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Kaliningrad, la Russia schiererà nuovo radar OTH
Da portaledifesa.it del 26 marzo 2020

Di Andrea Mottola

La Russia sarebbe in procinto di schierare un nuovo radar early warning a lungo raggio 29B6 KONTAINER nell’enclave di Kaliningrad, dopo che un altro sistema simile era divenuto operativo lo scorso dicembre in Mordovia (nei pressi di Kovylkino, nella regione del Volga), mentre 2 ulteriori KONTAINER dovrebbero essere rischierati a copertura dell’area Artica entro la fine dell’anno. Come tutti i radar “over-the -horizon”, il sistema permette di superare il limite dei radar tradizionali, costituito dalla curvatura terrestre, illuminando il bersaglio tramite il rimbalzo sui primi 2 strati della ionosfera del segnale proveniente dalle antenne trasmittenti, e ricevendo l’eco di ritorno con delle antenne riceventi. Il KONTAINER, infatti, è costituito da 2 schiere di antenne separate: quelle trasmittenti, costituite da 36 mast distribuiti su una lunghezza di 440 m; quelle riceventi, formate da 3 sezioni di 144 mast alti 34 m e schierati su una lunghezza complessiva di 1,3 km.

Solitamente, le 2 schiere di antenne sono separate da centinaia di chilometri (300 km nel caso del sito di Kovylkino). Teoricamente, il radar KONTAINER di Kaliningrad dovrebbe incrementare fino a 100 km di altitudine e a 3.000 km di distanza la capacità di scoperta di minacce aeree – inclusi velivoli a bassa osservabilità o missili cruise ed ipersonici - provenienti dal fronte europeo/baltico. Secondo le fonti russe, infatti, il radar dovrebbe garantire il monitoraggio dell’intero continente europeo, Gran Bretagna inclusa. Ciò rappresenterebbe un sensibile miglioramento nelle capacità degli attuali sistemi antiaerei e anti missile a lungo raggio S-400 TRIUMPH - 4 battaglioni dei quali sono già presenti nell’exclave di Kaliningrad - permettendo l’utilizzo nuovo missile a lunga gittata (400 km) 40N6 a guida radar attiva la cui entrata in servizio è stata più volte ritardata da problemi relativi al seeker che, però, parrebbero, adesso risolti.

 

Nasconde arsenale della Grande Guerra e minaccia di farsi esplodere: in carcere
Da ilgazzettino.it del 24 marzo 2020

Di Luca Pozza

ROANA - Ha minacciato di dar fuoco alla sua abitazione di Roana, sull'Altopiano di Asiago, dove nascondeva un arsenale bellico della Grande Guerra, ma alla fine è stato arrestato e ora si trova rinchiuso nella casa circondariale di Vicenza. Le manette sono scattate nei confronti di Fabio Fronsaglia, 46 anni, che ora deve rispondere dell'accusa di sequestro di persona nei confronti dell'anziana madre disabile e detenzione di armi e munizioni da guerra.

La sera prima l'uomo aveva avuto un litigio con il padre che all'indomani si era recato nella stazione dei carabinieri di Canove per presentare una denuncia. Quando i militari sono giunti nella sua casa, assieme ai colleghi del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Thiene, anno hanno trovato il 46enne barricato in casa, chiusa con una catena serrata da un lucchetto che non permetteva l'accesso. Alla vista dei militari il 46enne si è affacciato alla finestra e brandendo un fiammifero ha minacciato di appiccare un incendio se il padre non fosse rientrato a casa, sostenendo di aver cosparso i suppellettili e l’intera abitazione con della benzina, il cui odore si sentiva anche dall'esterno.

Fronsaglia è stato poi convinto a desistere dal suo intento e una volta all'interno dell'abitazione i militari hanno rinvenuto un autentico arsenale costituito da ordigni e munizioni risalenti al primo conflitto mondiale, oltre ad una tanica con dresidui di benzina. L'intero immobile è stato posto sotto sequestro ed attivata la Prefettura di Vicenza per la bonifica e la messa in sicurezza dell’area: una volta giunti sul posto gli artificieri dell’8° Reggimento Paracadutisti Folgore di Legnago, incaricati della bonifica, hanno rinvenuto 18 ordini ancora attivi e pericolosi.

 

Il castello di martedì 24 marzo
Da castelliere.com del 24 marzo 2020

TORRICELLA (TA) - Castello Muscettola

La storia di questo sito iniziò intorno all' XI secolo, quando un nucleo di pastori e agricoltori abbandonò la costa (in modo particolare Torre Ovo, dove sono presenti reperti archeologici dell'epoca) e cercò riparo nell'entroterra dalle incursioni dei pirati saraceni. Segno di quel tempo è la suggestiva cripta della chiesa della Santissima Trinità, risalente al XII secolo. Oggi l'abitato si stringe intorno ad un imponente castello in tufo e a tre torri, realizzato in epoca aragonese, nella seconda metà del XV secolo, e senza dubbio tra i più interessanti e meglio conservati della zona. Nel 1407 Torricella risultava di proprietà dei Capitignano e, in seguito, dei Santoro, dei Montagnese e dei Muscettola. Ancora, dopo l'eversione dal feudalesimo, insieme a Monacizzo fu frazione prima di Sava (prima dell'Unità d'Italia, dal 1806 fino al 1869), e poi di Lizzano (fino al 19 luglio 1954, quando divenne comune autonomo).

Simbolo del comune di Torricella, il castello Muscettola si trova al centro del tessuto urbanistico comunale, nel punto di massimo traffico pedonale. Presenta le caratteristiche architettoniche di un palazzo fortificato di notevole dimensioni. A base quadrangolare si sviluppa su due piani intorno ad un cortile interno su cui si affaccia un loggiato e lo scalone monumentale di accesso al primo piano. La parte più antica, sicuramente risale alla Torre quadrata in quanto fu edificata nel periodo normanno – svevo, mentre risale al secolo XIV, la sopraelevazione del mastio, ma la presenza di una torre quadrata e di una muratura in pietra e malta lascia incerti sulla data della sua costruzione. Di forma architettonica pregevole, l'edificio fu terminato presumibilmente nel 1582. In particolare, i principi Muscettola sul finire del XVII secolo ne decretarono la sua definitiva trasformazione in palazzo residenza dotandolo, tra gli altri ambienti, di una terrazza belvedere e di una piccola chiesa con matroneo. Questa famiglia di origine napoletana mantenne il feudo sino alla morte del settimo principe, senza eredi maschi, Giovanni Battista Muscettola (seconda metà del XIX secolo). Il Castello passò quindi alla famiglia locale Motolese-Lazzaro che lo destinò ad azienda agricola.

Acquistato dalla famiglia Turco nel 1917, vide l'aggiunta di altri locali e la modifica di alcune sue parti. Per anni fu abitato e utilizzato dagli eredi Turco. Quando poi le condizioni strutturali cominciavano a mostrare uno strato di precarietà e di fatiscenza nel crollo delle parti merlate e delle coperture intervenne il Comune che, nel 1978, lo acquistò per effettuarvi tempestive opere di restauro e sottrarlo alla rovina, valorizzarlo e consegnarlo alla popolazione. Anni dopo, nell'ottobre 1985 si iniziarono i lavori di ristrutturazione generale e il 28 febbraio 1988 avvenne l' inaugurazione. Negli anni è stato adibito a Biblioteca Comunale e Sportello Informa giovani. Tuttora il Castello è in ottime condizioni e vi è ubicata la sede dei Vigili Urbani del posto. Al piano della strada ci sono tre torri e a sinistra di una di esse c’è una stanza che era adibita a carcere. Una porta d'ingresso fra due torri immette in un vano per uso granaio. Al piano superiore vi sono sei stanze. In testa alla sala maggiore vi è una piccola cucina, a sinistra due sale affrescate, a destra altre tre. Nelle vacanti delle due torri verso tramontana e verso levante vi erano i servizi igienici. Un accurato lavoro di restauro nella seconda stanza ha riportato alla luce figure di santi e di Cesari. Nella prima sono ancora ricoperti di calce putti alati e figure di nobildonne, che si muovono intorno ad uno stemma. Le tre torri sono guarnite di tronea e merloni di due ordini, con pietre lavorate di tagli e affacciate con cornicioni a mo' di fortezza.

Altri link utili:

http://rete.comuniitaliani.it/wiki/Torricella/Castello_Muscettola (belle foto),
https://www.youtube.com/watch?v=X82o-WDB04E (video di Cinzia Latorre)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torricella, scheda di Gianluca Lovreglio su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/taranto/torricella.htm, https://castlesintheworld.wordpress.com/2015/03/09/castellomuscettola/

Foto: presa da https://castlesintheworld.files.wordpress.com/2015/03/castellomuscettola.jpg,

 

Medicina, un’antenna sul ciglio della zona rossa
Da media.inaf.it del 23 marzo 2020

Di Maura Sandri

Sorge su una terra che è già piatta quanto il mare. Una parabola da 32 metri, una distesa interminabile di filari d’acciaio a forma di croce e tortelloni fantastici. È in questo luogo sospeso tra sogno e realtà che si trova la Stazione radioastronomica di Medicina, in provincia di Bologna. A raccontarcela è Jader Monari, responsabile della Stazione e ricercatore all’Istituto nazionale di astrofisica

Con l’intervista di oggi inauguriamo un percorso a tappe che, per qualche settimana, si snoderà fra l’Italia e l’estero toccando molti telescopi – dell’Inaf, ma non solo – dei quali spesso avete sentito parlare qui su Media Inaf. Ce li faremo raccontare direttamente da chi ci lavora, per scoprirli e anche per viaggiare un po’, in questi giorni di reclusione forzata. Senza trascurare qualche domanda sulla situazione attuale, con la maggior parte degli osservatori fermi per l’emergenza coronavirus. Con l’invito, appena questo incubo sarà finito, ad andare a visitarli di persona. Partiamo dal radiotelescopio che si trova in questo momento, almeno dal punto di vista geografico, nella situazione più critica: la Stazione radioastronomica di Medicina. Sorge a una trentina di km a est di Bologna, andando verso il mare, là dove l’Emilia è lì lì per farsi Romagna. Ci risponde al telefono il responsabile della Stazione, Jader Monari.

Da pochi giorni Medicina è in piena zona rossa: anche i radiotelescopi lo sono? Si continuano a fare osservazioni?

«Dal momento in cui il sindaco Matteo Montanari, nella notte del 16 marzo, ha predisposto, tramite la regione Emilia Romagna, la chiusura dell’intero Comune di Medicina – perché la zona è stata interessata da un numero molto grande di casi Covid-19, che hanno riguardato specialmente parte della popolazione anziana che pare avesse frequentato ripetutamente un centro sociale (a venerdì, erano più di 94 i casi riconosciuti in questo piccolo comune) – è stato creato un cordone sanitario che impedisce di accedere a Medicina e Ganzanigo, le due frazioni più vicine dalle quali non si può né entrare né uscire. Il radiotelescopio chiamato “di Medicina” in realtà non si trova proprio a Medicina, bensì in mezzo alla campagna del medicinese, in una frazione che si chiama Fiorentina, per cui in linea teorica sarebbe anche raggiungibile. Tuttavia, come tutti gli istituti Inaf, noi stiamo seguendo le indicazioni dettate dal nostro direttore generale e, per questa specifica situazione della stazione radioastronomica, essendo praticamente confinante con un comune ora delimitato come zona rossa, stiamo limitando al massimo gli accessi, chiudendo tutta la struttura. In ogni caso, i radiotelescopi sono bloccati, non stiamo facendo osservazioni, anche perché la parabola da 32 metri doveva essere sottoposta a manutenzione. Siamo, come si dice, in standby».

Quando è stata l’ultima volta che hai lavorato alla stazione radioastronomica?

«In realtà è un po’ di tempo che sono in quarantena perché, a metà febbraio, sono entrato in contatto con persone che vivono in una zona limitrofa a quella del primo focolaio italiano, in Lombardia. Ho quindi preferito tutelare i miei colleghi e amici, rimanendo in isolamento per un paio di settimane che, dopo il Dpcm dell’8 marzo, sono diventate un mese e mezzo. Devo dire che, anche se trascorsi a casa, sono stati giorni molto intensi, in quanto sono stato molto impegnato, come responsabile, nella gestione della stazione radioastronomica. Negli ultimi giorni, da quando Medicina è diventata zona rossa, sono in stretto contatto con i carabinieri, ai quali ho mandato l’elenco della turnazione dei dipendenti Inaf, in accordo con la nostra Direzione».

La stazione radioastronomica di Medicina è unica nel suo genere, puoi raccontarci perché?

«La stazione radioastronomica di Medicina è un posto particolare, per la sua posizione e dal punto di vista storico. La Croce del Nord fu costruita nel 1964, quando la radioastronomia era ancora agli albori. Si trova in un contesto molto vicino a Bologna, quindi anche relativamente comodo, in una campagna sterminata, molto bella e affascinante. Fu costruita in questa zona perché effettivamente era abbastanza vicina all’università e piuttosto comoda da raggiungere. Il gruppo di ricercatori di Bologna studiava le alte energie, ma era anche interessato a fare osservazioni radioastronomiche. C’è una leggenda che narra il motivo per cui il radiotelescopio fu proprio costruito in quel posto: la leggenda dei tortelloni. Si racconta che lì vicino ci fosse un famosissimo e buonissimo ristorante che faceva dei tortelloni fantastici, e che questo fu l’elemento che in definitiva portò alla costruzione della Croce del Nord proprio in quel punto, potendo il ristorante essere un punto di riferimento culinario per gli operatori che hanno costruito la struttura e per i radioastronomi poi. Purtroppo per noi, ora questo ristorante si è spostato a Medicina».

Radiotelescopio Croce del Nord. Crediti: Jader Monari

È un complesso molto grande. Quanti anni ci sono voluti per realizzarla?

