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ANNO 2015

In Norvegia, nel bunker della Nato

Da gqitalia.it del 28 dicembre 2015

Una sala operativa sotto 70 metri di roccia. Dove e come si addestrano i comandi dell’Alleanza Atlantica È il comando Nato responsabile di tutte le esercitazioni dell’Alleanza Atlantica. Da qui passano il soldato di truppa e il top brass, indistintamente. Prima di partire per l’Afghanistan o per l’Iraq. Per fronteggiare la crisi russa o l’Isis che avanza. Da qui si analizza tutto quello che succede nel mondo, attraverso il web, conosciuto e sconosciuto, per mettere a punto strategie di addestramento al passo con i tempi. Parliamo di un centro nevralgico lontano dalle capitali dei think tank internazionali. In un ambiente che non immagineresti neppure. Non è l’MI6 di Londra, né una dependance del Pentagono: il Nato Joint Warfare Centre (JWC) – questo è il suo nome – si trova in Norvegia, a Stavanger, su un fiordo profondo 200 metri. Ma non è esattamente quello che immagini. Niente a che vedere con i ghiacci islandesi o le cliniche austriache di memoria bondiana: il JWC è un elegante edificio nel più efficiente stile essenziale scandinavo. Mattoni rossi e vetrate che si aprono tra la roccia e il mare.

Ci arrivi dopo una salita e una serie di rallentamenti pedonali, guidando a 40 km/h tra ville in legno con le lanterne accese alle finestre. È proprio all’ultima curva, dopo la fermata dell’autobus, che ti sorprende lo sventolio delle bandiere dei paesi Nato: benvenuto, sei nel cuore del sistema di training e formazione più avanzato di tutto il mondo occidentale. Le barriere all’ingresso scompaiono nel pavimento appena inserisci il codice del tuo badge e quando si alza la sbarra ti trovi in un giardino ovattato, dove ogni suono è attutito dal vento del nord: dal fruscio dei pini sulla collina ai fuoristrada americani tra i rododendri dei viali d’ingresso. Che il più delle volte sono le mogli dei militari che vanno a fare la spesa nella shoppette della base, dove tra i troll formato souvenir e i tagli di carne di renna ci trovi anche i bottiglioni di gatorade da cinque litri. Qui lavorano in 250 tra militari e civili della Nato al comando di un generale tedesco a due stelle, Reinhard Wolski. Ma non c’è un tank né una mitragliatrice. Se pensavi a cavalli di Frisia, sacchi di sabbia e coltelli tra i denti, qui te la devi metter via. Non sei sul set di un film di guerra. “Lavoriamo con il cervello, qui, non con le armi”, ti spiega il program director delle esercitazioni con un sorriso. E ti sorprende con i numeri: “Quattro mega esercitazioni all’anno, che coinvolgono fino a 5.000 persone ciascuna, alloggiate in parte al JWC e in parte nei comandi nazionali; 18 mesi per costruire ogni esercitazione, che va scritta esattamente come la sceneggiatura di un film; decine di ufficiali esperti di training costantemente in viaggio tra i comandi per offrire formazione e assistenza, in una rotazione su tutto l’arco dei 12 mesi. Più l’attività di intelligence per la creazione di scenari appropriati e aggiornati e tanta analisi per ricreare nella simulazione dell’esercitazione quello che poi succede per davvero nella realtà”. “Un comando piccolo, ma unico al mondo” sottolinea il generale Wolski. Uffici eleganti, pavimenti in parquet; cucine, docce e spogliatoi per ogni divisione. Sale riunioni antistress con vista sulle tuje e sul fiordo. Se non fosse che è mare penseresti a uno scorcio del Lago Maggiore. Poi c’è lui, il bunker. Inaspettato. Silenzioso come un’auto elettrica nel centro di Stavanger. Misterioso dietro i tornelli d’acciaio.

Per entrarci devi aspettare che la barriera in plexiglass si accenda di verde quando il sistema di controllo riconosce il tuo badge, lasciandoti entrare nelle viscere della collina di alberi di Natale dove un labirinto di corridoi si snoda per tre piani sotto terra. “Abbiamo 70 metri di roccia sopra le nostre teste”, spiega il colonnello norvegese che mi fa strada mentre il sibilo della porta da caveau si richiude dietro di noi, mettendo una barriera di trenta centimetri di acciaio e cemento con il mondo là fuori. “Da qui in caso di emergenza possiamo uscire percorrendo 200 scalini verso la sommità della collina, sbucando tra i ginepri del bosco. Oppure percorrendo l’altra uscita, che ti porta a valle ai piedi della struttura. Vicino a dove vendono il gatorade in maxi formato, per capirci”. Costruito dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, ultimato subito dopo dai norvegesi, il bunker è il luogo dove si pianifica, si scrive e si conduce una intera esercitazione. Quando arrivi nella sala operativa, il nucleo di tutta la struttura, ti sembra di sentire la classica richiesta di un “vodka-martini-shaken-notstirred” dietro le tue spalle, dove una vetrata sfaccettata si apre sospesa su una sala sottostante dalle pareti tappezzate di tre maxi schermi che neanche in piazza Duomo per la finale della Nazionale. È qui che batte il cuore del JWC. Invidiabilmente cablato, con un dipartimento media che elabora telegiornali e prodotti informativi a nastro. Sia simulati sia reali. Con la possibilità di collegarsi con ogni parte del mondo, digital divide permettendo. La Nato è arrivata qui nel 1994 e dal 2001 vi ha creato questo centro di eccellenza del training. Anche se tutto il comando è delle forze armate norvegesi, che usano il bunker per la sua peculiarità di rifugio dove vivere per un mese intero completamente isolati dal mondo in caso di necessità. Non si sa mai, siamo nel Mare del Nord e la Russia è pur sempre dietro l’angolo.

 

 

A Pineto un convegno per riscoprire le Torri Costiere Abruzzesi

Da abruzzonews24.it del 19 dicembre 2015

Unire in una rete regionale le varie torri costiere storiche presenti in Abruzzo. È stato questo il fulcro del convegno che si è svolto presso il Palazzo Polifunzionale della città, organizzato dall’Area Marina Protetta di Torre del Cerrano, e alla quale hanno presenziato, tra gli altri, anche rappresentanti delle città costiere abruzzesi, oltre al consigliere regionale Luciano Monticelli in rappresentanza della Regione. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso, poco fa, dal servizio stampa del Comune di Pineto. La notizia, qui riportata secondo il testo completo del comunicato diffuso, e’ stata divulgata, alle ore 16, anche mediante il sito internet dell’ente, attraverso il quale e’ stata rilanciata la notizia. “Pensiamo possa essere una grande opportunità per la tutela e la riscoperta del nostro territorio, oltre che per il turismo di tutta la costa regionale”, ha dichiarato il sindaco di Pineto Robert Verrocchio. A partecipare all’incontro anche Ernesto Iezzi, presidente del consiglio comunale di Pineto, Marina De Ascentis, membro del Cda dell’Area Marina, e Leone Cantarini, presidente dell’Amp e ideatore del progetto. Sono circa una dozzina in Abruzzo le torri costiere ben conservate, mentre esiste traccia di altre venti. “Si tratta di un progetto potenzialmente in grado di attrarre anche l’attenzione e i finanziamenti da parte dell’Europa”, ha aggiunto il sindaco di Pineto. Un progetto simile, già avviato, è stato attivato dalla Regione Puglia, proprio per il recupero delle tanti torri del litorale. “L’intero Abruzzo, e anche la costa, ha una storia millenaria – ha precisato Verrocchio – Alla Torre di Cerrano si possono ammirare i resti del porto romano di Hatria e la storia secolare della Torre, usata per l’avvistamento dei pirati. Lo stesso discorso potrebbe valere per le altri torri della nostra costa, che sono luoghi attraverso cui è passata la storia abruzzese. La loro riscoperta non solo farebbe bene a noi stessi abruzzesi, ma credo che sarebbe anche una grande opportunità per la creazione di una rete regionale di turismo culturale”. | A cura della Redazione web AN24. Fonte: nota diramata dall’ufficio stampa dell’ente.

 

 

LA NATO E LA GUERRA AMBIENTALE

Da nogeoingegneria.com del 19 dicembre 2015

“La ‘guerra climatica’ minaccia il futuro dell’umanità, ma è stata casualmente esclusa dalle relazioni per le quali l’IPCC ha ricevuto nel 2007 il Premio Nobel per la pace”. Michael Chossudovsky

Scrive Chossudowsky: “L’opinione generale di base è che le emissioni di gas serra costituiscono l’unica causa dell’instabilità climatica. Nessun governo o gruppo di azione ambientalista ha sollevato il problema della “guerra ambientale” o delle “tecniche di modificazione ambientale (ENMOD)” a scopi militari. Malgrado una vastità di conoscenze scientifiche, il problema delle manipolazioni del clima per scopi militari è stato escluso dall’agenda delle Nazioni Unite sulle variazioni climatiche”.

John von Neumann, al culmine della Guerra Fredda (1955), sottolineava con tremenda preveggenza che: “Interventi in materia atmosferica e climatica… si apriranno ai nostri occhi con una dimensione difficile da immaginare al presente… Questo amalgamerà gli interessi di ogni nazione con quelli di tutte le altre, in modo totale, più di quello che la minaccia nucleare o una qualche altra guerra abbiano fatto fino ad ora” (Citazione da Spencer Weart, Guerra ambientale: schemi di modificazioni climatiche, Global Research, 5 dicembre 2009).

Nel 1977 una Convenzione internazionale, ratificata dall’Assemblea Generale dell’ONU, metteva al bando “l’uso militare, o di altra ostile natura, di tecniche di modificazioni ambientali con effetti a larga diffusione, di lunga durata o di violenta intensità” (AP, 18 maggio 1977). Sia Stati Uniti d’America che Unione Sovietica l’hanno firmata. “Guidati dall’interesse di consolidare la pace… e di salvare l’umanità dai pericoli derivati dall’uso di nuovi strumenti di guerra (…) Riconoscendo che l’uso militare di tali tecniche di modificazioni ambientali possa procurare effetti estremamente dannosi al benessere dell’uomo (…) Desiderando proibire efficacemente l’uso militare di tecniche di modificazioni ambientali in modo da eliminare i pericoli all’umanità (…) e affermando la volontà di lavorare per il conseguimento di questo obiettivo (…) ogni Stato Parte Contraente di questa Convenzione si impegna a non dedicarsi all’uso militare di tecniche di modificazioni ambientali con effetti a larga diffusione, di lunga durata e di violenta intensità, come mezzi di distruzione, di danneggiamento o di lesioni nei confronti di ogni altro Stato Contraente” (Convenzione sulla proibizione dell’uso militare o di altra ostile natura di tecniche di modificazioni ambientali, Nazioni Unite, Ginevra: 18 maggio 1977. In vigore dal 5 ottobre 1978). FONTE

LA NATO E L’ARMA DELLA GUERRA AMBIENTALE

Trasformare la natura in una vera arma, per generare eventi catastrofici, devastare l’agricoltura, le infrastrutture, sciogliere dei ghiacci per affogare città portuali avversarie, deviare correnti marine e atmosferiche, far esplodere ordigni nucleari finalizzati a provocare tempeste radioattive e incendi su enormi spazi abitati, tutto questo e altro ancora è scienza militare durante la Guerra Fredda.

Si chiama «environmental warfare», ed è una guerra condotta provocando intenzionalmente catastrofi ambientali.

Le guerre ambientali, adoperando come strumento bellico i fenomeni naturali, possono devastare paesi, creare catastrofi inimmaginabili senza destare sospetti sulle vere cause. Ne parla lo storico Jacob Darwin Hamblin nel suo libro «Arming Mother Nature». 

Questo tipo di strategia militare fu consolidata in forma ufficiale dal presidente americano Eisenhower con la costituzione di una commissione speciale, guidata dal capitano Howard Orville, con il compito di studiare il potenziale uso della natura come arma. Orville era sostenitore della ricerca sull’uso del controllo del tempo come arma, temendo che l’Unione Sovietica potesse sviluppare la tecnologia prima degli Stati Uniti. La relazione finale del comitato consultivo Orville sul Weather Control, fu pubblicato nel gennaio 1958 pochi mesi dopo il lancio di Sputnik . Orville morì improvvisamente nel 1960.

Nel 1960 nacque un gruppo in sede NATO guidato da Theodore von Karmàn. Kàrmàn è stato consigliere per l’aeronautica americana e per la NATO e aveva un ruolo importante nei meeting internazionali di ricerca sui temi aeronautici. Contribuì a fondare l’AGARD, il gruppo di ricerche aerodinamiche della NATO (1951), l’International Council of the Aeronautical Sciences (1956), l’International Academy of Astronautics (1960) e il von Karman Institute a Brussels (1956). Theodore von Kàrmàn fu quindi incaricato di coordinare il gruppo di specialisti e dirigenti della NATO, presieduto dagli USA, per evolvere progetti di guerre future usando (sfruttando, deviando, imitando) le forze della natura. L’incarico era l’incoronazione della lunga carriera di Kàrmàn. I progetti in cui era coinvolto andavano verso la conquista dello spazio.

VON KARMAN-COMMITTEE

Il comitato includeva rappresentanti di spicco dell’ambito militare di Stati Uniti, UK, Canada, Francia e Germania ovest. Ne facevano parte oltre 200 tra scienziati ed esperti militari. I membri principali erano: Theodore von Kàrmàn e G.S.Field (Canada), Karl Fischer (Germania), Guerin (Francia), H.P.Robertson (USA), Sir Solly Zuckerman (UK), Willliam  A.Nierenberg (NATO). La sigla chiave nelle indagini fu l’azione sinottica, la“SYNOPTIC ACTION”(forma di sinossi, secondo un criterio schematico che consente una rapida visione e acquisizione mnemonica dei problemi) con lo sguardo verso un controllo del sistema fisico di grandi ‘porzioni’ del pianeta. Erano necessarie l’osservazione e la coordinazione di varie discipline.

SYNOPTIC – SCALE MANIPULATION

Le forze NATO dovevano sapersi muovere in ogni tipo di ambiente, anche quelli più estremi: polari, deserti, giungla. Centri di addestramento e basi furono installati in Groenlandia, Alaska, Canada e nel deserto di Yuma (Arizona). I cartografi dovevano ridisegnare le mappe terrestri e rivedere la geodesia. Le armi intercontinentali richiedevano precisione, ma anche la manipolazione e il controllo del tempo meteorologico.

I consiglieri della NATO prevedevano che nel 1970 gli scienziati sarebbero stati capaci di identificare e tracciare i temporali su tutto il pianeta e di controllare costantemente la radiazione sul globo. I dati sarebbero stati forniti dal cielo. L’osservazione e l’elaborazione costante ed automatica dei dati in ogni angolo della terra indica la prospettiva e la meta del ‘mastery of global environment’ del comitato. I consiglieri predissero la manipolazione dell’ambiente su ampia scala. John von Neumann nel 1956 suggerì la possibilità di manipolazioni climatiche annerendo le distese artiche di ghiaccio. Secondo Neumann lo scioglimento della sola Groenlandia creerebbe un aumento del livello del mare di 10 piedi, creando disagi ai porti maggiori di questo mondo. Altro schema era quello di agire sulla corrente del golfo e di conseguenza cambiare il clima del nord Europa.

