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RASSEGNA STAMPA |
ANNO 2005
Pagina dedicata ad articoli inerenti al tema delle fortificazioni e della prima guerra mondiale
Dal Corriere della Sera del 16/12/2005
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da Il Gazzettino di venerdì, 9 Dicembre 2005
Forte del Bernadia, cantiere chiuso per la neve. Ma entro il 2006 sarà concluso
il primo lotto
Tarcento
Per il cantiere del forte Bernadia il più è fatto. Nonostante i lavori abbiamo
subito uno stop a causa del freddo e delle precipitazioni nevose cadute nei
giorni scorsi a quota 800 metri, le opere di messa in sicurezza e recupero della
struttura sono state quasi completamene ultimate. «Per la parte interna - dice
Giannino Di Betta della Alpina Costruzioni, la ditta che si è aggiudicata
l'appalto - la tabella di marcia è stata rispettata in ogni dettaglio, con buon
anticipo sui tempi. Abbiamo operato sotto il profilo degli intonaci, per
l'impermeabilizzazione della copertura, per la recitazione del complesso con una
lunga palizzata in legno e per tutto ciò che attiene al consolidamento
strutturale». Per l'impiantistica sono state predisposte le tubazioni
sotterranee ove presto passeranno i cavi elettrici. «Attendiamo adesso la posa
di una nuova centralina da parte dell'Enel, a circa 400 metri dal fortino. Entro
i primi mesi del prossimo anno procederemo al completamento delle opere mancanti
tra cui la pittura della muratura esterna, la fissazione dei parapetti in
metallo zincato, la predisposizione del vano ascensore che collega tecnicamente
il primo lotto con il secondo». Il cantiere ha aperto alla fine del mese di
marzo di quest'anno non appena il piazzale è stato sgomberato dalla neve. «Per
l'approvvigionamento idrico necessario alle opere di consolidamento abbiamo
sfruttato le acque contenute nelle cisterne sotterranee. Questo ci ha permesso
di svuotare i grandi contenitori e di ripulirli dal materiale di cedimento e
dalle macerie. È prevista la riattivazione dell'ingegnoso sistema di
conservazione delle acque meteoriche così come studiato dai costruttori del
complesso. Parte dell'acqua, comunque, è stata portata sul monte con i mezzi
della ditta attraverso la strada che si stacca da Sedilis. Non abbiamo
registrato problemi di viabilità». La ristrutturazione ha permesso di mettere in
luce le vecchie scritte lasciate sui muri interni dagli alpini che risalgono ai
primi decenni dello scorso secolo; nomi, cognomi, date e motti. «Il forte, al
termine dei lavori, si presenterà come un complesso di grande valenza storica:
una testimonianza del periodo bellico che, diciamo, costituirà di per sé vero e
proprio museo, senza la necessità di aggiungere null'altro».
Consegnati a enti e associazioni. Sabato un convegno con autorevoli relatori per promuovere il progetto
Parco della Grande guerra, distribuiti tremila dépliant
Oltre tremila depliant distribuiti ad associazioni ed enti della regione ma non solo testimoniano l'interesse che si è creato attorno al Parco della Grande guerra, inaugurato dal Comune sul Carso solo pochi mesi fa. E ora, per il Parco, arrivano un convegno specialistico e i nuovi cartelli tematici, la cui mancanza aveva causato alcune critiche. I cartelli posizionati sono otto, riportano un'introduzione storica in italiano e in inglese, con prescrizioni antincendio, una mappa del luogo, immagini storiche e una descrizione degli eventi, sempre bilingue.
"I cartelli sono arrivati dopo qualche tempo - ammette l'assessore Silvia Altran -, ma sappiamo che, per avere qualcosa di qualità, è necessario penare un pò". Infatti anche l'aspetto visivo dei cartelli è d'impatto, realizzati in uno speciale metallo che sembra arrugginito, in sintonia con il luogo. Il Parco tematico sarà anche al centro del convegno che si terrà sabato e che vede tra le presenze autorevoli relatori, tanto che sono giunte adesioni da parte di numerose associazioni della regione e non (ad esempio, la Società storica per la Guerra Bianca di Milano, il Gruppo di Ricerca e Studi sulla Grande Guerra di Trieste). Si tratta di una serie di studi che valorizzeranno non solo l'aspetto militare, ma anche quello istituzionale.
"Il patrimonio storico della Grande Guerra, ipotesi di promozione territoriale: esperienze a confronto", è il titolo dell'appuntamento, organizzato dal Comune di Monfalcone nella sala conferenze della biblioteca comunale. Dopo il saluto dell'assessore ai Progetti europei Silvia Altran e l'introduzione del coordinatore del gruppo di lavoro Finanziamenti europei Marco Mantini, si alterneranno gli interventi di Maurizio Anselmi della Soprintendenza regionale dei Beni ambientali e archeologici, John Ceruti e Antonio Trotti del Museo della Guerra Bianca di Temù (Brescia), Davide Tonazzi dell'Associazione Amici di Valbruna, Zeljko Cimpric del Museo di Caporetto, Simon Kovacic dell'Associazione fronte dell'Isonzo di Nova Gorica, Roberto Todero dell'Associazione culturale Zenobi di Trieste, Annamaria Bonato e Gianpaolo Cuscunà del Consorzio culturale del monfalconese, Roberto Lenardon dell'Associazione austriaca Dolomiten Freunden, Michele Piteo della pro loco di Fogliano Redipuglia e Silvio Stok, l'architetto a cui è stata affidata la direzione progettuale del recupero dei due ettari di porzione carsica adibiti a parco tematico.
da Il Gazzettino di mercoledì, 7 Dicembre 2005
Progetti bloccati, fermo da due anni il cantiere della strada che porta al monte
Festa
Cavazzo Carnico Sono bloccati ormai da due anni i lavori per la sistemazione della strada
che permette di raggiungere il monte Festa partendo da Cavazzo. «Abbiamo
sollecitato più volte l'amministrazione regionale - dice il sindaco Dario Iuri
-. Abbiamo ricevuto rassicurazioni e garanzie ma, fino a oggi, il cantiere non è
ancora ripartito». Lo stop si è verificato in concomitanza con un grave
incidente accaduto nel tratto in cui ha perso la vita un giovane operaio.
L'area, per dar modo alla magistratura di indagare sull'incidente, era stata
posta sotto sequestro. «La misura, chiaramente necessaria, è venuta meno già
alla fine dello scorso anno - spiega il sindaco - Non riusciamo quindi a
comprendere l'ulteriore prolungarsi dell'attesa. Sollecitiamo le autorità
competenti affinché provvedano, nel minor tempo possibile, a riattivare il
cantiere. È nostro intento, infatti, realizzare una celebrazione ufficiale, nel
2008, in occasione nel 90. della Grande Guerra». Il monte Festa custodisce
importati testimonianze belliche di quel periodo. «Sulla sommità della montagna
i soldati italiani dimostrarono grande coraggio resistendo a lungo contro gli
austriaci. Il luogo è assume quindi grande rilevanza storica e non solo».
Già la passata amministrazione aveva avviato un progetto globale di recupero, a
fini turistici. L'obiettivo era di rendere accessibile il sito militare, che
conserva caserme e postazioni di difesa, partendo dalla sistemazione della via
di accesso e arrivando fino alla conservazione delle strutture. La richiesta di
contributo avanzata allora alla Regione era di 400 mila euro. Il piano non è
stato cestinato: ha preso avvio dall'erogazione di un fondo, gestito
direttamente dall'Ispettorato foreste, per il recupero della strada di accesso.
«Di recente - spiega il sindaco - abbiamo ricevuto un finanziamento di circa 30
mila euro dalla Provincia. Se la via fosse stata già sistemata, avremmo
impiegato i soldi per eseguire una manutenzione straordinaria sul piazzale. Il
sito, infatti, è avvolto dalla vegetazione e l'erba alta non permette nemmeno di
camminare». Visto il blocco dei lavori sulla pista, però, la somma è stata
dirottata a favore della sistemazione di un sito panoramico che guarda al lago
di Cavazzo.
la Nuova di Venezia — 05 dicembre 2005 pagina 23 sezione: NAZIONALE
Assalto a Forte Carpenedo per degustare il
radicchio
Si è conclusa ieri pomeriggio a Forte Carpenedo la rassegna «Sapori sotto
assedio», iniziativa organizzata da Compagnia Teatrale Koinè e Cooperativa
sociale «La città del sole», giunta alla terza edizione, e che ha
complessivamente raccolto l’adesione di oltre mille persone. Primo appuntamento
a settembre all’Azienda agricola La Fagiana Torre di Fine, poi Villa Widmann
Foscari a Mira, Mulino di Belfiore a Pramaggiore e conclusione a Forte Carpenedo.
Spettacoli teatrali organizzati dalla Compagnia Teatrale Koinè, per la direzione
artistica di Marzia Bonaldo, ideati per scoprire le tipicità agroalimentari, la
cultura e i luoghi più particolari della provincia di Venezia. Il pubblico
numeroso, due turni da più di 100 persone per volta, è stato accompagnato alla
luce delle fiaccole alla scoperta delle particolarità dello storione e di
«sapori forti» della nostra tradizione in particolare del radicchio. Davide
Giraldo, direttore della cooperativa sociale «La città del sole», traccia un
bilancio molto positivo della manifestazione. «La partecipazione è sempre alta,
abbiamo raggiunto in ogni appuntamento il numero massimo consentito, cioè cento
persone a turno. La rassegna comincia ad essere conosciuta. Molte sono state le
prenotazioni. Quest’anno c’è stata una famiglia che si è prenotata per tutti e
quattro gli appuntamenti». Dato il successo crescente dell’iniziativa, gli
organizzatori hanno intenzione di riproporla anche per il prossimo anno,
coinvolgendo nuovi siti e prodotti. Alla fine della visita degustazione per
tutti di pasta e radicchio. Ma non di storione, specie protetta. «L’intento -
spiega Giraldo - è anche quello di richiamare l’attenzione e di proporre un uso
pubblico delle fortificazioni del territorio, numerose e spesso poco sfruttate».
«Forte Carpenedo è un’oasi in questo quartiere - dice Paolo Marchioli,
volontario del Gruppo di Iniziativa per il recupero di Forte Carpendo - c’è
anche un punto di ristoro, è un luogo di socializzazione. Ci sono molti
pensionati che si recano qui, danno una mano a tagliare l’erba, a ripulire, a
mantenere vivo questo forte. Abbiamo organizzato diverse iniziative per
rivitalizzare questo luogo stupendo, ma accettiamo volentieri anche altre
proposte». (Francesca Bellemo)
la Nuova di Venezia — 04 dicembre 2005 pagina 26 sezione: NAZIONALE
E anche Mezzacapo fa discutere causa
l'amianto
ZELARINO. E’ dal 2003 che chiedono di gestire il forte Mezzacapo, con iniziative
culturali e ludiche da organizzare in particolar modo durante l’estate. Peccato,
però, che la struttura della Gatta risulti ancora inagibile, soprattutto a causa
dell’amianto. Adesso però, l’associazione «Dalla Guerra alla pace», che in
Municipalità ha come rappresentante Ivo Chinellato, chiede proprio alla
neopresidente Maria Teresa Dini un po’ di chiarezza. «Vorremmo avere una copia
del preliminare d’acquisto del Forte - è l’invocazione di Vittorino Darisi, uno
dei più attivi responsabili dell’Associazione -. Oltre alla copia del capitolato
di bonifica dell’area da ordigni bellici e al preventivo di spesa per
l’eliminazione dell’amianto». Il gruppo, come detto, è dal 2003 che propone una
serie di iniziative che possano animare forte Mezzacapo. «La nostra idea sarebbe
quella di creare una piccola area pic-nic - continua Darisi -. Una fattoria
degli animali per i bambini, un’area dove collocare i campi estivi. Vorremmo
organizzare visite guidate per scolaresche e cittadini, individuare locali per
esposizioni e per manifestazioni, realizzare un museo, allestire alcune stanze
con mostre sulle fortificazioni, sui volantini e sui manifesti del ’68, sulla
fotografia». Molte altre sono le proposte dell’associazione, anche se nessuno sa
se potranno prima o poi diventare realtà. «Intanto - continua Darisi -, siamo
preoccupati dalla presenza di amianto, anche per chi abita nei pressi del
forte». (g. cod.)
il Corriere delle Alpi — 29 novembre 2005 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
L invasione austriaca ad Auronzo
Travolta dal bailamme del dopo Caporetto, anche la IV Armata del generale Di
Robilant dovette, nella prima decade di novembre 1917, sottrarsi affannosamente
alla stretta nemica e puntare ogni speranza sul Grappa e sul Piave.
La nostra ritirata, dolorosa e sofferta, fu scandita da tutta una serie di
testimonianze, civili e militari. Una di queste è assicurata senz’altro dal
diario del pievano d’Auronzo don Antonio Puliè, il quale ebbe parte importante
nelle trattative con i primi invasori austriaci e visse l’angoscia, tutta
auronzana, di vedere il proprio paese minacciato di completa distruzione dai
potenti e incombenti cannoni italiani del Monte Tudaio, che, ironia della
storia, erano stati voluti, invece, proprio per garantire la difesa di tutta la
regione.
Il grosso delle nostre ultime truppe abbandonò Auronzo la sera del 5 e
contemporaneamente o quasi gli austriaci entravano a Cortina. In questo modo il
I Corpo veniva sottoposto a una pressione nemica convergente su di esso dalle
valli del Boite e dall’Ansiei. Mentre la 275ª compagnia, coperto il ripiegamento
delle truppe provenienti dall’alto Comelico, raggiungeva Pieve di Cadore nelle
prime ore del 6 novembre, la 268ª attendeva lo sfilamento del 53º Reggimento
fanteria e alle 0.30 del 5 iniziava il ripiegamento alla volta di Auronzo, dove
giungeva alle 9 del giorno 6.
I nostri fecero allora saltare il ponticello di Campo sull’Ansiei sotto Cima
Gogna e il manufatto di Tre Ponti, per il quale fu sufficiente un solo, peraltro
violentissimo, colpo di dinamite, alle 11 antimeridiane.
Nella notte del 6 e per tutto il giorno 7 i cannoni del forte del Tudaio
entrarono in azione e bombardarono le posizioni nemiche di monte Croce e di
monte Cavallino. Alcuni proiettili, però, caddero su Santo Stefano e
incendiarono le case di otto famiglie: il fuoco investì anche i vicini
baraccamenti militari e seminò il panico in tutto il paese.