«La Croce del Nord è stata costruita in tempi rapidissimi, perché all’epoca non c’erano tutte le regolamentazioni che ci sono adesso. Inoltre, per la costruzione della stazione fu investito anche il corpo militare. Fu una cosa incredibile, perché praticamente in due anni venne costruita questa enorme struttura che a oggi è ancora in piedi. Allora non si faceva uso di computer e i progetti venivano fatti a mano. E non mi riferisco solo ai progetti elettromagnetici, delle antenne, ma anche di quelli statici, della struttura. Il radiotelescopio Croce del Nord è uno strumento di 30mila metri quadri di area collettrice, un trentesimo di quello che sarà Ska, il più grande radiotelescopio al mondo. È un radiotelescopio che ancora oggi, se venisse reingegnerizzato, sarebbe uno strumento di punta per la radioastronomia».

Il pubblico può visitare la stazione radioastronomica?

«Accanto alla stazione radioastronomica c’è il Centro visite “Marcello Ceccarelli”, dedicato alle visite da parte del pubblico e delle scolaresche. Il centro è dotato di una sala espositiva con exhibit, esperienze interattive, strumentazione storica e una bella sala multimediale. Con la visita guidata, prenotabile dal sito del Centro Visite, è possibile anche fare un tour nella stazione radioastronomica, per osservare le antenne da vicino. E il sito web mette a disposizione un tour virtuale del centro visite e della stazione radioastronomica, in attesa di poter tornare a visitare questi luoghi di persona».

Quindi dalla campagna medicinese si osserva benissimo il cielo, o forse dovremmo dire che lo si riesce ad ascoltare molto bene…

«Sì. A oggi, l’unica cosa negativa di questa posizione è la sua vicinanza a Bologna, le cui interferenze umane (di natura radio) sono decisamente più alte rispetto a quanto erano una volta. Uno strumento così sensibile, in certe bande risulta essere accecato dall’inquinamento a radiofrequenza».

C’è anche un’altra antenna, oltre all’originalissima Croce del Nord, vero?

«L’altra antenna è una parabola di 32 metri di classe medio-piccola, riconosciuta come uno strumento ad altissima efficienza, nel senso che opera molto bene e solitamente non ha lunghi tempi di inattività, contribuendo moltissimo alla radioastronomia nazionale e internazionale. Anche alla parabola nei prossimi anni dovrebbe essere fatto un upgrade importante che prevede l’installazione di uno specchio attivo, in grado di compensare le deformazioni indotte dalla gravità a seconda del puntamento, permettendo di avere sempre una superficie perfetta. Con questo upgrade si potranno fare osservazioni a frequenze più alte. In questo momento il limite è 22 GHz ma sicuramente tenteremo di arrivare intorno a 90 GHz, come il Sardinia Radio Telescope. Quindi, anche se piccolina, sicuramente farà dell’ottima scienza, nei prossimi anni».

La parabola da 32 metri

E la ricerca degli omini verdi? Partecipate ancora al famoso progetto di ricerca di intelligenze extraterrestri?

«L’ex responsabile della stazione radioastronomica di Medicina, Stelio Montebugnoli, sebbene in pensione, è attualmente Seti Advisor della Direzione scientifica dell’Inaf. In questo momento non stiamo facendo attivamente la ricerca in questione perché la “macchinetta” che ha sempre permesso di farlo – che si chiama Serendip IV – è stata smantellata in quanto non funzionava più. Però è in corso la progettazione di un sistema analogo, basato su un computer potenziato in termini di Cpu, che permetterà di ottenere potenze computazionali enormi, rispetto a prima. In questo momento la nuova macchinetta è in fase di test, e speriamo di riuscire a breve a metterla online per fare nuovamente osservazioni anche per questo progetto. Vorrei però ribadire ciò che dico sempre, riguardo al Seti, ossia la sua scarsissima possibilità di successo».

Per quale motivo?

«Perché nel corso degli anni si è capito che il progetto originale della ricerca di un segnale monocromatico è un po’ superata. Stiamo infatti comprendendo, da come evolvono le telecomunicazioni in ambito umano, che non esiste più la portante con le bande laterali che contengono informazioni, ma sappiamo benissimo che al giorno d’oggi le comunicazioni vengono fatte con sistemi digitali, con modulazione digitale, dove le portanti non esistono. Di conseguenza, visto che una delle ipotesi del progetto Seti era proprio la ricerca della portante – intesa come la bottiglietta in mezzo all’oceano che, quando trovata, anche senza capirne il contenuto ci fa capire che c’è qualcun altro – dobbiamo rivedere gli algoritmi di ricerca del segnale. Bisogna usare meccanismi molto più complessi, alcuni dei quali sono in fase di studio da parte del gruppo coordinato da Montebugnoli. Tali algoritmi sono in grado di riconoscere un segnale coerente all’interno del rumore, anche nel caso in cui sia un segnale digitale. Quindi, in definitiva, al momento non stiamo lavorando per il Seti ma ci sono delle ricerche in corso d’opera per ripartire in quella direzione».

L’expertise del gruppo di Medicina vi ha portato a essere protagonisti di un’altra avventura internazionale: lo Square Kilometre Array…

«È vero, una parte sostanziale del gruppo tecnico di Medicina è coinvolta nel progetto Ska, di cui io coordino a livello nazionale la parte a bassa frequenza. Fino all’arrivo del Covid-19, siamo sempre stati in prima linea. A fine gennaio, ad esempio, siamo stati in Australia per seguire dei test sull’array che abbiamo installato in mezzo al deserto australiano. Anche oggi stiamo monitorando il funzionamento dell’array. Sono in corso tantissimi sforzi in questa direzione, anche da lontano e nel pieno di questa emergenza mondiale. Speriamo di poterli continuare a perseguire anche dopo questa emergenza, anche se in questo momento la stessa Australia sta chiudendo tutto. Probabilmente la settimana prossima sarà l’ultima opportunità per andare in mezzo al deserto perché poi il sito verrà chiuso: essendo molto remoto, si vuole evitare che qualcuno si ammali in mezzo al deserto e resti là. Medicina in tutto questo è stato un po’ il semino del progetto Ska: tutto è partito dall’idea di reingegnerizzare la Croce del Nord. Dopodiché, la comunità nazionale e internazionale, grazie l’expertise del team, ha riconosciuto le nostre competenze e oggi siamo uno dei principali protagonisti di questo grande progetto. Tutto questo ha portato, in particolare a me, una grande soddisfazione perché comunque sia mentre prima Inaf era vista come la Cenerentola del gruppo, ora siamo visti quasi come i principi, visto che è stato pienamente riconosciuto il grosso sforzo che abbiamo fatto, sia dal punto di vista tecnico che economico».

 

Il sottomarino perduto dai sovietici rilancia la guerra dei mari
Da corriere.it del 22 marzo 2020
La Cia e la missione segreta contro l’Urss. Il mezzo era svanito nel Pacifico e considerato ormai perduto

Di GUIDO OLIMPIO

Profilo Twitter della Cia, 18 marzo. Poche righe ed un link ad un testo per ricordare una notizia di storia, un pezzo di guerra fredda. Quarantacinque anni fa — scrivono — il giornalista Jack Anderson rivela al mondo i dettagli completi della missione impossibile. Il recupero del sottomarino sovietico K-129 da parte della Cia, un mezzo svanito nel Pacifico e considerato ormai perduto.
È l’inizio della primavera del 1968, l’unità sovietica è impegnata in un pattugliamento quando scompare, non manda più contatti. Mosca la cerca, ma con scarsi risultati. Non ha strumenti adeguati e ritiene che neppure gli avversari siano in grado di farlo. Invece, l’Us Navy si è mossa, i suoi sensori hanno captato un evento, probabilmente un’esplosione. Il successivo «rastrellamento» consente di localizzare il relitto a 2.600 chilometri a nordovest delle Hawaii, ad una profondità di 4.600 metri. 

Per l’intelligence e il Pentagono mettere le mani sui resti del K-129 è vitale, sperano di scoprire dettagli sui missili a testata atomica, sulla costruzione dello «squalo», sui codici segreti della Marina sovietica. E per questo lanciano un’operazione che durerà diverso tempo — quasi sei anni — in quanto costruiranno una nave ad hoc con la collaborazione del miliardario Howard Hughes, personaggio originale, dentro a mille storie, stravagante e capace di tutto. Nasce così la Glomar Explorer, dotata di gru e attrezzature che devono essere calate sul fondo per poi tirare in superficie il «vascello». Il Project Azorian — questo il nome in codice — si sviluppa tra depistaggi, cortine fumogene e trucchi. La Cia vuole impedire che le spie d’oltre - cortina si accorgano del piano e c’è poi la necessità di tenere alla larga occhi troppo curiosi, compresi quelli dei media, che subiranno pressioni per non pubblicare i primi dettagli. Un vice direttore dell’agenzia visiterà il cantiere della nave indossando una parrucca, verranno compiuti diversivi e mosse.
La Glomar Explorer, ufficialmente una nave per la ricerca di minerali preziosi sul fondo marino — partirà finalmente da Long Beach (California) e nel luglio 1974 raggiunge il punto X, dove scatta la seconda fase. La gigantesca «presa», la pesca delle componenti del sottomarino. Quali? Infinite le teorie, tra quelli che ritengono che sia stato un successo completo e gli scettici che, invece, parlano di un risultato a metà (il vascello si spezzerà durante il recupero). Si ipotizza che gli Stati Uniti siano entrati in possesso di siluri ed altro materiale top secret. Nonostante il guscio di sicurezza il Kgb fiuta qualcosa e alcune navi saranno inviate nella zona senza però poter contrastare i rivali. Che riserveranno l’onore delle armi ai caduti.

Tra i rottami ci sono infatti anche le salme di sei marinai: saranno sepolti in mare, con una breve cerimonia funebre accompagnata dagli inni americano e sovietico. Un saluto documentato da un filmato che sarà poi consegnato, nel 1991, all’allora presidente Boris Eltsin. Oggi chiunque lo può vedere su Internet (YouTube). Sarà, invece, Jack Anderson a raccontare tutti i passaggi il 18 marzo del 1975, scoop lanciato nonostante le autorità statunitensi tentino di metterci sopra un pesante coperchio. Il New York Times, che si era piegato dalla richiesta del governo di mantenere il silenzio, aggiungerà altro.
Chissà se non esista un legame tra il post della Cia e un articolo dell’agenzia russa Tass uscito in questi giorni. Rivela come l’Aleksander Nevsky, sottomarino della classe Borei, sia riuscito a compiere un lungo viaggio di 42 giorni dal Mare del Nord fino al Pacifico senza che gli Stati Uniti se ne siano accorti.
Questo grazie alla sua silenziosità, all’abilità dell’equipaggio e alle manovre messe in atto per sottrarsi alla caccia. La Navy avrà la sorpresa quando il battello entra in porto, sottolinea ancora la Tass nella sua ricostruzione dell’episodio avvenuto nel 2015. Caso che ne ricorda un altro verificatosi nel Golfo del Messico dove si sarebbe infiltrata un’altra unità nucleare.
Le schermaglie Russia-Usa (senza dimenticare la Cina) si consumano con incursioni reali e quelle mediatiche su un fronte invisibile, quello negli spazi infiniti sotto la superficie del mare.

 

Viaggio alla scoperta dei castelli del Ducato di Parma
Da thewaymagazine.it del 21 marzo 2020

Che comprende anche i territori di Piacenza e Pontremoli, confine con la Toscana. Sono tutti in paesini di grande charme.

“In viaggio tra i Castelli del Ducato: storie, misteri, curiosità e meraviglie tra rocche, fortezze e manieri in Emilia e Lunigiana” è la nuova guida turistica e culturale dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli che arriva nei bookshop di rocche, fortezze e manieri durante il 2020, anno di Parma Capitale Italiana della Cultura (ora spostata al 2021 per effetti dell’emergenza sanitaria). Alcune delle tenute e delle strutture in questi elenchi sono anche a uso ricettivo e permettono dei soggiorni da favola. Un territorio da scoprire, da vivere, da gustare, da amare. Nel Ducato di Parma e Piacenza emozioni, storia, arte, cultura ed enogastronomia rendono unico il lifestyle di una incantevole terra che si dipana dall’Appennino al Grande Fiume Po. Castelli, rocche, fortezze, regge e manieri sono moderni raccontafiabe per regalarvi un viaggio infinito nel mistero del tempo attraverso diverse epoche dal Medioevo al Rinascimento, dal Seicento Barocco al secolo dei Lumi, dal romantico Ottocento alla Belle Epoque fino al Novecento.

Dalla fertile pianura alle verdeggianti colline vi conquisteranno le imprese e gli amori di alcune tra le più illustri e blasonate dinastie italiane tra le quali Borbone, Farnese, Landi, Pallavicino, Sforza, Lupi, Visconti, Malaspina, Rossi, Sanvitale sino a Maria Luigia e a Napoleone. Riecheggiano nelle auguste dimore, impreziosite dai pennelli dei valenti maestri lombardi ed emiliani, primo fra tutti il Parmigianino.

 

Il cuore del territorio batte al ritmo della grande musica: quella del Maestro Giuseppe Verdi, nei Luoghi Verdiani, sulle note del Va Pensiero e quella di Giacomo Puccini il cui librettista Luigi Illica è figlio illustre di questo Ducato. L’arte delle nobili tavole vi prenderà per la gola con le Cene “Ricordanze di Sapori – Chef Stellati a Castello” dove trionfano il Parmigiano-Reggiano e il Grana Padano, il Prosciutto di Parma, il Culatello di Zibello, Coppa, Pancetta e Salame piacentini, il sale speciale di Salsomaggiore Terme, i tanti vini bianchi e rossi D.O.C. dei Colli piacentini e parmensi.

Ogni castello vi può trasportare in una fiaba contemporanea grazie a visite guidate tematiche diurne o notturne in cui sarete protagonisti di un tempo lontano, in grado di coinvolgervi ancora oggi.

Per chi ama stare all’aria aperta sono visitabili giardini e parchi nei Castelli del Ducato: ogni stagione ha il suo frutto nei nobili manieri.

 

Conclusa l'esercitazione Red Flag, tornano in Puglia uomini e mezzi
Da lagazzettadelmezzogiorno.it del 20 marzo 2020
Di nuovo a casa dagli Usa F-35 ed Eurofighter di Amendola e Gioia del Colle

Duecento ore di volo in uno scenario addestrativo unico, altamente realistico e complesso, per sfruttare al massimo le potenzialità dei jet e dei sistemi d'arma in dotazione. Senza dimenticare l'abilità dei piloti. Si è conclusa nella base Usa di Nellis, nel Nevada, la Red Flag, l'esercitazione più importante dell'anno, alla quale hanno preso parte anche velivoli tedeschi, spagnoli e italiani.

