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ANNO 2017

 

A Milano conclusi i lavori di restauro del rifugio antiaereo di Piazza Grandi

Da network Italiano Bunker e Rifugi di 28 febbraio 2017

In superficie la fontana monumentale è tornata a zampillare e impreziosire la piazza; sottoterra è stato recuperato il ricovero antiaereo realizzato dal Comune di Milano nel 1936 per difendere i cittadini dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Sono giunti al termine i lavori di restauro in piazza Grandi, che da un lato hanno ripristinato l’impianto idrico della fontana e riqualificato la s...truttura in bronzo, dall’altro hanno visto la bonifica e riqualificazione di quello che fu ed è tutt’oggi un luogo simbolico Milano.

“Milano in ogni suo angolo sa sorprendere cittadini e turisti - ha affermato il sindaco Giuseppe Sala - perché è una città che non si smette mai di scoprire. Trovo straordinario il risultato di questo restauro che ha riportato alla luce una meraviglia storica fino a oggi ‘nascosta’ e che ci aiuterà a mantenere viva la memoria della nostra città anche con i più giovani”.

“Oltre ad aver ripristinato il decoro della piazza, abbiamo recuperato un importante pezzo di storia della città che molti milanesi ancora non conoscono - ha dichiarato l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran - stiamo verificando la disponibilità di qualche associazione per rendere questo luogo periodicamente visitabile dai cittadini e dagli studenti, come accade per i Bagni Diurni di piazza Oberdan, vogliamo che resti viva la memoria storica di un periodo estremamente doloroso e significativo per il nostro Paese e la nostra città”.

Per quanto riguarda il recupero del rifugio antiaereo, costituito da un tunnel di 25 camere che durante la guerra ospitarono fino a 400 persone, sono stati inseriti gli impianti di alimentazione elettrica per l’illuminazione e per i rilevatori di presenza, in modo da garantire l’accesso in sicurezza in tutte le stanze. Sono stati rimossi i fanghi e l’acqua presenti e disinfestate e pulite tutte le superfici, con l’installazione di una pavimentazione galleggiante.

Si è voluto inoltre recuperare il senso dell’impianto di illuminazione originario, non più presente dal dopoguerra, con l’installazione di trefoli d’acciaio su cui corrono i cavi di alimentazione di un sistema di faretti led integrativi in grado di valorizzare le numerose scritte presenti sulle pareti, la vera testimonianza storica arrivata ad oggi conservata e inalterata dal tempo.

A completamento, è stata ridefinita, col suo recupero, la rampa di accesso al ricovero e sono state restaurate le dotazioni storiche del rifugio: tutti gli attacchi presenti all’interno del ricovero dove un tempo erano agganciati i secchi dell’acqua potabile per le persone nascoste, il sistema di scarico della fontana in ghisa, la condotta originaria di alimentazione della fontana.

 

Il Comune cerca volontari per aprire Forte Puìn, ma il bando ha i minuti contati

Da genova24.it del 27 febbraio 2017

Genova. Aprire Forte Puìn alla città con manifestazioni, feste, visite guidate e didattiche. E’ lo scopo del Comune di Genova che ha appena fatto uscire un bando aperto ad associazioni e organizzazioni di attività ricreativi e culturali interessate a utilizzare il bastione come location per eventi dal periodo di aprile a dicembre 2017. L’avviso, frutto di una delibera di giunta firmato due settimane fa dagli assessori Piazza e Porcile – è stato però pubblicato venerdì sul sito del Comune e ha una scadenza molto ravvicinata: il prossimo 7 marzo. Il rischio è che alla “call” non si presenti nessuno. “Crediamo che ci siano già diversi soggetti interessati – spiega Emanuele Piazza – ma se non dovessero presentarsi potremo prorogare i tempi. In questo caso però dovrebbe essere una procedura piuttosto snella, non si tratta di una concessione per la valorizzazione che prevederebbe anche l’intervento di privati ed eventuali finanziamenti, in questo puntiamo a rendere fruibile il forte ai cittadini nel periodo primaverile, estivo e autunnale”.  Si vedrà. L’avviso di manifestazione di interesse, di fatto un’indagine esplorativa, è relativo ad attività di presidio come, per esempio, raduni scout, visite scolastiche, visite naturalistiche, spettacoli teatrali, esercitazioni di cartografia e orientamento, apertura e chiusura del Forte nelle giornate festive e prefestive, attività di ristoro. I soggetti interessati dovranno essere associazioni prive di scopo di lucro, che abbiano tra i compiti di atto costitutivo, finalità sociali, culturali e ambientali. La gestione sarà aggiudicata sulla base dell’offerta ritenuta più vantaggiosa dal Matitone. Forte Puin è stato trasferito dal Demanio al Comune in nome di un accordo firmato nell’ottobre 2015 e che includeva anche Forte Crocetta, l’ex Torre Granara, Forte Belvedere, Forte Tenaglia, Forte Sperone e Forte Begato. La storia. Il Forte Puìn è il primo dei forti fuori le mura che si incontrano dirigendosi verso nord, dopo essersi lasciati alle spalle Forte Sperone, parte della cinta muraria allestita per fronteggiare le truppe austriache durante la Guerra di successione austriaca. Il nome del forte deriva dalla settecentesca “Baracca di Puin”, situata pressappoco più sotto dove oggi si trova il noto locale Ostaja de Baracche. La realizzazione di Forte Puìn fu ideata nel 1815 dagli ingegneri del Corpo Reale del Genio Sardo. Venne abbandonato nell’ultimo decennio dell’Ottocento e radiato dalle liste militari del 1908. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 1963 il forte fu chiesto in concessione da un privato, Fausto Parodi, che dopo averlo restaurato a proprie spese, vi abitò per circa vent’anni.

 

Ex Polveriera, presto l’apertura di un bar e di un ristorante

Da reggiosera.it  del 25 febbraio 2017

REGGIO EMILIA – Ultime settimane di lavoro, nella ex Polveriera di Reggio Emilia, per il completamento della ristrutturazione e del recupero promosso dalla cordata di cooperative sociali di cui è capofila il Consorzio Oscar Romero.

“A quasi un anno di distanza dall’avvio dell’attività del centro diurno e residenziale per disabili, seguito dall’insediamento di laboratori socio-occupazionali e spazi per il co-working – sottolinea il presidente della società La Polveriera e direttore del Consorzio Romero, Leonardo Morsiani – nel mese di aprile, nel secondo capannone oggetto di recupero, si avvieranno le attività di un bar e di un ristorante, ovviamente aperti, come tanti altri spazi di questo luogo restituito alla fruizione pubblica, a tutto il quartiere e a quanti vorranno scoprire questo luogo che è stato rianimato per funzioni ben diverse rispetto a quelle militari che le determinarono l’origine”.

Nelle prossime settimane – e l’accordo è di queste ore – nella Polveriera si insedierà anche l’attività distrettuale dell’Uepe, realtà periferica del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia, attualmente collocato in via Paradisi, tra la via Emilia Ospizio e via Turri.

“Un insediamento importante – spiega Morsiani – anche a livello simbolico, perchè rappresenta fattore di legalità e virtuoso esempio dell’azione dello Stato a presidio del corretto svolgimento delle sanzioni penali non detentive e delle misure alternative alla detenzione”. A fronte delle contestazioni mosse dall’Associazione Reggio Civitas rispetto all’apertura dell’Uepe in Polveriera, dal presidente del Consorzio Oscar Romero, Valerio Maramotti, giungono rassicurazioni. “L’Ufficio statale, che non è gestito dal Consorzio, ma dal Ministero della Giustizia – spiega Maramotti – esercita funzioni di aiuto e di controllo sulle persone affidate in prova ai servizi sociali e sui detenuti domiciliari, assicurando vigilanza sull’applicazione, la modifica, la proroga o la revoca delle misure a carico di quanti stanno sperimentando percorsi di riscatto e di reinserimento.”.

“Chi accede a queste misure – prosegue Maramotti – ha dunque motivazioni che lo spingono lontano dal crimine e, scontando una pena anche attraverso lavori di pubblica utilità, riprende una relazione con persone o comunità che può aver ferito con errori che, comunque, non possono essere oggetto di un sospetto, di un rifiuto o di una condanna perpetua o peggiore di quella che avviene con la detenzione”. “Insieme a questo primo e fondamentale aspetto – conclude Maramotti – sussiste tutto il lavoro dell’Uepe, la cui presenza a Reggio Emilia si è rivelata in questi anni un elemento di forte rassicurazione, di garanzia e di tutela per tutti i cittadini”.
Mentre si completano gli insediamenti (e i primi saranno ristorante e bar, così come previsto nel progetto originale), le coop sociali che hanno dato vita alla società La Polveriera stanno intanto lavorando anche sul programma di eventi e di attività che sarà proposto alla cittadinanza per la primavera-estate 2017. “Si è appena conclusa – osserva Morsiani – l’esposizione della mostra fotografica di Luigi Ottani, “Scappare la guerra”, reportage fotografico del confine greco-macedone, mentre stanno avviandosi in questi giorni laboratori ed atelier di vario genere (musica, espressività, foto-arte terapia, teatro) per adulti, bambini e professionisti, con un programma specifico tra l’altro per famiglie con genitori di bambini con disabilità”. “L’imminente apertura dei nuovi spazi commerciali pubblici, e tra questi anche un negozio di oggetti di design – anticipa Morsiani – ci consentirà di arricchire ulteriormente un calendario di eventi che già nel 2016 ha portato in Polveriera oltre 5.000 persone”.

 

Inizia il restauro al Baluardo di Colle

Da quinewsvaldelda.it del 25 febbraio 2017

COLLE VAL D'ELSA — I ponteggi già circondano il baluardo di Colle.

A breve si darà il via ai lavori veri e propri per l’antico bastione della cinta muraria di Colle. 

Sulla necessità di mettere in sicurezza il baluardo erano intervenuti anche i cittadini di Colle in diverse occasione, dall'angolo esterno della struttura si erano staccate alcune grosse pietre che avevano anche fatto temere per la tenuta della balconata. 

Sempre il bastione è interessato da i lavori di manutenzione anche all’interno per la manutenzione dell’impianto di risalita da Colle bassa a Colle alta.

 

 

Monte Venda, viaggio dentro il bunker dei veleni dell'ex base Nato

Da ilgazzettino.it del 24 febbraio 2017

ABANO - I cartelli che avvisano la presenza di un limite invalicabile non spaventano ormai più nessuno. Basta un buco nella recinzione di quella che un tempo era considerata una delle basi più operative del suolo nazionale ad introdurre, dalle retrovie di un sentiero, chiunque voglia aggirarsi fra i fantasmi del base del primo Roc del Venda. Chi lo ha fatto con più frequenza negli ultimi tempi, sono stati i ladri. Quantità di cavi di rame, per non parlare di metalli, utensili, condotte elettriche ed apparecchi telefonici sono state divelte dai locali della base. Poco importa che le strutture violate fossero quelle nelle quali nel corso degli anni si è maturato il dramma di quasi una quarantina di avieri, uccisi dalle esalazioni di radon ed amianto presenti all'interno del bunker militare.

Dopo il passaggio dei vandali, la base attira ora quanti hanno aggiunto l'ex primo Roc nel palmares dei luoghi dell'abbandono sparsi su tutto il territorio, collocando sul web istantanee che testimoniano il degrado inarrestabile della struttura...

 

 

 

Il Forte San Felice tra i 10 monumenti più amati in Italia

Da nuovavenezia.it del 24 febbraio 2017

Al primo c’è il Castello di Sammezzano, capolavoro dell'arte "orientalista" dell'Ottocento, con il suo parco di quasi duecento ettari, risultato il posto più amato tra quanti (più di un milione e mezzo) hanno votato all'ottavo censimento "I luoghi del cuore" promosso dal Fai. 

L'edificio da "mille e una notte", che si trova nei pressi di Leccio, una frazione del Comune di Reggello a circa un'ora d'auto da Firenze, ha ricevuto più di 50 mila preferenze, piazzandosi al primo posto tra gli oltre 33 mila luoghi italiani dimenticati o da salvare segnalati al Fai da singoli cittadini e comitati spontanei (319 in questa edizione). Di proprietà privata, dopo il tentativo di trasformarlo in resort di lusso, il castello ad oggi è chiuso al pubblico e versa in stato di abbandono, come denuncia il comitato che si è attivato per i voti e che da anni ne chiede il recupero e la restituzione alla collettività.

Secondo nella classifica del Fai, con oltre 47 mila voti, è l'imponente complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, che conserva al suo interno l'affresco del Giudizio Universale di Giorgio Vasari. Il bene, segnalano i votanti, necessita di lavori di recupero e di un piano di valorizzazione. Medaglia di bronzo, con quasi 37 mila voti, per le Grotte del Caglieron a Fregona, in provincia di Treviso, con le loro cavità artificiali ottenute dall'estrazione dell'arenaria, suggestive ma poco conosciute.

