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Passeggiata nel Mistero alla fortezza di Verrua Savoia
Da passeggiatenelmistero.blog del 30 giugno 2020

Storie misteriose a cura dello scrittore Gian Luca Marino immersi nella splendida  ornice della fortezza di Verrua Savoia con una suggestiva panoramica dall’alto sulle province di Alessandria, Asti, Torino e Vercelli mentre il sole tramonta lasciando spazio alle tenebre…
Una guida turistica, che curerà l’ introduzione storica al luogo, accompagnerà il pubblico in una breve passeggiata fino alla parte superiore del dongione della fortezza dove, con luci soffuse, Gian Luca Marino giornalista e scrittore del mistero, parlerà di leggende, fantasmi, streghe e altri misteri in uno spazio all’aperto su un manto erboso da dove si potrà godere di uno splendido panorama sul territorio.

Date
venerdì 10 luglio
venerdì 24 luglio
ritrovo ore 20:45 all’ingresso della fortezza di Verrua Savoia inizio evento: ore 21
Costo: 15 euro a persona comprensivo di ingresso alla fortezza.
Numero minimo di partecipanti: 25 persone
Numero massimo di partecipanti: 50 persone
Modalità di pagamento: in loco prima di iniziare la passeggiata con denaro dell’esatto importo (15 euro) in contanti; verrà rilasciata regolare ricevuta
on line tramite sistema Paypal o Carta di Credito, metodo consigliato e preferibile. Il link per il pagamento elettronico verrà inviato via mail dopo la prenotazione
Secondo le disposizioni vigenti covid-19,l’evento si svolgerà in piena sicurezza, attenendosi scrupolosamente a queste regole:

OBBLIGO DI PRENOTAZIONE da inviare tramite mail entro le ore 17 del giorno precedente all’evento. Non verranno accettate persone senza prenotazione.
la mail alla quale inviare la prenotazione è passeggiatenelmistero@gmail.com
in essa si dovrà indicare: nome e cognome di ogni partecipante / numero di telefono di riferimento
è necessario presentarsi muniti di mascherina e gel mani
non saranno accettate persone con evidenti sintomi influenzali o difficoltà respiratorie.
durante l’evento tutti i partecipanti dovranno indossare la mascherina e rispettare le misure di distanziamento sociale.

 

I cinque più interessanti luoghi turistici sotterranei della Russia: le foto
Da it.rbth.com del 29 giugno 2020

Di VIKTORIA RJABIKOVA

Tra grotte naturali, bunker un tempo segretissimi, antiche città ipogee e miniere da esplorare, le attrazioni nel sottosuolo di certo non mancano

Belladonna Malkavian (CC BY-SA 4.0)

Tiia Monto (CC BY-SA 3.0)

1/ Chufut-Kale – Bakhchisaraj, Repubblica di Crimea

Una città medievale, in origine bizantina, una parte della quale venne scavata direttamente nella roccia, servì da fortezza per diverse popolazioni tra il V e il VI secolo. Il nome attuale (in tataro crimeano: Çufut Qale, in russo Чуфут-Кале; Chufùt-Kalé) è apparso solo nel XVII secolo, ed è traducibile come “fortezza ebraica”. Nella zona vivevano infatti comunità di caraiti (un piccolo gruppo etnico turco, che professa il caraismo, una variante religiosa dell’ebraismo, e vive tradizionalmente nell’Europa orientale), e i tatari di Crimea li chiamavano semplicemente “ebrei”. In totale, ci sono centosettanta grotte nella città, scavate su due livelli, e più raramente su tre. Tutti servivano da locali di servizio, scantinati e sotterranei. Furono inoltre costruiti arsenali, magazzini, una moschea, una zecca e alloggi nei pressi delle grotte. La città si svuotò nel XIX secolo, quando rimase senz’acqua, e oggi la fortezza delle grotte è aperta a tutti i turisti che vogliono passeggiare lungo le sue antiche strade.

Legion Media

Vladimir Chuprikov (CC BY-SA 4.0)

2/ Grotta di ghiaccio di Kungur – Kungur, Territorio di Perm

Uno dei luoghi sotterranei più freddi della Russia, che divenne accessibile ai turisti nel 1914, ricorda il regno della Regina delle nevi. In precedenza, non lontano dalla grotta (il nome in russo è Кунгурская ледяная пещера; Kungùrkaja ledjanàja peshchéra), si trovava la vecchia cittadina mercantile di Kungur, fondata nel 1663 (oggi è una città di 65 mila abitanti). I viaggiatori che passavano da qui cercavano sempre di visitare la grotta e la sua fama si diffuse in tutta la Russia, e non era certo immeritata. Il complesso sotterraneo, ricoperto di ghiaccio millenario, è composto da 58 grotte, 70 piccoli laghi e un grande lago sotterraneo mai ghiacciato con una superficie di 1460 metri quadrati e una profondità che arriva a 5 metri.

Mentre si cammina nelle grotte, si possono ammirare cristalli di neve e stalagmiti, nonché guardare spettacoli in costume e proiezioni sulle leggende e la storia delle caverne.

Legion Media

Komsomolskaya Pravda/Global Look Press

3/ Bunker 42 – Mosca

Questo bunker nel distretto Taganskij a Mosca fu costruito per ordine di Stalin, ma venne ultimato solo tre anni dopo la sua morte, nel 1956. Ha una superficie di 7 mila metri quadrati ed è profondo 60 metri, e rappresentava un posto di comando di riserva del quartier generale dell’aviazione in caso di attacco nucleare. 5.000 persone potevano trovare riparo in piena sicurezza nel bunker, e avrebbero avuto cibo, carburante e aria a sufficienza per sei mesi.

Il comando dei bombardieri con a bordo armi nucleari fu eseguito dal bunker fino al 1986. Nel 2006, nel bunker sono stati aperti un museo (Музей холодной войны; Muzéj kholódnoj vojný; Museo della Guerra fredda) e un ristorante. Ora, durante le escursioni, potete guardare l’imitazione di un’esplosione di una bomba nucleare, il lancio di un missile nucleare e risolvere enigmi in una Escape room.

Artem Svetlov (CC BY 2.0)

4/ Caverne Sjany – Domodedovo, Regione di Mosca

Questo sistema di cunicoli (nome in russo: Пещеры Сьяны; Peshchéry Sjàny) dalla lunghezza totale di 19 chilometri si trova a soli 12 km da Mosca. Il sistema apparve presumibilmente nel XVII secolo: era lì che si estraeva la pietra calcarea utilizzata per la costruzione di Mosca. L’estrazione si interruppe completamente nel 1917, e negli anni Settanta del XX secolo le autorità riempirono gli ingressi alle grotte. Le ruspe hanno scoperto un ingresso ai sotterranei negli anni Ottanta. Nel 2007, sono stati eseguiti dei lavori di solidificazione in modo che non crollassero né la copertura né le pareti. Ora nelle caverne vengono condotti dei tour, che promettono di mostrare un tempio sotterraneo, grotte residenziali e pitture rupestri.

Stanislav Krasilnikov/TASS

Dmitrij Dzhus (CC BY 2.0)

Andrej Butko (CC BY-SA 3.0)

5/ Complesso del museo navale di Balaklava – Balaklava, Repubblica di Crimea 

Il rifugio sottomarino nella baia di Balaklava, soprannominato Object 825 GTS (in cirillico: Объект 825 ГТС), iniziò a essere costruito nel 1953, sull’onda del bombardamento nucleare delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki del 1945. La costruzione fu completata nel 1961, la struttura rimase in completa segretezza fino al 1994; nemmeno la gente del posto immaginava la sua esistenza.

In questo rifugio era possibile proteggere nove sottomarini di piccole dimensioni o sette di dimensioni medie, con gli equipaggi, nonché circa un migliaio di altre persone, da un attacco nucleare.

In periodo di pace, il rifugio fungeva da base di riparazione e rifornimento per i sottomarini. Di notte entravano nel rifugio, dove venivano riforniti di carburante, ossigeno e munizioni e al mattino venivano mandati in servizio. Dopo la chiusura, il complesso è stato saccheggiato. All’inizio degli anni Duemila, è stato aperto qui un museo, dove i turisti possono passeggiare attraverso i labirinti dell’edificio e visitare un’esposizione sulla storia del complesso.

 

Forte San Briccio, riapre il gioiello sui colli veronesi
Da larena.it del 29 giugno 2020

Domenica porte aperte dalle 10 di mattina (alle 10.30 prima visita guidata, replica alle 11.30).
Sempre alle 11.30, sarà proiettato nei locali della Polveriera il film di Leonardo Tiberi “Il destino degli uomini”, girato in parte proprio a Forte San Briccio. Alle 12.30 risotto per tutti, offerto dai volontari dell’associazione “All’ombra del Forte”, che lo gestisce. Nell'occasione ci sarà spazio al al tesseramento 2020 dell’associazione (5 euro gli adulti, gratis fino ai 18 anni). In funzione un punto ristoro.
L'idea, fanno sapere, è di aprire tutte le prime domeniche del  mese, arricchendo le visite con un’esperienza di degustazione di vini e altri prodotti della zona, coinvolgendo le aziende del territorio nel progetto di valorizzazione del Forte avviato sette anni fa.
Forte San Briccio sarà aperto domenica 2 agosto per le visite guidate e domenica 6 settembre per le visite e per le elezioni del nuovo consiglio direttivo dell’associazione “All’ombra del Forte”. Nei mesi di chiusura, oltre alla manutenzione, sono iniziati i lavori idraulici per portare l’acqua potabile in tutto il Forte, con l’obiettivo di produrre meno rifiuti e ottimizzare l’utilizzo delle risorse durante gli eventi, e sono in fase di ultimazione i lavori per realizzare un bagno disabili fisso.
Rinnovato anche il sito internet e creata la pagina Instagram Forte San Briccio, oltre a una newsletter per aggiornare sugli eventi in programma e per coinvolgere altre persone e altre competenze nel progetto.

IL FORTE
Forte San Briccio è un complesso architettonico di origine militare edificato tra il 1883 e il 1888 ad opera del genio militare italiano sul colle da cui prende il nome, in un’area abitata già in tempi remoti, come testimoniano i reperti archeologici ritrovati all’epoca della sua costruzione.

Il forte faceva parte della linea difensiva nord Lessinia della città di Verona, che doveva presidiare la roccaforte scaligera dagli attacchi austriaci. Dismesso il suo uso militare nel 1979, viene gestito da un’associazione locale dal 1981 al 1998, poi per anni viene abbandonato, fino a quando nel 2012 viene dichiarato il vincolo monumentale, e l’immobile passa a titolo non oneroso dal Demanio al Comune di Lavagno, che si impegna a favorirne il recupero. Tale passaggio viene sancito nel 2013 con la sottoscrizione dell’accordo di valorizzazione del bene e la nascita dell’associazione All’ombra del Forte, che riunisce i rappresentanti di diverse associazioni locali e gestisce il forte accompagnando il piano di valorizzazione.

 

La Torretta e il Belvedere
Da mynews.it del 27 giugno 2020

La Torretta Belvedere del Borgo Antico di Termoli

Uno dei luoghi più caratteristici della città di Termoli, dove fermarsi ed emozionarsi, perdendo lo sguardo tra mare e cielo.

TERMOLI – Da tutti è conosciuta come la “Torretta del Belvedere” ed è facile indovinare il motivo: è qui che si trova una delle più belle terrazze panoramiche della nostra città, quel luogo dove chiunque – turista o cittadino che sia – almeno una volta ha scattato una foto ricordo; da qui è possibile ammirare il porto cittadino, il profilo inconfondibile del Gargano e, all’orizzonte sul mare, le Isole Tremiti.

La Torre del Belvedere, che oggi domina dall’alto l’incrocio tra Via del Porto e Via Aubry, nell’Alto Medioevo era parte integrante – insieme ad altre torri ormai scomparse – del circuito murario difensivo del Borgo Antico. A pianta circolare a scarpa e con volume troncoconico, essa conserva ancora i merli superiori, gli archetti ciechi e le feritoie cruciformi, grazie soprattutto ai lavori di restauro degli anni ’90 del secolo scorso. Gli scavi archeologici condotti qualche decennio fa all’interno della torre, hanno permesso di datare la costruzione al XV secolo, un momento, quindi, successivo alla più famosa ristrutturazione del borgo risalente al 1247, ad opera dell’Imperatore Federico II di Svevia.

Con tutta probabilità, sempre nel XV secolo, contestualmente alla realizzazione della Torretta, venne anche creato un nuovo ingresso al paese: precedentemente, infatti, si poteva accedere al centro abitato solo da un’unica entrata allora esistente, posta a lato del Castello Svevo. La Torretta del Belvedere, quindi, oltre alla funzione principale di torre da difesa militare, avvistamento e controllo, faceva parte di un più ampio complesso architettonico di ingresso alla città, insieme ad una seconda torretta, ormai scomparsa, detta “gemella”. Di questa seconda torre (che secondo le fonti, era genericamente posta nei pressi dell’ingresso del borgo) sappiamo che esisteva ancora nel 1703, così come documentato nella famosissima e antica veduta dell’Abate Pacichelli.

Termoli nel XVIII secolo, vista da Giovan Battista Pacichelli

Non ci sono dubbi, invece, che di essa non ve ne fosse più traccia – forse a seguito del progressivo interramento del Canale Portiglione, o forse perchè distrutta da tempo – già nel 1834, data riportata in documenti dell’epoca che trattano lavori edili nel Borgo e che citano, appunto, una sola torre (quella del Belvedere).
Tuttavia, nel 1916, durante scavi per lavori stadali, i resti di questa torre gemella vengono intercettati a circa due metri di profondità dal piano di calpestio e infine reinterrati. Attualmente, in mancanza di scavi archeologici stratigrafici mirati alla ricerca di tali resti murari e alla comprensione dell’organizzazione urbanistica di questa parte del borgo, è possibile solo immaginare come si presentava questo ingresso nel XV secolo: secondo i più, una piazza d’armi che precedeva la porta d’ingresso vera e propria.

La Torretta del Belvedere appare ai giorni nostri come un corpo isolato, un monumento in realtà estraneo al nucleo abitativo e posto al margine del Paese Vecchio, al contrario di come essa invece si mostrava originariamente, cioè un tutt’uno con la cinta muraria medievale. Tutto l’affaccio del Belvedere – così come oggi lo conosciamo – è di fatto una balconata che residua dall’abbattimento di un edificio preesistente (il così detto“vecchio carcere”), che nel 1927 venne demolito. La creazione di questa balconata sul porto ha pertanto modificato per sempre l’antica percezione della fortezza e delle mura urbiche, ma allo stesso tempo ci regala una terrazza dal panorama unico. Questo belvedere, infatti, è diventato oggi uno dei luoghi più caratteristici della città di Termoli, dove fermarsi ed emozionarsi, perdendo lo sguardo tramare e cielo.

Lidia Di Giandomenico, Archeologa  Presidente Me.MO Cantieri Culturali a.p.s

 

TORNANO LE GIORNATE FAI, A MESSINA APRE AL PUBBLICO IL "FORTE CAVALLI"
Da messina.gazzettadelsud.it del 27 giugno 2020

Tornano le Giornate Fai, pur se in una veste diversa e con le limitazioni che continuano a restare in vigore, dopo la lunga fase di lockdown. Oggi e domani i messinesi, dopo obbligatoria prenotazione, potranno scoprire il fascino di Forte Cavalli che fa, dall'altura di Larderia, da vedetta sullo stretto.
È una delle più suggestive strutture militari risalenti a fine ottocento e ospita il museo permanente delle fortificazioni. Ad accogliere i visitatori l'assessore alla cultura Enzo Caruso, la delegata del fondo per l'ambiente Giulia Miloro e i volontari del fai e dell'associazione Zancle Onlus.

 

Forte San Procolo, scoperte nuove specie
Da tgverona.it del 27 giugno 2020

Un gigante nascosto, che ha rivelato un immenso patrimonio di flora e fauna. Specie nate e arrivate spontaneamente e già studiate dagli esperti. Cresce l’interesse attorno a Forte San Procolo, un gioiello delle fortificazioni scaligere, inserito nel cuore del quartiere Navigatori. Il compendio, infatti, oltre ad essere di pregio storico-artistico, custodisce anche una biodiversità da tutelare, che verrà inserita nel progetto di valorizzazione che il Comune consegnerà entro metà agosto al Demanio per avere in concessione il forte. Nel frattempo l’amministrazione ha chiesto all’agenzia dello Stato la possibilità di un conferimento temporaneo anticipato, per iniziare a valorizzare l’area e tutelarne il patrimonio ambientale. Coinvolgendo anche la cittadinanza, come era stato fatto l’anno scorso con le visite guidate e le giornate di pulizia degli spazi verdi. Giovedì mattina gli assessori alla Pianificazione urbanistica e Ambiente Ilaria Segala e all’Unesco Francesca Toffali, insieme al consigliere comunale Paola Bressan, hanno accompagnato i tecnici della Forestale, per approfondire quanto emerso nelle ultime settimane. Erano presenti anche i tecnici comunali, che ora inseriranno le valutazioni su flora e fauna nel progetto di valorizzazione del Forte, e i rappresentanti dell’associazione Città Fortezza.
“All’interno di questo compendio potrebbe nascere un nuovo parco cittadino, con uno spazio dedicato anche agli orti urbani – ha spiegato Segala -.L’area verde attorno al forte è di grandi dimensioni e custodisce una biodiversità che va tutelata. Ecco perchè assieme alla Forestale stiamo analizzando tutte le piante presenti. L’ornitologo, in un anno, ha identificato una settantina di specie animali. Tutto questo si inserisce nel percorso di Verona Fortificata, iniziato due anni fa per recuperare questi nostri tesori e far conoscere alla cittadinanza il patrimonio dei compendi scaligeri. Un progetto che ha suscitato l’interesse di tanti veronesi. Ecco perché speriamo che arrivi quanto prima, anche in via provvisoria, la concessione da parte del Demanio”.

“Stiamo accelerando i tempi per poter avere questo Forte il prima possibile, in modo da tutelare e valorizzare sia il compendio che gli spazi attorno – ha aggiunto Toffali -. L’idea è quella di programmare non solo il ripristino del monumento, ma anche la sua futura utilizzazione. Per questo presenteremo entro metà agosto un progetto di tutela e promozione del bene. Vorremmo inoltre ampliare alla linea difensiva esterna il nostro sito Unesco. Al momento, infatti, solo la cinta magistrale interna è un bene patrimonio dell’umanità. Ma ci sono dei forti che hanno un grandissimo valore storico-artistico e che meritano di essere riconosciuti e conosciuti a livello internazionale”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Ducale e la Torre Normanna di Pietramontecorvino
Da lavocedimaruggio.it del 26 giugno 2020

Il complesso castellare di Pietramontecorvino si compone di una Torre e di un Palazzo Ducale edificati in epoche diverse ma che comunque costituivano un unico insieme difensivo. La torre, di probabile epoca normanna, anche se non si escludono precedenti origini bizantine, ha subito modifiche sotto le dominazioni sveva ed angioina. Alta 25 metri si presenta a pianta quadrangolare e si sviluppa su cinque piani, ciascuno dei quali ha due finestre, di cui due sul versante meridionale sono bifore di probabile origine angioina, mentre sul lato est vi è un piccolo balcone. Lo stile architettonico è duplice: la parte inferiore normanna, mentre quella superiore di epoca tardo angioina con merlatura guelfa in alto. L’accesso è garantito grazie ad una scala in pietra ad un’altezza di circa 7 metri dal suolo, che sostituisce l’originale scala a chiocciola in legno. In alto sono presenti le caditoie che consentivano ai difensori di lanciare pietre, dardi, acqua bollente e pece sugli assedianti.

Agli inizi del XIV secolo la torre è descritta in alcuni documenti come abbandonata ed in rovina, probabilmente a causa delle guerre fra Svevi ed Angioini, tuttavia proprio sotto la dominazione di questi ultimi fu sicuramente restaurata e migliorata. Alcuni soffitti interni in legno sono caduti nel corso degli anni ed in parte sono stati recentemente ricostruiti. Negli ultimi anni sono stati effettuati diversi interventi di restauro ed attualmente la torre è riaperta al pubblico. L’annesso Palazzo Ducale risale con ogni probabilità alla dominazione angioina, infatti sull’Arco Ducale campeggia il blasone dei d’Angiò. La struttura si sviluppa su una superficie di circa 2,500 metri quadrati e raggiunge un’altezza massima di 15 metri. La facciata principale, rivolta a Mezzogiorno, si sviluppa su tre livelli di cui uno riservato a magazzini, depositi, stalle, quello nobile ai signori e l’altro alla servitù.

Particolarmente interessante è il Salone di Rappresentanza dove è possibile ammirare gli affreschi voluti dagli ultimi Signori di Pietramontecorvino: i Montalto di Tocco. L’intero complesso si presenta a pianta quadrangolare fortemente allungata, con la Torre Normanna che occupa l’angolo sudoccidentale. Dal Portale principale si accede ad un ampio cortile, anch’esso a pianta quadrangolare allungata. Attualmente il Palazzo è proprietà della Chiesa ed un corridoio che parte dal cortile lo collega alla Chiesa Matrice del paese.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Ponale, mezzo milione di euro sbloccato per avere sicurezza
Da ladige.it del 26 giugno 2020

Quel mezzo milione di euro era stato deliberato ancora nel corso dell'ultima riunione di giunta dell'esecutivo provinciale guidato da Ugo Rossi. È passato un anno e mezzo e ancora non si è riusciti ad utilizzare quelle risorse per mettere mano alla Ponale, nel senso di renderla più sicura per le centinaia di migliaia di escursionisti e bikers che torneranno ben presto a percorrerla. Con l'approvazione del progetto definitivo in giunta a Riva l'iter dovrebbe finalmente ripartire portando all'appalto entro la fine dell'estate e all'esecuzione dei lavori probabilmente in inverno, visto anche il desiderio da più parti manifestato di allungare il più possibile questa strana stagione turistica appena iniziata.
La prima versione del progetto di intervento sulla Ponale - dove anche l'anno scorso non sono mancati i distacchi e le piccole frane - era stata elaborata da «Garda Trentino spa» per la Comunità di valle (destinataria del finanziamento) includendovi però anche il recupero della "casermetta" (una struttura militare di fine Ottocento, oggi diroccata) che avrebbe dovuto diventare magazzino, servizio igienico e punto di partenza per le escursioni alle fortificazioni dell'area. Quando a Trento hanno visto arrivare un siffatto progetto l'hanno rimandato al mittente. Nessun intervento sulla "casermetta", probabilmente perché la struttura è comunque considerata a rischio e non vi si vuole gente.

Progetto quindi da rifare, investendo tutte le risorse direttamente sulla "mitigazione del rischio" e su altri interventi legati a sottoservizi, condutture dell'acqua, collegamenti elettrici. La nuova versione dell'elaborato viene predisposta anche in accordo con il nuovo soggetto nato nel frattempo, cioè «Mondo Ponale», il sodalizio che raccoglie la preziosa eredità del «Comitato Giacomo Cis». Vengono anche stralciati 100 mila euro che verranno gestiti direttamente dal Servizio ripristino (ora Sova) per alcune opere fuori progetto (la continuazione dei parapetti, con il posizionamento di quelli più decorosi, il completamento di alcuni sottoservizi, l'impianto irriguo, canalette, fondostrada) mentre gli altri 400 mila restano destinati alla sicurezza, con pulizia delle pareti, reti paramassi, disgaggi, massicciate.
«Il nuovo progetto ci è stato consegnato nella seconda settimana di giugno - spiega l'assessore ai lavori pubblici rivano Alessio Zanoni - e subito l'abbiamo approvato alla prima giunta utile. È già stato spedito in Provincia per la conferma del contributo.

"Garda Trentino spa" e "Mondo Ponale" si sono occupati di rifare il progetto, il Comune si occuperà di curare la gara d'appalto, subentrando come da richiesta con la propria "stazione appalti" alla Comunità di valle, in difficoltà su questo fronte». Per fortuna nel frattempo sono stati portati a termine altri interventi finanziati con 1,2 milioni di euro destinati dalla Conferenza dei sindaci alla Ponale in quanto "opera strategica" per tutti: il più importante il consolidamento delle volte delle gallerie.

 

Fortificazioni digitalizzate a Verona: le spettacolari immagini con il drone al Bastione delle Maddalene
Da veronasera.it del 25 giugno 2020

Il nuovo percorso con una mostra temporanea negli spazi del Centro di Documentazione Verona Città Fortificata al bastione delle Maddalene

opo 20 anni, facciamo un salto nel futuro. Oggi non basta conservare un sito per valorizzarlo, possiamo fare di più, supportati da strumenti e tecnologie che in passato non c'erano e che ci permettono di fare la differenza. Il Bastione delle Maddalene in cui ci troviamo oggi ne è l'esempio. - ha detto il sindaco di Verona Federico Sboarina - Di una bellezza disarmante sia all'interno che all'esterno, in realtà questo sito è poco conosciuto dai veronesi stessi. Il progetto va in questa direzione, portare i cittadini a visitare ciò che di meraviglioso è presente sul nostro territorio e lo rende unico. Stessa cosa per i turisti, Verona non è solo l'Arena e il balcone di Giulietta, ma tanti altri luoghi e percorsi che si trovano solo qui e in nessuna altra parte del mondo».

 

Mura e fortificazioni diventano digitali. Le Porte di Verona.
Da veronaeconomia.it del 25 giugno 2020

Sindaco, Federico Sboarina: "Un salto nel futuro, a 20 anni, dal riconoscimento da parte di Unesco".

“Un salto nel futuro, dove storia e architettura si fondono, con tecnologia e innovazione”. E' questa la sensazione, che da oggi, cittadini e turisti proveranno, visitando tutte le Porte cittadine del sistema delle mura, da Porta Fura a Porta Vescovo. Ciò, grazie al progetto, che vede insieme il Comune di Verona e l'Università di Pavia, per dotare, attraverso moderne tecnologie informatiche, il sistema fortificato veronese di un approccio ‘contemporaneo’, che ne migliora la conoscenza, sotto tutti gli aspetti e ne permette una valorizzazione nuova e più ampia. A vantaggio anche del comparto turistico, laddove l'offerta tradizionale si arricchisce di percorsi mai visti prima, supportati da modellini tridimensionali, ricomposizioni virtuali e persino videogiochi. Un lavoro complesso e articolato, di cui oggi è stato presentato il primo step, quello, relativo alle 11 porte cittadine.

Da porta Fura a porta San Zeno, da porta Nuova a Porta Vescovo, da Porta Palio ai Portoni della Bra, fino a Porta Vescovo. Per ciascuna di queste strutture sono stati predisposti i pannelli, con informazioni complete,sui diversi aspetti, che le caratterizzano, storici, architettonici, artistici ma anche ambientali. Da domani, i trespoli illustrati saranno collocati davanti alle Porte di riferimento. Oggi, in via eccezionale, hanno inaugurato il nuovo percorso, con una mostra temporanea negli spazi del Centro di Documentazione Verona Città Fortificata, al Bastione delle Maddalene. E' qui, che stamattina, il sindaco, Federico Sboarina, e l'assessore ai Rapporti con l'Unesco, Francesca Toffali, hanno tagliato il nastro dell'esposizione diffusa, che percorre gli oltre 11 chilometri di cinta muraria, che oltre alle Porte cittadine, comprende i bastioni e i valli. All'incontro era presente il prof. Sandro Parrinello del Dipartimento Ingegneria Civile e Architettura dell’Università degli Studi di Pavia, responsabile del progetto di realizzazione dell’archivio digitalizzato. Sindaco e presenti hanno potuto assistere, inoltre, ad un'anticipazione del progetto di digitalizzazione e del suo risultato, con slide, video 3D e filmati, realizzati dai ricercatori di Pavia. Rientra nel progetto anche una piattaforma, per vedere lo stato di avanzamento del lavoro svolto, i siti in fase di studio, le tecnologie utilizzate. Non è un caso che il primo passo del percorso di 'modernizzazione' del patrimonio difensivo cittadino avvenga proprio quest’anno.

Vent'anni fa, infatti, grazie proprio a tale ricchezza, Verona entrava nell'olimpo dei siti Unesco, riconoscimento, che l'Amministrazione è impegnata a conservare e valorizzare con azioni concrete e progetti innovativi. Il sindaco Sboarina: "Dopo 20 anni, facciamo un salto nel futuro. Oggi non basta conservare un sito per valorizzarlo, possiamo fare di più, supportati da strumenti e tecnologie, che in passato, non c'erano e che ci permettono di fare la differenza. Il Bastione delle Maddalene, in cui ci troviamo oggi, ne è l'esempio - aggiunge il sindaco -. Di una bellezza disarmante, sia all'interno, che all'esterno, in realtà, questo sito è poco conosciuto, dai veronesi stessi. Questo progetto va in questa direzione, portare i cittadini a visitare ciò che di meraviglioso è presente sul nostro territorio e lo rende unico. Stessa cosa per i turisti: Verona non è solo l'Arena e il balcone di Giulietta, ma tanti altri luoghi e percorsi che si trovano solo qui e in nessuna altra parte del mondo". L’assessore, Francesca Toffali: "La collaborazione con l'Università di Pavia si basa nella mappatura e conoscenza digitale di tutto il patrimonio delle mura. In questo primo anno di lavoro, è stata portata a termine la digitalizzazione e illustrazione di tutte le porte veronesi, ma il lavoro da fare è ancora molto. Non c'è valorizzazione possibile senza la conoscenza, che è il punto di partenza, da cui elaborare ogni altro progetto ed è quello che stiamo facendo, per l'intero sistema difensivo cittadino.

Ora, non ci resta, davvero, che indossare le scarpe da ginnastica e metterci in cammino, alla scoperta delle Porte cittadine, delle loro storia, architettura e stato di conservazione". Un patrimonio veramente importante e, diremo, quasi esclusivo, quello dato dalle mura veronesi, che si sovrappongono, come si sono sovrapposti i secoli, ad opera di Roma, degli Scaligeri, dei Visconti, di Venezia e dell’Austria asburgica, in un meraviglioso complesso di stili, ricordo dei tempi, e motivo pratico di studio della storia e di creazione di alta cultura. Quanto sopra è il comunicato dell’avvenuta inaugurazione dell’operazione di mappatura e di digitalizzazione delle “Porte veronesi”, così come redatto dal Comune di Verona.

 

Demolire l’ex base Nato e restaurare il Sacrario del Monte Grappa. Scopel: «I soldi ci sono, vincerà la burocrazia?»
Da amicodelpopolo.it del 24 giugno 2020

Clicca e guarda l’intervista sul canale YouTube dell’Amico del Popolo

Demolire l’ex base Nato e restaurare il sacrario del Monte Grappa, presto, è già stato perso troppo tempo. Il sindaco di Seren del Grappa, Dario Scopel: «I soldi ci sono, vincerà la burocrazia?».

Il Monte Grappa è un luogo sacro per la storia della nostra Patria, simbolo di pace anche per le altre nazioni che lassù, nel Sacrario, rendono onore ai loro Caduti.

Ed è vergognoso che i lavori, già finanziati, siano da anni bloccati per ragioni burocratiche. Conduce l’intervista Luigi Guglielmi.

 

Le fortezze di Verona, un patrimonio di secoli di storia
Da verona-in.it.it del 24 giugno 2020

Porta Nuova

ASSOGUIDE (https://veronacityguide.it/) propone un itinerario tra Porta Nuova, Porta Palio e Porta San Zeno, alla riscoperta dell’evoluzione del sistema di difesa che nel corso dei secoli ha fatto della città scaligera un importante nodo strategico urbano.