La NATO aveva a disposizione un mezzo potente, la bomba atomica. Con questo strumento era possibile alterare il clima globale e per un lungo periodo. Esperti dell’ambito meteorologico sostenevano (e sostengono tutt’ora) che i test atomici (oltre 2000 test nucleari: nell’aria, nell’acqua e nel suolo) non avessero provocato sconvolgimenti e anomalie meteorologiche. Erano coincidenze le anomalie meteorologiche impressionanti negli anni di maggior sperimentazione, nel 1954, 1958 e 1962.

Dalla Russia arrivavano voci di voler usare le bombe nucleari per modificare il Bering Strait e con questo intervento interferire sulle condizioni climatiche.

Nonostante il BAN TREATY del 1963 i test atomici proseguirono!

ENVIRONMENTAL WARFARE

Il nemico quindi poteva essere distrutto senza dover dichiarare guerra e senza identificazione dell’aggressore. Le nuove tecnologie militari hanno conseguenze sempre più devastanti per il Pianeta intero.

Von Kàrmàn morì poco dopo il compimento del primo rapporto del comitato.

Dopo la morte di Kàrmàn fu Edward Teller a presiedere il comitato NATO e Teller, come sappiamo, era altamente motivato ad usare le bombe nucleari e in molti modi. Tempi di pace o di guerra non erano un aspetto significativo per Teller, l’unica cosa importante era di poter mettere in pratica i suoi progetti deliranti. I membri del comitato furono designati da ARPA (Advanced Research Projects Agency) e dalla difesa USA.

Il campo di esplorazione era molto esteso: includeva gli strati atmosferici, la Hydrosfera – Troposfera (Bassa A), la Stratosfera, la Ionosfera (Alta A)  e la Exosfera (outer space). L’opzione di sciogliere l’Artico con le bombe è stata scartata, ma non di creare tsunami o alterare il tempo atmosferico.

CATACLISMI ARTIFICIALI

I militari studiarono attentamente i cataclismi di quegli anni per poter creare artificialmente scenari analoghi. Due eventi furono di particolarmente interesse per i militari: l’ALASKALITUA BAY 1958 – TSUNAMI (mega-tsunami del 1958: una colossale onda di 525 metri che travolse un’intera baia) e il GRANDE TERREMOTO CILENO 1960 . Secondo le letture di Hamblin era possibile per gli scienziati NATO controllare i centri di alta o bassa pressione, influenzandoli con l’introduzione di una quantità relativamente piccola di energia. Il rapporto NATO concludeva che le alterazioni dell’ambiente sono in larga misura fattibili, sintetizza Hamblin.

Le fonti citate da Hamblin (dall’Archivio NATO Bruxelles):

Scientific Studies for the Standing Group NATO (Von Karman Committee)

Les rapports du 3e exercice

VKC EX3 PH1 et 2 GP1 et 2 (novembre 1962)

VKC EX3 PH1 GP1 Electronic warfare La guerre électronique

VKC EX3 PH1 GP2 Environmental Warfare La guerre d’environnement

VKC EX3 PH2 GP1 Command and Control Commandement et contrôle VKC EX3 PH2 GP2 Man- achine relationship Les relations homme-machine

Scritti di Kàrmàn:

SCIENCE, THE KEY TO AIR SUPREMACY – Theodore von Kármán – [PDF 2.9 MB]

WHERE WE STAND – Theodore von Kármán – [PDF 4 MB]

WAR AND WEATHER (PDF)

http://www.nato.int/archives/tools/98-III.pdf

http://archives.nato.int/;digitalobject/browse?mediatype=137

http://archives.nato.int/long-term-planning-for-1960s-ten-years-plans;isad

DEVASTAZIONI AMBIENTALI NEL MONDO

E’ solo una coincidenza che negli ultimi anni molti paesi sono stati annientati da cataclismi “naturali”?

La foto qui sopra è stata scattata in Slovenia, l’80% delle foreste sono state devastate da questa tempesta di ghiaccio senza precedenti nel febbraio 2014.

Questo è esattamente il risultato che ci si aspetterebbe con l’adozione di agenti di nucleazione chimica o batteriologica per creare una tempesta di neve e ghiaccio.

 

 

Nel 2010 il Pakistan stava politicamente resistendo alle politiche USA/NATO.

Casualmente in contemporanea un’inondazione ha coperto d’acqua il 20% del paese.

 

 

Nel 2011 la Thailandia ha rifiutato al governo degli Stati Uniti di installare una base aerea, poco dopo il paese viene devastato da inondazioni impressionanti che devastano l’industria thailandese.

 

 

 

Ricordiamo il tifone Haiyan che ha massacrato le Filippine nel 2013. L’esercito americano è arrivato con pretesti umanitari, per poi installare le sue basi militari, che prima della catastrofe erano state negate. Il Ciclone Haiyan con un rafforzamento molto intenso ed estremamente anomalo appena dopo il landfall.

Dati scientifici disponibili sui riscaldatori globali ionosferici (HAARP e installazioni RF SBX) indicano che essi sono in grado di innescare l’attività sismica se l’energia che trasmettono è  concentrata in una zona sismicamente sensibile e per una durata abbastanza lunga. Il MIT ha conformato il fatto che c’era un riscaldamento atmosferico estremamente anomalo e senza precedenti direttamente sopra l’epicentro del sisma giapponese del 2011. Il caso vuole che i giapponesi cominciavano a prendere le distanze dagli Stati Uniti, mentre dopo il terremoto la loro alleanza si è rafforzata. C’è una connessione? La devastazione in Giappone è tutt’altro che finita e la crisi di Fukushima minaccia il mondo intero.

Che dire del disastro avvenuto ad Haiti 2010? E’ solo un’altra coincidenza che l’esercito americano è arrivato immediatamente con il pretesto umanitario per poi occupare il paese? Questa catastrofe è stata conveniente per qualcuno?

Nel 2014 l’Ungheria è stata colpita duramente da una tempesta di ghiaccio (qualcuno la chiama giustamente GELICIDIO ) senza precedenti . E’ solo un’altra coincidenza che le relazioni tra l’Ungheria e le potenze NATO non erano buone? L’Ungheria è un’altra delle vittime di un complesso industriale militare globale che è totalmente fuori controllo?

I militari di tutto il mondo hanno sempre desiderato utilizzare meteo e natura come arma. Ci sono guerre in corso combattute in tutto il mondo senza sparare un colpo? Tutte le prove disponibili dicono di sì. Molto di quello che vediamo oggi è senza precedenti e sembra verificarsi in correlazione con eventi geopolitici o occupazioni successive. L’esercito Usa ha lo stivale sul terreno in oltre 150 paesi. I leader iraniani hanno parlato alle Nazioni Unite sui programmi di modificazione del clima della NATO, accusando di provocare una siccità senza precedenti nel loro paese. Molti paesi africani sono stati devastati dalla siccità per decenni, la maggior parte di questi paesi sono ora occupati dai militari degli Stati Uniti.

È tutto questo solo una coincidenza? Penso di no, dice Dane Wigington concludendo una sua carrellata di osservazioni. L’ articolo di Wigington è QUI. La lista delle catastrofi potrebbe continuare a lungo. L’Italia stessa ha una lunga lista di disastri ambientali che meritano un attento esame.

MATERIALI DI APPROFONDIMENTO

L’arma meteorologica è stata applicata dalla NATO durante la guerra in ex-Yugoslavia

Two eminent experts from the University of Nis, Prof. Dr. Dimitrije Stefanovic from the Faculty of Electronics and Prof. Dr. Milovan Purenovic from the Department of Physics of  the Faculty of nature & mathematics are contending that in the course of the air strikes against Yugoslavia a meteorological war took place.http://emperorsclothes. com/docs/changed.htm

1966 – A Recommended National Program In Weather Modification — A Report to the Interdepartmental Committee for Atmospheric Sciences Homer E. Newell bY Associate Administrator for Space Science and Application National Aeronautics Si Space Administration Washington, D.C. http://ntrs.nasa.gov/archive/nasa/casi.ntrs.nasa.gov/19680002906_1968002906.pdf

CASE STUDY 2 WEATHER MODIFICATION: THE EVOLUTION OF AN R&D PROGRAM INTO A MILITARY OPERATION http://www.fas.org/man/eprint/leitenberg/weather.pdf

DANIEL ELLSBERG, analista militare, nel 1971 consegnò al New York Times e ad altri giornali il Pentagon Papers, uno studio segreto del Dipartimento della Difesa sul coinvolgimento statunitense in Vietnam. Ellsberg fece trapelare documenti in cui si rivelava come l’invasione del Vietnam fosse sistematicamente basata sulla menzogna. Melvin Laird che era segretario della Difesa, negò che gli Stati Uniti stavano modificando il tempo in Vietnam. Le operazioni di WARFARE innovativo in Vietnam erano di vasta portata. Dal 1965 al 1970, nel Sud del Vietnam gli Stati Uniti hanno scaricato oltre 43 milioni di litri di Agent Orange, i produttori del veleno devastante erano la Dow Chemical e la Monsanto.  

 

1975-1991, LA STRADA VERSO UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Da storia.in.net del 1 dicembre 2015

di Max Trimurti -

Mentre nel 1975 la Conferenza di Helsinki sembra aprire un periodo di “distensione”, le iniziative sovietiche e il ritorno degli Stati Uniti alla politica attiva con l’amministrazione Reagan determinano un acuirsi delle tensioni nei rapporti Est-Ovest.

L’espansione del comunismo sovietico raggiunge il suo apogeo territoriale  agli inizi degli anni Ottanta. Paesi come l’Etiopia (1974), la Cambogia (1975), l’Angola (1975), l’Afghanistan (1978) e il Nicaragua (1979) sono passati a far parte del campo comunista; i due shock petroliferi del 1973 e del 1979 hanno contribuito a salvare in extremis una economia sovietica sul bordo del baratro. L’aumento delle entrate dovute all’esportazione dell’oro nero ha contribuito soprattutto alla mantenimento dell’arsenale nucleare e di una Armata Rossa numerosa ed equipaggiata.
Ma la caduta del corso delle materie prime agli inizi degli anni Ottanta porta ad una rivalutazione drastica delle ambizioni esterne del complesso militar-industriale, incarnato (fino alla morte nel dicembre 1984) dal ministro della Difesa Dimitry Ustinov e dal capo di Stato Maggiore generale Nikolai Ogarkov (liquidato al momento della crisi), entrambi convinti della necessità di raccogliere la sfida del confronto militar-tecnologica lanciata dagli Stati Uniti. In misura non trascurabile, inoltre, le crisi di successione contribuiranno a rendere meno solida la coerenza della strategia internazionale dell’URSS.

Ma occorre fare un passo indietro, al 1° agosto 1975 a Helsinki, dove, nel quadro della “distensione”, trentacinque capi di Stato e di governo firmano l’atto finale della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE). Tre blocchi di problemi sono stati negoziati: il primo riguarda l’”inviolabilità delle frontiere europee”; il secondo sulla “cooperazione europea fra il blocco comunista e quello capitalista”. Il terzo aspetto del negoziato di Helsinki è fondamentale per l’evoluzione delle relazioni internazionali: riguarda infatti il “rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.
La morsa va a serrarsi sul totalitarismo sovietico, in quanto da allora si moltiplicheranno i comitati di sorveglianza degli accordi di Helsinki nelle “democrazie popolari” e nella stessa Unione Sovietica. Questo processo renderà più fragile l’URSS che, in un primo tempo, aveva voluto vedere nell’accordo solo il riconoscimento della sua egemonia stabilita sull’Europa orientale all’indomani della Seconda guerra mondiale, confermata dalla adozione dell’inviolabilità delle frontiere europee e la rinuncia al ricorso della forza nella soluzione dei conflitti. L’idea della “libera circolazione delle idee e degli uomini”, però, legittima l’azione dei dissidenti dei paesi dell’Est: Alexandr Soljenitzin è stato appena espulso dall’URSS (1974) e il fisico Andrej Sakharov non può uscire dalla Russia per ricevere il premio Nobel per la Pace.

Alla morte di Leonid Breznev, nel novembre 1982, l’arrivo al potere di Yuri  Andropov, vecchio responsabile del KGB, corrisponde a un nuovo acuirsi delle tensioni nelle relazioni sovietico-americane.

Il contrasto, già esacerbato dalla crisi degli euromissili, si aggrava a seguito dell’ordine di abbattimento, il 1° settembre 1983, di un Boeing sud coreano entrato di poco nello spazio aereo sovietico. La decisione sovietica portò alla morte di 269 civili.

Gli americani utilizzeranno così l’affare della Korean Airlines per lanciare una campagna di ampiezza mondiale contro Mosca; i sovietici sospendono nel novembre 1983 i negoziati per la riduzione degli armamenti strategici (START) iniziati a Washington nel giugno 1982. Andropov, morto nel febbraio 1984, viene rimpiazzato dal malato Costantin Chernenko che a sua volta morirà il 10 marzo 1985; a questi succederà Mikhail Gorbacev.
Homo novus del Partito, Gorbacev era  convinto che l’incapacità del sistema sovietico di sostenere la corsa agli armamenti e il mantenimento dell’impero imponessero un cambiamento radicale di politica internazionale.

La crisi degli euromissili era nata dalla volontà dei sovietici di schierare nell’Europa dell’Est missili di portata intermedia SS20 capaci di colpire obiettivi nell’Europa occidentale, senza portare una minaccia diretta al territorio americano.
La risposta americana non si fa attendere dando il via alla installazione dei missili Pershing 2 e dei missili da crociera sui territori dei loro alleati europei. Questa crisi durerà dal 1979 al 1984. I movimenti pacifisti della Germania federale e dell’estrema sinistra europea metteranno in evidenza la loro vera natura di ausiliari dell’URSS, manifestando solo contro lo schieramento dei missili americani, mentre quelli sovietici erano stati schierati già da anni senza alcuna  protesta di piazza. Il loro slogan Lieber tot als rot (“meglio rossi che morti”), costituisce un esempio emblematico delle ultime capacità di seduzione del comunismo internazionale fino alla metà degli anni Ottanta. Il rapporto di attrazione aveva comunque già cominciato a declinare. Il mito di una Unione Sovietica la cui grande guerra patriottica aveva contribuito in maniera determinante alla caduta del nazismo si era progressivamente stemperato in occasione degli interventi dell’URSS a Berlino, in Ungheria, in Cecoslovacchia e, di fatto, nella dura repressione della dissidenza. L’intervento in Afghanistan, la denuncia della “statocrazia”, vale a dire del regime militare sovietico assimilato ormai a un “panzercomunismo” e, per ultimo, il carattere gerontocratico del potere moscovita contribuiscono a screditare il regime che, con  l’elezione alla presidenza statunitense di Ronald Reagan deve fare i conti con il “ritorno in forze dell’America”.