Fuori dal podio, nella top ten 2016 del Fai entrano - in ordine di preferenze - l'area archeologica di Capo Colonna a Crotone, la Ditta Guenzati a Milano (il negozio più antico della città), il Convento di San Nicola ad Almenno San Salvatore (Bergamo), la Tonnara del Secco di San Vito Lo Capo (Trapani), il ponte romano sull'Ofanto a Canosa di Puglia, Forte San Felice a Chioggia e l'Anfiteatro augusteo di Lucera (Foggia).

Da segnalare anche i quasi seimila voti ricevuti dal Santuario di Santa Maria della Filetta, patrona di Amatrice, colpito dal sisma della scorsa estate ma fortunatamente scampato alla totale distruzione.

Per Forte San Felice un'autentica sospresa, che premia lo sforzo dei volontari che stanno cercando di farlo conoscere per poterlo salvare. 

Dal 2003 a oggi sono stati 68 i siti - tra chiese, castelli, aree archeologiche e naturali, musei, palazzi storici, edifici religiosi, civili e militari - "salvati" grazie a "I luoghi del cuore", in 15 regioni italiane. Lo ha sottolineato il presidente del Fai, Andrea Carandini, illustrando i risultati dell'ottava edizione del progetto che è stata dedicata all'"eroe di Palmira", l'archeologo siriano Khaled al-Assad. "Rispetto al 2015 ci sono stati circa 80 mila voti in meno, ma lo riteniamo comunque un successo, considerando le tre Regioni colpite dal terremoto ma anche la 'concorrenza' del governo" ha aggiunto, riferendosi all'iniziativa lanciata a maggio scorso dall'ex premier Matteo Renzi per segnalare via e-mail i luoghi pubblici dimenticati da recuperare.Partner attivo e finanziario dei Luoghi del Cuore, fin dal primo anno, è Intesa Sanpaolo. "Ciò che ci piace di questo progetto - ha detto il presidente del gruppo bancario, Gian Maria Gros-Pietro - è la sua credibilità, il fatto di porsi degli obiettivi che poi consegue. Un aspetto di cui c'è tanto bisogno in questo Paese e che è compito di una banca sostenere".

 

Mura spagnole "pedonali", <Lucca il nostro modello>

Da laprovinciapavese del 22 febbraio 2017

PAVIA. Una passeggiata sulle mura spagnole, salendo la scala a chiocciola attraverso cui secoli fa si arrivava alla garitta del bastione, guardare i tetti da lassù. Magari passando da stanze delle munizioni, con qualche cannone affacciato sul vuoto come 400 anni fa, quando la difesa della città era affidata a baluardi e fossati. È quello che vorrebbero trasformare in realtà il gruppo Facebook Pavia e dintorni animato da Gianni Cattagni e l’associazione Liutprand di Alberto Arecchi che con un progetto per salvare le mura spagnole dal crollo e per valorizzarle concorreranno al bando per accaparrarsi i 300mila euro del bilancio partecipato.«A Lucca i bastioni racchiudono lo splendido centro storico, ci si cammina sopra godendo del panorama e del verde - spiega l’architetto Arecchi - A Piacenza non c’è tutta la cerchia delle mura, ma uno dei bastioni è stato trasformato in parco». A Pavia, invece, l’ultimo baluardo, quello di Sant’Epifanio, rischia di crollare, trasformato da oltre un decennio di incuria in bosco verticale. Le radici degli alberi si sono fatte strada nel cotto e i mattoni si staccano, intere porzioni rischiano di crollare.

Il baluardo di Sant’Epifanio è quello che si trova al parcheggio cosiddetto “delle mura Spagnole”, a metà di viale Gorizia in corrispondenza di via Scopoli. «Ha caratteristiche speciali - spiega Arecchi - ci dovrebbero essere ancora diversi piani dentro, oggi inaccessibili, una scala». I baluardi non erano semplici mura ma, spiega Arecchi, «macchine da guerra, con munizioni al piano sotto, montacarichi per portarle ai cannoni».Però ora il baluardo è in rovina: «Sono state lasciate crescere sopra piante come i bagolari prosegue l’architetto - hanno radici terribili. Per rimuoverli occorrerà lavorare con l’esperienza di un botanico che dica come fare a eliminare le piante senza estirpare le radici, per non fare crollare le mura».

Il manto esterno del baluardo è malandato, ha ancora i segni di vecchie cannonate dell’assedio di Pavia del 1655 e ogni tanto cade un mattone. «Salviamo l’ultimo baluardo delle mura spagnole - spiega cattagni -. Un secolo fa, Pavia distrusse la maggior parte delle sue fortificazioni. Costruite poco dopo il 1550, esse costituivano un capolavoro di arte militare. Persino le porte monumentali della città furono distrutte e smontate, lasciando alla fine in piedi la sola Porta Milano e i ruderi di due torri medievali che erano stati incorporati nella nuova cinta difensiva (Porta Nuova e Porta Calcinara)».

«Poche parti rimangono del sistema di fortificazione, alcuni bastioni e baluardi. Tra questi, il più integro, si fa per dire, è il baluardo di Sant'Epifanio, in viale Gorizia, trasformato in deposito di tram e autobus, sino a qualche decina d'anni fa. Oggi versa in un pessimo stato di manutenzione ed è a rischio di crolli e cedimenti, mentre le radici di alberi cresciuti in modo incontrollato ne minano dall’interno la resistenza strutturale. Vorremmo cominciare da qui un recupero delle ricchezze storiche della nostra città, anche perché in questo baluardo passano centinaia di persone ogni giorno, a rischio delle proprie vite».

«L’idea è di partecipare al bando di idee per il bilancio partecipato, l’iniziativa con cui il Comune mette a disposizione 300mila euro di un bilancio da circa 90 milioni di euro per finanziare le idee di associazioni e cittadini, votate dai cittadini stessi. «Siamo convinti - spiega Cattagni - che per la nostra città l’investimento principale è ridare luce e interesse turistico al nostro passato architettonico». Le due associazioni vorrebbero cominciare la pulitura il consolidamento e il restauro del baluardo di Sant’Epifanio per mettere in sicurezza il passaggio al parcheggio ed evitare di piangere - poi - sul crollo delle mura.

Il progetto ipotizza il ripristino degli elevatori delle munizioni e l’accesso pubblico alla sommità del bastione, la pulitura del fossato esterno e il restauro del manto. «Sarebbe auspicabile anche la riapertura dei locali di artiglieria - spiega Arecchi - l’ingresso dovrebbe trovarsi sulla destra. E si potrebbe creare un museo di arte militare dal ‘500 al ‘700 e delle cinte murarie, magari portando lì i cannoni che ora prendono la pioggia, fuori contesto, nel cortile del castello visconteo».

 

Trovato antico bunker militare nel sottosuolo delle alture di Savona

Da savonanews.it del 20 febbraio 2017

Nel corso di una esplorazione di Claudio Arena con Cristian Alpino è stato trovato nelle alture del Savonese questo nuovo sotterraneo bellico che, per grandezza, al momento risulta essere il secondo dopo quello esplorato e documentato sul Colle Settepani. Infatti si tratta di un opera con una superficie di circa 400 mq, che segue un percorso lineare di circa 150 mt.

Raggiunto telefonicamente, ci spiega Claudio Arena: “Seguendo degli indizi, frutto di ricerche cartografiche che stavo coltivando da tempo, ho trovato questi spazi, ben nascosti e mimetizzati. Non si può definire bunker, perché i bunker hanno dimensioni più limitate. Si può ipotizzare che fosse usato come deposito di armi e munizioni. Sono propenso a pensare che risalga alla II Guerra Mondiale, ma l’aspetto più anomalo è legato al fatto che non è stato finito, quindi potrebbe essere stato iniziato sul finire del conflitto, oppure potrebbe essere stato progettato all’inizio della guerra fredda e poi abbandonato. Al contrario dei depositi di armamenti, in genere circondati da torrette di vigilanza perimetrali, questo era molto ben occultato”.

Nella descrizione tecnica tracciata da Arena si legge: “L’edificazione è in cemento armato. Al suo interno, troviamo corridoi larghi circa 2 mt per un altezza di 3 mt. Spostandoci all'interno, abbiamo quindi rinvenuto 4 stanza, sempre tutte con soffitto a volta e sfiatatoi. La stanza più grande è di 4 mt x 5, le altre 3 sono di 3 mt x 4. Vi è anche un corridoio grezzo, in fase di scavo, con una larghezza di 1 mt per 2 in altezza. Sono ben visibili i segni di piccone e i fori dove sarebbe stata applicata la dinamite, per far brillare la roccia e proseguire nel lavoro.

È possibile, osservando la direzione del percorso, che si intendesse forse raggiungere, a una distanza di altri 100 mt, una grande sala sotterranea con una capienza di circa 200mq costruita molto precedentemente e probabilmente usata come cisterna”.

Prosegue Arena: “L'interno si presenta in ottime condizioni, non sono state trovate scritte antiche, e tanto meno moderne, questo a dimostrazione che è un luogo quasi sicuramente inedito. Tutto il sotterraneo è attualmente allagato con circa 30 cm di livello acqua e una parte più profonda di circa 70 cm”.

 

Siracusa, mercoledì sarà presentato il volume “Difese sul mare”

Da lagazzettasiracusana.it del 20 febbraio 2017

SIRACUSA – Il Mediterraneo, soprattutto centrale, è stato (e tuttora rimane) una zona di intensi traffici e dialoghi tra popoli e civiltà. Non sempre tale incontro avviene senza truculenti confronti per cui è stato necessario provvedere a rimedi difensivi, che potessero tutelare ed eventualmente contrastare presenze poco accoglienti delle diversità. Le coste della Sicilia e delle isole maltesi, come dell’Italia meridionale e di altre zone del Mediterraneo, sono, pertanto, costellate dalle testimonianze di questa architettura militare difensiva. Le città poste sulle coste hanno sentito l’esigenza di doversi chiudere all’interno di mura e le coste sono state costellate di castelli, torri di avvistamento e più recentemente casematte. Questo patrimonio culturale, oltre che architettonico, perduta la sua funzione originaria, oggi riveste un ruolo significativo per la storia del territorio e merita l’attenzione degli studiosi, non soltanto per non essere disperso, ma per poter continuare il ruolo, trasformandosi da presidio difensivo militare a presidio difensivo culturale.

La giornata di studi DIFESE SUL MARE. Città fortificate e architettura militare nel Mediterraneo centrale ha consentito di porre l’attenzione ad alcuni episodi del patrimonio architettonico e artico relativo alla difesa delle città costiere e al’architettura militare nelle coste del Mediterraneo centrale, dalla Calabria alla Sicilia fino alle isole maltesi. Tecniche costruttive e architetture sono state progettate e concepite per rispondere a strategie non solo difensive ma anche, ove necessario e possibile, per contrattaccare onde impedire le aggressioni. Importante è pertanto il rapporto di questi presidi con il contesto. Il territorio, sia per gli aspetti orografici nonché per gli inevitabili coinvolgimenti umani, ha avuto un ruolo determinante e fondamentale per la individuazione dei siti ove edificare e per la scelta delle tipologie edilizie da adottare. Lo studio di tale patrimonio necessariamente ha coinvolto la rappresentazione delle strutture difensive delle coste; planimetrie, vedute, cartografie, mappe militari accompagnano lo studio del patrimonio architettonico militare costiero. Gli studi proposti nella giornata di studi, DIFESE SUL MARE. Città fortificate e architettura militare nel Mediterraneo centrale, svoltasi a Sciacca nel dicembre 2014, sono stati così raccolti in questo volume al fine di costituire un ‘presidio’ per la conoscenza, la valorizzazione e soprattutto la ricerca dei valori comuni e fondanti dell’identità storica culturale e umana del Mediterraneo centrale. Con la consapevolezza di non aver esaurito la problematica di chi ha la coscienza che gli aspetti emersi negli interventi suscitano l’entusiasmo per futuri approfondimenti, restando fiduciosi che si possa continuare sugli intrapresi percorsi. La Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa presenterà il volume dal titolo “Difese sul mare”, giorno 22 febbraio p.v. alle ore 18,00 presso la Sala  Cartografica di Castello Maniace.