L'Aeronautica militare per la prima volta schierava  tre tipologie di velivoli: gli F-35 del 32° Stormo di Amendola, gli Eurofighter del 4°, 36° di Gioia del Colle e del 37° Stormo ed il CAEW (guerra elettronica) del 14° Stormo di Pratica di Mare. Lo scenario ipotizzato ha previsto il contrasto di forze nemiche, i cosiddetti aggressors, fra cui i velivoli F-16C del 57° WG, oltre a sistemi terra-aria ed altri aerei di supporto, integrati con i migliori assetti dell'aviazione americana. Si tratta di un contesto esercitativo definito non a caso "complesso" per via dell'elevato numero di velivoli impiegati parte e dello scenario di crisi riprodotto. 

I tre diversi velivoli italiani oltre a raggiungere importanti ritorni addestrativi nel loro tipico settore di impiego, hanno avuto la possibilità di interagire tra loro consolidando tattiche di impiego congiunte e implementando l'interoperabilità dei velivoli legacy con quelli di quinta generazione in un'ottica di moderna concezione del potere aereo. Gli assetti italiani hanno operato congiuntamente nelle varie missioni in particolare nel ruolo di controllo e scorta aerea, implementando l'attività di integrazione di assetti eterogenei dell'Aeronautica militare in scenari non replicabili su territorio nazionale. "E' stata una straordinaria occasione di addestramento per tutta la squadra di professionisti che ha lavorato in questa Red Flag, ha sottolineato il colonnello Luca Maineri, capo del team di supporto all'esercitazione. "Al di là del ritorno importantissimo in termini operativi, queste occasioni sono uno straordinario banco di prova per tutte le professionalità che l'Aeronautica è in grado di esprimere. Mi preme sottolineare che per consentirci di operare qui in America ad una tale distanza da casa, la Forza armata ha saputo ancora una volta dar prova della sua capacità di logistica di proiezione, grazie alla quale siamo in grado di raggiungere con personale e mezzi, in brevissimo tempo, qualsiasi destinazione ed essere in grado di operare ed addestrarci in ogni angolo del mondo esattamente come se fossimo in Italia".

Gli F-35 italiani, per la prima volta presenti ad una Red Flag, hanno effettuato tutte le tipologie di missioni previste dallo scenario dell'esercitazione, con due formazioni da quattro velivoli impiegati in missioni sia diurne che notturne. I piloti del 32° Stormo hanno portato a termine con successo operazioni aeree eterogenee di tipo Escort, suppression of enemy air defenses (Sead ), Air interdiction e dynamic targeting, dimostrando quanto il velivolo sia versatile, maturo e dotato di uno spettro di capacità operative tale da consentire lo svolgimento contemporaneo ed autonomo di numerose missioni diverse nell'ambito dello stesso volo.
In particolare, la Red Flag ha consentito ai piloti di questa linea di consolidare ulteriormente tattiche tipiche dei velivoli di quinta generazione, operando con il 62nd fighter squadron di Luke, oltre a rafforzare il ruolo di questo velivolo come enabler in scenari complessi. Gli F-35, infatti, si sono dimostrati fondamentali per l'assolvimento dei commander's intent, con una spiccata capacità di targeting stand-off e ognitempo contro obiettivi dinamici di tipo Time sensitive target. (Tst).

Il G-550 CAEW ha rappresentato una vera e propria novità in questo contesto, in cui abitualmente viene impiegato l'Awacs, con un ventaglio di compiti e capacità non così ampio come quelle che è in grado di assicurare la piattaforma del 14° Stormo. La prima Red Flag per gli equipaggi del CAEW ha fornito ritorni addestrativi importanti poiché ha consentito l'addestramento necessario per garantire la condotta di missioni d dette di Battle Management and Command and control (BMC2) in un contesto esercitativo di tipo Large force employment (Lfe ), in ambiente ad alta densità e minaccia detto peer to peer/area access-area denial. Il CAEW, grazie alle capacità del velivolo, ha volato in missioni nelle quali ha fornito agli altri assetti coinvolti la situational awareness in qualità di non-traditional intelligence surveillance reconnaissance (NT-ISR), condividendo le informazioni con la stessa piattaforma capacitiva (support to info-Superiority/dominance plan).
Il contesto esercitativo internazionale in cui si è svolta la Red Flag ha inoltre consentito di familiarizzare con le regole di volo tipiche dei poligoni americani ed ha permesso, durante le fasi di deployment e re-deployment, di addestrare il personale navigante su rotte oceaniche North atlantic track . Gli Eurofighter degli Stormi caccia hanno preso parte per la seconda volta a questa prestigiosa esercitazione conducendo operazioni di volo diurne e notturne in scenari via via sempre più complessi, che hanno consentito di standardizzare ed implementare lo sviluppo di tattiche congiunte con gli altri assetti aerei presenti. In particolare la linea F-2000 ha partecipato a missioni nelle quali ha svolto congiuntamente sia il ruolo di difesa aerea sia attività aria / suolo colpendo obiettivi pre pianificati utilizzando munizionamento di caduta a guida laser. Questo addestramento ha testimoniato l'elevato grado di maturità della macchina e la ormai consolidata capacità swing role del velivolo, perno della difesa aerea nazionale ma anche un velivolo con significative capacità di attacco al suolo nonché importanti capacità ISR grazie all'impiego del pod reccelite.

 

Pentagono, testato con successo missile ipersonico
Da meteoweek.com del 20 marzo 2020

Il Pentagono annuncia che il missile ipersonico è stato testato con successo

Di Alice De Gregoriis

Il Pentagono ha completato con successo il test del nuovo missile ipersonico. Il test è stato effettuato dal Dipartimento della Difesa e il missile è partito da Kauai ed è arrivato alle Hawaii. Perché “ipersonico”? Il missile ha viaggiato a una velocità cinque volte superiore a quella del suono verso il designato “punto di impatto" come certifica il Pentagono. Il vice ammiraglio Johnny Wolfe ha commentato il successo: “Il test convalida il nostro design e siamo ora ponti e muoverci alla prossima fase”.

Il test con esito positivo è frutto di una sperimentazione di lunga data. Già a settembre 2019 era noto un dato: l’Arnold Engineering Development Complex del 704° Gruppo di test degli Stati Uniti stava conducendo test su un sistema ipersonico talmente veloce da essere invisibile all’occhio umano. Il test era stato condotto presso la base Holloman nel New Mexico. Il missile ipersonico, per diventare invisibile all’occhio umano, aveva superato i 10.600 km all’ora.

Si è realizzato, così, un nuovo passo verso un progetto nato mesi fa. Lo scopo era accelerare lo sviluppo sul fronte della missilistica ipersonica. Era una delle priorità del Pentagono, ribadita dal segretario alla Difesa Mark Esper. Il progetto era nato per fronteggiare i pericolosi avanzamenti di Cina e Russia in questo campo. Già da qualche anno Putin aveva presentato e lanciato il sistema missilistico Avangard, durante il suo messaggio annuale all’Assemblea federale. Il sistema missilistico russo è in grado di accelerare fino a 20 volte la velocità del suono. E il test era avvenuto con successo già nel dicembre del 2018.

 

Russia schiera 2° super-radar nell'exclave di Kaliningrad
Da avionews.it del 19 marzo 2020

La capacità di tracciamento del radar russo di nuova generazione Konteiner è di max 3000 chilometri

Over-the-horizon, può tracciare decollo in massa di aerei combat, il lancio di missili da crociera e ipersonici

E' il radar di nuova generazione Konteiner, che insieme al gemello installato nell'area del Volga nel dicembre scorso, controllerà l'Europa, Regno Unito compreso

Una fonte della Difesa russa ha riferito alla stampa che "a breve termine" nell'exclave di Kaliningrad, sul Mar Baltico, verrà installato il radar di nuova generazione Konteiner (o Conteiner), un over-the-horizon in grado di tracciare il lancio di missili da crociera e ipersonici a una distanza massima di 3000 km. Insieme al gemello schierato il 1° dicembre scorso nell'area del Volga, più precisamente nella repubblica russa di Mordovia, coprirà l'intero territorio europeo compreso il Regno Unito. "I dati provenienti dai due sistemi saranno combinati per aumentarne la precisione", ha aggiunto la fonte. Basati sul principio della ricezione dei segnali radio riflessi dalla ionosfera, sono capaci di di tracciare il decollo in massa di aerei da combattimento, il lancio di missili da crociera o armi ipersoniche a grandi distanze.

Il radar over-the-horizon (oltre l'orizzonte), può infatti rilevare obiettivi a distanze molto lunghe, in genere da centinaia a migliaia di chilometri, oltre il suo stesso orizzonte, che è il limite di distanza per un normale radar. Tra i progetti futuri di Mosca l'installazione di altre stazioni Konteiner nella regione artica, che andrebbero ad integrarsi con il suo già esistente sistema di allarme rapido missilistico costituito da postazioni radar di tipo Voronezh, anch'esse progettate per tracciare i lanci di missili balistici verso il territorio russo.

Nel dicembre scorso Mikhail Petrov, uno dei progettisti del Konteiner dichiarò che con questo radar: "Gli aerei realizzati con la tecnologia stealth non sono invisibili per noi: li vediamo lo stesso, li accompagniamo, li identifichiamo a circa 3 mila chilometri dai nostri confini".

 

Balentes nella Sardegna delle basi NATO
Da cinecitta.com del 19 marzo 2020

E’ disponibile su Amazon Prime Video e su iTunes Balentes – I coraggiosi, documentario di denuncia dell’antropologa e regista Lisa Camillo che mette in relazione la presenza delle basi NATO in Sardegna con l’aumentata incidenza di tumori nella popolazione e devastanti danni alla salute del territorio provocati proprio da attività segrete militari.
Interamente auto-prodotto e frutto di quattro anni di approfondita analisi e inchiesta della studiosa antropologa sardo-australiana, Balentes si spinge con la narrazione oltre l’off-limits imposto dalla segretezza militare. Attraverso immagini, dati, analisi scientifiche, interviste ad esperti e istituzioni, testimonianze dei parenti delle vittime dell’uranio impoverito, Lisa Camillo racconta con coraggio le contraddizioni della sua terra d’origine, un’isola di grande fascino e bellezza e oggi teatro di una silenziosa tragedia che sta distruggendo uomini e ambiente.
Basti sapere che tra il 1947 e il 1954 in Sardegna sono state edificate numerose basi militari americane tanto che sul territorio sardo si trova il 60% di tutte le basi militari presenti in Italia. Negli ultimi dieci anni, nelle zone a ridosso degli insediamenti NATO, si è registrato un aumento oggettivo di decessi e malformazioni imputabile all’utilizzo di bombe e sostanze tossiche rilasciate durante le esercitazioni, i cui resti sono visibili e rilevabili anche a occhio nudo.

Lisa Camillo li ha filmati e li mostra senza censure nel suo documentario appassionato, come evidenze inconfutabili di una devastazione ambientale e dannosa per la salute degli esseri viventi, frutto di interessi economici e servitù militari. Sono proprio queste scoperte che hanno convinto la regista a rientrare in Italia, dopo 15 anni di lavoro in Australia, per denunciare la verità e unirsi alla lotta degli isolani che reclamano la loro terra nella sua perfetta unicità .
Balentes è un termine sardo che significa Persone di Valore, coloro che si battono per la giustizia sociale, per difendere il debole dal prepotente. Tutti i personaggi del film sono dei ‘balentes’ che, senza arrendersi, combattono le loro battaglie per avere la propria giustizia. Di questa antica identità del popolo sardo, sono testimonianza anche i ritrovamenti dei Giganti di Mont’e Prama, alti guerrieri in roccia, pronti ad attaccare gli invasori con coraggio e valore.
Lisa Camillo è un regista, scrittrice e produttrice, presentatrice ed antropologa italo-australiana, plurilaureata (Master in antropologia e Laurea in Criminologia), di Sydney, appassionata di diritti umani ed di ecologia. Dopo il master in Antropologia, ha avuto un’esperienza formativa nelle comunità aborigene, che le ha dato un'esperienza e conoscenza profonda della loro cultura ed una forte connessione con le comunità indigene. Ha ricevuto diversi premi per i suoi progetti con il Ministero della Salute Australiano, con l'implemento di programmi per migliorare la salute nelle comunità aborigene tramite l’uso della musica, dell’arte e dei digital media.
Tra i suoi lavori come sceneggiatrice, regista e produttrice: Live through this che ha vinto 3 premi ed è stato nominato in dodici film festival internazionali e Requiem, un corto di un lungo piano sequenza, dove i protagonisti invecchiano 3 volte senza alcun tagli di scena e nominato al One Take Festival del cinema in Croazia

 

Il castello di martedì 17 marzo
Da castelliere.com del 14 marzo 2020

COSTACCIARO (PG) - Castello Le carte attestano la presenza di Costacciaro nel XIII secolo, quando gli eugubini, attorno al 1250, ne fecero la propria testa di ponte per poter meglio difendere ed ampliare il loro territorio e per creare una spina nel fianco ai nemici perugini della confinante Sigillo. Costacciaro infatti era il castello più importante del distretto di Gubbio e si trovava in un punto strategico, sopra un colle di proprietà di un tale Stacciaro; all'inizio si chiamava Castrum Collis Stacciarii (Castello del Colle di Stacciaro), ma, nel 1300, il suo nome cambiò in Castrum Costacciarii. A Gubbio, nel XIV secolo, s'insediò la magistratura del podestà, che dava una certa autonomia a tutti i castelli; qui veniva, infatti, eletto un capitano, che aveva diritto di vita e di morte sugli abitanti. Costacciaro risentì molto delle lotte interne di Gubbio, soprattutto prima della sua dedizione ad Urbino; alla fine del XIV secolo, mentre si stava svolgendo una battaglia fra Antonio da Montefeltro e i Malatesta, il castello si ribellò, sottomettendosi al nascente stato feltresco. Costacciaro, però, continuò ad avere la sua economia legata a filo doppio con quella di Gubbio.

