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ANNO 2017

 

Cagliari, apre domenica il labirinto sotterraneo dell’aeronautica

Da castedduonline.it del 27 settembre 2017

Aprirà domenica 1 ottobre il 68’MO DEPOSITO CARBURANTI DELL’AERONAUTICA MILITARE di Cagliari. Fervono i preparativi per questo evento gratuito che PER LA PRIMA VOLTA IN SARDEGNA vedrà aperto un BENE DEMANIALE ed EX SERVITÙ MILITARE chiusa da 10 anni.

L’evento rientra nella manifestazione “MONUMENTI SOTTERRANEI” ideata da Sardegna Sotterranea e sarà a numero limitato – per circa 600 visitatori – data la ristrettezza dei suoi sotterranei ma anche la loro bellezza che verrá  illustrata, per la prima volta in assoluto, a un pubblico numeroso.

Giovedì mattina DALLE ORE 10, la CONFERENZA STAMPA nel vecchio sito militare di via Is Guadazzonis per  illustrare in esclusiva ai GIORNALISTI, e alle personalità istituzionali, la bellezza delle architetture militari sotterranee.

Chilometri di tunnel e tubature, cisterne e scale scavate nella roccia per creare un OLEODOTTO segreto nel quale verranno accompagnati i media, dai volontari di Sardegna Sotterranea, ideatori dell’iniziativa in collaborazione con la Regione e altre associazioni. Faranno da ciceroni gli alunni delle scuole affiancati dalle guide turistiche esperte.

Ad oggi i volontari hanno ripulito da cartacce e erba secca i sentieri collinari, in questo vecchio deposito carburanti esteso ben 15 ettari, compreso tra Monte Urpinu e lo stagno di Molentargius.

Una vera e propria base militare più sotterranea che a cielo aperto, realizzata nel 1930 e dismessa poco più di 10 anni fa ed ora di proprietà della Regione.

Sardegna sotterranea dopo aver esplorato il sito ne ha intuito l’effettivo valore culturale, in un luogo segreto e abbandonato dice le telecamere e le macchine fotografiche, non sono però mai entrate. È stato un video di Marcello Polastri che ha svelato ai più la bellezza di un tragitto chilometrico e sotterraneo che DOMENICA 1 OTTOBRE ed in replica il 29, verrà mostrato al pubblico. Previa comunicazione con il web portale sardegnasotterranea.org

Il video ha ottenuto migliaia di apprezzamenti ed un corale “vorremo accedere al deposito sotterraneo “.  Giovedì dunque, la conferenza stampa “strada facendo”, per sotterranei con l’esclusiva rivolta ai media che alle ore 10 si presenteranno nei cancelli di via Is Guadazzonis angolo via Generale Cagna per una esperienza straordinaria.

Parteciperanno i rappresentati delle istituzioni.  Le associazioni AgriCulture, Ambiente Sardegna, City Angel’s, il Centro Sportivo educativo nazionale, ente riconosciuto dal CONI, Circolo Acli Lattuca, la Scuola Michelangelo, Gruppo Cavità Cagliaritane, la cooperativa di sicurezza COOP SERVICE.

 

"Declaratoria de Gatteo", si firma l'atto ufficiale sulle origini degli architetti Antonelli
"Declaratoria de Gatteo", si firma l’atto ufficiale sulle origini degli architetti Antonelli



 

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I predoni rischiano la vita nel tunnel del monte Venda

Da mattinopadova.it del 22 settembre 2017

TEOLO. Negli anni della Guerra fredda il 1° Roc (Regional Operation Center) del monte Venda, sui Colli Euganei, era il fiore all'occhiello del controllo del traffico aereo militare della Nato nell’Italia del nord. Abbandonata nel 1998, l'ex base che occupa tutta la parte alta del colle, negli ultimi tempi è stata cannibalizzata da ladri e vandali, e oggi è in preda al totale degrado. I cartelli sulla recinzione fatiscente, che indicano il limite invalicabile della zona militare, non fanno paura a nessuno. L'unico timore per chi si avventura tra le palazzine fantasma e nel sistema di gallerie a forma elicoidale scavate nella roccia per oltre un chilometro, è quello del radon. Il gas killer che assieme all'amianto delle canalizzazioni degli impianti di condizionamento dell'aria ha fatto una strage di militari. Avieri e sottufficiali, morti di tumore al polmone. I predoni del Venda. L'ex base è stata spogliata - anche nelle aree un tempo “top secret” come le sale operative dove venivano elaborati i dati dei radar che si trovavano nell'arco alpino - di tutto quanto poteva costituire un guadagno. Sono spariti cavi elettrici, materiali ferrosi, mobili e perfino le cancellate di sicurezza. Tutte le strutture sono accessibili senza problemi. «È una cosa gravissima» racconta un escursionista all'uscita del recinto «vista l'alta presenza di radon e di amianto. Si notano numerosi bivacchi, probabilmente di giovani che passano qualche ora tra alcol e spinelli. Entrare è facilissimo, il buco sulla rete di recinzione a fianco del corpo di guardia non è l'unico, lungo tutto il perimetro dove passa il sentiero Lorenzoni la base è violabile da più punti. Abbiamo incontrato alcune persone che passeggiavano lungo i percorsi che portano alle cancellate (ora aperte) che un tempo dovevano essere le vie di fuga in caso di pericolo». Il pericolo. Nonostante l'inchiesta della magistratura abbia accertato che la maggior parte dei decessi dei militari che hanno prestato servizio sul Venda è da imputare al radon, visto che 24 finora sono state riconosciute “vittime del dovere”, la pericolosità all'interno della base è molto elevata. Non è un caso se i tecnici che intervengono saltuariamente per la manutenzione del “teleposto”, unica struttura rimasta attiva, operano con i dispositivi di protezione (guanti e mascherine). «In prossimità dei punti d'ingresso e delle vie di fuga c'è un misero cartello di 10x10 centimetri con scritto “pericolo radon”, lì dentro potrebbe accedere senza trovare alcun ostacolo anche un ragazzino di dieci anni» aggiunge l'escursionista. La storia. La base è stata costruita nei primi anni 50 dalla ditta Scardoni di Bologna, specializzata in questo tipo di costruzioni per le forze armate. Per qual progetto furono utilizzati i fondi messi a disposizione dall'Italia e dagli Stati Uniti d'America. Per la realizzazione del tunnel furono impiegati tutti gli scalpellini della zona specializzati nella lavorazione della trachite. Operai dalle mani forti di Vo', Teolo, Galzignano Terme, Lozzo Atestino e Cinto Euganeo. La base è rimasta attiva dal 1955 fino al 1998, quando tutto il personale (circa 500 uomini che garantivano il servizio h24) fu trasferito alla base aerea Nato di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara. Negli anni 60 il controllo è passato totalmente all'Aeronautica Militare. Il nome in codice del Venda era “Rupe”, proprio per la conformazione del sito scavato nella roccia. Considerato uno dei siti essenziali della difesa italiana e alleata, in caso di scoppio di una guerra contro il Patto di Varsavia, il Primo Roc si sarebbe trasformato nel comando della 5/a Ataf (Allied Tactical Air Force) e sarebbe passato sotto il controllo di Airsouth, il comando delle forze aree del sud della Nato. Il Venda era un vero e proprio nodo nevralgico della comunicazione inserito nel sistema di difesa Nadge (Nato Air Defence Ground Environment). I due radar. Nel 1955, quando la base venne attivata, le sale operative non erano ancora all'interno galleria. Erano ospitate in due container all'esterno e ricevevano i dati da due radar piazzati sulla sommità del colle, a circa 600 metri d'altezza, che funzionavano male. A raccontarlo è il maresciallo scelto dell'aereonautica militare in pensione, Leone Grazzini, che sul Venda ha lavorato dal 1956 al 1990 come coordinatore degli elettricisti. «Sul Venda i radar non hanno mai funzionato bene», racconta il sottufficiale in pensione «Ricordo che quando sono arrivato lassù riuscivano a coprire la parte alta dell'area, se un velivolo militare entrava nello spazio aereo a bassa quota lo perdevano. Per colmare questa lacuna i comandanti di allora decisero di mettere un aviere di vedetta su una torretta, munito di un grosso cannocchiale. In caso di avvistamento il militare chiamava con un telefono di quelli con la suoneria a manovella la sala operativa. Quando poi divenne base Nato cambiò tutto. Con i radar posizionati sulle Alpi si riusciva a controllare il cielo dal Canada alla Turchia. La base era dotata di 25 gruppi elettrogeni da 100 Kw per garantire il servizio senza alcuna interruzione. Gruppi che alimentavano soprattutto i condizionati d'aria e l'impianto di umidificazione della galleria, che d'inverno era secca e d'estate faceva un mare di condensa. L'acqua necessaria per la base arrivava da una sorgente di Faedo, tramite un sistema di pompaggio». Le leggende. La diceria che nel periodo della Guerra fredda si era fatta maggior strada era quella che sul Venda ci fosse una base missilistica segreta. Nascosta all'interno del bunker e pronta ad intervenire in caso di necessità. Ora che la base, galleria compresa, è di “dominio pubblico”, chiunque può constatare che si trattava di una leggenda, forse nata dal fatto che in quel periodo il sito era davvero invalicabile e di notizie sul suo contenuto all'esterno ne trapelavano poche. Nonostante i militari, anche quelli che operavano nelle sale operative, avessero quasi tutti famiglia nei comuni sottostanti il colle. E tanti a quei tempi dicevano di aver visto Ufo volteggiare sulla cima del monte.

A 4 chilometri da Castelnuovo. L'ex base operativa dell'Aereonautica Militare del Venda si trova a circa quattro chilometri dall'abitato Castelnuovo. Si raggiunge in auto da via Venda, la strada che si stacca dalla provinciale per Torreglia in prossimità della chiesa della frazione. L'area insiste nel territorio di quattro comuni: Teolo, Vo', Galzignano Terme e Cinto Euganeo. Attualmente, oltre alle antenne dei ponti radio civili, come quelli della Rai, e militari dell'Interforze posizionati sul traliccio di recente costruzione alto circa 70 metri, non esiste altro. Se non i resti delle palazzine cannibalizzate dai predoni e dai vandali dove per anni hanno prestato servizio avieri generici, sottufficiali e ufficiali, che avevano come base logistica la caserma di Giarre e venivano trasportati sul colle tutti i giorni con i pullman. di Gianni Biasetto

 

Palmanova: nuovi fondi per ristrutturare le mura

Da ilfriuli.it del 21 settembre 2017

 

Buone notizie per Palmanova. Dopo i nuovi crolli che, la scorsa settimana, hanno interessato le mura della città stellata, fresca dell’inserimento nel Patrimonio mondiale dell’Unesco, il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo ha stanziato ulteriori 3 milioni di euro per le urgenti opere di ristrutturazione delle fortificazioni.

“Queste nuove risorse – ha spiegato l'assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti - si sommano ai 5 milioni di euro già stanziati in precedenza (3 dal Governo, 2 dalla Regione, ndr) e dimostrano la sensibilità del Ministero su una questione molto sentita anche a livello internazionale, visto il riconoscimento dell'Unesco, di fronte alla quale la Regione e il Governo hanno saputo dare una risposta concreta".

La speranza, ora, è che i fondi possano essere al più presto impiegati per la messa in sicurezza delle mura dato che, al momento, i cantieri per la ristrutturazione non sono ancora partiti per problemi burocratici.

Il Fvg si aggiudica ulteriori 4 milioni per i lavori di recupero del Parco del comprensorio del Castello di Miramare di Trieste. “Parliamo di un patrimonio culturale decisivo per l'identità della comunità locale e questi 4 milioni di euro rappresentano un tangibile segno di attenzione che contribuirà a risolvere quei problemi di degrado che rischiavano di ledere l'immagine del sito e la qualità dell'offerta turistica e culturale di Trieste".

"Questo finanziamento - ha concluso l'assessore - conferma inoltre la bontà della scelta concordata dalla Regione con il ministro Franceschini di fare del comprensorio di Miramare un Museo autonomo e non intraprendere altre strade che non avrebbero potuto contare sulle risorse statali".

 

 

All'interno di un bunker nazista trasformato in museo

Da idealista.it del 18 settembre 2017

Sulle tranquille coste della Danimarca si nascondono antichi ricordi della Seconda Guerra Mondiale. Nella piccola località di Blavand è stata appena inaugurata una nuova ala del Museo Tirpitz, situato su un antico bunker nazista, che occupa ben 2800 m2.

Lo scorso mese di giugno è stato ampliato questo museo che conserva intatto l'interno del bunker originale costruito dall'esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, come mezzo di difesa contro gli attacchi dell'aviazione britannica (RAF) e qualsiasi possibile sbarco dalla costa del nord Europa.

Lo studio di architetti BIG  ha realizzato l'ampliamento per 2.800 m2 di esposizione in quattro edifici totalmente integrati con l'ambiente circostante. Qui è possibile ammirare un video elaborato dal New York Times.

 

 

 

 

Il radon miete un'altra vittima

Da Il Gazzettino del 9 settembre 2017

Ventotto anni di lavoro nel punto più recondito del bunker dei veleni nelle viscere del Venda. Nella posizione sicuramente più esposta alle esalazioni di radon ed amianto, risultate letali negli anni a decine di commilitoni. Giuseppe Masia, 81 anni, congedatosi dall'Aeronautica con il grado di primo maresciallo, è l'ennesima vittima dell'avamposto militare del Primo Roc, da anni dismessa e posta sotto sequestro dall'autorità giudiziaria impegnata nell'inchiesta sulle presunte responsabilità delle gerarchie militari sui decessi quasi tutti per tumore (la sentenza sarà pronunciata il 2 novembre, ndr).

Identica fine anche per il Masia, deceduto l'altra sera nella sua abitazione. Alcuni anni fa era stato colpito da un cancro ai polmoni dall'esito praticamente inesorabile. Nativo di Cassino (Frosinone) ma da anni stabilitosi ad Abano, dove viveva in via Brunelleschi, Masia aveva prestato servizio per l'intera carriera nell'"Ufficio Cifra", deputato al trattamento degli atti più riservati dell'Aeronautica. E' proprio per questo confinato nel reparto più recondito della base. "La sua lotta contro la malattia - ha spiegato commosso Leone Grazzini, Presidente della Sezione Euganea Unione Nazionale Sottufficiali Italiani - è stata continua, lucida e coraggiosa. Sapeva di aver contratto la stessa patologia costata la vita anni prima a molti suoi amici.

E' proprio per questo aveva inoltrato al Ministero della Difesa, la richiesta di riconoscimento della causa di servizio". Vedovo e padre di tre figli ai quali era molto legato, Masia, aveva fatto dell?Unsi la sua seconda casa. Era stato infatti uno dei fondatori ed attivo animatore delle attività dell'associazione che da anni si sta battendo per la tutela delle famiglie colpite dai veleni del Venda. "Era attivissimo - ricorda il segretario della sezione aponense, Giovanni Amato - anche nell'organizzazione di eventi, come le iniziative natalizie in collaborazione con il collegio salesiano di Monteortone.

Lo piangiamo come amico, ma soprattutto come anima attiva delle nostre attività". La salma è a disposizione del magistrato di turno per l'eventuale autopsia, prima dei funerali che dovrebbero essere celebrati martedi prossimo nel duomo aponense di S. Lorenzo, a due passi dall'abitazione del maresciallo".

 

La Difesa Aerea Missilistica integrata

Da aeronautica.difesa.it del 7 settembre 2017

Il Reparto DAMI (Difesa Aerea Missilistica Integrata) nasce il 15 marzo 2017, a seguito della revisione ordinativa del Comando Operazioni Aeree (COA) di Poggio Renatico, che ha sancito la riorganizzazione dell'ARS (Air Control Centre, Recognized Air Picture Production Centre, Sensor Fusion Post) in Reparto Difesa Aerea Missilistica Integrata (Reparto DAMI).

Al nuovo Reparto, da cui dipendono il neo-costituito 11° Gruppo DAMI (co-ubicato a Poggio Renatico) ed il 22° Gruppo Radar A.M. di Licola (NA), sono assegnate funzioni di coordinamento e supervisione delle due unità operative italiane integrate nel sistema di Difesa Aerea Nazionale e NATO. Il Reparto, pertanto, rappresenta un punto di riferimento per l'Aeronautica Militare e la NATO in materia di Difesa Aerea Missilistica Integrata.

Sin dalla sua costituzione nel 1923, l'Aeronautica Militare ha come compito operativo primario quello di assicurare la difesa dello spazio aereo nazionale. La Difesa Aerea rappresenta il compito naturale, la ragion d'essere dell'Aeronautica Militare ed il sistema di Difesa Aerea Nazionale, gestito direttamente dalle sale operative dell'11° Gruppo DAMI e del 22° Gruppo Radar A.M. di Licola, attraverso il controllo e l'impiego di sensori radar e capacità radio disseminati su tutto il territorio nazionale, forma idealmente un ombrello protettivo.

Dalle sale operative dei due Gruppi, meglio noti con i loro nominativi storici di "Pioppo" (11° Gruppo) e "Barca" (22° Gruppo), i controllori della difesa aerea sorvegliano lo spazio aereo nazionale ventiquattr'ore al giorno, 365 giorni l'anno, per avvistare ed identificare tutto il traffico aereo. Da queste stesse sale viene rilanciato l'ordine di decollo immediato, in gergo tecnico scramble, ad una delle coppie di Eurofighter che, dislocate sul territorio nazionale, sono sempre pronte al decollo in pochi minuti. Il controllore guidacaccia di Pioppo o di Barca è quindi responsabile di condurre la coppia di Eurofighter all'intercettazione del velivolo sospetto, applicando gli ordini ricevuti dal Comando sovraordinato.

Oltre a garantire la sorveglianza dei cieli italiani, in ambito NATO il Reparto DAMI, tramite  l'11° Gruppo DAMI ed il 22° Gruppo Radar, concorre alla sicurezza dello spazio aereo di Paesi limitrofi come la Slovenia e l'Albania. Inoltre – in virtù di impegni internazionali assunti dall'Italia con la NATO – il Reparto fornisce il qualificato contributo di controllori di difesa aera nell'ambito dell'operazione Interim Air Policing (difesa dello spazio aereo dell'Islanda) e dell'operazione Baltic Air Policing (integrità dello spazio aereo sui cieli di Lituania, Estonia e Lettonia).

Le capacità di scoperta e sorveglianza dell'11° Gruppo DAMI e del 22° Gruppo Radar vengono ulteriormente potenziate dall'integrazione e dall'impiego di sistemi dedicati come i velivoli AWACS (Airborne Warning and Control System) della NATO, i sensori imbarcati su navi ADS (Air Defense Ship) ed il velivolo Gulfstream G550 CAEW, il nuovo aereo da scoperta dell'Aeronautica Militare il cui personale controllore è costituito, per la maggior parte, da uomini e donne con precedenti esperienze presso le sale operative di Pioppo e Barca radar.

Tra tutti i paesi del Patto Atlantico, l'11° Gruppo DAMI di Poggio Renatico è stato il primo sito di difesa aerea ad impiegare il nuovo sistema NATO Air Command and Control System (ACCS) in operazioni reali. Tale primato ha testimoniato il costante impegno del Reparto DAMI e dei suoi uomini e donne nell'aggiornamento continuo sui nuovi sistemi di comando e controllo, per garantire alla collettività un servizio sempre all'avanguardia e corrispondente alle esigenze degli attuali scenari internazionali. Il nuovo sistema di comando e controllo sostituirà, nel prossimo futuro, gli attuali sistemi di difesa aerea in dotazione all'Aeronautica Militare e alla NATO, permettendo in questo modo di gestire, con un'unica interfaccia software, tutte le missioni aeree sin dalle prime fasi di pianificazione. Grazie a questo risultato, presso il Reparto DAMI e l'11° Gruppo DAMI di Poggio Renatico, vengono effettuate visite e seminari a favore del personale degli altri paesi NATO in procinto di adottare il nuovo sistema ACCS.

Il Reparto ed i gruppi dipendenti assicurano, inoltre, la disponibilità di personale qualificato per soddisfare le esigenze di Forza Armata durante l'esecuzione di attività aeree complesse ed esercitazioni interforze e NATO, oltre a garantire il supporto dalle proprie sale operative durante eventi di particolare risonanza. E' ciò che avviene in occasione di grandi eventi quali i summit internazionali, i G7, le visite di Capi di Stato, le riunioni di vertice, dove la presenza e l'impiego del personale del Reparto DAMI è un elemento imprescindibile per l'organizzazione della difesa aerea.

Il Reparto DAMI, oltre ad assicurarne quotidianamente l'impiego del proprio personale nelle sale operative sul territorio nazionale, ne garantisce poi, data l'alta specificità, l'impiego presso gli enti NATO in Italia e all'estero ed in particolare di quelle strutture fondamentali per il sistema di comando e controllo del Patto Atlantico.

 

 

Argentario, una mostra sulla storia delle torri ed altri eventi al Centro Studi

Da lextra.news del 15 giugno 2017

Lunga serie di iniziative messe a punto dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli con il supporto di diverse associazioni della Costa d’Argento, del Comune di Monte Argentario e con il patrocinio dell’ambasciata di Spagna in Italia. Il filo conduttore sarà la mostra documentaria “La difesa costiera dei Reali Presidi di Toscana” curata da Gualtiero Della Monaca che resterà aperta, ad ingresso gratuito, nei locali di via Scarabelli da sabato 17 giugno a sabato 8 luglio 2017. I giorni e gli orari di accesso sono il martedì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 ed il lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17.30 alle  19.30. In questo periodo saranno inseriti due eventi di grande importanza quali La festa delle Torri e l’omaggio a Don Pietro Fanciulli.

L’inaugurazione della mostra è in programma per le ore 18.30 di sabato 17  giugno con una tavola rotonda che avrà come relatori la prof. Anna Guarducci dell’Università degli Studi di Siena (“Torri e difese costiere dell’Argentario”) e Roberto Damiani (“La pirateria barbaresca nel XVI secolo”); moderatore sarà il dottor Giovanni Alessi. A seguire, duello seicentesco con cappa e spada.

Sabato 24 giugno, torna la Festa delle Torri alla Fortezza Spagnola. Alle ore 19.00 aperitivo in Fortezzaaspettando la rievocazione storica delle segnalazioni tra le torri costiere; alle 20.00 partenza del segnale fumogeno che percorrerà tutto l’Argentario ed infine, dalle 21.00, serata in Fortezza tra light dinner e musica.

L’omaggio a Don Pietro Fanciulli caratterizzerà la mattina del 29 giugno, data di nascita, presa dei voti ed onomastico del compianto sacerdote. Le commemorazioni inizieranno alle ore 8.30 con la Santa Messa nel cortile del Centro Studi; alle 10.30 intervento di Sergio Wongher su “Don Pietro Fanciulli, parroco della Chiesa dell’Immacolata” ed alle 11.00 conferenza del prof. Angelo Biondi sul tema: “Don Pietro Fanciulli, studioso dei Reali Presidi di Toscana”. E per concludere, aperitivo con la presenza di figuranti in costume.

La mostra si concluderà sabato 8 luglio alle ore 18.30 nella sede di via Scarabelli con una tavola rotonda moderata dal dottor Paolo Mastracca. Relatori, l’architetto Francesco Broglia dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza che interverrà su “La piazzaforte di Orbetello”, l’architetto Bruno Mussari dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria che illustrerà “Il sistema difensivo di Porto Ercole”. A seguire, ballo seicentesco in costume.

 

Monte Cigno… l’ ‘Altura trincerata’ dei Pentri

Da vivitelese.it del 15 giugno 2017

L’ottimo ing. FLAVIO RUSSO, membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli, si è sempre occupato a tempo pieno di storia militare, ivi compresa quella dei sanniti. Nel suo libro DAI SANNITI ALL’ESERCITO ITALIANO La regione fortificata del Matese, ricostruisce la tipica struttura difensiva dei sanniti che trasformavano le montagne in vere e proprie fortezze.

”Alture trincerate”, le chiamò Mommsen nel II volume della sua Storia di Roma: “Durante la campagna del 277 a.C. si andò guerreggiando nel Sannio, dove una volta i Romani assalendo, alla spensierata, delle alture trincerate ebbero a soffrire gravi perdite”.

Dalle sue ricerche sulle fortificazioni del Tifernum Mons, come veniva chiamato il Matese scelto dai Pentri come residenza, sembra quasi che l’Ingegnere, già membro del Comitato Nazionale per lo Studio delle Architetture Fortificate del Ministero dei B.C.A.A.A.A., anticipi la descrizione del terrazzamento di Monte Cigno che, solo qualche mese fa, ho avuto la “fortuna” di individuare da foto satellitari estremamente elaborate.

E così, se dalla lettura “in latino” di Ab Urbe condita di Tito Livio relativa ai luoghi detti Furculas Caudinas sembra di scorrere una guida del TCI relativa alle Forre del Titerno, dalla lettura delle ineccepibili considerazioni di Flavio Russo del 1991 sembra emergere la descrizione dei terrazzamenti di Monte Cigno…che farebbero pensare alla Tutium rouinata emersa in una mappa del Vaticano.

Le fortificazioni sannite, ma sarebbe meglio dire dei Pentri che spesso, da soli, sostennero il peso delle lotte contro Roma, si trovavano a mezza costa, appena distaccate dalla pendice sovrastante della montagna, verso la quale gravitavano sia in tempo di pace che massimamente in quello di guerra. Fornivano una superficie interna non raggiungibile da eventuali aggressori, penetrabili unicamente attraverso un varco di ridotte dimensioni.  Grazie ad ingegnosi schemi planimetrici divenne possibile a pochi “guerriglieri” sanniti aver ragione dei molti ed addestrati guerrieri romani. Alla logica militare romana sembrò uno schieramento difensivo quasi demenziale, non comprendendo che la struttura e la difesa “esterna” alle mura era invece intelligentemente funzionale alla loro arma più temuta e micidiale: la sannia. I romani conoscevano infatti la lancia, ma quella sannita era di tipo diverso per l’adozione sistematica dell’amentum, una “turbina” che aumentava le capacità delle proprie lance: le saunia. ” Samnites ab hastis appellati sunt, quas Graeci saunia appellant; has enim ferre adsueti erant; sive a colle Samnio, ubi ex Sabinis adventantes consederunt“. De Verborum Significatione SESTO POMPEO FESTO

“I Sanniti sono così chiamati dalle loro lance, che i greci chiamano saunia; infatti loro erano soliti portare queste armi in battaglia; o dal colle Sannio dove si stabilirono provenendo dai colli Sabini“.  I “rozzi?” pastori, scagliandole dall’alto delle loro “piattaforme” di lancio, i terrazzamenti, poterono infliggere gravissimi tributi di sangue agli atterriti assalitori. La sannia non riceveva l’impulso motore dal palmo della mano al suo rilascio analogamente alle usuali lance, ma attraverso la violenza sferzata dell’amentum, una sorta di spirale di cuoio che avvolgeva la lancia e che srotolandosi generava, al suo rilascio, velocità, precisione e forza. L’ Amentum contribuiva ad aumentare la portata e la stabilità del giavellotto in volo poiché aggiungeva un effetto di rotazione che emula quello di un proiettile e aumentava enormemente la possibilità che il giavellotto colpisse correttamente di punta. Una sorta di canna rigata ante litteram delle moderne carabine. Una straordinaria innovazione che forniva a quel singolare giavellotto le impressionanti doti di mortifera validità  funestamente sperimentata dai romani. Nel preciso istante in cui gli attaccanti penetravano all’interno del tiro, la fila più bassa scagliava una salva di dardi mortiferi, seguita a breve intervallo da quella più in alto, che completava la strage. Nessuna possibilità  per i nemici di controbattere i lanci sia per la notevolmente minore portata delle proprie lance, sia per essere il loro controtiro diretto verso l’alto.

“ …non è difficile immaginare le modalità difensive  derivanti dalla complementarietà fortificazioni-sannie, scrive il Russo. Le ondate d’assalto romane lanciate lungo le ripide pendici dei monti del Sannio, ed al contempo i difensori immobili, schierati in duplice ordine su ogni loro sbarramento poligonale, pronta a brandire la terribile arma.  Infatti, prescindendo che le mura sannite non avevano un “dietro”, era proprio stando dinanzi ad esse e su di esse, cioè davanti alla parete a monte sopra di quella a valle, sul famoso gradone, che poteva scagliare in maniera ottimale la sannia, attuando il massimo della difesa…  allorché poi i romani giungevano a portata utile iniziava su di loro la mortale grandine: impossibile difendersi, inermi, impacciati dalla salita e dall’equipaggiamento (il loro terreno di battaglia preferito era la pianura!), privi di tiro di copertura, sparsi ed atterriti dalle perdite, subivano così la prima tragica decimazione…. Le fortezze sannite potevano essere scavalcate ed anche conquistate, ma una volta qui, gli attaccanti spossati si trovavano di fronte i difensori, riposati e determinati a respingerli. Si sarebbero inoltre trovati esposti al tiro proveniente dai margini laterali del ballatoio, cioè il micidiale fiancheggiamento, proseguendo per altro quello piombante dall’alto. La ristrettezza degli spazi ne avrebbe per di più amplificato la virulenza, e quindi la validità difensiva. Evidentissime le immani difficoltà connesse con questa tragica e sanguinosa corsa ad ostacoli. … Qualora poi, e certamente accadde, i Romani fossero riusciti ad impossessarsene, si ritrovavano occupanti di una scabra terrazza di roccia deserta, spazzata dal vento, dalla quale i sanniti si erano all’ultimo momento dileguati inerpicandosi per le  mulattiere a monte verso l’interno del massiccio”….ed ecco spiegato l’ampio tratturo che dalla cittadella apicale del terrazzamento all’incrocio del Turio e del Titerno si inerpica verso Il  tempio e verso la Rocca… “...ma è tutto il pendio, rileva Claudio Conte, che a partire dal basso vicino al salto del torrente Turio a presentare gradinate poi giunge sul primo pianoro e lì sul limite, a sbarramento, c’è un muro larghissimo, poi a sx della strada ricomincia la successione dei terrazzamenti fin sopra  la spianata…”.

Sembra proprio che “TUTTA” Monte Cigno sia una autentica roccaforte, un vero baluardo insuperabile anche per chi abbia superato il primo sbarramento sannita tra Mont’Acero e Mont’Erbano nella gola di Faicchio.

Tuto questo si legge nelle pietre di Monte Cigno. Tutto questo io pubblico con la speranza di destare l’interesse di qualcuno più grande di me per queste meravigliose pagine di storia locale che potrebbero far risvegliare nei giovani l’orgoglio di essere sanniti, al di là del valore indiscutibile di un risultato sportivo quale la promozione del Benevento.  Dall’imbocco delle gole, a Faicchio, fino a Pietraroja e Sepino, si combatterono decisive battaglie per il controllo del mondo allora conosciuto. E l’Oppidum di Monte Cigno ne conserva INTEGRE le tracce (solo tracce?….molto, molto di più!), che poi proseguono fino a Sepino, passando per quello scrigno che è la Madonna della Libera e Vallantico. So che lo scetticismo è dominante…ma “così è, se vi pare”, scriveva  Pirandello, riflettendo sull’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri.

Una pietra è solo una pietra se non ha una storia da raccontare. Renzo Morone

 

Mostra sulla storia delle torri ed altri eventi al Centro Studi

Da maremmanews.it del 13 giugno 2017

Monte Argentario: Lunga serie di iniziative messe a punto dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli con il supporto di diverse associazioni della Costa d’Argento, del Comune di Monte Argentario e con il patrocinio dell’ambasciata di Spagna in Italia. Il filo conduttore sarà la mostra documentaria “La difesa costiera dei Reali Presidi di Toscana” curata da Gualtiero Della Monaca che resterà aperta, ad ingresso gratuito, nei locali di via Scarabelli da sabato 17 giugno a sabato 8 luglio 2017.

I giorni e gli orari di accesso sono il martedì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 ed il lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17.30 alle  19.30. In questo periodo saranno inseriti due eventi di grande importanza quali La festa delle Torri e l’omaggio a Don Pietro Fanciulli.

L’inaugurazione della mostra è in programma per le ore 18.30 di sabato 17  giugno con una tavola rotonda che avrà come relatori la prof. Anna Guarducci dell’Università degli Studi di Siena (“Torri e difese costiere dell’Argentario”) e Roberto Damiani (“La pirateria barbaresca nel XVI secolo”); moderatore sarà il dottor Giovanni Alessi. A seguire, duello seicentesco con cappa e spada.

Sabato 24 giugno, torna la Festa delle Torri alla Fortezza Spagnola. Alle ore 19.00 aperitivo in Fortezza aspettando la rievocazione storica delle segnalazioni tra le torri costiere; alle 20.00 partenza del segnale fumogeno che percorrerà tutto l’Argentario ed infine, dalle 21.00, serata in Fortezza tra light dinner e musica.

L’omaggio a Don Pietro Fanciulli caratterizzerà la mattina del 29 giugno, data di nascita, presa dei voti ed onomastico del compianto sacerdote. Le commemorazioni inizieranno alle ore 8.30 con la Santa Messa nel cortile del Centro Studi; alle 10.30 intervento di Sergio Wongher su “Don Pietro Fanciulli, parroco della Chiesa dell’Immacolata” ed alle 11.00 conferenza del prof. Angelo Biondi sul tema: “Don Pietro Fanciulli, studioso dei Reali Presidi di Toscana”. E per concludere, aperitivo con la presenza di figuranti in costume.

La mostra si concluderà sabato 8 luglio alle ore 18.30 nella sede di via Scarabelli con una tavola rotonda moderata dal dottor Paolo Mastracca. Relatori, l’architetto Francesco Broglia dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza che interverrà su “La piazzaforte di Orbetello”, l’architetto Bruno Mussari dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria che illustrerà “Il sistema difensivo di Porto Ercole”. A seguire, ballo seicentesco in costume.

 

Bastione degli Infetti, la «trattativa» per gli abusivi Progetto modificato e lavori in pausa fino a venerdì

Da meridionenews.it del 13 giugno 2017

«Certo, la palizzata è brutta, ma stiamo trattando per vedere se riusciamo a farla arretrare di qualche metro». Il Bastione degli Infetti questa mattina era pieno come solo durante gli appuntamenti organizzati dal comitato popolare Antico corso. C'erano gli assessori all'Ecologia e alla Cultura, Rosario D'Agata e Orazio Licandro; c'era Lara Riguccio, responsabile del progetto di riqualificazione dell'area a due passi da via Plebiscito; c'erano gli esponenti del gruppo di residenti che da anni si prende cura di quell'oasi in via Torre del vescovo. Che però deve fare i conti con le baracche abusive che sono state costruite, negli anni, proprio nel perimetro del terreno che contiene le storiche fortificazioni, e che è di proprietà di una delle Ipab regionali in liquidazione. Dietro la palizzata di cui parla l'assessore Licandro c'è un bel cavallo, ci sono gli abiti stesi in un cortile fatto di case che non dovrebbero esserci, coi muri di mattoni forati a vista e le coperture di quello che sembra amianto. «Quella zona non è inclusa nella convenzione stipulata con il Comune circa 15 anni fa - precisa Riguccio - I documenti sono vecchi, ma anche all'epoca c'era una sorta di delimitazione che non includeva l'area in questione. Stiamo vedendo se riusciamo a recuperare qualcosina». In altri termini: quando i lavori al Bastione saranno finiti, il cavallo e le case potrebbero essere ancora lì. Nascosti da qualche nuovo albero e a pochi metri dalla piccola area giochi che è stata immaginata. Il caso dei 333mila euro da spendere per il Bastione, sollevato da MeridioNews due settimane fa, è montato giorno dopo giorno. E ha alla base una contrapposizione tra il comitato Antico corso e l'amministrazione comunale. Per anni, infatti, ad aprire al pubblico la struttura hanno pensato un gruppo di residenti del quartiere, che hanno anche attirato l'attenzione del Fai, Fondo ambiente italiano. All'inizio di dicembre 2016 la riqualificazione è stata inserita tra i progetti che avrebbero potuto essere finanziati tramite lo strumento della democrazia partecipata: davanti a un elenco di sei voci, i cittadini avrebbero potuto votare - tramite email - quella per la quale avrebbero voluto che fossero spesi il due per cento dei trasferimenti della Regione al Comune

Il Bastione, grazie anche all'attenzione generata dal comitato, dovrebbe avere vinto staccando di gran lunga la concorrenza. Il condizionale, però, è d'obbligo: il numero delle preferenze così come la documentazione tramite la quale si identificavano gli interventi da rendere votabili sono nelle mani dell'ufficio di gabinetto del sindaco e non sono ancora stati resi noti. Nonostante le almeno due richieste di accesso agli atti che sono state formulate: la prima del MoVimento 5 stelle, la seconda dalla commissione Lavori pubblici del Consiglio comunale. A fare levare gli scudi degli attivisti dell'Antico corso era la formulazione originaria del progetto, che avrebbe previsto due aree giochi per i bambini all'interno di un bene archeologico, «che dovrebbe rimanere tale e il cui valore deve essere chiaro al di là dello spazio per i giochi». Senza contare i dubbi a proposito della base su cui si dovrebbe poggiare l'altalena prevista, una «gettata di cemento inaccettabile», secondo i residenti. A cui si è aggiunta la voce di chi chiede chiarezza sui lavori dal punto di vista politico. «Si tratta chiaramente di un intervento di manutenzione straordinaria - diceva in commissione il Consigliere comunale Niccolò Notarbartolo - L'iter amministrativo che è stato è quantomeno dubbio». Adesso, dopo le pesanti polemiche nate dentro e fuori Palazzo degli elefanti, è arrivata la rimodulazione: un solo spazio per i giochi e non più nello spazio più largo al centro del Bastione, bensì a margine, al confine con l'ormai famosa palizzata. E se il processo non è stato «partecipato» all'inizio, dovrebbe esserlo d'ora in poi. «La centralità del Comitato non sarà messa in discussione», garantisce Orazio Licandro. A chi gli domanda il perché della sua presenza nel cantiere, questa mattina, lui replica secco: «È un bene archeologico - sottolinea - Di questi posti si occupa il mio assessorato. È uno spazio splendido, lo vedo già come location per una grande quantità di eventi culturali». 

Un primo accordo, intanto, prevede che i lavori all'interno del Bastione degli Infetti (dove nel frattempo è stata rinvenuta l'ossatura di un altro muro antico) siano sospesi fino a venerdì. Quando, in mattinata, nella sede dell'assessorato all'Ambiente si terrà un tavolo tecnico sul futuro della struttura, al quale dovrebbe essere presente anche la soprintendenza ai Beni culturali. «Ci incontriamo, discutiamo. L'appuntamento si sarebbe dovuto fare prima che si avviasse il cantiere», sbotta Salvatore Castro, presidente del comitato popolare Antico corso. «Si sta rimediando adesso, sebbene in ritardo. Cosa si sia inceppato prima non è dato sapere», commenta Renato Camarda, presidente dimissionario della Fabbrica del decoro, organismo che avrebbe dovuto essere votato proprio al dialogo tra la giunta comunale e l'associazionismo. Gli operai della ditta, però, non incroceranno le braccia: continueranno a lavorare all'esterno, nelle aiuole che precedono la Torre del Vescovo e che fanno da cornice alla stazione di servizio che costeggia via Plebiscito. Nel frattempo rimane confermata la manifestazione di piazza Università che era stata organizzata per giovedì pomeriggio, prima dell'apertura di questo dialogo da parte dell'amministrazione.

 

Lavori all’ex bunker polveriera della Lunetta Gamberini, precisazione dell’amministrazione comunale sul materiale di risulta

Da emiliaromagnanews24.it del 13 giugno 2017

BOLOGNA – L’amministrazione comunale di Bologna, avendo ricevuto alcune segnalazioni, precisa che nell’ambito degli interventi di manutenzione urgente in corso sull’ex bunker polveriera del Giardino Lunetta Gamberini non sono stati rinvenuti materiali contenenti amianto. I lavori nell’area del Giardino, che si trova tra le vie degli Orti, Dagnini e Largo Lercaro, consistono nella rimozione e sostituzione del coperto. Le segnalazioni sono arrivate per la presenza di sacchi normalmente utilizzati per lo smaltimento di materiali contenenti amianto, presenza dipesa unicamente dalla necessità di intervenire in estrema urgenza e dunque senza il tempo di dotarsi di contenitori di altro tipo nello sgombero del materiale di risulta. Il Comune assicura dunque che nessun elemento rimosso o da rimuovere contiene amianto. L’Ausl, intervenuta sul posto, non ha accertato alcuna irregolarità. Il contratto di global service definisce in modo puntuale e preciso gli obblighi e le procedure cui l’impresa ha l’obbligo di attenersi nel caso di presenza di amianto; i direttori dei lavori e gli alti sorveglianti verificano costantemente l’applicazione di quanto disposto.

 

Casi sfortunati della storia di Verona: la polveriera esplosa da un fulmine

Da veronasera.it del 12 giugno 2017

12 agosto 1624. Su Verona si scatena un temporale particolarmente forte con violente folate di vento. Ma non sarà il vento a creare i danni più ingenti di questo catastrofico evento atmosferico. È bastato un fulmine, caduto proprio nel punto in cui poteva causare più danni. Ad essere stato colpito da un fulmine non è stata un uomo, un donna, un animale o un albero. Il fulmine ha colpito una delle torri medioevali di Verona, la Torre della Paglia. La torre era stata costruita vicino all'Adige (dove adesso termina via Pallone, all'altezza dell'attuale Ponte Aleardi) ed era il punto terminale ad Oriente del sistema di difesa costituito dalle mura cittadine. Il particolare che rese l'episodio funesto è che la Torre della Paglia era stata deputata ad essere la polveriera della città. Armi e barili di polvere da sparo erano stati immagazzinati in quella torre e la folgore del temporale fece esplodere tutto. La torre e tutti gli edifici attorno furono completamente distrutti. Ed è noto che fu distrutta la chiesa di San Fermo Minore (quella che oggi è la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri), che in linea d'aria più o meno potrebbe essere stata distante circa 200 metri. E oltre alla distruzione, tanti furono i morti. Le fonti storiche più accreditate parlano di circa 80 vittime. Vittime della sfortuna, anche se non si tratta di un caso unico o isolato. Molti anni dopo il veronese Scipione Maffei scriverà infatti il libro "Della formazione de' fulmini" in cui si legge che lo stesso Maffei si erano annotato di ben 16 torri esplose a causa dei fulmini in cinquant'anni. E il libro di Maffei è del 1747. Chissà quante ne saranno esplose nel secolo trascorso dall'esplosione della Torre della Paglia, che poi non fu più ricostruita, agli anni in cui scrive Scipione Maffei.


“Bunkers”, rifugiati sottoterra

Da osservatoriodiritti.it del 12 giugno 2017

«La casa è il luogo in cui ci si sente in pace, sicuri, dove si ha la propria privacy, la propria intimità, è un luogo meraviglioso dove si può creare qualcosa». L’immagine si offusca, poi diventa tutto buio. «Benvenuti all’inferno». La voce è quella di Mohammad Awad Jadallah, un giornalista sudanese richiedente asilo politico in Svizzera. La sua storia è quella che la regista francese Anne-Claire Adet ha voluto far raccontare a lui stesso in Bunkers, cortometraggio del 2016 della durata di 14 minuti in concorso al Migranti Film Festival di Pollenzo (Cuneo), in programma dal 10 al 12 giugno e organizzato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.

Un’immersione sensoriale

Il film è un’immersione sensoriale e in prima persona nell’esperienza soffocante di un ex rifugio atomico, risalente alla Seconda guerra mondiale, nel quale, a decine di metri di profondità, vengono rinchiusi i richiedenti asilo. Proprio a Ginevra, la città in cui hanno sede il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhcr) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr). «Quando sono scappato dal mio paese non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovato qui». Qui è l’ingresso di un parcheggio sotterraneo, un ascensore che scende al piano -3, l’aria che manca, la luce del sole che non c’è, il tempo che non passa mai.

È Mohammad a trascinare lo spettatore a decine di metri di profondità, nella “sua casa”. Le immagini sono quelle mosse e verticali fatte con un cellulare. A nessuno è permesso entrare nel bunker, solo agli “ospiti”. È lui a raccontare, intervistato poi dalla regista, la sofferenza quotidiana, la difficoltà a respirare, la completa mancanza di privacy.

«L’unico momento di intimità è quello che si ha quando si va in bagno, ma dura solo pochi minuti perché fuori ci sono altre persone che aspettano il proprio turno». Le notti passate insonni, il sovraffollamento, le tensioni che si creano per lo stress e la stanchezza accumulati vivendo in quella che altro non è che una prigione.

I bunker della Seconda guerra mondiale

Durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera aveva costruito dei rifugi antiatomici per proteggere la popolazione da eventuali attacchi dell’Unione Sovietica. Caduti in abbandono per diversi anni, nell’estate del 1999, quando in Kosovo infuriava la guerra, Ginevra aveva “accolto” 700 persone in questi rifugi, scatenando l’indignazione pubblica. All’epoca le istituzioni erano state costrette a trovare soluzioni alternative. A dicembre dello stesso anno nessuno viveva più sottoterra.

Dal 2011 il paese ha riaperto i bunker per ospitare i migranti. Inizialmente questo tipo di alloggio era destinato alle persone che dovevano essere rimpatriate. Oggi ci sono uomini e donne ancora in attesa che la propria richiesta di asilo venga presa in considerazione.

Nel 2015 alcuni rifugiati hanno fondato il collettivo StopBunkers, diventato poi Perce-frontières, per denunciare le condizioni inumane in cui erano e sono tuttora costretti a vivere.

L’esperienza della regista

«La differenza rispetto all’uso che si fa dei bunker in Svizzera – qui di solito vengono accolti i senza tetto durante l’inverno, oppure le associazioni che vogliono organizzare un evento – è che in questi casi le persone sono ospitate per un periodo di tempo limitato», dice la regista a Osservatorio Diritti. Gli immigrati, invece, «vivono lì e sono costretti a rimanerci».

Anne-Claire Odet è rimasta in contatto con Mohammad, che «ha sposato una donna svizzera, ha un bambino, ha ottenuto il passaporto svizzero da quasi un anno e si è iscritto all’università di Ginevra». Per quanto riguarda i bunker, ad oggi, dice la regista, «la situazione è cambiata, ma non molto e non tanto per il tipo di politica dell’accoglienza, ma perché ultimamente a Ginevra è diminuito il numero di richiedenti asilo. A dicembre del 2016 erano 340 le persone che vivevano in sei bunker rispetto alle 600 suddivise in 10 rifugi di gennaio, sempre del 2016. Le autorità dicono che vogliono chiudere queste strutture entro il 2018 e che stanno costruendo nuovi centri di accoglienza, ma la stessa cosa l’avevano detta due anni fa, prevedendo la chiusura entro il 2017. Il problema è che l’Hospice général – un’istituzione caritatevole svizzera – ha problemi con le autorità locali, che si oppongono alla costruzione di centri di accoglienza per richiedenti asilo».

La prima proiezione

«La prima volta che il film è stato proiettato, i rappresentati delle istituzioni presenti in sala erano piuttosto scossi, ma il mio obiettivo, più che scuotere l’istituzione, era quello di creare un dibattito pubblico», racconta Anne-Claire. Il cortometraggio è stato finanziato attraverso la piattaforma di crowdfunding Kiss Kiss Bank Bank. In soli due giorni ha ottenuto i fondi necessari per la realizzazione. Terminato a marzo del 2016, è già stato proiettato in diversi festival, tra cui il Festival Dei Popoli e il Montreal International Documentary Film Festival a novembre 2016, lo Zurich Human Rights Film Festival nel  dicembre del 2016 e il Respect – Belfast Human Rights Film Festival a marzo del 2017.

 

Nasce a Siena la ‘Carta’ delle fortezze

 

Da online-news.it del 11 giugno 2017

 

– Firma a Siena per la ‘Carta’ Icofort – Icomos per il restauro e la valorizzazione dell’architettura fortificata. Il documento a conclusione del seminario internazionale delle ‘Fortezze’ Icofort.

Un percorso cominciato a Elvas nel 2007, in cui i delegati Icofort, organo consultivo di Icomos – Unesco sulle fortificazioni e il patrimonio militare, hanno messo a punto il documento che nasce dopo dieci anni di dibattiti. I delegati internazionali hanno trovato un accordo per scrivere le indicazioni generali sul patrimonio fortificato mondiale.

Da ora in poi, in ogni simposio sulla materia, si presenterà la ‘Carta’ che sarà sottoposta ai più di 7.000 membri Icomos sparsi nel mondo prima di arrivare alla versione definitiva da presentare all’Assemblea generale Icomos che si terrà a Nuova Delhi in India a metà dicembre 2017 e si lavorerà affinché il documento possa prendere il nome definitivo di ‘Carta di Siena’.

 

 

 

 

 

"Declaratoria de Gatteo", si firma l'atto ufficiale sulle origini degli architetti Antonelli

Da cesenatoday.it del 9 giugno 2017

Consiglio comunale aperto alla cittadinanza, lunedi a Gatteo, dedicato a L'eredità architettonica degli Antonelli da Gatteo nei confronti di Europa, Africa e America": alle 20.30 nella sede municipale la firma della "Declaratoria de Gatteo" sarà un momento solenne di storia, cultura e approfondimento per tutta la comunità.

Ospiti dell'evento saranno infatti i delegati internazionali di Icofort (International scientific committee on fortifications and military heritage), l'organo consultivo di Icomos relativo alle Fortificazioni e al Patrimonio Militare, in Italia per approfondire, tra le altre cose, il lavoro svolto dalla famiglia gatteese di architetti Antonelli. Dopo il saluto del sindaco Gianluca Vincenzi interverranno quindi Milagros Flores Romàan e Adriana Careaga, presidente internazionale e vice presidente di Icofort, e Michele Paradiso, membro italiano di Icofort e docente di architettura all'Università degli Studi di Firenze. Con loro l'amministrazione comunale firmerà la "Declaratoria de Gatteo", atto di impegno tra Comune di Gatteo ed icofort per il riconoscimento ufficiale di Gatteo quale luogo di origine degli Architetti Militari Antonelli.

Nativi di Gatteo, Giovanni Battisti e Battista Antonelli, più i loro nipoti e discendenti diretti, furono protagonisti a partire dalla metà del XVI secolo e nell'arco di quasi cent'anni, di un impresa che ha dell'eccezionale. Furono infatti architetti, ingegneri militari ed "idraulici", come si diceva al tempo, in appoggio al mestiere delle armi, in epoche in cui prestare la propria opera intellettuale al servizio di potenze straniere era ritenuto normale sotto tutti i profili. Al servizio di Filippo II di Spagna (e quindi di Filippo II e di Filippo III), nel momento in cui l'aggressività dell'impero turco minacciava le coste del Mediterraneo, gli Antonelli costruirono quella rete di difesa fatta di torri costiere, di fortificazioni complesse di terraferma e portuali, che doveva garantire dagli attacchi del nemico e doveva favorire, a sua volta, la possibilità di sferrare attacchi.

Seppero quindi coniugare insieme strategie militari e tecnologie difensive d'avanguardia per quei tempi, esportando quello che era l'orgoglio italiano dell'arte fortificatoria, ovvero il sistema baluardato.