 

Villa Ada (Roma) e il suo bunker abbandonato per tanto tempo

Da notizie.it del 20 febbraio 2017

Villa Ada è il secondo parco pubblico più grande della Capitale dopo Villa Doria Pamphilj e si trova a nord della città. Al suo interno vi sono numerosi edifici come la Villa Reale, acquistata nel 1872 da Vittorio Emanuele II, che fece ingrandire l’area con altri terreni, fino a conferirle le dimensioni attuali di 180 ettari; inoltre fece costruire strutture per migliorarne la funzionalità, come delle scuderie. Suo figlio, Umberto I, preferì rimanere al Palazzo del Quirinale e vendette la tenuta a prezzo abbordabile all’amministratore dei beni dei Savoia, il conte Telfener, che le diede il nome di sua moglie, Ada, nome con il quale l’edificio è conosciuto ancora oggi. Venne riacquistato nel 1904 da Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto I, che lo ribattezzò “Villa Savoia”. Rimase residenza di famiglia fino alle fine della monarchia sabauda, nel 1946. Benito Mussolini vi fece costruire accanto un bunker in cui i Savoia poterono rifugiarsi in caso di bombardamenti. E’ proprio a Villa Ada, che Mussolini venne fatto arrestare dal re  il 25 luglio 1943. Alla caduta della monarchia, la villa rimase parzialmente in stato di abbandono, mentre un’altra parte divenne proprietà pubblica e ristrutturata. La struttura venne in seguito donata dall’ex re Umberto II all’Egitto di re Farouk, come ringraziamento per averlo ospitato durante l’esilio e oggi ospita L’Ambasciata e il Consolato della Repubblica Araba d’Egitto.

Il bunker della villa

Il bunker che il Duce aveva fatto costruire per i Savoia – anche un secondo fatto erigere tra il 1940 e il 1942, quando le cose cominciavano a mettersi male per il regime fascista – rimase abbandonato per moltissimi anni a partire dal 1946 con la partenza di Umberto II per l’esilio. Tuttavia fino agli Anni Sessanta ospitava ancora l’arredo originale e resti degli armamenti. Costruito ovviamente per resistere ai bombardamenti pesanti e nei periodi di isolamento, la struttura era anche dotata di ogni comfort – compresi due bagni, acqua, viveri, impianti elettrici e persino un’area per le automobili -; le porte erano blindate, antigas e con spioncini fissi per controllare l’esterno , e c’era anche un’uscita di sicurezza, a cui si arrivava attraverso una scala a chiocciola. Nel tempo l’ex bunker divenne un rifugio per senzatetto lasciato nel degrado, in balia di vandali che hanno “disegnato” i loro graffiti sulle pareti. Nel 2010 i giornali parlarono di questo luogo come “il Bunker del diavolo”, poiché era frequentato da sette sataniche. Il sito, di proprietà del Comune di Roma, è stato dato poi in concessione gratuita per due anni ad un’Associazione vincitrice di un bando per il suo restauro. E’ stato riaperto al pubblico il 24 marzo dello scorso anno.

 

Telefono Hitler venduto a 243 mila dollari - Ritrovato nel suo bunker venne poi conservato in una casa in Gran Bretagna

Da ilperiodiconews.it del 20 febbraio 2017

Il telefono di Adolf Hitler è stato venduto all'asta per 243.000 dollari. Il telefono, ritrovato nel bunker del Fuhrer a Berlino, è stato conservato finora in una scatola in una casa di campagna inglese ed è stato venduto dalla case di aste Alexander Historical Auctions, a Chesapeake City, in Maryland. Nel presentarlo ai potenziali acquirenti è stato descritto come "una delle armi più distruttive di tutti i tempi, avendo causato la morte di milioni di persone".
Originariamente di colore nero, il telefono è stato ridipinto di rosso e vi sono stati incisi il nome di Hitler e la svastica.

 

Città piazzaforte in mostra a Porta Giulia

Da gazzettadimantova.it del 19 febbraio

MANTOVA. Che cos’era il famoso Quadrilatero degli austriaci? Perché si dice che Mantova era una città fortezza? Lo si capisce benissimo visitando la mostra “Mantova, Piazzaforte del Quadrilatero, elaborazioni grafiche di Guglielmo Calciolari” , a Porta Giulia, inaugurata sabato 18 febbraio in un’ala di quello che era un nodo del sistema difensivo dei Gonzaga. Infatti la città, difesa dalla possibilità di allagare le vie d’accesso, per chi veniva da Verona imponeva invece di costeggiare su due lati la mura di Cittadella, facendosi controllare prima di entrare.
Passando dall’olio bollente versato sugli assedianti all’artiglieria e poi ai cannoni sempre più potenti, fino alla canna rigata che allungava gittata e precisione delle armi da fuoco, ovviamente le difese son cambiate. E così prima gli austriaci nel Settecento, ma soprattutto Napoleone modificarono le strategie.
Il generale francese ideò un sistema di fortificazioni molto complesso, che non completò. È rimasto il Forte di Pietole. Lo realizzò, con qualche modifica, il generale Radetzski testandolo nel 1848. Ma di tutti quei forti rimane poco: metà di quello di Borgoforte, privato del dirimpettaio Oltrepò a Motteggiana, e dei due laterali sulla riva nord, Boccadiganda e Rocchetta. Li possiamo vedere nei disegni di Guglielmo Calciolari, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Verona, grafico straordinario e “topo d’archivio”.
Infatti se per la mostra del 2011, furono Claudia Bonora Previti e Daniela Ferrari a mostrargli i documenti, poi ha condotto da solo una grande ricerca storica confrontandosi con la docente del Politecnico di Milano. Ed ecco, nei secoli, le modifiche all’Isola del Te, le fortificazioni del Migliaretto, il forte di Belfiore, quello di Belgioioso, e quello dove oggi c’è l’ospedale. O ancora il forte di San Giorgio da Campo Canoa a Lunetta. Immagini panoramiche e focalizzazioni sui singoli forti, addirittura dall’interno.
Una mostra bellissima, voluta dall’Associazione Porta Giulia Hofer con il presidente Paolo Predella, e dalla Società per il Ducale con il presidente Giampiero Baldassari, e il sostegno del Comune.
Discorso di apertura di Massimo Allegretti, presidente del consiglio comunale, di Pradella, che ha voluto citare i volontari Carlo Gandolfi, Franco Levi, Paolo Mele, Angiolino Piovani, Gianni Tarabbia e Maurizio Vasori, la pagina Facebook e il sito www.portagiuliahofer.it
Gli spazi, destinati al Museo Andreas Hofer, ospiteranno la mostra “Mantova, piazzaforte del Quadrilatero” fino al 7 aprile, con apertura al sabato e alla domenica dalle 15.30 alle 18.30, oppure negli altri giorni su prenotazione (cellulare 339 6033690 – mail. info@portagiuliahofer.it).(Maria Antonietta Filippini)

 

Apre al pubblico il Bunker dei Savoia

Da newsgo.it del 16 febbraio 2017

Il Rifugio antiaereo dei Savoia, all’interno di Villa Ada, domenica, apre per la prima volta al pubblico. Villa Ada Savoia, oggi diventata un grande parco, ospita il bunker che nel periodo clou del secondo conflitto, ha garantito la salvezza della famiglia reale.Nascosta nella parte in cui la vegetazione è più prolifica, c’è l’entrata. Contrariamente alla prassi, il rifugio è stato collocato lontano dalla palazzina principale. Gli ideatori, hanno deciso di scavarlo in prossimità di una collina di tufo, sfruttando degli ambienti già esistenti. In questo modo, non solo non si dovevano varcare scale o rampe per accedervi, ma si poteva raggiungere il rifugio con le auto che venivano nascoste al suo interno.

Per 70 anni il bunker è rimasto nascosto, a segnalarlo c’era solo un anonimo arco di mattoni, frequentato da pochi curiosi e coraggiosi. Sul rifugio, infatti, non sono mancate leggende e racconti sinistri, che lo hanno collocato come luogo in cui avvenivano riti satanici.

L’interesse del Comune di Roma, a riportare all’attenzione della cittadinanza un luogo che ha caratterizzato un periodo importante della storia della Repubblica, ha posto fine al degrado del bunker. La costruzione di una cancellata prima, e il lavoro di recupero del sito, da parte dell’Associazione Roma Sotterranea, dopo, hanno riportato in luce il rifugio, in cui i reali hanno passato le loro ultime ore in Italia prima della fuga.

 

Grazie ad una serie di pannelli posti per l’occasione, si potrà ripercorrere la storia e la leggenda legata al bunker costruito per la famiglia reale. Il costo del biglietto è di 5,00 euro, per i bambini fino ai 10 anni l’ingresso è gratuito.

 

Il vecchio bunker di Tito diventa un centro visite

Da ilpiccolo.it del 16 febbraio 2017

ZARA. Il bunker del maresciallo Tito (uno dei tanti nell'ex Jugoslavia) situato nel Parco nazionale Paklenica, nell'entroterra di Zara, è stato trasformato in un accogliente e suggestivo centro visite per chi arriva nel Parco stesso.

Costruito tra il 1950 e il 1953 nella roccia viva delle Alpi Bebie - cioè la catena del Velebit - il complesso di gallerie avrebbe dovuto costituire il rifugio di colui che fu il padre-padrone della Federativa nel caso fosse stata attaccata da Stalin e dalla sua temuta Unione Sovietica. Morto Stalin nel 1953, il bunker fu abbandonato e mai utilizzato, per essere riportato in vita soltanto negli anni Novanta del secolo scorso quando nel corso della guerra contro i ribelli serbi fu utilizzato dai croati quale deposito di armi ed esplosivi.

Nel 2002, su iniziativa della direzione del parco nazionale, è cominciata nel rifugio la costruzione di questa città sotterranea, destinata ad attirare le decine di migliaia di persone che ogni anno fanno tappa in quest'area situata una cinquantina di chilometri a nord di Zara. Nel dedalo di tunnel è stato approntato un complesso di sale multimediali, di pareti artificiali per arrampicata (anche per bambini), un bar e altri contenuti, per una spesa che si aggira sui 32 milioni di kune, pari a circa 4,3 milioni di euro.

La struttura è stata dotata di idonea illuminazione, di impianti di riscaldamento e ventilazione e di tuto quanto serve ancora per una visita nella “pancia” delle Albi Bebie. Si è parlato di riscaldamento in quanto lungo l’intero arco dell’anno la temperatura nell’area sotterranea si aggira sui 15 gradi.

 

In Valdurasca torna alla luce l'ex polveriera

Da cittadellaspezia.com del 15 febbraio 2017

La Spezia - Terrapieni, edifici, vasche, ponti che attraversano piccoli torrenti. In poche settimane di lavoro, un albero tagliato dopo l'altro e un colpo di benna alla volta, l'ex polveriera della Valdurasca è tornata a fare capolino dal bosco che l'aveva invasa negli ultimi decenni. Qualcuno tra i residenti ricorda ancora la guardia a piedi dei marinai di leva nei primi anni Novanta, ma di fatto il presidio militare installato nella stretta valle che unisce la Spezia a Follo era in stato di abbandono da vent'anni prima. Ceduto gratuitamente al Comune della Spezia nel 2016 nell'ambito dei trasferimenti del federalismo demaniale, adesso è un parco immerso nella natura che aspetta solo qualche buona idea per tornare a nuova vita.
E che parco. In totale 22 ettari - poco meno di un terzo dell'area ex Ip per avere un'idea - di ampi sentieri che si dipanano tra pini, cipressi, castagni, acacie e lecci. Una parte pianeggiante piuttosto estesa e poi un'altra zona collinare che chiude a semicerchio lo spazio, un anfiteatro naturale in cui canta solo il rumore del vento tra i rami. Un complesso imponente con edifici in cemento e legno piuttosto radi e nascosti alla vista dal sentiero. I vecchi depositi sono infatti circondati da alti terrapieni che avrebbero evitato una strage in caso di esplosioni accidentali. La potenza del materiale conservato un tempo si capisce bene osservando le dimensioni dei laghetti artificiali che si sono creati lì dove veniva fatto brillare l'esplosivo in disuso. Stagni che sono diventati casa per uno stormo di germani reali.

Arrampicandosi sul pendio si scende verso Montalbano, per il cui forte, costruito attorno al 1880, la polveriera serviva da deposito di munizioni. Sui tetti dei vecchi edifici, alcuni in eternit, fa ancora mostra di sé il sistema a gabbia di Faraday che fungeva da parafulmine e che ha evitato una seconda Falconara. La maggior parte delle costruzioni di legno è marcita, le coperture infiltrate dal'acqua e afflosciate sotto il peso degli anni. Ma i lavori per adesso non hanno portato alla luce particolari emergenze ambientali, se non nella parte dell'ingresso in cui spuntano cumuli di rifiuti e alcune vetture cannibalizzate e lasciate alle intemperie.
Questa mattina c'è stato un sopralluogo da parte del sindaco Massimo Federici e dell'architetto Emilio Erario, direttore area urbanistica del Comune della Spezia. "Dopo questi lavori di pulizia ci si rende veramente conto delle fattezze di questo luogo, prima era addirittura impossibile capirne le potenzialità", dice il primo cittadino. Più di dieci anni fa si era ventilata l'ipotesi di creare qui un centro d'accoglienza per migranti, ipotesi respinta al mittente. Turismo, sport e attività ricreative, questo si vorrebbe far insediare nell'ultima appendice collinare del territorio della città. La zona si presta dopotutto a una serie infinita di attività all'aria aperta: da una pista per le mountain bike a un parco avventura, da un'oasi naturale a una zona picnic, il tutto a pochi chilometri dalla città. Palazzo civico si dice pronto ad ascoltare le proposte di utilizzo e gestione di qualsiasi tipo di associazione. Andrea Bonatti

 

Trappeto: demolita la “Cupola” sul mare, unanime indignazione

 

Bunker antiaereo in "ottimo stato": così il Parco Bolivar potrebbe riaprire

Da romatoday.it del 13 febbraio 2017

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. "Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma.
E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.
Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più. Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio".

