – Venezia, Verona, Bergamo e Brescia - che in Dalmazia, Zara, Sebenico, Creta e Corfù. Durante questi anni, però, continuò anche a realizzare opere civili ed il restauro del castello di Bevilacqua fu una di queste. Qui, in particolare, si ritrova la «firma stilistica» di Sanmicheli nella copertura ad ombrello che decora le volte del maniero. L’architetto morì a Verona nel 1559 ed è sepolto nella chiesa di San Tomaso Becket. Il suo stile era stato influenzato dai numerosi viaggi e sono molte le leggende e gli aneddoti racchiusi nel suo modo di comunicare l’arte; misteri che saranno svelati durante la serata. La serata inizierà alle ore 19 con la degustazione del risotto alla veneta. Alle 20 si svolgerà la visita al maniero, con l’interpretazione in costume a cura della compagnia «La bottega delle arti» di Villa Bartolomea. Alle 21.30 intrattenimento musicale con il duo «Zà Za». L’ingresso è di 7 euro, con prenotazione fino ad esaurimento posti. Info: 0442.93655.L.B.

 

Difesa. Guerra fredda a cielo aperto: visite guidate nei bunker dei pionieri d’arresto
Da barbadillo.it del 27 ottobre 2017

Erano figli della Guerra fredda anzi! Del contrasto ad un nemico, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, con il quale hanno condiviso il confine e la sorte fino al 1992 anno dello scioglimento dello Stato socialista. E’ la fanteria d’arresto, specialità dell’Esercito Italiano che per quasi cinquant’anni ha protetto il Nord Est dal pericolo di un’invasione che, per fortuna, non ci fu mai. Già, perché il non allineato Tito era più interessato al dominio dell’area balcanica e al denaro occidentale che non ad una guerra col vicino italiano, ma i repentini mutamenti e le oscillazioni geopolitiche del contesto di allora (riavvicinamento Belgrado Mosca, nuovo allontanamento, crisi dei missili di Cuba, etc.) facevano ogni volta temere il peggio ad un’Italia membro della NATO a due passi dal blocco comunista.

Una schiera di difese montane (bunker, casematte, garitte, torrette di carro interrate, filo spinato, batterie mimetizzate) si estende ancora oggi in Friuli, ormai parte del paesaggio che ha fagocitato il ferro arrugginito e il cemento armato. Testimonianze di storia recente che, grazie all’Associazione fanti d’arresto, alla Provincia di Gorizia e ad enti privati è alla portata di chiunque voglia approfondire brevi manu, il passato prossimo della Repubblica Italiana.

Un tour da fare, quindi, magari dopo aver gustato con occhi e palato ciò che di bello una regione selvaggia e incontaminata come il Friuli Venezia Giulia può offrire, alternando così ad una escursione naturalistica ed eno-gastronomica qualche sana nozione di Storia della Guerra, disciplina liberamente studiata in quasi tutti i paesi del mondo e senza l’odiosa etichettatura politica che gli intellettuali nostrani le hanno appiccicato.

 

Il missile per Mosca costruito nel golfo. Si svelano i segreti della Guerra Fredda
Del 26 ottobre 2017

Porto Venere (La Spezia), 26 ottobre 2017 - IN UN laboratorio sotterraneo della Batteria Castagna, che si sviluppa sull’omonima punta nel  comune di Porto Venere, negli anni Settanta venne assemblato un vettore destinato ad ospitare e condurre una testata nucleare da un megatone. Tutto calcolato per la destinazione finale: Mosca. Un progetto top secret per dare forma ad un super-missile, da lanciare dall’incrociatore Giuseppe Garibaldi, destinato a cambiare la storia, qualora i venti della guerra fredda avessero cominciato a soffiare impetuosi e l’Occidente fosse stato messo sotto scacco dall’Urss.

Quell’impresa, d’alta tecnologia oltreché figlia della politica di quei tempi e della sovranità limitata dell’Italia etero diretta dagli Stati Uniti liberatori, è ricostruita nel libro “Spezia nella guerra fredda – Il titanico sforzo di difendere l’indifendibile” scritto da Stefano Danese e Silvano Benedetti (Edizioni Cinque Terre, 180 pagine, € 25) che sarà presentato oggi alle 18 al Circolo Ufficiali; i due ricercatori (il primo già autore dei libri sulle fortificazioni del golfo ed altri volumi di storia, il secondo direttore del Museo Navale) così rilanciano il loro impegno a ricostruire le vicissitudini militari del Golfo, tornando ad occuparsi (dopo aver ricostruito l’epopea dello sminamento e della liberazione del golfo dai relitti nel Dopoguerra ad opera dei palombari) del ruolo svolto della nostra città durante i conflitti del secolo scorso, affrontando questa volta, appunto, il periodo della Guerra Fredda.

Dallo studio degli archivi rimasti segreti fino a pochi anni fa sono infatti emersi documenti che testimoniano scenari incredibili relativi al periodo di crisi internazionale che ha rischiato più volte di sfociare in conflitto nucleare e il ruolo strategico svolto dalla nostra città in quegli anni. SULLA Castellana, cento metri sotto la vetta, nel ventre della montagna, era stata, ad esempio, costruita la location destinata ad ospitare la centrale operativa della Marina qualora le strutture degli enti militari alla luce del sole fossero stati bombardati. Così, sotto il monte Santa Croce, in un dedalo di tunnel, era stata allestita una gigantesca centrale elettrica, con officine in grado di effettuare ogni riparazione e costruzione necessaria al suo funzionamento in maniera completamente indipendentemente dall’esterno, nel caso fosse stato dato l’ordine del “chiudete la montagna”. Ma questi sono solo alcune delle ricostruzioni inanellata da Danese e Benedetti. Grazie all’accesso ad archivi Militari e privati dei due autori (Archivio di Marinarsen, del Museo Tecnico Navale, del Genio Militare, dell’Ufficio Storico della Marina, del Centro di supporto e sperimentazione navale, di Comsubin e gli archivi privati Rolla, Ferrari e Lotti) è stato possibile raccontare attraverso immagini e documenti originali ed inediti la storia di tutte le cosiddette Opere Protette, chiarendo e spiegando la loro funzione partendo dalla loro creazione per arrivare al loro ruolo durante la Guerra Fredda.

«Per Opere Protette si intendono tutte le gallerie scavate nella roccia delle montagne del golfo spezzino che tutti noi possiamo vedere da San Bartolomeo ai Colli, da Fabiano a Marola; costruite in previsione di un possibile conflitto, alcune già abbozzate durante la seconda guerra mondiale vennero utilizzate come rifugio antiaereo nel ‘43, altre costruite ex novo, per essere poi impegnate nella difesa passiva degli obiettivi strategici con l’ingresso dell’Italia nella N.A.T.O. e l’inizio della Guerra Fredda» spiegano gli autori. Il libro è una testimonianza fondamentale e indispensabile per comprendere una parte importante della storia del nostro territorio fino a poco tempo fa completamente sconosciuta e ricca di grande fascino; l’imponente apparato fotografico rende quest’ultima opera di Danese e Benedetti unica nel suo genere. di Corrado Ricci

 

La Porta San Sebastiano e il camminamento sulle Mura Aureliane
Da romatoday.it del 23 ottobre 2017

Una visita per scoprire da una prospettiva insolita la più grande e meglio conservata delle porte che si aprono nelle Mura Aureliane: la Porta S.Sebastiano. Anticamente chiamata Porta Appia, era al centro di un articolato sistema di fortificazioni che includeva anche l'Arco di Druso. Un avventuroso percorso, tra gallerie, torri, postazioni di guardia, bizzarri e misteriosi graffiti, e il suggestivo camminamento al di sopra delle Mura Aureliane. La visita sarà tenuta dalla dott.ssa Emanuela Sarracino, Archeologa e Guida Turistica Appuntamento: ore 10,45 all'ingresso del monumento in Via di Porta S.Sebastiano,8 Costo della visita per ragazzi fino a 13 anni: 8 € Adulti: 2 € Il biglietto di ingresso è gratuito

La prenotazione è obbligatoria: CELL. +39 328.8071534 emanuela.sarracino@gmail.com

 

Forte a Mare: presto lavori di recupero. "Ma occorrono altri fondi"
Da brindisireport.it del 17 ottobre 2017

"Oggi però è fondamentale portare avanti il dialogo tra il Mibact, l'Agenzia per il Demanio, la Regione Puglia ed il Comune di Brindisi (soggetto ineludibile nel programmare la titolarietà e la  gestione finali dell'Isola di Sant'Andrea) per concordare soluzione, culturalmente, turisticamente, ma anche economicamente più sostenibile per il futuro dell’intera isola di Sant'Andrea", conclude Anelli. A distanza di mesi, le associazioni riprendono il filo di un discorso che non aveva avuto esiti, si tiene, anche perchè è in fase attuativa un progetto di interventi da parte dello stesso Ministero per i Beni e le attività culturali ed il turismo, dotato di un fondo di 5 milioni di euro provenienti dal Pon    Cultura. In una lettera agli organi di informazione, Legambiente chiede questa volta una sostanziosa integrazione da parte della Regione Puglia, e la concretizzazione del nuovo stanziamento di circa 20  milioni di euro promesso dallo stesso Mibact.

A tale proposito, si legge nella lettera di Legambiente, le associazioni rilanciano anche la propria idea progettuale che riguarda la risistemazione e la fruizione dei beni comuni presenti sull'Isola di S.Andrea. Il nodo della gestione Resta poco chiara la questione della successiva gestione dell'area e delle strutture recuperate e restaurate. La prima esperienza, a causa dell'assenza di una gestione fisicamente presente nel sito (Forte a Mare era, e resta, un bene in capo alla Soprintendenza competente) e di una adeguata vigilanza, condusse al saccheggio sistemativo e minuzioso del castello alfonsino causando la vanificazione dell'opera di recupero e un danno di parecchi milioni di euro, quelli investiti negli interventi. Il trasferimento delle competenze non può che essere a vantaggio del Comune di Brindisi, sulla base di una idea progettuale concreta e di adeguata disponibilità finanziaria, e solo il Comune poi potrebbe investire di responsabilità e ruolo associazioni o altri soggetti. Ciò è possibile nella situazione attuale, oppure le associazioni hanno abbandonato la speranza dell'affidamento di Forte a Mare al Comune e puntano ad ottenere un ruolo tutoriale ufficiale nei programmi di fruizione? Quest'ultima sembra la strada prescelta, ma bisognerà vedere cosa ne pensano il ministero e la Regione Puglia. Per gestire l'Isola di S.Andrea e tutto ciò che contiene occorrono grosse risorse finanziarie da aggiungere alle cifre già citate, e tutto potrebbe alla fine tornare alla situazione pre-saccheggio: un recupero finalizzato al nulla. Il problema della gestione resta dunque un punto cruciale e imprescindibile, e non può che avere al centro un ruolo del Comune di Brindisi.

La lettera di Legambiente "E’ in via di definizione l’affidamento dei lavori in oggetto da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed il Turismo (Mibat) attraverso il Segretariato regionale e la Soprintendenza per il Salento", scrive il presidente di Legambiente Brindisi, Nicola Anelli, ai giornali. "Si avvia dunque a conclusione l’iter amministrativo che consentirà di utilizzare lo stanziamento di 5 milioni di euro rivenienti dai fondi Pon cultura per gli indispensabili ed irrinviabili interventi di messa in sicurezza, ripristino dello stato dei luoghi dopo le continue devastazioni vandaliche, di manutenzione straordinaria e conservativa e di riqualificazione anche di ambienti naturali esterni al Castello ed all’Opera a Corno". "Il lungo ed intenso impegno delle associazioni che hanno dato vita ad 'Amare Forte A mare' ha contribuito a produrre un primo importante risultato - prosegue Anelli - recuperando finanziamenti del Pon cultura che sembravano indisponibili, ma questo dev’esser soltanto un primo passo a cui è necessario che faccia seguito l’impegno promesso dal Mibact e dall’intero Governo per lo stanziamento di ulteriori 20 milioni di euro circa atti a garantire la piena fruizione di un così importante bene storico architettonico e paesaggistico. A tale finanziamento potrà contribuire la Regione Puglia se si darà seguito all’impegno, pubblicamente assunto dall’assessore Loredana Capone, di accedere a fondi rivenienti dai Por o da altre forme di finanziamento destinate alla nostra Regione". "Le associazioni hanno ampiamente documentato in un proprio rendering - si legge ancora nella lettera dell'associazione ambientalista - un’idea progettuale che include anche l’area dell’isola di Sant'Andrea occupata da dimesse palazzine militari, dalla Batteria Pisacane, dalla macchia mediterranea e da quella potenziale arena naturale a ridosso della diga di Punta Riso. Innanzitutto però va riconfermata la piena disponibilità, fatta presente recentemente alla segretaria regionale del Mibact, Eugenia Vantaggiato, a garantire una presenza stabile di associazioni ed organizzazioni facenti parte di Amare Forte A mare (da quelle culturali ed ambientaliste alla Lega Navale) nel percorso realizzativo e gestionale delle opere da avviare".

"Le associazioni hanno ampiamente documentato in un proprio rendering - si legge ancora nella lettera dell'associazione ambientalista - un’idea progettuale che include anche l’area dell’isola di Sant'Andrea occupata da dimesse palazzine militari, dalla Batteria Pisacane, dalla macchia mediterranea e da quella potenziale arena naturale a ridosso della diga di Punta Riso. Innanzitutto però va riconfermata la piena disponibilità, fatta presente recentemente alla segretaria regionale del Mibact, Eugenia Vantaggiato, a garantire una presenza stabile di associazioni ed organizzazioni facenti parte di Amare Forte A mare (da quelle culturali ed ambientaliste alla Lega Navale) nel percorso realizzativo e gestionale delle opere da avviare". "Oggi però è fondamentale portare avanti il dialogo tra il Mibact, l'Agenzia per il Demanio, la Regione Puglia ed il Comune di Brindisi (soggetto ineludibile nel programmare la titolarietà e la gestione finali dell'Isola di Sant'Andrea) per concordare soluzione, culturalmente, turisticamente, ma anche economicamente più sostenibile per il futuro dell’intera isola di Sant'Andrea", conclude Anelli.

 

Il "turismo delle fortificazioni" si allarga
Da gazzetadelaspezia.it del 16 ottobre 2017

"Lo scorso fine settimana la nostra associazione - afferma il Presidente Saul Carassale - ha contribuito alle Giornate FAI d'autunno, organizzate dal FAI giovani della Spezia, con la riapertura della batteria Amm. Racchia (nota come Torre Guardiola) a Riomaggiore.
Abbiamo aderito con interesse alla proposta fatta dal FAI perchè pienamente condivisa e sinergica allo scopo stesso della nostra associazione: rendere fruibili i luoghi per quello che sono e sono stati, illustrandone le caratteristiche e le finalità tecnico-pratiche (anche quando le stesse hanno, come per molti luoghi destinati al bellico nel nostro golfo, scopi o trascorsi dolorosi) e trasformarli in meta turistica e culturale senza stravolgimenti urbanistici costosi ed irreversibili. Passeggiare in un territorio, conoscerne i dettagli della storia ed al contempo goderne degli scenari paesaggistici offerti è, secondo noi, il modo migliore di essere "turisti" nei nostri paesi.
Ringraziamo quindi sentitamente il FAI giovani della Spezia (sopratutto Valentina che ha voluto coinvolgerci), i ragazzi delle scuole superiori spezzine impegnati nell'attività di alternanza scuola lavoro, che hanno recepito velocemente l'essenza del luogo da illustrare grazie ad un incontro preventivamente organizzato per la loro formazione, i molti visitatori che hanno apprezzato la visita e il Parco Nazionale della CinqueTterre ed il comune di Riomaggiore che si sono detti disponibili a ragionare sull'utilizzo della batteria quale meta di percorsi storico-naturalistici. E grazie ovviamente ai soci che si sono resi disponibili per la giornata, ovvero Lucia, Daniele e Stefano (che ha illustrato ai ragazzi le funzioni belliche del sito e ha fornito i materiali storici per i pannelli descrittivi realizzati dal Parco), oltre al sottoscritto".
"Ricordiamo, inoltre - conclude Carassale - che ieri (grazie al socio Alberto) l'associazione ha garantito anche l'accesso alla Torre Umberto I in Palmaria ad una cinquantina di visitatori nell'ambito della convenzione con il Comune di Porto Venere ormai in fase di scadenza.
Speriamo vivamente di poter organizzare una nuova apertura, come associazione in collaborazione con il Parco delle Cinque Terre, nel mese di novembre".

 

La seconda vita dei bunker albanesi
Da nationalgeographic.it del 16 ottobre 2017

Il numero esatto di bunker militari sparpagliati per l'Albania è oggetto di discussione. La risposta può variare da 175 a 750 mila avamposti di acciaio e cemento interrati a protezione del paese. 

La mancanza di un dato certo è cripticamente sinistra: queste casupole a forma di fungo furono costruite negli anni '70 e '80, durante la Guerra Fredda e la sua ossessione per la segretezza, da un regime incline alla paranoia. Oggi, a 30 anni di distanza dalla caduta del dittatore Enver Hoxha, rimasto al potere dal 1944 al 1985, la gente avverte gli onnipresenti bunker come dolorosi ricordi di un passato difficile, ma fatto di certezze.
Malgrado ciò gli albanesi, pieni di risorse per natura, stanno riscrivendo il copione dando a questi luoghi nuove vite sotto forma di ristoranti, bar, caffè e musei.
Viste dall'alto, queste torrette fortificate sembrano parte di un testo scritto in caratteri braille lungo il paesaggio. Le strutture si nascondono nelle vallate, sbocciano sui fianchi delle montagne e lungo la costa, dove vengono spazzate dalle onde dell'Adriatico.
Il loro aspetto può avere forme molto diverse. Una ventina aveva funzioni di centri di comando con dei labirinti di stanze. Molti servivano come semplici posti di guardia in grado di ospitare uno o due soldati. Ufficialmente dovevano servire a tenere sott'occhio qualsiasi nuova forma di minaccia esterna, nella realtà la loro ragione d'essere era quella di consolidare un senso di paura nazionale collettiva. 
"L'ampio numero di bunker mostra quanto militarizzata e paranoica fosse diventata l'Albania durante il regime di Hoxha", dice Vjeran Pavlakovic, professore di studi culturali presso l'università croata di Rijeka. Pavlakovic si sofferma sulla memoria collettiva dei Balcani. "Anziché investire nella scuola e nello sviluppo economico, il regime investiva risorse per isolarsi.

L'Albania post-comunista si è dimostrata comunque pronta ad intraprendere interventi audaci per relazionarsi con la sua eredità architettonica, conservarne il patrimonio e usare in maniera innovativa delle risorse altrimenti inutilizzabili".
Esempi di queste soluzioni innovative possono essere trovati lungo tutto il paese. Ci sono un centro per tatuaggi a Shkodër, un locale per hamburger a Kavajë e un hotel da 20 stanze sulla costa a Golem. A Tirana, la capitale, due musei hanno fatto da modello per il concetto di riconversione. Bunk’Art, il bunker atomico di Hoxha, ha ospitato 70 mila visitatori nei primi due mesi di apertura nel 2014. Lo spazio espositivo, che comprende la stanza di Hoxha, apre uno sguardo sulla vita quotidiana degli albanesi durante gli anni del regime. A circa 20 minuti di auto, nel centro della città, nel 2016 è stato aperto Bunk’Art 2, le cui 24 stanze fungevano da rifugio atomico per il ministero degli Interni.
“Bunk'Art 1 e Bunk'Art sono luoghi della memoria dove sia gli albanesi che i turisti possono frugare tra i segreti del regime e rivivere il passato di un popolo sofferente", dice il curatore Carlo Bollino. "Trasformarlo in un'attrazione turistica è anche una maniera per compensare il Paese per i costi politici e umani pagati per la costruzione dei bunker".

 

Evangelista Menga, Architetto Militare
Da corrieresalentino.it del 15 ottobre 2017

COPERTINO (Lecce) – Sono poche le notizie che abbiamo su Evangelista Menga, architetto militare che progettò il castello di Copertino, per poi provvedere al rinforzo delle opere militari nell’isola di Malta. Nacque a Francavilla Fontana e alcuni documenti notarili attestano la sua presenza a Copertino nel 1560.

Diventato architetto e ingegnere militare dell’Imperatore Carlo V, prestò la sua opera nella fortificazione delle piazze e dei castelli di Mola di Bari, Barletta e Copertino, costruiti secondo i nuovi criteri imposti dall’utilizzo delle armi da fuoco ed in special modo dalle moderne artiglierie nel corso delle battaglie, tuttavia il suo intervento di maggiore portata fu, senza dubbio, quello prestato nelle fortificazioni dell’isola di Malta, per conto del Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano. Giunto a Malta nel 1560, al seguito dell’Imperatore Carlo V, gli fu assegnato il compito di rinforzare i bastioni che proteggevano l’isola e di progettare le fortificazioni dello Spur. Un documento ritrovato nella Biblioteca Nazionale dell’isola,ne attesta la presenza in loco durante l’assedio condotto dai Turchi, di Solimano il Magnifico e la furibonda lotta fra i Cavalieri di Malta, agli ordini del Gran Maestro Jean Parissot de la Vallette, e i Musulmani comandati dall’ammiraglio Piali, dal generale Mustafà Pascià e dal re di Tripoli: il pirata Dragut Reis, noto anche per il suo assedio a Vieste nel 1534.

Secondo quanto afferma il documento in questione, in tale occasione il Menga seppe dare prova delle sue conoscenze di architetto militare, oltre a partecipare attivamente allo scontro, al punto da meritarsi uno stipendio di 300 scudi, vita natural durante, per il suo valore e, probabilmente, anche il titolo di Cavaliere di Grazia, concesso a chi si fosse distinto per particolari meriti o imprese. Scendendo nei dettagli, l’architetto si distinse, oltre che per la partecipazione all’approntamento delle opere difensive, anche nella distruzione di un ponte costruito dai Turchi con l’intento di penetrare nel Forte di San Michele. Per la cronaca, dopo l’assedio di Malta, i Turchi sarebbero stati sconfitti in maniera definitiva nella Battaglia di Lepanto del 1571. Non conosciamo la data della sua morte che, comunque avvenne dopo il 1571.   Cosimo Enrico Marseglia

 

Strategie militari: visita guidata a Castelvecchio, Arsenale e Porta Palio
Da veronasera.it del 11 ottobre 2017

Domenica 15 OTTOBRE alle ore 15.00 ripercorriamo la storia militare di Verona attraverso le tre principali strutture del centro storico, legate alla presenza degli eserciti in città: CASTELVECCHIO, l’ARSENALE e PORTA PALIO. Castelvecchio è una fortezza molto vasta, che colpisce per il suo aspetto imponente e per la sua forma decisamente militare. Venne fatto erigere da Cangrande II Della Scala, che in un’epoca di guerre tumultuose volle trasferire la sua corte in un sicuro maniero. Varie ed alterne furono le vicissitudini del castello: sotto la dominazione veneziana fu destinato ad arsenale e guarnigione; durante l'occupazione napoleonica venne modificata la struttura e costruito il corpo di fabbrica lungo il fiume; con gli austriaci fu utilizzato come caserma per le truppe di occupazione.

L’Arsenale Franz Joseph der Erste, costruito attorno alla metà del XIX secolo dagli austriaci, che gli dettero l’aspetto di un grande castello medioevale in stile neoromanico, sembra quasi un tutt’uno con il maniero di Castelvecchio, a cui è indissolubilmente legato dal magnifico Ponte Scaligero. Negli anni della dominazione austriaca sul Lombardo Veneto, la città di Verona era una importante piazzaforte militare e molte sue infrastrutture furono rafforzate per inserirla nella linea difensiva del Quadrilatero, che includeva anche Mantova, Pastrengo e Legnago. Porta Palio fu costruita nell'ambito del rinnovamento delle difese cittadine voluto dalla Serenissima Repubblica di San Marco e affidato all'ingegno del grande architetto veronese Michele Sanmicheli. Un grande capolavoro dell'architettura militare, che secondo molti critici dell'arte rappresenta la più felice e riuscita congiunzione tra le esigenze belliche e la ripresa degli ordini e delle proporzioni classiche tipicamente rinascimentale.

Domenica 15 ottobre 2017 STRATEGIE MILITARI: Castelvecchio, Arsenale e Porta Palio orario: h. 15.00 (con preghiera di presentarsi con 15 minuti di anticipo) dove: alla statua di Cavour (davanti a Castelvecchio, incrocio via Roma) costo: adulti € 10,00 a persona, ridotto ragazzi 12-18 anni € 5,00 durata: circa 2 ore per informazioni e prenotazioni Guide Center Verona – Interrato Acqua Morta 3/c, 37129 Verona tel. 045 595047 | info@turismoverona.it | www.veronaguide.it

 

I forti sul Delta, teatri di mille battaglie
Da lanuovaferrara.it del 10 ottobre 2017

All’Archivio di Stato in corso Giovecca è in corso la mostra “Giovani terre contese del Delta del Po”, la quale prende in esame l’area del Delta del Po così come si è andata formando dagli inizi del 1600 - dopo il taglio di Porto Viro, deciso dai veneziani a fine 1598 -. È divisa in tre sezioni, secondo ambiti storico-cronologici: secoli XVII e XVIII (con fortificazioni seicentesche e settecentesche, da un lato venete dall’altro papaline-ferraresi, che si fronteggiavano a breve distanza, più volte costruite e demolite poiché i trattati di pace fra Repubblica di Venezia e Stato Pontificio prevedevano il disarmo da entrambe le parti); il secolo XIX (con in risalto il telegrafo ottico, innovazione napoleonica di grande portata strategica, che superava la lentezza delle comunicazioni a cavallo: ad esempio tramite il telegrafo ottico la notizia dell’ingresso a Mosca da parte di Napoleone pervenne a Parigi in sole 22 ore anziché impiegare giorni); infine, la sezione dedicata alla Grande Guerra.

Durante il convegno tenutosi all’inaugurazione, la direttrice dell’Archivio, Cristina Sanguineti, ha spiegato come «lo studio che si presenta conferma la straordinaria ricchezza del fondo dei periti agrimensori conservato nell’Archivio di Stato. Splendide e dettagliatissime sono le mappe del perito camerale pontificio Giovanni Iacomelli, che l’Archivio di Stato di Ferrara ha concesso al ricercatore Luciano Chiereghin in riproduzione e che hanno consentito allo studioso di individuare con precisione, tramite attente operazioni di georeferenziazione, gli esatti siti in cui furono edificate le fortificazioni. L’edizione ferrarese della mostra itinerante (ricerca stampata su 22 pannelli) si caratterizza perciò per l’esposizione degli esemplari originali delle mappe settecentesche, oltre che per l’esposizione di un modello in legno del telegrafo ottico, importante innovazione napoleonica». «La ricerca che viene presentata - ha aggiunto la direttrice - è ricca di spunti, tanto da meritare approfondimenti».

Oltre alla presentazione generale nella giornata inaugurale, sono state quindi programmate due giornate di approfondimento: mercoledì 18 ottobre proprio sul telegrafo ottico, con una conferenza sull’evoluzione della crittografia in collaborazione con il Dipartimento di matematica e informatica dell’Università di Ferrara; martedì 31 ottobre sulla Grande Guerra, con letture specifiche.

A parlare della mostra è intervenuto anche il professor Franco Cazzola, il quale ha ricordato come le nuove terre formatesi dopo il taglio di Porto Viro siano state a lungo oggetto di contesa fra Venezia e Ferrara e come la Repubblica di Venezia cercasse di accaparrarsi subito le nuove terre, che con lo scorrere del fiume ed il deposito dei relativi detriti si andavano formando anche attraverso un sistema di rapido accatastamento. «Per assicurarsi rapidità di esecuzione - ha spiegato - avrebbe pagato i tecnici a percentuale sul quantitativo di terre accatastate».

Meticoloso il lavoro svolto dal ricercatore Chiereghin, frutto della paziente georeferenziazione con la quale è riuscito ad individuare con precisione i siti dove furono erette le fortificazioni, operazione che non era mai riuscita sinora ad alcun ricercatore, vista la mutevolezza del corso del fiume e la difficoltà di trovare punti fermi per il lavoro di sovrapposizione delle mappe antiche sulle moderne. L'esempio pratico ha riguardato in tal senso i forti Bocchetta, ferrarese-pontificio, e Donzella, veneto, quest’ultimo dalla caratteristica forma a stella ad otto punte (nella foto).

La curiosità è che Chiereghin è un ricercatore non professionista, nel senso di non accademico, ma è un grande frequentatore dell’Archivio di Stato di Rovigo. La mostra è stata realizzata con il sostegno di tutti i Comuni della Bassa Rodigina, curata dal Centro ricerca e documentazione del Delta, con ricerca iconografica a cura dello stesso Chiereghin, Luigi Contegiacomo, Mihrah Tchaprassian e Maurizio Tezzon, coordinatore dell’intero progetto.

 

“La guerra bianca” Cannoni e trincee sulle cime delle Alpi

Una piccola sella, quasi un «gengiva» a fianco del dente più grande della cresta di Foletto. Dossi e muri di diorite zeppa di cristalli che scende nella valle di Fumo. La sella è a poco più di 3000 metri, c’è un piccolo trave mozzo, accanto un muretto e poi escono dal ghiacciaio del Lares, dalla neve che già copre le rocce del Corno del Cavento resti di teleferiche, reticolati. Segni di guerra, la Grande, quella del 15-18. Quassù, in cima a vallate profonde, su ghiacciai aperti a ventaglio d’infilata all’Adamello si aprì il terzo fronte di quella guerra che doveva essere lampo e fu uno strazio di anni.

Eppure di qui, da queste vette scavate in grotte e cunicoli, da massi falcidiati da cannonate, dove l’uomo in armi portò la più avanzata tecnologia dell’epoca nacque l’idea di una «pace turistica». Quando gli echi di guerra svanirono, scacciati come code di fumo ci si ricordò di quei tralicci, di teleferiche impiccate a muri di roccia, ancorate a lembi di ghiaccio e nacque lo sci. Dalle baracche degli avamposti venne l’idea dei rifugi, dai camminamenti e dalle trincee i percorsi di bellezza, dove l’abisso del dolore, delle privazioni, avevano regnato in inverni spaventosi. E qui, in queste vallate che scendono verso la Rendena, quella di Madonna di Campiglio e si chiamano Borzago, San Valentino, Breguzzo e di Genova, è in atto un recupero di storia. Il ritiro dei ghiacciai in questi monti trentini ha svelato l’urbanizzazione militare delle alte vette, il lavoro incredibile per tenere avamposti a fil di cielo, per ricacciare il nemico nei dirupi con bombe e cannonate. Nasce l’archeologia militare. E si mescola con la necessità di onorare caduti d’una guerra d’alte quote e di uomini d’eserciti «che attrezzano le montagne ai limiti della vivibilità», dice il sovrintendente ai Beni culturali della provincia di Trento Franco Marzatico. Ancora: «Appare come un ossimoro, mi rendo conto, ma ci troviamo di fronte alla necessità, al dovere di far riemergere un valore di civiltà». Funivie, rifugi e sentieri, paesaggi ammantati dal bianco del ghiaccio, tormentati dalla febbre del pianeta che fa vortici gelati, che poi implodono, sprofondano e creano laghi. Succede fra ghiaccio e morene del Lares. Lenzuolo crepacciato che scende da Carè Alto, triangolo di 3.462 metri.

«E’ un’agonia», dice Marco Gramola. Vive in Val Sugana, è presidente della commissione storica della Sat (Società alpinisti tridentini) del Cai. «Dobbiamo alla guerra - dice - la grande rete di sentieri che oggi sono per il turismo montano». Al Corno del Cavento, cuspide della cresta che divide i bacini glaciali di Lares e delle Lobbie, a oriente dell’Adamello, è fra coloro che hanno fatto fondere oltre un metro di ghiaccio di condensa formatosi nella grotta della vetta, a 3.300 metri, scavata dagli austriaci. Un piccolo labirinto buio dove vivevano trenta soldati e dove si avvicendavano con attacchi e contrattacchi austroungarici e italiani. «Fondendo il ghiaccio con ventilatori - ricorda Gramola - è emerso di tutto, anche documenti, come quello del capitano Carcano che scriveva “oggi, 10 ottobre 1918, è morto di broncopolmonite l’alpino Giuseppe Rosset”». La grotta aveva telefono, elettricità, stufa a legna. Oggi è meta di scialpinisti d’inverno, escursionisti d’estate. Il fianco che guarda Lobbie e Adamello conserva ancora il robusto cavalletto d’arrivo della teleferica degli alpini. E su Cresta Croce è ancora puntato sul Cavento il cannone italiano «149 G», dalle ruote a decagono. La montagna tornata alla natura. Non ti aspetti quel passato di tecnologia consegnato alla guerra. Testimonianze conservate al museo di Spiazzo, in Val Rendena. «Noi recuperiamo un’etica di sopravvivenza e la mostriamo a chi vuole respirare la Storia nella bellezza dei monti», dice Marzatico.

 

Batteria di Scarpa, il gioiello militare restituito alla città
Da larena.it del 8 ottobre 2017

Un piccolo capolavoro di architettura militare è stato restaurato e restituito alla città. È la Batteria di scarpa che il celebre architetto asburgico Franz von Scholl fece edificare a San Zeno in Monte, poco sopra Alto San Nazaro, nei primi anni dell’800 ad integrazione delle opere difensive precedenti scaligere e venete.

E che ora ospiterà il Centro di Documentazione del Parco delle Mura che Legambiente ha creato in oltre un decennio di attività di volontariato e che ospita volumi anche preziosi come gli scritti del famoso fisico e ingegnere del genio militare francese, Nicolas Carnot, ideatore del sistema di difesa del muro austriaco: il muro alla Carnot, appunto, di cui il bastione di San Bernardino ne è un esempio illustre.

Ieri, dopo un intervento di messa in sicurezza e riqualificazione durato circa tre anni e costato oltre 200mila euro - finanziato da Fondazione Cariverona con un contributo del Comune e dai fondi che Legambiente e il Comitato per il Verde sono riusciti ad ottenere - la Batteria di scarpa è stata presentata ai veronesi, accorsi a decine, e tenuta a battesimo dall’architetto Lino Vittorio Bozzetto che ne ha firmato il progetto di restauro.

 

Colico: per il Forte di Fuentes un 2017 da record
Da valtellinanews.it del 6 ottobre 2017

Il Forte che prende il nome dal Conte di Fuentes, Pedro Enriquez de Acevedo, ha conosciuto nel 2017 una ulteriore, importante, crescita che testimonia il costante apprezzamento da parte di turisti italiani e stranieri. Per la prima volta il Forte ha raggiunto i 7000 visitatori, mille in più dello scorso anno, a un mese di distanza dalla chiusura, prevista per il 5 novembre. Da 6060 visitatori di tutto il 2016 (da marzo a novembre) a 7000 tondi del 2017 (fino al 30 settembre). Il che rappresenta un risultato eccezionale per questa fortezza del XVII Secolo, raro esempio di architettura militare spagnola ancora “leggibile” e non modificata, sostanzialmente, dal 1603.

Il direttore responsabile Stefano Cassinelli esprime la sua soddisfazione: «Il Fuentes sta diventando, anno dopo anno, un punto di riferimento turistico culturale per Colico; stiamo facendo lo stesso lavoro che abbiamo fatto per Forte Montecchio Nord negli anni precedenti. La presenza dei forti oggi a Colico si sente anche da un punto di vista economico per chi lavora con i turisti. Certamente Fuentes, meno centrale rispetto al Montecchio, richiede più tempo per crescere ma i passi intrapresi sono quelli giusti. Doveroso da parte nostra ringraziare la Provincia di Lecco e in particolare il settore Patrimonio che in ogni sua componente svolge un lavoro attento e puntuale».

Da parte loro Il Presidente della Provincia di Lecco Flavio Polano e il Consigliere provinciale delegato al Patrimonio Mauro Galbusera commentano: «Siamo molto soddisfatti di questo traguardo raggiunto nel 2017: la gestione affidata al “Museo della Guerra Bianca in Adamello”, che si occupa anche del Forte Montecchio, sta portando ottimi risultati, grazie all’impegno, alla passione, alla professionalità e alla competenza dei suoi operatori. La struttura è molto importante sia dal punto di vista culturale che da quello turistico: la pulizia del compendio e la riqualificazione dell’area, con una serie di interventi finalizzati a ridare la giusta dignità a un luogo particolarmente affascinante, hanno permesso di richiamare molti visitatori e di ridare nuova vita al Forte, con indubbi benefici per l'economia turistica e per la crescita culturale del territorio. Pur nelle difficoltà finanziarie in cui si trova da tempo per responsabilità non proprie, per la Provincia di Lecco è di fondamentale importanza valorizzare questi siti storici, restituendoli alla collettività nella loro bellezza e nel loro valore storico e culturale».

In effetti la storia del Forte di Fuentes, così ricca di rimandi al periodo descritto dal Manzoni nei “Promessi Sposi”, piace sempre di più e fa registrare, di anno in anno, nuovi record. Basti pensare che alla data dell’affidamento, Anno Domini 2011, il Forte di Fuentes aveva fatto registrare 1.047 visite raddoppiate già nel 2012 (2.165). Nel 2013 diventarono 2.344 che, con i visitatori provenienti da Forte Montecchio Nord, tramite il biglietto cumulativo, salirono a 4.134. Un trend inarrestabile: 4.820 nel 2014, 5.728 nel 2015, fino ai 6.060 nel 2016. E, ora, il dato, ancora parziale, di 7.000 visitatori cumulati tra quelli che hanno acquistato il biglietto direttamente a Fuentes e chi lo ha acquistato a Forte Montecchio Nord per recarsi poi sul colle del Montecchio Est.

 

Demanio, parte il terzo bando per gestire fari e torri costiere
Da quifinanza.it del 5 ottobre 2017

5 ottobre 2017 - È partito il terzo bando “Valore Paese-Fari” per l’assegnazione in gestione in affitto di fari ed edifici costieri da trasformare in hotel e B&b. L’iniziativa è stata promossa per la prima volta nel 2015 dall’agenzia del demanio e dal Ministero della Difesa per ridare vita a immobili in disuso secondo un modello di lighthouse accommodation.

Lo scopo è duplice, come hanno confermato le due precedenti edizioni: da un lato lo Stato ottiene entrate e si garantisce la manutenzione e valorizzazione di questi edifici, dall’altra i vincitori del bando possono trasformare in hotel fari e torri e farne un’attività redditizia. Ecco perché “oltre a consentire allo Stato di garantire la tutela e il recupero di questi ‘gioielli del mare’ offre una opportunità per sviluppare impresa e generare un ritorno economico e sociale”.

17 STRUTTURE DISPONIBILI – In questo terzo bando sono disponibili 17 strutture potenzialmente adatte ad essere trasformate in hotel: di queste otto sono fari in gestione a Difesa Servizi e altri nove in gestione all’Agenzia del Demanio. La novità di quest’anno è inoltre il coinvolgimento di Regioni che negli anni passati non avevano messo a disposizione strutture: tra queste Liguria e Marche (ma anche piccole isole della laguna di Venezia).

Solo in Sicilia sarà possibile fare domanda per prendere in affitto il Faro Dromo Caderini a Siracusa, il Faro Punta Marsala sull’isola di Favignana (TR), il Faro di Capo d’Orlando a Messina e il Faro Punta Omo Morto a Ustica (PA) a cui si aggiungono altri 2 beni, in gestione all’Agenzia del Demanio: il Faro di Riposto vicino Catania e il Faro di Capo Santa Croce ad Augusta (SR).

SCADENZA E MODALITA’ – Il bando sarà chiuso il 29 dicembre: entro questa data gli interessati dovranno presentare il progetto di riqualificazione e valorizzazione e un’offerta economica di affitto libera. La gestione può durare un massimo di 50 anni: sicuramente un periodo non insufficiente per poter avere un ritorno economico da questo investimento.

ENTRATE PER LO STATO – I numeri delle precedenti edizioni di questo bando sono positivi: in due anni sono state assegnate 24 strutture, 9 fari con il primo bando 2015 e 15 nel 2016 tra fari, torri ed edifici costieri. Dagli affitti di queste strutture lo Stato incasserà un totale di 760.000 euro all’anno (15,4 milioni nell’intero periodo di concessione). Dai fari messi a bando sono sorti hotel e resort di lusso.

 

Progetto per la valorizzazione culturale della Fortezza di Castelfranco a Finale Ligure
Da savonanews.it del 4 ottobre 2017

L'Associazione Culturale E20 ha ottenuto il sostegno della fondazione Compagnia di San Paolo per la realizzazione di un progetto di valorizzazione culturale della Fortezza di Castelfranco a Finale Ligure.  L'associazione finalese ha infatti vinto il bando “Luoghi della Cultura” che ha selezionato i migliori progetti di valorizzazione culturale del territorio di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Il progetto, dal titolo “La fortezza ritrovata”, prevede un investimento per il 2018 di ben ottantamila euro (di cui cinquantamila coperti dal contributo ottenuto), principalmente destinati alle attività culturali ma anche con alcuni interventi di rifunzionalizzazione della struttura, come un impianto di video sorveglianza, segnaletica e attività promozionali.

“La fortezza ritrovata” prevede un'intensa programmazione di eventi: mostre, musica classica, jazz e leggera, incontri letterari e teatro.  Tra le mostre segnaliamo la prestigiosa “DEPOSITI. IMMAGINI DAI MUSEI ITALIANI” lavoro fotografico condotto nei depositi museali italiani, già esposta con grande successo in molte città tra cui Firenze, Bologna, Milano e Budapest.