Ronald Reagan, entrato alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, ha rianimato lo spirito di crociata anticomunista contro “l’Impero del Male”. Il 23 marzo 1983 il presidente repubblicano lancia il progetto di Iniziativa di Difesa Strategica (IDS o Guerre Stellari) allo scopo di neutralizzare i missili intercontinentali sovietici. Questo “scudo spaziale”, come viene definito, verrà parzialmente abbandonato nel 1989: ciò nonostante, questa iniziativa americana viene concepita come una corsa decisiva al dominio della più alta tecnologia di difesa (radar, laser, satelliti, elettronica, informatica) riconvertibile nel settore commerciale e mercantile in una economia sviluppata. In occasione del suo discorso del 23 marzo 1983 Reagan insiste sulla santuarizzazione del territorio nazionale americano e sui negoziati START. Una frase, peraltro, non appare anodina: «Se l’URSS si affiancasse a noi nel nostro sforzo per pervenire a una importante riduzione degli armamenti, noi riusciremmo a stabilizzare l’equilibrio nucleare». Il progetto americano contiene la proposta di un trasferimento progressivo di tecnologia ai sovietici, affinché questi vengano a beneficiare di un sistema equivalente di santuarizzazione, eliminando la prospettiva di una mutua distruzione certa.
Appare decisamente pertinente collegare nella pressione americana sull’URSS il bastone rappresentato dal sostegno massiccio e crescente ai mujahiddin afghani (missili contraerei Singer in particolar modo) contro l’esercito sovietico, oltre che la superiorità tecnologica in materia di corsa agli armamenti manifestata dalla IDS con una campagna di sostegno degli Occidentali (Governi , media, FMI) a Mikhail Gorbacev nel momento in cui i due ministri degli esteri, James Baker ed Eduard Shevardnadze, intrattengono eccellenti relazioni.

L’assunzione da parte di  Gorbacev della carica di segretario del PCUS era stato apprezzata da Washington. Notato dagli Occidentali in occasione del suo viaggio in Canada nel 1983, Gorbacev sarà ricevuto a Londra nel 1984 da Margaret Thatcher che lo giudicherà un uomo «con il quale si può lavorare».

Il presidente americano e il successore di Chernenko si incontreranno nel novembre 1985. Se, all’epoca, Gorbacev rifiuta l’offerta di collaborazione americana sull’IDS, egli propone, a  partire dall’11 ottobre 1986 a Rejkiavik (a seguito della catastrofe nucleare di Chernobil e dopo una serie di incontri organizzati nell’agosto e nel settembre precedenti) l’opzione “doppio zero”.
Si tratta di un processo bilaterale di riduzione degli armamenti nucleari, aprendo la via a negoziati la cui conclusione è rappresentata dalla firma, avvenuta alla Casa Bianca, l’8 dicembre 1987,  del Trattato di Limitazione degli armamenti nucleari di portata intermedia e a corta portata in Europa (INF).

Un’altra partita strategica si gioca fra i due Paesi sul teatro del nuovo “grande gioco” afghano. I sovietici intervengo in Afghanistan il 25 dicembre 1979, meno di due mesi dopo la cattura degli ostaggi dell’ambasciata americana in Iran. Mosca ha due obiettivi connessi: assicurare una presenza militare già importante (cinquemila consiglieri residenti a Kabul) e trasformare il Paese in un hinterland territoriale stabile, impedendo qualsiasi controffensiva americana a seguito dell’incidente iraniano.
Dopo l’operazione preliminare dei paracadutisti a Kabul l’Armata Rossa privilegia, in un primo tempo, le operazioni convenzionali classiche, la potenza di fuoco e la sovietizzazione, misconoscendo la complessità della società afghana, la sua organizzazione etnica e per clan, il peso della religione e, soprattutto, la possibilità da parte avversa di una guerra asimmetrica. La sorpresa sarà dura e condizionerà la svolta operativa di contro-insurrezione degli anni 1981-1984. Senza l’aiuto massiccio ai mujahiddin, il cambiamento radicale di strategia dell’Armata Rossa messa in opera dal 1981, fruttifera solo dal 1984 (individuazione dell’Afghanistan utile, scelta dell’impiego degli elicotteri, operazioni di commandos, impiego delle forze speciali, gli spetsnaz, formazione di battaglioni dell’esercito afghano), avrebbe definitivamente marginalizzato la resistenza.
L’occupazione afghana nata per motivi di politica estera, però, era diventata con i suoi circa ventiseimila morti una “ferita sanguinante”, nelle parole dello stesso Gorbacev. Il discredito internazionale, la mancanza di un reale vantaggio strategico e l’agonia economica del regime spingono l’Armata Rossa alla ritirata, effettuata in buon ordine  fra l’estate del 1988 e il febbraio 1989, lasciando a Kabul un regime vicino a Mosca, che avrebbe resistito ancora tre anni, fino agli inizi del 1992, dopo la dissoluzione dell’Urss.

La prima conseguenza della Perestrojka nel febbraio 1986, legata alla caduta del prezzo del petrolio, costituisce una degradazione significativa del tessuto economico e del sistema sovietico, tanto che Mosca si ritrova quasi nell’impossibilità di garantire la stabilità delle economie del blocco dell’est europeo. Questa carenza del “grande fratello sovietico” libera le popolazioni  dalla paura dei regimi comunisti locali con i quali fanno ugualmente valere la Glasnost (trasparenza) venuta da Mosca, per giustificare una liberalizzazione e un processo elettorale reale. Da quel momento ha inizio il crollo del sistema, nel contesto di un effetto domino iniziato dalla Polonia, dove Lech Walesa e il sindacato Solidarnosc sono usciti vincitori, nel giugno 1989, dopo aver resistito alla repressione del generale Wojciek Jaruzelski.
L’Ungheria apre fisicamente una breccia nella cortina di ferro sulla strada fra Vienna e Budapest, che i Tedeschi dell’est andranno a percorrere a partire dalla primavera del 1989. I dirigenti occidentali moltiplicano i loro viaggi sul posto per consolidare questa evoluzione, come il presidente George Walker Bush in Polonia e in Ungheria nel luglio 1989, e il ministro degli esteri tedesco Hans Dietrich Genscher a Praga nel settembre dello stesso anno.

Con la dichiarazione di Gorbacev del luglio 1989, che assicura che l’Armata Rossa non interverrà nella Germania dell’Est, e l’abbandono del potere da parte del leader della Germania orientale Erich Honecker il 17 ottobre e la successiva caduta di Nicolae Ceausescu in Romania, il 22 dicembre, ha inizio un processo irreversibile che porterà alla definitiva caduta del muro di Berlino.

Si susseguono in breve tempo la rinazionalizzazione delle politiche degli ex democratici popolari nel corso dell’autunno dello stesso anno e la riunificazione, il 3 ottobre 1990, della Germania. L’onda d’urto colpirà poi i Paesi baltici e una serie di movimenti secessionisti appariranno sulla scena in Alto Karabak, Ossezia, Abkhazia, Moldavia, quindi in Ucraina e Bielorussia.

Con la dissoluzione dell’URSS, avvenuta l’8 dicembre 1991, la Russia ne diverrà l’erede, sola e unica potenza detentrice dell’arsenale nucleare sovietico. La seconda parte del XX secolo, dominato dal confronto ideologico e dalla guerra fredda, risulta praticamente conclusa.

Per saperne di più

Luigi Geninazzi, L’ Atlantide rossa. La fine del comunismo in Europa – Lindau, Torino 2013.
Jacques Andréani, Le Piège: Helsinki et la chute du communisme – Odile Jacob, 2005.
Xavier Moreau, La nouvelle grande Russie: De l’effondrement de l’URSS au retour de Vladimir Poutine – Ellipse, 2012.
Charles Maier, Il crollo. La crisi del comunismo e la fine della Germania est – il Mulino, Bologna 1999.

 

I NUOVI SILURI NUCLEARI RUSSI POSSONO GENERARE TSUNAMI CHE SPAZZANO VIA INTERE CITTA’ COSTIERE

Da comedonchisciotte.org del 21 novembre 2015

Mentre gli occhi del mondo sono puntati su ISIS, la Russia sta mettendo a punto armi diverse da tutte quelle che il mondo finora ha conosciuto. Poco tempo fa sono “trapelati per errore sulla stampa” i piani per la costruzione di un gigantesco siluro nucleare semovente capace di generare uno tsunami di più di 300 metri di altezza. A quanto pare le testate nucleari installate su questi siluri sono progettate per creare talmente tante radiazioni che “ogni essere vivente ne rimarrà ucciso” – compresi quelli che tenteranno di sopravvivere all’attacco nascondendosi in rifugi sotterranei. Questi “mini-sottomarini robotizzati” avrebbero una portata fino a 10.000 chilometri e sarebbe in grado di eludere tutti i sistemi di rilevamento statunitensi esistenti. Dire che una tale arma sarebbe un “cambiamento di scenario” è molto più che un eufemismo. So bene che non vi basteranno queste mie parole per crederci. E così come sempre faccio per tutti i miei articoli, andrò a documentare scrupolosamente quello che dico. Sappiamo di questi nuovi siluri nucleari perché sono stati brevemente illustrati nel corso di una recente trasmissione televisiva russa. Secondo funzionari russi, si è trattato di “un incidente”. Ecco uno stralcio dal “the Independent…”: “Secondo il Cremlino la rivelazione dei piani segreti per la costruzione di un nuovo sistema di siluri nucleari russi da parte della televisione di stato russa è stato solo un incidente. Durante un servizio sull’ incontro tra Putin e alcuni ufficiali militari russi, è stato trasmesso per alcuni secondi il primo piano di un documento riservato denominato “Ocean Multipurpose Syste: Status-6”. E’ possibile che non si sia trattato di un incidente ma di un fatto intenzionale? E’ possibile che si sia trattato di un avvertimento per l’Amministrazione Obama? Non si può mai sapere. Ma senza dubbio si tratta di quel genere di armamenti capaci di levare il sonno a qualsiasi stratega militare. Secondo RT, questo nuovo siluro nucleare è stato progettato per generare “aree estese di contaminazione radioattiva” tali da “precludere su di esse per lungo tempo qualsiasi attività militare, economica e sociale”. La slide di presentazione dal titolo “Ocean Multipurpose System: Status-6” mostrava la figura di un nuovo sistema missilistico nucleare sottomarino. Pare sia stato progettato in modo tale da eludere i radar della NATO e qualsiasi altro sistema di difesa missilistico, mentre provoca gravissimi danni a “strutture economiche importanti” lungo le aree costiere del nemico. Le note alla slide: “Status-6 provoca con certezza assoluta enormi danni insostenibili a qualsiasi forza avversaria. La sua detonazione nell’ “area nemica costiera” provocherebbe una “tale contaminazione radioattiva da impedire per lungo tempo sul posto ogni tipo di attività umana, militare, economica, commerciale o altro per lungo tempo”. Inoltre, Konstantin Sivkov dell’Accademia Geopolitica Russa avrebbe detto alla BBC che questo tipo di arma può provocare uno tsunami alto più di 300 metri…

“Una testata di più di 100 megatoni può produrre uno tsunami fino a 500 metri (1,650 piedi), che spazzerebbe via ogni cosa vivente fino a 1,500 chilometri (930 miglia) dell’entroterra statunitense”.

Come ho scritto in precedenza, un impressionante 39% di tutti gli americani vivono in aree con confini costieri. La detonazione di solo una piccola manciata di queste armi potrebbe spazzare via l’intera costa orientale e uccidere una grandissima percentuale della popolazione statunitense. Oltre a tutto questo, la BBC riporta che secondo una pubblicazione del governo russo, questi nuovi siluri sono dotati di testate al cobalto estremamente radioattive. Secondo la “Rossiiskaya Gazeta”, giornale di stato, il potere distruttivo attribuito alla testata di questo nuovo siluro è molto prossimo a quello di una bomba al cobalto. Sarebbe un tipo di testata termonucleare con uno strato di cobalto 59, che nella detonazione si convertirebbe in cobalto-60 altamente radioattivo, con una emivita di più di cinque anni. Una tale arma garantirebbe l’eliminazione di “ogni forma di vita”, dice il giornale; non ci sarebbe nessun sopravvissuto nei bunker. Una bomba al cobalto non è mai stata testata a causa delle radiazioni devastanti che scatenerebbe. E ciò che è peggio, non si può in alcun modo essere avvisati dell’arrivo di questi siluri: possono essere lanciati da ogni luogo, pare che abbiano una gittata massima di 10.000 chilometri e che siano stati progettati per “eludere ogni dispositivo di localizzazione ed altre trappole …”. Il diagrammaindica per questo gigantesco siluro una gittata massima “fino a 10.000 chilometri (6,200 miglia) e una profondità di traiettoria di 1,000 metri (3,300 piedi)”. Il sistema è stato sviluppato da “Rubin”, uno studio di progettazione di sottomarini con sede a St Petersburg. A quanto pare, verrebbe lanciato dai sottomarini a propulsione nucleare della serie 09852 “Khabarovsk” e 09851 “Belgorod”. La Rossiiskaya Gazeta definisce il siluro un “mini-sottomarino robotico” che viaggia a 100 nodi (185 km/ h.115mph), in grado di eludere “ogni possibile dispositivo di localizzazione ed altre trappole”. Sappiamo già che la Russia ha costruito dei “sottomarini buco nero” che i funzionari NATO ammettono siano impossibili da rilevare. Ma questi ultimi siluri nucleari portano il ‘gioco’ a un livello del tutto nuovo. E, naturalmente, questo non è l’unico nuovo sistema d’arma che la Russia sta sviluppando in previsione di una terza guerra mondiale. All’inizio di quest’anno ne parlai in modo molto più approfondito in un mio articolo dal titolo “Le armi di nuova generazione che la Russia potrebbe usare contro gli Stati Uniti in una terza guerra mondiale”. Purtroppo, l’amministrazione Obama appare quasi del tutto ignara di questa minaccia. Le nostre forze nucleari strategiche sono così obsolete che utilizzano ancora floppy disk e telefoni analogici; e a Barack Obama piace continuare a dire che “la guerra fredda è finita ormai da più di venti anni”. Sfortunatamente per noi, i Russi non la vedono allo stesso modo. Attualmente in Russia il sentimento antiamericano è a un nuovo record, e ogni volta che gli Stati Uniti interferiscono in Siria o in Ucraina, la cosa fa ancora più arrabbiare i Russi. Proprio come da noi, anche nella televisione russa ci sono delle “teste parlanti” che raccontano alla gente quello che pensano. Molte di queste teste ora stanno parlando apertamente di come la guerra con gli Stati Uniti stia diventando inevitabile. In questi giorni, i russi si considerano una grande potenza che agisce per il bene di tutto il mondo, mentre considerano l’America la più grande potenza del male. Difatti, una delle più famose ‘teste parlanti’ russe dal nome di Alexander Dugin ha definito pubblicamente gli Stati Uniti il “Regno dell’Anticristo”. E nonostante l’economia Russa sia in piena recessione, i Russi continuano imperturbabilmente a prepararsi a un conflitto. Solo in quest’ultimo anno, la spesa militare Russia è aumentata del 33% rispetto all’anno scorso. E’ vero, per la maggior parte degli americani è l’ISIS la maggiore minaccia, come ho detto ieri. Nel prossimo futuro, prevedo il verificarsi di diversi attacchi terroristici, in modo e in quantità mai visti prima. Ma sono del tutto convinto che sia la Russia la minaccia maggiore a lungo termine. I Russi si stanno preparando ad una terza guerra mondiale, mentre Obama si comporta come se niente fosse. Speriamo che sia Obama ad avere ragione, perché se si sbagliasse le conseguenze per la nazione sarebbero inimmaginabili. Michael Snyder Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/russias-new- uclear-torpedo-can-create-gianttsunamis- and-wipe-out-entire-coastal-cities

 

MISTERIOSI CAMION AVVISTATI IN ASPROMONTE. LE IMMAGINI
Da notiziepericolose.com del 19 novembre 2015

“I camion arrivavano dalla costa di notte. Atterrano elicotteri silenziosi e il cielo è pieno di droni che partono e scompaiono tra le nuvole.” racconta le gente terrorizzata dei paesi vicini alla base Usaf ufficialmente dismessa di Nardello in pieno Aspromonte [http://notiziepericolose.blogspot.com/2014/01/cronostoria-dei-fenomeniparanormali. html] . Si dice che i camion trasportassero missili a lungo raggio, ma qualche personaggio parla anche di bombe atomiche  nascoste nei piani sotterranei all’interno della base. Sul sito Nato di Monte Nardello circolano da sempre voci allarmanti; la gente d'Aspromonte dice che, da quando questa base è stata attivata e dopo la sua dismissione avvenuta nel 1994, vi sono stati movimenti di camion sospetti intorno ad essi; inoltre, la gente si chiede perché, se la base è dismessa, il sito su cui sorge resta, a tuttti gli effetti, zona militare.