La fortezza nasce perché c’è un’arma; è uno strumento di difesa contrapposto all’offesa, le armi. A Verona le fortificazioni hanno avuto un ruolo importante poiché, per la sua posizione geografica, la città fu, e ancora è, un punto di incontro di grandi direttrici: quella che va da nord a sud, Val d’Adige e Pianura Padana, ossia la direttrice che congiunge il centro Europa con la penisola italiana, e la direttrice ovest e est. Quindi questo grande snodo viario è diventato nel corso dei secoli un nucleo urbano strategico che conserva un grandissimo patrimonio di opere fortificatorie. A Verona vi sono testimonianze di tutti quanti i sistemi di difesa, di tutti i sistemi fortificatori, dalla preistoria fino ai forti più recenti. Per trovare una civiltà che abbia lasciato delle tracce riscontrabili ancora oggi, dobbiamo arrivare al periodo romano: i Romani hanno conquistato questa parte di Pianura Padana nel corso del III secolo a.C. Ma fu soprattutto con l’Imperatore Augusto (31 a.C. al 14 d.C.) ad assicurare tranquillità alle popolazioni padane, continuamente invase, conquistando le regioni alpine e quelle al di là delle Alpi.

Così Verona ha iniziato ad essere un punto strategico importantissimo, perché operava da base militare per la conquista delle regioni alpine. Qui si stanziarono i soldati che misero su famiglia. Non dimentichiamo che Verona è stato il nodo stradale delle vie consolari più importanti dell’Italia del nord. Da qui per esempio passava la più importante strada romana del nord: la via Postumia (Genova, Tortona, Piacenza, Cremona, Verona, Vicenza, Aquileia). Poi qui passava la Claudia Augusta che partiva da Ostiglia sul Po, passava per Verona e arrivava ad Augsburg sulle sponde del Danubio. Da qui partiva anche la via Gallica che portava in Francia passando per Milano e Torino. Quando la popolazione di Verona aumentò e quindi si sentì l’urgenza di difendersi, vennero costruite le prime mura comunali, intorno al 1150. Ma bisogna arrivare all’epoca scaligera per trovare l’opera più importante, la cinta di Cangrande della Scala costruita dal 1320 al 1325, che andava da ponte Catena a ponte S. Francesco. Si volle includere nella cinta molto terreno libero per potere coltivare frumento e altri frutti, o verdure da mangiare in caso di lunghi assedi.

Porta Palio

Nel 1405 i veronesi si diedero a Venezia, un dominio durato quasi 4 secoli fino al 1797. Nei primi decenni del 1400 apparvero i primi cannoni, i proiettili erano delle sfere di bronzo e ferro con una gittata di 300 metri. Naturalmente le semplici mura medioevali erano facili bersagli per questi proiettili, quindi sorse subito all’inizio del ‘500 il problema di cambiare la forma delle fortezze. Il primo studioso che si è interessato di balistica è stato un matematico bresciano: Tartaglia. Studiò la traiettoria e il rapporto tra peso e curvatura. Inizialmente Venezia non riuscì a curare l’aspetto fortificatorio di Verona, ma dal Cinquecento se ne prese cura affidando l’incarico al grande architetto di casa, Michele Sanmicheli, che nel 1531 incominciò la cinta bastionata per incarico della Repubblica di Venezia. Ma soprattutto, egli fu l’autore di Porta Palio, definito dal Vasari “l’ultimo miracolo di Michele”. E un grande capolavoro più che di architettura militare di architettura tout court. L’interesse di questa porta è dato dalla diversità dei due affacci, che stanno a significare qualcosa: si voleva sottolineare la magnificenza della città e l’importanza della sua storia. Il Sanmicheli voleva dare al visitatore l’immagine di una città colta, ricca, civile e per fare questo realizza una porta che non ha nulla di militaresco, non ha un aspetto minaccioso, ma sembra piuttosto una porta civica. Il lato verso la città presenta il bugnato rustico, che invita chi sta dentro ad uscire verso la natura e il paesaggio esterni. Per l’affaccio interno si notino anche le citazioni all’Arena e ai monumenti romani nella definizione stilistica: bugnato rustico, colonne, pilastri e fregio dorico.

Riassumendo quel che avvenne dopo la caduta della Serenissima: la cinta muraria veneziana, ma fortunatamente non le porte, fu fatta saltare in aria dalle truppe napoleoniche dopo il Trattato di Luneville del 1801, che divise per qualche anno Verona in due, sfruttando l’Adige come confine. Quando dopo il Congresso di Vienna l’Austria giunge qui nel 1815, trova una città senza difesa e pensa a come mettervi mano.
Franz von Scholl, arrivato qui assieme a Radetzky, incomincia subito a fare progetti per la difesa di Verona e a ricostruire i bastioni del Sanmicheli. Rifece tutti i bastioni distrutti, naturalmente con delle varianti. Costruisce le mura alla Carnot, le casematte e fa scavare i fossati, e fa aggiungere i primi forti esterni. Ma a metà dell’Ottocento accadde un fatto che cambiò tutta la situazione: un generale piemontese, Giovanni Cavalli, realizzò dei cannoni in acciaio con la canna rigata i cui proiettili erano cilindro- givali e non più sferici.

Bastioni

Questi dati tecnologici hanno avuto conseguenze enormi: la gittata dei cannoni fu quasi raddoppiata, cioè arrivavano a 4.200 – 4.500 m e alcuni a 5.200 m. Quindi questa prima cinta di forti staccati austriaci divenne inutile perché erano lontani 1.000 o massimo 2.500 metri. La città diventava vulnerabile. Quindi fu costruita una seconda cinta ancora più distante, che fece di Verona un vero e proprio campo trincerato a forti staccati: furono realizzate sette fortezze alla destra dell’Adige, e sempre in questo periodo (anni sessanta dell’Ottocento) gli austriaci costruirono campi trincerati intorno a Peschiera, a Mantova e Legnago: questi 4 campi trincerati formavano il quadrilatero militare, ossia una regione fortificata inespugnabile.

Verso la fine dell’Ottocento, qualche decennio dopo la scoperta dei cannoni a canna rigata, si sono trovati gli esplosivi infumi, più potenti, la cui gittata arrivò addirittura a 10 chilometri verso la fine dell’Ottocento. Col 1918 le famose fabbriche Krupp arrivano a fare il cannone Berta che sparava su Parigi da 120 chilometri di distanza. Nel 1943-44 ci sono le famose V-1 e V-2 dei tedeschi, con le quali riescono a raggiungere con dei missili Londra dalla distanza di 300 chilometri. E infine ricordiamo Hiroshima, 5 agosto del ’45, che fu cancellata da una sola bomba atomica. Le bombe atomiche possono arrivare in qualunque parte del globo in seno a un sommergibile o a un aeroplano. Stefano Mutti

Per saperne di più sulle mura di Verona e sulle porte del Sanmicheli, l’Associazione Assoguide Verona ha organizzato due uscite a tema che si svolgeranno il 20 e il 27 giugno, alle 15. Si parlerà di Porta Nuova, Palio, San Zeno, dell’evoluzione delle fortificazione e del sistema di difesa. (https://www.facebook.com/assoguideverona/)

 

Friuli, tornano alla ribalta servitù militari e poligoni di tiro. Esercitazioni in stagione turistica, si chiede rinvio o annullamento
Da friulisera.it del 24 giugno 2020

Spesso lo dimentichiamo, ma il Friuli è da tempo immemorabile ostaggio della presenza militare, per decenni le servitù militari ne hanno condizionato e spesso frenato lo sviluppo economico. Anche se la realtà odierna non è paragonabile a quella patita in passato, spesso alcune presenze ingombranti riemergono e nonostante l'emergenza covid anche in questi giorni arriva la notizia di nuovi giochi di guerra. Ad inizio giugno si è saputo che nonostante tutto, delle previste manovre militari che interesseranno alcune aree del Friuli si svolgeranno fra maggio e giugno anche in futuro. Inutile dire che la presenza di bombe e cannoni mal si conciliano con la presenza turistica dato che vengono imposte ovvie limitazioni in zone anche ad alto tasso di presenza vacanziera.

Da quanto si è saputo gli esponenti del Partito Democratico Sergio Bolzonello, capogruppo del partito in regione ed Enzo Marsilio, avrebbero scritto al ministero della difesa, grazie al fatto che a Roma il Pd è partito di governo che esprime il ministro della Difesa Lorenzo Guerini per chiedere di rinviare le esercitazioni ad ottobre. Non è noto sapere se il ministro ha risposto, di certo la preoccupazione cresce e gli stessi esponenti del Pd ai quali si è unito Morettuzzo di Patto per l'autonomia, hanno chiesto l'intervento del presidente della Regione Fvg Massimiliano Fedriga. Di oggi sul tema una dichiarazione dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Graziano Pizzimenti, riportata anche da una nota dell'agenzia di stampa regionale: "Cercheremo di fare in modo che le esercitazioni militari compiute nei poligoni montani del Friuli Venezia Giulia si svolgano entro la fine di maggio, per contemperare sia le esigenze addestrative militari sia quelle di valorizzazione turistica di alcuni luoghi della nostra regione". In particolare l'esponente dell'Esecutivo Fedriga ha voluto porre in evidenza come l'Amministrazione sia impegnata nel trovare un punto di incontro con l'Esercito al fine di venire incontro alle esigenze di carattere turistico nelle aree in cui si trovano i poligoni. Pizzimenti ha dapprima ricordato che per ristorare l'inutilizzo di quei territori nelle giornate di addestramento sono previste specifiche risorse come stabilito dal Codice dell'ordinamento militare. "A tal fine - ha detto l'assessore - vengono pagati gli indennizzi per tutti gli sgomberi e le occupazioni nonché per eventuali danni. La misura dell'indennizzo per i lavoratori dipendenti è pari al salario corrente, mentre per i lavoratori autonomi è rapportata alla retribuzione spettante ai dipendenti con qualifica o specializzazione corrispondente o affine". "Al di là dell'aspetto economico per il disagio provocato - ha aggiunto Pizzimenti - abbiamo già fatto presente nei giorni scorsi alle Forze armate la necessità di provvedere a un cambio di calendario delle esercitazioni. Queste ultime non dovranno svolgersi più nel mese di giugno, quando la stagione turistica estiva è già iniziata, ma si anticipino a maggio, quando invece l'attività non ha ancora preso il via".

Da parte delle forze d'opposizione la risposta della giunta non è evidentemente soddisfacente, scrive in una nota Patto per l'Autonomia: «Consentire attività militari nelle località turistiche e di interesse naturalistico del Friuli-Venezia Giulia è del tutto anacronistico». Così i consiglieri regionali del Patto per l’Autonomia, Massimo Moretuzzo e Giampaolo Bidoli, dopo la risposta all’interpellanza con la quale hanno chiesto l’annullamento delle esercitazioni, che scoraggiano la presenza e il passaggio dei turisti con un conseguente impatto negativo sull’economia delle comunità coinvolte. «Le attività militari, che hanno avuto un notevole impatto sul nostro territorio nella sua storia recente, non possono ledere gli interessi delle singole comunità e rischiare di compromettere equilibri sociali, economici e naturali già fragili – ha affermato Moretuzzo –. Insistiamo perché la Giunta regionale, alla luce di queste considerazioni, imposti un ragionamento con il Ministero della Difesa per sospendere tutte le attività ed esercitazioni militari nei pressi di località turistiche e siti di interesse naturalistico regionali, e non semplicemente anticiparne lo svolgimento per non sovrapporsi a periodi più vocati al turismo, come prospettato dall’assessore Pizzimenti».

 

Marceddì, al via i lavori per il restauro della Torre: diventerà un osservatorio del paesaggio
Da vistanet.it del 24 giugno 2020

La Torre, che risale al 1580 sarà restaurata nella maniera più conservativa possibile e ospiterà un archivio, una mostra e l’osservatorio del paesaggio delle Zone Umide

Il progetto realizzato dalla Fondazione MEDSEA è stato approvato dal comune di Terralba a seguito dei pareri positivi di tutti gli enti coinvolti nella Conferenza di Servizi. L’immobile, di proprietà del Demanio dello Stato e di competenza della Capitaneria di Porto di Oristano, è stato dato in concessione al comune di Terralba.

La torre di Marceddì fu ultimata nel 1580 per volere del re Filippo II di Spagna e costituì, insieme alla Torre Nuova di Capo Frasca, Torre Grande di Oristano, la Torre di San Giovanni e quella di Capo San Marco, tutte visivamente collegate fra loro, un efficiente sistema difensivo contro le frequenti incursioni piratesche saracene. Nei secoli successivi svolse il ruolo di centro di smistamento commerciale e dogana. La struttura ha subito alcune modifiche durante il secondo conflitto mondiale, adattandosi alla logistica della guerra moderna. Gli ultimi decenni hanno visto invece il prezioso monumento cadere in uno stato di abbandono e degrado.

Il progetto di restauro conservativo, finanziato da MEDSEA e dal comune di Terralba, consisterà in massima parte nel risanamento dalle cause di degrado, limitando allo stretto necessario i rifacimenti di parti mancanti. Il fine primario è quello di conservare i segni e gli effetti che il tempo, gli adeguamenti, le variazioni tipologiche e morfologiche hanno lasciato sull’edificio. «La torre è il nostro simbolo – ha affermato il sindaco di Terralba Sandro Pilie costituirà il fulcro di uno sviluppo che interesserà Terralba e la borgata di Marceddì. Le torri costiere sono un elemento identitario fondamentale per la nostra isola. Insieme alla fondazione MEDSEA siamo partiti dal recupero del valore storico e artistico per fare della torre un monumento da vivere in relazione allo straordinario patrimonio ambientale e alle attività produttive che la circondano».

Al piano terra della Torre, saranno ospitati un archivio e una mostra sulla storia della torre, mentre al primo piano verrà allestito l’osservatorio del paesaggio delle Zone Umide progettato dallo studio d’architettura Casciu – Rango. La terrazza che in passato ospitava i bracieri utili alla segnalazione di pericolo diventerà un punto di osservazione dell’avifauna e delle “terre d’acqua” circostanti. L’associazione 3DNA, grazie alla sua esperienza triennale in loco, collaborerà con azioni partecipative e di formazione, e con azioni di comunicazione a livello locale affinché l’iniziativa si integri nella proposta turistico-commerciale locale. La realizzazione di un impianto fotovoltaico garantirà l’accumulo di energia elettrica per gli utilizzi interni alla torre. Dieci settimane di lavori per trasformare un rudere in un luogo di attrazione per turisti, appassionati e studiosi delle zone umide, una memoria ritrovata capace di dialogare con il caratteristico villaggio pescatori e il vicino Museo del Mare, e ricostituendo l’organica relazione fra comunità, ricerca, attività economica sostenibile, tutela ambientale e identità culturale.

 

Museo Forte Bramafam: un viaggio nella storia attraverso gli oggetti e gli ambienti della fortificazione
Da laboratoriovalsusa.it del 23 giugno 2020

Edificato a fine ‘800 per controllare Bardonecchia, la valli della Rho e del Frèjus dai possibili attacchi francesi, il Forte Bramafam (https://www.laboratoriovalsusa.it/storia-etradizione/ forte-bramafam) (in copertina in una splendida immagine di Alessandro Ainardi) cadde in completa decadenza nel secondo dopoguerra.

Ad occuparsi del sua conservazione e valorizzazione è l’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura Militare: fondata da Pier Giorgio Corino, Piero Gastaldo e Massimo Sibour, ha ricostruito gli ambienti della fortificazione ed allestito un museo unico nel suo genere.

La struttura festeggia quest'anno il suo 25mo anniversario: il 18 maggio 1995, infatti, sulla piazza d’armi del forte venne sottoscritto il verbale di consegna all'associazione che da allora si occupa della sua gestione.

La riapertura per il 2020, dopo il blocco dovuto al coronavirus e l'impegno per la creazione di nuovi allestimenti, è fissata al 1° agosto, mese in cui il Museo sarà aperto tutti i giorni. A settembre e ottobre invece l'apertura avverrà in tutti i sabati e le domeniche.

Per effettuare le visite, dalle 10 alle 18,30 (ultimo ingresso ore 17), è necessaria la prenotazione telefonica al numero 377.3496355 (Infoline 333.6020192). Biglietti: intero 8,00 euro, ridotto 6,00 euro, scuole 4,00 euro.

Il Museo Forte Bramafam, gestito interamente da volontari, mantiene vivo il ricordo di un passato che è necessario conoscere e comprendere: si articola in 38 sale, in cui si ripercorrono le vicende storiche del Regno d’Italia tra il 1890 e il 1945.

Gli eventi si susseguono tramite una serie di scenografie, arricchite da 160 manichini con uniformi d'epoca e oltre 2000 oggetti e memorie.

Nel Magazzino Artiglieria è inoltre esposta una collezione di 80 cannoni e 60 mitragliatrici, a raccontare l’evoluzione del Regio Esercito.

Una visita virtuale al Museo Forte Bramafam è possibile a questo link

(https://www.fortebramafam.it/index.php/visita-virtuale-al-museo-forte-bramafam.html).

Per maggiori informazioni:

www.fortebramafam.it (https://www.fortebramafam.it/) - info@fortebramafam.it  (mailto:info@fortebramafam.it)

 

La Ue colloca forte Belvedere fra i musei più famosi al mondo
Da ladige.it del 23 giugno 2020

Forte Belvedere/Gschwent di Lavarone entra nel ristretto novero dei musei più famosi al mondo. A supportare la sua divulgazione sarà un cospicuo finanziamento dell'Ue, in un progetto che vede la tecnologia di qualità prendere per mano la fortificazione. Sugli Altipiani Cimbri ci sono ben sette fortificazioni austro-ungariche (il Belvedere/Gschwent è l'unica rimasta intatta e pertanto visitabile) che in un discorso prettamente culturale e storico dovrebbero trovare collocazione, come bene «superiore», nell'egida dell'Unesco.

Verso questo obiettivo, l'unico che permetterebbe il recupero della linea fortificata del 1014-1918, dovrebbero allearsi urgentemente Provincia, Comuni e Comunità. Il progetto europeo «The Rude Awakening» prende forma ma per camminare nel futuro avrebbe bisogno di un forte finanziamento e di un continuo sostegno.

Il «brusco risveglio» è un viaggio multimediale sulle orme della vita quotidiana dei soldati in prima linea è un progetto cofinanziato dall'Unione Europea. La Fondazione Belvedere risulta vincitrice di un bando europeo ad altri otto partner provenienti da Italia, Francia, Macedonia, Austria, Germania, Slovenia, Belgio. «È un riconoscimento importante, che ci consentirà di raffrontarci con altre realtà europee e di promuovere la nostra località trentina, Lavarone, e il nostro museo, a maggior ragione essendo la Fondazione Belvedere la realtà capofila», racconta Mauro Lanzini , presidente della Fondazione Belvedere/Gschwent. Il Comune di Lavarone è partner della Fondazione.Mentre il progetto prende forma ed i risultati verranno presentati in tutti i Paesi  coinvolti nella primavera 2021.

 

Al via il recupero e la valorizzazione delle 7 Caponiere presenti sulla Cinta Muraria
Da gazzettadellaspezia.it del 23 giugno 2020

La Giunta Peracchini approva le linee di indirizzo per l'utilizzo del complesso immobiliare, al fine di predisporre il bando di gara per la concessione

Al via il recupero e la valorizzazione delle 7 Caponiere presenti sulla Cinta Muraria, vero e proprio elemento di raccordo tra il cuore della Città, dalla Cattedrale a Pegazzano, fino alla collina. Stamani la Giunta Peracchini ha approvato le linee di indirizzo per l'utilizzo del complesso immobiliare, al fine di predisporre il bando di gara per la concessione, che sarà della durata di 12 anni, con possibilità di rinnovo di altri 6.

Le attività prevalenti che il gestore potrà esercitare sono quelle dell'accoglienza e promozione turistica, ricettiva e agrituristica, di inclusione sociale, di valorizzazione del territorio e della rete escursionistica, attività culturali e formative. Potranno inoltre presenti un punto di ristoro, bar e ristorante.
«La valorizzazione delle Caponiere, manufatti di grande valore storico, è un progetto di fondamentale importanza per l'Amministrazione che si sposa perfettamente con il recupero delle mura ottocentesche della Città – dichiara il Sindaco Pierluigi Peracchini –. Abbiamo un patrimonio comunale di grande valore storico che potrebbe diventare un volano importante dal punto di vista turistico, commerciale e culturale soprattutto perché inserito in una visione complessiva della zona collinare: le 7 Caponiere, infatti, si trovano lungo il perimetro delle Mura ottocentesche che sono oggetto di una loro specifica riqualificazione e rappresenterebbero, tra le altre, un'ottima opportunità di turismo escursionistico. L'obiettivo, una volta ultimato il progetto complessivo, è quello di promuovere la scoperta dei sentieri dal quartiere di Pegazzano fino alla Cattedrale in un unico percorso immerso nel verde e nell'architettura militare, illuminato anche la sera, con punti di ristoro e attività culturali finalizzate alla conoscenza della storia spezzina. Vogliamo dare vita a un luogo dalla potenzialità straordinarie ma ancora inedito e per molti ancora sconosciuto, dal quale scoprire il patrimonio naturale e storico della Città».

«Il patrimonio storico artistico della nostra Città – spiega l'Assessore al Patrimonio Manuela Gagliardi – è molto legato alle fortificazioni militari che delimitano le zone collinari. Abbiamo per questo lavorato con impegno, prima attraverso una richiesta di mercato finalizzata a comprendere la visione dei privati, e oggi attraverso le linee di indirizzo che verranno recepite nel bando di gara. Privilegeremo chi presenterà offerte per tutti i forti perché riteniamo che un progetto unitario sarebbe la soluzione che meglio armonizzerebbe le esigenze di valorizzazione con quelle di attività sociali e economiche». La storia del nostro territorio è fortemente e diffusamente segnata dalla presenza di architetture militari. Il sistema collinare è infatti strategicamente punteggiato da capisaldi difensivi che costituiscono un importantissimo patrimonio storico, paesaggistico e ambientale. Il Comune della Spezia ha acquisito nella propria disponibilità 7 Caponiere, oggi in stato di abbandono, situate lungo il perimetro della Mura e facenti parte del complesso denominato 'Ex Cinta Muraria di Sicurezza dell'Arsenale Militare della Spezia', trasferiti in proprietà dalla Direzione Regionale Liguria dell'Agenzia del Demanio a seguito della sottoscrizione dell'Accordo di valorizzazione stipulato nel 2017, in attuazione del 'Federalismo Demaniale'.

È proprio nell'ambito del Federalismo Demaniale che l'Amministrazione comunale ha predisposto un Programma di Valorizzazione, approvato nel corso del consiglio comunale de ottobre 2016, che definisce le strategie e gli obiettivi di tutela e valorizzazione delle 'Fortificazioni del Golfo della Spezia', in ragione sia del notevole interesse storico artistico che rivestono, sia delle vicende storiche di cui nel tempo sono stati protagonisti e di cui oggi rimangono a testimonianza.
Al via oggi, dunque, il recupero dei percorsi 'sopra e sotto le mura' e una nuova destinazione delle Caponiere, che si arricchiscono di una destinazione 'turismo escursionistico', rafforzando la Rete Escursionistica Ligure e i relativi nodi identificabili nelle strutture fortificate nella Cinta Muraria anche attivando le misure necessarie per garantire la sicurezza ai frequentatori e la cartellonistica informativa e divulgativa. Vista la complessità di predisporre un bando di concessione del complesso immobiliare, il 27 settembre scorso è stata effettuata un'apposita consultazione preliminare di mercato a scopo puramente esplorativo, volta ad identificare le migliori soluzioni tecniche e le più vantaggiose soluzioni economiche da praticare ai fini della preparazione della gara pubblica. Alla consultazione di mercato hanno aderito due operatori economici che hanno presentato proposte per il recupero e la gestione delle 7 Caponiere situate lungo il perimetro delle mura e facenti parte dell'ex Cinta Muraria di sicurezza dell'Arsenale Militare della Spezia. Tra le proposte, l'attività di inclusione sociale attraverso percorsi di promozione delle persone rivolti a persone in stato di isolamento, escluse dal modo del lavoro per motivi di salute, persone in cerca di stabilizzazione ed a giovani a rischio devianza o in uscita da percorsi di disagio; uno spazio ristorazione o un punto ristoro nonché punti di promozione, vendita, conservazione di prodotti agricoli; l'animazione culturale, con laboratori, visite guidate e promozione dei percorsi culturali; attività del settore turistico, ricettivo, agrituristico; la valorizzazione delle porzioni dei terreni limitrofi alle Caponiere,

l'organizzazione di corsi didattici; il potenziamento della rete escursionistica e la durata della concessione non inferire a 10 anni in relazione agli investimenti. L'Amministrazione Peracchini ha quindi confermato le indicazioni fornite dal mercato e ha definito gli indirizzi così da predisporre a breve il bando di gara per l'assegnazione in concessione delle 7 Caponiere, autentici gioielli compresi nella Cinta Muraria.

 

Il forte di Exilles riapre a luglio e punta al riconoscimento Unesco
Da lastampa.it del 23 giugno 2020

EXILLES (TORINO). Da metà luglio il forte di Exilles potrà tornare ad ospitare eventi, mostre e convegni. Parola dell’assessore regionale alla Semplificazione Maurizio Marrone, che sabato pomeriggio è salito al forte insieme al vice presidente Fabio Carosso. E non è tutto. Il vero obiettivo è di valorizzare sempre di più il forte, oggi chiuso per opere di messa in sicurezza.

L’idea è quella di creare un circuito dei «forti piemontesi» da candidare come patrimonio Unesco, da Exilles a Fenestrelle, passando per il Bramafam. «La nostra storia è un patrimonio che non possiamo dimenticare, a maggior ragione se può attirare turismo e ridare lustro alle nostre valli – annuncia Marrone, che era accompagnato dal consigliere Valter Marin, da Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei Lettori che gestirà la struttura, dal sindaco di Exilles Michelangelo Luigi Castellano e dal presidente dell’Associazione Amici del Forte, Riccardo Humbert.
Una nuova ripartenza dopo che, nell’ottobre scorso, la Regione ha acquistato dal Demanio il Forte dove la leggenda narra potrebbe essere stato rinchiuso il prigioniero diventato poi famoso come la Maschera di Ferro. «Siamo riusciti a rendere fruibile per due terzi della stagione turistica estiva il Forte, fino ad ora chiuso per lavori – riflette ancora Marrone –. Dalla metà di luglio, infatti, al suo interno potranno tornare gli eventi. Un vero e proprio salvataggio della stagione turistica, chiesto a gran voce dal territorio». Soprattutto in vista delle prossime settimane dove in Val Susa si registrerà il tutto esaurito da «post Covid». «Certo si ripartirà, ma non tutti i giorni – chiarisce Castellano –. Quest’anno, purtroppo, è andata così, dobbiamo accettare a malincuore anche perché noi ricaviamo tutto dalla fruizione del Forte. Che, però, deve essere rilanciato alla grande con un progetto a più ampio respiro». Nei giorni che verranno tutti gli attori impegnati in questo progetto cercheranno di calendarizzare una serie di eventi per la mini estate da vivere nel simbolo di Exilles, per la manutenzione del quale la Regione, negli ultimi decenni ha già investito circa 13 milioni di euro. Che salgono a 23 se si contano allestimenti di spazi museali, costi di gestione, attività promozionali e pubblicazioni, organizzazione di attività culturali ed eventi. «A parte il tour classico della fortezza è necessario proporre qualcosa di nuovo, di originale – riflette Humbert –. Ci sono molte idee, ma provare a pensare ad un cartellone di appuntamenti è ancora prematuro. C’è, però, un nome di grande richiamo che tutti vorrebbero al Forte ed è quello del trasformista e attore Arturo Brachetti».

 

Restauro delle antiche mura di Lastra a Signa, sopralluogo dell'amministrazione ai cantieri
Da gonews.it del 23 giugno 2020

Sopralluogo questo pomeriggio del sindaco Angela Bagni insieme all’assessore ai lavori pubblici e urbanistica Emanuele Caporaso, all’architetto Angelo Di Salvo e al funzionario del settore 4 Luca Betti al cantiere di restauro delle antiche mura di Lastra a Signa. Presente anche il vicesindaco Leonardo Cappellini. L’intervento, iniziato lo scorso settembre, è ripartito dopo lo stop a causa delle disposizioni legate al Covid-19, e prevede la riqualificazione di un tratto dell’antica cinta muraria posta a ovest del centro storico e del giardino interno confinante con quest’ultima.

I lavori in corso riguardano il 1° lotto del progetto, redatto dallo studio De Vita & Schulze di Firenze, e finanziato per 191.000 euro da risorse provenienti dalla casse comunali, da 109.000 euro dal bando Spazi attivi della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e da 87.000 euro del bando Città Murate della Regione Toscana. L’intervento dovrebbe concludersi entro il mese di agosto.

Il progetto complessivo pensato dall’amministrazione comunale prevede anche un 2° e 3 ° lotto dei lavori che riguarderanno il restante tratto delle mura e Cascina Pinucci, un antico edificio, o torre d’angolo, inglobato nel complesso monumentale. “Si tratta di un importante investimento che l’amministrazione comunale ha deciso di portare avanti – ha spiegato il sindaco Angela Bagni- in una complessiva idea e progetto di riqualificazione del centro storico. Valorizzare e ridare lustro alle antiche mura del ‘400, realizzate con supervisione del Brunelleschi, è un obiettivo che mi sono data fin dal primo mandato. In questo momento, in cui su più fronti si parla della Grande Firenze, poter vedere la conclusione di questo progetto sarà un obiettivo importante sia per tutti i cittadini lastrigiani che per lo sviluppo turistico di tutto il territorio”.

“Quello che stiamo portando avanti- ha aggiunto l’assessore ai lavori pubblici e urbanistica Emanuele Caporaso- è un intervento conservativo diviso in più lotti, di cui il primo è stato finanziato in parte con risorse comunali e in parte grazie ai finanziamenti esterni che siamo riusciti ad ottenere. La nostra intenzione è quella di riqualificare l’intero tratto murario e, anche se per i successivi due lotti ancora mancano da reperire parte delle risorse, non abbiamo intenzione di fermarci ma continueremo a lavorare per valorizzare al meglio l’importante patrimonio storico che contraddistingue il centro storico”.

 

Cinta muraria sabauda, bando di gara per la concessione delle caponiere
Da cittadellaspezia.com del 23 giugno 2020

Chi le prenderà avrà una concessione di dodici anni e potrà usarle in diversi modi: dall’accoglienza e promozione turistica, a quella ricettiva e agrituristica, passando per inclusione, valorizzazione del territorio e della rete escursionistica.

La Spezia - Sono state approvate questa mattina le linee di indirizzo per l’utilizzo del complesso immobiliare delle sette caponiere presenti sulla Cinta Muraria ottocentesca, elemento di raccordo tra il cuore della città, dalla Cattedrale a Pegazzano, fino alla collina. Il tutto con l'obiettivo di predisporre il bando di gara per la concessione, che sarà della durata di 12 anni, con possibilità di rinnovo di altri sei. Le attività prevalenti che il gestore potrà esercitare sono quelle dell’accoglienza e promozione turistica, ricettiva e agrituristica, di inclusione sociale, di valorizzazione del territorio e della rete escursionistica, attività culturali e formative. Potranno inoltre presenti un punto di ristoro, bar e ristorante. "La valorizzazione delle caponiere, manufatti di grande valore storico, è un progetto di fondamentale importanza per l’amministrazione che si sposa perfettamente con il recupero delle mura ottocentesche della città - dichiara il sindaco Pierluigi Peracchini –. Abbiamo un patrimonio comunale di grande valore storico che potrebbe diventare un volano importante dal punto di vista turistico, commerciale e culturale soprattutto perché inserito in una visione complessiva della zona collinare: le sette caponiere, infatti, si trovano lungo il perimetro delle mura ottocentesche che sono oggetto di una loro specifica riqualificazione e rappresenterebbero, tra le altre, un’ottima opportunità di turismo escursionistico".