La musica sarà la protagonista con numerosi concerti di diverso genere tra i quali anche un “concerto evento” con un big della musica italiana , mentre per il teatro è prevista una prestigiosa rassegna con alcune prime nazionali, che vedrà protagonisti tra gli altri gli attori Roberto Tesconi e Valter Malosti.  In collaborazione con la Sezione Finalese dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, sono previste visite giudate, un importante convegno dal titolo “La difesa del Dominio: fortezze spagnole in Italia nel Seicento“, la pubblicazione di una guida sulla fortezza e la realizzazione di audioguide in quattro lingue (italiano, inglese, francese, tedesco), integrate con utilizzo di Qrcode.

 

Cagliari, apre domenica il labirinto sotterraneo dell’aeronautica
Da castedduonline.it del 27 settembre 2017

Aprirà domenica 1 ottobre il 68’MO DEPOSITO CARBURANTI DELL’AERONAUTICA MILITARE di Cagliari. Fervono i preparativi per questo evento gratuito che PER LA PRIMA VOLTA IN SARDEGNA vedrà aperto un BENE DEMANIALE ed EX SERVITÙ MILITARE chiusa da 10 anni. L’evento rientra nella manifestazione “MONUMENTI SOTTERRANEI” ideata da Sardegna Sotterranea e sarà a numero limitato – per circa 600 visitatori – data la ristrettezza dei suoi sotterranei ma anche la loro bellezza che verrà  illustrata, per la prima volta in assoluto, a un pubblico numeroso.

Giovedì mattina DALLE ORE 10, la CONFERENZA STAMPA nel vecchio sito militare di via Is Guadazzonis per  illustrare in esclusiva ai GIORNALISTI, e alle personalità istituzionali, la bellezza delle architetture militari sotterranee. Chilometri di tunnel e tubature, cisterne e scale scavate nella roccia per creare un OLEODOTTO segreto nel quale verranno accompagnati i media, dai volontari di Sardegna Sotterranea, ideatori dell’iniziativa in collaborazione con la Regione e altre associazioni. Faranno da ciceroni gli alunni delle scuole affiancati dalle guide turistiche esperte.

Ad oggi i volontari hanno ripulito da cartacce e erba secca i sentieri collinari, in questo vecchio deposito carburanti esteso ben 15 ettari, compreso tra Monte Urpinu e lo stagno di Molentargius. Una vera e propria base militare più sotterranea che a cielo aperto, realizzata nel 1930 e dismessa poco più di 10 anni fa ed ora di proprietà della Regione. Sardegna sotterranea dopo aver esplorato il sito ne ha intuito l’effettivo valore culturale, in un luogo segreto e abbandonato dice le telecamere e le macchine fotografiche, non sono però mai entrate. È stato un video di Marcello Polastri che ha svelato ai più la bellezza di un tragitto chilometrico e sotterraneo che DOMENICA 1 OTTOBRE ed in replica il 29, verrà mostrato al pubblico. Previa comunicazione con il web portale sardegnasotterranea.org

Il video ha ottenuto migliaia di apprezzamenti ed un corale “vorremo accedere al deposito sotterraneo “.  Giovedì dunque, la conferenza stampa “strada facendo”, per sotterranei con l’esclusiva rivolta ai media che alle ore 10 si presenteranno nei cancelli di via Is Guadazzonis angolo via Generale Cagna per una esperienza straordinaria. Parteciperanno i rappresentati delle istituzioni.  Le associazioni AgriCulture, Ambiente Sardegna, City Angel’s, il Centro Sportivo educativo nazionale, ente riconosciuto dal CONI, Circolo Acli Lattuca, la Scuola Michelangelo, Gruppo Cavità Cagliaritane, la cooperativa di sicurezza COOP SERVICE.

 

I predoni rischiano la vita nel tunnel del monte Venda
Da mattinopadova.it del 22 settembre 2017

TEOLO. Negli anni della Guerra fredda il 1° Roc (Regional Operation Center) del monte Venda, sui Colli Euganei, era il fiore all'occhiello del controllo del traffico aereo militare della Nato nell’Italia del nord. Abbandonata nel 1998, l'ex base che occupa tutta la parte alta del colle, negli ultimi tempi è stata cannibalizzata da ladri e vandali, e oggi è in preda al totale degrado. I cartelli sulla recinzione fatiscente, che indicano il limite invalicabile della zona militare, non fanno paura a nessuno.

L'unico timore per chi si avventura tra le palazzine fantasma e nel sistema di gallerie a forma elicoidale scavate nella roccia per oltre un chilometro, è quello del radon. Il gas killer che assieme all'amianto delle canalizzazioni degli impianti di condizionamento dell'aria ha fatto una strage di militari. Avieri e sottufficiali, morti di tumore al polmone. I predoni del Venda. L'ex base è stata spogliata - anche nelle aree un tempo “top secret” come le sale operative dove venivano elaborati i dati dei radar che si trovavano nell'arco alpino - di tutto quanto poteva costituire un guadagno. Sono spariti cavi elettrici, materiali ferrosi, mobili e perfino le cancellate di sicurezza. Tutte le strutture sono accessibili senza problemi. «È una cosa gravissima» racconta un escursionista all'uscita del recinto «vista l'alta presenza di radon e di amianto. Si notano numerosi bivacchi, probabilmente di giovani che passano qualche ora tra alcol e spinelli. Entrare è facilissimo, il buco sulla rete di recinzione a fianco del corpo di guardia non è l'unico, lungo tutto il perimetro dove passa il sentiero Lorenzoni la base è violabile da più punti. Abbiamo incontrato alcune persone che passeggiavano lungo i percorsi che portano alle cancellate (ora aperte) che un tempo dovevano essere le vie di fuga in caso di pericolo».

Il pericolo. Nonostante l'inchiesta della magistratura abbia accertato che la maggior parte dei decessi dei militari che hanno prestato servizio sul Venda è da imputare al radon, visto che 24 finora sono state riconosciute “vittime del dovere”, la pericolosità all'interno della base è molto elevata. Non è un caso se i tecnici che intervengono saltuariamente per la manutenzione del “teleposto”, unica struttura rimasta attiva, operano con i dispositivi di protezione (guanti e mascherine). «In prossimità dei punti d'ingresso e delle vie di fuga c'è un misero cartello di 10x10 centimetri con scritto “pericolo radon”, lì dentro potrebbe accedere senza trovare alcun ostacolo anche un ragazzino di dieci anni» aggiunge l'escursionista. La storia. La base è stata costruita nei primi anni 50 dalla ditta Scardoni di Bologna, specializzata in questo tipo di costruzioni per le forze armate. Per qual progetto furono utilizzati i fondi messi a disposizione dall'Italia e dagli Stati Uniti d'America. Per la realizzazione del tunnel furono impiegati tutti gli scalpellini della zona specializzati nella lavorazione della trachite. Operai dalle mani forti di Vo', Teolo, Galzignano Terme, Lozzo Atestino e Cinto Euganeo. La base è rimasta attiva dal 1955 fino al 1998, quando tutto il personale (circa 500 uomini che garantivano il servizio h24) fu trasferito alla base aerea Nato di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara.

Negli anni 60 il controllo è passato totalmente all'Aeronautica Militare. Il nome in codice del Venda era “Rupe”, proprio per la conformazione del sito scavato nella roccia. Considerato uno dei siti essenziali della difesa italiana e alleata, in caso di scoppio di una guerra contro il Patto di Varsavia, il Primo Roc si sarebbe trasformato nel comando della 5/a Ataf (Allied Tactical Air Force) e sarebbe passato sotto il controllo di Airsouth, il comando delle forze aree del sud della Nato. Il Venda era un vero e proprio nodo nevralgico della comunicazione inserito nel sistema di difesa Nadge (Nato Air Defence Ground Environment). I due radar. Nel 1955, quando la base venne attivata, le sale operative non erano ancora all'interno galleria.

Erano ospitate in due container all'esterno e ricevevano i dati da due radar piazzati sulla sommità del colle, a circa 600 metri d'altezza, che funzionavano male. A raccontarlo è il maresciallo scelto dell' aeronautica militare in pensione, Leone Grazzini, che sul Venda ha lavorato dal 1956 al 1990 come coordinatore degli elettricisti. «Sul Venda i radar non hanno mai funzionato bene», racconta il sottufficiale in pensione «Ricordo che quando sono arrivato lassù riuscivano a coprire la parte alta dell'area, se un velivolo militare entrava nello spazio aereo a bassa quota lo perdevano. Per colmare questa lacuna i comandanti di allora decisero di mettere un aviere di vedetta su una torretta, munito di un grosso cannocchiale. In caso di avvistamento il militare chiamava con un telefono di quelli con la suoneria a manovella la sala operativa. Quando poi divenne base Nato cambiò tutto. Con i radar posizionati sulle Alpi si riusciva a controllare il cielo dal Canada alla Turchia. La base era dotata di 25 gruppi elettrogeni da 100 Kw per garantire il servizio senza alcuna interruzione. Gruppi che alimentavano soprattutto i condizionati d'aria e l'impianto di umidificazione della galleria, che d'inverno era secca e d'estate faceva un mare di condensa. L'acqua necessaria per la base arrivava da una sorgente di Faedo, tramite un sistema di pompaggio».

Le leggende. La diceria che nel periodo della Guerra fredda si era fatta maggior strada era quella che sul Venda ci fosse una base missilistica segreta. Nascosta all'interno del bunker e pronta ad intervenire in caso di necessità. Ora che la base, galleria compresa, è di “dominio pubblico”, chiunque può constatare che si trattava di una leggenda, forse nata dal fatto che in quel periodo il sito era davvero invalicabile e di notizie sul suo contenuto all'esterno ne trapelavano poche. Nonostante i militari, anche quelli che operavano nelle sale operative, avessero quasi tutti famiglia nei comuni sottostanti il colle. E tanti a quei tempi dicevano di aver visto Ufo volteggiare sulla cima del monte.

A 4 chilometri da Castelnuovo. L'ex base operativa dell'Aereonautica Militare del Venda si trova a circa quattro chilometri dall'abitato Castelnuovo. Si raggiunge in auto da via Venda, la strada che si stacca dalla provinciale per Torreglia in prossimità della chiesa della frazione. L'area insiste nel territorio di quattro comuni: Teolo, Vo', Galzignano Terme e Cinto Euganeo. Attualmente, oltre alle antenne dei ponti radio civili, come quelli della Rai, e militari dell'Interforze posizionati sul traliccio di recente costruzione alto circa 70 metri, non esiste altro. Se non i resti delle palazzine cannibalizzate dai predoni e dai vandali dove per anni hanno prestato servizio avieri generici, sottufficiali e ufficiali, che avevano come base logistica la caserma di Giarre e venivano trasportati sul colle tutti i giorni con i pullman. di Gianni Biasetto

 

“Mu.Vi: Le forti/cazioni in Terra d’Otranto”, fa tappa a Corigliano d’Otranto la mostra itinerante Arte Amica
Da corrieresalentino.it del 22 settembre 2017

CORIGLIANO D’OTRANTO (Lecce) – Arriva al Castello De’ Monti di Corigliano d’Otranto, sabato 24 settembre, Mu.Vi, il nuovo progetto di Arte Amica selezionato dall’agenzia regionale nell’ambito del programma InPuglia365 Estate.

Mu.vi è una mostra che, attraverso una modalità innovativa di fruizione del patrimonio culturale, visitatori la possibilità di scoprire in prima persona la storia e l’architettura delle principali fortificazioni A Corigliano d’Otranto sarà ospitata all’interno della programmazione del Castello promozione del maniero, promosso e realizzato da Coolclub, Big Sur, Multiservice Eco e Comune La mostra si articola in una serie di installazioni multimediali interattive, grazie alle quali sarà conoscere gli avvenimenti storici che hanno portato al rafforzamento dei castelli e delle torri nel XVI secolo e passeggiare virtualmente all’interno di essi. Mu.vi accompagna i visitatori alla questo grande cambiamento che attraversò il territorio a cavallo del sacco di Otranto del 1480 potenziarne il sistema difensivo, adeguandolo alle nuove esigenze militari volute dalla corona.

L’intero progetto nasce con l’obiettivo di mettere al centro della scena il visitatore che, con l’utilizzo interazioni con l’ambiente, realtà virtuale e ricostruzioni 3D, potrà governare in prima persona contenuti. Un percorso affascinante attraverso l’architettura, le dinastie, gli eventi storici, illustrato innovativa grazie alla tecnologia.

La mostra, ad ingresso gratuito, è un’esperienza itinerante partita da Tricase e che, dopo l’imminente appuntamento di Corigliano d’Otranto, farà tappa anche a Lecce presso le Mura Urbiche di La tappa di Corigliano d’Otranto sarà visitabile sabato 23 settembre dalle 17:00 alle 20:00 e settembre dalle 11:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 20:00.

L’iniziativa è realizzata con la finalità di valorizzare e diversificare l’offerta turistica nei territori Puglia in partenariato con il Comune di Tricase, di Corigliano d’Otranto e e il progetto Castello Volante.   

 

Palmanova: nuovi fondi per ristrutturare le mura
Da ilfriuli.it del 21 settembre 2017

Buone notizie per Palmanova. Dopo i nuovi crolli che, la scorsa settimana, hanno interessato le mura della città stellata, fresca dell’inserimento nel Patrimonio mondiale dell’Unesco, il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo ha stanziato ulteriori 3 milioni di euro per le urgenti opere di ristrutturazione delle fortificazioni. “Queste nuove risorse – ha spiegato l'assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti - si sommano ai 5 milioni di euro già stanziati in precedenza (3 dal Governo, 2 dalla Regione, ndr) e dimostrano la sensibilità del Ministero su una questione molto sentita anche a livello internazionale, visto il riconoscimento dell'Unesco, di fronte alla quale la Regione e il Governo hanno saputo dare una risposta concreta". La speranza, ora, è che i fondi possano essere al più presto impiegati per la messa in sicurezza delle mura dato che, al momento, i cantieri per la ristrutturazione non sono ancora partiti per problemi burocratici. Il Fvg si aggiudica ulteriori 4 milioni per i lavori di recupero del Parco del comprensorio del Castello di Miramare di Trieste. “Parliamo di un patrimonio culturale decisivo per l'identità della comunità locale e questi 4 milioni di euro rappresentano un tangibile segno di attenzione che contribuirà a risolvere quei problemi di degrado che rischiavano di ledere l'immagine del sito e la qualità dell'offerta turistica e culturale di Trieste".

"Questo finanziamento - ha concluso l'assessore - conferma inoltre la bontà della scelta concordata dalla Regione con il ministro Franceschini di fare del comprensorio di Miramare un Museo autonomo e non intraprendere altre strade che non avrebbero potuto contare sulle risorse statali".

 

All'interno di un bunker nazista trasformato in museo
Da idealista.it del 18 settembre 2017
Sulle tranquille coste della Danimarca si nascondono antichi ricordi della Seconda Guerra Mondiale.

Nella piccola località di Blavand è stata appena inaugurata una nuova ala del Museo Tirpitz, situato su un antico bunker nazista, che occupa ben 2800 m2.

Lo scorso mese di giugno è stato ampliato questo museo che conserva intatto l'interno del bunker originale costruito dall'esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, come mezzo di difesa contro gli attacchi dell'aviazione britannica (RAF) e qualsiasi possibile sbarco dalla costa del nord Europa.

Lo studio di architetti BIG  ha realizzato l'ampliamento per 2.800 m2 di esposizione in quattro edifici totalmente integrati con l'ambiente circostante.

Qui è possibile ammirare un video elaborato dal New York Times.

 

Il radon miete un'altra vittima
Da Il Gazzettino del 9 settembre 2017

Ventotto anni di lavoro nel punto più recondito del bunker dei veleni nelle viscere del Venda. Nella posizione sicuramente più esposta alle esalazioni di radon ed amianto, risultate letali negli anni a decine di commilitoni. Giuseppe Masia, 81 anni, congedatosi dall'Aeronautica con il grado di primo maresciallo, è l'ennesima vittima dell'avamposto militare del Primo Roc, da anni dismessa e posta sotto sequestro dall'autorità giudiziaria impegnata nell'inchiesta sulle presunte responsabilità delle gerarchie militari sui decessi quasi tutti per tumore (la sentenza sarà pronunciata il 2 novembre, ndr).

Identica fine anche per il Masia, deceduto l'altra sera nella sua abitazione. Alcuni anni fa era stato colpito da un cancro ai polmoni dall'esito praticamente inesorabile. Nativo di Cassino (Frosinone) ma da anni stabilitosi ad Abano, dove viveva in via Brunelleschi, Masia aveva prestato servizio per l'intera carriera nell'"Ufficio Cifra", deputato al trattamento degli atti più riservati dell'Aeronautica. E' proprio per questo confinato nel reparto più recondito della base. "La sua lotta contro la malattia - ha spiegato commosso Leone Grazzini, Presidente della Sezione Euganea Unione Nazionale Sottufficiali Italiani - è stata continua, lucida e coraggiosa. Sapeva di aver contratto la stessa patologia costata la vita anni prima a molti suoi amici.

E' proprio per questo aveva inoltrato al Ministero della Difesa, la richiesta di riconoscimento della causa di servizio". Vedovo e padre di tre figli ai quali era molto legato, Masia, aveva fatto dell'Unsi la sua seconda casa. Era stato infatti uno dei fondatori ed attivo animatore delle attività dell'associazione che da anni si sta battendo per la tutela delle famiglie colpite dai veleni del Venda. "Era attivissimo - ricorda il segretario della sezione aponense, Giovanni Amato - anche nell'organizzazione di eventi, come le iniziative natalizie in collaborazione con il collegio salesiano di Monteortone. Lo piangiamo come amico, ma soprattutto come anima attiva delle nostre attività". La salma è a disposizione del magistrato di turno per l'eventuale autopsia, prima dei funerali che dovrebbero essere celebrati martedi prossimo nel duomo aponense di S. Lorenzo, a due passi dall'abitazione del maresciallo".

 

L’ex base militare di Remondò non verrà messa in vendita
Da laprovinciapavese.it del 9 settembre 2017

GAMBOLÒ . L’amministrazione comunale non venderà la parte della base militare di Remondò che ha preso in carico dal demanio. Ora c’è l’ufficialità, sancita da una delibera di consiglio comunale che è stata votata dalla maggioranza.

«Quando le amministrazioni che ci hanno preceduto avevano preso in carico la base aeronautica, – spiega il sindaco Antonio Costantino – avevano stabilito di metterla a reddito o venderla, ma non c’è stato nessun atto successivo che stabilisse il destino dell’area. Nel piano delle opere era a bilancio come vendita, ma non c’era nessuna delibera che giustificasse questa scelta. In seguito è arrivato il commissario prefettizio che ha assegnato a un ingegnere un incarico per la valutazione del bene, ma nemmeno il commissario ha mai deliberato la vendita». L’amministrazione insediatasi a giugno ha deciso di annullare le ultime delibere e di dare una destinazione definitiva alla base di Remondò.

«Abbiamo revocato la delibera iniziale – spiega Costantino – siamo tornati aquella di Galimberti, che lasciava aperte tutte le strade, e abbiamo deciso di tenercela». L’intenzione del sindaco è quella di sfruttare la base militare per un fine sociale, anche se al momento non sono ancora stati illustrati pubblicamente dei progetti. In campagna elettorale la lista che poi ha vinto si era sempre dichiarata profondamente contraria all'arrivo di profughi, che era stato ventilato da alcune indiscrezioni.

 

La Difesa Aerea Missilistica integrata
Da aeronautica.difesa.it del 7 settembre 2017

Il Reparto DAMI (Difesa Aerea Missilistica Integrata) nasce il 15 marzo 2017, a seguito della revisione ordinativa del Comando Operazioni Aeree (COA) di Poggio Renatico, che ha sancito la riorganizzazione dell'ARS (Air Control Centre, Recognized Air Picture Production Centre, Sensor Fusion Post) in Reparto Difesa Aerea Missilistica Integrata (Reparto DAMI).

Al nuovo Reparto, da cui dipendono il neo-costituito 11° Gruppo DAMI (co-ubicato a Poggio Renatico) ed il 22° Gruppo Radar A.M. di Licola (NA), sono assegnate funzioni di coordinamento e supervisione delle due unità operative italiane integrate nel sistema di Difesa Aerea Nazionale e NATO. Il Reparto, pertanto, rappresenta un punto di riferimento per l'Aeronautica Militare e la NATO in materia di Difesa Aerea Missilistica Integrata.

Sin dalla sua costituzione nel 1923, l'Aeronautica Militare ha come compito operativo primario quello di assicurare la difesa dello spazio aereo nazionale. La Difesa Aerea rappresenta il compito naturale, la ragion d'essere dell'Aeronautica Militare ed il sistema di Difesa Aerea Nazionale, gestito direttamente dalle sale operative dell'11° Gruppo DAMI e del 22° Gruppo Radar A.M. di Licola, attraverso il controllo e l'impiego di sensori radar e capacità radio disseminati su tutto il territorio nazionale, forma idealmente un ombrello protettivo. Dalle sale operative dei due Gruppi, meglio noti con i loro nominativi storici di "Pioppo" (11° Gruppo) e "Barca" (22° Gruppo), i controllori della difesa aerea sorvegliano lo spazio aereo nazionale ventiquattr'ore al giorno, 365 giorni l'anno, per avvistare ed identificare tutto il traffico aereo. Da queste stesse sale viene rilanciato l'ordine di decollo immediato, in gergo tecnico scramble, ad una delle coppie di Eurofighter che, dislocate sul territorio nazionale, sono sempre pronte al decollo in pochi minuti. Il controllore guidacaccia di Pioppo o di Barca è quindi responsabile di condurre la coppia di Eurofighter all'intercettazione del velivolo sospetto, applicando gli ordini ricevuti dal Comando sovraordinato.

Oltre a garantire la sorveglianza dei cieli italiani, in ambito NATO il Reparto DAMI, tramite  l'11° Gruppo DAMI ed il 22° Gruppo Radar, concorre alla sicurezza dello spazio aereo di Paesi limitrofi come la Slovenia e l'Albania. Inoltre – in virtù di impegni internazionali assunti dall'Italia con la NATO – il Reparto fornisce il qualificato contributo di controllori di difesa aera nell'ambito dell'operazione Interim Air Policing (difesa dello spazio aereo dell'Islanda) e dell'operazione Baltic Air Policing (integrità dello spazio aereo sui cieli di Lituania, Estonia e Lettonia). Le capacità di scoperta e sorveglianza dell'11° Gruppo DAMI e del 22° Gruppo Radar vengono ulteriormente potenziate dall'integrazione e dall'impiego di sistemi dedicati come i velivoli AWACS (Airborne Warning and Control System) della NATO, i sensori imbarcati su navi ADS (Air Defense Ship) ed il velivolo Gulfstream G550 CAEW, il nuovo aereo da scoperta dell'Aeronautica Militare il cui personale controllore è costituito, per la maggior parte, da uomini e donne con precedenti esperienze presso le sale operative di Pioppo e Barca radar.

Tra tutti i paesi del Patto Atlantico, l'11° Gruppo DAMI di Poggio Renatico è stato il primo sito di difesa aerea ad impiegare il nuovo sistema NATO Air Command and Control System (ACCS) in operazioni reali. Tale primato ha testimoniato il costante impegno del Reparto DAMI e dei suoi uomini e donne nell'aggiornamento continuo sui nuovi sistemi di comando e controllo, per garantire alla collettività un servizio sempre all'avanguardia e corrispondente alle esigenze degli attuali scenari internazionali. Il nuovo sistema di comando e controllo sostituirà, nel prossimo futuro, gli attuali sistemi di difesa aerea in dotazione all'Aeronautica Militare e alla NATO, permettendo in questo modo di gestire, con un'unica interfaccia software, tutte le missioni aeree sin dalle prime fasi di pianificazione. Grazie a questo risultato, presso il Reparto DAMI e l'11° Gruppo DAMI di Poggio Renatico, vengono effettuate visite e seminari a favore del personale degli altri paesi NATO in procinto di adottare il nuovo sistema ACCS.

Il Reparto ed i gruppi dipendenti assicurano, inoltre, la disponibilità di personale qualificato per soddisfare le esigenze di Forza Armata durante l'esecuzione di attività aeree complesse ed esercitazioni interforze e NATO, oltre a garantire il supporto dalle proprie sale operative durante eventi di particolare risonanza. E' ciò che avviene in occasione di grandi eventi quali i summit internazionali, i G7, le visite di Capi di Stato, le riunioni di vertice, dove la presenza e l'impiego del personale del Reparto DAMI è un elemento imprescindibile per l'organizzazione della difesa aerea. Il Reparto DAMI, oltre ad assicurarne quotidianamente l'impiego del proprio personale nelle sale operative sul territorio nazionale, ne garantisce poi, data l'alta specificità, l'impiego presso gli enti NATO in Italia e all'estero ed in particolare di quelle strutture fondamentali per il sistema di comando e controllo del Patto Atlantico.

 

Quel che i media non dicono sulle prove missilistiche della Corea del Nord
Da comedonchisciotte.org del 5 settembre 2017

Ventotto Lunedì scorso, la RPDC ha lanciato un missile balistico Hwasong-12 su Hokkaido. Il missile è atterrato nelle acque oltre l’isola, non provocando danni. I media hanno immediatamente condannato la prova come un “atto audace e provocatorio”, una prova del disprezzo del Nord contro le risoluzioni ONU e contro “i suoi vicini”. Trump ha duramente criticato i test dicendo: “Azioni minacciose e destabilizzanti non fanno altro che aumentare l’isolamento del regime nordcoreano, nella regione e nel mondo. A questo punto, tutte le opzioni sono sul tavolo”. Quel che i media non hanno menzionato è che nelle ultime tre settimane Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno compiuto grandi esercitazioni militari ad Hokkaido ed in Corea del Sud. Questi giochi di guerra, inutilmente provocatori, vogliono simulare un’invasione della Corea del Nord ed un conseguente regime change (leggi: uccidere). Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli americani di porre fine a questi esercizi militari, ma gli altri hanno rifiutato. Gli Stati Uniti si riservano il diritto di minacciare chiunque, in qualunque momento ed in qualsiasi luogo, anche in casa altrui. È quel che li rende eccezionali. Leggete questo estratto da un articolo di Fox News: “Più di 3.500 truppe americane e giapponesi hanno dato inizio ad un esercizio militare congiunto contro l’eventualità di una Nord Corea ancor più minacciosa. L’esercitazione, nota come Northern Viper 17, avrà luogo ad Hokkaido, la principale isola settentrionale del Giappone, e durerà fino al 28 agosto…”.

“Stiamo migliorando la nostra preparazione non solo in ambito aereo, ma anche come team di supporto logistico”, ha dichiarato in un comunicato il colonnello R. Scott Jobe, comandante della 35esima Fighter Wing. “Siamo in posizione privilegiata in caso di bisogno e questo esercizio ci preparerà nel caso in cui si verifichi effettivamente uno scenario di conflitto” (“Truppe giapponesi ed americane iniziano un’esercitazione militare congiunta stante la minaccia della Corea del Nord”, Fox News). Il test missilistico di lunedì (che ha sorvolato l’isola di Hokkaido) è stato condotto poche ore dopo la fine dei giochi di guerra. Il messaggio era chiaro: il Nord non verrà pubblicamente umiliato senza risposta. Invece di mostrare debolezza, la Corea ha dimostrato di esser pronta a difendersi contro l’aggressione straniera. In altre parole, il test NON è stato un “atto audace e provocatorio” (come i media hanno affermato), ma una risposta modesta e ben ponderata da parte di un paese che ha vissuto 64 anni di prepotenze, sanzioni, demonizzazioni e sconvolgimenti da Washington. Il Nord ha risposto perché le azioni del governo americano richiedevano una risposta. Fine della storia. E lo stesso vale per i tre missili balistici a corto raggio che il Nord ha testato la scorsa settimana (due dei quali apparentemente sono scomparsi poco dopo il lancio). Questi test sono stati una risposta alle tre settimane di esercitazioni militari in Sud Corea che hanno coinvolto 75.000 truppe di combattimento, accompagnate da centinaia di carri armati, mezzi da sbarco, una flottiglia navale al completo e sorvoli di squadroni di combattenti e bombardieri strategici. Il Nord avrebbe dovuto restare con le mani in mano mentre questa mostruosa esibizione di forza bruta militare avveniva proprio sotto il suo naso??? Ovviamente no. Immaginate se la Russia avesse intrapreso un’operazione simile al di là del confine in Messico, e la sua flotta avesse condotto esercizi “live fire” 5 km fuori della baia di San Francisco. Quale pensate sarebbe stata la reazione di Trump? Avrebbe spazzato via  quelle navi in un battibaleno, no? Perché dunque il doppio standard quando si tratta di Corea del Nord? La NK dovrebbe essere applaudita per aver dimostrato di non esser intimidita. Kim sa che qualsiasi scontro con gli Stati Uniti finirebbe male, ma ciononostante non si è fatto mettere all’angolo dai bulli della Casa Bianca. Bravo, Kim.

A proposito, la risposta di Trump ai test missilistici di lunedì è stata a malapena riportata dai media mainstream. Ecco cos’è successo due giorni dopo: Mercoledì, un gruppo americano di fighter F-35B ed F-15 e di bombardieri B-1B ha condotto operazioni militari su un campo d’esercitazioni ad est di Seoul. I B-1B, che sono bombardieri nucleari a bassa quota, hanno sganciato le loro bombe sul sito e poi sono ritornate alla loro base. Lo spettacolino era un messaggio per Pyongyang: Washington non è contenta dei test dei suoi missili balistici ed è disposta ad usare armi nucleari in caso di bisogno. D.C. è dunque disposta a bombardare il Nord se non riga dritto? Sembra proprio così, ma chi lo sa davvero? In ogni caso Kim non ha altra scelta che restare sulle proprie posizioni. Se mostra qualche segno di debolezza, sa che finirà come Saddam e Gheddafi. E questo, naturalmente, è ciò che guida la retorica aggressiva del dittatore; il Nord vuole evitare lo scenario di Gheddafi a tutti i costi. E comunque, il motivo per cui Kim ha minacciato di lanciare missili nelle acque che circondano Guam è perché Guam è la casa della base aerea militare di Anderson, il punto di origine dei bombardieri con capacità nucleare B-1B che da qualche tempo compiono pericolosi sorvoli della penisola coreana. Il Nord sente di dover rispondere a quella minaccia. Non sarebbe d’aiuto se i media accennassero a questo fatto? Oppure si confa maggiormente alla loro agenda far sembrare che Kim stia dando di matto, abbaiando ai “totalmente innocenti” Stati Uniti, un paese che cerca solo di preservare la pace ovunque va? Ma per favore! È così difficile trovare qualcosa nei media che non rifletta la parzialità e l’ostilità di Washington. A sorpresa, c’era un articolo abbastanza decente su CBS News la scorsa settimana, scritto da un ex agente dell’intelligence occidentale con decenni di esperienza in Asia. È l’unico articolo che ho trovato che spiega con precisione cosa stia realmente accadendo aldilà della propaganda. Ecco qua: “Prima dell’inaugurazione di Trump, la Corea ha fatto sapere di essere disposta a dare alla nuova amministrazione americana il tempo per rivedere la propria politica e fare meglio di Obama. L’unica cosa era che se gli Stati Uniti fossero andati avanti con i loro esercizi congiunti con la Corea del Sud, il Nord avrebbe fortemente reagito. Gli americani li hanno fatti e quindi i nordcoreani hanno reagito. Ci sono stati degli abboccamenti nel dietro le quinte, ma non si è riusciti a farli decollare. In aprile, Kim ha lanciato nuovi missili come avvertimento, senza alcun effetto. Il regime ha lanciato i nuovi sistemi, uno dopo l’altro.

L’approccio di Washington non è tuttavia cambiato”. (“Analisi: il punto di vista di Pyongyang sulla crisi Corea del Nord-U.S.A.”, CBS News). Okay, quindi adesso sappiamo la verità: il Nord ha fatto del proprio meglio ma senza risultati, soprattutto perché Washington non vuole negoziare, preferirebbe minacciare (Russia e Cina), aumentare l’embargo e minacciare la guerra. Questa è la soluzione di Trump. Ecco di più dallo stesso pezzo: “Il 4 luglio, dopo il primo lancio di ICBM della Corea andato a buon fine, Kim ha fatto sapere che il Nord è disposto a mettere “da parte” i programmi nucleari e missilistici se gli americani cambiassero il proprio approccio. Gli Stati Uniti non l’hanno fatto, quindi il Nord ha lanciato un altro ICBM, un palese segnale. Tuttavia, altri bombardieri B-1 hanno sorvolato la penisola ed il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato nuove sanzioni” (CBS News). Quindi il Nord era pronto a negoziare, ma gli U.S.A. no. Kim probabilmente ha sentito dire che Trump era un buon negoziatore ed ha pensato di poterci trovare qualche accordo. Ma non è accaduto. Trump si è rivelato una bufala più grande di Obama, il che non è cosa da poco. Non solo si rifiuta di negoziare, ma fa anche minacce bellicose quasi ogni giorno. Questo non è ciò che il Nord si aspettava. Loro si aspettavano un leader “non interventista”, aperto ad un compromesso. La situazione attuale ha lasciato Kim senza molte opzioni. Può terminare il proprio programma missilistico, o aumentare la frequenza dei test e sperare che questi aprano la strada ai negoziati. Evidentemente ha scelto quest’ultima opzione. Ha fatto una cattiva scelta? Forse. È una scelta razionale? Sì. Il Nord sta scommettendo che i propri programmi nucleari saranno preziose carte da giocare nei futuri negoziati con gli Stati Uniti. Non vuole bombardare la west coast. Sarebbe ridicolo! Non farebbe raggiungere alcun obiettivo. Quel che vogliono è salvaguardare il regime, procurarsi garanzie di sicurezza da Washington, sollevare l’embargo, normalizzare i rapporti con il Sud, cacciare gli americani dagli affari politici della penisola e (speriamo) porre fine all’irritante invasione yankee che dura da 64 anni. In pratica: il Nord è pronto. Vuole negoziati. Vuole porre fine alla guerra. Vuole mettersi alle spalle tutto questo incubo e continuare con la propria vita. Ma Washington non glielo permette perché a lei lo status quo piace. Vuole essere permanententemente presente in Corea del Sud, per poter circondare Russia e Cina con i sistemi missilistici ed ampliare la propria presa geopolitica portando il mondo più vicino all’armageddon nucleare. Questo è ciò che vuole e per questo continuerà ad esserci crisi nella penisola. Mike Whitney Fonte: www.counterpunch.org  

 

La curiosa cupola di Capo Mele e gli UFO
Da nibiru2012.it del 15 agosto 2017

Nella provincia di Savona, tra i comuni di Laigueglia e Andora, svetta un’enorme cupola sul promontorio di Capo Mele. Misterioso il suo significato. Tutti gli avvistameti del Savonese sembrano avere attirato l’attenzione non solo di gruppi ufologici ma anche delle forze armate o di organizzazioni non governative. Ci siamo recati in Liguria per seguire più da vicino il fenomeno portato alla nostra attenzione dal GUL ma, se da una parte i nostri appostamenti notturni non ci hanno regalato incontri con possibili UFO, dall’altra è stata proprio la luce del sole a far balzare all’occhio una nuova struttura sferica che sovrasta Capo Mele. Impossibile, infatti, non notare l’enorme cupola bianca (la foto da noi scattata rende l’idea delle dimensioni) tanto evidente quanto misteriosa.

Nessun abitante del posto, infatti, è in grado di dire di cosa si tratti con certezza ma in molti hanno collegato la presenza di questa struttura con l’avvistamento ufo riportato da molte testate giornalistiche nazionali (es: http://www.ilsecoloxix.it) che potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, essendo ormai noto che la zona è un “corridoio ufologico” importante (Basi aliene in Liguria: sempre più indizi ne confermano l’esistenza). A cosa serve la cupola di Capo Mele? Le ricerche online sulla spiegazione di che cosa si stagli nel cielo Ligure deformando il profilo della costa non porta a nessuna spiegazione certa. Leggiamo, infatti, solo supposizioni: “Potrebbe trattarsi del nuovo radar per la base aeronautica militare ma c’è chi dice anche che sia una nuova sofisticata apparecchiatura per migliorare la stazione meteo andorese.” Sembra strano che, in un’epoca di crisi economica come quella che stiamo vivendo, si investano fondi per “potenziare” una stazione meteo già esistente. Forse chi ha gli strumenti per monitorarlo sa che il clima sta per mutare in modo repentino e radicale come più di una toeoria a cui abbiamo dedicato articoli sostiene. O forse si tratta di radar per avvistamenti e studi di oggetti non identificati sempre più presenti nei cieli liguri. Sicuramente il mistero che avvolge questa cupola è segno tangibile del fatto che nasconda qualcosa di più di quello che si lascia trapelare. Se vi troverete a passare in quei luoghi rimarrete certamente colpiti da questa nuova struttura e dagli interrogativi che lascia (per ora) senza risposta.

 

La base destinata ai profughi ha tre bunker
Da larena.it del 12 agosto 2017

A Erbezzo il tema del giorno è il possibile arrivo di 80 migranti nell’ex base Nato di Vaccamozzi, sul quale l’ amministrazione del sindaco Lucio Campedelli ha organizzato l’assemblea al Palalinte alla quale la partecipazione è stata massiccia e alla quale il primo cittadino ha annunciato che il Comune ha aderito a un coordinamento con altre 25 amministrazioni veronesi che non hanno aderito allo Sprar per il quale si prevede l’invio di profughi con una percentuale non superiore al 3 per mille dei residenti. Ma qual è storia della base Nato di telecomunicazioni di Vaccamozzi, concepita negli anni Cinquanta?

È entrata in funzione nel 1968, come centro di comunicazione HF dipendenti dal JFC South (Joint Force Command, Comando Forze alleate del Sud Europa) a servizio del comando di Verona della Nato. Era definita Site R (ricevente) rispetto a Site T (Trasmittente) che identificava quella vicina di Sant’Anna d’Alfaedo di cui era speculare: entrambe servivano per le comunicazioni con le flotte del Patto Atlantico che solcavano tutti i mari del mondo. La località sorge in un un posto isolato fra il capoluogo e Cappella Fasani e ha ospitato fino a una ventina di militari addetti alle trasmissioni, per lo più telescriventisti e radiofonisti, oltre a una quarantina tra ufficiali e personale civile specializzati nelle comunicazioni, circa 25 persone impegnate nella logistica e una ventina di agenti del corpo di guardia, ultimamente affidato ai carabinieri. I dati si riferiscono al periodo di maggior presenza di personale. Poi con l’avvio dell’informatizzazione, tanti compiti sono stati affidati alle macchine e il personale è gradatamente diminuito.

 È stata in funzione fino al 31 marzo 2016, poi in mano ai militari fino alla fine di ottobre per lo smantellamento delle antenne ed è quindi pienamente efficiente, in grado di ospitare un’ottantina di persone con pochi interventi di adeguamento che riguarderebbero la cucina e qualche bagno dove pare siano scoppiate le tubature dell’ acqua a causa del freddo dello scorso inverno quando la base non era più abitata. Tutta la base ha una superficie di 300mila metri quadrati interamente recintati, con tre bunker antiatomici che ospitavano le apparecchiature riceventi e trasmittenti. «Ne avevamo chiesto la cessione a titolo gratuito», sottolinea il sindaco Lucio Campedelli, «per un progetto coordinato con l’amministrazione di Sant’Anna d’Alfaedo, con l’intenzione di trasformare le palazzine in casa vacanze all’interno di un parco faunistico, mentre i bunker, per le particolari condizioni di temperatura e umidità, potrebbero essere destinati alla conservazione e valorizzazione di prodotti locali. Già alcuni imprenditori del posto si erano dichiarati interessati al loro utilizzo».

Quando sembrava imminente la cessione al Comune è arrivato lo stop, con il passaggio del bene dal ministero della Difesa a quello dell’Interno che lo ha affidato alla Prefettura per l’ospitalità ai migranti. Con gara di somma urgenza, pubblicata quaranta giorni, fa è stato dato incarico per lavori di sistemazione e il sindaco, che all’assemblea al Palalinte ha sottolineato come Erbezzo abbia solo 750 abitanti distribuiti su 33 chilometri quadrati «senza una caserma dei carabinieri né la polizia locale che potrebbe intervenire in caso di necessità immediata», ritiene che l’accoglienza dei profughi potrebbe essere imminente, forse anche dopo subito Ferragosto. V.Z.

 

Ex base USAF di monte Nardello, una vecchia ferita che continua a sanguinare
Da calabriaonweb.it del 10 agosto 2017

Il piacere che provi ogni volta che raggiungi una vetta non sta solo nel panorama che ammiri una volta in cima ma anche nel voltarsi indietro a guardare la strada che sei riuscito a percorrere. Mi capita spesso di rielaborare Il piacere che provi ogni volta che raggiungi una vetta non sta solo nel panorama che ammiri una volta in cima ma anche nel voltarsi indietro a guardare la strada che sei riuscito a percorrere. Mi capita spesso di rielaborare questa riflessione, soprattutto quando cammino da solo alla ricerca di un luogo dove e su cui riflettere, ma anche alla ricerca di tanti ricordi che la montagna mi suscita più di qualsiasi altro posto. Tutti abbiamo un luogo che più di altri aiuta a trovare l’interruttore giusto e per me quel luogo sono i boschi e le pietraie dell’Aspromonte, i dirupi, i valloni, gli immensi piani, i laghetti e le cascate. Mi basta attraversare certi luoghi che profumano di casa per illudermi che il tempo non sia mai passato, per regalarmi istanti in cui volti, storie ed affetti ormai scomparsi riemergono e riprendendo vita. Ricordo bene la fatica provata dopo aver percorso non ricordo più di preciso quanti chilometri tra boschi di abeti e faggi attraverso un luogo di cui mi avevano parlato tantissime volte, dicendomi come da tempo fosse divenuto testimone delle storture della nostra montagna e più in generale della nostra terra.