Parco Bolivar potrebbe riaprire: rifugio antiaereo in "ottimo stato"

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. 

Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. 

"Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma. 

E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.

Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più.

Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio". 



 
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Parco Bolivar potrebbe riaprire: rifugio antiaereo in "ottimo stato"

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. 

Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. 

"Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma. 

E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.

Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più.

Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio". 



 
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Unesco, a Bergamo conto alla rovescia per verdetto su Mura venete

Da askanews.it del 13 febbraio 2017

Bergamo (askanews) - In un'Europa che si interroga sul significato delle sue frontiere, Bergamo riscopre il legame con la Repubblica di Venezia, della quale è stata per quasi quattro secoli avamposto occidentale e settentrionale. Dal 2007 la città è infatti capofila di un progetto internazionale per l'iscrizione delle sue Mura veneziane nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco, insieme alle fortificazioni di altre dieci città della Serenissima, oggi divise tra Italia, Croazia e Montenegro.

"Bergamo - ci ha detto Roberto Amaddeo, consigliere comunale delegato per progetto Unesco a Bergamo - non si è assoggettata a Venezia litigando, benché la costruzione delle Mura sia stata un trauma per molti, ma si è assoggettata pensando che fosse un matrimonio di interesse, di convenienza, quindi questa storia veneziana Bergamo la sente sua". In attesa del verdetto dell'Unesco, previsto tra giugno e luglio, a colpire è soprattutto la perfetta integrità delle fortificazioni, che hanno resistito indenni a secoli di guerre.

"Le mura - ha aggiunto Amaddeo - sono così ben conservate perché la storia dei bergamaschi è un'affezione totale verso questo patrimonio murario che appartiene, anche per i bergamaschi di provincia, sia alla loro capacità tecnica, quella di essere muratori, architetti, capaci di costruire bene, essere affezionati alla pietra, alla costruzione, un fatto notorio in tutto il mondo, sia all'approccio culturale e politico che altre parti hanno avuto verso questo patrimonio".

Una fierezza estetica testimoniata anche da quanto i bergamaschi frequentano i sei chilometri di cinta muraria. D'altro canto le mura sono oggi un punto di attrazione anche per i tanti turisti stranieri, come questi polacchi, che arrivano a Bergamo da tutta Europa con i voli low cost e cominciano ad ammirare i bastioni già dalla pista dell'aeroporto.

Di certo il riconoscimento dell'Unesco sarebbe il sigillo definitivo al riscatto di questa parte della città. "Nel 1932 - ha concluso il consigliere - fu fatto addirittura un piano di risanamento per Bergamo Alta, pari a quello dei Bassi di Napoli. Era un quartiere povero, popolare, dove abitavano 20.000 persone. Oggi lo vediamo molto ben conservato, con molto meno popolazione, ma ancora popolato, anche dalle famiglie". Sarebbe anche una consacrazione della Serenissima, che si estendeva da Bergamo a Cipro, con un'organizzazione da Stato multinazionale capace di unire vari popoli nella loro diversità. Una caratteristica, alla base della sua longevità, che può essere da esempio per l'Europa contemporanea.

 

Roma, svelato il bunker che salvò i professori della Sapienza

Da ilmessaggero.it del 12 febbraio 2017

L'allarme delle sirene suonò intorno alle 11. «Vidi giungere dalla parte di piazza Bologna, una serrata formazione di lucenti apparecchi». Iniziò l'inferno delle mitragliere di bordo, e quella «corsa pazza verso il rifugio sotto l'Aula Magna».

 

«La prima potente bomba, che distrusse il vicino edificio della Facoltà di Fisiologia Umana, cadde 50 metri dietro di me. Mi svegliai qualche tempo dopo nel rifugio della Città Universitaria, pesto e sanguinante». Ecco, tutto...

 

 

 

 

Chaberton, la fortezza delle nuvole cerca il riscatto

Da lastampa.it del 11 febbraio 2017

Una corazzata fra le nuvole, una gigantesca sentinella sulla cima di un monte, messa a guardia dei confini nazionali e poi ferita a morte dal progresso tecnologico. E’ la storia dello Chaberton, il forte più alto d’Europa, un primato italiano che costituiva uno dei principali capisaldi del Vallo Alpino. Era, quest’ultimo, un sistema di fortificazioni (paragonabile alla Linea Maginot) nato già alla fine dell’800 e poi fortemente implementato da Mussolini per proteggere i confini con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Iugoslavia.  

Immaginiamo, nell’alta Valle di Susa, la vetta di un monte aguzzo e roccioso, alto 3130 metri, con la cresta sbancata e modificata. Su questa piattaforma, una fila di otto torri di pietra sovrastate da cupole di acciaio di tipo navale, completamente girevoli, armate ognuna con un micidiale cannone da 140/39 mm. Questa era, dunque, la Batteria del monte Chaberton, una pazzesca sfida alla natura - e alla vicina Francia - che per la sua costruzione costò enormi fatiche a militari e civili.

Nel 1882, l’Italia si era alleata con gli Imperi di Germania e Austria e i francesi, nello stesso anno, avevano costruito sul monte Janus, nuove, preoccupanti fortificazioni che, essendo poste a una altitudine maggiore di quelle italiane del Petit Vallon, rendevano le nostre del tutto inefficaci. Così, la Commissione per la Difesa dello Stato, negli anni ’90, decise di costruire una grande opera che portasse i cannoni italiani a una quota ancora più alta e, soprattutto, definitiva.  La direzione dei lavori fu affidata al capitano del Genio Luigi Pollari Maglietta, un ufficiale tanto apprezzato dai superiori quanto invidiato dai pari-grado, che definiva la sua creatura «un monumento nazionale». Solo un tracciato poco più largo di una mulattiera era stato realizzato per raggiungere la vetta del monte, e su questo, uomini e muli trascinarono i materiali da costruzione e le pesanti bocche da fuoco. Fu anche realizzata una spericolata teleferica per collegare la civiltà a quel presidio arrampicato nel cielo che restava irraggiungibile per diversi mesi all’anno. Lunga più di 3 km e mezzo, la teleferica superava un dislivello di 1785 metri con campate che si alzavano di oltre cento metri dal terreno. La Batteria, edificata in forma di parallelepipedo, sorgeva su due corridoi: quello occidentale accoglieva i magazzini, l’infermeria, il comando, le cucine; quello orientale comprendeva le sette camerate destinate ad ospitare i 320 uomini del presidio e i vani delle scale che consentivano l’accesso alle torri. Un lavoro ciclopico. Ma ne valeva la pena? Sì: all’epoca, in materia di artiglieria, aveva ragione chi stava più in alto, e lo Chaberton, situato addirittura al di là delle nuvole, signoreggiava su tutto, su Briançon, sui forti francesi che sovrastavano il valico del Monginevro e sulla Conca di Cesana. Era considerato invulnerabile sia perché fuori dalla portata del tiro diretto dei cannoni dell’epoca, sia perché protetto dallo spalto di roccia ricavato nella cresta del monte. Ci volle un quarto di secolo per terminarlo. Nel 1915 era pronto, ma dato che il Regno d’Italia si era appena alleato con l’Inghilterra, la Russia e la Francia, i cannoni della batteria, ormai rivolti verso un paese amico, furono tirati giù e trasportati sul fronte orientale.  Fu con il Fascismo che, nel 1927, i pezzi d’artiglieria furono nuovamente ricollocati sullo Chaberton; la gestione del forte fu affidata agli artiglieri della 515° Batteria della Guardia alla Frontiera, il cui motto era “Dei sacri confini, guardia sicura”. Mussolini aveva sempre temuto, infatti, il confine alpino e continuò a investire nelle fortificazioni del Vallo anche durante la guerra. Questo fu sempre motivo di discussione con Hitler che lo spingeva, invece, a destinare quelle risorse economiche ai soldati che combattevano sui vari fronti aperti.

Ancor oggi, nei dintorni della sola Bardonecchia, restano addirittura un centinaio di postazioni di cemento e calcestruzzo, del tutto abbandonate, che si snodano anche all’interno delle montagne. Grazie alla guida di Fabio Cappiello, giovane cultore della storia della cittadina piemontese, abbiamo potuto esplorare uno dei bunker più importanti, di cui pubblichiamo foto inedite. Si tratta del Centro 15 Caposaldo Bramafam, situato poco sotto all’omonimo forte, che scende, con 300 scalini, per 90 metri di dislivello nelle viscere del Colle della Forca. Era armato con quattro mitragliatrici perfettamente mimetizzate, all’esterno, da rocce simulate, o da finte baite. Rispetto alla linea Maginot francese, le fortificazioni italiane, di carattere difensivo, erano molto più spartane, ma potevano ospitare dignitosamente fino a circa un centinaio di soldati. In queste strutture, la storia si è fermata: nei bunker più in quota, si trovano ancora cassette di munizioni, fotofoniche da segnalazione, impianti e attrezzature che non furono depredati nel secondo dopo guerra, come avvenne invece per le fortificazioni più accessibili.  E fu proprio all’inizio del secondo conflitto mondiale, che il Forte Chaberton ebbe il suo battesimo del fuoco. Il 10 giugno del 1940, i suoi artiglieri appresero dalla radio la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia: da quel momento il loro compito sarebbe stato quello di supportare l’attacco delle divisioni “Assietta” e “Sforzesca” in territorio francese. Il 17 giugno le sue bocche da fuoco incominciarono a ruggire, distruggendo il forte nemico “Des Olive”, a 8 km di distanza e poi, ancora, quelli di Janus, Gondrans, Infernet, Les Aittes, Trois Tetes e alcune batterie campali che stavano massacrando i fanti italiani nella loro difficile avanzata.  

Fino a quel momento lo Chaberton era rimasto avvolto dalle nuvole, ma la mattina del 21 giugno, le nebbie si diradarono e questo diede modo ai francesi di reagire. Fu allora che il titano dimostrò di essere troppo vecchio per quella guerra. Le artiglierie di più moderna concezione avevano infatti sviluppato le possibilità del tiro curvo: obici e mortai da 280 mm potevano adesso sparare i loro proietti con una parabola altissima e stretta. Questo diede modo agli artiglieri francesi di superare la scudatura rocciosa dello Chaberton e di colpire, con matematica precisione, sei delle sue otto torrette che non erano corazzate. Anche la teleferica e i collegamenti telefonici furono annientati, e così il deposito viveri. La riservetta munizioni prese fuoco: i soldati italiani, sfidando l’incendio, riuscirono all’ultimo istante a spegnerlo, evitando così danni peggiori. Fra di essi si distinse il sergente maggiore Ferruccio Ferrari che, pur ferito in modo gravissimo, prima di morire si prodigò con energia per aiutare i compagni e soccorrere i feriti. (Fu poi decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria). Nove uomini erano rimasti uccisi, più di 50 feriti, ma nessuno abbandonò le postazioni. Gli artiglieri dello Chaberton erano ormai isolati, ridotti alla fame e alla disperazione, ma, aiutati dal provvidenziale sopraggiungere della nebbia, con orgoglio rabbioso continuarono a sparare con le due torri superstiti per altri tre giorni, fino alla definitiva capitolazione del nemico, avvenuta il 24 giugno.  Abbandonato dopo l’8 settembre 1943, il forte fu di nuovo occupato da reparti della Folgore della Rsi nell’autunno del 1944. Alla fine del conflitto, la Francia non si dimenticò di quel gigante che, da un empireo di 3000 metri di quota, aveva dominato minacciosamente le sue valli per oltre un trentennio. Nel 1957 costrinse l’Italia, sconfitta, allo smantellamento della Batteria; tutte le parti metalliche, comprese casematte e cannoni, furono portate via. Spogliato delle sue armi e abbandonato, lo Chaberton mostra ancor oggi la sua imponente carcassa di pietra, le torri, le costruzioni in muratura e i magazzini incavernati. Continua a combattere contro l’incuria dell’uomo e le proibitive condizioni atmosferiche di alta montagna.  