L’obiettivo, più volte ribadito negli anni, è quello di promuovere la scoperta dei sentieri in un unico percorso immerso nel verde e nell’architettura militare, illuminato anche la sera, con punti di ristoro e attività culturali finalizzate alla conoscenza della storia spezzina. "Vogliamo dare vita a un luogo dalla potenzialità straordinarie ma ancora inedito e per molti ancora sconosciuto, dal quale scoprire il patrimonio naturale e storico della Città. "Il patrimonio storico artistico - spiega l’assessore al Patrimonio Manuela Gagliardi - è molto legato alle fortificazioni militari che delimitano le zone collinari. Abbiamo per questo lavorato con impegno, prima attraverso una richiesta di mercato finalizzata a comprendere la visione dei privati, e oggi attraverso le linee di indirizzo che verranno recepite nel bando di gara. Privilegeremo chi presenterà offerte per tutti i forti perché riteniamo che un progetto unitario sarebbe la soluzione che meglio armonizzerebbe le esigenze di valorizzazione con quelle di attività sociali e economiche". Come noto, il sistema collinare è punteggiato da capisaldi difensivi che costituiscono un patrimonio storico, paesaggistico e ambientale. Il Comune della Spezia ha acquisito nella propria disponibilità le sette caponiere, oggi in stato di abbandono, situate lungo il perimetro della Mura e facenti parte del complesso denominato ‘Ex Cinta Muraria di Sicurezza dell’Arsenale Militare della Spezia’, trasferiti in proprietà dalla Direzione Regionale Liguria dell’Agenzia del Demanio a seguito della sottoscrizione dell’Accordo di valorizzazione stipulato nel 2017, in attuazione del ‘Federalismo Demaniale’. È proprio nell’ambito del Federalismo Demaniale che l’amministrazione comunale ha predisposto un Programma di Valorizzazione, approvato nel corso del consiglio comunale de ottobre 2016, che definisce le strategie e gli obiettivi di tutela e valorizzazione delle ‘Fortificazioni del Golfo della Spezia’, in ragione sia del notevole interesse storico artistico che rivestono, sia delle vicende storiche di cui nel tempo sono stati protagonisti e di cui oggi rimangono a testimonianza.

Al via oggi, dunque, il recupero dei percorsi ‘sopra e sotto le mura’ e una nuova destinazione delle caponiere, che si arricchiscono di una destinazione di ‘turismo escursionistico’, rafforzando la Rete Escursionistica Ligure e i relativi nodi identificabili nelle strutture fortificate nella Cinta Muraria anche attivando le misure necessarie per garantire la sicurezza ai frequentatori e la cartellonistica informativa e divulgativa. Il 27 settembre scorso è stata effettuata un’apposita consultazione preliminare di mercato a scopo puramente esplorativo, volta ad identificare le migliori soluzioni tecniche e le più vantaggiose soluzioni economiche da praticare ai fini della preparazione della gara pubblica.

Alla consultazione di mercato hanno aderito due operatori economici che hanno presentato proposte per il recupero e la gestione delle sette caponiere situate lungo il perimetro delle mura e facenti parte dell’ex Cinta Muraria di sicurezza dell’Arsenale Militare della Spezia. L’amministrazione Peracchini ha quindi confermato le indicazioni fornite dal mercato e ha definito gli indirizzi così da predisporre a breve il bando di gara per l’assegnazione in concessione delle caponiere della cinta muraria.

 

Dopo cinque mesi riapre il Forte Marghera – TG Plus FOCUS
Da tgplus.it del 22 giugno 2020

Il Forte Marghera, dopo cinque mesi di chiusura, è riaperto al pubblico profondamente cambiato, a seguito degli interventi realizzati. Qual è dunque l’attuale e futura offerta di questa ampia zona verde della città e come sarà fruibile, visto che l’emergenza Covid-19 non può ancora definirsi, purtroppo, sconfitta? Ci illustra tutto Stefano Mondini, Presidente della Fondazione Forte Marghera, che abbiamo intervistato in occasione della riapertura del “Baia Lounge Bar”.

 

Verona | Droni in volo su Forte Santa Caterina | Le spettacolari immagini
Da veronasera.it del 20 giugno 2020

L’acquisizione di immagini e rilievi è stata voluta dagli assessori Segala e Zanotto, per conoscere in maniera più approfondita l'area in vista della sua riqualificazione

Foto aree, rilievi fotogrammetrici e mappatura degli edifici con scansione in 3D tramite droni. Da anni il forte e la caserma Santa Caterina, al Pestrino, non vedevano un dispiegamento tecnologico tanto avanzato. Il tutto per rendere possibile la conoscenza approfondita di un’area che complessivamente misura 123 mila metri quadrati, in vista del recupero e della sua riqualificazione.
L’acquisizione di immagini e rilievi, voluta dagli assessori di Verona all’Urbanistica Ilaria Segala e ai Lavori Pubblici Luca Zanotto, è stata realizzata sabato da quattro droni che si sono alzati in volo sopra lo storico forte austriaco Santa Caterina e sull’adiacente caserma, ormai dismessa da anni. A condurre le operazioni di rilievo gli esperti di Airpower, guidati da Marco Colantoni.
Quello realizzato il 20 giugno, fanno sapere da Palazzo Barbieri, è il primo passo necessario per la redazione del masterplan dell’area che il Comune ha affidato all’Università di Padova. L’obiettivo è riqualificare l’intero ex complesso militare e metterlo di nuovo a disposizione della città, individuando per questi spazi, fino a oggi poco noti e poco utilizzati, nuove destinazioni d’uso. Qui, infatti, dovrebbe sorgere il polo unico di deposito del Comune di Verona, una sorta di grande spazio per gli archivi comunali, dei musei civici e per le scenografie areniane. Una soluzione che permetterà anche di abbattere i canoni di locazione che il Comune oggi paga per l’affitto degli spazi adibiti a deposito.

Verona | Droni in volo su Forte Santa Caterina | Le spettacolari immagini
L’area è composta dal forte austriaco Santa Caterina, che si presenta in buono stato di conservazione e per il quale si



 

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L'area è composta dal forte Austriaco Santa Caterina, che si presenta in buono stato di conservazione e per il quale si prevede un progetto di sistemazione in grado di renderlo fruibile al turismo, e dall’ex caserma. In questa seconda parte del compendio, inutilizzata da tempo, sono presenti 22 edifici militari, destinati ad essere abbattuti per lasciare posto alle nuove strutture a servizio del Comune e della città. Il masterplan dell’area sarà pronto a novembre. «Oggi si concretizza la prima fase del progetto di riqualificazione del forte Santa Caterina e della caserma – ha detto l’assessore Segala -. Gli elementi che raccoglieremo, grazie ai rilievi fatti con i droni, ci permetteranno di avviare lo studio approfondito degli edifici presenti e di tutta questa grande superficie che si affaccia sull’Adige. L’ampia area della caserma, una volta riqualificata, è destinata a ospitare tutti i magazzini dei musei civici, oltre agli archivi dell’Ente e alle scenografie areniane. Ma siccome, gli spazi sono molto grandi c’è la possibilità di pensare ad altre destinazioni d’uso che vedremo, ci vedrei bene un campus universitario o uno studentato, oltre alla possibilità di far vivere ai cittadini questi grandi spazi verdi, pressoché sconosciuti».

«Viste le dimensioni molto importanti, – ha detto l’assessore alla Viabilità e Lavori pubblici Zanotto – questo sito merita una piano della viabilità apposito che poi si vada ad interfacciare con la rete stradale esterna, lungo le direttrici principali della città. Di questa nuova viabilità trarrebbero beneficio i quartieri di Porto San Pancrazio e borgo Roma che già oggi utilizzano il Pestrino come via di attraversamento. Migliorando la viabilità di questo compendio si andranno a migliorare sensibilmente anche le infrastrutture stradali che collegano questi due quartieri».

 

La storia della fortezza di Acquaviva Picena
Da primapaginaonline.it del 20 giugno 2020

La Fortezza di Acquaviva è una delle meglio conservate delle Marche, che ancora oggi affascina per la sua maestosità e il suo incredibile panorama.

La Fortezza di Acquaviva è sempre stata al centro di assedi e contese tra Ascoli Piceno e Fermo per la sua posizione strategica e molte volte ha necessitato di restauri per assolvere la sua funzione difensiva.

La storia di questa fortezza inizia nell’Alto Medioevo con una semplice costruzione di difesa. Come quasi tutto il territorio delle Marche meridionali, diventa possedimento dell’Abbazia di Farfa. È del 1034 il primo documento che parla di una permuta di proprietà tra il vescovo di Fermo e Longino di Azzone a cui è data la pertinentia de Acqua Viva.

La storia della Rocca

Solo nel Duecento, nel momento in cui sale al potere la Famiglia degli Acquaviva, si hanno notizie più precise sulla costruzione. Gli Acquaviva ne detengono la proprietà per diversi secoli grazie ai feudi concessi dalla casata imperiale degli Hoenstaffen: i lavori da loro effettuati rendono la fortezza un classico maniero difensivo tipico dell’epoca, con alte mura merlate, tre torrioni pentagonali, un mastio ottagonale, un fossato che percorre metà del perimetro esterno e un ponte levatoio con accanto una pusterla, ovvero una porticina d’accesso per le guardie di ronda. Alla fine del Quattrocento avviene la trasformazione della Fortezza in Rocca. È un cambiamento che tocca quasi tutte le fortificazioni esistenti ed ha un’unica causa: la polvere da sparo, poiché l’artiglieria appena nata, imperfetta, pericolosa anche per chi la maneggia, distrugge facilmente le mura. La soluzione è data dalla scarpatura delle mura che vengono rafforzate con terrapieni obliqui molto più robusti e sfuggenti ai proiettili di cannone. L’alto mastio ottagonale, di 22 metri, diventa cilindrico, permettendo alle pallottole di scivolare e limitare i danni alla struttura. Il progetto di questa modernizzazione porta la firma di Baccio Pontelli, inviato nelle Marche da Innocenzo VIII proprio per aggiornare le fortezze della regione. Pontelli ha realizzato le rocche di Senigallia, Jesi, Osimo, Offida e probabilmente ha lasciato diverse indicazioni anche a Recanati e Loreto.

Con il soprintendente Giuseppe Sacconi, architetto di Montalto delle Marche e autore dell’Altare della Patria di Roma, tra il 1891 e il 1894 la Rocca assume l’aspetto odierno: il fossato viene interrato e il ponte levatoio sostituito da una passatoia in muratura, i merli, o meglio i resti dei merli ormai consumati dal tempo, vengono livellati lasciando la semplice balaustra panoramica.
Oggi la Fortezza ospita la rievocazione storica Sponsalia, promossa dall’Associazione Palio del Duca, che ricorda il matrimonio tra Forastéria degli Acquaviva e Rinaldo di Brunforte con un vero banchetto medievale e il finale di fuochi pirotecnici con cui si incendia la Fortezza.

 

21 GIUGNO 2020 | VITERBO – Visite guidate: la cinta muraria e le sue porte
Da eventidellatuscia.it del 20 giugno 2020

Domenica 21 appuntamento per una passeggiata nel centro storico, alla scoperta della cinta muraria e di alcune delle sue porte. Perché Porta della Verità ha questo nome? E Porta Fiorita? Conoscete l’antica Porta d’Eulali? E a quale altra frequentatissima Porta è adiacente?

C’è tanta storia dietro questi varchi murari ed è una storia che ha davvero il desiderio di essere narrata. A dar voce alla pietra sarà la Dottoressa Roberta Ferrini.

E non finisce qui! Alla fine della visita si farà tappa all’Antico Frantoio “Il Paradosso” del signor Mario Matteucci che ci mostrerà gli antichi strumenti con i quali si produceva l’olio 102 anni fa, gli stessi che usava il suo bisnonno. Con quell’antica mola il signor Mario pratica ancora la frangitura a mano col la quale si ottiene il prezioso oro verde in esigue quantità; potremo quindi assaporare le genuine note aspe dell’olio fatto come una volta.

INFORMAZIONI:
◾ La prenotazione è obbligatoria entro le ore 19 di sabato 20 giugno
◾ Appuntamento alle ore 10 al varco entrante di Porta della verità, accanto alla gelateria “Antica Latteria” per la partenza
◾ Costo del tour 10 euro; gratis per i bimbi fino a 5 anni.
◾ Minimo 10 partecipanti; in caso di mancato raggiungimento della quota l’evento sarà annullato. L’annullamento verrà comunicato nell’evento stesso, nello spazio “discussione”.
◾ La passeggiata NON è fisicamente stancante e prevede un tragitto su strada piana o in discesa. L’unica piccola salita sarà quella per raggiungere l’Antico Frantoio “Il Paradosso”.
◾ La visita è completamente all’aperto ma sarà obbligatorio indossare la mascherina e rispettare le distanze di sicurezza.

PER INFO O PRENOTAZIONI:
◾ 0761 226427
◾ info@visit.viterbo.it
◾ https://www.facebook.com/ufficioturistico.viterbo/

 

Accordo di collaborazione per lo sviluppo di studi scientifici sul Campo Trincerato di Roma
Da difesa.it del 20 giugno 2020

Siglato un accordo di collaborazione tra la Direzione dei Lavori e del Demanio, il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Di Roma Tre e l’Associazione di Promozione Sociale (APS) Progetto Forti per l’avvio di iniziative di studio e ricerca multidisciplinare sul Campo Trincerato di Roma

Il giorno 19 giugno 2020 è stato sottoscritto un Accordo di Collaborazione Scientifica dal Direttore di Geniodife Gen. C. A. Massimo Scala, dal Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università degli studi Roma Tre prof. Giovanni Longobardi e dal Presidente dell’Associazione Progetto Forti arch. Simone Ferretti, per l’avvio di iniziative di studio e ricerca multidisciplinare sul Campo Trincerato di Roma.
La Direzione dei Lavori e del Demanio del Segretariato Generale della Difesa e Direzione Nazionale degli Armamenti ha avviato da tempo un percorso di sviluppo della conoscenza multidisciplinare afferente le infrastrutture militari, concretizzando molteplici collaborazioni con alcuni atenei nazionali come il Politecnico di Torino, Milano, Università di Bolzano, Università di Cagliari e Palermo, che costituiscono un riferimento primario della ricerca scientifica nazionale, e con Istituti ed Enti extra universitari, al fine di sviluppare una interazione, un confronto e un coordinamento di esperienze a favore della conoscenza e della valorizzazione del patrimonio infrastrutturale della Difesa.

Lo studio si svilupperà attraverso l’istituzione di un comitato scientifico al quale prenderanno parte i rappresentanti di tutti gli enti sottoscrittori dell’accordo e prevederà l’approfondimento, con l’avvio di nuovi rilievi dei “Forti di Roma”, al fine di aggiornare la documentazione presente in letteratura nonché, attraverso studi e ricerche multidisciplinari, l’individuazione di una serie di soluzioni tecniche scientifiche sociali ed economiche, con particolare attenzione alla promozione culturale. Il Campo Trincerato della città di Roma, composto da quindici forti di tipo “prussiano”, costituisce un’importante opera di fortificazione, eretta fra il 1877 ed il 1891, a difesa della fascia di territorio immediatamente circostante la città di Roma, a una distanza di circa 4-5 km dalle mura aureliane e di circa 2-3 km l'uno dall'altro. Nell’attualità alcuni dei Forti costituenti il citato Campo Trincerato sono rimaste in uso all’Amministrazione Difesa, altri sono passati in uso ad altri Ministeri ovvero all’Amministrazione di Roma Capitale.
L’accordo, elaborato e definito con il prezioso contributo della task force valorizzazione e dismisisoni immobili che rappresenta un solido punto di riferimento nei processi di valorizzazione degli immobili non residenziali della Difesa e anche un “faro” per tutti i percorsi di collaborazione scientifica avviati con il mondo accademico, costituisce il naturale proseguimento dell’ambizioso percorso intrapreso diverso tempo fa, e posa le premesse per una piena condivisione di conoscenze tra la Difesa, il Dipartimento di Architettura dell’Universita’ degli Studi di Roma Tre - da tempo impegnato negli studi e nella ricerca sul Campo Trincerato di Roma - e l’Associazione Progetto Forti, anch’essa impegnata nello studio, nella salvaguardia e nella valorizzazione del sistema di difesa della città di Roma che rappresenta un patrimonio culturale e architettonico. Erano, inoltre, presenti all’atto della firma, per la task force dismissioni il direttore Gen. Isp. Giancarlo Gambardella, il Vice Direttore Col. Pasqualino Iannotti, per Geniodife il Ten Col. Salvatore Magazzù dell’Ufficio Accordi di Programma di Geniodife, per l’Università degli Studi di Roma Tre la prof.ssa Giovanna Spadafora e la prof.ssa Elisabetta Pallottino e infine il dott. Danilo Testa per l’Associazione Progetto Forti.

 

Messina valorizza il suo sistema fortificato: 4 milioni di euro dal Comune per Castel Gonzaga
Da messinaora.it del 20 giugno 2020

Un vecchio sogno di Enzo Caruso, perseguito con l’esperienza di Forte Cavalli, che oggi da assessore del Comune di Messina, diventa reale: per valorizzare il suo sistema fortificato l’amministrazione ha deciso di stanziare 4.000.000 di euro per il restauro di Castel Gonzaga con i fondi del Masterplan e ha manifestato al dirigente del Demanio l’intenzione di richiedere la concessione per la valorizzazione di Forte Castellaccio e della Polveriera di Camaro. Proficuo l’incontro svoltosi a Palermo tra il vicesindaco Salvatore Mondello con delega ai Beni culturali e l’assessore alla Valorizzazione e promozione del Sistema fortificato Enzo Caruso, da un lato, e l’ingegnere Pietro Ciolino responsabile della Direzione regionale dell’Agenzia del Demanio, dall’altro. Erano presenti anche l’ingegner Giuseppe Di Stefano, responsabile dei Servizi tecnici della Direzione regionale, il dottor Marco Palazzotto e l’ingegner Enrica Passaglia, dell’ufficio della Direzione regionale.

È stato presentato, per la prima volta in modo organico e completo, il piano di valorizzazione dell’intero Sistema fortificato, riferito alle fortificazioni cinquecentesche e a quelle del periodo umbertino, ricadenti nel territorio messinese, che il Comune intende mettere in atto, in sinergia con le associazioni e gli enti concessionari delle singole strutture che, a vario titolo, sono nella disponibilità dell’Agenzia del Demanio e, alcune ancora del Demanio Militare.

Contestualmente, è stato fatto presente che il piano di valorizzazione si avvale del protocollo internazionale “Convenzione di Faro, Faro per i Forti”, firmato nell’aprile del 2019, con il quale il Comune di Messina, insieme alla Marco Polo di Venezia, ha aderito alla “Carta di Corfù” per la costituzione della Rete euromediterranea delle città fortificate. L’enorme impegno delle Associazioni di Volontariato che negli anni hanno valorizzato le meravigliose strutture, strappandole dal degrado e dall’incuria, potrà finalmente contare sulla regia dell’Ente comunale.

 

Le Torri Costiere del Cilento
Da gazzettadisalerno.it del 20 giugno 2020

di Pasquale Martucci

Percorrendo la costa cilentana, si possono osservare una serie torri di guardia, ormai quasi ruderi, che nessuno di negli anni si è preso la briga di valorizzare, e che al contrario rappresentano l’enorme patrimonio storico-culturale di costruzioni edificate o ristrutturate, nella seconda metà del cinquecento, a difesa del territorio e delle popolazioni dalle incursioni di Saraceni, Arabi e Turchi. E’ soprattutto suggestivo osservare le torri dal mare, quando “appaiono simili a spettri, vedette solitarie contro gli eventi selvaggi di un doloroso passato”, dagli incubi degli assalti di pirati e predoni.

Angelo Guzzo circa trent’anni fa trattò queste vicende della storia del Cilento, ponendo in essere la maledizione di una terra che, oltre a carestie e pestilenze, è stata sottoposta a saccheggi, eccidi e devastazioni atroci. Per porre un argine, la risposta fu l’impegno della realizzazione sulla costa, per avvistare i pericoli e fronteggiarli, di torri, “in vista l’una dall’altra in modo da costruire una continua, ininterrotta serie di fortificazioni e che tutto il Regno doveva essere chiuso da ogni parte”. (2) Era questo il progetto del viceré Don Pedro Alvarez de Toledo del 1566, che ordinava proprio quelle costruzioni, anche se la loro realizzazione avvenne solo con Don Pedro Alvarez de Ribera, duca d’Alcalà. Alla fine in tutto il Regno furono edificate ben 379 torri. Quelle del territorio del Principato di Citra furono ben 93.

Alcune di esse erano solo da riadattare, in quanto preesistenti. Infatti, già a partire dall’anno mille, sul territorio erano sorti castelli e torri di difesa; poi nel XV secolo, con l’introduzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco, il castello perse la sua ragione d’essere e non costituì più una fortezza difensiva, e dai castelli si passò ai palazzi baronali. Nel XVI secolo, la minaccia proveniente dal mare portò al rafforzamento e ristrutturazione delle strutture già esistenti e alla realizzazione di nuove ed imponenti torri di difesa. (3) Guzzo nel suo volume rilevò, attraverso la capillare consultazione di molto materiale d’archivio, le torri costruite nel territorio cilentano. Gli edifici furono realizzati o riadattati tra il 1570 e il primo decennio del seicento lungo tutto il tratto costiero: Agropoli (San Marco, San Francesco, Trentova); Castellabate (Tresino, Pagliarulo); Punta e Montagna della Licosa; Ogliastro (Cannetiello, Montagna, Punta, Ripe Rosse); Agnone (San Nicola ed Agnone); Fiumarola di San Mauro; Collina di Cannicchio; Acciaroli (Porto e Caleo); Pioppi (Punta, Capo Grosso); Casalicchio (Dominella); Pisciotta (Acquabianca, Fiumicello, Marina); Ascea (Capo, Santa Barbara, Marina di Ascea); Caprioli; Palinuro (Spartivento, Capo Palinuro, Porto); Infreschi (Frontone, Punta); Foce del Mingardo; Camerota (Zancale, Calabianca, Fenosa, Isola, Poggio); Scario (Cala Moresca, Rocca del Morice, Spinosa, Porto dell’Oliva, Garagliano); Punta Capitello; Villammare (Petrosa); Sapri (Buondormire, Foce del torrente Rubertino, Scialandro). (4) Altri autori hanno censito il numero delle torri realizzate sulla costa cilentana: Vassalluzzo ne ha contate 57, a distanza di due chilometri una dall’altra; Aversano, almeno 58, i 2/3 delle costruzioni realizzate in tutto il territorio salernitano. (5)

Gli edifici erano di forma quadrata, delle dimensioni di dieci metri di lunghezza e venti d’altezza, su tre piani: a piano terra c’era il magazzino e l’alloggio per i cavalli; al primo il personale; all’ultimo piano le batterie e le guardie. Non mancava il pozzo e le cisterne per l’acqua. Le torri si distinguevano in: marittime o di allarme o cavallare (chiamate così per la disponibilità di cavalli, che servivano a dare l’allarme), di difesa (erano ben armate, protette da soldati e costituivano il rifugio per la popolazione), guardiole (situate su colline e rocce, per permettere le comunicazioni tra la marina e i paesi interni). Erano custodite dai torrieri; poi vi erano i guardiani, armigeri e rematori, con colubrine, petriere, catapulte ed artiglieria di piccolo calibro. (6)

Ad ogni modo non andò tutto così come previsto. Non esiste una precisa indicazione della tempistica realizzativa, dal momento che i provvedimenti e le ordinanze si accavallarono e permisero l’edificazione delle costruzioni solo dopo rallentamenti e successivi recuperi. Le difficoltà maggiori furono dovute alla scarsità di risorse da parte delle varie Università, che spesso disputavano sull’importanza dell’una o dell’altra torre. Ad ogni modo, le stesse amministrazioni territoriali finirono per far gravare sui loro bilanci, già particolarmente disastrati, tutto ciò che comportò la realizzazione delle opere. Lo rileva molto bene Guzzo quando afferma che, al di là della meritoria iniziativa di fortificazione delle coste, non sempre l’opera fu efficace e tempestiva: “essa fu decisa ed iniziata troppo tardi, quando il periodo delle grandi incursioni era trascorso (…) quando la potenza marittima turca, fiaccata da pesanti sconfitte, cominciava già lentamente a declinare”. (7) Le torri furono utilizzate anche successivamente: quale rifugio per la peste del 1656; negli anni della Repubblica Partenopea; durante la Restaurazione del Regno; come nascondiglio dei cospiratori del 1828, venendo certamente meno alla funzione per la quale furono realizzate. Pur restando importanti per la storia di questa terra, la memoria pare essersi dimenticata di questo ricco patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico che pur avrebbe potuto costituire un richiamo per lo sviluppo turistico ed economico del Cilento. Né è valsa l’importanza del lavoro di Angelo Guzzo che trent’anni fa lanciava un grido d’allarme inascoltato: “questo abbandono è sicuramente un’offesa ancor più umiliante e imperdonabile di quella subita in tanti secoli ad opera dei pirati”.(8)

Note:

1. A. Guzzo, “Sulla rotta dei Saraceni. La difesa anticorsara sulla costa del Cilento”, Palladio 1991, 7.
2. Ivi, 80-81.
3. Ivi, 77.
4. Ivi, 90-104.
5. F. Volpe, “Il Cilento nel secolo XVII”, Edizioni Scientifiche Italiane 1991, 104. Cfr.: M. Vassalluzzo, “Castelli, torri e borghi della costa cilentana”, Ed. Econ 1975, 50; V. Aversano, “Le torri costiere del Cilento”, in Confronto 3, Salerno 1976, 402.
6. A. Guzzo, cit., 105-110. Cfr. anche: M. Vassalluzzo, cit. 44-52.
7. Ivi, 117.
8. Ivi, 9.

 

Batteria Pisani di Cavallino Treporti è pronta a riaprire: nuove esposizioni
Da veneziaradiotv.it del 19 giugno 2020

Dopo l’emergenza sanitaria, riparte la cultura. A Cavallino-Treporti Batteria isani è pronta a riaprire i cancelli con nuove esposizioni

A Cavallino-Treporti il museo Batteria Vettor Pisani è pronto a riprendersi i suoi spazi nel piano culturale del territorio. Dopo il lockdown, che ha causato lo stop anche di tutto il settore della cultura, dal 19 giugno vengono aperti ufficialmente i cancelli al pubblico, seguendo le indicazioni delle linee ministeriali e regionali legate ai protocolli del Covid-19.

Batteria Pisani

Da quando è stato inaugurato, nel 2017, l’inconfondibile museo di Cavallino-Treporti ha avuto un ruolo importante per valorizzare il percorso e la progettualità di “Via dei Forti”, progetto che si inserisce nel luogo di storia e cultura dei 13 chilometri di litorale caratterizzato da circa 200 fortificazioni tra torri telematiche, batterie, bunker, polveriere, caserme e rifugi e che ha contato finora quasi 20 mila e 500 visitatori.

Per questo anche quest’anno, l’amministrazione, insieme al Parco Turistico, ha voluto dare un forte segnale valorizzando questa realtà della Batteria con delle novità importanti legate agli allestimenti e agli appuntamenti divulgativi. Questi ultimi, una decina nel complesso, tratteranno alcuni aspetti specifici della Grande Guerra:
• Fiat Ravelli Mod. 1914, la storia di una mitragliatrice;
• La propaganda, grande strumento di persuasione;
• “Scemi di guerra”, chi erano? Malattie mentali nel 1° conflitto mondiale;
• Oltre la dura trincea, passatempi dei soldati in attesa della battaglia;
• L’armamento della Batteria Pisani
Oltre a questa novità, altri eventi attesi in Batteria Pisani per il 2020 saranno 2 concerti, che verranno promossi durante l’estate. Inoltre anche per quest’anno avranno luogo le visite organizzate presso Batteria Amalfi, nel rispetto delle normative sanitarie attuali.

«Il 2020 sarebbe stata la quarta stagione estiva di questo progetto – spiega il sindaco di Cavallino-Treporti Roberta Nesto –. Con coraggio abbiamo creduto che fosse importante ricominciare le attività espositive anche per Batteria Pisani e per Via dei Forti e oggi siamo qui con grande soddisfazione».

Percorsi espositivi

Anche quest’anno non mancheranno i nuovi percorsi espositivi, dedicati ad alcune particolarità della Grande Guerra. «Un po’ alla volta il museo di Batteria Pisani cresce sempre di più e ogni anno con percorsi nuovi, con nuove declinazioni, con novità anche nelle esposizioni, sempre legate alla guerra».
Come lo scorso anno, poi, anche in questo 2020 ci sarà un percorso pensato per i bambini e ragazzi, accessibile sia al pubblico italiano che straniero, rivolto a tutte le fasce d’età, realizzato con sei totem raffiguranti Artì e Italo. Artì è un draghetto che accompagnerà i piccoli ospiti all’interno della Batteria e li guiderà, mentre Italo è il suo amico artigliere fantasma che ha vissuto nella Pisani negli anni della Grande Guerra.

Questo percorso particolare, pensato per i più giovani, è stato molto apprezzato lo scorso anno, tanto da essere stato fruito da oltre 2.000 giovani.
«Dare ai nostri ragazzi la possibilità di conoscere, con emozione, la storia, è importantissimo – continua il sindaco Nesto –.

Un’esperienza di questo tipo può far veramente crescere i giovani avvicinandoli al nostro territorio, alla nostra cultura, alla storia che ha caratterizzato anche Cavallino-Treporti». «La gestione di Batteria Pisani per noi è un grande orgoglio – afferma Paolo Bertolini, presidente del Parco Turistico di Cavallino- Treporti –, questo è un pezzo raro di Storia. Qui costruiamo il futuro sul passato, perché queste fortificazioni hanno espresso, in altri tempi, qualcosa di tragico che non vogliamo si ripeta più. Devono essere un monumento di ricordo, al quale abbiamo dato una seconda vita per rappresentare quello che è stato attraverso delle mostre da fruire specialmente alle nuove generazioni». Tanta storia da trasmettere dunque, e da apprezzare grazie alla cura particolare dei percorsi espositivi: «il 2019 è stato un anno molto positivo, con oltre ottomila visitatori di cui il 43% italiani, il 57% stranieri. Tra questi, oltre il 50% è rappresentato da nuclei famigliari, a dimostrazione del fatto che le famiglie ci tengono a tramandare ai ragazzi quella che è stata la storia del territorio e la storia che hanno vissuto i loro nonni».

Le prenotazioni

Cancelli aperti, dunque, a partire da venerdì 19 giugno e fino al 4 diottobre, con possibilità di visita a partire dalle 10.30 alle 18.00 (ultimo ingresso alle 17.15) dal martedì alla domenica. Per informazioni e prenotazioni i numeri utili sono lo 041.2909555 oppure lo 348.3164470. Oppure è possibile consultare i siti www.comune.cavallinotreporti.ve.it, www.viadeiforti.it, www.visitcavallino.com e scrivere alla mail info@viadeiforti.it

 

IN PROVINCIA DI VERONA LA STAZIONE NATO “CUGINA” DEL MUOS DI NISCEMI
Da antoniomazzeoblog.com del 19 giugno 2020

Lughezzano è una piccola frazione del comune di Bosco Chiesanuova, posta a 580 metri sull’altopiano della Lessinia, la fascia montuosa a nord di Verona, prealpi venete. E’ qui che sorge la stazione di telecomunicazioni satellitari “cugina” del MUOS di Niscemi: identiche le funzioni strategico-militari e analoghi i devastanti impatti sull’ambiente e la salute umana generati dalle emissioni elettromagnetiche. Unica differenza, la titolarità delle installazioni e delle gigantesche antenne: la NATO nel caso di Lughezzano, la Marina militare degli Stati Uniti d’America in Sicilia.
Il centro satellitare di Bosco Chiesanuova è classificato dall’Alleanza Atlantica con il codice “Satcom Ground Station F14” ed è stato realizzato a partire del 1978 per divenire pienamente operativo nel 1985 all’interno del network di infrastrutture di telecomunicazioni (una ventina circa) che la NATO contava al tempo in tutta Europa. A capo dell’intero sistema la NATO Communications and Information Agency (NCI), l’agenzia che predispone le tecnologie di telecomunicazione e informazione satellitare per le missioni e le esercitazioni dell’Alleanza “in contesti remoti privi delle necessarie infrastrutture comunicative”. Funzioni simili sono svolte dal Pentagono con la nuova costellazione di terminali terrestri e satelliti “MUOS”, acronimo di Mobile User Objective System, il sistema per interconnettere tutti gli “utenti mobili” (cacciabombardieri, sottomarini nucleari, droni, singoli militari dotati di appositi palmari, ecc.) in qualsiasi area operativa essi si trovino. La NATO Communications and Information Agency, inoltre, dirige e coordina lo sterminato spettro delle missioni C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento), di guerra cibernetica (cyber war) e della cosiddetta “difesa anti-missile”. Un terminale strategico della NCI Agency ha sede nel nuovo sito di Lago Patria a Giugliano, tra le province di Napoli e Caserta, sede dell’Allied Joint Force Command (AJFC) e centro d’intelligence alleato per le operazioni in Africa. Medio Oriente ed Est Europa.