Ma facciamo un passo indietro, fermiamoci al 1965, in quell’anno sull’Aspromonte dalle parti di Roccaforte del Greco succede qualcosa di impensabile, in una montagna ed in una regione ancora quasi completamente in bianco e nero. Su quei monti arrivano gli americani e di colpo Roccaforte trova un ideale legame con Catania e Trapani. Ma che ci azzeccano Catania e Trapani dall’altra parte dello stretto con quell’angolo di montagna ? Dall’altra parte del mondo siamo in piena guerra fredda e in ballo c’è il controllo delle telecomunicazioni nell’area del Mediterraneo. Parte da qua la storia di monte Nardello e lo fa naturalmente senza sapere che nel tempo si trasformerà in telenovela, perché quella dell’ex base U.S.AF. ha davvero il sapore di una telenovela ambientata in un avamposto militare USA ubicato dove mai si sarebbe potuto pensare, insomma un miraggio americano con stelle e strisce oggi completamente cancellate  da oltre trent’anni di incuria e degrado. Correva l’anno 1985 quando l’utilizzo dei satelliti determina ufficialmente la fine dell’operatività della Base di Nardello. Ci troviamo a circa 10 km da Gambarie a 1.750 metri sul livello del mare nel comune di Roccaforte del Greco ed oggi che l’eco della guerra fredda è meno di un ricordo, quel che resta di quell’avamposto militare, oltre a trovarsi in totale stato di degrado rappresenta una seria minaccia ambientale.

La scorsa primavera ci sono salito, passando proprio per Roccaforte, osservando con grande tristezza come a quello scempio si sia aggiunto ormai da qualche anno anche un paesaggio lunare ridisegnato da un vastissimo incendio che ha mandato in fumo centinaia di ettari di bosco. Quello cherimane delle migliaia di alberi bruciati sembra abbinarsi a meraviglia con la ferraglia e i residui di amianto lasciati a testimoniare il passaggio degli americani. Sono state tante negli anni le iniziative proposte per il recupero dell’area, istituti scolastici, enti locali, la stessa Regione Calabria e il Ministero dell’Ambiente hanno dichiarato il forte interesse per l’area e per il suo sviluppo, ciò nonostante le procedure di dismissione hanno finora continuato a bloccare quello che appare un diritto delle comunità locali, quello di riappropriarsi di un bene ormai in disuso e che allo stato attuale costituisce fonte di pericolo e degrado.

Tra le ultime idee lanciate qualche anno addietro dalla penultima amministrazione comunale di Roccaforte in ordine di tempo, quella successivamente licenziata dalla scure prefettizia che ha consegnato la gestione della cosa pubblica ad una terna commissariale, c'era la realizzazione di un centro polivalente costituito da un osservatorio astronomico, un laboratorio di didattica e educazione ambientale, un centro culturale di educazione alla pace, un museo della natura dei parchi della Regione Calabria, un parco tematico sui miti e le civiltà del mediterraneo tema con annessa una struttura di accoglienza e ospitalità diffusa. L’area dell’ex Base Nato avrebbe costituito così un attrazione per studiosi, appassionati di osservazione, studenti e ricercatori, escursionisti, associazioni, turisti in genere. Unita all’idea della riqualificazione dell’area c’era poi quella di inserire il centro storico di Roccaforte come punto di approdo e di partenza in un percorso ideale da e verso Nardello con la creazione di posti letto sul modello del b&b. Quelle idee naufragarono sotto la mannaia della burocrazia e della Prefettura Indietro mentre dalle parti di Nardello, dove la primavera arriva sempre un po in ritardo, la neve resiste coprendo ancora tutto, regalando una dignità, se pure transitoria che oggi, ad estate inoltrata, purtroppo avrà ceduto il passo, riconsegnando il palcoscenico ad un paesaggio pallido e scolorito dal tempo. Nardello è una ferita mai realmente sanata, una delle tante inferte ad una montagna stanca e vilipesa, una ferita che riprende a sanguinare con straordinaria puntualità ogni volta che qualcuno inavvertitamente la sfiora.

 

Allievi del XIX° corso “Saldezza” visitano i bunker del monte Soratte
Da difesaonline.it del 18 luglio 2017

(di Scuola Sottufficiali EI)  18/07/17  Sabato 15 luglio 2017 una rappresentanza di allievi marescialli del XIX corso “Saldezza”, nell’ambito delle iniziative dedicate all’approfondimento di tematiche storico militari, si è recata in visita alle “Gallerie del Monte Soratte”. Nel 1937 venne avviata sul Monte Soratte, data la vicinanza con la capitale, la realizzazione di numerose gallerie all’interno della montagna con funzione di rifugio antiaereo sotto la direzione del genio militare di Roma.

Durante la seconda guerra mondiale, in particolare nel settembre del 1943, il Comando Supremo del Sud delle forze di occupazione tedesche in Italia, guidato dal Feldmaresciallo Albert Konrad Kesserling, si stabilì nel Soratte. Per un periodo di circa dieci mesi, le gallerie si prestarono come valido rifugio resistendo al pesante bombardamento del 12 maggio 1944. Nel 1967, durante gli anni della guerra fredda, sotto l’egida della NATO, un tratto delle gallerie venne modificato in bunker anti-atomico, destinato ad ospitare le alte cariche istituzionali nazionali in caso di attacco alla capitale.

L’area, riacquisita dal comune di Sant’Oreste (Roma), da alcuni anni è oggetto di un progetto di recupero e di allestimento di un museo storico, denominato “Percorso della memoria”. Oggi le gallerie sono visitabili grazie all'impegno della Libera Associazione Culturale Santorestese “Bunker Soratte” presieduta dall’architetto Gregory Paolucci. Il mese di luglio vede gli allievi marescialli del XVIII corso “Lealtà” e del XIX corso “Saldezza” impegnati, per tre settimane, nel ciclo di attività, finalizzate ad acquisire la necessaria capacità di operare secondo le procedure tecnico-tattiche di livello squadra e plotone, che saranno condotte nei poligoni e nelle aree addestrative laziali nell’ambito dell’Esercitazione “Una Acies 2017”.

 

Radar, polveriere, antenne e gallerie: la Murgia tarantina teatro della guerra fredda
Da barinedita.it del 17 luglio 2017

TARANTO – Sulla Murgia tarantina, in mezzo a folti boschi e strade deserte, vi è un’area che nasconde antenne, radar, polveriere e basi militari, eredità di un passato che ha visto la Puglia protagonista (suo malgrado) della corsa agli armamenti scatenata dalla guerra fredda. 

Noi abbiamo visitato il triangolo compreso tra Massafra, Mottola e Martina Franca, che rappresenta però solo una piccola porzione di quel vasto sistema di installazioni militari e civili che interessano tutto l’arco jonico. Basti ricordare che a Gioia del Colle si trova l’aeroporto sede del 36° stormo dell’Aeronautica dotato dei nuovissimi caccia Eurofighter, mentre Grottaglie è sede dei caccia Harrier a decollo verticale. Per non parlare di Taranto, città dove impera la Marina Militare. La ragione di questa militarizzazione si deve alla scelta compiuta nel dopoguerra dal governo americano: collocò in Italia e in particolare in Puglia basi militari vicine all’Est Europa, per poter così “controllare” il temuto nemico sovietico. A ciò si aggiunge l’oggettiva particolare posizione dell’altopiano delle Murge che permette una visione dell’intero Golfo di Taranto e l’isolamento geografico di questi luoghi a bassissima densità demografica. La nostra esplorazione inizia dall’ex base missilistica di Mottola, in località Sant’Antuono, che tra il 1960 e il 1963 custodì (pronti al lancio verso l’Urss) tre missili a testata nucleare Jupiter con una potenza di un magatone ciascuno, ossia cento volte più potenti delle bombe atomiche esplose a Hiroshima. Per raggiungerla bisogna percorrere la provinciale 53 che da Mottola conduce a Martina Franca, salendo sulla sommità del costone murgiano. Il traffico è quasi inesistente e dopo aver percorso tre chilometri fra querce e fragni, sulla sinistra intravediamo un cartello stradale mal messo con su scritto Sant’Antuono. Da qui parte un vicolo che conduce a ciò che resta della base dismessa.

Di fronte a noi si staglia un’alta antenna: un impianto di telecomunicazioni dell’Aeronautica Militare attualmente in uso, circondato da alte recinzioni e dal filo spinato. Ed ecco che sulla sinistra scoviamo una costruzione a forma di fungo seminascosta dagli alberi e dalla sterpaglia: si tratta di una delle sei torrette di guardia poste agli angoli della struttura dal perimetro triangolare. Siamo ora dentro alla base: su una delle tre piazzole di lancio sulle quali erano posti in posizione eretta gli Jupiter. Per terra osserviamo dei tondini di ferro posti in quadrato, forse i resti dell’intelaiatura metallica alla quale erano ancorati i missili. Non ci resta ora che cercare un punto più alto dal quale osservare nel suo complesso la base, che faceva parte di un più ampia rete (se ne contavano una decina installate sull’altopiano delle Murge) realizzata dagli americani grazie a un accordo segretissimo con il Governo italiano che celò per anni la vicenda. Dopo aver visitato questo pezzo di storia, percorriamo per altri 10 chilometri la provinciale sino a quando è ben visibile ai nostri occhi una gigantesca sfera bianca. La struttura, che si affaccia sulla strada, è il centro radar di Masseria Orimini, uno dei più importanti sistemi di controllo del traffico aereo nel sud Italia, sotto diretto controllo dell’Enav (Ente Nazionale di Assistenza al Volo). Percorriamo il perimetro attorno all’enorme edificio, che per ragioni di sicurezza nazionale è delimitato da alte recinzioni e sottoposto a videosorveglianza. Ci colpisce il brusio di fondo generato dai macchinari che si diffonde nell’ambiente circostante, caratterizzato da una lunga distesa di campi di fieno dal color bronzeo. Da qui è possibile anche osservare una strana antenna a forma quadrangolare che si staglia all’orizzonte a qualche centinaio di metri. La raggiungiamo a piedi. Si tratta di un’antenna della Rai, un minicentro di trasmissione attualmente in stato d’abbandono dall’aspetto particolarmente “vintage”. Ritorniamo sulla provinciale, questa volta in direzione Mottola. Dopo circa 5 chilometri incrociamo la sp 41 e svoltiamo a sinistra verso Massafra. Anche qui la sensazione di continuo isolamento geografico non muta, a cambiare è unicamente il paesaggio: i boschi di querce si diradano e lasciano il posto alle grandi estensioni di folta e bassa macchia mediterranea. A un certo punto scendiamo letteralmente di quota percorrendo la via che diventa ripida e tortuosa.

Ed ecco che ci ritroviamo a lambire il perimetro esterno della polveriera di Massafra, uno dei più grandi depositi di munizioni e di armi presenti in Italia. Il suo nome è Sottopolveriera n. 2 ed è di proprietà della Marina Militare. Si racconta che nasconda al suo interno delle gallerie che la collegano direttamente con le altre basi militari presenti in zona e addirittura con il porto di Taranto (distante più di 30 km). L’accesso è chiaramente interdetto, ma riusciamo a sbirciare in lontananza delle costruzioni e una torretta di avvistamento. È arrivato ora il momento di abbandonare la provinciale 41 per intraprendere sulla destra la 32, conosciuta anche come “strada per contrada catanese”: dopo aver intrapreso una viuzza sulla destra, ci conduce a un’altra polveriera oramai dismessa, attiva fino agli anni 60. A fare da guardia all’area militare ci sono due posti di blocco in cemento e accanto un’ex caserma delimitata dal filo spinato. Mentre in lontananza verso le pendici delle Murge tarantine scorgiamo altre strutture abbandonate facenti sempre parte della base. Siamo quasi alla fine del nostro viaggio. L’ultima tappa è il bosco delle pianelle, che raggiungiamo grazie alla provinciale 581 che collega Massafra a Martina Franca. Dopo 5 km ci troviamo alle pendici di un’altura che presenta tra la folta vegetazione un’alta antenna militare, probabilmente l’impianto di telecomunicazione di Martina Franca di proprietà dell’Aeronautica militare. Ci inerpichiamo per la ripida strada provinciale sino a intravedere sulla destra l’ingresso al Bosco delle Pianelle e a sinistra tra le fronde degli alberi un’antenna radar ridipinta di rosso. Dalla parte opposta del parco vi è una stradina che conduce in un’area off-limits, delimitata da un grande cancello al di là del quale c’è il mitico 3° Roc (Regional operative command) della Nato, struttura che si occupava del monitoraggio dei cieli 24 ore su 24 e un tempo sede di importanti apparecchiature di comunicazione e di controllo per tutte le Forze Armate, oggi totalmente obsolete. Attualmente è sede operativa del 16° Stormo “Protezione delle Forze” di Martina Franca. La base, inaugurata negli anni cinquanta, è a prova di attacco nucleare poiché è all’interno di un bunker costituito da una serie di gallerie situate a 50 metri di profondità. Nel 2015 però i cunicoli sono stati ufficialmente chiusi, ponendo la parola fine a uno stato di “attesa” della guerra che si protraeva da ben sessant’anni.di Antonella Liuzzi

 

Monte Cimone, la stazione dell'Aeronautica festeggia 80 anni
Da modenatoday.it del 11 luglio 2017

Era il 1937 quando sualla vetta della montagna che domina gli Appennini fu edificato quello che oggi il centro meteo CAMM.

Cerimonia a Sestola con le autorità civili e militari Venerdì 7 luglio il Centro Aeronautica Militare di Montagna di Monte Cimone ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno con tante iniziative che da mattina a sera hanno coinvolto oltre al C.A.M.M. tutto il paese di Sestola che ospita la base logistica del centro. Le celebrazioni hanno preso il via la mattina con l'alzabandiera solenne del personale del Centro schierato al cospetto del comandante della 4ª Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la Difesa Aerea e l'Assistenza al Volo di Borgo Piave, Generale di Brigata Vincenzo Falzarano, che ha presieduto la cerimonia, del comandante del 1° Reparto Tecnico Comunicazioni di Milano Linate Col. Leonardo Vitadello, del senatore Stefano Vaccari membro della commissione ambiente del Senato, del Prefetto di Modena Dott.ssa Maria Patrizia Paba e numerosi altri ospiti Militari e civili.

Durante la cerimonia lo speaker ha ripercorso la storia del Centro dalla sua nascita, il 1° settembre 1937, ad oggi. Sono stati ricordati i momenti difficili e faticosi ma entusiasmanti dei primi anni quando per salire fino ai 2165 metri della vetta bisognava andare a piedi con qualsiasi condizione meteorologica in atto. Quando materiali e rifornimenti venivano trasportati a spalla dai famosi portatori del Cimone. Poi arrivarono le comodità dei mezzi speciali e delle costruzioni interne che consentirono un deciso sviluppo dell'Ente e a quegli eroici pionieri si sovrapposero figure di grandissimo spessore militare e scientifico che esaltarono le caratteristiche del luogo facendo diventare il Centro un Ente strategico per l'assistenza alla navigazione aerea per mezzo delle attività di Telecomunicazioni e di Meteorologia e per lo studio dell'Atmosfera. Dopo la messa, officiata dal cappellano militare don Manuel Paganuzzi nella chiesa parrocchiale di Sestola, il Direttore interinale del CAMM Ten. Marco Galli ed il Sindaco di Sestola Marco Bonucchi – che ha patrocinato l'evento in collaborazione con l'associazione culturale "E' Scamàdul" – hanno inaugurato una mostra fotografica presso la Rocca del paese che racconta gli 80 anni dell'Aeronautica Militare sul Cimone e ciò che ha rappresentato sul territorio. "Un legame sviluppatosi negli anni che ha contribuito alla crescita della nostra comunità e del nostro paese", come ha sottolineato il Sindaco. Il CAMM opera in vetta al monte Cimone nei campi delle Telecomunicazioni e della meteorologia per l'assistenza al volo e delle misure ambientali per il monitoraggio dell'atmosfera. Dal 1975 effettua misure di Ozono, dal 1979 quelle di anidride carbonica con la serie di misure in continuo più lunga in Europa e seconda al mondo dopo quella della stazione di Mauna Loa nelle Hawaii e, dal 2015 quelle di un altro importante gas serra, il metano. Inserito in numerosi programmi scientifici internazionali, dal 2011 il Monte Cimone, grazie anche alle attività della stazione di ricerca 'Ottavio Vittori' dell'ISAC-CNR di Bologna, ospitata in vetta dall'Aeronautica Militare, è inserita tra le 31 stazioni al mondo ritenute di rilevanza globale per lo studio dell'atmosfera all'interno del programma Global Atmosphere Watch dell'organizzazione Meteorologica Mondiale.

 

Il gran pasticcio delle fortificazioni veneziane: da Bergamo al Montenegro diventano patrimonio Unesco. Ma Venezia è bocciata
Da businessinsider.com del 9 luglio 2017

Un nuovo sito italo-croato-montenegrino è diventato patrimonio mondiale dell’Unesco, l’agenzia Onu incaricata di proteggere cultura, scienza e istruzione. Sul tavolo della 41esima sessione del Comitato dell’organizzazione, riunito dal 2 al 12 luglio a Cracovia, c’era la candidatura “Le opere di difesa veneziane fra 16° e 17° secolo:

Stato da terra, Stato da Mar occidentale”. Fortificazioni che si trovano in tre Stati e comprendono Bergamo, Peschiera del Garda, Palmanova, Zadar/Zara e Sibenik/Sebenico in Croazia, Kotor/Cattaro in Montenegro. La logica che unisce i siti è quella di proteggere le architetture difensive costruite all’epoca dalla Serenissima. Ma Venezia non c’è.

Il Forte di Sant’Andrea, l’Arsenale, gli Ottagoni di Poveglia e Alberoni sono stati esclusi dalla candidatura per volontà dell’Icomos, l’istituto dell’Unesco che si occupa della prima valutazione dei dossier in arrivo dagli Stati. Da anni il Comune di Bergamo prova a far riconoscere le mura della sua città alta, innalzate dalla repubblica veneziana come difesa nordoccidentale dei suoi territori. Bergamo si è fatta capofila di un progetto transnazionale inteso a proteggere tutte le fortificazioni costruite da Venezia.

Il dossier è stato scritto insieme agli altri Comuni interessati, con la cooperazione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo (MiBACT), e nel 2013 è stato inserito nella “tentative list” Unesco, primo passo del processo. Da subito l’Icomos ha evidenziato problemi nel dossier di candidatura e ha richiesto più volte maggiori dettagli.

La caratteristica distintiva dei siti proposti, si legge nel documento, è di essere “alla moderna”, con le mura inclinate a 45 gradi, in laterizio. Le fortificazioni alla moderna sono state inventate dalla Repubblica di Venezia nel 16° secolo. Dunque, scrive l’Icomos ai promotori, bisogna innanzitutto cambiare il nome del sito, che non sarà più “fra 15° e 17° secolo” ma solo “fra 16° e 17° secolo”. Seconda nota dell’Icomos: non si può parlare di opere di difesa veneziane, perché manca il 70% di queste, che sono anche in Grecia, Albania, Cipro.

La dicitura cambia ancora e vengono aggiunti i termini “stato da terra e stato da mar”. Ma solo lo stato da mar occidentale, cioè l’Adriatico più vicino all’Italia, perché le opere in quello orientale non sono incluse. A maggio 2017 è arrivato il parere definitivo, dove si legge dell’esclusione dei quattro siti veneziani. Bocciate anche Curzola e Hvar/Lesina in Croazia, Herceg Novi/Castelnuovo e Ulcinj/Dulcigno in Montenegro che erano in origine comprese.

Fra le ragioni del no a Venezia il cattivo stato di conservazione delle opere e il mancato rispetto dei parametri fissati dal capofila, Bergamo, cioè l’essere fortificazioni alla moderna. Alcuni dei siti poi non sono aperti al pubblico. Un patrimonio Unesco obbliga le istituzioni nazionali che lo gestiscono a garantirne un’attenta conservazione e un’adeguata fruizione pubblica. In particolare, Forte Sant’Andrea, su una piccola isola che si affaccia sul porto di San Nicolò al Lido, è rovinato dalle onde provocate dal passaggio di navi cargo.

 

È chiuso al pubblico, anche se i promotori scrivono che un nuovo progetto di partnership pubblico/privato permetterà collegamenti con la città e migliorerà l’accesso ai visitatori. Per l’Arsenale si rileva che è stato oggetto di molte trasformazioni e non rispetta il criterio dell’autenticità. L’Arsenale è aperto al pubblico solo nei mesi della Biennale, da maggio a novembre e alcune sue parti sono visitabili nel Museo Storico Navale di Venezia. L’Icomos non sembra capire la scelta degli Ottagoni Alberoni e Poveglia, entrambi chiusi al pubblico. L’Ottagono Alberoni è di proprietà privata mentre l’isola di Poveglia è in stato di abbandono, tanto da essere diventata nell’immaginario un luogo dove andare a caccia di fantasmi.

L’organizzazione internazionale contesta anche la scelta di candidare solo due dei cinque ottagoni presenti in laguna (anziché tutti o nessuno). Manca ad esempio l’ottagono di Ca’ Roman che, come Poveglia, è di proprietà dello Stato.

 

Perchè manca Chioggia?

Una storia a parte è quella del Forte San Felice a Chioggia, escluso ancora prima che tutto il processo cominciasse. L’Icomos si domanda il motivo di questa decisione e sottolinea la posizione strategica dell’opera, unica fortificazione in laguna che avrebbe rispettato la caratteristica “alla moderna” del comune capofila Bergamo. Il Comune di Chioggia ha fatto presente al MiBACT di essersi impegnato ad aprire il sito al pubblico dal 2015, cosa che è avvenuta dal 2017, ma non è mai stato contattato sulla questione Unesco.

Per motivare l’esclusione, dal Comune di Venezia spiegano che il processo di candidatura è un terno al lotto, perché basato su requisiti tecnici e standard internazionali difficili da soddisfare. Sottolineano che lo smacco è grande ma che le quattro opere fanno comunque parte dal 1987 del patrimonio mondiale di “Venezia e la sua Laguna”. Un nuovo sito avrebbe comportato impegni ulteriori rispetto a quelli già richiesti, fra cui quello di aprire i luoghi al pubblico. Organizzazioni come Italia Nostra e l’Istituto Italiano dei Castelli hanno lanciato appelli contro la decisione dell’Unesco: l’Arsenale è il simbolo del potere navale di Venezia e il Forte di Sant’Andrea di quello militare e non possono essere esclusi. Il “bollino” Unesco su questi siti avrebbe avuto inoltre l’effetto di porre l’attenzione dei visitatori su nuove aree della città e di decentrare i flussi turistici da piazza San Marco e da Rialto.

Più volte l’amministrazione del sindaco Luigi Brugnaro ha proposto progetti di rivitalizzazione dei quattro siti veneziani bocciati. A maggio del 2016 il Tar ha accolto un ricorso di Italia Nostra contro una delibera del Consiglio comunale che acquisiva la proprietà del Forte Sant’Andrea e stabiliva un piano di valorizzazione. Secondo Italia Nostra, questo progetto prevedeva la creazione, oltre che di un museo e di altre strutture per il pubblico, anche di alberghi e ristoranti, opere lontane dall’assicurare la promozione del valore culturale dell’isola. Una vicenda simile l’ha vissuta Poveglia qualche anno prima, nel 2014. Il Demanio l’aveva messa in vendita all’asta per poi tornare sui suoi passi e dichiarare le offerte ricevute, fra cui quella di Brugnaro, che allora non era ancora sindaco, e quella dei cittadini raccolti nell’associazione “Poveglia per tutti”, incongrue rispetto al valore dell’isola.

 

Droni, missili e satelliti: il Giappone si difende così
Da caffegeopolitico.org del 29 giugno 2017

In 3 sorsi – Un Paese pacifista da settant’anni, due vicini scomodi e oggi sempre più minacciosi, uno storico alleato. Oggi il Giappone guarda alle nuove tecnologie per difendersi da possibili attacchi, sulla terra o nello spazio


1. UNA SITUAZIONE DIFFICILE – Quattro missili balistici che decollano contemporaneamente dalla Corea del Nord verso il Mare del Giappone sono una scena che nessuno nel Giappone stesso, nella Corea del Sud e nella comunità internazionale nel suo complesso, avrebbe mai voluto vedere. Sapere poi che tre su quattro hanno raggiunto la ‘zona economica esclusiva’ giapponese, a 250 km dalla costa, deve aver risvegliato gli incubi peggiori di un Paese che del nucleare porta ancora le cicatrici.

Era marzo. Da allora si sono susseguiti altri lanci, alcuni falliti e uno invece riuscito: un razzo lanciato quasi verticalmente “con la massima angolazione in considerazione della sicurezza del Paesi vicini”, come affermato in modo “magnanimo” dal leader nordcoreano Kim Jong-un. Con diversa traiettoria avrebbe potuto volare per 4.500 km fino all’isola di Guam, territorio statunitense. Di fronte a questa minaccia e in un contesto di tensione nelle relazioni con la Cina per l’irrisolta disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu di forte interesse strategico, militare e commerciale per entrambi i Paesi, il Premier giapponese Shinzo Abe sta intensificando i suoi sforzi per una modifica dell’art. 9 della Costituzione.

Questa è la pietra su cui poggia l’intera impostazione pacifista dell’organizzazione statale giapponese sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una modifica che potrebbe permettere al Giappone di intraprendere azioni militari al di là della pura autodifesa. Nel frattempo il Ministero della Difesa ha deciso di stanziare un cospicuo budget per il rafforzamento del sistema anti-missile e per lo sviluppo di tecnologie da utilizzare nello spazio, la nuova frontiera delle strategie di difesa (e in futuro forse non solo quella).

2. MISSILI ANTI-MISSILE – Il budget del Ministero della Difesa giapponese per il 2017 prevede, per contrastare possibili attacchi con missili balistici, l’aggiornamento dei cacciatorpediniere equipaggiati con il sistema statunitense di difesa antiaerea e missilistica Aegis. Allo stesso tempo le autorità giapponesi vorrebbero acquistare un buon numero di missili anti-missile, cioè in grado di essere lanciati dalle navi e intercettare i vettori nemici a corto e medio-raggio. A sostegno di queste iniziative il Governo di Tokyo ha stanziato finora 64,9 miliardi di yen (circa 524 milioni di euro). È di pochi mesi fa, inoltre, la notizia che il Giappone potrebbe dotarsi, come già la Corea del Sud, del sistema di difesa missilistica statunitense THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

Tutto questo, però, non basta a rassicurare il Governo Abe e i suoi principali partner internazionali: nessun sistema è sicuro al 100% e in più tutti questi missili, compreso il THAAD, sono progettati per colpire vettori nella loro fase finale, di discesa, con la conseguenza che a quel punto un fallimento sarebbe irrimediabile. Inoltre i detriti dei missili intercettati, contenenti potenzialmente materiale chimico o radioattivo, ricadrebbero molto vicini ai loro obiettivi con gravi conseguenze per la popolazione civile. Già dagli anni ‘80 si è pensato a una soluzione drastica, che eliminasse il problema alla radice: colpire i missili direttamente in fase di lancio, quando la velocità è inferiore ed è quindi più facile colpire il target senza il rischio di errori. In questo caso i detriti ricadrebbero presumibilmente sul territorio del Paese di lancio oppure, nel caso di un missile dalla Corea del Nord al Giappone, in mezzo al mare.

Questa soluzione apparentemente vincente presenta però non pochi problemi tecnici: tanto per citarne uno, si tratterebbe di intercettare per esempio un missile con una gittata di 1000 km – la distanza che separa la Corea del Nord dalle coste giapponesi – in soli 100 secondi, ovvero il termine della spinta dei motori che rende possibile la rilevazione all’infrarosso. Vi è poi il problema politico di dover giustificare l’abbattimento e la distruzione di un missile sul suolo di un altro Paese senza poter dimostrare inequivocabilmente che tale missile fosse diretto contro il proprio territorio né che portasse una testata chimica o nucleare. Il Paese colpito potrebbe infatti affermare che il suo razzo era stato costruito per scopi pacifici, come la messa in orbita di un normale satellite per le telecomunicazioni. Se il problema ‘politico’ è di difficile risoluzione, quello tecnologico potrebbe invece essere superato in un prossimo futuro.

 

3. I DRONI E LO SPAZIO – Sta infatti cominciando a farsi strada la possibilità di utilizzare droni (UAV – Unmanned Aerial Vehicle) posizionati a un’altitudine di 17.000 metri ed equipaggiati con sensori a infrarossi capaci di rilevare un missile a quasi 600 km di distanza dallo spazio aereo nordcoreano, il che darebbe tempo sufficiente ad attivare una risposta.

I missili anti-missile (da poco più di 200kg. l’uno) in questo caso partirebbero non dalle navi o da terra, come nei sistemi cui si è accennato prima, ma direttamente dai droni.

Si tratterebbe di utilizzare tecnologie che già esistono. Al momento solo gli Stati Uniti stanno sviluppando questo genere di droni e potrebbero venderli in futuro ai propri alleati nel Pacifico.

Nel frattempo, a supporto delle operazioni delle sue Forze di Auto-Difesa, il Giappone ha lanciato a gennaio il suo primo satellite militare per telecomunicazioni, progettato per incrementare l’invio di dati in banda larga e rendere quindi più efficienti le comunicazioni su un territorio vasto e composto da numerose isole, tra cui quelle contese con la Cina.

 

Le autorità giapponesi stanno anche preparando un programma Space Situational Awareness (SSA) per il monitoraggio degli oggetti in orbita allo scopo di evitare possibili collisioni con satelliti di altri Paesi.

Tale sistema dovrebbe entrare in funzione verso il 2020. Il confronto tra Tokyo e i suoi rivali regionali oggi non è più quindi solo convenzionale: è arrivato ormai anche nello spazio.Claudia Filippazzo


Un chicco in più


La sicurezza nello spazio non è importante solo dal punto di vista del singolo Stato. Uno scontro tra satelliti in orbita, intenzionale o meno, non comprometterebbe solo la funzionalità dei satelliti coinvolti, ma darebbe origine anche a una moltitudine di detriti che, nell’orbita “bassa” (quella più affollata da altri satelliti), si troverebbero a viaggiare – incontrollati – a una velocità di circa 27.000 km/h, creando il rischio di collisioni a catena.

 

Argentario, una mostra sulla storia delle torri ed altri eventi al Centro Studi
Da lextra.news del 15 giugno 2017

Lunga serie di iniziative messe a punto dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli con il supporto di diverse associazioni della Costa d’Argento, del Comune di Monte Argentario e con il patrocinio dell’ambasciata di Spagna in Italia. Il filo conduttore sarà la mostra documentaria “La difesa costiera dei Reali Presidi di Toscana” curata da Gualtiero Della Monaca che resterà aperta, ad ingresso gratuito, nei locali di via Scarabelli da sabato 17 giugno a sabato 8 luglio 2017. I giorni e gli orari di accesso sono il martedì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 ed il lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17.30 alle  19.30. In questo periodo saranno inseriti due eventi di grande importanza quali La festa delle Torri e l’omaggio a Don Pietro Fanciulli. L’inaugurazione della mostra è in programma per le ore 18.30 di sabato 17  giugno con una tavola rotonda che avrà come relatori la prof. Anna Guarducci dell’Università degli Studi di Siena (“Torri e difese costiere dell’Argentario”) e Roberto Damiani (“La pirateria barbaresca nel XVI secolo”); moderatore sarà il dottor Giovanni Alessi. A seguire, duello seicentesco con cappa e spada.

Sabato 24 giugno, torna la Festa delle Torri alla Fortezza Spagnola. Alle ore 19.00 aperitivo in Fortezza aspettando la rievocazione storica delle segnalazioni tra le torri costiere; alle 20.00 partenza del segnale fumogeno che percorrerà tutto l’Argentario ed infine, dalle 21.00, serata in Fortezza tra light dinner e musica. L’omaggio a Don Pietro Fanciulli caratterizzerà la mattina del 29 giugno, data di nascita, presa dei voti ed onomastico del compianto sacerdote. Le commemorazioni inizieranno alle ore 8.30 con la Santa Messa nel cortile del Centro Studi; alle 10.30 intervento di Sergio Wongher su “Don Pietro Fanciulli, parroco della Chiesa dell’Immacolata” ed alle 11.00 conferenza del prof. Angelo Biondi sul tema: “Don Pietro Fanciulli, studioso dei Reali Presidi di Toscana”. E per concludere, aperitivo con la presenza di figuranti in costume.

La mostra si concluderà sabato 8 luglio alle ore 18.30 nella sede di via Scarabelli con una tavola rotonda moderata dal dottor Paolo Mastracca. Relatori, l’architetto Francesco Broglia dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza che interverrà su “La piazzaforte di Orbetello”, l’architetto Bruno Mussari dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria che illustrerà “Il sistema difensivo di Porto Ercole”. A seguire, ballo seicentesco in costume.

 

Monte Cigno… l’ ‘Altura trincerata’ dei Pentri
Da vivitelese.it del 15 giugno 2017

L’ottimo ing. FLAVIO RUSSO, membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli, si è sempre occupato a tempo pieno di storia militare, ivi compresa quella dei sanniti. Nel suo libro DAI SANNITI ALL’ESERCITO ITALIANO La regione fortificata del Matese, ricostruisce la tipica struttura difensiva dei sanniti che trasformavano le montagne in vere e proprie fortezze.

”Alture trincerate”, le chiamò Mommsen nel II volume della sua Storia di Roma: “Durante la campagna del 277 a.C. si andò guerreggiando nel Sannio, dove una volta i Romani assalendo, alla spensierata, delle alture trincerate ebbero a soffrire gravi perdite”.

Dalle sue ricerche sulle fortificazioni del Tifernum Mons, come veniva chiamato il Matese scelto dai Pentri come residenza, sembra quasi che l’Ingegnere, già membro del Comitato Nazionale per lo Studio delle Architetture Fortificate del Ministero dei B.C.A.A.A.A., anticipi la descrizione del terrazzamento di Monte Cigno che, solo qualche mese fa, ho avuto la “fortuna” di individuare da foto satellitari estremamente elaborate.

E così, se dalla lettura “in latino” di Ab Urbe condita di Tito Livio relativa ai luoghi detti Furculas Caudinas sembra di scorrere una guida del TCI relativa alle Forre del Titerno, dalla lettura delle ineccepibili considerazioni di Flavio Russo del 1991 sembra emergere la descrizione dei terrazzamenti di Monte Cigno…che farebbero pensare alla Tutium rouinata emersa in una mappa del Vaticano. Le fortificazioni sannite, ma sarebbe meglio dire dei Pentri che spesso, da soli, sostennero il peso delle lotte contro Roma, si trovavano a mezza costa, appena distaccate dalla pendice sovrastante della montagna, verso la quale gravitavano sia in tempo di pace che massimamente in quello di guerra. Fornivano una superficie interna non raggiungibile da eventuali aggressori, penetrabili unicamente attraverso un varco di ridotte dimensioni.  Grazie ad ingegnosi schemi planimetrici divenne possibile a pochi “guerriglieri” sanniti aver ragione dei molti ed addestrati guerrieri romani. Alla logica militare romana sembrò uno schieramento difensivo quasi demenziale, non comprendendo che la struttura e la difesa “esterna” alle mura era invece intelligentemente funzionale alla loro arma più temuta e micidiale: la sannia. I romani conoscevano infatti la lancia, ma quella sannita era di tipo diverso per l’adozione sistematica dell’amentum, una “turbina” che aumentava le capacità delle proprie lance: le saunia. ” Samnites ab hastis appellati sunt, quas Graeci saunia appellant; has enim ferre adsueti erant; sive a colle Samnio, ubi ex Sabinis adventantes consederunt“. De Verborum Significatione SESTO POMPEO FESTO

“I Sanniti sono così chiamati dalle loro lance, che i greci chiamano saunia; infatti loro erano soliti portare queste armi in battaglia; o dal colle Sannio dove si stabilirono provenendo dai colli Sabini“.  I “rozzi?” pastori, scagliandole dall’alto delle loro “piattaforme” di lancio, i terrazzamenti, poterono infliggere gravissimi tributi di sangue agli atterriti assalitori. La sannia non riceveva l’impulso motore dal palmo della mano al suo rilascio analogamente alle usuali lance, ma attraverso la violenza sferzata dell’amentum, una sorta di spirale di cuoio che avvolgeva la lancia e che srotolandosi generava, al suo rilascio, velocità, precisione e forza. L’ Amentum contribuiva ad aumentare la portata e la stabilità del giavellotto in volo poiché aggiungeva un effetto di rotazione che emula quello di un proiettile e aumentava enormemente la possibilità che il giavellotto colpisse correttamente di punta. Una sorta di canna rigata ante litteram delle moderne carabine. Una straordinaria innovazione che forniva a quel singolare giavellotto le impressionanti doti di mortifera validità  funestamente sperimentata dai romani. Nel preciso istante in cui gli attaccanti penetravano all’interno del tiro, la fila più bassa scagliava una salva di dardi mortiferi, seguita a breve intervallo da quella più in alto, che completava la strage. Nessuna possibilità  per i nemici di controbattere i lanci sia per la notevolmente minore portata delle proprie lance, sia per essere il loro controtiro diretto verso l’alto.

“ …non è difficile immaginare le modalità difensive  derivanti dalla complementarietà fortificazioni-sannie, scrive il Russo. Le ondate d’assalto romane lanciate lungo le ripide pendici dei monti del Sannio, ed al contempo i difensori immobili, schierati in duplice ordine su ogni loro sbarramento poligonale, pronta a brandire la terribile arma.  Infatti, prescindendo che le mura sannite non avevano un “dietro”, era proprio stando dinanzi ad esse e su di esse, cioè davanti alla parete a monte sopra di quella a valle, sul famoso gradone, che poteva scagliare in maniera ottimale la sannia, attuando il massimo della difesa…  allorché poi i romani giungevano a portata utile iniziava su di loro la mortale grandine: impossibile difendersi, inermi, impacciati dalla salita e dall’equipaggiamento (il loro terreno di battaglia preferito era la pianura!), privi di tiro di copertura, sparsi ed atterriti dalle perdite, subivano così la prima tragica decimazione…. Le fortezze sannite potevano essere scavalcate ed anche conquistate, ma una volta qui, gli attaccanti spossati si trovavano di fronte i difensori, riposati e determinati a respingerli. Si sarebbero inoltre trovati esposti al tiro proveniente dai margini laterali del ballatoio, cioè il micidiale fiancheggiamento, proseguendo per altro quello piombante dall’alto. La ristrettezza degli spazi ne avrebbe per di più amplificato la virulenza, e quindi la validità difensiva. Evidentissime le immani difficoltà connesse con questa tragica e sanguinosa corsa ad ostacoli. … Qualora poi, e certamente accadde, i Romani fossero riusciti ad impossessarsene, si ritrovavano occupanti di una scabra terrazza di roccia deserta, spazzata dal vento, dalla quale i sanniti si erano all’ultimo momento dileguati inerpicandosi per le  mulattiere a monte verso l’interno del massiccio”….ed ecco spiegato l’ampio tratturo che dalla cittadella apicale del terrazzamento all’incrocio del Turio e del Titerno si inerpica verso Il  tempio e verso la Rocca… “...ma è tutto il pendio, rileva Claudio Conte, che a partire dal basso vicino al salto del torrente Turio a presentare gradinate poi giunge sul primo pianoro e lì sul limite, a sbarramento, c’è un muro larghissimo, poi a sx della strada ricomincia la successione dei terrazzamenti fin sopra  la spianata…”.

Sembra proprio che “TUTTA” Monte Cigno sia una autentica roccaforte, un vero baluardo insuperabile anche per chi abbia superato il primo sbarramento sannita tra Mont’Acero e Mont’Erbano nella gola di Faicchio. Tuto questo si legge nelle pietre di Monte Cigno. Tutto questo io pubblico con la speranza di destare l’interesse di qualcuno più grande di me per queste meravigliose pagine di storia locale che potrebbero far risvegliare nei giovani l’orgoglio di essere sanniti, al di là del valore indiscutibile di un risultato sportivo quale la promozione del Benevento.  Dall’imbocco delle gole, a Faicchio, fino a Pietraroja e Sepino, si combatterono decisive battaglie per il controllo del mondo allora conosciuto. E l’Oppidum di Monte Cigno ne conserva INTEGRE le tracce (solo tracce?….molto, molto di più!), che poi proseguono fino a Sepino, passando per quello scrigno che è la Madonna della Libera e Vallantico. So che lo scetticismo è dominante…ma “così è, se vi pare”, scriveva  Pirandello, riflettendo sull’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri. Una pietra è solo una pietra se non ha una storia da raccontare. Renzo Morone

 

Mostra sulla storia delle torri ed altri eventi al Centro Studi
Da maremmanews.it del 13 giugno 2017

Monte Argentario: Lunga serie di iniziative messe a punto dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli con il supporto di diverse associazioni della Costa d’Argento, del Comune di Monte Argentario e con il patrocinio dell’ambasciata di Spagna in Italia. Il filo conduttore sarà la mostra documentaria “La difesa costiera dei Reali Presidi di Toscana” curata da Gualtiero Della Monaca che resterà aperta, ad ingresso gratuito, nei locali di via Scarabelli da sabato 17 giugno a sabato 8 luglio 2017. I giorni e gli orari di accesso sono il martedì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 ed il lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17.30 alle  19.30. In questo periodo saranno inseriti due eventi di grande importanza quali La festa delle Torri e l’omaggio a Don Pietro Fanciulli.
L’inaugurazione della mostra è in programma per le ore 18.30 di sabato 17  giugno con una tavola rotonda che avrà come relatori la prof. Anna Guarducci dell’Università degli Studi di Siena (“Torri e difese costiere dell’Argentario”) e Roberto Damiani (“La pirateria barbaresca nel XVI secolo”); moderatore sarà il dottor Giovanni Alessi. A seguire, duello seicentesco con cappa e spada.
Sabato 24 giugno, torna la Festa delle Torri alla Fortezza Spagnola. Alle ore 19.00 aperitivo in Fortezza aspettando la rievocazione storica delle segnalazioni tra le torri costiere; alle 20.00 partenza del segnale fumogeno che percorrerà tutto l’Argentario ed infine, dalle 21.00, serata in Fortezza tra light dinner e musica.