La base, versa, in verità, in uno stato di assoluto abbandono e nessuno si prende la briga di vigilare su cosa accada al suo interno; un atteggiamento improvvido in una terra in cui opera la più potente delle mafie. Un ex militare dei servizi segreti afferma [http://notiziepericolose.blogspot.it/2015/01/militare-americano-rilevainformazioni. html] che basterebbe un controllo a tappeto di ciò che c’è all’interno della base per fugare ogni dubbio; ma dal 1994 nessuno lo ha mai fatto. Anzi, qualcuno dice che in quei luoghi si siano addestrate al soldo degli americani le menti più terrificanti dell'Isis, che di notte uscivano ed andavano a sgozzare capretti in giro per gli ovili. In tante zone dell'Aspromonte la popolazione parla di misteriosi rumori, strane luci e di giganteschi TIR che nelle ore della notte più profonda si inerpicano sulle montagne con i loro carichi: missili, strani macchinari coperti da teloni d'acciaio, misteriose figure di umanoidi che scendeno dai mezzi per nascondersi nei boschi furtive, gente ammanettata ecc.. Si tratta della fantomatica storia del progetto segreto Aspromont Horizon? [http://notiziepericolose.blogspot.it/2014/02/aspromont-horizon-il-pianomilitare- usa.html]

 

Bunker di Mussolini a Villa Torlonia, in un anno 10mila visitatori

Da romacapitalenews.com del 30 ottobre 2015

Oltre 10mila visitatori in un anno hanno visitato i bunker e i rifugi antiaerei realizzati durante la Seconda Guerra mondiale a Villa Torlonia per proteggere Benito Mussolini e la sua famiglia. Tanti romani, turisti, stranieri e 1.400 studenti con tariffa agevolata hanno quindi compiuto l’affascinante viaggio nel tempo all’interno del suggestivo parco verde sulla Nomentana.

“Questo il bilancio più che positivo dei primi mille turni di visita curati dall’Associazione culturale CRSA-Sotterranei di Roma a partire dal 31 ottobre 2014, grazie ad una innovativa sinergia voluta dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – si legge in una nota – Un successo turistico, (il sito è stato inserito fra le eccellenze di TripAdvisor) e mediatico, con 50 testate di ogni parte del mondo che hanno parlato del bunker e dei rifugi della famiglia Mussolini. Il tour, con visita guidata per piccoli gruppi e prenotazione obbligatoria sul sito www.sotterraneidiroma.it, offre spunti di approfondimento multidisciplinari: dalla storia alla tecnologia, dalla protezione antiaerea sino al vissuto della memoria bellica di Roma”. “Il percorso – aggiunge – è arricchito da audio e arredi d’epoca, pannelli illustrativi con rari documenti d’archivio e una proiezione video con una panoramica completa di tutti i bunker presenti a Roma. A breve sono previste alcune novità, con l’inserimento nei locali sotterranei del sistema antigas originario del Rifugio del Casino Nobile, che è in corso di restauro. Sarà infine resa fruibile ai visitatori anche una grande sirena antiaereo proveniente dal sistema di allerta della Capitale”.

 

"Itinerari turistici tra le Torri costiere di Puglia"

Da giovinazzoviva.it del 29 ottobre 2015
La Puglia riserva tanti aspetti da scoprire che permettono di conoscere appieno il suo patrimonio storico ed artistico. Questo è lo scopo della mostra "Itinerari turistici tra le Torri costiere di Puglia", che fa tappa a Giovinazzo nelle sale della Vedetta sul Mediterraneo e verrà inaugurata stasera alle 17.00.

Ideata dal Segretariato regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per la Puglia in collaborazione con il Comune di Monopoli (dove è stata già aperta presso il Castello Carlo V dal 9 al 24 ottobre scorsi, ndr) e l'Associazione "Vedetta sul Mediterraneo", la mostra è stata realizzata grazie ai finanziamenti della Regione Puglia e da fondi provenienti dal "Programma Operativo Interregionale" (POIn).

Alla base dell'esposizione l'idea di ampliare la conoscenza della Regione e del suo patrimonio storico, culturale ed ambientale attraverso la promozione di nuovi itinerari turistici che comprendano le Torri costiere pugliesi. Le Torri, infatti, rappresentano monumenti del paesaggio che parlano della storia e della cultura del territorio pugliese.

L'inaugurazione di stasera prevede interventi di Marianna Paladino, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Giovinazzo, Eugenia Vantaggiato, Segretario Regionale del MiBACT per la Puglia, Brigida Salomone, rappresentante della Regione Puglia, e Nicolò Carnimeo, Giornalista e Presidente della Vedetta sul Mediterraneo.

Dopo essere stata ospitata presso il Castello Carlo V di Monopoli dal 9 al 24 ottobre, sarà possibile visitare la mostra presso la Vedetta fino all'8 novembre ogni venerdì, sabato e domenica, di mattina dalle 11.00 alle 13.00, e di sera dalle 18.00 alle 20.00.

 

 

Batterie Amalfi e Pisani, presto i lavori del restauro

Da nuovavenezia.it del 28 ottobre 2015

CAVALLINO. «A breve partirà la gara per l’affidamento dei lavori e poi finalmente inizieremo il restauro delle batterie Amalfi e Pisani che sarà completato entro l’ottobre del 2017». Il sindaco Roberta Nesto ha annunciato il restauro conservativo delle due fortificazioni risalenti ai primi anni del Novecento per il quale è previsto un investimento di circa tre milioni di euro.

Le opere, per una parte finanziate dal comune e per il resto previste nell’ambito degli stanziamenti regionali previsti per il Centenario della Prima Guerra Mondiale, come ha chiarito il consulente per i forti ed i musei, Furio Lazzarini, durante l'ultima visita di domenica in occasione del raduno dell'associazione nazionale Marinai d'Italia “Veneto Orientale”, potranno far sviluppare di molto il turismo culturale e storico a Cavallino-Treporti.

«Si tratterà di un’importante opera di risanamento conservativo rispettando le caratteristiche originarie degli edifici», commenta il sindaco Nesto, «prevedendo la sistemazione di tutti gli impianti, degli intonaci, aggiungendo infissi, conservando pienamente la struttura delle batterie con la creazione dei locali predisposti per le mostre e una moderna caffetteria».

La batteria costiera Vettor Pisani fu costruita nel 1912, con concezione ottocentesca, per difendere Venezia da mare e da terra.

La batteria Amalfi fu invece inaugurata nel 1917 e dedicata a un incrociatore italiano affondato da un sommergibile tedesco nel 1915.

«Sarà molto importante in termini di destagionalizzazione», conclude la Nesto, «investire sul recupero delle fortificazioni ma anche creare il binomio cultura e turismo, oltre che sport turismo e cultura». di Francesco Macaluso

 

 

Bunker di Villa Ada, al via i lavori di recupero

Da romanotizie.it  del 24 ottobre 2015

Sono partiti i lavori di recupero del bunker di Villa Ada che sarà presto aperto al pubblico. Nell’arco di circa tre mesi verrà ultimato il progetto che riguarda sia il ripristino delle zone esterne sia l’interno del bunker, compresi gli accessi (cancellata d’ingresso, finestre della torretta), con ripulitura completa degli ambienti e riavvio delle funzionalità.

“Dopo il recupero dei bunker di Mussolini a Villa Torlonia, un anno fa, che hanno riscosso un grandissimo successo di pubblico tra studenti e appassionati di storia, restituiremo con questi lavori un altro luogo storico a romani e turisti”, ha commentato Giovanna Marinelli, assessore alla Cultura e allo Sport. “La memoria è un dovere ma anche un antidoto perché i drammatici eventi che hanno segnato e insanguinato il secolo scorso non si ripetano più”, ha aggiunto.

L’iniziativa di recupero del rifugio, costruito tra il 1941 e 1942 per la famiglia reale dei Savoia, è promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport – Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali e non comporta oneri per il Campidoglio, questo grazie alla collaborazione tra pubblico e privato. A curare i lavori è infatti l’associazione “Roma Sotterranea”, aggiudicataria della gara pubblica indetta appositamente da Roma Capitale.

 

Milano, settant'anni dopi i bombardamenti l'Ater riapre il bunker anti aereo

Da larepubblica.it del 24 ottobre 2015

È rimasto quasi intatto, dopo oltre 70 anni di abbandono.

Il bunker anti aereo di via Preneste 4, a Milano, oggi di proprietà dell'Aler è stato riaperto in vista dell'anniversario dell'inizio dei bombardamenti sulla città.

Il rifugio era uno dei cosiddetti ricoveri pubblici che i cittadini della zona utilizzavano per ripararsi dalle bombe incendiarie.

La struttura sotterranea si sviluppa in lunghezza ed è costituita da otto strette stanze rettangolari, con panche lungo i muri e accessi ai condomini.

Da oggi, dopo la riapertura, è disponibile per le visite (Luca De Vito)

 

 

 

Consegnati i lavori della Fortificazione Umbertina sulla collina di Pentimele

Da notizie.tiscali.it del 23 ottobre 2015

Reggio Calabria 23.10.2015 (CN) – “Con questo progetto andiamo a ricostruire un pezzo di storia della città. Restituiamo alla comunità una parte importante del nostro territorio, riqualificando una struttura che diventerà un centro pulsante di cultura, di arte, di aggregazione sociale a disposizione dei cittadini”. Ha commentato  così ieri il Sindaco diReggio Calabria Giuseppe Falcomatà a margine della conferenza stampa di presentazione della consegna lavori per la riqualificazione della Fortificazione umbertina sulla collina di Pentimele.

“Grazie al lavoro sinergico degli uffici – ha aggiunto il Sindaco - oggi mettiamo in cantiere un’altra opera strategica per la città, utilizzando i finanziamenti europei che sono una risorsa per il rilancio dello sviluppo sul territorio urbano. Con l’intervento sul forte umbertino puntiamo alla messa a sistema di tutte le strutture storiche che insistono nella parte nord della città. Tutte le attività programmate saranno integrate in un unico progetto d’insieme, che ricomprenderà le fortificazioni storiche inserite in un unico percorso turistico storico-culturale. Una volta ultimata – ha concluso il Sindaco Falcomatà - l’opera diventerà un laboratorio di iniziative, con la possibilità anche di importanti sbocchi occupazionali, esattamente come sta avvenendo al forte di Arghillà con il Parco Ecolandia, sul quale lavoreremo per riqualificare la strada di accesso, per migliorare i collegamenti con la rete di trasporto pubblico e per l’inserimento della struttura nell'offerta formativa degli istituti scolastici della Città Metropolitana”.

 

Reggio: ecco come saranno le nuove fortificazioni umbertine sulla collina di Pentimele   

Da strettoweb.com del 22 ottobre 2015

Stamane, a Palazzo San Giorgio, è stata ufficializzata la consegna dei lavori di riqualificazione dellefortificazioni umbertine sulla collina di Pentimele, un’area storica, strategica, ma soprattutto soggetta ad una tutela importante sotto l’aspetto ambientale. A presenziare all’incontro odierno, il primo cittadino di Reggio, Giuseppe Falcomatà, l’assessore comunale alle politiche sociali e comunitarie, Giuseppe Marino, l’architetto Neri, responsabile unico del procedimento, ed il dirigente del settore, Francesco Barreca. Il tutto ha inizio con la deliberazione di Giunta comunale n.128 dell’11.05.2012, con cui è stato approvato il progetto preliminare relativo all’intervento suddetto, denominato “Riqualificazione Fortificazioni Umbertine (batteria Pizzi) – Valorizzazione area collina Pentimele”. Ad oggi, finalmente, l’appalto è stato aggiudicato in via definitiva per un importo di circa 606 mila euro, dunque possono iniziare i lavori, “grazie ad un lavoro meticoloso e quotidiano dei funzionari”, parole di Marino, il quale specifica l’investimento di 950mila euro di fondi comunitari, “che ci permetteranno di mettere a nuovo il fortino di Pentimele. Grazie a 5 milioni di euro di risorse complessive potremo rendere la collina un vero e proprio parco urbano a servizio della città”. Tra gli interventi previsti, anche la strada di accesso al sito, che grazie ad un finanziamento di 1 milione e 400 mila euro, sempre di fondi comunitari, verrà rimessa a nuovo, garantendo così anche la viabilità degli autobus. Un intervento preliminare, come si diceva, a cui c’è da aggiungere quello relativo al secondo fortino, per 3 milioni di euro.  Restituiremo un angolo di paradiso alla città – prosegue l’assessore Marino – tramite un’idea nata durante la prima amministrazione Falcomata. Grazie ad un dialogo costante con la Regione Calabria, abbiamo già ottenuto la proroga per il 2017 di alcuni importanti progetti che dovevano essere terminati entro l’anno in corso”. I progetti in questione sono quelli relativi al Campo Coni, al Waterfront, al Lido Comunale e agliarredi del Monastero della Visitazione. “Una proroga ottenuta – evidenzia Marino – non perché siamo simpatici a Catanzaro, ma perché abbiamo lavorato, consegnando lavori eseguiti per 18 milioni di euro”.