La versione “terzo millennio” dell’installazione veneta è scaturita dalla decisione nel 2004 del Comando di Bruxelles di riorganizzare l’assetto delle telecomunicazioni strategiche via satellite con la conseguente riduzione del numero delle stazioni terrestri e il contemporaneo ampliamento di quelle destinate ad estendere all’infinito la propria vita operativa: Lughezzano e le Satcom di Kester in Belgio, Atalanti, Grecia e Izmir, Turchia. Con il programma di potenziamento delle telecomunicazioni satellitari denominato Upgrade Sgs and Sgt, la NATO predispose per la base veronese l’installazione di tre nuove antenne satellitari, due dal diametro di 16 metri e la terza di 11,8 metri, da sommarsi a quella già esistente.

In vista dell’ampliamento della stazione satellitare, il 14 febbraio 2014 il 5° Reparto Infrastrutture del Ministero della Difesa con sede a Padova formalizzò il decreto di esproprio definitivo per complessivi 7.868 mq. di terreni nel comune di Bosco Chiesanuova, intestati a 15 proprietari. Il 20 novembre 2015, la NATO Communications and Information Agency firmò con il Ministero della Difesa italiano un Memorandum of Agreement per regolare tutte le attività previste per la realizzazione della “nuova” infrastruttura a Lughezzano, in particolare le modalità di affidamento dei lavori e “risoluzione delle problematiche ambientali”, di acquisizione delle tecnologie satellitari e dell’assistenza tecnica per un tempo di 20 anni dall’installazione degli impianti. A sottoscrivere l’accordo il general manager della NCI Agency, il generale Koen Gijsbers, e l’allora Capo della Divisione Sistemi C4I delle forze armate italiane, ammiraglio Ruggiero Di Biase, oggi alla guida del neo-costituito Comando Cyber dello Stato Maggiore della Difesa.

Dopo l’Ok del Comitato misto-paritetico della Regione Veneto, il 2 maggio 2016 il Comando delle Forze di Difesa Interregionale Nord emise il decreto di proroga per ulteriori cinque anni della validità delle servitù militari sulla porzione di territorio di Bosco Chiesanuova occupato dalla Satcom. Il 14 settembre 2016 furono avviati i lavori di ampliamento del sito; prime contractor l’holding del complesso militare-industriale nazionale Leonardo (ex Finmeccanica), insieme alla controllata Telespazio, a ViaSat S.p.A. di Roma, al gruppo industriale francese Saint-Gobain e al colosso tedesco Siemens AG. Alla progettazione ed esecuzione “chiavi in mano” delle opere venne chiamata la Deleo S.r.l. di Cambiago (Milano), mentre i subappalti furono affidati ad alcune imprese venete (Beton Lessinia S.r.l, Scavi Valpantena s.n.c. di Annichini e Tezza, Ferrari BK). “Il progetto porterà alla creazione di una nuova base NATO molto attrezzata, adeguata all’attuale evoluzione della componente trasmissiva e tecnologica e seguita da personale esperto”, dichiarò ai media l’allora comandante di SGS F14, il tenente colonnello Diego Fasoli. Per ottenere qualche informazione in più sulle funzioni assegnate all’installazione, si dovrà attendere il comunicato ufficiale della NCI Agency del 16 marzo 2017. “Stiamo lavorando in Belgio e in Italia per potenziare le stazioni satellitari che ci collegano con le forze di pronto intervento NATO, compresa l’operazione navale dell’Alleanza Sea Guardian che contribuisce ad arginare il traffico di essere umani nel Mar Egeo”, riferì Gregory Edwards, direttore dei Servizi infrastrutture dell’Agenzia NATO. “Entro un anno, la NCI Agency assegnerà un grosso contratto del valore di 1,5 miliardi di euro per ampliare la banda di trasmissione e un ulteriore contratto di 200 milioni per i terminali terrestri a supporto della NATO Response Force, pianificata per dislocarsi in qualsiasi parte del mondo in brevissimo tempo. I dispiegamenti per le operazioni sono divenuti un po’ il fine principale delle comunicazioni satellitari della NATO”.

“Grazie a queste enormi parabole, tutte racchiuse da radome - la caratteristica copertura sferica bianca che le protegge dalle intemperie - transiteranno tutte le comunicazioni verso le basi NATO, soprattutto del Medio Oriente: Afghanistan e Iraq”, aggiunse il tenente colonnello Fasoli in un’intervista a L’Arena, il 22 ottobre 2017. E sempre al quotidiano veronese, l’ingegnere Csaba Grunda di NCI Agency, spiegava il 16 marzo 2017 che la base di Lughezzano avrebbe fatto da “spina dorsale” delle comunicazioni NATO, facendo da “centralino di smistamento dei dati che arrivano e partono verso i satelliti geostazionari”, ricevendo e trasmettendo così “verso i luoghi dove non c’è altra possibilità di comunicazione, come le navi in mezzo all’oceano, gli aerei, le unità militari che operano in posti isolati”. I lavori di potenziamento e ampliamento della stazione di Lughezzano sono stati completati nella primavera 2018 e l’inaugurazione della “nuova” base è stata celebrata alla presenza delle autorità comunali e di una delegazione di studenti delle scuole del circondario. A differenza di quanto avvenuto a Niscemi e in tutta la Sicilia, dove contro il programma MUOS si sono mobilitate decine di migliaia di persone e decine di amministrazioni comunali, sono state rarissime le voci levatesi nel veronese in opposizione ad un’installazione di rilevanza planetaria per la guerra globale e che ha generato innumerevoli problematiche di ordine ambientale (devastazione del territorio, consumo di suolo e risorse idriche, inquinamento elettromagnetico, ecc.).
Quando nell’estate del 2017 alcuni cittadini chiesero all’amministrazione di Bosco Chiesanuova di verificare la “sostenibilità” delle nuove infrastrutture, fu organizzato un incontro a cui fu invitato il comandante della base che fornì una versione del tutto edulcorata (e per certi versi risibile) degli impatti prodotti. “Non esiste alcuna criticità per la salute dovuta ai campi elettromagnetici perché il segnale parabolico punta dritto al satellite, senza dispersioni”, dichiarò  il tenente colonnello Fasoli. “Per quanto riguarda l’impatto visivoambientale, installeremo una recinzione in legno che delimiterà il perimetro della stazione satellitare. Inoltre, per mitigare ulteriormente l’impatto delle future strutture dall’esterno, verrà eseguita una piantumazione, voluta espressamente dalla Regione Veneto. Così facendo, non si andrà a rovinare l’aspetto estetico della zona, che ospiterà l’aggiunta di nuovo personale assegnato alla base, apportando un flusso consistente di persone che si sposteranno e si integreranno senza problemi, come è sempre stato, sul territorio della Valpantena e della Lessinia” (fonte: Veronanetwork.it del 7 febbraio 2017). Per la cronaca, dall’agosto 2018 il tenetene colonnello Diego Fasoli ha assunto l’incarico di comandante del Gruppo servizi supporto operativi presso il 3°Stormo dell’Aeronautica di Villafranca- Verona, “rafforzando ancora di più il collegamento tra la base aeronautica e l’ente NATO di Lughezzano”, come si legge nel sito dell’Aeronautica italiana.

Di opinioni del tutto diverse è Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento e responsabile della Casa per la nonviolenza di Verona, già consigliere regionale del Veneto e del comune scaligero. “La Lessinia è un territorio stupendo, paradiso dell’escursionismo e della speleologia, ricco di flora e fauna, panorami mozzafiato dalle Alpi al Lago di Garda e nei giorni limpidi anche la laguna di Venezia, e pieno di archeologia, storia, cultura, tradizioni, con resti della minoranza etnica e linguistica dei cimbri”, spiega Valpiana. “Quelle quattro enormi palle bianche che oggi sfregiano la quiete incontaminata dei vaj della Lessinia, sono uno scandalo. Non solo umiliano e distruggono un paesaggio altrimenti integro, ma portano i venti di guerra, i segreti militari, i piani bellici direttamente nel territorio montano veronese. Oltre all’inquinamento da onde elettromagnetiche, le quattro antenne abnormi producono molti altri danni, anche di tipo culturale ed educativo. La base, con il falso biglietto da visita di volersi aprire al territorio, ha instaurato un dialogo con la scuola con attività rivolte soprattutto agli studenti di ogni ordine e grado per mostrare i compiti dell’Agenzia NATO per le telecomunicazioni e le tecnologie  informatiche, incluse visite e sessioni di alternanza scuola lavoro presso la base di Lughezzano.

Questa proposta formativa tende ad esaltare la carriera militare, le armi e, più in generale, la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione. La scuola ripudia la guerra dovrebbe essere un principio fondamentale inalienabile. Gli studenti devono andare nel Parco a fare esperienze e istruirsi; i militari non sono preposti all’educazione…”. Mao Valpiana esprime pure il suo disappunto per le “mitigazioni” apportate dalle forze armate. “L’ultima iniziativa del comando della base è l’installazione di una ulteriore recinzione ecologica, costituita da dei pali di legno, che vorrebbe creare continuità con il paesaggio”, conclude il presidente del Movimento Nonviolento. “Basta vedere il contrasto tra le quattro palle ciclopiche e lo steccato bucolico, per rendersi conto che oltre al danno ci stanno propinando anche le beffe. Quella base deve lasciare posto al Parco Naturale Regionale della Lessinia…”.

 

Storie parallele di due fari…ma anche di torri costiere e strutture militari lungo la costa
Da loradibrindisi.it del 19 giugno 2020

BRINDISI – L’autorità portuale, come comunicato, recupererà il faro posto all’ingresso del porto.

Qualcuno, giustamente, si è affrettato a chiedere che venisse recuperato anche il faro insistente sulla diga di Punta Riso. La competenza, però, spetterebbe in questo caso a un altro ente, ovvero il Comune, dato che quel farò rientra nella porzione dell’isola di Sant’Andrea trasferita temporaneamente dal demanio marittimo al Comune di Brindisi nel 2015 al fine di valorizzare l’intera isola, castello compreso.

Ma di opere da recuperare lungo la litoranea, in verità, ce ne sarebbero a bizzeffe, a partire dalle torri costiere di Torre Testa e Punta Penne, per finire alle case matte e alle batterie militari.

 

Riqualificazione forti per rilancio cultura e turismo, proficuo l'incontro a Palermo
Da messinatoday.it del 19 giugno 2020

Presente alla riunione l’assessore comunale alla cultura Enzo Caruso: "Già stanziati 4 milioni di euro per la riqualificazione di Forte Gonzaga, richiesta la concessione del Castellaccio"

Riqualificazione dei forti cinquecenteschi e ottocenteschi messinesi. Di questo si è discusso ieri alla riunione di servizio nei locali dell’Agenzia del Demanio a Palermo. Grazie alla riqualificazione si potrebbe creare un rilevante indotto turistico-culturale com’è successo, per esempio, per le magnifiche fortezze portoghesi prospicienti sulla costa atlantica.

“Confronto indubbiamente proficuo”-commenta l’assessore comunale alla cultura Enzo Caruso, presente all’incontro - “che ha gettato le basi di un grande progetto teso alla valorizzazione dell’intero sistema delle fortificazioni peloritane ma anche di quelle della costa calabra”. Ma quali le richieste del responsabile dell’Ufficio territoriale regionale del Demanio? “Anzitutto- spiega Caruso “la cessione delle fortificazioni dall’Agenzia della Difesa all’Agenzia del Demanio e, di qui, al Demanio Regionale. Inoltre, è stata rispolverata la Carta di Corfù con la convenzione “Faro per i Forti” (in collaborazione con la Marco Polo di Venezia) che inserisce il sistema fortificato messinese e calabrese nell’area mediterranea delle città fortificate”. E le risorse economiche? “Già stanziati 4 milioni di euro dei fondi del Masterplane per la riqualificazione di Forte Gonzaga, mentre si è richiesta la concessione del Castellaccio in vista dell’acquisto della “Città del ragazzo”, a Gravitelli, nella cui area sorge l’antica struttura fortificata”.

 

Castel Savoia, Gressoney: orari e come arrivare
Da viaggiamo.it del 19 giugno 2020

In Valle d’Aosta si trova un meraviglioso maniero. Si tratta di Castel Savoia, situato presso Gressoney. Prima di recarsi in visita è necessario conoscere gli orari di apertura al pubblico e sapere come arrivare.

Castel Savoia, Gressoney: orari e come arrivare

La splendida regione della Valle d’Aosta è ricca di meravigliose località da vedere. Nel contesto della verdeggiante valle di Gressoney-Saint-Jean sorge un meraviglioso castello. Si tratta di una delle fortezze più belle da visitare durante un viaggio nel territorio valdostano,. Il castello si trova ai piedi della collina della Ranzola, all’interno del bellissimo borgo di Belvedere. Il paesaggio appare splendido, con una visuale perfetta sulla valle e sull’imponente Monte Rosa. Se si fa attenzione, è possibile scorgere all’orizzonte persino il suggestivo ghiacciaio Lyskamm.

Storia e struttura del castello

Le origini del meraviglioso Castel Savoia risalgono ai primi anni del XX secolo. La sua costruzione fu fortemente voluta dalla Regina Margherita di Savoia, per i suoi lunghi soggiorni estivi nella valle di Gressoney.
Nel 1936 il maniero divenne di proprietà di un famoso industriale dell’epoca, che lo tenne fino al 1981. In questa data la bellissima fortezza passò sotto la proprietà della Regione Autonoma della Valle d’Aosta.
Guardando il castello si nota la minuziosa cura dei minimi dettagli, che fu attuata dall’architetto Emilio Stramucci. Lo stile neogotico della fortezza prevede un vano centrale, circondato da cinque alte torri. L’interno è elegante, con un arredamento ispirato allo stile medievale. La bellezza dell’orto botanico presente arricchisce il paesaggio. Contiene diverse tipologie di specie botaniche alpine, che rendono ancora più interessante una visita in loco.

Orari di Castel Savoia

Il Castello è aperto durante tutto l’anno, con alcune variazioni che riguardano gli orari. Dal mese di ottobre, fino a marzo, l’apertura mattiniera al pubblico va dalle 10.00 alle 13.00. Durante il pomeriggio è possibile visitare la struttura dalle 14.00 alle 17.00. Nel corso dei mesi invernali il lunedì i battenti restano chiusi. Un altro periodo di chiusura va dal 25 dicembre al 1 gennaio. Nel periodo primaverile ed estivo gli orari di apertura variano. Da aprile a settembre è infatti aperto dalle 9.00 alle 19.00, tutti i giorni.

Come arrivare al castello

Uscendo dall’autostrada all’altezza per lo svincolo per Pont-St-Martin basta seguire la strada che va verso la valle di Grossoney. Si percorre poi tutta la lunghezza della vallata, fino al borgo di Grossoney-Saint-Jean. Subito prima dell’ingresso presso il comune si trovano le indicazioni che conducono al castello. Basta girare semplicemente a sinistra e raggiungere poco dopo il parcheggio della struttura.

 

Turismo culturale: in rete il sistema difensivo degli Appiani
Da ilgiunco.net del 19 giugno 2020

PIOMBINO – “Piombino offre enormi possibilità di sviluppo del turismo culturale che può rappresentare uno dei principali veicoli di promozione turistica del nostro territorio” con queste parole il sindaco Francesco Ferrari annuncia l’avvio di progetti di valorizzazione culturale ideati per attrarre visitatori sul nostro territorio attraverso la creazione di percorsi culturali tematici ed il supporto attivo alle associazioni locali che si occupano di archeologia e storia. “L’amministrazione comunale ha ideato un progetto per la messa in rete del sistema difensivo degli Appiani costituito da castelli, rocche, fortezze e torri presenti in Toscana realizzate nel corso del Rinascimento per garantire il controllo della costa.” Spiega l’assessore alla cultura Giuliano Parodi “Il progetto coinvolgerà otto comuni toscani e tre ambiti territoriali turistici che collaboreranno per la creazione di un sistema tematico territoriale fruibile da turisti e visitatori attraverso percorsi tra cultura e natura.”

Gli Appiani, Signori di Piombino dalla fine del 1300, nel corso del Rinascimento crearono un sistema difensivo costituito da torri e fortezze, che hanno permesso al Principato di mantenere a lungo la propria autonomia politica in un contesto di forte conflittualità tra le potenze italiane e di relazionarsi con gli altri sistemi di difesa costiera approntati dai domini spagnoli e dal Granducato di Toscana, favorendo la circolazione di modelli specifici di architettura militare progettati, tra gli altri, da Leonardo da Vinci e Giovanni Camerino, quest’ultimo considerato uno dei fondatori delle tecniche di fortificazione moderne.

“Il progetto ha tutte le carte in regola per accedere ai finanziamenti che la regione Toscana destina ai sistemi territoriali tematici e la collaborazione tra più comuni consente di alimentare il circuito economico legato al turismo attraverso la realizzazione di percorsi fruibili a piedi, in bici o con mezzi propri da turisti che sono sempre alla ricerca di nuove esperienze per vivere a 360° il territorio toscano. La modalità di fruizione del territorio attraverso percorsi all’aria aperta, oltre a stimolare la conoscenza della nostra storia, si armonizza con le esigenze di garantire un’offerta turistica sicura.” commenta l’assessore Parodi “Questo progetto è un ulteriore tassello nel mosaico che l’amministrazione intende comporre per valorizzare la vocazione turistica di Piombino e si aggiunge, ad esempio, all’apertura con servizi potenziati del Castello di Piombino che da domani, sabato 20 giugno, sarà nuovamente aperto ai turisti con nuove modalità di visita e al sostegno che con il mio assessorato stiamo offrendo al progetto che Past in Progress sta realizzando presso l’Area archeologica di Poggio del Molino. Il Parco di Archeologia Condivisa di Poggio del Molino, infatti, si è aggiudicato il primo posto nella graduatoria dei 106 partecipanti al bando Rigenerazione Urbana a base culturale promosso dalla Regione Toscana, nell’ambito di Giovanisì+. I progetti finanziati sono stati 10 e l’Associazione culturale Past in Progress riceverà il contributo regionale massimo previsto, con un punteggio di 95 su 100.

Per una città difficile come Piombino, da anni impegnata in una riconversione economica che generi nuove opportunità legate al turismo balneare, sportivo e culturale, investire nel patrimonio storico-archeologico significa accentuare il ruolo sociale della cultura. Il Progetto ATT-Model – Archeologia generaTTiva (per la cura del patrimonio culturale) è teso a consolidare il legame tra cittadini e patrimonio storico-culturale in un percorso a cadenza annuale, attraverso la partecipazione attiva della comunità alle attività di ricerca, conservazione e valorizzazione del patrimonio al fine di incrementarne il senso di appartenenza e generare impatto sociale, culturale ed economico. Il corso combina nozioni storico-archeologiche all’attività sul campo. Domenica 21 giugno verrà inaugurato il nuovo spazio fisico del PArCo, il TABTemporary Archaeological Base, una struttura ecosostenibile di supporto alle attività di cantiere, alla didattica di studenti e volontari e alla visita del sito. “Il Comune di Piombino ha scelto di aderire alle Notti dell’Archeologia indette dalla Regione Toscana nel mese di luglio – conclude l’assessore Giuliano Parodi -. Il programma prevede un ciclo di tre incontri serali al Rivellino a cui parteciperanno le Associazioni archeologiche che da anni sono impegnate sul territorio per accrescere la consapevolezza del nostro splendido patrimonio e renderne partecipe la comunità”.

 

Ex caserma Lorenzini, la polveriera diventa deposito della Soprintendenza
Da luccaindiretta.it del 18 giugno 2020

Ospiterà materiale archeologico proveniente dagli scavi effettuati sul territorio comunale

L’ex polveriera della caserma Lorenzini a disposizione della Soprintendenza di Lucca come deposito per il materiale archeologico proveniente dagli scavi effettuati sul territorio comunale. Così stabilisce una determina dirigenziale che approva lo schema di contratto per la concessione in comodato gratuito della struttura di circa 340 metri quadri accessibile da Corso Garibaldi.

L’immobile, che si trova nella zona sud dell’ex caserma, ospiterà circa 2800 colli ordinati in cassette e disposti su scaffalature metallice e in vetrine. Ci saranno anche delle ricostruzioni dell’ambiente di scavo. La sezione potrà essere utilizzata anche per studio e visite didattiche in caso di interventi di riqualificazione dei locali.

 

A Porta Borsari rinvenuta parte della cinta muraria
Da tgverona.it del 18 giugno 2020

Da diversi anni la Soprintendenza Archeologia, belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e la società Acque Veronesi Scarl collaborano con protocolli operativi per rendere compatibili le due attività di interesse pubblico: fornitura del servizio idrico integrato e tutela dei beni archeologici della città di Verona.
La collaborazione si svolge abitualmente nell’ambito delle procedure di “archeologia preventiva”, resa obbligatoria nei lavori pubblici dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e dal Codice dei contratti pubblici.
Come ben noto, le opere per garantire la funzionalità idraulica di un territorio non sono sempre programmabili e ci si trova spesso a fronteggiare urgenze e imprevisti. È il caso dell’intervento in via di svolgimento in questi giorni nella zona di Porta Borsari, una zona la cui criticità idraulica è nota a tutti i veronesi per i frequenti episodi di allagamento verificatesi negli anni.

Anche in questo caso Acque Veronesi e Soprintendenza hanno unito le forze e le prime operazioni di scavo hanno già messo in luce strutture archeologiche di grande interesse. Si tratta dell’avancorpo difensivo costruito verosimilmente da Teodorico con la seconda cinta muraria della città. Le mura ancora oggi note come “Mura di Gallieno” ma da tempo ritenute di età gota. Tratti di questo avancorpo erano già emersi negli anni ’90 e gli archeologi allora coinvolti, Peter Hudson e Giuliana Cavalieri Manasse, avevano già correttamente colto il significato delle strutture, pubblicandone i dati. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, ma questa volta, lo scavo più esteso – diretto da Brunella Bruno della Soprintendenza e condotto dagli archeologi incaricati da Acque Veronesi (studio Archeoed) - sta evidenziando con maggiore dettaglio tecnico come fu realizzata la costruzione della struttura difensiva. Si sta comprendendo con chiarezza come fu adattato a questa nuova struttura difensiva il percorso della Via Postumia, che sin dalla fondazione della città passava attraverso la Porta per diventare il decumano massimo del centro urbano. Oggi la via Postumia si presenta ai nostri occhi nella sua versione “tarda” con elementi lapidei di reimpiego, tra cui anche basoli stradali e risarcimenti di ghiaia, addossati all’avancorpo.

Acque Veronesi è impegnata in prima linea per salvare questo straordinario palinsesto e la Soprintendenza sta cercando di trovare soluzioni perché il problema idraulico si risolva: i due ruoli – quello di tutela e quello della regimazione delle acque - si identificano e si intrecciano nell’interesse di tutti. Un esempio, da affiancare a tanti, che mostra come l’archeologia possa dialogare con le esigenze dello sviluppo urbano e divenire elemento fondamentale della progettazione delle grandi opere pubbliche e private.

Sabato 20 giugno (dalle 9.30 alle 12) lo scavo sarà aperto a cittadinanza e turisti, che saranno accompagnati in visita guidata.

 

La Difesa in pieno lockdown si prende l'isola di Santo Stefano per altri cinque anni
Da youtg.net del 17 giugno 2020

Lo Stato si prende per altri cinque anni un pezzo dell'Isola di Santo Stefano: è stata rinnovata con decreto del Comando marittimo Nord la servitù militare a protezione del bunker-deposito delle armi di Guardia del Moro, nel paradiso dell'arcipelago di La Maddalena. Il provvedimento è datato 6 maggio, ma è stato diramato ai Comuni interessati solo negli scorsi giorni. Ed è stato pubblicato sui vari albi pretori.

A confermare la necessità della recinzione con le stellette a protezione del bunker è arrivata una relazione del Genio della marina militare di Cagliari, datata 25 gennaio 2019. A giugno dello stesso anno il comitato misto paritetico per le servitù militari, dove siedono rappresentanti del consiglio regionale e delle forze armate, aveva bocciato la proposta di rinnovo dei vincoli.

Ma lo scorso 27 marzo il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, in pieno lockdown, ha stabilito - con decreto - che Santo Stefano è ancora strategica. Anche perché, pur avendo incontrato numerosi ostacoli di carattere ambientale, resta ancora in piedi - e con tutta probabilità viene portato avanti sottotraccia - il progetto per la realizzazione dell'attracco della portaerei Cavour, la regina della Marina militare. Così dal dicastero parte l'ordine di massimo livello: la servitù deve essere rinnovata per il quinquennio 2019-2024. La scadenza del vincolo è fissata per il 18 dicembre del 2024. Quando, se va come sempre negli ultimi cinquant'anni, verrà rinnovata ancora. A tutela dei segreti nella caverna di Guardia del Moro e per garantire, forse, un approdo alla gigantesca portaerei dentro il parco marino di La Maddalena.

 

MONTEVERGINE. Nel1966 divenne operativa la stazione militare della NATO
Da bassairpinia.it del 16 giugno 2020

Nel 1966 divenne operativa la stazione militare NATO di Montevergine, gestita dalla United State Air Force in Europe (U.S.A.F.E.).

Sono gli anni della “guerra fredda” e del Vietnam, la “sporca guerra”. Quello di Monte Vergine era il più grande sito di comunicazione della Air Force in Italia, con un centinaio di uomini divisi tra la base e paesi circostanti.

Vista la posizione che domina in tutte le direzioni, questa base avrà un ruolo da protagonista nelle comunicazioni internazionali della NATO per trenta anni. In particolare, qui operava il 2181mo Communication Squadron che faceva da ponte a tutte le comunicazioni radio tra America, Europa e Medio-Oriente.

La base NATO di Monte Vergine faceva infatti parte di un sistema di basi collegate con una innovativa tecnologia, una dorsale che collegava la Spagna con il Medio Oriente, attraverso Italia, Grecia, Creta e Turchia.

La base di Montevergine ha avuto un ruolo importante di supporto durante il disastroso sisma del 1980 in Irpinia, fornendo uomini e mezzi per i soccorsi, ospitando molte delle famiglie italiane rimaste senza casa ed è stata una mensa che serviva oltre 500 pasti ogni giorno. Tutta l’area è percorsa anche da un elaborato sistema di tunnel protetti da porte di ferro. A cosa servivano questi tunnel? Inizialmente, abbiamo pensato a funzioni di ricovero in caso di attacco aereo o missilistico. Ricordiamo che siamo in piena “guerra fredda”.

Abbiamo, poi, scoperto che i tunnel servivano come depositi “NASCO”. Nell’ottobre del 1956 fu costituita una speciale sezione del Servizio segreto Militare (SIFAR) denominata SAD (Studi speciali e addestramento del personale), a cui venne demandato il coordinamento generale della “Operazione Gladio”. Quest’ultima era costituita dalla struttura segreta della NATO denominata SB “Stay Behind”, finalizzata alla creazione di nuclei di resistenza in caso d’invasione sovietica. La SAD gestiva i depositi “Nasco”, letteralmente nascondigli di materiali vari per a far fronte a eventuali invasioni URSS.

In Italia i depositi Nasco erano 139. La CIA inviò materiali di carattere operativo da occultare in appositi nascondigli interrati nelle varie zone scelte. Montevergine era uno di questi ed i tunnel certamente servirono a questo scopo. Si pensa, tuttavia, che il sistema di tunnel scoperto a Montevergine sia qualcosa di più di un semplice sito di stoccaggio Nasco. L’estensione dei tunnel medesimi, l’ampiezza dei locali, i complessi sistemi di aerazione, di rifornimento idrico ed elettrico, la presenza di una sorta di mini ferrovia interna con una monorotaia per il trasporto di carrelli: tutto lascia supporre l’esistenza di una centrale operativa segreta nascosta sotto terra molto vasta e complessa. La centrale è stata prima dismessa e poi del tutto sgomberata, probabilmente nei primi anni Settanta.

Per quanto attiene al rapporto con la base NATO vera e propria si ritiene che non ci fosse un collegamento funzionale, poiché la base Nato di Montevergine aveva solo funzione di gestione del sistema delle comunicazioni intercontinentali. La base aveva nove edifici: un dormitorio di tre piani Al piano terra c’era una sala lettura, una sala per la televisione ed un tavolo da biliardo. Nei successivi due piani c’erano le stanze da letto; un edificio amministrativo, con soli uffici; una sala caffè con bar dove poter socializzare ed un piccolo cinema; due officine specializzate; cisterne dell’acqua; un edificio con l’apparato generatori; un edificio adibito alle apparecchiature di comunicazione.

Di tutta l’area oggi rimangono da esplorare gli edifici del Check Point e il sistema di tunnel. Della base vera e propria invece non rimangono che i tracciati perimetrali degli edifici e i grandi supporti semicircolari dove erano piazzate le potentissime apparecchiature di ricetrasmissione. Dal rapporto del Montevergine Demolition Project apprendiamo che era prevista la completa demolizione e la successiva bonifica del US Navy Communication Receiver Site abbandonato.

Prima di iniziare la demolizione si sono eseguiti test su tutta l’area per determinare la presenza di materiali pericolosi come l’amianto, il piombo a base di vernice, ecc.. Sono state stabilite le aree designate per la separazione e lo stoccaggio temporaneo del materiale e delle attrezzature demolite in attesa di smaltimento. I lavori sono durati dal Luglio all’ottobre del 2007. Demoliti in totale nove edifici, quattro Antenne, un serbatoio d’acqua, serbatoi di gasolio interrati, tutti gli impianti di servizi,

i sistemi di illuminazione perimetrali e tutte le recinzioni.

Tutta l’area è di rara bellezza da punto di vista ambientale e naturalistico. Difficile pensare agli anni della guerra fredda e all’austerità di installazioni militari in un paradiso come questo.

Tuttavia, con un minimo di immaginazione, è ancora possibile percepire i camion militari attraversare questi sentieri boschivi nella neve alta, fino alla sommità dove la piccola comunità era in ascolto perenne, pronta all’emergenza che per fortuna non si mai concretizzata.

Guardando ciò che rimane delle recinzioni, esplorando i tunnel è percepibile la greve atmosfera della guerra fredda, anni ormai lontani ma che ancora riecheggiano nella memoria di chi oggi ha cinquanta e più anni.