L’omaggio a Don Pietro Fanciulli caratterizzerà la mattina del 29 giugno, data di nascita, presa dei voti ed onomastico del compianto sacerdote. Le commemorazioni inizieranno alle ore 8.30 con la Santa Messa nel cortile del Centro Studi; alle 10.30 intervento di Sergio Wongher su “Don Pietro Fanciulli, parroco della Chiesa dell’Immacolata” ed alle 11.00 conferenza del prof. Angelo Biondi sul tema: “Don Pietro Fanciulli, studioso dei Reali Presidi di Toscana”. E per concludere, aperitivo con la presenza di figuranti in costume.
La mostra si concluderà sabato 8 luglio alle ore 18.30 nella sede di via Scarabelli con una tavola rotonda moderata dal dottor Paolo Mastracca. Relatori, l’architetto Francesco Broglia dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza che interverrà su “La piazzaforte di Orbetello”, l’architetto Bruno Mussari dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria che illustrerà “Il sistema difensivo di Porto Ercole”. A seguire, ballo seicentesco in costume.

 

Bastione degli Infetti, la «trattativa» per gli abusivi Progetto modificato e lavori in pausa fino a venerdì
Da meridionenews.it del 13 giugno 2017

«Certo, la palizzata è brutta, ma stiamo trattando per vedere se riusciamo a farla arretrare di qualche metro». Il Bastione degli Infetti questa mattina era pieno come solo durante gli appuntamenti organizzati dal comitato popolare Antico corso. C'erano gli assessori all'Ecologia e alla Cultura, Rosario D'Agata e Orazio Licandro; c'era Lara Riguccio, responsabile del progetto di riqualificazione dell'area a due passi da via Plebiscito; c'erano gli esponenti del gruppo di residenti che da anni si prende cura di quell'oasi in via Torre del vescovo. Che però deve fare i conti con le baracche abusive che sono state costruite, negli anni, proprio nel perimetro del terreno che contiene le storiche fortificazioni, e che è di proprietà di una delle Ipab regionali in liquidazione. Dietro la palizzata di cui parla l'assessore Licandro c'è un bel cavallo, ci sono gli abiti stesi in un cortile fatto di case che non dovrebbero esserci, coi muri di mattoni forati a vista e le coperture di quello che sembra amianto. «Quella zona non è inclusa nella convenzione stipulata con il Comune circa 15 anni fa - precisa Riguccio - I documenti sono vecchi, ma anche all'epoca c'era una sorta di delimitazione che non includeva l'area in questione. Stiamo vedendo se riusciamo a recuperare qualcosina». In altri termini: quando i lavori al Bastione saranno finiti, il cavallo e le case potrebbero essere ancora lì. Nascosti da qualche nuovo albero e a pochi metri dalla piccola area giochi che è stata immaginata. Il caso dei 333mila euro da spendere per il Bastione, sollevato da MeridioNews due settimane fa, è montato giorno dopo giorno. E ha alla base una contrapposizione tra il comitato Antico corso e l'amministrazione comunale. Per anni, infatti, ad aprire al pubblico la struttura hanno pensato un gruppo di residenti del quartiere, che hanno anche attirato l'attenzione del Fai, Fondo ambiente italiano. All'inizio di dicembre 2016 la riqualificazione è stata inserita tra i progetti che avrebbero potuto essere finanziati tramite lo strumento della democrazia partecipata: davanti a un elenco di sei voci, i cittadini avrebbero potuto votare - tramite email - quella per la quale avrebbero voluto che fossero spesi il due per cento dei trasferimenti della Regione al Comune. 

Il Bastione, grazie anche all'attenzione generata dal comitato, dovrebbe avere vinto staccando di gran lunga la concorrenza. Il condizionale, però, è d'obbligo: il numero delle preferenze così come la documentazione tramite la quale si identificavano gli interventi da rendere votabili sono nelle mani dell'ufficio di gabinetto del sindaco e non sono ancora stati resi noti. Nonostante le almeno due richieste di accesso agli atti che sono state formulate: la prima del MoVimento 5 stelle, la seconda dalla commissione Lavori pubblici del Consiglio comunale. A fare levare gli scudi degli attivisti dell'Antico corso era la formulazione originaria del progetto, che avrebbe previsto due aree giochi per i bambini all'interno di un bene archeologico, «che dovrebbe rimanere tale e il cui valore deve essere chiaro al di là dello spazio per i giochi». Senza contare i dubbi a proposito della base su cui si dovrebbe poggiare l'altalena prevista, una «gettata di cemento inaccettabile», secondo i residenti. A cui si è aggiunta la voce di chi chiede chiarezza sui lavori dal punto di vista politico. «Si tratta chiaramente di un intervento di manutenzione straordinaria - diceva in commissione il Consigliere comunale Niccolò Notarbartolo - L'iter amministrativo che è stato è quantomeno dubbio». Adesso, dopo le pesanti polemiche nate dentro e fuori Palazzo degli elefanti, è arrivata la rimodulazione: un solo spazio per i giochi e non più nello spazio più largo al centro del Bastione, bensì a margine, al confine con l'ormai famosa palizzata. E se il processo non è stato «partecipato» all'inizio, dovrebbe esserlo d'ora in poi. «La centralità del Comitato non sarà messa in discussione», garantisce Orazio Licandro. A chi gli domanda il perché della sua presenza nel cantiere, questa mattina, lui replica secco: «È un bene archeologico - sottolinea - Di questi posti si occupa il mio assessorato. È uno spazio splendido, lo vedo già come location per una grande quantità di eventi culturali». 

Un primo accordo, intanto, prevede che i lavori all'interno del Bastione degli Infetti (dove nel frattempo è stata rinvenuta l'ossatura di un altro muro antico) siano sospesi fino a venerdì. Quando, in mattinata, nella sede dell'assessorato all'Ambiente si terrà un tavolo tecnico sul futuro della struttura, al quale dovrebbe essere presente anche la soprintendenza ai Beni culturali. «Ci incontriamo, discutiamo. L'appuntamento si sarebbe dovuto fare prima che si avviasse il cantiere», sbotta Salvatore Castro, presidente del comitato popolare Antico corso. «Si sta rimediando adesso, sebbene in ritardo. Cosa si sia inceppato prima non è dato sapere», commenta Renato Camarda, presidente dimissionario della Fabbrica del decoro, organismo che avrebbe dovuto essere votato proprio al dialogo tra la giunta comunale e l'associazionismo. Gli operai della ditta, però, non incroceranno le braccia: continueranno a lavorare all'esterno, nelle aiuole che precedono la Torre del Vescovo e che fanno da cornice alla stazione di servizio che costeggia via Plebiscito. Nel frattempo rimane confermata la manifestazione di piazza Università che era stata organizzata per giovedì pomeriggio, prima dell'apertura di questo dialogo da parte dell'amministrazione.

 

Lavori all’ex bunker polveriera della Lunetta Gamberini, precisazione dell’amministrazione comunale sul materiale di risulta
Da emiliaromagnanews24.it del 13 giugno 2017

BOLOGNA – L’amministrazione comunale di Bologna, avendo ricevuto alcune segnalazioni, precisa che nell’ambito degli interventi di manutenzione urgente in corso sull’ex bunker polveriera del Giardino Lunetta Gamberini non sono stati rinvenuti materiali contenenti amianto. I lavori nell’area del Giardino, che si trova tra le vie degli Orti, Dagnini e Largo Lercaro, consistono nella rimozione e sostituzione del coperto. Le segnalazioni sono arrivate per la presenza di sacchi normalmente utilizzati per lo smaltimento di materiali contenenti amianto, presenza dipesa unicamente dalla necessità di intervenire in estrema urgenza e dunque senza il tempo di dotarsi di contenitori di altro tipo nello sgombero del materiale di risulta. Il Comune assicura dunque che nessun elemento rimosso o da rimuovere contiene amianto. L’Ausl, intervenuta sul posto, non ha accertato alcuna irregolarità. Il contratto di global service definisce in modo puntuale e preciso gli obblighi e le procedure cui l’impresa ha l’obbligo di attenersi nel caso di presenza di amianto; i direttori dei lavori e gli alti sorveglianti verificano costantemente l’applicazione di quanto disposto.

 

Casi sfortunati della storia di Verona: la polveriera esplosa da un fulmine
Da veronasera.it del 12 giugno 2017

12 agosto 1624. Su Verona si scatena un temporale particolarmente forte con violente folate di vento. Ma non sarà il vento a creare i danni più ingenti di questo catastrofico evento atmosferico. È bastato un fulmine, caduto proprio nel punto in cui poteva causare più danni. Ad essere stato colpito da un fulmine non è stata un uomo, un donna, un animale o un albero. Il fulmine ha colpito una delle torri medioevali di Verona, la Torre della Paglia. La torre era stata costruita vicino all'Adige (dove adesso termina via Pallone, all'altezza dell'attuale Ponte Aleardi) ed era il punto terminale ad Oriente del sistema di difesa costituito dalle mura cittadine. Il particolare che rese l'episodio funesto è che la Torre della Paglia era stata deputata ad essere la polveriera della città. Armi e barili di polvere da sparo erano stati immagazzinati in quella torre e la folgore del temporale fece esplodere tutto. La torre e tutti gli edifici attorno furono completamente distrutti. Ed è noto che fu distrutta la chiesa di San Fermo Minore (quella che oggi è la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri), che in linea d'aria più o meno potrebbe essere stata distante circa 200 metri. E oltre alla distruzione, tanti furono i morti. Le fonti storiche più accreditate parlano di circa 80 vittime. Vittime della sfortuna, anche se non si tratta di un caso unico o isolato. Molti anni dopo il veronese Scipione Maffei scriverà infatti il libro "Della formazione de' fulmini" in cui si legge che lo stesso Maffei si erano annotato di ben 16 torri esplose a causa dei fulmini in cinquant'anni. E il libro di Maffei è del 1747. Chissà quante ne saranno esplose nel secolo trascorso dall'esplosione della Torre della Paglia, che poi non fu più ricostruita, agli anni in cui scrive Scipione Maffei.

 

“Bunkers”, rifugiati sottoterra
Da osservatoriodiritti.it del 12 giugno 2017

«La casa è il luogo in cui ci si sente in pace, sicuri, dove si ha la propria privacy, la propria intimità, è un luogo meraviglioso dove si può creare qualcosa». L’immagine si offusca, poi diventa tutto buio. «Benvenuti all’inferno». La voce è quella di Mohammad Awad Jadallah, un giornalista sudanese richiedente asilo politico in Svizzera. La sua storia è quella che la regista francese Anne-Claire Adet ha voluto far raccontare a lui stesso in Bunkers, cortometraggio del 2016 della durata di 14 minuti in concorso al Migranti Film Festival di Pollenzo (Cuneo), in programma dal 10 al 12 giugno e organizzato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.

Un’immersione sensoriale

Il film è un’immersione sensoriale e in prima persona nell’esperienza soffocante di un ex rifugio atomico, risalente alla Seconda guerra mondiale, nel quale, a decine di metri di profondità, vengono rinchiusi i richiedenti asilo. Proprio a Ginevra, la città in cui hanno sede il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhcr) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr). «Quando sono scappato dal mio paese non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovato qui». Qui è l’ingresso di un parcheggio sotterraneo, un ascensore che scende al piano -3, l’aria che manca, la luce del sole che non c’è, il tempo che non passa mai. È Mohammad a trascinare lo spettatore a decine di metri di profondità, nella “sua casa”. Le immagini sono quelle mosse e verticali fatte con un cellulare. A nessuno è permesso entrare nel bunker, solo agli “ospiti”. È lui a raccontare, intervistato poi dalla regista, la sofferenza quotidiana, la difficoltà a respirare, la completa mancanza di privacy.

«L’unico momento di intimità è quello che si ha quando si va in bagno, ma dura solo pochi minuti perché fuori ci sono altre persone che aspettano il proprio turno». Le notti passate insonni, il sovraffollamento, le tensioni che si creano per lo stress e la stanchezza accumulati vivendo in quella che altro non è che una prigione.

I bunker della Seconda guerra mondiale

Durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera aveva costruito dei rifugi antiatomici per proteggere la popolazione da eventuali attacchi dell’Unione Sovietica. Caduti in abbandono per diversi anni, nell’estate del 1999, quando in Kosovo infuriava la guerra, Ginevra aveva “accolto” 700 persone in questi rifugi, scatenando l’indignazione pubblica. All’epoca le istituzioni erano state costrette a trovare soluzioni alternative. A dicembre dello stesso anno nessuno viveva più sottoterra. Dal 2011 il paese ha riaperto i bunker per ospitare i migranti. Inizialmente questo tipo di alloggio era destinato alle persone che dovevano essere rimpatriate. Oggi ci sono uomini e donne ancora in attesa che la propria richiesta di asilo venga presa in considerazione.

Nel 2015 alcuni rifugiati hanno fondato il collettivo StopBunkers, diventato poi Perce-frontières, per denunciare le condizioni inumane in cui erano e sono tuttora costretti a vivere.

L’esperienza della regista

«La differenza rispetto all’uso che si fa dei bunker in Svizzera – qui di solito vengono accolti i senza tetto durante l’inverno, oppure le associazioni che vogliono organizzare un evento – è che in questi casi le persone sono ospitate per un periodo di tempo limitato», dice la regista a Osservatorio Diritti. Gli immigrati, invece, «vivono lì e sono costretti a rimanerci». 

Anne-Claire Odet è rimasta in contatto con Mohammad, che «ha sposato una donna svizzera, ha un bambino, ha ottenuto il passaporto svizzero da quasi un anno e si è iscritto all’università di Ginevra». Per quanto riguarda i bunker, ad oggi, dice la regista, «la situazione è cambiata, ma non molto e non tanto per il tipo di politica dell’accoglienza, ma perché ultimamente a Ginevra è diminuito il numero di richiedenti asilo. A dicembre del 2016 erano 340 le persone che vivevano in sei bunker rispetto alle 600 suddivise in 10 rifugi di gennaio, sempre del 2016. Le autorità dicono che vogliono chiudere queste strutture entro il 2018 e che stanno costruendo nuovi centri di accoglienza, ma la stessa cosa l’avevano detta due anni fa, prevedendo la chiusura entro il 2017. Il problema è che l’Hospice général – un’istituzione caritatevole svizzera – ha problemi con le autorità locali, che si oppongono alla costruzione di centri di accoglienza per richiedenti asilo».

La prima proiezione

«La prima volta che il film è stato proiettato, i rappresentati delle istituzioni presenti in sala erano piuttosto scossi, ma il mio obiettivo, più che scuotere l’istituzione, era quello di creare un dibattito pubblico», racconta Anne-Claire. Il cortometraggio è stato finanziato attraverso la piattaforma di crowdfunding Kiss Kiss Bank Bank. In soli due giorni ha ottenuto i fondi necessari per la realizzazione. Terminato a marzo del 2016, è già stato proiettato in diversi festival, tra cui il Festival Dei Popoli e il Montreal International Documentary Film Festival a novembre 2016, lo Zurich Human Rights Film Festival nel  dicembre del 2016 e il Respect – Belfast Human Rights Film Festival a marzo del 2017.

 

Nasce a Siena la ‘Carta’ delle fortezze
Da online-news.it del 11 giugno 2017

– Firma a Siena per la ‘Carta’ Icofort – Icomos per il restauro e la valorizzazione dell’architettura fortificata. Il documento a conclusione del seminario internazionale delle ‘Fortezze’ Icofort.

Un percorso cominciato a Elvas nel 2007, in cui i delegati Icofort, organo consultivo di Icomos – Unesco sulle fortificazioni e il patrimonio militare, hanno messo a punto il documento che nasce dopo dieci anni di dibattiti. I delegati internazionali hanno trovato un accordo per scrivere le indicazioni generali sul patrimonio fortificato mondiale.

Da ora in poi, in ogni simposio sulla materia, si presenterà la ‘Carta’ che sarà sottoposta ai più di 7.000 membri Icomos sparsi nel mondo prima di arrivare alla versione definitiva da presentare all’Assemblea generale Icomos che si terrà a Nuova Delhi in India a metà dicembre 2017 e si lavorerà affinché il documento possa prendere il nome definitivo di ‘Carta di Siena’.

 

"Declaratoria de Gatteo", si firma l'atto ufficiale sulle origini degli architetti Antonelli
Da cesenatoday.it del 9 giugno 2017

Consiglio comunale aperto alla cittadinanza, lunedi a Gatteo, dedicato a L'eredità architettonica degli Antonelli da Gatteo nei confronti di Europa, Africa e America": alle 20.30 nella sede municipale la firma della "Declaratoria de Gatteo" sarà un momento solenne di storia, cultura e approfondimento per tutta la comunità. Ospiti dell'evento saranno infatti i delegati internazionali di Icofort (International scientific committee on fortifications and military heritage), l'organo consultivo di Icomos relativo alle Fortificazioni e al Patrimonio Militare, in Italia per approfondire, tra le altre cose, il lavoro svolto dalla famiglia gatteese di architetti Antonelli. Dopo il saluto del sindaco Gianluca Vincenzi interverranno quindi Milagros Flores Romàan e Adriana Careaga, presidente internazionale e vice presidente di Icofort, e Michele Paradiso, membro italiano di Icofort e docente di architettura all'Università degli Studi di Firenze. Con loro l'amministrazione comunale firmerà la "Declaratoria de Gatteo", atto di impegno tra Comune di Gatteo ed icofort per il riconoscimento ufficiale di Gatteo quale luogo di origine degli Architetti Militari Antonelli.

Nativi di Gatteo, Giovanni Battisti e Battista Antonelli, più i loro nipoti e discendenti diretti, furono protagonisti a partire dalla metà del XVI secolo e nell'arco di quasi cent'anni, di un impresa che ha dell'eccezionale. Furono infatti architetti, ingegneri militari ed "idraulici", come si diceva al tempo, in appoggio al mestiere delle armi, in epoche in cui prestare la propria opera intellettuale al servizio di potenze straniere era ritenuto normale sotto tutti i profili. Al servizio di Filippo II di Spagna (e quindi di Filippo II e di Filippo III), nel momento in cui l'aggressività dell'impero turco minacciava le coste del Mediterraneo, gli Antonelli costruirono quella rete di difesa fatta di torri costiere, di fortificazioni complesse di terraferma e portuali, che doveva garantire dagli attacchi del nemico e doveva favorire, a sua volta, la possibilità di sferrare attacchi. Seppero quindi coniugare insieme strategie militari e tecnologie difensive d'avanguardia per quei tempi, esportando quello che era l'orgoglio italiano dell'arte fortificatoria, ovvero il sistema baluardato.

 

Michelangelo a Firenze cinta d’assedio, la mostra
Da stamptoscana.it del 8 giugno 2017

Firenze – Il 12 agosto del 1530 presso la Chiesa di Santa Margherita a Montici venne firmata la resa e dopo quasi un anno di assedio le truppe imperiali posero fine alla conquista della Repubblica fiorentina, Carlo V ormai privo dei suoi migliori comandanti e il governo fiorentino che nella Battaglia di Gavinana aveva perso il suo prode combattente Francesco Ferrucci fu costretta ad accettare le resa onorevole e il ritorno dei Medici. Centro nevralgico della difesa della Firenze repubblicana la collina di San Miniato che era riuscita a resistere per dieci lunghi mesi anche grazie ai bastioni messi a punto da Michelangelo Buonarroti. Casa Buonarroti inaugura il 21 giugno una mostra dedicata a questo momento importante nella storia di Firenze, dal titolo “Michelangelo e l’assedio di Firenze ( 1529-1530)” a cura di Alessandro Cecchi, nuovo direttore del museo fiorentino e resterà aperta al pubblico per tutta l’estate fino al 2 ottobre. E’ Casa Buonarroti infatti che custodisce i venti disegni, un patrimonio unico al mondo, realizzati tra il 1528 e il  1529 con progetti di fortificazioni per rinforzare le Porte alla Giustizia e al Prato d’Ognissanti. Nell’estate del 1528 Michelangelo era stato chiamato per fornire pareri e progetti per le fortificazioni fiorentine affinché potessero resistere alle artiglierie imperiali e  nell’aprile del 1529 venne nominato dai Dieci di Balia “generale governatore et procuratore” delle opere di fortificazione per la durata di un anno. I fogli “ carichi d’avvampante furore e dirompente energia – come osservato da Carlo Giulio Argan – sono soltanto planimetrie, ma non vanno considerati come studi preparatori in vista di una futura costruzione”, e difatti non lo furono che in minima parte per la spesa che comportavano e per la mancanza di tempo a disposizione, si preferì così ripiegare su fortificazioni come bastioni che sorsero nei punti deboli della trecentesca cinta muraria. Disegni di Michelangelo che colpiscono per la loro spiccata originalità e una vocazione dinamica coerente alle architetture, particolarmente apprezzati dagli studiosi per la loro valenza estetica come il “Progetto di fortificazione per la porta al Prato d’Ognissanti” che fu definito da Paola Barocchi una “invenzione…che si apre e rompe con una espansiva energia  che impronta delle proprie direttrici spaziali l’ambiente circostante”. Oltre al corpus di disegni michelangioleschi a rappresentare quel clima di mobilitazione e di impegno civile e religioso che si diffuse tra gli artisti e che avevano trovato supporto ideologico nella figura del Savonarola, troviamo in esposizione documenti, libri, disegni, dipinti, monete e medaglie. I combattenti di entrambi gli eserciti sono i protagonisti della seconda sezione, mercenari al soldo di Firenze, ritratti impiccati per un piede nei disegni di Andrea del Sarto proveniente dagli Uffizi e i giovani della Milizia e Ordinanza fiorentina difensori delle libertà repubblicane ripresi con le loro armi dal Pontormo e da Andrea del Sarto, insieme alla spada dei Lanzichenecchi, la tipica “ katzbalger”, un corsaletto da cavallo leggero e uno spadone, a rendere ancora più realistica l’atmosfera di un conflitto cinquecentesco.

 

Siena: 8-10/6 focus sulle fortificazioni e patrimonio militare
Da agi.it del 7 giugno 2017

Firenze, 7 giu. - Da domani a sabato 10 giugno, i delegati internazionali di Icofort, l'organo consultivo di Icomos relativo alle fortificazioni e al patrimonio militare, si riuniranno nell'Ex Convento del Refugio dell'Universita' degli Studi di Siena, per l'approvazione definitiva de La Carta delle Fortezze di Icofor. Il seminario, promosso e realizzato dall'Ordine degli Architetti di Siena e dall'Icofort, in collaborazione con l'Universita' degli Studi di Siena e il Comune di Siena (anche ente patrocinatore) viene a seguito della grande partecipazione da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, che hanno avuto la mostra "Le Fortezze Militari degli Antonelli, XVI - XVII secolo" e il relativo convegno internazionale, organizzati a Siena nell'ottobre del 2016, presso i Bastioni della Madonna della Fortezza Medicea. In tale occasione, Siena e' stata indicata quale sede ideale per l'evento La Carta delle Fortezze di Icofort, seminario conclusivo sulle fortezze storiche, a cui prenderanno parte i delegati Icofort ed esperti internazionali, con l'obiettivo di discutere e completare la redazione della versione finale della Carta, che contiene i principi e le linee guida per la protezione, la conservazione, la conoscenza e la valorizzazione delle fortificazioni e del patrimonio militare internazionale. La versione senese della Carta sara' quindi presentata e approvata definitivamente all'assemblea generale di Icomos-Unesco, che si terra' a Nuova Delhi il 14 dicembre prossimo, dove potrebbe prendere proprio il nome di Carta di Siena. A corollario del Seminario, sabato 10 giugno, nella Sala delle Lupe del Palazzo Pubblico di Siena dalle ore 17.00 alle ore 19.30, si terra' un incontro dibattito aperto a tutta la cittadinanza.(AGI)

 

Le regole per costruire il perfetto bunker antiatomico
Da gqitalia.it del 7 giugno 2017

A ognuno il suo bunker antiatomico, verrebbe da dire guardando all’esempio svizzero. I nostri vicini di casa in seguito a una legge approvata negli anni Sessanta (e variata solo in minima parte nei decenni successivi) hanno disseminato il proprio Paese di rifugi a prova di bomba, pubblici e privati, che ad oggi potrebbero ospitare circa 8,6 milioni di persone. Più dell’intera popolazione svizzera, giusto per capirci. E così l’ingegnere della Protezione Civile svizzera Cédric Vuilleumier, intervistato dal New York Times, ha deciso di condividere con il resto del mondo qualche prezioso suggerimento figlio della sua esperienza, per armarsi di scavatrice e iniziare a costruire il proprio bunker. Già, perché la caratteristica fondamentale di un rifugio antiatomico, spiega Vuilleumier, è quella di restare ben nascosto sottoterra, per essere al riparo dallo scoppio delle bombe e dalle radiazioni.

Attenzione, però, a non esagerare con la profondità: circa 3 metri sono più che sufficienti, considerando che, in caso di ostruzione delle porte di accesso (almeno due) o di crolli inaspettati, sarebbe necessario farsi largo in mezzo al terreno fino a ritornare in superficie.Per il resto, le mura – in cemento armato, of course – devono essere spesse tra i 30 e gli 80 centimetri, con porte blindate in cemento e acciaio di almeno 20 centimetri che si devono aprire verso l’esterno. Fondamentale, ovviamente, è l’impianto di areazione, che deve poter essere azionato anche manualmente in caso di guasto tecnico o assenza di corrente. Per il resto, cibo a lunghissima conservazione, acqua a volontà, un bagno, qualche brandina e una radio per rimanere in contatto con il mondo esterno. Tutto quello che servirebbe per trascorrere qualche giorno al riparo da tutto e da tutti, insomma. Assieme, eventualmente, alla pazienza necessaria per condividere quegli spazi angusti con altre persone.

 

Lecce svela le sue Mura Urbiche, un 'gioiello' di storia sotto gli occhi di tutti
Da leccenews24.it del 2 giugno 2017

Lecce. Mentre sul suo impero non calava mai il sole, l’imperatore Carlo V aveva alle porte la mezza luna ottomana che minacciava pericolosamente i suoi domini, esponendo pericolosamente il sud Italia alle invasioni che già avevano lasciato strascichi terribili di eccidi e distruzioni. E così l’imperatore, il grande stratega appassionato di musica sacra, che amava Tiziano, l’artista più abile nel dissimulare la sua mandibola storta, puntellò l’Italia meridionale con imponenti cinte murarie che collegavano idealmente Monopoli a Catania, Lecce a Crotone. Dette incarico a Don Pedro de Toledo y Zùniga, Vicerè di Napoli di censire e ispezionare le fortificazioni. Ne risultò un nastro poderoso di mura di cinta, aggiornate alle grandi innovazioni che Peruzzi e Sangallo avevano già sperimentato nell’Italia centrale, con l’adozione di soluzioni innovative come l’introduzione di bastioni angolari a difesa delle cortine (i tratti rettilinei) più esposti agli attacchi esterni.
  
Lecce rientrò pienamente nella riqualificazione della cinta muraria e l’incarico fu affidato nel 1539 all’architetto magister “regio ingegnere militare” barone Gian Giacomo dell’Acaya, già autore della riqualificazione del borgo fortificato di Acaya, in forma di città ideale. La fabbrica crebbe con maggiore impulso dal 1542 con Don Ferrante Loffredo, governatore delle provincie di Bari e di Terra d’Otranto, il cui nome in epigrafe “F.D.Lofredo” si staglia sul bastione occidentale del tratto di mura nel tratto nord-occidentale, avamposto privilegiato per la attività difensive,  noto con il nome di Bastione di S.Francesco, appena restituito, dopo un attento e scrupoloso restauro, alla città di Lecce. In particolare, il tratto di riferimento, grazie alla campagna di scavi coordinata dal prof. Paul Arthur, docente di Archeologia medievale, Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici 'Dinu Adamesteanu', ha evidenziato un cambiamento rispetto al progetto originale che prevedeva un semplice sperone sostituito da un efficace e scenografico sperone a tenaglia.
  
La cinta muraria fu dunque «sostituita da una fortificazione “alla moderna” cioè dotata di possenti baluardi capaci di resistere all’attacco con le nuove armi da guerra (le artiglierie)» come commenta l’arch. Patrizia Erroi, progettista e direttore dei lavori per il Comune di Lecce. Il fronte difensivo dell’intero tratto è di circa 60 metri e si compone di due piani: quello superiore, sopra la quota del fossato, e quello inferiore, interrato, scavato in parte nel banco di roccia che corrisponde al calpestio interno.
  
La struttura muraria in oggetto, si eleva per un’altezza di 4 metri lineari, in coincidenza dei bastioni e leggermente inferiore nei tratti rettilinei, impostata su un banco di roccia, ben visibile ai visitatori nei camminamenti  interni. E’ realizzata con la tecnica costruttiva “a sacco”, la stessa usata dai Romani ed ampiamente sperimentata nell’edilizia. Il materiale usato è la pietra leccese, levigata nella parte esterna, scabra all’interno e tagliata in blocchi isodomi, di cui il restauro ha conservato la patina.
 
All’interno di ciascun bastione della “tenaglia”, una casamatta con postazioni di difesa strombate all’esterno sui fianchi di ciascun bastione, 6 troniere alla sommità per il lancio di difesa, 3 sulla cortina mentre le aperture sono assenti verso l’esterno in ciascun bastione. Non molte le concessioni all’estetica, come si conviene ad un ambiente difensivo: sottolineo tuttavia la firma dell’architetto Gian Giacomo dell’Acaya nello splendido capitello triplice rovesciato, all’interno dell’ambiente con triplice arco a tutto sesto. Sono emerse molteplici stratificazioni archeologiche come il rinvenimento di una strada romana del IV secolo, che collegava Lecce a Brindisi e alla via Appia, ed un tratto di fortificazione di età federiciana, oltre a tracce di graffiti come il cavaliere inciso sulla muratura esterna, tanto somigliante ad un ritratto di Carlo V di Tiziano, e all’interno nel vano superiore un tetragramma musicale con una dozzina di note, unitamente a croci, numeri, stemmi. Ricordiamo che l’ambiente ebbe un uso militare e carcerario fino al ‘900 e i restauratori hanno lasciato all’esterno una garitta che ricorda l’antico utilizzo. E’ stato rinvenuto vasellame risalente tra il IV e il III sec. a.C., frammenti lapidei databili tra il XVI e il XVIII secolo, oltre a reperti più recenti sette-ottocenteschi.
 
Di grande suggestione il sistema di illuminazione a basso impatto ambientale e in linea con l’utilizzo delle fonti naturali e l’utilizzo dell’acciaio COR-TEN per tutte le componenti strutturali e per le parti metalliche, posto in essere dall’Impresa Capriello Vincenzo Restauri, che ha realizzato l’intervento.
  
E davvero stupendo si presenta l’arrivo in questa bellissima Lecce: un dialogo denso e luminoso come la sua pietra tra il bastione inespugnabile di S.Francesco e il Convento rinnovato degli Agostiniani.

 

Forti da Mar, Venezia fuori dal piano Unesco
Da ilgazzettino.it del 1 giugno 2017

<La proposta all'Unesco di inserire le opere di difesa veneziane nei siti patrimonio dell'umanità? Una candidatura che non guarda a tutto il sistema fortificato della Dominante. E paradossalmente, esclude la stessa Venezia e gran parte del suo Stato da Mar>: Nell'evidenziare le molte criticità di una candidatura avanzata nel 2007 dal comune di Bergamo e da altre città, ma da allora fortemente ridimensionata, è stato ieri a Venezia il comitato veneto dell'Istituto italiano dei Castelli. Sollecitando una modifica e l'allargamento della stessa a siti e paesi rimasti inspiegabilmente fuori dalla valutazione.

<La richiesta sarà esaminata dall'Unesco a Cracovia tra il 2 e il 12 luglio - hanno spiegato Maurizio Sammartini e Fiorenzo Meneghelli, rispettivamente presidente onorario della sezione veneziana e presidente effettivo di quella regionale dell'Istituto attivo da mezzo secolo e comprensivo di 2.500 soci in tutta Italia, di cui una cinquantina nel Veneto - Chiediamo di rinviare ogni decisione in materia di un anno. E nel frattempo, di trasformare in opportunità le tante criticità riscontrate non solo da noi>. Nel 2007, i luoghi originariamente oggetto di candidatura e per questo sottoposti alla valutazione dell'Icomos (il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti) erano Bergamo, Peschiera del Garda, Venezia e Palmanova per l'Italia, Zara, Sebenico, Lesina e Curzola per la Croazia, Castelnuovo, Cattaro e Dulcigno per il Montenegro: undici città e tre nazioni, nell'ambito di una proposta complessiva denominata "Le opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo".

Dall'anno scorso i siti si sono ridotti a sei (Bergamo, Peschiera, Palmanova, Zara, Sebenico e Cattaro). E anche i riferimenti della candidatura sono cambiati temporalmente e geograficamente in "Le opere di difesa veneziana tra il XVI e XVII secolo: Stato da Terra - Stato da Mar occidentale". <Ciò perchè il 16 ottobre 2016 Icomos aveva chiesto lumi sull'esclusione dei siti storici ancora presenti in Stati come Grecia, Cipro, Slovenia e Albania, e già rientranti a pieno titolo nella vasta rete commerciale e delle fortificazioni veneziane - hanno precisato Sammartini e Meneghelli - Ma la querelle non finisce qui, perchè nella medesima circostanza Icomos aveva mosso rilievi anche su siti rimasti esclusi dalla valutazione dei proponenti, come Forte San Felice a Chioggia e tre dei cinque ottagoni presenti nella laguna di Venezia.

Oltre a chiedere chiarimenti mica male sull'Arsenale e il Forte di Sant'Andrea, rilevando in quest'ultimo caso come <la sua conservazione sia messa in pericolo dal passaggio delle grandi navi>. Da qui la richiesta dell'Istituto Italiano dei Castelli al ministero dei Beni Culturali, al sindaco Luigi Brugnaro e alle istituzioni veneziane di prendere in mano la situazione. Invitando l'Unesco a spostare di un anno la decisione. E i proponenti a ridimensionare le caratteristiche di una candidatura che, così com'è, <si presenta difficile da comprendere sia dal punto di vista scientifico sia da quello culturale>. <La rete delle "difese veneziane" ricomprenda la città di Venezia con l'Arsenale e il Forte di Sant'Andrea, cuore del suo potere marittimo e simbolo del suo potere militare", hanno concluso Sammartini e Meneghelli. Chiedendo altresì che "siano integrati i criteri della candidatura, affinche emerga chiaramente il valore universale straordinario della presenza della Repubblica di Venezia nel bacino del Mediterraneo, riflessa nelle sue architetture", non si escludano le testimonianze storiche presenti in Albania, Grecia e Cipro e la candidatura Unesco ricomprenda Forte San Felice a Chioggia, <prima fortificazione permanente realizzata nella laguna di Venezia>. di Vettor Maria Corsetti

 

«Forti, la candidatura all’Unesco fra un anno»
Da nuovavenezia.it del 1 giugno 2017

L’Istituto Italiano dei Castelli auspica che si rimandi di un anno la candidatura Unesco per le fortificazioni veneziane Patrimonio dell’Umanità, notizia anticipata dal nostro giornale domenica scorsa. Dopo la bocciatura di Venezia da parte di Icomos, il braccio destro dell’organizzazione internazionale, l’Istituto ha convocato ieri una conferenza stampa a Palazzo Pisani Moretta per esprimere la sua posizione: attendere per vedere se il Comune o altre istituzioni culturali si faranno avanti per rilanciare la candidatura con parametri più ampi e con Venezia capofila e, se questo non avvenisse, inviare una lettera alla sede internazionale Unesco di Parigi con le proprie considerazioni.

I toni usati dal presidente Fiorenzo Meneghelli e dal presidente onorario Maurizio Sammartini sono stati cordiali e istituzionali, ma nonostante l’apertura dell’Istituto dei Castelli a collaborare per il rilancio, qualche insofferenza c’è. Le criticità riguardano infatti non solo i parametri (non limitarli solo ai bastioni alla moderna, proporre l’Arsenale come simbolo del potere marittimo e il Forte Sant’Andrea come simbolo del potere militare, inserire il Forte San Felice di Chioggia, Cipro, Grecia e Albania), ma anche lo stato delle fortificazioni stesse.

Per esempio nel documento consegnato a Icomos sul Forte Sant’Andrea si parla di un grande giardino comunale aperto grazie al partenariato pubblico e privato e dei danni del passaggio delle barche: «Il Comune ha consegnato un documento falso», ha detto il consigliere nazionale Andrea Grigoletto, «oggi il Forte è ancora del Demanio, è chiuso e il progetto a cui si fa riferimento è stato bocciato dal Tar.

Inoltre per l’Arsenale dovrebbe essere aperto anche nei mesi invernali e tutto quello che riguarda la manutenzione del Mose spostato a Porto Marghera». Grigoletto non manca di sottolineare gli sforzi fatti per evitare la figuraccia: «Dallo scorso settembre abbiamo inviato alla presidente della commissione cultura Giorgia Pea e all’Ufficio Unesco oltre una decina di richieste per un incontro su questo tema, ma nessuno ci ha mai risposto. L’ultima, indirizzata anche al sindaco e al Mibac, risale al 9 maggio scorso». «Sono dispiaciuta della bocciatura», replica Pea, dicendo che nei mesi scorsi gli sforzi sono stati concentrati su turismo, cultura e pari opportunità, «la competenza dei forti è però del Patrimonio, ma se posso essere disponibile ci sono». «Parole indifendibili», ribatte Grigoletto, «se non era di sua competenza non lo poteva dire? E allora perché è andata Pea a parlare con l’Unesco a Parigi, i forti non riguardano la cultura?» Ora si dovrà vedere se il Comune ha intenzione di prendere in mano la situazione, altrimenti l’assenza di Venezia sarà pesante da digerire. di Vera Montegoli 

 

Oggi riapre la torre costiera più famosa dell’isola 
Da lanuovasardegna.it del 1 giugno 2017

ORISTANO. Oggi alle 11, riapre la torre costiera di Torre Grande. Fino a ottobre al suo interno sarà possibile visitare la mostra sulle torri costiere della Sardegna della collezione "Monagheddu-Cannas", composta da una selezione di riproduzioni di 22 tra torri e forti costruiti a difesa della Sardegna. La mostra è a cura della Conservatoria delle coste. La ricostruzione è stata eseguita in scala 1:40 utilizzando gli stessi materiali con i quali furono realizzati i fabbricati originali. Ogni manufatto è stato riprodotto nelle fattezze in cui si trovava quando era in funzione, sulla base di un’accurata e rigorosa ricerca d’archivio. Gli interni di ogni modello sono minuziosamente arredati come le porte, i ponti levatoi e le saracinesche mobili.
L’apertura della Torre, la più grande della Sardegna, è frutto di un accordo tra il Comune di Oristano e la Conservatoria delle coste per la valorizzazione dell’edificio. L’accordo prevede l’apertura al pubblico almeno nel periodo estivo e, se le condizioni lo consentono, anche negli altri periodi dell’anno.
Le visite guidate saranno a cura dell'Associazione turistica Pro Loco di Oristano.
Ecco il calendario di apertura: oggi dalle 17.30 alle 21; domani e sabato dalle 17 alle 21; domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 17 alle 21; venerdì 9 e sabato 10 dalle 17 alle 21; domenica 11 dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21; venerdì 16 e sabato 17 dalle 17 alle 21; domenica 18 dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21, mentre da lunedì 19 giugno a domenica 17 settembre l’apertura è prevista dalle 17 alle 21. Inizialmente chiamata Torre del “puerto de Oristan” (1639), la torre solo in età sabauda assunse la denominazione attuale: “Grande de Oristan”, Torre d’Oristano e Gran Torre. Si tratta della torre costiera più grande in Sardegna, poiché pensata già in origine come “torre de armas”, cioè come torre “gagliarda”, atta alla difesa pesante.
Pur iniziato nella prima metà del ‘500, il torrione è di concezione aragonese, come testimoniano i caratteri dell’architettura di transizione: dalla garitta in muratura sulla porta d’ingresso alla posizione delle bocche da fuoco. È dotata di cannoniere superiori in barbetta (la batteria scoperta), e di troniere inferiori, le feritoie, posizionate in casamatta (la camera coperta a prova di bomba). Di forma cilindrica con un diametro di oltre 20 metri, si sviluppa su due livelli: il primo è a circa 8 metri dal terreno, destinato quasi tutto a una grande camera, voltata, dove avevano posizione quattro grossi pezzi d’artiglieria, puntati in varie direzioni, sia verso il fiume che verso il mare. La costruzione iniziò nel 1542, dopo le disposizioni di Carlo V nel 1535, con l’impiego di denaro della città di Oristano, e venne ultimata dopo il 1555.

 

Alle origini della nostra civiltà: il torrione di Santa Maria di San Bartolomeo al Mare
Da sanremonews.it del 30 maggio 2017

Per la nostra rubrica culturale 'Alle origini della nostra civiltà', siamo andati in Provincia di Imperia, a San Bartolomeo al Mare, per visitare Il torrione di Santa Maria. La struttura, risalente all'anno 1564, aveva una funzione difensiva anti-barbareschi. Ci ha accompagnati nella visita il Dott. Alessandro Giacobbe dell'Accademia di Belle Arti di San Remo, al quale chiediamo di raccontare ai nostri lettori la storia e la funzione di questa antica costruzione:

"Il torrione di Santa Maria di San Bartolomeo al Mare faceva parte del complesso sistema difensivo della Podesteria di Cervo. Era munito di modesta artiglieria ed aveva soprattutto una funzione di avvistamento per le incursioni dei Barbari provenienti dal mare. Per la sua costruzione nel '500 fu attivata una tassazione, che fu malvista dalla popolazione, soprattutto quella dell'entroterra. La torre, in origine a due piani, fu molto studiata dal geometra Fedozzi intorno al 1980 e, mediante lo studio di diversi manoscritti, scoprì che agli inizi del'700 fu usata dalla Repubblica di Genova come strategico punto di osservazione e di vedetta per le navi,che prive di bollette di sanità, potevano portare la peste sulla costa". 