 

Michelangelo a Firenze cinta d’assedio, la mostra

Da stamptoscana.it del 8 giugno 2017

Firenze – Il 12 agosto del 1530 presso la Chiesa di Santa Margherita a Montici venne firmata la resa e dopo quasi un anno di assedio le truppe imperiali posero fine alla conquista della Repubblica fiorentina, Carlo V ormai privo dei suoi migliori comandanti e il governo fiorentino che nella Battaglia di Gavinana aveva perso il suo prode combattente Francesco Ferrucci fu costretta ad accettare le resa onorevole e il ritorno dei Medici. Centro nevralgico della difesa della Firenze repubblicana la collina di San Miniato che era riuscita a resistere per dieci lunghi mesi anche grazie ai bastioni messi a punto da Michelangelo Buonarroti. Casa Buonarroti inaugura il 21 giugno una mostra dedicata a questo momento importante nella storia di Firenze, dal titolo “Michelangelo e l’assedio di Firenze ( 1529-1530)” a cura di Alessandro Cecchi, nuovo direttore del museo fiorentino e resterà aperta al pubblico per tutta l’estate fino al 2 ottobre. E’ Casa Buonarroti infatti che custodisce i venti disegni, un patrimonio unico al mondo, realizzati tra il 1528 e il  1529 con progetti di fortificazioni per rinforzare le Porte alla Giustizia e al Prato d’Ognissanti. Nell’estate del 1528 Michelangelo era stato chiamato per fornire pareri e progetti per le fortificazioni fiorentine affinché potessero resistere alle artiglierie imperiali e  nell’aprile del 1529 venne nominato dai Dieci di Balia “generale governatore et procuratore” delle opere di fortificazione per la durata di un anno. I fogli “ carichi d’avvampante furore e dirompente energia – come osservato da Carlo Giulio Argan – sono soltanto planimetrie, ma non vanno considerati come studi preparatori in vista di una futura costruzione”, e difatti non lo furono che in minima parte per la spesa che comportavano e per la mancanza di tempo a disposizione, si preferì così ripiegare su fortificazioni come bastioni che sorsero nei punti deboli della trecentesca cinta muraria. Disegni di Michelangelo che colpiscono per la loro spiccata originalità e una vocazione dinamica coerente alle architetture, particolarmente apprezzati dagli studiosi per la loro valenza estetica come il “Progetto di fortificazione per la porta al Prato d’Ognissanti” che fu definito da Paola Barocchi una “invenzione…che si apre e rompe con una espansiva energia  che impronta delle proprie direttrici spaziali l’ambiente circostante”. Oltre al corpus di disegni michelangioleschi a rappresentare quel clima di mobilitazione e di impegno civile e religioso che si diffuse tra gli artisti e che avevano trovato supporto ideologico nella figura del Savonarola, troviamo in esposizione documenti, libri, disegni, dipinti, monete e medaglie. I combattenti di entrambi gli eserciti sono i protagonisti della seconda sezione, mercenari al soldo di Firenze, ritratti impiccati per un piede nei disegni di Andrea del Sarto proveniente dagli Uffizi e i giovani della Milizia e Ordinanza fiorentina difensori delle libertà repubblicane ripresi con le loro armi dal Pontormo e da Andrea del Sarto, insieme alla spada dei Lanzichenecchi, la tipica “ katzbalger”, un corsaletto da cavallo leggero e uno spadone, a rendere ancora più realistica l’atmosfera di un conflitto cinquecentesco.

Firenze – Il 12 agosto del 1530 presso la Chiesa di Santa Margherita a Montici venne firmata la resa e dopo quasi un anno di assedio le truppe imperiali posero fine alla conquista della Repubblica fiorentina, Carlo V ormai privo dei suoi migliori comandanti e il governo fiorentino che nella Battaglia di Gavinana aveva perso il suo prode combattente Francesco Ferrucci fu costretta ad accettare le resa onorevole e il ritorno dei Medici. Centro nevralgico della difesa della Firenze repubblicana la collina di San Miniato che era riuscita a resistere per dieci lunghi mesi anche grazie ai bastioni messi a punto da Michelangelo Buonarroti.

Casa Buonarroti inaugura il 21 giugno una mostra dedicata a questo momento importante nella storia di Firenze, dal titolo “Michelangelo e l’assedio di Firenze ( 1529-1530)” a cura di Alessandro Cecchi, nuovo direttore del museo fiorentino e resterà aperta al pubblico per tutta l’estate fino al 2 ottobre. E’ Casa Buonarroti infatti che custodisce i venti disegni, un patrimonio unico al mondo, realizzati tra il 1528 e il 1529 con progetti di fortificazioni per rinforzare le Porte alla Giustizia e al Prato d’Ognissanti. Nell’estate del 1528  Michelangelo era stato chiamato per fornire pareri e progetti per le fortificazioni fiorentine affinché potessero resistere alle artiglierie imperiali e nell’aprile del 1529 venne nominato dai Dieci di Balia “generale governatore et procuratore” delle opere di fortificazione per la durata di un anno.

I fogli “ carichi d’avvampante furore e dirompente energia – come osservato da Carlo Giulio Argan – sono soltanto planimetrie, ma non vanno considerati come studi preparatori in vista di una futura costruzione”, e difatti  non lo furono che in minima parte per la spesa che comportavano e per la mancanza di tempo a disposizione, si preferì così  ripiegare su fortificazioni come bastioni che sorsero nei punti deboli della trecentesca cinta muraria.

Disegni di Michelangelo che colpiscono per la loro spiccata originalità e una vocazione dinamica coerente alle architetture, particolarmente apprezzati dagli studiosi per la loro valenza estetica come il “Progetto di fortificazione per la porta al Prato d’Ognissanti” che fu definito da Paola Barocchi una “invenzione…che si apre e rompe con una espansiva energia che impronta delle proprie direttrici spaziali l’ambiente circostante”.

Oltre al corpus di disegni michelangioleschi a rappresentare  quel  clima di mobilitazione e di impegno civile e religioso che si diffuse tra gli artisti e che avevano trovato supporto ideologico nella figura del Savonarola, troviamo in esposizione documenti, libri, disegni, dipinti, monete e medaglie. I combattenti di entrambi gli eserciti sono i protagonisti della seconda sezione, mercenari al soldo di Firenze, ritratti impiccati per un piede nei disegni di Andrea del Sarto proveniente dagli Uffizi e i giovani della Milizia e Ordinanza fiorentina difensori delle libertà repubblicane ripresi con le loro armi dal Pontormo e da Andrea del Sarto, insieme alla spada dei Lanzichenecchi, la tipica “ katzbalger”, un corsaletto da cavallo leggero e uno spadone, a rendere ancora più realistica l’atmosfera di un  conflitto cinquecentesco.

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Siena: 8-10/6 focus sulle fortificazioni e patrimonio militare

Da agi.it del 7 giugno 2017

Firenze, 7 giu. - Da domani a sabato 10 giugno, i delegati internazionali di Icofort, l'organo consultivo di Icomos relativo alle fortificazioni e al patrimonio militare, si riuniranno nell'Ex Convento del Refugio dell'Universita' degli Studi di Siena, per l'approvazione definitiva de La Carta delle Fortezze di Icofor. Il seminario, promosso e realizzato dall'Ordine degli Architetti di Siena e dall'Icofort, in collaborazione con l'Universita' degli Studi di Siena e il Comune di Siena (anche ente patrocinatore) viene a seguito della grande partecipazione da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, che hanno avuto la mostra "Le Fortezze Militari degli Antonelli, XVI - XVII secolo" e il relativo convegno internazionale, organizzati a Siena nell'ottobre del 2016, presso i Bastioni della Madonna della Fortezza Medicea. In tale occasione, Siena e' stata indicata quale sede ideale per l'evento La Carta delle Fortezze di Icofort, seminario conclusivo sulle fortezze storiche, a cui prenderanno parte i delegati Icofort ed esperti internazionali, con l'obiettivo di discutere e completare la redazione della versione finale della Carta, che contiene i principi e le linee guida per la protezione, la conservazione, la conoscenza e la valorizzazione delle fortificazioni e del patrimonio militare internazionale. La versione senese della Carta sara' quindi presentata e approvata definitivamente all'assemblea generale di Icomos-Unesco, che si terra' a Nuova Delhi il 14 dicembre prossimo, dove potrebbe prendere proprio il nome di Carta di Siena. A corollario del Seminario, sabato 10 giugno, nella Sala delle Lupe del Palazzo Pubblico di Siena dalle ore 17.00 alle ore 19.30, si terra' un incontro dibattito aperto a tutta la cittadinanza.(AGI)

 

Le regole per costruire il perfetto bunker antiatomico

Da gqitalia.it del 7 giugno 2017

A ognuno il suo bunker antiatomico, verrebbe da dire guardando all’esempio svizzero. I nostri vicini di casa in seguito a una legge approvata negli anni Sessanta (e variata solo in minima parte nei decenni successivi) hanno disseminato il proprio Paese di rifugi a prova di bomba, pubblici e privati, che ad oggi potrebbero ospitare circa 8,6 milioni di persone. Più dell’intera popolazione svizzera, giusto per capirci. E così l’ingegnere della Protezione Civile svizzera Cédric Vuilleumier, intervistato dal New York Times, ha deciso di condividere con il resto del mondo qualche prezioso suggerimento figlio della sua esperienza, per armarsi di scavatrice e iniziare a costruire il proprio bunker.

Già, perché la caratteristica fondamentale di un rifugio antiatomico, spiega Vuilleumier, è quella di restare ben nascosto sottoterra, per essere al riparo dallo scoppio delle bombe e dalle radiazioni. Attenzione, però, a non esagerare con la profondità: circa 3 metri sono più che sufficienti, considerando che, in caso di ostruzione delle porte di accesso (almeno due) o di crolli inaspettati, sarebbe necessario farsi largo in mezzo al terreno fino a ritornare in superficie.

Per il resto, le mura – in cemento armato, of course – devono essere spesse tra i 30 e gli 80 centimetri, con porte blindate in cemento e acciaio di almeno 20 centimetri che si devono aprire verso l’esterno. Fondamentale, ovviamente, è l’impianto di areazione, che deve poter essere azionato anche manualmente in caso di guasto tecnico o assenza di corrente. Per il resto, cibo a lunghissima conservazione, acqua a volontà, un bagno, qualche brandina e una radio per rimanere in contatto con il mondo esterno. Tutto quello che servirebbe per trascorrere qualche giorno al riparo da tutto e da tutti, insomma. Assieme, eventualmente, alla pazienza necessaria per condividere quegli spazi angusti con altre persone.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lecce svela le sue Mura Urbiche, un 'gioiello' di storia sotto gli occhi di tutti

Da leccenews24.it del 2 giugno 2017

Lecce. Mentre sul suo impero non calava mai il sole, l’imperatore Carlo V aveva alle porte la mezza luna ottomana che minacciava pericolosamente i suoi domini, esponendo pericolosamente il sud Italia alle invasioni che già avevano lasciato strascichi terribili di eccidi e distruzioni. E così l’imperatore, il grande stratega appassionato di musica sacra, che amava Tiziano, l’artista più abile nel dissimulare la sua mandibola storta, puntellò l’Italia meridionale con imponenti cinte murarie che collegavano idealmente Monopoli a Catania, Lecce a Crotone. Dette incarico a Don Pedro de Toledo y Zùniga, Vicerè di Napoli di censire e ispezionare le fortificazioni. Ne risultò un nastro poderoso di mura di cinta, aggiornate alle grandi innovazioni che Peruzzi e Sangallo avevano già sperimentato nell’Italia centrale, con l’adozione di soluzioni innovative come l’introduzione di bastioni angolari a difesa delle cortine (i tratti rettilinei) più esposti agli attacchi esterni.
  
Lecce rientrò pienamente nella riqualificazione della cinta muraria e l’incarico fu affidato nel 1539 all’architetto magister “regio ingegnere militare” barone Gian Giacomo dell’Acaya, già autore della riqualificazione del borgo fortificato di Acaya, in forma di città ideale. La fabbrica crebbe con maggiore impulso dal 1542 con Don Ferrante Loffredo, governatore delle provincie di Bari e di Terra d’Otranto, il cui nome in epigrafe “F.D.Lofredo” si staglia sul bastione occidentale del tratto di mura nel tratto nord-occidentale, avamposto privilegiato per la attività difensive,  noto con il nome di Bastione di S.Francesco, appena restituito, dopo un attento e scrupoloso restauro, alla città di Lecce. In particolare, il tratto di riferimento, grazie alla campagna di scavi coordinata dal prof. Paul Arthur, docente di Archeologia medievale, Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici 'Dinu Adamesteanu', ha evidenziato un cambiamento rispetto al progetto originale che prevedeva un semplice sperone sostituito da un efficace e scenografico sperone a tenaglia.
  
La cinta muraria fu dunque «sostituita da una fortificazione “alla moderna” cioè dotata di possenti baluardi capaci di resistere all’attacco con le nuove armi da guerra (le artiglierie)» come commenta l’arch. Patrizia Erroi, progettista e direttore dei lavori per il Comune di Lecce. Il fronte difensivo dell’intero tratto è di circa 60 metri e si compone di due piani: quello superiore, sopra la quota del fossato, e quello inferiore, interrato, scavato in parte nel banco di roccia che corrisponde al calpestio interno.
  
La struttura muraria in oggetto, si eleva per un’altezza di 4 metri lineari, in coincidenza dei bastioni e leggermente inferiore nei tratti rettilinei, impostata su un banco di roccia, ben visibile ai visitatori nei camminamenti  interni. E’ realizzata con la tecnica costruttiva “a sacco”, la stessa usata dai Romani ed ampiamente sperimentata nell’edilizia. Il materiale usato è la pietra leccese, levigata nella parte esterna, scabra all’interno e tagliata in blocchi isodomi, di cui il restauro ha conservato la patina.
 
All’interno di ciascun bastione della “tenaglia”, una casamatta con postazioni di difesa strombate all’esterno sui fianchi di ciascun bastione, 6 troniere alla sommità per il lancio di difesa, 3 sulla cortina mentre le aperture sono assenti verso l’esterno in ciascun bastione. Non molte le concessioni all’estetica, come si conviene ad un ambiente difensivo: sottolineo tuttavia la firma dell’architetto Gian Giacomo dell’Acaya nello splendido capitello triplice rovesciato, all’interno dell’ambiente con triplice arco a tutto sesto. Sono emerse molteplici stratificazioni archeologiche come il rinvenimento di una strada romana del IV secolo, che collegava Lecce a Brindisi e alla via Appia, ed un tratto di fortificazione di età federiciana, oltre a tracce di graffiti come il cavaliere inciso sulla muratura esterna, tanto somigliante ad un ritratto di Carlo V di Tiziano, e all’interno nel vano superiore un tetragramma musicale con una dozzina di note, unitamente a croci, numeri, stemmi. Ricordiamo che l’ambiente ebbe un uso militare e carcerario fino al ‘900 e i restauratori hanno lasciato all’esterno una garitta che ricorda l’antico utilizzo. E’ stato rinvenuto vasellame risalente tra il IV e il III sec. a.C., frammenti lapidei databili tra il XVI e il XVIII secolo, oltre a reperti più recenti sette-ottocenteschi.
 
Di grande suggestione il sistema di illuminazione a basso impatto ambientale e in linea con l’utilizzo delle fonti naturali e l’utilizzo dell’acciaio COR-TEN per tutte le componenti strutturali e per le parti metalliche, posto in essere dall’Impresa Capriello Vincenzo Restauri, che ha realizzato l’intervento.
  
E davvero stupendo si presenta l’arrivo in questa bellissima Lecce: un dialogo denso e luminoso come la sua pietra tra il bastione inespugnabile di S.Francesco e il Convento rinnovato degli Agostiniani.

 

 

Oggi riapre la torre costiera più famosa dell’isola 

Da lanuovasardegna.it del 1 giugno 2017

ORISTANO. Oggi alle 11, riapre la torre costiera di Torre Grande. Fino a ottobre al suo interno sarà possibile visitare la mostra sulle torri costiere della Sardegna della collezione "Monagheddu-Cannas", composta da una selezione di riproduzioni di 22 tra torri e forti costruiti a difesa della Sardegna. La mostra è a cura della Conservatoria delle coste. La ricostruzione è stata eseguita in scala 1:40 utilizzando gli stessi materiali con i quali furono realizzati i fabbricati originali. Ogni manufatto è stato riprodotto nelle fattezze in cui si trovava quando era in funzione, sulla base di un’accurata e rigorosa ricerca d’archivio. Gli interni di ogni modello sono minuziosamente arredati come le porte, i ponti levatoi e le saracinesche mobili.
L’apertura della Torre, la più grande della Sardegna, è frutto di un accordo tra il Comune di Oristano e la Conservatoria delle coste per la valorizzazione dell’edificio. L’accordo prevede l’apertura al pubblico almeno nel periodo estivo e, se le condizioni lo consentono, anche negli altri periodi dell’anno.
Le visite guidate saranno a cura dell'Associazione turistica Pro Loco di Oristano.
Ecco il calendario di apertura: oggi dalle 17.30 alle 21; domani e sabato dalle 17 alle 21; domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 17 alle 21; venerdì 9 e sabato 10 dalle 17 alle 21; domenica 11 dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21; venerdì 16 e sabato 17 dalle 17 alle 21; domenica 18 dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21, mentre da lunedì 19 giugno a domenica 17 settembre l’apertura è prevista dalle 17 alle 21. Inizialmente chiamata Torre del “puerto de Oristan” (1639), la torre solo in età sabauda assunse la denominazione attuale: “Grande de Oristan”, Torre d’Oristano e Gran Torre. Si tratta della torre costiera più grande in Sardegna, poiché pensata già in origine come “torre de armas”, cioè come torre “gagliarda”, atta alla difesa pesante.
Pur iniziato nella prima metà del ‘500, il torrione è di concezione aragonese, come testimoniano i caratteri dell’architettura di transizione: dalla garitta in muratura sulla porta d’ingresso alla posizione delle bocche da fuoco. È dotata di cannoniere superiori in barbetta (la batteria scoperta), e di troniere inferiori, le feritoie, posizionate in casamatta (la camera coperta a prova di bomba). Di forma cilindrica con un diametro di oltre 20 metri, si sviluppa su due livelli: il primo è a circa 8 metri dal terreno, destinato quasi tutto a una grande camera, voltata, dove avevano posizione quattro grossi pezzi d’artiglieria, puntati in varie direzioni, sia verso il fiume che verso il mare. La costruzione iniziò nel 1542, dopo le disposizioni di Carlo V nel 1535, con l’impiego di denaro della città di Oristano, e venne ultimata dopo il 1555.

 

Alle origini della nostra civiltà: il torrione di Santa Maria di San Bartolomeo al Mare

Da sanremonews.it del 30 maggio 2017

Per la nostra rubrica culturale 'Alle origini della nostra civiltà', siamo andati in Provincia di Imperia, a San Bartolomeo al Mare, per visitare Il torrione di Santa Maria. La struttura, risalente all'anno 1564, aveva una funzione difensiva anti-barbareschi. Ci ha accompagnati nella visita il Dott. Alessandro Giacobbe dell'Accademia di Belle Arti di San Remo, al quale chiediamo di raccontare ai nostri lettori la storia e la funzione di questa antica costruzione:

"Il torrione di Santa Maria di San Bartolomeo al Mare faceva parte del complesso sistema difensivo della Podesteria di Cervo. Era munito di modesta artiglieria ed aveva soprattutto una funzione di avvistamento per le incursioni dei Barbari provenienti dal mare. Per la sua costruzione nel '500 fu attivata una tassazione, che fu malvista dalla popolazione, soprattutto quella dell'entroterra. La torre, in origine a due piani, fu molto studiata dal geometra Fedozzi intorno al 1980 e, mediante lo studio di diversi manoscritti, scoprì che agli inizi del'700 fu usata dalla Repubblica di Genova come strategico punto di osservazione e di vedetta per le navi,che prive di bollette di sanità, potevano portare la peste sulla costa". 

 

Gibilterra, baluardo inglese tra Europa e Africa

Da ansa.it del 28 maggio 2017

GIBILTERRA- Con l’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la Brexit, decisa da un referendum popolare del 2016, ci si interroga sul futuro di Gibilterra, roccaforte che appartiene al Regno Unito ma che, trovandosi sul territorio andaluso, è da sempre tra gli interessi e gli obiettivi strategici del governo spagnolo.

Gibilterra è un piccolo territorio situato nel sud della Spagna che il Regno Unito occupò all’inizio del Settecento, trasformandolo in una fortezza e in una base navale che per secoli ha consentito ai britannici di controllare l’accesso al Mediterraneo. Dall’esito del referendum sulla Brexit è risultato che i cittadini residenti a Gibilterra hanno votato a favore della permanenza nell’Unione europea, soprattutto per motivi di interessi fiscali ed economici. Fino a oggi, infatti, Gibilterra ha goduto di uno speciale regime doganale che consente alle navi dirette nel Mediterraneo di pagare meno tasse; sfruttando le permissive leggi locali, inoltre, la rocca è diventata il paradiso delle società di scommesse on line.

Con l’uscita dall’Ue potrebbe terminare questa situazione finanziariamente vantaggiosa e si potrebbe creare un ulteriore problema di confine, trasformando Gibilterra in uno stato estero a tutti gli effetti con controlli alla dogana di merci e persone. Ogni giorno, infatti, diecimila spagnoli passano il confine, una sottile striscia di terra lunga poche centinaia di metri, per lavorare a Gibilterra ma se la libera circolazione dovesse diventare un “hard border”, cioè un vero confine, ne risentirebbe anche l’economia locale. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e il primo ministro dell’Unione, Fabian Picardo, hanno chiesto che nei nuovi accordi tra Europa e Gran Bretagna la “questione Gibilterra” venga discussa assieme alla Spagna, che ha sempre cercato di avere un ruolo decisionale nell’economia e nella politica di Gibilterra, nonostante il desiderio dei cittadini del piccolo territorio di continuare a vivere sotto la corona inglese, sancito dal referendum del 2002.

A ingarbugliare la faccenda c’è anche la curiosità che, nella lettera con la richiesta formale di lasciare l’Unione Europea, il premier britannico Teresa May non ha mai citato il destino di Gibilterra. Disinteresse o accordi segreti? Se la Spagna non venisse coinvolta nella questione, secondo i tabloid inglesi, per ritorsione potrebbe privare Gibilterra del suo aeroporto, non riconoscendo al Regno Unito la sovranità dell’istmo su cui è costruito, oppure potrebbe modificare l’attuale imposta sul reddito delle società e portarla dal 10 al 25 per cento come nel resto del Paese. La tensione tra Spagna e Regno Unito, dunque, non diminuisce e l’Unione Europea tace. Se, tuttavia, le conseguenze si faranno sentire a livello economico e politico, il turismo non ha per ora avuto conseguenze: a Gibilterra, infatti, i visitatori continuano ad arrivare, attratti dalla storia, dalla natura e dalle tante curiosità che la roccaforte custodisce.

Da sempre Gibilterra rappresenta il limite simbolico delle terre conosciute anticamente come le colonne d’Ercole ed è il punto d’osservazione perfetto per vedere le acque del Mediterraneo entrare nell’oceano Atlantico. Sorge nel profondo sud della Spagna, tra la costa del Sol e il ventosissimo litorale che si affaccia sul continente africano; la rocca mostra un volto british per la presenza di soldati in uniforme inglese, della tradizionale cabina telefonica rossa e per i pub e i ristoranti dove si parla rigorosamente inglese e si paga con le sterline (sono comunque accettati anche gli euro). Eppure, addentrandosi e salendo verso la cima, si scopre anche un volto esotico: Gibilterra, infatti, è l’unica riserva naturale d’Europa dove vivono libere le scimmie. Da La Linea de la Concepción, ultimo baluardo spagnolo prima del territorio inglese, si prosegue in automobile viaggiando su strade strette e piuttosto anguste oppure, lasciata l’auto nei parcheggi sotterranei de La Linea, si cammina per circa 20 minuti costeggiando l’aeroporto fino al centro di Gibilterra.

Ovunque si staglia imperioso il profilo della rocca che si visita prendendo la funivia da Main Street; da lassù si vede lo stretto, il Marocco e tutta la baia di Algeciras e ci si inoltra alla scoperta dell’Upper Rock Nature Reserve dove 200 bertucce, le uniche presenti in Europa, vivono in libertà. Qui si cammina lungo un sentiero che porta alla Saint Michael’s Cave, una grotta naturale, oggi utilizzata per concerti, che ospita anche un lago sotterraneo; all’uscita della grotta si cammina verso i Mediterranean Steps, una scalinata che riporta alla base della rocca in un percorso di circa un’ora tra fiori e piante selvatiche e che passa accanto all’antico cimitero ebraico e al monumento dedicato alle colonne d’Ercole.

Scendendo la scalinata si raggiungono gli Alameda Gardens, giardini botanici, e il Trafalgar Cemetery, dove sono sepolti i caduti durante l’omonima battaglia del 1805. Non lontano si visita il Gibraltar Museum con bagni moreschi, una sezione dedicata alla geologia locale, manufatti antichi e percorsi che illustrano la dominazione militare inglese nei secoli. Sul versante settentrionale della riserva si trovano alcune strategiche gallerie difensive, scavate tra il 1779 e il 1782 per proteggere la città dagli attacchi delle truppe spagnole e francesi, e un castello moresco. Merita una visita, infine, Punta Europa dove sorgono un faro e alcuni punti d’osservazione dai quali è possibile vedere nello specchio di mare sottostante il passaggio dei delfini, oltre le colonne d’Ercole verso l’Africa.

 

Forti poco fruibili e troppe barche Bocciata Venezia

Da nuovavenezia.it del 28 maggio 2017

Nel giorno della Festa della Sensa, quando si ricorda il dominio marittimo della Serenissima, si apprende che ufficialmente Venezia è stata esclusa dalla candidatura a Patrimonio Unesco per le fortificazioni veneziane difensive. Nel sito dell’Unesco c’è già il dossier pronto che verrà discusso in occasione dell'annuale incontro mondiale di Cracovia.

Le ragioni dell’esclusione lasciano poche speranze. Rimane anche aperto un punto interrogativo su quali documenti abbia ricevuto Icomos, l’associazione braccio destro dell’Unesco che si occupa di verificare i siti, dato che, per quanto riguarda il Forte Sant’Andrea, risulta che sia stato trasferito al pubblico per coinvolgere le comunità locali. Le città promosse sono solo Bergamo,

Palmanova e Peschiera sul Garda in Italia, S. Nikola e Zadar in Croazia e Kotor in Montenegro. I motivi della bocciatura sono svariati, ma ne saltano all’occhio un paio. Il primo è che dai tempi della giunta Orsoni si sono candidati i forti sbagliati e nessuno della giunta attuale ha mai verificato con esattezza il periodo storico, il secondo è che non è stata ritenuta una priorità far valere il genio militare veneziano, lasciando Bergamo come capofila di un’invenzione della Serenissima.

Quello che Icomos ha potuto fare per candidare le città che presentavano le caratteristiche richieste da Bergamo, è stato inserirle cambiando titolo. Non più «Le opere di difesa veneziane tra il XV e XVII secolo», ma «Le opere veneziane della difesa tra il XVI e il XVII secolo: Stato da Terra - Stato occidentale di Mar».

Bergamo aveva lanciato per prima la candidatura per valorizzare le sue mura fatte dei cosiddetti «bastioni alla moderna», ovvero quelle fortificazioni inclinate di 45° inventate dalla Serenissima affinché le palle dei cannoni scivolassero lungo il muro. L’unico modello di bastione alla moderna a Venezia, come viene ricordato nel dossier, è quello del Forte San Felice di Chioggia che non è mai stato preso in considerazione, nonostante l’Istituto Nazionale dei Castelli lo avesse indicato più volte, oltre a chiedere di mettere come capofila legittimo Venezia per modificare i parametri e includere tutti i forti e Cipro, Albania e Grecia. Nel dossier Icomos comunque commenta i siti proposti (Ottagoni di Poveglia, Forte Sant'Andrea, Arsenale e Ottagono degli Alberoni).

Su Forte Sant'Andrea scrive che è soggetto alle onde delle barche a motore e necessario di restauro, mentre sull’Arsenale che è visitato per sei mesi all’anno da una media di 500 mila visitatori. Alcune considerazioni a parte Icomos le fa sugli Ottagoni, mettendo in rilievo che a Venezia, nonostante i pesanti livelli di turismo su tutta la città, non siano accessibili in nessun modo. «Non è chiaro» scrive Icomos «perché a Venezia si scelgano due di cinque ottagoni e non uno o tutti, perché si scelga Forte Sant'Andrea e non Forte San Felice, omesso nonostante la posizione strategica e perché si sia inserito l'Arsenale senza tenere conto dei parametri».

 

 

 

Villa Torlonia, il bunker di Mussolini chiuso da mesi: manca il bando

Da corriere.it del 28 maggio 2017

Abbandono e degrado per il bunker di Villa Torlonia. Immondizie e foglie morte si addossano alla porta di ferro dell’ingresso; bottiglie di birra «decorano» la scalinata. Chiuso da 209 giorni (esiste anche un countdown, con le ore ed i secondi), dal novembre del 2016, trascina nella sua decadenza buona parte della villa sulla Nomentana, che proprio grazie alle visite a questo inconsueto gioiello turistico aveva conosciuto nuovo fulgore e nuova attenzione. RIAPERTO DUE ANNI Un luogo dalla storia famosa che da quando era stato riaperto, nell’ottobre del 2014, in soli due anni aveva avuto un grande successo di visitatori: oltre 12 mila e 2500 studenti, calcolando anche che non vi possono entrare più di 15 persone alla volta. In rovina e invisibile in attesa di un nuovo bando per la gestione che non arriva e del quale non si ha nessuna notizia. «Il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce ci aveva assicurato la definizione di un nuovo bando “entro pochissime settimane” per avviare la nuova gestione con l’inizio del 2017 - spiega Lorenzo Grassi dell’associazione “Sotterranei di Roma” che l’ha restaurato e lo gestiva - ma dopo sei mesi non ce n’è traccia».

IL LAVORO VANIFICATO Nel frattempo si sta vanificando tutto il lavoro realizzato dall’associazione, un gruppo di privati che ha speso di tasca propria decine di migliaia di euro per il restauro (almeno 30 mila) per valorizzare, recuperare e lanciare questo importante sito di memoria bellica. Il bunker antiaereo di Villa Torlonia fu realizzato tra il 1942 e il 1943 per proteggere Benito Mussolini e la sua famiglia, insieme ad un rifugio nella sala centrale del piano seminterrato del Casino Nobile e un altro nella cantina della Villa attrezzato intorno alla metà del 1940.

AMPLIATA L’OFFERTA CULTURALE E tutti e tre erano aperti al pubblico, anche per non dimenticare, ad oltre settanta anni di distanza, una delle pagine più buie della nostra storia, ampliando così anche l’offerta culturale di Villa Torlonia: un’operazione senza oneri per il Campidoglio, per recuperare il sito con un percorso conoscitivo ed emozionale. Che adesso rischia di andare di nuovo in rovina e perduto. «Il trascorrere del tempo e l’assenza di manutenzione mettono a rischio i delicati restauri che erano stati compiuti - spiega Lorenzo Grassi - sulle antiche dotazioni tecnologiche delle strutture antiaereo (in particolare i sistemi antigas e le porte blindate) con un imperdonabile e inaccettabile sperpero di denaro anche pubblico.

RICHIESTA DI UNA NUOVA GARA Per questo denunciamo con forza l’insensato stop burocratico ad un’esperienza inedita e vincente , che aveva dato ottimi frutti alla città, segnalando il preoccupante stato di abbandono di questo originale sito di memoria storica di valenza nazionale, che sta tornando preda del degrado, dei vandalismi e dei rifiuti». Così l’associazione «Sotterranei di Roma» chiede alla Sindaca Virginia Raggi, al Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo e al Sovrintendente Claudio Parisi Presicce che «si proceda subito ad una nuova gara che porti in tempi rapidissimi alla riapertura del bunker alla cittadinanza e ai turisti».

 

A settembre fine lavori sulla cinta muraria di Amelia

Da umbria24.it del 26 maggio 2017

A settembre la cinta muraria di Amelia sarà pronta, senza la copertura in acciaio per poter rendere la città storica più bella.

I lavori Ultime battute per i lavori di restauro del tratto di mura tra Torre dell’Ascensore e Postierla Romana della cittadina storica: «Abbiamo cercato di realizzare – dichiara Giuseppe Chianella, assessore regionale alle opere pubbliche – un intervento che, da un lato, mettesse in sicurezza il tratto di mura che furono interessate nel crollo del 2006 e, dall’altro, lasciare alla città un intervento il meno impattante». Così l’assessore ha presentato, in un incontro tenutosi il 26 maggio con la cittadinanza, lo stato dei lavori. Presenti anche il sindaco, Laura Pernazza, e l’assessore comunale Avio Proietti Scorsoni. I lavori sono stati seguiti dagli ingegneri Alberto Merini e Paolo Felici. Regione e Comune di Amelia sono stati molto impegnati per questi interventi che vanno avanti da anni a causa del crollo che obbligò la sospensione del cantiere. Le mura Amelia è una città con un ricco centro storico, lo dimostrano i reperti ritrovati durante gli scavi. L’importanza di quest’ultimi ha fortemente influito sui lavori di recupero rendendo impossibile la paratia a monte delle mura e, quindi, la costruzione stessa di una copertura che avrebbe dovuto proteggere gli scavi stessi. «L’amministrazione comunale – continua Chianella – ha manifestato più volte l’esigenza di smontare tale struttura». I lavori sono stati appaltati a fine 2015 grazie ai finanziamenti della Regione e riguardavano lo smontaggio della copertura metallica, il drenaggio e gli scavi, insieme al recupero delle mura stesse. La fine dei lavori è prevista per settembre 2017. Convocata la prima riunione del comitato tecnico scientifico con il fine di supportare gli eventi futuri sulle mura di Amelia.

 

Monumenti Aperti, 1700 visitatori al bunker antiaereo

Da lanuovasardegna.it del 23 maggio 2017

ALGHERO. «Il successo di Monumenti Aperti conferma la fondatezza del progetto che ruota intorno all’idea di Alghero come città della cultura». Per il sindaco di Alghero, Mario Bruno, il bilancio dell’intenso week end alla scoperta delle bellezze della Riviera del corallo è estremamente positivo. Nonostante la concomitanza con la Cavalcata Sarda, che per due giorni ha attirato a Sassari una moltitudine di sardi e di visitatori, “Alghero Monumenti Aperti 2017” ha confermato le ottime performance dello scorso anno. Complessivamente, nei 37 siti aperti al pubblico è stato stimata la visita di quasi 30mila persone. Un numero eccezionale, «che conferma l’appeal stabilito già lo scorso anno tra la manifestazione e la città», è la riflessione di Mario Bruno, secondo cui buonissima parte di questo successo è da ascrivere «alla straordinaria competenza dei 1500 studenti che hanno fatto da guida nei monumenti cittadini che sono stati letteralmente presi d’assalto». Il sindaco, che ultimamente conta moltissimo sulla partecipazione della popolazione per la buona riuscita degli eventi, come attesta la grande macchina messa in moto per il Giro d’Italia e riavviata nei giorni scorsi in vista di Rally Italia Sardegna, gongola. «Un grande grazie ai ragazzi e agli insegnanti», dice Bruno. Che però non dimentica «le associazioni e tutti coloro che, all’interno della Fondazione Alghero e dell’amministrazione, hanno lavorato per la riuscita della manifestazione». Il record assoluto l’ha registrato l’aeroporto militare, con 1700 presenze e il grande successo di pubblico per la simulazione di un attacco aereo, realizzata in un bunker ripristinato apposta per l’occasione. E poi la Torre di Sulis, con 1600, visitatori, la casa di reclusione di via Vittorio Emanuele, visitata da 1400 persone, e a Fortificazione Costiera “Poliarma Balaguer” con 1078 visitatori.

Significativa anche la conferma dell’ottima affluenza nei siti che si trovavano fuori dall’agglomerato urbano, ma molto positivo anche l’esordio del Museo Archeologico, dove le presenze sono state mille.

 

 

Dopo Monte Ricco Pieve di Cadore sogna la Batteria Castello

Da corrierealpi.it del 22 maggio 2017

PIEVE DI CADORE. «Non succede spesso al presidente della Fondazione Cariverona, di essere invitato ad inaugurare una struttura, come questo Forte, recuperato grazie ad un contributo milionario dell’ente. In questo caso, vengo con il cuore leggero perché ho visto come sono stati spesi e qual è l'apporto che questo investimento ha dato per lo sviluppo del territorio e al miglioramento del suo livello culturale».

Sono queste le parole del presidente della Fondazione Cariverona, Alessandro Mazzucco, nel corso della cerimonia inaugurale del Forte Monte Ricco di Pieve di Cadore, recuperato e restaurato grazie al contributo di 4.200.000 euro messo a disposizione proprio dalla sua Fondazione.

Un contributo senza il quale, come ha spiegato il sindaco Maria Antonia Ciotti, l’operazione non sarebbe stata possibile.

«Il ruolo che ha avuto la Fondazione in questo caso è stato fondamentale dal punto di vista economico. Per quanto riguarda l’idea del recupero - ha aggiunto il sindaco - il merito principale va all’ex sindaco Roberto Granzotto, che si è prodigato molto perchè il restauro avvenisse».

E molto lavoro è stato fatto anche dal sindaco Ciotti, per poter «mettere la bandiera sulla cima del Forte».

È stata una giornata importante per la cultura cadorina, perché tra i presenti c’erano i più importanti galleristi veneti. Proprio sul futuro della struttura restaurata, è intervenuta la presidente della Fondazione Centro Studi Tiziano, Maria Giovanna Coletti, che ha esposto il suo progetto, nel quale c’è anche il recupero di Batteria Castello, il progetto che ufficiosamente è stato consegnato anche al presidente Mazzucco.

Sono sicuramente momenti più difficili quelli attuali dal punto di vista economico rispetto a qualche anno fa, quando è stato finanziato il restauro di Monte Ricco.

«Da oggi», ha affermato Coletti, «inizierà una nuova vita di destinazione culturale per il Forte di Monte Ricco che non è un struttura chiusa: oggi, al contrario, diviene un luogo aperto e reso vivo da giovani impegnati a creare le loro opere, ma sarà anche luogo di confronto delle idee sui grandi temi dell’ambiente e del paesaggio. Per attuare questo progetto abbiamo fatto una partnership con Dolomiti Contemporanee, la realtà guidata con competenza e determinazione da Gianluca D’Incà Levis, esperto in strategie di rigenerazione industriale e recentemente premiato dal presidente della Repubblica per il Progetto Borca. Proprio per rendere possibile la presenza di giovani creativi è stata avviata la Residenza d’artista. Così la Fondazione Tiziano si è prestata alla sua gestione, riprendendo peraltro il modello adottato con successo da altri, come Gmund, in Austria, Bienno in Valcamonica, Cosenza, e ora alcuni istituti di cultura italiani all’estero; lo stesso sta facendo la Fondazione russa Vac a Venezia. Tutti i casi in cui l’apertura di una residenza ha avuto il fine di una riqualificazione turistica dei centri storici attraverso l’arte contemporanea».

Sorpresa tra le sorprese, l’architetto che ha curato la Fondazione russa Vac di Venezia era presente e tra le due strutture, grazie all'intervento della presidente Coletti, è nata subito la possibilità di collaborare. Il forte e la sua mostra sono visitabili tutti i giorni.

 

Una lezione universitaria al Museo Rocche e Fortificazioni

Da ilgiornaledibarga.it del 20 maggio 2017

Lo scorso 12 maggio il Museo Virtuale e Multimediale delle Rocche e Fortificazioni della Valle del Serchio, sotto la Volta dei Menchi di Barga, ha visto tenersi una lezione tanto inusuale quanto interessante: sono stati infatti ospiti della struttura gli studenti del corso di "Documentario sull'arte e sullo spettacolo" dell'Università di Pisa, lì portati dal docente Gianluca Paoletti Barsotti, che tra l'altro è stato uno dei principali collaboratori nella realizzazione del sito museale. Si trattava della lezione conclusiva del corso e significativo è il fatto che il professore, che si occupa di videomaking, abbia voluto far visitare ai suoi allievi questo luogo, elemento che ne conferma il carattere unico e innovativo nel panorama museale del momento. A tenere la lezione assieme a lui è stata la dr.ssa Lucia Morelli, che ha ricoperto un importante ruolo nelle fasi premilinari alla nascita del Museo, nella veste di guida del team dell'Università di Pisa al momento in cui si raccoglievano i materiali e i contenuti che sarebbero poi stati utilizzati.

Nella lezione si sono susseguite così non solo notazioni teoriche ma anche impressioni pratiche sulel difficoltà, sui problemi logistici, sui criteri di selezione e sugli aspetti peculiari del territorio valligiano.

Il Museo, oggi gestito dall'Associazione Cento Lumi, conferma così la propria specifica vocazione didattica; ricordiamo tra l'altro che sono non meno di quattrocento gli scolari e studenti che lo hanno visitato tra marzo e maggio, in virtù di un accordo con l'Unione dei Comuni della Mediavalle. Le visite, su prenotazione, sono prenotabili telefonando al numero 334 167 2150.

 

Le torri costiere da Canneto al Garigliano, la presentazione al Club Nautico di Gaeta

Da temporeale.info del 19 maggio 2017

GAETA – Venerdì 19 Maggio 2017 alle ore 18 presso il Club Nautico di Gaeta sarà presentato al pubblico il volume intitolato: “L’Edificio Ottagonale nel paesaggio delle strutture difensive costiere del Lazio Meridionale – Le torri costiere da Canneto al Garigliano”. Il lavoro di ricerca del gruppo di tecnici del Parco Riviera di Ulisse guidati […]

 

 

Mura venete, assegnato il progetto: le fortificazioni tornano all'antico splendore

Da crema.laprovinciacr.it del 19 maggio 2017

CREMA - Le mura venete pronte a tornare all’antico splendore. «È stato affidato ufficialmente l’incarico per la stesura del progetto esecutivo», ha annunciato in conferenza stampa l’assessore ai Lavori pubblici Fabio Bergamaschi.

Ad ottenerlo, l’architetto Bruno Moruzzi e il geometra Gabriele Costi. Moruzzi ha firmato lo studio di fattibilità del recupero delle mura, presentato nel 2008 alla giunta Ceravolo. La successiva giunta Bruttomesso dispose alcune modifiche al piano di governo del territorio, in questa direzione.

Ma l’approvazione definitiva in Comune è giunta solo lo scorso 26 giugno, con l’amministrazione Bonaldi.

E ora l’assegnazione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Firenze l'architettura militare del Sangallo

Da turismo.it del 18 maggio 2017

Fino al prossimo 20 agosto le Gallerie degli Uffizi dedicano una mostra a Giuliano da Sangallo, figura chiave e protagonista del Rinascimento italiano. Architetto di Lorenzo il Magnifico e dei papi Giulio II della Rovere e Leone X Medici, Sangallo è infatti fra i più importanti disegnatori di architettura della sua epoca. La sua poliedrica attività ha infatti lasciato traccia in numerosi fogli storicamente attribuitigli in collezione, accostati nella sede dell’esposizione ad altri prodotti della sua allargata bottega familiare e di autori a lui contemporanei.

 PERCHE' ANDARE 

L'esposizione curata da Dario Donetti, Marzia Faietti e Sabine Frommel mette in scena una selezione di disegni che documentano sopratutto il lavoro dell'artista come architetto militare e grande innovatore dell’architettura civile e religiosa, analizzando lo strettissimo rapporto intellettuale con i committenti. Il percorso espositivo mette in evidenza anche l’incessante pratica dello studio dell’antico, riverberatasi nella formazione di tutti i suoi collaboratori e la continuità assicurata al suo magistero dagli eredi più diretti. In mostra anche le sperimentazioni condotte negli anni romani del confronto con Bramante, specialmente sul cantiere cruciale della basilica di San Pietro.

 DA NON PERDERE

Non manca nel percorso della mostra la produzione come disegnatore di figura e le diverse inclinazioni verso altri artisti del suo tempo, in particolare Botticelli, come illustra un dipinto di bottega del pittore proveniente dalla National Gallery di Londra. Ai fogli degli Uffizi è inoltre affiancata una testimonianza unica delle tecniche progettuali tra Quattro e Cinquecento lasciataci dallo stesso autore, ovvero il modello ligneo di palazzo Strozzi a Firenze.

 Giuliano da Sangallo. Disegni degli Uffizi

Fino al 20 agosto 2017, Luogo: Uffizi- Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, Firenze, Info: 05523885, Sito: www.uffizi.it

 

 

Giornate Nazionali dei Castelli a San Leo

Da 4live.it del 12 maggio 2017

Castelli, fortezze, borghi murati e torri. Il patrimonio di architettura fortificata nazionale è immenso e vario. Esso costituisce una componente assai rilevante dei beni culturali del nostro Paese, secondo soltanto all’architettura religiosa. Dal 1964, anno di nascita dell’Istituto Italiano dei Castelli, enormi progressi sono stati fatti nel campo della tutela e valorizzazione dell’architettura castellana e parte di ciò si deve anche all’opera di promozione culturale e scientifica che sempre più intensamente nel corso degli anni l’Istituto ha svolto su tutto il territorio nazionale. La catalogazione di tutte le opere difensive, gli itinerari castellani, il premio per gli studenti che si laureano su tematiche afferenti l’architettura castellana, le Giornate Nazionali dei Castelli, sono soltanto alcune delle iniziative che l’Istituto annualmente sviluppa.
Con le Giornate Nazionali dei Castelli, dell’Istituto Italiano dei Castelli, intende celebrare e far conoscere fortezze e rocche d’Italia. Organizzate dall’Istituto Italiano dei Castelli e giunte alla XIX edizione, le giornate si terranno sabato 13 e domenica 14 maggio, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. L’evento prevede visite ai castelli, convegni, tavole rotonde, mostre, spettacoli, concerti e celebrazioni di restauri di edifici fortificati. Un’occasione da non perdere per conoscere più da vicino, scoprire e riscoprire una parte importante del patrimonio architettonico italiano. Lo scopo dell’iniziativa è di avvicinare il pubblico a questo settore dell’architettura di enorme importanza per il nostro Paese.
In occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli, l’Istituto Italiano dei Castelli Onlus ha predisposto in collaborazione con l’Associazione Pro Loco San Leo per sabato 13 e domenica 14 maggio, un particolare programma di visita alla Fortezza di San Leo (RN), nell’ambito del quale i soci della Sezione Emilia Romagna coadiuvati dalle guide locali ufficiali della fortezza, saranno a disposizione per visite guidate specifiche riguardanti la storia, l’aspetto architettonico, culturale ed artistico del monumento, e per l’occasione è stata prodotta una scheda tecnico-storico-conoscitiva che sarà distribuita ai visitatori.
Durante il percorso di visita la Compagnia di San Martino di Rimini proporrà una ricostruzione storica dedicata all’artiglieria della seconda metà del quattrocento contestualizzata alle fortificazioni del periodo della transizione di cui fu indiscusso protagonista Francesco di Giorgio Martini (www.compagniasanmartino.it).
Le visite guidate alla Fortezza, con inizio alla biglietteria, si svolgeranno secondo il seguente programma:
Sabato 13 maggio
1. Visita ore 15,00 (durata 1 ora 30 min.)
2. Visita ore 17,00 (durata 1 ora 30 min.)

Domenica 14 maggio
1. Visita ore 10,30 (durata 1 ora 30 min.)
2. Visita ore 11,30 (durata 1 ora 30 min.)
3. Visita ore 15,00 (durata 1 ora 30 min.)

Nelle Giornate Nazionali dei Castelli per le visite guidate in programma alla Fortezza di San Leo non sono previsti costi aggiuntivi rispetto alle normali tariffe d’ingresso

 

L’incredibile storia del Bunker di Soratte, il rifugio antiatomico di Roma

Da romadailynews.it del 11 maggio 2017

Un bunker antiatomico nascosto nelle viscere della terra atto ad ospitare poche persone con altissime funzioni di governo per garantire la sicurezza nazionale in caso di attacco nucleare sferrato sulla città di Roma. Non è la trama di un film hollywoodiano ma una vicenda reale, rimasta segreta fino a pochi anni fa e che ancora oggi pochissimi conoscono.

Si tratta del complesso sotterraneo che si trova nelle viscere del monte Soratte a 40 km da Roma, realizzato dal governo italiano su impulso della Nato durante la Guerra Fredda.

Il sito doveva garantire “il mantenimento del Governo della Nazione in caso di devastazione nucleare generalizzata della Capitale”: una locuzione che a leggerla mette i brividi ancora oggi. Il progetto è rimasto ben custodito e segreto fino al 2008 quando il vincolo di segretezza imposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è venuto meno e il sito è stato dismesso a favore del comune di Sant’Oreste che ha avviato un’opera di valorizzazione e recupero dell’area ex militare.

Il sito, reso visitabile, è diventato un complesso museale inserito in un “percorso della memoria” la cui attrazione principale è il bunker antiatomico sotterraneo. Il complesso ipogeo (il “super-bunker”) si estende per 1,2 Km ad una profondità che varia dai 220 m fino ai 310 m sotto la roccia calcarea: è costituito da 4 gallerie (cellule di sopravvivenza) costruite su 3 livelli, ciascuna con larghezza di 8 metri ed altezza interna fino a 11 m.

Le cellule di sopravvivenza sono poi suddivise in senso orizzontale da solai intermedi costituiti da piastre di cemento armato spesse 70 cm. Altro dettaglio di notevole interesse è la presenza di oltre 2600 isolatori sismici utili ad assorbire l’eventuale sisma proveniente da una esplosione atomica. Il sistema garantiva alle cellule di sopravvivenza la dissipazione dell’energia sismica di compressione sia in caso di esplosioni nucleari in superficie che di quelle sotterranee a penetrazione. La porta di accesso pedonale al bunker è costituita da una vera e propria blast-door in acciaio balistico dal peso di oltre 4 tonnellate, capace di assorbire onde di pressione stimate pari a 120 bar.

Il bunker fu realizzato secondo standard NATO tra il 1967 e il 1971, in piena Guerra Fredda, e durante detto periodo il vincolo di segretezza sui lavori imposto dal governo fu comunque massimo e conservato fino al 2008. Il risultato finale fu un vero e proprio capolavoro di ingegneria perfettamente in linea, per altro, con quanto indicato negli odierni quaderni tecnici dei bunker antiatomici realizzati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Il complesso fu realizzato a partire da una struttura bellica preesistente, una serie di 4 km di gallerie antiaeree scavate nelle viscere del Soratte su ordine di Mussolini nel ’37 e che poi diventarono la sede di comando delle forze di occupazione tedesche in Italia del feldmaresciallo Kesselring.

Il bunker di Soratte costituisce oggi un luogo straordinario dove la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda si mescolano in un’unica superfortezza sotterranea capace di sfidare lo scorrere del tempo. Chi vuole conoscere da vicino questo pezzo oscuro ma importante della nostra storia sabato e domenica prossimi (13-14 maggio) avrà un’occasione imperdibile: una apertura straordinaria del sito svelerà una serie di ambienti mai svelati al pubblico prima d’ora.

I visitatori, guidati dai volontari dell’associazione Bunker Soratte, avranno l’opportunità di ammirare la “war room”, riallestita dopo quattro anni di lavoro certosino, la originaria sala di comando incastonata a 300 m di profondità dalla quale l’Italia si sarebbe difesa in caso di attacco nucleare.

Un vero e proprio viaggio al centro della terra non soltanto alla scoperta di luoghi rimasti segretissimi per decenni, ma anche per toccare con mano come la follia di una guerra termo-nucleare lungi da essere solo un’ipotesi della storia sia stata invece una minaccia reale, molto vicina a noi, ad appena 40 km da Roma.