Fonte : F.Pesiri

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Marchesale di Laterza
Da lavocedimaruggio.it del 16 giugno 2020

Il primo nucleo della struttura risale al 1393, almeno da quanto si evince da uno dei capitelli posti all’ingresso, per volere dei Principi di Taranto, a cui appartenne anche Laterza dal 1292 al 1463, in seguito alle continue dispute con i vicini centri di Matera e Castellaneta. Nel 1546 diventa Marchese di Laterza Giovan Battista I d’Azzia che dispone la costruzione dell’attuale Palazzo Marchesale al posto del vecchio castello, di cui tuttavia conserva una parte del fossato, che originariamente poteva essere superato grazie ad un ponte levatoio, il muro settentrionale, nonché un passaggio segreto che permetteva la fuga dai sotterranei della fortezza alla gravina sottostante in caso di urgenza o pericolo. Così il nuovo palazzo diventa sede residenziale e di potere dei marchesi, rappresentati dapprima dalla famiglia d’Azzia, quindi successivamente da quella dei Perez – Navarrete sino al 1806. A partire da quell’anno il palazzo cambierà diversi proprietari sino a quando finalmente, nel 1986, non diventerà proprietà dell’Amministrazione Comunale, che ha provveduto in questi anni ad effettuare lavori di restauro e di recupero.

La struttura, sviluppata su due piani, ha una pianta quadrata e risulta costruita in pietre grezze che le conferiscono un aspetto austero e possente. La facciata principale è quella orientale che, tra l’altro, risulta essere anche quella maggiormente rimaneggiata. Presenta un portone che conduce al cortile interno a pianta quadrata, più due porte più piccole che attualmente conducono una al Museo della Maiolica di Laterza, l’altra detta Cavallerizza ad una sala utilizzata per eventi culturali. La facciata meridionale per contro è la più carica di elementi rinascimentali tra cui un balcone da dove il signore si affacciava per comunicare al volgo le sue decisioni. Sul versante nord si notano delle finestre con inferriate che davano luce alle prigioni.
Nel cortile è possibile ammirare l’affresco di Sant’Anna, commissionato dal Marchese di Laterza Nicolò Perez – Navarrete in omaggio alla moglie Anna Capece, e diversi piccoli balconi interni.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Baia di Scialmarino, un meraviglioso angolo di Gargano tra natura e storia
Da foggiareporter.it del 16 giugno 2020

Di Annarita Correra

Un’antica torre domina una caratteristica baia nel territorio di Vieste, si tratta della Torre di Porticello, una torre costiera garganica che vive a stretto contatto con un meraviglioso trabucco nella splendida Baia di Scialmarino I trabucchi sono antichi strumenti di pesca di origine fenicia, diffusissimi lungo tutta la costa garganica da Vieste a Peschici fin dall’antichità.

I trabucchi sono imponenti e antichi giganti del mare, osservatori delle correnti marine, simboli del nostro meraviglioso Gargano, memori di una stupenda storia fatta di tradizioni e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Accanto al trabucco, in questo suggestivo angolo paradisiaco di Gargano, sorge la Torre di Porticello.

Si tratta di una delle tante torri costiere che furono costruite a partire dal 1500, quasi tutte in collegamento visivo tra loro, per poter segnalare in tempo un improvviso attacco da parte dei pirati saraceni.

La Torre, edificata intorno al 1568 su una punta di promontorio che delimita ad est la spiaggia di Scialmarino, come le altre torri costiere, si sviluppa su due piani, con un locale per piano e con un’apertura a terrazza per le dotazioni di armi e per le segnalazioni. Per segnalare la possibile incursione dei nemici si utilizzava il fumo di giorno e il fuoco di notte. In ogni torre, di solito, prestavano servizio due sentinelle, provviste di armi sufficienti per impedire lo sbarco di eventuali assalitori.

Solamente le due sentinelle ovviamente non potevano impedire l’avanzata dei nemici ma potevano mettere in azione l’astuto “dispositivo di sicurezza”.Baia di Scialmarino, con il suo caratteristico trabucco, offre un panorama magnifico, tra mare, storia e natura. Un angolo spettacolare nel quale godere della grande bellezza che ci offre il Gargano.

Sono tantissimi, ogni anno, i turisti che amano rilassarsi all’ombra del trabucco di Scialmarino, simbolo di questa lingua di costa garganica, sicuramente meno conosciuta ma senza dubbio incantevole. La spiaggia di Scialmarino si sviluppa a circa 5 km da Vieste sulla litorea in direzione Peschici, poco distante dal santuario di Santa Maria di Merino.

Fonte: turismovieste.it

 

Ravenna, Porta Adriana cambia volto
Da ravenna24ore.it del 16 giugno 2020

Un rendering del progetto

Progetto da oltre 770mila euro. Nuovi spazi per servizi culturali/ristorazione

Un primo passo per una completa riqualificazione di porta Adriana, “che la restituisca all’uso pubblico attraverso un intervento di qualità che tuteli e rivitalizzi questo importante patrimonio storico e monumentale”. Nella seduta di oggi, spiega il Comune in una nota, la giunta ha approvato un progetto di fattibilità tecnico – economica (progetto preliminare) di recupero e rifunzionalizzazione del bene monumentale nel suo complesso, prevedendo una diversa distribuzione degli spazi, in base alle destinazioni d’uso ammesse (servizi culturali/ristorazione).

Il progetto, elaborato dal servizio Patrimonio d’intesa con il servizio Progettazione urbanistica, “è propedeutico alla stesura di un atto, che dovrà essere votato dal consiglio comunale nel corso dell’estate, di concessione dell’utilizzo di questi spazi da parte di privati. Dopo l’approvazione di tale delibera è prevista, in autunno, l’uscita di un bando per la gestione e la valorizzazione del bene. “Raggiungiamo oggi un altro traguardo considerevole – dichiara il sindaco Michele de Pascale – nell’ottica della valorizzazione e del rilancio del nostro bellissimo centro storico. Un importante passo avanti verso un obiettivo al quale si mirava da molto tempo. Ringrazio la Sovrintendenza per aver accolto il progetto e aver concesso l’autorizzazione al recupero di uno dei più suggestivi luoghi storici di accesso al centro della città, che potrà arricchire ulteriormente, grazie anche ad una gestione imprenditoriale privata di qualità, la vita sociale, ricreativa e culturale della nostra comunità”.

Il progetto, del valore di 773mila euro, sarà finanziato dal Comune per 400mila euro e dall’aggiudicatario per la restante parte. L’aggiudicatario sarà tenuto a realizzare l’intervento secondo il progetto del Comune, che ha ottenuto il parere favorevole della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì – Cesena e Rimini e del Servizio sanitario regionale. Il totale della superficie utile è di 300 metri quadri; la corte interna ne misura 36,16, la terrazza 20,03

PRINCIPALI CARATTERISTICHE DEL PROGETTO

IL TORRIONE RITROVATO

Si è data la massima importanza al recupero del bastione settecentesco e del torrione posto al suo interno. Per fare questo la progettazione ha tenuto conto dei seguenti punti fermi:

1) Massima valorizzazione del torrione cinquecentesco da percepire a lavori conclusi nella sua interezza
2) La nuova struttura, che recupera per usi pubblici/privati di uso pubblico gli spazi crollati, deve valorizzare la struttura del torrione e non deve in alcun modo intaccarla
3) Gli ambienti che si vanno a progettare devono essere quanto mai liberi e con limitate tramezzature verticali
4) Restauro scientifico della muratura a vista del torrione.

Gli ambienti interessati dalla progettazione, oggi separati ed indipendenti, con la proposta trovano una modalità di collegamento che passa attraverso la corte interna consentendo un’utilizzazione unitaria di tutti gli spazi disponibili. Ciò si è ottenuto mediante la demolizione della scala priva di valore, che consente di accedere al primo piano. Piano costituito da due ambienti più terrazza posta in cima al torrione. In questo modo vi è un utilizzo ottimale degli ambienti e della corte interna, quest’ultima vera e propria cerniera dell’intero complesso.

BASTIONE DI SINISTRA EX DEPOSITO BICICLETTE

Il progetto pertanto propone una nuova struttura autoportante, dalle linee esili e che trova il suo attacco con il torrione solo in corrispondenza della copertura mediante lastre in vetro che risultano semplicemente appoggiate all’altezza del parapetto della terrazza. La struttura portante in acciaio è disposta a semicerchio attorno al torrione con lo scopo di valorizzarlo limitando al minimo il possibile disturbo. Risulta costituita da alcuni pilastri circolari.

Piano Terra

È costituito da un unico ambiente con le tre travi portanti in acciaio che convergono verso il torrione. Il prolungamento ideale di queste è localizzato nella porzione di attacco del torrione con la porta. L’ambiente presenta a destra dell’ingresso la scala che consente di accedere al primo livello soppalcato. Della precedente muratura resta solo una porzione portante di 3 metri, oltre la quale sono stati collocati i servizi igienici per il pubblico. Prevista pavimentazione in legno sia per il piano terra che per il soppalco quasi a voler evidenziare la reversibilità del materiale impiegato. Considerato inoltre che è presente la luce radente naturale dall’alto, l’attacco con il torrione è costituito da una fascia naturale a prato di 50 centimetri di larghezza, fascia posta qualche centimetro più in basso rispetto alla pavimentazione in legno, ciò al fine di evidenziare che la quota del terreno di attacco con il torrione era posta ad un livello
decisamente inferiore rispetto all’attuale. Riguardo al cortile interno, oltre al sistema per l’allontanamento dell’acqua piovana, dovrà essere prevista un’apposita pavimentazione avente le quote in continuità con le pavimentazioni interne, ciò anche per favorire nella  bella stagione l’utilizzo della corte essendo comunicante con gli spazi interni.

Piano Primo

Il primo livello, avente struttura portante a soppalco, segue l’andamento del torrione e si caratterizza per essere completamente libero, si presenta come una sorta di balconata aperta, dotata semplicemente di parapetto semicircolare in vetro posto a circa 2 metri dal torrione stesso.

Piano copertura

Anche la copertura, come il solaio del primo livello, segue la struttura del torrione con porzioni a spicchio coperte con lastre di rame. È prevista una fascia in vetro di attacco con il monumento, fascia che presenta anch’essa una larghezza di circa 2 metri.
L’illuminazione naturale dall’alto è un elemento molto importante della progettazione, in quanto valorizza il torrione nella sua alternanza chiaroscurale determinata dai pieni e dai vuoti dei beccatelli. Inoltre il bastione risulta dotato di poche aperture esterne e gli usi ipotizzati, servizi culturali/ristorazione, sicuramente con l’impiego della luce naturale ne trarrebbero giovamento.

EX LABORATORIO ARTIGIANALE

Gli ambienti a cui si accede dalla volta a vela della porta presentano in asse con la volta l’ingresso principale di tutto il complesso. Ingresso sicuro e protetto per chi proviene nelle due direzioni di via Cavour. Il piano di calpestio degli ambienti è stato ribassato di circa 40 centimetri onde consentire sostanzialmente un unico livello per tutto il piano terra, permettendo quindi anche ai portatori di handicap di accedere ai vari servizi senza problemi. Ritroviamo a piano terra tutti gli ambienti di supporto ai servizi culturali/ristorazione previsti, quali la cucina, la dispensa e il bagno di servizio per il personale. È prevista in fondo all’ingresso la demolizione della scala esistente in muratura, consentendo con ciò di aprire fino a terra la finestra
esistente, al fine di mettere in comunicazione il cortile interno con l’ingresso stesso. Si propone inoltre di sostituire la scala esistente con un’altra di servizio alla ‘marinara’ che consenta di poter accedere ai due ambienti posti al piano primo adibiti esclusivamente a servizio dell’attività che verrà svolta: locale tecnico e ripostiglio. L’ultimo tratto di rampa che consente l’accesso alla terrazza del torrione per la sua manutenzione, non è interessato da opere”.

 

Iniziati i lavori di consolidamento al Torrione di Mangiapecore
Da valdelsa.net del 16 giugno 2020

A San Gimignano lungo la cinta muraria sono iniziati i lavori di consolidamento

A San Gimignano lungo la cinta muraria sono iniziati i lavori di consolidamento al Torrione di Mangiapecore.

Il Sindaco Andrea Marrucci su Facebook ieri sera ha comunicato l'inizio dei lavori: "Un’opera di cura del patrimonio che affonda le sue radici nella passata legislatura, dal costo totale di circa 800.000mila euro, e che abbiamo messo in sicurezza dopo lunghe peripezie riuscendo a firmare il contratto prima dell’esplosione della pandemia.

Altrimenti oggi l’opera sarebbe a rischio per i noti problemi di bilancio". "L'intervento, oltre al consolidamento e restauro del Torrione stesso, prevede anche la sistemazione della mura dal torrione fino alla porta di Quercecchio. I lavori dureranno all’incirca 12 mesi".

 

San Leo l’antica Montefeltro
Da antesignumtours.com del 15 giugno 2020

Conosciuta in antichità come Mons Feretrus (da qui Montefeltro), acquisisce la denominazione di San Leo solo nel X sec., in omaggio a Leone, cristiano dalmata e compagno di Marino (che lega il suo nome a San Marino) che nel IV sec. fece edificare qui un luogo di culto. San Leo è considerato il più grande evangelizzatore del Montefeltro.

A partire dal medioevo, San Leo fu dominata prima dai Goti, poi dai Bizantini, dai Longobardi e a seguire dai Franchi. Quest’ultimi donarono San Leo alla Chiesa, che la terrà quasi ininterrottamente fino al 1860.

Capitale del Regno Italico

Nel X secolo San Leo fu, per un breve periodo, capitale del Regno Italico, quando Berengario II, re del regno Italico, assediato e vinto da Ottone I, re di Germania, si rifugiò nell’inespugnabile fortezza di San Leo. Nel 1155, all’epoca di Federico I, il Barbarossa, San Leo passa alla famiglia dei Carpegna, che assume per cognome Montefeltro, l’antica denominazione di San Leo. Da qui iniziò l’ascesa di questo casato, che raggiunse il suo massimo splendore con Federico da Montefeltro, il Duca di Urbino.

San Leo, luogo inespugnabile

Fin dai tempi antichi, San Leo si caratterizza per essere un luogo aspro e inespugnabile, data la sua collocazione su uno dei tanti massi rocciosi che si trovano in Valmarecchia. In cima allo sperone si erge, fiera, la Fortezza di San Leo: le sue origini risalgono all’epoca romana, venne poi nei secoli più volte amplificata.

Fortezza di Giorgio Martini

Oggi la fortezza si presenta così come la progettò Francesco di Giorgio Martini, pittore, scultore, architetto civile e militare, che la rimaneggiò, su ordine di Federico da Montefeltro (1479) per renderla inespugnabile ai nuovi armamenti con polvere da sparo.La fortezza progettata da Francesco di Giorgio Martini è citata anche dal Machiavelli nell’ Arte della guerra come esempio di fortezza militare ed è considerata oggi uno dei migliori esempi dell’architettura militare del Rinascimento.

Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro

La storia della fortezza di San Leo è indissolubilmente legata alla storia di un personaggio tanto affascinante quanto controverso: Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro. Considerato da alcuni medico, genio, profeta, da altri, invece, massone, alchimista, truffatore, eretico, il Cagliostro fu storico e leggendario nemico dello Stato Pontificio, che lo imprigionò nel carcere della Fortezza di San Leo, dove vi morì, dopo 4 anni di prigionia, nel 1795. Ancora oggi, il fascino ed il mistero che ha contraddistinto per tutta la vita Giuseppe Balsamo, il Conte di Cagliostro, aleggia a San Leo.

 

Il Ministro della Difesa in visita al COMFOSE
Da esercito.difesa.it del 15 giugno 2020

Il Comprensorio Militare Tenente M.O.V.M. Dario Vitali, modello di riferimento per il “progetto Caserme Verdi” - "I moderni standard infrastrutturali consentiranno di incrementare la capacità operativa dei Reparti"

Presso il Comprensorio Militare “Tenente M.O.V.M. Dario Vitali” in Pisa, nuova sede del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE), ha avuto luogo ieri la visita del Sig. Ministro della Difesa, Onorevole Lorenzo Guerini, il quale è stato ricevuto dal Gen. C. A. Salvatore Farina, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e dal Comandante del COMFOSE, Generale di Brigata Ivan Caruso.

Il nuovo Comprensorio Militare sorge su una vasta area con superficie di 35 ettari, ex sedime di parte della base militare statunitense di “Camp Darby”, territorio recentemente rientrato nella disponibilità delle Autorità Italiane. Tale riorganizzazione e l’utilizzo di moderni standard infrastrutturali consentirà di incrementare la capacità operativa dei Reparti che saranno ospitati e accrescere le condizioni di vita e il benessere del personale militare e delle proprie famiglie.
La visita ha avuto inizio con la presentazione di un briefing di aggiornamento tenuto dal Generale Caruso, inerente la struttura ordinativa del COMFOSE, le attività di formazione e addestramento, nonché gli impegni operativi assolti dai Reparti alle sue dipendenze. A seguire il sopralluogo alle infrastrutture con particolare riguardo alle sedi del Centro Addestramento Operazioni Speciali (CEADDOS) e del Reparto Supporto Operazioni Speciali (RSOS), articolazioni di recente costituzione deputate alla formazione degli Operatori Base per Operazioni Speciali (OBOS), il primo, ed al sostegno logistico delle Forze Speciali in operazioni, il secondo. Nella mattinata, il Capo di SME, Generale di C.A. Salvatore Farina, in aderenza con le disposizioni per il rispetto del distanziamento sociale al fine di contenere il contagio da COVID-19, ha avuto modo di visitare la Caserma Pisacane, sede del 185° Reggimento Ricognizione e Acquisizione Obiettivi “Folgore” (RRAO), consegnando il nuovo brevetto, di recente approvazione, ai neo acquisitori del Comparto Forze Speciali dell’Esercito Italiano.

Il Ministro della Difesa, a termine della visita, nel suo intervento in occasione dell’incontro con il personale, ha avuto parole di sentito riconoscimento per il livello organizzativo e funzionale raggiunto dal bacino Forze Speciali (FS) dell’Esercito, formulando l’auspicio per il perseguimento di sempre nuovi ambiziosi obiettivi. Forte, infine, l’apprezzamento per il contesto ambientale su cui sorge il Comprensorio, immerso in una cornice naturale, che ben si presta quale modello di riferimento per il Progetto “Caserme Verdi”. Un’iniziativa di ampio respiro, promossa dallo Stato Maggiore dell’Esercito, che mira all’ammodernamento del parco infrastrutturale di Forza Armata mediante il ricorso a strutture a basso impatto ambientale ed elevata efficienza energetica, in cui far coesistere poli alloggiativi, aree addestrative, impianti sportivi, scuole e asili nonché spazi per il tempo libero aperti anche alle comunità locali.

 

Riaprono le Fortezze Nuovi eventi
Da iltelegrafolivorno.it del 14 giugno 2020

Ripresa delle attività di spettacolo in Fortezza Vecchia. Contestualmente alla sua riapertura, riprendono anche le attività di intrattenimento serale in Fortezza Vecchia. Sotto l’egida dell’AdSP MTS, ente concessionario del complesso monumentale, la soc. Menicagli Pianoforti srl che gestisce il punto bar ristoro presso la Quadratura dei Pisani e la soc. Promos srl a cui è affidata la gestione dell’area palco centrale, hanno elaborato un programma di iniziative nel rispetto della normativa sanitaria.

Pur con capienze più ridotte rispetto all’anno passato e con grandi sforzi, impegno e disponibilità da parte degli organizzatori, è stato possibile elaborare un calendario di eventi di tutto rispetto che nei prossimi giorni verrà reso pubblico. Torna anche quest’anno “Sguardi in Fortezza”, la rassegna di cinema promossa in collaborazione con Kinoglaz e Il Nido del Cuculo e tornano le serate jazz e di cabaret.

Anche sul palco centrale, nonostante la cancellazione di alcuni eventi, Promos srl proporrà interessanti iniziative: commedie, rassegne di operetta e il consueto appuntamento con il “Premio Nazionale di Poesia e Racconto Breve Città di Livorno”. La programmazione dettagliata verrà comunicata nei prossimi giorni.

 

Il Bunker Del Monte Moro – La Montagna Armata
Da horrorstab.com del 13 giugno 2020

L'entrata del bunker

Una bellissima passeggiata sulle alture genovesi dove strada sterrata taglia la montagna regalando uno spettacolo mozzafiato nel quale da un lato il mare e dall’altro la splendida campagna. Ma si tratta di cammino che ha il suo scopo, perché, se lo state percorrendo vi state dirigendo al bunker di Monte Moro: montagna armata.

By Sirio Martoccia

La Storia - Il Regio Esercito

Ovvero l’esercito del regno d’italia, fondato nel 1861 fino al 1943, quando cambiò nome in “Esercito Italiano”, prima forza italiana in campo in numerosi conflitti. Dalla terza d’indipendenza alla seconda guerra mondiale, sotto la responsabilità dell’esercito erano anche le basi strategiche di difesa montane, tra queste la batteria del Monte Moro.

Attacco Anglo-Francese

Nel 1940, come in un classico caso di azione-reazione, l’Italia dichiara guerra e la Francia risponde, quindi l’attacco arriva via mare e la difesa montana si difende spianata. Con alla guida dell’operazione l’ammiraglio Duplat, l’attacco via mare e aria verso la costa ligure da i suoi frutti, le difese costiere liguri si dimostrano carenti, nonostante qualche "colpo vincente”. Tocca alla “torpediniera Calatafimi” mettere fine all’offensiva francese. Si presenta poi un occasione di riscatto esattamente nel 1941 con a capo l’ammiraglio James Sommerville. “La forza H”, squadra navale inglese, avanza e impone l’attacco su due fronti via mare e aria. I bombardamenti nelle zone abitate sono furiosi e vincenti, la difesa costiera montana è totalmente inefficace, quindi inevitabilmente oltre all’imbarazzo incombe la sconfitta.

Punto Debole

Efficacia e carenza. Il verdetto dei punti deboli riguardo la difesa ligure è impietoso. Così nel 1942 venne deciso di potenziare 2 strutture montane: Le batterie di Arenzano e Monte Moro. Per ragioni burocratiche la responsabilità fu assegnata ancora al regio esercito. Verso dell’anno le difese sulle alture della regione potevano considerarsi potenziate.

I cannoni di monte Moro

Armistizio

3 Settembre 1943 una delle varie date fondamentali nella storia del conflitto. L’Italia prende una decisione cruciale e definitiva che la porterà a cambiare “bandiera” e il proprio destino per sempre. In gran segreto si svolse l’incontro tra il generale Castellano e il suo pari Eisenhower. Con una stretta di mano si sancì il patto e la posta in palio era la resa dell'Italia. 5 giorni dopo la notizia venne resa pubblica al mondo e l’armistizio di Cassibile divenne ufficiale. L’Italia si “mise”nelle mani degli alleati ” e questo gesto portò caos e incertezze con conseguente “rottura” dell’esercito italiano, un “liberi tutti” che contribuì ad arricchire le file della resistenza partigiana. Ovviamente i tedeschi non rimasero a guardare e quindi fecero partire la rappresaglia battezzandola con “l’operazione achse”. Occuparono tutti i centri nevralgici della penisola sbaragliando senza problemi l’esercito italico e diventando di fatto gli “occupatori” del territorio. Non vi era più milizia nè stato e speranza, la Germania divenne “dominatrice” d’Italia.

La Batteria Tedesca

I nuovi padroni capirono subito l’importanza strategica del Monte Moro, e una volta “sfrattati” i residui italiani presero possesso dell’intera batteria e il cambio fu devastante.
L’organizzazione Todt si mise subito al lavoro con pesanti rafforzamenti, contraerei e di tutte le strutture van di pari passo con la costruzione di “casematte” armate sparse per la montagna. A seguire postazioni anticarro, antisbarco e avamposti armati su tutta la spiaggia sottostante, il tutto fu realizzato in pochissimo tempo. La montagna era armata, protetta e faceva davvero paura.

La Beffa

Armata potente e ringhiosa “l’arma tedesca” è pronta e aspetta impaziente un nemico per dimostrare il proprio valore. Il nemico arriva, anzi si “ritira”si tratta del posamine Pelagosa in fuga dopo l’armistizio e intento a trovare salvezza fuori dalla costa ligure. Senza pietà e quasi come fosse un ”giro di prova” dopo pochi tiri di assestamento il posamine  La prima azione vincente.

Ma l’occasione si presenta a luglio del 1944 e può essere davvero stimolante, si parla di un imminente sbarco tra la Costa Azzurra e la Liguria e la batteria si prepara allo scontro. Scontro che non avverrà mai, dato che si trattava di un depistaggio, un azione diversiva, difatti lo sbarco avvenne poi in Provenza. Dopo questo evento la “potenza di fuoco” non ebbe più possibilità di dimostrare il suo valore, se non per resistere gli attacchi partigiani via terra.

Il telemetro

La Liberazione

Il 25 aprile 1945 segna la fine dei giochi e dell’occupazione, gli alleati sono in città pronti a liberare ogni settore e la batteria non fa eccezione. I soldati salgono a monte e cingono d’assedio i tedeschi rintananti nel bunker e propongono la resa che viene rifiutata dal comandante in carica Weegen, il quale tenta un’ultima disperata e insensata azione, ovvero il 26 aprile una pioggia di fuoco arriva su alcune navi arrivate sulla costa. Ora è allerta, e minaccia anche la città che rischia bombardamenti. La situazione è tesa, il comandante non vuole arrendersi e l’intento è di unirsi alle truppe tedesche in ripiegamento. Il 28 aprile gli alleati ne hanno abbastanza e la 92a “divisione Buffalo” raggiunge la fortezza intimando la resa o la morte, a quel punto Weegen si arrende e l’avamposto è liberato.

L’abbandono

Partendo dall’immediato dopoguerra i vari avamposti della batteria sparsi per la montagna non servendo più a nulla rimasero abbandonati mutando in meta turistica per curiosi e appassionati. Per più di 70 anni la situazione degli edifici viene lasciata all’incuria e al degrado, eppure, incredibilmente non ci sono grandi segni di pericolo o crolli. Al contrario c'è una decisa stabilità in quasi tutte le strutture, e questo è probabilmente dovuto alle straordinarie opere di rafforzamento tedesche.

Cronaca Nera

Visivamente la batteria balza agli occhi e il suo essere “sospesa tra mari e monti” gli da un fascino straordinario, ovviamente non si tratta di un villaggio turistico ma piuttosto di un luogo di guerra, quindi evocativo di morte sangue e dolore, e non potrebbe essere altrimenti. Esso rappresenta questi fatti negativi che come una calamita tornano prepotentemente d’attualità con la misteriosa morte di una persona. Intorno ai primi anni 2000 un uomo percorse la strada che porta alle 2 “torrette” di Quinto al mare che sovrastano la costa, si tratta di noto antiquario di Genova (non dirò il nome per rispetto, comunque il fatto di cronaca viene certificato). Una volta arrivato a destinazione entrò in una casamatta e si tolse la vita in modo, pare, molto doloroso. Non è noto motivi del gesto, nè perché scelse proprio quel luogo, si tratta di segreti e misteri resteranno racchiusi forse per sempre li.

La Leggenda e il Paranormale Racconti E Testimonianze

Il mondo paranormale con le sue teorie e convinzioni trova terreno fertile anche in questo luogo e nelle sue circostante storiche. Circolano infatti diverse leggende sulle anime dei soldati in pena che cercherebbero la via d’uscita o la fine della guerra. Diversi visitatori negli anni riportano sensazioni e racconti su esperienze vissute. Nella zona, molti dei quali oltre che dei soldati, riguardano l’antiquario e la sua tragica storia

I cannoni puntati verso il mare

Ricerca

La batteria Monte Moro è in tutto e per tutto oramai un’attrazione turistica visitabile senza problemi, le incursioni nei suoi vari avamposti sono frequenti e costanti da parte di chiunque, dai giovani in gita agli appassionati di paranormale e le relative ricerche di settore. Da un punto di vista personale, quindi di esperienza e ricerca sul luogo, posso ritenere di aver riscontrato diverse anomalie sul filo del razionale e dell’inspiegabile che potrebbero condurre a una “reale”attività anomala. Ma anche in questo caso è sempre meglio diffidare di spettacolarizzazioni evidenti presenti in rete.

Conclusioni

Un’esistenza quasi romanzata ricca di eventi segnanti e storici quella della batteria del Monte Moro, legata in modo cruciale agli atti significativi del conflitto mondiale, rimane impressa la beffa del destino che proietta questa”arma definitiva” ideata per polverizzare gli antagonisti a non trovare un nemico, e a dover “ripiegare” anche un pò vigliaccamente su chi sventola bandiera bianca. Oggi, retrocessa a “tana di montagna”, rimane un’affascinante residuo bellico visitabile e che fortunatamente non fa più paura.

Sensazioni personali

Percorrendo la strada che porta verso l’avamposto principale e osservando lo stupendo scenario che si trova da entrambi i lati non si può non viaggiare con la fantasia. Il viaggio porta agli anni del conflitto e le sensazioni diventano così contrastanti e rievocative al punto di chiedersi senza risposta, come poteva convivere l’orrore della guerra con ciò che la circondava, la bellezza e l’appagamento interiore che se ne ricava. Può risultare forse un po infantile me ne rendo conto, ma ho sempre pensato che se ci lasciassimo “consigliare bello” che ci circonda forse certe nefandezze si potrebbero evitare

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il distrutto Castello di Patù
Da lavocedimaruggio.it del 12 giugno 2020

L’ormai scomparso Castello di Patù si collocava nel centro storico del paese e risaliva alla prima metà del XV secolo, pertanto all’epoca del passaggio dalla dominazione angioina a quella aragonese. La struttura in origine era costituita da quattro cortine che univano altrettante torri angolari, con una piazza d’armi centrale. Il tutto era circondato da un fossato che negli anni in parte è stato colmato ed in parte trasformato in giardino.

La struttura aveva funzioni essenzialmente difensive ed in effetti più volte offrì rifugio e riparo alla popolazione, contro le scorrerie condotte dai pirati turchi. La zona era infatti soggetta ad incursioni provenienti dal mare già da tempo. A tal proposito, occorre ricordare che l’antica città di Vereto, risalente all’epoca messapica, non lontana dall’attuale Patù, venne distrutta nel IX secolo dai Saraceni, che intendevano utilizzarla quale testa di ponte per un’invasione della Penisola Salentina. Si racconta che l’invasione fu fermata dalle forze inviate in soccorso dal Re di Francia Carlo il Calvo, nello scontro armato avvenuto il 24 giugno 877. Successivamente, nel 924, alcuni abitanti superstiti di Vereto fondarono Patù a breve distanza dalla Patria distrutta ma in un luogo più protetto.

Del castello resta oggi soltanto uno dei quattro torrioni angolari, la Torre del Fortino, in parte crollato ed alcuni resti di mura a secco, probabilmente appartenenti ad una delle cortine della fortezza. Sul finire del 2017 hanno avuto inizio alcuni lavori di restauro finalizzati alla conservazione del suddetto torrione.

Cosimo Enrico Marseglia

 

La Fortezza Vecchia riapre le porte alla Città
Da livornopress.it del 12 giugno 2020

La fortezza vecchia

Livorno 12 giugno 2020 – La Fortezza riapre alla Città. Sarà visitabile a partire dal prossimo 22 giugno.

Soddisfazione da parte di AdSP, Comune di Livorno e Regione Toscana

La Fortezza Vecchia riapre le porte alla cittadinanza (e ai turisti) dopo la chiusura a causa dell’emergenza Coronavirus.

Il monumento simbolo della città di Livorno sarà nuovamente visitabile a partire dal prossimo 22 giugno, data stabilita dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale di concerto con la Regione Toscana e il Comune di Livorno al termine del percorso di adeguamento a quanto previsto dal DPCM del 17.05.2020. Come in ogni altro luogo della cultura, nel bene mediceo si entrerà con la mascherina, obbligatoria durante tutta la visita.

L’accesso avverrà dal cancello pedonale posto al Varco Fortezza e dal cancello di accesso dall’interno del porto passeggeri. Non sarà per il momento possibile utilizzare il ponte pedonale: ciò allo scopo di controllare il numero dei visitatori che dovrà essere contenuto entro le limitazioni previste dalla normativa. In alcune aree particolarmente anguste e dove è impossibile prevedere un percorso lineare con diversificazione di entrata ed uscita (ad esempio i camminamenti di ronda ed il Mastio di Matilde), l’accesso avverrà solo mediante gruppi organizzati e con prenotazione. Con la riapertura della Fortezza Vecchia sarà inoltre possibile programmare di nuovo le visite al Livorno Port Center che ha sede proprio al suo interno, nella Palazzina del Capitano.