Alla fine del Trecento, anche Gubbio iniziò a subire l'influenza dei Montefeltro che, a partire dal 1384, cominciarono a rinforzare il castello, erigendovi nuove, più ampie e solide mura. Sotto i Feltreschi, Costacciaro fu assai importante come estremo confine meridionale, ma anche come centro militare di concentramento di truppe, capace all'occorrenza di difendere con sicurezza lo stato. A fine Quattrocento venne chiamato al castello il grande architetto militare Francesco di Giorgio Martini da Siena il quale, a partire da 1477, vi costruì il rivellino e, forse nello stesso tempo, anche l'attuale Palazzo Fauni-Massarelli-Chemi. Nel 1400, Costacciaro era formato dal castrum (castello) e da villae (villaggi); ogni villa aveva dei vocaboli (appezzamenti di terra abitati ed ancora esistenti); le più importanti fra queste erano: Villa Col de' Canali, Villa Colfongai (o Colle Fongari), Villa Collalti, Villa Collis Martini, Villa Costa Bagnole, Villa Pie' della Rocca, Villa Rancane, Villa S. Andrea de Giuccole, Villa S. Donato, Villa S. Savino, Villa Scassaiole, Villa Trebbi, Villa Vallaponi.

Oggi le testimonianze visibili delle antiche fortificazioni sono le seguenti:
- la Torre Civica con la porta di ingresso al paese, anch' essa costruita circa la metà del XIII secolo e perfettamente conservata;
- la coeva torre in "Via della Roccaccia", parte integrante del sistema difensivo murario, recentemente ristrutturata;
- il Rivellino (o torrione), bastione difensivo dalla singolare forma a prua di nave (o di diamante), progettato e realizzato, come detto, alla fine del XV secolo, su incarico del Duca di Urbino Federico di Montefeltro. Venne costruito con queste fattezze in modo che potesse resistere meglio ai colpi di arma da fuoco, un metodo alternativo, intelligente che consentisse una difesa efficace con minor possibilità di danni alle mura. Dal rivellino si gode un panorama eccezionale sia verso il massiccio del Monte Cucco che verso la valle del Chiascio. L’area interna è utilizzata anche per spettacoli e attrezzata con gradinate per il pubblico.

Altro link suggerito: https://www.aboutumbriamagazine.it/costacciaro/ (per vedere alcuni video su Costacciaro e i suoi monumenti)

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Costacciaro#Storia,
https://www.comunecostacciaro.it/comune/turismo-e-cultura/storiae-territorio, http://www.civetta.tv/news/2017/11/16/rivellinocostacciaro-brilla-nuova-luce/, https://www.appenninocentrale.it/it/punti-di-interesse/rivellino

 

L'oasi Al-Kharga in Egitto
Da ilgiornaledellarte.com marzo 2020

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin, scruta il Patrimonio Mondiale

Tra le oasi del deserto occidentale dell’Egitto, il «deserto libico», la maggiore è Al-Kharga, che si stende per oltre 160 chilometri di lunghezza, a circa 200 chilometri di distanza da Luxor, nella Valle del Nilo. Conosciuta come «l’Oasi del Sud» in epoca faraonica e come Oasis Magna quando, dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra da parte di Ottaviano (30 a.C.), Roma assoggettò l’Egitto, Al-Kharga è stata per millenni il centro della via carovaniera che collegava l’Egitto con il Sudan, chiamata in arabo Darb El Arba’in («Via dei quaranta giorni»), ricordata persino da Erodoto.
Fin dall’epoca delle dinastie faraoniche dell’Antico Regno (2686-81 a.C.), questa via carovaniera era usata per il trasporto di oro, avorio, spezie, cereali, animali e piante dall’Africa verso le capitali dell’Alto e del Basso Egitto, e aveva una grande importanza economica e strategica. Nell’oasi si trovano resti di insediamenti antichissimi, risalenti all’Antico Regno, ma anche ai periodi successivi della lunga storia dell’Egitto faraonico.
Tuttavia, i principali monumenti visibili oggi risalgono alla XXVI dinastia (664-525 a.C.), l’ultima prima della conquista e il dominio dell’Egitto da parte dei Persiani, gli Achemenidi (XXVII dinastia, 525-404 a.C.). L’oasi continuò ad avere grande importanza economica anche durante il periodo della dominazione tolemaica (332-30 a.C.), romana (30 a.C-476 d.C.) e bizantina (dal 476 fino al 641 d.C., quando l’Egitto venne conquistato dagli Arabi), e a queste diverse fasi risale la gran parte dei siti archeologici oggi visibili.
Per proteggere la via carovaniera dalle incursioni delle tribù del deserto, i Romani edificarono oltre venti fortezze, che costituiscono uno dei segmenti meglio conservati di tutto il Limes romano meridionale, che si estende dall’Armenia fino al Marocco. Le fortezze, costruite in genere con mattoni di terra cruda, variano per dimensioni e funzioni, da semplici avamposti a veri insediamenti fortificati.
I Romani realizzarono anche importanti infrastrutture per l’irrigazione, utilizzando e migliorando la tecnica dei «qanat» o «aflaj» (canali sotterranei che raccolgono l’acqua di falda e la convogliano verso i campi da irrigare), introdotta dai Persiani. Lungo tutta la sua storia, l’oasi di Al-Kharga fu il luogo dove venivano esiliati oppositori e indesiderabili, come rivelano molte testimonianze antiche e resoconti di spedizioni inviate per domare le rivolte dei suoi abitanti. Questa pratica continuò durante la dominazione romana e anche in epoca cristiana.
Tra i vescovi cristiani esiliati a Al-Kharga, il più celebre fu il patriarca di Costantinopoli, Nestorio (386-450 d.C.), condannato per eresia dall’imperatore Teodosio al Concilio di Efeso nel 431 d.C. Qui egli scrisse il suo libro più famoso, il Bazar di Eracleide, la storia delle controversie cristologiche del V secolo. In epoca bizantina, la popolazione cristiana dell’oasi crebbe e continuò a prosperare, anche sotto il successivo dominio islamico, fino al XIV secolo. Il monumento più importante e meglio preservato risale all’epoca Achemenide, il Tempio di Amon a Hibis, il principale insediamento di epoca antica.

Il tempio, che comprendeva corti, sale ipostile, un santuario e diverse cappelle ai piani superiori collegate con scalinate, era circondato da mura ed era riccamente decorato con le immagini degli dei egizi Amon, Mut, Khonsu, Osiride e Horus. La fondazione del tempio è attribuita al conquistatore persiano dell’Egitto, Cambise II, che guidò una spedizione militare all’oasi di Al-Kharga per reprimere una rivolta. Ma è comunque al suo successore, Dario I il Grande (550-486 a.C.), che va attribuito il completamento del tempio, poiché il suo nome e la sua effige in veste di faraone appaiono lungo le pareti del tempio.
Tra le fortezze romane, molte sono ancora ben conservate, grazie al clima desertico e alla bassa densità di popolazione della zona. A sud dell’oasi si trovano due delle principali, Umm El Dabadib e Qasr Dush. La prima è caratterizzata da quattro grandi torri rettangolari alte oltre 15 metri, che racchiudono una corte interna di circa 100 metri quadrati. Questa fortezza era circondata da due insediamenti e proteggeva una città fortificata situata a circa mezzo chilometro di distanza, di cui sono tuttora visibili i resti. Era anche circondata da un’area agricola irrigata da un vasto sistema di acquedotti sotterranei.
La fortezza di Qasr Dush contiene un tempio, costruito all’epoca degli Imperatori Traiano e Adriano, che sottolinea la funzione religiosa, oltre che militare, dell’insediamento. La fortezza di Ain El-Labakha («Fonte dello Scorpione»), che costituiva un importante avamposto difensivo, si trova a circa 35 chilometri dall’oasi ed era circondata da aree coltivate e irrigate a mezzo di qanats. Tra tutte le fortezze, la più maestosa è quella di Deir El Munira, che misura 73x73 metri, con mura spesse 4 metri e ben 12 torri di guardia. Al centro dell’oasi, si trova un grande cimitero copto di epoca bizantina, il Gabbanat El Bagawat, le cui dimensioni e strutture funerarie testimoniano dell’importanza che aveva raggiunto la zona nella tarda antichità. A lungo dimenticata, l’oasi di Al-Kharga fu riscoperta all’inizio del XIX secolo, con la nascita dell’Egittologia moderna dopo la grande spedizione napoleonica (1798-1801).
Viaggiatori, avventurieri e mercanti d’arte visitarono la zona e tra essi vi fu anche il piemontese Bernardino Drovetti (1776-1852), che in seguito vendette una parte delle sue collezioni a Vittorio Emanuele I di Savoia, come primo nucleo del Museo Egizio di Torino. Il sito di Al-Kharga non è ancora iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale, ma è stato incluso nella lista indicativa per una futura proposta.

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020

 

Comune di Gradara, il castello illuminato con la bandiera italiana. “Un gesto di speranza”
Da chiamamicittà.it del 14 marzo 2020

Il Comune di Gradara, da alcune sere e per tutto il tempo necessario a superare questo periodo di emergenza, illuminerà le mura del suo castello con la bandiera italiana. La proposta che lanciamo è di illuminare con il tricolore i nostri principali monumenti.

Un piccolo segnale di speranza e di unità nazionale affinché la nostra storia e il nostro patrimonio artistico e culturale ci possano aiutare a trovare la serenità e la forza necessaria per rispondere con determinazione a quanto ci viene chiesto dalle Istituzioni per combattere la diffusione del virus.

Ritroviamoci tutti insieme nella bellezza, nella cultura e nella storia del nostro straordinario Paese!

 

Le montagne della Granda protagoniste a 'Linea Bianca' su Rai Uno
Da cuneodice.it del 14 marzo 2020

Alle ore 14 di oggi, sabato 14 marzo, la puntata girata in provincia di Cuneo, dal Monviso alle Alpi Marittime

Le montagne della Granda saranno protagoniste sugli schermi di Rai Uno nel pomeriggio di oggi, sabato 14 marzo. Alle ore 14, infatti, andrà in onda la puntata di “Linea Bianca” girata in provincia di Cuneo. Le riprese della trasmissione condotta da Massimiliano Ossini sono sospese a causa dell’emergenza Coronavirus, ma continua la messa in onda degli episodi già confezionati: quello di oggi, come detto, punterà i riflettori sull’arco alpino che va dal Monviso alle Marittime.

Si partirà proprio da una salita al “Re di Pietra”, per poi spostarsi in valle Gesso, ad Entracque, per visitare la centrale idroelettrica “Luigi Einaudi” e per un focus sul centro faunistico “Uomini e Lupi”. Dopodiché le telecamere saranno puntate su Vernante e sui suoi caratteristici murales che ripercorrono le vicende di Pinocchio, omaggio all’illustratore Attilio Mussino.
Si parlerà poi di Ostana, delle sorgenti del Po, per poi tornare in alta valle Vermenagna, presso le fortificazioni di Limone Piemonte, ed andare alla scoperta della Via del Sale.

 

Torri e fortificazioni lungo le coste siciliane per difendere l’Isola dai Turchi
Da ilsicilia.it del 14 marzo 2020

di Vincenzo Roberto Cassaro (https://www.ilsicilia.it/author/vincenzo-roberto-cassaro/)

Lungo le coste siciliane si possono ammirare piazzeforti, torri fortificate, postazioni difensive e d’avvistamento. Molte di queste fortificazioni risalgono tra il XVI e il XVII secolo, quando la Sicilia era esposta alla minaccia dell’impero ottomano, le cui relazioni con l’Occidente divennero, a partire dal ‘500, sempre più difficili. Come, d’altronde, dimostrerà la battaglia navale di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571 tra la flotta musulmana turco- ottomana e le forze della Lega Santa, lo schieramento occidentale- cattolico romano.
Nel XVII secolo i rapporti tra turchi e occidentali spesso rimasero tesi e a volte le tensioni sfociarono nel conflitto armato. In particolar modo, nel 1669 gli ottomani riuscirono a prendere il controllo dell’isola di Candia, l’attuale Creta, strappandola ai veneziani che cercarono in tutti i modi di difenderla, in quanto costituiva una base commerciale e strategica, anche dal punto di vista geopolitico, di grande rilevanza. Infatti, dopo Candia, si riaccendeva il pericolo turco e barbaresco nelle acque del Mediterraneo e la Sicilia, per collocazione geografica, era incredibilmente esposta a tale minaccia, infatti salpando da Candia, corsari, pirati e predoni potevano giungere, con una certa facilità, in Sicilia.
Le incursioni ottomane, come già accennato, fin dal ‘500, avevano più volte investito la Sicilia. Per esempio, negli anni ’40 del XVI secolo l’ammiraglio della flotta ottomana Khairad-Din Barbarossa, sferrò un possente attacco a Lipari oppure Dragut, altro ammiraglio ottomano, nel 1550 nelle acque di Messina depredò delle imbarcazioni cariche di grano. E ancora, attacchi simili si registrarono a Licata nel 1553 e a Pantelleria nel 1583.
Di fronte ad una situazione del genere, la Corona spagnola cercò di creare un sistema difensivo costiero efficiente. Il viceré Ferrante Gonzaga (1535-43) potenziò soprattutto le difese di Trapani, Palermo e Messina e ordinò il potenziamento delle mura di Siracusa e Augusta. Invece, il viceré Juan de Vega (1547-57) avviò in modo sistematico la costruzione di torri costiere, un elemento difensivo molto usato dalla corona spagnola nel Mediterraneo. Sarà il viceré Marco Antonio Colonna (1577-84), ammiraglio della flotta pontificia e grande protagonista della vittoria di Lepanto, a intraprendere una politica di ulteriore rafforzamento delle fortificazioni costiere e di edificazione delle torri, fatte dislocare capillarmente nei litorali.
Un decennio dopo Lepanto, quindi negli anni 80 del ‘500, la situazione sembrò placarsi poiché gli spagnoli rivolsero le proprie attenzioni verso l’Atlantico e i territori americani, invece gli ottomani si proiettarono verso la Persia e l’Oceano Indiano. Per cui le acque del Mediterraneo vennero frequentate meno da grandi flotte, grandi ammiragli,da corsari e saranno dominate sempre più dai pirati. Quindi, dopo anni di relativa calma, superata la metà del ‘600, gli ottomani si resero nuovamente dinamici nell’area mediterranea, come testimonia la guerra contro la Repubblica di Venezia e la conquista di Candia (1669).
In tale contesto, nel 1670, Claude Lamoral principe di Ligne fu designato come nuovo viceré di Sicilia per volontà di Maria Anna d’Austria, reggente della corona spagnola, scelto per le sue qualità politiche e militari. Il principe, arrivato a Palermo il 29 giugno 1670, si rese protagonista di un’ampia e sistematica opera di costruzione, ristrutturazione e potenziamento delle strutture difensive e militari. A tal fine furono stanziati ben 200 mila scudi che permisero a Ligne d’ingaggiare uno dei migliori ingegneri militari dell’epoca, il fiammingo Carlos de Grunembergh, il quale, innanzitutto,ispezionò le fortezze già esistenti per valutarne la robustezza e gli eventuali interventi da effettuare.
Il principe di Ligne, il 22 marzo 1673, inviò alla corte spagnola una relazione dettagliata sulla condizione del sistema difensivo dell’Isola, soffermandosi sulla situazione di Catania, Siracusa, Augusta e soprattutto di Trapani. Infatti, secondo Ligne, quest’ultima città, per posizione geografica e per caratteristiche geomorfologiche, essendo circondata da tre lati dal mare, era il centro urbano più esposto alle incursioni ottomane e barbaresche. Fu così realizzata, nel 1671, una torre fortificata, chiamata ancora oggi “di Ligny” in onore del principe che ne fu l’ideatore su progetto di Grunembergh, edificata sull’estrema punta occidentale della città. Oltretutto, fu allargata la cortina della cinta muraria compresa tra il castello della Colombaia e il bastione dell’Impossibile per difendere meglio il lato meridionale della città.
Nel 1673 Ligne fece costruire una nuova ci nta muraria a Siracusa e furono potenziate le fortificazioni a Catania, mentre ad Augusta furono rafforzate le mura.