Giovanni Cogliati

 

 

Arrivano le Giornate Nazionali dei Castelli: tutte le fortezze e i tesori da riscoprire

Da fanpage.it del 11 maggio 2017

Nel week end del 13 e 14 maggio 2017 tornano le Giornate Nazionali dei Castelli: ben 19 fortezze, alcune delle quali mai aperte al pubblico, saranno visitabili gratuitamente da Nord a Sud. Gioielli unici di storia e architettura, alcuni dei quali testimoni di storie e leggende: l'Istituito italiano dei Castelli, promotore dell'evento, da oltre 50 anni lavora per diffondere le storie e le tradizioni di questi straordinari luoghi di cultura. Un patrimonio architettonico inestimabile, quello dei castelli italiani, che va dall'alto Medioevo fino al XIX secolo: l'Istituto italiano dei Castelli, che lavora da sempre alla tutela di questo immenso tesoro e che da 19 anni organizza le Giornate Nazionali, si occupa di catalogare e tutelare tutte le fortezze storiche e i reperti in essi contenuti. Le Giornate sono state organizzate con il patrocinio del Mibact, e prevedono visite guidate gratuite, convegni, tavole rotonde, mostre, concerti e presentazioni di restauri di edifici fortificati.I castelli, da Nord a Sud Fra i castelli che parteciperanno alle iniziative del prossimo week end si distinguono, per bellezza e atmosfera, il complesso fortificato di Altojanni di Matera, quello di Calenzano, in Toscana, e il castello di Magione, nei pressi di Perugia, dove nel Cinquecento si organizzò una cospirazione contro Cesare Borgia. Ma tantissimi altri sono i castelli e le rocche fortificate coinvolte dall'Istituto in questa due giorni di storia e cultura: nel programma completo pubblicato sul sito ufficiale dell'evento troviamo il castello di Roccacalascio, in Abruzzo, dove è stato girato "Il Nome della Rosa"; la splendida città fortezza di Corinaldo, nelle Marche, la Rocca di Aci, in provincia di Catania e la città fortificata di Montagnana, in provincia di Padova. Non mancano, ovviamente, il celeberrimo Castel Sant'Elmo di Napoli e le suggestive mura antiche di Sorrento, il bellissimo castello di Sermoneta nel Lazio e il borgo murato e la rocca di Romano in Lombardia, in provincia di Bergamo. Partecipano all'iniziativa anche tre castelli solitamente chiusi al pubblico: quello di Cleto, in provincia di Cosenza, quello di Colloredo di Monte Albano, vicino dine, e infine il castello di Castelvecchio di Rocca Barbena, situato in un minuscolo borgo di soli 145 abitanti in provincia di Savona.

 

 

 

 

Al Forte di Bard nasce Il Ferdinando, un museo tutto da scoprire

Da touringclub.it del 11 maggio 2017

 

Tecniche difensive, sistemi di assedio, strategie di assalto. Il Forte di Bard è il luogo perfetto per capire la storia. E da pochi giorni è possibile visitare anche il Ferdinando, nuovo museo delle fortificazioni e delle frontiere.

 
Collocato al primo livello della rocca fortificata, in quella che è chiamata l'Opera Ferdinando appunto, propone un viaggio particolarmente originale, utile per capire meglio il passato del Forte nel suo contesto .
LE TRE SEZIONI DEL FERDINANDO

Il nuovo museo Ferdinando al Forte di Bard si sviluppa in tre sezioni con un allestimento particolarmente affascinante e originale. Punto di partenza la sezione “Museo del Forte e delle Fortificazioni” che presenta una serie di ambientazioni storiche con plastici, filmati e armi autentiche. Si impara rapidamente anche perché gli spettatori sono proiettati nell'epoca di pertinenza di ogni singola sala grazie agli spezzoni di film celebri con scene di guerra (da Le crociate di Ridley Scott all'Ultimo dei Mohicani di Michael Mann), ma anche con carte e scenografie ricostruite in scala.

La seconda parte del museo, “Le Alpi fortificate (1871-1946)", è dedicata alle trasformazioni tra la fine del XIX secolo e il XX secolo. Materiali, tecniche costruttive, la scelta della collocazione dei forti, ma anche l'evoluzione delle soluzioni architettoniche delle strutture fortificate alpine a cominciare, ovviamente, da quella di Bard. La terza e ultima parte invece ci riporta alla contemporaneità e pone un interrogativo che è anche il titolo della sezione: “Le Alpi, una frontiera?”. L'obiettivo è di mettere il visitatore in condizione di riflettere sul percorso appena compiuto nel museo, ma anche sul significato da dare al termire frontiera: confine o barriera? Ostacolo o tratto d'unione?Ed è proprio in questa serie di domande aperte che si inserisce perfettamente l'esposizione delle straordinarie immagini di Paolo Pellegrin e del suo progetto “Frontiers” che documenta il dramma dei viaggi della speranza di migliaia di migranti che fuggono dai loro Paesi in cerca di un futuro migliore: dalle traversate nel mar Mediterraneo agli sbarchi, fino alla permanenza nei centri di accoglienza. Un viaggio nel viaggio quello del Ferdinando di Bard che attraversa la storia e la racconta in modo originale e coinvolgente.

INFORMAZIONI: Orari: da martedì a venerdì dalle 10 alle 18; sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19. Intero 9 euro, ridotto 7 euro. Tel. 0125.833811

 

Le Mura patrimonio Unesco: l’obiettivo è sempre più vicino

Da ilgiorno.it del 10 maggio 2017

Bergamo, 10 maggio 2017 - Ancora non è la proclamazione definitiva e ufficiale, ma da ieri le Mura di Bergamo hanno una chance in più, probabilmente quella decisiva, per essere dichiarate dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Ieri, infatti, è stata resa nota la valutazione favorevole dell’organismo Unesco denominato Icomos, il consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, sulla candidatura delle mura veneziane che cingono Bergamo alta. In pratica si tratta dell’ultimo via libera prima della decisione definitiva, che l’Unesco renderà nota all’inizio di luglio e che, a questo punto, dovrebbe essere positiva. Più che giustificati, dunque,la soddisfazione e l’ottimismo dimostrati ieri dal sindaco Giorgio Gori nel dare l’annuncio del parere favorevole espresso da Icomos: «Il parere positivo è una buona notizia – ha dichiarato il primo cittadino di Bergamo – ed è un risultato importante, frutto del grande lavoro e dello sforzo diplomatico espresso in questi anni da tutte le parti impegnate nel progetto. Attendiamo la decisione definitiva in programma a luglio a Cracovia con fiducia». Il progetto complessivo “Fortificazioni veneziane tra il XV e il XVII secolo” ha carattere transnazionale e non riguarda solo le Mura di Bergamo, ma anche le opere fortificate di altre città italiane, croate e montenegrine. Oggetto della candidatura Unesco è tutto il sistema difensivo voluto da Venezia, che si estendeva da Bergamo a Cipro. Originariamente questa candidatura collettiva prevedeva il coinvolgimento di 11 siti, che adesso Icomos ha però ridotto a 6: oltre a Bergamo, sono rimasti quelli di Palmanova e Peschiera del Garda per l’Italia; Zara e Sebenico per la Croazia e Cattaro per il Montenegro. «Si tratta di città che hanno rappresentato il punto nevralgico per il commercio marittimo e terrestre, dando vita ad un sistema di fortificazioni per la Repubblica Serenissima di Venezia», ha spiegato Roberto Amaddeo,  consigliere comunale delegato Unesco per Bergamo. Il progetto internazionale per l’iscrizione delle mura veneziane nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco ha preso vita nel 2007 e Bergamo è città capofila e promotrice del progetto stesso. Le Mura venete che racchiudono la Città Alta sono infatti il gioiello difensivo che la Repubblica Serenissima costruì tra il 1561 e il 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma. La cinta muraria , che si sviluppa lungo 6 chilometri e 200 metri, non avendo mai subito alcun evento bellico, è ben conservata ed oggi è l’elemento caratteristico e una delle principali attrazioni turistiche della città.

 

 

Il forte di Gavi, a progettarlo fu un frate ingegnere

Da alessandrianews.it del 10 maggio 2017

INTERVISTANDO LA STORIA - Dopo aver ricacciato i Francesi nell’estate del 1625, i Genovesi capirono che occorreva rendere imprendibile la città e tutto il Dominio; per questo chiamarono a Genova, e a Gavi, uno dei più esperti tra gli architetti militari del tempo: il frate domenicano padre Vincenzo da Fiorenzuola. Voi, un frate, ad occuparvi di fortezze?

Certo, e non solo: mi interesso anche di matematica e di quelle nuove scienze che, in questi anni, stanno conoscendo un grande sviluppo. Del resto, anche il famoso Galileo Galilei, docente a Padova, si occupò anche lui di progettare fortezze, per la Repubblica di Venezia. Perché trasformare in moderna fortezza proprio il Castello medievale di Gavi, distrutto dai Francesi? In realtà il mio interlocutore genovese, Bernabò Giustiniani, mi propose di valutare Voltaggio come alternativa: ho insistito io sulla scelta di Gavi perché, essendo all’incrocio di numerose vie, può essere soccorsa più facilmente, può bloccare il passaggio sia verso Voltaggio sia verso Arquata e Busalla. In questo modo, sia la Vallemme che la Valle Scriva, le due principali vie di accesso a Genova da nord, sarebbero state controllate.

In quali parti dell’edificio siete intervenuto? Ho fatto abbassare le mura del vecchio castello, allargando il lato verso il bastione di San Gottardo (quello verso la strada Lomellina) e verso quello di Montemoro, sfruttando il più possibile la roccia invece di costruire muri. Ho fatto infine tagliare la collina collocando un poco più in basso, verso l’abitato di Gavi, una seconda fortezza, costruita ex-novo, realizzata quasi del tutto con le pietre recuperate dallo scavo della collina. La capienza? Tra ottocento e novecento uomini: ma il disegno delle mura, seguendo il più possibile la forma della collina, permetterà di difenderla solo con centocinquanta soldati in caso d’assedio, e di presidiarla con sessanta in tempo di pace. I rapporti con i Genovesi? Non sempre facili, specie con Bartolomeo Bianco, con il quale ho avuto più di una discussione: non solo per Gavi, ma anche riguardo al tracciato e alla costruzione delle mura di Genova.

Ma mica ho lavorato solo qui: a Roma, dove mi sono interessato alle fortificazioni di Castel S.Angelo e alle mura del Gianicolo, a Malta (dove c’è ancora il “Forte Fiorenzuola”)… Ma voi, l’inquisitore, proprio non l’avete fatto? Processi ne ho fatti eccome; solo uno, però, rimase nella storia: forse perché si trattava di quello a Galileo Galilei?

 

 

La Eschenheimer Turm: una torre medievale nel centro di Francoforte

Da vanillamagazine.it del 9 maggio 2017

La Eschenheimer Turm (Torre di Eschenheim) era una porta della città, parte delle fortificazioni tardo-medievali di Francoforte sul Meno e punto di riferimento cittadino. La torre, eretta all’inizio del Quattrocento, è al tempo stesso l’edificio più antico e inalterato della Frankfurter Neustadt (nuova città). All’inizio del XIV secolo il Frankfurter Altstadt (centro storico) cominciava gradualmente ad espandersi oltre i confini originari. La documentazione degli anni ’20 del XIV secolo testimonia gli edifici eretti al di fuori delle mura della città, a causa delle crescenti necessità di espansione edilizia. Grazie all’autorizzazione di Ludovico il Bavaro, imperatore del Sacro Romano Impero, Francoforte iniziò la cosiddetta “espansione della seconda città”, aumentando di tre volte la propria superficie. Nel 1343, dieci anni dopo l’istituzione della “Neustadt”, iniziò la costruzione delle mura esterne, approvate e finanziate dall’imperatore stesso, per proteggere la città dagli invasori esterni.

Oltre ad un viale centrale (die Zeil), il nuovo agglomerato urbano prevedeva una piazza per il mercato del bestiame e numerosi edifici residenziali e commerciali. La prima pietra fu posata nel 1349 Anche se le nuove fortificazioni richiederanno quasi un secolo per il loro completamento, l’11 Ottobre del 1349 fu posta la prima pietra per una torre di guardia delle mura, quella che diventerà la Eschenheimer Turm, che al momento del progetto era descritta come “il ciclo”.

Situata alla fine della Große Eschenheimer Straße (un’estensione del Kornmarkt, secondo asse nord-sud più importante della città), la fortificazione era di grande importanza strategica. La torre attuale del ‘400 Nel 1400 l’artigiano Klaus Mengoz iniziò la costruzione di una nuova torre, sostitutiva rispetto al precedente castello. L’architetto della Cattedrale di Francoforte, Madern Gerthener, diresse il cantiere del nuovo Eschenheimer Turm, che venne completato fra il 1426 ed il 1428. Fra il 1806 ed il 1812 le vecchie mura cittadine furono sostituite con nuove fortificazioni, sotto il governo prussiano, e la Eschenheimer Turm, insieme a tutte le altre porte e torri storiche, era stata selezionata per la demolizione. Grazie all’obiezione dell’ambasciatore delle forze di occupazione francesi, il conte d’Hédouville, la Eschenheimer Turm fu risparmiata, ed oggi rimane testimone delle antiche mura della città insieme a sole altre due torri: la Rententurm sul Römerberg (la principale piazza della città di Francoforte) e la Kuhhirtenturm in Alt-Sachsenhausen. La Torre Oggi La torre si trova oggi in una grande piazza trafficata di nome Eschenheimer Tor (Eschenheimer Gate).

Sotto l’Eschenheimer Tor si trova una stazione della metropolitana, costruita fra il 1963 ed il 1968. Il tunnel della metropolitana passa direttamente sotto le fondamenta della torre, causando numerose vibrazioni. Sino al 1992 la Eschenheimer fu situata in un’isola di traffico quasi inaccessibile, che venne in seguito resa zona pedonale e nuovamente accessibile con facilità ai visitatori. Il piano terra divenne un bar/ristorante e la sala del caminetto utilizzata come luogo per cerimonie. Le riunioni trimestrali dell’associazione “Freunde Frankfurt” si svolgono nella sala della torre, tradizione ormai divenuta plurisecolare.

 

Viaggio nella storia nel bunker Soratte ricordando le bombe del '44

Da ansa.it del 9 maggio 2017

MONTE SORATTE - Il museo del bunker del monte Soratte è una sorta di gigantesca macchina del tempo, con i sui oltre 4 Km di gallerie può vantare la straordinaria coincidenza tra ambienti della seconda guerra mondiale e ambienti antiatomici della guerra fredda entrambi col medesimo scopo: la salvaguardia del Governo d'Italia in caso di attacco sulla capitale.

Un bunker per il Governo e per il Presidente della Repubblica che venne ideato da Mussolini per il Governo Fascista, occupato dalle truppe della Wehrmacht di Kesselring nei 10 mesi più drammatici della storia d'Italia del '900 e successivamente restaurato nella parte più profonda (con oltre 300 m di roccia del Soratte sovrastanti ) diventando un sito segreto per salvare le più alte cariche dello stato in caso di attacco termonucleare su Roma.

Un tuffo nella storia del secolo scorso, dove i drammi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e le strutture fantascientifiche della guerra fredda si possono toccare con mano. Un tuffo da quale si riemergerà pregni di consapevolezza grazie ad una lezione utile per capire anche quanto accade nei nostri giorni.

L'area è oggetto di lavori di valorizzazione in atto dal 2001 e le visite guidate sono curate dai volontari dell'Associazione Bunker Soratte che si spendono da un decennio in questa encomiabile opera di recupero della nostra storia.

L'evento "Bombing day 2017" del 13 e 14 Maggio 2017 si fonda nella rievocazione storica del drammatico evento del bombardamento che sconvolse il monte Soratte nel 1944.

Il programma si sviluppa su un'area vasta ed estremamente panoramica ove si raduneranno numerosi figuranti in uniforme d'epoca (tedeschi, Inglesi e americani), decine di veicoli storici (tedeschi e americani) e nel quale ci saranno velivoli d'epoca e acrobatici in un air show mozzafiato.

Durante entrambi i giorni saranno sempre attive le visite guidate al bunker del monte Soratte, un sito unico nel suo genere, con la possibilità di visitare in anteprima nuovi ambienti mai aperti al pubblico fino ad ora.
Oltre a nuovi allestimenti nell'area di Seconda Guerra Mondiale, si potrà visitare la Sala di Guerra che fu della NATO (2° ROC-SOC) e del COSMA Centro Operativo Stato Maggiore dell'Aeronautica che soprintendeva a tutta la difesa aerea nazionale ed internazionale nel mediterraneo dal 1960 al 2000.

Una sala unica nel suo genere da cui veniva garantita la difesa di ogni cittadino italiano sia a livello aereo sia navale sia sottomarino essendo alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore della Difesa.
Nel progetto originale del Bunker antiatomico del Soratte furono 3 gli ambienti destinati a sala Situazione e Simulazione ciascuno dei quali doveva soprintendere alle direttive da impartire a Sale Operative come questa che è stata consegnata all'Associazione Bunker Soratte dall'Aeronautica Militare Italiana.

L'iter per poter salvare questo ambito dalla demolizione e poterlo mostrare al pubblico è stato molto lungo (circa 4 anni) ma presso l'Aeronautica Militare, ente con cui l'Associazione collabora da alcuni anni, i giovani volontari che ne fanno parte hanno incontrato persone sensibili, che hanno creduto nella nobiltà della loro missione e nell'efficacia del modo di proporre la storia d'Italia dentro un contenitore d'eccezione come il monte Soratte.

La visita guidata è fruibile da parte di tutti e dura circa 2 ore. Le visite partono ogni 20 minuti dalle 10 alle 19 in entrambe i giorni. La prenotazione è vivamente consigliata. I contributi di ingresso variano fino ad un massimo di 8 euro a persona.

Per partecipare alla visita ci si può prenotare dal sito web www.bunkersoratte.it, Telefonare al 380.3838102, inviare una mail a bunkersoratte@gmail.com

 

Gestire operazioni aeree con flessibilità

Da aeronautica.difesa.it del 8 maggio 2017

Il Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.) ha sede a Bari Palese sull'aeroporto militare "Jacopo Calò Carducci" e dipende gerarchicamente dal Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico , in provincia di Ferrara.

Il Reparto nasce dall’esigenza dell’Aeronautica Militare di incrementare il suo impegno nei teatri operativi, fuori dei confini nazionali, grazie agli strumenti prontamente rischierabili, modulabili, trasportabili e flessibili, integrati con i sistemi nazionali di Forza Armata ed interoperabili con quelli interforze, con quelli della NATO e dei Paesi alleati. 

Il Reparto consente, al Comandante che si trovi in un teatro operativo, di esercitare la funzione di comando e controllo tramite le componenti operative e tecniche, permettendogli di pianificare, dirigere ed eseguire operazioni aeree, autonomamente, o in concorso con altre Forze Armate.

Per il conseguimento della missione assegnata, il Reparto è dotato di sistemi mobili quali,  sale operative, sistemi satellitari, sistemi radar, sistemi di telecomunicazioni, sistemi radio e sistemi per la gestione dei Tactical Data Link, tutte componenti mobili che possono essere trasportate via terra, via mare e per via aerea.

Grazie alla sua struttura modulare,  il Reparto Mobile di Comando e Controllo fornisce gli strumenti che assicurano la capacità di comando e controllo dell'Aeronautica Militare nelle diverse funzioni operative che vanno dal Combined Joint Force Air Component Command (C-JFACC) all'Italian Deployable Air Operation Centre (IT-DAOC), Italian Deployable ACC, RPC, SFP (IT-DARS), Gap FillerBallistic Missile Defence e  componente CIS del Joint Special Operation Air Task Group.

Oggi, al di là delle diverse configurazioni operative realizzabili e dei compiti che è in grado di assolvere, il Reparto si delinea quale componente integrata ed inscindibile del Joint Force Air Component Command (JFACC) del Comando Operazioni Aeree (C.O.A.). 

Sono state molteplici le partecipazioni del Reparto alle esercitazioni ed alle operazioni in contesti nazionali ed internazionali: il Reparto ha garantito le funzioni di comando e controllo delle operazioni aeree durante importanti attività addestrative della Forza Armata in ambito nazionale (Rudith Leo, Giopolis e Spring/virtual Flag; Trident Juncture) e internazionale (Bright star - Egitto, Volcanex - Europa, Noble Javelin – Spagna).

Dal 2000 ad oggi, nell'ambito delle operazioni nazionali, il Reparto ha fornito il proprio prezioso contributo per l'incremento delle misure di difesa dello spazio aereo durante i grandi eventi quali il Summit G8 di Genova, il Summit Nato/Russia, il Vertice Mondiale FAO, l' incontro di preparazione alla firma della Costituzione Europea di Pratica di Mare, le Olimpiadi Invernali di Torino, il Summit G8 de L'Aquila.

Il Reparto ha inoltre fornito il suo contributo nel supporto della componente di telecomunicazioni necessaria alla conduzione delle operazioni aeree attraverso propri uomini e mezzi nelle operazioni fuori dai confini nazionali, United Nations Mission - Ethiopia-Eritrea, Joint Guardian - BiH, Albit – Albania, Antica Babilonia – Iraq, Enduring Freedom – Afghanistan.

A riconoscimento e a coronamento dello sforzo profuso, il Reparto nel 2007 è stato insignito della "Targa Città di Loreto", premio, istituito nel 1992 dalla città di Loreto e destinato ad un Reparto dell'Aeronautica Militare che si è contraddistinto nello svolgimento dei propri compiti d'istituto.

Cenni storici

​Nel 1982, a seguito dell’esperienza maturata durante il disastroso terremoto dell’Irpinia del 1980, il Comando della 3ª Regione Aerea dell’Aeronautica Militare costituì, sull’aeroporto militare “J. Calò Carducci” di Bari Palese, un complesso mobile denominandolo Centro di Controllo Mobile (C.C.M.). Il C.C.M. era una struttura autotrainata, in grado di attivare un eliporto e supportare operativamente, tecnicamente e logisticamente le esigenze di pianificazione, condotta dei voli e controllo dell’attività aerea in un’area di intervento limitata. La sua finalità era quella di essere in grado di operare in piena autonomia in zone disagiate e di assicurare la gestione delle operazioni aeree in caso di intervento per le pubbliche calamità.  

Negli anni ’90 l’Aeronautica Militare, al fine di soddisfare l’esigenza di dotarsi di una unità mobile in grado di supportare tutte le operazioni aeree, trasformò il C.C.M. in Centro Operativo Mobile (C.O.M.) il quale ampliò i propri compiti assumendo la funzione di sistema mobile dell’Aeronautica Militare deputato allo svolgimento delle funzioni di Comando e Controllo delle Forze Aeree. 

Nel 1998, a seguito di ulteriori implementazioni tecnico-operative derivanti dalle esperienze acquisite sia in ambito nazionale sia internazionale nel corso di esercitazioni ed operazioni, il Centro Operativo Mobile lasciò il passo al Gruppo Campale di Comando e Controllo (Gr.C.C.C.).  Nell’agosto del 2010 il Gr.C.C.C. è stato riconfigurato e riorganizzato a livello di Reparto attraverso, tra l’altro, l’inclusione di una significativa aliquota di personale specialista della Difesa Aerea, e trasformando la sua precedente estrazione esclusivamente tecnica in una connotazione decisamente operativa,  l’attuale Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.).

 

 

Forte San Felice, aperte le iscrizioni per la visita guidata del 3 giugno

Da chioggiatv.it del 7 maggio 2017

Dopo il grande successo dello scorso 6 maggio per la prima visita guidata del 2017, il 3 giugno ci sarà un nuovo appuntamento per scoprire il mondo segreto del Forte San Felice, seppur nei limiti imposti dalla Marina Militare (numero chiuso di visitatori solo maggiorenni- 200 divisi in quattro turni di 50, percorso delimitato all’esterno degli edifici, iscrizione anticipata e assicurazione di tutti i partecipanti, liberatoria di responsabilità).

Quest’anno il comitato ha chiesto ed ottenuto che gli appuntamenti fossero più frequenti. Dopo lo strepitoso risultato per il Forte San Felice nel censimento 2017 dei Luoghi del Cuore FAI, con 25212 voti e il 9° posto nella classifica nazionale, resta infatti grande l’interesse per le visite guidate.

Sono i componenti del Comitato ad organizzare e realizzare concretamente i tour come nelle precedenti esperienze.

 

 

 

 

 

I bunker dimenticati nei luoghi dello sbarco degli Alleati: "Un itinerario turistico per tutelare la memoria".

Da corrieredelmezzogiorno.it del 5 maggio 2017

Una piccola “Normandia” si nasconde in Sicilia, sulla Statale 115, una delle strade più antiche dell’isola, dove esiste un vero e proprio percorso naturale riguardante i luoghi della seconda guerra mondiale, in particolare dello sbarco degli alleati americani in Sicilia, da dove è cominciata la liberazione. Di quello che poteva però essere una traccia della storia oggi rimane sempre meno: di più di 3000 bunker infatti, oggi ne rimangono circa mille, in quanto nessuna legge tutela questi luoghi che vanno da Porta Aurea (Agrigento, Valle dei Templi) alle strade della cittadina di Vittoria, passando per Licata e Gela. Lungo la costa infatti sono disseminati bunker, capisaldi e postazioni militari, in un percorso che potrebbe diventare un vero e proprio volano turistico per curiosi e appassionati. «Ecco perché serve un itinerario turistico» «L’idea di un percorso storico-turistico nasce agli inizi del 2009 grazie alla passione mia e di altre persone per la seconda guerra mondiale e la Campagna di Sicilia – spiega Luigi Falletti, promotore dell’itinerario - In altre parti del mondo hanno saputo sfruttare queste testimonianze come un museo a cielo aperto, come accade in Normandia, mentre qui non accade. Su questa strada, da Vittoria ad Agrigento è possibile osservare dei manufatti che conservano la storia di quel periodo. Da Ponte Dirillo, fino a Porta Aurea, passando per il Castello di Falconara, abbiamo i segni tangibili della costruzione militare dell’epoca – continua Falletti – ma in Italia, mentre è stata prevista la preservazione dei camminamenti della prima guerra mondiale (Alpi e zona carsica) nulla è stato fatto per preservare la memoria dei fatti siciliani. Sarebbe opportuno quantomeno preservare i capisaldi, quello di Falconara e di Ponte Dirillo. Un percorso turistico legato agli avvenimenti dello sbarco sarebbe auspicabile e necessario per mantenere la memoria storica dei fatti e allo stesso tempo incrementare il turismo, ricordando chi ha perso la vita in quel periodo». Spuntano villette sul mare Oggi però quei bunker, lasciati all’incuria e all’abbandono, vengono distrutti per lasciare spazio alle villette sul mare, in una cittadina che negli ultimi anni è divenuta simbolo delle demolizioni. Pochissime postazioni vengono oggi preservate, solamente grazie all’opera di privati, che mantengono puliti i luoghi storici, emblema di un pezzo importante di storia italiana. «La maggior parte dei bunker oggi vengono distrutti e utilizzati privatamente- conclude Falletti - in quanto non si ha nessuna legge che li tuteli. Gli enti che avrebbero dovuto proteggere e salvaguardare questi manufatti, si sono disinteressati negli anni, abbandonandoli. Gli unici interessi che vengono fuori sono quelli dei privati». Mentre si continua a costruire nelle vicinanze del mare, la storia dello sbarco degli Alleati sulle coste siciliane sta per essere cancellata per sempre. Di Alan David Scifo

 

I segreti di West Star per centinaia di curiosi. Il generale De Meo ha illustrato la struttura che ora il Comune si appresta a gestire con fini turistici.

 Da larena.it del 3 maggio 2017

Si sono presentati in oltre duecento all'incontro <I segreti di West Star tra realtà e leggenda> organizzato dal gruppo Alpini per il settantesimo anniversario di fondazione. Relatore è stato il generale di brigata Gerardino De Meo, ultimo comandante Nato di West Star. All'incontro ha partecipato anche il sindaco Roberto Bonometti, che ha spiegato che sono in corso le pratiche per l'accatastamento del bunker scavato nelle viscere del Monte Mosca: si tratta dell'ultimo atto burocratico prima della presa in carico di questa struttura da parte del comune di Affi che l'ha acquisita, a titolo gratuito, con la normativa del federalismo demaniale. Il generale De Meo ha ricordato che l'ex base NATO è stata progettata tra il 1959 e il q960 è costruita tra il 1960 e il 1966.

L'opera è stata consegnata l'8 luglio del 1966, ha ricordato, ha tre ingressi ed è stata concepita per resistere a esplosioni nucleari fino a una potenza di 100 kilotoni. È stata una base di telecomunicazione, che conteneva impianti molto sofisticati in grado di collegarsi con tutto il mondo è in costante contatto con il Pentagono. West Star è il suo nome in codice, che significa stella d'occidente. Nome scelto perchè concepita in piena guerra fredda, per contrapporla al concetto di stella rossa.

<Quando la base era operativa>, ha proseguito De Meo, <il suo mantenimento costava un milione di euro l'anno. Solo di energia elettrica si spendevano ventimila euro al mese. Nel 1996 è iniziato lo smantellamento degli impianti di comunicazione. Nel 2004 all'interno di West Star si è svolta l'ultima esercitazione. Tra il 2006 e il 2007 è stata smobilitata>. Il generale De Meo sta collaborando con il comune che vuole utilizzare come risorsa turistica questa enorme struttura che si sviluppa su tre piani con una superficie coperta di 13 Milan metri quadrati, 110 stanze per 3800 metri quadri. Il bunker in caso di attacco atomico avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza di oltre 300 persone, appartenenti ai vertici Nato, anche per più di un mese. Una cittadella sotterranea dov'è si lavorava 24 ore su 24. Sia i militari che i civili che hanno operato a West Star erano tenuti a mantener il massimo riserbo e a non rivelare quali fossero i loro compiti.

<All'interno di West Star, dove in questi giorni stiamo effettuando i sopralluoghi con l'Arpav e lo Spisal>, ha continuato De Meo, <non c'erano missili o materiale radioattivo. Le uniche armi erano quelle in dotazione ai militari al lavoro. Il sistema di sorveglianza comprendeva una rete di telecamere. West Star è stato uno degli obiettivi del Patti di Varsavia. Dopo la caduta del muro di Berlino lo scenario è cambiato>. All'interno del centro trasmissioni veniva mantenuta una temperatura di 18 gradi. La cittadella sotterranea oltre agli uffici, sale controllo e trasmissioni comprendeva impianti di ventilazione e idraulici, con una riserva di 400mila litri; sala mensa da 200 posto, bar, palestra, cinema, stanza fumatori, dormitori è tutto il necessario per far vivere centinaia di persone impossibilitate ad uscire all'aperto.

L'area dell'ex base militare conta anche 45mila metri quadrati di bosco.

<Abbiamo ricevuto varie manifestazioni di interesse: da guide, privati con diversi progetti, aziende che vi vorrebbero alloggiare server e banche dati> ha detto il sindaco Bonometti, <da solo il comune non può farsi carico della gestione di un sito del genere>.

 

 

Giornate nazionali dei castelli: alla scoperta dei più belli d'Italia

Da viagginews.com del 2 maggio 2017

Tornano le Giornate Nazionali dei Castelli, una due giorni per celebrare e far conoscere fortezze e rocche d’Italia. Organizzate dall’Istituto Italiano dei Castelli e giunte alla XIX edizione, le giornate si terranno il 13 e il 14 maggio (sabato e domenica), con il patrocinio del MiBact. L’evento prevede visite ai castelli, convegni, tavole rotonde, mostre, spettacoli, concerti e celebrazioni di restauri di edifici fortificati. Un’occasione da non perdere per conoscere più da vicino, scoprire e riscoprire una parte importante del patrimonio architettonico italiano. Lo scopo dell’iniziativa, infatti, è proprio quello di avvicinare il pubblico al mondo dei castelli.

Giornate nazionali dei castelli: quelli da vedere: Qui vi segnaliamo i castelli più belli che si potranno visitare in Italia nel weekend del 13-14 maggio.

Rocca Calascio: Magnifico e stupendo castello, Rocca Calascio è stato set di celebri film, su tutti il fantastico “Lady Hawke”. Si tratta del rudere di una rocca medievale del XII secolo, che sorge sull’Appennino abruzzese, in provincia dell’Aquila, all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il castello si staglia su un costone roccioso a 1.460 metri di altitudine ed è uno dei castelli più alti d’Italia. Sotto il castello c’è un borgo medievale disabitato.

Forte di San Leo: Sulle colline dell’Alta Val Marecchia, in Romagna, sorge abbarbicato su una rupe il magnifico Castello di San Leo. In uno scenario suggestivo il castello domina il centro abitato sottostante e tutta la vallata. A conferirgli ancora più fascino è la storia del Conte di Cagliostro che qui fu imprigionato per 6 lunghi anni. La Rocca di San Leo è uno dei castelli meglio conservati d’Italia

Castello di Sermoneta: Da non perdere Castello Caetani di Sermoneta, che sorge sui Monti Lepini, in provincia di Latina. Il borgo medievale di Sermoneta è nato alla fine del XIII secolo insieme al castello, rimaneggiamento del vecchia rocca, trasformata in fortezza medievale con cinque cinte murarie e un sistema di ponti levatoi. Il castello è perfettamente conservato.

Rocca di Aci Casstello: Un autentico spettacolo è la Rocca di Aci Castello, o Castello di Aci, una fortificazione di origine medievale che sorge su una roccia basaltica sul mare, nel comune di Aci Castello, in provincia di Catania. Qui sono in programma visite guidate con brevi rappresentazioni di personaggi in costume che racconteranno le vicende storiche della fortezza. Vicino ad Aci Castello, nella frazione di Aci Trezza, si trova la spettacolare Riviera dei Ciclopi.

Castello di Castelvecchio di Rocca Barbena: Il borgo di Castelvecchio di Rocca Barbena, nell’entroterra della provincia di Savona, è dominato dall’imponente Castello dei Clavesana, eretto nell’XI secolo. Una grande fortezza, in parte un rudere, situata tra la montagna e il centro abitato. Castelvecchio di Rocca Barbena è uno dei borghi più belli e incantevoli della Liguria, ideali da visitare in primavera. Un motivo in più per venire qui durante le Giornate dei Castelli. Il castello è privato ma aperto al pubblico.

Borgo fortificato di Corinaldo: Più che un castello vero e proprio un borgo fortificato, tutto da scoprire. Corinaldo è un caratteristico borgo sulle colline della provincia di Ancona che conserva intatto il centro storico medievale e rinascimentale con la cinta muraria del XIV secolo successivamente ampliata dal celebre architetto Francesco di Giorgio Martini. Corinaldo è un centro ricco di storia e pluripremiato, con Bandiera arancione e riconoscimento nella lista dei Borghi più belli d’Italia. Dalla sua cinta muraria di ammira un bellissimo panorama sulle colline e la vallata sottostante. Il 14 maggio, in occasione delle Giornate dei Castelli, saranno aperte al pubblico la pinacoteca e la sala del costume e delle tradizioni popolari.

Tanti altri i castelli, le rocche e le fortezze da visitare nel resto d’Italia. Per informazioni: www.istitutoitalianocastelli.it/giornate-nazionali-dei-castelli

 

Fortificazioni medievali: l'Unione Montana delle Valli Mongia e Cevetta Langa Cebana Alta Valle Bormida partecipa a un bando di valorizzazione

Da targatocn.it del 2 maggio 2017
 

"Il progetto svilupperà il tema delle fortificazioni medievali e sarà possibile una serie di interventi e iniziative di conservazione, valorizzazione e sviluppo delle stesse in un'ottica di fruizione turistica del territorio".

Questa dichiarazione è riportata nel documento relativo all'adesione da parte dell'Unione Montana delle Valli Mongia e Cevetta Langa Cebana Alta Valle Bormida al bando di concorso "La valorizzazione a rete delle risorse culturali urbane e territoriali", promosso dalla Compagnia di San Paolo.

Lo scopo del programma è di favorire lo sviluppo civile, culturale ed economico attraverso alcuni progetti fondati sull’integrazione tra le risorse e gli attori locali; l'Unione Montana partecipa all'iniziativa come ente capofila, con la funzione di coordinare i rapporti tra tutti gli enti del raggruppamento e la Compagnia di San Paolo. Alessandro Nidi

 

 

Museo Forte Belvedere

Da lastampa.it del 1 maggio 2017

Luigi dodi (meridiani montagne)
Lavarone Costruito dagli austriaci tra il 1908 e il 1912 su uno sperone roccioso a 1177 metri di quota affacciato sulla Val d’Astico, che ai tempi segnava il confine tra il Regno d’Italia e l’Austria-Ungheria, il Forte Belvedere (nato con il nome di Werk Gschwent) è una poderosa fortezza militare perfettamente conservata. È composto da diversi blocchi scavati nella montagna, destinati a resistere ai più pesanti bombardamenti, e disponeva di grandi depositi, un acquedotto con potabilizzatore, una centrale elettrica, una centrale telefonica e una stanza di telegrafia ottica per poter comunicare con l’esterno. Oggi la fortezza, dopo un prezioso restauro conservativo iniziato nel 1996 dal Comune di Lavarone insieme alla Provincia autonoma di Trento, ospita il suggestivo Museo Forte Belvedere – Gschwent, con fini divulgativi e didattici, dedicato non solo a Forte Belvedere e alle altre fortezze degli Altipiani, ma anche alle tematiche, locali e internazionali, nerenti la Grande Guerra. Le tappe di un percorso innovativo Entrando tra le possenti mura del forte, grazie al progetto “La Fortezza delle Emozioni” è possibile rivivere in prima persona, grazie a un suggestivo percorso multimediale, l’esperienza della Prima guerra mondiale all’interno di una fortezza militare. L’esposizione interattiva prevede una serie di tappe – Il Plastico Animato, Le Sentinelle, Gli Obici dei Suoni, Gli Occhi di Luce, I Diari dei Nidi delle Mitragliatrici e L’Angelo degli Alpini – capaci di dare voce alle memorie dei soldati che hanno vissuto e combattuto in questo forte. Le installazioni sono il frutto di un lungo percorso di ricerca in collaborazione con Studio Azzurro, una delle realtà internazionali più accreditate nel campo dei linguaggi innovativi e del rapporto tra cultura, arte e nuove tecnologie. Suoni, voci e immagini dalla guerra, per la pace Ad accogliere il visitatore, un plastico che si anima con suoni, voci e video per capire meglio la storia, la struttura e le funzioni del forte. Segue una serie modulare di installazioni interattive che, attraverso la proiezione di momenti di vita quotidiana, coinvolge direttamente il pubblico e racconta come si viveva qui in tempo di guerra. Un’opera sonora occupa poi le piazzole delle batterie degli obici, con un “cannone” che rimanda voci, comandi, commenti umani, colpi di tosse, respiri, colpi di artiglieria. E ancora, installazioni che fanno rivivere il telegrafo ottico collegato con la stazione di Monte Rust; i suoni e i rumori delle mitragliatrici, sovrapposti alla lettura di lettere e diari di un testimone del conflitto; concludendo con la vista sulla Val d’Astico dalle postazioni di mitragliatrici, accompagnata dai versi di Mario Rigoni Stern e Piero Jahier, dal grande valore storico e letterario. Un’esperienza davvero coinvolgente, profondamente emotiva e che punta a far riflettere sull’orrore della Grande Guerra, con un severo monito affinché le nuove generazioni si spendano per un futuro di pace. Il Museo Forte Belvedere – Gschwent è visitabile a maggio e giugno da martedì alla domenica (10-18), da luglio a settembre tutti i giorni e nei fine settimana e durante le festività nel resto dell’anno.

INFO Museo Forte Belvedere – Gschwent, via Tiroler Kaiserjäger 1, Lavarone (TN), tel. 0464780005, 3495025998, www.fortebelvedere.org, direttore@fortebelvedere.org

 

Terza Guerra Mondiale: bunker nucleari e dove trovarli; ecco i siti dove fuggire

Da blastingnews.com del 28 aprile 2017

La prospettiva dello scoppio della Terza Guerra Mondiale diventa sempre più reale. I conflitti fra il Nord Corea e gli Usa hanno fatto preoccupare non poco la popolazione mondiale, che si sta chiedendo come e dove correre ai ripari. Quello della Terza Guerra Mondiale non è l'unico scenario apocalittico che viene previsto dagli scienziati, poiché lo sciame Apollo sta diventando sempre più pericoloso e non è escluso che un meteorite possa schiantarsi contro la Terra. Tutto questo porta l'opinione pubblica a chiedersi dove ci si possa nascondere in caso di fine del mondo, e i primi luoghi di cui abbiamo notizia sorgono in Inghilterra. Andiamo a vedere dove trovare alcuni bunker nucleari.

Dove correre ai ripari

Molti fra scienziati, ufologi, studiosi e teorici del complotto, sostengono che la fine del mondo sia più vicina di quanto noi non immaginiamo; nelle ultime ore ha anche preso a circolare una notizia secondo cui alcune persone sostengono di conoscere l'ora e la data di un impatto devastante con un meteorite, che avverrà fra qualche mese. Andiamo quindi a vedere dove sono situati alcuni bunker nucleari:

  • Il Central Governament War Headquarters, è un bunker nucleare situato nel sottosuolo di Bath di 240 acri.

  • Anche nel sottosuolo di Bridgen Wales vi è un gigantesco rifugio antiatomico.

  • Nel Anchor Telephone exchange, c'è un bunker che per molti anni è rimasto segreto; ci sono due accessi, uno fra Lionel Street e Fleet Street e l'altro a Newhall Street.

  • I Drakelow Tunnels, sono particolarmente interessanti poiché, come si può evincere dal nome, oltre ad essere un enorme ed intricata rete di tunnel, nel 2013 sono diventati anche una piantagione di cannabis.

  • Per i più ricchi esiste il Kingsway Telephone Exchange, che nell'ottobre del 2008 è stato messo in vendita.

  • Se ci si trovasse in Cheshire, sarebbe possible nascondersi nell'Hack Green Secret Nuclear Bunker, che attualmente è adibito a museo sulla guerra fredda.

    La fine del mondo è vicina?

    Sono molte le persone che si chiedono se la fine del mondo sia vicina, soprattutto in relazione alla Terza Guerra Mondiale, da alcuni sondaggi pubblicati da tastate giornalistiche anglofone possiamo notare come l'opinione pubblica sia stranamente bilanciata, poiché solamente il 52% del totale, si è dichiarato realmente preoccupato per lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, che sarebbe anche stata predetta dalla Bibbia.  Dobbiamo quindi temere qualcosa? Difficile dirlo, non ci resta che attendere notizie, senza cedere ad inutili allarmismi.

     

Ex base Nato Incontro sui segreti del bunker

 

Da larena.it del 28 aprile 2017

Oggi alle 20.30, alla baita degli alpini, si terrà l'incontro dedicato all'ex base Nato West Star, il gigantesco bunker scavato nelle viscere del monte Moscal. Il titolo della serata, che avrà come relatore il generale di brigata Gerardino De Meo, ultimo comandante Nato di West Star, è "I segreti di West Star tra realtà e leggenda".

Quello di Affi è il più grande bunker antiatomico d'Italia, e ha un gemello in Belgio. Per 41 anni, è stato usato come posto comando protetto, dotato di centro trasmissioni strategico. L'ultima esercitazione militare si è svolta nel 2003. La struttura costruita dall'Alleanza atlantica, è stata consegnata il 6 luglio del 1966 al comando Ftase (Forze Terrestri Alleate Sud Europa).

Scavata nella roccia sotto il monte Moscal, per decenni è stata sede di esercitazioni congiunte di tutte le forze Nato terrestri, aeree e navali e non ha mai ospitato armi nucleari. Si sviluppa su una superficie coperta di quindicimila metri quadrati, suddivisa in 110 stanze, ha tre ingressi e gallerie d'accesso. In caso d'emergenza, avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza di 400 persone per 15 giorni.

L'impianto doveva servire da sede in caso di attacco nucleare, chimico o batteriologico, per lo Stato Maggiore del comando operativo congiunto nello scacchiere nord-orientale italiano che aveva sede a Verona.

 

 

A Forte Ardietti di Ponti sul Mincio mostra fotografica del  Fotoclub Monzambano

Da ilgazzettinonuovo.it del 27 aprile 2017

Dal 30 aprile al 14 maggio prossimi Forte Ardietti di Ponti sul Mincio ospiterà la mostra fotografica ‘Essere liberi’ a cura del FotoClub Monzambano in collaborazione con Comune e Pro-Loco di Ponti. In esposizione lavori dello stesso FotoClub con una sezione speciale in memoria del milanese Sergio Magni. L’inaugurazione è prevista per domenica 3° aprile alle ore 11. L’apertura, nei sabati e domeniche, dalle ore 10 alle 19.

 

 

Nato: Stoltenberg, hub di Napoli sarà baluardo dell'Alleanza nel Mediteranneo

Da agenzianova.com del 27 aprile 2017

Roma, 27 apr 17:50 - (Agenzia Nova) - La Nato a Napoli sta creando un hub per il sud che sarà un baluardo dell'Alleanza e ne amplierà le capacità di affrontare le sfide. Lo ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, che si è svolta oggi a Palazzo Chigi. "In alcune situazioni di allerta è importante potere agire e potere affrontare le minacce con il supporto dei partner", ha detto Stoltenberg che ha ringraziato l'Italia "per essere stato il volano della strategia della Nato nel fianco sud". L'hub per il sud sarà realizzato presso il Comando congiunto interforze di Napoli e servirà in particolare a coordinare le informazioni provenienti da aree di crisi e ad affrontare le molteplici sfide provenienti dal Nord Africa e il Medio Oriente (Les)

 

Il Forte di Bard inaugura Il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere

Da aostasera.it del 27 aprile 2017

Continua a crescere, il Forte di Bard. Continua a crescere nei numeri, nei visitatori, nell'offerta e nelle mostre che in pochi anni lo hanno reso una realtà culturale di punta all'interno del panorama valdostano e nazionale. Un'offerta culturale importante, strutturata che, di fatto, è riuscita a valorizzare il Forte “sconfessando” la sua stessa natura, quella cioè profondamente 'difensiva' che l'ha visto nascere e prosperare. Una 'fortezza aperta' che da oggi ha deciso di giocare ancor più su questa sua nuova vocazione di luogo di incontro e cultura. A partire da domenica 30 aprile 2017, infatti, apre al pubblico il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere. Collocato nell'Opera Ferdinando, al primo livello della rocca fortificata, il museo propone un coinvolgente viaggio attraverso l’evoluzione delle tecniche difensive, dei sistemi di assedio e del concetto di frontiera. Uno spazio, in fondo, che racconta il museo stesso.

Il percorso consente al pubblico di scoprire altri duemila metri quadrati di superficie del Forte, muovendosi tra tre nuove sezioni: il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)” e “Le Alpi, una frontiera?”. Un viaggio nella storia attraverso scenografie ricreate con armi e ricostruzioni in scala di sezioni murarie di fortificazioni, plastici, filmati e armi autentiche, con un iter narrativo che mette in luce l’evoluzione delle fortezze attraverso il progredire delle strategie militari, dei materiali e delle tecniche costruttive, a partire dall’epoca romana per giungere sino alle nuove soluzioni architettoniche e balistiche del Novecento. Ma soprattutto un percorso che nell’ultima parte, racchiude in sé una domanda, legata al passato ma quanto mai attuale sul significato stesso di “frontiera”: confine o barriera, ostacolo o tratto d’unione?

E tra le mura del Museo il Ferdinando, dal 30 aprile al 26 novembre, si approfondisce in maniera ulteriore il tema dei “confini” - visibili o invisibili –, con la mostra “Frontiers” di Paolo Pellegrin coprodotta con Magnum Photos. Quaranta immagini che documentano il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti che fuggono alla ricerca di un futuro migliore, con l’orrore delle traversate del Mar Mediterraneo, l’esperienza degli sbarchi e la permanenza nei centri di accoglienza. Un’anteprima assoluta firmata da uno tra i più importanti fotoreporter al mondo, membro di Magnum Photos dal 2001, che collabora con le più affermate testate internazionali e che ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e l'ambita Medaglia d’oro Robert Capa.

Il Ferdinando – Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere
dal 30 aprile 2017
Orari:
da martedì a venerdì: 10.00 – 18.00
sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
chiuso il lunedì (aperto lunedì 1° maggio)

Tariffe
Intero 9,00 euro, Ridotto 7,00 euro, Ridotto ragazzi (6-18 anni) e scuole 5,00 euro, Cumulativo adulti (Museo delle Alpi + Ferdinando + Prigioni) 15,00 euro

Visita assistita (per gruppi su prenotazione) sino a 25 persone 80,00 euro + biglietto ingresso ridotto, Il biglietto include l'ingresso alla mostra Paolo Pellegrin. Frontiers.

Info: Associazione Forte di Bard, Telefono: 0125 833811, Email: info@fortedibard.it

 

 

Riapre i battenti Forte Pozzacchio. L'ultima delle fortezze austro-ungariche

Da ildolomiti.it del 26 aprile 2017

TRAMBILENO. Il giorno 29 aprile riaprirà i battenti Forte Pozzacchio Werk Valmorbia. Si tratta dell’ultima delle fortezze austro-ungariche realizzate tra Ottocento e inizio Novecento sul confine del Trentino con il Regno d’Italia. Interamente scavata nella roccia, rappresentava la più moderna macchina da guerra della monarchia danubiana. Secondo le informazioni i lavori di costruzione del forte iniziarono nel 1913 e proseguirono fino alla scoppio della guerra con l’Italia, ma l’opera non fu mai completata. bbandonato dall’esercito austro-ungarico, il 3 giugno 1915 venne occupato dai soldati italiani. Con l’offensiva del maggio 1916 il forte ritornò in mano austriaca e vi rimase fino alla conclusione del conflitto. 

Di recente la Provincia di Trento ha provveduto al suo restauro e questo ha reso nuovamente visibile la struttura.

Il forte sarà aperto dalle ore 10 alle ore 18 nell'ultimo weekend di aprile, sabato e domenica in maggio e ottobre, venerdì, sabato e domenica nei mesi di giugno e settembre, mentre luglio e agosto i giorni di apertura saranno giovedì venerdì, sabato e domenica. Aperture straordinarie il primo maggio e il 14,15,16 agosto. In occasione della riapertura, nelle giornate di sabato 29, domenica 30 aprile e lunedì 1 maggio sono previste delle visite guidate a partire dalle ore 14.00.

 

 

A.A.A. Italia regala il bunker antiatomico più grande d’Europa

Da eunews.it del 26 aprile 2017

Roma - Cedensi bunker. Potrebbe essere un normale annuncio economico se non fosse che si tratta: 1) di un bunker antiatomico; 2) che è il più grande d'Europa; 3) che si trova in Italia; 4) che viene ceduto gratuitamente.

Stiamo parlando del bunker che si trova in quel di Affi, in provincia di Verona. E' un bunker antiatomico realizzato negli anni della "guerra fredda" dalle forze della Nato: 13 mila metri quadrati su due piani oltre al piano interrato, 110 stanze, 3 ingressi e una galleria d'accesso.

Progettato per essere completamente autonomo in caso di attacco nucleare, con aria interna filtrata senza contatti con quella esterna, vasche per l'acqua potabile, filtri, cucina, può ospitare fino a 500 persone. E' il "West star" il bunker più grande d'Europa rimasto attivo fino al 2007, quando è stato ceduto dalla Nato al Ministero della Difesa.

Dal 2010 l'uso militare è stato abbandonato. E da quel momento - come puntualizza il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo a una interrogazione presentata alla Camera - "il cespite è stato inserito nell'elenco delle infrastrutture da dismettere". E "nel confermare il mancato interesse ai fini istituzionali della difesa" il rappresentante del governo fa sapere che il bunker "potrà essere allienato e valorizzato secondo le possibilità offerte dalla normativa vigente, ivi inclusa la cessione gratuita alle amministrazione locali interessate".