Gli orari di apertura, indicativamente, saranno gli stessi degli anni precedenti, salvo eventuali modifiche che saranno comunicate successivamente. Dal 2013 il complesso monumentale è assegnato in concessione alla Port Authority dai due proprietari della struttura, l’Agenzia del Demanio e la CCIAA di Livorno. La concessione ,in scadenza a febbraio del 2020, è stata rinnovata sino al 31 dicembre nel contesto di un accordo con Regione Toscana e Comune di Livorno formalizzato con un protocollo di intesa volto alla definizione di un definitivo progetto di rifunzionalizzazione e valorizzazione della struttura.

Il presidente dell’AdSP, Stefano Corsini:
«Ripartiamo con grande entusiasmo e ottimismo nel segno dell’accessibilità, dell’accoglienza e della sicurezza. La Fortezza è il simbolo della nostra bella città e la sua riapertura rappresenta oggi più che mai un segnale di speranza per ricominciare la nuova fase con un nuovo turismo a prova di Coronavirus”

La vice presidente della Regione Toscana, Monica Barni:
«Ci fa molto piacere che la Fortezza Vecchia possa riaprire nei prossimi giorni, dopo la chiusura per l’emergenza Covid-19. La Regione Toscana negli scorsi mesi si è impegnata con convinzione perché un luogo così importante per Livorno rimanesse aperto alla comunità e ai turisti e grazie al protocollo sottoscritto tra tutte le istituzioni coinvolte siamo riusciti a scongiurarne la chiusura, definendo un progetto per una sua piena valorizzazione. La riapertura oggi di questo straordinario bene monumentale è un simbolo della ripartenza, per la cittadinanza, e mi auguro presto anche per i turisti, che potranno tornare a godere di uno spazio così significativo dal punto di vista storico e culturale».

Luca Salvetti sindaco di Livorno
“la valorizzazione e la fruizione del sistema fortezze è di estrema importanza per Livorno e la riapertura della Fortezza Vecchia, dopo l’emergenza covid, è un segnale per la città Uno dei monumenti simbolo del capoluogo labronico torna ai cittadini sia per visite, sia per attività serali di intrattenimento e spettacolari. Fino al 31 dicembre di quest’anno l’Autorità di Sistema ha ottenuto una proroga della gestione, in seguito ad un accordo con Regione Toscana e Comune di Livorno. E tutti insieme dobbiamo intraprendere un percorso di federalismo culturale per la gestione dell’antico baluardo».

A seguito della riapertura si prevede la ripresa di alcuni eventi serali, con le modalità previste dalla normativa Su questo tema, tuttavia, saranno date a breve specifiche indicazioni.

 

Su Nuraxi di Barumini: nuraghi in Sardegna, patrimonio Unesco
Da fulltravel.it del 12 giugno 2020

Su Nuraxi di Barumini

Su Nuraxi (“il nuraghe”) di Barumini, l’unico sito patrimonio dell’umanità in Sardegna. Guida ai nuraghi patrimonio Unesco della Sardegna.

Su Nuraxi (“il nuraghe”) di Barumini è l’unico sito patrimonio dell’umanità in Sardegna. Se da un lato l’UNESCO ha voluto riconoscere l’unicità architettonica dei nuraghi, affermando che “no parallel exists anywhere else in the world”, la scelta di Su Nuraxi di Barumini fra i circa 7.000 nuraghi esistenti in Sardegna è dovuta al fatto che si tratta del primo caso in cui la campagna di scavo si è svolta in maniera scientifica (siamo negli anni Cinquanta). A Barumini è stato scavato anche tutto il villaggio circostante, per cui abbiamo una visione completa della storia del complesso, durata circa 1.800 anni.

Su Nuraxi: la scoperta

Su Nuraxi è stato scoperto e studiato dal padre dell’archeologia sarda, l’Accademico dei Lincei Giovanni Lilliu, che a Barumini era anche nato e cresciuto e che da sempre aveva notato una strana collina nella campagna appena fuori dal suo paese. Lilliu, oltre ad
essere un valido archeologo, è stato anche fortunato. Infatti nella torre centrale che costituisce il primo nucleo dell’intero complesso, trovò una trave di legno, probabilmente il gradino di una scala a pioli.

Proprio questa trave, grazie all’analisi del carbonio 14, permise di datare l’inizio della storia del sito e, più in generale, di dare una connotazione cronologica più precisa all’età nuragica. Siamo in piena età del Bronzo, con la torre centrale di Barumini databile al 1.600-1.500 a.C.

Caratteristiche costruttive di Su Nuraxi

Le caratteristiche costruttive di Su Nuraxi sono quelle classiche di questo tipo di monumento: grossi blocchi di basalto, provenienti dal vicino Altipiano della Giara, sono accostati fra di loro creando una forma troncoconica, e si reggono autonomamente senza bisogno di malte cementizie. Gli ambienti interni hanno una volta a pseudocupola o tholos, costruita con circoli di pietre aggettanti che diventano sempre più stretti. Per quanto ci possano sembrare altissimi, ciò che vediamo oggi dei nuraghi è solo uno dei due o tre piani su cui erano costruiti, cui si accedeva mediante una scala elicoidale che correva fra il muro esterno e l’opera muraria della tholos. Si può vedere una traccia di questa scala all’interno della torre centrale di Su Nuraxi, alla sinistra dell’ingresso.

La seconda fase costruttiva risale al XIII-XII sec. a.C. e vede la realizzazione di una cinta muraria con quattro torri che avvolge la torre centrale: Su Nuraxi è diventato un nuraghe quadrilobato. Le mura e le nuove torri delimitano un cortile di 56 metri quadri con al centro un pozzo collegato ad una sorgente d’acqua. Se pensiamo alle condizioni di vita dell’età protostorica e a quanto fosse importante l’acqua in una terra come la Sardegna, dove le piogge spesso scarseggiano, possiamo facilmente affermare che la fortezza sia stata eretta per proteggere la fonte, garanzia di sopravvivenza per la comunità.

Su Nuraxi di Barumini

I rapporti con le tribù circostanti non dovevano essere idilliaci: circa un secolo dopo, infatti, l’entrata al cortile centrale e tutte le feritoie vengono racchiuse in una imponente muraglia di rifascio spessa circa 3 metri, che aderisce alla cittadella come una seconda pelle e che porta lo spessore delle mura a raggiungere i 5-6 metri. All’interno non si accede più con un ingresso a livello terra, ma arrampicandosi con una scala di corda ad un’apertura sopraelevata.

Il complesso a questo punto diventa veramente imponente: come già detto, dobbiamo immaginare le torri non solo molto più alte di come le vediamo oggi, ma anche dotate di terrazze da cui si poteva controllare più efficacemente il territorio e che conferivano ai nuraghi un aspetto che ricorda vagamente quello dei castelli medievali. Queste terrazze non sono arrivate fino a noi, ma ci sono arrivati, staccati dalle torri, i mensoloni che le sorreggevano. Uno è appoggiato sopra il bordo del pozzo di Su Nuraxi. Il rifascio della cinta muraria potrebbe aver consentito di costruire terrazze ancora più ampie, migliorando l’azione difensiva della costruzione.

In questo periodo si edifica anche una cinta muraria esterna, munita di sette torri e si sviluppa il villaggio con una sessantina di capanne, circolari e monovano. Una di queste, più grande e munita di un filare di pietre che segue il perimetro interno e che serviva da sedile, è identificata come la capanna delle riunioni.

Su Nuraxi nei secoli

Nei secoli successivi il sito conosce una fase di declino che lo porterà, nell’VIII secolo a.C., a rimanere disabitato e cadere in rovina. Perciò nella quarta fase di insediamento (VIII-VI sec. a.C..), la fortezza nuragica perde la sua importanza militare, ma la torre diventa un simbolo, forse con significati religiosi. Infatti, come attestato anche in altri siti, un modello di nuraghe in pietra è stato ritrovato all’interno della capanna delle riunioni. Probabilmente veniva posto al centro dello spazio, quasi come un totem per ispirare le decisioni da prendere.

Il villaggio conosce invece una nuova fase di sviluppo: la cinta muraria esterna viene in parte demolita e le 150 capanne costruite in questo periodo si accalcano ai piedi dell’antica cittadella. Laddove le capanne si appoggiano alle mura rettilinee dell’antica fortezza compaiono ora in prevalenza piante rettangolari e trapezoidali con più vani. Le abitazioni vengono raggruppate in isolati collegati da viuzze e compaiono alcune infrastrutture, come primitivi sistemi di canalizzazione delle acque fognarie.

L’ultima fase coincide con il periodo punico e romano (VI sec. a.C-III sec. d.C). Circa cinquanta capanne del villaggio continuavano ad essere abitate dalla popolazione rurale. Nel silos di una delle torri del nuraghe è stato trovato un deposito di ex voto databili dal VI al I sec. a.C. Ciò fa pensare che in quel periodo parte dello spazio fosse diventato un santuario dedicato a Demetra e Kore, divinità legate all’agricoltura, in maniera analoga a quanto accade nel vicino nuraghe Genna Maria di Villanovaforru.

I crolli e gli accumuli di altri materiali riempirono gradualmente il cortile e le altre strutture del nuraghe, che, nel corso dei secoli, si è coperto di vegetazione assumendo l’aspetto della collina che aveva catturato a suo tempo l’attenzione del giovane Giovanni Lilliu.
A Barumini c’è anche un altro sito di grande interesse: si tratta di Casa Zapata, una casa nobiliare della fine del XVI d.C. sotto la quale si celava un nuraghe, visibile ora grazie a un pregevole sistema di passerelle in vetro. Casa Zapata ospita anche un piccolo museo che conserva i reperti più importanti di Su Nuraxi, fra cui la trave di legno che ha permesso di datare la torre centrale e il modello di nuraghe in pietra.

 

Passeggiata culturale alla scoperta del castello di Santa Severa
Da centumcellae.it del 11 giugno 2020

SANTA MARINELLA – Due appuntamenti da non perdere sabato 20 giugno: alle ore 10.30 e poi alle ore 17.30 il direttore del Polo Museale del Castello di Santa Severa, Dott. Flavio Enei, racconterà la storia del grande complesso monumentale passeggiando all’aperto per i cortili, i giardini e le viuzze del borgo dominato dalla Rocca e dalla Torre Saracena. Sarà un’occasione per scoprire la storia della fortezza affacciata sul mare e per conoscere le ultime scoperte archeologiche che la raccontano.

L’iniziativa culturale è destinata a contribuire alla nuova promozione del Castello affinché, nonostante la crisi in atto, torni ad essere meta di un turismo culturale di prossimità.

Secondo il direttore, "è un momento in c ui possiamo tutti riscoprire quanto di bello abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e che spesso non vediamo. Nel nostro paese siamo letteralmente immersi nella storia e circondati da una bellezza che ci ostiniamo per pura ignoranza a non voler vedere, incapaci di trasformarla in un’occasione di sviluppo civile, culturale ed economico”. La passeggiata, fino ad un massimo di 15 persone, si svolgerà all’aperto nel rispetto delle norme di sicurezza con mascherine e distanza interpersonale assicurata. La partecipazione è gratuita.

Prenotazione obbligatoria: 339.2321420. spirazzi@hotmail.it.

 

Polveriera di Serle, confermata la servitù militare
Da vallesabbianews.it del 11 giugno 2020

Di Cesare Fumana

L'Esercito Italiano ha rinnovato per altri cinque anni la servitù militare per il Deposito munizioni Monte Tre Cornelli, ma da tempo si parla di una sua dismissione

Da alcuni anni l’Esercito Italiano aveva messo in conto di dismettere la polveriera di Serle, il deposito munizioni presso la caserma Zanetti, che si estende per buona parte del monte Tre Cornelli, occupando un’area compresa fra i Comuni di Serle, Paitone e Vallio Terme, conosciuta da tutti come “base Nato”.

Ma per il momento non se ne parla. Infatti il Comando Militare Esercito Lombardia ha deciso di prorogare per altri cinque anni la servitù militare, con un decreto che porta la data dell’11 marzo 2020.

Una comunicazione giunta ai tre Comuni interessati (Serle, Paitone e Vallio Terme), rende noto che da oggi, 11 giugno, è in «depositato per la pubblicazione il Decreto di proroga del Comandante del Comando Militare Esercito Lombardia n. 13 del 11 marzo 2020, con cui è stata prorogata per un ulteriore quinquennio la servitù militare, esistente nel territorio dei Comuni di Serie (BS), di Paitone (BS) e di Vallio Terme (BS), imposta a protezione dell'Infrastruttura Militare denominata "Deposito Munizioni di Monte  Tre Cornelli", prorogata da ultimo con Decreto n. 12 del 31 marzo 2015… unitamente all'elenco delle limitazioni da prorogare». Già una nota dell’Esercito del 2014 prevedeva la dismissione del sito militare. Negli anni scorsi c’erano stati anche dei contatti con l’amministrazione comunale di Serle, ma per il momento l’Esercito ha deciso di mantenere ancora la base per cinque anni, anche se praticamente non è più operativa.

 

Partono a luglio i cantieri per il recupero dell’Arsenale
Da verona-in.it del 11 giugno 2020

Arsenale (foto Giorgio Montolli)

Previsto il rifacimento di tutti i tetti della palazzina di Comando e l’assegnazione del bando per il restauro vero e proprio. Sboarina: «Non è un cantiere come un altro. Finalmente vedremo le gru in azione».

Giovedì 11 giugno – «L’Arsenale è il simbolo della ripartenza dopo il Covid. Nel frattempo si sono concluse le procedure per il recupero del compendio militare, che anzi sta per vedere l’avvio vero e proprio dei cantieri». Queste le dichiarazioni di palazzo Barbieri, che ha annunciato la partenza a luglio per il rifacimento di tutti i tetti della palazzina di Comando, visto «un importante ribasso sui costi di progettazione che ha permesso di inserire nel 1° lotto di interventi il rifacimento di tutte le coperture dell’Arsenale e non solo quelle più ammalorate delle Corti centrali, est ed ovest, programmate all’inizio».

Il cronoprogramma stabilito dall’Amministrazione prevede che, terminati i lavori sui tetti della palazzina di Comando, si passi a tutti gli altri già in autunno. Nel frattempo, in questi giorni, avverrà l’assegnazione del bando per la progettazione definitiva, che deve essere consegnata in sei mesi. Ad illustrare l’avvio dei lavori all’interno dell’Arsenale nella sede aperta lo scorso inverno di Ars Lab (https://www.verona-in.it/2019/12/12/apre-arslab-lo-spazio-diconfronto-sulla-verona-del-futuro/), il sindaco Federico Sboarina, l’assessore alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala, i presidenti della commissione temporanea Arsenale Paola Bressan e dell’associazione Cocai (https://www.cocai.land/noi) Giulio Saturni.

«Mai come in questo momento, è motivo di gioia vedere una gru in azione – dichiara il sindaco –. Primo, perché dopo la terribile pandemia e le ripercussioni sull’economia, un cantiere che parte rappresenta un importante segnale di ripresa di tutto il comparto e, più in generale, delle attività produttive. Secondo, perché, per ciò che l’Arsenale rappresenta per la comunità, non è un cantiere come gli altri. Le destinazioni previste lo faranno diventare luogo di aggregazione, spazio culturale e di innovazione artistica, qui si sposterà l’Accademia di Belle Arti, ci saranno un grande mercato e aree aperte a tutti».

Riprenderà la propria attività anche l’associazione Cocai, che ha allestito gli spazi di Ars Lab, con alcuni eventi online che affronteranno i temi della mobilità e della dimensione dei quartieri da un nuovo punto di vista, ovvero quello del post emergenza sanitaria. Un modo per intercettare riflessioni e bisogni dei cittadini, che in questo spazio hanno l’opportunità di contribuire alla formazione di un’immagine civica comune.

 

"Gli studenti si salutano in Fortezza"
Da iltelegrafolivorno.it del 11 giugno 2020

L’assessore Marotti: "Vogliamo che per i ragazzi della ’classi ponte’ ci sia un momento speciale"

Il comune mette a disposizione gli spazi verdi della città per dare la possibilità alle ‘classi ponte’, ovvero quelle in uscita dalla scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, di organizzarsi per i saluti finali. Lo prevede un’apposita ordinanza a firma del sindaco Angelo Zini che dal 15 al 22 giugno consente l’utilizzo delle Fortezze Medicee e dell’area archeologica della Linguella, i ‘gioielli di famiglia’ della città. "In questi giorni – dice l’assessore all’istruzione Chiara Marotti – sono stati in tanti a scrivermi o telefonarmi per sollecitare una presa di posizione rispetto all’ultimo giorno di scuola, per offrire "quell’ultima campanella" a chi lascerà un plesso, un ordine di scuola o chi, magari, addirittura l’Elba per gli studi superiori. So perfettamente che l’ultimo giorno di scuola, a differenza di tutti quelli che lo hanno preceduto negli anni, non sarà mai quello che avevamo immaginato il 15 Settembre. Il 4 Marzo è accaduto qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato: le luci si sono spente, nelle aule si sono tirate le tende ed i cancelli sono stati chiusi per non riaprirsi neppure in occasione dei saluti finali. Tante opinioni e dibattiti hanno riempito giornali e tv, senza fornirci i reali strumenti per poter regalare agli alunni "l’ultimo giorno di scuola". Ed allora non si può che ovviare al problema, inventarsi o reinventarsi, proprio come abbiamo dovuto fare con la didattica a distanza". Per usufruire degli spazi verdi della città per i saluti finali è necessario dare comunicazione via mail all’indirizzo c.marotti@comune.portoferraio.li.it indicando il luogo scelto, il nome di un referente, il giorno, l’ora, la classe ed il numero di persone coinvolte. Si dovranno rispettare le norme, usare i dispositivi di protezione individuale ed evitare la somministrazione di cibi e bevande.
"La speranza – conclude l’assessore Marotti – è di poterci riabbracciare presto, nelle nostre scuole, nelle nostre classi. Riprendere quella normalità che ci permette di condividere emozioni, stati d’animo, pensieri. E’ importante, adesso, sforzarsi ancora un po’, continuando a rispettare le regole, per poter tornare tutti insieme a Settembre. Ne approfitto per ringraziare tutti gli studenti, che hanno imparato, in poco tempo, un nuovo modo di fare scuola, supportati dagli insegnanti e dirigenti, ma soprattutto dalle famiglie, che si sono messe al loro servizio".

 

Concessioni dei fari della Maddalena: Italia Nostra scrive ai ministri Costa e Franceschini
Da greenreport.it del 11 giugno 2020

«Cercheremo di impedire la completa privatizzazione delle strutture e degli spazi costieri»

Oggi Italia Nostra ha inviato una lettera ai ministri dell’ambiente Sergio Costa e dei beni culturali Dario Franceschini perché «Quello che si temeva sul futuro dei fari e delle fortificazioni della Sardegna, sembra stia diventando realtà nel Parco Nazionale dell’isola della Maddalena».

Ebe Giacometti, Presidente Italia Nostra nazionale, Graziano Bullegas, residente IN Sardegna, e Lucia Spanu, presidente IN La Maddalena, ricordano che «E’ di questi giorni la notizia dell’assegnazione a delle società private di quattro strutture costiere nell’arcipelago della Maddalena: il Faro di Punta Filetto nell’isola di Santa Maria, il vecchio Faro dell’isola di Razzoli, l’ex Stazione di vedetta di Marginetto e il Faro di Capo d’Orso sulla costa dell’isola madre.

Da anni, Italia Nostra segue le vicissitudini dei fari, delle torri costiere e delle stazioni semaforiche che segnano il paesaggio dell’intera costa isolana e la caratterizzano, ha visto quindi di buon grado nel 2011 il passaggio di questi beni all’Agenzia della Conservatoria delle Coste della Sardegna che da subito si è impegnata a censirle, studiarne lo stato e attivare progetti di turismo sostenibile da proporre ai privati. Insieme ad altre associazioni ambientaliste, Italia Nostra ha interloquito con la Conservatoria »ponendo come condizione imprescindibile della concessione la fruizione dei beni e delle aree esterne di pertinenza – queste strutture sorgono nei promontori più suggestivi dell’isola – e la loro destinazione ad attività turistiche e/o culturali sostenibili e responsabili».

Ma ora gli esponenti nazionali e regionali scrivono che «Purtroppo, dopo pochi anni di operatività, la Conservatoria è stata “inspiegabilmente” commissariata e in pratica resa non operativa e nel 2017 ben dieci fari e le quattro stazioni semaforiche hanno intrapreso il percorso inverso, dalla Regione sono tornati allo Stato, e precisamente all’Agenzia del Demanio, incaricata di predisporre le procedure ad evidenza pubblica per l’affidamento in concessione o in locazione degli immobili. È evidente che l’affido a privati appare essere ormai l’unica soluzione praticabile, viste le limitate risorse messe a disposizione dalla Regione e dallo Stato e le gravi condizioni di incuria in cui versano, spesso a rischio di crollo».

Alla luce delle ultime novità, Italia Nostra esprime «perplessità perché il di Faro dell’isola di Razzoli (e, parrebbe, anche l’intera isola) è andato allo stesso assegnatario del Faro di Capo Spartivento, già contestato a suo tempo per la realizzazione delle strutture esterne al faro, la recinzione invalicabile, la sua trasformazione in una struttura esclusiva, elitaria e inaccessibile al pubblico. Se questo è il modello, allora si è deciso di fare in concreto l’opposto rispetto ai propositi dei bandi centrati sulla “valorizzazione turistico-culturale principalmente legato ai temi del turismo sostenibile, alla scoperta del territorio ed alla salvaguardia del paesaggio, anche attraverso la coesistenza dell’uso pubblico, inteso come servizio di pubblica utilità”».

Per questo Italia Nostra annuncia a Costa e Franceschini che «cercherà di impedire la completa privatizzazione delle strutture e degli spazi costieri, insistendo ancora sulla necessità di renderli sostenibili, fruibili e aperti alle realtà locali attraverso la possibile coesistenza tra esigenze privatistiche e uso pubblico di questi importanti beni demaniali».

 

Il “Museo della Radio” di Verona valorizza la città con una mostra permanente dedicata alla comunicazione
Da fm-world.it del 10 giugno 2020

Il Museo della Radio di Verona è pronto per presentare il nuovo progetto di riqualificazione della città. Attraverso l’esposizione permanente “VR900”, metterà a disposizione un patrimonio che ha come filo conduttore la comunicazione nella località scaligera.

Questo il comunicato relativo all’iniziativa.
Giovedì 11 giugno, alle ore 12, in Porta Vescovo sarà pubblicamente presentato il concept del nuovo contenitore culturale dedicato a Veronetta e Verona, #VR900: un progetto volto a recuperare un patrimonio storico e restituirlo alla città, riqualificato grazie alla cultura ed aperto a sinergie con il tessuto sociale circostante, nel segno dell’innovazione tecnologica, senza dimenticare il valore del sito che lo ospita.

Saranno presenti Federico Sboarina, sindaco di Verona, Edi Maria Neri, assessore Anticorruzione, Trasparenza, Semplificazione, Patrimonio e Demanio, Affari legali, Programmazione approvvigionamenti del Comune di Verona, e Francesco Chiàntera, presidente e curatore del Museo della Radio.

L’associazione Museo della Radio di Verona nella sede di Porta Vescovo – patrimonio Unesco – ha allestito l’esposizione permanente, “VR900”, che ha come filo conduttore la comunicazione a Verona.

In attesa di disposizioni ministeriali per riprendere a pieni giri le attività pubbliche, è stato predisposto – unico museo in Verona, all’oggi – un tour interno virtuale sorprendente: http://www.museodellaradio.com/ (http://www.museodellaradio.com/) e, per arricchire l’offerta, un palinsesto per trasmettere (ogni martedì) contributi di cultura/arte/spettacolo/musica ed il contest fotografico “La nuova Verona”, a libera partecipazione (regolamento qui: http://museodellaradio.com/contest-vr900.html (http://museodellaradio.com/contest-vr900.html) e sulla pagina FB @VR900).

L’associazione “Museo della Radio” ha presentato all’amministrazione comunale di Verona un progetto concreto per riqualificare Porta Vescovo, parte dell’area della città dichiarata patrimonio Unesco, attualmente in stato di grave trascuratezza. Detto progetto – inserito nell’art bonus https://artbonus.gov.it/2213-porta-vescovo.html (https://artbonus.gov.it/2213-porta-vescovo.html) – è stato accettato e all’associazione è stata assegnata Porta Vescovo come sede per ospitare parte della collezione, unica al mondo con oltre un migliaio di cimeli, del “Museo della Radio”, esistente a Verona dal 1999 e prima allestito in altro loco, mèta di oltre 10.000 visitatori all’anno e riconosciuto ufficialmente dalla famiglia di Guglielmo Marconi.

Data l’unicità mondiale della raccolta, nel 2022 i pezzi più rappresentativi (tra cui l’antenna usata da Marconi per gli esperimenti wireless) saranno collocati in Porta Nuova, parte della medesima cinta muraria di Porta Vescovo, mentre in quest’ultima si mira a mantenere un’esposizione permanente, “VR900”, con filo conduttore la storia della comunicazione a Verona, con un allestimento avveniristico nelle interazioni, ma nel rispetto e nella valorizzazione della cornice storica.

Gli ampi spazi interni di Porta Vescovo permetteranno, inoltre, di ospitare nel prossimo futuro iniziative a cura dell’associazione o su richiesta di soggetti esterni, offrendo una cornice unica ed originale.

* FM-world –> per contatti e segnalazioni: info@fm-world.it (mailto:info@fm-world.it)
CULTURA (HTTPS://WWW.FM-WORLD.IT/TAG/CULTURA/) EVENTO (HTTPS://WWW.FM-WORLD.# IT/TAG/EVENTO/) #
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Forte Busa Grande riaperto per le visite e con due opere d'arte
Da ladige.it del 10 giugno 2020

Ha riaperto ufficialmente sabato pomeriggio il forte Busa Grande, la roccaforte della prima guerra mondiale che sorge, scavata nella roccia, sul dosso sopra la località Compet a quasi 1.500 metri di quota e che ogni estate è meta di diverse migliaia di visitatori.
La «guardia di ferro», che ospitava una batteria di obici corazzati, fu realizzata in appena tre mesi e mezzo, nell’inverno del 1915, su progetto del capitano Emil Hütter della direzione del Genio di Trento; al suo interno, una decina di metri nel sottosuolo, ad animare la struttura, una cinquantina di soldati che potevano indirizzare i loro obici sul fronte italiano tramite due cupole corazzate (il magazzino interno poteva ospitare fino a 1000 granate), più una cupola d’osservazione.

Questa interessante storia, ancora per lo più sconosciuta, va detto, soprattutto in Alta Valsugana, è stata raccolta l’anno scorso in un libro curato da Volker Jesckeit, ormai nome famoso nel settore delle fortificazioni trentine della prima guerra mondiale. È stato lo stesso ingegnere tedesco ad accogliere i primi visitatori, domenica scorsa, assieme ad Alberto Toldo e Michele Pintarelli, volontari che contribuiscono all’apertura del forte.

Quest’anno il forte si è anche arricchito di due nuove opere di Roberto Conti, giovane artista locale che aveva già donato una scultura di un soldato che porta in spalla un ferito: si tratta di un grosso libro scolpito nel legno, con incisa una poesia di Alberto Toldo dal titolo «Sentinella» e dedicata proprio al forte, e il blocco «Oltre le linee», ricavato da una radice attorcigliata con l’aggiunta di vari reperti, che simulano un soldato che sbuca appena dalla trincea.

Inoltre, grazie ai finanziamenti dei bandi Leader, il forte è stato dotato di un impianto video/audio che migliorerà ancora l’esperienza di visita (si ipotizza di riprodurre, ogni tanto, delle simulazioni di bombardamenti all’interno), ed è in fase di ultimazione la condotta che porterà l’acqua potabile dell’acquedotto fino al forte, dove verrà installata anche una fontana che cerca di riprodurne una che si trovava proprio in quel luogo durante la guerra.

La Comunità di Valle provvederà poi ad installare anche una colonnina per la ricarica delle bici elettriche. Presente al breve momento di apertura di stagione anche il sindaco di Vignola-Falesina, Danilo Anderle, entusiasta per come un piccolo comune montano, grazie alla forza del volontariato, riesca ad attrarre un consistente flusso turistico sulla montagna. Il forte sarà ora aperto e visitabile nei fine settimana. Lop.

 

Sabbioneta, il baluardo San Nicola torna a nuovo. "Nuovo biglietto da visita della città"
Da oglioponews.it del 10 giugno 2020

“Abbiamo finalmente un luogo risistemato per i nostri cittadini e per i turisti, un nuovo biglietto da visita per la nostra città - spiega Pasquali su Facebook -. Ci impegniamo a mantenerlo in ordine: da qui vediamo la chiesa dell’Incoronata e soprattutto godiamo di un tratto di mura cinquecentesche che è conservato davvero bene”.

SABBIONETA – Sabbioneta riscopre una zona della città rimessa a nuovo: sabato scorso il sindaco Marco Pasquali, che ha ereditato e perfezionato un’operazione iniziata dalla precedente amministrazione Vincenzi, con soddisfazione ha mostrato via Facebook il baluardo San Nicola tirato a lucido.

E’ stato infatti ripulito il fossato delle mura, dal quale si può godere di una splendida vista della Piccola Atene. “Abbiamo finalmente un luogo risistemato per i nostri cittadini e per i turisti, un nuovo biglietto da visita per la nostra città – spiega Pasquali su Facebook -. Ci impegniamo a mantenerlo in ordine: da qui vediamo la chiesa dell’Incoronata e soprattutto godiamo di un tratto delle mura cinquecentesche che è conservato davvero bene”.

 

Sottomarina: Forte San Felice, saltate le visite di primavera si attendono disposizioni per il programma estivo
Da lapiazzaweb.it di giugno 2020

Il 9 e 10 maggio 2020 erano previste le “Giornate nazionali dei Castelli”, promosse dall’Istituto Nazionale dei Castelli sotto l’egida del Ministero dei Beni Culturali e tra questi forti e castelli compariva anche il Forte San Felice a Sottomarina.

Il sabato 9 maggio era anche in programma un convegno organizzato insieme al Comune di Chioggia con la partecipazione degli Enti coinvolti nel recupero del Forte, nel pomeriggio e la domenica 10 mattina le visite guidate a cura del Comitato Forte San Felice. Tutto è stato però annullato a causa del Coronavirus. Ci si deve per il momento accontentare dei suggestivi scatti diffusi dall’Istituto Italiano Castelli (https://tg24.sky.it/cronaca/photogallery/ 2020/04/29/castelli-piu-belli-italia.html) dove compare il Forte di Chioggia, confermando così l’importanza culturale e la necessità e urgenza di un suo pieno recupero. Sottomarina, si attendono disposizioni per le visite estive.

Tutte le visite di scuole o gruppi già in programma per questa primavera sono saltate e così anche le visite previste nel mese di giugno; per quelle del 4 luglio, 8 agosto e 19 settembre bisognerà attendere le nuove disposizioni prima di poterle confermare. La partecipazione dei cittadini è una grande spinta affinché gli Enti preposti superino le difficoltà che rallentano il processo di recupero del Forte.

Nel corso degli anni 2018 e 2019, dopo la sottoscrizione del Protocollo d’intesa tra Ministeri e Comune, le visite organizzate dal Comitato – tra Giornate del FAI (con aspiranti-ciceroni gli studenti dell’Istituto “Cestari-Righi”), programma di visite richiesto dal Comune, scuole e associazioni – hanno coinvolto circa 4800 persone accompagnate dentro il Forte San Felice. Assai apprezzati dai visitatori gli interventi realizzati per il contributo del FAI (con integrazione del Comune): il belvedere sul bastione sud, con suggestiva vista panoramica sulla laguna e la città, e il pontile di attracco adeguato funzionalmente, da cui hanno potuto accedere via acqua i visitatori disabili (e.f.)