Se dal 1968 la sua memoria è stata tenuta viva dai reduci del 34° Gruppo Artiglieria, da pochi anni, il testimone è stato raccolto dall’Associazione Monte Chaberton capitanata da Emanuele Mugnain e Riccardo Tabasso, coadiuvati da Mauro Minola e dallo storico delle fortificazioni montane Ottavio Zetta. Il gruppo ha raccolto, fin da subito, numerose adesioni. Sono state varie le commemorazioni e le mostre organizzate dall’associazione, che è soprattutto animata dall’ambizioso progetto di rendere visitabili le fortificazioni abbandonate del Vallo Alpino occidentale, creando u n grande museo a cielo aperto. Un’idea che i Comuni e la Regione potrebbero cogliere al volo, considerando le opportunità di sviluppo economico e culturale che offre, oggi, il cosiddetto turismo bellico. di Andrea Cionci

 

 

Sos, le antiche Mura perdono i pezzi

Da lanuovaferrara.it del 10 febbraio 2017

“Sos” per le antiche Mura Estensi. Il consistente cedimento che si è verificato nella cinta su via Caldirolo ha posto in maniera eloquente il problema della manutenzione strutturale del più grande monumento ferrarese. La complessa e variegata architettura della struttura - realizzata in epoche diverse al tempo degli Estensi e anche in seguito sotto il Papato - deve fare i conti con l'usura del tempo. Dopo il grande restauro effettuato negli anni Ottanta che ha ridato luce a un patrimonio di storia e mattoni rilevante che rischiava di andare in malora, in questi anni si sono susseguiti piccoli interventi di rattoppo e ricostruzione in conseguenza di piccoli crolli. Il caso più significativo è stato la ricostruzione di un tratto del muretto di via Ticchioni lungo una ventina di metri che era franato.

La situazione è sotto controllo ma è indubbio che la cinta muraria necessita di una continua manutenzione in tutto il suo perimetro. A cominciare da quelle più antiche, di nord est, tra le vie Bacchelli e Gramicia, con i caratteristici torrioni da quello del Barco fino a quello di San Giovanni. Ci sono ampie crepe al punto che campeggia anche un cartello di pericolo di crollo per avvertire i cittadini che transitano nel settomura di non avvicinarsi troppo. Ci sono punti neri anche nel lungo tratto di via Caldirolo da Piazzale San Giovanni alla garitta di via San Maurelio.

Sono osservati speciali in questo periodo soprattutto il lungo tratto delle Mura di meridione, quelle con i caratteristici baluardi che sono stati inseriti negli interventi post sisma a cominciare da San Lorenzo per finire con Porta Paola, prossima sede del Centro di documentazione delle Mura Estensi. Problemi di crepe anche in via Darsena e nelle Mura di Porta Po.

Il crollo di via Caldirolo deve rappresentare una sorta di campanello d'allarme per la tutela delle nostre Mura, belle ma vetuste e bisognose di continue cure e interventi.

 

 

 

C'è un piano per riaprire il Bastione San Giorgio

Da larena.it del 9 febbraio 2017

Parte da San Giorgio, dove nelle ultime settimane è stata completata la riqualificazione del lungadige, un progetto pilota che si prefigge l’ambizioso obiettivo di rendere fruibile tutto il sistema di fortificazione della città. Il piano, di cui si è discusso ieri nella sala Pasetto di Palazzo Barbieri durante un incontro cui hanno partecipato l’assessore all’Edilizia monumentale Edoardo Lana e i dirigenti degli uffici, potrebbe prendere avvio dal Bastione San Giorgio, che nel sottosuolo presenta un doppio livello di cunicoli, che si vorrebbe rendere fruibili al pubblico. Fa parte del compendio anche la torretta tristemente nota per essere stata teatro molti anni fa di uno degli efferati delitti di Ludwig. Il progetto è promosso da Esev-Cpt, ente bilaterale dell’edilizia di Ance Verona e delle organizzazioni sindacali del settore, insieme al Comune e con il sostegno della Fondazione Cariverona. «L’obiettivo generale», spiega l’assessore Lana a nome dei presenti, «è recuperare uno dei siti più significativi dell’intera cinta magistrale della città, realizzando un prototipo di intervento riproducibile in ogni contesto delle architetture militari veronesi. L’ipotesi di fondo, condivisa dagli enti promotori con il sostegno della Soprintendenza archeologica, alle Belle arti e al paesaggio», continua Lana, «è promuovere un nuovo approccio per la tutela e la riqualificazione del patrimonio storico, architettonico e artistico della città«. Il progetto, avviato nell’ottobre 2015, prevede una prima fase di studio e conoscenza del complesso attraverso la ricerca storicodocumentale e di rilevo, già in parte realizzato utilizzando tecniche e metodologie innovative, e una seconda fase tramite la realizzazione di cantieri pilota, con la partecipazione degli allievi della scuola professionale per l’edilizia, su parti del manufatto. Tale intervento partirà a primavera. Il «cantiere» sarà arricchito da percorsi di formazione specialistica sulle tecniche di intervento e la gestione in sicurezza di opere di restauro conservativo, rivolti a imprenditori, operatori del settore, professionisti. «L’operazione», continua l’assessore, «comprende anche la costituzione di un tavolo di progettazione tecnico formato dagli enti promotori finalizzato alla ricerca di finanziamenti europei, nazionali e regionali, nonché all’acquisizione di risorse di carattere privato». All’intero progetto, fanno sapere infine a Palazzo Barbieri, collabora uno staff sulla progettazione partecipata, del Laboratoire Architecture Anthropologie (Laa–Lavue/Cnrs) di Parigi, coordinato dalla docente Alessia De Biase. È già in fase di progettazione, a tale riguardo, un’indagine che, a partire da San Giorgio, riguarda l’intero sistema dei forti della città, mettendo in luce la valenza urbanistica e le possibilità di valorizzazione di tale patrimonio.E.S.

vavenezia

 

L’India costruisce bunker lungo il confine con la Cina

Da analisidifesa.it del 9 febbraio 2017

Nuova Delhi sta rafforzando la linea di difesa lungo il confine con la Cina. La notizia, pubblicata dal portale multimediale russo Sputnik International, precisa che l’esercito indiano sta costruendo una serie di moderni bunker mobili nella regione del Sikkim Nathu-La.

Le strutture fortificate – prefabbricati assemblati con l’utilizzo di blocchi in calcestruzzo forati, materiale preparato nelle fabbriche di Assam e Sikkim che può essere facilmente trasportato sia in collina che a quote più elevate – sono realizzate dai reparti della 17^ Divisione da Montagna (Black Cat Division) e della 27^ Divisione da Montagna ( Striking Lion Division), unità che operano nello stato autonomo del Sikkim, regione indiana che confina con il Nepal e il Bhutan e che si affaccia sulla regione autonoma cinese del Tibet.

E’ dalla guerra del 1962 che l’India non metteva mano al piano di aggiornamento delle vecchie fortificazioni militare difensive che sorgono lungo i 4.057 chilometriche compongono la Line of Actual Control (LAC) con la Cina. Oltre al rafforzamento dei settori orientali e settentrionali, l’esercito è anche coinvolto nella creazione di nuove unità combattenti da montagna: l’obiettivo è quello di formare nuovi reparti e di aumentare la forza effettiva di almeno 90.000 unità.

Per sincerarsi della situazione, il 24 gennaio scorso il Comandante del settore Orientale, Generale Rawat, ha visitato lo stato federato dell’Arunachal Pradeshla, e più esattamente la zona di Tawang, situata a pochi chilometri dal confine con la Cina.

Nello stesso tour ha inoltre fatto visita al Quartier Generale del 4° Corpo d’Armata da montagna che opera a ridosso della LAC e della Linea McMahon, confine effettivo tra India e Cina che Pechino, però, non riconosce. (IT log defence)

Mappa: Consortium of Defense Analysts

 

 

Mostra dedicata alle fortificazioni del Delta

Da rovigooggi.it del 6 febbraio 2017

Rovigo - Si terrà venerdì 10 febbraio alle 17.30 all'archivio di Stato di Rovigo di via Sichirollo l'inaugurazione della mostra "Giovani terre contese - tre secoli di fortificazioni nel delta del Po", organizzata dall'Archivio di Stato assieme alla Fondazione Bocchi, alla Fondazione Ca' Vendramin e al neonato  "Cerido" (Centro Ricerca e Documentazione del Delta).

La mostra è stata già ospitata a Ca' Vendramin e Adria e resterà aperta al pubblico da lunedì 13 a venerdì 24 febbraio, dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. In seguito sarà ancora possibile visitarla negli orari d'ufficio. Possibilità di visite guidate gratuite per gruppi.

 

 

 

 

 

340 mila euro per il restauro delle fortificazioni

Da tenews.it del 2 febbraio 2017

Sono in arrivo i finanziamenti regionali riservate alla “città murate della Toscana”, un bando al quale ha partecipato anche il comune di Portoferraio, aggiudicandosi un contributo di 33.253 euro, ovvero il 10% dell’importo di un progetto da 340mila euro che riguarda alcuni interventi sulle fortificazioni portoferraiesi. Nella fattispecie, il “Bastione di Santa Fine, la “Batteria degli Spagnoli” e la Torre della Linguella.

Il progetto di restauro ha l’obiettivo di far comprendere, consentendone l’accesso, l’importanza dei capolavori di ingegneria militare medicea e lorenese ancora presenti a Portoferraio.
Una particolare attenzione verrà riservata alla Torre della Linguella, proprio in quella parte che fu distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e restaurata negli anno ’70.

 

 

Con i Fondi CIPE sarà riqualificato il Torrione Angioino

Da bitontotv.it del 1 febbraio 2017

Tra i progetti finanziati con i fondi del patto Città Metropolitana sbloccati c’è “Luci sul Torrione”. Parte dei nove milioni di euro che saranno destinati al territorio di Bitonto, dunque, verranno investiti in interventi di riqualificazione che riguarderanno la vecchia “torre”, sede oggi di una galleria per le esposizioni.  

 

L’intervento è inserito nel programma di valorizzazione della Lama Balice. Saranno realizzati progetti di recupero dell'immobile, implementazione impiantistica e realizzazione di forniture di attrezzature ed arredi per trasformare gli ambienti interni in una galleria d'arte e, contemporaneamente, con la realizzazione di un sistema di illuminazione esterna e 3d mapping della superficie esterna si punta a trasformare il monumento in un “comunicatore” d'arte.

 

 

  

I rendering del progetto

Secondo il progetto la nuova galleria per l'arte moderna e contemporanea verrebbe attrezzata quindi con due ingressi: il primo principale direttamente collegato con un ponte pedonale alla sala espositiva ed il secondo più defilato dalla base della terrazza superiore. Tutto lo spazio voltato a botte con direttrice anulare assieme alla prima aula centrale coperta a cupola più in alto sarà dedicato agli allestimenti. Mentre l'aula centrale, anch'essa cupolata, sarà destinata alla realizzazione di una sala operativa di studio e lavoro utile alle attività di progettazione degli allestimenti; essa sarà collegata anche con il confinante edificio pubblico di epoca novecentesca da cui è previste un ulteriore accesso per i disabili in quest'aula. Infine nell'ultima aula superiore è prevista la realizzazione di una sala stampa e conferenze arredata in linea alla forma centrale dell'aula. Per i convegni e come sala stampa accessibile ai disabili si prevede l'uso, opportunamente predisposto, di una parte della sala anulare a piano terra oppure attraverso l'uso degli spazi già presenti sul soppalco accessibile dall'ingresso dove sono presenti ulteriori spazi espositivi.

"Con questo finanziamento chiudiamo un cerchio e renderemo più attraente il nostro Torrione Angioino, trasformandolo in una pinacoteca attrezzata con le più moderne tecnologie - ha spiegato il sindaco Michele Abbaticchio - Il videomapping permanente ed una gestione con partenariato pubblico privato lo renderà alfiere delle tecnologie culturali più avanzate grazie alla collaborazione con il neonato centro tecnologico in zona artigianale che, ufficialmente,  diventa con il patto per Bari il centro di produzione ufficiale dell'industria creativa legata alla realtà virtuale ed alle ricostruzioni storiche”.

Come spiegato nel 2015 da BitontoTV, il rapporto tra Comune di Bitonto ed il soggetto privato verrebbe regolato da un Contratto di servizio, che definirà contenuti della gestione, competenze e obiettivi, modalità di contribuzione e standard di attività dei servizi.

 

 

Caserme, bunker, terreni: all'asta i gioielli di guerra

Da ilgiornale.it del 1 febbraio 2017

Durante la guerra fredda c'erano i bunker, le piazzole per l'artiglieria, addirittura le mine atomiche pronte ad incenerire le divisioni corazzate del patto di Varsavia se fosse scoppiato il terzo conflitto mondiale sul fronte del Nord Est.