La Sicilia, quindi, fu fortificata per essere difesa dal pericolo turco nel corso del XVI e XVII secolo, attraverso l’operato di diversi viceré, succeduti nel corso del tempo, e tra questi di grande importanza sarà il governo del principe di Ligne, in grado di realizzare fortificazioni fondamentali per la difesa dell’Isola con particolare riguardo per Trapani, costruendo, grazie alla competenza e alla maestria del grande ingegnere Grunembergh, la “Torre di Ligny”, diventata uno dei simboli della città.
Numerosissime sono le torri e le piazzeforti, come quella trapanese, che ancora oggi svettano e troneggiano lungo i litorali siciliani, un’architettura militare che caratterizza il paesaggio costiero isolano, un’architettura militare che ci ricorda di come la Sicilia sia stata, e continua ad essere, approdo di genti e di popoli.

 

“LA LEGGENDA DEL CASTELLO DI CALATUBO… NEI DINTORNI DI ALCAMO (TP)”
Da eventiesagresiciliane.it del 12 marzo 2020

Percorrendo l’autostrada che da Trapani porta a Palermo nel tratto compreso tra Alcamo e Balestrate si intravedono i ruderi del Castello di Calatubo..

Oggi vi parliamo della leggenda di “La Turri di lu Re biddicchiu”. raccontata da Stefano Catalano

Nei primi del 900, nel Castello di Calatubo, un ragazzino che badava ai cavalli del principe Pietro Papè di Valdina, un giorno per curiosità forzò la vecchia grata che si trovava nei sotterranei della torre sud ovest del Castello. Questa grata occludeva, da tempo immemore, l’entrata ad un passaggio segreto che portava fuori le mura del castello (si asserisce che portava anche ad una cripta sotterranea). Il ragazzo mosso da un irrefrenabile curiosità e dal desiderio di scoprire la verità su antiche leggende, entro in quel meandro tenebroso.
Dopo un lasso di tempo a noi sconosciuto il ragazzo venne fuori correndo all’impazzata e tremando come una foglia al vento, per poi accasciarsi a terra colpito da malore. Una volta fatto riprendere, il personale del castello cerco di capire cosa aveva provocato un così tanto terrore. Ma il ragazzo (tra l altro analfabeta) non seppe mai con precisione spiegare, in quanto per il trauma subito perse per sempre l’uso della parola. Allora gli uomini del principe entrarono a loro volta nel cunicolo, e rinvennero tantissimi scheletri umani depositati al suo interno, in un tempo molto lontano.
Erano i resti umani venuti fuori durante antiche vangature, nella vicina necropoli arcaica, e per pietà ivi depositati. Subito dopo l’accaduto il principe diede l’ordine perentorio di murare questo passaggio, che ancora oggi si trova murato e inabissato in una spessa coltre di detriti nelle fondamenta della torre.
Ma la storia di questo posto segreto, inizia molto tempo prima, ed esattamente nei primi anni del 1400. Fu allora che questa torre prese il nome di là “Turri di lu re biddicchiu”. Una leggenda popolare narra la storia che nei sotterranei di questa torre fu tenuto prigioniero il figlio naturale del Re di Sicilia Martino I, un figlio non legittimo frutto delle tante scappatelle che il re casanova fece per il regno. Alla morte di Re Martino, non avendo figli legittimi, gli succedette al trono l’anziano padre che prese il nome di Martino II dopo un lungo periodo senza Re che fu chiamato il periodo dell’interregno (fu il primo caso nella storia che un padre succedette a un figlio).
Ritornando alla nostra torre pare che il bambino fu tenuto prigioniero durante l’interregno in quanto ritenuto scomodo ad un eventuale successione al trono. Pare che successivamente dello sfortunato bambino non si seppe più nulla… ma si riporta che fu lasciato morire terribilmente di stenti, dentro quel cunicolo o cripta segreta.
Del suo ricordo resta soltanto questo nome attribuito ancora oggi alla torre, e le testimonianze degli ultimi abitanti del Castello, che negli anni 30 e 40, certe notti sentivano il pianto e le urla di un bambino che invocava aiuto provenire dalle viscere più nascoste della torre.
<<Quale segreto nasconde la torre? Cosa vide lo stalliere? Cosa accadde allo sventurato bambino?… Forse il suo doppio astrale, privato dall’inganno spazio tempo, è ancora prigioniero tra questa e l’altra dimensione?…o chissà cos’altro?>>

 

Mura storiche: approvato intervento di consolidamento e restauro nel tratto di via Zagarelli
Da ravennawebtv.it del 12 marzo 2020

E’ stato approvato dalla giunta un intervento di consolidamento delle mura cittadine, di restauro degli elementi decorativi e messa in sicurezza. Si tratta del percorso murario di via Zagarelli alle Mura tra le vie Giovanni Pascoli e Giuseppe Mazzini; tali mura risalgono al periodo dell’imperatore Valentiniano III.

Sono previsti lavori di rimozione delle erbe infestanti, arbusti e alberi e di consolidamento delle mura che presentano lesioni e cedimenti con la ricostruzione dei tratti crollati attraverso chiodature e tiranti e il ripristino dei riempimenti con iniezioni di resina epossidica a bassa viscosità miscelata con inerte dello stesso tipo di materiale di cui è costituita la muratura per la sigillatura sia delle fratture superficiali, sia di quelle profonde.

Una volta eseguito l’intervento strutturale di consolidamento si potrà quindi procedere al restauro degli elementi decorativi con l’impiego di materiali idonei a garantirne la conservazione senza eliminare la patina del tempo. Il costo dell’intervento ammonta a 95 mila euro, somma finanziata nel Piano degli investimenti anno 2020.

Un po’ di storia

Ravenna presenta un perimetro murario di quasi cinque chilometri, delimitante una superficie di 180 ettari, già nel V-VI secolo d. Ch. Tale cinta muraria si dimostrerà più che sufficiente al contenimento della popolazione fino al XIX secolo.
Per secoli le mura cittadine hanno svolto una funzione di difesa non solo dagli eserciti nemici ma anche dalle bande di banditi che infestavano il territorio ravennate e, anche se con minore efficacia, dalle inondazioni dei fiumi Ronco e Montone fino all’anno 1735 quando ne venne ordinata la diversione sotto il pontificato di papa Clemente XII. Gli ultimi lavori di riparazione si ebbero negli anni tra il 1778 e il 1795 quando con l’epoca moderna si modificò il concetto di difesa e le mura assunsero la funzione di cinta daziaria.

Negli anni 1863 prima e 1886 dopo, a seguito della realizzazione delle opere ferroviarie, si verificarono i primi smantellamenti con l’abbattimento di un torrione e di parte delle mura fino alla Porta Alberoni.
Negli anni 1920/1921, con la costruzione del primo foro Boario, fu demolito l’intero tratto dalla chiesa del Torrione a Porta Adriana e, successivamente, quello tra Porta Gaza e Porta S. Mamante. Gli eventi bellici e, fino agli anni Settanta, l’attività edilizia e la stessa disciplina
urbanistica hanno contribuito alla perdita di tratti di mura oggi non più visibili e interclusi fra edifici e aree private. Complessivamente sono scomparsi circa 1700 metri di mura storiche. Attualmente restano circa 2.500 metri di antiche mura a sei porte per le quali già dal Piano regolatore comunale del 1973 è stata attivata una politica di tutela e riqualificazione il cui primo esempio è il recupero a teatro e a verde pubblico della Rocca Brancaleone in fase di progettazione.

 

CASTELGRANDE, CASTELLO DI MONTEBELLO E CASTELLO DI SASSO CORBARO: A BELLINZONA, CANTON TICINO, 20 ANNI DI MARCHIO UNESCO
Da turismoitalianews.it del 11 marzo 2020

Castello di Montebello

Eugenio Serlupini, Bellinzona / Svizzera

Sono annoverati fra le più efficaci testimonianze dell’architettura fortificata medievale dell’arco alpino e quest’anno celebrano il ventennale dell’inserimento nella World Heritage List dell’Unesco. Sono i tre castelli di Bellinzona: Castelgrande, Castello di Montebello e Castello di Sasso Corbaro. Il primo sarebbe stato costruito dai Rusca, una ricca famiglia di mercanti di Como.

(TurismoItaliaNews) Restaurato in modo geniale dall’architetto ticinese Aurelio Galfetti, Castelgrande e i suoi due “fratelli” sono stati dichiarati Patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco nel 2000 perché ritenuto l’unico esempio visibile nell’intero arco alpino dell’architettura militare medievale comprendente diversi castelli, collegati da mura per la protezione della popolazione. Siamo a Bellinzona, nel Canton Ticino, nella Svizzera italiana, a sud delle Alpi, Di fatto questa città - con il suo insieme di tre castelli e una rete di fortificazioni con torri e opere di difesa che dominano la Valle del Ticino - costituisce un “caso eccezionale” tra le più grandi fortificazioni del XV secolo, sia per la dimensione della sua architettura, influenzata dal sito e dalla topografia, sia per l’eccellente stato di conservazione dell’ensemble, come ha rilevato la stessa Unesco.

L’origine di Bellinzona è infatti legata alla posizione strategica che consentiva di controllare, dalla Valle del Ticino, l’accesso al principale passo alpino che consentiva il passaggio verso il Milanese, il nord Italia e le regioni più a nord verso il Danubio. Se Castelgrande, che si erge su un picco roccioso dal quale si domina l'intera valle del Ticino, costituisce un gruppo di fortificazioni raggruppate, un secondo castello – quello di Montebello - è parte integrante delle fortificazioni, mentre un terzo ma separato castello - Sasso Corbaro – svetta su un promontorio roccioso isolato a sud-est delle altre fortificazioni.
“Dal castello sul colle di Montebello, a una novantina di metri al di sopra della città, dominando il Castelgrande, dipartivano le mura che chiudevano l'antico borgo sino a incrociare quelle che scendevano dal colle di San Michele – spiegano dall’Agenzia turistica ticinese – anticamente proteggevano i fianchi del formidabile fortilizio e ancora oggi esistono parte dei 2 rami. Il primo nucleo interno risale al XIII/XIV secolo e sembra sia stato eretto dai Rusca, ricca famiglia di mercanti di Como, che lo conservarono anche sotto il dominio dei Visconti. Le corti esterne con le torri e il rivellino furono costruiti nel XIV/XV secolo, per assumere l'aspetto attuale ad opera degli ingegneri sforzeschi nella seconda metà del quindicesimo”.

Anticamente denominato Castel Piccolo (1457-1472) o Castello di Montebello, durante la dominazione svizzera fu chiamato Castello di Svitto e dopo il 1818, di Sam Martino. Diventato di proprietà della famiglia Ghiringhelli verso la fine del XVIII secolo, è stato acquistato dal Cantone nel 1903 in occasione del centenario dell'Indipendenza ticinese e restaurato. “Oggi al’interno del Castello c’è il Museo Archeologico, nel quale si ripercorrono le tappe che hanno segnato la storia dell’uomo grazie ai reperti archeologici riportati alla luce nel territorio. Nei locali sopra il Prestino, l’Associazione Archeologica Ticinese propone per le scuole coinvolgenti attività didattiche. Inoltre, un’occasione da non mancare è partecipare alla lavorazione del Salame dei Castelli di Bellinzona, stagionato proprio in questo castello. All’esterno un attrezzato parco giochi dà l’opportunità di fermarsi per un tranquillo pic-nic e un sano divertimento, oppure scattate una foto ricordo presso la postazione del Photospot del Grand Tour of Switzerland” sottolineano dall’Agenzia turistica ticinese.

E poi Sasso Corbaro, che domina la pianura bellinzonese dai suoi 230 metri di al di sopra del livello della città. Tipica fortezza sforzesca, le sue masse murarie sono ridotte all’essenzialità di una figura geometrica. Venne costruito per ordine del duca di Milano nel 1479 in poco più di sei mesi di lavoro dopo la battaglia di Giornico. È opera dell’ingegnere Benedetto Ferrini di Firenze che morì di peste, il 10 ottobre dello stesso anno.