Ma seguiamo il racconto del nostro pievano. «6 novembre 1917. Notte oscura da
tagliare col coltello; manca la luce; per le strade non si vede, né si sente
anima viva. Tutti sono tappati in casa a meditare, incerti dell’avvenire. I
cannoni del Tudaio ci incutono un gran terrore: il cuore palpita forte, forte;
ognuno esclama: “Gesù, Maria, cosa sarà di noi?” E nessuno osa dare una risposta
sicura, confortante. Quand’ecco sento il tin tin del campanello, e il punf punf
del bastone al portone delòla canonica. Sono le 11.30. Maria salta alla finestra
e domanda: “Chi è?” Una voce rispose: “Sono un ufficiale austriaco”. Apro il
portone e si presenta un sottotenente austriaco: è viennese, parla l’italiano
abbastanza bene; aveva visto altra volta Padova, Venezia e ora sperava vivamente
di rivederle. Mi stringe la mano, domanda da mangiare, da bere, da dormire,
poiché da tre notti non dorme. Caterina riaccende il fuoco e prepara da
mangiare. Il tenente mangia e sorseggia un po’ di vino e fa un po’ di
conversazione con me. Io l’assicuro che in Auronzo non ci sono più soldati, che
non ci sono armi, che manca ogni autorità, che quel giorno era stata costituita
una Commissione provvisoria comunale, che il paese è tranquillo, che gli
austriaci non hanno nulla da temere, che saranno rispettati, ma che noi
desideriamo anche il rispetto a tutti i cittadini, specialmente alle donne e
ragazze. Mi assicura che le persone saranno rispettate.
Domanda d’andare a letto: prima di accompagnarlo in stanza, gli domando: “Signor
tenente, verranno molti soldati in Auronzo?” “Domani sera un reggimento” mi
risponde. E se ne va a letto.
“Un reggimento!” penso tra me e me. E se il Tudaio rivolge il suo fuoco verso
Auronzo? Poveri noi, povero paese! Mi viene un’idea: non sarebbe buona cosa
avvertire l’ufficiale del pericolo? Mando a chiamare Marco Bonel, che già è
considerato Capo Comune, ci parliamo e fra il sì e il no di disturbare
l’ufficiale che dorme, andiamo in camera, lo svegliamo e gli esponiamo il
gravissimo pericolo che corre il paese. Anche l’ufficiale era impensierito per
il fragore del Tudaio. Non parliamo ad un sordo; la mattina per tempo si alza,
prende il caffé e se ne va fino alle miniere dove un reggimento aspettava
l’ordine di avanzare.
Il Tudaio continua il suo fragore tutto il giorno 7, e dà da pensare per la
sera, in cui non si sa se arriverà o meno il reggimento austriaco. Bisogna
trovare il modo di mettere al sicuro la gente, nel caso che qualche proiettile
capiti ad Auronzo. Ordino che, col mezzo delle nostre guardie, venga invitata la
popolazione a ritirarsi nei sotterranei o su per le valli riparate dalle coste.
Viene la sera: i colpi del Tudaio si fanno più rari, e poi più rari ancora. Alle
10 il cannone tace: silenzio di tomba. Sulla via non si vede anima viva. Corro
dal sagrestano di Villagrande e di Villapiccola perché non si suonino campane
per nessun conto. Mi dicono che è caduto ponte Nuovo e che di là del Piave sono
rimasti prigionieri degli austriaci molti bersaglieri; che la ferrovia non
accetta più passeggeri, che l’ultimo treno è partito. Addio patria! Quando ti
riabbracceremo?
Detta la messa, faccio un giro pel paese; quale spettacolo impressionante! Gli
austriaci saccheggiano la Cooperativa di lavoro, i negozi Bombassei e Giacobbi.
Con la scure rompono porte, finestre, portano via robe d’ogni genere. Il paese
sembra un avanzo d’incendio. E nessuno osa aprire bocca, tutti tacciono;
lasciano fare. Hanno paura della scure e del fucile. E gli altri fanno e
tacciono».
Walter Musizza Giovanni De Donà
la Nuova di Venezia — 27 novembre 2005 pagina 26 sezione: NAZIONALE
L'amianto costoso di forte Mezzacapo
ZELARINO. Potrebbe costare 150.000 euro bonificare dall’amianto forte Mezzacapo,
la struttura militare di via Scaramuzza a Zelarino in fase di passaggio dal
demanio al Comune. Nessuno conferma la cifra, ma si sa già che prevedendo costi
altissimi per rimuovere i materiali tossici l’assessorato comunale all’Ambiente
ha rinunciato a ospitare all’interno del Mezzacapo il progetto City Farm. Un
problema quello dell’amianto che rischia di far slittare ancora di più la
consegna, e l’utilizzo del forte. Sotto il punto di vista formale, è già pronto
un preliminare di vendita della struttura, che passerebbe dai militari al
Comune. Una volta avvenuto il «cambio della guardia», a forte Mezzacapo dovranno
partire una serie di lavori di manutenzione, intervento che comprende anche la
bonifica dei materiali considerati pericolosi. Tra questi c’è anche l’amianto,
che in tutte le strutture di competenza comunale (scuole al primo posto) è in
corso di rimozione. Il problema è quanto costerà l’operazione.
«Centocinquantamila euro mi sembra una cifra alta», spiega l’assessore
all’Ambiente Laura Fincato, «da parte mia avevo sentito ipotizzare una spesa di
100.000 euro, somma comunque alta. La questione di forte Mezzacapo è legata
proprio a questo punto, quanto costerà la bonifica dell’amianto. Non abbiamo
ancora fatto un preventivo preciso, ma comunque prevedendo dei costi elevati
abbiamo deciso di cancellare il progetto City Farm, che comportava un percorso
di educazione alla cura degli orti con la possibilità per i cittadini di
portarsi a casa quanto coltivato. Spero che il passaggio di forte Mezzacapo al
Comune si concluda al più presto, queste strutture militari rappresentano una
ricchezza per tutto il territorio». Oltre a questioni burocratiche, il futuro
del Mezzacapo potrebbe essere legato a quelle economiche: tanto il Comune dovrà
sborsare per riqualificare l’area, tanto potrà investire per progetti al suo
interno. Ora forte Mezzacapo versa in condizioni difficili, questa estate è
stato utilizzato per fare brillare al suo interno due bombe, due residuati
bellici. C’è un cartello plurilingue che racconta la storia del forte, ma a un
passo è presente ancora l’indicazione che proibisce di fare riprese
cinematografiche o scattare fotografie. E le cose non vanno meglio nell’altro
forte di Chirignago-Zelarino, il Gazzera. Da un anno l’ex postazione di
artiglieria è chiusa al pubblico per un intervento di bonifica in profondità non
ancora terminato, nonostante le forze armate avessero assicurato a suo tempo che
tutto si sarebbe concluso in settanta giornate lavorative. «Mi auguro», dice
Maria Teresa Dini, presidente di Chirignago-Zelarino, «che per i nostri forti si
arrivi al più presto a una soluzione positiva». (Maurizio Toso)
Alto Adige — 18 novembre 2005 pagina 39 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
I forti altoatesini della grande guerra
«Lo sviluppo delle fortificazioni in caverna nel Sudtirolo. L’attività del Genio
militare di Riva 1911-14» è il tema dell’incontro che si tiene oggi a Trento a
cura dell’Istituto Italiano Castelli. A tenerla, Nicola Fontana, archivista del
Museo Storico della Guerra di Rovereto, in via Dordi 8, alle 17.30.
da Il Gazzettino di martedì, 8 Novembre 2005
GEMONA Intervento del Comune per la pulizia del luogo, ma per il progetto di museo mancano soldi Forte di Ospedaletto, parte il riordino
Forte di Ospedaletto: si inizia a intervenire per la messa in ordine del zona, ma si è ancora lontani dall'obiettivo dell'amministrazione comunale e cioè la realizzazione di un museo della Prima guerra mondiale. Di fatto l'assessorato alla cultura della Regione ha stanziato un contributo di 10 mila euro per intervenire sul luogo che ha una notevole importanza storica: su quel colle, verso la fine dell'800, era stato costruito un forte che in seguito divenne luogo di difesa e di scontri durante la Grande Guerra del 1915-18. Il forte, con le sue ferritoie da cui si sparava, è ancora lì, ma da molto tempo versa in uno stato di degrado. Proprio in questa struttura l'amministrazione comunale desiderebbe realizzare un museo della Prima guerra mondiale e con questo fine aveva presentato già l'anno scorso un progetto che tuttavia, con sole 10 mila euro, non è certo realizzabile. «Avevamo chiesto un finanziamento di circa un miliardo e mezzo delle vecchie lire precisa l'assessore all'ambiente Davis Goi presentando un progetto preciso: con i soldi che abbiamo ricevuto e ai quali aggiungeremo un ulteriore contributo di mille euro, per il momento potremo soltanto effettuare un'opera di disboscamento e sistemazione della zona, visto che oltretutto il luogo non è neppure acessibile. I lavori saranno svolti dalla Comunità montana che interverrà sul sito già nelle prossime settimane. Purtroppo negli ultimi anni i contributi per questo tipo di opere sono diminuiti e di certo l'intera spesa non può essere sostenuto dal nostro Comune che ha altre priorità a cui provvedere come ad esempio la piscina e il nuovo palazzetto dello sport».Ma quel forte, situato sopra il lago Minisinis all'interno di una grande zona Sic che comprende anche il comune di Venzone, ha una certa importanza anche per la comunità di Ospedaletto: lassù, dagli anni '30 ai '50, vi abitò addirittura una famiglia, quella di Pietro Zilli. «Mio papà ricorda la signora Teresina, figlia di Pietro Zilli e ultima rimasta a Ospedaletto della famiglia Zilli era mutilato di guerra: a lui e alla nostra famiglia affidarono il compito di custodire il forte. Ci costruirono una casa dove abitammo in cinque persone. Lassù la mia famiglia ha vissuto per vent'anni, sostenendosi con la piccola pensione di mio padre e con quello che ci dava la terra». Piero Cargnelutti
la Nuova di Venezia — 07 novembre 2005 pagina 17 sezione: PROVINCIA
L'università studia i forti di Cavallino
CAVALLINO. Settanta studenti di architettura e conservazione saranno chiamati a
ideare e proporre soluzioni progettuali per il recupero di Lio Piccolo e delle
fortificazioni di Cavallino-Treporti. Inaugurato ai Tolentini, a Venezia, il
nuovo corso di laurea specialistica dello Iuav in architettura per la
conservazione con il titolo «Il borgo di Lio Piccolo e le fortificazioni
austriache e italiane a Cavallino-Treporti nella laguna di Venezia». Il corso si
svolgerà ogni venerdì fino al 23 dicembre in forma di laboratorio integrato. A
coordinarlo i docenti Eugenio Vassallo, Pierluigi Grandinetti e Giorgio
Lombardi. «Sarà un’occasione per far conoscere e rivalutare il territorio dai
suoi stessi residenti - ha commentato il sindaco Erminio Vanin - Non mi
spiacerebbe che Cavallino-Treporti fosse inserito in un percorso ciclabile
integrato del Veneto Orientale». (f.ma.)
la Nuova di Venezia — 04 novembre 2005 pagina 35 sezione: PROVINCIA
Un corso universitario su borgo Lio
Piccolo
CAVALLINO. Sarà presentato oggi alle 10 allo Iuav ai Tolentini a Venezia un
corso di laurea sul borgo di Lio Piccolo e le fortificazioni austriache e
italiane a Cavallino-Treporti. L’avvio del «laboratorio integrato», corso
universitario di laurea, è parte integrante del progetto «Lio Piccolo. Cultura e
ambiente tra laguna e mare» promosso dal Comune nell’ambito del programma
Italia-Slovenia. Agli studenti, con il contributo disciplinare dei docenti,
spetterà il compito di mettere a punto specifici temi di studio che privilegino
gli aspetti paesaggistico-ambientali del territorio di Cavallino-Treporti. Sono
una cinquantina i siti di interesse storico-architettonico e testimoniale sui
quali si articoleranno i progetti degli studenti universitari. Tra questi, le
torri telemetriche, le caserme militari, le batterie i forti e i bunker
distribuiti lungo il litorale. Per il borgo di Lio Piccolo, il palazzo Boldù, il
campanile, le costruzioni rurali e i casoni lagunari. Il laboratorio integrato
si svilupperà nove lezioni, dalle 9 alle 19 di tutti i venerdì. L’ultima lezione
è per il 23 dicembre e dal 16 al 20 gennaio 2006 è fissato, invece, un workshop
intensivo finale al quale parteciperanno gli studenti. I progetti saranno poi
esposti in una mostra e pubblicati. (f.ma.)
il Corriere delle Alpi — 02 novembre 2005 pagina 14 sezione: CRONACA
Alla ricerca delle
trincee perdute
BELLUNO. Alla ricerca delle trincee perdute. Sono riprese nei giorni scorsi le
ricerche effettuate dal gruppo di studiosi della Grande Guerra, dei quali il
“Corriere delle Alpi” ha varie volte illustrato le ricognizioni alle opere
militari costruite tra il 1904 e il 1914 sulla linea difensiva italiana. È una
ricerca sistematica, sulla base di alcune mappe dell’epoca, delle strade
militari, dei forti e delle trincee.
In particolare, sull’allineamento Monte Zélo, Monte Valaràz, Forcella Moschesìn,
Passo Duràn, Spiz de Zuèl detto anche Agnellezze, Col de Salèra, che poi
proseguiva coi Forti di Monte Rite, di Pian dell’Antro e con gli altri Forti del
Cadore, muti testimoni della Grande Guerra.
Roberto Mezzacasa, Ermanno Laveder e Antonio Zanetti hanno recentemente
effettuato un nuovo sopralluogo sul Col Pradamìo. Dall’imbocco di una
carrareccia militare poco dopo Mezzocanale di Zoldo, inizia un percorso che
s’inerpica su un costone roccioso: la strada è in parte scavata nella roccia e
in parte sostenuta da alti muretti a secco. L’opera più significativa di questo
primo tratto rimane l’ardita arcata di un ponte che scavalca un profondo dirupo,
ponte visibile anche dalla sottostante strada che porta a Forno di Zoldo.
Successivamente i tre hanno ispezionato i resti delle sovrastanti opere
militari, in particolare un osservatorio che domina l’intera valle e una
galleria con due accessi, in parte franata ma ancora percorribile con qualche
cautela.
Superato questo alto gradone roccioso, la carrareccia, col suo selciato
originario, continua a salire dolcemente tra i boschi, fino alla spianata di
Pradamìo, coi ruderi dell’omonima casera.
Poco oltre, sul Col Pradamìo, ecco la meta dei ricercatori: il Forte costruito
tra il 1909 e il 1912 per scongiurare il pericolo di un aggiramento a sud-ovest
delle fortificazioni del “Ridotto Cadorino” attraverso la Valle del Maè. Il
Forte è diviso in due tronconi, di cui uno completamente scavato in galleria,
collegati tra loro da un trincerone protetto. Oltre al Forte esisteva un corpo
di guardia in località Casoni, con un piccolo ricovero.
Anche la Fortificazione di Col Pradamìo, come tutte le altre realizzate sulla
“Linea Gialla”, non fu mai utilizzata ai fini bellici perché, all’inizio della
Grande Guerra, il fronte si costituì molto più avanti, spesso addirittura oltre
il precedente confine, ben lontano dalla gittata delle artiglierie che avrebbero
dovuto essere collocate in tali postazioni.
Appena sopra il Forte si spalanca all’improvviso l’ampia soleggiata radura di
Pian Grant cui fanno da corona i maestosi spalti del gruppo del Bosconero e le
aguzze guglie delle cime della Serra.
Alto Adige — 02 novembre 2005 pagina 36 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
Il recupero dei forti?