In pratica regalato. Attualmente il bunker è in consegna al 5° Reparto Infrastrutture di Padova quale struttura inattiva e l'unico a farsi avanti è stato proprio il Comune di Affi, salvo poi non dare seguito alla richiesta. di Silvio Boni

 

 

25 aprile: aprono i rifugi antiaerei di Torino

Da mole24.it del 25 aprile 2017

Nella giornata di oggi, ci sarà l’apertura dei rifugi antiaereo di Torino e di diverse altre località di provincia. Nel capoluogo piemontese i bunker antiaereo sono dislocati in diversi punti. Sarà possibile accedere al rifugio di Piazza del Risorgimento al costo di €4.

Vi è poi il rifugio antiaereo di Palazzo Civico che apre in modo straordinario proprio per la festa della Liberazione del 25 aprile 2017. Per accedere al bunker in questo caso non è necessario ne prenotare ne pagare un biglietto. Sarà sufficiente arrivare a Palazzo Civico ed entrare, orario 10-17.

Se si guarda invece fuori dalla città sotto la Mole possiamo focalizzarci sulla zona alle porte di Pinerolo. Nello specifico di Villar Perosa, Inverso Pinasca e Perosa Argentina. Le tre località piemontesi apriranno in vista del 25 aprile i bunker antiaereo che a suo tempo difesero la popolazione da inglesi, francesi e americani. di Damiano Grilli

 

Canzano: la frana spinge a valle la cinta muraria

Da teramo.cq24.it del 25 aprile 2017

Canzano sta franando. La notizia inizia a circolare sui social intorno alle 9. La cinta muraria costruita tra il XIV e XV secolo sta scivolando a valle. Nessun danno alle persone. Nessuna casa coinvolta.
La situazione nel Comune di Canzano è critica ormai da mesi: dopo gli eventi sismici e il maltempo di Gennaio, nel territorio sono subentrati i fenomeni franosi. Fenomeni che hanno interessato proprio le aree a ridosso del centro storico.

 

Tra fortificazioni militari e trincee, il Rifugio Solarie cerca un gestore

Da ilgazzettino.it del 25 aprile 2017

DRENCHIA (Udine) - Il rifugio escursionistico e l'area sportiva di Passo Solarie a Drenchia cercano un gestore. Il Comune, che è proprietario del complesso, ha pubblicato un bando di gara per l'affidamento, la custodia e la gestione del rifugio e dell'area sportiva; è stato indetto un pubblico incanto che si terrà il 3 maggio alle 14 nella sede del Municipio, nella frazione di Cras. Il testo del bando e gli allegati sono scaricabili dall'albo pretorio online del Comune di Drenchia all'indirizzo
http://albopretorio.regione.fvg.it/drenchia e http://www.comune.drenchia.ud.it/portale/cms/TempoLibero/News/news_0055.html. 

Nel cuore della storia 
Il rifugio Solarie si trova sul versante sud del monte Kolovrat, a quota di 956, vicino al Passo Solarie e all'ex valico di confine di seconda categoria che collega la val Cosizza con l'abitato sloveno di Volzana e quindi con la valle dell'Isonzo. La zona fu tragicamente interessata dalla Battaglia di Caporetto che portò alla ritirata delle truppe italiane fino alla linea del Piave.
Vicino al passo (nelle foto) è stato innalzato un cippo a ricordo di Riccardo Giusto, primo caduto italiano nel conflitto. Sono visibili trincee, gallerie scavate nella roccia, camminamenti e resti di fortificazioni militari in cemento. La zona poco distante del monte Poclabuz - Na Gradu Klabuk è diventata un museo transfrontaliero all'aperto. di Paola Treppo

 

 

Bunker contro le bombe, il segreto durato 73 anni

Da larena.it del 24 aprile 2017

Nell'anniversario della liberazione, Colognola scopre nel suo territorio un luogo che, ad eccezione dei proprietari, nessuno sapeva esistesse. Si tratta di un rifugio antiaereo, nelle vicinanze della frazione di San Vittore, di cui recentemente è stata fatta una ricognizione e del quale l'Arena può, per prima, fornire una testimonianza fotografica.

Questo grazie a Gaetano Carcerieri de Prati, 91 anni, papa del primo cittadino Claudio che, pur non essendo oggi il proprietario del luogo dove sorge, da giovane studente ha assistito alla costruzione del bunker, avvenuta per opera della sua famiglia. Il racconto che Gaetano fornisce è interessante anche perchè traccia un profilo della realtà del paese alle porte dell'Est veronese proprio durante la seconda guerra mondiale. Uno scenario inedito che Carcerieri de Prati è uno degli ultimi testimoni a poter fornire.

<Durante i primi anni del conflitto la situazione a Colognola era abbastanza tranquilla, la guerra si viveva attraverso la propaganda, ma soprattutto attraverso l'apprensione per i familiari al fronte. Nella mia famigli, i miei due fratelli maggiori erano partiti: il primogenito per la Russia, l'altro per la Grecia>, riferisce il signor Gaetano. <Dopo l'8 settembre del'43 le cose cominciarono a peggiorare sino a quando, ai primi del 1944 sono iniziati i bombardamenti degli alleati, mirati alla linea ferroviaria, con cadenza pressochè quotidiana.

In genere avvenivano tra le 9 e le 11 del mattino> ricorda con straordinaria lucidità, facendo riferimento a quella parte del territorio comunale, ai confini con la Bassa, attraversata dalla ferrovia. «Fu così che mio padre Giuseppe e mio zio Angelo decisero la costruzione di un rifugio antiaereo sul retro della nostra casa di via Colomba, che era la nostra abitazione principale». Lì, in caso di emergenza, la famiglia avrebbe potuto trovare riparo. «In poche settimane il rifugio venne costruito a circa cinque metri di profondità. Era ed è costituito sostanzialmente da due camere, di complessivi 18 metri quadrati, separate tra loro da una piccola porta in ferro, con due accessi, uno principale, sufficientemente comodo, e uno di emergenza, a mo’ di pozzo», spiega. SUL BISOGNO di edificare questo bunker sotterraneo, Carcereri de Prati non ha dubbi: «Il rifugio era divenuto necessario perché sovente le bombe, quando arrivavano a segno sulla linea ferrata, facevano volare pezzi di rotaia anche a molte centinaia di metri e costituivano, quindi, un pericolo più devastante delle bombe stesse». In effetti queste parti di rotaia fatte schizzare in aria dall’onda d’urto delle bombe, dovevano fungere da proiettili, capaci di mietere vittime tanto quanto un’arma vera e propria. Una realtà che fa rabbrividire se si pensa che, all’epoca come oggi, questa a cavallo della ferrovia era una zona abitata e di cui, finora, non erano mai state fornite descrizioni riguardanti le sue condizioni in tempo di guerra. «Col passare dei mesi la situazione divenne sempre più grave», fa presente Gaetano, «per cui si decise il trasferimento della famiglia nell’altra nostra casa di località Fornello, più arretrata rispetto le linee di comunicazione, vale a dire la strada statale e la ferrovia. Nella casa della Colomba», ricorda, «restarono solo mio papà e mio zio per cercare di tutelare i beni familiari e aziendali, cosa che si rese difficile soprattutto durante la ritirata tedesca. Le truppe in fuga requisirono tutto quello che poteva servire per il trasporto, dapprima le autovetture, quindi i cavalli e, infine, anche le biciclette». «Con l’arrivo degli americani cessarono le ostilità, ma restò l’attesa del ritorno dei miei due fratelli dai vari fronti. Mio fratello Nino, di stanza sul fronte russo, lo stiamo ancora aspettando», sussurra con commozione, per poi concludere: «Il rifugio, il cui ultimo utilizzo è ricordato con una data incisa nel muro, 30 marzo 1945, divenne quindi, per fortuna, inutile». La ricognizione fatta nelle ultime settimane, nonostante i segni del tempo, ha rilevato che quel rifugio costruito oltre settant’anni fa con il sudore della fronte e il desiderio disperato di salvare la vita a un’intera famiglia, è ancora pressoché integro: è franato uno dei due corridoi d’accesso, ma la struttura nel complesso ha retto al passare di quasi tre quarti di secolo. di Monica Rama

 

 

Il bunker di via delle Quinqueremi

Da lamiaostia.com del 24 aprile 2017

Gianluca Poscente ci fa conoscere uno degli ultimi bunker della seconda guerra mondiale, costruito quando Ostia fu dichiarata zona di operazione di guerra il 25 settembre 1943. I tedeschi si aspettavano lo sbarco alleato proprio qui a Ostia e prepararono la città per una risposta offensiva.

Vennero realizzati tantissimi bunker antibomba utilizzabili per sparare con le mitragliette.


Poscente propone l'idea di costruire qui una piazza alla memoria e alla pace nel ricordo di una guerra terribile.

 

 

 

 

 


 

Roma, A Villa Ada riapre il bunker di Mussolini

Da repubblica.it del 21 aprile 2017

Il bunker di Villa Ada sarà aperto eccezionalmente nelle giornate del 25 arile, 1 maggio, 21 maggio, 2 giugno, 18 giugno, 16 luglio dalle 14 alle 19 senza necessità di prenotazione. Il calendario completo delle aperture è consultabile sul sito www.bunkervillaada.it.
 
"Il restauro del bunker antiaereo della famiglia Savoia è avvenuto grazie alla passione di 48 volontari dell’associazione Roma Sotterranea, che hanno lavorato per cinque mesi per circa 3 mila ore - racconta la restauratrice Roberta Tessari - Il sito era nel più totale abbandono e vandalizzato.  La struttura, voluta da Mussolini proprio nel cuore di Villa Ada, è completamente mimetizzata tra gli alberi, protetta dall’alto, sulla sommità della collina, da lastroni di cemento armato, ed è accessibile, caso raro per un rifugio, anche con le autovetture". 

La realizzazione del bunker viene fissata intorno agli anni 1940-1941. La struttura disponeva di un citofono, che consentiva di comunicare con la villa, di una camera ad alta pressione dotata di un sistema di filtri per la depurazione e il ricambio dell’aria, di un avanzato impianto di depurazione delle acque nere, di un ricovero per gli automezzi. Il bunker era dotato di una via di fuga secondaria, attraverso una scala a chiocciola di quaranta gradini.

 

 

 

Brucia la polveriera di San Nicolò 

Da gazzettadimantova.it del 21 aprile 2017

MANTOVA. Rovente come un forno di pietra, con il fumo che esce denso dalle finestre. Brucia l’ex polveriera di San Nicolò e vincere l’incendio è impresa faticosa: i vigili del fuoco riescono a spegnere le fiamme, ma contro le braci che covano ci vuole solo pazienza. Entrare dentro il forno è impossibile, con una temperatura di 200 gradi, e buttare troppa acqua alimenterebbe le fiamme, perché la polveriera asburgica è piena di storia e di legna, casse di armi e munizioni. Quando inizia a bruciare sono passate da poco le 19, al momento di andare in stampa fuma ancora.

Sull’origine dolosa dell’incendio ci sono pochi dubbi, anche se i vigili del fuoco non si sbilanciano ancora, e nonostante l’area di San Nicolò sia chiusa sotto chiave. Di disperati in cerca di un giaciglio o di annoiati a caccia di una tana non se ne vedono più in giro, non dopo la lunga sequenza di visite e sopralluoghi. Non da quando la giunta Palazzi ha individuato nell’area il cuore del progetto Mantova Hub, per la riqualificazione della periferia est della città (finanziato dal Governo con 18 milioni di euro).

Progetto alla mano, l’ex polveriera dovrebbe diventare la Casa della memoria, a ricordo della storia stratificata in questo largo fazzoletto di terra. Cimitero ebraico, campo di concentramento, antica chiesa cristiana, complesso militare. «Sono dispiaciuto e meravigliato. È un motivo in più per riqualificare l’area» scandisce il sindaco Mattia Palazzi, arrivato insieme al comandante della polizia locale, Paolo Perantoni. Schierata, la polizia locale, insieme ai pompieri: all’ingresso dell’area, davanti alla cancellata, s’incontrano due agenti. Il sindaco è in tenuta da runner, l’hanno avvisato che stava proprio accelerando il passo in via Argine Maestro. È dispiaciuto e preoccupato, Palazzi, perché se l’origine dovesse essere davvero dolosa non si può escludere che dentro alla polveriera sia rimasto intrappolato qualcuno. Anche se l’ipotesi appare remota, più probabile che chi ha appiccato il fuoco (per distrazione o colpa) sia riuscito a scappare dal forno prima che l’incendio divampasse. Due i focolai individuati dai vigili.

Fuma l’ex polveriera in muratura, con la vegetazione che ha ormai conquistato il tetto. Per vincere definitivamente l’incendio occorre dargli il suo tempo, innaffiarlo ogni tanto e lasciare che si spenga.

 

 

Bunker e tunnel segreti a Villa Duchessa di Galliera a Voltri

Da ilsecoloxix.it del 21 aprile 2017

Genova - Una visita guidata alla scoperta dei tunnel “segreti” e dei bunker costruiti dalla Wermacht e dalle truppe tedesche, durante la Seconda Guerra Mondiale, all’interno del Parco di Villa Duchessa di Galliera, a Voltri. Domenica 23 aprile, alle ore 15, i volontari dell’Associazione Amici di Villa Duchessa accompagneranno i visitatori lungo un percorso che permette di scoprire le molte fortificazioni che costituivano il caposaldo in difesa della città di Genova sul lato di Ponente.

Trincee, cunicoli, tunnel sotterranei e bunker a prova di bomba che costituivano la linea difensiva delle truppe germaniche poste a guardia del capoluogo ligure. Alcuni figuranti con uniformi tedesche e vestiti da partigiani aiuteranno a ricostruire alcuni passaggi storici di un periodo che ha segnato in modo indelebile la zona e proprio a pochi giorni dalla ricorrenza della Liberazione, il 25 aprile del 1945.

Il percorso prevede passaggi non proprio comodi e gli organizzatori consigliano un abbigliamento adatto e l’uso di scarpe da trekking ma per i meno avventurosi è pronta anche la visita alla collezione di azalee e camelie che in questa stagione sono al massimo della loro fioritura.

L’escursione guidata permetterà di scoprire anche gli angoli più suggestivi e belli dell’enorme parco di Villa Duchessa di Galliera, costruita nel Seicento ed ampliata in epoche successive. Si potrà visitare lo splendido e scenografico “Giardino all’Italiana”, il Belvedere e le cascate recentemente riattivate proprio grazie al lavoro dei volontari che hanno una convenzione con il Comune di Genova per la manutenzione e la gestione del Parco.

Orario visita: domenica 23 aprile, ore 15,45 – ritrovo presso il cancello della Villa Duchessa Biglietto: 8 euro – riduzioni per nuclei familiari

In formazioni parco villa Duchessa di Galliera:

Facebook - www.parcovilladuchessadigalliera.it

 

 

Castelli e fortificazioni – Valorizzazione turistica nel Messinese

Da lavalledeitempli.net del 20 aprile 2017

Castelli e fortificazioni, i Lions presentano un protocollo d’intesa per il recupero e la valorizzazione turistica nel messinese

Conoscenza, recupero e valorizzazione culturale e turistica dei castelli e delle fortificazioni della provincia di Messina”: questo il titolo del convegno organizzato dal Distretto Lions 108 Yb Sicilia che si terrà domani, venerdì 21 aprile a partire dalle 16:00 presso il Salone degli Specchi di Palazzo dei Leoni, sede della Città Metropolitana di Messina, in corso Camillo Benso Conte di Cavour 86.

L’iniziativa si inserisce all’interno delle manifestazioni del Distretto  Lions per la celebrazione dei cento anni dell’Associazione.

Il progetto “Adotta un castello” nell’ambito del Service distrettuale “Tutela del paesaggio, del patrimonio culturale e dell’identità territoriale”, prende spunto da una proposta avanzata dal Lions club Santa Teresa Riva nel settembre 2016 contestualmente all’inaugurazione dell’anno sociale: la creazione di un circuito culturale e turistico dei castelli e delle fortificazioni della riviera jonica messinese, a cura dell’architetto Andrea Donsì, promoter start project, la cui ipotesi originaria era la realizzazione di un progetto pilota da estendere, in fasi successive, al territorio provinciale e regionale.

A seguito della proposta è stata strutturata una rete di coinvolgimento che annovera tra i propri attori soggetti istituzionali quali l’Università degli Studi di Messina, la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, l’Ufficio Scolastico Provinciale, l’Ordine degli Architetti e quello degli Ingegneri e associativi: oltre ai Lions, infatti, vi partecipano tra gli altri il Fondo Ambiente Italiano, l’Istituto Nazionale dei Castelli, la Fondazione Federico II e il Centro Servizi per il Volontariato.

Sono stati questi soggetti che hanno reso possibile la stesura di un protocollo d’intesa che sarà illustrato e ratificato durante il convegno, alla presenza del governatore del Distretto Lions YB Sicilia Vincenzo Spata, al quale è affidata la conclusione dei lavori.

Un momento estremamente significativo, che vede concretizzarsi la sinergia tra realtà associative, culturali e volontaristiche del territorio ed istituzioni pubbliche: al protocollo, infatti, hanno già aderito ventitré Comuni della provincia di Messina, come spiegano Donsì e l’architetto Giovanna Mirabella , delegato del governatore per il Service distrettuale , che ha coordinato, nel corso dei mesi, le varie attività che hanno condotto al protocollo, i cui obiettivi sono legati all’avvio di proposte progettuali mirate alla conoscenza, alla creazione di brand tematici, app e strumenti di diffusione culturale e turistica delle strutture fortificate esistenti, nonché al recupero e alla valorizzazione funzionale delle strutture stesse e dei contesti territoriali.

Il convegno si aprirà con i saluti istituzionali e con gli interventi di Mirabella, Donsì e di Luigi Licata, coordinatore distrettuale del Centenario 2014-2017 e proseguirà con gli interventi dello storico medievista Ferdinando Maurici , direttore del Museo Regionale di Terrasini, in provincia di Palermo, dello storico ed esperto di archeologia, tradizioni popolari e storia del territorio messinese Franz Riccobono e del docente universitario Michele Limosani, ordinario di Politica economica e prorettore dell’Università degli Studi di Messina.

Tra gli esponenti del mondo politico, è prevista la partecipazione del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Federico II Giovanni Ardizzone,  dell’assessore ai Beni Culturali e all’ Identità siciliana  Carlo Vermiglio e dell’assessore al Turismo Sport e Spettacolo della Regione Sicilia Anthony Barbagallo.

Ampia partecipazione, inoltre, delle istituzioni e delle associazioni che hanno strutturato l’accordo, con la presenza di Giulia Miloro presidente regionale del FAI, del presidente dell’Ordine degli Architetti , Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori della provincia di Messina Giovanni Lazzari ,del presidente dell’ Ordine provinciale degli Ingegneri Santi Trovato, del rettore dell’Università degli Studi di Messina Pietro Navarra, del sindaco di Messina Renato Accorinti,  del commissario straordinario della Città metropolitana di Messina Filippo Romano e del soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali Orazio Micali.

Per i tecnici che parteciperanno all’incontro, inoltre, è previsto il rilascio di quattro crediti formativi, previa iscrizione sul portale Imateria.

 

 

Il bunker antiatomico dove rifugiarsi se scoppia la Terza Guerra Mondiale

Da blastingnews.it del 18 aprile 2017

Da quando le tensioni tra Usa e Corea del Nord sono cresciute a dismisura, ogni rispettabile uomo di questo mondo ha inserito sulla sua shopping list un rifugio antiatomico dove vivere in pace e serenità anche se fuori succede l’inferno.

Uno dei primi imprenditori a fiutare l’affare dei bunker è stato l’americano Larry Hall, fondatore dell’azienda Survival Condo e promotore dei cosiddetti Survival Condominium, condomini con rifugi di lusso dotati di ogni confort. Ogni singolo appartamento è in vendita alla modica cifra di 3 milioni di dollari.

Gli abitanti di questi condomini possono vivere fino a cinque anni di fila sottoterra e aspettare comodamente che passi la bufera/pandemia/rivoluzione del caso. Nel frattempo possono guardare la tv satellitare da 100mila dollari e allenarsi al poligono di tiro di cui sono dotati tutti i Survival Condominium.

Il bunker che resiste a 20 Kilotoni

A Savannah, in Georgia, ha sede il rifugio antiatomico più lussuoso e costoso della storia. È stato venduto per la cifra record di 17,5 milioni di dollari ma può sopportare un’esplosione #nucleare fino a 20 kilotoni di potenza. Costruito nel 1969, è stato completamente rinnovato nel 2012 dalla società Bastion Holdings, che ha seguito le direttive governative in materia di sicurezza antiatomica senza, però, rinunciare al lusso più sfrenato. Immaginate una suite di un hotel a 5 stelle, grande 600 metri quadrati, su due livelli, ognuno dei quali contiene una cucina, una sala da pranzo, un salotto, due stanze da letto e due bagni. Aggiungeteci l’acqua calda, i pannelli solari e un sistema anti umidità - cose non scontate a 60 metri sotto terra, e vi ritroverete in una impenetrabile fortezza di lusso da cui godersi, seduti comodamente sul divano, attacchi terroristici e guerre che sconvolgeranno il globo.

È un mondo difficile

Viviamo in un contesto particolarmente pericoloso, da un momento all’altro ci può essere un attentato terroristico o addirittura lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Ogni famiglia, azienda o governo dovrebbe dotarsi di un bunker antiatomico, almeno questo è il pensiero di Chris Salamone, proprietario di Bastion Holdings. C’è solo un piccolo particolare: qualità, comfort e sicurezza si pagano a peso d’oro. E ancora una volta potrà mettersi in salvo solo chi avrà le risorse economiche adeguate per farlo. Tutti gli altri possono, e devono, sperare che i potenti del mondo risolvano i conflitti in modo pacifico e diplomatico. #guerra #terzaguerramondiale

 

 

L’Isola fortificata

Da laspezia.cronaca4.it del 15 aprile 2017

PORTO VENERE – Un Lunedì dell’Angelo diverso per chi ama la storia e le escursioni, con la possibilità di accedere, in Palmaria, a luoghi fuori dai normali percorsi di visita e di fare comunque una bella passeggiata nella natura, visitando tre fortificazioni ottocentesche, compresa una interamente in galleria. Un viaggio emozionante tra storia, natura e segreti, immersi in uno scenario tra i più belli della costa ligure.

Si tratta del primo grande appuntamento della campagna di valorizzazione dell’isola e delle sue fortificazioni organizzato dall’associazione Dalla Parte dei Forti.

L’isola Palmaria, oltre che scenario naturale di pregiato valore, è una delle località maggiormente fortificate della Liguria, in quanto avamposto difensivo del golfo spezzino. Le passeggiate sono l’occasione per vedere e conoscere questa “ingombrante”, e nello stesso tempo interessante, testimonianza e comprendere meglio il nostro territorio.

L’appuntamento sarà alle ore 10.15 direttamente sull’isola, in località Terrizzo, dove sbarcano i battelli. La passeggiata toccherà la Torre Umberto I° (con visita all’interno) e le batterie Albini e Cala Fornace, per un totale di circa 3 ore a passo rilassato.

La quota di partecipazione è di 10 euro. Si consiglia un abbigliamento comodo e delle scarpe da trekking. In caso di maltempo l’escursione sarà replicata domenica 23 aprile 2017

 

 

Al Forte di Bard il nuovo Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere

Da valledaostaglocal.it del 14 aprile 2017

Il Forte di Bard apre su una superficie di oltre duemila metri quadrati un nuovo affascinante percorso storico. A partire dal 30 aprile un nuovo corpo museale verrà consegnato al pubblico: il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere. Collocato nell'Opera Ferdinando, situata al primo livello della rocca fortificata,

il museo propone un coinvolgente viaggio attraverso l’evoluzione delle tecniche difensive, dei sistemi di assedio e del concetto di frontiera. Il museo si sviluppa in tre sezioni: il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)” e “Le Alpi, una frontiera?”.

La prima parte, il “Museo del Forte e delle Fortificazioni”, allestita nell’Opera Ferdinando Superiore presenta una serie di ambientazioni storiche corredate da plastici, filmati e armi autentiche, con un iter narrativo che mette in luce l’evoluzione delle fortezze delle Alpi Occidentali attraverso il progredire delle armi e delle strategie militari, dei materiali e delle tecniche costruttive, a partire dall’epoca romana per giungere sino alle nuove soluzioni architettoniche e balistiche del Novecento.

La seconda parte del museo, “Le Alpi Fortificate (1871-1946)”, si sviluppa nelle sale dell'Opera Ferdinando Inferiore, ed è dedicata alle trasformazioni intervenute tra la fine del XIX e il XX secolo, inserisce il Forte di Bard all’interno del sistema delle fortezze ottocentesche, riproponendo modelli in scala e ricostruzioni scenografiche, volti a evidenziare non solo i caratteri considerati maggiormente rappresentativi delle fortificazioni nell’arco alpino, ma cercando anche di rendere protagoniste le Alpi stesse, teatro di un’evoluzione tecnologica che le ha portate a divenire “la frontiera d’Italia”. Il tema della montagna militarizzata è toccato nelle sezioni dedicate alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza, sempre puntando sull'impatto evocativo affidato a un approccio multimediale.

La terza e ultima parte pone un interrogativo - “Le Alpi, una frontiera?” - con l’obiettivo di mettere il visitatore nella condizione di riflettere sul percorso compiuto e sul significato da dare al termine frontiera: confine o barriera? Ostacolo o tratto d’unione? Si delinea così un percorso espositivo che trasmette una visione complessa e strutturata non solo del Forte di Bard, ma anche del contesto storico, sociale, culturale e geopolitico all'interno del quale esso è inserito nelle diverse epoche storiche: un viaggio nel passato che si conclude con una riflessione estremamente attuale sul presente.

Il visitatore è così protagonista di un dialogo con il luogo in cui si trova, alla ricerca di un’identità, quella delle Alpi, in continua evoluzione, che diviene crocevia delle grandi vicende del passato e di quella storia degli uomini fatta di semplici memorie e azioni. Ad integrazione di questa tematica le sale espositive dell’Opera Ferdinando ospiteranno dal 30 aprile al 26 novembre 2017 la prima mondiale dell’esposizione Paolo Pellegrin. Frontiers che documenta, attraverso gli intensi scatti del celebre reporter di Magnum Photos, il dramma dei viaggi della speranza delle migliaia di migranti.

 

 

 

Alessandria e l’opportunità del Progetto Cittadella

Da architetti.com del 13 aprile 2017

La Cittadella di Alessandria, uno dei più grandiosi sistemi fortificati europei del XVIII secolo, è al centro di un grande progetto di recupero urbano e di restauro architettonico ed ambientale. Per questo progetto, il MiBACT rende disponibili 25 milioni di euro dal Fondo Sviluppo e Coesione per il ciclo di programmazione 2014-2020, mentre la Regione Piemonte si impegna a mettere in cofinanziamento 9 milioni di euro sulla base del Por Fesr 2014-2020. Il Sindaco di Alessandria, Rita Rossi, in questo mese aprirà il confronto su come utilizzare questi 34 milioni di euro, una cifra che rappresenta un’importante sfida per la città, per il suo patrimonio culturale e soprattutto per la creazione di nuove opportunità di lavoro nel territorio. Quello che serve ora sono strategie progettuali e gestionali di qualità. Un team del Politecnico di Torino, del DAD (Dipartimento di Architettura e Design) e del DISEG (Dipartimento di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica) sta lavorando proprio per definire un quadro conoscitivo, e non solo, che sarà fondamentale per ogni azione di recupero e valorizzazione.

Chiedo ad Anna Marotta e ad Elena Marchis, del Team di ricerca del Politecnico di Torino, quale è l’obiettivo del Progetto Cittadella?
“L’obiettivo è quello di costruire una piattaforma multirelazionale e cognitiva volta a comprendere, raccogliere e correlare dati ottenuti da analisi e monitoraggi. I diversi utenti potranno svolgere un ruolo attivo e passivo potendo inserire e consultare i diversi dati. La natura dei dati partirà da fonti storiche a rilievi metrici, da monitoraggi ambientali e sismici fino alla creazione di un modello H-BIM.

Questo favorirà le operazioni di rifunzionalizzazione per gli apparati progettuali e nel contempo permetterà ai fruitori del sito della Cittadella di Alessandria di essere informati delle fasi di cantiere, conoscere la storia del luogo e di essere parte attiva comunicando criticità, valutazioni, osservazioni. Le operazioni di implementazione dei dati e consultazione degli stessi avverrà mediante un’app su mobile che riverserà e consulterà i dati dalla piattaforma favorendo l’accesso anche ad un pubblico con disabilità visive e/o motorie, aprendo così la Cittadella al un pubblico sempre più vasto”.

Come si articolerà in progetto?
“Fondamentalmente in due fasi. La prima Dalla Storia alla Tradizione, riguarderà i sistemi fortificati europei: reti, fonti, matrici, protagonisti, esempi. La seconda Nel presente e nel futuro, definirà il campo d’azione, il territorio del digitale e della virtualità per la divulgazione della conoscenza complessa delle fortificazioni come bene culturale: un database interattivo per utenti esperti e utenti/fruitori non esperti. Interazioni di dati e monitoraggi ambientali, strutturali saranno alla base di una conoscenza integrata a tutto tondo per comprendere, conoscere e recuperare la Cittadella di Alessandria, progetto pilota”.

Come si colloca un progetto così complesso dal punto vista metodologico?
“Antiche e nuove complessità nei modi della ricerca vengono esplicitate con il Progetto Logico di Rilievo: ad esempio una procedura complessa e integrata viene affiancata dai monitoraggi ambientali e statici con prove di emissione acustica. Nell’attuale società della conoscenza, e nel rispetto del diritto alla cultura accessibile, il gruppo di ricerca del Politecnico di Torino parteciperà al dibattito internazionale sulla fruizione e la comunicazione diffusa del Cultural Heritage. Il progetto si fonda sul concetto di architetture fortificate e territorio per la difesa, quale patrimonio culturale nonché bene materiale e immateriale che, dismesse le funzioni della guerra, può essere riconvertito a nuove destinazioni”.

Come procederete nello sviluppo del progetto?
“Un sito-campione individuato nella rete verrà assunto quale habitat narrativo, per trasformare gli ambienti museali in ecosistemi della conoscenza usando dispositivi multimediali. Nella filosofia dell’edutaintment e del learning by doing, i casi-studio potranno applicare la realtà aumentata all’interno dell’esperienza museale indoor (ricostruzioni virtuali, modelli 3D, videomapping, allestimenti multimediali) ed outdoor (app mobile) verso un percorso informativo sulla rete delle fortificazioni fino all’esperienza cognitiva dell’utenza per una fruizione consapevole del Bene Culturale. L’utente oltre ad interrogare il sistema informativo potrà implementare con domande, immagini o informazioni ad incentivare questa collaborazione-fruizione partecipata. Contemporaneamente sarà svolta una campagna di indagine diagnostica volta alla definizione dello stato di conservazione dei materiali e delle strutture e all’identificazione delle cause dei fenomeni di degrado riscontrati in vista della scelta e della realizzazione di interventi conservativi. Tutto ciò favorirà lo sviluppo di una maggiore coscienza del bene nell’utenza stessa da intendersi, quest’ultimo obiettivo, quale ulteriore forma di accrescimento ed avanzamento culturale perseguita dalla proposta progettuale nel suo complesso. Interazioni di dati e monitoraggi ambientali, strutturali saranno alla base di una conoscenza integrata a tutto tondo per comprendere, conoscere e recuperare la Cittadella di Alessandria, progetto pilota”.
Ho incontrato Anna Marotta e Elena Marchis durante il XXIV Salone del Restauro – Musei di Ferrara, alla fine del convegno Tra reale e virtuale. Indagine e conoscenza del patrimonio culturale nel Virtual Museum 2.0, organizzato dalla UID (Unione Italiana Disegno) e dal Centro DIAPReM/TekneHub dell’Università di Ferrara, che ha visto Maggioli Musei nel ruolo di media partner.

Crediti di Ricerca del Progetto Cittadella

Il team è composto da un gruppo interdisciplinare di studiosi di DAD – Dipartimento di Architettura e Design e DISEG – Dipartimento di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica (Politecnico di Torino), diviso in quattro aree di ricerca:

  1. analisi delle fonti storiche, periodizzazione, tematizzazione ecc.: Dameri, Marotta

  2. rilievo e rappresentazione del costruito, GIS, H-BIM e modellazione digitale: Marchis (PI), Donato, Vitali

  3. la gestione dei dati, narrazione visiva: Pavignano, Marotta

  4. l’analisi strutturale, di monitoraggio, emissioni acustiche: Carpinteri, Manuello Bertetto

– Elena Marchis (Principal Investigator) Dottore di ricerca in “Beni Culturali”, Ricercatore presso il DAD. Specialista nel campo del rilievo architettonico, del patrimonio edilizio, della rappresentazione e dei sistemi informativi;
– Alberto Carpinteri è Professore Ordinario di Scienza delle costruzioni presso il DISEG. Egli è esperto nel campo della meccanica della frattura. Tra le sue ricerche non ci sono argomenti come: Emissione acustica (AE) di monitoraggio per le strutture civili e storici, l’interpretazione e soluzione di propagazione di cricche fragili;
– Annalisa Dameri è Professore Associato in Storia presso il DAD. I suoi interessi di ricerca si concentrano principalmente sulla storia della città in età moderna e contemporanea, con particolare riferimento ai beni culturali in Piemonte del XVIII – XIX secolo;
– Vincenzo Donato, Dottore di ricerca in “Processi, materiali e delle costruzioni in Ingegneria Civile e Ambientale e per la protezione della storico-monumentale”, è Ricercatore presso il DISEG. E’ specialista in tecnologie BIM e la rappresentazione digitale 3D e modellazione;
– Amedeo Manuello Bertetto è ricercatore di Scienza delle Costruzioni presso il DISEG. Tra le sue ricerche vi sono argomenti quali: il monitoraggio delle emissioni acustiche in civile e strutture storiche, emissioni di energia da fenomeni di frattura;

– Anna Marotta, Professore Ordinario e Dottore di ricerca presso il DAD. Per anni i suoi interessi dedicati alle fortificazioni, l’indagine, la lettura critica, la comunicazione in architettura, città e del paesaggio, il colore, indirizzata secondo il metodo di “teorie comparate” caratterizzanti l’approccio al “progetto Logico del Rilievo” come database relazionale per memorizzare gli esiti del rilievo;
– Marco Vitali, Dottore di ricerca in “Disegno e rilievo per la tutela del parco immobiliare e patrimonio territoriale”, è Ricercatore presso il DAD. Conduce ricerche nelle aree di rilievo architettonico, urbano e ambientale, la geometria descrittiva e rappresentazione digitale;
– Martino Pavignano è dottorando in “Beni Culturali” presso il Politecnico di Torino. - Partner Italiano: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio – Direttore: Arch. Luisa Papotti - Partner Accademico estero: Rouen University – GRHis – Michèle.

 

Il museo dei Castelli di Casalbore apre anche a Pasquetta
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Il museo dei Castelli di Casalbore apre anche a Pasquetta
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Il museo dei Castelli di Casalbore apre anche a Pasquetta
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Il museo dei Castelli di Casalbore apre anche a Pasquetta
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Il museo dei Castelli di Casalbore apre anche a Pasquetta
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Torna a splendere il Forte Falcone

Da quinewselba.it del 12 aprile 2017

PORTOFERRAIO — Il Forte Falcone si presenta in ottima forma ai nastri di partenza della stagione turistica. Il complesso fortilizio che domina Portoferraio è stato infatti ripulito nelle sue numerose terrazze e l'inaugurazione del bastione San Carlo è l'occasione per presentare le migliorie realizzate da amministrazione comunale e Cosimo de'Medici.

Alla presenza del vice sindaco Roberto Marini, accompagnato dagli assessori Del Mastro, Nurra e Berti oltre ai vertici della partecipata comunale, sono state svelate le stanze del bastione San Carlo nelle quali sono state disposte teche contenenti cimeli della seconda guerra mondiale mentre sono state evidenziate le postazioni telefoniche usate dai militari per organizzare le difese dell'isola.

Realizzato grazie al finanziamento di 33mila euro del bando Città Murate, il bastione collegherà il percorso che continua verso la zona del Lazzereto fino al Cammino degli Spagnoli e Via Ninci. L'idea è quella di terminare la bonifica di Santa Fine per chiudere il cerchio ed aprire un terzo accesso alle Fortezze.

Il lavoro della Cosimo de'Medici si è concentrato nel liberare le antiche mura dalle piante infestanti e dai rifiuti che caratterizzavano alcune porzioni del complesso che, oggi, si presenta libero e pulito come merita. "E' stato un lavoro di squadra di tutta la giunta comunale - ha commentato Marini - è il punto di partenza di un sistema che finora è rimasto poco visibile, è un regalo che vogliamo fare ai turisti che verranno nella nostra città ma soprattutto ai portoferraiesi che devono tornare ad innamorarsi di questa ricchezza". Per questo Marini lancia un appello: "Per il ponte del 1° maggio invito tutti i cittadini, che ricordo entrano gratis, a trascorrere il pomeriggio con un picnic alle Fortezze, per l'occasione vogliamo realizzare anche delle visite guidate". Il commento conclusivo è del presidente della Cosimo de'Medici, Vittorio Campidoglio: "L'intervento di pulizia e di recupero ci ha impegnato molto ma il nostro personale si è impegnato molto perchè tutto fosse pronto per Pasqua, a loro va un grande ringraziamento. Dal 2011 al 2014 molti fondi sono stati spesi su questo Forte ma non è stato mai aperto al pubblico, noi abbiamo valorizzato anche l'investimento precedente portando lavoro non solo d'estate". di Luca Lunedi

 

Lavori per la rotatoria, spunta un bunker di guerra

Da lanazione.it del 12 aprile 2017

 

Vezzano (La Spezia), 13 aprile 2017 – Bunker della seconda guerra mondiale blocca i lavori di costruzione della rotatoria di Piano di Valeriano. Demolita la casa cantoniera che era stata costruita negli anni Cinquanta, per l’edificazione ex novo della rotonda di Piano di Valeriano, tutto stava procedendo secondo i piani. Dopo la prima fase di pulizia dell’area e dopo la demolizione della casa ormai inutilizzata da più di trent’anni, arriva un’ ultima quanto inattesa sorpresa. E’ spuntato, infatti, un bunker sotto la palazzina. Nessuno ne era a conoscenza e, ovviamente, non era presente in mappe né segnalato in documenti che potessero far sospettare della sua esistenza. Il ‘bunker del mistero’ invece stava lì da oltre settant’anni, nei sotterranei della casa cantoniera, celato sotto il pavimento e senza alcuna comunicazione con la palazzina che lo sovrastava.

 

Per la ditta impegnata nello svolgimento dei lavori, per l’assessore ai lavori pubblici e per l’ufficio tecnico del Comune di Vezzano è stato un evento imprevedibile: «Della fortificazione militare nessuna traccia – conferma l’assessore Massimo Bertoni – , non si vedono neanche i cupolotti di uscita che probabilmente furono demoliti già nel tempo in cui venne costruita la palazzina». Il luogo è di pertinenza della Provincia, anche se il Comune si è preso carico dei lavori dell’infrastruttura e delle sue adiacenze. «Il bunker si trova proprio al centro della rotatoria – spiega Bertoni – e si allarga anche sotto un tratto di strada. Abbiamo subito avvisato la Sovrintendenza a Genova che ha già fatto un sopralluogo senza riscontrare nessuna valenza storica della stanza». Per motivi di sicurezza, adesso, si dovrà procedere ad un passaggio obbligatorio per scongiurare la presenza di materiale esplosivo attraverso l’utilizzo dei metal detector. I lavori non si sono però fermati: i cantieri procedono nello spazio perimetrale e, non appena sarà appurata l’assenza di materiale esplosivo, la ditta andrà avanti con la costruzione della rotonda. di Cristina Guala

 

 

Riapre il Forte di Cadine. Faceva parte del primo gruppo di fortificazioni austriache a difesa delle vie di collegamento a Trento

Da ildolomiti.it del 11 aprile 2017

TRENTO. Riapre il Forte di Cadine , progettato da Gustav Hermann, maggiore del genio militare di Trento, e parte del primo gruppo di fortificazioni permanenti austriache a difesa delle vie di collegamento al capoluogo. Assieme al Doss di Sponde componeva lo sbarramento del solco di Cadine.Il Forte è costruzione in conci di pietra calcarea di colore rosa, a forma di ponte, appoggiata alla roccia della forra del torrente Vela e dotata di casematte per artiglieria, gallerie per le fuciliere e postazioni in barbetta. 

All'interno della struttura è presente un allestimento multimediale in grado di illustrare la storia di questa specifica opera militare ma anche le diverse fasi di quell'imponente fortificazione che tra la seconda metà dell'Ottocento e la Grande Guerra interessò – e tutt'ora segna fisicamente – il territorio trentino. Nel 1915, venne disarmato e le artiglierie furono posizionate nelle vicinanze. Dal 1918 al 1949 servì da controllo stradale e da polveriera dell'Esercito italiano, fu anche occupato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. La struttura è facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici (autobus n.1 direzione Sopramonte, fermata "SP85 bivio Sopramonte").  

Dal 15 aprile al 4 giugno è aperto il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 18.00. Aperture straordinarie saranno il 17, 24 e 25 aprile; 1 maggio e 2 giugno. Dal 10 giugno al 17 settembre sarà aperto da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00; chiuso il lunedì.

 

 

Palmanova, bastioni puliti grazie ai forestali

Da ilmagazine.it del 7 aprile 2017

Il sindaco di Palmanova Francesco Martines e l'assessore alle risorse agricole e forestali della Regione FVG Cristiano Sharli hanno firmato la convenzione per il rinnovo per altri cinque anni, fino al 2022, riguardo alle modalità di pulizia dei bastioni della città stellata. Nello specifico gli uomini del corpo forestale continueranno nella loro opera di manutenzione e riqualificazione ambientale attraverso lo sfalcio, taglio delle alberature infestanti e limitate opere di consolidamento della parte muraria della cinta bastionata della città di Palmanova.

“La città – commenta Martines – ha avviato l’iter per la candidatura nella lista UNESCO, attraverso un percorso la cui condizione essenziale è rappresentata dalla valorizzazione, riqualificazione ambientale e conservazione della cinta muraria. Oltre alle importanti azioni realizzate assieme ai volontari della Protezione Civile Regionale, serve una manutenzione costante anno dopo anno per evitare di ritornare alla situazione del passato. Ringrazio quindi la Regione per l’impegno e le risorse investite nella manutenzione della cinta bastionata (area di 1.500.000 mq). Questo lavoro ci permette di valorizzare i bastioni e farli diventare sempre di più volano per la crescita, anche economica, della città”.

L’accordo prevede che il servizio sia attivo dal mese di dicembre dell’anno precedente, al mese di marzo dell’anno successivo e, con le finalità di agevolare e consolidare l’attività programmata per il periodo invernale, nell’arco temporale variabile dal mese di agosto al mese di settembre, compatibilmente con gli impegni istituzionali in area montana.

“La cinta fortificata, a seguito degli interventi realizzati negli anni scorsi, richiede un’attività continua di manutenzione per garantirne la salvaguardia e la fruizione a fini turistici e ricreativi. I bastioni ripuliti sono la migliore cartolina possibile per la città di Palmanova” aggiunge Luca Piani, assessore comunale con delega proprio ai bastioni. (ph. Ufficio stampa Comune di Palmanova)

 

 

Nelle fortezze fantasma della Seconda Guerra Mondiale abbandonata nel Mare del Nord

Da lastampa.it del 6 aprile 2017

Fortini sul mare abbandonati da oltre sessant'anni. In Gran Bretagna, sull'estuario dei fiumi Tamigi e Mersey, si ergono dall'acqua sette spaventose fortezze marittime, le Maunsell: piccole piattaforme costruite durante la Seconda Guerra Mondiale come torri di difesa, circondate da mine navali. Un quartier generale con trincea «acquatica» nel Mare del Nord che prende il nome dal suo ideatore, l'ingegnere Guy Maunsell, ancora oggi «off limits». I lavori di realizzazione furono completati nel 1942 per proteggere la Gran Bretagna dalle incursioni tedesche.  Ai tempi, i fortini erano ben più di sette: alcuni erano stati costruiti vicini alle spiagge ma sono stati smantellati a causa dell'instabilità del fondale. Ma la maggior parte del quartiere militare è andata distrutta durante i combattimenti: le vedette Maunsell sono infatti state il bersaglio di 22 aerei tedeschi, 30 razzi e una motosilurante. Uno dei forti sopravvissuti è stato speronato da una nave norvegese nel 1953: l'impatto uccise quattro persone e distrusse la struttura, nonché le tecnologie custodite al suo interno, compresi armi e radar. Un altro fortino è stato invece distrutto da una tempesta nel 1996. Insomma, un borgo desolato e decadente, annoverabile nell'elenco dei luoghi abbandonati più suggestivi e spettrali al mondo. Ma le cose potrebbero cambiare. Questo angolo della desolazione potrebbe essere trasformato in un resort di lusso. Il destino delle fortezze fantasma dipende dall'Operation Redsand Forts, il progetto di recupero e conversione voluto da David Marriot Cooper. Il costo della riconversione delle fortezze Maunsell si aggira intorno ai 35-40 milioni di dollari, con un ritorno annuo di circa 15 milioni. La progettazione è stata affidata allo studio Aros Architects, che ha previsto la realizzazione di appartamenti di lusso, un centro benessere e un centro ricreativo con servizi da milioni di sterline a notte, raggiungibili solo in elicottero o in catamarano, proprio come su un'isola privata extra lusso.

 

 

Storie della Berlino sotterranea: il bunker di Hitler

Da ilmitte.it del 6 aprile 2017

Tutti i grandi personaggi della storia lasciano in eredità misteri e miti dopo la loro morte. Adolf Hitler non fa eccezione, anzi, sono moltissime le leggende o le teorie semi-serie legate alla sua morte e grande è la curiosità sui dettagli della sua vita che non sono stati scoperti o messi sufficientemente in rilievo dalla storia.
Molte sono le domande che le persone si fanno. Che fine ha fatto Hitler? È fuggito da Berlino dopo la guerra? Dov’è il suo bunker? Si può visitare? Le risposte a queste domande deluderanno coloro che hanno un’immaginazione piú fervida o amano fantasticare sull’argomento, perché la realtá è che di misterioso, in questa faccenda, c’è assai poco.

Numerosi sono i turisti che, ignari, si recano nell’area della ex Neue Kanzlei (tra la Porta di Brandenburgo e Leipziger Platz), alla ricerca del bunker in cui il famigerato cancelliere tedesco passò gli ultimi giorni della sua vita, magari sbirciando nei tombini per cercare di trovare un’entrata segreta. Ma non c’è proprio niente da trovare: il bunker di Hitler è stato, infatti, distrutto a più riprese, tra il ’45 e il ’59.
Dopo la fine della battaglia di Berlino il complesso sotterraneo di 250 metri quadri era infatti diventato un’attrazione turistica per soldati e politici, incluso Chruchill, che in quella cornice si fece persino fotografare .
Gli alleati e i russi si resero presto conto che mantenerlo aperto al pubblico sarebbe stata una decisione poco saggia: il pericolo che potesse diventare un luogo di culto per i neo_nazisti era alto.
Iniziò allora il processo di demolizione, che incluse più tappe. Fatto detonare piú volte, il bunker è stato definitivamente distrutto negli anni ’80 e riempito di detriti, anche se ulteriori parti del complesso sono state scoperte anche negli anni novanta. Accedervi è quindi impossibile.
L’area è stata trasformata in un anonimo parcheggio, probabilmente il parcheggio più fotografato al mondo, e niente segnala la presenza di quel sotterraneo pezzo di storia. Niente, a parte un pannello informativo voluto dall’associazione Berliner Unterwelten, allo scopo di sfatare i miti e impedire la circolazione di leggende.