Gli eventi. Nel 2020 si celebra il ventesimo anniversario di appartenenza al Patrimonio Unesco con numerosi eventi. Quelli salienti saranno le giornate del Patrimonio Mondiale dell'Unesco il 13 e 14 giugno, oltre alla giornata dell'anniversario il 30 novembre.
Per saperne di più
www.blockati.ch (http://www.blockati.ch)
www.bellinzonese-altoticino.ch (http://www.bellinzonese-altoticino.ch)
www.ticino.ch/mura (http://www.ticino.ch/mura)  .

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello di Santo Stefano a Monopoli
Da lavocedimaruggio.it del 10 marzo 2020

Il Castello di Santo Stefano, noto anche come Abbazia di Santo Stefano, è una fortezza di rilevante importanza strategica posta a sud dell’abitato di Monopoli e che sin dall’epoca medievale ha fatto parte del dispositivo difensivo della città. A fondarlo sembra sia stato Goffredo Conte di Conversano nel 1086, dunque in epoca normanna, scegliendo come sede un promontorio, conosciuto come emporio romano Turris Paola, fra due piccole baie che costituivano due porticcioli naturali.

La struttura fu sede di un monastero benedettino al cui interno erano conservate alcune reliquie del Santo, nel 1365 traslate a Putignano per difenderle dalle incursioni saracene. Nel XIII secolo è attestata la presenza dei Cavalieri Ospitalieri nella struttura, dove era ubicato un loro ospedale, che divenuti feudatari del luogo provvidero a fortificarla ulteriormente utilizzandola come punto di controllo per i viaggi diretti in Terra Santa. In particolare i Cavalieri scavarono un fossato e provvidero a garantire l’attracco nelle due calette, rendendo il sito quasi una tappa obbligata per chi da Bari veleggiasse verso sud e viceversa nelle giornate di vento sfavorevole. Secolarizzati i beni dell’Ordine sotto il regno di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte, durante il XIX secolo l’abbazia fortezza appartenne al Capitolo della Cattedrale di Monopoli, ora è proprietà privata.

La struttura ha una pianta poligonale irregolare e conserva l’aspetto sia della fortezza, sia dell’abbazia. Sono tuttora visibili il fossato, la cinta muraria, ed il mastio con le caditoie. L’ingresso era probabilmente preceduto da un ponte levatoio non più esistente. Nel centro del cortile c’è un pozzo antico che probabilmente veniva utilizzato per l’approvvigionamento idrico.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Resti delle mura della Piazzaforte cinquecentesca di Pescara emergono durante i lavori ferroviari
Da ilpescara.it del 10 marzo 2020

Importante scoperta fatta durante i lavori eseguiti da Rete Ferroviaria Italiana per completare il terzo binario fra la stazione di Pescara Centrale ed il fiume. Sono infatti emersi dei resti di strutture murarie che potrebbero appartenere al Bastione S. Vitale appartenente alla Piazzaforte cinquecentesca di Pescara.

A formulare l'ipotesi, la soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio dell'Abruzzo dopo un sopralluogo effettuato a seguito della segnalazione dell'Archeoclub. Ulteriori verifiche saranno effettuate per stabilire data e origine delle strutture murarie rinvenute.

Ricordiamo che in queste settimane è acceso il dibattito in città per la questione dei resti della presunta necropoli romana che si troverebbe sotto il campo sportivo Rampigna dove stanno per partire i lavori di riqualificazione.

 

Patrimonio storico-militare: riqualificata la casamatta di Carini e il suo abside
Da ilsicilia.it del 7 marzo 2018

Di Rosa Guttilla

A Carini, nei pressi di Palermo, è stato restituito ai cittadini, riqualificato, uno degli esempi più significativi di abside militare – che sorge nello stesso luogo della casamatta di via Palermo,6 – un manufatto dalle caratteristiche architettoniche uniche, dal punto di vista strategico e costruttivo, riconosciuto dalla Facoltà di Architettura di Palermo il più bello d’Europa. La presentazione è stata anche l’occasione per consegnare alle istituzioni locali un cartello simbolico – che poi verrà definitivamente installato – di segnalazione turistica, il primo di questo tipo realizzato in Sicilia che ha lo scopo di valorizzare e promuovere la casamatta (http://www.ilsicilia.it/a-palermo-levisite-guidate-alla-postazione-militare-della-ii-guerramondiale-del-foro-italico/), rendendola fruibile alla comunità e inserendola all’interno di un itinerario storico-militare appositamente realizzato, comprendente le diverse fortificazioni militari presenti sul territorio.

L’arte del mascheramento delle casematte siciliane è davvero svariata e oggi si possono ancora ammirare esempi di finti castelli o di absidi dell’architettura dell’inganno: patrimonio tutto da scoprire e diffondere.

L’abside di Carini

Fu realizzata agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso dal Regio Esercito italiano per la difesa del territorio attorno Palermo. La casamatta era posta a presidio di un importante incrocio stradale che collega il litorale carinese con il paese di Torretta, e quindi con il capoluogo. Il manufatto militare, che domina su un’altura a poche centinaia di metri dal Castello di Carini, rappresenta un’eccezionale esempio di mascheramento, ovvero quell’arte a metà tra le opere militari e quelle architettoniche in grado di dissimulare la natura di una fortificazione rendendola simile a un edificio urbano, come nel caso della casamatta di via Trento che, grazie al suo particolare camuffamento, risulta essersi perfettamente integrata nel tessuto storico ed architettonico.
La casamatta di Carini è un’importante testimonianza anche per l’evidente abilità tipica del Genio Zappatori del Regio Esercito che la progettò e la realizzò: il sito è stato costruito su una matrice calcarea ed argillosa, intensamente modificata con la rimozione di grandi quantità di materiale roccioso al fine di rendere possibile la visuale verso il basso e consentire così l’osservazione, e l’eventuale difesa, dell’importante obiettivo strategico sottostante.
Un lavoro, questo, che negli anni ’40 del secolo scorso venne fatto senza l’utilizzo di macchinari, ma con l’ausilio delle maestranze locali. Oggi l’abside di Carini è nascosta dai palazzi della cittadina palermitana che ne celano la presenza e rendono quasi indecifrabile all’osservatore la sua ragion d’essere rispetto al territorio.

Il progetto CE.R.CA.MI. (Censimento e Rilevamento Casematte Militari) L’associazione culturale “Palermo Pillbox Finders”, dal novembre 2017, si occupa del censimento e dello studio del Patrimonio storico-militare siciliano, con l’utilizzo della tecnologia satellitare e dei droni. Lo scopo del Progetto CE.R.CA.MI. è quello di individuare i siti e le casematte militari della Seconda Guerra Mondiale ancora presenti in Sicilia, riqualificarli e renderli fruibili; si contano, ad oggi, oltre 1.660 tra siti e fortificazioni risalenti al periodo del secondo conflitto mondiale; un enorme patrimonio storico-militare rintracciato solo negli ultimi anni.
All’inaugurazione erano presenti, oltre al sindaco di Carini Giuseppe Monteleone e Salvo Badalamenti, assessore alla Cultura dello stesso comune; Giusy Musso, Presidente associazione Evita Touring; Michelangelo Marino, Presidente associazione Palermo Pillbox Finders; Attilio Albergoni, storico militare; Marco Bellina e Flavio Messina (Palermo Pillbox Finders) e il geologo Girolamo Culmone.

Durante l’incontro di oggi il sindaco, infine, ha sottolineato la volontà di ripristinare al più presto il vecchio sentiero che collega la parte alta con quella bassa di Carini che si trova, proprio, nei pressi della casamatta; nel terreno circostante, intanto, verrano da qui a breve piantati dei lecci per rinverdire il panorama.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello Ducale di Ascoli Satriano
Da lavocedimaruggio.it del 6 marzo 2018

Il Castello di Ascoli Satriano risale all’epoca della dominazione normanna, in particolare al XII secolo, come è possibile osservare ancora oggi dalle componenti più antiche dell’edificio, e fu dimora dei feudatari del paese. Dotato di torri sino agli inizi del XVIII secolo, fu gradatamente trasformato in dimora residenziale ducale dagli ultimi Signori: i Duchi della famiglia Marulli.

La struttura, imponente per la sua mole ed il suo aspetto, domina l’abitato e si presenta a pianta all’incirca trapezoidale con mura alte, possenti e scarpate alla base lungo le fiancate laterali. Sul versante occidentale si affaccia fuori dal centro abitato, verso la campagna. Il portale di ingresso è sontuoso ed è sovrastato da un loggiato corredato da una serie di finestre ad arco a tutto sesto, che alleggeriscono ed ingentiliscono la massiccia facciata principale. Gli unici ambienti della struttura che non hanno subito modifiche nel tempo sono le prigioni. Dal portale si accede, attraverso un vestibolo, al cortile centrale, pavimentato con un suggestivo
acciottolato a raggi e dotato di un bellissimo secondo portale interno che consente l’accesso al loggiato attraverso un elegante scalone d’onore. L’interno del castello si caratterizza per i suoi ampi ambienti, per le porte originali risalenti interamente alXVIII secolo e per due magnifiche scale a chiocciola, di cui una consente l’accesso alla torretta.

Cosimo Enrico Marseglia

 

 

Forte Marghera: completato l’edificio 28 in uso agli scout e collaudato il ponte d’accesso al compendio
Da vicenzapiu.com del 6 marzo 2020

Sono terminati i lavori per il recupero dell’edificio 28 di Forte Marghera, ex palazzina Comando degli anni ’50, sede ora adibita ad attività scout. L’intervento, per un finanziamento di 98mila euro, ha visto il rifacimento dello strato di impermeabilizzazione della copertura e la ripassatura del rivestimento di finitura in tegole alla marsigliese. Inoltre, sono state effettuate opere di manutenzione dei serramenti finestra e degli intonaci esterni, con l’integrazione delle lacune e il ripristino della finitura dell’edificio.

Sono inoltre in fase di ultimazione i lavori di urbanizzazione del compendio ex militare con i sottoservizi e gli allacciamenti, prima mancanti, per un importo complessivo di 5 milioni di euro di finanziamento. Tra gli interventi eseguiti ci sono anche la predisposizione di una rete fognaria locale di raccolta e il convogliamento delle acque reflue prodotte dalle attività insediate nel compendio, una rete fognaria locale di raccolta e il convogliamento e lo scarico delle acque meteoriche. A questi ultimi si aggiunge la realizzazione di una rete locale di adduzione e di distribuzione idrica d’acqua potabile, oltre alla creazione di un sistema di pozzetti e cavidotti interrati a disposizione della futura rete locale di distribuzione dell’energia elettrica.

L’intervento è stato completato con la posa di pozzetti e cavidotti interrati per la rete di distribuzione e trasmissione dati e il completamento di un impianto d’illuminazione degli spazi esterni, comprensivo delle linee interrate di distribuzione e la manutenzione straordinaria dei percorsi interni. Tra i lavori già completati figurano il rifacimento del ponte ligneo tra l’isola del Ridotto e la Cinta a levante e la posa degli impianti di illuminazione pubblica che sono già entrati in funzione. È stato inoltre riaperto il ponte in calcestruzzo di accesso al Forte dopo il completo rifacimento e le necessarie prove di collaudo, mentre è in esecuzione l’intervento di rifacimento del ponte in calcestruzzo interno tra l’isola del Ridotto e la Cinta sul viale principale. Nelle prossime settimane, infine, è programmata la stesa delle pavimentazioni della viabilità interna con l’asfaltatura del viale principale.

Il termine dei lavori è previsto a fine aprile.

 

Coronavirus, aumentano le richieste per la costruzione di bunker antiatomici
Da zonedombratv.it del 5 marzo 2020

Negli ultimi tempi c’è stato un aumento delle richieste per la costruzione di bunker: circa tre a settimana”. Il tutto legato all’emergenza coronavirus.

Un’azienda mantovana, specializzata nella realizzazione di rifugi antiatomici, racconta il titolare al all’Ansa, che le “Ordinazioni o necessità di informazioni che arrivano prevalentemente dalla pianura padana”.

Il bunker antiatomico sottoterra per combattere il contagio

Gli effetti del coronavirus hanno portato a un’impennata di richieste per la realizzazione di rifugi antiatomici. “Negli ultimi tempi c’è stato un aumento delle richieste per la costruzione di bunker: circa tre a settimana. Ordinazioni o necessità di informazioni che arrivano prevalentemente dalla pianura padana”, spiega il titolare dell’azienda. Il rifugio antiatomico non è previsto dai piani regolatori e, seppur abbiano parametri previsti dalla sigla ‘Nbc’ (Nucleare, Batteriologico, Chimico), vengono dichiarate come cantine. “Per costruirne uno, che ospiti circa quattro persone, serve al massimo un mese e con una spesa media di 20mila euro. A chiedercelo, oltre ai soliti ricchi, ci sono ora tante famiglie del ceto medio, insomma risparmiatori – aggiunge l’imprenditore – e tutti mi dicono la stessa cosa: Lo facciamo per la sicurezza dei nostri bambini. Abbiamo bisogno di sentirci protetti per i nostri figli”.

Le richieste

La richiesta è di una cellula inattaccabile: dalla ‘porta beton‘ con uno spessore di 30 centimetri di cemento, agli impianti di ventilazione schermati contro le detonazioni nucleari, le cisterne d’acqua da mille litri ognuna, sistemi radio per contatti con l’esterno, i letti a castello con materiali ignifughi o le vernici senza sostanze organiche volatili. E ovviamente scorte di medicinali e viveri a lunga scadenza, maschere antigas, un piccolo generatore di energia esterno a benzina che parte in automatico e il bagno, ovvero un secchio con uno specifico sacco di plastica. Tutto studiato per affrontare una catastrofe di proporzioni ben più ampie del Coronavirus. Come dire, gli italiani si portano avanti.