Solo in Trentino
L’Alto Adige è una terra straordinaria. Per lo meno in questo senso: vi accadono
fenomeni che vanno al di là dell’ordinario. Esempio ne sia il modo con cui
spesso viene affrontata la storia. Non che venga falsificata, questo no, ma
falsata probabilmente sì. Il procedimento adottato (da entrambe le parti) è
alquanto sottile, quasi elegante: non si raccontano falsità, ma si tende
piuttosto a falsare la realtà raccontandone solo una parte, rimuovendo cioè i
particolari indesiderati. Un caso eclatante in questo senso riguarda il primo
conflitto mondiale: in Alto Adige nei confronti della Grande guerra, per ovvi
motivi, non esiste una memoria storica collettiva e comune. In altre parole, la
popolazione tedesca ha di quegli avvenimenti una visione affatto diversa da
quella della popolazione italiana. E anche per questo la Provincia,
contrariamente a quella di Trento, non ha ancora recepito la legge nazionale di
riordino del patrimonio storico della Prima guerra mondiale. «Un fatto piuttosto
grave» come sottolinea in una nota la Società storica della Grande guerra di
Bolzano. «La I Commissione legislativa del Consiglio provinciale - chiarisce il
comunicato dell’associazione che si occupa di studi e ricerche sul campo in
tutta la regione - ha volutamente lasciato scadere i termini per la trattazione
del disegno di legge che doveva dichiarare patrimonio storico tutte le vestigia
della Prima guerra mondiale. Il tutto nel mancato rispetto della legge nazionale
n. 78 del 7 marzo 2001, là dove, nell’articolo 7, comma 2, prevede per le
province a statuto speciale l’approvazione delle relative norme di attuazione.
Il Trentino già nel 2001 aveva approvato - all’unanimità - una legge che ha
permesso di avviare una lunga serie di interventi a salvaguardia del patrimonio
bellico presente sul territorio. In Alto Adige, al contrario, sulla legge non è
si nemmeno discusso». «Il disegno di legge - prosegue la nota della Società
storica - è stato presentato dal consigliere Alessandro Urzì di Alleanza
nazionale, ma non ha una valenza squisitamente politica, quanto piuttosto
culturale. Si desiderava solamente seguire l’esempio trentino, recependo la
normativa nazionale per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio. Il
disegno di legge è stato boicottato dalla Svp per due anni di fila. Ora i
termini per la discussione in Commissione legislativa sono decaduti. Un episodio
unico nella storia dell’Autonomia: per la prima volta la Provincia, da sempre
insaziabile in fatto di competenze e contributi, sta inspiegabilmente
rinunciando ai finanziamenti statali che, secondo la normativa nazionale,
possono poi essere concessi anche alle associazioni private e utilizzati per
attività culturali di vario genere». Mancando una norma provinciale, la Società
bolzanina, per potersi impegnare nel ripristino e nella valorizzazione di
manufatti della Grande guerra, si è vista costretta a bussare alle porte
dell’amministrazione trentina. Lo conferma l’assessore regionale alle Minoranze
linguistiche, Luigi Chiocchetti: «La Società bolzanina ha ideato il restauro e
il ripristino di alcune postazioni di guerra sopra Passo Fedaia, in Marmolada. I
lavori sono stati sovvenzionati dalla Regione Trentino-Alto Adige e dal comune
ladino di Canazei. Insieme all’amministrazione comunale, di recente abbiamo
effettuato un sopralluogo in occasione della fine dei lavori nel primo lotto. I
volontari bolzanini si sono impegnati in maniera davvero encomiabile. Oltre alle
trincee, in futuro verranno ripristinati diversi altri manufatti, in modo tale
da recuperare un’intera area completamente abbandonata. Lo scopo è creare un
percorso fruibile dai turisti, recuperando al contempo un frammento di storia
della Ladinia». In Trentino iniziative del genere sono all’ordine del giorno,
come dimostra il censimento dei forti (che sono risultati ben 114), o
l’iniziativa “Dolomiti di pace” (la manifestazione estiva che ha portato
scrittori, filosofi e intellettuali in alcune fortificazioni, simboli di guerra,
a parlare di pace) o, ancora, il progetto pilota “Grande guerra” tramite il
quale si stanno restaurando diverse fortificazioni. «I trentini hanno capito
l’importanza culturale ed economico-turistica della legge nazionale - precisa il
consigliere provinciale Urzì, autore del disegno di legge -. Da noi, invece, non
si fa nulla, come dimostra la tragicomica vicenda della Società storica. Il
problema è che, se venisse recepita, la legge tutelerebbe qualunque aspetto
riguardante il primo conflitto mondiale: trincee, forti, cippi, steli, cimiteri,
così come toponomastica e odonomastica. E allora si fa presto a capire perché
siano in molti a non volerla». E, in effetti, il disegno di legge crea
imbarazzo, tanto che la referente culturale della Svp, Martha Stocker, dichiara:
«Da noi questa legge non serve, anche perché il poco che c’era da preservare è
già stato preservato. E poi, che io sappia, in Alto Adige non esistono nemmeno
fortificazioni». «Vero niente - fanno sapere dalla Società storica della Grande
guerra - sono molti i manufatti abbandonati o comunque da valorizzare: basti
pensare al forte di Gomagoi ai piedi dell’Ortles, a quello di Mitterberg a Sesto
Pusteria, o a quello di Landro nelle Dolomiti di Sesto. Qui venne girato il film
tratto dal romanzo “Addio alle armi” di Hemingway. Oggi è in totale stato di
abbandono. Noi, comunque, non abbiamo perso le speranze. Ora il disegno di legge
verrà esaminato nelle sessioni invernali del Consiglio provinciale, dove
l’assessore competente dovrà per lo meno spiegare perché non vuole che la legge
venga approvata». - Davide Pasquali
Messaggero Veneto — 07 ottobre 2005 pagina 09 sezione: GORIZIA
Una perla da valorizzare
Ho ricevuto diverse telefonate per quanto ho scritto sul Forte Hensel di
Malborghetto e tra queste mi pare interessante quella del generale a riposo Aldo
Treu, di Tarcento, un friulano ex elicotterista, esperto anche in storia
militare.Egli mi segnala che l’episodio dell’assedio al forte è riportato anche
nell’Enciclopedia militare del 1935, vol. IV pag. 761, nota corredata da una
mappa del forte all’epoca dell’assedio, che mi ha trasmesso e che io a mia volta
vi allego caso mai sia possibile la sua pubblicazione.Ne deduco che ai fini
turistici, il forte, se adeguatamente ripristinato, potrebbe diventare anche la
meta estiva d’istruzione per gli allievi ufficiali dell’Accademia militare di
Modena. Molto interessante ai fini storici quanto scrive Adamo Franz di Tarvisio
(Messaggero Veneto, 29 settembre) per informare che esiste una lettera del
capitano Hensel del 23 agosto 1805, 200 anni fa, scritta in occasione di un suo
viaggio di servizio anche in Ungheria nell’allora Ofen, prima che diventasse
Buda a cui poi fu aggiunto Pest, per essere infine Budapest, la capitale
dell’Ungheria.Erano quindi passati 4 anni dal suo licenziamento dall’Accademia
austriaca del genio e mancavano solo quattro anni alla sua morte a Malborghetto.
Chissà se fosse possibile avere la fotocopia della suddetta lettera? Nello
San Gallo Udine
Messaggero Veneto — 07 ottobre 2005 pagina 13 sezione: PORDENONE
Fort Hensel, tutto fermo
finché resta al Demanio
Sono apparsi di recente sulla stampa diversi articoli sul Fort Hensel, ma ho
avuto anche il piacere di ricevere in copia una nota di un cittadino di Trieste
che ha scritto direttamente al presidente del consiglio – Silvio Berlusconi –
sul perché del mancato trasferimento di questo bene al Comune. Considerato che
il forte ricade all’interno del territorio amministrativo del nostro comune
ritengo opportuno presentare la situazione di fatto e le ipotesi di utilizzo che
erano state valutate in questi anni.Come forse sarà noto il Fort Hensel
appartiene ancora al Demanio militare - ramo guerra. Già dal mio predecessore
era stata avanzata una richiesta di trasferimento al patrimonio comunale, ma a
tutt’oggi non abbiamo avuto ancora alcuna risposta.Sia la precedente
amministrazione, sia l’attuale sono interessate ad avere il forte non tanto per
incrementare il patrimonio immobiliare comunale, ma per riuscire a veicolare il
bene a favore di un potenziale suo utilizzo e sviluppo
turistico-culturale-storico. Una prima ipotesi prevedeva la semplice messa in
sicurezza, l’illuminazione, la pulizia dai rovi e la realizzazione di un
percorso didattico con opportune tabelle in modo da ricordare la storia del
forte e di conseguenza quella della valle. Detto intervento non avrebbe
richiesto un forte intervento finanziario – circa 300.000 euro – ma avrebbe
consentito la fruibilità dello stesso e della zona.Una seconda ipotesi, molto
più onerosa, prevedeva la messa in sicurezza e, quindi, oltre a tutto il resto,
anche la realizzazione di un centro visite ai piedi dello stesso ed
eventualmente anche un punto di ristoro e panoramico verso la Val Canale.Fino a
ora però, dato che non è nostro, non abbiamo potuto fare niente e tanto meno
abbiamo potuto coinvolgere eventualmente anche investitori privati che secondo
noi sarebbero interessati a uno sviluppo turistico. Speriamo che tutte le
sollecitazioni esternate in questi ultimi tempi facciano accelerare il processo
di passaggio dei beni dallo Stato alla Regione Friuli Venezia Giulia e quindi al
Comune o ad altro ente che sia in grado di sviluppare nuove iniziative e non
vincolare un’altra parte del nostro territorio.Alessandro
OmansindacoMalborghetto-Valbruna
Messaggero Veneto — 26 settembre 2005 pagina 14 sezione: PORDENONE
Recuperare il forte
Hensel per il turismo tarvisiano
Se può far piacere a R.Z., di Tarvisio, che si domanda (“Messaggero Veneto,
Posta dei lettori, 9 settembre 2005): «Perché non aprire il Fort Hensel al
pubblico?», lo informo che questo risultato se lo erano proposto anni fa,
purtroppo senza riuscirci, il sindaco di allora Florit, se ricordo bene il
cognome, lo storico locale di Malborghetto, maestro Domenig, e anche il parroco
di allora, depositario del libro storico della parrocchia Malborghetto-Valbruna,
il dottor Corrado Zucchiatti, preside anche della scuola media di Tarvisio.Avevo
scritto, dopo un incontro con queste personalità del luogo e su loro invito, che
Malborghetto, che era stata in passato sotto Bamberga l’importante sede del
Marksrichter l’amministratore della giustizia per tutto il territorio (mentre
Tarvisio, contemporaneamente, era stata la sede del Waldmeister,
l’amministratore della foresta, l’altra figura amministrativa chiave del governo
locale, di cui si conservavano, come avevo potuto constatare, i protocolli
giudiziari) ben meritava di essere inserita in uno degli itinerari turistici
della Valcanale, che era allora nei piani degli operatori, di cui doveva far
parte la visita al forte che, perciò, doveva essere preventivamente sistemato e
adeguato con un percorso attraverso i diversi livelli delle sue fortificazioni
di cui esistevano solo le rovine.Ai piedi della rupe dal curioso nome di Cialava
o Cialavai, o Tschlawa, dove anticamente, secondo i resoconti, veniva eseguita
la sentenza dei condannati alla pena capitale, c’era anche ben visibile dalla
strada il bel monumento eretto dall’Austria, un lastrone piramidale e un leone,
con il quale l’imperatore Ferdinando I onorava gli eroici caduti nella difesa
del forte. Nel maggio del 1809, infatti, il forte austriaco era stato teatro di
un furioso assalto dei francesi di Napoleone diretti verso Vienna.Coglievo
l’occasione di dire che nelle immediate vicinanze, uno del posto, Zanardi mi
pare si chiamasse, aveva già dato vita e avviata una promettente attività
economica: uno dei primi allevatori di trote di tutta la zona che si avvaleva
anche della presenza di un caratteristico ristorante di proprietà dello stesso
Zanardi dove le trote venivano servite appena pescate. Una curiosità del luogo
era senz’altro anche una palla di cannone sparata, come si leggeva
sull’iscrizione, il 17 maggio 1809, dalle batterie del forte e immurata, poi, a
ricordo, sopra la porta del civico 71. I De Paola nella cui casa la palla era
caduta da allora erano conosciuti come i “dalla palla”.I forti costruiti in
Valcanale per impedire l’accesso in Austria erano due: uno a Malborghetto,
l’altro al Passo del Predil. Troviamo un resoconto dettagliato sui combattimenti
che li riguardano nel libro “Malborghetto, Tarvisio, Predil” (Wien c.w. Stern
1909) del capitano austriaco Alois Velfzè. Friedrich Hensel, a cui è intitolato
quello di Malborghetto, era un ufficiale del Corpo austriaco degli ingegneri,
licenziato dall’omonima prestigiosa Accademia nel 1801. Era stato il progettista
della fortificazione e in seguito, solo poco tempo prima che il forte fosse
espugnato dai francesi, era stato nominato comandante con il grado di capitano.
Morì a soli 28 anni, il 17 maggio 1809. Si racconta che venne trafitto dalla
baionetta di un soldato francese mentre, chino sulla mappa delle fortificazioni,
studiava il modo come opporre un’ultima disperata resistenza. Quel tavolo,
intriso del suo sangue, secondo gli abitanti del posto, era conservato a
Malborghetto prima della venuta dell’Italia.Solo a poche ore di distanza
dall’espugnazione del forte di Malborghetto si era concluso anche il destino di
quello del Passo del Predil, comandato dal capitano del genio Johann Hermann von
Hermannsdorf, alla cui memoria è stato eretto sul Passo un analogo monumento.
Per raggiungere questo forte e sorprendere la sua guarigione i francesi, dopo
aver percorsa la Val Raccolana, si erano aperti, lavorando l’intera notte, nella
viva roccia dello sbarramento roccioso che divide la valle dalla sovrastante
Sella Nevea, un’improvvisata scalinata, che anch’io, guidato da uno del posto,
ho potuto vedere. Del resto per chi interessa questa storia bisogna anche
aggiungere che a Malborghetto, in passato, non veniva negata un’importanza
commerciale soprattutto per la ricchezza dei legnami, il cui sfruttamento era
agevolato dal corso della Fella idoneo alla fluitazione. Ma non mancavano
neppure le industrie e le fucine. Dagli antichi documenti: contratti di
compravendita, obbligazioni, risulta che sul posto erano presenti oltre che
commercianti anche industriali, molti dei quali di origine italiana e veneziana.