“Una collaborazione fruttuosa con la Regione Calabria”, messa in evidenza anche dal dirigente del settore, Francesco Barreca.

E ritornando, infatti, al progetto delle fortificazioni umbertine di Pentimele, i principali interventi previsti sono di pulitura e sistemazione degli spazi esterni e della viabilità d’accesso; di “restauro architettonico” per il recupero delle finiture esterne delle murature; per il ripristino di porzioni murarie o solai che manifestano un reale stati di crisi materiale, con localizzate manifestazioni di cedimenti; per la sostituzione di intere strutture con inserimento di travi e voltine di mattoni pressati, montate secondo la tecnica originaria, quando la crisi delle strutture portanti è più accentuata.

Tutti i dettagli sono stati oggi forniti dall’architetto Neri, la quale ha parlato del “progetto di restauro conservativo nel pieno rispetto di un immobile di particolare valenza storica ed architettonica, un sito di interesse comunitario, alla cui riqualificazione si è arrivati a seguito di un’ingente ricerca storica, monumentale e iconografica. I due forti – prosegue l’architetto Neri – sono di fatto una batteria di costa la cui caratteristica è di difesa dello Stretto, invisibile dal mare ma visibile dalla collina; sono stati realizzati contemporaneamente, quindi sono praticamente gemelli. Nel primo intervento ci occuperemo di quello meglio conservato, tenendo sempre conto della compatibilità dei materiali nuovi con quelli originari”.  Lavori su lavori, dunque, che dovrebbero iniziare già dalla prossima settimana e terminare dopo 18 mesi dalla data di consegna.

Particolare attenzione è stata prestata nei confronti della valorizzazione del complesso sistema di raccolta e canalizzazione dell’acqua piovana, dei servizi igienici, che saranno posti in posizione separata rispetto alla batteria vera e propria, dell’illuminazione esterna, idonea così alle possibilità di accesso ed utilizzo della struttura in orari serali o notturni, con apparecchi di illuminazione a basso consumo ed alto rendimento energetico, dell’illuminazione all’interno del perimetro della struttura, anch’essa realizzata con apparecchi a basso consumo energetico, dell’illuminazione degli ambienti interni, basante su linee elettriche cablate che accedono ai differenti vani tramite l’intercapedine (particolare rilevanza all’illuminazione delle volte), e non per ultimo dell’impianto di videosorveglianza

“Le fortificazioni umbertine – chiosa il sindaco Falcomatà – ricostruiscono quello che è stato il modo di vivere del passato. Nei secoli, abbiamo visto come Reggio abbia vissuto il mare più come una minaccia che come una risorsa, per questo è importante ricostruire un po’ una borghesia del mare, e lo stiamo facendo anche con progetti di riqualificazione di 30 Km di costa. Il sito di Pentimele si potrà finalmente mettere in rete con quello di Ecolandia, fornendo nuovi autobus in sinergia con Atam. Arte, cultura, musica spettacoli, innovazione tecnologica: questi i nuovi spazi di espressione previsti nella nuova collina di Pentimele. Riscopriamoci noi stessi turisti del posto in cui viviamo”.


 

Le Fortificazioni Genovesi tra età Napoleonica e restaurazione

Da genovatoday.it del 23 ottobre 2015

Appuntamento venerdì 23 ottobre alle 17 nella sala Borlandi della Società Ligure di Storia Patria (Palazzo Ducale) dove "A Compagna" promuove un incontro dal titolo "Le fortificazioni genovesi nel passaggio tra età napoleonica e Restaurazione".

Sono passati duecento anni da quando la Repubblica ha perso l'indipendenza, e con essa la titolarità sullo straordinario patrimonio di fortificazioni e mura che fanno corona alla città. Oggi quel patrimonio, finora gestito dal Demanio statale, sta tornando in mano ai genovesi, a cominciare da Forte Begato.

Il relatore sarà Emiliano Beri, collaboratore della cattedra di Storia Moderna dell'Università di Genova e membro del comitato scientifico del progetto comunale di recupero e valorizzazione delle cinte murarie e delle fortificazioni.



 
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Le fortificazioni genovesi tra età napoleonica e Restaurazione

Vince il premio nazionale per la sua tesi sui castelli

Da gazzettadireggio.it del 22 ottobre 2015

CASINA. E’ stata premiata lo scorso fine settimana a Milano, la giovane architetta casinese Federica Rabotti, che con la collega parmense Carlotta Lachi, ugualmente premiata, ha ricevuto un riconoscimento per la sua tesi sul sistema difensivo matildico, tra torri di guardia e case fortificate, nell’Appennino reggiano. I punti nodali della strategia insediativa matildica erano costituiti da borghi, chiese e castelli che, pur alterati dal tempo e dall’incuria, conservano ancora l’impronta originale. Federica Rabotti e Carlotta Lachi si sono laureate nel marzo scorso al Dipartimento di ingegneria civile, dell’ambiente, del territorio e architettura dell’Università di Parma. La tesi le ha viste lavorare sotto la supervisione della docente Eva Coïsson e dell’architetto Walter Baricchi di Reggio.

Un lavoro, quello per la redazione della tesi, durato un anno e mezzo, che però per approfondimento ha suscitato grande apprezzamento, arrivando ad aggiudicarsi il 2° posto del 18° premio tesi di laurea sull’architettura fortificata, concorso bandito dall’Istituto italiano dei castelli onlus nell’ambito delle iniziative per sostenere lo studio storico, archeologico e artistico del patrimonio fortificato italiano. La ricerca ha analizzato le peculiarità distintive delle torri di avvistamento ubicate nella zona compresa tra l’Enza e il Secchia.

Un patrimonio minore, ma non per importanza, visto che è stato elemento fondamentale all’interno di una fitta rete connettiva con i manufatti matildici maggiori sul territorio. «Sono costruzioni – spiegano Federica e Carlotta – che per la maggior parte sono in uno stato di abbandono da secoli, di cui restano solo ruderi, oppure alterate a seconda delle esigenze dei fruitori del momento, ma che all’occhio attento mostrano caratteri ben riconoscibili della propria identità. Tali indizi sono stati analizzati, sia mediante l’osservazione diretta, sia attingendo a fonti e documenti storici, cartografie e manuali, per ottenere una ricostruzione delle fasi e dei metodi di edificazione, delle possibili destinazioni d’uso e dei materiali utilizzati, giungendo così ad un profilo completo di ognuna di queste costruzioni. Dopo aver fatto ciò, ci siamo concentrate su una proposta di restauro e riuso di due torri: Gova e Gavardo. Per entrambe sono stati pensati sia interventi puramente conservativi, sia un progetto di ricostruzione che si discosta radicalmente dai canoni medioevali»

 

Il Montello “restituito”, dall’ex polveriera nasce il bosco vissuto

Da tribunatreviso.it del 20 ottobre 2015

VOLPAGO DEL MONTELLO. Una “città di alberi” fatta di pieni e di vuoti, di vegetazione, radure, spazi, percorsi per l’uomo. Ma anche di bunker, ricoveri, ambienti adatti alla conservazione di armi e munizioni: spazio per una guerra attesa, e mai scoppiata, per la quale bisognava prepararsi. In quegli stessi luoghi, oggi assurti a simbolo, che nei decenni precedenti furono teatro di un conflitto vissuto corpo a corpo, tremendo, sanguinoso – la Prima guerra mondiale – che ne ha mutato l’identità. È il Montello: luogo di storia e di natura, di vita e anche di morte. L’ex polveriera di Volpago torna all’uso pubblico, attraverso la cessione dal Demanio al Comune, dopo 50 anni di “sottrazione” militare. Sottrazione intesa come esclusione degli abitanti all’uso, per uno spazio grande un chilometro per un chilometro. Un quadrato di Montello nel Montello, dimenticato forzatamente che ora torna alla fruizione possibile di tutti. Ma come? Se ne parlerà venerdì 23 ottobre alle 18 nell’auditorium comunale di Volpago, Comune nel quale ricade quel quadrato di bosco, in un incontro voluto dall’amministrazione, al quale sono invitati soprattutto i cittadini. La Fondazione Benetton Studi e Ricerche presenterà, nel corso di una seduta di consiglio comunale dedicata, riflessioni e un percorso di lavoro maturati durante un denso workshop internazionale di studio sul campo. Non soluzioni finite, dunque, ma piuttosto un’indicazione di metodo che possa preludere alla graduale riappropriazione del luogo. «La domanda è quale forma vogliamo mantenere o costruire - spiega l’architetto paesaggista di Fondazione, Simonetta Zanon, che ha coordinato il workshop insieme al professor Luigi Latini - non si trattava di elaborare un progetto finito, ma di avviare un processo di studio per arrivare a delle ipotesi di lavoro che poi toccherà al Comune gestire con i cittadini». Per due settimane lo scorso giugno 14 giovani studiosi – architetti, agronomi, urbanisti, biologi, geografi – provenienti da tutta Italia, guidati dai professori Thilo Folkerts, Anna Lambertini e Luigi Latini, hanno iniziato un viaggio esplorativo nello spazio del’ex polveriera. Dapprima un viaggio conoscitivo di studio, poi vera esplorazione del luogo, tra radure, bunker, edifici militari, poi ancora vegetazione: quella stessa che la Serenissima utilizzava per ricavare il legname utile alla costruzione delle sue imbarcazioni. Il Montello bosco della Serenissima, poi luogo di vita e di lavoro profondamente legato all’economia locale, più avanti “bosco alle porte di casa”, polmone verde oltre le mura di un territorio in fase di crescente urbanizzazione. E luogo insanguinato dalla guerra, muro difensivo fatto di natura, baluardo di salvaguardia di territorio e identità dall’invasore straniero. Infine spazio chiuso, cristallizzato nell’attesa di una guerra mai scoppiata. Ora che quello spazio torna agibile, dopo 50 anni, il filo della memoria va dipanato in vista di qualsivoglia progetto. «I percorsi precedenti alla fase militare sono ancora leggibili – spiega Zanon – anche se sono stati interrotti, sono quindi recuperabili in pieno. Nel percorso di studio che abbiamo compiuto, divisi in tre gruppi di lavoro, abbiamo cercato prima di tutto di mettere insieme il materiale esistente su quell’area e sul Montelo: si tratta di numerosi studi e di cartografie già esistenti. Oltre agli amministratori, nostri primi interlocutori, abbiamo poi incontrato gli abitanti, compresi coloro che risiedevano nell’area quando arrivò l’ordine di sgomberare perché bisognava chiudere e farne un grande deposito per le munizioni. Il confronto si è allargato ad alcune associazioni attive nel territorio, ad alcuni politici interessati». Il modello che ne emerge è quello del bosco vissuto, «luogo di relax dove poter coltivare il rapporto con la natura. Dopo 50 anni di dimenticanza - aggiunge l’architetto Zanon - i cittadini si sono mobilitati alla notizia che l’ex polveriera sarebbe tornata al Comune, dimostrando un profondo interesse». Una mobilitazione pubblica, soprattutto per il tramite di alcune associazioni locali, nel desiderio forte di una riappropriazione che necessità, però, di coordinate. Quali? «La riapertura dell’ex polveriera può avvenire per esempio attraverso il governo del bosco che va tenuto nell’alternanza di radure, spazi aperti, gruppi arborei - spiega Zanon - ma non è un fatto scontato perché si potrebbe optare anche per la crescita totalmente spontanea». In vista di un progetto per il riutilizzo, i tre gruppi di lavoro di Fondazione hanno individuato alcuni elementi fondanti dell’ex polveriera, «come per esempio una bella zona umida con dei castagni monumentali, punti diversi caratterizzati da vegetazione». Poi ci sono i percorsi precedenti alla fase miliare. E infine gli elementi introdotti dall’esercito: un’ex caserma, i bunker, le riservette, i muri di contenimento, le recinzioni, le torrette, i luoghi di controllo. Edifici di scarso valore e tuttavia segni, elementi che testimoniano di un passaggio storico. Abbatterli, conservarli, modificarli? Aprirli alla fruizione o chiuderli così come è conclusa anche la loro funzione? Qui gli esiti del lavoro dei gruppo di lavoro si fanno più concreti. «Una prima misura - si legge nei documenti - può essere costruire insieme, in vista di un’apertura verso la nuova collettività, un sentiero “rosso Montello” che colleghi il paese di Volpago alla polveriera». Il ritorno all’uso pubblico coincide necessariamente con l’apertura che è anche abbattimento di confini, muri, recinzioni. Un abbattimento graduale. «Un’altra misura possibile – si legge ancora nel documento che verrà condiviso con amministratori e cittadini - vuole sfruttare la situazione topografica della riservetta 49 come occasione per creare un’apertura. Partendo dalle vestigia di questa si apre il recinto delle mura di contenimento per continuare con una passerella leggera». Si accenna anche alla possibilità di rimuovere, dai manufatti militari, coperture e tamponamenti, lasciando vivere

gli scheletri, «affinché come sculture custodiscano la memoria del luogo».

Ecco che, quindi, si libera la possibilità di reinventare lo spazio con elementi nuovi. Tra memoria e natura, ripercorsi gli scalini della storia, c’è una pagina nuova da scrivere. Qui vi sono poste le basi.

 

 

Quel fortino nella laguna ora è di nuovo sul mercato

Da iltirreno.it del 19 ottobre 2015

PISA. Scampato alla truffa, l'Ottagono degli Alberoni è di nuovo sul mercato. La fortificazione difensiva cinquecentesca di fronte al Lido di Venezia, lungo il canale di Malamocco, è, infatti, offerta dalle agenzie immobiliari con i suoi 455 metri quadri di superficie abitabile e il prezzo si aggirerebbe intorno agli 8 milioni di euro. Reclamizzando, insieme a una prima casetta di 55 metri quadrati e al caseggiato più grande da 400 metri quadri, anche la terrazza panoramica di oltre 100 metri quadrati sul tetto dell'edificio con vista sulla laguna. In vendita nel pacchetto anche il parco di oltre duemila metri quadrati che circonda l'isola, comprensivo di pozzo di acqua dolce costruito dagli austriaci ancora funzionante. Inserito nel sistema di fortificazioni che Venezia realizzò contro la minaccia turca, questo ottagono aveva il compito, assieme all'ottagono Campana e all'ottagono di Poveglia di sbarrare la strada alle navi nemiche che fossero riuscite a penetrare in laguna attraverso il porto di Malamocco. Proprio Poveglia è stata di recente offerta dallo Stato al miglior offerente. Da una parte si era presentato un gruppo di cittadini che aveva dato vita a una colletta per mantenere l'isola in possesso dei veneziani e della città. Dall'altra c'era stata l'offerta presentata da Luigi Brugnaro, patron della società di lavoro interinale "Umana" e attuale candidato alle elezioni comunali per il centrodestra. Entrambe le offerte erano state valutate "non adeguate" dall'Erario. L'Ottagono Alberoni, invece, è stato rifortificato dopo la guerra di Candia, venne modificato nell'Ottocento durante il dominio asburgico. Usato dai militari sino alla fine della Seconda guerra mondiale, poi fu acquistato da privati, uno dei quali fu l'avvocato pisano Ranieri Gini.