Oggi è tutto abbandonato e in vendita a prezzi stracciati a partire da 444 euro, come scrive il Piccolo di Trieste.Caserme strategiche per la terza guerra mondiale, linee d'arresto ed ex stazioni dei carabinieri sul confine scomparso con l'ex Jugoslavia sono pezzi di storia finiti all'asta. Sul sito dell'agenzia del Demanio si trova tutto nel dettaglio. Il 2 dicembre scorso è scaduto il termine per la consultazione pubblica sulle «idee e proposte progettuali per la valorizzazione e il riuso della ex caserma E. Toti ed A. Bergamas» a Gradisca d'Isonzo. In rete ci sono ancora generazioni di najoni, che cercano i commilitoni ai tempi della leva conosciuti nella caserma dedicata a Toti, eroe con la stampella della prima guerra mondiale e Maria Bergamas, madre di un caduto che ha scelto il milite ignoto. Negli anni sessanta era la base del II e III gruppo di artiglieria del 33° reggimento che avrebbe dovuto sbarrare la corsa dei carri sovietici verso Milano a cannonate.In Friuli-Venezia Giulia, come elenca il Piccolo, lo Stato ha messo in vendita decine di terreni, soprattutto per uso agricolo, zeppi di bunker. A Cormons con soli 481,40 euro puoi comprarti un pezzo dell' «ex sbarramento difensivo Borgnano», una delle linee principali d'arresto del Nord Est all'impatto dell'Armata rossa. Dalle parti di Dignano devi sborsare il doppio, 980 euro per «l'ex sbarramento difensivo costituito da terreni con manufatti interrati ad uso bunker, più o meno visibili». Il tutto su 280 metri quadrati non molto lontani da Udine.In diversi casi le vendite sono andate a vuoto, ma nel 2015 l'associazione del 53° reggimento fanteria d'arresto Umbria ha ottenuto per un affitto annuo di 208 euro la gestione del bunker sul monte Shofnik vicino a San Michele del Carso. Fortificazione con le torrette a fungo, che è stata ristrutturata tornando agli splendori della guerra fredda.

A Pavia di Udine è in vendita una «superficie di 650 mq, sulla quale insistono manufatti militari in cemento interrati» per i soliti 481,40 euro. Per pochi soldi si può acquistare un «ex bunker con una foratura rettangolare, tipo vano per artiglieria bellica» oppure una fortificazione «con torretta».Il terreno più economico con i resti delle casematte da guerra fredda si trova a Corno di Rosazzo ed è andato all'asta per miseri 444 euro. In vendita a ben 1.400 euro tre particelle a San Giorgio della Richinvelda con il bunker che ricopre probabilmente tutta la  parte sotterranea degli 890 metri quadrati. I gioielli della guerra fredda sono le ex caserme dei carabinieri a Basovizza e Gropada sul Carso triestino, poco distanti dallo storica frontiera titina, che con la Slovenia in Europa non esiste più. Gli edifici sono fatiscenti, ma si possono acquistare rispettivamente per 315mila e 200mila euro. Il 15 febbraio si chiude l'offerta per l'ex commissariato di Opicina, all'imbocco della strada che portava al principale confine jugoslavo di Trieste presidiato dai graniciari di Tito. Il prezzo di tutto rispetto è 1 milione e 420 mila euro, ma il Demanio precisa che la zona è oggi «principalmente a destinazione residenziale di carattere signorile ad elevato valore di mercato».

 

 

Sesto, visita nei bunker Breda, spettacoli e mostre: il programma della giornata della memoria
Visite nei bunker del Parco Nord e mostre: le iniziative per la giornata della memoria



 

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Sesto, visita nei bunker Breda, spettacoli e mostre: il programma della giornata della memoria

Visite nei bunker dei parco Nord, mostre e film. Così il comune di Sesto San Giovanni ha deciso di celebrare la giornata della memoria.

«La ricorrenza del 27 gennaio — si legge in una nota diramata dal Municipio — ci induce naturalmente a riflessioni sulla memoria e la sua importanza. La volontà di non dimenticare ciò che è stato il progetto politico nazista e fascista, culminato nella deportazione e sterminio di interi popoli e culture, ci richiama alla sempre incombente minaccia che i diritti umani possano venire calpestati da ideologie totalitarie e intolleranti verso le differenze tra gli esseri umani».



 
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Visite nei bunker dei parco Nord, mostre e film. Così il comune di Sesto San Giovanni ha deciso di celebrare la giornata della memoria.

«La ricorrenza del 27 gennaio — si legge in una nota diramata dal Municipio — ci induce naturalmente a riflessioni sulla memoria e la sua importanza. La volontà di non dimenticare ciò che è stato il progetto politico nazista e fascista, culminato nella deportazione e sterminio di interi popoli e culture, ci richiama alla sempre incombente minaccia che i diritti umani possano venire calpestati da ideologie totalitarie e intolleranti verso le differenze tra gli esseri umani».



 
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Genova, i bunker della guerra diventano cisterne contro gli incendi

Da genova.repubblica.it del 29 gennaio 2017

Le batterie costiere antiarea e antinave della Seconda guerra mondiale per combattere gli incendi. Il Comune decide di utilizzare i vasconi di cemento dei bunker, e pure dei forti, costruiti a difesa della città, per creare dei punti di raccolta dell’acqua dove gli elicotteri possono approvvigionarsi. Il primo è già stato individuato: è al monte Moro. «Si tratta di un’ex proprietà demaniale che ora è passata al Comune – interviene Francesca Bellenzier, responsabile della protezione civile del Comune – dove abbiamo già individuato degli invasi che fanno proprio al caso nostro. Ce ne sono anche vicino ai forti e l’obiettivo è quello di avere dei punti di rifornimento sparsi attorno alla città che possono essere utili in caso di incendio con un forte vento, soprattutto in zone difficilmente raggiungibili dalle squadre di terra, quando i fondamentali mezzi aerei non possono lavorare sulla lunga distanza per le raffiche».

Proprio questa situazione è stata il punto debole delle operazioni di spegnimento del maxi rogo che era divampato il 16 gennaio sopra Sant’Ilario. Le fiamme erano state innescate per un errore da un operaio che lavorava sull’autostrada A12, proprio davanti al crinale del monte Fasce. Spinte da un vortice incontrollabile avevano raggiunto il monte Moro e Apparizione. «Poi ci sono stati i fronti di Pegli e Sestri, dove i vigili del fuoco e i volontari hanno dovuto lavorare giorni, 24 ore su 24, per soccorrere abitanti evacuati e spegnere delle fiamme alimentate da un forte vento. Se non ci fossero stati loro, non so come sarebbe finita...». Google e le immagini satellitari avranno un ruolo fondamentale per individuare le difese. «Abbiamo iniziato una mappatura per capire quali potrebbero essere i punti che strategicamente ci possono servire per avere una copertura capillare».

Nella lista dei fortini con cisterne anti-incendio si sono Begato (proprio nel parco del Peralto), Diamante, Sperone, Tenaglia e Belvedere. Bisogna tenere conto di vari fattori: un elicottero che porta 5000 litri d’acqua nella benna (chiama smockey) per operare deve avere invasi profondi almeno 2,5 metri e lavorare su una superficie adeguata. «Dovremo fare sopralluoghi per verificare se le strutture sono dotate di vasche e quanto può costare ripristinarle – va avanti Francesca Bellenzier –. Sul Fasce, per esempio, già viene utilizzatala vasca di un agriturismo e non possiamo escludere di aumentarne la capacità». E dato è liquida (si parla d’acqua, ovviamente) l’arma per difendersi anche da terra, “i fondi per lo sviluppo rurale finalizzati alle gestione dei boschi per prevenire e ripristinare i danni degli incendi”, spiega Bellenzier, sono il salvadanaio da cui attingere per creare un’altra opera fondamentale per difendersi da piromani e gente poco attenta che nonostante il divieto brucia sterpaglie quando c’è il grave stato di pericolosità. «Un’altra opera su cui stiamo ragionando – interviene l’assessore alla protezione civile Gianni Crivello – è il prolungamento dell’acquedotto che, per quanto riguarda il monte Moro, per ora arriva subito dopo il cimitero di Apparizione. Collegando una serie di tubazioni si potrebbe portare l’acqua nei punti più impervi, dove i vigili del fuoco lavorano con grande difficoltà, costretti ad andare avanti e indietro per riempire le autobotti o a realizzare lunghi raccordi che fanno perdere tempo ed energie. Insomma, il fronte anti-incendio è un tema su cui stiamo lavorando come quello che riguarda il rischio alluvione,

in particolare dopo ciò che è accaduto negli scorsi giorni, quando ce la siamo vista davvero brutta, ma siamo riusciti a farcela grazie al grande impegno di vigili del fuoco e volontari». Sul tema incendi, il Comune sta mappando le abitazioni nelle zone a rischio. «In caso di emergenza possono venire raggiunte con difficoltà e lunghi tempi, vogliamo dotarle di vasche per sopportare la prima emergenza fino all’arrivo dei soccorsi», dice Bellenzier.

 

Pubblicati i bandi di concessione per Bastione Borghetto e Torrione Fodesta

Da piacenza24.eu del 27 gennaio

L’Agenzia del Demanio pubblica i bandi di gara per la concessione di valorizzazione dell’Ex Bastione Borghetto e del Torrione Fodesta a Piacenza. La gara riguardante due immobili di proprietà dello Stato arriva al termine della consult@zione pubblica “Futuro prossimo per gli immobili dello Stato a Piacenza”, promossa dall’Agenzia e dal Comune, tesa ad individuare i migliori percorsi di valorizzazione degli immobili pubblici nella città emiliana grazie al contributo di cittadini, associazioni e imprese.

Per partecipare alla gara occorre presentare la documentazione amministrativa, la proposta progettuale e l’offerta economica libera (consulta la pagina dedicata): criterio di valutazione sarà l’offerta economicamente più vantaggiosa, data dalla proposta progettuale e dalla proposta economica. Le offerte dovranno pervenire entro il 2 maggio 2017 e sarà possibile effettuare i sopralluoghi presso gli immobili entro il 7 aprile 2017.

Grazie alla consult@zione è stato possibile avviare un confronto qualificato e costruttivo sulle modalità e i percorsi più idonei a riportare in uso questi immobili, con forme e utilizzi che ne sviluppino appieno le potenzialità, anche attraverso strategie di cooperazione tra soggetti pubblici e privati, e i risultati sono stati utilizzati per la stesura dei bandi pubblicati oggi. In particolare, proprio il percorso di recupero del Bastione di Porta Borghetto aveva raccolto la maggior parte delle 19 proposte arrivate, sia come singolo bene che come parte del circuito delle mura cittadine, con idee che puntavano all’utilizzo sportivo o alla realizzazione di una cittadella della cultura e dell’artigianato. Per il Torrione Fodesta ipotizzate invece location enogastronomiche per promuovere il vino piacentino e le altre eccellenze del territorio.

 

Lagunari, l'ex caserma Pepe sta crollando. Il degrado in una mostra

Da nuovavenezia del 27 gennaio 2017

LIDO, L’ex caserma Pepe raccontata in 34 immagini in bianco e nero da Gino Gabrieli, con tutto il degrado che la contraddistingue dopo essere finita nel dimenticatoio. Il fotografo lidense l’ha racchiusa in una mostra che fino a venerdì sarà visitabile alla Galleria delle Cornici di via Sandro Gallo.

Quella che da molti storici è definita il primo esempio di caserma moderna al mondo, lì dove all’epoca della Serenissima nacquero i Fanti da mar, i precursori del Reggimento Lagunari, oggi ancora attende un futuro, un recupero e magari utilizzo in altra forma. Intanto però cade a pezzi, come conferma lo stesso Gabrieli.«Il progetto della mostra nasce nel senso della documentazione dello stato di degrado della caserma. Ero già stato lì per documentare la situazione prima delle visite guidate straordinarie dei mesi scorsi.

L’entrata monumentale invasa dal verde, strutture abbandonate, degrado di ogni genere erano ben evidenti. È brutto vedere che i tetti stanno iniziando a cedere. Non tutti sono potuti entrare quel giorno a visitarla, e così ho voluto rendere conto a tanti di come questo bene sta andando allo sfascio. Si parla da anni di recupero ma senza esito. Da qui il titolo della mostra “Progetti…degrado”.

 L’ex caserma Pepe nel 2000 era perfettamente utilizzabile e invece ora è a pezzi». Ma il fotografo lidense punta il dito anche sui tanti problemi della zona di San Nicolò. «L’area è sempre più degradata», osserva ancora Gino Gabrieli.