Questi personaggi hanno lasciato una loro traccia nella preziosità
architettonica che hanno dato alle loro case, segno delle loro floride
condizioni economiche. Sono, infatti, di una squisita esecuzione artistica gli
stemmi di casato e di nobiltà dei portali e delle pietre funerarie. C’era
addirittura una pregiata bottega di argenterie che produceva di preferenza
cucchiai molto ambiti dal patriziato austriaco e veneziano.Tra le famiglie di
rango di quel ricco e operoso periodo, appartamenti a questa aristocrazia
industriale, si deve menzionare Volfango Paul I di Nagerschigg, il cui nipote
Giorgio fece edificare nel 1610 il nominato Palazzo veneziano, ancor oggi il più
importante edificio del posto. Però, come si legge, fu un Bartolomeo
Canal-Ehrenberg, capostipite della linea Canal, presidente a Malborghetto fino
al 1876, che avrebbe dato anche il nome all’intera valle, a valorizzarlo
pubblicamente come il simbolo di una destinazione gentilizia che si rifaceva
allo stile e all’architettura veneziana.Nello San GalloUdine
Messaggero Veneto — 09 settembre 2005 pagina 16
sezione: PORDENONE
Fort Hensel aperto al
pubblico
Perché non aprire il Fort Hensel al pubblico? Perché non risistemarlo,
ripulirlo, riordinarlo?Mi sono sempre chiesta, percorrendo la statale e
arrivando a Malborghetto, come mai non si tenti di dare una sistemata a questa
bellissima e valorosa struttura che sovrasta la strada e che oramai è ricoperta
quasi totalmente dalla vegetazione. Il Fort Hensel rappresenta per la nostra
zona un reperto storico importantissimo; meriterebbe di essere valorizzato; è
posto in un punto davvero “strategico”, di passaggio, molta gente si fermerebbe
a visitarlo; il posto per il parcheggio ci sarebbe, un’area dove predisporre una
biglietteria ci sarebbe; occorre solo dare una sistemata al tutto; creare un
percorso di visita, con delle guide che illustrino la storia del Forte ai
visitatori, così anche persone volonterose riuscirebbero a trovare un lavoro
attorno a tutto il sistema gestionale che si creerebbe intorno al Forte.La mia
non vuole essere una critica, ma solo una domanda e credendo di non essere
l’unica persona a essersi posta questa domanda, spero che qualcuno possa
rispondere anche pubblicamente per soddisfare questa mia curiosità.R.Z.Tarvisio
Grande furto al museo di forte Belvedere – Werk Gschwent a Lavarone
I reperti della Grande Guerra come opere d’arte? Si direbbe di sì dato il furto perpetrato da ignoti delinquenti a spese delle collezioni del forte Belvedere – Gschwent sull’altopiano di Lavarone. I ladri, penetrati nottetempo nell’edificio grazie anche ad un sistema di allarme non adeguato come giustamente evidenziato dalla stampa, hanno rotto svariate vetrine asportandone il contenuto. Molto del materiale rubato è di grande rarità a livello collezionistico-museale ma proprio per questo non facilmente commerciabile; l’episodio quindi fa pensare ad un vero e proprio furto su commissione. E’ la prima volta che un fatto del genere accade su così vasta scala nel campo dei musei della Grande Guerra ed è un primo campanello d’allarme per tanti altri piccoli o grandi musei sparsi sull’arco alpino così come pure peri non pochi collezionisti che hanno in casa una raccolta od un museo privato. E’ un fatto grave; chiunque frequenti mercatini o fiere di militaria è certamente
consapevole dei livelli eccessivi cui sono arrivate le quotazioni dei pezzi da collezione. Un esempio: se un elmetto austriaco (M 17) in condizioni di nuovo si poteva acquistare per circa un milione di lire fino a qualche anno fa, oggi – trovandolo!- per lo stesso oggetto vengono chieste cifre che superano i mille euro. Una vetrina come quella che a Lavarone conteneva i reperti dellaGuerra Bianca aveva un valore non quantificabile in quanto composta da svariati oggetti che messi a quel modo tutti assieme costituivano un unicum nel loro genere. Quindi vale la somma: valore dei singoli pezzi + valore della collezione. Chi è il o i ladri? Uno o più collezionisti malati e disonesti? Commercianti ricettatori? Chiunque sia con questo gesto ha apportato un danno gravissimo alla collettività degli appassionati, all’immagine del collezionista e del commerciante di militaria ed infine – ma non ultimo – al Comune di Lavarone che, con entusiasmo coraggio e grandi spese aveva saputo lavorare in maniera intelligente per creare questo ormai irripetibile museo. Appena avremo un elenco degli oggetti rubati lo metteremo in rete almeno per i pezzi più importanti, rari e quindi facilmente riconoscibili. Se infatti una Lakos è uguale ad un’altra, così non si può dire per pezzi quali il soprabito impermeabile d’alpino o altri simili capi che lo scrivente conosce molto bene avendoli maneggiati con cura ed attenzione ai tempi della loro acquisizione per le collezioni del forte Belvedere – Werk Gschwent al fine di catalogarli, restaurarli ed esporli all’interno della mostra.
Roberto Todero
restauratore delle collezioni del forte consulente tecnico per l’allestimentola Nuova di Venezia — 27 agosto 2005 pagina 20 sezione: NAZIONALE
Allarme amianto al forte Mezzacapo del Tarù
ZELARINO. Millesettecento metri quadrati di coperture in amianto. Davvero
troppi. Eppure, da un primo sopralluogo dei tecnici di Vesta all’interno del
forte Mezzacapo, ex struttura militare di Santa Lucia Tarù, è proprio quello il
quantitativo di materiale usato per costruire i tetti delle fabbricazioni
interne. Materiale che verrà analizzato in questi giorni, ma sulla cui natura in
pochi nutrono dubbi: si tratta di eternit. Ne è certo Vittorino Darisi,
presidente dell’associazione «dalla guerra alla pace», che dovrebbe prendere in
gestione il terreno. «In quel forte c’è amianto e in quantità notevole. Fosse
per me, lo farei chiudere immediatamente, recitandolo, e apporrei al suo esterno
un cartello che indica una situazione di pericolo». Nei prossimi giorni Vesta
andrà a fondo su una faccenda che si può rivelare dannosa anche per chi abita
nei dintorni della struttura. Le coperture, infatti, abbandonate a loro stesse,
lasciano cadere scaglie e polvere: queste possono essere trasportate dal vento
nelle aree che circondano la proprietà militare. «Mezzacapo ha bisogno di una
bonifica con i fiocchi - commenta ancora Darisi -. Bisogna eliminare almeno
mezzo metro di terra, visto che, in questi anni, dai tetti sono cadute molte
scorie. Un lavoro per il quale, a prima vista, serviranno circa 250 mila euro».
Proprio a causa della presenza di millesettecento metri quadri di materiale
composto (quasi certamente) da amianto all’interno del forte, Ivo Chinellato,
delegato della municipalità, è tornato a polemizzare con l’Esercito per le bombe
fatte brillare al suo interno qualche settimana fa. «Abbiamo scoperto che gli
ordigni fatti saltare a Mezzacapo senza avvertire nessuno, non provenivano da
forte Gazzera, ma da altri forti di Mestre, come forte Rossariol. - racconta
Chinellato -. Il guaio è che gli scoppi danneggiano ancora di più le coperture:
se queste sono davvero in amianto, come si teme, allora un gesto così inconsulto
può rivelarsi molto pericoloso». Insomma: fra qualche giorno si potrà finalmente
capire a quali operazioni sarà sottoposta la struttura di santa Lucia Tarù. Una
struttura che doveva divenire già da tempo patrimonio dei cittadini del Comune.
Al suo interno, infatti, l’intenzione era quella di incentivare, anzitutto, la
cultura biologica, progetto finanziato da fondi europei; ma l’idea portata
avanti dall’associazione «dalla guerra alla pace» era anche quella di creare un
polo ludico-culturale, un luogo di aggregazione, di incontro e di dibattito. Per
forte Mezzacapo, l’amministrazione comunale, a ottobre 2003, aveva firmato un
contratto nel quale si affermava che l’antica polveriera abbandonata sarebbe
passata in mano a Ca’ Farsetti entro e non oltre sei mesi. L’impegno era stato
confermato dall’anticipo sborsato sul costo totale: il 5% di 2 milioni, ovvero
circa 100 mila euro.
Alto Adige — 26 agosto 2005 pagina 39 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
Memorie dal fronte, una riscoperta
Sono ben 114 i forti costruiti dall’Impero austro-ungarico in Trentino tra la
seconda metà dell’800 e la Prima guerra mondiale quando, all’entrata nel
conflitto dell’Italia nel 1915, il territorio provinciale divenne linea del
fronte meridionale. Senza contare camminamenti, trincee, postazioni e reperti
vari. Un patrimonio considerevole, quasi tutto di proprietà pubblica, in gran
parte da valorizzare. Qualche intervento è stato fatto nel corso degli anni, il
più rilevante a forte Belvedere a Lavarone, poi al Cherle e al Sommo Alto di
Folgaria, a Luserna si sta lavorando come nelle Giudicarie ai forti Corno e
Larino. Ma, perlopiù, si tratta di strutture poco accessibili e prive di
manutenzione. Un esempio dell’imponenza delle fortificazioni si è avuta
quest’estate nel corso di “Dolomiti di pace”, l’iniziativa che ha portato
scrittori, filosofi, intellettuali in alcuni forti, simboli di guerra, per
parlare di pace. Già da qualche anno, la Provincia ha impostato, insieme al
Museo della guerra di Rovereto, ma anche con il contributo di quello di Trento,
il progetto pilota “Grande guerra”. Si tratta, come prima fase, di recuperare e
restituire a tutti 5 forti che hanno una particolare importanza storica ed
architettonica. E’ un disegno coordinato e seguito dall’ufficio beni monumentali
e architettonici, basato sullo studio dell’architetto Francesco Collotti
dell’Università di Firenze e per il quale sono stati stanziati, per adesso, 4
milioni 175 mila euro. “C’è una richiesta sempre più forte da parte di Comuni,
associazioni, gruppi di studio e appassionati - dicono Sergio Flaim,
soprintendente ai beni architettonici e Michela Favero, che si occupa del
progetto - di interventi per recuperare e valorizzare le memorie della Grande
Guerra superando la logica dell’esaltazione nazionalistica e arrivando alla
memoria come bene culturale”. Fulcro dell’operazione è il forte di Cadine, al
Bus de Vela. Una struttura complessa e articolata, realizzata tra il 1860 e il
1862 a difesa della città di Trento. I lavori - 1 milione 150 mila euro il costo
preventivato - dovrebbero iniziare entro l’anno. L’inaugurazione è prevista nel
2008, in ritardo di tre anni rispetto a quanto scritto nella pubblicazione “Beni
culturali 2003” che segnala il 2005 come termine. Qui verrà realizzato un vero e
proprio centro di documentazione e informazione riguardante tutto il sistema
delle fortificazioni che insistono sul territorio provinciale. Nei Comuni di
Trambileno e Vallarsa si trova forte Pozzacchio, ideale porta d’accesso al
massiccio del Pasubio, parco della memoria per eccellenza. E’ una fortezza
sotterranea che sarà resa agibile e messa in sicurezza. Il costo previsto è di
813 mila euro. Per ora siamo al progetto preliminare. La fine delle operazioni è
fissata per il 2009. Più vicino nel tempo, nel 2007, il recupero del Dossaccio,
nel Comune di Predazzo, a 1838 metri di quota nel parco Paneveggio Pale di San
Martino da dove si gode uno splendido panorama sulla catena del Lagorai. Per il
primo lotto di interventi sono stati stanziati 612 mila euro. Si lavorerà sulla
conservazione dell’esistente, anche dei ruderi. Perché ciò che rimane di queste
fortificazioni è spesso il risultato delle spoliazioni che nel dopoguerra
subirono ad opera delle popolazioni locali con l’opera dei recuperanti, resi
celebri da uno splendido film di Ermanno Olmi. Acciaio, ferro, legno,
suppellettili facevano comodo, vista la penuria di cibo e l’estrema povertà.
“Anche questi aspetti - affermano Flaim e Favero - fanno parte del recupero
della memoria e della storia del territorio”. Forte Dossaccio è destinato a
diventare lo scenario di rappresentazioni teatrali legate alla sua storia e al
paesaggio alpino. Più problemi, invece, comporterà la sistemazione del forte di
San Rocco alle porte di Trento. L’area dell’ex polveriera è infatti occupata da
un allevamento di asini e cavalli. Si dovrà quindi risolvere questo problema
prima di mettere mano al progetto, “non attuato”, come scrivono le carte. San
Biagio, sul colle delle Benne a Levico, è l’ultimo intervento. Si arriverà al
2009 per la fine dei lavori per i quali sono stati stanziati 1 milione 600 mila
euro. In questo caso, verranno ospitati allestimenti legati alla vita nel forte,
le tecniche di difesa, l’evoluzione delle regole delle fortificazioni
austriache. “Oltre a questo progetto pilota - afferma Sergio Flaim - stiamo
preparando lo studio per un sentiero della memoria sull’Adamello-Presanella,
teatro della guerra bianca, e un progetto per la tagliata del Ponale, chilometri
e chilometri di gallerie ma anche un’azione di coordinamento scientifico per gli
interventi sugli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna”. - Paolo Piffer
il Corriere delle Alpi — 25 agosto 2005 pagina 28 sezione: PROVINCIA
Nebbiù, volontari al lavoro per la pulizia
di San Dionisio
NEBBIU’. Volontari al lavoro per la manutenzione e la pulizia di San Dionisio.
In questa occasione, l’operazione di pulizia non ha riguardato solo l’antica
chiesetta, ma tutta la sommità del monte, a quota tra 1930 e 1960 metri. In
questa parte della montagna, oltre alla chiesetta dedicata al Santo protettore
di Nebbiù e della vallata, all’inizio del secolo scorso l’esercito italiano ha
realizzato alcune postazioni che sono entrate a far parte delle fortificazioni
comprendenti i forti molto più consistenti ed agguerriti del cosiddetto “Ridotto
Cadore”. Di queste postazioni, tra l’altro mai utilizzate a fini militari, oggi
rimangono solamente alcune trincee, conservate come memoria storica. Inoltre,
sulla quota più elevata del monte, è stata eretta una croce che segnala la
vetta. Nel corso degli anni quella che era una radura si è riempita di cespugli,
e sotto a questi cespugli sono stati gettati anche dei rifiuti. Il lavoro che in
queste settimane d’agosto è stato eseguito dai volontari che curano anche la
manutenzione della chiesetta, ha riguardato essenzialmente la pulizia della zona
dai cespugli e dalle erbacce. Ora il luogo si presenta molto ordinato e pulito.
Un recupero storico-ambientale considerato necessario. Come conseguenza, la
croce è nuovamente visibile anche da chi osserva San Dionisio dal fondovalle. Lo
stesso si può dire per quanto riguarda le trincee che sono state riportate alla
situazione iniziale, con l’unica variante che allora non erano ricoperte d’erba.