 

Marcia e corsa per recuperare Forte San Felice

Da nuovavenezia.it del 18 ottobre 2015

SOTTOMARINA. Una passeggiata-corsa per tenere accesa l’attenzione sul Forte di San Felice. L’omonimo comitato, in concomitanza con le iniziative del Fai (Fondo ambiente italiano) per riscoprire il patrimonio culturale diffuso, propone oggi un’escursione da piazza Todaro al Forte aperta a tutti, ma particolarmente rivolta ai bambini e ragazzini delle scuole, per continuare nell’opera di sensibilizzazione per il recupero del Forte e la sua fruizione pubblica. L’appuntamento è alle 9.30 in piazza Todaro da cui si svilupperà il percorso attraverso i murazzi fino alla bocca di porto con tappe intermedie (asilo San Luigi e Mosella), per complessivi due km. Alla manifestazione collaborano molte associazioni tra cui il gruppo remiero della polisportiva Don Bosco che con barche e canoe convergerà lungo i canali verso il Forte in un abbraccio finale ideale tra terra e acqua.

Un gruppo di volontari di “Amico giardiniere” sarà invece occupato nella pulizia dei rifiuti attorno al Forte. All’arrivo, previsto per le 11, saranno consegnati gadget ai bambini e le coppe per i primi classificati della corsa.

 

SIRIA, AVVISTATO IL "BURATINO": UNA DELLE ARMI PIÙ DEVASTANTI MAI INVENTATE DALL'UOMO
Da difesaonline.it del 12 ottobre 2015

(di Denise Serangelo) 12/10/15 - Ci ostiniamo a non chiamarla "seconda guerra fredda" ma la realtà parla chiaro. Il fronte russo e quello americano sono nuovamente sulle due rive opposte del fiume, non comunicano, non si capiscono ma combattono. Se l'America in questo frangente ha deciso di chetare i cannoni, i russi invece vogliono far sentire i boati lontano chilometri. Dalla soffitta delle armi poco conosciute ma dannatamente letali il Cremlino rispolvera il TOS-1 Buratino. Il nome non incute un gran terrore ma proprio soffermarsi al nome, sarebbe il nostro errore più grande. Il Buratino è stato un progetto quasi sconosciuto fino a tempi relativamente recenti ed è considerato dagli estimatori di armamenti inusuali una vera chicca in mano ai russi. Il nome tecnico del Buratino è TOS-1 ed è classificato come un'arma termobarica pesante destinato all'annientamento sistematico di qualsiasi ostacolo gli si pari davanti.

È stato progettato per ingaggiare forze appiedate, fortificazioni e veicoli corazzati leggeri. Il sistema è paragonabile ai sistemi MLRS (Multiple Launch Rocket System), ma questo spara diverse tipologie di missile e ha una gittata minore (6 km). Il TOS-1 è stato sviluppato nei primi anni 1980 ed è stato utilizzato con successo da parte dell'esercito sovietico in Afghanistan e in seguito dalle forze russe in Cecenia. Oggi pare essere approdato anche in Siria. Il Buratino utilizza razzi da 220 mm ed è a tutti gli effetti considerato artiglieria pesante visto il suo calibro. Su questo tipo di supporto sono impiegabili due diversi tipi di testate: la prima di tipo esplosivo incendiario e la seconda a combustibile-aria. Queste ultime sono anche chiamate testate termobariche.

Questo tipo di munizione rilascia una grande nube di gas infiammabile e provoca enormi esplosioni, proprio per questa sua forza dirompente questa tecnologia è usata per "sbriciolare" letteralmente bunker fortificati ed interrati. Il sistema di controllo del fuoco è considerato all'avanguardia, tutte le procedure di orientamento e cattura del target sono realizzati all'interno del veicolo senza equipaggio esposto al fuoco. Il TOS ha un mirino ottico, un computer balistico e un telemetro laser con cui misura la distanza del bersaglio con un errore massimo di 10 m. I dati acquisiti vengono inseriti automaticamente nel computer balistico che calcola l'elevazione e la rotazione necessaria. L'equipaggio è composto da tre elementi: comandante, cannoniere e pilota. L'incubo russo dallo strano nome in codice è considerato da molti alla stregua di una bomba atomica. L'esplosione provocata crea una sfera di gas incandescenti ad altissima temperatura, accompagnata da una devastante sovra-pressione. Per ottenere questo effetto la bomba combina uno speciale esplosivo, in forma di gel o polvere e con additivi metallici, all'ossigeno atmosferico, che funge da ossidante. Dopo di che la miscela viene fatta deflagrare da un apposito innesco. I russi sono stati gli antesignani nello sviluppo ed impiego su vasta scala di armi basate su questi principi ma anche gli americani hanno dato il loro contributo soprattutto in Vietnam con le Daisy cutter, «tagliamargherite», per creare rapidamente piazzole di atterraggio per gli elicotteri. In Siria queste armi distruttive potrebbero già essere in azione per debellare barricate costruite dai ribelli o bunker in cui si nascondono i seguaci dello Stato Islamico. Qualunque sia il vero obbiettivo di Putin è fuor di dubbio che il Buratino ha un forte impatto strategico e psicologico. Coloro che si trovano vicinissimi alla deflagrazione vengono annientati. Allo stesso modo chi è nei suoi paraggi subisce diverse ferite interne, quindi invisibili, tra cui la rottura dei timpani e degli organi uditivi, concussioni varie, la rottura dei polmoni e degli organi interni, e cecità causate dall'onda d'urto potentissima. Qualsiasi tipo di tessuto che interagisce con l’onda d’urto viene compresso, schiacciato, tranciato o disintegrato dall’eccessivo peso in base alle proprietà del materiale metallico usato per aumentare la potenza esplosiva. Gli organi interni che contengono aria (orecchie, polmoni e intestino) sono particolarmente vulnerabili ad esplodere perché i microframmenti di materiale metallico si insinuano negli organi dove c'è ossigeno e brucia. Il TOS-1 non è stato pensato per arginare l'avanzata nemica, ma per distruggere gli eserciti ancor prima che vadano in battaglia. Minare la stabilità emotiva del nemico è una tecnica validissima anche in un contesto come quello asimmetrico attuale. Se non dovesse funzionare solo l'effetto deterrente, Putin e il Cremlino sarebbero disposti a fare i conti con le implicazioni che l'uso di quest'arma comporta?

 

Il Comitato Mura denuncia «Altre opere contro il Parco»

Da mattino.it del 10 ottobre 2015

«In via Sarpi, a lato del baluardo Moro I, intorno a un terreno di proprietà privata tenuto fino a oggi a prato aperto, è improvvisamente comparsa una recinzione, costituita, al momento, da una rete su stanti metallici, retti da un basamento in calcestruzzo».

 

La denuncia è del Comitato Mura che ha inviato una segnalazione agli uffici competenti «che hanno poi verificato la conformità dei lavori, rispetto a eventuali prescrizioni e vincoli gravanti sull’area.

 

Ma non è la regolarità o meno dell’opera il punto su cui richiamare l’attenzione di cittadini e amministratori.

 

Questo caso, come, nei mesi scorsi, la proposta di un parcheggio nella fossa del baluardo Cornaro, le incertezze sulla giusta scelta di pedonalizzare il tratto di via Portello davanti alla porta o gli interventi sui sottoservizi attuati senza criterio (alla Saracinesca e a Codalunga), conferma come ancora manchi una linea d’azione chiara e definita a proposito di fortificazioni padovane».

 

 

Mostra “Itinerari turistici tra le Torri costiere di Puglia”

Da radiodiaconia.it del 9 ottobre 2015

Monopoli Castello Carlo V dal 9 al 24 ottobre e Giovinazzo “La vedetta” 29 ottobre -8 novembre 2015 La mostra, che sarà inaugurata venerdì 9 ottobre 2015 alle ore 17,00 al Castello Carlo V di Monopoli, resterà aperta al pubblico fino al 24 ottobre 2015.

L’evento è stato realizzato dal Segretariato regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per la Puglia in collaborazione con il Comune di Monopoli e l’Associazione “Vedetta sul Mediterraneo” ed è stato finanziato dalla Regione Puglia con fondi POIn. Programma Operativo Interregionale “Attrattori culturali, naturali e turismo” FESR 2007-2013 – Asse II Linea di intervento II 2.1 – Intervento a titolarità regionale “Patrimonio immateriale e valorizzazione turistica del territorio” – Attività 3. “Itinerari delle Torri costiere”.

L’iniziativa intende promuovere nuovi percorsi turistici legati alla conoscenza e valorizzazione delle Torri costiere pugliesi, attraverso un percorso di riscoperta del patrimonio storico, culturale e ambientale.
Le torri costiere, infatti, rappresentano una autorevole testimonianza del passato e un forte segno identitario del nostro litorale pugliese.

La mostra, che sarà ospitata in una fase successiva a “La vedetta” di Giovinazzo (dal 29 ottobre all’8 novembre 2015), vuole proporsi anche come strumento di sensibilizzazione al tema del paesaggio costiero per la popolazione residente.

L’esposizione prevede immagini fotografiche di grande impatto, apparati testuali ed apparati multimediali, utilizzando le tecnologie di racconto audiovisivo dell’architettura.

Interverranno all’inaugurazione:
Emilio Romani, Sindaco di Monopoli
Eugenia Vantaggiato Segretario Regionale del MiBACT per la Puglia

 

 

Un piano e una fondazione per le mura

Da iltirreno.it del 8 ottobre 2015

MONTECARLO. Via libera alla variazione di bilancio per il reperimento dei fondi necessari per la messa a punto di un masterplan, mai tentato prima, in cui si individuano gli interventi specifici sulle mura; e dove si affrontano tematiche quali l’accessibilità al territorio e al centro storico, i sistemi di mobilità, di fruizione dei percorsi, di percezione da e verso le Mura e, più nel dettaglio, del sistema di illuminazione, regimazione delle acque, del sistema del verde.

Tutti quegli elementi che concorrono a sottolineare, quindi, il valore storico architettonico e paesaggistico del bene e l’impegno che la comunità montecarlese profonde per garantirne l’esistenza a beneficio dell’intera collettività nazionale e non solo.

Si tratta di uno strumento che disciplinerà la cinta muraria, risalente all'epoca della fondazione del borgo da parte di Carlo IV di Boemia, dopo gli interventi di manutenzione e consolidamento, grazie alla stretta collaborazione tra Comune e Soprintendenza di Lucca, che hanno ottenuto dal ministero dei beni culturali un importante finanziamento (70.000 euro), per un iniziale intervento di presidio delle parti immediatamente adiacenti al dissesto occorso nella primavera del 2013 con l'obiettivo di mettere in sicurezza l'intera area e la porzione sul lato sud-est.

La parte conservata meglio e più visibile è quella che va dalla Porta Nuova alla torre Belvedere, quindi alla Porta Fiorentina. Adesso, una volta completati gli interventi di consolidamento nella parte crollata, si potrà procedere alla seconda fase.

E una novità che sta prendendo corpo in queste ore è quella di creare una “Fondazione per le Mura” di Montecarlo che comprenda, oltre al Comune, anche enti e proprietari dei terreni ed immobili che confinano con la cinta muraria. (ni.nu.)

 

 

Demanio: accordo con il Comune di Genova per valorizzare Forte Begato

Da monitorimmobiliare.it del 8 ottobre 2015

E’ stato firmato oggi a Genova, nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, l’accordo relativo alla prima fase del programma di valorizzazione del sistema difensivo seicentesco e delle fortificazioni esterne. Sottoscritto anche il primo atto di trasferimento, relativo a Forte Begato. Firmatari Marco Doria, sindaco della città, Ernesto Alemanno, direttore della Direzione Regionale Liguria - Agenzia del Demanio ed Elisabetta Piccioni, segretario generale MiBACT Liguria.
L’intesa consente il trasferimento dall’ Demanio al Comune di un primo gruppo di beni compresi nel Sistema Centrale dei forti: Forti Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Begato, Sperone, Puin e dell’Ex Torre Granara. 
    
“La sottoscrizione di questo accordo per il trasferimento dei forti genovesi dal Demanio all’Amministrazione civica – ha detto il sindaco Doria – corrisponde e due scelte di fondo del Comune: da una parte la riconquista di spazi pubblici per i genovesi (in cui rientrano anche i percorsi per la ex caserma Gavoglio e l’ex Op di Quarto) e, dall’altra la valorizzazione del notevolissimo patrimonio storico della città. I forti costituiscono infatti  - insieme al centro storico, ai musei e ai beni architettonici di Genova – uno degli elementi su cui puntare per consolidare il rilancio della nostra città come meta del turismo culturale e verde”. 
  