E Hitler? È morto in quel bunker? Testimoni hanno giurato di averlo visto in Argentina e in alcuni documentari su youtube si parla dell’esitenza di un tunnel segreto che avrebbe collegato il bunker all’aeroporto di Tempelhof e che avrebbe quindi permesso a Hitler di scappare e sfuggire alla morte.
Per quanto tali documentari sembrino realistici, queste teorie sono alquanto improbabili.
In primo luogo suona strano che i nazisti abbiano scavato un tunnel così lungo, quando avrebbero potuto utilizzare la molto più vicina Straße des 17. Juni come pista di decollo per eventuali fughe.
E, congetture a parte, negli anni ’60 sono stati trovati documenti della Stasi in cui si parlava del ritrovamento del corpo di Hitler da parte dei russi. In realtà, dopo essersi suicidato, il dittatore si fece cremare e il suo cadavere fu identificato dal suo dentista, che ne riconobbe la forma peculiare della mascella.
Per quanto il dentista avesse potuto mentire, questa versione dei fatti sembra, in ultima istanza, molto più plausibile della testimonianza di una cameriera in Argentina o di altre fantasiose ricostruzioni.
In ogni caso, anche se gli storici si sbagliassero, a quest’ora Hitler sarebbe troppo vecchio per essere ancora vivo, avrebbe 128 anni.
I tempi delle feste con Jim Morrison, Elvis Presley e Michael Jackson sono finiti anche per lui. di Sara Bolognini

 

 

Il torrione medievale finisce all'asta

Da ilgiornaledivicenza.it del 5 aprile 2017

Secoli di storia crollano sotto la pioggia incessante, vengono messi all’asta ad un prezzo base di 40 mila euro. Desolata sorte per la torretta “Lettra”, uno dei due fabbricati più vecchi del paese di Malo, antica installazione militare poi casa signorile e infine fornace,che oggi giace semidistrutta in viaTrento. L’antico torrione di guardia risalente al XIV secolo, che negli anni fu oggetto prima di una convenzione e poi anche di un contenzioso tra proprietà e Comune, è stato messo all’asta dal tribunale di Vicenza.In vendita vanno l’intera torre con i suoi quattro piani, un garage doppio, due locali secondari, il fienile e il portico per un’area totale di 453 metri quadri, che si trova ora in completo stato di abbandono. Il valore di stima dell’edificio, di categoria abitativa secondo la scheda dettagliata del tribunale, è di 109 mila euro, ma quello di mercato si aggira intorno ai 128 mila.Il prezzo base richiesto dall’asta è però di 40 mila euro (88 euro al metro quadrato) con un’offerta minima di 30 mila.C’è da dire infatti che il “torrione”, come viene chiamato, non solo è in stato di completo abbandono da diversi anni ma anche che nel 2014, non reggendo alle piogge autunnali, è crollato sbriciolandosi quasi completamente. In quell’occasione aveva ceduto il tetto ed erano crollati alcuni muri in mattoni e terracotta, oltreché andate distrutte le merlature. Fino ad allora il fabbricato era rimasto tale e quale al periodo medioevale con appunto le merlature, l'entrata nel forno sotterraneo, il focolare, la targa in pietra che indicava il numero civico 377 dell’allora Contrada delle Case. Secondo le fonti storiche, infatti, dopo essere stata utilizzata a scopi bellici dagli scaligeri , la torretta fu adibita a casa signorile, e infine fornace. Fu registrata con il nome di “fornace Riva” nel 1858 e rimase in attività. come tale fino alla fine del XIX, di proprietà della famiglia Riva. Ma la vita travagliata della torretta è continuata anche in anni recenti. Prima è stata oggetto di una convenzione in base alla quale l’Amministrazione comunale di allora permise alla proprietà la costruzione di un nuovo fabbricato nell’area adiacente in cambio della manutenzione alla torretta, poi fu al centro di un ricorso al Tar in una battaglia legale fra Comune e proprietà. «È un peccato perdere il più antico fabbricato del paese – spiega Igino Colbacchini, professore esperto dell’argomento –. Purtroppo stiamo perdendo questo pezzo di storia a causa di scelte sbagliate da parte dell’Amministrazione di allora, che stipulando una convenzione col privato in cambio di manutenzione, si è fidata troppo, considerato come sono andate le cose. L’ente pubblico avrebbe prima dovuto pretendere la manutenzione e la messa in sicurezza del manufatto e solo di seguito concedere la licenza per costruire». Secondo gli storici locali lo stabile è, insieme alla torre campanaria del duomo, uno dei fabbricati più antichi del paese. Per questo motivo è oggetto di studio nelle tesi universitarie e da parte di esperti. Lo troviamo citato più volte negli scritti di storia locale da “Malo e il suo monte” a “I siti archeologici vicentini”, ma anche in ricerche quali “Conoscere Malo: paese natio di Luigi Meneghello” di Silvio Eupani e “Tempi e luoghi della seta e dell'argilla” del gruppo La Turritella. di Claudia Ruggiero

 

Il bunker dei misteri impenetrabili

Da gazzettadiparma.it del 5 aprile 2017

Che la nera signora gli avrebbe riservato un trattamento speciale era facile da immaginare. Anche solo per questioni di «contratto»: tra i tanti collaboratori che la storia le ha messo a disposizione nei millenni, Adolf Hitler è di certo stato uno dei più solerti. Il Führer non poteva certo uscire di scena come uno qualsiasi. Era destino che anche da defunto agitasse una lunga serie di «come» e di macroscopici «se». Coinvolto come cadavere o come fantasma nella Guerra fredda, dopo aver fatto scoppiare quella più rovente dell’età contemporanea. E ancora oggi, caduto da quel dì il Muro, suo lascito indiretto, spettro che alimenta dubbi e discussioni. Dopo essersene occupato per decenni, Mario Bussoni torna sull’argomento con «Hitler vivo o morto» (Mattioli editore), che verrà presentato oggi alle 18 alla Feltrinelli di via Farini; 262 pagine che affrontano la vicenda sotto i molteplici aspetti - storico, anatomopatologico, politico e complottistico -, affrontando le innumerevoli ipotesi che si sono sviluppate dal 1945.
Il libro è il resoconto di un lungo viaggio compiuto spesso contro la corrente delle «verità» date troppo facilmente per scontate. A cominciare da quella secondo la quale il Führer si uccise sparandosi in bocca con una pistola. A sostenerla fu Hugh Trevor-Roper, professore di Oxford, riverita autorità a livello mondiale nel campo della Storia moderna. Talmente riverita da potersi permettere di arrivare alla conclusione senza nemmeno ascoltare i testimoni diretti del bunker dell’orrore che nel frattempo erano ancora prigionieri dei sovietici conquistatori di Berlino. Bussoni, i documenti con le prime ammissioni da parte del Cremlino sul ritrovamento e sull’autopsia del «presunto» cadavere di Hitler, li ebbe a disposizione alla fine degli anni ’70. Da essi partirono le ricerche che lo portarono a realizzare «Andò così», il servizio che sarebbe stato pubblicato nel 1980 dal mensile Historia, in due puntate, che osava confutare la tesi di Trevor-Roper.
Nella sua indagine, lo storico parmigiano coinvolse anche Pietro Valli, primario dell’istituto di Medicina legale dell’Università di Parma. Fu una sorta di autopsia a distanza: nel tempo e nello spazio. Emerse che il capo del Terzo Reich, per la ferita trovata sulla parte mancina del cranio, l’unica visibile (il cadavere era piegato in avanti e spostato sulla destra) e per le macchie di sangue trovate sul divano, era stato colpito da una pallottola alla tempia sinistra. La storiografia ufficiale insorse. Salvo poi fare marcia indietro quando, nel 1983, il guru oxfordiano perse ogni credibilità abboccando a un falso clamoroso. Fu lui, infatti a prendere per autentici i «Diari di Hitler». Un falso clamoroso, una figuraccia planetaria. Niente male per una spia dell'MI5 e dell'MI6 (ruolo non proprio in sintonia con quello di ricercatore di verità storiche).
Ma Bussoni e Valli, partendo anche dall'analisi delle condizioni cliniche del dittatore si spinsero oltre: il Führer, minato dal Parkinson, non era in grado di impugnare una pistola con la sinistra (ma anche la destra aveva problemi). Inoltre, i testimoni avevano riferito di un foro d'entrata netto, privo dell'orlo d'ustione provocato dai colpi a bruciapelo. Con ogni probabilità, Hitler non si era sparato. Qualcuno lo aveva suicidato. E quel qualcuno non poteva che essere Eva Braun, prima di togliersi a sua volta la vita ingerendo una capsula di cianuro. Prove conclusive non ce ne sono, ma sembra questa l'ipotesi più credibile. Si è costretti a procedere in un cammino a ostacoli, tra le macerie della storia, in una realtà andata in frammenti con la caduta degli dei.
E intanto si rivivono gli agguati e i tradimenti dell'ultima battaglia, nel fumo della capitale in fiamme e soprattutto in quello del rogo appiccato dai fedelissimi del dittatore, per il maldestro funerale nibelungico del (presunto) Führer con la consorte. Non solo Berlino: la Germania intera e le regioni alpine erano un'immensa zona d'ombra nel maggio del 1945 e anche dopo. Firmato l'armistizio, la storia non s'è preso alcuna pausa, diversamente da quanto si è abituati a credere. Ha solo agito in modo più silenzioso e subdolo: un'altra guerra si profilava all'orizzonte (che sarebbe rimasta fredda nessuno poteva prevederlo), e anche gli ex nemici nazisti potevano essere arruolati sotto nuove divise. Niente era più certo, in un intreccio di morti presunte, di uccisioni di sosia (non solo del dittatore) e sparizioni sospette: sullo sfondo, l'operazione Bernhard (sterline false), le imprese di Otto Skorzeny (il liberatore di Mussolini al Gran Sasso), le vie di fuga aperte dal Vaticano verso Medio Oriente e Sudamerica. Non a caso, uno dei protagonisti di questo periodo fu un tale Ian Fleming, padre del futuro James Bond. Gli intrecci furono proprio da spy story: e Bussoni, senza mai abbandonare l'attenzione quasi maniacale per i documenti e le testimonianze, li fa rivivere. Per tornare al destino dell'uomo che scatenò l'inferno, senza sposare alcuna tesi. Anzi, l'assenza del punto interrogativo nel titolo evidenzia ancora di più la domanda centrale: Hitler vivo o morto? Possibilità di fuga, il dittatore ne aveva: anche all'ultimo minuto, a bordo degli aerei ultrasegreti del Kg 200 della Luftwaffe o degli U-Boote come l'U 530 e l'U 977 che continuarono a fare la spola tra Vecchio continente e Argentina ben oltre la fine della guerra. L'autore rievoca l'Operazione Terra del Fuoco, il trasferimento di ingenti beni dal Terzo Reich al Sudamerica, la fantomatica (e poco probabile) Base 211 in Antartide. Allora, l'uomo non era ancora andato sulla Luna. Altrimenti, un seme di mistero sarebbe stato piantato anche lì. di Roberto Longoni

Hitler vivo o morto, di Mario Bussoni, Mattioli, pag. 262, euro 18,00

 

 

Un viaggio tra le torri costiere del Salento

Da it.blastingnews.com del 3 aprile 2017

Siamo sempre stati affascinati dalla figura del pirata: vuoi per le trasposizioni letterarie o cinematografiche, il corsaro che solca i mari e nasconde il suo tesoro in atolli caraibici si è ormai radicalizzato nelle nostre menti. Ma la pirateria caraibica è solo la punta di una storia antichissima, svoltasi non nel nuovo continente, ma nel vecchio, precisamente nel Mediterraneo.

Sin dall’antichità, i pirati razziavano qualsiasi nave solcasse quel mare: da giovane Giulio Cesare rimase prigioniero di questi briganti per 40 giorni e, dopo riscatto, liberato su una spiaggia deserta.

Nel corso dei secoli, i corsari continuarono le loro razzie sulle coste: l’impero ottomano capì di poter sfruttare questi abili marinai e guerrieri e così assoldò i più famelici di loro, uno fra tutti, Ariadeno Barbarossa, che divenne ammiraglio della flotta ottomana. Con l’espansione dell’impero, le incursioni sulle coste italiche si fecero sempre più numerose: nel 1480 una flotta turca, diretta a ##Brindisi, ma dirottata dal vento più a sud, assediò Otranto per 2 settimane prima di conquistarla: la baia dove sbarcarono è ancora oggi nota come Baia dei turchi. Il Regno di Napoli, seguendo le disposizioni del vicerè Pedro Afán de Ribera, allora decise di far costruire lungo tutta la costa delle torri costiere, poste a distanza regolare e visibile a occhio nudo, affinché si potessero avvistare le navi nemiche e dare l’allarme.

Le torri costiere del litorale brindisino

La zona più ricca di queste torri è il Salento: nel territorio brindisino molte sono le torri costiere che si sono conservate: intorno ad esse sono nati piccoli borghi o riserve naturali. Alcune sono sorte su degli scogli, altre si ergono solitarie su promontori, ma tutte hanno conservato il loro antico fascino.

A circa 25 km dal capoluogo troviamo Torre Santa Sabina, oggi frazione balneare del comune di Carovigno. Il porticciolo fu sfruttato già dal tempo dei Messapi come stazione di redistribuzione per la vicina Karbina ( Carovigno ) e col passare del tempo e delle popolazioni venne fortificata sempre più: intorno al XIII, secolo i cavalieri teutonici vi costruirono uno spedale e probabilmente, la prima torre.

Questa torre comunicava tramite dei piccoli falò a nord con l’odierna Torre Pozzelle e a sud con la torre omonima facente parte della Riserva naturale di Torre Guaceto, distante 15 km da Brindisi. La torre sorge su un piccolo promontorio, nelle vicinanze di una sorgente d’acqua dolce, dove era indicata nelle mappe arabe del XIII secolo come Gawsit o Gaucito, da cui Guaceto. Questa zona infatti nell’838 venne occupata dagli arabi, che vi costituirono un piccolo “regno”, se così lo vogliamo chiamare, che venne ribattezzato col nome di Saracinopoli. Fu questo il periodo di maggior fortuna della zona e dopo la cacciata dei saraceni, la baia venne utilizzata come scalo per la vicina città di Mesagne. Nel 1531 il Marchese D’Alarçon vi fece costruire la torre, per evitare nuovi insediamenti arabi.

Da Torre Guaceto era visibile a sud Torre Testa di Gallico, o, come chiamata in dialetto locale, Jaddico. Distante 7 km da Brindisi, questa torre domina l’intera zona, sia per terra che per mare, grazie alla sua posizione, un promontorio piuttosto pronunciato.

L’ultima torre della costa nord, prima che si arrivi a Brindisi, è detta Torre Penne o Capo Gallo. Si erge all’interno di un paesaggio roccioso, fatto di scogli, piccole insenature e spiagge: il tutto sempre colorato dall’immancabile “macchia mediterranea”. La torre, costruita da Pietro de Toledo, fu restaurata nel 1568 dal vicerè e annessa al progetto della linea difensiva delle torri costiere.

Il colore della pietra, la cui viva intensità varia al variare dell’altezza del sole, in contrasto col mare, con la macchia mediterranea, il profumo della terra e la brezza marina, hanno creato una nuova immagine, un nuovo simbolo: chiunque passi su queste coste, rimane incantato dalla bellezza delle torri del ##Salento. #puglia

 

 

La Fortezza del Sacro Graal a Napoli: la storia porta al Maschio Angioino

Da vocedinapoli.it del 3 aprile 2017

Per molti la ricerca del Graal è divenuto lo scopo di una vita, c’è chi asserisce si trovi tra le fortezze in rovina nel Sud della Francia e chi invece lo ha associato a re Artù. Una storia intrecciata che ripercorre i secoli e arriva ad oggi, con una misteriosa novità. Al Maschio Angioino di Napoli infatti sono stati rilevati alcuni simboli complessi legati alla coppa e un libro di luce, notato solo recentemente, situato su una parete dell’antica sala del trono. Un messaggio in codice proveniente dal sovrano spagnolo Alfonso V giunto in Italia nel XV nelle vesti di conquistatore, sicuro di essere in possesso del Graal. Il re di Aragona arrivò a Napoli nel 1442 ed è stato uno dei grandi protagonisti della nostra storia, secondo le nuove informazioni sarebbe stato proprio questi a dedicare al Graal il Maschio Angioino, fortezza che Carlo I d’Angiò volle nel Duecento. Salvatore Forte, studioso di simbologia e presidente dell’associazione IVI, ha messo in evidenza diversi elementi che indicano un particolare legale con il calice come riporta l’approfondimento sul nuovo numero di Focus. Il progetto “Il Graal al Maschio Angioino” è nato in collaborazione con il Comune di Napoli e porta in evidenza contenuti nascosti mai conosciuti prima d’ora. La tradizione medievale ha definito il Sacro Graal come la ‘coppa’ con la quale celebrò l’Ultima Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Un valore inestimabile, probabilmente metaforico, “graal” designa in francese antico una coppa o un piatto ma non si esclude che il termine sia simbolico e non effettivo. La leggenda lo ha trasformato in un vero simbolo culturale, secondo alcune interpretazioni recenti il Santo Graal potrebbe addirittura essere “sangue reale” ovvero il sangue derivante dalla discendenza di Gesù. Molti approcci e analisi che hanno dato vita ad un vero ‘mito’ che oggi si arricchisce di un nuovo e interessante tassello.

 

 

Lungo la Romea correva la linea Gengis Khan

Da lanuovaferrara.it del 3 aprile 2017

BOSCO MESOLA. Dall’autunno del 1943 sino alla Liberazione dall’occupazione nazi-fascista, l’Italia attraversò il periodo più buio e sanguinoso della seconda guerra mondiale e una delle linee difensive tedesche, denominata Gengis Khan, correva lungo il tracciato della Romea vecchia. La linea di fortificazione è articolata su circa due chilometri, attraversa il centro di Mesola e sconfina in veneto. Quella più celebre è tuttavia la Linea Gotica, che attraversava gli Appennini da ovest ad est. A Bosco Mesola, nella pineta del Fondo, area periferica del Boscone, i vecchi bunker, costruiti tra il novembre del 1943 ed il marzo del 1944 con il ricorso alla manodopera locale, sono oggi inseriti tra i percorsi di visita rivolti a scuole e a turisti, a cura dell’associazione Mappe di Comunità. «Sono una dozzina i vecchi fortini fatti edificare da Hitler - ha spiegato Iride Faraolfi, presidente dell’associazione - in questa zona, perché riteneva che lo sbarco alleato potesse avvenire lungo il tratto di costa compreso tra Ravenna e Venezia. La storia invece ci racconta che fu compiuto ad Anzio il 22 gennaio 1944. Sono strutture in cemento armato, senza fondamenta e ciascuna diversa dalle altre». Il freddo pungente penetra nella pelle una volta varcato la stretta porta del primo bunker che, secondo la ricostruzione storica, fu utilizzato come postazione di cambio turno per la guardiania nazista. «Questo bunker - ha aggiunto la Faraolfi - era dotato di torretta con antenna radio e cannoni a lunga gittata e fori di areazione». La luce del sole si riverbera tenue dalle finestre minuscole, ma basta proiettare lo sguardo ad un passato non lontano, per rivedere le immagini strazianti di famiglie sfollate, che nel dopoguerra avevano trovato un tetto proprio all’interno del bunker. L’associazione Mappe di comunità sta compiendo sul territorio una operazione divulgativa, di memoria storica, minuziosa e capillare. A breve distanza dal primo, si scorge un secondo bunker, completamente sovrastato dalla sabbia della pineta, dalla sommità del quale spunta un reticolato metallico. «Questa era una torretta per i carri armati, dotati di cannoni tedeschi requisiti in Francia - ha precisato Iride Faraolfi -, ma lungo la Vecchia Romea, sono rimasti altri bunker, ora all’interno di proprietà private, spesso utilizzati come cantine o magazzini». Il progetto di recupero del percorso dei bunker di Bosco Mesola, finanziato dalla Regione Emilia Romagna, è stato seguito e curato dall’architetto Azzurra Carli, in collaborazione con il Comune di Mesola e con il Gruppo di azione locale Delta 2000, con l’obiettivo di non disperdere la memoria storica e di divulgare ciò che è stato in un tempo che, a pensarci bene, non è poi così lontano.(k.r.)

 

 

West Star, il bunker che doveva salvare la Ftase

Da larena.it del 2 aprile 2017

Di West Star, il bunker antiatomico costruito ad Affi nel cuore del Monte Moscal, si è parlato nella serata organizzata alla baita degli alpini di Lugagnano. L'ultimo comandante Nato della base, il generale Gerardino De Meo, ha spiegato come si viveva. La curiosità era tanta: sala piena e persone che, grazie alle finestre aperte, seguivano da fuori.

Il bunker antiatomico di Affi è stato costruito nel periodo della Guerra Fredda, dopo la crisi di Cuba, che aveva portato il mondo sull'orlo di una guerra nucleare. E' entrato in funzione nel 1966 per costituire, in caso di attacco del Patto di Varsavia, un riparo per il comando Ftase (Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa), che avrebbe diretto da li le operazioni dello scacchiere nord-orientale italiano per conto della Nato. E' stato progettato per resistere ad bombe atomiche più potenti di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki: una volta rilevato il pericolo, i sensori ottici e acustici avrebbero chiuso ermeticamente la struttura.

Grazie a impianti molto sofisticati, i militari avrebbero potuto sopravvivere fino a qualche mese, salvandosi dalla contaminazione radioattiva. Il bunker poteva contenere almeno 400 persone.

 

La rinascita dell'ex polveriera: acquisita dal Comune, ecco cosa diventerà

Da ilgazzettino.it del 1 aprile 2017

FELTRE - L'acquisizione da parte del Comune della ex polveriera di Cart è alle battute finali: nelle prossime settimane gli ultimi passaggi formali e poi l'area entrerà a far parte del patrimonio comunale, con l'obiettivo di diventare un luogo di stampo sportivo, ricreativo e turistico. L'area, come previsto dal Pat, si presta a un'attività di tipo turistico e ricreativo. «Siamo convinti che proprio questo sia il filo conduttore per la valorizzazione dell'area prosegue Campigotto -, tant'è che alcune associazioni di volontariato locale hanno espresso il loro interesse per entrare nell'area. Sarà nostra cura però, in una prima fase, mettere in sicurezza la zona che ha necessità di qualche piccolo intervento, come la sistemazione della rete di recinzione, e poi faremo tutti i vari processi che porteranno a definirne l'uso». L'area è di 29 ettari complessivi di estensione (24 erano adibiti a polveriera e gli altri a bosco) con al suo interno una trentina di casematte (i locali destinati a contenere le munizioni) che potrebbero essere utilizzate quali sedi o magazzini per associazioni.

«Secondo noi è importante acquisire quest'area perché si tratta di una zona ampia, strategica e di pregio ambientale spiega il sindaco Paolo Perenzin Proprio per la sua valenza è giusto che diventi della comunità in modo che sia essa stessa a determinarne l'utilizzo. Vogliamo infatti evitare anche che ci siano speculazioni agricole o edificatorie. Oltre alle associazioni (mountain bike e equitazione per esempio) hanno manifestato il loro interesse anche alcune aziende agricole; potrebbe quindi esserci anche un'estensione del progetto La terra a chi la coltiva così da avere anche una cura e una manutenzione dell'area». Esclusa da questa acquisizione la villa (e la chiesetta) per la quale sarebbe necessario avviare un programma di valorizzazione al pari di quello che è stato portato avanti per la parte storica della caserma Zannettelli. di Eleonora Scarton

Via ai lavori di riqualificazione all'ex polveriera di Cantone

Da piacenzasera.it del 31 marzo 2017

Il direttore dell’Agenzia del Demanio Roberto Reggi ha consegnato ufficialmente le chiavi del cantiere edilizio alla ICOED S.r.l, società che effettuerà gli interventi di riqualificazione dell’Ex Deposito munizioni “Cantone Val Tidone”, in provincia di Piacenza.

L’ex struttura militare, che ricade nel territorio dei comuni di Piozzano, e Pianello Val Tidone, tra fabbricati e aree scoperte si estende per una superficie totale di 108 ettari.

L’Agenzia del Demanio per la rigenerazione dell’intera area ha investito circa 187mila, di cui 108.522,57 per la messa in sicurezza e la demolizione di alcuni edifici, la bonifica di materiali contenenti amianto e una generale pulizia della vegetazione circostante.

L’avvio del cantiere, che si concluderà nel mese di luglio, segue il protocollo d’intesa siglato lo scorso ottobre dall’Agenzia del Demanio e dalle amministrazioni locali territorialmente coinvolte, attraverso il quale veniva definito il percorso di valorizzazione del bene.

L’Ex Deposito, una volta terminati gli interventi, sarà trasferito gratuitamente ai tre comuni piacentini, grazie alla procedura del federalismo demaniale.

L’Agenzia ha recentemente affidato lo studio di fattibilità per individuare il migliore scenario di valorizzazione del bene, tenendo conto del contesto paesaggistico di pregio in cui è inserito.

 

 

Le “casematte” di Milazzo, una storia da raccontare e da far rivivere

Da oggimilazzo.it del 30 marzo 2017

Tra gli aneddoti più o meno leggendari della mia famiglia, uno ha sempre destato la mia attenzione di “piccolo storico appassionato”. Mio nonno mi raccontò: «Durante la mareggiata del 1955, quando avevo poco più della tua età, con i miei amici salii su un bunker della costa di Ponente per osservare il mare in burrasca.

Ma la situazione precipitò, perché le ondate oltrepassarono la strada e si riversarono nelle campagne intorno, costringendoci a restare lì sopra per diverse ore. Aspettammo che il mare si calmasse per poter tornare a casa e raccontare quella leggerezza della nostra età, come niente fosse, ma che sarebbe potuta diventare un’esperienza tragica». Il bunker, di cui mi parlò mio nonno, è quello vicino all’icona della Madonna del Tindari nei pressi di Santa Marina.

Oggi è visibilmente inclinato perché anni fa qualcuno abusivamente tentò di spostarlo senza riuscirci, scavandogli attorno con una ruspa e facendolo sprofondare su un fianco. A Milazzo, tra Ponente e Levante, sono visibili ancora numerosi bunker chiamati anche “casematte”. Uno si trova alla ’Ngonia, dietro la chiesetta del Tono, che la Soprintendenza dei Beni Culturali di Messina ha dichiarato nel 2015 “di interesse culturale”, per preservarlo dalla demolizione, “in quanto memoria storica e testimonianza dell’architettura militare in Sicilia tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale”. Un altro è quello di Vaccarella ed è il più particolare.  Sopra è stata dipinta per devozione l’immagine di San Francesco di Paola che attraversa lo stretto di Messina sul suo mantello, insieme ad un frate. Molte casematte oggi sono in uno stato di degrado. Sarebbe giusto recuperarle e valorizzarle, come è stato fatto in Normandia, utilizzandole come supporto di murales con scene della storia e dell’identità milazzese: la vita e il lavoro dei pescatori, le tonnare, la storia delle gelsominaie, la vicenda garibaldina, l’episodio delle guerre puniche, l’eroe Luigi Rizzo. Si potrebbe proporre un progetto di “Adotta un bunker” per coinvolgere tutti quei privati che hanno attività commerciali vicino a queste strutture. Potrebbero essere loro a finanziare il loro recupero. Qualche anno fa un’iniziativa di questo tipo è stata lanciata da Giuseppe Morgana, critico d’arte messinese che nel 2014 fu nominato “Esperto per le arti visive” del Comune di Milazzo. Lui, assieme all’Associazione culturale Siddharte, si occupò dell’ideazione di alcune mostre e progetti, tra cui proprio la riqualificazione dei bunker milazzesi.  Giuseppe Morgana conosce benissimo la storia delle casematte. E domanda dopo domanda è  riuscito a svelarmi tutti i segreti di queste strutture. Spiegandomi anche come è possibile valorizzarle.

Da chi furono costruiti i bunker e in quale periodo esattamente? Quanti sono?

Le casematte furono costruite tra il 1941 e il 1943 sotto il regime fascista e con il supporto delle forze armate tedesche di stanza in Sicilia; servivano come difesa costiera ma, dato che lo sbarco alleato fu a Cassibile, non vennero mai utilizzate. Dal censimento che mi è stato fornito dai funzionari del Ministero della Difesa furono costruite 32 casematte nel territorio di Milazzo

È mai stato ritrovato qualche reperto bellico al loro interno?

Dopo la fine della guerra furono bonificate e dunque tutti i reperti furono eliminati e le aree furono messe in sicurezza.

Ci sono limiti o vincoli per il recupero, legati alla loro proprietà?

Quello della “proprietà” delle casematte è un argomento che è stato oggetto di discussione e approfondimento in quanto, secondo la legge, il terreno su cui insistono alcune delle casematte è di pertinenza del Demanio Marittimo (spiagge), mentre per quelle situate all’interno, la proprietà è di privati (ce ne sono due nel territorio della Raffineria, altre sono state inglobate in abitazioni o distrutte) o del Comune di Milazzo. Tutte le strutture in cemento armato sono di proprietà del Ministero della Difesa, per cui se si vuole intervenire bisogna mettere d’accordo tutte le parti interessate. Non esiste un vincolo della Soprintendenza in quanto non rientrano nei parametri di “tutela” ma, ove si volesse intervenire, occorrerebbe un “nulla osta” da parte della sezione Architettonica della Soprintendenza stessa”.

Che cosa propose lei per recuperarle, nel suo progetto? Ritiene che la mia idea di “Adotta un bunker” sia attuabile?

“Il progetto “Casematte d’Artista”, nato nel 2014 con il supporto dell’allora Assessore alla Cultura e al Turismo Dario Russo, prevedeva la realizzazione di un vero e proprio circuito all’interno del quale le casematte facessero da riferimento. L’idea era quella di creare un percorso da fare a piedi o in bicicletta seguendo la linea ideale che le casematte tracciano da Levante a Ponente. L’intervento artistico sarebbe stato realizzato attraverso un bando internazionale di idee selezionate poi da una commissione di esperti, mentre l’intervento di bonifica e abbellimento delle aree attorno alle casematte avrebbe permesso anche la creazione di nuove opportunità e nuovi punti di interesse e aggregazione. Reputo molto interessante e propositiva la tua idea di “adottarle” perché questo fortifica il senso di appartenenza e di identità. Dato che sono considerate tuttora costruzioni militari l’intervento si sarebbe potuto realizzare solo sull’esterno dei bunker, essendo vietato l’accesso all’interno per motivi di sicurezza; dunque era stato progettato un bando che prevedesse anche la durata nel tempo delle installazioni artistiche: come puoi immaginare l’esposizione alla salsedine e alle intemperie è un fattore da considerare se si vuole realizzare qualcosa che duri nel tempo e non necessiti di costante manutenzione (in buona sostanza l’idea era non soltanto di dipingerle ma di usarle come base/nucleo per installazioni scultoree, anche di grandi dimensioni e dunque visibili in un ipotetico nuovo “skyline”). Spero che questo progetto possa tornare all’attenzione di chi di competenza.

LA STORIA

Bunker è un termine tedesco che sta ad indicare una casamatta di cemento armato comunicante con l’esterno o con opere adiacenti, generalmente semisotterranee, o con locali sottostanti alla parte fuori terra. Si può presentare a pianta circolare, con volta arrotondata o piatta e munito di feritoie orizzontali per armi da fuoco. Durante la seconda guerra mondiale Milazzo subì massicci e cruenti bombardamenti e diversi edifici furono rasi al suolo. Assieme a Catania, Augusta e Palermo, fu anche individuata quale zona di sbarco nel piano anglo-americano d’invasione della Sicilia, denominato ‘Operazione Husky’. Nel luglio 1943, quando l’invasione fu attuata ed era in pieno svolgimento, il porto di Milazzo venne potenziato notevolmente nelle sue difese quale importante centro marittimo, ferroviario e militare. Fu in quel periodo storico che probabilmente furono costruite le casematte o bunker. Emaunele Valenti IIA Media Luigi Rizzo

 

 

Il Molise e gli anni della guerra fredda: convegno il 7 aprile a Rocchetta al Volturno

Da www.molisedoc.it del 28 marzo 2017


<<Eventi poco noti, o addirittura sconosciuti agganciano il nostro Molise agli anni della “guerra fredda. L’attenta analisi di più carteggi relativi allo stesso periodo, lascia trasparire componenti emotive di alto spessore umano e morale>>. Con queste parole Giuseppe De Dona e Antonio Lanza, appassionati di storia, presentano nella splendida cornice del Museo Internazionale delle Guerre Mondiali a Rocchetta al Volturno, il Convegno dal titolo “L’esperienza di una ricerca storica sul territorio tra passione e curiosità: fonti, metodo e risultati”. L’appuntamento è fissato per il 7 aprile a partire dalle ore 17. Nel caso specifico, lo zoom prende corpo dalla Seconda Guerra Mondiale, fino alla metà degli anni Cinquanta del Secolo scorso. L’incontro servirà ad illustrare precise ed inedite fonti d’archivio, filmati, nonché analisi di dettaglio formulate sin dall’immediato dopoguerra da autorevoli studiosi del mondo militare. Un approccio trasversale alla documentazione d’archivio, dalla quale, oltre alla mera notizia, è possibile percepire “una emozione” in grado di allargare gli orizzonti del ricercatore, spingendo il suo campo d’azione fino alla costruzione di una cornice emotiva degli eventi. Preziosissimo ed insostituibile valore aggiunto ai lavori, sarà fornito dal Prof. Giuseppe Pardini, docente Unimol e Direttore Scientifico del M.I.G.G., e dall’Avv. Duilio Vigliotti, Presidente dell’Associazione Storico Culturale 1943-1944.

 

Savoca. Recupero e valorizzazione del patrimonio storico e culturale

Da tempostretto.it del 27 marzo 2017

Riappropriarsi delle risorse culturali e l’identità storica del territorio. Immaginare e strutturare delle reti territoriali per avviare processi di sviluppo delle comunità. Su questi due obiettivi si è strutturato il convegno organizzato dall’'Ordine degli architetti  di Messina con il patrocinio del Comune di Savoca e la collaborazione di Archeoclub area jonica e dell'Unione dei Comuni Valli Joniche dei Peloritani sul tema "Recupero e valorizzazione del patrimonio storico e culturale" che ha avuto luogo presso la Chiesa San Michele di Savoca. Dopo i saluti del vice presidente vicario dell'Ordine degli architetti di Messina Nino Rotella che ha delineato il contesto dell’iniziativa, il sindaco di Savoca, Nino Bartolotta, ha puntualizzato le azioni e gli interventi che sono attuati nei centri collinari e le difficoltà degli amministratori ad intercettare i finanziamenti per recuperare i beni monumentali delle piccole ma importanti comunità del comprensorio jonico.

Padre Agostino Giacalone, parroco di Savoca, ha sottolineato l’importanza delle attività delle comunità locali per gli interventi minimi di restauro delle opere d’arte religiosa presenti in numerosi complessi ecclesiastici del territorio. L’Assessore ai Beni Culturali Domenico Salemi Scarcella e l’arch. Domenico Costa già presidente dell'Archeoclub area Jonica hanno evidenziato le azioni effettuate dalle associazioni culturali e dalle amministrazioni locali in materia di recupero dei beni architettonici, facendo presente come sia indispensabile la partecipazione responsabile di tutta la comunità. Ha introdotto e moderato i lavori l’arch. Andrea Donsì, promotore dell’evento il quale, in una premessa articolata, ha spiegato in percorso strategico e culturale in cui veniva collocato questa occasione di confronto culturale e sociale.

 

Giornate Fai: da Montegibbio fino a Palazzo Portovecchio 

 

Da gazzettadimodena.it del 25 marzo 2017

Non solo Bomporto, perché le Giornate Fai propongono anche in terra modenese altre tappe di altissimo valore.
SASSUOLO. Al tema della villeggiatura si collega l’apertura del Castello di Montegibbio, meraviglioso fortilizio che sorge sui primi rilievi collinari a sud di Sassuolo. Se le prime fortificazioni del “Mons Gibus” risalgono all’inizio del X secolo, è all’epoca di Matilde di Canossa che questo luogo viene inserito nella triplice cerchia di fortificazioni ubicate nelle colline modenesi e reggiane a difesa dei territori e dei suoi collegamenti. Dopo le distruzioni provocate da terremoti, abbandoni, passaggi di proprietà vari, il castello ebbe un’importante fase ricostruttiva voluta dalla famiglia Borsari.
Non lontano c’è anche la Rocchetta Cionini, residenza estiva ispirata a Montegibbio voluta da Natale Cionini nel 1891. La villa è aperta in questi due giorni. Oggi alle 17,30, inoltre, presso la chiesa del Castello dedicata a San Pietro Apostolo c’è un concerto offerto dall’associazione Amici dell’organo Johann Sebastian Bach. All’harmonium Stefano Manfredini, con il soprano Alice Molinari.
SAN MARTINO SPINO. È imperdibile il Palazzo di Portovecchio che si vedrà dall’esterno per autorizzazione dello Stato Maggiore dell’Esercito. Le sue origini sono nel XIV secolo come possesso dei Pico e nel XIX secolo diviene zona militare. Fino al 1954 ha infatti ospitato il fulcro del Comando Militare del V Centro Allevamento Quadrupedi. Su 670 ettari di terreno erano presenti in stato semibrado fino a 7mila cavalli che poi andavano in uso all’esercito. Il luogo, oggi in via di degrado, è stato importante anche dal punto di vista lavorativo visto che all’interno, oltre a centinaia di militari, lavoravano circa mille mirandolesi negli uffici e con il ruolo di carrettieri, guardie giurate, agricoltori, meccanici, muratori, fabbri, stallieri, sellai e falegnami.
Il Palazzo con la foresteria, il magazzino cereali, le scuderie e gli edifici di servizio, straordinari manufatti edilizi unici nel loro genere, rappresentano una memoria storica del luogo che merita di essere conosciuta e preservata. Saranno i ragazzi di 4B e 4C del liceo Pico, insieme alla guida del Fai e il maestro Augusto Baraldi di San Martino, ad accompagnare i turisti.
Domani dalle 14 alle 17 nella sede Cea La Raganella c’è la presentazione “Un territorio da scoprire. Degustazioni teatralizzate della Bassa modenese”. A conclusione, alle 19, concerto di musica popolare del gruppo “Pneumatica Emiliano Romagnola”. Nel corso delle due giornate, nel teatro Politeama verranno trasmesse a ciclo continuo interviste con testimonianze storiche sul V Centro Allevamento Quadrupedi. (s.l.)

 

 

West Star, ultimi passi verso l’acquisizione

Da larena.it del 25 marzo 2017

Tutto pronto per l’accatastamento dell’ex base nato West Star, stella dell’occidente: si tratta dell’ultimo passaggio burocratico prima della concreta presa in carico di questa struttura da parte del comune di Affi che l’ha acquisita a titolo gratuito sfruttando la normativa del federalismo demaniale. L’immobile, costituito da un sistema di tunnel scavati nel Monte Moscal e da alcune costruzioni esterne, non è identificato dal punto di vista catastale. È necessario provvedere al suo accatastamento per definire la reale composizione del bene che sta per essere acquisito dal Comune. Il bunker si sviluppa su una superficie di 15mila metri quadrati, la base ha 110 stanze, tre ingressi e gallerie d’accesso.

«Questa acquisizione è importante. Non solo per Affi ma anche per tutta la zona», spiega il sindaco Roberto Bonometti. «Ora dobbiamo agire con prudenza: servono un’ indagine conoscitiva e uno studio di fattibilità. Ci siamo mossi per avere l’ex base anche per evitare che se ne impossessino privati che potrebbero metterci dentro materiali pericolosi, rifiuti radioattivi. Nel frattempo stiamo procedendo a sopralluoghi tecnici per verificare la sicurezza dei luoghi e se si debba procedere a lavori di bonifica».

«Abbiamo ricevuto manifestazioni di interesse sia da parte di associazioni che si sono offerte di gestire le visite alla struttura, sia di persone che dicono di avere progetti per l’utilizzo di questi spazi»; prosegue il sindaco, «e anche di aziende che sarebbero interessate a utilizzare una parte del bunker per alloggiarvi i loro server e banche dati. Senza la collaborazione di soggetti esterni il comune non può farsi carico da solo della gestione di un sito del genere».

Le spese per l’eventuale bonifica e riconversione della base sarebbero troppo onerose. Sindaco, assessori e consiglieri, per documentarsi, sono andati all’ex base militare di Soratte in provincia di Roma, un grande bunker scavato nella montagna, ora attrazione turistica. In un anno questo sito è stato visitato da 18 mila persone e si è creato un interessante indotto economico.

Ed è quello che si spera di creare anche ad Affi. Fino al 2013 la base militare era frequentata da dipendenti del ministero della Difesa addetti ai controlli. Poi fu abbandonata del tutto e, a causa delle incursioni dei vandali, lo Stato Maggiore dell’esercito non rilasciò più autorizzazioni per visite. Da qualche tempo l’ex base Nato è entrata nel mirino dei ladri, che hanno portato via tutto quello che era asportabile. Buona parte della struttura, protetta dalle porte blindate, rimane però in ottime condizioni, come ha spiegato Mauro Vittorio Quattrina, documentarista, che la realtà dell’ex base militare di Affi la conosce bene perché in questo luogo ha girato West Star, polvere di una stella. «Il cuore della base custodisce ancora attrezzature come i filtri Nbc, grandi motori marini, le vasche per l’acqua potabile e per quella del sistema di raffreddamento», conferma Quattrina, che aggiunge: «Le intrusioni si sono verificate dall’entrata secondaria, dove i ladri hanno fatto saltare e sostituito il lucchetto originale. Sono entrati anche dall’uscita di sicurezza che si trova sulla sommità del Monte Moscal». di Luca Belligoli

 

 

Il Forte San Felice diventa uno dei Luoghi del Cuore

Da lapiazzaweb.it del 24 marzo 2017

Il Forte San Felice di Sottomarina diventa uno dei ‘Luoghi del Cuore’ più amati dagli italiani. Il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) ha pubblicato la classifica finale del censimento 2016, concluso lo scorso novembre, e l’ex fortezza veneziana ha guadagnato il 9° posto della classifica nazionale. Più di un milione e mezzo di cittadini hanno partecipato all’iniziativa del FAI segnalando i luoghi e beni culturali e ambientali del Paese che vorrebbero salvaguardati e valorizzati.

“Riuscire a rimanere nella top ten era il nostro obiettivo e siamo riusciti a centrarlo – dichiara Erminio Boscolo Bibi del Comitato per il Forte San Felice – i 25122 voti ottenuti premiano il nostro impegno, ma diventano anche un bel riconoscimento per tutta la nostra comunità che ha voluto far sentire quanto vivo sia il desiderio di riappropriarsi di questo patrimonio storico e ambientale.”

La vera protagonista di questo risultato è la città: chioggiotti di ogni età, provenienza sociale e culturale hanno firmato per il Forte e si sono prodigati per fare firmare. Gli oltre venticinquemila voti conteggiati dal FAI corrispondono a più della metà della popolazione di Chioggia, insieme ai molti voti espressi anche dai turisti e dagli amanti della città. Il 9° posto ottenuto nella graduatoria FAI ha già cominciato a far godere il Forte San Felice di una certa risonanza mediatica a livello regionale e nazionale.

 

“Ci auspichiamo che l’enorme attenzione riservata al Forte spinga le autorità competenti a raggiungere un accordo per la sua definitiva riapertura al pubblico – conclude il rappresentante del Comitato – Da tempo chiediamo che si promuova una Conferenza dei Servizi per delineare insieme una concreta procedura di recupero dell’area. Intanto, speriamo che non si perda l’occasione di partecipare al bando che il FAI indirà a marzo per ricevere il finanziamento di piccoli interventi di restauro”.

Sara Boscolo Marchi

 

Svezia, caccia ai bunker: paura per attacco Russia

Da wallsteetitalia.com del 22 marzo 2017

In questi ultimi tempi, questi bunker sono stati sottoposti dagli interventi di rinnovo, in modo che siano pronti per l’uso in caso di bisogno. L’agenzia svedese dei piani di emergenza (MSB) ha ricevuto quest’anno l’ordine di ristrutturare i bunker e renderli utilizzabili già nelle prossime settimane. Il tutto mentre il paese scandinavo ha deciso di reintrodurre il servizio militare. Stando a quanto riportato dall’agenzia MSB, i bunker sono in grado di mettere la gente al riparo da esplosioni e radiazioni nucleari, così come da guerre chimiche e batteriologiche.

Se c’è una cosa che il presidente russo Vladimir Putin e il Cremlino temono sono le mire espansionistiche della Nato intorno ai loro confini. La Russia è pronta a tutto pur di difendere la sua area di controllo, che individua nei paesi dell’ex blocco sovietico.

La minaccia rappresentata da Putin non è da prendere sotto gamba quindi per gli Stati del Baltico, e anche in Polonia e in alcuni stati scandinavi come la Svezia, i governi hanno avvisato media e popolazione che un’eventuale offensiva dei russi non è da escludere.Le esercitazioni condotte dai militari russi nella regione non hanno fatto altro che alimentare le paure delle nazioni confinanti circa un attacco imminente. L’escalation delle tensioni geopolitiche tra la Russia e la Nato potrebbe sfociare in un conflitto nei mesi a venire e il caso dell’Ucraina con il presunto coinvolgimento anche militare dei russi a supporto delle forze ribelli anti governative nell’est del paese, dovrebbe servire da monito.

Da mesi le autorità e il popolo della Svezia si stanno preparando per il peggio. Gli svedesi non vogliono farsi trovare impreparati nel caso di invasione della Russia nei prossimi mesi e per farlo hanno iniziato a costruire un vasto impianto di bunker anti nucleari. Secondo il quotidiano The Sun, in Svezia vi sono già 65 mila bunker, eredità dei tempi della Guerra Fredda, che servivano a proteggere i cittadini nel caso in cui fosse scoppiata una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica

 

 

Le antiche Fortezze di Vado Ligure

Da ivg.it del 22 marzo 2017

Viaggiando sul litorale in direzione di ponente, non possiamo non notare, sulle alture del Capo di Vado Ligure, in un luogo denominato La Bandita, la fortezza di Santo Stefano, sorta sullo stesso luogo dove un tempo si trovava l’omonima chiesetta, costruita dai Genovesi per il controllo del territorio e a protezione della baia dai Francesi tra il 1614 e il 1627, demolita nel 1658 sembra perché troppo costosa da mantenere e poco efficace, ma poi ricostruita nel 1757 nel contesto di un nuovo sistema difensivo completato dal colonnello Ing. Decotte.

Gli attuali resti ci ricordano l’antico imponente edificio militare: con quattro bastioni, cisterne, magazzini sotterranei, la piazza d’armi, i quartieri e una volta a prova di bomba, armata di tredici pezzi di cannone, la costruzione fu inglobata con possenti mura di cinta al più esteso Forte San Giacomo, originariamente denominato Forte San Lorenzo, costruito su più livelli e posto a salvaguardia della costa savonese. Posto su di un promontorio, il forte era ben posizionato strategicamente, ma debole rispetto ad un possibile attacco alle spalle: da qui la soluzione di creare un’unica fortezza protetta da mura e collegata da corridoi sotterranei.

Ma perché una fortificazione a Vado? Inizialmente i genovesi avevano pensato ad una costruzione difensiva dominante la rada di Vado quale edificio complementare a quello del Priamar a Savona (la cui costruzione risale al 1542-1544). Successivamente la fortezza fu utilizzata anche dai soldati guidati dai generali Bonaparte e Massena durante la prima Campagna d’Italia tra il 1792 ed il 1797.

Non tutti sanno che… un medico di Quiliano, Giobatta Garroni, che collaborò con i francesi nella direzione delle truppe durante le battaglie napoleoniche, fu nominato dallo stesso Bonaparte quale Comandante delle Forze Armate di Savona, quando la Repubblica di Genova fu dichiarata decaduta nel 1796.

Non tutti sanno che… dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 nella stessa area delle fortezze furono eseguiti dai tedeschi ulteriori lavori di fortificazione sul litorale e nell’entroterra, che prevedevano campi minati, muro antisbarco e postazioni in cemento armato (bunker), nonché batterie antiaeree e postazioni per mitragliatrici (proprio nella Fortezza di San Giacomo).

Non tutti sanno che… Alcuni anni fa era apparsa la notizia che un gruppo di ricercatori di fenomeni paranormali, ovvero moderni Ghostbusters di casa nostra, avrebbe registrato con apparecchiature speciali la voce del fantasma di un bambino provenire proprio dal Forte San Giacomo.

Non tutti sanno che… in occasione delle Giornate del FAI di Primavera il Forte San Giacomo, appartenente al Demanio pubblico dello Stato, sarà aperto straordinariamente al pubblico sabato 25 e domenica 26 marzo dalle 10 alle 17.

 

In viaggio tra opere idrauliche, mulini, fortificazioni e fabbriche

Da edilportale.com del 20 marzo 2017

Torna sabato 25 e domenica 26 marzo l’appuntamento con le Giornate FAI di Primavera. L’iniziativa è curata dal Fondo Ambiente Italiano, fondazione che dagli anni Settanta apre al pubblico opere che normalmente non è possibile visitare.
 
Di seguito una selezione di opere idrauliche, fortificazioni, mulini e fabbriche, soluzioni ingegneristiche innovative per l’epoca in cui sono state adottate, ma anche testimonianza di realtà produttive di spicco.

Forte San Giacomo, Vado Ligure (Savona)
Risale agli inizi del XVII secolo ed è stata realizzata dalla Repubblica di Genova. Il forte è costruito su più livelli, e delimitato da grandi mura sulle quali si aprono feritoie di fucileria ornate in cotto, cannoniere e garitte.

 

Foto: Agbvideo
 
Fortezza di Castelfranco, Finale Ligure (Savona)
È un importante esempio di struttura difensiva, situata in prossimità della costa, su uno sperone roccioso. È stata realizzata alla fine del 1300. Foto: Carlo Lovisolo



Forte Siacci di Matiniti Superiore, Campo Calabro (Reggio Calabria)
Fa parte del sistema difensivo dello Stretto di Messina, realizzato dallo Stato Maggiore dell'Esercito tra il 1884 e il 1914. È la fortificazione più importante della zona per dimensioni, caratteristiche architettoniche e funzioni. Per la sua progettazione il Genio Militare Italiano si ispirò ai modelli della scuola prussiana.


 


 

 

Giornate Fai dedicate alla guerra, un weekend per scoprire bunker e rifugi bellici

Giornate Fai dedicate alla Guerra, un weekend per scoprire bunker e rifugi bellici Eventi a Cesena
Giornate Fai dedicate alla Guerra, un weekend per scoprire bunker e rifugi bellici



 

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Da cesenatoday.it del 17 marzo 2017

Giornate Fai dedicate alla Guerra, un weekend per scoprire bunker e rifugi bellici Eventi a Cesena

Per la gioia di tutti gli appassionati delle bellezze nascoste tra le pieghe della storia locale, tornano le Giornate Fai di Primavera. E' il 25esimo anno che la Fondazione è al fianco degli italiani nella riscoperta del proprio patrimonio e quest'anno, nel cesenate, lo fa aprendo ben 10 luoghi solitamente non di facile accesso ai visitatori per un percorso unico dal titolo "Sulle tracce della Seconda guerra mondiale" che coinvolge 5 comuni: Cesena, Longiano, Mercato Saraceno, Cesenatico e Savignano.  Ad accompagnare i visitatori sono stati coinvolti 84 apprendisti ciceroni provenienti dal Liceo classico Monti e dal Liceo scientifco Curie di Savignano, più una cinquantina di volontari che, condividendo lo spirito del Fai, hanno offerto il loro tempo e le proprie competenze (Gev di Cesena, Protezione Civile, Pro Loco e Gruppo Alpini di Mercato Saraceno). 

CESENA
L'inaugurazione si svolgerà venerdì 24 marzo alle 18 a Cesena, presso il rifugio bellico del Parco della Rocca in viale Mazzoni dove gli architetti Silvia Bianchi, Denise Bartoletti e Alice Pazzaglini, guideranno alla scoperta del più importante rifugio pubblico della città. Poi accompagneranno i visitatori in una passeggiata nel centro tra i rifugi ancora esistenti arrivando fino alla chiesa di Santa Cristina. Questa chiesa aprì le porte proprio per accogliere il popolo minacciato dalla guerra. Dopo la visita sarà inaugurata la mostra "La memoria della guerra a Cesena" dove saranno esposte le tavole della tesi di laurea delle tre architette. Piccolo aperitivo finale a cura del ristorante Ponte Giorgi di Mercato Saraceno. Evento a offerta libera per gli iscritti Fai, chi non è iscritto contributo minimo di 5 euro. 

LONGIANO
Anche qui sarà aperto il Rifugio bellico, scavato nel ventre del colle su cui sorge il castello malatestiano. La drammaticità dei momenti vissuti dagli stessi longianesi durante la guerra verrà messa in scena con una performance audio curata dalla compagnia Alchemico Tre insieme agli studenti della media di Longiano. La seconda apertura longianese è quella della Biblioteca storica "Lelio Pasolini" (ex convento di San Girolamo), che testimonia la gravità delle distruzioni avvenute durante la guerra. 

MERCATO SARACENO
Qui sarà possibile approfondire la figura storica di Arnaldo Mussolini e la costruzione del consenso durante gli anni del regime fascista. I due luoghi aperti sarano Lo studio privato di Arnaldo Mussolini rimasto inalterato dal 1931 sotto la custodia della famiglia Bondanini e Villa Teodorani residenza dei figli di Arnaldo e oggi proprietà dei conti Teodorani Fabbri che racconta un modo di fare architettura tipico dell'epoca in un i venti di guerra iniziavano a farsi più concreti. 

SAVIGNANO
A dare testimonianza della vastità delle distruzioni prodotte dalla guerra sarà il Ponte consolare romano fatto saltare dai tedeschi e Villa Guidi di Bagno detta la Rotonda. Un grande classico delle Giornate Fai di primavera ma di cui pochi conoscono le vicende in tempo di guerra. Ad accompagnare i visitatori i ciceroni del Curie. 

CESENATICO
Non tutti sanno che a Cesenatico avvenne una delle più imponenti operazioni di depistaggio dell'esercito tedesco da parte delle forze alleate. Per questa ragione da Cesenatico a Bosco Mesola (Fe) venne costruita una linea difensiva fatta di bunker. Uno di questi, un Tobruck Vf58c, risistemato e arredato in maniera filologica. Le visite saranno curate da Walter Cortesi e Alan Basini. Per finire Sara Navacchia, architetto e delegato Fai, e Davide Gnola, direttore del museo della Marineria, condurranno i visitatori alla scoperta delle tracce della Torre Malatestiana di Cesenatico fatta saltare in aria dai tedeschi in ritirata. Per informazioni www.giornatefai.it



 
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Per la gioia di tutti gli appassionati delle bellezze nascoste tra le pieghe della storia locale, tornano le Giornate Fai di Primavera. E' il 25esimo anno che la Fondazione è al fianco degli italiani nella riscoperta del proprio patrimonio e quest'anno, nel cesenate, lo fa aprendo ben 10 luoghi solitamente non di facile accesso ai visitatori per un percorso unico dal titolo "Sulle tracce della Seconda guerra mondiale" che coinvolge 5 comuni: Cesena, Longiano, Mercato Saraceno, Cesenatico e Savignano. Ad accompagnare i visitatori sono stati coinvolti 84 apprendisti ciceroni provenienti dal Liceo classico Monti e dal Liceo scientifco Curie di Savignano, più una cinquantina di volontari che, condividendo lo spirito del Fai, hanno offerto il loro tempo e le proprie competenze (Gev di Cesena, Protezione Civile, Pro Loco e Gruppo Alpini di Mercato Saraceno).