Favorevoli i commenti anche da parte dei numerosi turisti che salendo dal
rifugio Costapiana transitano per San Dionisio per poi raggiungere il rifugio
Antelao. (v.d.)
da Il Gazzettino di martedì, 23 Agosto 2005
Fortino, il "no" dell'Ana al bunker Gli alpini di Tarcento contestano la seconda parte del piano di recupero del "loro" simbolo
Tarcento Nuova polemica per il restauro e l'adattamento a nuovo uso del fortino del Bernadia. A far sentire la loro voce questa volta sono le penne nere di Tarcento, un gruppo composto da dodici sezioni che della vecchia fortificazione militare, su in cima alla montagna, ha fatto il suo simbolo. Insieme al monumento-faro, che sorge lì accanto, l'edificio storico fa da teatro ogni anno al raduno Ana, nei primi giorni di settembre. Nell'annunciare l'anticipazione dell'evento al 28 agosto, il capogruppo Italo Rovere non fa mistero del malumore diffuso tra i soci riguardo il progetto di ripristino del forte. Le sue parole sono di amarezza: «Tutti noi siamo d'accordo per il recupero della struttura previsto dal primo lotto dei lavori - dice - Da tempo era necessario mettere in sicurezza il sito, simbolo importante per tutta la comunità. Quel che ci lascia senza parole è il progetto di trasformazione previsto dalla seconda tranche, con creazione di bunker sotterranei e servizi igienici interrati. Non sappiamo ancora con cosa abbiamo a che fare. Più volte abbiamo chiesti chiarimenti all'amministrazione comunale, anche tramite lettera. Desideravamo conoscere in dettaglio i contenuti del progetto. Siamo ancora in attesa di risposta, come la maggior parte della popolazione. Quel che ci addolora forse, in realtà, è proprio questo: la carenza totale di informazione. Parlo a nome di tutti i soci dei gruppi Ana tarcentini. Non nascondo poi che questo pensiero è condiviso da molti residenti del paese».
Ana e Comitato monumento-faro, coordinato quest'ultimo da Luciano Trusgnach, curano da anni la manutenzione dello slargo sul Bernadia. Ogni qualvolta si rende necessario un intervento di miglioria, salgono sulla montagna armati di decespugliatori, rastrelli e pale, così da rendere accogliente e dignitoso un luogo che ricorda, per tutto il Friuli, i caduti di tutte le guerre. Il loro impegno si estende anche alla luce del faro. Il meccanismo, che alterna il tricolore, visibile anche di notte, è stato riparato, negli ultimi dodici mesi, già quattro volte. Il gruppo infine, un sodalizio che raccoglie dodici sottosezioni locali, tra cui Collalto, Coja e Ciseriis, opera per mantenere costantemente in funzione l'annessa area festeggiamenti.
Messaggero Veneto — 22 agosto 2005 pagina 10 sezione: PORDENONE
Le guerre nel Tarvisiano
da Napoleone al 1945
Con l’inizio della stagione estiva il Tarvisiano ha posto a disposizione degli
ospiti una struttura di grande valenza per la conoscenza del territorio. È il
Museo storico militare di Cave del Predil, alestito dal generale degli alpini
Bruno La Bruna, presidente del Gruppo storico tarvisiano, nel ristrutturato
edificio dell’ex scuola elementare messo a disposizione dall’amministrazione
comunale e aperto ufficialmente dai primi giorni di giugno.C’è voluto un grande
lavoro di ricerca e di raccolta cui ha dato il suo apporto anche il direttore
Silvio Trangoni per creare un punto di riferimento importante ai fini della
conservazione delle documentazioni che ora avvantaggia i visitatori che hanno
modo di approfondire la conoscenza di un’area caratterizzata dalla presenza del
valico più accesibile dell’arco alpino, che fa da spartiacque fra i bacini del
Mediterraneo e del Mar Nero e che, quindi, ha sempre rivestito grande rilievo
strategico fin dall’epoca dell’impero romano.Di recente il museo è stato
visitato dagli ufficiali dei carabinieri della regione guidati, dal comandante
generale di brigata Silvio Ghiselli, ma la struttura ha suscitato interesse
anche negli studiosi austriaci e sloveni ed è visitata dai tuististi ospiti. La
visita comincia dalla sala del sito o dei plastici dove si prende contatto con
la realtà geo-topografica del territorio e la collocazione dei manufatti
militari del percorso esterno. La situazione ambientale viene poi focalizzata
nella sala del comprensorio di Raibl dove, foto, disegni e mappe, permettono di
conoscere la realtà sociale ed urbanistica di Cave del Predil. Quindi,
l’itinerario invita alla visita della sala delle guerre austro-napoleoniche, con
ragguagli importanti sottolineati da mappe e piantine, ma anche da oggetti
storici, armi, uniformi e araldica, sulle campagne napoleoniche nell’alto Friuli
(da 1797 al 1814), Valcanale, alto Isonzo e Carinzia. Due ampie sale “raccotano”
le guerre mondiali. Nella prima si evidenzia il periodo dal 1914 al 1917 che ha
interessato la zona di guerra compresa fra l’alto Isonzo e l’Alta Carnia
includendo la val Raccolana e la val Fella (in visione reperti, armi ed
uniformi, nonchè foto e mappe inerenti le battaglie del Monte Nero, monte Rombon,
Due Pizzi e Jof di Miezegnot). Vi sono anche gli albi d’onore dei caduti di
entrambi i fronti e completano l’esposizione le note sulle operazioni del
novembre 1918, del dopo Vittorio Veneto.Da lì si passa alla sala dedicata alla
seconda guerra mondiale dove si tratta il periodo del trapasso dei poteri dalla
monarchia asburgica a quella italiana, dell’avvento e presenza fascista nel
tarvisiano, della conseguente situazione geo - etnico - politica delle opzioni e
della mobilitazione di guerra sino all’occupazione alleata del 1945. Qui si
evidenziano anche i tragici accadimenti che il 9 settembre del 1943 videro
protagonisti i militi della Gaf che, alla Caserma Italia di Tarvisio si opposero
alla resa alle truppe naziste e il brutale assassinio dei dodici carabinieri di
servizio alla centrale elettrico di Bretto di cui furono artefici i partigiani
titini. Una ricca biblioteca-emeroteca (a ricordo di Carlo Melzi) mette a
disposizione dei visitatori anche testi legislativi riguardanti la giurisdizione
asburgica e quella italiana.Inoltre, il museo è pure dotato di sala
polifunzionale per proiezioni e conferenze. Per di più il percorso museale può
essere ampliato con la visita esterna alle opere militari come la Batteria di
Sella Predil, Forte del lago e Vallo Littorio, che offrono un quadro aggiuntivo
sui modelli di difesa in zona di montagna. Apertura: nei giorni feriali dalle 10
alle 12 e dalle 15 alle 18 e nei festivi dalle 10 alle 12.Giancarlo Martina
la Nuova di Venezia — 20 agosto 2005 pagina 20 sezione: NAZIONALE
Esplosioni al forte,
residenti impauriti
ZELARINO. La chiamano «bella sberla» ma l’effetto è stato ben differente da
quello provocato da un ceffone. Nei giorni scorsi, nel tratto di via Scaramuzza
che si trova a ridosso di forte Mezzacapo sono state fatte brillare le bombe
d’aereo e gli altri materiali esplosivi trovati durante la bonifica di forte
Gazzera. Una pratica normale, con una piccola variante: nessuno è stato avvisato
delle esplosioni. Esplosioni controllate ovviamente, ma sempre in grado di
causare un bello spavento. Ne sanno qualcosa gli abitanti delle casette con
vista sulla struttura di proprietà del Demanio militare, sorta nel 1909 per
completare il campo trincerato di Mestre. Molti abitanti sono proprio
arrabbiati. Le versioni coincidono tutte: mese fa circa, all’una, si è sentita
una forte esplosione e scoppi del genere si sono ripetuti nei giorni successivi.
Senza, ovviamente, che qualcuno sentisse il bisogno di segnalare l’operazione in
corso. «Era circa l’una, abbiamo sentito un gran botto - racconta Delfina
Gubbati - mio marito stava riposando, si è svegliato di colpo. Paura? Un po’,
piuttosto non capiamo perché non abbiano avvertito». L’esplosione si è sentita
anche pochi metri più avanti, alla «Trattoria da Marton»: il locale era chiuso
per ferie, in casa però c’era Simone Antonello, che lavora nella trattoria di
famiglia. «Una cosa incredibile - racconta, - abbiamo sentito un terribile
botto, abbiamo visto i muri tremare. Avvisi? Niente di niente, c’erano i
carabinieri e un’ambulanza ma nessuno è venuto a parlare con gli abitanti». «Mi
sembrava di essere tornato indietro nel tempo - dice Aldo Cazzador - quando
avevo dieci anni e c’era la guerra e le bombe le sganciavano gli aerei.
Spaventato? Certamente, all’improvviso abbiamo sentito questo boato e i muri
hanno cominciato a tremare, non ho ancora controllato ma dev’essersi spostata
anche qualche tegola del tetto. Ho chiamato subito i carabinieri per avvisarli.
Capirete, la mia casa ha più di cento anni, non voglio che mi crolli addosso».
il Corriere delle Alpi — 23 luglio 2005 pagina 20 sezione: ALTRE
In cima al monte Rite c'è
il museo più alto d Europa, è stato ideato da Messner, re degli 8.000
E’ il museo più alto d’Europa e, dalla cima del monte Rite, permette di volgere
lo sguardo a 360 gradi, verso alcune delle vette più belle della provincia:
Moiazza, Civetta, Marmolada, Pelmo, Tofane, Sorapis, Antelao, Marmarole, Tudaio.
L’idea del Museo nelle nuvole nasce nel 1997. Il suo fondatore è il «re degli
8.000», Reinhold Messner, che ne ha curato l’allestimento dell’esposizione. Dopo
i lavori di recupero del fortino, una complessa struttura della Grande Guerra,
il Museo è stato inaugurato il 29 giugno del 2002, nell’Anno internazionale
delle montagne. Al suo interno ospita numerose testimonianze, italiane e
straniere, dell’arte, della cultura, della tradizione, legate in corda doppia
alla montagna. Nella galleria e nelle numerose stanzette ricavate ai suoi
fianchi sono ospitati quadri, fotografie, disegni, ma anche oggetti di alpinismo
e riconducibili alla vita in alta quota. Accanto al Museo, c’è posto per la sala
multimediale, per il ristorante e l’ostello per la gioventù. Dal Museo parte un
sentiero tabellato che ripercorre anche le vecchie vie scavate nella roccia.
Quest’estate saranno ospitati una serie di eventi legati alla manifestazione
«Oltre le nuvole», dedicata alle pratiche di volo senza motore, ovvero aliante,
parapendio e deltaplano. Una saletta, inoltre, conterrà le leggende delle
Dolomiti, nelle parole di Anita Pichler, autrice di «Leggende di Fanis», e nei
loro interpretazioni ad opera degli artisti Marcus Vallazza, incisore, e
Sammlung Infeld, pittore. Il Museo è aperto, fino al 14 settembre, dalle 10 alle
18.
Messaggero Veneto — 23 luglio 2005 pagina 14 sezione: PORDENONE
Un sentiero storico tra
le fortificazioni militari di Italia e Austria
PALUZZA. Il passo di Monte Croce Carnico è già di per se un museo a cielo
aperto, tante sono le testimonianze della Grande Guerra. Vediamo gli
insediamenti più importanti che si trovano in zona, come indicano molto bene le
mappe del Cai. Dopo il passo si incontra subito una serie di postazioni in
caverna dove è possibile osservare i resti di quella che doveva essere la linea
elettrica. Si sale a svolte abbastanza ripide in una faggeta rocciosa. Il
sentiero storico ci conduce quindi a visitare il complesso di opere militari
austriache che sorgeva lungo il versante occidentale del Pal Piccolo fino alla
grande trincea situata sulla sommità del Naso delle mitragliatrici. C’è la
possibilità di visitare baraccamenti difensivi, camminamenti in trincea e
postazioni di mitragliatrici con le feritoie protette dagli originali scudi
metallici, una postazione lancia torpedini ed infine il caposaldo difensivo
sulla sommità, il tutto corredato da cartelli bilingue. Il percorso poi si
sviluppa all'interno di una umida e rada boscaglia. Prima di proseguire verso la
vetta è possibile compiere una breve deviazione per visitare alcune postazioni
discoste dal percorso principale e raggiungibili tramite una cengia attrezzata
ed esposta che richiede maggiore attenzione (ala destra austro-ungarica).Dalla
cima del Pal Piccolo (m 1866, croce) si apre un ampio panorama sul tormentato
pianoro sommitale disseminato di resti di opere belliche e sulla vicina Creta di
Collinetta. Dalla vetta si percorre l’intricato sistema di fortificazioni
austriache passando al di sotto di una cupola blindata che fungeva da
osservatorio sulle vicinissime linee italiane. Dopo aver attraversato la
cosiddetta “terra di nessuno” si perviene al Trincerone italiano, una linea
difensiva particolarmente fortificata che distava solo poche decine di metri
dall’avamposto nemico. Successivamente da una mulattiera che scende a regolari
tornanti tra muretti a secco ancora ben conservati si attraversata un'ultima
piccola macchia boschiva che chiude l'anello ricongiungendosi al punto di
partenza.
Alto Adige — 13 luglio 2005 pagina
37 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI
Dentro il forte per interrogarsi sulla pace
Il Busa Verle guarda dal basso verso l’alto forte Verena che troneggia oltre i
2000 metri, dall’altra parte del vecchio confine tra Trentino e Veneto, tra la
monarchia asburgica e il Regno d’Italia. Dalla Vezzena - a poco più di 1500
metri di quota - fino alle vette dell’altopiano di Asiago, è giusto un tiro di
cannone. Durante la Prima guerra mondiale, partirono dal Busa Verle oltre 20.000
proiettili diretti ai forti italiani. Da una parte, quella austriaca, una massa
di fortificazioni compatte, ricche di calcestruzzo, postazioni esterne, campi
trincerati e reticolati: Doss del Sommo, Sommo Alto, Cherle, Belvedere, Luserna,
Busa Verle, Pizzo Vezzena. Dall’altra, quella del Regio esercito, fortezze fatte
al risparmio e ormai vecchie ancora prima di essere finite, incapaci di
resistere alle granate da 305 millimetri: Verena, Campolongo, Campomolon, Lisser,
Interrotto, Corbin, Casa Ratti. Si spararono addosso per poco tempo, ma
furiosamente. Nonostante le differenze, da entrambe le parti i danni furono
enormi. Il primo a cannoneggiare fu il Verena, il “dominatore degli altipiani”
alle 3.55 del 24 maggio 1915. Poi, assalti degli italiani e guerra di posizione
fino alla sfondamento, nel 1916, della Strafexspedition e lo spostamento del
fronte fino all’Ortigara ma anche al Pasubio e al Grappa. A Forte Busa Verle,
sull’altopiano della Vezzena, uno dei luoghi simbolo della guerra dei forti,
oggi alle 14 é in programma il nuovo incontro di “Dolomiti di pace”, il ciclo
promosso da Trentino spa in collaborazione con la fondazione Opera campana dei
caduti, il Forum trentino per la pace e l’Azienda per il turismo Valsugana
vacanze. Salirà alla fortezza il filosofo Giulio Giorello, milanese, titolare
della cattedra di filosofia della scienza all’Università degli studi di Milano.
Non un filosofo dell’accademia ma uno studioso, allievo di Ludovico Geymonat,
che si “sporca le mani” con le contraddizioni della modernità, anzi, della
contemporaneità, dalla guerra alle cellule staminali, dalla pace al relativismo.