 

"Monumenti aperti" al poligono di Capo Frasca
Da aeronautica.difesa.it del 29 maggio 2017

Il Poligono di Capo Frasca è stato oggetto nei giorni scorsi di una iniziativa promossa dal Comune di Arbus, che ha consentito alla collettività locale di visitare un’antica Torre Costiera. La visita, inserita nel contesto della nota manifestazione a carattere nazionale “Monumenti Aperti”, si è articolata nell’arco di due giornate, durante le quali il personale del Poligono ha accompagnato i visitatori sul luogo oggetto d’interesse. La Torre Costiera, la cui edificazione risale al probabile periodo compreso tra il 1577 e il 1639, sorge lungo la linea di costa nord orientale del promontorio di Capo Frasca a sud del Golfo di Oristano ed è costruita con pietre laviche e tufi basaltici.

Per via della sua particolare ubicazione che non consente l’accesso via terra, è stato messo a disposizione dal Comune di Arbus un servizio navetta con imbarcazioni che, salpando dal Porto di Marceddì, ha consentito ai visitatori, nonché ai turisti già presenti sul territorio, di raggiungere il sito via mare. L’evento, che si è potuto svolgere in totale sicurezza anche grazie alla presenza del personale della Questura e della Guardia Costiera di Oristano, è stato coadiuvato da esperti in Storia dell’Arte, da alcune guide turistiche e ambientali del Comune di Arbus. Il Comandante del Poligono di Capo Frasca, Tenente Colonnello Mariano Marchetti, al termine della manifestazione ha ringraziato le autorità e gli ospiti giunti in visita al Poligono e si è complimentato con tutti coloro che con impegno hanno contribuito alla riuscita delle due giornate a favore del pubblico. I rappresentanti dell’Amministrazione del Comune di Arbus, hanno a loro volta esternato parole di sincera riconoscenza verso l’Aeronautica Militare e il Comando Poligono di Capo Frasca per l’attività svolta e l’opportunità offerta alla popolazione rendendo fruibile l’accesso al sito storico.

I visitatori hanno così potuto apprezzare la particolarità e la bellezza del sito, inserito in un contesto naturalistico di grande rilevanza. L’area del Poligono di Capo Frasca ricade infatti all’interno del Sito di Interesse Comunitario “Stagno di Corru S’Ittiri" ed è sottoposta quale zona di notevole interesse pubblico a vincolo paesaggistico, nonché da quelli derivanti dal PPR per la presenza di beni storico culturali del periodo prenuragico, nuragico e romano. Da oltre 50 anni la missione del Poligono è quella di consentire l’addestramento degli equipaggi di volo dell’Aeronautica Militare. Proprio gli stessi equipaggi che si addestrano in Sardegna, garantiranno dai propri aeroporti il fondamentale compito dell’Aeronautica Militare, il controllo dello spazio aereo nazionale, operando 24 ore su 24 per la sicurezza del Paese e al servizio dei cittadini.

 

Gibilterra, baluardo inglese tra Europa e Africa
Da ansa.it del 28 maggio 2017

GIBILTERRA- Con l’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la Brexit, decisa da un referendum popolare del 2016, ci si interroga sul futuro di Gibilterra, roccaforte che appartiene al Regno Unito ma che, trovandosi sul territorio andaluso, è da sempre tra gli interessi e gli obiettivi strategici del governo spagnolo. Gibilterra è un piccolo territorio situato nel sud della Spagna che il Regno Unito occupò all’inizio del Settecento, trasformandolo in una fortezza e in una base navale che per secoli ha consentito ai britannici di controllare l’accesso al Mediterraneo. Dall’esito del referendum sulla Brexit è risultato che i cittadini residenti a Gibilterra hanno votato a favore della permanenza nell’Unione europea, soprattutto per motivi di interessi fiscali ed economici. Fino a oggi, infatti, Gibilterra ha goduto di uno speciale regime doganale che consente alle navi dirette nel Mediterraneo di pagare meno tasse; sfruttando le permissive leggi locali, inoltre, la rocca è diventata il paradiso delle società di scommesse on line. Con l’uscita dall’Ue potrebbe terminare questa situazione finanziariamente vantaggiosa e si potrebbe creare un ulteriore problema di confine, trasformando Gibilterra in uno stato estero a tutti gli effetti con controlli alla dogana di merci e persone. Ogni giorno, infatti, diecimila spagnoli passano il confine, una sottile striscia di terra lunga poche centinaia di metri, per lavorare a Gibilterra ma se la libera circolazione dovesse diventare un “hard border”, cioè un vero confine, ne risentirebbe anche l’economia locale. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e il primo ministro dell’Unione, Fabian Picardo, hanno chiesto che nei nuovi accordi tra Europa e Gran Bretagna la “questione Gibilterra” venga discussa assieme alla Spagna, che ha sempre cercato di avere un ruolo decisionale nell’economia e nella politica di Gibilterra, nonostante il desiderio dei cittadini del piccolo territorio di continuare a vivere sotto la corona inglese, sancito dal referendum del 2002.

A ingarbugliare la faccenda c’è anche la curiosità che, nella lettera con la richiesta formale di lasciare l’Unione Europea, il premier britannico Teresa May non ha mai citato il destino di Gibilterra. Disinteresse o accordi segreti? Se la Spagna non venisse coinvolta nella questione, secondo i tabloid inglesi, per ritorsione potrebbe privare Gibilterra del suo aeroporto, non riconoscendo al Regno Unito la sovranità dell’istmo su cui è costruito, oppure potrebbe modificare l’attuale imposta sul reddito delle società e portarla dal 10 al 25 per cento come nel resto del Paese. La tensione tra Spagna e Regno Unito, dunque, non diminuisce e l’Unione Europea tace. Se, tuttavia, le conseguenze si faranno sentire a livello economico e politico, il turismo non ha per ora avuto conseguenze: a Gibilterra, infatti, i visitatori continuano ad arrivare, attratti dalla storia, dalla natura e dalle tante curiosità che la roccaforte custodisce. Da sempre Gibilterra rappresenta il limite simbolico delle terre conosciute anticamente come le colonne d’Ercole ed è il punto d’osservazione perfetto per vedere le acque del Mediterraneo entrare nell’oceano Atlantico. Sorge nel profondo sud della Spagna, tra la costa del Sol e il ventosissimo litorale che si affaccia sul continente africano; la rocca mostra un volto british per la presenza di soldati in uniforme inglese, della tradizionale cabina telefonica rossa e per i pub e i ristoranti dove si parla rigorosamente inglese e si paga con le sterline (sono comunque accettati anche gli euro). Eppure, addentrandosi e salendo verso la cima, si scopre anche un volto esotico: Gibilterra, infatti, è l’unica riserva naturale d’Europa dove vivono libere le scimmie. Da La Linea de la Concepción, ultimo baluardo spagnolo prima del territorio inglese, si prosegue in automobile viaggiando su strade strette e piuttosto anguste oppure, lasciata l’auto nei parcheggi sotterranei de La Linea, si cammina per circa 20 minuti costeggiando l’aeroporto fino al centro di Gibilterra.

Ovunque si staglia imperioso il profilo della rocca che si visita prendendo la funivia da Main Street; da lassù si vede lo stretto, il Marocco e tutta la baia di Algeciras e ci si inoltra alla scoperta dell’Upper Rock Nature Reserve dove 200 bertucce, le uniche presenti in Europa, vivono in libertà. Qui si cammina lungo un sentiero che porta alla Saint Michael’s Cave, una grotta naturale, oggi utilizzata per concerti, che ospita anche un lago sotterraneo; all’uscita della grotta si cammina verso i Mediterranean Steps, una scalinata che riporta alla base della rocca in un percorso di circa un’ora tra fiori e piante selvatiche e che passa accanto all’antico cimitero ebraico e al monumento dedicato alle colonne d’Ercole. Scendendo la scalinata si raggiungono gli Alameda Gardens, giardini botanici, e il Trafalgar Cemetery, dove sono sepolti i caduti durante l’omonima battaglia del 1805. Non lontano si visita il Gibraltar Museum con bagni moreschi, una sezione dedicata alla geologia locale, manufatti antichi e percorsi che illustrano la dominazione militare inglese nei secoli. Sul versante settentrionale della riserva si trovano alcune strategiche gallerie difensive, scavate tra il 1779 e il 1782 per proteggere la città dagli attacchi delle truppe spagnole e francesi, e un castello moresco. Merita una visita, infine, Punta Europa dove sorgono un faro e alcuni punti d’osservazione dai quali è possibile vedere nello specchio di mare sottostante il passaggio dei delfini, oltre le colonne d’Ercole verso l’Africa.

 

Forti poco fruibili e troppe barche Bocciata Venezia
Da nuovavenezia.it del 28 maggio 2017

Nel giorno della Festa della Sensa, quando si ricorda il dominio marittimo della Serenissima, si apprende che ufficialmente Venezia è stata esclusa dalla candidatura a Patrimonio Unesco per le fortificazioni veneziane difensive. Nel sito dell’Unesco c’è già il dossier pronto che verrà discusso in occasione dell'annuale incontro mondiale di Cracovia.  Le ragioni dell’esclusione lasciano poche speranze. Rimane anche aperto un punto interrogativo su quali documenti abbia ricevuto Icomos, l’associazione braccio destro dell’Unesco che si occupa di verificare i siti, dato che, per quanto riguarda il Forte Sant’Andrea, risulta che sia stato trasferito al pubblico per coinvolgere le comunità locali. Le città promosse sono solo Bergamo,

Palmanova e Peschiera sul Garda in Italia, S. Nikola e Zadar in Croazia e Kotor in Montenegro. I motivi della bocciatura sono svariati, ma ne saltano all’occhio un paio. Il primo è che dai tempi della giunta Orsoni si sono candidati i forti sbagliati e nessuno della giunta attuale ha mai verificato con esattezza il periodo storico, il secondo è che non è stata ritenuta una priorità far valere il genio militare veneziano, lasciando Bergamo come capofila di un’invenzione della Serenissima.  Quello che Icomos ha potuto fare per candidare le città che presentavano le caratteristiche richieste da Bergamo, è stato inserirle cambiando titolo. Non più «Le opere di difesa veneziane tra il XV e XVII secolo», ma «Le opere veneziane della difesa tra il XVI e il XVII secolo: Stato da Terra - Stato occidentale di Mar».

Bergamo aveva lanciato per prima la candidatura per valorizzare le sue mura fatte dei cosiddetti «bastioni alla moderna», ovvero quelle fortificazioni inclinate di 45° inventate dalla Serenissima affinché le palle dei cannoni scivolassero lungo il muro. L’unico modello di bastione alla moderna a Venezia, come viene ricordato nel dossier, è quello del Forte San Felice di Chioggia che non è mai stato preso in considerazione, nonostante l’Istituto Nazionale dei Castelli lo avesse indicato più volte, oltre a chiedere di mettere come capofila legittimo Venezia per modificare i parametri e includere tutti i forti e Cipro, Albania e Grecia. Nel dossier Icomos comunque commenta i siti proposti (Ottagoni di Poveglia, Forte Sant'Andrea, Arsenale e Ottagono degli Alberoni).

Su Forte Sant'Andrea scrive che è soggetto alle onde delle barche a motore e necessario di restauro, mentre sull’Arsenale che è visitato per sei mesi all’anno da una media di 500 mila visitatori. Alcune considerazioni a parte Icomos le fa sugli Ottagoni, mettendo in rilievo che a Venezia, nonostante i pesanti livelli di turismo su tutta la città, non siano accessibili in nessun modo. «Non è chiaro» scrive Icomos «perché a Venezia si scelgano due di cinque ottagoni e non uno o tutti, perché si scelga Forte Sant'Andrea e non Forte San Felice, omesso nonostante la posizione strategica e perché si sia inserito l'Arsenale senza tenere conto dei parametri».

 

Villa Torlonia, il bunker di Mussolini chiuso da mesi: manca il bando
Da corriere.it del 28 maggio 2017

Abbandono e degrado per il bunker di Villa Torlonia. Immondizie e foglie morte si addossano alla porta di ferro dell’ingresso; bottiglie di birra «decorano» la scalinata. Chiuso da 209 giorni (esiste anche un countdown, con le ore ed i secondi), dal novembre del 2016, trascina nella sua decadenza buona parte della villa sulla Nomentana, che proprio grazie alle visite a questo inconsueto gioiello turistico aveva conosciuto nuovo fulgore e nuova attenzione. RIAPERTO DUE ANNI Un luogo dalla storia famosa che da quando era stato riaperto, nell’ottobre del 2014, in soli due anni aveva avuto un grande successo di visitatori: oltre 12 mila e 2500 studenti, calcolando anche che non vi possono entrare più di 15 persone alla volta. In rovina e invisibile in attesa di un nuovo bando per la gestione che non arriva e del quale non si ha nessuna notizia. «Il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce ci aveva assicurato la definizione di un nuovo bando “entro pochissime settimane” per avviare la nuova gestione con l’inizio del 2017 - spiega Lorenzo Grassi dell’associazione “Sotterranei di Roma” che l’ha restaurato e lo gestiva - ma dopo sei mesi non ce n’è traccia».

IL LAVORO VANIFICATO Nel frattempo si sta vanificando tutto il lavoro realizzato dall’associazione, un gruppo di privati che ha speso di tasca propria decine di migliaia di euro per il restauro (almeno 30 mila) per valorizzare, recuperare e lanciare questo importante sito di memoria bellica. Il bunker antiaereo di Villa Torlonia fu realizzato tra il 1942 e il 1943 per proteggere Benito Mussolini e la sua famiglia, insieme ad un rifugio nella sala centrale del piano seminterrato del Casino Nobile e un altro nella cantina della Villa attrezzato intorno alla metà del 1940.

AMPLIATA L’OFFERTA CULTURALE E tutti e tre erano aperti al pubblico, anche per non dimenticare, ad oltre settanta anni di distanza, una delle pagine più buie della nostra storia, ampliando così anche l’offerta culturale di Villa Torlonia: un’operazione senza oneri per il Campidoglio, per recuperare il sito con un percorso conoscitivo ed emozionale. Che adesso rischia di andare di nuovo in rovina e perduto. «Il trascorrere del tempo e l’assenza di manutenzione mettono a rischio i delicati restauri che erano stati compiuti - spiega Lorenzo Grassi - sulle antiche dotazioni tecnologiche delle strutture antiaereo (in particolare i sistemi antigas e le porte blindate) con un imperdonabile e inaccettabile sperpero di denaro anche pubblico.

RICHIESTA DI UNA NUOVA GARA Per questo denunciamo con forza l’insensato stop burocratico ad un’esperienza inedita e vincente , che aveva dato ottimi frutti alla città, segnalando il preoccupante stato di abbandono di questo originale sito di memoria storica di valenza nazionale, che sta tornando preda del degrado, dei vandalismi e dei rifiuti». Così l’associazione «Sotterranei di Roma» chiede alla Sindaca Virginia Raggi, al Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo e al Sovrintendente Claudio Parisi Presicce che «si proceda subito ad una nuova gara che porti in tempi rapidissimi alla riapertura del bunker alla cittadinanza e ai turisti».

 

A settembre fine lavori sulla cinta muraria di Amelia
Da umbria24.it del 26 maggio 2017

A settembre la cinta muraria di Amelia sarà pronta, senza la copertura in acciaio per poter rendere la città storica più bella.

I lavori Ultime battute per i lavori di restauro del tratto di mura tra Torre dell’Ascensore e Postierla Romana della cittadina storica: «Abbiamo cercato di realizzare – dichiara Giuseppe Chianella, assessore regionale alle opere pubbliche – un intervento che, da un lato, mettesse in sicurezza il tratto di mura che furono interessate nel crollo del 2006 e, dall’altro, lasciare alla città un intervento il meno impattante». Così l’assessore ha presentato, in un incontro tenutosi il 26 maggio con la cittadinanza, lo stato dei lavori. Presenti anche il sindaco, Laura Pernazza, e l’assessore comunale Avio Proietti Scorsoni. I lavori sono stati seguiti dagli ingegneri Alberto Merini e Paolo Felici. Regione e Comune di Amelia sono stati molto impegnati per questi interventi che vanno avanti da anni a causa del crollo che obbligò la sospensione del cantiere. Le mura Amelia è una città con un ricco centro storico, lo dimostrano i reperti ritrovati durante gli scavi. L’importanza di quest’ultimi ha fortemente influito sui lavori di recupero rendendo impossibile la paratia a monte delle mura e, quindi, la costruzione stessa di una copertura che avrebbe dovuto proteggere gli scavi stessi. «L’amministrazione comunale – continua Chianella – ha manifestato più volte l’esigenza di smontare tale struttura». I lavori sono stati appaltati a fine 2015 grazie ai finanziamenti della Regione e riguardavano lo smontaggio della copertura metallica, il drenaggio e gli scavi, insieme al recupero delle mura stesse. La fine dei lavori è prevista per settembre 2017. Convocata la prima riunione del comitato tecnico scientifico con il fine di supportare gli eventi futuri sulle mura di Amelia.

 

Monumenti Aperti, 1700 visitatori al bunker antiaereo
Da lanuovasardegna.it del 23 maggio 2017

ALGHERO. «Il successo di Monumenti Aperti conferma la fondatezza del progetto che ruota intorno all’idea di Alghero come città della cultura». Per il sindaco di Alghero, Mario Bruno, il bilancio dell’intenso week end alla scoperta delle bellezze della Riviera del corallo è estremamente positivo. Nonostante la concomitanza con la Cavalcata Sarda, che per due giorni ha attirato a Sassari una moltitudine di sardi e di visitatori, “Alghero Monumenti Aperti 2017” ha confermato le ottime performance dello scorso anno. Complessivamente, nei 37 siti aperti al pubblico è stato stimata la visita di quasi 30mila persone. Un numero eccezionale, «che conferma l’appeal stabilito già lo scorso anno tra la manifestazione e la città», è la riflessione di Mario Bruno, secondo cui buonissima parte di questo successo è da ascrivere «alla straordinaria competenza dei 1500 studenti che hanno fatto da guida nei monumenti cittadini che sono stati letteralmente presi d’assalto». Il sindaco, che ultimamente conta moltissimo sulla partecipazione della popolazione per la buona riuscita degli eventi, come attesta la grande macchina messa in moto per il Giro d’Italia e riavviata nei giorni scorsi in vista di Rally Italia Sardegna, gongola. «Un grande grazie ai ragazzi e agli insegnanti», dice Bruno. Che però non dimentica «le associazioni e tutti coloro che, all’interno della Fondazione Alghero e dell’amministrazione, hanno lavorato per la riuscita della manifestazione». Il record assoluto l’ha registrato l’aeroporto militare, con 1700 presenze e il grande successo di pubblico per la simulazione di un attacco aereo, realizzata in un bunker ripristinato apposta per l’occasione. E poi la Torre di Sulis, con 1600, visitatori, la casa di reclusione di via Vittorio Emanuele, visitata da 1400 persone, e a Fortificazione Costiera “Poliarma Balaguer” con 1078 visitatori.

Significativa anche la conferma dell’ottima affluenza nei siti che si trovavano fuori dall’agglomerato urbano, ma molto positivo anche l’esordio del Museo Archeologico, dove le presenze sono state mille.

 

Dopo Monte Ricco Pieve di Cadore sogna la Batteria Castello
Da corrierealpi.it del 22 maggio 2017

PIEVE DI CADORE. «Non succede spesso al presidente della Fondazione Cariverona, di essere invitato ad inaugurare una struttura, come questo Forte, recuperato grazie ad un contributo milionario dell’ente. In questo caso, vengo con il cuore leggero perché ho visto come sono stati spesi e qual è l'apporto che questo investimento ha dato per lo sviluppo del territorio e al miglioramento del suo livello culturale». Sono queste le parole del presidente della Fondazione Cariverona, Alessandro Mazzucco, nel corso della cerimonia inaugurale del Forte Monte Ricco di Pieve di Cadore, recuperato e restaurato grazie al contributo di 4.200.000 euro messo a disposizione proprio dalla sua Fondazione.  Un contributo senza il quale, come ha spiegato il sindaco Maria Antonia Ciotti, l’operazione non sarebbe stata possibile. «Il ruolo che ha avuto la Fondazione in questo caso è stato fondamentale dal punto di vista economico. Per quanto riguarda l’idea del recupero - ha aggiunto il sindaco - il merito principale va all’ex sindaco Roberto Granzotto, che si è prodigato molto perchè il restauro avvenisse». E molto lavoro è stato fatto anche dal sindaco Ciotti, per poter «mettere la bandiera sulla cima del Forte». È stata una giornata importante per la cultura cadorina, perché tra i presenti c’erano i più importanti galleristi veneti. Proprio sul futuro della struttura restaurata, è intervenuta la presidente della Fondazione Centro Studi Tiziano, Maria Giovanna Coletti, che ha esposto il suo progetto, nel quale c’è anche il recupero di Batteria Castello, il progetto che ufficiosamente è stato consegnato anche al presidente Mazzucco. Sono sicuramente momenti più difficili quelli attuali dal punto di vista economico rispetto a qualche anno fa, quando è stato finanziato il restauro di Monte Ricco.

«Da oggi», ha affermato Coletti, «inizierà una nuova vita di destinazione culturale per il Forte di Monte Ricco che non è un struttura chiusa: oggi, al contrario, diviene un luogo aperto e reso vivo da giovani impegnati a creare le loro opere, ma sarà anche luogo di confronto delle idee sui grandi temi dell’ambiente e del paesaggio. Per attuare questo progetto abbiamo fatto una partnership con Dolomiti Contemporanee, la realtà guidata con competenza e determinazione da Gianluca D’Incà Levis, esperto in strategie di rigenerazione industriale e recentemente premiato dal presidente della Repubblica per il Progetto Borca. Proprio per rendere possibile la presenza di giovani creativi è stata avviata la Residenza d’artista. Così la Fondazione Tiziano si è prestata alla sua gestione, riprendendo peraltro il modello adottato con successo da altri, come Gmund, in Austria, Bienno in Valcamonica, Cosenza, e ora alcuni istituti di cultura italiani all’estero; lo stesso sta facendo la Fondazione russa Vac a Venezia. Tutti i casi in cui l’apertura di una residenza ha avuto il fine di una riqualificazione turistica dei centri storici attraverso l’arte contemporanea».

Sorpresa tra le sorprese, l’architetto che ha curato la Fondazione russa Vac di Venezia era presente e tra le due strutture, grazie all'intervento della presidente Coletti, è nata subito la possibilità di collaborare. Il forte e la sua mostra sono visitabili tutti i giorni.

 

Una lezione universitaria al Museo Rocche e Fortificazioni
Da ilgiornaledibarga.it del 20 maggio 2017

Lo scorso 12 maggio il Museo Virtuale e Multimediale delle Rocche e Fortificazioni della Valle del Serchio, sotto la Volta dei Menchi di Barga, ha visto tenersi una lezione tanto inusuale quanto interessante: sono stati infatti ospiti della struttura gli studenti del corso di "Documentario sull'arte e sullo spettacolo" dell'Università di Pisa, lì portati dal docente Gianluca Paoletti Barsotti, che tra l'altro è stato uno dei principali collaboratori nella realizzazione del sito museale. Si trattava della lezione conclusiva del corso e significativo è il fatto che il professore, che si occupa di videomaking, abbia voluto far visitare ai suoi allievi questo luogo, elemento che ne conferma il carattere unico e innovativo nel panorama museale del momento. A tenere la lezione assieme a lui è stata la dr.ssa Lucia Morelli, che ha ricoperto un importante ruolo nelle fasi premilinari alla nascita del Museo, nella veste di guida del team dell'Università di Pisa al momento in cui si raccoglievano i materiali e i contenuti che sarebbero poi stati utilizzati.

Nella lezione si sono susseguite così non solo notazioni teoriche ma anche impressioni pratiche sulle difficoltà, sui problemi logistici, sui criteri di selezione e sugli aspetti peculiari del territorio valligiano.
Il Museo, oggi gestito dall'Associazione Cento Lumi, conferma così la propria specifica vocazione didattica; ricordiamo tra l'altro che sono non meno di quattrocento gli scolari e studenti che lo hanno visitato tra marzo e maggio, in virtù di un accordo con l'Unione dei Comuni della Mediavalle. Le visite, su prenotazione, sono prenotabili telefonando al numero 334 167 2150

 

Le torri costiere da Canneto al Garigliano, la presentazione al Club Nautico di Gaeta
Da temporeale.info del 19 maggio 2017

GAETA – Venerdì 19 Maggio 2017 alle ore 18 presso il Club Nautico di Gaeta sarà presentato al pubblico il volume intitolato: “L’Edificio Ottagonale nel paesaggio delle strutture difensive costiere del Lazio Meridionale – Le torri costiere da Canneto al Garigliano”. Il lavoro di ricerca del gruppo di tecnici del Parco Riviera di Ulisse guidati […]

 

Mura venete, assegnato il progetto: le fortificazioni tornano all'antico splendore
Da crema.laprovinciacr.it del 19 maggio 2017

CREMA - Le mura venete pronte a tornare all’antico splendore. «È stato affidato ufficialmente l’incarico per la stesura del progetto esecutivo», ha annunciato in conferenza stampa l’assessore ai Lavori pubblici Fabio Bergamaschi.

Ad ottenerlo, l’architetto Bruno Moruzzi e il geometra Gabriele Costi. Moruzzi ha firmato lo studio di fattibilità del recupero delle mura, presentato nel 2008 alla giunta Ceravolo.

La successiva giunta Bruttomesso dispose alcune modifiche al piano di governo del territorio, in questa direzione.

Ma l’approvazione definitiva in Comune è giunta solo lo scorso 26 giugno, con l’amministrazione Bonaldi. E ora l’assegnazione.

 

A Firenze l'architettura militare del Sangallo
Da turismo.it del 18 maggio 2017

Fino al prossimo 20 agosto le Gallerie degli Uffizi dedicano una mostra a Giuliano da Sangallo, figura chiave e protagonista del Rinascimento italiano. Architetto di Lorenzo il Magnifico e dei papi Giulio II della Rovere e Leone X Medici, Sangallo è infatti fra i più importanti disegnatori di architettura della sua epoca. La sua poliedrica attività ha infatti lasciato traccia in numerosi fogli storicamente attribuitigli in collezione, accostati nella sede dell’esposizione ad altri prodotti della sua allargata bottega familiare e di autori a lui contemporanei.

 PERCHE' ANDARE 

L'esposizione curata da Dario Donetti, Marzia Faietti e Sabine Frommel mette in scena una selezione di disegni che documentano sopratutto il lavoro dell'artista come architetto militare e grande innovatore dell’architettura civile e religiosa, analizzando lo strettissimo rapporto intellettuale con i committenti. Il percorso espositivo mette in evidenza anche l’incessante pratica dello studio dell’antico, riverberatasi nella formazione di tutti i suoi collaboratori e la continuità assicurata al suo magistero dagli eredi più diretti. In mostra anche le sperimentazioni condotte negli anni romani del confronto con Bramante, specialmente sul cantiere cruciale della basilica di San Pietro.

 DA NON PERDERE

Non manca nel percorso della mostra la produzione come disegnatore di figura e le diverse inclinazioni verso altri artisti del suo tempo, in particolare Botticelli, come illustra un dipinto di bottega del pittore proveniente dalla National Gallery di Londra. Ai fogli degli Uffizi è inoltre affiancata una testimonianza unica delle tecniche progettuali tra Quattro e Cinquecento lasciataci dallo stesso autore, ovvero il modello ligneo di palazzo Strozzi a Firenze.

Giuliano da Sangallo. Disegni degli Uffizi Fino al 20 agosto 2017, Luogo: Uffizi- Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, Firenze, Info: 05523885, Sito: www.uffizi.it

 

Forti protetti dall’Unesco Venezia fuori dalla lista
Da nuovavenezia.it del 13 maggio 2017

Un errore, una dimenticanza o una vera bocciatura? Diventa un giallo il comunicato apparso il 9 maggio sul sito del Ministero dei Beni culturali sui luoghi raccomandati a diventare parte del progetto “I forti veneziani candidabili come Patrimonio dell’Umanità”. Venezia non compare tra le sei città indicate. Mesi fa si era parlato dell’occasione che Venezia avrebbe avuto nel portare avanti questo progetto come capofila, lanciato qualche anno fa dalla città di Bergamo: ma dei buoni propositi non si è più parlato.

Il risultato è che, davanti a un comunicato istituzionale dove mancava proprio la Serenissima, nessuno ha saputo dare una risposta. Né Icomos, la ong che verifica per contro dell’Unesco la disponibilità effettiva delle città; né il ministero dei Beni culturali. Spiazzata anche l’amministrazione comunale, che non aveva ancora avuto tempo di controllare. Considerando che parliamo di Venezia, sembra alquanto imbarazzante che, a voler pensare a un errore, qualcuno se la sia dimenticata senza che nessuno se ne accorgesse, soprattutto perché si parla di «un lungo e laborioso processo di valutazione». «I siti li candida il ministero», spiega la vicesindaca Lucia Colle.

«Mi sembra strano che Venezia non ci sia, anche se ci sarebbero stati più siti da candidare. In ogni caso cercheremo di verificare». Anche l’assessore Massimiliano De Martin non è ancora riuscito a verificare il destino del progetto. Per il referente dell’Istituto Italiano Castelli, invece, quanto successo è inammissibile. «I siti non li sceglie Roma, ma sono proposti dalle varie comunità locali», ha spiegato il consigliere nazionale Andrea Grigoletto. «Per puro caso il 9 maggio, lo stesso giorno in cui è uscito il comunicato che non faceva il nome di Venezia, le sezioni Veneto e Friuli Venezia Giulia dell’Istituto hanno inviato la proposta di allargare il sito anche ai monumenti presenti in Grecia, Cipro e Albania. Ci siamo resi conto subito dopo che mancava proprio Venezia e, se fosse vero, si trasformerebbe in una barzelletta perché sarebbe come dire: candidiamo la muraglia cinese proponendo solo il pezzo che passa per la Mongolia. Se fosse una dimenticanza sarebbe comunque grave che nessuno se ne sia accorto per tutti questi giorni dato che parliamo di una città come Venezia». Nel comunicato del ministero sono citate Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda, Zara, Sebenico (Croazia) e Cattaro (Montenegro). Il progetto risale alla giunta Orsoni, ma nei mesi scorsi molti veneziani si erano dati da fare chiedendo di puntare di più Object 1 su Venezia, indicandola come città capofila e chiedendo di allargare i siti indicati (Arsenale, Sant’Andrea, ottagoni di Ca’ Roman e di San Pietro) anche al Forte San Felice di Chioggia, all’ottagono di Poveglia, al Forte degli Alberoni e di San Niccolò al Lido. di Vera Montegoli

 

LA SALA OPERATIVA DEL C.O.S.M.A. DI MONTE CAVO DIVENTA UN MUSEO PRESSO IL BUNKER DI SORATTE
Da analisidifesa.it del 13 maggio 2017

Svelata la sala da cui l'Italia guidò parte della difesa aerea dal 1960: rievocazione storica a 300 mt di profondità.

Sabato 13 maggio, presso il bunker Soratte – Sant'Oreste (Roma), durante l'apertura straordinaria per il Bombing Day è stata inaugurata la sala operativa donata dall'Aeronautica Militare all'associazione culturale che gestisce il sito storico.

Un viaggio al centro della terra per riscoprire la grande storia d'Italia che nessuno conosce. Pagine che si sfogliano a 300 metri di profondità, incastonate in un duro nocciolo coperto da roccia calcarea, come cellule di sopravvivenza che potevano resistere anche alla follia di bombe termo-nucleari «migliaia di volte più potenti di Hiroshima». In un contesto quasi surreale in cui in poche centinaia di metri vengono ripercorsi in successione gli anni più critici del secondo conflitto mondiale, l'8 settembre 1943, l'occupazione nazista per poi tuffarsi nei decenni della guerra fredda e del terrore dell'armamento nucleare. Attraverso il "Percorso della Memoria", in occasione del 73° anno dal bombardamento alleato del secondo conflitto mondiale, la delegazione del 31° Stormo, responsabile delle installazioni prelevate dal bunker dell'Aeronautica Militare sito presso Monte Cavo, è stata condotta nelle viscere del Soratte con rievocazioni storiche, filmati, allestimenti museali. All'interno dell'evento "Bombing day 2017" oltre ai nuovi allestimenti dell'area della Seconda Guerra Mondiale, con figuranti e decine di veicoli storici, è stata inaugurata quella che fu la sala operativa del 3° settore della D.A.T. (Difesa Aerea Territoriale) prima, divenuta dal 1963 S.O.C. (Sector Operation Center), successivamente ampliata in 2° R.O.C. (Regional Operative Command) ed infine C.O.S.M.A. (Centro Operativo Stato maggiore Aeronautica). Quest'ultimo, non essendo inserito nella catena di comando e controllo NATO, non aveva compiti di carattere operativo, ma doveva fungere da struttura di rischieramento dello Stato Maggiore Aeronautica in caso di guerra. Ci sono voluti quattro anni di lavoro intenso per avere tutti i materiali originali e musealizzarli con i permessi speciali dell'Aeronautica. Il colpo d'occhio è da vertigine: oltre 18 metri di pannelli con mappe di tutta Europa su cui si registravano simulazioni ed esercitazioni di attività operative aeree, navali o sottomarine. Il rifugio di Soratte era stato costituito dal Genio Militare di Roma per consentire ad uno stretto gruppo di cariche del governo italiano di rifugiarsi e continuare nell'assolvimento dei loro compiti in caso di attacco devastante sulla capitale. Nel dettaglio un numero pari a 100 tra uomini e donne avrebbe avuto il privilegio di accedervi. Una metà composta dalle più alte carico dello Stato e di governo accompagnate dalle loro consorti, ma non dai figli, e l'altra parte formata da personale specializzato in grado di consentire la sopravvivenza e la continuità di comando dalla roccaforte a nord della capitale. Ancora oggi questo sito costituisce una delle più grandi ed imponenti opere di ingegneria presenti in Europa. Durante la seconda guerra mondiale fu sede per circa dieci mesi del "Comando Supremo del Sud" delle forze di occupazione tedesche guidate dal Feldmaresciallo Kesselring. Abbandonato per diversi anni, solamente nel 1967, in piena Guerra Fredda, venne trasformato dalla N.A.T.O. in bunker anti-atomico. L'area è oggetto di lavori di valorizzazione in atto dal 2001 e le visite guidate sono curate dall'Associazione di volontari Bunker Soratte. Grazie alla loro passione e alla disponibilità del 5° Reparto dello SMA i visitatori potranno visionare un luogo storico legato alle operazioni di comando e controllo aeree che per anni sono state operate dal sito di Monte Cavo. All'atto dell'inaugurazione, alla presenza del Sindaco di Sant'Oreste, sig.ra Valentina Pini, del presidente dell'associazione, architetto Gregory Paolucci, il comandante del 31° Stormo ha ripercorso la storia della sala ed i più importanti eventi storici ad essa legata, con un racconto che ha coinvolto tutte le persone presenti. La giornata è terminata con uno scambio di doni tra il Col. Quagliato, il sindaco di Sant'Oreste ed il presidente dell'Associazione Bunker Soratte. Tutte le parti coinvolte, grazie a questo coordinamento, hanno realizzato i rispettivi "desideri" riportando alla luce un luogo storico per l'AM, dando lustro ad un percorso già ricco di elementi unici, e rinforzando la volontà di una comunità che, grazie al volontariato, ha permesso nel solo 2016 a più di 26.000 persone provenienti da tutto il mondo diammirare un pezzo di storia italiana.

Fonte 31° Stormo - Ciampino (RM)
Autore Cap. Daniele Sgambati

 

Giornate Nazionali dei Castelli a San Leo
Da 4live.it del 12 maggio 2017

Castelli, fortezze, borghi murati e torri. Il patrimonio di architettura fortificata nazionale è immenso e vario. Esso costituisce una componente assai rilevante dei beni culturali del nostro Paese, secondo soltanto all’architettura religiosa. Dal 1964, anno di nascita dell’Istituto Italiano dei Castelli, enormi progressi sono stati fatti nel campo della tutela e valorizzazione dell’architettura castellana e parte di ciò si deve anche all’opera di promozione culturale e scientifica che sempre più intensamente nel corso degli anni l’Istituto ha svolto su tutto il territorio nazionale. La catalogazione di tutte le opere difensive, gli itinerari castellani, il premio per gli studenti che si laureano su tematiche afferenti l’architettura castellana, le Giornate Nazionali dei Castelli, sono soltanto alcune delle iniziative che l’Istituto annualmente sviluppa.
Con le Giornate Nazionali dei Castelli, dell’Istituto Italiano dei Castelli, intende celebrare e far conoscere fortezze e rocche d’Italia. Organizzate dall’Istituto Italiano dei Castelli e giunte alla XIX edizione, le giornate si terranno sabato 13 e domenica 14 maggio, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. L’evento prevede visite ai castelli, convegni, tavole rotonde, mostre, spettacoli, concerti e celebrazioni di restauri di edifici fortificati. Un’occasione da non perdere per conoscere più da vicino, scoprire e riscoprire una parte importante del patrimonio architettonico italiano. Lo scopo dell’iniziativa è di avvicinare il pubblico a questo settore dell’architettura di enorme importanza per il nostro Paese.
In occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli, l’Istituto Italiano dei Castelli Onlus ha predisposto in collaborazione con l’Associazione Pro Loco San Leo per sabato 13 e domenica 14 maggio, un particolare programma di visita alla Fortezza di San Leo (RN), nell’ambito del quale i soci della Sezione Emilia Romagna coadiuvati dalle guide locali ufficiali della fortezza, saranno a disposizione per visite guidate specifiche riguardanti la storia, l’aspetto architettonico, culturale ed artistico del monumento, e per l’occasione è stata prodotta una scheda tecnico-storico-conoscitiva che sarà distribuita ai visitatori.
Durante il percorso di visita la Compagnia di San Martino di Rimini proporrà una ricostruzione storica dedicata all’artiglieria della seconda metà del quattrocento contestualizzata alle fortificazioni del periodo della transizione di cui fu indiscusso protagonista Francesco di Giorgio Martini (www.compagniasanmartino.it).
Le visite guidate alla Fortezza, con inizio alla biglietteria, si svolgeranno secondo il seguente programma:
Sabato 13 maggio
1. Visita ore 15,00 (durata 1 ora 30 min.)
2. Visita ore 17,00 (durata 1 ora 30 min.)

Domenica 14 maggio
1. Visita ore 10,30 (durata 1 ora 30 min.)
2. Visita ore 11,30 (durata 1 ora 30 min.)
3. Visita ore 15,00 (durata 1 ora 30 min.)

Nelle Giornate Nazionali dei Castelli per le visite guidate in programma alla Fortezza di San Leo non sono previsti costi aggiuntivi rispetto alle normali tariffe d’ingresso

 

L’incredibile storia del Bunker di Soratte, il rifugio antiatomico di Roma
Da romadailynews.it del 11 maggio 2017

Un bunker antiatomico nascosto nelle viscere della terra atto ad ospitare poche persone con altissime funzioni di governo per garantire la sicurezza nazionale in caso di attacco nucleare sferrato sulla città di Roma. Non è la trama di un film hollywoodiano ma una vicenda reale, rimasta segreta fino a pochi anni fa e che ancora oggi pochissimi conoscono. Si tratta del complesso sotterraneo che si trova nelle viscere del monte Soratte a 40 km da Roma, realizzato dal governo italiano su impulso della Nato durante la Guerra Fredda. Il sito doveva garantire “il mantenimento del Governo della Nazione in caso di devastazione nucleare generalizzata della Capitale”: una locuzione che a leggerla mette i brividi ancora oggi. Il progetto è rimasto ben custodito e segreto fino al 2008 quando il vincolo di segretezza imposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è venuto meno e il sito è stato dismesso a favore del comune di Sant’Oreste che ha avviato un’opera di valorizzazione e recupero dell’area ex militare.

Il sito, reso visitabile, è diventato un complesso museale inserito in un “percorso della memoria” la cui attrazione principale è il bunker antiatomico sotterraneo. Il complesso ipogeo (il “super-bunker”) si estende per 1,2 Km ad una profondità che varia dai 220 m fino ai 310 m sotto la roccia calcarea: è costituito da 4 gallerie (cellule di sopravvivenza) costruite su 3 livelli, ciascuna con larghezza di 8 metri ed altezza interna fino a 11 m. Le cellule di sopravvivenza sono poi suddivise in senso orizzontale da solai intermedi costituiti da piastre di cemento armato spesse 70 cm. Altro dettaglio di notevole interesse è la presenza di oltre 2600 isolatori sismici utili ad assorbire l’eventuale sisma proveniente da una esplosione atomica. Il sistema garantiva alle cellule di sopravvivenza la dissipazione dell’energia sismica di compressione sia in caso di esplosioni nucleari in superficie che di quelle sotterranee a penetrazione. La porta di accesso pedonale al bunker è costituita da una vera e propria blast-door in acciaio balistico dal peso di oltre 4 tonnellate, capace di assorbire onde di pressione stimate pari a 120 bar. Il bunker fu realizzato secondo standard NATO tra il 1967 e il 1971, in piena Guerra Fredda, e durante detto periodo il vincolo di segretezza sui lavori imposto dal governo fu comunque massimo e conservato fino al 2008. Il risultato finale fu un vero e proprio capolavoro di ingegneria perfettamente in linea, per altro, con quanto indicato negli odierni quaderni tecnici dei bunker antiatomici realizzati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il complesso fu realizzato a partire da una struttura bellica preesistente, una serie di 4 km di gallerie antiaeree scavate nelle viscere del Soratte su ordine di Mussolini nel ’37 e che poi diventarono la sede di comando delle forze di occupazione tedesche in Italia del feldmaresciallo Kesselring. 