 

Le armi della nuova guerra fredda
Da panorama.it del 5 marzo 2020

Missili supersonici, sofisticati software fantasma, sommergibili senza equipaggio, algoritmi imbattibili, satelliti armati e prodotti chimici non letali. Ecco le armi della moderna War Game Sergio Barlocchetti (https://www.panorama.it/u/sergio_barlocchetti) In cima alla lista delle priorità della Difesa Usa in fatto di nuove armi ci sono i missili balistici per attacco rapido, ordigni che possono volare a velocità diverse volte più alte di quella del suono. Tale priorità di sviluppo è stata apertamente dichiarata durante le riunioni per il bilancio preventivo 2021 del Pentagono, durante le quali il Dipartimento per la Difesa (Dod) ha chiesto la cifra record di 3,2 miliardi di dollari per i soli programmi emergenti. Già nel giugno 2018 il Pentagono aveva annunciato che la Marina Usa avrebbe guidato lo sviluppo di un missile da usare su programmi di armi ipersoniche in collaborazione con la società di sviluppo Sandia National Laboratories e l'esercito americano.

In pratica, a breve da navi e sottomarini potranno partire razzi che viaggiando a 5.000-6.000 km orari non darebbero il tempo al nemico per poter reagire e non sarebbero ppure intercettabili dalle attuali contromisure, benché basate anch'esse sulla missilistica, perché ancora della vecchia generazione. Il programma della Marina Usa andrà avanti, mentre quello dell'aviazione, basato sull'utilizzo di vecchi bombardieri B-25 rimodernati come lanciatori è stato rinviato al 2022. La fretta di Washington di avere queste nuove armi è giustificata dal fatto che Cina, ma soprattutto la Russia, stanno facendo esattamente la stessa cosa, costruendo e provando missili in grado di trasportare anche testate nucleari e di raggiungere altri continenti in poco più di un'ora dal lancio, eliminando l'esigenza di dover spedire un sottomarino o una nave in veste di lanciatore vicino alle coste nemiche. Thomas Modly, segretario della Marina Usa, in una nota del 31 gennaio scorso ha dichiarato che un "Flight Experiment 2" è programmato per il secondo trimestre del 2020 per dimostrare l'efficacia del sistema ipersonico. E' invece fresca la notizia dell'agenzia Tass rilasciata il 27 febbraio scorso che a gennaio la Russia abbia collaudato con successo il suo missile ipersonico Tsirkon 3M22 a corto raggio (500-1.000 km). Il lancio sarebbe stato fatto dalla fregata "Ammiraglio Gorshkov" nel Mare di Barents contro un bersaglio a terra nella catena montuosa degli Urali settentrionali. Le prossime prove saranno condotte da sottomarini a propulsione nucleare.

Lo 3M22 Tsirkon (nome Nato SSN33) è un missile da crociera ipersonico anti-nave e da attacco terrestre alimentato da un motore scramjet progettato e sviluppato da Npo Mashinostroyeniya nell'ambito del programma che l'occidente dentifica come Hela (Hypersonic Experimental Flying Vehicle) il cui disegno era apparso la prima volta al Maks Airshow di Mosca già nel 1995. Secondo fonti russe pare che Tsirkon abbia una velocità di volo massima di circa Mach 9 (11.100 km/h), che significa coprire mille chilometri in circa 5 minuti.
Intanto i funzionari della direzione dell'Intelligence, Electronic Warfare and Sensors (Iew&S) dell'Esercito USA stanno anche accelerando lo sviluppo del software su un nuovo strumento di gestione della guerra elettronica con l'obiettivo di rendere pronti i programmi di pianificazione del combattimento tra mesi, invece di attendere ancora un paio d'anni. In campo informatico il nemico numero uno è la Cina, che dal novembre scorso ha proibito l'uso di software occidentali in tutte le sue organizzazioni governative. Si tratta, in questo caso, di programmi che riescono a elaborare sia le possibili mosse del nemico, sia a determinare quali contromisure e strategie di attacco adottare, ma anche di programmi che riescono a infiltrarsi attraverso le comunicazioni (reti pubbliche e private, connessioni internet, telefonia, eccetera), e a raggiungere le informazioni più riservate. "La Cina, nella regione di Shenzen, possiede un grande centro di eccellenza per lo sviluppo di algoritmi destinati all'intelligenza artificiale. Avere il dominio in campo informatico significa oggi poter minare la sicurezza di qualsiasi dispositivo computerizzato, sia esso domestico, personale o militare, per questo agli Usa serve in fretta lo Warfare Planning and Management Tool" ha affermato il tenente colonnello dell'esercito Jason Marshall, product manager per l'integrazione all'interno dell'ufficio di guerra elettronica e dei programmi informatici di Washington.

Sui mari, se gli anni Novanta si videro comparire le prime navi stealth, ovvero a bassa visibilità radar, ora la tendenza è quella di privarle dell'equipaggio e controllarle a distanza. Ma in particolare ciò è vero sotto la superficie degli oceani, dove hanno cominciato a muoversi piccoli sommergibili senza pilota in grado di cercare e distruggere le mine antinave. Sono costruiti in Giappone dalla Ihi Company, sono lunghi circa 5 metri, hanno un diametro di 70 centimetri e navigando lentamente anche per 24 ore senza interruzione possono esplorare il mare scendendo fino a tremila metri di profondità.

A bordo speciali sonar disposti in tutte le direzioni e videocamere ad alta sensibilità. Trovato un oggetto sospetto ne trasmettono l'immagine al centro di controllo, che può essere a terra, se i segnali sono rimbalzati da una boa radio galleggiante verso un satellite, oppure ricevuti da una nave appoggio. Nel settore aerospaziale Usa, Russia e Cina, con l'Europa fanalino di coda cercano di sviluppare le capacità dei prossimi velivoli multiruolo, detti di sesta generazione. Questi dovranno avere capacità di trasmissione dati ancora più potenti e dovranno agire in modo coordinato comandando con un solo pilota uno stormo composto da un velivolo pilotato in modo tradizionale e diversi mezzi aerei armati senza pilota (Ucav). Ma più ancora, i budget delle Difese occidentali saranno appannaggio delle costellazioni satellitari destinate alla neutralizzazione di missili balistici, veri e propri "cannoni" i cui colpi saranno sia altri missili, sia trasmissioni ad alta energia. Arriva invece da Israele la conferma che dall'estate 2019 le forze di Gerusalemme (IDF) abbiamo collaudato e dispiegato una serie di nuove armi non letali per il controllo delle folle al confine con la Striscia di Gaza nell'ambito di uno sforzo per fornire ai militari nuovi strumenti per affrontare i disordini organizzati dal gruppo militante palestinese Hamas. Secondo alcuni siti web occidentali specializzati in Difesa, lo scorso anno il tenente colonnello Mikki Barel, capo del reparto Protezione balistica e sopravvivenza dell'esercito israeliano avrebbe rilasciato alla rivista Jane's Defence una dichiarazione riguardo lo sviluppo intenso di questi sistemi a seguito dei disordini sul confine Israele-Gaza avvenuti nel marzo 2018.

In un caso sono stati usati droni per sganciare contenitori di gas lacrimogeno, in altri sono stati lanciati spray liquidi. Uno sarebbe un liquido blu che si attacca e addensa alle persone, impiegando circa un giorno per staccarsi e dissolversi in modo autonomo, il secondo sarebbe un liquame da spruzzare sul terreno come una barriera in grado di emettere un odore tanto intenso e aspro al punto di rendere fastidiosa la respirazione, senza però causare danni permanenti, costringendo le persone ad allontanarsi. Negli Usa dal 2010 lo studio di nuove armi non letali fu incrementato puntando su altre tecnologie: lancio di flash abbaglianti, cannoni a onde elettromagnetiche che procurano forti bruciori riscaldando la pelle e a suoni di bassissima frequenza ma emessi a potenze elevate, in grado di stordire le persone. Ma oltre a non essere mai state impiegate in modo convincente, a breve saranno sostituite da nuove invenzioni come droni simili a quadrupedi, pesci e insetti che l'industria "unmanned" studia da circa un decennio. Ma si tratta, ancora per pochi anni, di prototipi ed esemplari destinati alla ricerca.

 

Augusta, una “guida turistica” ai bunker della seconda guerra mondiale
Da lagazzettaaugustana.it del 4 marzo 2020

AUGUSTA – Nella sede di Augusta dell’associazione storico-culturale “Lamba Doria“, in via Sacro Cuore, è stato presentato venerdì scorso il volume “Bunker – La Difesa di Augusta – Guida turistica” realizzato da Alberto Moscuzza e Lorenzo Bovi. Il libro descrive con un originale e accurato compendio di fotografie d’epoca, disegni e documenti, spesso inediti, tutto il sistema fortificato delle batterie antinave ed antiaeree, dei fortini antisbarco e dei posti di comando protetti che circondavano a sua protezione la Piazzaforte di Augusta durante la Seconda guerra mondiale.

Testimonianze di reduci sopravvissuti al conflitto e raffronti fotografici attuali dei luoghi con le foto d’epoca, offrono al lettore per ogni specifica postazione esaminata una vera e propria guida turistica di questo grande e importante, quanto ancora poco conosciuto patrimonio storico culturale da valorizzare e tutelare.
All’evento hanno partecipato il comandante Marittimo Sicilia contrammiraglio Andrea Cottini, il colonnello Massimo Lucca dell’Esercito italiano e Francesco Paci (referente per l’associazione “Lamba Doria” ad Augusta) che, introdotti dalla moderatrice Ombretta Tringali, hanno formulato in apertura il loro saluto agli autori e agli intervenuti, molti giunti da Siracusa, Catania e Ragusa. Ha preso quindi la parola Antonello Forestiere, direttore del Museo della Piazzaforte di Augusta e consulente Stato Maggiore Marina militare, il quale in un esteso e articolato intervento ha descritto la composizione e le caratteristiche delle difese del territorio di Augusta, che nella funzione antiaerea operano adeguatamente sino alla primavera del 1943. Si è quindi soffermato su quelle circostanze, oggettive e relative alle caratteristiche del personale che vi era destinato, che impedirono invece un efficace contrasto del nemico, specie sul fronte terrestre, durante l’invasione del luglio 1943, nonostante alcuni episodi di autentico valore come quello della strenua difesa di Cozzo Telegrafo.

L’oratore ha altresì rimarcato la pregevolezza del volume, sotto il profilo del contenuto e della completezza, rimarcandone la funzione di stimolo ad una migliore conoscenza del territorio e di questo tipo di beni storico-monumentali legati alle vicende dell’ultimo conflitto. È seguito un intervento di Salvatore Cannavà, psicologo, membro dell’associazione storicoculturale, che ha ribadito l’importanza sotto il profilo psicologico per le generazioni future dell’incentivazione, attraverso le opere culturali quali i libri, anche della memoria storica bellica. Hanno concluso la serata con un breve saluto e ringraziamento agli intervenuti gli autori del volume, Alberto Moscuzza e Lorenzo Bovi.

 

In Emilia Romagna guariti i primi quattro pazienti. Caserma di San Polo pronta a ospitare la quarantena
Da piacenza24.eu del 4 marzo 2020

La Protezione Civile dell’Emilia-Romagna ha allestito 14 punti-triage, davanti alle strutture ospedaliere che necessitano di spazi esterni per filtrare le persone che accedono ai servizi sanitari; 3 in provincia di Piacenza (Fiorenzuola d’Arda, Castel San Giovanni e Piacenza città).
Sono in corso contatti con il Ministero della Giustizia, in merito all’esigenza di allestire tende o tensostrutture davanti a istituti penitenziari distribuiti sul territorio regionale. Il tutto con funzione di area per filtrare e monitorare i nuovi ingressi. La caserma di San Polo per la quarantena L’agenzia di Protezione civile allestirà le attrezzature e l’allestimento di strutture provvisorie esterne con funzione di servizi e spogliatoi. Strutture da montare presso gli spazi attrezzati del distaccamento aeroportuale di San Polo di Podenzano (Pc).

A identificare il sito è stato il Dipartimento nazionale di protezione Civile per ospitare le persone del nord Italia, in particolare dalla Lombardia, che non possono svolgere il periodo di quarantena presso il proprio domicilio. Un supporto logistico verrà assicurato anche dai volontari di Croce Rossa italiana e dal volontariato regionale di Protezione civile. Ad oggi sono impegnati 54 volontari protezione civile, di cui 25 unità a Piacenza.

Quattro pazienti guariti in regione Se i numeri dicono che oggi ci sono in Emilia-Romagna 85 nuovi casi di positività al virus in più rispetto a ieri, e 7 nuovi decessi, ci sono anche i primi 4 casi di pazienti affetti da Coronavirus “clinicamente guariti”. Per questi pazienti (2 di Lugo di Romagna, uno di Rolo e uno di Castelnuovo) si potrà parlare di guarigione completa solo dopo due tamponi negativi consecutivi; si tratta comunque oggettivamente di una buona notizia.

 

Sabbioneta, i lavori al Baluardo San Nicola svelano una meraviglia: ecco la cortina muraria rinascimentale
Da oglioponews.it del 4 marzo 2020

“Il manufatto, in parte nascosto da una scarpata - spiega Marco Pasquali, sindaco di Sabbioneta - risulta innestato nel muro divisiorio realizzato lungo il confine di proprietà con la contigua Fondazione Isabella Gonzaga, e si pensa ora di restituirlo ad una  piena leggibilità".

SABBIONETA – Iniziati lo scorso 24 febbraio, i lavori di riqualificazione del Baluardo San Nicola, lungo le mura cinquecentesche di Sabbioneta, hanno svelato nelle scorse ore una sorpresa. I lavori, finanziati con il contributo di Regione Lombardia e condotti, per gli aspetti archeologici, sotto la direzione scientifica del dott. Leonardo Lamanna della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Cremona, Lodi e Mantova, hanno infatti riportato in luce un tratto della cortina muraria rinascimentale che collegava il baluardo di San Nicola ed il baluardo di San Giovanni, demolita attorno al 1921 per l’apertura dell’attuale via Pesenti e la realizzazione delle attigue espansioni residenziali.