Insieme a lui, a moderare, Paolo Catella, condirettore del nostro giornale
Trentino. Prima, suoneranno i Radiodervish, gruppo italo-libanese costituitosi
nel 1997 la cui musica affonda le radici sia nella tradizione araba che in
quella occidentale. Parlare proprio qui di pace, ma non solo, in mezzo ai
crateri delle granate ricoperti di rododendri e muschio, mette in luce, ce ne
fosse bisogno, l’assurdità di ogni conflitto, passato, presente e futuro, pone
dubbi e domande sulla follia del genere umano, ma pure sulla sua capacità di
rigenerarsi, da sempre. Sulle creste di confine si fronteggiarono, una in faccia
all’altra, due catene di “mostri” immobili, impiantati per terra, e sottoterra,
indifesi perché fatti per stare fermi, agnelli sacrificali. Aspettavano di
essere colpiti. Cercavano di ferire e distruggere. Accorciavano e allungavano il
tiro, prendevano la mira, prima di poter essere mirati. Un “gioco” al massacro,
una roulette all’ultima granata, verso la follia, alla mercé di un fato baro.
Dentro Busa Verle si fermarono anche il regista altoatesino Luis Trenker e lo
scrittore Fritz Weber. L’austriaco, nel suo “Tappe della disfatta”, così
descrive quell’infermo dantesco: “Il tenente Gimpelman, dai bottoni sempre
lucidi e dalla punizione facile, al primo colpo si rifugia al piano più basso e
chiamato il suo sottoposto medico si fa rilasciare un certificato di
prostrazione nervosa e fisica fino a scomparire dal forte per servizi sedentari.
L’aria umida e calda ostacola il respiro. Le bare di zinco accatastate per tempo
sono ormai tutte utilizzate dai morti, bisogna seppellire fuori i nuovi... Siamo
sordi, ci riesce anche difficile sentire di nuovo i colpi in arrivo. Il
pagliericcio su cui dormo è imbrattato del sangue dei feriti che ha accolto”.
Dal vicino forte Luserna sventola bandiera bianca e l’“amico” Belvedere - quello
che aveva come motto “Per Trento basto io” - quasi a “sanare l’onta”, spara sui
“traditori”. Sull’altro fronte, il 12 giugno 1915, il forte Verena viene colpito
da una granata da 305 millimetri e si apre come un panino. Una strage, più di 40
morti. Oggi, in un’ala di forte Verena, c’è un bar-rifugio, approdo degli
sciatori che salgono in quota con la cabinovia. Busa Verle, smantellato negli
anni Trenta, spogliato dell’acciaio e venduto nel 1933 al comune di Levico per
2600 lire, rimane lì a memoria di giorni tremendi, fortezza in attesa di
restauro. In occasione dell’incontro con Giulio Giorello, è possibile effettuare
un’escursione a Forte Busa Verle e al Pizzo di Levico con le guide alpine.
Ritrovo alle ore 9.30 a passo Vezzena, prenotazioni al tel. 0461 706101. In caso
di maltempo ci si trasferisce a Villa Sissi a Levico. - Paolo Piffer
il Corriere delle Alpi — 29 giugno 2005 pagina 17
sezione: AGENDA
«In tra i sass», museo aperto
CORTINA D’AMPEZZO. Conoscendone la storia, non si può proprio dire solo tre
sassi. Sul passo Valparola, è stato convertito a Museo della Grande Guerra un
edificio protagonista degli eventi bellici del’15 -’18, il forte austriaco Tre
Sassi. Il Museo, dopo novant’anni dall’inizio del conflitto, permette di
accedere alle testimonianze lasciate dalla Grande Guerra, in un forte che è una
delle testimonianze intatte più interessanti. E’ stato aperto al pubblico il 15
giugno e chiuderà il 30 settembre. Il forte austriaco Tre Sassi è una
fortificazione costruita nel 1897 dall’esercito austrungarico per la difesa del
passo Valparola e della Val Badia. Quando nel 1915 venne colpito da alcuni
fuochi d’artigliera, rimase talmente danneggiato da essere inserivible come
rifugio. Evacuato, rimase sempre illuminato, affinchè le truppe italiane
continuassero a considerarlo un bersaglio per il loro fuoco, in modo tale da
dare tempo alle truppe austriache di ricostruire indisturbate le proprie
fortificazioni. L’edificio rappresenta oggi un documento delle vicende militari
e civili che vissero gli abitanti della zona e chi ha combattuto sul Col di
Lana, sul Settsass, sul Sass de Stria, sulle Cinque Torri e sul Lagazuoi.
Visitare oggi il forte, le sue spesse mura originali, le feritorie e le finestre
dalle quali altri uomini quasi un secolo fa si sporgevano, è una esperienza
emozionante. Il restauro è stato finanziato in parte dalle Regole d’Ampezzo,
dalla sovrintendenza ai beni architettonici e ambientali del Veneto orientale,
Fondazione Cariverona e altri, pubblici e privati, si sono impegnati a
partecipare. Grazie al progetto «La Grande Guerra sulle montagne di Cortina
d’Ampezzo», con i finanziamenti dell’iniziativa comunitaria Interreg II
Italia-Austria, nel forte sono state arredate due sale e un bookshop. Il
materiale esposto è stato raccolto nel corso di sessantacinque anni dalla
famiglia Lacedelli di Cortina d’Ampezzo e proviene dal circostante duplice
fronte di guerra. E’ possibile vistare il museo tutti i giorni con il seguente
orario: 10-12.30 e 13.30-17. Per gruppi composti da un minimo di 15 persone e
con prenotazione obbligatoria il museo è aperto tutto l’anno. Non lontano, vale
la pena di visitare anche i Musei all’aperto Cinque Torri e Lagazuoi e il Museo
Paleontologico e Pinacoteca alla «Ciasa de ra Regoles».
la Nuova di Venezia — 23 giugno 2005 pagina 16 sezione: CRONACA
Isolotti e strutture militari All'asta un
pezzo di laguna
Va all’asta un pezzo di laguna, con isolotti, forti e fortificazioni militari
soprattutto concentrati nella zona del Lido e di Pellestrina. Sono dodici
immobili nell’area lagunare - tutti di proprietà delle Forze Armate - che i
militari cederanno alla Cassa Depositi e Prestiti (controllata dal Ministero
dell’Economia) in cambio di anticipazioni finanziarie sulla stima del loro
valore. Poi i beni - come spiega il decreto della Gazzetta Ufficiale che ne
prevede la dismissione di 240 in tutta Italia e - finiranno all’Agenzia del
Demanio che li metterà sul mercato o deciderà se valorizzarli ai fini della
vendita. E questi pezzi di laguna finiranno in mani private, perché la Legge
Finanziaria 2005 prevede che non possano essere gli enti locali - come il Comune
di Venezia - ad acquistarli. Tra gli immobili che saranno ceduti - che
riportiamo nella tabella pubblicata in questa pagina - ci sono luoghi ed edifici
di importante valore artistico, architettonico e ambientale. E’ il caso, ad
esempio, dell’ottagono di Ca’ Roman, con il vicino Forte Barbarigo, in un’area
della laguna di alto pregio ambientale, vicino all’oasi naturalistica protetta.
Ma il caso più eclatante è certamente quello della cinquecentesca caserma
Guglielmo Pepe del Lido, recentemente aperta anche al pubblico, il più
importante e il meglio conservato manufatto storico, architettonico e militare
dell’isola. Sempre utilizzata negli anni come struttura militare, in ultimo come
caserma dei Lagunari fino al 2000, l’edificio, oggi inutilizzato, ha alle spalle
una storia plurisecolare. Eretta infatti alla fine del ’500 per volere del Doge
Marino Grimani per ospitare i Fanti da Mar della Serenissima, truppe scelte che
scortavano le Mude (flotte di navi commerciali che seguivano rotte ben
stabilite) del Levante, la caserma Pepe rappresenta il primo esempio europeo di
edificio destinato unicamente all’acquartieramento delle truppe. Prima della sua
costruzione infatti le milizie erano accampate un po’ ovunque senza avere
edifici specifici a loro destinati. L’unicità della Caserma Pepe sta inoltre nel
fatto che ha mantenuto invariate nel tempo le sue peculiarità architettoniche.
Oggi la Caserma Pepe, dopo anni di abbandono, versa in uno stato di incuria
preoccupante. Il Comune, all’interno del Piano Direttore del Lido, aveva già
iniziato a ipotizzare il recupero della Caserma Pepe, che poteva diventare un
appoggio all’attuale centro del Master Europeo sui Diritti Umani nell’ex
convento di San Nicolò. Ma ora tutto finirà in mano al miglior offerente. Tra
gli altri beni messi all’asta di rilevanza storica e architettonica, anche la
Batteria Rocchetta degli Alberoni e il Ridotto ottocentesco di San Nicolò in
un’area strategica fortificata che comprende tutta la parte settentrionale
dell’isola di Lido. C’è inoltre da segnalare - a margine della vicenda - che il
Comune - come ricorda il vicesindaco Michele Vianello - ha invece stanziato 2
milioni e 1666 mila euro già da due anni per esercitare il diritto di prelazione
di un’altra struttura fortiticata del Lido, il Forte Alberoni, anch’esso posto
in vendita ai militari, ed ha avviato un’azione giudiziaria nei confronti del
Ministero dei Beni Culturali perché l’esercizio del suo diritto è rimasto senza
risposta. (e.t.)
Messaggero Veneto — 08 giugno 2005 pagina 11 sezione: UDINE
Riscoperta delle fortificazioni
TOLMEZZO. «È indispensabile far emergere la rete di fortificazioni presente sul
territorio carnico, con lo scopo di valorizzarla e farla conoscere». Così il
presidente della Provincia di Udine, Marzio Strassoldo, si è espresso in
occasione del convegno “Territorio e fortificazioni della Carnia. Quale futuro
per il nostro passato”, svoltosi nel salone d’onore di Palazzo Campeis, a
Tolmezzo. «Il sistema difensivo della Carnia - ha aggiunto Strassoldo -
consentiva un trasferimento molto rapido delle informazioni, a tal punto che nel
giro di qualche minuto le segnalazioni potevano raggiungere la pianura.
L’obiettivo della Provincia sarà quello di promuovere la riscoperta di questo
patrimonio difensivo, importante sia per approfondire la storia della Carnia,
che per creare flussi turistici sul territorio».Al convegno, ospitato nella sede
del Museo carnico delle arti e tradizioni popolari “Luigi e Michele Gortani” di
Tolmezzo, sono intervenuti anche Adriano Cattelan e Marialisa Valoppi,
rispettivamente presidente e direttore del museo, Alberto Candolini, biologo e
guida turistica, Andrea Pessina e Fabio Piuzzi della Soprintendenza ai beni
archeologici del Friuli Venezia Giulia, Aurora Cagnana, direttore archeologico
della campagna di scavi di Illegio, e gli amministratori Sergio Cuzzi, Donatella
Da Rin Chiantre e Marino Corti.
Il Gazzettino di Martedì, 17 Maggio 2005
TARCENTO I lavori di recupero portano alla luce passaggi segreti e grandi cisterne Il forte Bernadia rivela i suoi misteri
Enormi cisterne per la raccolta delle acque e un cunicolo di collegamento sotterraneo che non si sa ancora bene dove conduca. Sono i primi misteri che il forte del Bernadia svela ai tecnici responsabili della sua messa in sicurezza. Dopo decenni di abbandono, la struttura è ancora in grado di stupire e affascinare. Il cantiere di sistemazione, che segue il progetto dell'architetta Claudia Bettaino di Tavagnacco, ha messo in luce un piano segreto della fortificazione, quello più a contatto con le profondità della montagna. «Non sapevamo esistesse perché la letteratura sull'argomento non lo aveva mai citato dice la professionista È un'area non accessibile e si trova sotto gli scantinati. Si compone di grandi vasche per la raccolta di acqua piovana che funzionano ancora oggi». Il lago sotterraneo rendeva indipendente la struttura, nata per sopravvivere isolata dal resto del territorio, anche per l'elettricità, garantita da generatori autonomi. «Impiegheremo quella grande quantità di acqua per il cantiere di messa in sicurezza. Al termine dei lavori poi, quando il forte sarà utilizzabile per altre attività, le vasche faranno parte integrante in un ciclo di recupero per l'acqua di servizio, ad esempio per i bagni. Per questo sarà necessario recuperare il meccanismo di raccolta, ancora oggi esistente».
Incuriosisce poi il cunicolo segreto, un passaggio che probabilmente venne costruito come via di fuga e che, al momento, non è chiaro dove vada a concludersi. «Per ora dice l'architetta abbiamo proceduto con il suo parziale svuotamento da detriti e materiale di ostruzione. La storia del forte racconta di questi passaggi. Ciò però non toglie nulla al loro fascino». Il cantiere manterrà l'aspetto attuale della costruzione. Il progetto, realizzato di concerto con la Soprintendenza dei beni, conserverà le formazioni cristalline create dalla percolazione d'acqua negli interni. Non saranno cancellati scritte i graffiti più vecchi né tolti ganci e parti in ferro. L'obiettivo primario è comunque di impedire che la fortificazione possa subire ulteriori danni a causa delle infiltrazioni di acqua. La copertura sarà impermeabilizzata grazie a uno speciale procedimento tecnico. È poi prevista la ricostruzione del solaio così come della scala di accesso al primo piano. In pratica verranno ripristinati i collegamenti originali tra vani e piani.
la Nuova di Venezia — 11 maggio 2005 pagina 21 sezione: NAZIONALE
Il Forte sbarca con un
sito in Internet
GAZZERA. E il Forte sbarcò sulla rete. Da qualche giorno, infatti, digitando
www.fortegazzera.it è possibile trovare una miriade di informazioni su quello
che da anni è diventato un punto di aggregazione non solo per il quartiere, ma
per l’intera città. Diviso in più sezioni, il sito racconta la storia di una
struttura militare nata all’inizio del’900 come postazione di artiglieria a
difesa di Venezia, diventata poi polveriera e infine abbandonata a sé stessa,
prima che dell’area si prendesse cura un gruppo di volontari. Esplorando il sito
è possibile trovare parecchie informazioni sul gruppo di fortificazioni che
formavano il campo trincerato di Mestre, sulla storia e sulle attività del
comitato di gestione di Forte Gazzera e su tutte le iniziative in cartellone.