Il bunker di Soratte costituisce oggi un luogo straordinario dove la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda si mescolano in un’unica superfortezza sotterranea capace di sfidare lo scorrere del tempo. Chi vuole conoscere da vicino questo pezzo oscuro ma importante della nostra storia sabato e domenica prossimi (13-14 maggio) avrà un’occasione imperdibile: una apertura straordinaria del sito svelerà una serie di ambienti mai svelati al pubblico prima d’ora. I visitatori, guidati dai volontari dell’associazione Bunker Soratte, avranno l’opportunità di ammirare la “war room”, riallestita dopo quattro anni di lavoro certosino, la originaria sala di comando incastonata a 300 m di profondità dalla quale l’Italia si sarebbe difesa in caso di attacco nucleare. Un vero e proprio viaggio al centro della terra non soltanto alla scoperta di luoghi rimasti segretissimi per decenni, ma anche per toccare con mano come la follia di una guerra termo-nucleare lungi da essere solo un’ipotesi della storia sia stata invece una minaccia reale, molto vicina a noi, ad appena 40 km da Roma.

 

Arrivano le Giornate Nazionali dei Castelli: tutte le fortezze e i tesori da riscoprire
Da fanpage.it del 11 maggio 2017

Nel week end del 13 e 14 maggio 2017 tornano le Giornate Nazionali dei Castelli: ben 19 fortezze, alcune delle quali mai aperte al pubblico, saranno visitabili gratuitamente da Nord a Sud. Gioielli unici di storia e architettura, alcuni dei quali testimoni di storie e leggende: l'Istituito italiano dei Castelli, promotore dell'evento, da oltre 50 anni lavora per diffondere le storie e le tradizioni di questi straordinari luoghi di cultura. Un patrimonio architettonico inestimabile, quello dei castelli italiani, che va dall'alto Medioevo fino al XIX secolo: l'Istituto italiano dei Castelli, che lavora da sempre alla tutela di questo immenso tesoro e che da 19 anni organizza le Giornate Nazionali, si occupa di catalogare e tutelare tutte le fortezze storiche e i reperti in essi contenuti. Le Giornate sono state organizzate con il patrocinio del Mibact, e prevedono visite guidate gratuite, convegni, tavole rotonde, mostre, concerti e presentazioni di restauri di edifici fortificati.I castelli, da Nord a Sud Fra i castelli che parteciperanno alle iniziative del prossimo week end si distinguono, per bellezza e  atmosfera, il complesso fortificato di Altojanni di Matera, quello di Calenzano, in Toscana, e il castello di Magione, nei pressi di Perugia, dove nel Cinquecento si organizzò una cospirazione contro Cesare Borgia. Ma tantissimi altri sono i castelli e le rocche fortificate coinvolte dall'Istituto in questa due giorni di storia e cultura: nel programma completo pubblicato sul sito ufficiale dell'evento troviamo il castello di Roccacalascio, in Abruzzo, dove è stato girato "Il Nome della Rosa"; la splendida città fortezza di Corinaldo, nelle Marche, la Rocca di Aci, in provincia di Catania e la città fortificata di Montagnana, in provincia di Padova. Non mancano, ovviamente, il celeberrimo Castel Sant'Elmo di Napoli e le suggestive mura antiche di Sorrento, il bellissimo castello di Sermoneta nel Lazio e il borgo murato e la rocca di Romano in Lombardia, in provincia di Bergamo. Partecipano all'iniziativa anche tre castelli solitamente chiusi al pubblico: quello di Cleto, in provincia di Cosenza, quello di Colloredo di Monte Albano, vicino dine, e infine il castello di Castelvecchio di Rocca Barbena, situato in un minuscolo borgo di soli 145 abitanti in provincia di Savona.

 

Al Forte di Bard nasce Il Ferdinando, un museo tutto da scoprire
Da touringclub.it del 11 maggio 2017

Tecniche difensive, sistemi di assedio, strategie di assalto. Il Forte di Bard è il luogo perfetto per capire la storia. E da pochi giorni è possibile visitare anche il Ferdinando, nuovo museo delle fortificazioni e delle frontiere. Collocato al primo livello della rocca fortificata, in quella che è chiamata l'Opera Ferdinando appunto, propone un viaggio particolarmente originale, utile per capire meglio il passato del Forte nel suo contesto .

LE TRE SEZIONI DEL FERDINANDO

Il nuovo museo Ferdinando al Forte di Bard si sviluppa in tre sezioni con un allestimento particolarmente affascinante e originale. Punto di partenza la sezione “Museo del Forte e delle Fortificazioni” che presenta una serie di ambientazioni storiche con plastici, filmati e armi autentiche. Si impara rapidamente anche perché gli spettatori sono proiettati nell'epoca di pertinenza di ogni singola sala grazie agli spezzoni di film celebri con scene di guerra (da Le crociate di Ridley Scott all'Ultimo dei Mohicani di Michael Mann), ma anche con carte e scenografie ricostruite in scala.

La seconda parte del museo, “Le Alpi fortificate (1871-1946)", è dedicata alle trasformazioni tra la fine del XIX secolo e il XX secolo. Materiali, tecniche costruttive, la scelta della collocazione dei forti, ma anche l'evoluzione delle soluzioni architettoniche delle strutture fortificate alpine a cominciare, ovviamente, da quella di Bard. La terza e ultima parte invece ci riporta alla contemporaneità e pone un interrogativo che è anche il titolo della sezione: “Le Alpi, una frontiera?”. L'obiettivo è di mettere il visitatore in condizione di riflettere sul percorso appena compiuto nel museo, ma anche sul significato da dare al termire frontiera: confine o barriera? Ostacolo o tratto d'unione?Ed è proprio in questa serie di domande aperte che si inserisce perfettamente l'esposizione delle straordinarie immagini di Paolo Pellegrin e del suo progetto “Frontiers” che documenta il dramma dei viaggi della speranza di migliaia di migranti che fuggono dai loro Paesi in cerca di un futuro migliore: dalle traversate nel mar Mediterraneo agli sbarchi, fino alla permanenza nei centri di accoglienza. Un viaggio nel viaggio quello del Ferdinando di Bard che attraversa la storia e la racconta in modo originale e coinvolgente.

INFORMAZIONI: Orari: da martedì a venerdì dalle 10 alle 18; sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19. Intero 9 euro, ridotto 7 euro. Tel. 0125.833811

 

Le Mura patrimonio Unesco: l’obiettivo è sempre più vicino
Da ilgiorno.it del 10 maggio 2017

Bergamo, 10 maggio 2017 - Ancora non è la proclamazione definitiva e ufficiale, ma da ieri le Mura di Bergamo hanno una chance in più, probabilmente quella decisiva, per essere dichiarate dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Ieri, infatti, è stata resa nota la valutazione favorevole dell’organismo Unesco denominato Icomos, il consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, sulla candidatura delle mura veneziane che cingono Bergamo alta. In pratica si tratta dell’ultimo via libera prima della decisione definitiva, che l’Unesco renderà nota all’inizio di luglio e che, a questo punto, dovrebbe essere positiva. Più che giustificati, dunque,la soddisfazione e l’ottimismo dimostrati ieri dal sindaco Giorgio Gori nel dare l’annuncio del parere favorevole espresso da Icomos: «Il parere positivo è una buona notizia – ha dichiarato il primo cittadino di Bergamo – ed è un risultato importante, frutto del grande lavoro e dello sforzo diplomatico espresso in questi anni da tutte le parti impegnate nel progetto. Attendiamo la decisione definitiva in programma a luglio a Cracovia con fiducia». Il progetto complessivo “Fortificazioni veneziane tra il XV e il XVII secolo” ha carattere transnazionale e non riguarda solo le Mura di Bergamo, ma anche le opere fortificate di altre città italiane, croate e montenegrine. Oggetto della candidatura Unesco è tutto il sistema difensivo voluto da Venezia, che si estendeva da Bergamo a Cipro. Originariamente questa candidatura collettiva prevedeva il coinvolgimento di 11 siti, che adesso Icomos ha però ridotto a 6: oltre a Bergamo, sono rimasti quelli di Palmanova e Peschiera del Garda per l’Italia; Zara e Sebenico per la Croazia e Cattaro per il Montenegro. «Si tratta di città che hanno rappresentato il punto nevralgico per il commercio marittimo e terrestre, dando vita ad un sistema di fortificazioni per la Repubblica Serenissima di Venezia», ha spiegato Roberto Amaddeo,  consigliere comunale delegato Unesco per Bergamo. Il progetto internazionale per l’iscrizione delle mura veneziane nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco ha preso vita nel 2007 e Bergamo è città capofila e promotrice del progetto stesso. Le Mura venete che racchiudono la Città Alta sono infatti il gioiello difensivo che la Repubblica Serenissima costruì tra il 1561 e il 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma. La cinta muraria , che si sviluppa lungo 6 chilometri e 200 metri, non avendo mai subito alcun evento bellico, è ben conservata ed oggi è l’elemento caratteristico e una delle principali attrazioni turistiche della città.

 

Il forte di Gavi, a progettarlo fu un frate ingegnere
Da alessandrianews.it del 10 maggio 2017

INTERVISTANDO LA STORIA - Dopo aver ricacciato i Francesi nell’estate del 1625, i Genovesi capirono che occorreva rendere imprendibile la città e tutto il Dominio; per questo chiamarono a Genova, e a Gavi, uno dei più esperti tra gli architetti militari del tempo: il frate domenicano padre Vincenzo da Fiorenzuola. Voi, un frate, ad occuparvi di fortezze?  Certo, e non solo: mi interesso anche di matematica e di quelle nuove scienze che, in questi anni, stanno conoscendo un grande sviluppo. Del resto, anche il famoso Galileo Galilei, docente a Padova, si occupò anche lui di progettare fortezze, per la Repubblica di Venezia. Perché trasformare in moderna fortezza proprio il Castello medievale di Gavi, distrutto dai Francesi? In realtà il mio interlocutore genovese, Bernabò Giustiniani, mi propose di valutare Voltaggio come alternativa: ho insistito io sulla scelta di Gavi perché, essendo all’incrocio di numerose vie, può essere soccorsa più facilmente, può bloccare il passaggio sia verso Voltaggio sia verso Arquata e Busalla. In questo modo, sia la Vallemme che la Valle Scriva, le due principali vie di accesso a Genova da nord, sarebbero state controllate. In quali parti dell’edificio siete intervenuto?

Ho fatto abbassare le mura del vecchio castello, allargando il lato verso il bastione di San Gottardo (quello verso la strada Lomellina) e verso quello di Montemoro, sfruttando il più possibile la roccia invece di costruire muri. Ho fatto infine tagliare la collina collocando un poco più in basso, verso l’abitato di Gavi, una seconda fortezza, costruita ex-novo, realizzata quasi del tutto con le pietre recuperate dallo scavo della collina. La capienza? Tra ottocento e novecento uomini: ma il disegno delle mura, seguendo il più possibile la forma della collina, permetterà di difenderla solo con centocinquanta soldati in caso d’assedio, e di presidiarla con sessanta in tempo di pace. I rapporti con i Genovesi? Non sempre facili, specie con Bartolomeo Bianco, con il quale ho avuto più di una discussione: non solo per Gavi, ma anche riguardo al tracciato e alla costruzione delle mura di Genova.

Ma mica ho lavorato solo qui: a Roma, dove mi sono interessato alle fortificazioni di Castel S.Angelo e alle mura del Gianicolo, a Malta (dove c’è ancora il “Forte Fiorenzuola”)… Ma voi, l’inquisitore, proprio non l’avete fatto? Processi ne ho fatti eccome; solo uno, però, rimase nella storia: forse perché si trattava di quello a Galileo Galilei?

 

La Eschenheimer Turm: una torre medievale nel centro di Francoforte
Da vanillamagazine.it del 9 maggio 2017

La Eschenheimer Turm (Torre di Eschenheim) era una porta della città, parte delle fortificazioni tardo-medievali di Francoforte sul Meno e punto di riferimento cittadino. La torre, eretta all’inizio del Quattrocento, è al tempo stesso l’edificio più antico e inalterato della Frankfurter Neustadt (nuova città). All’inizio del XIV secolo il Frankfurter Altstadt (centro storico) cominciava gradualmente ad espandersi oltre i confini originari. La documentazione degli anni ’20 del XIV secolo testimonia gli edifici eretti al di fuori delle mura della città, a causa delle crescenti necessità di espansione edilizia. Grazie all’autorizzazione di Ludovico il Bavaro, imperatore del Sacro Romano Impero, Francoforte iniziò la cosiddetta “espansione della seconda città”, aumentando di tre volte la propria superficie. Nel 1343, dieci anni dopo l’istituzione della “Neustadt”, iniziò la costruzione delle mura esterne, approvate e finanziate dall’imperatore stesso, per proteggere la città dagli invasori esterni.

Oltre ad un viale centrale (die Zeil), il nuovo agglomerato urbano prevedeva una piazza per il mercato del bestiame e numerosi edifici residenziali e commerciali. La prima pietra fu posata nel 1349 Anche se le nuove fortificazioni richiederanno quasi un secolo per il loro completamento, l’11 Ottobre del 1349 fu posta la prima pietra per una torre di guardia delle mura, quella che diventerà la Eschenheimer Turm, che al momento del progetto era descritta come “il ciclo”.

Situata alla fine della Große Eschenheimer Straße (un’estensione del Kornmarkt, secondo asse nord-sud più importante della città), la fortificazione era di grande importanza strategica. La torre attuale del ‘400 Nel 1400 l’artigiano Klaus Mengoz iniziò la costruzione di una nuova torre, sostitutiva rispetto al precedente castello. L’architetto della Cattedrale di Francoforte, Madern Gerthener, diresse il cantiere del nuovo Eschenheimer Turm, che venne completato fra il 1426 ed il 1428. Fra il 1806 ed il 1812 le vecchie mura cittadine furono sostituite con nuove fortificazioni, sotto il governo prussiano, e la Eschenheimer Turm, insieme a tutte le altre porte e torri storiche, era stata selezionata per la demolizione. Grazie all’obiezione dell’ambasciatore delle forze di occupazione francesi, il conte d’Hédouville, la Eschenheimer Turm fu risparmiata, ed oggi rimane testimone delle antiche mura della città insieme a sole altre due torri: la Rententurm sul Römerberg (la principale piazza della città di Francoforte) e la Kuhhirtenturm in Alt-Sachsenhausen. La Torre Oggi La torre si trova oggi in una grande piazza trafficata di nome Eschenheimer Tor (Eschenheimer Gate). Sotto l’Eschenheimer Tor si trova una stazione della metropolitana, costruita fra il 1963 ed il 1968. Il tunnel della metropolitana passa direttamente sotto le fondamenta della torre, causando numerose vibrazioni. Sino al 1992 la Eschenheimer fu situata in un’isola di traffico quasi inaccessibile, che venne in seguito resa zona pedonale e nuovamente accessibile con facilità ai visitatori. Il piano terra divenne un bar/ristorante e la sala del caminetto utilizzata come luogo per cerimonie. Le riunioni trimestrali dell’associazione “Freunde Frankfurt” si svolgono nella sala della torre, tradizione ormai divenuta plurisecolare.

 

Viaggio nella storia nel bunker Soratte ricordando le bombe del '44
Da ansa.it del 9 maggio 2017

MONTE SORATTE - Il museo del bunker del monte Soratte è una sorta di gigantesca macchina del tempo, con i sui oltre 4 Km di gallerie può vantare la straordinaria coincidenza tra ambienti della seconda guerra mondiale e ambienti antiatomici della guerra fredda entrambi col medesimo scopo: la salvaguardia del Governo d'Italia in caso di attacco sulla capitale. Un bunker per il Governo e per il Presidente della Repubblica che venne ideato da Mussolini per il Governo Fascista, occupato dalle truppe della Wehrmacht di Kesselring nei 10 mesi più drammatici della storia d'Italia del '900 e successivamente restaurato nella parte più profonda (con oltre 300 m di roccia del Soratte sovrastanti ) diventando un sito segreto per salvare le più alte cariche dello stato in caso di attacco termonucleare su Roma. Un tuffo nella storia del secolo scorso, dove i drammi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e le strutture fantascientifiche della guerra fredda si possono toccare con mano. Un tuffo da quale si riemergerà pregni di consapevolezza grazie ad una lezione utile per capire anche quanto accade nei nostri giorni.

L'area è oggetto di lavori di valorizzazione in atto dal 2001 e le visite guidate sono curate dai volontari dell'Associazione Bunker Soratte che si spendono da un decennio in questa encomiabile opera di recupero della nostra storia. L'evento "Bombing day 2017" del 13 e 14 Maggio 2017 si fonda nella rievocazione storica del drammatico evento del bombardamento che sconvolse il monte Soratte nel 1944. Il programma si sviluppa su un'area vasta ed estremamente panoramica ove si raduneranno numerosi figuranti in uniforme d'epoca (tedeschi, Inglesi e americani), decine di veicoli storici (tedeschi e americani) e nel quale ci saranno velivoli d'epoca e acrobatici in un air show mozzafiato. Durante entrambi i giorni saranno sempre attive le visite guidate al bunker del monte Soratte, un sito unico nel suo genere, con la possibilità di visitare in anteprima nuovi ambienti mai aperti al pubblico fino ad ora.
Oltre a nuovi allestimenti nell'area di Seconda Guerra Mondiale, si potrà visitare la Sala di Guerra che fu della NATO (2° ROC-SOC) e del COSMA Centro Operativo Stato Maggiore dell'Aeronautica che soprintendeva a tutta la difesa aerea nazionale ed internazionale nel mediterraneo dal 1960 al 2000. Una sala unica nel suo genere da cui veniva garantita la difesa di ogni cittadino italiano sia a livello aereo sia navale sia sottomarino essendo alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore della Difesa.
Nel progetto originale del Bunker antiatomico del Soratte furono 3 gli ambienti destinati a sala Situazione e Simulazione ciascuno dei quali doveva soprintendere alle direttive da impartire a Sale Operative come questa che è stata consegnata all'Associazione Bunker Soratte dall'Aeronautica Militare Italiana. L'iter per poter salvare questo ambito dalla demolizione e poterlo mostrare al pubblico è stato molto lungo (circa 4 anni) ma presso l'Aeronautica Militare, ente con cui l'Associazione collabora da alcuni anni, i giovani volontari che ne fanno parte hanno incontrato persone sensibili, che hanno creduto nella nobiltà della loro missione e nell'efficacia del modo di proporre la storia d'Italia dentro un contenitore d'eccezione come il monte Soratte.

La visita guidata è fruibile da parte di tutti e dura circa 2 ore. Le visite partono ogni 20 minuti dalle 10 alle 19 in entrambe i giorni. La prenotazione è vivamente consigliata. I contributi di ingresso variano fino ad un massimo di 8 euro a persona.

Per partecipare alla visita ci si può prenotare dal sito web www.bunkersoratte.it, Telefonare al 380.3838102, inviare una mail a bunkersoratte@gmail.com

 

Gestire operazioni aeree con flessibilità
Da aeronautica.difesa.it del 8 maggio 2017

Il Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.) ha sede a Bari Palese sull'aeroporto militare "Jacopo Calò Carducci" e dipende gerarchicamente dal Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico , in provincia di Ferrara.  Il Reparto nasce dall’esigenza dell’Aeronautica Militare di incrementare il suo impegno nei teatri operativi, fuori dei confini nazionali, grazie agli strumenti prontamente rischierabili, modulabili, trasportabili e flessibili, integrati con i sistemi nazionali di Forza Armata ed interoperabili con quelli interforze, con quelli della NATO e dei Paesi alleati.  Il Reparto consente, al Comandante che si trovi in un teatro operativo, di esercitare la funzione di comando e controllo tramite le componenti operative e tecniche, permettendogli di pianificare, dirigere ed eseguire operazioni aeree, autonomamente, o in concorso con altre Forze Armate. Per il conseguimento della missione assegnata, il Reparto è dotato di sistemi mobili quali,  sale operative, sistemi satellitari, sistemi radar, sistemi di telecomunicazioni, sistemi radio e sistemi per la gestione dei Tactical Data Link, tutte componenti mobili che possono essere trasportate via terra, via mare e per via aerea.  Grazie alla sua struttura modulare,  il Reparto Mobile di Comando e Controllo fornisce gli strumenti che assicurano la capacità di comando e controllo dell'Aeronautica Militare nelle diverse funzioni operative che vanno dal Combined Joint Force Air Component Command (C-JFACC) all'Italian Deployable Air Operation Centre (IT-DAOC), Italian Deployable ACC, RPC, SFP (IT-DARS), Gap FillerBallistic Missile Defence e  componente CIS del Joint Special Operation Air Task Group. Oggi, al di là delle diverse configurazioni operative realizzabili e dei compiti che è in grado di assolvere, il Reparto si delinea quale componente integrata ed inscindibile del Joint Force Air Component Command (JFACC) del Comando Operazioni Aeree (C.O.A.).  Sono state molteplici le partecipazioni del Reparto alle esercitazioni ed alle operazioni in contesti nazionali ed internazionali: il Reparto ha garantito le funzioni di comando e controllo delle operazioni aeree durante importanti attività addestrative della Forza Armata in ambito nazionale (Rudith Leo, Giopolis e Spring/virtual Flag; Trident Juncture) e internazionale (Bright star - Egitto, Volcanex - Europa, Noble Javelin – Spagna).

Dal 2000 ad oggi, nell'ambito delle operazioni nazionali, il Reparto ha fornito il proprio prezioso contributo per l'incremento delle misure di difesa dello spazio aereo durante i grandi eventi quali il Summit G8 di Genova, il Summit Nato/Russia, il Vertice Mondiale FAO, l' incontro di preparazione alla firma della Costituzione Europea di Pratica di Mare, le Olimpiadi Invernali di Torino, il Summit G8 de L'Aquila.  Il Reparto ha inoltre fornito il suo contributo nel supporto della componente di telecomunicazioni necessaria alla conduzione delle operazioni aeree attraverso propri uomini e mezzi nelle operazioni fuori dai confini nazionali, United Nations Mission - Ethiopia-Eritrea, Joint Guardian - BiH, Albit – Albania, Antica Babilonia – Iraq, Enduring Freedom – Afghanistan. A riconoscimento e a coronamento dello sforzo profuso, il Reparto nel 2007 è stato insignito della "Targa Città di Loreto", premio, istituito nel 1992 dalla città di Loreto e destinato ad un Reparto dell'Aeronautica Militare che si è contraddistinto nello svolgimento dei propri compiti d'istituto.

Cenni storici

​Nel 1982, a seguito dell’esperienza maturata durante il disastroso terremoto dell’Irpinia del 1980, il Comando della 3ª Regione Aerea dell’Aeronautica Militare costituì, sull’aeroporto militare “J. Calò Carducci” di Bari Palese, un complesso mobile denominandolo Centro di Controllo Mobile (C.C.M.). Il C.C.M. era una struttura autotrainata, in grado di attivare un eliporto e supportare operativamente, tecnicamente e logisticamente le esigenze di pianificazione, condotta dei voli e controllo dell’attività aerea in un’area di intervento limitata. La sua finalità era quella di essere in grado di operare in piena autonomia in zone disagiate e di assicurare la gestione delle operazioni aeree in caso di intervento per le pubbliche calamità.  

Negli anni ’90 l’Aeronautica Militare, al fine di soddisfare l’esigenza di dotarsi di una unità mobile in grado di supportare tutte le operazioni aeree, trasformò il C.C.M. in Centro Operativo Mobile (C.O.M.) il quale ampliò i propri compiti assumendo la funzione di sistema mobile dell’Aeronautica Militare deputato allo svolgimento delle funzioni di Comando e Controllo delle Forze Aeree. 

Nel 1998, a seguito di ulteriori implementazioni tecnico-operative derivanti dalle esperienze acquisite sia in ambito nazionale sia internazionale nel corso di esercitazioni ed operazioni, il Centro Operativo Mobile lasciò il passo al Gruppo Campale di Comando e Controllo (Gr.C.C.C.).  Nell’agosto del 2010 il Gr.C.C.C. è stato riconfigurato e riorganizzato a livello di Reparto attraverso, tra l’altro, l’inclusione di una significativa aliquota di personale specialista della Difesa Aerea, e trasformando la sua precedente estrazione esclusivamente tecnica in una connotazione decisamente operativa,  l’attuale Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.).

 

Forte San Felice, aperte le iscrizioni per la visita guidata del 3 giugno
Da chioggiatv.it del 7 maggio 2017

Dopo il grande successo dello scorso 6 maggio per la prima visita guidata del 2017, il 3 giugno ci sarà un nuovo appuntamento per scoprire il mondo segreto del Forte San Felice, seppur nei limiti imposti dalla Marina Militare (numero chiuso di visitatori solo maggiorenni- 200 divisi in quattro turni di 50, percorso delimitato all’esterno degli edifici, iscrizione anticipata e assicurazione di tutti i partecipanti, liberatoria di responsabilità).

Quest’anno il comitato ha chiesto ed ottenuto che gli appuntamenti fossero più frequenti.

Dopo lo strepitoso risultato per il Forte San Felice nel censimento 2017 dei Luoghi del Cuore FAI, con 25212 voti e il 9° posto nella classifica nazionale, resta infatti grande l’interesse per le visite guidate.

Sono i componenti del Comitato ad organizzare e realizzare concretamente i tour come nelle precedenti esperienze.

 

I bunker dimenticati nei luoghi dello sbarco degli Alleati: "Un itinerario turistico per tutelare la memoria".
Da corrieredelmezzogiorno.it del 5 maggio 2017

Una piccola “Normandia” si nasconde in Sicilia, sulla Statale 115, una delle strade più antiche dell’isola, dove esiste un vero e proprio percorso naturale riguardante i luoghi della seconda guerra mondiale, in particolare dello sbarco degli alleati americani in Sicilia, da dove è cominciata la liberazione. Di quello che poteva però essere una traccia della storia oggi rimane sempre meno: di più di 3000 bunker infatti, oggi ne rimangono circa mille, in quanto nessuna legge tutela questi luoghi che vanno da Porta Aurea (Agrigento, Valle dei Templi) alle strade della cittadina di Vittoria, passando per Licata e Gela. Lungo la costa infatti sono disseminati bunker, capisaldi e postazioni militari, in un percorso che potrebbe diventare un vero e proprio volano turistico per curiosi e appassionati. «Ecco perché serve un itinerario turistico» «L’idea di un percorso storico-turistico nasce agli inizi del 2009 grazie alla passione mia e di altre persone per la seconda guerra mondiale e la Campagna di Sicilia – spiega Luigi Falletti, promotore dell’itinerario - In altre parti del mondo hanno saputo sfruttare queste testimonianze come un museo a cielo aperto, come accade in Normandia, mentre qui non accade. Su questa strada, da Vittoria ad Agrigento è possibile osservare dei manufatti che conservano la storia di quel periodo. Da Ponte Dirillo, fino a Porta Aurea, passando per il Castello di Falconara, abbiamo i segni tangibili della costruzione militare dell’epoca – continua Falletti – ma in Italia, mentre è stata prevista la preservazione dei camminamenti della prima guerra mondiale (Alpi e zona carsica) nulla è stato fatto per preservare la memoria dei fatti siciliani. Sarebbe opportuno quantomeno preservare i capisaldi, quello di Falconara e di Ponte Dirillo. Un percorso turistico legato agli avvenimenti dello sbarco sarebbe auspicabile e necessario per mantenere la memoria storica dei fatti e allo stesso tempo incrementare il turismo, ricordando chi ha perso la vita in quel periodo». Spuntano villette sul mare Oggi però quei bunker, lasciati all’incuria e all’abbandono, vengono distrutti per lasciare spazio alle villette sul mare, in una cittadina che negli ultimi anni è divenuta simbolo delle demolizioni. Pochissime postazioni vengono oggi preservate, solamente grazie all’opera di privati, che mantengono puliti i luoghi storici, emblema di un pezzo importante di storia italiana. «La maggior parte dei bunker oggi vengono distrutti e utilizzati privatamente- conclude Falletti - in quanto non si ha nessuna legge che li tuteli. Gli enti che avrebbero dovuto proteggere e salvaguardare questi manufatti, si sono disinteressati negli anni, abbandonandoli. Gli unici interessi che vengono fuori sono quelli dei privati». Mentre si continua a costruire nelle vicinanze del mare, la storia dello sbarco degli Alleati sulle coste siciliane sta per essere cancellata per sempre. Di Alan David Scifo

 

I segreti di West Star per centinaia di curiosi. Il generale De Meo ha illustrato la struttura che ora il Comune si appresta a gestire con fini turistici
Da larena.it del 3 maggio 2017

Si sono presentati in oltre duecento all'incontro <I segreti di West Star tra realtà e leggenda> organizzato dal gruppo Alpini per il settantesimo anniversario di fondazione. Relatore è stato il generale di brigata Gerardino De Meo, ultimo comandante Nato di West Star. All'incontro ha partecipato anche il sindaco Roberto Bonometti, che ha spiegato che sono in corso le pratiche per l'accatastamento del bunker scavato nelle viscere del Monte Mosca: si tratta dell'ultimo atto burocratico prima della presa in carico di questa struttura da parte del comune di Affi che l'ha acquisita, a titolo gratuito, con la normativa del federalismo demaniale. Il generale De Meo ha ricordato che l'ex base NATO è stata progettata tra il 1959 e il q960 è costruita tra il 1960 e il 1966. L'opera è stata consegnata l'8 luglio del 1966, ha ricordato, ha tre ingressi ed è stata concepita per resistere a esplosioni nucleari fino a una potenza di 100 kilotoni. È stata una base di telecomunicazione, che conteneva impianti molto sofisticati in grado di collegarsi con tutto il mondo è in costante contatto con il Pentagono. West Star è il suo nome in codice, che significa stella d'occidente. Nome scelto perchè concepita in piena guerra fredda, per contrapporla al concetto di stella rossa.

<Quando la base era operativa>, ha proseguito De Meo, <il suo mantenimento costava un milione di euro l'anno. Solo di energia elettrica si spendevano ventimila euro al mese. Nel 1996 è iniziato lo smantellamento degli impianti di comunicazione. Nel 2004 all'interno di West Star si è svolta l'ultima esercitazione. Tra il 2006 e il 2007 è stata smobilitata>. Il generale De Meo sta collaborando con il comune che vuole utilizzare come risorsa turistica questa enorme struttura che si sviluppa su tre piani con una superficie coperta di 13 Milan metri quadrati, 110 stanze per 3800 metri quadri. Il bunker in caso di attacco atomico avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza di oltre 300 persone, appartenenti ai vertici Nato, anche per più di un mese. Una cittadella sotterranea dov'è si lavorava 24 ore su 24. Sia i militari che i civili che hanno operato a West Star erano tenuti a mantener il massimo riserbo e a non rivelare quali fossero i loro compiti.

<All'interno di West Star, dove in questi giorni stiamo effettuando i sopralluoghi con l'Arpav e lo Spisal>, ha continuato De Meo, <non c'erano missili o materiale radioattivo. Le uniche armi erano quelle in dotazione ai militari al lavoro. Il sistema di sorveglianza comprendeva una rete di telecamere. West Star è stato uno degli obiettivi del Patti di Varsavia. Dopo la caduta del muro di Berlino lo scenario è cambiato>. All'interno del centro trasmissioni veniva mantenuta una temperatura di 18 gradi. La cittadella sotterranea oltre agli uffici, sale controllo e trasmissioni comprendeva impianti di ventilazione e idraulici, con una riserva di 400mila litri; sala mensa da 200 posto, bar, palestra, cinema, stanza fumatori, dormitori è tutto il necessario per far vivere centinaia di persone impossibilitate ad uscire all'aperto.

L'area dell'ex base militare conta anche 45mila metri quadrati di bosco. <Abbiamo ricevuto varie manifestazioni di interesse: da guide, privati con diversi progetti, aziende che vi vorrebbero alloggiare server e banche dati> ha detto il sindaco Bonometti, <da solo il comune non può farsi carico della gestione di un sito del genere>.

 

Giornate nazionali dei castelli: alla scoperta dei più belli d'Italia
Da viagginews.com del 2 maggio 2017

Tornano le Giornate Nazionali dei Castelli, una due giorni per celebrare e far conoscere fortezze e rocche d’Italia. Organizzate dall’Istituto Italiano dei Castelli e giunte alla XIX edizione, le giornate si terranno il 13 e il 14 maggio (sabato e domenica), con il patrocinio del MiBact. L’evento prevede visite ai castelli, convegni, tavole rotonde, mostre, spettacoli, concerti e celebrazioni di restauri di edifici fortificati. Un’occasione da non perdere per conoscere più da vicino, scoprire e riscoprire una parte importante del patrimonio architettonico italiano. Lo scopo dell’iniziativa, infatti, è proprio quello di avvicinare il pubblico al mondo dei castelli.

Giornate nazionali dei castelli: quelli da vedere: Qui vi segnaliamo i castelli più belli che si potranno visitare in Italia nel weekend del 13-14 maggio.

Rocca Calascio: Magnifico e stupendo castello, Rocca Calascio è stato set di celebri film, su tutti il fantastico “Lady Hawke”. Si tratta del rudere di una rocca medievale del XII secolo, che sorge sull’Appennino abruzzese, in provincia dell’Aquila, all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il castello si staglia su un costone roccioso a 1.460 metri di altitudine ed è uno dei castelli più alti d’Italia. Sotto il castello c’è un borgo medievale disabitato.

Forte di San Leo: Sulle colline dell’Alta Val Marecchia, in Romagna, sorge abbarbicato su una rupe il magnifico Castello di San Leo. In uno scenario suggestivo il castello domina il centro abitato sottostante e tutta la vallata. A conferirgli ancora più fascino è la storia del Conte di Cagliostro che qui fu imprigionato per 6 lunghi anni. La Rocca di San Leo è uno dei castelli meglio conservati d’Italia

Castello di Sermoneta: Da non perdere Castello Caetani di Sermoneta, che sorge sui Monti Lepini, in provincia di Latina. Il borgo medievale di Sermoneta è nato alla fine del XIII secolo insieme al castello, rimaneggiamento del vecchia rocca, trasformata in fortezza medievale con cinque cinte murarie e un sistema di ponti levatoi. Il castello è perfettamente conservato.

Rocca di Aci Casstello: Un autentico spettacolo è la Rocca di Aci Castello, o Castello di Aci, una fortificazione di origine medievale che sorge su una roccia basaltica sul mare, nel comune di Aci Castello, in provincia di Catania. Qui sono in programma visite guidate con brevi rappresentazioni di personaggi in costume che racconteranno le vicende storiche della fortezza. Vicino ad Aci Castello, nella frazione di Aci Trezza, si trova la spettacolare Riviera dei Ciclopi.

Castello di Castelvecchio di Rocca Barbena: Il borgo di Castelvecchio di Rocca Barbena, nell’entroterra della provincia di Savona, è dominato dall’imponente Castello dei Clavesana, eretto nell’XI secolo. Una grande fortezza, in parte un rudere, situata tra la montagna e il centro abitato. Castelvecchio di Rocca Barbena è uno dei borghi più belli e incantevoli della Liguria, ideali da visitare in primavera. Un motivo in più per venire qui durante le Giornate dei Castelli. Il castello è privato ma aperto al pubblico.

Borgo fortificato di Corinaldo: Più che un castello vero e proprio un borgo fortificato, tutto da scoprire. Corinaldo è un caratteristico borgo sulle colline della provincia di Ancona che conserva intatto il centro storico medievale e rinascimentale con la cinta muraria del XIV secolo successivamente ampliata dal celebre architetto Francesco di Giorgio Martini. Corinaldo è un centro ricco di storia e pluripremiato, con Bandiera arancione e riconoscimento nella lista dei Borghi più belli d’Italia. Dalla sua cinta muraria di ammira un bellissimo panorama sulle colline e la vallata sottostante. Il 14 maggio, in occasione delle Giornate dei Castelli, saranno aperte al pubblico la pinacoteca e la sala del costume e delle tradizioni popolari. Tanti altri i castelli, le rocche e le fortezze da visitare nel resto d’Italia. Per informazioni: www.istitutoitalianocastelli.it/giornate-nazionali-dei-castelli

 

Fortificazioni medievali: l'Unione Montana delle Valli Mongia e Cevetta Langa Cebana Alta Valle Bormida partecipa a un bando di valorizzazione
Da targatocn.it del 2 maggio 2017

"Il progetto svilupperà il tema delle fortificazioni medievali e sarà possibile una serie di interventi e iniziative di conservazione, valorizzazione e sviluppo delle stesse in un'ottica di fruizione turistica del territorio". Questa dichiarazione è riportata nel documento relativo all'adesione da parte dell'Unione Montana delle Valli Mongia e Cevetta Langa Cebana Alta Valle Bormida al bando di concorso "La valorizzazione a rete delle risorse culturali urbane e territoriali", promosso dalla Compagnia di San Paolo.

Lo scopo del programma è di favorire lo sviluppo civile, culturale ed economico attraverso alcuni progetti fondati sull’integrazione tra le risorse e gli attori locali; l'Unione Montana partecipa all'iniziativa come ente capofila, con la funzione di coordinare i rapporti tra tutti gli enti del raggruppamento e la Compagnia di San Paolo. Alessandro Nidi

 

Museo Forte Belvedere
Da lastampa.it del 1 maggio 2017

Luigi dodi (meridiani montagne)
Lavarone Costruito dagli austriaci tra il 1908 e il 1912 su uno sperone roccioso a 1177 metri di quota affacciato sulla Val d’Astico, che ai tempi segnava il confine tra il Regno d’Italia e l’Austria-Ungheria, il Forte Belvedere (nato con il nome di Werk Gschwent) è una poderosa fortezza militare perfettamente conservata. È composto da diversi blocchi scavati nella montagna, destinati a resistere ai più pesanti bombardamenti, e disponeva di grandi depositi, un acquedotto con potabilizzatore, una centrale elettrica, una centrale telefonica e una stanza di telegrafia ottica per poter comunicare con l’esterno. Oggi la fortezza, dopo un prezioso restauro conservativo iniziato nel 1996 dal Comune di Lavarone insieme alla Provincia autonoma di Trento, ospita il suggestivo Museo Forte Belvedere – Gschwent, con fini divulgativi e didattici, dedicato non solo a Forte Belvedere e alle altre fortezze degli Altipiani, ma anche alle tematiche, locali e internazionali, nerenti la Grande Guerra. Le tappe di un percorso innovativo Entrando tra le possenti mura del forte, grazie al progetto “La Fortezza delle Emozioni” è possibile rivivere in prima persona, grazie a un suggestivo percorso multimediale, l’esperienza della Prima guerra mondiale all’interno di una fortezza militare. L’esposizione interattiva prevede una serie di tappe – Il Plastico Animato, Le Sentinelle, Gli Obici dei Suoni, Gli Occhi di Luce, I Diari dei Nidi delle Mitragliatrici e L’Angelo degli Alpini – capaci di dare voce alle memorie dei soldati che hanno vissuto e combattuto in questo forte. Le installazioni sono il frutto di un lungo percorso di ricerca in collaborazione con Studio Azzurro, una delle realtà internazionali più accreditate nel campo dei linguaggi innovativi e del rapporto tra cultura, arte e nuove tecnologie. Suoni, voci e immagini dalla guerra, per la pace Ad accogliere il visitatore, un plastico che si anima con suoni, voci e video per capire meglio la storia, la struttura e le funzioni del forte. Segue una serie modulare di installazioni interattive che, attraverso la proiezione di momenti di vita quotidiana, coinvolge direttamente il pubblico e racconta come si viveva qui in tempo di guerra. Un’opera sonora occupa poi le piazzole delle batterie degli obici, con un “cannone” che rimanda voci, comandi, commenti umani, colpi di tosse, respiri, colpi di artiglieria. E ancora, installazioni che fanno rivivere il telegrafo ottico collegato con la stazione di Monte Rust; i suoni e i rumori delle mitragliatrici, sovrapposti alla lettura di lettere e diari di un testimone del conflitto; concludendo con la vista sulla Val d’Astico dalle postazioni di mitragliatrici, accompagnata dai versi di Mario Rigoni Stern e Piero Jahier, dal grande valore storico e letterario. Un’esperienza davvero coinvolgente, profondamente emotiva e che punta a far riflettere sull’orrore della Grande Guerra, con un severo monito affinché le nuove generazioni si spendano per un futuro di pace. Il Museo Forte Belvedere – Gschwent è visitabile a maggio e giugno da martedì alla domenica (10-18), da luglio a settembre tutti i giorni e nei fine settimana e durante le festività nel resto dell’anno.

INFO Museo Forte Belvedere – Gschwent, via Tiroler Kaiserjäger 1, Lavarone (TN), tel. 0464780005, 3495025998, www.fortebelvedere.org, direttore@fortebelvedere.org

 

Terza Guerra Mondiale: bunker nucleari e dove trovarli; ecco i siti dove fuggire
Da blastingnews.com del 28 aprile 2017

La prospettiva dello scoppio della Terza Guerra Mondiale diventa sempre più reale. I conflitti fra il Nord Corea e gli Usa hanno fatto preoccupare non poco la popolazione mondiale, che si sta chiedendo come e dove correre ai ripari. Quello della Terza Guerra Mondiale non è l'unico scenario apocalittico che viene previsto dagli scienziati, poiché lo sciame Apollo sta diventando sempre più pericoloso e non è escluso che un meteorite possa schiantarsi contro la Terra. Tutto questo porta l'opinione pubblica a chiedersi dove ci si possa nascondere in caso di fine del mondo, e i primi luoghi di cui abbiamo notizia sorgono in Inghilterra. Andiamo a vedere dove trovare alcuni bunker nucleari.