CESENA L'inaugurazione si svolgerà venerdì 24 marzo alle 18 a Cesena, presso il rifugio bellico del Parco della Rocca in viale Mazzoni dove gli architetti Silvia Bianchi, Denise Bartoletti e Alice Pazzaglini, guideranno alla scoperta del più importante rifugio pubblico della città. Poi accompagneranno i visitatori in una passeggiata nel centro tra i rifugi ancora esistenti arrivando fino alla chiesa di Santa Cristina. Questa chiesa aprì le porte proprio per accogliere il popolo minacciato dalla guerra. Dopo la visita sarà inaugurata la mostra "La memoria della guerra a Cesena" dove saranno esposte le tavole della tesi di laurea delle tre architette. Piccolo aperitivo finale a cura del ristorante Ponte  Giorgi di Mercato Saraceno. Evento a offerta libera per gli iscritti Fai, chi non è iscritto contributo minimo di 5 euro. 

LONGIANO Anche qui sarà aperto il Rifugio bellico, scavato nel ventre del colle su cui sorge il castello  malatestiano. La drammaticità dei momenti vissuti dagli stessi longianesi durante la  guerra verrà  messa in scena con una performance audio curata dalla compagnia Alchemico Tre insieme agli  studenti della media di Longiano. La seconda apertura longianese è quella  della Biblioteca storica  "Lelio Pasolini" (ex convento di San Girolamo), che testimonia la gravità delle distruzioni avvenute  durante la guerra.

  MERCATO SARACENO  Qui sarà possibile  approfondire la figura storica di Arnaldo Mussolini e la costruzione del consenso  durante gli anni del regime fascista. I due luoghi aperti sarano Lo studio privato di Arnaldo  Mussolini  rimasto inalterato dal 1931 sotto la custodia della famiglia Bondanini e Villa Teodorani  residenza dei figli di Arnaldo e oggi proprietà dei conti Teodorani Fabbri che racconta un modo di  fare architettura tipico dell'epoca in un i venti di guerra iniziavano a farsi più concreti. 

SAVIGNANO  A dare testimonianza della vastità delle distruzioni prodotte dalla guerra sarà il  Ponte consolare  romano fatto saltare dai tedeschi e Villa Guidi di Bagno detta la Rotonda. Un grande classico delle  Giornate Fai di primavera ma di cui pochi conoscono le vicende in  tempo di guerra. Ad  accompagnare i visitatori i ciceroni del Curie. 

CESENATICO  Non tutti sanno che a Cesenatico avvenne una delle più imponenti operazioni di depistaggio  dell'esercito  tedesco da parte delle forze alleate. Per questa ragione da Cesenatico a Bosco Mesola  (Fe) venne costruita una linea difensiva fatta di bunker. Uno di questi, un Tobruck  Vf58c,  risistemato e arredato in maniera filologica. Le visite saranno curate da Walter Cortesi e Alan  Basini. Per finire Sara Navacchia, architetto e delegato Fai, e Davide Gnola,  direttore del museo  della Marineria, condurranno i visitatori alla scoperta delle tracce della Torre Malatestiana di  Cesenatico fatta saltare in aria dai tedeschi in ritirata. Pe informazioni www.giornatefai.it


 

Spettacolare operazione di svuotamento del serbatoio d’acqua della Fortezza medicea

Da gonews.it del 14 marzo 2017

Spettacolare operazione di svuotamento del serbatoio d’acqua della Fortezza medicea di Arezzo, sindaco e vicesindaco si calano all’interno per le verifiche con i tecnici di Nuove Acque e della protezione civile. Costruito negli anni settanta per accumulare l’acqua proveniente dalla diga di Montedoglio e destinato al centro storico della città, il serbatoio di cemento armato, interrato nel terrapieno della Fortezza, è stato sottoposto ad una nuova verifica da parte dei tecnici della società che gestisce il servizio di fornitura idrica.

Un lavoro importante che, ciclicamente, viene effettuato per verificarne l’integrità strutturale. Il serbatoio ha dimensioni di 40 per 40 metri ed un’altezza di circa sei metri, la sua capacità è di circa 8-10mila metri cubi. Il sindaco Alessandro Ghinelli e il suo vice Gianfrancesco Gamurrini entrambi tecnici, hanno partecipato alle operazioni di verifica. “Sopra si trova il palco per gli spettacoli estivi in Fortezze – ha commentato il sindaco che di professione fa l’ingegnere – vogliamo assicurarci della tenuta del serbatoio e dell’intera struttura”.

L’intervento ha previsto lo svuotamento dei 10mila metri cubi, la verifica interna dei tecnici che si sono calati dentro insieme al sindaco e il successivo riempimento. L’operazione ha richiesto un’intera giornata di lavoro.

 

 

 

Sorrento città fortificata, da domani al via il workshop

Da stabiachannel.it del 14 marzo 2017

Da mercoledì 15 a sabato 18 marzo si svolgerà a Sorrento il workshop "Sorrento città fortificata" promosso e curato dall'Istituto Italiano Castelli in collaborazione con la Città di Sorrento, Fondazione Sorrento e l'Istituto Polispecialistico San Paolo che metteranno a disposizione le proprie sale per ospitare una sessantina di studenti dei corsi di laurea del DICEA (ingegneria edile, ingegneria edile/architettura) e del master internazionale Erasmus Mundus Dyclam provenienti da 14 Paesi europei ed extra-europei.
Anche questo workshop avrà il format organizzativo creato e sperimentato da un decennio dalla prof.ssa Marina Fumo, consigliere scientifico dell'IIC e responsabile del corso "Progetto di recupero edilizio". Il workshop sarà articolato in tre fasi: giornata iniziale dedicata alla conoscenza del tema fortificazioni ed alla conoscenza del territorio con visita guidata da un socio esperto dell'Istituto Italiano Castelli (IIC); fase creativa e rappresentativa delle idee progettuali; fase di presentazione pubblica delle proposte di valorizzazione delle fortificazioni sorrentine attraverso una conferenza finale ed un'esposizione di una dozzina di poster a cura di ciascuno dei gruppi che concorrerà al
workshop. "Il workshop è uno strumento didattico e progettuale molto efficace per coinvolgere in poche intense giornate tante menti giovani, motivate e creative che, sulla spinta adrenalinica dei tempi brevissimi a disposizione, si concentrano per produrre sinergicamente una serie di proposte di valorizzazione del patrimonio culturale utilissime per le amministrazioni e le associazioni locali che possono trarne importanti spunti operativi" (M. Fumo) L'ANIAI, associazione Nazionale Ingegneri e Architetti Italiani e l'Ordine degli Architetti di Napoli patrocinatori dell'evento, saranno partecipi attraverso propri rappresentanti sia nella giornata di avvio dei lavori sia in quella di chiusura, sabato 18, quando saranno commentate le idee proposte dagli studenti coinvolti nell'esercizio progettuale.

 

Postazione radar tedesca riemerge nel Delta Po

Da telestense.it del 14 marzo 2017

L’annuncio del ricercatore Luciano Chiereghin.    

“Il Delta del Po continua a regalare testimonianze della nostra storia. Ho trovato la postazione radar dei tedeschi risalente alla Seconda Guerra Mondiale. La scoperta è di queste ore. Lungo via XXV Aprile , nel comune di Rosolina, in Veneto, in provincia di Rovigo, ho trovato la postazione radar dei tedeschi. Si tratta di una rarità per l’Italia e di una postazione del radar tedesco del tipo “Würzburg (radar) Fu MO 214” – Würzburg-Riese (Würzburg gigante) che in Italia, verso la fine del Seconda Guerra Mondiale andò ad aggiungersi o a sostituire i pochi radar italiani “Folaga”.

La postazione era completamente sepolta dall’alta vegetazione di rovi ed arbusti in un piccolo appezzamento agricolo  sul Delta del Po”. Lo ha annunciato Luciano Chiereghin, ricercatore che da ben 15 anni  è sulle tracce delle antiche fortificazioni . Chiereghin dopo avere scoperto le Fortificazioni militari della Grande Guerra ma anche quelle Austriache e Napoleoniche, dopo aver rintracciato una linea del telegrafo ottico “Chappe” che per volere di Napoleone era stata installata da Ancona a Venezia lungo il litorale adriatico, adesso ha trovato la postazione radar dei tedeschi risalente alla Seconda Guerra Mondiale.  “E’ una delle poche, forse l’unica, postazione radar tedesca rimasta in Italia– ha proseguito Chiereghin – dunque una rarità.

Tale postazione radar tedesca era  in  costante collegamento radio e telefonico con le batterie antiaeree tedesche chiamate Flaktürme (conosciute come il terrore dei piloti dei bombardieri alleati)  e italiane, le quali una volta ricevuti i dati rilevati dai radar si preparavano ad aprire il fuoco contraereo. Non escluderei la possibilità di trovare nelle vicinanze, a distanza di pochi km, queste batterie antiaeree. La ricerca è durata mesi ed è stata approfondita con materiale fotografico dettagliato , documenti , analisi storica e militare . Siamo dinanzi ad una postazione radar tedesca con base esagonale con il lato di 2,5 metri che è stata edificata con sasso vivo posato in malta cementizia molto tenace ed è alta sul livello della campagna quanto la lunghezza del suo lato; è sovrastata da un tronco di piramide in calcestruzzo armato sempre a base esagonale e alto circa un paio di metri: su una di queste facce inclinate si apre una finestrella a forma quadrata 80×80 cm da cui si può accedere al suo interno. Due fori da un lato della finestrella fanno arguire che un tempo fosse dotata di un battente che ora è scomparso. Alla base del manufatto  vi è un pozzetto a base quadrata sempre in cemento armato, con dimensioni 1,5×1,5 m. e alto 1 m. su uno dei lati vi sono 5 fori da 10 cm. circa di diametro, disposti uno sopra l’altro”.

Quando venne installata. “Dopo l’8 Settembre del ’43 la R.S.I. chiese aiuto ai tedeschi per poter fronteggiare l’avanzata delle forze alleate nel nostro Paese dove già da tempo erano sbarcate, prima in Sicilia, poi a Napoli e infine ad Anzio. Gli alleati, con estrema facilità avevano travolto le esigue difese erette dagli italiani e per giunta queste erano anche mal gestite. L’avanzata progressiva delle forze alleate verso il nord dell’Italia, l’avvio di una resistenza armata e il cambio di fronte del governo monarchico spinsero Hitler a occupare in pochi giorni tutta la parte d’Italia non ancora in mano agli alleati: la Wehrmacht prese così il totale controllo di tutto il centro-nord appoggiandosi allo scarno e inaffidabile esercito repubblichino.

Allo scopo, fa velocemente mettere in atto un piano di difesa e prima di tutto fa edificare la cosiddetta Linea Gotica per tentare di bloccare o quantomeno rallentare l’avanzata alleata e per fare questo incarica l’Organizzazione paramilitare Todt, detta anche O.T., che raggiungeva con le sue diramazioni tutta l’Europa occupata, compresa l’Italia, con più di 1.500 ditte costruttrici edili e circa 35.000 operai reclutati in parte volontariamente in parte a forza in loco. Fa quindi edificare, oltre alla Linea Gotica, anche moltissimi manufatti che vanno dagli enormi bunker alle difese antisbarco, dalle difese antiaeree a quelle anticarro e dalle piccole piazzole per mitragliatrici poste nei principali incroci stradali ai basamenti per i grandi radar tedeschi. È necessario sapere che questo tipo di radar era ancora alquanto primordiale e non era certamente paragonabile a quello che avevano in dotazione le forze alleate, molto più sofisticato. Infatti i tedeschi, pur conoscendo tutte le potenzialità di quel mezzo tecnico che negli ultimi anni aveva avuto un avanzato sviluppo tecnologico, non potevano utilizzarlo al meglio, non certo per mancanza di finanziamenti ma per mancanza di componentistica e di strumentazione tecnica all’avanguardia di cui al contrario si erano oramai dotati gli alleati. Già dal ‘42 questi primordiali radar erano stati installati sia in Germania che in tutta l’Europa occupata dai tedeschi.

Potevano usarlo solo come telemetro, cioè si limitavano a rilevare la distanza, l’altitudine e la direzione degli stormi di aerei bombardieri alleati in avvicinamento che in Italia decollavano dalla base di Foggia per andare a bombardare le industrie belliche in Germania e non solo”.

Delta del Po grande Patrimonio per l’Italia raccontato dalle Guide Ambientali Escursionistiche AIGAE , vere sentinelle del territorio. Sulle Dune fossili, paragonabili ad una piccola catena di piccole colline di sabbia possiamo vedere il litorale adriatico dell’epoca etrusca.  I Musei archeologici, le corti veneziane dei Papadopoli, dei Vèndramin, dei Pisani, raccontano la storia del Polesine.

 “Non dimentichiamo che il delta del fiume Po è dal 1999 Patrimonio Unesco come estensione del riconoscimento conferito alla città di Ferrara nel 1995  ed oggi, grazie al suo alto valore ambientale è Riserva della Bisfera- nell’ambito del programma MAB dell’UNESCO.  Ad esempio è possibile visitare scavi e siti archeologici ad Adria e dintorni –  ha dichiarato Isabella Finotti, Consigliere Nazionale delle Guide Ambientali Escursionistiche Italiane ed esperta del Delta del Po – o lasciarci avvolgere dai profumi lungo i sentieri del Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri. Oltre alla foce del Po è possibile osservare la foce dell’Adige, il secondo fiume in Italia per lunghezza, dopo il Po. Tanti i siti da vedere di persona nel cuore del Parco del Delta del Po Veneto come il Museo Archeologico Nazionale di Adria con reperti straordinari che vanno dal XIII secolo a. C. al periodo romano o ancora all’epoca dei paleoveneti, degli etruschi e dei greci, dei galli.

Al suo interno abbiamo le ceramiche attiche, corinzie e rodiensi ma anche le espressioni etrusche  ed ancora anche corredi tombali greco – etruschi, gioielli in ambra, oro e pasta vitrea. Il periodo romano è documentato da ceramiche, vetri, oggetti d’uso e d’ornamento ai piedi della scala che porta al piano terra si colloca la viga, rinvenuta negli scavi del ’38: davanti al cocchio i due cavalli aggiogati, dietro il cavallo da sella del guerriero. Nel museo sono esposte alcune delle più significative scoperte avute nel territorio polesano: dagli abitati preistorici di Canar a Castelnuovo Bariano, le ceramiche dell’età del bronzo di Marola e Canova, l’ambiente protovillanoviano di Mariconda e Villamarzana, ma soprattutto di Frattesina e quello greco – etrusco e paleoveneto di San Basilio. La visita al Museo di Adria si conclude con ciò che è stato restituito dal complesso di età imperiale di Corte Cavanella di Loreo (la Mansio Fossis nella Tabula Peutingeriana), e i corredi della necropoli di fondo Canotto, le coppe di produzione adriese in terra sigillata firmata da Lucius Sarius Surus”.

“Le acque del grande Po scorrono lente verso il mare, chi in direzione nord, come il Po di Maistra, chi verso la grande foce ad Est, verso Pila; e chi come i rami del Po di Tolle, di Gnocca e di Goro decisamente scorrono verso Sud. Tutti i 5 fratelli  – ha proseguito Finotti – però sanno che si rincontreranno in Adriatico, il mare di “Adrias” polis di origine Etrusca, ai giorni nostri  Adria.

E dalla polis, lungo stradine e argini si incontrano corti, palazzi, chiese, oratori e..ciminiere, che come sentinelle presidiano il territorio, quel territorio che con fatica e perseveranza l’Uomo ha addomesticato, o si illude di aver addomesticato.

Nel Parco del Delta possiamo entrare nel Centro Turistico San Basilio dove sono conservati i ritrovamenti più antichi come le ceramiche di uso domestico sia del periodo paleoveneto che etrusco, ritrovate in un abitato del VI – V secolo a.C.  Ma c’è la possibilità di ammirare anche ceramica fine da mensa, lucerne per l’illuminazione notturna di una villa romana portata alla luce a poche centinaia di metri dal Centro.

Tanti i musei ed i siti di grande valore come il Museo Regionale della Bonifica a Taglio di Po. Le idrovore, strumento fondamentale per la bonifica meccanizzata, oggi sono grandi esempi di archeologia industriale in grado di raccontarci il Polesine , la bonifica di questi territori .

C’è un Museo il cui tema è l’acqua, in un edificio nato in funzione dell’acqua . Questo museo si trova ad  Adria ed è il  Septem Maria Museum, il Museo dei Sette Mari una denominazione che Plinio il Vecchio diede a questi territori. Nel Parco del Delta c’è anche il Museo delle Api. Nel cuore del Parco del Delta del Po, poco distante da  Porto Viro sorge il paesino di Ca’ Cappellino, dove all’interno di una Scuola Elementare c’è il Museo delle Api con il Centro di Apicoltura.  Possiamo tranquillamente vedere una mostra – museo ma anche entrare nella sala di smielatura, locale idoneo all’estrazione, maturazione ed invasettamento del miele. Ecco che è nato così il Miele del Parco del Delta del Po.  Ma nel Parco del Delta del Po abbiamo meravigliose Golene , spettacolari aree naturali lungo le sponde del Po di Maistra come la Golena Ca’ Pisani, ambiente di notevole importanza faunistica dove possiamo osservare la Garzetta, l’Airone cinerino, l’Airone bianco, l’Airone rosso, la Sgarza ciuffetto, il Cavaliere d’Italia, il Gruccione.  ed abbiamo la Golena di Panarella. Notevole è il suo valore paesaggistico ”.

 

Restauro del bunker a singhiozzo. E l’Umarell si scatena

13 marzo 2017

Restauro del bunker ja, corrente nein. Così i volontari del Comitato ricerche belliche si sono dovuti appoggiare alla vicina Capitaneria di porto per poter iniziare a togliere l’acqua che aveva invaso il reperto tedesco della seconda guerra mondiale. lavori partiti a singhiozzo in quel di Piazzetta degli Archi.

 

I volontari, secondo quanto riferito, erano stati rassicurati sulla presenza dell’energia elettrica per utilizzare la propria pompa sommersa. «La Capitaneria di Porto – hanno commentato – ci ha aiutato, facendoci usare una loro presa di corrente, e siamo riusciti a prosciugare provvisoriamente la precamera del manufatto, riuscendo così ad arrivare alla torretta e pulirla dalla sporcizia gettata dalla gente. Ringrazio tutti i miei nuovi assistenti che mi hanno aiutato tantissimo».

 Il restauro consiste, principalmente nell’evitare che l’ acqua si impadronisca della precamera, poi sarà installata una rete circolare per evitare che la gente usi il bunker come bidone della spazzatura.

«Tra gli interventi – commenta Walter Cortesi, il promotore – è previsto il ripristino della luce crepuscolare, istallazione interna di foto che spigano come venivano costruiti e la loro funzione bellica. Si aggiunge anche la verniciatura esterna mimetica pari ad un costo totale a nostre spese di 150 euro». Nonostante i suoi intoppi il bunker è stato terreno fertile per numerosi Umarell che hanno scambiato la piazzetta degli archi per un cantiere sicuramente spinti da curiosità propositiva e fantasiosa. La proposta che un portavoce ha avanzato è stata quella di stoccare nel bunker le urne funerarie di chi sceglie la cremazione per le proprie spoglie.

 

E c’è già chi ha coniato il nuovo slogan: bunker is the new cantiere!

 

 

Bunker antinucleari: la vita parallela sotto le strade di Pechino

Da architetturaecosostenibile.it del 9 marzo 2017

Sotto le strade di Pechino, c'è un universo parallelo, in cui si vive in rifugi sotterranei costruiti durante la Guerra Fredda. Fu il presidente Mao che ordinò alle città cinesi di costruire appartamenti con rifugi in grado di rispondere al rischio di esplosione di una bomba nucleare: era il periodo compreso tra  gli anni '60 e fine degli anni '70, e si anticipava la possibile devastazione dovuta alla ricaduta in una guerra fredda nucleare. Nella sola Pechino vennero rapidamente costruiti circa 10.000 bunker antinucleari. Quando però la Cina, negli anni '80, aprì le sue porte al mondo globalizzato, il Dipartimento della Difesa di Pechino colse l'occasione per dare in affitto i rifugi a privati cittadini desiderosi di trarre profitto dalla conversione dei rifugi antiatomici di un tempo in piccole unità abitative. Oggi, quando scende la notte, più di un milione di persone per lo più lavoratori migranti e studenti provenienti da aree rurali spariscono dalle strade affollate di Pechino per inoltrarsi nell'universo sotterraneo sconosciuto a chi abita il mondo in superficie.

Il fotografo italiano Antonio Faccilongo raggiunse Pechino nel 2015 per cominciare a documentare questo affascinante quanto grottesco fenomeno di riutilizzo di spazi costruiti per altri scopi. Anche se i bunker sono diffusi, trovandosi  in quasi tutte le parti della città, trovare l’accesso per entrarvi non è semplice! Faccilongo durante il suo primo sopralluogo venne allontanato da una guardia di quartiere che gli avrebbe intimato di allontanarsi citando una legge che vietava agli stranieri di entrare in tali rifugi nucleari. Demoralizzato ma non dissuaso dal riprovare, presentò una richiesta ufficiale al governo locale che inizialmente venne respinta, infine, l’ultimo tentativo di entrare, andato a buon fine, fu quello di sgattaiolare dentro i bunker di nascosto mentre le guardie erano distratte. Non molto tempo dopo il suo primo accesso ai bunker gli venne concessa l’autorizzazione ufficiale; spesso si è trovato davanti all’atteggiamento diffidente di molti residenti e in alcuni casi l’imbarazzo di essere fotografati si è dimostrato un ostacolo al suo obbiettivo. 

"Ho incontrato circa 150 persone, e solo 50 mi hanno dato il permesso per fotografarle", racconta Faccilongo  "Alcuni di loro hanno paura, perché hanno detto alle loro famiglie che vivono nei loro paesi natali che hanno buoni posti di lavoro e vivono in begli appartamenti".

Le condizioni di vita nei bunker purtroppo sono davvero dure: anche se questi luoghi sono dotati di elettricità, impianto idraulico e di un sistema fognario si lamenta la mancanza di una corretta ventilazione naturale o meccanica che rende l'aria stagnante e causa il proliferare di muffe. I residenti inoltre sono costretti a condividere una cucina e dei servizi igienici, che sono spesso angusti e insalubri. La normativa locale prevede uno spazio minimo di 43 piedi quadrati (4 metri quadrati) per ogni inquilino, ma in molti casi viene ignorata.

Una delle immagini più eclatanti di Faccilongo è quella che ritrae Jing Jing, di 4 anni, che vive con la nonna, il padre e il fratello minore in una stanza così piccola dove è possibile far entrare solo un letto. La loro casa si trova accanto a uno spazio più grande adibito a parcheggio per le moto.

 

Le cause dell’occupazione dei bunker 

Nel corso degli ultimi decenni, Pechino ha assistito all’innalzamento dei prezzi delle case: in media, 10,8 piedi quadrati (un metro quadrato) di un immobile residenziale costano quasi 6000 dollari, il che la rende la terza città più costosa del mondo in cui vivere. 

Già nel 2010, alle prese con problemi di affitto e di rischi per la sicurezza, Pechino ha vietato l’uso di rifugi antinucleari e di altri spazi simili ad uso residenziale ma gli sforzi per i divieti sono ad oggi risultati vani. La maggior parte dei residenti nei bunker non ha più un posto dove andare.

Milioni di persone tuttavia continuano a migrare a Pechino dalle aree rurali in cerca di migliori opportunità di vita. Purtroppo Hukou - un obsoleto sistema che gestisce le sistemazioni residenziali in affitto per le famiglie, lega la scelta dell’immobile al luogo di origine dei richiedenti e così è naturale che persone molto povere finiscano in case fatiscenti o, come sta accadendo, in bunker sotterranei. I bunker anti nucleari sono una delle poche opzioni possibili per i migranti.

Un’altra faccia del fenomeno di questi ultimi anni è stata quella delle organizzazioni private che hanno trasformato alcuni di questi vuoti in centri sociali e a volte in piccole aule per l’insegnamento.

 

 

Alle origini della nostra civiltà, Campomarzio fortezza bizantina e luogo leggendario

Da rivierapress.it del 8 marzo 2017

Incominciamo la nostra rubrica culturale “Alle origini della nostra civiltà” con un luogo leggendario per la Liguria, una fortezza bizantina, nei secoli più lontani terra d’incontro e di lotta tra diverse culture. Campo Marzio si trova in Provincia di Imperia, a pochi chilometri da Taggia, lungo la Valle Argentina. La fortezza costituiva uno degli avamposti più importanti e fortificati del Limes di Bisanzio, una linea di difesa greco-bizantina costituita a fine del 500 d.c dall’imperatore Tiberio Maurizio. Della gloriosa rocca oggi rimangono solo alcuni ruderi, documentati dalla nostra fotogallery. Siamo stati accompagnati nella visita dal Dott. Alessandro Giacobbe dell’Accademia delle Belle Arti di Sanremo.

Chiediamo al Dottor Giacobbe di raccontare ai nostri lettori la storia di questo posto epico, dove storia e leggenda si intrecciano e se in futuro ci potrà essere la possibilità di una migliore visibilità e fruizione del luogo.

“Campomarzio è una collina che dista pochi chilometri da Taggia, lungo la Valle Argentina. La posizione di quest’altura è strategica e permette di controllare il passaggio all’interno della valle. Per questo motivo la zona ha sempre avuto nei secoli uno specifico uso militare. L’archeologo Nino Lamboglia è stato l’unico finora ad occuparsi della collina in modo scientifico e nell’immediato dopoguerra, fra 1950 e 1951, diede avvio ad una importante campagna di rilievo e di scavo. Gli scavi constatarono che l’intera superficie di Campomarzio era fortificata: le mura e le torri, seguendo l’andamento del rilievo, rendevano quasi inespugnabile il posto. Durante la prima metà del VII secolo i Bizantini, che tenevano la Liguria, avevano fortificato le valli per prevenire la minaccia longobarda e la fortificazione di Campomarzio rappresentava una di queste maestose fortificazioni. La struttura dimostra con quale accuratezza l’esercito bizantino cercava di porre a difesa la costa ligure, sebbene nel 643 d.C il re longobardo Rotari sfondò le linee latine dell’impero di Bisanzio, portando ad una germanizzazione della Liguria. L’intera area è proprietà del comune di Taggia e si possono ancora oggi notare i resti della chiesa di San Giorgio, un antico acciottolato stradale e diversi ponti, fra cui quello tardomedioevale detto “della Canaglia”, che attraversavano il fiume Argentina. Gli scavi effettuati da Nino Lamboglia nel 1951 portarono alla luce resti di abitazioni e ceramiche tardo-romane e queste scoperte dimostravano una frequentazione antichissima di Campomarzio. Lamboglia scoprì, inoltre, una serie di necropoli, tombe scavate nella roccia e ricoperte con lastre di pietra. Si trattava di inumazioni piuttosto spartane, prive di particolare corredo. La rude realtà militare potrebbe essere all’origine di questa condizione rupestre. Purtroppo appare ad oggi necessaria una nuova campagna di scavi, che completi definitivamente l’opera di Lamboglia. Resta indubbia l’importanza del sito, che potrebbe essere un punto di riferimento di notevole valore in rapporto ad altri punti difensivi bizantini già noti, fra i quali va ricordato il castello di Sant’Antonino di Perti, nell’entroterra di Finale Ligure. La collina di Campomarzio rappresenta uno spazio eccezionale tanto sotto il profilo storico-monumentale quanto dal punto di vista ambientale e si potrebbe pensare ad un suo uso didattico, utile alla comprensione di molti aspetti storici e naturalistici della Liguria occidentale. Un tempo il sito di Campomarzio godeva di notevole fama presso gli stranieri ospiti delle vicine località climatiche. In modo particolare, verso la fine dell’Ottocento, gli Inglesi residenti a San Remo, intraprendevano escursioni sul posto, alla ricerca di emozioni uniche e leggendarie memorie storiche del passato”.
Christian Flammia

 

Le fortificazioni viscontee tornano alla luce in corso Zanardelli

Da ilgiornaledibrescia.it del 8 marzo 2017

Il passato di Brescia continua a riaffiorare: in corso Zanardelli, durante i lavori per il teleriscaldamento realizzati da A2A-Unareti sono spuntati i resti della fortificazione della cittadella viscontea

La struttura risale alla metà del 1300 - spiegano dalla Soprintendenza - e difendeva la parte di Brescia compresa tra il Castello e piazza Paolo VI. Il sistema di protezione della città venne esteso durante il dominio dei Visconti di Milano, tra il 1337 e il 1403.

«È un tratto del muro di contrascarpa che rivestiva e sosteneva il lato esterno del fossato meridionale della cittadella viscontea - spiega Andrea Breda dalla Soprintendenza - che correva in corrispondenza dell'attuale corso Zanardelli».

Da qui le mura proseguivano poi verso sud in un lungo corridoio fortificato che raggiungeva l’attuale via Vittorio Emanuele II, all’altezza del monumento a Zanardelli. In quel punto, all’epoca, c’era una struttura difensiva chiamata «Rocca della Garzetta».

I resti, emersi in questi giorni nel cantiere in centro, sono stati segnalati alla Soprintendenza che ha bloccato i lavori. Ora si tratta di capire come procedere con queste strutture: simili ritrovamenti sono frequenti quando si scava nella parte antica della città. In ogni caso il muro verrà salvaguardato, spiegano da piazza Labus: la nuova condotta del teleriscaldamento è stata infatti spostata più a nord.

 

Isola Palmaria: il ticket di accesso per i turisti non è la soluzione migliore

Da tigullionews.com del 3 marzo 2017

L’Associazione Mangia Trekking opera da tempo nel settore dell’escursionismo in tutta la Liguria di Levante, e anche nell’Appennino toscano ed emiliano.
Alcuni operatori -rispetto al turismo in Italia, una nazione già assai massacrata da tassazioni (alcune fin troppo folcloristiche) e dai costi del sistema pubblico- chiedono l’introduzione di una tassa di accesso ad alcune zone del territorio, definita ticket (l’inglese fa chic e quindi è più indolore?).
La proposta ha senso in zone come Venezia, dove l’affollamento è eccessivo, e comincia a esserlo anche in tutte le Cinque Terre, che rischiano di morire di troppo successo, soffocate da masse di turisti in fila come all’ufficio postale…
A Sestri Levante, il CIV locale ha chiesto di valutare l’introduzione di una tassa di accesso alla spiaggia di Portobello, una delle più belle d’Italia.
La sindaca Valentina Ghio ha risposto dicendo che è preferibile far pagare ai turisti i servizi disponibili nel territorio, invece di introdurre dazi “doganali” di difficile comprensione (può un territorio essere “venduto” tout court, in un mondo che si vuole senza barriere né muri?).

Anche Mangia Trekking è su questa lunghezza d’onda rispetto all’isola Palmaria. Ecco un testo presentatoci dal presidente Guerri:

“Intervistata e sollecitata ad esprimersi in merito all’argomento ticket o tassa di sbarco sull’isola Palmaria, l’associazione Mangia Trekking, afferma di operare soltanto in accordo con le direttive ricevute dall’Ente Parco Naturale Regionale e  dal Comune di Porto Venere.  Da  tanti anni, in fattiva collaborazione con l’Amministrazione Comunale, è l’associazione Mangia Trekking che cura la manutenzione, la segnatura e la comunicazione delle attività possibili sulla rete sentieristica dell’isola Palmaria.

Le attività sono condotte con metodi e materiali artigianali, armonizzati con la  bellezza dei luoghi, e sono divenute un esempio concreto di cosa si intende per valorizzazione di un territorio verde.
L’isola Palmaria è uno degli angoli marini italiani di maggior pregio ed interesse turistico-escursionistico.
Come ripete il foto-scrittore Gian Luca Boetti, che tanta attenzione ha dedicato all’isola, sono in molti a volersi attribuire meriti non loro.
Nella Palmaria l’associazione ha utilizzato i contenuti del libro “Progetti integrati per le antiche fortificazioni costiere” (Agorà Edizioni, 1998), dove l’Ingegnere Piero Pesaresi illustra le fortificazioni militari dell’isola, proponendole come possibile contributo al turismo locale.
E’ importante offrire anche informazione e racconto, in tutte le numerose attività escursionistiche organizzate attraverso i meravigliosi panorami a 360° che si aprono lungo i sentieri dell’isola. Per esempio l’isola del Tino e il suo faro.
Oggi, il Comune di Porto Venere e l’associazione dell’alpinismo lento sono soddisfatte perché sono sempre più numerose le persone, provenienti da ogni parte del mondo, che sbarcano sull’isola per visitarla e conoscerla.  L’associazione Mangia Trekking per i risultati raggiunti sulla Palmaria, in collaborazione con la giovane e lungimirante Amministrazione, verrà premiata per il Protocollo d’intesa con cui l’associazione e il Comune hanno collaborato così bene. Negli anni fino al 2019 -in funzione del raggiungimento degli obiettivi previsti nel documento di collaborazione, all’Associazione sarà attribuito un contributo economico.
Un premio che induce l’associazione ad operare con qualità, senza autocelebrarsi e con sempre maggiore attenzione al territorio. Quindi, non selezioni o esclusioni dei turisti, ma una maggiore fruizione turistica, purché consapevole e responsabile del valore unico dell’isola Palmaria.

 

Mirabilia Maris: visite alle Torri costiere di Palermo

Da inchiestasicilia.com del 2 marzo 2017

Nell’ambito degli eventi organizzati all’interno della Mostra “Mirabilia Maris” si terrà, Venerdì 3 Marzo 2017 alle ore 9,30, la visita guidata alle Torri costiere della costa ovest di Palermo.

L’appuntamento è a Piazza di Piano Levante a Isola delle Femmine davanti al Gran Caffè. L’iniziativa, promossa dalla Soprintendenza del Mare – U.O. II, in collaborazione con SiciliAntica, Associazione Guide Turistiche, A.T.C. l’Associazione che viaggia, Amici della Soprintendenza del Mare, Guide Turistiche Associate Palermo, è coordinata da Sebastiano Tusa, Alessandra De Caro e Alfonso Lo Cascio. L’interessante percorso, alla scoperta della costa ovest di Palermo e delle architetture militari poste a sua protezione contro le incursioni dei pirati barbareschi è curato in particolare da SiciliAntica e sarà guidato da Fabrizio Giuffrè.


La prima torre ricade all’interno del territorio di Isola delle Femmine ed è detta torre “di terra”, per distinguerla da quella “di mare”, ubicata sull’isolotto, a trecento metri dalla costa. La torre di terra, posta probabilmente a difesa di una vicina tonnara, attorno a cui si sviluppò il borgo, è databile al XV secolo: eretta su di uno sperone di roccia, è di modeste dimensioni, a pianta circolare. Dal sua sommità, si poteva facilmente comunicare tramite “fani” con la torre dell’isolotto, oggi in stato di rovina, opera di Camillo Camilliani. Il percorso proseguirà verso la costa di Carini, antico feudo dei La Grua Talamanca; lungo il litorale, dove si dice fosse ubicata la mitica città di Hykkara (VII secolo a.c),

si visiterà il baglio dei pescatori, vigilato da una torre cinquecentesca di aspetto spavaldo e guerriero, munita di merli e caditoie, un tempo posta a guardia di una tonnara e di un esteso territorio, oggi corrispondente all’abitato di Villagrazia di Carini, dove sin dal XV secolo si coltivava la canna da zucchero così come viene attestato dall’antico trappeto, al di sopra del complesso catacombale paleocristiano di Hykkara. A seguire, ci si soffermerà sull’imponente torre Muzza, detta anche Torrazza, per via delle notevoli dimensioni, oggi ridotta a rudere, ma ancora riconoscibile nelle originarie volumetrie.

Il percorso si concluderà presso la cala detta Pozzillo, laddove, su di un basamento di calcare si innalza l’omonima torre, a pianta quadrata, con una base tronco piramidale ed ampio terrazzo all’ultimo piano a dominio del golfo.
Per informazioni: sopmare.uo2@regione.sicilia.it – sopmare.uff.stampa@email.it. Tel. 335.7957310.

 

 

 

Un nuovo bar nel bunker antisbarco

Da lastampa.it del 2 marzo 2017

Il bunker dei Balzi Rossi, situato davanti al museo preistorico e di fianco ad uno dei più famosi ristoranti italiani, potrà diventare un pubblico esercizio. In particolare si pensa ad un bar, destinato a diventare punto di riferimento sia per i frequentatori dell’area archeologica sia per i tanti residenti e turisti che praticamente tutto l’anno frequentano le spiagge della zona, bellissime e riparate. Unica condizione, il gestore dovrà impegnarsi a trasformare parte della struttura, di circa 80 metri quadri coperti, in un book shop, con gadget e iniziative a corredo dell’attività museale stessa. La decisione dell’amministrazione comunale, che ha già ottenuto in concessione la struttura dal demanio marittimo e a breve indirà una gara ad evidenza pubblica per darlo in gestione ai privati, insomma, risponde a diversi obiettivi. Dare una funzione ad una struttura che si trova in uno degli angoli più belli della Liguria e d’Italia, con possibilità in estate e nelle giornate di bel tempo di utilizzare anche un incantevole belvedere, in primo luogo. Ma anche aggiungere dei servizi al museo e ai visitatori dell’area, siano turisti attirati dalla cultura o dalle calette della zona. E, non ultimo, mantenere l’area pulita e decorosa, aggiungendo vivibilità e controllo. Il passo propedeutico per consentire la trasformazione del bunker è stata una variante al Puc. di Patrizia Mazzarello

 

 

 

La Fondazione adotta il Torrione

Da ilcapoluogo.it del 2 marzo 2017

Un milione di euro per la riqualificazione del Parco del Castello e fondi in arrivo per il Torrione.

E’ stato presentato il progetto di riqualificazione dell’area verde aquilana, con l’accordo del Comune e altre istituzioni tra le quali la Fondazione Carispaq che ha sovvenzionato l’intervento con un milione di euro.

Parliamo di una zona verde molto ampia di 110 mq, di dominio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, che va dalla Chiesa del Crocifisso al parco giochi.

Il Parco fu realizzato tra il 1927 e il 1931 dall’Ing. Mario Bafile, inserito nel Piano urbanistico “Tian” che servì a dare credito alla zona subito dopo il terremoto del 1915.

Il presidente della Fondazione Marco Fanfani ha spiegato, nel corso della presentazione, che verrà riqualificato l’intero Parco che dopo il sisma è divenuto importante luogo di aggregazione sociale.
L’intervento è ispirato ai principi di eco-sostenibilità ambientale e riguarderà il recupero delle aree verdi.

a Soprintendente Maria Alessandra Vittorini ha spiegato che questo progetto di rivalutazione rappresenta un preciso e attento approfondimento: “Il Parco costituisce lo scenario naturale del Forte spagnolo e, sia pur nelle diverse trasformazioni che ne hanno mutato l’aspetto a partire dai primi del ‘900, è oggi interamente sottoposto a tutela per il suo interesse culturale”.

Nel corso dell’incontro, è emersa anche la disponibilità da parte della Fondazione Carispaq a finanziare un intervento di recupero per il Torrione, dopo l’iniziativa di Jemo Nnanzi che, pochi giorni fa, aveva richiamato l’attenzione sullo stato di degrado in cui versa uno dei simboli aquilani. (Alberto Di Muzio)

 

L'AQUILA: RECUPERO DEL 'TORRIONE', PROPOSTA DELLA FONDAZIONE CARISPAQ

Da abruzzoweb.it del 1 marzo 2017

L’AQUILA - Si fa avanti la Fondazione Carispaq per salvare dal degrado il Torrione, monumento simbolo dell’omonimo quartiere all’Aquila.

L’annuncio è arrivato oggi a margine dell'incontro con la stampa di presentazione del progetto di riqualificazione urbana del parco del Castello.

Un annuncio che potrebbe sbloccare l'impasse dopo che nel 2015 l'Associazione costruttori (Ance) aveva proposto una sistemazione rapida per 20 mila euro ma il Comune aveva ribattuto con un progetto strutturale da 120 mila e non se n'era fatto nulla.

“Già da tempo avevamo detto che ci saremmo occupati, come Fondazione, di togliere dall’umiliazione questo monumento storico che tanto significa per la città - afferma ad AbruzzoWeb Marco Fanfani, presidente della Fondazione - Il danno, oltre che dal terremoto, è stato compiuto negli anni Sessanta, con un’espansione edilizia che ha soffocato e chiuso il Torrione. Lo ha proprio umiliato”.

A circondare letteralmente il monumento c'è, infatti, un noto palazzo la cui facciata principale è a forma di "V" per racchiudere la torre.

Il sindaco del capoluogo, Massimo Cialente, ha accolto la proposta e rilanciato un tavolo di lavoro con la soprintendente unica Alessandra Vittorini per, “pensare come prima cosa al recupero delle pietre cadute dopo il sisma e che sono ancora abbandonate a terra e poi trovare una collocazione in uno spazio adatto alla loro conservazione”.

Nei giorni scorsi il Torrione è stato ogg

etto di un flash mob da parte del gruppo di azione civica Jemo ‘Nnanzi, mirato proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica per il recupero del monumento, che è stato simbolicamente avvolto in una lunga bandiera tricolore. Eleonora Marchini

 

Castelli da visitare in Italia: tutte le fortezze e rocche più belle del nostro paese

Da pianetadonna.it del 28 febbraio 2017

In Italia non abbiamo solo rovine greco-romane e città rinascimentali, l'arte delle grandi mostre. Un altro dei nostri grandi patrimoni storico-culturali è rappresentato dai castelli. Ce ne sono talmente tanti, sparsi in diverse regioni del Paese, che è impossibile conoscerli tutti.

Castelli del periodo longobardo, quindi molto antichi e talvolta non più ben conservati (come il Castello di Arechi a Salerno, che tuttavia ci regala suggestive rovine e musei molto curati ), castelli medievali, castelli tardo-medievali, con borghi annessi interni o esterni alle mura di grandissimo pregio. A volte si tratta poco più che di torri di guardia, ma ognuna ha il suo particolare fascino. Per non parlare dell’imponenza di certe fortezze, come quella di Bard, in Val d’Aosta, sconosciuta ai più fino a quando qualche anno fa non è stata utilizzata come sfondo per il film The Avengers: Age of Ultron.

Poi ci sono castelli di intatta bellezza, che racchiudono storie scritte nella memoria del tempo, immortalate in opere che non passeranno mai di moda.

Il Castello di Gradara

E’ il caso del Castello di Gradara, bellissimo, davvero. Ma non solo: teatro di una storia narrata niente meno che da Dante nella Divina Commedia, quella di Paolo e Francesca. “Galeotto fu quel libro e chi lo scrisse”. C’è tutto nel Castello di Gradara, il libro galeotto, la stanza del peccato, il letto, la botola dove Paolo fuggiva e dove rimase ucciso dal fratello adirato per il tradimento, che poi uccise anche Francesca. Storia, leggenda, letteratura e fantasia si fondono in un unico, antico luogo pieno di emozioni e di sangue rappreso.

Il Castello di Rocca Calascio - Il Castello di Ladyhawke

Confessatelo, quante volte avete visto Ladyhawke con la splendida Michelle Pfeiffer trasformata in un falco per tenerla lontana dal suo amante, Navarre? Molte. Rivivere le emozioni del film oltre che rivedendolo, è possibile andando al castello di Rocca Calascio che si trova in Abruzzo in provinca de L'Aquila. Bianchi torrioni aspettano solo di essere espugnati dai visitatori. Non si può dormire all'interno della fortificazione, ma proprio ai suoi piedi si trova l'ostello diffuso Il Rifugio della Rocca dove è invece possibile soggiornare

Il Castello Scaligero di Malcesine

Questo meraviglioso castello si trova in Veneto e fu risistemato dalla famiglia degli Scaligeri intorno al 1300. Il castello di Malcesine deve parte del suo fascino alla sua posizione assolutamente favorevole sul Lago di Garda. All'interno del castello si trovano alcuni musei che è possibile visitare.

I Castelli d'Italia dove dormire

Il fascino della Storia, ma anche delle fiabe o del fantasy. Visitare uno dei nostri castelli e dormirci dentro o dei nostri borghi è come lasciare tutto d’un tratto lo spazio-tempo reale, e catapultarsi totalmente in un’altra dimensione, in un mondo “altro”. E che dire delle rievocazioni storiche che approfittano di scenografie così spettacolari già belle che pronte: capitare nei pressi di qualche castello in situazioni simili è a dir poco emozionante.

Il castello di Proceno

Sapete che in alcuni castelli si può anche dormire? E “sperare” di sentire o vedere qualche fantasma passare per i corridoi? Ad esempio si può in un piccolo e deliziosissimo castello al confine fra Lazio, Umbria e Toscana, il castello di Proceno, trasformato sapientemente in un accoglientissimo B&B, dalla proprietaria attuale,discendente di una famiglia nobile d’altri tempi. Se decidete di soggiornarvi, a due passi da Civita di Bagnoregio, la famosissima città che muore, non scordatevi di visitare la torre e le sale dell’appartamento della proprietaria, un museo di collezioni private incredibile.

I Castelli di Strassoldo

I Castelli di Strassoldo invece apriranno i battenti l’8 e il 9 aprile 2017 per la manifestazione In primavera: Fiori, Acque e Castelli, per coprire un patrimonio storico millenario che normalmente non è aperto al pubblico. E che patrimonio: le sale, ornate a festa, mostreranno creazioni di maestri artigiani e decoratori e artisti d’eccellenza.

Il Castello di Spessa

Il Castello di Spessa di Capriva del Friuli, in occasione di Castelli aperti, sarà invece aperto domenica 2 aprile 2017. I Saloni padronali, dove fu ospite Casanova nel 1773, la chiesa neogotica, la degustazione del vino della tenuta, il parco ricco di piante secolari e fiori, le cantine scavate in profondità sotto il castello, famose dal Trecento, i prodotti tipici tutti da assaggiare. Tutto questo farà parte di una giornata indimenticabile.

 

Museo dei Castelli di Casalbore: al via la stagione di apertura con gli istituti scolastici

Da salernotoday.it del 28 febbraio 2017

Dopo lo straordinario risultato di presenze raggiunto con la stagione turistica 2016, il "Museo dei  Castelli", unico percorso didattico-espositivo dedicato ai castelli e alle fortificazioni della provincia di Avellino, ospitato presso l'area castellare di Casalbore (AV), riapre le porte al pubblico a partire da venerdì 3 marzo. Oltre 20.000 visitatori, di cui circa 8.000 alunni degli istituti scolastici della Campania, hanno visitato la Torre Normanna di Casalbore, simbolo del borgo irpino, che dal 2013 ospita le immagini fotografiche della mostra "Immagini come appunti di viaggio" di Giuseppe Ottaiano, arricchite da preziose informazioni sulle vicende legate al processo di incastellamento in provincia di Avellino, oltreché da contenuti e laboratori didattici. Il "Museo dei Castelli", realizzato dall'Associazione Culturale Terre di Campania in collaborazione con il Comune di Casalbore, consente a studenti di ogni età, gruppi organizzati di visitatori e singoli viaggiatori ed escursionisti di vivere una o più giornate all'insegna della scoperta della storia e del gusto tipico locale, offrendo la possibilità di compiere, stando in un'unica location, un viaggio attraverso l'intero patrimonio di siti di incastellamento presenti sul territorio irpino. Il progetto, che continua a richiamare flussi turistici sempre crescenti, ha spinto, inoltre, l'Associazione Culturale Terre di Campania a creare, in collaborazione con le locali amministrazioni comunali e privati, una rete di accoglienza turistica tra borghi e altri beni presenti sul territorio della provincia di Avellino e non solo, convenzionando luoghi quali: il borgo di Savignano Irpino, la Città di Avella, le Oasi del WWF di Pannarano e Campolattaro, il Castello di Campolattaro. Casalbore conferma così il ruolo già assunto di porta di ingresso ai territori delle aree interne della Regione Campania: i visitatori del borgo irpino potranno, infatti, visitare anche gli altri beni e luoghi convenzionati contando sul supporto dell'Associazione Culturale Terre di Campania. <>, afferma Simone Ottaiano, Presidente di Terre di Campania e anima dell'iniziativa, <>. Come ogni anno al Museo dei Castelli di Casalbore sarà possibile attraverso le immagini fotografiche, i racconti e le leggende, scoprire le curiosità sui territori dei comuni irpini interessati dalla presenza di un sito di incastellamento; partecipare ai giochi e ai laboratori didattici; conoscere le peculiarità eno-gastronomiche del territorio di Casalbore attraverso divertenti degustazioni guidate. Sarà possibile, dunque, vivere un'esperienza unica nel suo genere, alla scoperta di tutto ciò che di buono e bello le Terre di Irpinia hanno da offrire. Il Museo dei Castelli sarà aperto in settimana e nei weekend su prenotazione. Tutte le info e il calendario di aperture su www.museodeicastelli.it


 

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Museo dei Castelli di Casalbore: al via la stagione di apertura con gli istituti scolastici
Dopo lo straordinario risultato di presenze raggiunto con la stagione turistica 2016, il "Museo dei Castelli", unico percorso didattico-espositivo dedicato ai castelli e alle fortificazioni della provincia di Avellino, ospitato presso l'area castellare di Casalbore (AV), riapre le porte al pubblico a partire da venerdì 3 marzo. Oltre 20.000 visitatori, di cui circa 8.000 alunni degli istituti scolastici della Campania, hanno visitato la Torre Normanna di Casalbore, simbolo del borgo irpino, che dal 2013 ospita le immagini fotografiche della mostra "Immagini come appunti di viaggio" di Giuseppe Ottaiano, arricchite da preziose informazioni sulle vicende legate al processo di incastellamento in provincia di Avellino, oltreché da contenuti e laboratori didattici. Il "Museo dei Castelli", realizzato dall'Associazione Culturale Terre di Campania in collaborazione con il Comune di Casalbore, consente a studenti di ogni età, gruppi organizzati di visitatori e singoli viaggiatori ed escursionisti di vivere una o più giornate all'insegna della scoperta della storia e del gusto tipico locale, offrendo la possibilità di compiere, stando in un'unica location, un viaggio attraverso l'intero patrimonio di siti di incastellamento presenti sul territorio irpino. Il progetto, che continua a richiamare flussi turistici sempre crescenti, ha spinto, inoltre, l'Associazione Culturale Terre di Campania a creare, in collaborazione con le locali amministrazioni comunali e privati, una rete di accoglienza turistica tra borghi e altri beni presenti sul territorio della provincia di Avellino e non solo, convenzionando luoghi quali: il borgo di Savignano Irpino, la Città di Avella, le Oasi del WWF di Pannarano e Campolattaro, il Castello di Campolattaro. Casalbore conferma così il ruolo già assunto di porta di ingresso ai territori delle aree interne della Regione Campania: i visitatori del borgo irpino potranno, infatti, visitare anche gli altri beni e luoghi convenzionati contando sul supporto dell'Associazione Culturale Terre di Campania. <>, afferma Simone Ottaiano, Presidente di Terre di Campania e anima dell'iniziativa, <>. Come ogni anno al Museo dei Castelli di Casalbore sarà possibile attraverso le immagini fotografiche, i racconti e le leggende, scoprire le curiosità sui territori dei comuni irpini interessati dalla presenza di un sito di incastellamento; partecipare ai giochi e ai laboratori didattici; conoscere le peculiarità eno-gastronomiche del territorio di Casalbore attraverso divertenti degustazioni guidate. Sarà possibile, dunque, vivere un'esperienza unica nel suo genere, alla scoperta di tutto ciò che di buono e bello le Terre di Irpinia hanno da offrire. Il Museo dei Castelli sarà aperto in settimana e nei weekend su prenotazione. Tutte le info e il calendario di aperture su www.museodeicastelli.it



 

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Palermo: le difese costiere della Sicilia a “Mirabilia Maris

Da ecodisicilia.com del 27 febbraio 2017

Nell’ambito degli eventi organizzati all’interno della mostra “Mirabilia Maris” si terrà domani 28 Febbraio 2017 alle ore 16,00, presso il palazzetto Mirto in Via Lungarini, 9 a Palermo, la conferenza di Ferdinando Maurici sul tema “Le difese costiere dell’isola tra Medioevo e Età moderna”.