 

Il Covolo di Butistone; il castello nella roccia di Cismon del Grappa
Da veneto360.land del 10 giugno 2020

A vederlo da giù sembra semplicemente una cavità nella montagna se non fosse per i merli ben visibili che richiamano subito ad un castello, eppure quella strada l'avevo percorsa molte volte ma mai, ripeto mai, avevo rivolto lo sguardo verso quella montagna e quella cavità che nasconde un patrimonio storico di grande valore, di cui in questo articolo vi racconterò la storia e i momenti della nostra visita.

A portarmi al Covolo di Butistone un dépliant raccolto ad Enego, in occasione della visita al Forte Lisser e alla Torre Scaligera. Fin da subito le immagini e le origini mi avevano incuriosita, non avendolo, tra l'altro mai sentito nominare. E allora a questo punto non restava altro da fare che aggiungerlo alla #ToDoList dei luoghi del Veneto da visitare (e credetemi è davvero lunga!) e programmare in tempi brevi un'uscita a Cismon del Grappa con relativa visita al Castello nella roccia.

Le origini del Covolo di Butistone, antica fortificazione medioevale

Il Covolo in un'antica cartografia

Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare il primo documento storico su questa incredibile fortezza posta a 50 metri di altezza e scavata all'interno della montagna e precisamente al 1004 quando l'esercito dell'imperatore Enrico II lo conquista e si apre la strada vero la pianura italiana. Imprecise sono comunque le origini che potrebbero essere longobarde o addirittura romane.

Una cosa è certa, che il Covolo assunse da sempre un ruolo di difesa e fu punto doganale per una delle principali vie che da Venezia portava in Germania, e fu appunto la sua strategica posizione a renderlo oggetto di contese tra le principali famiglie medievali tra cui: Carrara, Scaligeri, Visconti e poi tra veneziani e austriaci fino a passare all'Impero Asburgico a partire dal 1512 marcando così il confine meridionale nella zona dei vecchi confini italiani (gli attuali territori della Valsugana e di Primiero).

Sotto il dominio della nobiltà austro-tirolese il Covolo rafforzò la sua funzione militare fino al 1700 quando venne smilitarizzato mantenendo però il suo ruolo doganale fino al 1796 quando il castello venne distrutto nel corso di una battaglia contro le truppe napoleoniche.

Durante la Prima Guerra Mondiale e l'avanzata italiana lungo la Valsugana, il Covolo venne adibito a polveriera per agevolare il trasporto e l'immagazzinamento delle polveri.

La visita al Covolo di Butistone

Scala per accedere al Covolo

La visita al Covolo di Butistone è un'esperienza alquanto insolita e ricca di suggestione, per il tipo di percorso è opportuno indossare scarpe da trekking, è obbligatorio l'uso del caschetto che evita qualche botta in testa all'interno della cavità che in alcuni punti è piuttosto bassa e vi si accede con biglietto. Sconsigliata la visita a chi soffre di vertigine. La gita è adatta a tutta la famiglia ma non è accessibile a passeggini e non idoneo a bambini piccoli.

Ad accompagnarci una guida che ci ha spiegato la storia della fortezza e di com'era la struttura in origine. Dovete immagine che il complesso del Covolo era composto da due parti: il Castello Superiore, posizionato all'interno della montagna e il Castello Inferiore dove si pagava un dazio per il passaggio. L'accesso al Castello Superiore avveniva solo attraverso un dispositivo ad argano che sollevava una cesta dove prendevano posto persone e merci.

Del Castello Inferiore restano pochi resti mentre accedendo al Castello Superiore se ne percepisce la struttura e come si svolgeva la vita al suo interno. Posto su quattro livelli e suddiviso in numerosi ambienti, alcuni naturali ed altri scavati dalle mani dell'uomo, ne sono ben visibili il pozzo, il forno, la stanza per la truppa (che ospitava fino a 100 uomini) e la prigione.

Molto bello il panorama che si gode dal secondo livello dove si possono ammirare gli affreschi, la balaustra merlata e i resti del piccolo altare di San Giovanni Battista.

Dall'interno l'occhio spazia sulla valle e sul fiume Brenta e dall'alto si individua il percorso della ciclabile conosciuta anche come Ciclopista del Brenta, che attraversando la Valsugana con i suoi di 50 km complessivi collega Bassano del Grappa ai Laghi di Levico e Caldonazzo (TN).

Locali all'interno della cavità scavati dall'uomo

Accesso alla cavità interna

Informazioni utili per visitare il Covolo di Butistone e come raggiungerlo

Se cercate un'itinerario insolito, avventuroso e ricco di storia in provincia di Vicenza non posso che consigliarvi il Covolo di Butistone o il Castello nella roccia di Cismon del Grappa.

Il sito si trova lungo la Valsugana, ovvero la strada statale n. 47, tra Cismon del Grappa e la frazione di Primolano. Viaggiando in direzione Trento a dx si trova lo svincolo d'uscita per il Covolo, mentre per chi viaggia in senso inverso l'uscita è Cismon del Grappa seguendo poi le indicazioni per il Covolo.

Prima di mettervi in strada per raggiungerlo vi consiglio di accertarvi sullo svolgimento delle visite al n. 338/8308984.

Affreschi al 2° livello del Covolo

Panorama sulla Valle e sulla pista ciclabile

Periodo di apertura: giugno, luglio, agosto e settembre. Orari: sabato pomeriggio dalle 15,30 alle 17,30 e domenica dalle ore 10,00 alle 12,00 e dalle 15,30 alle 17,30.

Tempo di visita: circa 2 ore

Il Covolo di Butistone è una meta turistica del Veneto purtroppo poco conosciuta, malgrado gli ingenti sforzi e i notevoli fondi europei e regionali che hanno permesso la riqualificazione e la riapertura resta comunque un luogo poco promosso dal punto di vista turistico, auspico che l'Amministrazione Pubblica e chi di dovere si impegnino maggiormente nel farlo conoscere in qualità di bene fruibile dalla comunità.

Scritto da Cristina Favretto.

 

Patti di sussidiarietà: Forte Albrecht si apre alla città
Da daily.veronanetwork.it del 9 luglio 2020

Il forte è di proprietà dell'azienda agricola Ottocento, che ha deciso di valorizzarlo insieme al Comune con una serie di progetti e iniziative aperte al pubblico.

ll Covid-19 non ha fermato il proliferare dei patti di sussidiarietà tra Comune e cittadini, sempre più desiderosi di partecipare alla valorizzazione del proprio territorio. Nonostante le limitazioni e le nuove misure da adottare per far partire progetti e iniziative di interesse pubblico, sono diverse le proposte di collaborazione giunte al Comune in questi mesi, anche durante il lockdown. L’ultima, approvata dalla giunta, riguarda forte Albrecht e la vasta area in cui si trova, a ridosso del Chievo.

Il forte è di proprietà dell’azienda agricola Ottocento, che ha deciso di valorizzarlo insieme al Comune con una serie di progetti e iniziative aperte al pubblico. Tanto più in questa particolare contingenza, dove le aree verdi sono le più frequentate dai cittadini e dalle famiglie. È la prima volta, da quando l’amministrazione ha attivato lo strumento dei patti di sussidiarietà, che un privato si apre a tale opportunità, consapevole che il bene di cui è proprietario è un patrimonio della comunità e come tale va valorizzato. Presentata qualche mese fa, la proposta di collaborazione dell’azienda agricola Ottocento è stata modificata in corso d’opera a causa del Coronavirus. E l”ultima versione tiene conto di tutte le misure previste nei protocolli sanitari, compreso il servizio take away negli eventuali punti di ristoro che verrebbero allestiti. Del resto, il parco Ottocento è frutto di una lunga opera di recupero, reso unico dal bosco spontaneo e dalle vestigia storiche. Il forte austriaco e i crateri delle bombe che l’hanno distrutto durante la seconda guerra mondiale si fondono con la natura in un museo a cielo aperto, un luogo ideale per bambini e famiglie ma anche per i giovani.

L’appoggio del Comune permette inoltre di coinvolgere nei progetti anche altre associazioni che operano sul territorio, riservando particolare attenzione alle iniziative di stampo sociale. L’obiettivo è essere operativi già durante l’estate, con eventi, visite guidate, attività didattiche, centri estivi e serate di musica. Il patto di sussidiarietà si inserisce in un percorso più complesso di recupero del forte, per arrestare il degrado delle strutture rimaste e consolidarlo. «Far conoscere un luogo di valore storico e ambientale alla comunità è il modo migliore per iniziarne la valorizzazione – afferma l’assessore alla Pianificazione urbanistica e all’Ambiente Ilaria Segala -. Forte Albrecht necessita indubbiamente di importanti lavori di riqualificazione, necessari per sfruttare al meglio gli spazi interni della struttura, il dialogo con la proprietà è già partito, l’attenzione verso il nostro patrimonio difensivo resta alta. Nel frattempo facciamo conoscere e vivere questo luogo ai cittadini, che l’anno scorso hanno accolto con entusiasmo la campagna per conoscere i forti veronesi, partecipando con grande interesse alle visite guidate».
«Accogliamo con piacere questa proposta, tanto più in questa delicata fase dove gli spazi all’aperto assumono un valore particolare – aggiunge l’assessore alle Attività economiche e produttive Nicolò Zavarise -. Forte Albrecht è dotato di un grande parco e di un’area che bene si presta ad attività ricreative, nulla toglie che possano essere attivati punti di ristoro in linea con le misure anti-covid. La collaborazione dell’azienda agricola Ottocento è importante e segna un punto di inizio per una novità che potrà allargarsi ad altre realtà produttive e commerciali».

 

Il Forte di Bard riprende l’attività a pieno regime
Da valledaostaglocal.it del 9 giugno 2020

Da venerdì 12 giugno tutti gli spazi espositivi saranno fruibili e torna l’orario di apertura settimanale dal martedì alla domenica

Il Forte di Bard si avvia alla piena operatività. A partire da venerdì 12 giugno si completa l’apertura degli spazi espositivi e torna in vigore l’orario abituale (feriali 10 -18, sabato, domenica 10 -19, lunedì chiuso).

Tutte le mostre saranno regolarmente fruibili: alla possibilità di visitare Capolavori della Johannesburg Art Gallery. Dagli Impressionisti a Picasso, Wildlife Photographer of the Year, On assignment, una vita selvaggia si aggiunge anche la mostra PhotoAnsa 2019 che sarà prorogata per tutta l’estate.

Il pubblico potrà anche accedere a tutti i Musei: al Museo delle Alpi, riaperto il 5 giugno scorso, si aggiungono le aperture del Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere e del percorso storico all’interno delle Prigioni.

Sono confermate tutte le misure di sicurezza adottate con la riapertura, nel rispetto delle norme sul contenimento della diffusione del Covid-19. Si può accedere al monumento attraverso la comoda passeggiata panoramica esterna con accesso dal Borgo medievale. I disabili e loro accompagnatori, persone con difficoltà motorie e famiglie con passeggino possono usufruire degli ascensori panoramici salendo per gruppi omogenei.

L’accesso al Forte, ai Musei e alle mostre è segnalato con apposita segnaletica orizzontale e verticale con ingressi contingentati e secondo percorsi di visita monodirezionali. Resta obbligatorio l’uso della mascherina.

 

FOTO DEL GIORNO – La fortezza di San Martino a San Piero a Sieve
Da ilfilo.net del 9 giugno 2020

SCARPERIA E SAN PIERO

La fortezza medicea di San Martino, a San Piero a Sieve, ha una superficie complessiva di 65mila metri quadrati ed è una delle più grandi fortezze extraurbane d’Europa.

Ed è veramente bellissima, specialmente vista dall’alto grazie al drone del nostro fotografo Luigi Miele.

Foto: Luigi Miele

 

Forte Albrecht si apre alla città
Da m.tgverona.it del 9 giugno 2020

Il Covid-19 non ha fermato il proliferare dei patti di sussidiarietà tra Comune e cittadini, sempre più desiderosi di partecipare alla valorizzazione del proprio territorio. Nonostante le limitazioni e le nuove misure da adottare per far partire progetti e iniziative di interesse pubblico, sono diverse le proposte di collaborazione giunte al Comune in questi mesi, anche durante il lockdown.

L'ultima, approvata dalla giunta, riguarda forte Albrecht e la vasta area in cui si trova, a ridosso del Chievo. Il forte è di proprietà dell'azienda agricola Ottocento, che ha deciso di valorizzarlo insieme al Comune con una serie di progetti e iniziative aperte al pubblico. Tanto più in questa particolare contingenza, dove le aree verdi sono le più frequentate dai cittadini e dalle famiglie.
E' la prima volta, da quando l'amministrazione ha attivato lo strumento dei patti di sussidiarietà, che un privato si apre a tale opportunità, consapevole che il bene di cui è proprietario è un patrimonio della comunità e come tale va valorizzato.

Presentata qualche mese fa, la proposta di collaborazione dell'azienda agricola Ottocento è stata modificata in corso d'opera a causa del Coronavirus. E l''ultima versione tiene conto di tutte le misure previste nei protocolli sanitari, compreso il servizio take away negli eventuali punti di ristoro che verrebbero allestiti. Del resto, il parco Ottocento è frutto di una lunga opera di recupero, reso unico dal bosco spontaneo e dalle vestigia storiche. Il forte austriaco e i crateri delle bombe che l'hanno distrutto durante la seconda guerra mondiale si fondono con la natura in un museo a cielo aperto, un luogo ideale per bambini e famiglie ma anche per i giovani.

L'appoggio del Comune permette inoltre di coinvolgere nei progetti anche altre associazioni che operano sul territorio, riservando particolare attenzione alle iniziative di stampo sociale. L'obiettivo è essere operativi già durante l'estate, con eventi, visite guidate, attività didattiche, centri estivi e serate di musica. Il patto di sussidiarietà si inserisce in un percorso più complesso di recupero del forte, per arrestare il degrado delle strutture rimaste e consolidarlo. “Far conoscere un luogo di valore storico e ambientale alla comunità è il modo migliore per iniziarne la valorizzazione – afferma l'assessore alla Pianificazione urbanistica e all'Ambiente Ilaria Segala -. Forte Albrecht necessita indubbiamente di importanti lavori di riqualificazione, necessari per sfruttare al meglio gli spazi interni della struttura, il dialogo con la proprietà è già partito, l'attenzione verso il nostro patrimonio difensivo resta alta. Nel frattempo facciamo conoscere e vivere questo luogo ai cittadini, che l'anno scorso hanno accolto con entusiasmo la campagna per conoscere i forti veronesi, partecipando con grande interesse alle visite guidate”.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Marchesale (già Castello) di Turi
Da lavocedimaruggio.it del 9 giugno 2020

Un primo nucleo dell’attuale Palazzo Marchesale di Turi, risale all’epoca normanna, per la precisione sotto la Signoria di Goffredo de Hauteville, nipote di Roberto il Guiscardo, come risulta da alcuni elementi architettonici presenti nella struttura. Con ogni probabilità si trattava di una vera e propria fortezza medievale posta ai margini del centro abitato ed in posizione strategica, con funzioni di osservazione del territorio circostante, grazie alla sua elevazione superiore ai 270 metri sul livello del mare.

Nel XVI secolo, su iniziativa dei Signori di origine spagnola Francesco e Beatrice Moles, il castello subì le prime modifiche con la trasformazione della corte interna in piazza. Ulteriori ammodernamenti, che continuarono sino al XVIII secolo, cambiarono l’aspetto alla fortezza che gradatamente assunse le caratteristiche di una residenza signorile. Nel 1741 la struttura venne venduta dai Moles al Barone Ottavio Venusio di Matera, successivamente nominato Marchese da Ferdinando IV di Borbone.

L’insieme si presenta con un corpo di fabbrica centrale, affiancato da due altri corpi ai lati leggermente accennati. Al primo piano si aprono delle finestre ampie, aperte su balconi tipicamente barocchi a petto d’oca in ferro battuto. Il portale si caratterizza per la sua maestosità e sino ad alcuni anni or sono presentava il blasone della famiglia Venusio. Superato il portale, si accede ad un vasto androne che consente l’ingresso al cortile interno.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Alto Adige, 1940: quando l'alleato ci spiava (storia e foto)
Da panorama.it del 9 giugno 2020

Alla vigilia dell'ingresso in guerra nel giugno 1940 i servizi segreti tedeschi fotografarono il Vallo Alpino costruito dall'alleato italiano in Alto Adige. Prova della diffidenza tra Hitler e Mussolini

Ottant'anni fa, il 10 giugno del 1940, l'Italia interrompeva il periodo di non-belligeranza ed entrava in guerra a fianco della Germania. La storia delle fortificazioni alpine del Vallo del Littorio, raccontata e illustrata dal libro di Alessandro Bernasconi ed Heimo Prünster "L'Occhio Indiscreto - Das Indiskrete Auge (https://www.athesiabuch.it/it/Bunker_Suedtirol)" (Curcu & Genovese editori), raccoglie le prove documentarie e fotografiche di una reciproca diffidenza tra Hitler e Mussolini che si protrasse per tutto il periodo delle ostilità lungo la dorsale difensiva costruita in quegli anni lungo la linea di confine dell'Alto Adige e si tradusse in un'intensa attività di spionaggio delle autorità germaniche spesso supportate dalla popolazione locale di lingua tedesca in lotta per la riannessione al territorio austriaco dal quale era stata strappata dopo la Grande Guerra.

Nel 1939 la guerra era alle porte, ed il "patto d'acciaio" tra Hitler e Mussolini ormai siglato nel maggio dello stesso anno. Nonostante i roboanti proclami della propaganda però, le braci di una reciproca e profonda diffidenza ardevano sotto l'alleanza strategica dei due dittatori.
Già nemici durante la Grande Guerra combattuta proprio sul fronte delle Alpi orientali, il Duce ed il Fuhrer si erano trovati alla seconda metà degli anni trenta a condividere le proprie mire espansionistiche contro le democrazie occidentali, ma anche a dover salvaguardare e difendere i rispettivi confini. Le Alpi costituirono sicuramente una delle zone di maggior tensione tra i due alleati e sin dagli anni venti. Dopo la sconfitta austro-tedesca, l'Italia di Mussolini continuò a vedere con preoccupazione il confine settentrionale alpino nel caso di un futuro riarmo germanico che, come in quegli anni fu letto, avrebbe potuto sconfinare violando la neutralità della Svizzera. La costruzione di una linea fortificata che proteggesse tutto l'arco alpino cominciò nel 1931 nel settore occidentale al confine con la Francia (con la quale in quel periodo le tensioni diplomatiche erano cresciute esponenzialmente) ed avrebbe dovuto estendersi da Ventimiglia a Fiume. Alla metà degli anni trenta l'attenzione di Mussolini si concentrò quindi sulla zona di confine con l'Austria a causa del rapido mutamento della situazione politica del Paese confinante con il Sudtirolo, annesso all'Italia dopo la Grande Guerra.

La scintilla che innescò definitivamente l'accelerazione dei lavori di fortificazione alla frontiera Nord fu data dalla cancellazione de facto dell'Austria come nazione indipendente dopo l'Anschluss (annessione) al Terzo Reich nel 1938, che portò la Germania nazista a confinare direttamente con l'Italia fascista pur formalmente alleata del Reich.
La zona del confine nel territorio altoatesino si trovava inoltre in una situazione ancora più tesa, fatto dovuto alle circostanze storiche seguite all'annessione all'Italia, ulteriormente aggravate dall'italianizzazione forzata delle popolazioni di lingua tedesca e dalla messa al bando di ogni forma di bilinguismo a favore dell'italiano. Dall'altra parte del confine del Brennero, ormai parte integrante del Terzo Reich, la questione della minoranza etnica sudtirolese in territorio italiano era vista da una prospettiva totalmente opposta, poiché l'Alto Adige rientrava nei disegni pangermanisti del Fuhrer come un'estensione naturale della grande Germania. La popolazione altoatesina rimase in quel periodo delusa dalla politica estera di Hitler, che scelse di dare priorità all'alleanza con Mussolini vanificando ogni speranza di un'imminente riunificazione della regione con la Germania come avvenuto per l'Austria nel 1938. Tra gli accordi stipulati vi fu nel 1939 quella delle cosiddette "opzioni", che prevedevano la facoltà di scelta per i cittadini altoatesini di rimanere nelle proprie case oppure di trasferirsi in territorio tedesco, operazione che si rivelerà tutt'altro che facile tanto da risultare incompiuta alla vigilia della guerra. Quando Hitler invase la Polonia nel settembre del 1939, l'Italia dichiarò la propria non-belligeranza, guadagnando tempo vista la debolezza militare del regime depauperato dalle ingenti risorse impiegate in Africa Orientale e nella Guerra Civile spagnola. Fu proprio in questi mesi che l'alleato Mussolini ordinò la costruzione del Vallo Alpino del Littorio, ribattezzato dagli italiani "Linea Non- Mi- Fido" con ironico riferimento alle imponenti fortificazioni germaniche della famosa linea Sigfrido.
Con la circolare numero 15.000 del 1939 furono stabiliti i criteri costruttivi e i piani della nuova linea fortificata in Alto Adige, affidati al Genio Militare e diretti dal Generale Edoardo Monti, mentre i primi cantieri videro la luce nel tardo autunno. L'insieme delle "opere" (così sono chiamate le singole strutture fortificate di diversa dimensione e tipologia) da realizzare in tempi stretti era davvero imponente. Il piano originario prevedeva la realizzazione di 700 bunker (tra opere in caverna e bunker monoblocco con mura spesse dai 2 ai 4 metri) oltre a fossati anticarro lungo una cintura divisa in tre principali settori: 13 "Adige", 14 "Isarco" e 15 "Rienza-Drava-Pusteria". Il sistema era stato concepito su tre livelli difensivi, allo scopo di ritardare il più possibile la penetrazione nemica e permettere la mobilitazione in pianura.
I cantieri videro la partecipazione di personale esclusivamente civile, dipendente di ditte appaltatrici altrettanto esclusivamente italiane. Questa scelta, già in linea con la politica di colonizzazione italiana dell'Alto Adige, rifletteva anche una scelta da parte delle autorità militari italiane atta ad evitare la partecipazione della popolazione locale di lingua tedesca che naturalmente manteneva stretti rapporti con i tirolesi oltre il Brennero. In tempi rapidissimi furono montate teleferiche e decauvilles, condotte idrauliche e cave per la produzione del cemento. Nei cantieri, organizzati su turni che prevedevano anche il lavoro notturno, lavorarono circa ventimila operai. Da un punto di vista strutturale, il sistema difensivo era stato organizzato secondo un criterio che prevedeva l'interconnessione tra gruppi di bunker solitamente coordinati da un bunker-comando che impartiva le coordinate di tiro in quanto le strette feritoie delle strutture da esso dipendenti non permettevano una visione adeguata del campo di tiro.

Se da una parte il complesso sistema di difesa nasceva inadeguato da un punto di vista degli armamenti (molte mitragliatrici e pochi pezzi controcarro, punto di debolezza considerando la forza dei famigerati panzer tedeschi), dall'altra parte il progetto fu ammirevole dal punto di vista della mimetizzazione delle opere realizzate, studiata dagli architetti progettisti nelle forme che meglio si sarebbero adattate alla natura del terreno circostante, con l'aiuto della copertura per mezzo della vegetazione locale. Non mancarono i cosiddetti simulacri (bunker posticci allo scopo di ingannare il nemico) e strutture "travestite" da masi o fienili. La notizia della febbrile attività costruttiva in Alto Adige giunse a Berlino e irritò non poco Hitler, che nel periodo della nonbelligeranza italiana sospettava che Roma stesse progettando un ribaltamento improvviso delle alleanze proprio come avvenne alla vigilia della Grande Guerra. Da tali presupposti ebbe origine l'attività di spionaggio tedesca, anche perché tutte le richieste ufficiali di ispezione alle fortificazioni italiane da parte delle autorità germaniche nel periodo immediatamente precedente all'entrata in guerra dell'Italia furono dirottate sul settore occidentale al confine con la Francia.
Il compito di spiare i lavori al Vallo Alpino del Littorio fu affidato al servizio di intelligence militare tedesco operante all'estero, la Abwehr. Le prime fotografie dei lavori al vallo altoatesino pubblicate nel volume "L'occhio indiscreto - Das Indiskrete Auge" sono datate autunno 1940, quando i cantieri erano momentaneamente chiusi per la stagione invernale ormai alla porte. L'accesso alle strutture fu sicuramente facilitato da elementi della popolazione civile locale, dove erano attivi i membri dell'organizzazione clandestina VKS (Voelkischer Kampfring Suedtirols - Circolo Popolare Combattente del Sudtirolo) vicina al nazismo e a favore dell'annessione al Reich. La documentazione fotografica risulta infatti completa e dettagliata sui tutti e tre i livelli difensivi, a differenza della documentazione disponibile per il settore friulano della Carnia e del Tarvisiano dove le spie germaniche non godettero dell'appoggio della popolazione locale.
L'attività di rilievo fotografico proseguirà anche durante l'anno 1941 nonostante l'attività di controspionaggio operata dal Servizio Informativo Militare e dai Carabinieri, periodo in cui i lavori del vallo giunsero all'apice.
Da quel periodo in avanti, le sorti del conflitto iniziarono ad essere sfavorevoli ai due alleati del "Patto d'Acciaio" e i gravi insuccessi italiani sul fronte greco e nordafricano fecero aumentare ancora di più i timori italiani riguardo alle mire del Terzo Reich sull'Alto Adige. I lavori al vallo si interromperanno definitivamente nel 1942, rimanendo incompleti. Sino a quella data strano stati realizzati infatti soltanto 306 bunker, meno della metà di quelli previsti. Anche la situazione degli armamenti era irrisolta, a causa della sempre maggiore richiesta di pezzi d'artiglieria per i soldati italiani impegnati al fronte. Alla vigilia della caduta del fascismo le strutture del vallo furono finalmente ispezionate da un personaggio di primo piano del governo di Berlino, il ministro degli armamenti Albert Speer, il quale poté riscontrare la sostanziale debolezza nell'armamento del sistema difensivo italiano presidiato dai militari della Guardia alla Frontiera. Il governo Mussolini cadde il 25 luglio 1943 e già il giorno seguente truppe tedesche, che nel frattempo si erano ammassate in Tirolo, passarono la frontiera del Brennero portandosi in territorio altoatesino semplicemente alzando la sbarra, iniziando così con due mesi di anticipo quello che accadrà in Italia all'indomani dell'armistizio, quando il Sudtirolo verrà direttamente annesso al Reich e governato da un fedelissimo del Fuhrer, il Gauleiter Franz Hofer. Tutti i militi della Guardia alla Frontiera in servizio lungo la linea difensiva del Vallo Alpino furono fatti prigionieri e deportati in Germania. I tedeschi presero possesso allora di tutte le planimetrie e le fotografie riguardanti il Vallo Alpino del Littorio, che inizialmente intendevano riutilizzare con l'idea di creare un ridotto difensivo alpino. In realtà in quei mesi la più grave minaccia veniva da Sud con la rapida avanzata delle forze alleate lungo la penisola, mentre il sistema difensivo era stato concepito per arrestare un'invasione proveniente da Nord.

Alla fine della guerra, il destino delle opere difensive sembrò segnato in quanto con i trattati del 1947 fu imposto all'Italia lo smantellamento delle fortificazioni belliche, attività che nel caso del Vallo Alpino del Littorio fu parzialmente svolta. Furono l'inizio della Guerra Fredda e l'ingresso dell'Italia nel Patto Atlantico a fermare la demolizione e a garantire un prolungamento dell'esistenza del Vallo dell'Alto Adige, nel frattempo rimasto incluso nel territorio italiano. Il riarmo di parte delle opere vide anche l'utilizzo di residuati bellici alleati, come le torrette dei carri armati Sherman e Pershing enucleate e posizionate presso i bunker del Vallo. La realtà della minaccia nucleare durante gli anni della Guerra Fredda fece perdere progressivamente l'importanza strategica del Vallo Alpino, fino alla sua dismissione definitiva avvenuta nel 1992 con la dissoluzione del blocco sovietico. Dal 1999 le opere superstiti sono state riconsegnate dalle autorità militari alla Provincia Autonoma di Bolzano.
Per costruire il Vallo Alpino in Alto Adige (nella sua pur incompleta realizzazione) furono gettati 1.680.750 metri cubi di calcestruzzo per opere che avrebbero dovuto ospitare più di 2.000 mitragliatrici e quasi 250 pezzi di artiglieria presidiati da oltre 28.000 soldati. Il costo complessivo delle strutture realizzate, rapportato all'attuale valuta in euro, arrivò a toccare i 430 milioni.
Lo sbarramento di Bolzano Sud: a sinistra il fosso anticarro e le  strutture difensive segnate con i numeri in nero. A destra la zona industriale. La linea si estendeva per 2,5 km. (Bundesarchiv, BArch RH 11-III/437-447)

 

Messina: presentata la riproduzione in plastico di Castel Gonzaga
Da strettoweb.com del 9 giugno 2020

Presentata oggi a Palazzo Zanca a Messina la riproduzione in plastico di Castel Gonzaga

Stamani l’Associazione Gonzaga onlus, presieduta da Fabio Traina, ha illustrata a Palazzo Zanca a Messina la riproduzione in plastico di Castel Gonzaga dell’artista Gianfranco Forestiere, alla presenza del Vice Sindaco e Assessore con delega ai Beni Culturali Salvatore Mondello e degli Assessori alla Valorizzazione e Promozione del Patrimonio Fortificato di Messina Enzo Caruso e alla Pubblica Istruzione Roberto Vincenzo Trimarchi. All’incontro hanno preso parte per l’Associazione Gonzaga onlus oltre al presidente Traina, Martina La Rocca e Gianluigi Smilare, e l’architetto comunale Massimo La Spada. Il plastico dell’artista messinese Gianfranco Forestiere, che riproduce la sfarzosa fortezza “Castel Gonzaga”, posta in una posizione collinare strategica e dominante la cima di Monte Piselli, è stato realizzato su una tavola di legno 90×120 cm ed è costituito per la maggior parte da pannelli di polistirolo, con dettagli in carta pesta, stucco e materiali naturali modellati per dare una nota realistica anche alla vegetazione circostante. “Sin dall’insediamento dell’Amministrazione De Luca – ha detto il Vice Sindaco Mondello – abbiamo rivolto la nostra attenzione al complesso di beni culturali e architettonici. Nella fattispecie è stata già appaltata la parte diagnostica e la relativa vulnerabilità sismica lavorando alle attività propedeutiche alla progettazione di eventuali opere. Le risorse finanziarie sono più che sufficienti per riqualificare Forte Gonzaga che, insieme al Castellaccio, rappresentano due elementi importanti inseriti nel centro urbano. Siamo sempre ben lieti di accogliere simili iniziative per la loro valenza culturale e propositiva in quanto, ben venga chi produce per la città”.

“Fino ad oggi di queste fortificazioni cittadine – ha proseguito l’Assessore Caruso – non si è mai avuta una visione di insieme non soltanto come attrattore turistico ma per l’importanza che rivestono queste due generazioni di fortificazioni cinquecentesca e ottocentesca. Pertanto visione di insieme significa attenzionare queste strutture al fine di farle diventare veramente luoghi di attrazione. In particolare Castel Gonzaga vanta una sua unicità in quanto ne esiste una simile soltanto in sud America. L’obiettivo è quello di lavorare in sinergia con la cittadinanza, le associazioni e gli enti coinvolti, ma soprattutto è indispensabile ed in tal senso, in sinergia con il Vice Sindaco e l’Assessore Trimarchi, saranno avviati progetti che coinvolgeranno gli istituti scolastici cittadini finalizzati a sensibilizzare gli studenti e far conoscere il patrimonio architettonico e culturale del territorio di appartenenza”.