Per Ernesto Alemanno, direttore regionale Liguria dell’Agenzia del Demanio ““La valorizzazione e il recupero del Sistema dei Forti è frutto di una sinergia tra i diversi livelli di governo che consente di restituire al territorio un patrimonio dal grande pregio storico-artistico”. Ha poi sottolineato Elisabetta Piccioni, segretario generale MiBACT Liguria: “Dal punto di vista strategico è previsto il passaggio al Comune dell’intero sistema fortificato di Genova mentre da subito sarà il sistema centrale dei forti a entrare nel patrimonio comunale. Il fine è quello di promuovere la valorizzazione dei grandi manufatti difensivi, per incrementarne la fruizione da parte di cittadini e visitatori.” Il sistema di mura e fortificazioni della città di Genova fu eretto tra il 1500 e il 1800 e si estende, complessivamente, per quasi venti chilometri a protezione dell’abitato. Oggi rappresenta un giacimento di tesori architettonici e paesaggistici da utilizzare in chiave turistica con percorsi guidati, aree di svago, 
organizzazione di eventi, nel segno della sostenibilità ambientale e di uno sviluppo culturale, economico e sociale. La sua valorizzazione si inserisce in un piano di lungo periodo che ha visto le sue prime fasi nel recupero del Porto Antico e, in seconda battuta, del sistema dei palazzi nobiliari dei Rolli e che, dopo questo primo stralcio, proseguirà con il completamento del sistema centrale dei forti, con il sistema orientale dei forti sui crinali della Valbisagno e con la Cinta Muraria seicentesca di collegamento


Approvato il progetto "Le due fortezze", critiche dall'opposizione

Da cittadellaspezia.com del 8 ottobre 2015

Sarzana - Nei giorni scorsi la giunta Cavarra ha approvato il progetto esecutivo relativo alla realizzazione dell'iniziativa “Le due fortezze: il centro museale multimediale del sistema fortificato della Lunigiana" che sorgerà presso la Fortezza Firmafede. Presentato circa un mese fa prevede l'impegno di un importo complessivo di 590mila euro, 319mila dei quali finanzianti con un contributo della Regione ed i restanti 271 dalla Provincia della Spezia. Proprio su quest'ultima cifra si è dibattuto nel consiglio comunale di martedì, prima della discussione fiume sul piano di Marinella. In particolare il consigliere del Movimento 5 Stelle Chiappini ha sottolineato: “Diventando esecutori del progetto al posto della Provincia si rischia di doverli coprire con finanziamenti nostri visto che l'ente è ormai in default e non farà nemmeno il bilancio di previsione. Questa operazione è viziata in partenza dal rischio di pesare ulteriormente su un bilancio già in difficoltà e sui cittadini con impegni di debiti per i prossimi anni a venire. Si tratta di un progetto del 2007 nato vecchio e superato – ha concluso – che si porta avanti senza nemmeno la certezza di avere quei soldi”. 
Duro anche l'attacco di Zanetti (SEL) il quale ha evidenziato: “Dubito che quei soldi possano arrivare ma è giusto che l'Amministrazione si tuteli. Ribadisco però per la terza volta che il museo multimediale è una un'inutile “boiata pazzesca” la Fortezza deve essere aperta a tutti e gratuita. Secondo me sarà un museo per pochissime persone e fra qualche anno quelle attrezzature faranno una brutta fine come altre all'interno della Cittadella. Inoltre andrà a penalizzare spazi usati ben più proficuamente come ad esempio con l'Acoustic Guitar Meeting o Acmè. Si impegnano un sacco di soldi quando non riusciamo a finire la piscina comunale che sarebbe utile a tutta la Val di Magra. L'iniziativa non è stata scelta da questa giunta – ha concluso Zanetti – ma per come è cambiato il mondo non interessa più a nessuno, come i dinosauri nel castello di Lerici”. 
Rampi (Forza Italia) ha invece affermato: “La maggior parte dei consiglieri se potesse direbbe solo cose negative su questo progetto museale ampiamente superato e di cui stiamo diventando capofila vista l'assenza della Provincia. Le nostre fortezze sono bellissime – ha proseguito – rappresentano un periodo storico che le rende ancora più preziose ed un progetto articolato su entrambe potrebbe essere interessante magari con una biblioteca o con dei reperti, non con un intervento multimediale che serve solo per format e tv satellitari. Cerchiamo – ha concluso – di renderle ancora più utili visto che il percorso di valorizzazione e fruibilità è già iniziato”. 

Critiche respinte ai mittenti dal sindaco il quale dopo aver rassicurato l'opposizione sulla presenza dei fondi provenienti dalla Provincia ha ricordato: “Le fortezze sono già aperte da più di un anno e hanno già superato i ventimila ingressi. Fin da subito abbiamo cercato di valorizzare i nostri monumenti e credo che i numeri ci stiano dando ragione. Il progetto “Le due fortezze” per noi è molto valido e può attirare moltissime altre persone inoltre – ha concluso – questi soldi potevano andare solo su questa opera e non su altre ed abbiamo fatto il possibile per non perderli”.

 

Un rifugio antiaereo “dimenticato”

Da varesenews.it del 3 ottobre 2015

Se i varesini hanno iniziato a conoscere ed apprezzare, come dimostrano i numeri delle visite, il rifugio antiaereo situato nel centro storico, sotto il parco dei Giardini Estensi, un altro bunker potrebbe essere riaperto. Si tratta di un rifugio antiaereo che si trova sotto Villa Toeplitz, nelle vicinanze di un altro tunnel, anch’esso inesplorato da almeno 15 anni. Ma mentre quest’ultimo è noto, l’esistenza del bunker nelle vicinanze della villa sarebbe rimasta ignota. Fino alla scoperta dell’esploratore Bolognini, della “Geographical Research Association. Il quale, in collaborazione con l’associazione “La Varese Nascosta”, guidata da Andrea Badoglio, ha presentato al Comune di Varese un progetto di esplorazione del tunnel.

La collaborazione tra le due associazioni, che sta venendo portata avanti anche su altri fronti, rappresenta un’importante novità per la Città Giardino: la passione per la scoperta e la riscoperta, a seconda dei casi, dei “segreti” di un territorio ricco dal punto di vista storico, ma troppo spesso ignorato, lanciata da “La Varese Nascosta” e subito accolta da altre realtà e soggetti, come la “Geographical Research Association”, crea i presupposti per quello che possiamo definire una vero e proprio “Rinascimento” varesino.

Un impegno che ha trovato subito l’appoggio del Comune, come dimostra infatti l’interessamento dell’assessore a Lavori pubblici e Verde pubblico Riccardo Santinon, il quale ha annunciato la sua presenza sul posto durante la fase esplorativa.

«Per villa Toeplitz, avvieremo una prima fase dove sul campo verificheremo l’accessibilità ai bunker – spiega Michael Bolognini – in base alla valutazioni che verranno decideremo come procedere nella seconda fase, quella esplorativa. Andrà valutata l’accessibilità, il rischio (presenza di aria inquinata, crolli, struttura instabile e metodo esplorativo). Dopo questa seconda fase, se sarà possibile, accederemo alle strutture documentando. Geographical Research Association coordinerà il progetto, e determinerà anche il team, tra i vari componenti selezionati in GRA».

«Varese è una terra ricca di testimonianze storiche, che, insieme alle bellezze paesaggistiche, la rendono un luogo affascinante e di richiamo. Le iniziative di cittadini e professionisti, che hanno lo scopo di valorizzare il proprio territorio, sono non soltanto una risorsa che le istituzioni devono sostenere, ma il segnale di un profondo attaccamento alla propria terra. Di amore per la propria città e provincia» dichiara l’assessore Santinon.

«Il progetto della Varese Nascosta, nata come gruppo e diventata in breve tempo un’associazione, sta raccogliendo tantissimi aderenti. La curiosità di conoscere i segreti e i lati nascosti del proprio territorio è molto forte dei varesini. Ad oggi nel gruppo abbiamo superato i 3.500 membri e stiamo crescendo sempre di più. Ringrazio tutti coloro che stanno dando una mano attivamente per portare alla luce quella Varese sotterranea che, scoperta e studiata, può raccontarci molto sulle nostre origini e sulla nostra città» è il commento del presidente Badoglio.

 

Palmanova città verde L’Expo premia i bastioni

Da messaggeroveneto del 3 ottobre 2015

PALMANOVA. Il premio all’Expo ieri lo ha ritirato lei, la città di Palmanova, ma i veri protagonisti, coloro che quel premio lo hanno reso possibile, sono le migliaia di volontari grazie ai quali la stella a nove punta ha cominciato nuovamente a risplendere. Ieri al Comune è stato infatti consegnato il riconoscimento per la migliore iniziativa di volontariato del premio “La città per il verde” 2015, nella categoria riservata ai comuni tra i 5 e i 15 mila abitanti. Il premio è un’idea della casa editrice “Il verde editoriale” di Milano ed è assegnato ai Comuni che si sono distinti per realizzazioni o metodi di gestione volti all’incremento e alla valorizzazione del verde pubblico. Il titolo nazionale, assegnato all’unanimità in una cerimonia che si è svolta all’Expo di Milano, è un riconoscimento che va alla città, ma anche alla sua gente e, soprattutto, ai volontari per l’impegno profuso in passato (in due distinte operazioni coordinate dalla Protezione civile nel 2011 e nel 2014) nell’operazione di pulizia straordinaria dei bastioni, ma anche nel presente attraverso le associazioni e l’impegno dei singoli.

«È stato grazie all’operazione di pulizia dei bastioni avvenuta nel 2011, che ha visto impegnati oltre 4 mila volontari, che è iniziato il vero rilancio di Palmanova – ha commentato il sindaco Francesco Martines, ricevendo il premio –. Dedico questo importante e prestigioso riconoscimento, il primo di questo tipo tributato alla città stellata, ai volontari della Protezione civile, agli Amici dei bastioni, agli alpini della sezione di Palmanova e a tutti coloro che hanno collaborato alle operazioni di salvaguardia della fortezza. Il loro impegno ha riportato alla luce gran parte delle fortificazioni secentesche nascoste dalla fitta vegetazione».

Ieri a Milano con Martines c’erano anche la vicesindaco Adriana Danielis e l’assessore all’ambiente Luca Piani che da vicino seguono le iniziative di valorizzazione delle fortificazioni. «Ricevere questo riconoscimento – ha commentato Piani – ha suscitato in noi una grande emozione che vogliamo condividere con tutta la cittadinanza. Ritengo infatti sia fondamentale il lavoro fatto e quello svolto ordinariamente da tutte le associazioni di volontariato che operano nel nostro territorio e che contribuiscono in maniera sostanziale ad accrescere la bellezza di questa città». di Monica Del Mondo

 

Inaugurato a Barga il museo multimediale delle rocche e fortificazioni

Da luccaindiretta.it del 3 ottobre 2015

Inaugurato a Barga il museo multimediale delle rocche e fortificazioni della Valle del Serchio. Presenti, oltre al presidente dell'Unione dei Comuni, Andrea Bonfanti e al sindaco di Barga, Marco Bonini, anche la consigliera regionale Ilaria Giovannetti, che così ha commentato: "Bellissimo progetto - dice la consigliera - sia per l'aspetto storico-culturale sia per quello turistico che ai visitatori percorsi diversi a seconda dei propri interessi, invogliando i cittadini della Provincia a conoscere meglio il proprio territorio ed i turisti a visitare i luoghi rappresentati e descritti. Un museo che mira a far amare la Valle del Serchio e le sue bellezze".

 

 

Un progetto per la cinta est da presentare al Demanio

Da mattinopadova.it del 29 settembre 2015

MONTAGNANA. L’obiettivo iniziale – far sì che il Demanio ceda al Comune la proprietà delle mura medievali – è utopia. Per questo la strada da percorrere è oggi un’altra: acquisire piccole porzioni di mura, rimetterle in sesto, farle fruttare e convincere il Governo a proseguire su questa strada. Le mura, infatti, cadono sa pezzi e da anni ormai è chiaro che ai piani alti il recupero dell’antica testimonianza architettonica non è una priorità: la proprietà demaniale limita gli interventi di recupero del Comune e da Roma non si vedono soldi da oltre dieci anni. «L’unico modo per risolvere la situazione è ottenere dal Demanio la titolarità delle mura» spiega il sindaco Loredana Borghesan «La nostra richiesta è sempre stata snobbata, motivo per cui abbiamo deciso di procedere diversamente: vogliamo chiedere la cessione di una porzione di mura, nella speranza che la richiesta più piccola venga considerata». Nello specifico, il Comune vuole acquisire Rocca degli Alberi e la cinta muraria est: «La richiesta da presentare al Demanio dovrà essere corredata da un progetto di recupero di questa parte di mura, per la quale abbiamo già pensato a una possibile destinazione». L’idea è quella di creare nella Rocca, fino a cinque anni fa sede dell’ostello cittadino, una sorta di museo virtuale della città murate venete. Tra le idee che girano da tempo c’è anche quella di avviare una sartoria medievale, o comunque un’attività artigianale dedicata al Medioevo. «Vogliamo far capire che le mura necessitano sì di risorse e soldi per la manutenzione, ma possono anche diventare redditizie», sottolinea il sindaco. Il compito di elaborare un progetto dettagliato è stato affidato allo studio ArcheoEd di Padova (spesa di 8.196 euro): lo studio verrà quindi sottoposto al Demanio nella speranza che accetti la proposta di valorizzazione.

 

 

Tra le venti fortezze più belle d'Italia il Castello Svevo di Barletta

Da barlettaviva.it del 25 settembre 2015

Skyscanner, inconfondibile sito in cui sono comparate la maggior parte delle offerte di voli sul mercato, offre anche un insieme puntuale di interessanti notizie per i viaggiatori, dalle spiagge più belle del mondo alle città migliori d'Italia. Tra le ultime classifiche stilate e pubblicate sulla famosa piattaforma, ne è stata pubblicata una riguardante i venti castelli più belli d'Italia, tra i quali compare proprio il Castello Svevo di Barletta.

Tra le numerose immagini ritraenti atmosfere da favola, viuzze di pittoreschi borghi medievali e costruzioni arroccate su maestose montagne, figura inconfondibile l'imponente castello nostrano di cui è scritto "Sulla base di una fortificazione normanna, gli Svevi consolidarono e diedero la forma attuale a questo bellissimo castello che evidenzia e conserva il segno delle stratificazioni di potere durante i secoli: da fortezza difensiva a museo e biblioteca comunale, oggi il castello, oltre ad essere molto visitato, è un centro nevralgico di Barletta, utilizzatissimo nelle attività cittadine. Resterete colpiti, garantito".

Mentre il castello Scaligero di Malcesine colpisce per la sua posizione privilegiata sul Lago di Garda, l'Aragonese di Ischia presenta l'inconfondibile fusione di architettura e natura, passando da Rocca Calascio a Forte Diamante, tra il castello Pandone di Venafro ed il castello di Marostica si colloca l'elogio dell'imponente costruzione caratteristica della nostra città, importante sede di incontri culturali e talvolta anche di "banchetti molto criticati", la culla in cui riposa il busto di Federico II di Svevia ricorda ai cittadini la grandiosità del tempo che fu, riportando profumi di intrighi e storia a chi si ritrovi a passeggiarvi nei pressi o ad esplorarne i freschi sotterranei.

 

 

 

 

 

Torri costiere, progetto “promosso” a Brindisi

Da quotidianodipuglia.it del 21 settembre 2015

Il primo step è superato: c'è anche il progetto del Comune di Brindisi per il recupero delle Torri costiere tra quelli giudicati ammissibili dalla Regione nell'ambito dell'avviso pubblico "per il finanziamento di interventi di recupero, restauro e valorizzazione dei beni culturali immobili e mobili di interesse artistico e storico" che è stato emanato dall'ente. 
Il passo successivo sarà quello della verifica documentale. Sul sito della Regione, infatti, in seguito alla determina dirigenziale emanata appositamente sono stati pubblicati tutti i risultati per i progetti inviati da ogni parte della Puglia. Quello che riguarda le torri, quindi, è andato a finire tra le "istanze ammissibili alla fase di verifica documentale".

La determina prevede ora la valutazione dei diversi progetti pervenuti da parte di un'apposita commissione, che sarà formata da sei persone. 
Il bando, andando a guardare più nel dettaglio, ha posto una serie di requisiti specifici, che hanno fatto individuare al Comune proprio nelle costruzioni del litorale l'ambito migliore per richiedere l'intervento. L'avviso, infatti, era rivolto ad enti pubblici (Comuni singoli o associati, Province e Città metropolitane) della Regione Puglia, mentre le istanze di finanziamento potranno essere presentate nel giro di pochi giorni e per un lasso limitato di tempo: la durata, tra l'1 ed il 15 settembre di quest'anno.