“Il manufatto, in parte nascosto da una scarpata – spiega Marco Pasquali, sindaco di Sabbioneta – risulta innestato nel muro divisiorio realizzato lungo il confine di proprietà con la contigua Fondazione Isabella Gonzaga, e si pensa ora di restituirlo ad una piena leggibilità nel quadro del nuovo assetto dell’area, anche come segno tangibile del più consistente tratto di mura abbattuto negli anni Venti del secolo scorso”. L’intervento sull’area San Nicola, progettato e diretto dall’arch. Federico Bianchessi di Cremona sotto l’egida del RUP geom. Raffaella Argenti e con lo scavo archeologico condotto dal dott. Gianluca Mete, si contestualizza nel quadro di una serie di iniziative che il Comune di Sabbioneta ha da tempo intrapreso per la riqualificazione del circuito murario, di concerto con la Soprintendenza ed in coerenza con il
Piano di Gestione Unesco.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Baronale o Castello di Fragagnano
Da lavocedimaruggio.it del 3 marzo 2018

Il Palazzo Baronale di Fragagnano è una dimora fortificata risalente all’XV secolo, epoca in cui venne costruita la torre. Alcuni documenti del XVI secolo lo identificano come castello e tale denominazione si è conservata sino ai tempi nostri.

La torre o castello si presenta come una fortezza sobria e solida a pianta quadrangolare e base a scarpa, unita alla dimora residenziale degli antichi feudatari del paese. L’interno della struttura è costituito da un unico ambiente che riceve la luce da due strette finestre poste in alto, mentre un arco centrale separa il tetto ed un camino ricavato sulla parete ovest. Nel sottosuolo della torre sono state rinvenute accidentalmente, durante alcuni lavori, alcune ossa umane forse appartenenti a prigionieri o delinquenti segregati per volere di signori.In origine una scala esterna di pietra conduceva al piano nobile della dimora residenziale.

Questa, disposta perpendicolarmente alla torre, terminava in basso su un ponte levatoio ligneo. Nel corso dei secoli altri corpi di fabbrica sono stati addossati alla torre lungo il versante orientale. Al livello superiore del palazzo vi è una grande cucina con un ampio focolare mentre il pianterreno fu sede di una locanda che includeva anche ambienti di ricovero per gli animali. Sull’ala occidentale campeggia la statua di Sant’Irene, sovrastante il blasone della famiglia Dell’Antoglietta che ebbe Fragagnano in feudo.

Cosimo Enrico Marseglia

 

 

Porto Torres: I rifugi della Seconda Guerra Mondiale liberati dai rifiuti
Da shmag.it del 3 marzo 2018

Più di otto quintali di rifiuti recuperati dai volontari, in collaborazione con l’amministrazione comunale, per “liberare”, dopo decenni, il rifugio antiaereo di via Cavour e l’ultimo tratto del rifugio De Amicis. Un weekend di fatica, sudore, ma di grande soddisfazione per i cittadini che hanno partecipato all’iniziativa “Puliamo il buio” e che hanno riportato in luce due siti importanti per la storia di Porto Torres.

«È stato un onore per me condividere questa esperienza con tanti ragazzi che hanno deciso di dedicare un fine settimana al bene comune. L’amministrazione comunale – sottolinea il sindaco Sean Wheeler – ha offerto un supporto logistico ai volontari. È da lodare il senso civico di tutti loro e a nome della comunità voglio ringraziare il Gruppo Speleo Ambientale di Sassari, motore di un’iniziativa che ci permetterà di costruire il percorso di riqualificazione del rifugio di via Cavour e rendere più decoroso l’intero rifugio che si trova sotto la scuola De Amicis».

“Puliamo il buio” è stato organizzato dal Gsas e dalla Commissione cavità artificiali della Federazione speleologica sarda con il patrocinio della società speleologica italiana e del Comune di Porto Torres. Tra i partecipanti, ventuno in tutto, anche i volontari dei gruppi Speleo Club Oristano, Sesamo 2000 e Specus Cagliari. Due i mezzi utilizzati per smaltire quasi 870 chilogrammi di rifiuti di diverso tipo, tra i quali scarti edili, travi in legno, scaldabagni, bottiglie di vetro, bottiglie di plastica, vecchi sanitari, bidoni e contenitori ormai rivestiti di ruggine.

«La pulizia più imponente è stata svolta nel rifugio di via Cavour, rimasto sepolto e dimenticato per decenni sotto cumuli di spazzatura. Per questo spazio ci saranno altre destinazioni d’uso, certamente più dignitose, da progettare, e l’auspicio è che presto il sito possa essere visitato anche dai cittadini», aggiunge il sindaco. Durante i primi anni della guerra i rifugi di Porto Torres venivano usati di rado, ma nell’aprile del 1943 la città fu scossa dal più grande bombardamento della sua storia, conosciuto come “bombardamento del giorno delle Palme”. Fu in quella occasione che ci si accorse dell’importanza dei rifugi per la protezione dei civili.

«Siamo soddisfatti di aver contribuito a restituire un patrimonio storico alla sua città – sottolineano i responsabili del Gsas – ed è doveroso ringraziare tutti i volontari e amici che si sono adoperati per la pulizia, il sindaco Wheeler, l’assessora alla Cultura, Mara Rassu, l’Ufficio Ambiente con il referente Salvatore Sanna per il supporto, ma soprattutto per essersi sporcati le mani insieme a noi in questa impresa».

 

 

Bonifica dell’ex polveriera: l’iter muove il primo passo
Da ciociariaoggi.it del 2 marzo 2020

Anagni - Riunione alla Regione per la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica. Per il Comune era presente l'architetto Vincenzo Maia

Ex Polveriera: avviato l'iter per la bonifica del sito. Giovedì scorso negli uffici della Regione Lazio s'è tenuta la riunione convocata dalla Direzione politiche ambientali e ciclo dei rifiuti (Area bonifica siti inquinati) per dare il via all'accordo di programma stilato tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e la Regione, per la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica del Sin (sito d'interesse nazionale) del fiume Sacco; in particolare, si è discusso sulla caratterizzazione dei 187 ettari del sito dell'ex polveriera militare.

L'accordo, oltre a prevedere l'individuazione dell'eventuale responsabile dell'inquinamento al quale imputare le spese necessarie agli interventi di bonifica, regima soprattutto le fasi relative alla bonifica dei siti interessati, partendo appunto dalla caratterizzazione.

Per il Comune era presente l'architetto Vincenzo Maia.

 

Archeologi e alpini riportano alla luce le trincee della Grande guerra sul fronte del Garda: “Sabato saremo di nuovo al lavoro”
Da ildolomiti.it del 2 marzo 2020

A più di 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale, un’inedita collaborazione fra archeologi e alpini sta riportando alla luce tutta una serie di fortificazioni che si snodano sul monte Altissimo e offrono una vista spettacolare sul lago di Garda

Di Tiziano Grottolo

MALCESINE. A più di 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale un’inedita collaborazione fra archeologi e alpini ha permesso di riportare alla luce tutta una serie di fortificazioni composte da trincee e gallerie scavate nella roccia.
Con il tempo infatti la vegetazione si era riappropriata di parte del paesaggio mentre il maltempo e il passare degli anni avevano portato vari sedimenti che avevano quasi cancellato il tracciato delle vecchie postazioni. Il progetto è finanziato dal comune di Malcesine che ha incaricato della direzione scientifica la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Verona. La progettazione invece è a cura dall’architetto Alessandro Andreolli e dallo storico Tiziano Berté.

Dopo il nulla osta delle autorità i lavori sono iniziati lo scorso ottobre 2019, la prima fase è stata dedicata al taglio della vegetazione di cui si è occupato Veneto Agricoltura. Alcuni giorni fa invece sono incominciate le operazioni di pulizia di alcuni tratti dei manufatti come trincee, osservatori e postazioni, eseguiti dai volontari del Gruppo alpini e del Gruppo amici della montagna sotto la supervisione della Società Archeologica Sap di Quingentole che ha schierato i suoi professionisti Nicola Cappellozza e Alberto Manicardi. Per il momento i lavori di recupero si sono concentrati nella valorizzazione del caposaldo di Doss Merlo sul monte Altissimo. Durante la Grande guerra la zona dell’Alto Guarda venne pesantemente fortificata e proprio fra queste montagne correva la linea del fronte. Qui i combattimenti non furono particolarmente cruenti, soprattutto se paragonati ad altri fronti come quello del Carso, per questo motivi gli eserciti ebbero modo di fortificare per bene le rispettive posizioni.

Le fortificazioni in questione furono realizzate dal regio esercito italiano che occupò l’area nel 1915, fino al 1918 peraltro non ci furono grandi avvenimenti o battaglie tali da modificare i fronti. Il sito di Dos Merlo rientra fra quelli considerati di interesse comunitario (Sic) e si trova a circa 300 metri di quota e può essere raggiunto senza troppe difficoltà dalla frazione di Navene. I sentieri un tempo percorsi da soldati e armamenti ora possono essere apprezzati anche dai turisti. Le postazioni, proprio per via del loro posizionamento strategico offrono una vista spettacolare su tutto l’Alto Garda.

Grazie ai lavori svolti in questi mesi è stato possibile riportare alla luce trincee e alcuni punti di osservazione, fra cui passaggi, depositi e ricoveri scavati nella roccia spesso utilizzati per metter al riparo pezzi d’artiglieria. La seconda fase dei lavori, che vede impegnati anche i volontari degli alpini, dovrebbe concludersi verso fine aprile, mentre per poter godere dell’intero percorso si dovrà aspettare fino al 2021.
Sulla tabella di marcia è previsto il recupero anche di altre opere adiacenti al caposaldo di Dos Merlo come le vecchie postazioni dell’artiglieria e la teleferica. Conclusi i lavori il percorso verrà segnalato da appositi pannelli che spiegheranno anche la storia di questi luoghi. Nel frattempo, se qualcuno volesse dare una mano l’appuntamento è fissato per sabato 7 marzo quando alpini e archeologi saranno impegnati nei lavori di pulizia.

 

Torrione Borghetto, palcoscenico senza più commedianti
Da ilpiacenza.it del 2 marzo 2020

È giusto ora recuperare, iniziando con Torrione Borghetto, un palcoscenico sul quale hanno recitato tanti umili protagonisti e rimasto poi, nel corso dei decenni, senza più commedianti (quelli dell’arte, sempre di strada). Il luogo è rimasto inalterato, ma malinconicamente svuotato

Giuseppe Romagnoli

Durante i nostri peripli per le borgate piacentine, che si sono sviluppati con un cammino tortuoso, affidato maggiormente al caso, alla fantasia, al ricordo, ai momentanei stati d’animo, più che seguire un rigoroso percorso urbanistico, abbiamo cercato di offrire una panoramica sufficientemente esaustiva dei luoghi e delle persone più rappresentative della Piacenza popolaresca del passato.
Documentazioni scaturite dalle testimonianze orali e scritte raccolte tanti anni fa da un ancor giovane ricercatore: storicocronista-sociologo-giornalista, ma sempre un po’ “affamato” anche di poesia; insomma difficile trovare una definizioneche possa racchiudere ciò che sentivo quando indagavo e scrivevo.Inevitabilmente nell’offrire un quadro generale per ogni borgata, abbiamo tralasciato tanti aspetti e luoghi particolari che è giusto ora recuperare, iniziando con Torrione Borghetto, un palcoscenico sul quale hanno recitato tanti umili protagonisti e rimasto poi, nel corso dei decenni, senza più commedianti (quelli dell’arte, sempre di strada).
Il luogo è rimasto (uno dei pochissimi) inalterato, ma malinconicamente svuotato, neppur luogo di passaggio; qualche imbecille ogni tanto pensa bene di tracciare qualche scritta che poi viene (con calma) rimossa; l’ex Bastione, dopo i restauri, non è stato per nulla valorizzato e rimane solo un inutile e vuoto “monumento alla memoria”.
Eppure anche quel luogo oggi così disadorno, fino ai primi anni ’50, pullulava di vita nel suo quasi rustico colore ambientale; sovente erano esistenze di stenti quasi drammatici, di miseria grama, di fame spenta dal vino a buon mercato, affievolita dalla solidarietà dei vicini e dall’arte di arrangiarsi. Poi la memoria stempera la tragicità del contingente,avvolgendo il tutto in un alone quasi di sogno e l’insieme, la tavolozza, si smorza in un ricordo quasi incantato, dove anche il “pasgatt” (o pess-gatt con la dieresi sulla e per i puristi…), diventa quasi “eroe” del quotidiano, perché la sua lotta per la sopravvivenza, come quella di tanti, assume quasi un tono di epicità.

Per la conoscenza di questa zona ho avuto tre importanti riferimenti: quello di essere stato coautore di due libri con il giornalista Gaetano Pantaleoni che vi era nato; quello di avere potuto consultare quotidianamente mio padre che aveva vissuto fino all’adolescenza all’inizio di via S. Bartolomeo e quindi a poche decine di metri dal Torrione; infine la testimonianza di alcuni anziani che avevano superato i 90 anni e che risiedevano in questa zona da sempre. Intanto poche e scarne note storiche. Le mura di Piacenza, fatte erigere a difesa della città nel XVI secolo, oltre al loro indiscusso fascino artistico, possono essere considerate fra i capolavori dell’architettura militare a cui presero parte per la progettazione veri e propri maestri nella costruzione di fortificazioni, come Antonio da Sangallo il giovane ed il Sanmicheli. La costruzione delle mura iniziò nel 1525 per volere di Papa Clemente VII (nipote di Lorenzo il Magnifico) e terminò nel 1547 sotto i Farnese. Degli oltre sei Km che circondavano l’impianto urbanistico cittadino, ne sono rimasti circa quattro e mezzo, in seguito ai vari interventi demolitori che si sono succeduti a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento.

Durante il Risorgimento, Piacenza, insieme a Parma e Guastalla, era passata sotto il protettorato austriaco nel 1822, in seguito al crollo dell’impero napoleonico. Torrione Borghetto e la porta detta “del Soccorso”, furono costruiti dagli austriaci all’interno del sistema difensivo cittadino. Gli interventi austriaci di radicale ristrutturazione secondo criteri moderni, interessarono le mura farnesiane che si presentavano malandate e insufficienti per le nuove strategie militari e le nuove armi a lunga gittata, sperimentate durante le guerre napoleoniche. Ma questo nucleo serviva anche per il controllo della popolazione, soprattutto quella dei rioni più popolari, manifestamente anti-austriaci, più per indigenza che per fattori ideologico- culturali a cui erano alieni.