Dove correre ai ripari

Molti fra scienziati, ufologi, studiosi e teorici del complotto, sostengono che la fine del mondo sia più vicina di quanto noi non immaginiamo; nelle ultime ore ha anche preso a circolare una notizia secondo cui alcune persone sostengono di conoscere l'ora e la data di un impatto devastante con un meteorite, che avverrà fra qualche mese. Andiamo quindi a vedere dove sono situati alcuni bunker nucleari:

  • Il Central Governament War Headquarters, è un bunker nucleare situato nel sottosuolo di Bath di 240 acri.

  • Anche nel sottosuolo di Bridgen Wales vi è un gigantesco rifugio antiatomico.

  • Nel Anchor Telephone exchange, c'è un bunker che per molti anni è rimasto segreto; ci sono due accessi, uno fra Lionel Street e Fleet Street e l'altro a Newhall Street.

  • I Drakelow Tunnels, sono particolarmente interessanti poiché, come si può evincere dal nome, oltre ad essere un enorme ed intricata rete di tunnel, nel 2013 sono diventati anche una piantagione di cannabis.

  • Per i più ricchi esiste il Kingsway Telephone Exchange, che nell'ottobre del 2008 è stato messo in vendita.

  • Se ci si trovasse in Cheshire, sarebbe possible nascondersi nell'Hack Green Secret Nuclear Bunker, che attualmente è adibito a museo sulla guerra fredda.

    La fine del mondo è vicina?

    Sono molte le persone che si chiedono se la fine del mondo sia vicina, soprattutto in relazione alla Terza Guerra Mondiale, da alcuni sondaggi pubblicati da tastate giornalistiche anglofone possiamo notare come l'opinione pubblica sia stranamente bilanciata, poiché solamente il 52% del totale, si è dichiarato realmente preoccupato per lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, che sarebbe anche stata predetta dalla Bibbia.  Dobbiamo quindi temere qualcosa? Difficile dirlo, non ci resta che attendere notizie, senza cedere ad inutili allarmismi.

 

Ex base Nato Incontro sui segreti del bunker
Da larena.it del 28 aprile 2017

Oggi alle 20.30, alla baita degli alpini, si terrà l'incontro dedicato all'ex base Nato West Star, il gigantesco bunker scavato nelle viscere del monte Moscal. Il titolo della serata, che avrà come relatore il generale di brigata Gerardino De Meo, ultimo comandante Nato di West Star, è "I segreti di West Star tra realtà e leggenda". Quello di Affi è il più grande bunker antiatomico d'Italia, e ha un gemello in Belgio. Per 41 anni, è stato usato come posto comando protetto, dotato di centro trasmissioni strategico. L'ultima esercitazione militare si è svolta nel 2003. La struttura costruita dall'Alleanza atlantica, è stata consegnata il 6 luglio del 1966 al comando Ftase (Forze Terrestri Alleate Sud Europa).

Scavata nella roccia sotto il monte Moscal, per decenni è stata sede di esercitazioni congiunte di tutte le forze Nato terrestri, aeree e navali e non ha mai ospitato armi nucleari. Si sviluppa su una superficie coperta di quindicimila metri quadrati, suddivisa in 110 stanze, ha tre ingressi e gallerie d'accesso. In caso d'emergenza, avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza di 400 persone per 15 giorni. L'impianto doveva servire da sede in caso di attacco nucleare, chimico o batteriologico, per lo Stato Maggiore del comando operativo congiunto nello scacchiere nord-orientale italiano che aveva sede a Verona.

 

A Forte Ardietti di Ponti sul Mincio mostra fotografica del  Fotoclub Monzambano
Da ilgazzettinonuovo.it del 27 aprile 2017

Dal 30 aprile al 14 maggio prossimi Forte Ardietti di Ponti sul Mincio ospiterà la mostra fotografica ‘Essere liberi’ a cura del FotoClub Monzambano in collaborazione con Comune e Pro-Loco di Ponti. In esposizione lavori dello stesso FotoClub con una sezione speciale in memoria del milanese Sergio Magni. L’inaugurazione è prevista per domenica 3° aprile alle ore 11. L’apertura, nei sabati e domeniche, dalle ore 10 alle 19.

 

Nato: Stoltenberg, hub di Napoli sarà baluardo dell'Alleanza nel Mediteranneo
Da agenzianova.com del 27 aprile 2017

Roma, 27 apr 17:50 - (Agenzia Nova) - La Nato a Napoli sta creando un hub per il sud che sarà un baluardo dell'Alleanza e ne amplierà le capacità di affrontare le sfide. Lo ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, che si è svolta oggi a Palazzo Chigi. "In alcune situazioni di allerta è importante potere agire e potere affrontare le minacce con il supporto dei partner", ha detto Stoltenberg che ha ringraziato l'Italia "per essere stato il volano della strategia della Nato nel fianco sud". L'hub per il sud sarà realizzato presso il Comando congiunto interforze di Napoli e servirà in particolare a coordinare le informazioni provenienti da aree di crisi e ad affrontare le molteplici sfide provenienti dal Nord Africa e il Medio Oriente (Les)

 

Il Forte di Bard inaugura Il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere
Da aostasera.it del 27 aprile 2017

Continua a crescere, il Forte di Bard. Continua a crescere nei numeri, nei visitatori, nell'offerta e nelle mostre che in pochi anni lo hanno reso una realtà culturale di punta all'interno del panorama valdostano e nazionale. Un'offerta culturale importante, strutturata che, di fatto, è riuscita a valorizzare il Forte “sconfessando” la sua stessa natura, quella cioè profondamente 'difensiva' che l'ha visto nascere e prosperare. Una 'fortezza aperta' che da oggi ha deciso di giocare ancor più su questa sua nuova vocazione di luogo di incontro e cultura. A partire da domenica 30 aprile 2017, infatti, apre al pubblico il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere. Collocato nell'Opera Ferdinando, al primo livello della rocca fortificata, il museo propone un coinvolgente viaggio attraverso l’evoluzione delle tecniche difensive, dei sistemi di assedio e del concetto di frontiera. Uno spazio, in fondo, che racconta il museo stesso. Il percorso consente al pubblico di scoprire altri duemila metri quadrati di superficie del Forte, muovendosi tra tre nuove sezioni: il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)” e “Le Alpi, una frontiera?”. Un viaggio nella storia attraverso scenografie ricreate con armi e ricostruzioni in scala di sezioni murarie di fortificazioni, plastici, filmati e armi autentiche, con un iter narrativo che mette in luce l’evoluzione delle fortezze attraverso il progredire delle strategie militari, dei materiali e delle tecniche costruttive, a partire dall’epoca romana per giungere sino alle nuove soluzioni architettoniche e balistiche del Novecento. Ma soprattutto un percorso che nell’ultima parte, racchiude in sé una domanda, legata al passato ma quanto mai attuale sul significato stesso di “frontiera”: confine o barriera, ostacolo o tratto d’unione?

E tra le mura del Museo il Ferdinando, dal 30 aprile al 26 novembre, si approfondisce in maniera ulteriore il tema dei “confini” - visibili o invisibili –, con la mostra “Frontiers” di Paolo Pellegrin coprodotta con Magnum Photos. Quaranta immagini che documentano il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti che fuggono alla ricerca di un futuro migliore, con l’orrore delle traversate del Mar Mediterraneo, l’esperienza degli sbarchi e la permanenza nei centri di accoglienza. Un’anteprima assoluta firmata da uno tra i più importanti fotoreporter al mondo, membro di Magnum Photos dal 2001, che collabora con le più affermate testate internazionali e che ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e l'ambita Medaglia d’oro Robert Capa.

Il Ferdinando – Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere dal 30 aprile 2017
Orari: da martedì a venerdì: 10.00 – 18.00, sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00, chiuso il lunedì (aperto lunedì 1° maggio)

Tariffe: Intero 9,00 euro, Ridotto 7,00 euro, Ridotto ragazzi (6-18 anni) e scuole 5,00 euro, Cumulativo adulti (Museo delle Alpi + Ferdinando + Prigioni) 15,00 euro

Visita assistita (per gruppi su prenotazione) sino a 25 persone 80,00 euro + biglietto ingresso ridotto, Il biglietto include l'ingresso alla mostra Paolo Pellegrin. Frontiers. Info: Associazione Forte di Bard, Telefono: 0125 833811, Email: info@fortedibard.it

 

Riapre i battenti Forte Pozzacchio. L'ultima delle fortezze austro-ungariche
Da ildolomiti.it del 26 aprile 2017

TRAMBILENO. Il giorno 29 aprile riaprirà i battenti Forte Pozzacchio Werk Valmorbia. Si tratta dell’ultima delle fortezze austro-ungariche realizzate tra Ottocento e inizio Novecento sul confine del Trentino con il Regno d’Italia. Interamente scavata nella roccia, rappresentava la più moderna macchina da guerra della monarchia danubiana. Secondo le informazioni i lavori di costruzione del forte iniziarono nel 1913 e proseguirono fino alla scoppio della guerra con l’Italia, ma l’opera non fu mai completata. bbandonato dall’esercito austro-ungarico, il 3 giugno 1915 venne occupato dai soldati italiani. Con l’offensiva del maggio 1916 il forte ritornò in mano austriaca e vi rimase fino alla conclusione del conflitto. 

Di recente la Provincia di Trento ha provveduto al suo restauro e questo ha reso nuovamente visibile la struttura. Il forte sarà aperto dalle ore 10 alle ore 18 nell'ultimo weekend di aprile, sabato e domenica in maggio e ottobre, venerdì, sabato e domenica nei mesi di giugno e settembre, mentre luglio e agosto i giorni di apertura saranno giovedì venerdì, sabato e domenica. Aperture straordinarie il primo maggio e il 14,15,16 agosto. In occasione della riapertura, nelle giornate di sabato 29, domenica 30 aprile e lunedì 1 maggio sono previste delle visite guidate a partire dalle ore 14.00.

 

A.A.A. Italia regala il bunker antiatomico più grande d’Europa
Da eunews.it del 26 aprile 2017

Roma - Cedensi bunker. Potrebbe essere un normale annuncio economico se non fosse che si tratta: 1) di un bunker antiatomico; 2) che è il più grande d'Europa; 3) che si trova in Italia; 4) che viene ceduto gratuitamente.

Stiamo parlando del bunker che si trova in quel di Affi, in provincia di Verona. E' un bunker antiatomico realizzato negli anni della "guerra fredda" dalle forze della Nato: 13 mila metri quadrati su due piani oltre al piano interrato, 110 stanze, 3 ingressi e una galleria d'accesso. Progettato per essere completamente autonomo in caso di attacco nucleare, con aria interna filtrata senza contatti con quella esterna, vasche per l'acqua potabile, filtri, cucina, può ospitare fino a 500 persone. E' il "West star" il bunker più grande d'Europa rimasto attivo fino al 2007, quando è stato ceduto dalla Nato al Ministero della Difesa.  Dal 2010 l'uso militare è stato abbandonato. E da quel momento - come puntualizza il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo a una interrogazione presentata alla Camera - "il cespite è stato inserito nell'elenco delle infrastrutture da dismettere". E "nel confermare il mancato interesse ai fini istituzionali della difesa" il rappresentante del governo fa sapere che il bunker "potrà essere allienato e valorizzato secondo le possibilità offerte dalla normativa vigente, ivi inclusa la cessione gratuita alle amministrazione locali interessate".

In pratica regalato. Attualmente il bunker è in consegna al 5° Reparto Infrastrutture di Padova quale struttura inattiva e l'unico a farsi avanti è stato proprio il Comune di Affi, salvo poi non dare seguito alla richiesta. di Silvio Boni

 

25 aprile: aprono i rifugi antiaerei di Torino
Da mole24.it del 25 aprile 2017

Nella giornata di oggi, ci sarà l’apertura dei rifugi antiaereo di Torino e di diverse altre località di provincia. Nel capoluogo piemontese i bunker antiaereo sono dislocati in diversi punti. Sarà possibile accedere al rifugio di Piazza del Risorgimento al costo di €4.

Vi è poi il rifugio antiaereo di Palazzo Civico che apre in modo straordinario proprio per la festa della Liberazione del 25 aprile 2017. Per accedere al bunker in questo caso non è necessario ne prenotare ne pagare un biglietto. Sarà sufficiente arrivare a Palazzo Civico ed entrare, orario 10-17. Se si guarda invece fuori dalla città sotto la Mole possiamo focalizzarci sulla zona alle porte di Pinerolo. Nello specifico di Villar Perosa, Inverso Pinasca e Perosa Argentina. Le tre località piemontesi apriranno in vista del 25 aprile i bunker antiaereo che a suo tempo difesero la popolazione da inglesi, francesi e americani. di Damiano Grilli

 

Canzano: la frana spinge a valle la cinta muraria
Da teramo.cq24.it del 25 aprile 2017

Canzano sta franando. La notizia inizia a circolare sui social intorno alle 9. La cinta muraria costruita tra il XIV e XV secolo sta scivolando a valle. Nessun danno alle persone. Nessuna casa coinvolta.
La situazione nel Comune di Canzano è critica ormai da mesi: dopo gli eventi sismici e il maltempo di Gennaio, nel territorio sono subentrati i fenomeni franosi. Fenomeni che hanno interessato proprio le aree a ridosso del centro storico.

 

Tra fortificazioni militari e trincee, il Rifugio Solarie cerca un gestore
Da ilgazzettino.it del 25 aprile 2017

DRENCHIA (Udine) - Il rifugio escursionistico e l'area sportiva di Passo Solarie a Drenchia cercano un gestore. Il Comune, che è proprietario del complesso, ha pubblicato un bando di gara per l'affidamento, la custodia e la gestione del rifugio e dell'area sportiva; è stato indetto un pubblico incanto che si terrà il 3 maggio alle 14 nella sede del Municipio, nella frazione di Cras. Il testo del bando e gli allegati sono scaricabili dall'albo pretorio online del Comune di Drenchia all'indirizzo
http://albopretorio.regione.fvg.it/drenchia e http://www.comune.drenchia.ud.it/portale/cms/TempoLibero/News/news_0055.html. 

Nel cuore della storia  Il rifugio Solarie si trova sul versante sud del monte Kolovrat, a quota di 956, vicino al Passo Solarie e all'ex valico di confine di seconda categoria che collega la val Cosizza con l'abitato sloveno di Volzana e quindi con la valle dell'Isonzo. La zona fu tragicamente interessata dalla Battaglia di Caporetto che portò alla ritirata delle truppe italiane fino alla linea del Piave.
Vicino al passo (nelle foto) è stato innalzato un cippo a ricordo di Riccardo Giusto, primo caduto italiano nel conflitto. Sono visibili trincee, gallerie scavate nella roccia, camminamenti e resti di fortificazioni militari in cemento. La zona poco distante del monte Poclabuz - Na Gradu Klabuk è diventata un museo transfrontaliero all'aperto. di Paola Treppo

 

Bunker contro le bombe, il segreto durato 73 anni
Da larena.it del 24 aprile 2017

Nell'anniversario della liberazione, Colognola scopre nel suo territorio un luogo che, ad eccezione dei proprietari, nessuno sapeva esistesse. Si tratta di un rifugio antiaereo, nelle vicinanze della frazione di San Vittore, di cui recentemente è stata fatta una ricognizione e del quale l'Arena può, per prima, fornire una testimonianza fotografica.

Questo grazie a Gaetano Carcerieri de Prati, 91 anni, papa del primo cittadino Claudio che, pur non essendo oggi il proprietario del luogo dove sorge, da giovane studente ha assistito alla costruzione del bunker, avvenuta per opera della sua famiglia. Il racconto che Gaetano fornisce è interessante anche perchè traccia un profilo della realtà del paese alle porte dell'Est veronese proprio durante la seconda guerra mondiale. Uno scenario inedito che Carcerieri de Prati è uno degli ultimi testimoni a poter fornire. <Durante i primi anni del conflitto la situazione a Colognola era abbastanza tranquilla, la guerra si viveva attraverso la propaganda, ma soprattutto attraverso l'apprensione per i familiari al fronte. Nella mia famigli, i miei due fratelli maggiori erano partiti: il primogenito per la Russia, l'altro per la Grecia>, riferisce il signor Gaetano. <Dopo l'8 settembre del'43 le cose cominciarono a peggiorare sino a quando, ai primi del 1944 sono iniziati i bombardamenti degli alleati, mirati alla linea ferroviaria, con cadenza pressochè quotidiana. In genere avvenivano tra le 9 e le 11 del mattino> ricorda con straordinaria lucidità, facendo riferimento a quella parte del territorio comunale, ai confini con la Bassa, attraversata dalla ferrovia. «Fu così che mio padre Giuseppe e mio zio Angelo decisero la costruzione di un rifugio antiaereo sul retro della nostra casa di via Colomba, che era la nostra abitazione principale». Lì, in caso di emergenza, la famiglia avrebbe potuto trovare riparo. «In poche settimane il rifugio venne costruito a circa cinque metri di profondità. Era ed è costituito sostanzialmente da due camere, di complessivi 18 metri quadrati, separate tra loro da una piccola porta in ferro, con due accessi, uno principale, sufficientemente comodo, e uno di emergenza, a mo’ di pozzo», spiega.

SUL BISOGNO di edificare questo bunker sotterraneo, Carcereri de Prati non ha dubbi: «Il rifugio era divenuto necessario perché sovente le bombe, quando arrivavano a segno sulla linea ferrata, facevano volare pezzi di rotaia anche a molte centinaia di metri e costituivano, quindi, un pericolo più devastante delle bombe stesse». In effetti queste parti di rotaia fatte schizzare in aria dall’onda d’urto delle bombe, dovevano fungere da proiettili, capaci di mietere vittime tanto quanto un’arma vera e propria. Una realtà che fa rabbrividire se si pensa che, all’epoca come oggi, questa a cavallo della ferrovia era una zona abitata e di cui, finora, non erano mai state fornite descrizioni riguardanti le sue condizioni in tempo di guerra. «Col passare dei mesi la situazione divenne sempre più grave», fa presente Gaetano, «per cui si decise il trasferimento della famiglia nell’altra nostra casa di località Fornello, più arretrata rispetto le linee di comunicazione, vale a dire la strada statale e la ferrovia. Nella casa della Colomba», ricorda, «restarono solo mio papà e mio zio per cercare di tutelare i beni familiari e aziendali, cosa che si rese difficile soprattutto durante la ritirata tedesca. Le truppe in fuga requisirono tutto quello che poteva servire per il trasporto, dapprima le autovetture, quindi i cavalli e, infine, anche le biciclette». «Con l’arrivo degli americani cessarono le ostilità, ma restò l’attesa del ritorno dei miei due fratelli dai vari fronti. Mio fratello Nino, di stanza sul fronte russo, lo stiamo ancora aspettando», sussurra con commozione, per poi concludere: «Il rifugio, il cui ultimo utilizzo è ricordato con una data incisa nel muro, 30 marzo 1945, divenne quindi, per fortuna, inutile». La ricognizione fatta nelle ultime settimane, nonostante i segni del tempo, ha rilevato che quel rifugio costruito oltre settant’anni fa con il sudore della fronte e il desiderio disperato di salvare la vita a un’intera famiglia, è ancora pressoché integro: è franato uno dei due corridoi d’accesso, ma la struttura nel complesso ha retto al passare di quasi tre quarti di secolo. di Monica Rama

 

Il bunker di via delle Quinqueremi
Da lamiaostia.com del 24 aprile 2017

Gianluca Poscente ci fa conoscere uno degli ultimi bunker della seconda guerra mondiale, costruito quando Ostia fu dichiarata zona di operazione di guerra il 25 settembre 1943. I tedeschi si aspettavano lo sbarco alleato proprio qui a Ostia e prepararono la città per una risposta offensiva.

Vennero realizzati tantissimi bunker antibomba utilizzabili per sparare con le mitragliette.

Poscente propone l'idea di costruire qui una piazza alla memoria e alla pace nel ricordo di una guerra terribile.

 

Roma, A Villa Ada riapre il bunker di Mussolini
Da repubblica.it del 21 aprile 2017

Il bunker di Villa Ada sarà aperto eccezionalmente nelle giornate del 25 arile, 1 maggio, 21 maggio, 2 giugno, 18 giugno, 16 luglio dalle 14 alle 19 senza necessità di prenotazione. Il calendario completo delle aperture è consultabile sul sito www.bunkervillaada.it.
 
"Il restauro del bunker antiaereo della famiglia Savoia è avvenuto grazie alla passione di 48 volontari dell’associazione Roma Sotterranea, che hanno lavorato per cinque mesi per circa 3 mila ore - racconta la restauratrice Roberta Tessari - Il sito era nel più totale abbandono e vandalizzato. 

La struttura, voluta da Mussolini proprio nel cuore di Villa Ada, è completamente mimetizzata tra gli alberi, protetta dall’alto, sulla sommità della collina, da lastroni di cemento armato, ed è accessibile, caso raro per un rifugio, anche con le autovetture".  

La realizzazione del bunker viene fissata intorno agli anni 1940-1941.

La struttura disponeva di un citofono, che consentiva di comunicare con la villa, di una camera ad alta pressione dotata di un sistema di filtri per la depurazione e il ricambio dell’aria, di un avanzato impianto di depurazione delle acque nere, di un ricovero per gli automezzi.

Il bunker era dotato di una via di fuga secondaria, attraverso una scala a chiocciola di quaranta gradini.

 

Brucia la polveriera di San Nicolò 
Da gazzettadimantova.it del 21 aprile 2017

MANTOVA. Rovente come un forno di pietra, con il fumo che esce denso dalle finestre. Brucia l’ex polveriera di San Nicolò e vincere l’incendio è impresa faticosa: i vigili del fuoco riescono a spegnere le fiamme, ma contro le braci che covano ci vuole solo pazienza. Entrare dentro il forno è impossibile, con una temperatura di 200 gradi, e buttare troppa acqua alimenterebbe le fiamme, perché la polveriera asburgica è piena di storia e di legna, casse di armi e munizioni. Quando inizia a bruciare sono passate da poco le 19, al momento di andare in stampa fuma ancora. Sull’origine dolosa dell’incendio ci sono pochi dubbi, anche se i vigili del fuoco non si sbilanciano ancora, e nonostante l’area di San Nicolò sia chiusa sotto chiave. Di disperati in cerca di un giaciglio o di annoiati a caccia di una tana non se ne vedono più in giro, non dopo la lunga sequenza di visite e sopralluoghi. Non da quando la giunta Palazzi ha individuato nell’area il cuore del progetto Mantova Hub, per la riqualificazione della periferia est della città (finanziato dal Governo con 18 milioni di euro).  Progetto alla mano, l’ex polveriera dovrebbe diventare la Casa della memoria, a ricordo della storia stratificata in questo largo fazzoletto di terra. Cimitero ebraico, campo di concentramento, antica chiesa cristiana, complesso militare. «Sono dispiaciuto e meravigliato. È un motivo in più per riqualificare l’area» scandisce il sindaco Mattia Palazzi, arrivato insieme al comandante della polizia locale, Paolo Perantoni. Schierata, la polizia locale, insieme ai pompieri: all’ingresso dell’area, davanti alla cancellata, s’incontrano due agenti. Il sindaco è in tenuta da runner, l’hanno avvisato che stava proprio accelerando il passo in via Argine Maestro. È dispiaciuto e preoccupato, Palazzi, perché se l’origine dovesse essere davvero dolosa non si può escludere che dentro alla polveriera sia rimasto intrappolato qualcuno. Anche se l’ipotesi appare remota, più probabile che chi ha appiccato il fuoco (per distrazione o colpa) sia riuscito a scappare dal forno prima che l’incendio divampasse. Due i focolai individuati dai vigili. Fuma l’ex polveriera in muratura, con la vegetazione che ha ormai conquistato il tetto. Per vincere definitivamente l’incendio occorre dargli il suo tempo, innaffiarlo ogni tanto e lasciare che si spenga.

 

Bunker e tunnel segreti a Villa Duchessa di Galliera a Voltri
Da ilsecoloxix.it del 21 aprile 2017

Genova - Una visita guidata alla scoperta dei tunnel “segreti” e dei bunker costruiti dalla Wermacht e dalle truppe tedesche, durante la Seconda Guerra Mondiale, all’interno del Parco di Villa Duchessa di Galliera, a Voltri. Domenica 23 aprile, alle ore 15, i volontari dell’Associazione Amici di Villa Duchessa accompagneranno i visitatori lungo un percorso che permette di scoprire le molte fortificazioni che costituivano il caposaldo in difesa della città di Genova sul lato di Ponente. Trincee, cunicoli, tunnel sotterranei e bunker a prova di bomba che costituivano la linea difensiva delle truppe germaniche poste a guardia del capoluogo ligure. Alcuni figuranti con uniformi tedesche e vestiti da partigiani aiuteranno a ricostruire alcuni passaggi storici di un periodo che ha segnato in modo indelebile la zona e proprio a pochi giorni dalla ricorrenza della Liberazione, il 25 aprile del 1945. Il percorso prevede passaggi non proprio comodi e gli organizzatori consigliano un abbigliamento adatto e l’uso di scarpe da trekking ma per i meno avventurosi è pronta anche la visita alla collezione di azalee e camelie che in questa stagione sono al massimo della loro fioritura.

L’escursione guidata permetterà di scoprire anche gli angoli più suggestivi e belli dell’enorme parco di Villa Duchessa di Galliera, costruita nel Seicento ed ampliata in epoche successive. Si potrà visitare lo splendido e scenografico “Giardino all’Italiana”, il Belvedere e le cascate recentemente riattivate proprio grazie al lavoro dei volontari che hanno una convenzione con il Comune di Genova per la manutenzione e la gestione del Parco.

Orario visita: domenica 23 aprile, ore 15,45 – ritrovo presso il cancello della Villa Duchessa Biglietto: 8 euro – riduzioni per nuclei familiari.  In formazioni parco villa Duchessa di Galliera: Facebook - www.parcovilladuchessadigalliera.it

 

Castelli e fortificazioni – Valorizzazione turistica nel Messinese
Da lavalledeitempli.net del 20 aprile 2017
Castelli e fortificazioni, i Lions presentano un protocollo d’intesa per il recupero e la valorizzazione turistica nel messinese

Conoscenza, recupero e valorizzazione culturale e turistica dei castelli e delle fortificazioni della provincia di Messina”: questo il titolo del convegno organizzato dal Distretto Lions 108 Yb Sicilia che si terrà domani, venerdì 21 aprile a partire dalle 16:00 presso il Salone degli Specchi di Palazzo dei Leoni, sede della Città Metropolitana di Messina, in corso Camillo Benso Conte di Cavour 86.

L’iniziativa si inserisce all’interno delle manifestazioni del Distretto  Lions per la celebrazione dei cento anni dell’Associazione.

Il progetto “Adotta un castello” nell’ambito del Service distrettuale “Tutela del paesaggio, del patrimonio culturale e dell’identità territoriale”, prende spunto da una proposta avanzata dal Lions club Santa Teresa Riva nel settembre 2016 contestualmente all’inaugurazione dell’anno sociale: la creazione di un circuito culturale e turistico dei castelli e delle fortificazioni della riviera jonica messinese, a cura dell’architetto Andrea Donsì, promoter start project, la cui ipotesi originaria era la realizzazione di un progetto pilota da estendere, in fasi successive, al territorio provinciale e regionale.

A seguito della proposta è stata strutturata una rete di coinvolgimento che annovera tra i propri attori soggetti istituzionali quali l’Università degli Studi di Messina, la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, l’Ufficio Scolastico Provinciale, l’Ordine degli Architetti e quello degli Ingegneri e associativi: oltre ai Lions, infatti, vi partecipano tra gli altri il Fondo Ambiente Italiano, l’Istituto Nazionale dei Castelli, la Fondazione Federico II e il Centro Servizi per il Volontariato.

Sono stati questi soggetti che hanno reso possibile la stesura di un protocollo d’intesa che sarà illustrato e ratificato durante il convegno, alla presenza del governatore del Distretto Lions YB Sicilia Vincenzo Spata, al quale è affidata la conclusione dei lavori.

Un momento estremamente significativo, che vede concretizzarsi la sinergia tra realtà associative, culturali e volontaristiche del territorio ed istituzioni pubbliche: al protocollo, infatti, hanno già aderito ventitré Comuni della provincia di Messina, come spiegano Donsì e l’architetto Giovanna Mirabella , delegato del governatore per il Service distrettuale , che ha coordinato, nel corso dei mesi, le varie attività che hanno condotto al protocollo, i cui obiettivi sono legati all’avvio di proposte progettuali mirate alla conoscenza, alla creazione di brand tematici, app e strumenti di diffusione culturale e turistica delle strutture fortificate esistenti, nonché al recupero e alla valorizzazione funzionale delle strutture stesse e dei contesti territoriali.

Il convegno si aprirà con i saluti istituzionali e con gli interventi di Mirabella, Donsì e di Luigi Licata, coordinatore distrettuale del Centenario 2014-2017 e proseguirà con gli interventi dello storico medievista Ferdinando Maurici , direttore del Museo Regionale di Terrasini, in provincia di Palermo, dello storico ed esperto di archeologia, tradizioni popolari e storia del territorio messinese Franz Riccobono e del docente universitario Michele Limosani, ordinario di Politica economica e prorettore dell’Università degli Studi di Messina.

Tra gli esponenti del mondo politico, è prevista la partecipazione del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Federico II Giovanni Ardizzone,  dell’assessore ai Beni Culturali e all’ Identità siciliana  Carlo Vermiglio e dell’assessore al Turismo Sport e Spettacolo della Regione Sicilia Anthony Barbagallo.

Ampia partecipazione, inoltre, delle istituzioni e delle associazioni che hanno strutturato l’accordo, con la presenza di Giulia Miloro presidente regionale del FAI, del presidente dell’Ordine degli Architetti , Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori della provincia di Messina Giovanni Lazzari ,del presidente dell’ Ordine provinciale degli Ingegneri Santi Trovato, del rettore dell’Università degli Studi di Messina Pietro Navarra, del sindaco di Messina Renato Accorinti,  del commissario straordinario della Città metropolitana di Messina Filippo Romano e del soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali Orazio Micali.

Per i tecnici che parteciperanno all’incontro, inoltre, è previsto il rilascio di quattro crediti formativi, previa iscrizione sul portale Imateria.

 

Il bunker antiatomico dove rifugiarsi se scoppia la Terza Guerra Mondiale
Da blastingnews.it del 18 aprile 2017

Da quando le tensioni tra Usa e Corea del Nord sono cresciute a dismisura, ogni rispettabile uomo di questo mondo ha inserito sulla sua shopping list un rifugio antiatomico dove vivere in pace e serenità anche se fuori succede l’inferno. Uno dei primi imprenditori a fiutare l’affare dei bunker è stato l’americano Larry Hall, fondatore dell’azienda Survival Condo e promotore dei cosiddetti Survival Condominium, condomini con rifugi di lusso dotati di ogni confort. Ogni singolo appartamento è in vendita alla modica cifra di 3 milioni di dollari. Gli abitanti di questi condomini possono vivere fino a cinque anni di fila sottoterra e aspettare comodamente che passi la bufera/pandemia/rivoluzione del caso. Nel frattempo possono guardare la tv satellitare da 100mila dollari e allenarsi al poligono di tiro di cui sono dotati tutti i Survival Condominium.

Il bunker che resiste a 20 Kilotoni

A Savannah, in Georgia, ha sede il rifugio antiatomico più lussuoso e costoso della storia. È stato venduto per la cifra record di 17,5 milioni di dollari ma può sopportare un’esplosione #nucleare fino a 20 kilotoni di potenza. Costruito nel 1969, è stato completamente rinnovato nel 2012 dalla società Bastion Holdings, che ha seguito le direttive governative in materia di sicurezza antiatomica senza, però, rinunciare al lusso più sfrenato. Immaginate una suite di un hotel a 5 stelle, grande 600 metri quadrati, su due livelli, ognuno dei quali contiene una cucina, una sala da pranzo, un salotto, due stanze da letto e due bagni. Aggiungeteci l’acqua calda, i pannelli solari e un sistema anti umidità - cose non scontate a 60 metri sotto terra, e vi ritroverete in una impenetrabile fortezza di lusso da cui godersi, seduti comodamente sul divano, attacchi terroristici e guerre che sconvolgeranno il globo.

È un mondo difficile

Viviamo in un contesto particolarmente pericoloso, da un momento all’altro ci può essere un attentato terroristico o addirittura lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Ogni famiglia, azienda o governo dovrebbe dotarsi di un bunker antiatomico, almeno questo è il pensiero di Chris Salamone, proprietario di Bastion Holdings. C’è solo un piccolo particolare: qualità, comfort e sicurezza si pagano a peso d’oro. E ancora una volta potrà mettersi in salvo solo chi avrà le risorse economiche adeguate per farlo. Tutti gli altri possono, e devono, sperare che i potenti del mondo risolvano i conflitti in modo pacifico e diplomatico. #guerra #terzaguerramondiale

 

L’Isola fortificata
Da laspezia.cronaca4.it del 15 aprile 2017

PORTO VENERE – Un Lunedì dell’Angelo diverso per chi ama la storia e le escursioni, con la possibilità di accedere, in Palmaria, a luoghi fuori dai normali percorsi di visita e di fare comunque una bella passeggiata nella natura, visitando tre fortificazioni ottocentesche, compresa una interamente in galleria. Un viaggio emozionante tra storia, natura e segreti, immersi in uno scenario tra i più belli della costa ligure.

Si tratta del primo grande appuntamento della campagna di valorizzazione dell’isola e delle sue fortificazioni organizzato dall’associazione Dalla Parte dei Forti.

L’isola Palmaria, oltre che scenario naturale di pregiato valore, è una delle località maggiormente fortificate della Liguria, in quanto avamposto difensivo del golfo spezzino. Le passeggiate sono l’occasione per vedere e conoscere questa “ingombrante”, e nello stesso tempo interessante, testimonianza e comprendere meglio il nostro territorio.

L’appuntamento sarà alle ore 10.15 direttamente sull’isola, in località Terrizzo, dove sbarcano i battelli. La passeggiata toccherà la Torre Umberto I° (con visita all’interno) e le batterie Albini e Cala Fornace, per un totale di circa 3 ore a passo rilassato.

La quota di partecipazione è di 10 euro. Si consiglia un abbigliamento comodo e delle scarpe da trekking. In caso di maltempo l’escursione sarà replicata domenica 23 aprile 2017

 

"Mop", la bomba più potente della "Moab"
Da ilgiornale.it del 14 aprile 2017

La "Mop" è la regina delle bombe anti bunker. Progettata dagli Stati Uniti durante un intero decennio, è molto più potente della "Moab", non è stata sinora mai utilizzata

La "Mop", la bomba che riuscirebbe a distruggere 20 metri di cemento armato oppure 100 metri di terra, il tutto prima di esplodere, distruggendo più del circostante, è molto più potente della "Moab", la "mother of all bombs" utilizzata per la primva volta dagli Stati Uniti per distruggere alcuni tunnel in Afghanistan superbomba di Trump, insomma, non è l’ordigno non nucleare più potente che gli Stati Uniti posseggono. Il predominio spetta alla "Mop", finora mai utilizzata. Conosciuta come "Big Blu", la GBU-57A/B Massive Ordinance Penetrator (Mop), è da 30 libbre e può essere imbarcata solo sui bombardieri stealth B-2. Come si può leggere qui, peraltro: "La differenza sostanziale tra la GBU-57A / B e la GBU-43 / B sganciata poche ore fa, è l’esplosivo al suo interno. Il sistema MOP è strutturato su un corpo in grado di penetrare i bunker (bunker buster) con 5300 libbre di esplosivo al suo interno. E’ proprio la sua struttura che permette alla GBU-57 di penetrare quasi tutti i bunker esistenti". La "Moab" pesa, dunque, 10 tonnellate, di queste 8,5 sono composte di esplosivo H-6. La seconda, invece, pesa 13,6 tonnellate ed è stata progettata, essenzialmente, per penetrare nei bunker sotteranei, distruggendo i metri di protezione di cemento sovrastanti. La "Mop" è nata così: Northrop Grumman e Lockheed Martin, nel 2002, avevano in mente lo sviluppo di una bomba che riuscisse a penetrare 30.000 libbre (13.600 kg). La "Big Blu", per l'appunto. Abbandonarono il progetto per mancanza di finanziamenti. Quango gli Stati Uniti invasero l'Iraq nel 2003, però, ci si accorse che i siti attaccati non avevano subito grossi danni e che la tecnica utilizzata non era sufficiente a sfondare i bunker. A questo punto l'interesse per il progetto tornò d'attualità. La prova relativa all'esplosione della bomba è effettivamente avvenuta il 14 marzo 2007, all'interno di un tunnel di proprietà della Threat Reduction Agency Difesa (DTRA) presso il Missile Range White Sands, nel New Mexico. La tecnologia dovrebbe essere stata resa definitivamente disponibile nel dicembre 2010, sei mesi in ritardo rispetto la data programmata. Sviluppata nel dettaglio soprattutto nel 2004, la "Mop" può essere intepretata come un deterrente per una serie di questioni relative agli armamenti di alcuni stati potenzialmente avversi agli Stati Uniti. Uno dei sospetti che gli States hanno, infatti, è che sia l'Iran sia la Corea del Nord abbiano nascosto una parte dei loro programmi nucleari nel sottosuolo. Pyongyang, del resto, pare aver svolto il suo primo test nucleare nel 2006. Molto difficile trovare dei video che attestino la reale potenza di questa bomba.

 

Al Forte di Bard il nuovo Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere
Da valledaostaglocal.it del 14 aprile 2017

Il Forte di Bard apre su una superficie di oltre duemila metri quadrati un nuovo affascinante percorso storico. A partire dal 30 aprile un nuovo corpo museale verrà consegnato al pubblico: il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere. Collocato nell'Opera Ferdinando, situata al primo livello della rocca fortificata, il museo propone un coinvolgente viaggio attraverso l’evoluzione delle tecniche difensive, dei sistemi di assedio e del concetto di frontiera. Il museo si sviluppa in tre sezioni: il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)” e “Le Alpi, una frontiera?”.  La prima parte, il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, allestita nell’Opera Ferdinando Superiore presenta una serie di ambientazioni storiche corredate da plastici, filmati e armi autentiche, con un iter narrativo che mette in luce l’evoluzione delle fortezze delle Alpi Occidentali attraverso il progredire delle armi e delle strategie militari, dei materiali e delle tecniche costruttive, a partire dall’epoca romana per giungere sino alle nuove soluzioni architettoniche e balistiche del Novecento.

La seconda parte del museo, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)”, si sviluppa nelle sale dell'Opera Ferdinando Inferiore, ed è dedicata alle trasformazioni intervenute tra la fine del XIX e il XX secolo, inserisce il Forte di Bard all’interno del sistema delle fortezze ottocentesche, riproponendo modelli in scala e ricostruzioni scenografiche, volti a evidenziare non solo i caratteri considerati maggiormente rappresentativi delle fortificazioni nell’arco alpino, ma cercando anche di rendere protagoniste le Alpi stesse, teatro di un’evoluzione tecnologica che le ha portate a divenire “la frontiera d’Italia”. Il tema della montagna militarizzata è toccato nelle sezioni dedicate alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza, sempre puntando sull'impatto evocativo affidato a un approccio multimediale.  La terza e ultima parte pone un interrogativo - “Le Alpi, una frontiera?” - con l’obiettivo di mettere il visitatore nella condizione di riflettere sul percorso compiuto e sul significato da dare al termine frontiera: confine o barriera? Ostacolo o tratto d’unione? Si delinea così un percorso espositivo che trasmette una visione complessa e strutturata non solo del Forte di Bard, ma anche del contesto storico, sociale, culturale e geopolitico all'interno del quale esso è inserito nelle diverse epoche storiche: un viaggio nel passato che si conclude con una riflessione estremamente attuale sul presente.

Il visitatore è così protagonista di un dialogo con il luogo in cui si trova, alla ricerca di un’identità, quella delle Alpi, in continua evoluzione, che diviene crocevia delle grandi vicende del passato e di quella storia degli uomini fatta di semplici memorie e azioni. Ad integrazione di questa tematica le sale espositive dell’Opera Ferdinando ospiteranno dal 30 aprile al 26 novembre 2017 la prima mondiale dell’esposizione Paolo Pellegrin. Frontiers che documenta, attraverso gli intensi scatti del celebre reporter di Magnum Photos, il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti.

 

Alessandria e l’opportunità del Progetto Cittadella
Da architetti.com del 13 aprile 2017

La Cittadella di Alessandria, uno dei più grandiosi sistemi fortificati europei del XVIII secolo, è al centro di un grande progetto di recupero urbano e di restauro architettonico ed ambientale. Per questo progetto, il MiBACT rende disponibili 25 milioni di euro dal Fondo Sviluppo e Coesione per il ciclo di programmazione 2014-2020, mentre la Regione Piemonte si impegna a mettere in cofinanziamento 9 milioni di euro sulla base del Por Fesr 2014-2020. Il Sindaco di Alessandria, Rita Rossi, in questo mese aprirà il confronto su come utilizzare questi 34 milioni di euro, una cifra che rappresenta un’importante sfida per la città, per il suo patrimonio culturale e soprattutto per la creazione di nuove opportunità di lavoro nel territorio. Quello che serve ora sono strategie progettuali e gestionali di qualità. Un team del Politecnico di Torino, del DAD (Dipartimento di Architettura e Design) e del DISEG (Dipartimento di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica) sta lavorando proprio per definire un quadro conoscitivo, e non solo, che sarà fondamentale per ogni azione di recupero e valorizzazione.

Chiedo ad Anna Marotta e ad Elena Marchis, del Team di ricerca del Politecnico di Torino, quale è l’obiettivo del Progetto Cittadella?
“L’obiettivo è quello di costruire una piattaforma multirelazionale e cognitiva volta a comprendere, raccogliere e correlare dati ottenuti da analisi e monitoraggi. I diversi utenti potranno svolgere un ruolo attivo e passivo potendo inserire e consultare i diversi dati. La natura dei dati partirà da fonti storiche a rilievi metrici, da monitoraggi ambientali e sismici fino alla creazione di un modello H-BIM.