Uno spazio è dedicato anche alle manifestazioni che si sono tenute in passato,
chi ha realizzato il sito poi non ha tralasciato di inserire il regolamento per
usufruire dell’area picnic che si trova in prossimità del vecchio corpo di
guardia. Un sito utile, insomma, non solo per gli appassionati di storia
mestrina (belle le cartine dedicate ai forti) ma anche a quanti vogliono passare
una domenica all’aria aperta. Già da domenica scorsa i membri del comitato di
gestione hanno rimesso in funzione l’area esterna per i picnic, dopo che la
stessa era stata chiusa al pubblico come il resto del forte in seguito ai lavori
di bonifica in profondità commissionati dall’esercito. A giorni la situazione di
Forte Gazzera si potrebbe sbloccare: ieri alcuni artificieri del genio hanno
visitato l’area di via Brendole. (m.t.)
la Nuova di Venezia — 30 aprile 2005 pagina 22 sezione: NAZIONALE
Tettoie in amianto nel
forte Mezzacapo
ZELARINO. Per il forte Mezzacapo di Santa Lucia Tarù quello dell’amianto è
divenuto un problema serio. In effetti, la bellissima struttura militare già
acquisita formalmente dal Comune ma ancora in mano al Ministero della difesa,
ospita alcuni capannoni con coperture in eternit, come quasi tutti i forti. E’
sempre stato chiaro, dunque, che le tettoie dovevano essere sostituite con altro
materiale, onde evitare di minare la salute delle persone. Il problema, però, è
che gli stessi capannoni, essendo vecchi, fanno cadere a terra scaglie di
amianto, sottili ma micidiali. «Anche se sarà un’operazione costosa, questa
bonifica interna deve essere fatta - dice Vittorino Darisi, vicepresidente
dell’associazione Dalla guerra alla pace, che ha chiesto in gestione la
struttura militare di santa Lucia Tarù -. Ci vuole una bonifica adeguata,
considerando che il forte dovrebbe diventare un punto di incontro soprattutto
per ragazzi e bambini. Ci sono almeno due capannoni di 200 metri quadrati
ciascuno, con muratura in pietra e arredamento interno in legno che devono per
forza essere recuperati, perchè molto belli e spaziosi». Intanto, la stessa
associazione, assieme al gruppo Amina che a Mezzacapo porterà avanti un progetto
di cultura biologica finanziati dall’Unione Europea, attende con ansia la
consegna del forte all’amministrazione comunale, che ha già sborsato una parte
della cifra richiesta per l’acquisizione completa della struttura. «Cominciamo a
spazientirci - incalza Claudio Zanlorenzi, presidente di Dalla guerra alla pace
-. Dovremmo essere dentro al forte già da un anno». (g.cod.)
la Nuova di Venezia — 17 aprile 2005 pagina 27 sezione: NAZIONALE
Pressioni sul Demanio per
forte Mezzacapo
ZELARINO. «L’amministrazione ha tutte le intenzioni di accelerare i tempi per
l’acquisizione di forte Mezzacapo: per questo sta facendo una forte pressione
sul demanio militare, affinchè venga finalmente firmato il rogito definitivo».
Pietrangelo Pettenò, capogruppo uscente in consiglio comunale di Rifondazione
Comunista, conferma il grande impegno da parte del Comune per mettere al più
presto nelle disponibilità dei cittadini la preziosa struttura militare che si
trova nella zona di santa Lucia Tarù. Una struttura per la quale la stessa
amministrazione ha già sborsato a ottobre del 2003 un quinto della cifra (circa
100 mila euro) necessaria per la sua acquisizione. In teoria dovevano passare
solo otto mesi da quel momento, poi forte Mezzacapo sarebbe dovuta diventare
proprietà dell’amministrazione veneziana. In realtà i tempi si sono allungati
oltre ogni peggiore previsione: la scorsa estate si è proceduto alla bonifiche
da ordigni bellici, adesso la burocrazia sta facendo (lentamente) il suo corso.
Intanto, qualche giorno fa, l’associazione Amina, che si occupa di coltura
biologica e l’associazione «Dalla guerra alla pace» di Zelarino, che ha chiesto
in concessione l’area per iniziative culturali e ludiche che coinvolgano i
cittadini, hanno effettuato un sopralluogo per capire com’è la situazione.
«Attendiamo con fiducia la definitiva acquisizione del forte - dice Claudio
Zanlorenzi - mentre l’associazione Amina sta già per cominciare, in un altro
luogo, il progetto di cultura biologica, per non perdere i finanziamenti
europei». In ogni caso, se tutto andrà come deve andare, forte Mezzacapo potrà
essere aperto per l’inizio dell’estate. (Gianluca Codognato)
il Corriere delle Alpi — 13 aprile 2005 pagina 33
sezione: SPETTACOLO
Una copertina tutta primaverile è quella del numero di aprile della Rivista
Dolomiti. L’editoriale ha come titolo: “Antidoto” e con ciò vuole chiarire che
la cultura locale è nello stesso tempo contraria alla stagnazione e
all’innovazione sconsiderata. Proprio per rispettare tale linea vengono proposti
argomenti che sono sempre stati graditi dai lettori. Per esempio sono sempre
presenti gli argomenti di storia. Leonardo Malatesta scrive di “Fortificazioni
austro-ungariche fino alla Prima Guerra Mondiale”. Augusto Burlon e Laura Pontin
presentano altri “Stemmi di rettori veneti nella città di Feltre”. Ferruccio
Zago è presente con una sua nota: “Una chiesa, un dipinto, una famiglia”. Sempre
interessante è il lavoro di Antonia Da Ronch che in questo numero tratta
“Aspetti amministrativi nella scuola elementare dell’Agordino dal 1943 al 1960”.
Un aspetto di cultura antropologica è quello offerto da Arrigo De Martin Mattiò
con il suo lavoro: “Il culto dei morti a Dosoledo”. Antonella Fornari si
sofferma invece su “La roccia del terrore, Schreckenstein (Castelletto di Tofana,
m 2656)”. Germano Dal Farra, invece, ci fa conoscere la seconda parte del suo
lavoro sui “Campanili dell’Alpago”. Miriam Curti fa conoscere a molti bellunesi
una scrittrice famosa in Argentina, originaria di Pieve di Cadore, e lo fa
attraverso una prospettazione globale della sua figura nel lavoro: “Syria
Poletti, scrittrice dal Cadore all’Argentina”. Alcune puntate saranno necessarie
per riportare completamente il lavoro di Massimo Facchin: “Da Feltre al Don: i
miei ricordi di Russia”.
da Il gazzettino di Sabato, 9 Aprile 2005
MORUZZO Procedono spediti i lavori per il recupero della struttura militare di Santa Margherita del Gruagno
L'ex forte sarà centro polifunzionale. Acquisito nel 2002. Il progetto di ristrutturazione prevede una spesa di quasi 600 mila euro
Procedono spediti i lavori per il recupero del forte di Santa Margherita del Gruagno. Ex proprietà militare, acquisita dal Comune nel 2002, l'area in cui sorge viene attualmente utilizzata dal gruppo giovanile della Pro loco di Brazzacco per ambientarvi la sagra annuale. Da qui si gode infatti uno splendido panorama che spazia dai monti fino al mare. Questa posizione fu scelta proprio per la particolare collocazione geografica, per difendere la zona del Medio Tagliamento dalle incursioni del nemico durante la prima guerra mondiale.
Il forte ristrutturato verrà dunque adibito a centro di aggregazione polifunzionale. Come prima fase dei lavori è prevista la realizzazione di opere esterne, come il palco per gli spettacoli e la pista polivalente, nonché i lavori di urbanizzazione primaria, in modo che le strutture possano venire utilizzate durante l'estate. È inoltre prevista la costruzione di servizi igienici.
Internamente al forte verranno demolite alcune pareti divisorie in calcestruzzo e saranno realizzati gli impianti idrico-sanitari ed elettrici. A pianterreno le stanze disponibili sono ben nove, delle dimensioni dai 25 ai 50 metri quadrati. Il progetto di recupero riguarda poi il primo piano, in cui si potrà usufruire di 5 stanze di 30 metri quadrati l'una. Gli spazi ricavati, che hanno il soffitto a volta, costituiranno degli spazi ideali per realizzare mostre ed esposizioni. Il forte ha inoltre un ulteriore piano con quattro cupole un tempo adibite a postazioni per l'artiglieria.
Il progetto di ristrutturazione del caratteristico edificio prevede una spesa di 596.000 euro, in parte derivanti da un finanziamento dalla Regione per centri di aggregazione giovanile, in parte (242.000 euro) derivano invece da fondi propri dell'amministrazione comunale di Moruzzo. Maria Paola Colucci
la Nuova di Venezia — 05 aprile 2005 pagina 36 sezione: CRONACA
«Più controlli a Forte
Cosenz»
FAVARO. Riti satanici a Forte Cosenz. Dopo la recente scoperta di lumini da
morto, simboli religiosi e il ritrovamento dell’agnello sventrato, segni
evidenti di un’attività non ordinaria all’interno dell’area demaniale, anche i
carabinieri di Favaro stanno indagando sul forte situato all’interno dell’area
del costituendo Bosco di Mestre. Questa mattina alle 9 sarà sentito dal comando
di Favaro Maurizio Chirico, presidente di Venice Rock Eventi, che sabato
pomeriggio si è recato al forte. Chirico ha visitato Forte Cosenz in vista del
Festival del Rock che si svolgerà tra luglio e agosto, rinvenendo assieme alla
sua troupe segni evidenti di vita notturna e pratiche occulte che hanno messo in
allarme i residenti. «Racconterò quello che ho visto assieme ai miei
collaboratori», dice Chirico. Sconvolto il parroco della chiesa di S. Andrea
Apostolo, don Michele Somma, che non nega l’ipotesi che nell’area del forte la
notte qualcosa di strano avvenga davvero: «Forte Cosenz è totalmente
abbandonato, la strada che porta all’area demaniale è buia e sterrata, nel forte
c’è un sacco di spazio libero e ci sono capannoni vuoti, se qualcuno riesce ad
entrare di certo nessuno si preoccupa di controllare quello che fa. Attorno non
c’è nulla», continua il parroco, «non ci sono locali, non c’è assolutamente
niente, lì abitano solamente tre famiglie di numero». Insomma - lascia intendere
il sacerdote - da quelle parti non si va certo per chiacchierare. Che poi si
svolgano o meno riti satanici e pratiche occulte questo non è dato saperlo,
certo è - aggiunge don Michele - «che queste cose esistono, ne abbiamo le prove,
e non è da escludere che possano avvenire anche dalle nostre parti». Il
sacerdote pensa più ad azioni di strambi e persone poco a posto: «Bisognerebbe
fare delle verifiche e capire cosa succede davvero all’interno». Quello che però
preoccupa don Michele sono movimenti strani di automobili con targhe sconosciute
che a notte fonda girano per la zona della parrocchia e del campo sportivo. Le
stesse che poi magari proseguono verso l’ex zona militare. «La polizia ne è già
a conoscenza», dice, «perché lo abbiamo segnalato più volte. Da queste parti c’è
poco controllo, la notte si vedono auto che corrono ad alta velocità anche in
via Ca’ Solaro e si fermano nello spiazzo davanti al cimitero della chiesa, non
entrano perché è chiuso, ma non vengono neppure a trovare me. Può darsi»,
conclude il parroco, «che siano appuntamenti amorosi, ma è anche possibile che
si tratti di altro». - Marta Artico
la Nuova di Venezia — 03 aprile 2005 pagina 29 sezione: NAZIONALE
Sette sataniche a Forte Cosenz
FAVARO. Messe nere a Forte Cosenz: tutto lo lascia intendere. Il luogo isolato,
lontano da occhi indiscreti e senza alcuna sorveglianza. II buio pesto della
notte. I resti di falò all’esterno, lumini cosparsi per tutto il bastione
all’interno del forte. Ma c’è dell’altro. Un agnello sventrato e lasciato
marcire in mezzo allo spiazzo che circonda l’ex zona militare di proprietà del
demanio. Vittima sacrificale di un probabile rito satanico. Che Forte Cosenz la
notte sia teatro di pratiche occulte qualcuno lo sa di sicuro, eppure non dice
nulla, forse per paura. I primi ad accorgersi di quello che dopo una certa ora
avviene nel Forte e a nutrire qualche sospetto, sono stati gli aiutanti di
Maurizio Chirico, presidente di Venice Rock Eventi. Ieri Chirico e la sua troupe
composta da addetti alle luci, al palco, alla security si è recato al Forte per
«accantierare» l’area e sgomberarla dalla spazzatura in vista del Venice Rock
Festival, il mega evento osteggiato dalla municipalità che si dovrebbe svolgere
proprio al Forte nel mese di agosto. La troupe di Chirico è andata a perlustrare
la zona fortificata e si è trovata davanti segni evidenti di vita. Non proprio
ordinaria a dire la verità. La notte, questo è certo, il Forte è abitato. Gli
organizzatori dell’evento rock che si sono presi la briga di ripulirlo, ne sono
convinti: «Qui dopo una certa ora - dicono - si fanno le messe nere. Non c’è
alcun dubbio». Fuori della zona fortificata c’è una discarica. Meno noto è che
dentro, all’interno delle stanze buie del bastione militare della prima guerra
mondiale, lungo i corridoi e i cunicoli che si diramano all’interno dell’antica
caserma, ci sono una quantità enorme di lumini, quelli che si utilizzano nei
cimiteri e nelle chiese. Il bastione militare è aperto, è vecchio e umido ma in
buone condizioni e non è per nulla difficile intrufolarsi all’interno attraverso
qualche buco o per l’entrata principale. Alcune finestre sono sprangate, altre
semi aperte. In quasi tutte le stanze e i cunicoli del Forte, abbandonati
probabilmente non a caso per terra, lungo i corridoi, tra le fessure delle
fortificazioni, o quello che ne è rimasto, in cima agli scalini che portano ai
piani superiori, sparsi ovunque ci sono i classici lumini che si trovano in
chiesa e nei cimiteri. Che qualcuno sia entrato all’interno della fortificazione
e abbia acceso un lumino è possibile, più difficile che la stessa persona ne
abbia comprati a decine e li abbia sparpagliati per bene all’interno del
bastione. Di certo non risalgono alla festa di Halloween. Lo scenario che si
presenta a chi entra, è davvero lugubre. Oltre a resti di lumini, bottiglie e
spazzature, vicino ad una finestra, in una delle tante stanzette buie del
bunker, ci sono simboli a forma di croce fatti con sale da cucina. Evidentemente
qualcuno ci ha perso del tempo. Ma c’è di più. Uscendo dal forte e andando verso
le altre costruzioni, tra i rifiuti e i falò spenti, all’interno di un tubo di
cemento di grandi dimensioni è stato gettato un agnello sventrato. Un piccolo
agnellino, probabile vittima sacrificale di pratiche esoteriche. Forse era
all’interno del Forte, e poi è stato gettato via perché nessuno se ne
accorgesse. Più in là in un altro bunker all’interno di una stanzina di due
metri per due, sacchi a pelo abbandonati. Segno che qualcuno la notte la passa a
Forte Cosenz. - Marta Artico
il Corriere delle Alpi — 03 aprile 2005 pagina 29 sezione: PROVINCIA
I volontari ripuliscono
il forte
ARSIE’. Riscoprire il Forte della Tagliata di Fastro e le famose scale di
Primolano. Valorizzare una testimonianza del passato che non ha nulla da
invidiare alle altre fortificazioni presenti sul territorio. Questo l’obiettivo
dell’operazione congiunta che vedrà oggi in campo il Gruppo Alpini di Fastro e
la Protezione Civile di Arsiè. Il Forte è oggi in mano a tre distinti privati;
per questo motivo non è stato inserito nel piano dei finanziamenti previsti per
il recupero e la valorizzazione della Cmf nell’ambito del progetto Interreg III
per il Massiccio del Grappa. Ma i volontari non demordono e oggi saranno
all’opera per ripulire l’area e renderla più visibile ai passanti. In questi
mesi, poi, proprio il Forte di Fastro è oggetto di ricerca da parte di uno
studente feltrino, laureando in architettura. Dal canto suo Dario Dall’Agnol sta
portando avanti nell’ambito della Cmf e dell’Interreg III un percorso turistico
che tocca la fortificazione fastrese. (cr.ar.)
da Il gazzettino di venerdì, 1 Aprile 2005
RIVE D’ARCANO "Col Roncone" diventerà meta turistica
Un esempio di architettura della Grande guerra, destinato a diventare meta importante per il turismo locale, e non solo. È il forte "Col Roncone", opera in calcestruzzo armato che sorge sull'omonimo colle (256 metri sul livello del mare) e che da quasi un secolo caratterizza il territorio di Rive d'Arcano. Bene di Demanio miltare dismesso, anni fa è stato trasferito gratuitamente al Comune di Rive d'Arcano, che ora intende ristrutturarlo per destinarlo ad importante meta turistico-culturale. Molto simile dal punto di vista architettonico alle limitrofe fortezze di Santa Margherita del Gruagno, Tarcento, Tricesimo e Fagagna, Col Roncone era dotato di quattro cupole che ospitavano altrettanti cannoni d'artiglieria con gittata di 20 chilometri. Dal 1909 al 1911 ha fatto parte della linea difensiva "Medio Tagliamento", prevista dall'allora Regno d'Italia, per contrastare eventuali invasioni austro-ungariche. Ma non fu mai teatro di vere operazioni di guerra, ma solo di esercitazioni e durante la Resistenza (inverno 1944-45) fu utilizzato dalle forze partigiane che operavano in zona.