«Tanti negozi sono stati chiusi negli ultimi due anni, e l’abbandono è ben visibile all’ex Cral della Favorita, l’ex campo dei Lagunari, l’ospedale al Mare o il Ridotto austriaco. C’è una porzione di Lido che sta sprofondando, e nonostante la voce di tanti cittadini non si riesce a risollevarne le sorti».

 

 

 

 

Roma, a Monte Sacro un bunker della II guerra mondiale nascosto da un giardino

Da ilmessaggero.it del 25 gennaio 2017

Attraversa il ventre della collina sotto il Parco Simon Bolivar per ben centoventisette metri, completamente rivestita di mattoncini, in buono stato di conservazione. Nonostante i suoi 74 anni di vita. Siamo nel quartiere di Monte Sacro, a poche decine di metri da piazza Sempione, il cuore di un rione che svela ora nuovi capitoli nella storia del Novecento.   È qui, infatti, che è stata identificata una monumentale galleria antiaerea, un ricovero popolare progettato tra il 1942 e il 1943 per garantire la salvezza dai...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Degrado all’ex Polveriera di Bisconte, Cacciotto:” Urge bonifica dell’area”

Da normanno.com del 21 gennaio 2017

E’ il consigliere della III circoscrizione Alessandro Cacciotto ad accendere i riflettori sull’ ex Polveriera di Bisconte, una struttura risalente al 1887 e che adesso versa nel degrado più assoluto. Cacciotto chiede alle istituzioni competenti interventi urgenti, anche in virtù del rischio igienico sanitario che deriva dallo stato di abbandono in cui si trova l’intera area.“La fame della cultura, della storia e delle tradizioni deve indubbiamente essere al centro del programma di qualsiasi Amministrazione- scrive Cacciotto in un comunicato stampa. Il sottoscritto, non può non esprimere il dispiacere riguardo il disinteresse totale mostrato nei confronti di un pezzo di storia della città che prende il nome di ex Polveriera e che è situata nel villaggio di Bisconte.La Circoscrizione, con delibera- prosegue il consigliere- aveva chiesto interventi sia in termini di manutenzione, viste le precarie condizioni di una struttura che risale al 1887 e di interesse storico, artistico, culturale, come sancito dalla Regione Siciliana nel 1990 e soprattutto di bonifica, dal momento che il rischio igienico sanitario è davvero altissimo.Cumuli di rifiuti, pneumatici, suppellettili, materiale di risulta di ogni tipo, ma anche gatti, carcasse di animali, topi…. fanno da cornice sia ad una storica struttura sia a tante abitazioni che si affacciano proprio sulla ex Polveriera di Bisconte.

E’ un vero e proprio scempio ambientale nonché culturale al quale non si può più rimanere spettatori passivi.Per queste ragioni- conclude Cacciotto- chiedo alle istituzioni competenti, di attivarsi URGENTEMENTE per bonificare tutta l’area che circonda la ex Polveriera con interventi di scerbatura, rimozione suppellettili, disinfestazione derattizzazione”.

 

Doss Trento: non base fantascienza ma valorizzazione. Le proposte di Fratelli d’Italia

 

 

Bunker Breda: evento speciale per le famiglie al Parco Nord

Da nordmilano24.it del 17 gennaio 2017

Riprendono le visite guidate ai Bunker Breda del Parco Nord Milano, con un evento speciale programmato per sabato 21 gennaio alle 15. “Tutte le famiglie sono invitate a partecipare con i loro bambini. Giuseppe Pirovano, partigiano, oggi iscritto all’Anpi, sarà pronto a raccontarvi le proprie esperienze dirette durante la Seconda Guerra Mondiale”, l’invito degli organizzatori.

La visita prevede anche lo svolgimento di una attività dedicata ai bambini: “Per renderli più partecipi del racconto”, dicono gli organizzatori. Il pomeriggio si concluderà con una visita ai rifugi antiaerei ex-Breda che si trovano proprio sotto Parco Nord Milano.

La prenotazione è obbligatoria (fino ad esaurimento posti): tramite mail all’indirizzo ecomuseo@eumm-nord.it o tramite telefono al numero 324.9598176.

 

 

 

Le torri costiere
Da corrieresalentino.it del 8 gennaio 2017

Fu allo scopo di arginare gli attacchi contro le coste del regno e per evitare danni analoghi alla presa di Otranto del 1480, che tra la fine del XV° secolo e gli inizi del XVII il vice regno spagnolo di Napoli intraprese l’erezione di una linea difensiva lungo il litorale, imperniata su torri di avvistamento, in cui dislocare dei presidi aventi il compito di segnalare il pericolo di nuovi sbarchi. Le coste dell’Albania, infatti, erano piene di rifugi di corsari, e proprio da questi partivano spesso numerose incursioni dirette contro la Puglia. Ciò spiega, pertanto, la necessità strategica di disporre di una linea difensiva articolata su più livelli, composti da presidi costieri miranti alla protezione del litorale, nonché da ulteriori fortificazioni dislocate maggiormente verso l’interno con la finalità di arrestare sia eventuali penetrazioni oltre la prima linea, provenienti dal mare, ma anche possibili minacce dirette dall’interno. È il versante adriatico quello che sembra presentare il più alto numero di torri poiché, essendo più vicino all’altra sponda del Canale d’Otranto, doveva sopportare una maggiore frequenza di attacchi ed una più alta violenza d’urto. In realtà esisteva già una quantità di torri già dall’epoca normanna, il cui compito era all’incirca lo stesso, cioè di arginare eventuali assalti saraceni. Nel 1230 l’Imperatore Federico II di Svevia aveva iniziato il restauro della Torre del Serpe, a sud di Otranto. Lo stesso sovrano, una decina di anni prima, aveva fatto edificare la Torre di Leverano, al fine di arginare le ripetute incursioni corsare provenienti da Porto Cesareo, luogo molto spesso obiettivo di sbarchi. Inoltre, l’esistenza di alcune torri di avvistamento è già documentata durante la dominazione aragonese, ma sarà soltanto sotto il regno dell’Imperatore Carlo V che si provvederà ad erigere in maniera metodica e strategica la linea di difesa costiera, perché la Spagna vede nei Turchi una vera e propria minaccia costante alla stessa integrità territoriale dell’impero. Carlo V, dunque, provvede ad edificare sulle coste del Regno di Napoli 366 torri tra le quali sono 83 quelle nella Provincia di Terra d’Otranto, 43 lungo l’Adriatico e 40 sullo Ionio, ad una distanza variabile dai due ai quattro chilometri. Tuttavia, nonostante l’erezione di tale dispositivo difensivo, la Puglia continuò ad essere esposta ad attacchi sino al XVIII secolo. Nella torre prestavano servizio normalmente tre o quattro uomini, ai quali si aggiungeva un “cavallante”, in genere dislocato al di fuori della struttura e, come dice lo stesso nome, dotato di un cavallo, cui spettava il compito di allertare gli abitati dell’interno nell’eventualità di uno sbarco. Le armi in dotazione erano esclusivamente da fuoco portatili come colubrine, falconetti ed archibugi. La prima può considerarsi un’antesignana del fucile, il secondo era analogo ma più piccolo nelle dimensioni, mentre il terzo era strutturalmente più preciso e moderno. Scopo di tali armi, però, era solo quello di ritardare l’avanzata dei corsari verso l’interno, nel caso di uno scontro ravvicinato, essendo esse insufficienti ad arrestarne la penetrazione. Del tutto mancanti erano invece le artiglierie che, al contrario, avrebbero potuto effettuare un valido fuoco di sbarramento. Un’ulteriore difesa contro l’avvicinamento o le eventuali scalate, era costituita dalle caditoie di cui le torri erano dotate, che consentivano il lancio di pietre o acqua bollente.Cosimo Enrico Marseglia

 

 "Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali"

Da ilpiacenza.it del 15 gennaio 2017

«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali» La ex Polveriera di Momeliano non è più attiva dal 1993. E’ totalmente dismessa, e abbandonata anche da una presenza di vigilanza umana, dal 1997. Nel 1998 e 1999 ci sono due interventi di bonifica militare, ovvero solo di sminamenti e di recupero materiale bellico, soli due lotti parziali pari a circa un terzo della totale superficie, uno a monte e uno nel canale creato dal Rio Gandore per solo un metro di profondità e con carotaggi. Quindi una sicurezza parziale, ma garantita dal ministero della Difesa, dal Demanio e dal Comune che ha preso in carico il bene. Solo nel 2012 il comune di Gazzola fa richiesta di acquisizione. L’ufficiale cessione è del novembre 2014, con una delega di tre anni per dare una destinazione d’uso e di merito al bene, da parte del Comune. La relativa delibera ancora valida dice di mettere il bene “a reddito in ottica di mercato o per alienazione”. Nel bilancio del Comune del 2017 figura un attivo di 2,7 mio/euro derivanti dalla vendita totale dell’ex Polveriera. A novembre 2016, alla presenza di Roberto Reggi direttore del Demanio, con un ritardo di due anni esatti, viene dato l’avvio alla raccolta di idee progettuali e proposte, ma restano pur sempre solo una indicazione teorica poiché non sono vincolanti di un bando o di una offerta, in quanto l’ex Polveriera non può essere venduta o svenduta per speculazioni, ma possono essere date concessioni parziali e totali solo dal Comune, ovvero solo alla maggioranza del sindaco, e il Comune è il decisore unico e assoluto finale. Questi gli antefatti. Il sopraluogo effettuato con la presenza oltre che di esponenti di rilievo della maggioranza, da invitati della minoranza in consiglio, è stata l’ occasione di poter entrare; una scoperta che poteva interessare molte più persone. “Un grazie al sindaco – esordisce Giampietro Comolli di rientro dal giro – per aver pulito le strade interne e l’accompagnamento puntuale del vigile Gabriele, molto importante per il Comune.” La vastità dell’area, soprattutto lo stato di prolungato e assurdo abbandono per decenni, non ha consentito di poter visionare anche i diversi canali che caratterizzano una area dai molteplici interessi e valori. Un dislivello di 100 metri dal capoluogo al punto più alto, 5 valli-canali di attraversamento, 103 fabbricati di cui 80 casematte di magazzino munizioni costruite tutte a un piano negli anni ’50 e ’80, di 160 mq ognuna, con tetti in tavelloni sani, colonne in calcestruzzo portanti solide distribuite lungo 12 chilometri di strade interne in parte ancora asfaltate, oltre a diversi manufatti in cemento fra pozzi, centraline, ponticelli, canali di scolo, vasche di acqua, serbatoi sottoterra di riserva, fognature e tanti pali in cemento della luce abbandonati. Di bella architettura le garitte in ghisa e vetro poste lungo il perimetro dell’area, ma distrutte con molti atti di vandalismo perpetuati per anni. Pur essendoci una recinzione alta 2 metri circa per tutto il perimetro, con 4 cancelli un po precari, diversi sono i tagli creati da animali e persone, quindi con accessi non consentiti. “Abbiamo fatto decine di foto – prosegue Comolli – con un filmato al fine di visionare bene tutti gli habitat e le strutture, un documento che servirà anche a potenziali interessati a qualche concessione, a investire se ci sono le garanzie. Ad iniziare da un regolamento di accesso e di concessione d’uso preventivo”. Dalle carte militari visionate, la bonifica bellica ha riguardato solo 2 lotti previsti dall’appalto del Ministero della Difesa, fatti a regola d’arte, ma non completi su tutta l’area. Il sopraluogo ha messo in evidenza due punti fondamentali, sicuramente utili per ogni proposta e ogni progetto. Molti sono ancora i lavori di “bonifica” generale da fare perché il bene rurale si presenta abbandonato dal 1993. In 25 anni sono scomparsi prati, seminativi, case crollate e una presenza, su circa 80 case, del pericoloso eternit-amianto e tanti resti di mattoni da smaltire secondo le regole. Anche l’aspetto forestale è molto debole: vince una boscaglia diffusa e disordinata, ributti di piante varie molte malate, poche essenze di pregio, molto caos produttivo. Inoltre le certificazioni catastali non corrispondono alla realtà del luoghi e anche questo è un problema dovendo dare in concessione beni non ben identificati, certificati e identitari al catasto. C’è bisogno di un grande lavoro. Comolli è molto diretto: “La mia presenza, oltre che come consigliere comunale, è anche di consulente e socio di imprenditori e organismi potenzialmente interessati a ragionare in termini di investimento su tutta l’area o in parte, ma con garanzie, assicurazioni, sicurezze. Il costo delle bonifiche iniziali sono altissimi. Difficile che un privato o più privati, oggi, investano 5-7 milioni di euro per un bene che non garantisce una redditività anche nel lungo periodo. Inoltre ci sono vincoli di tutela che possono e limitano certi interventi. O si entra in una logica di attrazione diffusa attraverso servizi a pagamento in ambito turistico, welfare, benessere, assistenza… con investimenti alti, o non ci sono alternative. Molte sono le situazioni delicate del luogo con canali sotterranei, tubi interrati, pozzi, vasche, canaloni, case pericolanti. C’è bisogno di un intervento mirato che definirei dare/avere con qualche mega impresa che possa avere interessi aziendali nell’”utilizzo” dell’esistente, diciamo piano per vuoto. Un patrimonio edilizio purtroppo perso e dimenticato. Solo di eternit-amianto, approssimativamente, ci sono 8/9.000 mq da smaltire. Diversi metri cubi di materiale edile da discarica. Sarà mia cura analizzare un piano di sviluppo d’impresa. Sono contro a una ipotesi di vendita globale perchè il bene deve restare assolutamente un patrimonio pubblico e collettivo". Comolli ha anche una altra idea: “le considerazioni fatte già dal 2007 da parte del Fai, Legambiente e altre figure, con i dovuti adeguamenti e giuste misure reali e integrate, attive e non passive, dinamiche e non statiche possono rappresentare l’unica soluzione mettendo attorno a un tavolo, subito, tutti gli enti pubblici: Governo, Regione, Provincia, Unione di Comuni, comuni Val Luretta. In 3-4 anni l’area può essere messa in sicurezza, agibile e ritorno del bene alla collettività di Gazzola in un altro stato. Un costo o un investimento? E’ un periodo in cui sarà difficile mettere a reddito il bene. Intanto si devono intercettare tutti i contributi destinati alla tutela e salvaguardia dei beni ambientali pubblici per eseguire i lavori urgenti di base. Qui dipende dalla capacità della amministrazione di maggioranza. Noi una idea la possiamo verificare, ma senza un “regolamento” scritto diventa difficile formulare ipotesi che diano anche un benefici nel brevissimo periodo al comune e ai gazzolesi”. Comolli chiosa: “Credo che una saggia ipotesi gestionale e operativa sia quella di un coinvolgimento a 360 gradi di tutti i soggetti interessati. Come minoranza siamo pronti a costituire, in base alla legge europea e nazionale, una Fondazione di Partecipanza pubblico-privata che sia strumento del Comune, degli enti, delle Associazioni e di tutti gli abitanti della val Luretta per gestire i primi lavori e le prime scelte, che recepisca fondi pubblici, faccia lavorare le imprese del luogo, sia intermediario anche per le aziende agricole locali interessate in modo di realizzare le prioritarie bonifiche ambientali, rurali, infrastrutturali, forestali, idrogeologiche e magari la tabellatura di un “percorso salute”. Visto i tempi stretti, è alto il rischio di dover ritornare allo Stato un patrimonio che è sempre stato dei gazzolesi. Speriamo che la maggioranza in Comune ci ascolti, perché vogliamo predisporre un piano che dia soprattutto supporti economici, servizi e occupazione ai giovani gazzolesi”