 

Mirandola: ritrovamenti di fortificazioni dagli scavi per la posa del teleriscaldamento
Da sulpanaro.net del 8 giugno 2020

MIRANDOLA – “Un ritrovamento di sicura importanza, da cui si staglia una grande opportunità di valorizzazione per Mirandola e il territorio.” Questa la riflessione del Sindaco di Mirandola Alberto Greco, maturata a margine dell’incontro di ieri tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti di AIMAG. Un incontro resosi necessario per fare il punto sul cantiere per la posa della rete di teleriscaldamento in città, dopo che, nei giorni scorsi, durante le operazioni di scavo in via Circonvallazione a ridosso del castello, sono emerse alcune strutture murarie probabilmente riferibili a fortificazioni tardomedievali o rinascimentali.

“Ci troviamo infatti – Spiega l’Assessore ai Lavori pubblici del Comune di Mirandola, Letizia Budri – sul fronte settentrionale di Piazza Costituente, all’estremità nord-orientale di quella che per secoli è stata una porzione di città fortificata all’interno della città stessa, castrum prima e cittadella del castello poi. In un punto che si potrebbe definire di “snodo” tra due sistemi difensivi: quello del castello Pico e quello della città, che a partire dalla seconda metà del ‘500 si articolò in una cinta muraria poligonale, vera e propria stella a otto punte, che conferì a Mirandola l’immagine di fortezza. I lavori di scavo per la posa delle tubazioni del teleriscaldamento – precisa Budri – erano stati sospesi dalla Soprintendenza il 27 maggio scorso, in seguito ad un incontro sul posto e a una comunicazione fatta da Comune e Aimag nella stessa giornata. L’intervento è stato quindi sottoposto ad assistenza archeologica e le analisi condotte in corso d’opera hanno portato a una relazione ulteriormente trasmessa all’Autorità preposta alla tutela del bene (S.A.B.A.P.) che, notificate le necessarie prescrizioni, ha consentito la prosecuzione dei lavori. Le strutture emerse e questo lo voglio sottolineare, saranno protette da uno strato geotessile e ulteriormente separate dal successivo riempimento da un ulteriore strato di sabbia, che in futuro potrà consentirne il rinvenimento.”

“Non si tratta di una rinuncia al ritrovamento sia chiaro – precisa l’Assessore – bensì di un’occasione da cui l’Amministrazione e Aimag intendono partire per un progetto ben più ampio. Rispetto al quale nell’incontro di ieri è emersa la volontà di coinvolgere altri soggetti tra cui, in primis, la Soprintendenza. in direzione perpendicolare all’attuale scavo, infatti, proprio in corrispondenza del fossato che anticamente separava la cittadella del castello dalla Piazza civica, e fino alle strutture poste a difesa del ponte di collegamento tra le stesse, è in progetto un ulteriore scavo per l’estendimento del teleriscaldamento, funzionale al collegamento del Teatro Nuovo e di numerosi altri edifici del centro. Si tratta di un intervento contemplato nel Piano Organico relativo a “recupero, adeguamento e riqualificazione dell’ambito comprendente Teatro, Castello ed Ex GIL attraverso realizzazione e rifunzionalizzazione di sottoservizi e sovrastruttura”, finanziato dalla Regione Emilia Romagna, nell’ambito della ricostruzione post-sisma per oltre 2.990.000 € e da Aimag e AS Reti Gas per poco meno di 700.000 €, e per cui l’Amministrazione a gennaio ha ottenuto il nulla osta a proseguire nella progettazione. L’obiettivo dunque – conclude l’Assessore – è quello di coordinare un’attività di studio, ricerca e indagine che, attraverso il contributo di varie competenze, da quella storica a quella archeologica, possa guidare la progettazione del Piano Organico, al fine di valorizzare eventuali futuri ritrovamenti e interpretare, attraverso un coerente linguaggio architettonico, gli elementi salienti del sistema difensivo che interessò quest’area.”

 

TREKKING LUNGO LA STORIA DELLA GRANDE GUERRA: NEL COMPRENSORIO PONTEDILEGNOTONALE TRA GALLERIE E VECCHIE FORTIFICAZIONI
Da turismoitalianews.it del 7 giugno 2020

Lo scenario è mozzafiato: l’area dell’Adamello-Brenta, tra Lombardia e Trentino.

Qui sorge una vera e propria rete di fortificazioni, gallerie e imponenti trincee. Molte sono visitabili e talvolta ospitano musei ed eventi di grande interesse storico. Sono inoltre collegate da chilometri di sentieri un tempo percorsi dai militari, e adesso ripopolati da appassionati di montagna e di storia.

Ecco uno straordinario trekking lungo la storia della Grande Guerra.

(TurismoItaliaNews) Sono molte e particolarmente ben conservate le testimonianze della Prima Guerra Mondiale che si possono raggiungere a piedi e, in molti casi, anche in sella a bici o mountain bike.

Mete ideali per trasformare la tradizionale escursione montana in una lezione itinerante della storia.

Più precisamente, delle vicende che hanno visto contrapposte le truppe italiane e austriache durante la Prima Guerra Mondiale, in quella che è ormai nota come Guerra Bianca, caratterizzata dal clima estremo e dalle difficoltà di un territorio impervio.

 

Forte Strino

Si trova sulla strada del Passo Tonale prima del ponte sul Rio Strino, fra il passo ed il paese di Vermiglio.

Risale al 1860 e fu ideato e costruito dagli austriaci nel momento in cui il Trentino divenne il confine meridionale dell’Impero Austro- ungarico.

Venne dimenticato dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e recuperato negli anni Novanta.

Oggi fa parte della rete dei musei ed espone diversi reperti di guerra tra cui la divisa mimetica degli alpini sciatori.

Forte Mero

Fu l’ultima costruzione del sistema fortificato del Tonale ad essere realizzata tra il 1911 e 1913. Era adibito alla difesa ravvicinata e al controllo del territorio fra il Forte Zaccarana ed il Forte Presanella, per cui non venne dotato di cannoni ma solo di mitragliatrici. Su alcuni muri è ancora visibile il colore usato per mimetizzarlo. Il forte venne abbattuto dopo soli 3 anni dal termine dei lavori dai colpi delle artiglierie italiane. Anch’esso è raggiungibile a piedi dall’Ospizio San Bartolomeo e di fronte al forte si trova un’area di sosta attrezzata.

Forte Presanella

L’opera fu edificata tra il 1908 e 1912 nella Val Vermiglio sul fronte opposto a Forte Zaccarana. Il forte venne pesantemente danneggiato già dall’inizio del conflitto e venne ulteriormente demolito dopo la guerra per recuperare ferro e altri materiali. Nel 2008, grazie ad un finanziamento della Provincia Autonoma di Trento, sono iniziati i lavori per mettere in sicurezza i ruderi della struttura. Oggi è raggiungibile a piedi percorrendo per otto chilometri la mulattiera che parte da Velon, frazione del comune di Vermiglio.

Forte Zaccarana

Si tratta del forte più elevato, a 2.116 metri di quota, e più all’avanguardia della zona del Tonale durante la Grande Guerra. Fu realizzato agli inizi del 1900 con i criteri più moderni per la costruzione delle fortezze armate. Il forte garantiva il pieno controllo di tutte le vallate circostanti. L’edificio è raggiungibile a piedi da Vermiglio percorrendo circa 7 km sulla vecchia strada militare o dal sentiero che parte dall’Ospizio di San Bartolomeo, poco sopra il Passo Tonale. È stato messo in sicurezza nel 2009 ed è in parte visitabile anche all’interno. Dal forte si può godere di una vista panoramica su tutta l’alta Val di Sole.

Bocchette di Val Massa

Sono la destinazione finale di un itinerario panoramico di circa 3 ore di cammino che parte dai 1.585 metri di Santa Apollonia e si inerpica per oltre 900 metri di dislivello. Il “Trincerone” è una imponente opera difensiva di circa un chilometro di lunghezza, ancora oggi intatta, con numerose postazioni, feritoie, osservatori, camminamenti e ricoveri. Secondo molti osservatori e storici, sono le più imponenti e spettacolari fortificazioni della Prima Guerra Mondiale in questo quadrante dell’arco alpino. Ad impressionare è soprattutto la particolare modalità di costruzione, interamente a secco, frutto di una paziente e accuratissima tecnica ad incastro. La fatica della salita verrà ripagata anche dallo splendido panorama dei ghiacciai adamellini che si possono osservare sullo sfondo.

La Galleria Paradiso

All’epoca era una lunga caverna scavata nel granito dai militari italiani che serviva come precario ricovero e riparo dall’assedio di gelo, tormente di neve e pallottole che aspettava i soldati al fronte.

 Oggi è uno scenografico strumento multimediale di divulgazione didattica: una galleria a 2.585 metri di altezza, che diventa un tributo al dramma della Grande Guerra.

La Galleria Paradiso è situata sul passo omonimo, sulla linea di confine aspramente conteso dagli eserciti austro-ungarico e italiano nei lunghi anni di guerra.

L’allestimento è facilmente raggiungibile in cabinovia dal Passo Tonale. “Sulle nostre montagne – spiega lo storico Felice Longhi, curatore del progetto - sono state scritte pagine importanti della Guerra Bianca, che quassù a oltre 3.000 metri di quota ha presentato problematiche molto diverse rispetto alle altre zone del fronte”.

Temù e Vermiglio: i due Musei della Guerra Bianca

Per completare la conoscenza delle vicende della Grande Guerra che è stata combattuta su queste montagne, sono stati realizzati anche due “musei della Guerra Bianca”. Il primo, a Temù, sul versante lombardo: esposti nelle sue sale, si trovano oggetti che hanno caratterizzato il conflitto alle elevate altitudini dell’Adamello. La presenza di una baracca usata dai soldati in alta montagna e di altri oggetti della vita quotidiana fanno immergere il visitatore nell’atmosfera del fronte.

Sono esposte armi, cannoni, munizioni, divise militari e una grande raccolta di foto dell’epoca. Il museo ha anche un fitto programma di eventi e attività culturali.

Pochi chilometri dopo aver scavallato il Passo Tonale ed essere entrati in Trentino, invece, si trova il secondo museo a Vermiglio, sede di reperti centenari, ritrovati, in quarant’anni di ricerche sui monti della Val di Sole, da Emilio Serra, un appassionato di storia che va a caccia di cimeli nell’area dell’Adamello. Armi, uniformi ma soprattutto utensili e attrezzi da lavoro usati dai soldati per sopravvivere tra neve e rocce.

Per saperne di più:

Consorzio Adamello Ski Pontedilegno-Tonale, www.pontedilegnotonale.com (http://www.pontedilegnotonale.com)

 

L'Abbazia (castello) di Santo Stefano, un forte incastrato tra due piccoli porti naturali da cui ammirare le acque cristalline di Monopoli
Da baritoday.it del 5 giugno 2020

Una meraviglia nel territorio di Monopoli tra natura e storia

Cosa vedere questa estate a spasso tra mare e cultura? La nostra bellissima costa è ricca di meraviglie naturalistiche dove storia e natura si fondono in mix perfetto per regalare agli occhi uno spettacolo mozzafiato. Nel territorio di Monopoli, lambita dalle limpide acque dell’Adriatico, il castello (o abbazia) di Santo Stefano è un’importante fortificazione costiera realizzata appena all’esterno della città.

Appartenente al sistema difensivo dell’antica città medievale, questa struttura è stata una parte essenziale dell’antica storia locale. Fondato nel 1086 per volere del conte di Conversano Goffredo, questo edificio sorse su una penisoletta protesa tra due insenature che formano due piccoli porti naturali, oggi conosciuti con i nomi di lidi Santo Stefano e Porto Ghiacciolo. Sede del monastero dei Benedettini e a ridosso delle omonime grotte da loro utilizzate, l’abbazia è così chiamata in quanto ospitava le reliquie di Santo Stefano prima del loro trasferimento a Putignano.

Dopo essere diventata ospedale dell’ordine di San Giovanni Gerosolimitano, l’abbazia, fortificata sul mare, riuscì pian piano ad imprimere la propria egemonia su tutto il territorio circostante, controllandone i cicli produttivi dell’agricoltura e dell’allevamento. Verso la fine del XIV secolo, il castello di Santo Stefano passò ai Cavalieri di Malta, che lo ressero fino all’inizio dello scorso secolo come feudo. Privatizzato all’epoca di Gioacchino Murat, il complesso è oggi in mano alla famiglia de Bellis.

L’Abbazia di Santo Stefano oggi

Dotato di un fossato, di una cinta, del mastio e delle caditoie, molto probabilmente l’antico accesso al castello avveniva tramite ponte levatoio. Resti del suo passato collegato alla vita dei Benedettini sono ritrovabili nella presenza di due chiese: una romanica e una rupestre. Se la prima è stata realizzata secondo lo stile classicheggiante di un tempo e utilizzando la pietra tipica di Federico II, la seconda ha al suo interno una scala che conduce all’originaria chiesa benedettina, articolata in tre vani con l’abside collocati a sinistra. Nonostante i vari rifacimenti e restauri subiti nel corso della sua poco meno che millenaria storia, l‘abbazia di Santo Stefano rientra tutt’oggi in una delle principali attrazioni della città di Monopoli: il suo successo è sicuramente da ritrovare nella sua posizione strategica e nelle limpide acque sottostanti.

Un vero benestare per gli occhi e la mente di chi la guarda

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo e la Torre del Gran Priore di Alberona
Da lavocedimaruggio.it del 5 giugno 2020

I Cavalieri dell’Ordine del Tempio, comunemente conosciuti come Cavalieri Templari, possedevano già nel XII secolo alcuni beni ad Alberona, come la Chiesa di Santa Maria di Bulgano o Vulgano, loro concessa dal Conte del Molise Corrado. Con la dominazione angioina, nella seconda metà del XIII secolo, l’intero borgo pare che venisse concesso in feudo al suddetto Ordine. Il monumento più importante di Alberona è dunque la Torre del Gran Priore, appartenuta appunto ai Templari, che è tutto ciò che resta dell’antico Palazzo del Priore insieme ad una parte dei sotterranei.

Nel 1307, tuttavia, iniziava la persecuzione dell’Ordine per volere del Re di Francia Filippo IV detto il Bello e del pontefice Clemente V, che avrebbe trovato il suo epilogo nella Bolla papale Vox in Excelso del 22 marzo 1312, che sospendeva l’Ordine, e non sopprimeva come erroneamente sostenuto, e nella morte sul rogo dell’ultimo Gran Maestro, Jaques de Molay, e del Precettore di Normandia, Geoffrey de Charnay, avvenuta a Parigi il 18 marzo 1314. Anche nel Regno di Napoli l’Ordine del Tempio venne sospeso, per volere di Carlo II d’Angiò, stretto parente di Filippo il Bello, di conseguenza anche i beni posseduti, tra cui quelli di Alberona, vennero confiscati e concessi all’Ordine degli Ospitalieri, gli attuali Cavalieri di Malta, secondo quanto disposto nella bolla papale Ad Providam del 29 maggio 1312.

Secondo un documento del 25 gennaio 1313, a firma di Roberto d’Angiò, veniamo a sapere che alla ex Precettoria Templare di Alberona apparteneva anche il casale di Serritella, di cui si era impossessato in maniera del tutto arbitraria il Signore di Pietra Montecorvino, Bartolomeo Siginolfo, dopo l’arresto dei Cavalieri Templari. Il d’Angiò aveva redatto il documento in seguito alla protesta dei Cavalieri Ospitalieri Bartolomeo di Capua e Pipino di Barletta.

Nel XIV secolo la torre diveniva residenza del Gran Priore dei Cavalieri di Malta di Barletta e rimaneva in possesso dei suddetti Cavalieri sino al 1809, quando gli ordini vennero soppressi da Gioacchino Murat. Oggi la torre è sede dell’Associazione Italia Nostra, a cui è stata donata nel 2002.
La struttura si presenta a pianta semicircolare e di forma semi cilindrica. Si sviluppa esternamente su tre livelli, il primo dei quali molto più alto degli altri, separati fra loro da due tori marcapiano. Sull’ultimo livello vi sono diversi beccatelli disposti su tutta la superficie, mentre la costruzione presenta diverse feritoie.

Cosimo Enrico Marseglia

 

A Cervia il team di Cortesi riporta alla luce 26 bunker nazisti
Da livingcesenatico.it del 4 giugno 2020

By Mario Pugliese

L’uomo dei bunker, all’anagrafe Walter Cortesi, continua nelle sue mirabolanti ricerche.

Da gennaio scorso, infatti, in collaborazione con il Comune di Cervia e con la Soprintendenza dei Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna, sta riportando alla luce sull’arenile di Milano Marittima ben ventisei bunker tedeschi risalenti alla seconda guerra mondiale.
Un complesso lavoro di archeologia militare per ricreare anche a Cervia – così come nella vicina Cesenatico – un percorso storico-culturale con finalità turistiche. Dopo la fine del lockdown, le attività di ricerche del CRB 360°, il Comitato Ricerche Belliche di Walter Cortesi, sono ripartite a ritmi sostenuti. L’obiettivo, come detto, è quello di restaurare ben 26 bunker entro la fine dell’anno e, in un’area ad alta vocazione turistica, ricavarne un percorso archeologico di grande attrattiva.

“Quelli di Cervia sono bunker anomali, nel senso che escono dai normali standard – spiega Cortesi – non sono infatti bunker per mitragliere bensì per mortaio. Sono molti piccoli, ma hanno mura molto spesse, quasi un metro e mezzo. Ne abbiamo già restaurati tre, uno di questi, davanti al bagno Peppino, è già visibile attraverso un vetro. Al suo interno abbiamo trovato varia oggettistica militare ma, a parte qualche munizione, per fortuna nessun armamento. In uno di questi, tra l’altro, abbiamo rinvenuto anche un murales. E la cosa singolare è che il disegno non sembra opera di un soldato nazista perché, in realtà, riporta una vignetta con tipici stemmi massonici. In ogni caso, si tratta di un lavoro molto lungo e che, ne sono certo, riserverà a me e al mio
grandissimo team ancora tante sorprese”.

Walter Cortesi sarà ospite domani sera (venerdì 5 giugno), alle ore 21, di una diretta facebook organizzata da securitaly (https://www.facebook.com/MetalDetectorShopItalia).

 

Il castello di mercoledì 3 giugno
 
Da castelliere.blogspot.com del 4 giugno 2020

ALGHERO (SS) - Torre di Capo Galera o del Lazzaretto

Edificata in pietra calcarea, presumibilmente intorno al XVI secolo (tra il 1572 e il 1580), la Torre del Lazzaretto è situata sopra un rilievo roccioso sommerso e collocato sul lato destro, a soli 550 metri dell’omonima spiaggia, appartenente al territorio comunale di Alghero. Di imponenti dimensioni, la Torre di Capo Galera presenta una classica struttura in muratura a forma tronco-conica, caratterizzata da una camera interna con un perimetro dal diametro di undici metri circa, uno spessore murario di oltre quattro metri e una circonferenza complessiva di quasi venti metri; la parte alta della costruzione è perfezionata dalla presenza di alcune feritoie e finestre, mentre il boccaporto d’ingresso è collocato rasente al suolo, al contrario della maggior parte delle fortificazioni costiere, in cui è situato ad almeno tre metri da terra, per impedire l’accesso ai nemici.

Non era concepita solo per l'avvistamento ma anche per la difesa armata: il comandante e i soldati che la presidiavano disponevano di fucili, una spingarda e due cannoni, collocati nella terrazza – anticamente chiamata anche piazza d’armi, accessibile tramite una botola presente nella volta della camera interna e coperta da una guardiola in legno. Questo litorale faceva gola ai pirati nordafricani, per di più nelle acque antistanti stazionavano le navi che per un motivo o per l'altro non entravano nel porto della vicina città.

Dismesso con molta probabilità intorno al 1846, oggi l'edificio, che è in ottime condizioni, è riservato all'uso di privati: dotato di portone d'ingresso e di finestre con le persiane, non può essere visitato. Si può comunque fare un giro intorno per rendersi conto della magnifica vista. Si spazia su tutta la superficie marina della rada di Alghero, e lungo il litorale si riconoscono, dopo la piccola punta di Fertilia, le spiagge di Maria Pia e di San Giovanni, dopo di che ha inizio la distesa della città; sullo sfondo le alte colline di Villanova Monteleone.

Sul terrazzo, nonostante i notevoli rifacimenti apportati recentemente, sono ancora ben visibili tre cannoniere aperte verso il mare.

Altri link suggeriti:

https://www.youtube.com/watch?v=plrUwwi51M4  (video di Bequalia Sardegna),
https://www.francescazinchiri.com/post/proposta-di-matrimonio-insardegna (video)

Fonti: https://www.nautica.it/torri-costiere-sarde/alghero-torre-dicapo-galera/ , testo di Salvatore Tola su
https://www.lanuovasardegna.it/regione/2013/08/29/news/lagrande-torre-di-capo-galera-vedetta-sul-litorale-di-alghero-1.7655044 ,
https://www.casavacanzesardegna.it/cosa-vedere/sitiarcheologici/torre-del-lazzaretto/

Foto: la prima è presa da https://www.storiedialghero.it/viaggio-trale-torri-costiere-algheresi/dscf6774/,

la seconda è di Antofa su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Torre_di_Capo_Galera_o_del_Lazzaretto.jpg

 

Russia, nuove linee guida per l’impiego delle armi termonucleari
Da ilgiornale.it del 3 giugno 2020

Nel nuovo decreto firmato da Putin si elencano i principali elementi e fattori che trasformano uno Stato in target strategico ad alta priorità

Di Franco Iacch

Il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, ha firmato la nuova dottrina di riferimento per l’impiego di asset termonucleari.

“L’utilizzo delle armi nucleari è autorizzato come misura estremamente necessaria. La deterrenza nucleare è progettata per garantire che il potenziale avversario comprenda l'inevitabile ritorsione in caso di aggressione contro la Russia ed i suoi alleati”.

La Distruzione Mutua Assicurata

Lo scopo finale delle armi termonucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: scoraggiare un’escalation strategica tra Stati Uniti e Russia e contro i loro rispettivi alleati. Non è concepito in linea teorica per essere utilizzato per prevenire o durante un attacco convenzionale o in presenza di impiego di armi chimiche e biologiche sul campo. Il concetto della Distruzione Mutua Assicurata si basa sul principio che Stati Uniti e Russia non avrebbero alcuna ragionevole possibilità di azzerare l'intero arsenale termonucleare avversario e sfuggire ad un apocalittico attacco di rappresaglia. E’ l’esistenza dell’arsenale strategico stesso, quindi, che ne scongiura qualsiasi impiego nel mondo reale. Le armi termonucleari sono per natura indiscriminate ed ogni loro utilizzo comporta il rischio di un'escalation incontrollata.

Preservare la stabilità della deterrenza

Le dottrine di riferimento per l’impiego di asset strategici sono costantemente riviste in base alle percezione di gap potenzialmente sfruttabili da un avversario. Correggere questa errata percezione è un imperativo strategico. Sono i fattori esterni (percezione) ed interni (certezza) a plasmare la risposta strategica. La deterrenza è essenzialmente un’arma psicologica attiva sulle percezioni del potenziale avversario, ma perderebbe la sua efficacia senza una capacità credibile. La ricalibrazione delle dottrine di riferimento strategico, quindi, tenta di colmare un vuoto di credibilità immaginato. Le dottrine di riferimento per l’utilizzo di asset strategici non possono essere determinati dalla moda: l’unica utilità positiva delle armi termonucleari è il loro non impiego. Russia,

Il decreto 355

Il decreto “Fondamenti della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare” è stato firmato poche ore fa dal Presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Il documento, l’equivalente americano della Nuclear Posture Review, consta di sette pagine divise in quattro sezioni nella sua parte non classificata. A differenza della NPR, nel decreto russo non vi è alcuna distinzione tra armi nucleari tattiche e strategiche. Russia, la postura strategica alla base delle opzioni termonucleari “La politica statale della Russia nel campo della deterrenza termonucleare è di natura difensiva. Il potenziale delle forze strategiche è mantenuto ad un livello sufficiente a garantire la dissuasione nucleare. L’intero ventaglio strategico garantisce la protezione della sovranità e dell'integrità territoriale dello Stato e scongiura ogni potenziale aggressione avversaria contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati”.

I fattori che trasformano uno Stato in target strategico

Nel decreto firmato da Putin (articolo 12, sezione II, pagina 3), si elencano i principali elementi e fattori che trasformano uno Stato in target strategico ad alta priorità: “L'accumulo di forze termonucleari o lanciatori strategici nei territori adiacenti alla Federazione Russa e ai suoi alleati da parte di un potenziale avversario” - “Dispiegamento di sistemi di difesa antimissile” - “Dispiegamento di sistemi SMD” - “Dispiegamento di sistemi ipersonici ad alta precisione con carico utile convenzionale” - “Dispiegamento di UAV pesanti” - “Dispiegamento di sistemi ad energia diretta” - “Dispiegamento nello spazio di sistemi di difesa missilistica e di attacco” - “La presenza in Paesi non nucleari di asset strategici e di altri tipi di armi di distruzione di massa che potrebbero essere utilizzate contro la Federazione russa o i suoi alleati” - “Proliferazione incontrollata di asset termonucleari e dei loro veicoli di consegna” - “Dispiegamento di armi termonucleari e dei loro veicoli di consegna nei territori degli Stati non nucleari”.

“La politica statale della Federazione Russa garantisce la prevenzione dell'escalation delle ostilità e della loro cessazione a condizioni accettabili per il Paese ed i suoi alleati. Le armi termonucleari sono considerate esclusivamente come un mezzo di deterrenza: il loro impiego è riconosciuto come una misura estremamente necessaria. La deterrenza termonucleare è progettata per garantire che il potenziale avversario comprenda l'inevitabile ritorsione in caso di aggressione contro la Federazione Russa ed i suoi alleati. La Federazione Russa si riserva il diritto di utilizzare armi termonucleari in risposta all'utilizzo di asset strategici contro di essa o i suoi alleati. La Federazione Russa si riserva il diritto di utilizzare asset termonucleari in risposta ad una attacco eseguito con armi di distruzione di massa contro di essa ed i suoi alleati. La Federazione Russa si riserva il diritto di utilizzare armi termonucleari in risposta ad un attacco convenzionale contro le strutture governative, le infrastrutture militari della nazione o quando l'esistenza stessa dello Stato è minacciata. La Federazione Russa si riserva il diritto di utilizzare armi termonucleari in risposta al rilevamento affidabile di missili balistici avversari contro la Nazione o uno dei suoi alleati.”

“La deterrenza nucleare è progettata per garantire che il potenziale avversario comprenda l'inevitabile ritorsione in caso di aggressione contro la Federazione Russa ed i suoi alleati. La Russia ritiene inammissibile interrompere le relazioni internazionali nel campo della deterrenza nucleare”.

Al Presidente della Federazione Russa la decisione finale di tramutare un conflitto convenzionale in termonucleare.

Il concetto di deterrenza estesa: l’ombrello nucleare

Il concetto di deterrenza estesa significa semplicemente che uno Stato fornirà la sicurezza ad secondo Paese paventando la ritorsione contro un terzo che potrebbe desiderare di attaccarlo. È un’estrapolazione logica della teoria della deterrenza. La deterrenza estesa impegna la Russia ad entrare in guerra con un’altra grande potenza per proteggere uno Stato più vulnerabile. Quando la Russia sceglie di garantire la deterrenza estesa ad un altro Stato, tale impegno include tutte le misure previste, comprese quelle strategiche.

Tradurre il decreto 355: dai bersagli alle percezioni di Mosca

In base alle nuove direttive russe, quasi tutti i Paesi della NATO sono considerati potenziali bersagli strategici ad alta priorità. Pur non menzionando alcun Paese, a differenza della NPR statunitense, i riferimenti sono evidenti. Includendo un attacco convenzionale come possibile fattore scatenante di una ritorsione termonucleari russa, il decreto 355 invia un chiaro segnale di avvertimento agli Stati Uniti. La nuova postura strategica riflette le preoccupazioni di Mosca nei confronti degli Stati Uniti per lo sviluppo di asset, con un carico utile convenzionale, che potrebbero dare a Washington la possibilità di annullare la linea di comando russa o inabilitare le strutture preposte alla ritorsione. E’ la minaccia esistenziale, da intendere come la capacità di arrecare danni inaccettabili all’avversario, che abilita il lancio di asset termonucleare.

Mosca evita l’ambiguità delle armi nucleari tattiche

Il termine tattico è ambiguo e pericoloso poiché ogni arma termonucleare utilizzata nel mondo reale, avrà una resa strategica. Se qualcuno attaccasse gli Stati Uniti o la Russia con armi nucleari tattiche per definizione, la risposta sarebbe certamente strategica e non tattica.
Nel decreto 355, facendo riferimento al ventaglio strategico, Mosca non fa riferimento alle armi nucleari tattiche. Questo perché la resa di ogni arma tattica sarà sempre strategica. La definizione che raggruppa “le armi nucleari non strategiche” è una reliquia della Guerra Fredda. In base al concetto scalare di un asset tattico, il suo impiego è, teoricamente, ritenuto isolato, limitato e proporzionale. Tuttavia ogni arma termonucleare impiegata è strategica. Ciò è dovuto al crescente riconoscimento che qualunque utilizzo del nucleare avrebbe conseguenze strategiche. Ed è sotto la lente strategica che bisogna valutare il loro reale fine, cioè convincere l’avversario di non poter raggiungere i propri obiettivi pena una rappresaglia devastante. E’ questa la deterrenza, scopo primario degli arsenali nucleari degli Stati nazionali che li possiedono.

 

Fortezze e Castelli di Puglia: Il Palazzo Baronale di Castellaneta
Da lavocedimaruggio.it del 3 giugno 2020

La prima fortificazione eretta in Castellaneta fu probabilmente un castello risalente all’epoca della dominazione normanna, del quale purtroppo non esiste più alcuna traccia. Successivamente, sull’area occupata dalla suddetta struttura venne costruito l’attuale Palazzo Baronale di cui, però, non abbiamo data certa, il cui versante orientale domina la gravina dal picco su cui sorge. Esso fra il XVI ed il XVIII secolo fu residenza dei diversi baroni che ebbero la Signoria di Castellaneta.

Nell’arco dei vari secoli la struttura è stata più volte ampliata e modificata, abbiamo infatti notizia di alcuni interventi effettuati a cavallo fra il XVI ed il XVII secolo dalla famiglia dei Principi Bartirotti, mentre un ulteriore intervento venne operato nel 1829 dal Vescovo Pietro Lepore, che aveva rilevato il palazzo dalla famiglia De Mari, per utilizzarlo come seminario. Successivamente il palazzo venne adibito a convento delle Clarisse, che ancora lo occupano, in seguito alla chiusura del pericolante convento di Santa Chiara.

La struttura presenta una pianta quadrangolare che si sviluppa intorno ad un cortile della stessa forma. Il prospetto principale, rivolto ad occidente, si caratterizza per un portale ad arco a tutto sesto, affiancato ai lati da due semicolonne reggenti un frontone in stile ellenico, su cui poggia un balcone. Dal portale si accede ad un atrio, alla cui sinistra vi è la cappella, e da qui al cortile in cui appaiono le armi delle varie famiglie che ebbero il feudo di Castellaneta.

All’interno del salone principale posto al primo piano e di altri locali del versante orientale, è possibile rinvenire alcuni resti architettonici di epoca medievale. Caratteristiche sono anche le finestre del versante sud, finemente incastonate in cornici con paraste laterali scanalate, e con capitelli scolpiti a volti antropomorfi.

Cosimo Enrico Marseglia

 

Riapre base Tuono, soltanto visite guidate tra missili e radar
Da ladige.it del 2 giugno 2020