Questo favorirà le operazioni di rifunzionalizzazione per gli apparati progettuali e nel contempo permetterà ai fruitori del sito della Cittadella di Alessandria di essere informati delle fasi di cantiere, conoscere la storia del luogo e di essere parte attiva comunicando criticità, valutazioni, osservazioni. Le operazioni di implementazione dei dati e consultazione degli stessi avverrà mediante un’app su mobile che riverserà e consulterà i dati dalla piattaforma favorendo l’accesso anche ad un pubblico con disabilità visive e/o motorie, aprendo così la Cittadella al un pubblico sempre più vasto”.

Come si articolerà in progetto?
“Fondamentalmente in due fasi. La prima Dalla Storia alla Tradizione, riguarderà i sistemi fortificati europei: reti, fonti, matrici, protagonisti, esempi. La seconda Nel presente e nel futuro, definirà il campo d’azione, il territorio del digitale e della virtualità per la divulgazione della conoscenza complessa delle fortificazioni come bene culturale: un database interattivo per utenti esperti e utenti/fruitori non esperti. Interazioni di dati e monitoraggi ambientali, strutturali saranno alla base di una conoscenza integrata a tutto tondo per comprendere, conoscere e recuperare la Cittadella di Alessandria, progetto pilota”.

Come si colloca un progetto così complesso dal punto vista metodologico?
“Antiche e nuove complessità nei modi della ricerca vengono esplicitate con il Progetto Logico di Rilievo: ad esempio una procedura complessa e integrata viene affiancata dai monitoraggi ambientali e statici con prove di emissione acustica. Nell’attuale società della conoscenza, e nel rispetto del diritto alla cultura accessibile, il gruppo di ricerca del Politecnico di Torino parteciperà al dibattito internazionale sulla fruizione e la comunicazione diffusa del Cultural Heritage. Il progetto si fonda sul concetto di architetture fortificate e territorio per la difesa, quale patrimonio culturale nonché bene materiale e immateriale che, dismesse le funzioni della guerra, può essere riconvertito a nuove destinazioni”.

Come procederete nello sviluppo del progetto?
“Un sito-campione individuato nella rete verrà assunto quale habitat narrativo, per trasformare gli ambienti museali in ecosistemi della conoscenza usando dispositivi multimediali. Nella filosofia dell’edutaintment e del learning by doing, i casi-studio potranno applicare la realtà aumentata all’interno dell’esperienza museale indoor (ricostruzioni virtuali, modelli 3D, videomapping, allestimenti multimediali) ed outdoor (app mobile) verso un percorso informativo sulla rete delle fortificazioni fino all’esperienza cognitiva dell’utenza per una fruizione consapevole del Bene Culturale. L’utente oltre ad interrogare il sistema informativo potrà implementare con domande, immagini o informazioni ad incentivare questa collaborazione-fruizione partecipata. Contemporaneamente sarà svolta una campagna di indagine diagnostica volta alla definizione dello stato di conservazione dei materiali e delle strutture e all’identificazione delle cause dei fenomeni di degrado riscontrati in vista della scelta e della realizzazione di interventi conservativi. Tutto ciò favorirà lo sviluppo di una maggiore coscienza del bene nell’utenza stessa da intendersi, quest’ultimo obiettivo, quale ulteriore forma di accrescimento ed avanzamento culturale perseguita dalla proposta progettuale nel suo complesso. Interazioni di dati e monitoraggi ambientali, strutturali saranno alla base di una conoscenza integrata a tutto tondo per comprendere, conoscere e recuperare la Cittadella di Alessandria, progetto pilota”.
Ho incontrato Anna Marotta e Elena Marchis durante il XXIV Salone del Restauro – Musei di Ferrara, alla fine del convegno Tra reale e virtuale. Indagine e conoscenza del patrimonio culturale nel Virtual Museum 2.0, organizzato dalla UID (Unione Italiana Disegno) e dal Centro DIAPReM/TekneHub dell’Università di Ferrara, che ha visto Maggioli Musei nel ruolo di media partner.

Crediti di Ricerca del Progetto Cittadella

Il team è composto da un gruppo interdisciplinare di studiosi di DAD – Dipartimento di Architettura e Design e DISEG – Dipartimento di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica (Politecnico di Torino), diviso in quattro aree di ricerca:

  1. analisi delle fonti storiche, periodizzazione, tematizzazione ecc.: Dameri, Marotta

  2. rilievo e rappresentazione del costruito, GIS, H-BIM e modellazione digitale: Marchis (PI), Donato, Vitali

  3. la gestione dei dati, narrazione visiva: Pavignano, Marotta

  4. l’analisi strutturale, di monitoraggio, emissioni acustiche: Carpinteri, Manuello Bertetto

– Elena Marchis (Principal Investigator) Dottore di ricerca in “Beni Culturali”, Ricercatore presso il DAD. Specialista nel campo del rilievo architettonico, del patrimonio edilizio, della rappresentazione e dei sistemi informativi;
– Alberto Carpinteri è Professore Ordinario di Scienza delle costruzioni presso il DISEG. Egli è esperto nel campo della meccanica della frattura. Tra le sue ricerche non ci sono argomenti come: Emissione acustica (AE) di monitoraggio per le strutture civili e storici, l’interpretazione e soluzione di propagazione di cricche fragili;
– Annalisa Dameri è Professore Associato in Storia presso il DAD. I suoi interessi di ricerca si concentrano principalmente sulla storia della città in età moderna e contemporanea, con particolare riferimento ai beni culturali in Piemonte del XVIII – XIX secolo;
– Vincenzo Donato, Dottore di ricerca in “Processi, materiali e delle costruzioni in Ingegneria Civile e Ambientale e per la protezione della storico-monumentale”, è Ricercatore presso il DISEG. E’ specialista in tecnologie BIM e la rappresentazione digitale 3D e modellazione;
– Amedeo Manuello Bertetto è ricercatore di Scienza delle Costruzioni presso il DISEG. Tra le sue ricerche vi sono argomenti quali: il monitoraggio delle emissioni acustiche in civile e strutture storiche, emissioni di energia da fenomeni di frattura;

– Anna Marotta, Professore Ordinario e Dottore di ricerca presso il DAD. Per anni i suoi interessi dedicati alle fortificazioni, l’indagine, la lettura critica, la comunicazione in architettura, città e del paesaggio, il colore, indirizzata secondo il metodo di “teorie comparate” caratterizzanti l’approccio al “progetto Logico del Rilievo” come database relazionale per memorizzare gli esiti del rilievo;
– Marco Vitali, Dottore di ricerca in “Disegno e rilievo per la tutela del parco immobiliare e patrimonio territoriale”, è Ricercatore presso il DAD. Conduce ricerche nelle aree di rilievo architettonico, urbano e ambientale, la geometria descrittiva e rappresentazione digitale;
– Martino Pavignano è dottorando in “Beni Culturali” presso il Politecnico di Torino. - Partner Italiano: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio – Direttore: Arch. Luisa Papotti - Partner Accademico estero: Rouen University – GRHis – Michèle

 

Torna a splendere il Forte Falcone
Da quinewselba.it del 12 aprile 2017

PORTOFERRAIO — Il Forte Falcone si presenta in ottima forma ai nastri di partenza della stagione turistica. Il complesso fortilizio che domina Portoferraio è stato infatti ripulito nelle sue numerose terrazze e l'inaugurazione del bastione San Carlo è l'occasione per presentare le migliorie realizzate da amministrazione comunale e Cosimo de'Medici.

Alla presenza del vice sindaco Roberto Marini, accompagnato dagli assessori Del Mastro, Nurra e Berti oltre ai vertici della partecipata comunale, sono state svelate le stanze del bastione San Carlo nelle quali sono state disposte teche contenenti cimeli della seconda guerra mondiale mentre sono state evidenziate le postazioni telefoniche usate dai militari per organizzare le difese dell'isola.

Realizzato grazie al finanziamento di 33mila euro del bando Città Murate, il bastione collegherà il percorso che continua verso la zona del Lazzereto fino al Cammino degli Spagnoli e Via Ninci. L'idea è quella di terminare la bonifica di Santa Fine per chiudere il cerchio ed aprire un terzo accesso alle Fortezze.

Il lavoro della Cosimo de'Medici si è concentrato nel liberare le antiche mura dalle piante infestanti e dai rifiuti che caratterizzavano alcune porzioni del complesso che, oggi, si presenta libero e pulito come merita. "E' stato un lavoro di squadra di tutta la giunta comunale - ha commentato Marini - è il punto di partenza di un sistema che finora è rimasto poco visibile, è un regalo che vogliamo fare ai turisti che verranno nella nostra città ma soprattutto ai portoferraiesi che devono tornare ad innamorarsi di questa ricchezza". Per questo Marini lancia un appello: "Per il ponte del 1° maggio invito tutti i cittadini, che ricordo entrano gratis, a trascorrere il pomeriggio con un picnic alle Fortezze, per l'occasione vogliamo realizzare anche delle visite guidate". Il commento conclusivo è del presidente della Cosimo de'Medici, Vittorio Campidoglio: "L'intervento di pulizia e di recupero ci ha impegnato molto ma il nostro personale si è impegnato molto perchè tutto fosse pronto per Pasqua, a loro va un grande ringraziamento. Dal 2011 al 2014 molti fondi sono stati spesi su questo Forte ma non è stato mai aperto al pubblico, noi abbiamo valorizzato anche l'investimento precedente portando lavoro non solo d'estate". di Luca Lunedi

 

Lavori per la rotatoria, spunta un bunker di guerra
Da lanazione.it del 12 aprile 2017

Vezzano (La Spezia), 13 aprile 2017 – Bunker della seconda guerra mondiale blocca i lavori di costruzione della rotatoria di Piano di Valeriano. Demolita la casa cantoniera che era stata costruita negli anni Cinquanta, per l’edificazione ex novo della rotonda di Piano di Valeriano, tutto stava procedendo secondo i piani. Dopo la prima fase di pulizia dell’area e dopo la demolizione della casa ormai inutilizzata da più di trent’anni, arriva un’ ultima quanto inattesa sorpresa. E’ spuntato, infatti, un bunker sotto la palazzina. Nessuno ne era a conoscenza e, ovviamente, non era presente in mappe né segnalato in documenti che potessero far sospettare della sua esistenza. Il ‘bunker del mistero’ invece stava lì da oltre settant’anni, nei sotterranei della casa cantoniera, celato sotto il pavimento e senza alcuna comunicazione con la palazzina che lo sovrastava.

Per la ditta impegnata nello svolgimento dei lavori, per l’assessore ai lavori pubblici e per l’ufficio tecnico del Comune di Vezzano è stato un evento imprevedibile: «Della fortificazione militare nessuna traccia – conferma l’assessore Massimo Bertoni – , non si vedono neanche i cupolotti di uscita che probabilmente furono demoliti già nel tempo in cui venne costruita la palazzina». Il luogo è di pertinenza della Provincia, anche se il Comune si è preso carico dei lavori dell’infrastruttura e delle sue adiacenze. «Il bunker si trova proprio al centro della rotatoria – spiega Bertoni – e si allarga anche sotto un tratto di strada. Abbiamo subito avvisato la Sovrintendenza a Genova che ha già fatto un sopralluogo senza riscontrare nessuna valenza storica della stanza». Per motivi di sicurezza, adesso, si dovrà procedere ad un passaggio obbligatorio per scongiurare la presenza di materiale esplosivo attraverso l’utilizzo dei metal detector. I lavori non si sono però fermati: i cantieri procedono nello spazio perimetrale e, non appena sarà appurata l’assenza di materiale esplosivo, la ditta andrà avanti con la costruzione della rotonda. di Cristina Guala

 

Riapre il Forte di Cadine. Faceva parte del primo gruppo di fortificazioni austriache a difesa delle vie di collegamento a Trento
Da ildolomiti.it del 11 aprile 2017

TRENTO. Riapre il Forte di Cadine , progettato da Gustav Hermann, maggiore del genio militare di Trento, e parte del primo gruppo di fortificazioni permanenti austriache a difesa delle vie di collegamento al capoluogo. Assieme al Doss di Sponde componeva lo sbarramento del solco di Cadine.Il Forte è costruzione in conci di pietra calcarea di colore rosa, a forma di ponte, appoggiata alla roccia della forra del torrente Vela e dotata di casematte per artiglieria, gallerie per le fuciliere e postazioni in barbetta. All'interno della struttura è presente un allestimento multimediale in grado di illustrare la storia di questa specifica opera militare ma anche le diverse fasi di quell'imponente fortificazione che tra la seconda metà dell'Ottocento e la Grande Guerra interessò – e tutt'ora segna fisicamente – il territorio trentino. Nel 1915, venne disarmato e le artiglierie furono posizionate nelle vicinanze. Dal 1918 al 1949 servì da controllo stradale e da polveriera dell'Esercito italiano, fu anche occupato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. La struttura è facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici (autobus n.1 direzione Sopramonte, fermata "SP85 bivio Sopramonte").  

Dal 15 aprile al 4 giugno è aperto il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 18.00. Aperture straordinarie saranno il 17, 24 e 25 aprile; 1 maggio e 2 giugno. Dal 10 giugno al 17 settembre sarà aperto da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00; chiuso il lunedì.

 

Palmanova, bastioni puliti grazie ai forestali
Da ilmagazine.it del 7 aprile 2017

Il sindaco di Palmanova Francesco Martines e l'assessore alle risorse agricole e forestali della Regione FVG Cristiano Sharli hanno firmato la convenzione per il rinnovo per altri cinque anni, fino al 2022, riguardo alle modalità di pulizia dei bastioni della città stellata. Nello specifico gli uomini del corpo forestale continueranno nella loro opera di manutenzione e riqualificazione ambientale attraverso lo sfalcio, taglio delle alberature infestanti e limitate opere di consolidamento della parte muraria della cinta bastionata della città di Palmanova.

“La città – commenta Martines – ha avviato l’iter per la candidatura nella lista UNESCO, attraverso un percorso la cui condizione essenziale è rappresentata dalla valorizzazione, riqualificazione ambientale e conservazione della cinta muraria. Oltre alle importanti azioni realizzate assieme ai volontari della Protezione Civile Regionale, serve una manutenzione costante anno dopo anno per evitare di ritornare alla situazione del passato. Ringrazio quindi la Regione per l’impegno e le risorse investite nella manutenzione della cinta bastionata (area di 1.500.000 mq). Questo lavoro ci permette di valorizzare i bastioni e farli diventare sempre di più volano per la crescita, anche economica, della città”. L’accordo prevede che il servizio sia attivo dal mese di dicembre dell’anno precedente, al mese di marzo dell’anno successivo e, con le finalità di agevolare e consolidare l’attività programmata per il periodo invernale, nell’arco temporale variabile dal mese di agosto al mese di settembre, compatibilmente con gli impegni istituzionali in area montana. “La cinta fortificata, a seguito degli interventi realizzati negli anni scorsi, richiede un’attività continua di manutenzione per garantirne la salvaguardia e la fruizione a fini turistici e ricreativi. I bastioni ripuliti sono la migliore cartolina possibile per la città di Palmanova” aggiunge Luca Piani, assessore comunale con delega proprio ai bastioni. (ph. Ufficio stampa Comune di Palmanova)

 

Nelle fortezze fantasma della Seconda Guerra Mondiale abbandonata nel Mare del Nord
Da lastampa.it del 6 aprile 2017

Fortini sul mare abbandonati da oltre sessant'anni. In Gran Bretagna, sull'estuario dei fiumi Tamigi e Mersey, si ergono dall'acqua sette spaventose fortezze marittime, le Maunsell: piccole piattaforme costruite durante la Seconda Guerra Mondiale come torri di difesa, circondate da mine navali.

Un quartier generale con trincea «acquatica» nel Mare del Nord che prende il nome dal suo ideatore, l'ingegnere Guy Maunsell, ancora oggi «off limits». I lavori di realizzazione furono completati nel 1942 per proteggere la Gran Bretagna dalle incursioni tedesche. 

Ai tempi, i fortini erano ben più di sette: alcuni erano stati costruiti vicini alle spiagge ma sono stati smantellati a causa dell'instabilità del fondale.

Ma la maggior parte del quartiere militare è andata distrutta durante i combattimenti: le vedette Maunsell sono infatti state il bersaglio di 22 aerei tedeschi, 30 razzi e una motosilurante.

Uno dei forti sopravvissuti è stato speronato da una nave norvegese nel 1953: l'impatto uccise quattro persone e distrusse la struttura, nonché le tecnologie custodite al suo interno, compresi armi e radar.

 

Un altro fortino è stato invece distrutto da una tempesta nel 1996.

Insomma, un borgo desolato e decadente, annoverabile nell'elenco dei luoghi abbandonati più suggestivi e spettrali al mondo. 

Ma le cose potrebbero cambiare.

Questo angolo della desolazione potrebbe essere trasformato in un resort di lusso.

Il destino delle fortezze fantasma dipende dall'Operation Redsand Forts, il progetto di recupero e conversione voluto da David Marriot Cooper.

Il costo della riconversione delle fortezze Maunsell si aggira intorno ai 35-40 milioni di dollari, con un ritorno annuo di circa 15 milioni.

La progettazione è stata affidata allo studio Aros Architects, che ha previsto la realizzazione di appartamenti di lusso, un centro benessere e un centro ricreativo con servizi da milioni di sterline a notte, raggiungibili solo in elicottero o in catamarano, proprio come su un'isola privata extra lusso.

 

Storie della Berlino sotterranea: il bunker di Hitler
Da ilmitte.it del 6 aprile 2017

Tutti i grandi personaggi della storia lasciano in eredità misteri e miti dopo la loro morte. Adolf Hitler non fa eccezione, anzi, sono moltissime le leggende o le teorie semi-serie legate alla sua morte e grande è la curiosità sui dettagli della sua vita che non sono stati scoperti o messi sufficientemente in rilievo dalla storia.
Molte sono le domande che le persone si fanno. Che fine ha fatto Hitler? È fuggito da Berlino dopo la guerra? Dov’è il suo bunker? Si può visitare? Le risposte a queste domande deluderanno coloro che hanno un’immaginazione piú fervida o amano fantasticare sull’argomento, perché la realtá è che di misterioso, in questa faccenda, c’è assai poco.

Numerosi sono i turisti che, ignari, si recano nell’area della ex Neue Kanzlei (tra la Porta di Brandenburgo e Leipziger Platz), alla ricerca del bunker in cui il famigerato cancelliere tedesco passò gli ultimi giorni della sua vita, magari sbirciando nei tombini per cercare di trovare un’entrata segreta. Ma non c’è proprio niente da trovare: il bunker di Hitler è stato, infatti, distrutto a più riprese, tra il ’45 e il ’59.
Dopo la fine della battaglia di Berlino il complesso sotterraneo di 250 metri quadri era infatti diventato un’attrazione turistica per soldati e politici, incluso Chruchill, che in quella cornice si fece persino fotografare .
Gli alleati e i russi si resero presto conto che mantenerlo aperto al pubblico sarebbe stata una decisione poco saggia: il pericolo che potesse diventare un luogo di culto per i neo_nazisti era alto.
Iniziò allora il processo di demolizione, che incluse più tappe.

Fatto detonare piú volte, il bunker è stato definitivamente distrutto negli anni ’80 e riempito di detriti, anche se ulteriori parti del complesso sono state scoperte anche negli anni novanta. Accedervi è quindi impossibile.
L’area è stata trasformata in un anonimo parcheggio, probabilmente il parcheggio più fotografato al mondo, e niente segnala la presenza di quel sotterraneo pezzo di storia. Niente, a parte un pannello informativo voluto dall’associazione Berliner Unterwelten, allo scopo di sfatare i miti e impedire la circolazione di leggende. E Hitler? È morto in quel bunker? Testimoni hanno giurato di averlo visto in Argentina e in alcuni documentari su youtube si parla dell’esitenza di un tunnel segreto che avrebbe collegato il bunker all’aeroporto di Tempelhof e che avrebbe quindi permesso a Hitler di scappare e sfuggire alla morte.
Per quanto tali documentari sembrino realistici, queste teorie sono alquanto improbabili. In primo luogo suona strano che i nazisti abbiano scavato un tunnel così lungo, quando avrebbero potuto utilizzare la molto più vicina Straße des 17. Juni come pista di decollo per eventuali fughe. E, congetture a parte, negli anni ’60 sono stati trovati documenti della Stasi in cui si parlava del ritrovamento del corpo di Hitler da parte dei russi. In realtà, dopo essersi suicidato, il dittatore si fece cremare e il suo cadavere fu identificato dal suo dentista, che ne riconobbe la forma peculiare della mascella.
Per quanto il dentista avesse potuto mentire, questa versione dei fatti sembra, in ultima istanza, molto più plausibile della testimonianza di una cameriera in Argentina o di altre fantasiose ricostruzioni. In ogni caso, anche se gli storici si sbagliassero, a quest’ora Hitler sarebbe troppo vecchio per essere ancora vivo, avrebbe 128 anni.
I tempi delle feste con Jim Morrison, Elvis Presley e Michael Jackson sono finiti anche per lui. di Sara Bolognini

 

Il torrione medievale finisce all'asta
Da ilgiornaledivicenza.it del 5 aprile 2017

Secoli di storia crollano sotto la pioggia incessante, vengono messi all’asta ad un prezzo base di 40 mila euro. Desolata sorte per la torretta “Lettra”, uno dei due fabbricati più vecchi del paese di Malo, antica installazione militare poi casa signorile e infine fornace,che oggi giace semidistrutta in viaTrento. L’antico torrione di guardia risalente al XIV secolo, che negli anni fu oggetto prima di una convenzione e poi anche di un contenzioso tra proprietà e Comune, è stato messo all’asta dal tribunale di Vicenza.In vendita vanno l’intera torre con i suoi quattro piani, un garage doppio, due locali secondari, il fienile e il portico per un’area totale di 453 metri quadri, che si trova ora in completo stato di abbandono. Il valore di stima dell’edificio, di categoria abitativa secondo la scheda dettagliata del tribunale, è di 109 mila euro, ma quello di mercato si aggira intorno ai 128 mila.Il prezzo base richiesto dall’asta è però di 40 mila euro (88 euro al metro quadrato) con un’offerta minima di 30 mila.C’è da dire infatti che il “torrione”, come viene chiamato, non solo è in stato di completo abbandono da diversi anni ma anche che nel 2014, non reggendo alle piogge autunnali, è crollato sbriciolandosi quasi completamente. In quell’occasione aveva ceduto il tetto ed erano crollati alcuni muri in mattoni e terracotta, oltreché andate distrutte le merlature. Fino ad allora il fabbricato era rimasto tale e quale al periodo medioevale con appunto le merlature, l'entrata nel forno sotterraneo, il focolare, la targa in pietra che indicava il numero civico 377 dell’allora Contrada delle Case.

Secondo le fonti storiche, infatti, dopo essere stata utilizzata a scopi bellici dagli scaligeri , la torretta fu adibita a casa signorile, e infine fornace. Fu registrata con il nome di “fornace Riva” nel 1858 e rimase in attività. come tale fino alla fine del XIX, di proprietà della famiglia Riva. Ma la vita travagliata della torretta è continuata anche in anni recenti. Prima è stata oggetto di una convenzione in base alla quale l’Amministrazione comunale di allora permise alla proprietà la costruzione di un nuovo fabbricato nell’area adiacente in cambio della manutenzione alla torretta, poi fu al centro di un ricorso al Tar in una battaglia legale fra Comune e proprietà. «È un peccato perdere il più antico fabbricato del paese – spiega Igino Colbacchini, professore esperto dell’argomento –. Purtroppo stiamo perdendo questo pezzo di storia a causa di scelte sbagliate da parte dell’Amministrazione di allora, che stipulando una convenzione col privato in cambio di manutenzione, si è fidata troppo, considerato come sono andate le cose. L’ente pubblico avrebbe prima dovuto pretendere la manutenzione e la messa in sicurezza del manufatto e solo di seguito concedere la licenza per costruire».

Secondo gli storici locali lo stabile è, insieme alla torre campanaria del duomo, uno dei fabbricati più antichi del paese. Per questo motivo è oggetto di studio nelle tesi universitarie e da parte di esperti. Lo troviamo citato più volte negli scritti di storia locale da “Malo e il suo monte” a “I siti archeologici vicentini”, ma anche in ricerche quali “Conoscere Malo: paese natio di Luigi Meneghello” di Silvio Eupani e “Tempi e luoghi della seta e dell'argilla” del gruppo La Turritella. di Claudia Ruggiero

 

Il bunker dei misteri impenetrabili
Da gazzettadiparma.it del 5 aprile 2017

Che la nera signora gli avrebbe riservato un trattamento speciale era facile da immaginare. Anche solo per questioni di «contratto»: tra i tanti collaboratori che la storia le ha messo a disposizione nei millenni, Adolf Hitler è di certo stato uno dei più solerti. Il Führer non poteva certo uscire di scena come uno qualsiasi. Era destino che anche da defunto agitasse una lunga serie di «come» e di macroscopici «se». Coinvolto come cadavere o come fantasma nella Guerra fredda, dopo aver fatto scoppiare quella più rovente dell’età contemporanea. E ancora oggi, caduto da quel dì il Muro, suo lascito indiretto, spettro che alimenta dubbi e discussioni. Dopo essersene occupato per decenni, Mario Bussoni torna sull’argomento con «Hitler vivo o morto» (Mattioli editore), che verrà presentato oggi alle 18 alla Feltrinelli di via Farini; 262 pagine che affrontano la vicenda sotto i molteplici aspetti - storico, anatomopatologico, politico e complottistico -, affrontando le innumerevoli ipotesi che si sono sviluppate dal 1945.
Il libro è il resoconto di un lungo viaggio compiuto spesso contro la corrente delle «verità» date troppo facilmente per scontate. A cominciare da quella secondo la quale il Führer si uccise sparandosi in bocca con una pistola. A sostenerla fu Hugh Trevor-Roper, professore di Oxford, riverita autorità a livello mondiale nel campo della Storia moderna. Talmente riverita da potersi permettere di arrivare alla conclusione senza nemmeno ascoltare i testimoni diretti del bunker dell’orrore che nel frattempo erano ancora prigionieri dei sovietici conquistatori di Berlino. Bussoni, i documenti con le prime ammissioni da parte del Cremlino sul ritrovamento e sull’autopsia del «presunto» cadavere di Hitler, li ebbe a disposizione alla fine degli anni ’70. Da essi partirono le ricerche che lo portarono a realizzare «Andò così», il servizio che sarebbe stato pubblicato nel 1980 dal mensile Historia, in due puntate, che osava confutare la tesi di Trevor-Roper.
Nella sua indagine, lo storico parmigiano coinvolse anche Pietro Valli, primario dell’istituto di Medicina legale dell’Università di Parma. Fu una sorta di autopsia a distanza: nel tempo e nello spazio. Emerse che il capo del Terzo Reich, per la ferita trovata sulla parte mancina del cranio, l’unica visibile (il cadavere era piegato in avanti e spostato sulla destra) e per le macchie di sangue trovate sul divano, era stato colpito da una pallottola alla tempia sinistra. La storiografia ufficiale insorse. Salvo poi fare marcia indietro quando, nel 1983, il guru oxfordiano perse ogni credibilità abboccando a un falso clamoroso. Fu lui, infatti a prendere per autentici i «Diari di Hitler». Un falso clamoroso, una figuraccia planetaria. Niente male per una spia dell'MI5 e dell'MI6 (ruolo non proprio in sintonia con quello di ricercatore di verità storiche).
Ma Bussoni e Valli, partendo anche dall'analisi delle condizioni cliniche del dittatore si spinsero oltre: il Führer, minato dal Parkinson, non era in grado di impugnare una pistola con la sinistra (ma anche la destra aveva problemi). Inoltre, i testimoni avevano riferito di un foro d'entrata netto, privo dell'orlo d'ustione provocato dai colpi a bruciapelo. Con ogni probabilità, Hitler non si era sparato. Qualcuno lo aveva suicidato. E quel qualcuno non poteva che essere Eva Braun, prima di togliersi a sua volta la vita ingerendo una capsula di cianuro. Prove conclusive non ce ne sono, ma sembra questa l'ipotesi più credibile. Si è costretti a procedere in un cammino a ostacoli, tra le macerie della storia, in una realtà andata in frammenti con la caduta degli dei.
E intanto si rivivono gli agguati e i tradimenti dell'ultima battaglia, nel fumo della capitale in fiamme e soprattutto in quello del rogo appiccato dai fedelissimi del dittatore, per il maldestro funerale nibelungico del (presunto) Führer con la consorte. Non solo Berlino: la Germania intera e le regioni alpine erano un'immensa zona d'ombra nel maggio del 1945 e anche dopo. Firmato l'armistizio, la storia non s'è preso alcuna pausa, diversamente da quanto si è abituati a credere. Ha solo agito in modo più silenzioso e subdolo: un'altra guerra si profilava all'orizzonte (che sarebbe rimasta fredda nessuno poteva prevederlo), e anche gli ex nemici nazisti potevano essere arruolati sotto nuove divise. Niente era più certo, in un intreccio di morti presunte, di uccisioni di sosia (non solo del dittatore) e sparizioni sospette: sullo sfondo, l'operazione Bernhard (sterline false), le imprese di Otto Skorzeny (il liberatore di Mussolini al Gran Sasso), le vie di fuga aperte dal Vaticano verso Medio Oriente e Sudamerica. Non a caso, uno dei protagonisti di questo periodo fu un tale Ian Fleming, padre del futuro James Bond. Gli intrecci furono proprio da spy story: e Bussoni, senza mai abbandonare l'attenzione quasi maniacale per i documenti e le testimonianze, li fa rivivere. Per tornare al destino dell'uomo che scatenò l'inferno, senza sposare alcuna tesi. Anzi, l'assenza del punto interrogativo nel titolo evidenzia ancora di più la domanda centrale: Hitler vivo o morto? Possibilità di fuga, il dittatore ne aveva: anche all'ultimo minuto, a bordo degli aerei ultrasegreti del Kg 200 della Luftwaffe o degli U-Boote come l'U 530 e l'U 977 che continuarono a fare la spola tra Vecchio continente e Argentina ben oltre la fine della guerra. L'autore rievoca l'Operazione Terra del Fuoco, il trasferimento di ingenti beni dal Terzo Reich al Sudamerica, la fantomatica (e poco probabile) Base 211 in Antartide. Allora, l'uomo non era ancora andato sulla Luna. Altrimenti, un seme di mistero sarebbe stato piantato anche lì. di Roberto Longoni

Hitler vivo o morto, di Mario Bussoni, Mattioli, pag. 262, euro 18,00

 

Un viaggio tra le torri costiere del Salento
Da it.blastingnews.com del 3 aprile 2017

Siamo sempre stati affascinati dalla figura del pirata: vuoi per le trasposizioni letterarie o cinematografiche, il corsaro che solca i mari e nasconde il suo tesoro in atolli caraibici si è ormai radicalizzato nelle nostre menti. Ma la pirateria caraibica è solo la punta di una storia antichissima, svoltasi non nel nuovo continente, ma nel vecchio, precisamente nel Mediterraneo.  Sin dall’antichità, i pirati razziavano qualsiasi nave solcasse quel mare: da giovane Giulio Cesare rimase prigioniero di questi briganti per 40 giorni e, dopo riscatto, liberato su una spiaggia deserta. Nel corso dei secoli, i corsari continuarono le loro razzie sulle coste: l’impero ottomano capì di poter sfruttare questi abili marinai e guerrieri e così assoldò i più famelici di loro, uno fra tutti, Ariadeno Barbarossa, che divenne ammiraglio della flotta ottomana. Con l’espansione dell’impero, le incursioni sulle coste italiche si fecero sempre più numerose: nel 1480 una flotta turca, diretta a ##Brindisi, ma dirottata dal vento più a sud, assediò Otranto per 2 settimane prima di conquistarla: la baia dove sbarcarono è ancora oggi nota come Baia dei turchi. Il Regno di Napoli, seguendo le disposizioni del vicerè Pedro Afán de Ribera, allora decise di far costruire lungo tutta la costa delle torri costiere, poste a distanza regolare e visibile a occhio nudo, affinché si potessero avvistare le navi nemiche e dare l’allarme.

Le torri costiere del litorale brindisino

La zona più ricca di queste torri è il Salento: nel territorio brindisino molte sono le torri costiere che si sono conservate: intorno ad esse sono nati piccoli borghi o riserve naturali. Alcune sono sorte su degli scogli, altre si ergono solitarie su promontori, ma tutte hanno conservato il loro antico fascino. A circa 25 km dal capoluogo troviamo Torre Santa Sabina, oggi frazione balneare del comune di Carovigno. Il porticciolo fu sfruttato già dal tempo dei Messapi come stazione di redistribuzione per la vicina Karbina ( Carovigno ) e col passare del tempo e delle popolazioni venne fortificata sempre più: intorno al XIII, secolo i cavalieri teutonici vi costruirono uno spedale e probabilmente, la prima torre.

Questa torre comunicava tramite dei piccoli falò a nord con l’odierna Torre Pozzelle e a sud con la torre omonima facente parte della Riserva naturale di Torre Guaceto, distante 15 km da Brindisi. La torre sorge su un piccolo promontorio, nelle vicinanze di una sorgente d’acqua dolce, dove era indicata nelle mappe arabe del XIII secolo come Gawsit o Gaucito, da cui Guaceto. Questa zona infatti nell’838 venne occupata dagli arabi, che vi costituirono un piccolo “regno”, se così lo vogliamo chiamare, che venne ribattezzato col nome di Saracinopoli. Fu questo il periodo di maggior fortuna della zona e dopo la cacciata dei saraceni, la baia venne utilizzata come scalo per la vicina città di Mesagne. Nel 1531 il Marchese D’Alarçon vi fece costruire la torre, per evitare nuovi insediamenti arabi.

Da Torre Guaceto era visibile a sud Torre Testa di Gallico, o, come chiamata in dialetto locale, Jaddico. Distante 7 km da Brindisi, questa torre domina l’intera zona, sia per terra che per mare, grazie alla sua posizione, un promontorio piuttosto pronunciato.

L’ultima torre della costa nord, prima che si arrivi a Brindisi, è detta Torre Penne o Capo Gallo. Si erge all’interno di un paesaggio roccioso, fatto di scogli, piccole insenature e spiagge: il tutto sempre colorato dall’immancabile “macchia mediterranea”. La torre, costruita da Pietro de Toledo, fu restaurata nel 1568 dal vicerè e annessa al progetto della linea difensiva delle torri costiere. Il colore della pietra, la cui viva intensità varia al variare dell’altezza del sole, in contrasto col mare, con la macchia mediterranea, il profumo della terra e la brezza marina, hanno creato una nuova immagine, un nuovo simbolo: chiunque passi su queste coste, rimane incantato dalla bellezza delle torri del ##Salento. #puglia

 

La Fortezza del Sacro Graal a Napoli: la storia porta al Maschio Angioino
Da vocedinapoli.it del 3 aprile 2017

Per molti la ricerca del Graal è divenuto lo scopo di una vita, c’è chi asserisce si trovi tra le fortezze in rovina nel Sud della Francia e chi invece lo ha associato a re Artù. Una storia intrecciata che ripercorre i secoli e arriva ad oggi, con una misteriosa novità. Al Maschio Angioino di Napoli infatti sono stati rilevati alcuni simboli complessi legati alla coppa e un libro di luce, notato solo recentemente, situato su una parete dell’antica sala del trono. Un messaggio in codice proveniente dal sovrano spagnolo Alfonso V giunto in Italia nel XV nelle vesti di conquistatore, sicuro di essere in possesso del Graal. Il re di Aragona arrivò a Napoli nel 1442 ed è stato uno dei grandi protagonisti della nostra storia, secondo le nuove informazioni sarebbe stato proprio questi a dedicare al Graal il Maschio Angioino, fortezza che Carlo I d’Angiò volle nel Duecento. Salvatore Forte, studioso di simbologia e presidente dell’associazione IVI, ha messo in evidenza diversi elementi che indicano un particolare legale con il calice come riporta l’approfondimento sul nuovo numero di Focus. Il progetto “Il Graal al Maschio Angioino” è nato in collaborazione con il Comune di Napoli e porta in evidenza contenuti nascosti mai conosciuti prima d’ora. La tradizione medievale ha definito il Sacro Graal come la ‘coppa’ con la quale celebrò l’Ultima Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Un valore inestimabile, probabilmente metaforico, “graal” designa in francese antico una coppa o un piatto ma non si esclude che il termine sia simbolico e non effettivo. La leggenda lo ha trasformato in un vero simbolo culturale, secondo alcune interpretazioni recenti il Santo Graal potrebbe addirittura essere “sangue reale” ovvero il sangue derivante dalla discendenza di Gesù. Molti approcci e analisi che hanno dato vita ad un vero ‘mito’ che oggi si arricchisce di un nuovo e interessante tassello.

 

Lungo la Romea correva la linea Gengis Khan
Da lanuovaferrara.it del 3 aprile 2017

BOSCO MESOLA. Dall’autunno del 1943 sino alla Liberazione dall’occupazione nazi-fascista, l’Italia attraversò il periodo più buio e sanguinoso della seconda guerra mondiale e una delle linee difensive tedesche, denominata Gengis Khan, correva lungo il tracciato della Romea vecchia. La linea di fortificazione è articolata su circa due chilometri, attraversa il centro di Mesola e sconfina in veneto. Quella più celebre è tuttavia la Linea Gotica, che attraversava gli Appennini da ovest ad est. A Bosco Mesola, nella pineta del Fondo, area periferica del Boscone, i vecchi bunker, costruiti tra il novembre del 1943 ed il marzo del 1944 con il ricorso alla manodopera locale, sono oggi inseriti tra i percorsi di visita rivolti a scuole e a turisti, a cura dell’associazione Mappe di Comunità. «Sono una dozzina i vecchi fortini fatti edificare da Hitler - ha spiegato Iride Faraolfi, presidente dell’associazione - in questa zona, perché riteneva che lo sbarco alleato potesse avvenire lungo il tratto di costa compreso tra Ravenna e Venezia. La storia invece ci racconta che fu compiuto ad Anzio il 22 gennaio 1944. Sono strutture in cemento armato, senza fondamenta e ciascuna diversa dalle altre». Il freddo pungente penetra nella pelle una volta varcato la stretta porta del primo bunker che, secondo la ricostruzione storica, fu utilizzato come postazione di cambio turno per la guardiania nazista. «Questo bunker - ha aggiunto la Faraolfi - era dotato di torretta con antenna radio e cannoni a lunga gittata e fori di areazione». La luce del sole si riverbera tenue dalle finestre minuscole, ma basta proiettare lo sguardo ad un passato non lontano, per rivedere le immagini strazianti di famiglie sfollate, che nel dopoguerra avevano trovato un tetto proprio all’interno del bunker. L’associazione Mappe di comunità sta compiendo sul territorio una operazione divulgativa, di memoria storica, minuziosa e capillare. A breve distanza dal primo, si scorge un secondo bunker, completamente sovrastato dalla sabbia della pineta, dalla sommità del quale spunta un reticolato metallico. «Questa era una torretta per i carri armati, dotati di cannoni tedeschi requisiti in Francia - ha precisato Iride Faraolfi -, ma lungo la Vecchia Romea, sono rimasti altri bunker, ora all’interno di proprietà private, spesso utilizzati come cantine o magazzini». Il progetto di recupero del percorso dei bunker di Bosco Mesola, finanziato dalla Regione Emilia Romagna, è stato seguito e curato dall’architetto Azzurra Carli, in collaborazione con il Comune di Mesola e con il Gruppo di azione locale Delta 2000, con l’obiettivo di non disperdere la memoria storica e di divulgare ciò che è stato in un tempo che, a pensarci bene, non è poi così lontano.(k.r.)

 

West Star, il bunker che doveva salvare la Ftase
Da larena.it del 2 aprile 2017

Di West Star, il bunker antiatomico costruito ad Affi nel cuore del Monte Moscal, si è parlato nella serata organizzata alla baita degli alpini di Lugagnano. L'ultimo comandante Nato della base, il generale Gerardino De Meo, ha spiegato come si viveva. La curiosità era tanta: sala piena e persone che, grazie alle finestre aperte, seguivano da fuori. Il bunker antiatomico di Affi è stato costruito nel periodo della Guerra Fredda, dopo la crisi di Cuba, che aveva portato il mondo sull'orlo di una guerra nucleare. E' entrato in funzione nel 1966 per costituire, in caso di attacco del Patto di Varsavia, un riparo per il comando Ftase (Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa), che avrebbe diretto da li le operazioni dello scacchiere nord-orientale italiano per conto della Nato. E' stato progettato per resistere ad bombe atomiche più potenti di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki: una volta rilevato il pericolo, i sensori ottici e acustici avrebbero chiuso ermeticamente la struttura. Grazie a impianti molto sofisticati, i militari avrebbero potuto sopravvivere fino a qualche mese, salvandosi dalla contaminazione radioattiva. Il bunker poteva contenere almeno 400 persone.

 

La rinascita dell'ex polveriera: acquisita dal Comune, ecco cosa diventerà
Da ilgazzettino.it del 1 aprile 2017

FELTRE - L'acquisizione da parte del Comune della ex polveriera di Cart è alle battute finali: nelle prossime settimane gli ultimi passaggi formali e poi l'area entrerà a far parte del patrimonio comunale, con l'obiettivo di diventare un luogo di stampo sportivo, ricreativo e turistico. L'area, come previsto dal Pat, si presta a un'attività di tipo turistico e ricreativo. «Siamo convinti che proprio questo sia il filo conduttore per la valorizzazione dell'area prosegue Campigotto -, tant'è che alcune associazioni di volontariato locale hanno espresso il loro interesse per