L'allora sindaco, Enzo d'Angelo diede avvio alla procedura di recupero, oggi giunta alla fase di progetto esecutivo su redazione dell'architetto, Roberta Cuttini. Al dibattito suscitato alla recente seduta del Consiglio comunale proprio in occasione della presentazione ufficiale del documento, non sono mancate le osservazioni riguardo alla gestione da dare all'immobile. Il progetto di recupero e ristrutturazione prevede una spesa globale di 863 mila euro, che sarà coperta in parte (682 mila euro) con fondi dell'Obiettivo 2, mentre i rimanenti 181 mila sono a carico del Comune attraverso la stipula di un mutuo. In corso di seduta sono stati approvati due progetti preliminari; uno inerente un centro di raccolta differenziata dei rifiuti ingombranti ed un'area sosta automezzi a Rodeano Basso. Il secondo afferisce i lavori di manutenzione straordinaria sulla provinciale 66 "del Corno", nel tratto compreso fra Giavons e San Daniele.Ivano Mattiussi
il Corriere delle Alpi — 16 marzo 2005 pagina 28 sezione: PROVINCIA
Un pugliese al comando
del Col Vidal
LOZZO. Oggi i forti corazzati del Vidal e del Tudaio appaiono giganti vinti e
prostrati, piegati su se stessi ed abbandonati dopo le crudeli esplosioni che li
devastarono, per mano tedesca, nell’ottobre del 1918. Eppure, quegli impianti
costituirono il vanto di un’Italia ambiziosa e bellicosa, capace di investire in
faccia all’“aquila bicipite e grifagna”, il meglio delle proprie risorse
tecniche, economiche ed umane. Tale immane apparato di scienza fortificatoria,
dimostratosi inutile al momento dell’entrata in guerra per la lontananza del
fronte, risultò ancor più deludente nel momento topico del bisogno, dopo
Caporetto, allorché perfino Cadorna sembrò credere per qualche ora a una
resistenza ad oltranza “fino all’ultima galletta”, imperniata sui forti e
sull’insuperabilità della cosiddetta “linea gialla”. Alla costruzione prima e
alla gestione poi della modernissima Fortezza Cadore-Maè furono delegati
ingegneri, tecnici e maestranze di vaglia, quasi a significare che su queste
“crode”, vicino a questi contestati confini, l’“Italietta” carducciana
s’impegnava in un autentico braccio di ferro con l’alleato-nemico, ostentando le
proprie ambizioni magnifiche e progressive. Uno dei comandanti del forte di Col
Vidal, sopra Lozzo, era il capitano (poi maggiore) Francesco Ostuni. Il nipote,
suo omonimo, leggendo la storia del forte, ha potuto ricostruire alcune vicende
dell’ufficiale e ha fornito interessanti note biografiche. Nato l’11 marzo 1880
a Monopoli, Ostuni frequentò il regio istituto tecnico “Pitagora” (sezione di
agrimensura) di Bari, con risultati eccezionali: nel 1897 fu promosso con sette
10 e due 9, media di 9,77. Abbracciata la carriera militare, Ostuni si
classificò al primo posto nel corso d’Accademia e fu ancora primo assoluto alla
Scuola di applicazione dell’arma dell’artiglieria. Dopo aver insegnato
matematica e balistica all’Accademia militare, venne assegnato al 2º Reggimento
artiglieria da fortezza, 2ª frazione del Parco d’assedio a Pieve di Cadore, e fu
comandante del forte di Col Vidal (5º cp. del 9º Fortezza) dal febbraio 1915
fino al 26 giugno 1915, allorché passò le consegne al nuovo Comandante Giovanni
De Luca. Dalle lettere di Ostuni a parenti ed amici si evince un senso del
dovere ammirevole, che sembra calzare bene con il “sempre ed ovunque” che
campeggiava nel motto del 9º reggimento, da lui spesso citato ed esaltato. Così
scriveva al padre il 12 febbraio 1915: “Carissimo papà, vi scrivo dal forte di
Col Vidal dove mi son stabilito fin dal 1º corrente. Siamo seppelliti nella neve
e non si fa altro tutto il giorno che aprirsi un varco attraverso alla neve fino
al punto in cui una teleferica aerea ci porta i viveri. Fa un freddo
intensissimo ma purché non tiri vento esso non dà fastidio perché tutti siamo
ben coperti. L’aria è purissima e quindi la salute è buona, c’è soltanto la
neve, la quale in una notte distrugge tutta l’opera faticosa di due giorni.
Questa notte ad esempio, n’è caduta più di un metro e mezzo dimodoché
stamattina, alzandoci, abbiamo trovato distrutti tutti i sentieri già a fatica
tracciati ieri”. Trasferito a Castagnevizza, vicino a Gorizia, il 9 luglio
dovette sentire la morte molto vicina se, a due passi dalla sontuosa tomba dei
Borboni, così scriveva nel testamento: “La mia sepoltura sia la più modesta
possibile, in vicinanza del luogo ove la morte mi coglierà, in luogo appartato,
in modo che il mio corpo non disturbi alcuno, né sia disturbato”. Divenuto
maggiore, fu essere impiegato in compiti di altissima responsabilità,
probabilmente nei servizi segreti, tanto che neppure i parenti lo vennero mai a
sapere. Si sa solo che morì proprio nell’ora della vittoria, il 4 novembre 1918,
a S.Martino Buon Albergo, in provincia di Verona, dove i suoi resti sono rimasti
fino a pochi mesi fa, quando sono stati portati con una solenne cerimonia nel
sacrario di Monopoli. I suoi scritti indicano un’alta preparazione intellettuale
e morale e ci fanno riflettere sull’amaro destino del nostro apparato militare
dopo Caporetto. Non mancarono certo al fronte capacità e volontà di tanti
ufficiali e soldati, ma esse finirono travolte in un bailamme troppo grande,
proprio come gli impianti corazzati del Cadore, caduti senza proprie colpe. Il
nostro artigliere forse morì di “spagnola”, vittima di una guerra che tanti
danni fece all’Europa in ogni senso, ma che soprattutto tolse al dopoguerra e
alla pace la fervida intelligenza, la migliore energia di tanti giovani, troppo
presto rapiti al futuro, loro e della nazione stessa. Una guerra che, pur vinta,
negò al singolo e alla Patria il meglio della mente e del cuore di tanti Ostuni,
fondamentali per il paese nella difficile opera di ricostruzione post-bellica. -
Walter Musizza e Giovanni De Donà
il Corriere delle Alpi — 11 febbraio 2005 pagina 41 sezione: SPETTACOLO
Sui monti bellunesi il
sogno di Hitler della Fortezza Alpina
Dopo la decisione di resistere quanto più a lungo possibile nell’Italia
meridionale e di ritardare la costante avanzata alleata, Hitler nel 1944 non
solo volle potenziate le posizioni appenniniche (linea verde), ma pensò pure di
costruire una difesa nell’Italia settentrionale che prevedeva, oltre alla
posizione prealpina, una linea difensiva che attraversasse l’Istria da Trieste a
Fiume e delle opere di sbarramento nella zona di Ala e di Belluno. I primi
lavori dovevano essere eseguiti dall’”OB.” (“Oberbefehlshaber” = Comandante
supremo), mentre la costruzione della posizione prealpina e di quella istriana
spettava ai due Supremi Commissari, e cioè ad Hofer a occidente del Piave e a
Rainer a oriente. Man mano che la linea appenninica veniva ultimata, le truppe
specializzate del “Genio militare” furono messe a disposizione di tali nuovi
lavori e l’Organizzazione Todt (O.T.) ebbe la responsabilità della parte
tecnico-costruttiva, mentre l’aspetto squisitamente militare dell’intera
faccenda fu curato dal generale von Zangen. Dal lato operativo erano previste
diverse linee di avanzata nemica, con costruzioni collocate sui due lati delle
valli e delle strade di transito nei settori dei fiumi Adige e Piave: il
Commissario Hofer, che puntava molto sulla zona Passo dello Stelvio-Limone,
aveva a disposizione per il compimento del sistema Prealpi circa 100.000
lavoratori. Come è risultato anche da diversi rapporti dell’“OSS” di Washington
(i servizi segreti americani dell’epoca), gli americani credettero veramente
alla progettazione da parte tedesca di una “ridotta” analoga a quella che la
Svizzera aveva costruito nel 1940, tanto da dare credito all’ipotesi che se i
tedeschi, oltre agli impianti difensivi meridionali, fossero riusciti a
fortificare anche il versante settentrionale delle Alpi, avrebbero potuto
resistere ancora a lungo. Da un rapporto steso per Hitler dall’SS
Sturmbannführer C. Gontard nel settembre 1944, risulta che la rappresentanza
diplomatica americana in Svizzera faceva più o meno questo ragionamento: se ai
tedeschi fosse riuscito di costruire i loro impianti difensivi a sud delle Alpi
e anche a nord, c’era il pericolo che si creasse una vera “Ridotta Alpina”, per
il cui abbattimento sarebbero occorsi dai 6 agli 8 mesi in più che per i
restanti territori. Una battaglia per la sua conquista avrebbe causato più morti
e feriti di quanti ne avesse causato fino allora agli americani la guerra in
Europa. E non solo: gli occhi di tutti gli attivisti tedeschi sarebbero stati
comprensibilmente puntati pieni di speranza su una ridotta che non cessava di
combattere, alimentando il sabotaggio e la resistenza in tutta la Germania. Le
molteplici difficoltà incontrate dagli Alleati avrebbero acuito ancor di più la
già esistente tensione est-ovest, già nutrita dall’evidente timore di un
bolscevismo mondiale, favorendo non poco le possibilità di trattative per la
Germania. In particolare la zona “Piave” era attraversata da tre importanti
linee di comunicazione: la Bassano-Primolano, la Cornuda-Feltre e la
Conegliano-Ponte nelle Alpi, linee di fondamentale importanza per la ritirata
delle forze tedesche dalla pianura veneta, per la quale erano a disposizione
soltanto altre due importanti linee, la Pontebbana e il Brennero. Per impedire
che l’avanzata alleata potesse successivamente sfruttare tali linee, furono
avviati da parte tedesca importanti lavori di fortificazione nella valle del
Piave (Castellavazzo e Termine di Cadore), in Val Zoldana (zona di Forno di
Zoldo), Val Cordevole (zona della Muda), in valle del Mis, Val Cismon, al Ponte
Serra, lavori consistenti in postazioni per mitragliatrici ed artiglieria,
peraltro con uso eccezionale di cemento, in collegamento con gallerie, ricoveri
e depositi in caverna. In tale contesto vanno inquadrate le fortificazioni
realizzate nella zona di Termine di Cadore, dove stazionavano circa 200 uomini
della “Wehrmacht” ed operava l’OT Einsatzgruppe Alpen-Italien affidato
all’impresa Kirner Hartsteinwerke Albert Pfeifer con sede a Kirn nel Palatinato
al comando dell’ingegner Iessacher con alle dipendenze alcune centinaia di
uomini impiegati nei lavori di difesa. Costoro in parte affluivano giornalmente
con treni ed autocarri dalle zone limitrofe, in parte venivano alloggiati in
baracche di legno. Sulle pendici montane rimangono oggi i segni delle
postazioni, gallerie e fortificazioni e, in concomitanza coll’abbassarsi del
livello delle ghiaie sul greto del Piave, si possono notare ancora le massicce
piramidi di calcestruzzo realizzate per spezzare i cingoli dei mezzi corazzati
alleati, scopo questo perseguito pure dalle putrelle metalliche infisse nella
sede stradale, ogni punto strategicamente significativo era minato. Va detto che
ci furono anche dei cadorini, impegnati con il movimento partigiano, che
scelsero, anche su indicazione dei loro reparti allo scopo sia di fornire
indicazioni precise sui lavori sia di recuperare esplosivi, di andare
volontariamente con la “Todt” a Termine, fatto questo ben accolto da parte dei
tedeschi, che, con una sorta di “tolleranza”, accettarono il tutto senza
infierire troppo, soddisfatti già di tenere sotto controllo tanti potenziali
nemici, piuttosto che saperli nascosti in montagna. Tutto il progetto di
fortificazione tedesca alla fine abortì, sia per l’evoluzione del conflitto, sia
per le trattative che rientravano nella cosiddetta “Operazione Sunrise” e che,
avendo lo scopo di aprire il fianco meridionale attraverso una capitolazione
parziale, escludevano la prosecuzione di qualunque specie di guerra in una
“Fortezza Alpina”. - Walter Musizza e Giovanni De Donà
la Nuova di Venezia — 05 febbraio 2005 pagina 22 sezione: NAZIONALE
Forte Gazzera, la
bonifica non inizia La nuova data prevista è il 15 febbraio
GAZZERA. La bonifica di forte Gazzera inizierà martedì 15 febbraio. O almeno
dovrebbe, visto che finora le assicurazioni del 5º Reparto Infrastrutture
dell’Esercito sull’avvio dei lavori nell’ex struttura militare di via Brendole
si sono rivelate inattendibili. Quello che si sa per certo è che il presidente
del consiglio di quartiere di Chirignago - Gazzera Ruggero Moschetta si è messo
in contatto con il reparto che ha sede a Padova e che segue tutte le pratiche
relative alle caserme e fortificazioni passate dal demanio militare al Comune.
Risultato, l’Esercito assicura che la data buona per vedere finalmente in via
Brendole gli operai della ditta sarda Tecneur è il 15 febbraio, data che se
verrà rispettata vedrà il cantiere di forte Gazzera aprire con un mese di
ritardo sul giorno fissato dagli stessi responsabili dell’azienda sarda. Resta
da capire come reagiranno quartiere e comitato di gestione in caso di un
ennesimo rinvio, specie se come nelle altre due occasioni (15 e 24 gennaio) non
verrà fornita alcuna motivazione all’inizio dei lavori. La Tecneur ha sempre
detto che per terminare la bonifica saranno necessari 70 giorni lavorativi,
l’area di via Brendole quindi sarà interdetta al pubblico, salvo imprevisti,
fino alla metà di maggio. (m.t.)