L’iniziativa, promossa dalla soprintendenza del mare – U.O. II, in collaborazione con SiciliAntica, associazione guide turistiche, A.T.C. l’associazione che viaggia, amici della soprintendenza del mare, guide turistiche associate Palermo, è coordinata da Sebastiano Tusa,  Alessandra De Caro e Alfonso Lo Cascio.

Venerdì 3 Marzo è prevista, a cura di SiciliAntica, la visita guidata alle torri costiere della costa ovest di Palermo. Il ricco calendario predisposto dalla soprintendenza del mare vuole raccontare uomini e storie legate al Mediterraneo, nella consapevolezza che le vicende della Sicilia non possono prescindere dalla conoscenza e dal rapporto con l’ambiente marino. Dai viaggi dell’uomo della Preistoria alle grandi battaglie, dalle difese costiere dell’isola tra Medioevo e  Età moderna agli ex voto, che hanno caratterizzato l’esistenza di tanti uomini, dalla storia della subacquea alla produzione del cantiere navale di Palermo, l’universo legato al  mare resta qualcosa di unico e irripetibile.

L’ingresso a tutti gli eventi è libero. Ai partecipanti agli incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Per informazioni: sopmare.uo2@regione.sicilia.it – sopmare.uff.stampa@email.it. Tel. 335.7957310.

 

A Milano conclusi i lavori di restauro del rifugio antiaereo di Piazza Grandi

Da network Italiano Bunker e Rifugi di 28 febbraio 2017

In superficie la fontana monumentale è tornata a zampillare e impreziosire la piazza; sottoterra è stato recuperato il ricovero antiaereo realizzato dal Comune di Milano nel 1936 per difendere i cittadini dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Sono giunti al termine i lavori di restauro in piazza Grandi, che da un lato hanno ripristinato l’impianto idrico della fontana e riqualificato la s...truttura in bronzo, dall’altro hanno visto la bonifica e riqualificazione di quello che fu ed è tutt’oggi un luogo simbolico Milano.

“Milano in ogni suo angolo sa sorprendere cittadini e turisti - ha affermato il sindaco Giuseppe Sala - perché è una città che non si smette mai di scoprire. Trovo straordinario il risultato di questo restauro che ha riportato alla luce una meraviglia storica fino a oggi ‘nascosta’ e che ci aiuterà a mantenere viva la memoria della nostra città anche con i più giovani”.

“Oltre ad aver ripristinato il decoro della piazza, abbiamo recuperato un importante pezzo di storia della città che molti milanesi ancora non conoscono - ha dichiarato l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura Pierfrancesco Maran - stiamo verificando la disponibilità di qualche associazione per rendere questo luogo periodicamente visitabile dai cittadini e dagli studenti, come accade per i Bagni Diurni di piazza Oberdan, vogliamo che resti viva la memoria storica di un periodo estremamente doloroso e significativo per il nostro Paese e la nostra città”.

Per quanto riguarda il recupero del rifugio antiaereo, costituito da un tunnel di 25 camere che durante la guerra ospitarono fino a 400 persone, sono stati inseriti gli impianti di alimentazione elettrica per l’illuminazione e per i rilevatori di presenza, in modo da garantire l’accesso in sicurezza in tutte le stanze. Sono stati rimossi i fanghi e l’acqua presenti e disinfestate e pulite tutte le superfici, con l’installazione di una pavimentazione galleggiante.

Si è voluto inoltre recuperare il senso dell’impianto di illuminazione originario, non più presente dal dopoguerra, con l’installazione di trefoli d’acciaio su cui corrono i cavi di alimentazione di un sistema di faretti led integrativi in grado di valorizzare le numerose scritte presenti sulle pareti, la vera testimonianza storica arrivata ad oggi conservata e inalterata dal tempo.

A completamento, è stata ridefinita, col suo recupero, la rampa di accesso al ricovero e sono state restaurate le dotazioni storiche del rifugio: tutti gli attacchi presenti all’interno del ricovero dove un tempo erano agganciati i secchi dell’acqua potabile per le persone nascoste, il sistema di scarico della fontana in ghisa, la condotta originaria di alimentazione della fontana.

 

Il Comune cerca volontari per aprire Forte Puìn, ma il bando ha i minuti contati

Da genova24.it del 27 febbraio 2017

Genova. Aprire Forte Puìn alla città con manifestazioni, feste, visite guidate e didattiche. E’ lo scopo del Comune di Genova che ha appena fatto uscire un bando aperto ad associazioni e organizzazioni di attività ricreativi e culturali interessate a utilizzare il bastione come location per eventi dal periodo di aprile a dicembre 2017. L’avviso, frutto di una delibera di giunta firmato due settimane fa dagli assessori Piazza e Porcile – è stato però pubblicato venerdì sul sito del Comune e ha una scadenza molto ravvicinata: il prossimo 7 marzo. Il rischio è che alla “call” non si presenti nessuno. “Crediamo che ci siano già diversi soggetti interessati – spiega Emanuele Piazza – ma se non dovessero presentarsi potremo prorogare i tempi. In questo caso però dovrebbe essere una procedura piuttosto snella, non si tratta di una concessione per la valorizzazione che prevederebbe anche l’intervento di privati ed eventuali finanziamenti, in questo puntiamo a rendere fruibile il forte ai cittadini nel periodo primaverile, estivo e autunnale”.  Si vedrà. L’avviso di manifestazione di interesse, di fatto un’indagine esplorativa, è relativo ad attività di presidio come, per esempio, raduni scout, visite scolastiche, visite naturalistiche, spettacoli teatrali, esercitazioni di cartografia e orientamento, apertura e chiusura del Forte nelle giornate festive e prefestive, attività di ristoro. I soggetti interessati dovranno essere associazioni prive di scopo di lucro, che abbiano tra i compiti di atto costitutivo, finalità sociali, culturali e ambientali. La gestione sarà aggiudicata sulla base dell’offerta ritenuta più vantaggiosa dal Matitone. Forte Puin è stato trasferito dal Demanio al Comune in nome di un accordo firmato nell’ottobre 2015 e che includeva anche Forte Crocetta, l’ex Torre Granara, Forte Belvedere, Forte Tenaglia, Forte Sperone e Forte Begato. La storia. Il Forte Puìn è il primo dei forti fuori le mura che si incontrano dirigendosi verso nord, dopo essersi lasciati alle spalle Forte Sperone, parte della cinta muraria allestita per fronteggiare le truppe austriache durante la Guerra di successione austriaca. Il nome del forte deriva dalla settecentesca “Baracca di Puin”, situata pressappoco più sotto dove oggi si trova il noto locale Ostaja de Baracche. La realizzazione di Forte Puìn fu ideata nel 1815 dagli ingegneri del Corpo Reale del Genio Sardo. Venne abbandonato nell’ultimo decennio dell’Ottocento e radiato dalle liste militari del 1908. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 1963 il forte fu chiesto in concessione da un privato, Fausto Parodi, che dopo averlo restaurato a proprie spese, vi abitò per circa vent’anni.

 

Ex Polveriera, presto l’apertura di un bar e di un ristorante

Da reggiosera.it  del 25 febbraio 2017

REGGIO EMILIA – Ultime settimane di lavoro, nella ex Polveriera di Reggio Emilia, per il completamento della ristrutturazione e del recupero promosso dalla cordata di cooperative sociali di cui è capofila il Consorzio Oscar Romero.

“A quasi un anno di distanza dall’avvio dell’attività del centro diurno e residenziale per disabili, seguito dall’insediamento di laboratori socio-occupazionali e spazi per il co-working – sottolinea il presidente della società La Polveriera e direttore del Consorzio Romero, Leonardo Morsiani – nel mese di aprile, nel secondo capannone oggetto di recupero, si avvieranno le attività di un bar e di un ristorante, ovviamente aperti, come tanti altri spazi di questo luogo restituito alla fruizione pubblica, a tutto il quartiere e a quanti vorranno scoprire questo luogo che è stato rianimato per funzioni ben diverse rispetto a quelle militari che le determinarono l’origine”.

Nelle prossime settimane – e l’accordo è di queste ore – nella Polveriera si insedierà anche l’attività distrettuale dell’Uepe, realtà periferica del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia, attualmente collocato in via Paradisi, tra la via Emilia Ospizio e via Turri.

“Un insediamento importante – spiega Morsiani – anche a livello simbolico, perchè rappresenta fattore di legalità e virtuoso esempio dell’azione dello Stato a presidio del corretto svolgimento delle sanzioni penali non detentive e delle misure alternative alla detenzione”. A fronte delle contestazioni mosse dall’Associazione Reggio Civitas rispetto all’apertura dell’Uepe in Polveriera, dal presidente del Consorzio Oscar Romero, Valerio Maramotti, giungono rassicurazioni. “L’Ufficio statale, che non è gestito dal Consorzio, ma dal Ministero della Giustizia – spiega Maramotti – esercita funzioni di aiuto e di controllo sulle persone affidate in prova ai servizi sociali e sui detenuti domiciliari, assicurando vigilanza sull’applicazione, la modifica, la proroga o la revoca delle misure a carico di quanti stanno sperimentando percorsi di riscatto e di reinserimento.”.

“Chi accede a queste misure – prosegue Maramotti – ha dunque motivazioni che lo spingono lontano dal crimine e, scontando una pena anche attraverso lavori di pubblica utilità, riprende una relazione con persone o comunità che può aver ferito con errori che, comunque, non possono essere oggetto di un sospetto, di un rifiuto o di una condanna perpetua o peggiore di quella che avviene con la detenzione”. “Insieme a questo primo e fondamentale aspetto – conclude Maramotti – sussiste tutto il lavoro dell’Uepe, la cui presenza a Reggio Emilia si è rivelata in questi anni un elemento di forte rassicurazione, di garanzia e di tutela per tutti i cittadini”.
Mentre si completano gli insediamenti (e i primi saranno ristorante e bar, così come previsto nel progetto originale), le coop sociali che hanno dato vita alla società La Polveriera stanno intanto lavorando anche sul programma di eventi e di attività che sarà proposto alla cittadinanza per la primavera-estate 2017. “Si è appena conclusa – osserva Morsiani – l’esposizione della mostra fotografica di Luigi Ottani, “Scappare la guerra”, reportage fotografico del confine greco-macedone, mentre stanno avviandosi in questi giorni laboratori ed atelier di vario genere (musica, espressività, foto-arte terapia, teatro) per adulti, bambini e professionisti, con un programma specifico tra l’altro per famiglie con genitori di bambini con disabilità”. “L’imminente apertura dei nuovi spazi commerciali pubblici, e tra questi anche un negozio di oggetti di design – anticipa Morsiani – ci consentirà di arricchire ulteriormente un calendario di eventi che già nel 2016 ha portato in Polveriera oltre 5.000 persone”.

 

Inizia il restauro al Baluardo di Colle

Da quinewsvaldelda.it del 25 febbraio 2017

COLLE VAL D'ELSA — I ponteggi già circondano il baluardo di Colle.

A breve si darà il via ai lavori veri e propri per l’antico bastione della cinta muraria di Colle. 

Sulla necessità di mettere in sicurezza il baluardo erano intervenuti anche i cittadini di Colle in diverse occasione, dall'angolo esterno della struttura si erano staccate alcune grosse pietre che avevano anche fatto temere per la tenuta della balconata. 

Sempre il bastione è interessato da i lavori di manutenzione anche all’interno per la manutenzione dell’impianto di risalita da Colle bassa a Colle alta.

 

 

Monte Venda, viaggio dentro il bunker dei veleni dell'ex base Nato

Da ilgazzettino.it del 24 febbraio 2017

ABANO - I cartelli che avvisano la presenza di un limite invalicabile non spaventano ormai più nessuno. Basta un buco nella recinzione di quella che un tempo era considerata una delle basi più operative del suolo nazionale ad introdurre, dalle retrovie di un sentiero, chiunque voglia aggirarsi fra i fantasmi del base del primo Roc del Venda. Chi lo ha fatto con più frequenza negli ultimi tempi, sono stati i ladri. Quantità di cavi di rame, per non parlare di metalli, utensili, condotte elettriche ed apparecchi telefonici sono state divelte dai locali della base. Poco importa che le strutture violate fossero quelle nelle quali nel corso degli anni si è maturato il dramma di quasi una quarantina di avieri, uccisi dalle esalazioni di radon ed amianto presenti all'interno del bunker militare.

Dopo il passaggio dei vandali, la base attira ora quanti hanno aggiunto l'ex primo Roc nel palmares dei luoghi dell'abbandono sparsi su tutto il territorio, collocando sul web istantanee che testimoniano il degrado inarrestabile della struttura...

 

 

 

Il Forte San Felice tra i 10 monumenti più amati in Italia

Da nuovavenezia.it del 24 febbraio 2017

Al primo c’è il Castello di Sammezzano, capolavoro dell'arte "orientalista" dell'Ottocento, con il suo parco di quasi duecento ettari, risultato il posto più amato tra quanti (più di un milione e mezzo) hanno votato all'ottavo censimento "I luoghi del cuore" promosso dal Fai. 

L'edificio da "mille e una notte", che si trova nei pressi di Leccio, una frazione del Comune di Reggello a circa un'ora d'auto da Firenze, ha ricevuto più di 50 mila preferenze, piazzandosi al primo posto tra gli oltre 33 mila luoghi italiani dimenticati o da salvare segnalati al Fai da singoli cittadini e comitati spontanei (319 in questa edizione). Di proprietà privata, dopo il tentativo di trasformarlo in resort di lusso, il castello ad oggi è chiuso al pubblico e versa in stato di abbandono, come denuncia il comitato che si è attivato per i voti e che da anni ne chiede il recupero e la restituzione alla collettività.

Secondo nella classifica del Fai, con oltre 47 mila voti, è l'imponente complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, che conserva al suo interno l'affresco del Giudizio Universale di Giorgio Vasari. Il bene, segnalano i votanti, necessita di lavori di recupero e di un piano di valorizzazione. Medaglia di bronzo, con quasi 37 mila voti, per le Grotte del Caglieron a Fregona, in provincia di Treviso, con le loro cavità artificiali ottenute dall'estrazione dell'arenaria, suggestive ma poco conosciute.

Fuori dal podio, nella top ten 2016 del Fai entrano - in ordine di preferenze - l'area archeologica di Capo Colonna a Crotone, la Ditta Guenzati a Milano (il negozio più antico della città), il Convento di San Nicola ad Almenno San Salvatore (Bergamo), la Tonnara del Secco di San Vito Lo Capo (Trapani), il ponte romano sull'Ofanto a Canosa di Puglia, Forte San Felice a Chioggia e l'Anfiteatro augusteo di Lucera (Foggia).

Da segnalare anche i quasi seimila voti ricevuti dal Santuario di Santa Maria della Filetta, patrona di Amatrice, colpito dal sisma della scorsa estate ma fortunatamente scampato alla totale distruzione.

Per Forte San Felice un'autentica sospresa, che premia lo sforzo dei volontari che stanno cercando di farlo conoscere per poterlo salvare. 

Dal 2003 a oggi sono stati 68 i siti - tra chiese, castelli, aree archeologiche e naturali, musei, palazzi storici, edifici religiosi, civili e militari - "salvati" grazie a "I luoghi del cuore", in 15 regioni italiane. Lo ha sottolineato il presidente del Fai, Andrea Carandini, illustrando i risultati dell'ottava edizione del progetto che è stata dedicata all'"eroe di Palmira", l'archeologo siriano Khaled al-Assad. "Rispetto al 2015 ci sono stati circa 80 mila voti in meno, ma lo riteniamo comunque un successo, considerando le tre Regioni colpite dal terremoto ma anche la 'concorrenza' del governo" ha aggiunto, riferendosi all'iniziativa lanciata a maggio scorso dall'ex premier Matteo Renzi per segnalare via e-mail i luoghi pubblici dimenticati da recuperare.Partner attivo e finanziario dei Luoghi del Cuore, fin dal primo anno, è Intesa Sanpaolo. "Ciò che ci piace di questo progetto - ha detto il presidente del gruppo bancario, Gian Maria Gros-Pietro - è la sua credibilità, il fatto di porsi degli obiettivi che poi consegue. Un aspetto di cui c'è tanto bisogno in questo Paese e che è compito di una banca sostenere".

 

Mura spagnole "pedonali", <Lucca il nostro modello>

Da laprovinciapavese del 22 febbraio 2017

PAVIA. Una passeggiata sulle mura spagnole, salendo la scala a chiocciola attraverso cui secoli fa si arrivava alla garitta del bastione, guardare i tetti da lassù. Magari passando da stanze delle munizioni, con qualche cannone affacciato sul vuoto come 400 anni fa, quando la difesa della città era affidata a baluardi e fossati. È quello che vorrebbero trasformare in realtà il gruppo Facebook Pavia e dintorni animato da Gianni Cattagni e l’associazione Liutprand di Alberto Arecchi che con un progetto per salvare le mura spagnole dal crollo e per valorizzarle concorreranno al bando per accaparrarsi i 300mila euro del bilancio partecipato.«A Lucca i bastioni racchiudono lo splendido centro storico, ci si cammina sopra godendo del panorama e del verde - spiega l’architetto Arecchi - A Piacenza non c’è tutta la cerchia delle mura, ma uno dei bastioni è stato trasformato in parco». A Pavia, invece, l’ultimo baluardo, quello di Sant’Epifanio, rischia di crollare, trasformato da oltre un decennio di incuria in bosco verticale. Le radici degli alberi si sono fatte strada nel cotto e i mattoni si staccano, intere porzioni rischiano di crollare.

Il baluardo di Sant’Epifanio è quello che si trova al parcheggio cosiddetto “delle mura Spagnole”, a metà di viale Gorizia in corrispondenza di via Scopoli. «Ha caratteristiche speciali - spiega Arecchi - ci dovrebbero essere ancora diversi piani dentro, oggi inaccessibili, una scala». I baluardi non erano semplici mura ma, spiega Arecchi, «macchine da guerra, con munizioni al piano sotto, montacarichi per portarle ai cannoni».Però ora il baluardo è in rovina: «Sono state lasciate crescere sopra piante come i bagolari prosegue l’architetto - hanno radici terribili. Per rimuoverli occorrerà lavorare con l’esperienza di un botanico che dica come fare a eliminare le piante senza estirpare le radici, per non fare crollare le mura».

Il manto esterno del baluardo è malandato, ha ancora i segni di vecchie cannonate dell’assedio di Pavia del 1655 e ogni tanto cade un mattone. «Salviamo l’ultimo baluardo delle mura spagnole - spiega cattagni -. Un secolo fa, Pavia distrusse la maggior parte delle sue fortificazioni. Costruite poco dopo il 1550, esse costituivano un capolavoro di arte militare. Persino le porte monumentali della città furono distrutte e smontate, lasciando alla fine in piedi la sola Porta Milano e i ruderi di due torri medievali che erano stati incorporati nella nuova cinta difensiva (Porta Nuova e Porta Calcinara)».

«Poche parti rimangono del sistema di fortificazione, alcuni bastioni e baluardi. Tra questi, il più integro, si fa per dire, è il baluardo di Sant'Epifanio, in viale Gorizia, trasformato in deposito di tram e autobus, sino a qualche decina d'anni fa. Oggi versa in un pessimo stato di manutenzione ed è a rischio di crolli e cedimenti, mentre le radici di alberi cresciuti in modo incontrollato ne minano dall’interno la resistenza strutturale. Vorremmo cominciare da qui un recupero delle ricchezze storiche della nostra città, anche perché in questo baluardo passano centinaia di persone ogni giorno, a rischio delle proprie vite».

«L’idea è di partecipare al bando di idee per il bilancio partecipato, l’iniziativa con cui il Comune mette a disposizione 300mila euro di un bilancio da circa 90 milioni di euro per finanziare le idee di associazioni e cittadini, votate dai cittadini stessi. «Siamo convinti - spiega Cattagni - che per la nostra città l’investimento principale è ridare luce e interesse turistico al nostro passato architettonico». Le due associazioni vorrebbero cominciare la pulitura il consolidamento e il restauro del baluardo di Sant’Epifanio per mettere in sicurezza il passaggio al parcheggio ed evitare di piangere - poi - sul crollo delle mura.

Il progetto ipotizza il ripristino degli elevatori delle munizioni e l’accesso pubblico alla sommità del bastione, la pulitura del fossato esterno e il restauro del manto. «Sarebbe auspicabile anche la riapertura dei locali di artiglieria - spiega Arecchi - l’ingresso dovrebbe trovarsi sulla destra. E si potrebbe creare un museo di arte militare dal ‘500 al ‘700 e delle cinte murarie, magari portando lì i cannoni che ora prendono la pioggia, fuori contesto, nel cortile del castello visconteo».

 

Trovato antico bunker militare nel sottosuolo delle alture di Savona

Da savonanews.it del 20 febbraio 2017

Nel corso di una esplorazione di Claudio Arena con Cristian Alpino è stato trovato nelle alture del Savonese questo nuovo sotterraneo bellico che, per grandezza, al momento risulta essere il secondo dopo quello esplorato e documentato sul Colle Settepani. Infatti si tratta di un opera con una superficie di circa 400 mq, che segue un percorso lineare di circa 150 mt.

Raggiunto telefonicamente, ci spiega Claudio Arena: “Seguendo degli indizi, frutto di ricerche cartografiche che stavo coltivando da tempo, ho trovato questi spazi, ben nascosti e mimetizzati. Non si può definire bunker, perché i bunker hanno dimensioni più limitate. Si può ipotizzare che fosse usato come deposito di armi e munizioni. Sono propenso a pensare che risalga alla II Guerra Mondiale, ma l’aspetto più anomalo è legato al fatto che non è stato finito, quindi potrebbe essere stato iniziato sul finire del conflitto, oppure potrebbe essere stato progettato all’inizio della guerra fredda e poi abbandonato. Al contrario dei depositi di armamenti, in genere circondati da torrette di vigilanza perimetrali, questo era molto ben occultato”.

Nella descrizione tecnica tracciata da Arena si legge: “L’edificazione è in cemento armato. Al suo interno, troviamo corridoi larghi circa 2 mt per un altezza di 3 mt. Spostandoci all'interno, abbiamo quindi rinvenuto 4 stanza, sempre tutte con soffitto a volta e sfiatatoi. La stanza più grande è di 4 mt x 5, le altre 3 sono di 3 mt x 4. Vi è anche un corridoio grezzo, in fase di scavo, con una larghezza di 1 mt per 2 in altezza. Sono ben visibili i segni di piccone e i fori dove sarebbe stata applicata la dinamite, per far brillare la roccia e proseguire nel lavoro.

È possibile, osservando la direzione del percorso, che si intendesse forse raggiungere, a una distanza di altri 100 mt, una grande sala sotterranea con una capienza di circa 200mq costruita molto precedentemente e probabilmente usata come cisterna”.

Prosegue Arena: “L'interno si presenta in ottime condizioni, non sono state trovate scritte antiche, e tanto meno moderne, questo a dimostrazione che è un luogo quasi sicuramente inedito. Tutto il sotterraneo è attualmente allagato con circa 30 cm di livello acqua e una parte più profonda di circa 70 cm”.

 

Siracusa, mercoledì sarà presentato il volume “Difese sul mare”

Da lagazzettasiracusana.it del 20 febbraio 2017

SIRACUSA – Il Mediterraneo, soprattutto centrale, è stato (e tuttora rimane) una zona di intensi traffici e dialoghi tra popoli e civiltà. Non sempre tale incontro avviene senza truculenti confronti per cui è stato necessario provvedere a rimedi difensivi, che potessero tutelare ed eventualmente contrastare presenze poco accoglienti delle diversità. Le coste della Sicilia e delle isole maltesi, come dell’Italia meridionale e di altre zone del Mediterraneo, sono, pertanto, costellate dalle testimonianze di questa architettura militare difensiva. Le città poste sulle coste hanno sentito l’esigenza di doversi chiudere all’interno di mura e le coste sono state costellate di castelli, torri di avvistamento e più recentemente casematte. Questo patrimonio culturale, oltre che architettonico, perduta la sua funzione originaria, oggi riveste un ruolo significativo per la storia del territorio e merita l’attenzione degli studiosi, non soltanto per non essere disperso, ma per poter continuare il ruolo, trasformandosi da presidio difensivo militare a presidio difensivo culturale.

La giornata di studi DIFESE SUL MARE. Città fortificate e architettura militare nel Mediterraneo centrale ha consentito di porre l’attenzione ad alcuni episodi del patrimonio architettonico e artico relativo alla difesa delle città costiere e al’architettura militare nelle coste del Mediterraneo centrale, dalla Calabria alla Sicilia fino alle isole maltesi. Tecniche costruttive e architetture sono state progettate e concepite per rispondere a strategie non solo difensive ma anche, ove necessario e possibile, per contrattaccare onde impedire le aggressioni. Importante è pertanto il rapporto di questi presidi con il contesto. Il territorio, sia per gli aspetti orografici nonché per gli inevitabili coinvolgimenti umani, ha avuto un ruolo determinante e fondamentale per la individuazione dei siti ove edificare e per la scelta delle tipologie edilizie da adottare. Lo studio di tale patrimonio necessariamente ha coinvolto la rappresentazione delle strutture difensive delle coste; planimetrie, vedute, cartografie, mappe militari accompagnano lo studio del patrimonio architettonico militare costiero. Gli studi proposti nella giornata di studi, DIFESE SUL MARE. Città fortificate e architettura militare nel Mediterraneo centrale, svoltasi a Sciacca nel dicembre 2014, sono stati così raccolti in questo volume al fine di costituire un ‘presidio’ per la conoscenza, la valorizzazione e soprattutto la ricerca dei valori comuni e fondanti dell’identità storica culturale e umana del Mediterraneo centrale. Con la consapevolezza di non aver esaurito la problematica di chi ha la coscienza che gli aspetti emersi negli interventi suscitano l’entusiasmo per futuri approfondimenti, restando fiduciosi che si possa continuare sugli intrapresi percorsi. La Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Siracusa presenterà il volume dal titolo “Difese sul mare”, giorno 22 febbraio p.v. alle ore 18,00 presso la Sala  Cartografica di Castello Maniace.

 

Villa Ada (Roma) e il suo bunker abbandonato per tanto tempo

Da notizie.it del 20 febbraio 2017

Villa Ada è il secondo parco pubblico più grande della Capitale dopo Villa Doria Pamphilj e si trova a nord della città. Al suo interno vi sono numerosi edifici come la Villa Reale, acquistata nel 1872 da Vittorio Emanuele II, che fece ingrandire l’area con altri terreni, fino a conferirle le dimensioni attuali di 180 ettari; inoltre fece costruire strutture per migliorarne la funzionalità, come delle scuderie. Suo figlio, Umberto I, preferì rimanere al Palazzo del Quirinale e vendette la tenuta a prezzo abbordabile all’amministratore dei beni dei Savoia, il conte Telfener, che le diede il nome di sua moglie, Ada, nome con il quale l’edificio è conosciuto ancora oggi. Venne riacquistato nel 1904 da Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto I, che lo ribattezzò “Villa Savoia”. Rimase residenza di famiglia fino alle fine della monarchia sabauda, nel 1946. Benito Mussolini vi fece costruire accanto un bunker in cui i Savoia poterono rifugiarsi in caso di bombardamenti. E’ proprio a Villa Ada, che Mussolini venne fatto arrestare dal re  il 25 luglio 1943. Alla caduta della monarchia, la villa rimase parzialmente in stato di abbandono, mentre un’altra parte divenne proprietà pubblica e ristrutturata. La struttura venne in seguito donata dall’ex re Umberto II all’Egitto di re Farouk, come ringraziamento per averlo ospitato durante l’esilio e oggi ospita L’Ambasciata e il Consolato della Repubblica Araba d’Egitto.

Il bunker della villa

Il bunker che il Duce aveva fatto costruire per i Savoia – anche un secondo fatto erigere tra il 1940 e il 1942, quando le cose cominciavano a mettersi male per il regime fascista – rimase abbandonato per moltissimi anni a partire dal 1946 con la partenza di Umberto II per l’esilio. Tuttavia fino agli Anni Sessanta ospitava ancora l’arredo originale e resti degli armamenti. Costruito ovviamente per resistere ai bombardamenti pesanti e nei periodi di isolamento, la struttura era anche dotata di ogni comfort – compresi due bagni, acqua, viveri, impianti elettrici e persino un’area per le automobili -; le porte erano blindate, antigas e con spioncini fissi per controllare l’esterno , e c’era anche un’uscita di sicurezza, a cui si arrivava attraverso una scala a chiocciola. Nel tempo l’ex bunker divenne un rifugio per senzatetto lasciato nel degrado, in balia di vandali che hanno “disegnato” i loro graffiti sulle pareti. Nel 2010 i giornali parlarono di questo luogo come “il Bunker del diavolo”, poiché era frequentato da sette sataniche. Il sito, di proprietà del Comune di Roma, è stato dato poi in concessione gratuita per due anni ad un’Associazione vincitrice di un bando per il suo restauro. E’ stato riaperto al pubblico il 24 marzo dello scorso anno.

 

Telefono Hitler venduto a 243 mila dollari - Ritrovato nel suo bunker venne poi conservato in una casa in Gran Bretagna

Da ilperiodiconews.it del 20 febbraio 2017

Il telefono di Adolf Hitler è stato venduto all'asta per 243.000 dollari. Il telefono, ritrovato nel bunker del Fuhrer a Berlino, è stato conservato finora in una scatola in una casa di campagna inglese ed è stato venduto dalla case di aste Alexander Historical Auctions, a Chesapeake City, in Maryland. Nel presentarlo ai potenziali acquirenti è stato descritto come "una delle armi più distruttive di tutti i tempi, avendo causato la morte di milioni di persone".
Originariamente di colore nero, il telefono è stato ridipinto di rosso e vi sono stati incisi il nome di Hitler e la svastica.

 

Città piazzaforte in mostra a Porta Giulia

Da gazzettadimantova.it del 19 febbraio

MANTOVA. Che cos’era il famoso Quadrilatero degli austriaci? Perché si dice che Mantova era una città fortezza? Lo si capisce benissimo visitando la mostra “Mantova, Piazzaforte del Quadrilatero, elaborazioni grafiche di Guglielmo Calciolari” , a Porta Giulia, inaugurata sabato 18 febbraio in un’ala di quello che era un nodo del sistema difensivo dei Gonzaga. Infatti la città, difesa dalla possibilità di allagare le vie d’accesso, per chi veniva da Verona imponeva invece di costeggiare su due lati la mura di Cittadella, facendosi controllare prima di entrare.
Passando dall’olio bollente versato sugli assedianti all’artiglieria e poi ai cannoni sempre più potenti, fino alla canna rigata che allungava gittata e precisione delle armi da fuoco, ovviamente le difese son cambiate. E così prima gli austriaci nel Settecento, ma soprattutto Napoleone modificarono le strategie.
Il generale francese ideò un sistema di fortificazioni molto complesso, che non completò. È rimasto il Forte di Pietole. Lo realizzò, con qualche modifica, il generale Radetzski testandolo nel 1848. Ma di tutti quei forti rimane poco: metà di quello di Borgoforte, privato del dirimpettaio Oltrepò a Motteggiana, e dei due laterali sulla riva nord, Boccadiganda e Rocchetta. Li possiamo vedere nei disegni di Guglielmo Calciolari, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Verona, grafico straordinario e “topo d’archivio”.
Infatti se per la mostra del 2011, furono Claudia Bonora Previti e Daniela Ferrari a mostrargli i documenti, poi ha condotto da solo una grande ricerca storica confrontandosi con la docente del Politecnico di Milano. Ed ecco, nei secoli, le modifiche all’Isola del Te, le fortificazioni del Migliaretto, il forte di Belfiore, quello di Belgioioso, e quello dove oggi c’è l’ospedale. O ancora il forte di San Giorgio da Campo Canoa a Lunetta. Immagini panoramiche e focalizzazioni sui singoli forti, addirittura dall’interno.
Una mostra bellissima, voluta dall’Associazione Porta Giulia Hofer con il presidente Paolo Predella, e dalla Società per il Ducale con il presidente Giampiero Baldassari, e il sostegno del Comune.
Discorso di apertura di Massimo Allegretti, presidente del consiglio comunale, di Pradella, che ha voluto citare i volontari Carlo Gandolfi, Franco Levi, Paolo Mele, Angiolino Piovani, Gianni Tarabbia e Maurizio Vasori, la pagina Facebook e il sito www.portagiuliahofer.it
Gli spazi, destinati al Museo Andreas Hofer, ospiteranno la mostra “Mantova, piazzaforte del Quadrilatero” fino al 7 aprile, con apertura al sabato e alla domenica dalle 15.30 alle 18.30, oppure negli altri giorni su prenotazione (cellulare 339 6033690 – mail. info@portagiuliahofer.it).(Maria Antonietta Filippini)

 

Apre al pubblico il Bunker dei Savoia

Da newsgo.it del 16 febbraio 2017

Il Rifugio antiaereo dei Savoia, all’interno di Villa Ada, domenica, apre per la prima volta al pubblico. Villa Ada Savoia, oggi diventata un grande parco, ospita il bunker che nel periodo clou del secondo conflitto, ha garantito la salvezza della famiglia reale.Nascosta nella parte in cui la vegetazione è più prolifica, c’è l’entrata. Contrariamente alla prassi, il rifugio è stato collocato lontano dalla palazzina principale. Gli ideatori, hanno deciso di scavarlo in prossimità di una collina di tufo, sfruttando degli ambienti già esistenti. In questo modo, non solo non si dovevano varcare scale o rampe per accedervi, ma si poteva raggiungere il rifugio con le auto che venivano nascoste al suo interno.

Per 70 anni il bunker è rimasto nascosto, a segnalarlo c’era solo un anonimo arco di mattoni, frequentato da pochi curiosi e coraggiosi. Sul rifugio, infatti, non sono mancate leggende e racconti sinistri, che lo hanno collocato come luogo in cui avvenivano riti satanici.

L’interesse del Comune di Roma, a riportare all’attenzione della cittadinanza un luogo che ha caratterizzato un periodo importante della storia della Repubblica, ha posto fine al degrado del bunker. La costruzione di una cancellata prima, e il lavoro di recupero del sito, da parte dell’Associazione Roma Sotterranea, dopo, hanno riportato in luce il rifugio, in cui i reali hanno passato le loro ultime ore in Italia prima della fuga. Grazie ad una serie di pannelli posti per l’occasione, si potrà ripercorrere la storia e la leggenda legata al bunker costruito per la famiglia reale. Il costo del biglietto è di 5,00 euro, per i bambini fino ai 10 anni l’ingresso è gratuito.

 

Il vecchio bunker di Tito diventa un centro visite

Da ilpiccolo.it del 16 febbraio 2017

ZARA. Il bunker del maresciallo Tito (uno dei tanti nell'ex Jugoslavia) situato nel Parco nazionale Paklenica, nell'entroterra di Zara, è stato trasformato in un accogliente e suggestivo centro visite per chi arriva nel Parco stesso.

Costruito tra il 1950 e il 1953 nella roccia viva delle Alpi Bebie - cioè la catena del Velebit - il complesso di gallerie avrebbe dovuto costituire il rifugio di colui che fu il padre-padrone della Federativa nel caso fosse stata attaccata da Stalin e dalla sua temuta Unione Sovietica. Morto Stalin nel 1953, il bunker fu abbandonato e mai utilizzato, per essere riportato in vita soltanto negli anni Novanta del secolo scorso quando nel corso della guerra contro i ribelli serbi fu utilizzato dai croati quale deposito di armi ed esplosivi.

Nel 2002, su iniziativa della direzione del parco nazionale, è cominciata nel rifugio la costruzione di questa città sotterranea, destinata ad attirare le decine di migliaia di persone che ogni anno fanno tappa in quest'area situata una cinquantina di chilometri a nord di Zara. Nel dedalo di tunnel è stato approntato un complesso di sale multimediali, di pareti artificiali per arrampicata (anche per bambini), un bar e altri contenuti, per una spesa che si aggira sui 32 milioni di kune, pari a circa 4,3 milioni di euro.

La struttura è stata dotata di idonea illuminazione, di impianti di riscaldamento e ventilazione e di tuto quanto serve ancora per una visita nella “pancia” delle Albi Bebie. Si è parlato di riscaldamento in quanto lungo l’intero arco dell’anno la temperatura nell’area sotterranea si aggira sui 15 gradi.

 

In Valdurasca torna alla luce l'ex polveriera

Da cittadellaspezia.com del 15 febbraio 2017

La Spezia - Terrapieni, edifici, vasche, ponti che attraversano piccoli torrenti. In poche settimane di lavoro, un albero tagliato dopo l'altro e un colpo di benna alla volta, l'ex polveriera della Valdurasca è tornata a fare capolino dal bosco che l'aveva invasa negli ultimi decenni. Qualcuno tra i residenti ricorda ancora la guardia a piedi dei marinai di leva nei primi anni Novanta, ma di fatto il presidio militare installato nella stretta valle che unisce la Spezia a Follo era in stato di abbandono da vent'anni prima. Ceduto gratuitamente al Comune della Spezia nel 2016 nell'ambito dei trasferimenti del federalismo demaniale, adesso è un parco immerso nella natura che aspetta solo qualche buona idea per tornare a nuova vita.
E che parco. In totale 22 ettari - poco meno di un terzo dell'area ex Ip per avere un'idea - di ampi sentieri che si dipanano tra pini, cipressi, castagni, acacie e lecci. Una parte pianeggiante piuttosto estesa e poi un'altra zona collinare che chiude a semicerchio lo spazio, un anfiteatro naturale in cui canta solo il rumore del vento tra i rami. Un complesso imponente con edifici in cemento e legno piuttosto radi e nascosti alla vista dal sentiero. I vecchi depositi sono infatti circondati da alti terrapieni che avrebbero evitato una strage in caso di esplosioni accidentali. La potenza del materiale conservato un tempo si capisce bene osservando le dimensioni dei laghetti artificiali che si sono creati lì dove veniva fatto brillare l'esplosivo in disuso. Stagni che sono diventati casa per uno stormo di germani reali.

Arrampicandosi sul pendio si scende verso Montalbano, per il cui forte, costruito attorno al 1880, la polveriera serviva da deposito di munizioni. Sui tetti dei vecchi edifici, alcuni in eternit, fa ancora mostra di sé il sistema a gabbia di Faraday che fungeva da parafulmine e che ha evitato una seconda Falconara. La maggior parte delle costruzioni di legno è marcita, le coperture infiltrate dal'acqua e afflosciate sotto il peso degli anni. Ma i lavori per adesso non hanno portato alla luce particolari emergenze ambientali, se non nella parte dell'ingresso in cui spuntano cumuli di rifiuti e alcune vetture cannibalizzate e lasciate alle intemperie.
Questa mattina c'è stato un sopralluogo da parte del sindaco Massimo Federici e dell'architetto Emilio Erario, direttore area urbanistica del Comune della Spezia. "Dopo questi lavori di pulizia ci si rende veramente conto delle fattezze di questo luogo, prima era addirittura impossibile capirne le potenzialità", dice il primo cittadino. Più di dieci anni fa si era ventilata l'ipotesi di creare qui un centro d'accoglienza per migranti, ipotesi respinta al mittente. Turismo, sport e attività ricreative, questo si vorrebbe far insediare nell'ultima appendice collinare del territorio della città. La zona si presta dopotutto a una serie infinita di attività all'aria aperta: da una pista per le mountain bike a un parco avventura, da un'oasi naturale a una zona picnic, il tutto a pochi chilometri dalla città. Palazzo civico si dice pronto ad ascoltare le proposte di utilizzo e gestione di qualsiasi tipo di associazione. Andrea Bonatti

 

Trappeto: demolita la “Cupola” sul mare, unanime indignazione

 

Bunker antiaereo in "ottimo stato": così il Parco Bolivar potrebbe riaprire

Da romatoday.it del 13 febbraio 2017

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. "Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma.
E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.
Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più. Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio".

Parco Bolivar potrebbe riaprire: rifugio antiaereo in "ottimo stato"

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. 

Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. 

"Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma. 

E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.

Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più.

Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio". 



 
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Parco Bolivar potrebbe riaprire: rifugio antiaereo in "ottimo stato"

Due ore e mezza, tanto è durata l'ispezione degli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma all'interno del bunker anti aereo posto sotto il Parco Bolivar. I tecnici sono entrati dall'ingresso 2, quello su via di Montesacro n.13, ed hanno percorso circa 15 metri di tunnel verso est per raggiungere la galleria principale: da qui - come si legge nella relazione - è stato possibile visitare solo la diramazione verso sud visto che l'altra risulta in uso a soggetti non reperibili. 

Un sopralluogo i cui esiti fanno ben sperare il quartiere che da ormai un anno attende la riapertura del Parco, rallentata proprio di recente dal timore che da un possibile cedimento della volta del bunker antiaereo potesse scaturire il rischio del dissesto della collinetta. Ma gli accertamenti tecnici dicono altro. 

"Le strutture ispezionate sono completamente in ottimo stato di conservazione, non è stato riscontrato alcun segno di cedimenti, fratture o distacchi, nè di pericolazione, nè di macchie di umidità e, nonostante la presenza di notevoli parti di ricambio, gli ambienti sono discretamente puliti, le pareti risultano completamente verniciate e anche la pittura si presenta in ottimo stato di conservazione" - hanno scritto gli esperti del Centro Ricerche Speleo Archeologiche aggiungendo pure come l'analisi dei gas principali non abbia rilevato alcuno scostamento dalla norma. 

E così da Piazza Sempione è stato immediato il sollecito al Dipartimento Tutela Ambiente affinchè nel parco di Città Giardino possano riprendere i lavori di messa in sicurezza delle alberature propedeutici alla completa riapertura dello spazio verde. "Le gallerie ispezionate dal nostro Ufficio Tecnico e dal Centro Ricerche Speleo Archeologiche dei Sotterranei di Roma risultano in perfette condizioni per questo ho sollecitato la ripresa dei lavori all'interno del Parco Bolivar che speriamo di restituire presto alla cittadinanza in totale sicurezza" - ha detto a RomaToday la minisindaca Roberta Capoccioni che già l'8 febbraio scorso ha scritto al Dipartimento.

Ma il sogno del Montesacro non è solo l'importante e agognata riapertura del Parco Bolivar: Piazza Sempione vorrebbe infatti valorizzare quel bunker antiaereo tanto affascinante quanto sconosciuto ai più.

Quando e in quale modalità sarà tutto da stabilire: "Abbiamo l'opportunità per rendere il parco qualcosa di diverso e più ricco in termini di eredità storica mantenendone rigorosamente l'integrità ambientale. Il risultato - aveva già annunciato la presidente Capoccioni - sarà qualcosa di inedito e valorizzerà tutto il nostro territorio". 



 
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Unesco, a Bergamo conto alla rovescia per verdetto su Mura venete

 

Da askanews.it del 13 febbraio 2017

Bergamo (askanews) - In un'Europa che si interroga sul significato delle sue frontiere, Bergamo riscopre il legame con la Repubblica di Venezia, della quale è stata per quasi quattro secoli avamposto occidentale e settentrionale. Dal 2007 la città è infatti capofila di un progetto internazionale per l'iscrizione delle sue Mura veneziane nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco, insieme alle fortificazioni di altre dieci città della Serenissima, oggi divise tra Italia, Croazia e Montenegro.

"Bergamo - ci ha detto Roberto Amaddeo, consigliere comunale delegato per progetto Unesco a Bergamo - non si è assoggettata a Venezia litigando, benché la costruzione delle Mura sia stata un trauma per molti, ma si è assoggettata pensando che fosse un matrimonio di interesse, di convenienza, quindi questa storia veneziana Bergamo la sente sua". In attesa del verdetto dell'Unesco, previsto tra giugno e luglio, a colpire è soprattutto la perfetta integrità delle fortificazioni, che hanno resistito indenni a secoli di guerre.

"Le mura - ha aggiunto Amaddeo - sono così ben conservate perché la storia dei bergamaschi è un'affezione totale verso questo patrimonio murario che appartiene, anche per i bergamaschi di provincia, sia alla loro capacità tecnica, quella di essere muratori, architetti, capaci di costruire bene, essere affezionati alla pietra, alla costruzione, un fatto notorio in tutto il mondo, sia all'approccio culturale e politico che altre parti hanno avuto verso questo patrimonio".

Una fierezza estetica testimoniata anche da quanto i bergamaschi frequentano i sei chilometri di cinta muraria. D'altro canto le mura sono oggi un punto di attrazione anche per i tanti turisti stranieri, come questi polacchi, che arrivano a Bergamo da tutta Europa con i voli low cost e cominciano ad ammirare i bastioni già dalla pista dell'aeroporto.

Di certo il riconoscimento dell'Unesco sarebbe il sigillo definitivo al riscatto di questa parte della città. "Nel 1932 - ha concluso il consigliere - fu fatto addirittura un piano di risanamento per Bergamo Alta, pari a quello dei Bassi di Napoli. Era un quartiere povero, popolare, dove abitavano 20.000 persone. Oggi lo vediamo molto ben conservato, con molto meno popolazione, ma ancora popolato, anche dalle famiglie". Sarebbe anche una consacrazione della Serenissima, che si estendeva da Bergamo a Cipro, con un'organizzazione da Stato multinazionale capace di unire vari popoli nella loro diversità. Una caratteristica, alla base della sua longevità, che può essere da esempio per l'Europa contemporanea.

 

Roma, svelato il bunker che salvò i professori della Sapienza

Da ilmessaggero.it del 12 febbraio 2017

L'allarme delle sirene suonò intorno alle 11. «Vidi giungere dalla parte di piazza Bologna, una serrata formazione di lucenti apparecchi». Iniziò l'inferno delle mitragliere di bordo, e quella «corsa pazza verso il rifugio sotto l'Aula Magna».

 

«La prima potente bomba, che distrusse il vicino edificio della Facoltà di Fisiologia Umana, cadde 50 metri dietro di me. Mi svegliai qualche tempo dopo nel rifugio della Città Universitaria, pesto e sanguinante». Ecco, tutto...

 

 

 

 

 

Chaberton, la fortezza delle nuvole cerca il riscatto

Da lastampa.it del 11 febbraio 2017

Una corazzata fra le nuvole, una gigantesca sentinella sulla cima di un monte, messa a guardia dei confini nazionali e poi ferita a morte dal progresso tecnologico. E’ la storia dello Chaberton, il forte più alto d’Europa, un primato italiano che costituiva uno dei principali capisaldi del Vallo Alpino. Era, quest’ultimo, un sistema di fortificazioni (paragonabile alla Linea Maginot) nato già alla fine dell’800 e poi fortemente implementato da Mussolini per proteggere i confini con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Iugoslavia.  

Immaginiamo, nell’alta Valle di Susa, la vetta di un monte aguzzo e roccioso, alto 3130 metri, con la cresta sbancata e modificata. Su questa piattaforma, una fila di otto torri di pietra sovrastate da cupole di acciaio di tipo navale, completamente girevoli, armate ognuna con un micidiale cannone da 140/39 mm. Questa era, dunque, la Batteria del monte Chaberton, una pazzesca sfida alla natura - e alla vicina Francia - che per la sua costruzione costò enormi fatiche a militari e civili.

Nel 1882, l’Italia si era alleata con gli Imperi di Germania e Austria e i francesi, nello stesso anno, avevano costruito sul monte Janus, nuove, preoccupanti fortificazioni che, essendo poste a una altitudine maggiore di quelle italiane del Petit Vallon, rendevano le nostre del tutto inefficaci. Così, la Commissione per la Difesa dello Stato, negli anni ’90, decise di costruire una grande opera che portasse i cannoni italiani a una quota ancora più alta e, soprattutto, definitiva.  La direzione dei lavori fu affidata al capitano del Genio Luigi Pollari Maglietta, un ufficiale tanto apprezzato dai superiori quanto invidiato dai pari-grado, che definiva la sua creatura «un monumento nazionale». Solo un tracciato poco più largo di una mulattiera era stato realizzato per raggiungere la vetta del monte, e su questo, uomini e muli trascinarono i materiali da costruzione e le pesanti bocche da fuoco. Fu anche realizzata una spericolata teleferica per collegare la civiltà a quel presidio arrampicato nel cielo che restava irraggiungibile per diversi mesi all’anno. Lunga più di 3 km e mezzo, la teleferica superava un dislivello di 1785 metri con campate che si alzavano di oltre cento metri dal terreno. La Batteria, edificata in forma di parallelepipedo, sorgeva su due corridoi: quello occidentale accoglieva i magazzini, l’infermeria, il comando, le cucine; quello orientale comprendeva le sette camerate destinate ad ospitare i 320 uomini del presidio e i vani delle scale che consentivano l’accesso alle torri. Un lavoro ciclopico. Ma ne valeva la pena? Sì: all’epoca, in materia di artiglieria, aveva ragione chi stava più in alto, e lo Chaberton, situato addirittura al di là delle nuvole, signoreggiava su tutto, su Briançon, sui forti francesi che sovrastavano il valico del Monginevro e sulla Conca di Cesana. Era considerato invulnerabile sia perché fuori dalla portata del tiro diretto dei cannoni dell’epoca, sia perché protetto dallo spalto di roccia ricavato nella cresta del monte. Ci volle un quarto di secolo per terminarlo. Nel 1915 era pronto, ma dato che il Regno d’Italia si era appena alleato con l’Inghilterra, la Russia e la Francia, i cannoni della batteria, ormai rivolti verso un paese amico, furono tirati giù e trasportati sul fronte orientale.  Fu con il Fascismo che, nel 1927, i pezzi d’artiglieria furono nuovamente ricollocati sullo Chaberton; la gestione del forte fu affidata agli artiglieri della 515° Batteria della Guardia alla Frontiera, il cui motto era “Dei sacri confini, guardia sicura”. Mussolini aveva sempre temuto, infatti, il confine alpino e continuò a investire nelle fortificazioni del Vallo anche durante la guerra. Questo fu sempre motivo di discussione con Hitler che lo spingeva, invece, a destinare quelle risorse economiche ai soldati che combattevano sui vari fronti aperti.

Ancor oggi, nei dintorni della sola Bardonecchia, restano addirittura un centinaio di postazioni di cemento e calcestruzzo, del tutto abbandonate, che si snodano anche all’interno delle montagne. Grazie alla guida di Fabio Cappiello, giovane cultore della storia della cittadina piemontese, abbiamo potuto esplorare uno dei bunker più importanti, di cui pubblichiamo foto inedite. Si tratta del Centro 15 Caposaldo Bramafam, situato poco sotto all’omonimo forte, che scende, con 300 scalini, per 90 metri di dislivello nelle viscere del Colle della Forca. Era armato con quattro mitragliatrici perfettamente mimetizzate, all’esterno, da rocce simulate, o da finte baite. Rispetto alla linea Maginot francese, le fortificazioni italiane, di carattere difensivo, erano molto più spartane, ma potevano ospitare dignitosamente fino a circa un centinaio di soldati. In queste strutture, la storia si è fermata: nei bunker più in quota, si trovano ancora cassette di munizioni, fotofoniche da segnalazione, impianti e attrezzature che non furono depredati nel secondo dopo guerra, come avvenne invece per le fortificazioni più accessibili.  E fu proprio all’inizio del secondo conflitto mondiale, che il Forte Chaberton ebbe il suo battesimo del fuoco. Il 10 giugno del 1940, i suoi artiglieri appresero dalla radio la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia: da quel momento il loro compito sarebbe stato quello di supportare l’attacco delle divisioni “Assietta” e “Sforzesca” in territorio francese. Il 17 giugno le sue bocche da fuoco incominciarono a ruggire, distruggendo il forte nemico “Des Olive”, a 8 km di distanza e poi, ancora, quelli di Janus, Gondrans, Infernet, Les Aittes, Trois Tetes e alcune batterie campali che stavano massacrando i fanti italiani nella loro difficile avanzata.  