«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali»
«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali»



 

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Apertura straordinaria del Bunker dei Savoia a Villa Ada

Da sovraintendenzaroma.it del 14 gennaio 2017

Luogo: Villa Ada Savoia, Tipologia: Manifestazioni

Il rifugio della famiglia reale, rimasto abbandonato e vandalizzato per 70 anni fino al recente recupero, apre eccezionalmente le sue porte al pubblico senza bisogno di prenotazione. (Ingresso consigliato: Via Panama) Per arrivare al bunker, seguire le frecce presenti dai vari ingressi della villa. Si potrà visitare liberamente il bunker, scoprendone le curiosità grazie ai numerosi pannelli e alle informazioni contenute nel documento che sarà consegnato all'ingresso.

 

Informazioni: Domenica 15 gennaio 2017 dalle ore 10.00 alle ore 15.00 Tutte le info sul sito  www.bunkervillaada.it, Tel: 333 2950158, Biglietto d'ingresso € 5,00 bambini fino a 10 anni gratis

 

Due visite al mese e Gran Pampel ai Bunker di Opicina

Da ilpiccolo.it del 14 gennaio 2017

Riparte con alcune novità la stagione di visite guidate alle fortificazioni di Opicina a cura del Gruppo escursionisti triestini. La prima visita, domenica 15 gennaio alle 15, sarà “annaffiata” dal Gran Pampel, la bevanda calda alcolica simile al vin brulè, ma dalla ricetta segretissima, che gli speleologi sono soliti preparare al termine delle loro adunate e che verrà offerta alla fine a tutti i partecipanti. Il ritrovo è fissato alle 14.45 nel parcheggio del quadrivio di Opicina. La visita sarà gratuita, ma è gradita un’offerta libera per finanziare le attività.

«Anche per il 2017 – spiega il responsabile, Fabio Mergiani - il Gruppo escursionisti triestini, proseguendo nel proprio lavoro di divulgazione per far scoprire al pubblico una parte di storia della nostra città ancora piuttosto sconosciuta, ha organizzato una serie di visite ai Bunker di Opicina. Inizieremo domani andando come sempre a visitare il Bunker ad H, quello del generatore, il cimitero tedesco e il bunker dell’Obelisco dove, per brindare al nuovo anno, verrà preparato e servito il Gran Pampel. Inoltre - continua -, abbiamo deciso di fissare due giornate di visita mensili per l’intero anno: il secondo sabato e la seconda domenica di ogni mese, alle 10 e alle 16. Ulteriori uscite, in collaborazione con il consorzio Centro in Via - Insieme a Opicina, si svolgeranno in concomitanza con le varie manifestazioni. E per l’estate abbiamo in programma anche due visite notturne».

Ma ci sono anche altre novità. «Con l’arrivo della bella stagione – riprende Mergiani – organizzeremo delle uscite per visitare gli altri bunker che si trovano nella zona intorno a Opicina, in particolare nei pressi della centrale elettrica. Si tratta di Gustav ed Emil, realizzati in cemento armato e recente oggetto di una pulizia profonda». Assieme ad altre strutture costruite dai tedeschi, i due bunker formavano la linea Emil.Le uscite non presentano particolari difficoltà, ma è importante portare con sé una torcia e indossare delle calzature adatte. Per informazioni e prenotazioni: get.trieste@gmail.com o 3468516570.

 

E' spuntata la 28ima punta alla pianta stellata di Palmanova
Nuova "punta" per Palmanova? L'illusione ottica non sembra riuscita



 

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Nuova "punta" per Palmanova? L'illusione ottica non sembra riuscita



 

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Nuova "punta" per Palmanova? Lillusione ottica non sembra riuscita.

Da udinetoday.it del 9 gennaio 2017

E' spuntata la 28ima punta alla pianta stellata di Palmanova

Palmanova, la celebre città fortezza veneziana locata nel bel mezzo della Bassa Friulana, nella sua storia ha visto moltiplicare il suo sistema difensivo/offensivo. Da una, a tre cinte murarie; da 9, a 27 punte. L'ultimo a volere un suo ampliamento, con cunicoli annessi, fu Napoleone Bonaparte che, giunto di passaggio durante la sua campagna in terra friulana, decise di fare di Palma una sua nuova macchina da guerra. Le opere si protrassero fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da parte delle truppe francesi e da allora nessuno osò più mutare l'ordine dei bastioni e delle cerchie murarie.

Ora però, 204 anni dopo, le cose possono in qualche modo dirsi modificate. Da pochi mesi, infatti, è apparso quello che a tutti gli effetti dall'alto appare essere un nuovo rivellino: una nuova punta della stella di Palma. Sta difatti per essere ultimato un nuovo fabbricato Ater (nell'ex area conosciuta come “Pechino”) per la costruzione di 50 nuovi alloggi Ater. Un'idea più chiara ve la può fornire il video realizzato pochi giorni fa dal pilota Jéan François La Cloche e postato da lui stesso nel gruppo Facebook.



 

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Palmanova, la celebre città fortezza veneziana locata nel bel mezzo della Bassa Friulana, nella sua storia ha visto moltiplicare il suo sistema difensivo/offensivo. Da una, a tre cinte murarie; da 9, a 27 punte. L'ultimo a volere un suo ampliamento, con cunicoli annessi, fu Napoleone Bonaparte che, giunto di passaggio durante la sua campagna in terra friulana, decise di fare di Palma una sua nuova macchina da guerra. Le opere si protrassero fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da  parte delle truppe francesi e da allora nessuno osò più mutare l'ordine dei bastioni e delle cerchie murarie. Ora però, 204 anni dopo, le cose possono in qualche modo dirsi modificate. Da pochi mesi, infatti, è apparso quello che a tutti gli effetti dall'alto appare essere un nuovo rivellino: una nuova punta della stella di Palma. Sta difatti per essere ultimato un nuovo fabbricato Ater (nell'ex area conosciuta come “Pechino”) per la costruzione di 50 nuovi alloggi Ater. Un'idea più chiara ve la può fornire il video realizzato pochi giorni fa dal pilota Jéan François La Cloche e postato da lui stesso nel gruppo Facebook. Insomma, quella che dall'alto può sembrare l'inizio di una quarta cinta fortificata della fortezza, altro non è che un nuovo plesso abitativo di edilizia popolare, destinato alla cosiddetta fascia grigia (quella composta da chi non rientra nei parametri di accesso Ater ma non hanno nemmeno la possibilità di accedere ad abitazioni a prezzo di mercato). L'area copre una superficie di oltre 3.000 metri quadrati e sorge tra Porta Udine e Porta Aquileia. Il suo costo complessivo si aggira intorno ai 6 milioni di euro. PALMANOVA SCELTA COME SET DI UN VIDEOGIOCO MILIONARIO L'idea di “mimetizzare” la nuova struttura dall'alto e di renderla in armonia con la planimetria unica della città fortezza, non sembra affatto balzana, anzi, è quasi geniale. Però, ci ha assalito un grosso punto interrogativo. Il sospetto tremendo è - osservando le immagini realizzate dall'ultralleggero - è che l'opera non sia così precisa, cioè in asse con la pianta e i raggi che si diramano dallo stendardo, punto nevralgico da cui si diramano le vie, i borghi e i baluardi. Noi, con i nostri poveri mezzi, ci siamo divertiti a giocare con Photoshop (utilizzando le immagini di Google Earth (non aggiornate) e quelle catturate, non a livello perpendicolare, da Jéan François La Cloche) e il risultato ci sembra abbastanza ambiguo. Lanciamo, per il momento, solo il dubbio. Ad altri, più competenti, l'ardua sentenza.


 

Alghero, un percorso alla riscoperta dei bunker di Monte Doglia

Da lanuovasardegna.it del 7 gennaio 2017

ALGHERO. Una serie di visite guidate per far riscoprire anzitutto agli algheresi e poi ai turisti la straordinaria testimonianza storica rappresentata dal complesso militare che si trova ai piedi del Monte Doglia, che risale alla Seconda guerra mondiale. È l’iniziativa di due giovani guide turistiche algheresi, Stefano Trova e Mario Paddeu. «Esiste un modo per vivere e far vivere Alghero di turismo anche oltre la stagione estiva?», si sono chiesti nei mesi scorsi. E dato che per loro la risposta è ovviamente affermativa, i due hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di dedicarsi alla promozione di quel sito. Dal 15 al 29 gennaio faranno da guida a chiunque vorrà ammirare le due postazioni d’artiglieria e la vecchia caserma, con la possibilità di salire in cima a Monte Murone e visitare l’osservatorio, da cui si godrà un panorama mozzafiato su Alghero, la baia di Porto Conte e Capo Caccia.

Oltre alla visita ci sarà quindi l’escursione a piedi nel bosco, ancora incontaminato e conosciuto da pochi. Approssimativamente, la durata dell’escursione è di due o tre ore. Il costo simbolico di 2 euro servirà come contributo per le spese che saranno sostenute per mantenere il sito pulito. Dallo scorso anno, infatti, le postazioni militari sono state inserite nel circuito cittadino di Monumenti Aperti, ma vengono ripulite dai volontari solo saltuariamente. «Il nostro obiettivo di più ampio respiro è quello di restituire alla città e alla collettività un bene che sinora è stato anche troppo trascurato e tenuto in scarsissima considerazione», spiegano Stefano Trova e Mario Paddeu. «Puntiamo ad aprirlo anche ai flussi turistici provenienti dall’esterno – aggiungono – ma per fare questo occorre il coinvolgimento degli enti pubblici e privati, di altri operatori del settore e del sistema turistico-ricettivo».

Secondo le due guide, al di là del valore storico, «l’area di Monte Doglia possiede potenzialità turistiche straordinarie e ancora inespresse». In attesa di elaborare un piano più dettagliato, le due guide rinnovano l’invito per le passeggiate che inizieranno tra una settimana. Per prenotare si può contattare la pagina facebook “Finding Sardinia” o i numeri di telefono +393462458635 e +393400888126.(g.m.s.)