Fino a quel momento lo Chaberton era rimasto avvolto dalle nuvole, ma la mattina del 21 giugno, le nebbie si diradarono e questo diede modo ai francesi di reagire. Fu allora che il titano dimostrò di essere troppo vecchio per quella guerra. Le artiglierie di più moderna concezione avevano infatti sviluppato le possibilità del tiro curvo: obici e mortai da 280 mm potevano adesso sparare i loro proietti con una parabola altissima e stretta. Questo diede modo agli artiglieri francesi di superare la scudatura rocciosa dello Chaberton e di colpire, con matematica precisione, sei delle sue otto torrette che non erano corazzate. Anche la teleferica e i collegamenti telefonici furono annientati, e così il deposito viveri. La riservetta munizioni prese fuoco: i soldati italiani, sfidando l’incendio, riuscirono all’ultimo istante a spegnerlo, evitando così danni peggiori. Fra di essi si distinse il sergente maggiore Ferruccio Ferrari che, pur ferito in modo gravissimo, prima di morire si prodigò con energia per aiutare i compagni e soccorrere i feriti. (Fu poi decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria). Nove uomini erano rimasti uccisi, più di 50 feriti, ma nessuno abbandonò le postazioni. Gli artiglieri dello Chaberton erano ormai isolati, ridotti alla fame e alla disperazione, ma, aiutati dal provvidenziale sopraggiungere della nebbia, con orgoglio rabbioso continuarono a sparare con le due torri superstiti per altri tre giorni, fino alla definitiva capitolazione del nemico, avvenuta il 24 giugno.  Abbandonato dopo l’8 settembre 1943, il forte fu di nuovo occupato da reparti della Folgore della Rsi nell’autunno del 1944. Alla fine del conflitto, la Francia non si dimenticò di quel gigante che, da un empireo di 3000 metri di quota, aveva dominato minacciosamente le sue valli per oltre un trentennio. Nel 1957 costrinse l’Italia, sconfitta, allo smantellamento della Batteria; tutte le parti metalliche, comprese casematte e cannoni, furono portate via. Spogliato delle sue armi e abbandonato, lo Chaberton mostra ancor oggi la sua imponente carcassa di pietra, le torri, le costruzioni in muratura e i magazzini incavernati. Continua a combattere contro l’incuria dell’uomo e le proibitive condizioni atmosferiche di alta montagna.  

Se dal 1968 la sua memoria è stata tenuta viva dai reduci del 34° Gruppo Artiglieria, da pochi anni, il testimone è stato raccolto dall’Associazione Monte Chaberton capitanata da Emanuele Mugnain e Riccardo Tabasso, coadiuvati da Mauro Minola e dallo storico delle fortificazioni montane Ottavio Zetta. Il gruppo ha raccolto, fin da subito, numerose adesioni. Sono state varie le commemorazioni e le mostre organizzate dall’associazione, che è soprattutto animata dall’ambizioso progetto di rendere visitabili le fortificazioni abbandonate del Vallo Alpino occidentale, creando u n grande museo a cielo aperto. Un’idea che i Comuni e la Regione potrebbero cogliere al volo, considerando le opportunità di sviluppo economico e culturale che offre, oggi, il cosiddetto turismo bellico. di Andrea Cionci

 

 

Sos, le antiche Mura perdono i pezzi

Da lanuovaferrara.it del 10 febbraio 2017

“Sos” per le antiche Mura Estensi. Il consistente cedimento che si è verificato nella cinta su via Caldirolo ha posto in maniera eloquente il problema della manutenzione strutturale del più grande monumento ferrarese. La complessa e variegata architettura della struttura - realizzata in epoche diverse al tempo degli Estensi e anche in seguito sotto il Papato - deve fare i conti con l'usura del tempo. Dopo il grande restauro effettuato negli anni Ottanta che ha ridato luce a un patrimonio di storia e mattoni rilevante che rischiava di andare in malora, in questi anni si sono susseguiti piccoli interventi di rattoppo e ricostruzione in conseguenza di piccoli crolli. Il caso più significativo è stato la ricostruzione di un tratto del muretto di via Ticchioni lungo una ventina di metri che era franato.

La situazione è sotto controllo ma è indubbio che la cinta muraria necessita di una continua manutenzione in tutto il suo perimetro. A cominciare da quelle più antiche, di nord est, tra le vie Bacchelli e Gramicia, con i caratteristici torrioni da quello del Barco fino a quello di San Giovanni. Ci sono ampie crepe al punto che campeggia anche un cartello di pericolo di crollo per avvertire i cittadini che transitano nel settomura di non avvicinarsi troppo. Ci sono punti neri anche nel lungo tratto di via Caldirolo da Piazzale San Giovanni alla garitta di via San Maurelio.

Sono osservati speciali in questo periodo soprattutto il lungo tratto delle Mura di meridione, quelle con i caratteristici baluardi che sono stati inseriti negli interventi post sisma a cominciare da San Lorenzo per finire con Porta Paola, prossima sede del Centro di documentazione delle Mura Estensi. Problemi di crepe anche in via Darsena e nelle Mura di Porta Po.

Il crollo di via Caldirolo deve rappresentare una sorta di campanello d'allarme per la tutela delle nostre Mura, belle ma vetuste e bisognose di continue cure e interventi.

 

 

 

 

C'è un piano per riaprire il Bastione San Giorgio

Da larena.it del 9 febbraio 2017

Parte da San Giorgio, dove nelle ultime settimane è stata completata la riqualificazione del lungadige, un progetto pilota che si prefigge l’ambizioso obiettivo di rendere fruibile tutto il sistema di fortificazione della città. Il piano, di cui si è discusso ieri nella sala Pasetto di Palazzo Barbieri durante un incontro cui hanno partecipato l’assessore all’Edilizia monumentale Edoardo Lana e i dirigenti degli uffici, potrebbe prendere avvio dal Bastione San Giorgio, che nel sottosuolo presenta un doppio livello di cunicoli, che si vorrebbe rendere fruibili al pubblico. Fa parte del compendio anche la torretta tristemente nota per essere stata teatro molti anni fa di uno degli efferati delitti di Ludwig. Il progetto è promosso da Esev-Cpt, ente bilaterale dell’edilizia di Ance Verona e delle organizzazioni sindacali del settore, insieme al Comune e con il sostegno della Fondazione Cariverona. «L’obiettivo generale», spiega l’assessore Lana a nome dei presenti, «è recuperare uno dei siti più significativi dell’intera cinta magistrale della città, realizzando un prototipo di intervento riproducibile in ogni contesto delle architetture militari veronesi. L’ipotesi di fondo, condivisa dagli enti promotori con il sostegno della Soprintendenza archeologica, alle Belle arti e al paesaggio», continua Lana, «è promuovere un nuovo approccio per la tutela e la riqualificazione del patrimonio storico, architettonico e artistico della città«. Il progetto, avviato nell’ottobre 2015, prevede una prima fase di studio e conoscenza del complesso attraverso la ricerca storicodocumentale e di rilevo, già in parte realizzato utilizzando tecniche e metodologie innovative, e una seconda fase tramite la realizzazione di cantieri pilota, con la partecipazione degli allievi della scuola professionale per l’edilizia, su parti del manufatto. Tale intervento partirà a primavera. Il «cantiere» sarà arricchito da percorsi di formazione specialistica sulle tecniche di intervento e la gestione in sicurezza di opere di restauro conservativo, rivolti a imprenditori, operatori del settore, professionisti. «L’operazione», continua l’assessore, «comprende anche la costituzione di un tavolo di progettazione tecnico formato dagli enti promotori finalizzato alla ricerca di finanziamenti europei, nazionali e regionali, nonché all’acquisizione di risorse di carattere privato». All’intero progetto, fanno sapere infine a Palazzo Barbieri, collabora uno staff sulla progettazione partecipata, del Laboratoire Architecture Anthropologie (Laa–Lavue/Cnrs) di Parigi, coordinato dalla docente Alessia De Biase. È già in fase di progettazione, a tale riguardo, un’indagine che, a partire da San Giorgio, riguarda l’intero sistema dei forti della città, mettendo in luce la valenza urbanistica e le possibilità di valorizzazione di tale patrimonio.E.S.

 

 

L’India costruisce bunker lungo il confine con la Cina

Da analisidifesa.it del 9 febbraio 2017

Nuova Delhi sta rafforzando la linea di difesa lungo il confine con la Cina. La notizia, pubblicata dal portale multimediale russo Sputnik International, precisa che l’esercito indiano sta costruendo una serie di moderni bunker mobili nella regione del Sikkim Nathu-La.

Le strutture fortificate – prefabbricati assemblati con l’utilizzo di blocchi in calcestruzzo forati, materiale preparato nelle fabbriche di Assam e Sikkim che può essere facilmente trasportato sia in collina che a quote più elevate – sono realizzate dai reparti della 17^ Divisione da Montagna (Black Cat Division) e della 27^ Divisione da Montagna ( Striking Lion Division), unità che operano nello stato autonomo del Sikkim, regione indiana che confina con il Nepal e il Bhutan e che si affaccia sulla regione autonoma cinese del Tibet.

E’ dalla guerra del 1962 che l’India non metteva mano al piano di aggiornamento delle vecchie fortificazioni militare difensive che sorgono lungo i 4.057 chilometriche compongono la Line of Actual Control (LAC) con la Cina. Oltre al rafforzamento dei settori orientali e settentrionali, l’esercito è anche coinvolto nella creazione di nuove unità combattenti da montagna: l’obiettivo è quello di formare nuovi reparti e di aumentare la forza effettiva di almeno 90.000 unità.

Per sincerarsi della situazione, il 24 gennaio scorso il Comandante del settore Orientale, Generale Rawat, ha visitato lo stato federato dell’Arunachal Pradeshla, e più esattamente la zona di Tawang, situata a pochi chilometri dal confine con la Cina.

Nello stesso tour ha inoltre fatto visita al Quartier Generale del 4° Corpo d’Armata da montagna che opera a ridosso della LAC e della Linea McMahon, confine effettivo tra India e Cina che Pechino, però, non riconosce. (IT log defence)

Mappa: Consortium of Defense Analysts

 

 

Mostra dedicata alle fortificazioni del Delta

Da rovigooggi.it del 6 febbraio 2017

Rovigo - Si terrà venerdì 10 febbraio alle 17.30 all'archivio di Stato di Rovigo di via Sichirollo l'inaugurazione della mostra "Giovani terre contese - tre secoli di fortificazioni nel delta del Po", organizzata dall'Archivio di Stato assieme alla Fondazione Bocchi, alla Fondazione Ca' Vendramin e al neonato  "Cerido" (Centro Ricerca e Documentazione del Delta).

La mostra è stata già ospitata a Ca' Vendramin e Adria e resterà aperta al pubblico da lunedì 13 a venerdì 24 febbraio, dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. In seguito sarà ancora possibile visitarla negli orari d'ufficio. Possibilità di visite guidate gratuite per gruppi.

 

 

 

 

 

 

340 mila euro per il restauro delle fortificazioni

Da tenews.it del 2 febbraio 2017

Sono in arrivo i finanziamenti regionali riservate alla “città murate della Toscana”, un bando al quale ha partecipato anche il comune di Portoferraio, aggiudicandosi un contributo di 33.253 euro, ovvero il 10% dell’importo di un progetto da 340mila euro che riguarda alcuni interventi sulle fortificazioni portoferraiesi. Nella fattispecie, il “Bastione di Santa Fine, la “Batteria degli Spagnoli” e la Torre della Linguella.

Il progetto di restauro ha l’obiettivo di far comprendere, consentendone l’accesso, l’importanza dei capolavori di ingegneria militare medicea e lorenese ancora presenti a Portoferraio.
Una particolare attenzione verrà riservata alla Torre della Linguella, proprio in quella parte che fu distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e restaurata negli anno ’70.

 

 

 

Con i Fondi CIPE sarà riqualificato il Torrione Angioino

 

Da bitontotv.it del 1 febbraio 2017

Tra i progetti finanziati con i fondi del patto Città Metropolitana sbloccati c’è “Luci sul Torrione”. Parte dei nove milioni di euro che saranno destinati al territorio di Bitonto, dunque, verranno investiti in interventi di riqualificazione che riguarderanno la vecchia “torre”, sede oggi di una galleria per le esposizioni.  

 

L’intervento è inserito nel programma di valorizzazione della Lama Balice. Saranno realizzati progetti di recupero dell'immobile, implementazione impiantistica e realizzazione di forniture di attrezzature ed arredi per trasformare gli ambienti interni in una galleria d'arte e, contemporaneamente, con la realizzazione di un sistema di illuminazione esterna e 3d mapping della superficie esterna si punta a trasformare il monumento in un “comunicatore” d'arte.

 

 

 

 

  

I rendering del progetto

Secondo il progetto la nuova galleria per l'arte moderna e contemporanea verrebbe attrezzata quindi con due ingressi: il primo principale direttamente collegato con un ponte pedonale alla sala espositiva ed il secondo più defilato dalla base della terrazza superiore. Tutto lo spazio voltato a botte con direttrice anulare assieme alla prima aula centrale coperta a cupola più in alto sarà dedicato agli allestimenti. Mentre l'aula centrale, anch'essa cupolata, sarà destinata alla realizzazione di una sala operativa di studio e lavoro utile alle attività di progettazione degli allestimenti; essa sarà collegata anche con il confinante edificio pubblico di epoca novecentesca da cui è previste un ulteriore accesso per i disabili in quest'aula. Infine nell'ultima aula superiore è prevista la realizzazione di una sala stampa e conferenze arredata in linea alla forma centrale dell'aula. Per i convegni e come sala stampa accessibile ai disabili si prevede l'uso, opportunamente predisposto, di una parte della sala anulare a piano terra oppure attraverso l'uso degli spazi già presenti sul soppalco accessibile dall'ingresso dove sono presenti ulteriori spazi espositivi.

"Con questo finanziamento chiudiamo un cerchio e renderemo più attraente il nostro Torrione Angioino, trasformandolo in una pinacoteca attrezzata con le più moderne tecnologie - ha spiegato il sindaco Michele Abbaticchio - Il videomapping permanente ed una gestione con partenariato pubblico privato lo renderà alfiere delle tecnologie culturali più avanzate grazie alla collaborazione con il neonato centro tecnologico in zona artigianale che, ufficialmente,  diventa con il patto per Bari il centro di produzione ufficiale dell'industria creativa legata alla realtà virtuale ed alle ricostruzioni storiche”.

Come spiegato nel 2015 da BitontoTV, il rapporto tra Comune di Bitonto ed il soggetto privato verrebbe regolato da un Contratto di servizio, che definirà contenuti della gestione, competenze e obiettivi, modalità di contribuzione e standard di attività dei servizi.

 

 

 

Caserme, bunker, terreni: all'asta i gioielli di guerra

Da ilgiornale.it del 1 febbraio 2017

Durante la guerra fredda c'erano i bunker, le piazzole per l'artiglieria, addirittura le mine atomiche pronte ad incenerire le divisioni corazzate del patto di Varsavia se fosse scoppiato il terzo conflitto mondiale sul fronte del Nord Est.

Oggi è tutto abbandonato e in vendita a prezzi stracciati a partire da 444 euro, come scrive il Piccolo di Trieste.Caserme strategiche per la terza guerra mondiale, linee d'arresto ed ex stazioni dei carabinieri sul confine scomparso con l'ex Jugoslavia sono pezzi di storia finiti all'asta. Sul sito dell'agenzia del Demanio si trova tutto nel dettaglio. Il 2 dicembre scorso è scaduto il termine per la consultazione pubblica sulle «idee e proposte progettuali per la valorizzazione e il riuso della ex caserma E. Toti ed A. Bergamas» a Gradisca d'Isonzo. In rete ci sono ancora generazioni di najoni, che cercano i commilitoni ai tempi della leva conosciuti nella caserma dedicata a Toti, eroe con la stampella della prima guerra mondiale e Maria Bergamas, madre di un caduto che ha scelto il milite ignoto. Negli anni sessanta era la base del II e III gruppo di artiglieria del 33° reggimento che avrebbe dovuto sbarrare la corsa dei carri sovietici verso Milano a cannonate.In Friuli-Venezia Giulia, come elenca il Piccolo, lo Stato ha messo in vendita decine di terreni, soprattutto per uso agricolo, zeppi di bunker. A Cormons con soli 481,40 euro puoi comprarti un pezzo dell' «ex sbarramento difensivo Borgnano», una delle linee principali d'arresto del Nord Est all'impatto dell'Armata rossa. Dalle parti di Dignano devi sborsare il doppio, 980 euro per «l'ex sbarramento difensivo costituito da terreni con manufatti interrati ad uso bunker, più o meno visibili». Il tutto su 280 metri quadrati non molto lontani da Udine.In diversi casi le vendite sono andate a vuoto, ma nel 2015 l'associazione del 53° reggimento fanteria d'arresto Umbria ha ottenuto per un affitto annuo di 208 euro la gestione del bunker sul monte Shofnik vicino a San Michele del Carso. Fortificazione con le torrette a fungo, che è stata ristrutturata tornando agli splendori della guerra fredda.

A Pavia di Udine è in vendita una «superficie di 650 mq, sulla quale insistono manufatti militari in cemento interrati» per i soliti 481,40 euro. Per pochi soldi si può acquistare un «ex bunker con una foratura rettangolare, tipo vano per artiglieria bellica» oppure una fortificazione «con torretta».Il terreno più economico con i resti delle casematte da guerra fredda si trova a Corno di Rosazzo ed è andato all'asta per miseri 444 euro. In vendita a ben 1.400 euro tre particelle a San Giorgio della Richinvelda con il bunker che ricopre probabilmente tutta la  parte sotterranea degli 890 metri quadrati. I gioielli della guerra fredda sono le ex caserme dei carabinieri a Basovizza e Gropada sul Carso triestino, poco distanti dallo storica frontiera titina, che con la Slovenia in Europa non esiste più. Gli edifici sono fatiscenti, ma si possono acquistare rispettivamente per 315mila e 200mila euro. Il 15 febbraio si chiude l'offerta per l'ex commissariato di Opicina, all'imbocco della strada che portava al principale confine jugoslavo di Trieste presidiato dai graniciari di Tito. Il prezzo di tutto rispetto è 1 milione e 420 mila euro, ma il Demanio precisa che la zona è oggi «principalmente a destinazione residenziale di carattere signorile ad elevato valore di mercato».

 

Genova, i bunker della guerra diventano cisterne contro gli incendi

 

Da genova.repubblica.it del 29 gennaio 2017

Le batterie costiere antiarea e antinave della Seconda guerra mondiale per combattere gli incendi. Il Comune decide di utilizzare i vasconi di cemento dei bunker, e pure dei forti, costruiti a difesa della città, per creare dei punti di raccolta dell’acqua dove gli elicotteri possono approvvigionarsi. Il primo è già stato individuato: è al monte Moro. «Si tratta di un’ex proprietà demaniale che ora è passata al Comune – interviene Francesca Bellenzier, responsabile della protezione civile del Comune – dove abbiamo già individuato degli invasi che fanno proprio al caso nostro. Ce ne sono anche vicino ai forti e l’obiettivo è quello di avere dei punti di rifornimento sparsi attorno alla città che possono essere utili in caso di incendio con un forte vento, soprattutto in zone difficilmente raggiungibili dalle squadre di terra, quando i fondamentali mezzi aerei non possono lavorare sulla lunga distanza per le raffiche».

Proprio questa situazione è stata il punto debole delle operazioni di spegnimento del maxi rogo che era divampato il 16 gennaio sopra Sant’Ilario. Le fiamme erano state innescate per un errore da un operaio che lavorava sull’autostrada A12, proprio davanti al crinale del monte Fasce. Spinte da un vortice incontrollabile avevano raggiunto il monte Moro e Apparizione. «Poi ci sono stati i fronti di Pegli e Sestri, dove i vigili del fuoco e i volontari hanno dovuto lavorare giorni, 24 ore su 24, per soccorrere abitanti evacuati e spegnere delle fiamme alimentate da un forte vento. Se non ci fossero stati loro, non so come sarebbe finita...». Google e le immagini satellitari avranno un ruolo fondamentale per individuare le difese. «Abbiamo iniziato una mappatura per capire quali potrebbero essere i punti che strategicamente ci possono servire per avere una copertura capillare».

Nella lista dei fortini con cisterne anti-incendio si sono Begato (proprio nel parco del Peralto), Diamante, Sperone, Tenaglia e Belvedere. Bisogna tenere conto di vari fattori: un elicottero che porta 5000 litri d’acqua nella benna (chiama smockey) per operare deve avere invasi profondi almeno 2,5 metri e lavorare su una superficie adeguata. «Dovremo fare sopralluoghi per verificare se le strutture sono dotate di vasche e quanto può costare ripristinarle – va avanti Francesca Bellenzier –. Sul Fasce, per esempio, già viene utilizzatala vasca di un agriturismo e non possiamo escludere di aumentarne la capacità». E dato è liquida (si parla d’acqua, ovviamente) l’arma per difendersi anche da terra, “i fondi per lo sviluppo rurale finalizzati alle gestione dei boschi per prevenire e ripristinare i danni degli incendi”, spiega Bellenzier, sono il salvadanaio da cui attingere per creare un’altra opera fondamentale per difendersi da piromani e gente poco attenta che nonostante il divieto brucia sterpaglie quando c’è il grave stato di pericolosità. «Un’altra opera su cui stiamo ragionando – interviene l’assessore alla protezione civile Gianni Crivello – è il prolungamento dell’acquedotto che, per quanto riguarda il monte Moro, per ora arriva subito dopo il cimitero di Apparizione. Collegando una serie di tubazioni si potrebbe portare l’acqua nei punti più impervi, dove i vigili del fuoco lavorano con grande difficoltà, costretti ad andare avanti e indietro per riempire le autobotti o a realizzare lunghi raccordi che fanno perdere tempo ed energie. Insomma, il fronte anti-incendio è un tema su cui stiamo lavorando come quello che riguarda il rischio alluvione,

in particolare dopo ciò che è accaduto negli scorsi giorni, quando ce la siamo vista davvero brutta, ma siamo riusciti a farcela grazie al grande impegno di vigili del fuoco e volontari». Sul tema incendi, il Comune sta mappando le abitazioni nelle zone a rischio. «In caso di emergenza possono venire raggiunte con difficoltà e lunghi tempi, vogliamo dotarle di vasche per sopportare la prima emergenza fino all’arrivo dei soccorsi», dice Bellenzier.

 

Pubblicati i bandi di concessione per Bastione Borghetto e Torrione Fodesta

Da piacenza24.eu del 27 gennaio

L’Agenzia del Demanio pubblica i bandi di gara per la concessione di valorizzazione dell’Ex Bastione Borghetto e del Torrione Fodesta a Piacenza. La gara riguardante due immobili di proprietà dello Stato arriva al termine della consult@zione pubblica “Futuro prossimo per gli immobili dello Stato a Piacenza”, promossa dall’Agenzia e dal Comune, tesa ad individuare i migliori percorsi di valorizzazione degli immobili pubblici nella città emiliana grazie al contributo di cittadini, associazioni e imprese.

Per partecipare alla gara occorre presentare la documentazione amministrativa, la proposta progettuale e l’offerta economica libera (consulta la pagina dedicata): criterio di valutazione sarà l’offerta economicamente più vantaggiosa, data dalla proposta progettuale e dalla proposta economica. Le offerte dovranno pervenire entro il 2 maggio 2017 e sarà possibile effettuare i sopralluoghi presso gli immobili entro il 7 aprile 2017.

Grazie alla consult@zione è stato possibile avviare un confronto qualificato e costruttivo sulle modalità e i percorsi più idonei a riportare in uso questi immobili, con forme e utilizzi che ne sviluppino appieno le potenzialità, anche attraverso strategie di cooperazione tra soggetti pubblici e privati, e i risultati sono stati utilizzati per la stesura dei bandi pubblicati oggi. In particolare, proprio il percorso di recupero del Bastione di Porta Borghetto aveva raccolto la maggior parte delle 19 proposte arrivate, sia come singolo bene che come parte del circuito delle mura cittadine, con idee che puntavano all’utilizzo sportivo o alla realizzazione di una cittadella della cultura e dell’artigianato. Per il Torrione Fodesta ipotizzate invece location enogastronomiche per promuovere il vino piacentino e le altre eccellenze del territorio.

 

Lagunari, l'ex caserma Pepe sta crollando. Il degrado in una mostra

Da nuovavenezia del 27 gennaio 2017

 

LIDO, L’ex caserma Pepe raccontata in 34 immagini in bianco e nero da Gino Gabrieli, con tutto il degrado che la contraddistingue dopo essere finita nel dimenticatoio. Il fotografo lidense l’ha racchiusa in una mostra che fino a venerdì sarà visitabile alla Galleria delle Cornici di via Sandro Gallo.

Quella che da molti storici è definita il primo esempio di caserma moderna al mondo, lì dove all’epoca della Serenissima nacquero i Fanti da mar, i precursori del Reggimento Lagunari, oggi ancora attende un futuro, un recupero e magari utilizzo in altra forma. Intanto però cade a pezzi, come conferma lo stesso Gabrieli.«Il progetto della mostra nasce nel senso della documentazione dello stato di degrado della caserma. Ero già stato lì per documentare la situazione prima delle visite guidate straordinarie dei mesi scorsi.

L’entrata monumentale invasa dal verde, strutture abbandonate, degrado di ogni genere erano ben evidenti. È brutto vedere che i tetti stanno iniziando a cedere. Non tutti sono potuti entrare quel giorno a visitarla, e così ho voluto rendere conto a tanti di come questo bene sta andando allo sfascio. Si parla da anni di recupero ma senza esito. Da qui il titolo della mostra “Progetti…degrado”.

 L’ex caserma Pepe nel 2000 era perfettamente utilizzabile e invece ora è a pezzi». Ma il fotografo lidense punta il dito anche sui tanti problemi della zona di San Nicolò. «L’area è sempre più degradata», osserva ancora Gino Gabrieli.

«Tanti negozi sono stati chiusi negli ultimi due anni, e l’abbandono è ben visibile all’ex Cral della Favorita, l’ex campo dei Lagunari, l’ospedale al Mare o il Ridotto austriaco. C’è una porzione di Lido che sta sprofondando, e nonostante la voce di tanti cittadini non si riesce a risollevarne le sorti».

 

 

 

 

 

Roma, a Monte Sacro un bunker della II guerra mondiale nascosto da un giardino

Da ilmessaggero.it del 25 gennaio 2017

Attraversa il ventre della collina sotto il Parco Simon Bolivar per ben centoventisette metri, completamente rivestita di mattoncini, in buono stato di conservazione. Nonostante i suoi 74 anni di vita. Siamo nel quartiere di Monte Sacro, a poche decine di metri da piazza Sempione, il cuore di un rione che svela ora nuovi capitoli nella storia del Novecento.   È qui, infatti, che è stata identificata una monumentale galleria antiaerea, un ricovero popolare progettato tra il 1942 e il 1943 per garantire la salvezza dai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Degrado all’ex Polveriera di Bisconte, Cacciotto:” Urge bonifica dell’area”

Da normanno.com del 21 gennaio 2017

E’ il consigliere della III circoscrizione Alessandro Cacciotto ad accendere i riflettori sull’ ex Polveriera di Bisconte, una struttura risalente al 1887 e che adesso versa nel degrado più assoluto. Cacciotto chiede alle istituzioni competenti interventi urgenti, anche in virtù del rischio igienico sanitario che deriva dallo stato di abbandono in cui si trova l’intera area.“La fame della cultura, della storia e delle tradizioni deve indubbiamente essere al centro del programma di qualsiasi Amministrazione- scrive Cacciotto in un comunicato stampa. Il sottoscritto, non può non esprimere il dispiacere riguardo il disinteresse totale mostrato nei confronti di un pezzo di storia della città che prende il nome di ex Polveriera e che è situata nel villaggio di Bisconte.La Circoscrizione, con delibera- prosegue il consigliere- aveva chiesto interventi sia in termini di manutenzione, viste le precarie condizioni di una struttura che risale al 1887 e di interesse storico, artistico, culturale, come sancito dalla Regione Siciliana nel 1990 e soprattutto di bonifica, dal momento che il rischio igienico sanitario è davvero altissimo.Cumuli di rifiuti, pneumatici, suppellettili, materiale di risulta di ogni tipo, ma anche gatti, carcasse di animali, topi…. fanno da cornice sia ad una storica struttura sia a tante abitazioni che si affacciano proprio sulla ex Polveriera di Bisconte.

E’ un vero e proprio scempio ambientale nonché culturale al quale non si può più rimanere spettatori passivi.Per queste ragioni- conclude Cacciotto- chiedo alle istituzioni competenti, di attivarsi URGENTEMENTE per bonificare tutta l’area che circonda la ex Polveriera con interventi di scerbatura, rimozione suppellettili, disinfestazione derattizzazione”.

 

 

Doss Trento: non base fantascienza ma valorizzazione. Le proposte di Fratelli d’Italia

 

 

Bunker Breda: evento speciale per le famiglie al Parco Nord

Da nordmilano24.it del 17 gennaio 2017

Riprendono le visite guidate ai Bunker Breda del Parco Nord Milano, con un evento speciale programmato per sabato 21 gennaio alle 15. “Tutte le famiglie sono invitate a partecipare con i loro bambini. Giuseppe Pirovano, partigiano, oggi iscritto all’Anpi, sarà pronto a raccontarvi le proprie esperienze dirette durante la Seconda Guerra Mondiale”, l’invito degli organizzatori.

La visita prevede anche lo svolgimento di una attività dedicata ai bambini: “Per renderli più partecipi del racconto”, dicono gli organizzatori. Il pomeriggio si concluderà con una visita ai rifugi antiaerei ex-Breda che si trovano proprio sotto Parco Nord Milano.

La prenotazione è obbligatoria (fino ad esaurimento posti): tramite mail all’indirizzo ecomuseo@eumm-nord.it o tramite telefono al numero 324.9598176.

 

 

 

Le torri costiere


Da corrieresalentino.it del 8 gennaio 2017

Fu allo scopo di arginare gli attacchi contro le coste del regno e per evitare danni analoghi alla presa di Otranto del 1480, che tra la fine del XV° secolo e gli inizi del XVII il vice regno spagnolo di Napoli intraprese l’erezione di una linea difensiva lungo il litorale, imperniata su torri di avvistamento, in cui dislocare dei presidi aventi il compito di segnalare il pericolo di nuovi sbarchi. Le coste dell’Albania, infatti, erano piene di rifugi di corsari, e proprio da questi partivano spesso numerose incursioni dirette contro la Puglia. Ciò spiega, pertanto, la necessità strategica di disporre di una linea difensiva articolata su più livelli, composti da presidi costieri miranti alla protezione del litorale, nonché da ulteriori fortificazioni dislocate maggiormente verso l’interno con la finalità di arrestare sia eventuali penetrazioni oltre la prima linea, provenienti dal mare, ma anche possibili minacce dirette dall’interno. È il versante adriatico quello che sembra presentare il più alto numero di torri poiché, essendo più vicino all’altra sponda del Canale d’Otranto, doveva sopportare una maggiore frequenza di attacchi ed una più alta violenza d’urto. In realtà esisteva già una quantità di torri già dall’epoca normanna, il cui compito era all’incirca lo stesso, cioè di arginare eventuali assalti saraceni. Nel 1230 l’Imperatore Federico II di Svevia aveva iniziato il restauro della Torre del Serpe, a sud di Otranto. Lo stesso sovrano, una decina di anni prima, aveva fatto edificare la Torre di Leverano, al fine di arginare le ripetute incursioni corsare provenienti da Porto Cesareo, luogo molto spesso obiettivo di sbarchi. Inoltre, l’esistenza di alcune torri di avvistamento è già documentata durante la dominazione aragonese, ma sarà soltanto sotto il regno dell’Imperatore Carlo V che si provvederà ad erigere in maniera metodica e strategica la linea di difesa costiera, perché la Spagna vede nei Turchi una vera e propria minaccia costante alla stessa integrità territoriale dell’impero. Carlo V, dunque, provvede ad edificare sulle coste del Regno di Napoli 366 torri tra le quali sono 83 quelle nella Provincia di Terra d’Otranto, 43 lungo l’Adriatico e 40 sullo Ionio, ad una distanza variabile dai due ai quattro chilometri. Tuttavia, nonostante l’erezione di tale dispositivo difensivo, la Puglia continuò ad essere esposta ad attacchi sino al XVIII secolo. Nella torre prestavano servizio normalmente tre o quattro uomini, ai quali si aggiungeva un “cavallante”, in genere dislocato al di fuori della struttura e, come dice lo stesso nome, dotato di un cavallo, cui spettava il compito di allertare gli abitati dell’interno nell’eventualità di uno sbarco. Le armi in dotazione erano esclusivamente da fuoco portatili come colubrine, falconetti ed archibugi. La prima può considerarsi un’antesignana del fucile, il secondo era analogo ma più piccolo nelle dimensioni, mentre il terzo era strutturalmente più preciso e moderno. Scopo di tali armi, però, era solo quello di ritardare l’avanzata dei corsari verso l’interno, nel caso di uno scontro ravvicinato, essendo esse insufficienti ad arrestarne la penetrazione. Del tutto mancanti erano invece le artiglierie che, al contrario, avrebbero potuto effettuare un valido fuoco di sbarramento. Un’ulteriore difesa contro l’avvicinamento o le eventuali scalate, era costituita dalle caditoie di cui le torri erano dotate, che consentivano il lancio di pietre o acqua bollente.Cosimo Enrico Marseglia

 

 "Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali"

Da ilpiacenza.it del 15 gennaio 2017

«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali» La ex Polveriera di Momeliano non è più attiva dal 1993. E’ totalmente dismessa, e abbandonata anche da una presenza di vigilanza umana, dal 1997. Nel 1998 e 1999 ci sono due interventi di bonifica militare, ovvero solo di sminamenti e di recupero materiale bellico, soli due lotti parziali pari a circa un terzo della totale superficie, uno a monte e uno nel canale creato dal Rio Gandore per solo un metro di profondità e con carotaggi. Quindi una sicurezza parziale, ma garantita dal ministero della Difesa, dal Demanio e dal Comune che ha preso in carico il bene. Solo nel 2012 il comune di Gazzola fa richiesta di acquisizione. L’ufficiale cessione è del novembre 2014, con una delega di tre anni per dare una destinazione d’uso e di merito al bene, da parte del Comune. La relativa delibera ancora valida dice di mettere il bene “a reddito in ottica di mercato o per alienazione”. Nel bilancio del Comune del 2017 figura un attivo di 2,7 mio/euro derivanti dalla vendita totale dell’ex Polveriera. A novembre 2016, alla presenza di Roberto Reggi direttore del Demanio, con un ritardo di due anni esatti, viene dato l’avvio alla raccolta di idee progettuali e proposte, ma restano pur sempre solo una indicazione teorica poiché non sono vincolanti di un bando o di una offerta, in quanto l’ex Polveriera non può essere venduta o svenduta per speculazioni, ma possono essere date concessioni parziali e totali solo dal Comune, ovvero solo alla maggioranza del sindaco, e il Comune è il decisore unico e assoluto finale. Questi gli antefatti. Il sopraluogo effettuato con la presenza oltre che di esponenti di rilievo della maggioranza, da invitati della minoranza in consiglio, è stata l’ occasione di poter entrare; una scoperta che poteva interessare molte più persone. “Un grazie al sindaco – esordisce Giampietro Comolli di rientro dal giro – per aver pulito le strade interne e l’accompagnamento puntuale del vigile Gabriele, molto importante per il Comune.” La vastità dell’area, soprattutto lo stato di prolungato e assurdo abbandono per decenni, non ha consentito di poter visionare anche i diversi canali che caratterizzano una area dai molteplici interessi e valori. Un dislivello di 100 metri dal capoluogo al punto più alto, 5 valli-canali di attraversamento, 103 fabbricati di cui 80 casematte di magazzino munizioni costruite tutte a un piano negli anni ’50 e ’80, di 160 mq ognuna, con tetti in tavelloni sani, colonne in calcestruzzo portanti solide distribuite lungo 12 chilometri di strade interne in parte ancora asfaltate, oltre a diversi manufatti in cemento fra pozzi, centraline, ponticelli, canali di scolo, vasche di acqua, serbatoi sottoterra di riserva, fognature e tanti pali in cemento della luce abbandonati. Di bella architettura le garitte in ghisa e vetro poste lungo il perimetro dell’area, ma distrutte con molti atti di vandalismo perpetuati per anni. Pur essendoci una recinzione alta 2 metri circa per tutto il perimetro, con 4 cancelli un po precari, diversi sono i tagli creati da animali e persone, quindi con accessi non consentiti. “Abbiamo fatto decine di foto – prosegue Comolli – con un filmato al fine di visionare bene tutti gli habitat e le strutture, un documento che servirà anche a potenziali interessati a qualche concessione, a investire se ci sono le garanzie. Ad iniziare da un regolamento di accesso e di concessione d’uso preventivo”. Dalle carte militari visionate, la bonifica bellica ha riguardato solo 2 lotti previsti dall’appalto del Ministero della Difesa, fatti a regola d’arte, ma non completi su tutta l’area. Il sopraluogo ha messo in evidenza due punti fondamentali, sicuramente utili per ogni proposta e ogni progetto. Molti sono ancora i lavori di “bonifica” generale da fare perché il bene rurale si presenta abbandonato dal 1993. In 25 anni sono scomparsi prati, seminativi, case crollate e una presenza, su circa 80 case, del pericoloso eternit-amianto e tanti resti di mattoni da smaltire secondo le regole. Anche l’aspetto forestale è molto debole: vince una boscaglia diffusa e disordinata, ributti di piante varie molte malate, poche essenze di pregio, molto caos produttivo. Inoltre le certificazioni catastali non corrispondono alla realtà del luoghi e anche questo è un problema dovendo dare in concessione beni non ben identificati, certificati e identitari al catasto. C’è bisogno di un grande lavoro. Comolli è molto diretto: “La mia presenza, oltre che come consigliere comunale, è anche di consulente e socio di imprenditori e organismi potenzialmente interessati a ragionare in termini di investimento su tutta l’area o in parte, ma con garanzie, assicurazioni, sicurezze. Il costo delle bonifiche iniziali sono altissimi. Difficile che un privato o più privati, oggi, investano 5-7 milioni di euro per un bene che non garantisce una redditività anche nel lungo periodo. Inoltre ci sono vincoli di tutela che possono e limitano certi interventi. O si entra in una logica di attrazione diffusa attraverso servizi a pagamento in ambito turistico, welfare, benessere, assistenza… con investimenti alti, o non ci sono alternative. Molte sono le situazioni delicate del luogo con canali sotterranei, tubi interrati, pozzi, vasche, canaloni, case pericolanti. C’è bisogno di un intervento mirato che definirei dare/avere con qualche mega impresa che possa avere interessi aziendali nell’”utilizzo” dell’esistente, diciamo piano per vuoto. Un patrimonio edilizio purtroppo perso e dimenticato. Solo di eternit-amianto, approssimativamente, ci sono 8/9.000 mq da smaltire. Diversi metri cubi di materiale edile da discarica. Sarà mia cura analizzare un piano di sviluppo d’impresa. Sono contro a una ipotesi di vendita globale perchè il bene deve restare assolutamente un patrimonio pubblico e collettivo". Comolli ha anche una altra idea: “le considerazioni fatte già dal 2007 da parte del Fai, Legambiente e altre figure, con i dovuti adeguamenti e giuste misure reali e integrate, attive e non passive, dinamiche e non statiche possono rappresentare l’unica soluzione mettendo attorno a un tavolo, subito, tutti gli enti pubblici: Governo, Regione, Provincia, Unione di Comuni, comuni Val Luretta. In 3-4 anni l’area può essere messa in sicurezza, agibile e ritorno del bene alla collettività di Gazzola in un altro stato. Un costo o un investimento? E’ un periodo in cui sarà difficile mettere a reddito il bene. Intanto si devono intercettare tutti i contributi destinati alla tutela e salvaguardia dei beni ambientali pubblici per eseguire i lavori urgenti di base. Qui dipende dalla capacità della amministrazione di maggioranza. Noi una idea la possiamo verificare, ma senza un “regolamento” scritto diventa difficile formulare ipotesi che diano anche un benefici nel brevissimo periodo al comune e ai gazzolesi”. Comolli chiosa: “Credo che una saggia ipotesi gestionale e operativa sia quella di un coinvolgimento a 360 gradi di tutti i soggetti interessati. Come minoranza siamo pronti a costituire, in base alla legge europea e nazionale, una Fondazione di Partecipanza pubblico-privata che sia strumento del Comune, degli enti, delle Associazioni e di tutti gli abitanti della val Luretta per gestire i primi lavori e le prime scelte, che recepisca fondi pubblici, faccia lavorare le imprese del luogo, sia intermediario anche per le aziende agricole locali interessate in modo di realizzare le prioritarie bonifiche ambientali, rurali, infrastrutturali, forestali, idrogeologiche e magari la tabellatura di un “percorso salute”. Visto i tempi stretti, è alto il rischio di dover ritornare allo Stato un patrimonio che è sempre stato dei gazzolesi. Speriamo che la maggioranza in Comune ci ascolti, perché vogliamo predisporre un piano che dia soprattutto supporti economici, servizi e occupazione ai giovani gazzolesi”

«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali»
«Ex polveriera di Momeliano: fondi pubblici per il recupero facendo lavorare le imprese locali»



 

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Apertura straordinaria del Bunker dei Savoia a Villa Ada

Da sovraintendenzaroma.it del 14 gennaio 2017

Luogo: Villa Ada Savoia, Tipologia: Manifestazioni

Il rifugio della famiglia reale, rimasto abbandonato e vandalizzato per 70 anni fino al recente recupero, apre eccezionalmente le sue porte al pubblico senza bisogno di prenotazione. (Ingresso consigliato: Via Panama) Per arrivare al bunker, seguire le frecce presenti dai vari ingressi della villa. Si potrà visitare liberamente il bunker, scoprendone le curiosità grazie ai numerosi pannelli e alle informazioni contenute nel documento che sarà consegnato all'ingresso.

 

Informazioni: Domenica 15 gennaio 2017 dalle ore 10.00 alle ore 15.00 Tutte le info sul sito  www.bunkervillaada.it, Tel: 333 2950158, Biglietto d'ingresso € 5,00 bambini fino a 10 anni gratis

 

Due visite al mese e Gran Pampel ai Bunker di Opicina

Da ilpiccolo.it del 14 gennaio 2017

Riparte con alcune novità la stagione di visite guidate alle fortificazioni di Opicina a cura del Gruppo escursionisti triestini. La prima visita, domenica 15 gennaio alle 15, sarà “annaffiata” dal Gran Pampel, la bevanda calda alcolica simile al vin brulè, ma dalla ricetta segretissima, che gli speleologi sono soliti preparare al termine delle loro adunate e che verrà offerta alla fine a tutti i partecipanti. Il ritrovo è fissato alle 14.45 nel parcheggio del quadrivio di Opicina. La visita sarà gratuita, ma è gradita un’offerta libera per finanziare le attività.

«Anche per il 2017 – spiega il responsabile, Fabio Mergiani - il Gruppo escursionisti triestini, proseguendo nel proprio lavoro di divulgazione per far scoprire al pubblico una parte di storia della nostra città ancora piuttosto sconosciuta, ha organizzato una serie di visite ai Bunker di Opicina. Inizieremo domani andando come sempre a visitare il Bunker ad H, quello del generatore, il cimitero tedesco e il bunker dell’Obelisco dove, per brindare al nuovo anno, verrà preparato e servito il Gran Pampel. Inoltre - continua -, abbiamo deciso di fissare due giornate di visita mensili per l’intero anno: il secondo sabato e la seconda domenica di ogni mese, alle 10 e alle 16. Ulteriori uscite, in collaborazione con il consorzio Centro in Via - Insieme a Opicina, si svolgeranno in concomitanza con le varie manifestazioni. E per l’estate abbiamo in programma anche due visite notturne».

Ma ci sono anche altre novità. «Con l’arrivo della bella stagione – riprende Mergiani – organizzeremo delle uscite per visitare gli altri bunker che si trovano nella zona intorno a Opicina, in particolare nei pressi della centrale elettrica. Si tratta di Gustav ed Emil, realizzati in cemento armato e recente oggetto di una pulizia profonda». Assieme ad altre strutture costruite dai tedeschi, i due bunker formavano la linea Emil.Le uscite non presentano particolari difficoltà, ma è importante portare con sé una torcia e indossare delle calzature adatte. Per informazioni e prenotazioni: get.trieste@gmail.com o 3468516570.

 

E' spuntata la 28ima punta alla pianta stellata di Palmanova
Nuova "punta" per Palmanova? L'illusione ottica non sembra riuscita



 

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Nuova "punta" per Palmanova? L'illusione ottica non sembra riuscita



 

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Nuova "punta" per Palmanova? Lillusione ottica non sembra riuscita.

Da udinetoday.it del 9 gennaio 2017

E' spuntata la 28ima punta alla pianta stellata di Palmanova

Palmanova, la celebre città fortezza veneziana locata nel bel mezzo della Bassa Friulana, nella sua storia ha visto moltiplicare il suo sistema difensivo/offensivo. Da una, a tre cinte murarie; da 9, a 27 punte. L'ultimo a volere un suo ampliamento, con cunicoli annessi, fu Napoleone Bonaparte che, giunto di passaggio durante la sua campagna in terra friulana, decise di fare di Palma una sua nuova macchina da guerra. Le opere si protrassero fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da parte delle truppe francesi e da allora nessuno osò più mutare l'ordine dei bastioni e delle cerchie murarie.

Ora però, 204 anni dopo, le cose possono in qualche modo dirsi modificate. Da pochi mesi, infatti, è apparso quello che a tutti gli effetti dall'alto appare essere un nuovo rivellino: una nuova punta della stella di Palma. Sta difatti per essere ultimato un nuovo fabbricato Ater (nell'ex area conosciuta come “Pechino”) per la costruzione di 50 nuovi alloggi Ater. Un'idea più chiara ve la può fornire il video realizzato pochi giorni fa dal pilota Jéan François La Cloche e postato da lui stesso nel gruppo Facebook.



 

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Palmanova, la celebre città fortezza veneziana locata nel bel mezzo della Bassa Friulana, nella sua storia ha visto moltiplicare il suo sistema difensivo/offensivo. Da una, a tre cinte murarie; da 9, a 27 punte. L'ultimo a volere un suo ampliamento, con cunicoli annessi, fu Napoleone Bonaparte che, giunto di passaggio durante la sua campagna in terra friulana, decise di fare di Palma una sua nuova macchina da guerra. Le opere si protrassero fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da  parte delle truppe francesi e da allora nessuno osò più mutare l'ordine dei bastioni e delle cerchie murarie. Ora però, 204 anni dopo, le cose possono in qualche modo dirsi modificate. Da pochi mesi, infatti, è apparso quello che a tutti gli effetti dall'alto appare essere un nuovo rivellino: una nuova punta della stella di Palma. Sta difatti per essere ultimato un nuovo fabbricato Ater (nell'ex area conosciuta come “Pechino”) per la costruzione di 50 nuovi alloggi Ater. Un'idea più chiara ve la può fornire il video realizzato pochi giorni fa dal pilota Jéan François La Cloche e postato da lui stesso nel gruppo Facebook. Insomma, quella che dall'alto può sembrare l'inizio di una quarta cinta fortificata della fortezza, altro non è che un nuovo plesso abitativo di edilizia popolare, destinato alla cosiddetta fascia grigia (quella composta da chi non rientra nei parametri di accesso Ater ma non hanno nemmeno la possibilità di accedere ad abitazioni a prezzo di mercato). L'area copre una superficie di oltre 3.000 metri quadrati e sorge tra Porta Udine e Porta Aquileia. Il suo costo complessivo si aggira intorno ai 6 milioni di euro. PALMANOVA SCELTA COME SET DI UN VIDEOGIOCO MILIONARIO L'idea di “mimetizzare” la nuova struttura dall'alto e di renderla in armonia con la planimetria unica della città fortezza, non sembra affatto balzana, anzi, è quasi geniale. Però, ci ha assalito un grosso punto interrogativo. Il sospetto tremendo è - osservando le immagini realizzate dall'ultralleggero - è che l'opera non sia così precisa, cioè in asse con la pianta e i raggi che si diramano dallo stendardo, punto nevralgico da cui si diramano le vie, i borghi e i baluardi. Noi, con i nostri poveri mezzi, ci siamo divertiti a giocare con Photoshop (utilizzando le immagini di Google Earth (non aggiornate) e quelle catturate, non a livello perpendicolare, da Jéan François La Cloche) e il risultato ci sembra abbastanza ambiguo. Lanciamo, per il momento, solo il dubbio. Ad altri, più competenti, l'ardua sentenza.


 

Alghero, un percorso alla riscoperta dei bunker di Monte Doglia

Da lanuovasardegna.it del 7 gennaio 2017

ALGHERO. Una serie di visite guidate per far riscoprire anzitutto agli algheresi e poi ai turisti la straordinaria testimonianza storica rappresentata dal complesso militare che si trova ai piedi del Monte Doglia, che risale alla Seconda guerra mondiale. È l’iniziativa di due giovani guide turistiche algheresi, Stefano Trova e Mario Paddeu. «Esiste un modo per vivere e far vivere Alghero di turismo anche oltre la stagione estiva?», si sono chiesti nei mesi scorsi. E dato che per loro la risposta è ovviamente affermativa, i due hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di dedicarsi alla promozione di quel sito. Dal 15 al 29 gennaio faranno da guida a chiunque vorrà ammirare le due postazioni d’artiglieria e la vecchia caserma, con la possibilità di salire in cima a Monte Murone e visitare l’osservatorio, da cui si godrà un panorama mozzafiato su Alghero, la baia di Porto Conte e Capo Caccia.

Oltre alla visita ci sarà quindi l’escursione a piedi nel bosco, ancora incontaminato e conosciuto da pochi. Approssimativamente, la durata dell’escursione è di due o tre ore. Il costo simbolico di 2 euro servirà come contributo per le spese che saranno sostenute per mantenere il sito pulito. Dallo scorso anno, infatti, le postazioni militari sono state inserite nel circuito cittadino di Monumenti Aperti, ma vengono ripulite dai volontari solo saltuariamente. «Il nostro obiettivo di più ampio respiro è quello di restituire alla città e alla collettività un bene che sinora è stato anche troppo trascurato e tenuto in scarsissima considerazione», spiegano Stefano Trova e Mario Paddeu. «Puntiamo ad aprirlo anche ai flussi turistici provenienti dall’esterno – aggiungono – ma per fare questo occorre il coinvolgimento degli enti pubblici e privati, di altri operatori del settore e del sistema turistico-ricettivo».

Secondo le due guide, al di là del valore storico, «l’area di Monte Doglia possiede potenzialità turistiche straordinarie e ancora inespresse». In attesa di elaborare un piano più dettagliato, le due guide rinnovano l’invito per le passeggiate che inizieranno tra una settimana. Per prenotare si può contattare la pagina facebook “Finding Sardinia” o i numeri di telefono +393462458635 e +393400888126.(g.m.s.)