Le tempistiche, quindi, sembrano essere particolarmente serrate. Tra le altre condizioni necessarie per il finanziamento dell'opera in questione, ci sono la proprietà (o, in mancanza di quest'ultima, la disponibilità) del bene per il quale si chiede il finanziamento; il possesso di un livello di progettazione almeno definitiva in caso di lavori, con la regolare documentazione; la destinazione del bene ad una fruizione culturale pubblica, un costo di intervento (come detto) non superiore al milione di euro; il limite di un solo progetto per ogni Comune; il possesso di un piano di gestione economico-finanziario di durata quindicinale.

Il progetto brindisino prevede la riqualificazione di due delle torri che sono situate sulla costa brindisina, in particolare Torre Testa e Torre Punta Penne. Nelle ultime settimane prima dell'apertura dei termini (l'1 settembre), da molti politici cittadini si era levata un'esortazione a tenere alta l'attenzione sul tema, anche in presenza di una progettazione avanzata. In passato erano state alcune associazioni che avevano fatto (e che fanno ancora) del recupero delle torri una sorta di loro bandiera, come il Gruppo Archeologico brindisino. Questi ultimi, infatti, portano avanti ormai da anni la loro battaglia per la salvaguardia di entrambe le torri costiere, le due più bisognose di interventi per la loro messa in sicurezza e riqualificazione. Il Gabha anche realizzato un documentario che è stato chiamato "I baluardi dell'occidente".

 

 

 

In Carso il restauro deI bunker della Guerra fredda

Da ilpiccolo.it del 17 settembre 2015

SAVOGNA Le fortificazioni figlie della Guerra fredda sul monte Skofnik, vicino l'abitato di Cotici, in territorio di Savogna d'Isonzo, e poco distante dal Monte San Michele, saranno visitabili già nel corso dell'inverno. Dopo la firma del protocollo d'intesa tra Agenzia del demanio e Provincia di Gorizia, che ha concesso i manufatti a quest'ultima per sei anni, i volontari del Comitato della Fanteria d'Arresto, collegato all’Associazione nazionale fanti d’arresto (referente di zona il colonnello Mario Borean) hanno iniziato i lavori di messa in sicurezza e ripristino di un complesso difensivo unico nel suo genere e che ben racconta un pezzo importante e non lontanissimo della storia italiana, oltre che della Venezia Giulia. Grazie al sostegno della Fondazione Carigo e della Provincia, il Comitato, nato alcuni anni fa per lo studio della storia e del ruolo della Fanteria d'Arresto, ha già avviato il ripristino dei portelloni d'ingresso, che erano stati saldati, dopo il definitivo abbandono delle postazioni nel 1992, a seguito del crollo del Muro di Berlino, della fine del blocco sovietico. Nella giornata di sabato è stata data corrente all’impianto elettrico interno e quindi originale ed effettuato un importante lavoro di sfalcio e potatura del verde circostante. Questa postazione è unica», spiega Stefano Cogni, componente del Comitato e che le postazioni le aveva conosciute nel corso del servizio militare, assolto proprio della Fanteria d'Arresto, al lavoro assieme ad altri volontari. «Oltre all'osservatorio di fanteria ha anche quello di artiglieria - sottolinea Boris Cotic, un altro dei volontari ieri sul monte Skofnik -. E' realizzato su due piani e dotato di un "locale polmone», dove i fanti, grazie all'impianto di sovrapressurizzazione, potevano contare su una riserva di ossigeno "protetta" da eventuali aggressioni chimiche o batteriologiche esterne". La linea telefonica "campale", che collegava cioè tutte le postazioni, è inoltre ancora funzionante, com'è intatta la mimetizzazione della sottostante postazione per le mitragliere, realizzata in vetroresina a replicare i muretti a secco del Carso. «Adesso siamo circondati dalla vegetazione - dice Cogni -, ma ancora vent'anni fa da qui si aveva la visuale aperta fino al mare e alle Prealpi Giulie". Quanto era indispensabile a chi avrebbe dovuto impedire un eventuale controllo della cima del San Michele e l'infiltrazione di unità nemiche in direzione di Polazzo e Sagrado. «Infatti la postazione era dotata anche di un piccolo radar - aggiunge Cogni - per monitorare eventuali avanzamenti dell'esercito nemico». Il ripristino si muove a fronte delle ricerche effettuate negli archivi del 12° Reparto infrastrutture di Udine. «Anche quand'erano ancora formalmente "in servizio" sparivano lucchetti e lampadine dalle postazioni sotterranee - ha spiegato un altro volontario, Alberto Pastorutti -. I locali della mitragliera sono però rimasti intatti e sono in ottime condizioni». L’obiettivo è di rendere fruibile il sito, che si trova a non molta distanza da quelli della prima Guerra mondiale, già nel corso dell'inverno, garantendo visite che potranno essere solo guidate. Sul Carso sono rimaste in totale 5 torrette osservatorio e 26 postazioni M per mitragliatrice. Per chi volesse saperne di più ora c'è anche la paginaFacebook Bunker San Michele. di Laura Blasich

 

 

Mura di Ferrara

Da news.fidelityhouse.eu del 17 settembre 2015

La cinta muraria che è possibile ammirare oggi a Ferrara è una sorta di aggiornamento delle precedenti mura medievali, attuato prevalentemente attorno al XV-XVI secolo, in risposta alla massiccia proliferazione delle armi da fuoco, che sin dalla loro comparsa sui campi di battaglia finirono con il rivoluzionare drasticamente ogni aspetto tattico e strategico dei conflitti bellici. Le Mura di Ferrara, lunghe all’incirca 9 chilometri, cingono praticamente tutto il borgo urbano e presentano una conformazione che può ricordare pressappoco i contorni di un triangolo. O, con un po’ di fantasia, quelli di un diamante allungato.

La Porta degli Angeli, raggiungibile mediante corso Ercole I d’Este che la congiunge al monumentale Castello Estense, è un importante monumento storico integrato nella cinta muraria. Si tratta di un’antica torre d’avvistamento, e deve il suo nome al toponimo quattrocentesco di quello che è oggi corso Ercole I d’Este, al tempo chiamato appunto Via degli Angeli. Anch’essa, come molti dei monumenti presenti a Ferrara, figurava nel progetto dell’Addizione Erculea del 1492, e fu progettata dall’architetto Biagio Rossetti. Le sembianze che Porta degli Angeli esibisce ancora oggi le furono conferite nella seconda metà del XVI secolo, quando venne edificata la casetta del corpo di guardia. Questa porta, collegata al rivellino ove si potevano trovare le artiglierie pesanti, assolveva il compito di fungere da porta di rappresentanza in caso d’arrivo di ospiti illustri.  Molti di questi, fra i quali v’erano duchi, ambasciatori e più in generale persone d’alto rango sociale, vi transitavano per andare a cacciare in quello che era allora noto come il territorio del Barco, ad oggi Parco Urbano. Porta degli Angeli cambiò spesso funzione e conformazione nel corso dei secoli, diventando dapprima una dogana, quindi un macello per maiali, poi ancora unmagazzino per il fieno, una polveriera militare e persino un’abitazione privata, fino al 1984. Solo negli anni ’80, grazie a specifici lavori di restauro, fu restituito a Porta degli Angeli il suo originario aspetto cinquecentesco.

Nell’area a Sud-Ovest della città si trovava una fortezza la cui conformazione poteva ricordare quella di una stella, o di un fiocco di ghiaccio, eretta per volere diPapa Paolo V. Questa fortezza  fu una naturale e fisiologica evoluzione dei baluardi ferraresi del XVI secolo, e fu edificata tra il 1608 ed il 1618 in seguito all’allontanamento degli Estensi da Ferrara. I due baluardi di San Paolo e Santa Maria della Fortezza sono ciò che rimane dell’imponente sistema difensivo congegnato dallo Stato Pontificio per governare sulla città. Durante il periodo rinascimentale, l’ingresso alla città era concesso mediante tre porte: Porta PaolaPorta degli Angeli e Porta San Giovanni, situate rispettivamente a Sud, a Nord e ad Est della cinta muraria. L’area Sud della città risulta inoltre particolarmente ben difesa, e rappresenta la porzione più antica di tutto il borgo. Ancora oggi vi si possono ammirare parti della vecchia città medievale, come laDelizia di Schifanoia e la Cattedrale di San Giorgio, che sorge proprio di fronte al Palazzo Comunale.

I vari bastioni che sorgono lungo le mura, alcuni a forma di sperone altri di picca, erano muniti di cannoni su più livelli, circondati da un largo fossato e progettati per fornire una resistenza maggiorata ai colpi di artiglieria. Particolarmente interessanti sono anche il Torrione del Barco, ubicato all’estremità Nord-Ovest delle mura, ed il Torrione di San Giovanni ad Est, con la sua struttura circolare peculiare dell’architettura rinascimentale.

Cosa vedere alle Mura di Ferrara

Lungo le Mura di Ferrara potrete trovare diversi luoghi di alto interesse storico, come la Garitta di vedetta nel Baluardo di San Giorgio, che aveva la funzione di salvaguardare l’antica Porta di San Giorgio, il Baluardo della Montagna, con la sua collinetta artificiale datata 1500 circa, il Baluardo di San Tommaso, il Doccile di San Tommaso, che serviva a convogliare le acque nere al di fuori del contesto urbano cittadino, il Torrione di San Giovanni, la Porta degli Angeli, il Torrione del Barco e laStatua di Papa Paolo V, situata nell’area verde fra i baluardi di San Paolo e Santa Maria.

 

Week end alla Polveriera con le "Trame disperse" e la "Guerra bianca"

Da comune.ancona.it del 10 settembre 2015

Domani, sabato 12 settembre alle 18 presentazione alla Polveriera del Parco del Cardeto del libro del prof. Marco Severini "Trame disperse” . Esperienze di viaggio, di conoscenza e di combattimento nel mondo della Grande guerra*" (ed. Marsilio), in luogo della prevista conferenza del generale Coltrinari.

All'incontro, moderato dal prof. Sergio Rigotti, sarà presente l'autore. Tra le vicende trattate nel libro, quella dell'incursione dei commando austriaci al Lazzaretto di Ancona e la storia del monitore Faà di Bruno incagliatosi a Marotta.

Domenica 13 alle 18, conferenza su "La guerra di mina sulle Dolomiti” e il marchigiano Ettore Martini. Come si è svolta la guerra di mina e quali erano le condizioni di vita dei nostri alpini nei combattimenti in alta quota? I relatori sono il giornalista Giorgio Guidelli, esperto di guerra in montagna, e lo studioso di Carpegna, Giorgio Lombardi, che descriveranno luoghi magici e insanguinati quali Le Tofane, il Sasso di Stria e il Col di Lana. In omaggio alla memoria del maggiore Martini, nato a Macerata Feltria, saranno presenti i sindaci di Macerata Feltria e Carpegna, Luciano Arcangeli e Angelo Francioni, e l'assessore di Macerata Feltria, Andrea Brisigotti.

Tra i prossimi appuntamenti, mostra e conferenza su “Palermo Giangiacomi” poeta e soldato*/ (inaugurazione venerdì 18 settembre alle 17,30), - presentazione del libro del giornalista triestino Nicolò Giraldi "La Grande guerra a piedi", presente l'autore, sabato 19 settembre alle 17. La mostra nel prossimo weekend sarà pertanto visitabile anche venerdì

 

Opera Sesta, tre giorni di rievocazione

Da la gazzettadimantova.it del 10 settembre 2015

Grande rievocazione storica che si svolgerà da domani a domenica a Forte Ardietti, nel comune di Ponti sul Mincio.

 

Il nome deriva dall’antico nome della fortificazione, un tempo chiamata appunto, Opera Campale Sesta.

Una manifestazione imponente che coinvolgerà un centinaio di figuranti in divise d’epoca della II Guerra di Indipendenza - periodo di costruzione del fortilizio - appartenenti all’esercito austriaco, francese e piemontese, ma non solo. «Qualificata» è l’aggettivo usato dal sindaco, Giorgio Rebuschi, (affiancato dal vicecesindaco di Peschiera, Tiziano Cimarelli e dall’assessore di Borgo Virgilio, Francesco Aporti), poiché - ha spiegato - all’interno della tre giorni saranno disponibili le guide del Fai per la visita guidata della struttura.

Durante Opera Sesta sarà ufficializzato il gemellaggio d’intenti, rigorosamente in costume d’epoca, dei tre comuni uniti appunto dalla storia e dai percorsi fluviali in un’ottica di sviluppo turistico dal Mincio, passando dal Po fino all’Oglio.

L’evento vuole dunque promuovere e valorizzare la portata storica di un manufatto ancora in ottime condizioni.

Si parte domani sera con l’inaugurazione ufficiale con salva di cannone dalle 18 e alle 20 la cena risorgimentale seguita dal concerto dell’orchestra filarmonica dei Colli Morenici.

Sabato e domenica è prevista un’offerta ad hoc per coprire tutte le fasce d’età, dalla caccia al tesoro per i più piccoli, a workshop militareschi per gli adulti; per l’occasione verrà allestito anche un salotto dell’epoca per spiegare e vivere il ruolo della donna.

Tutto ciò per permettere al visitatore di accedere alla rievocazione in qualsiasi momento ed orario e poter assistere o partecipare alle numerose attività in programma. Ingresso 5 euro e gratuito sino ai 14 anni.

Per info, info@prolocopontisulmincio.it;

per il programma consultare il sito www.prolocopontisulmincio.it.

 

Agosto 1915, la guerra sugli altipiani

Da ilfatto24ore.it del 4 settembre 2015

GRANDE GUERRA - Nell’estate del 1915, cento anni fa, il fronte italiano infine si apre. La guerra assume nuove forme: quella della guerra bianca in alta quota e quella dei forti sugli Altipiani, simbolo indelebile del conflitto in Trentino.

La storia dei forti italiani e austro-ungarici della prima guerra mondiale vede le sue origini qualche decennio prima, quando i due stati non avevano ancora stretto accordi d’alleanza. Le prime fortificazioni costruite dal genio austro-ungarico risalgono alla seconda metà dell’Ottocento: progettate per uno scopo diverso - la difesa di Trento - quelle fortezze si trovano logicamente quasi tutte lontane dal confine e quindi dal fronte.

In una seconda fase, successiva alla firma della Triplice Alleanza del 1882, il generale Franz Conrad von Hötzendorf progettò una nuova linea fortificata che fu la protagonista di questa guerra tra fortezze. Diffidando dell’italico alleato - che peraltro rispose con i medesimi strumenti - l’Austria-Ungheria si preparò a un conflitto anche sul fronte meridionale, e per questo fortificò massicciamente il confine.

Nel quadro della più generale corsa agli armamenti che segnò il passaggio dall’Otto- al Novecento, anche gli italiani costruirono forti in prossimità del confine. L’obbiettivo dell’esercito di Vittorio Emanuele era quello di conquistare le irredente città di Trento e Trieste, portando a termine il processo di unificazione. L’Austria-Ungheria d’altra parte doveva difendersi. Da qui la costruzione di forti che da una parte e dall’altra rispondevano a esigenze diverse.

Da un lato, i forti dell’imperial-regio esercito si dotarono di strutture più solide per la difesa: fortemente corazzati erano molto più difficili da bombardare. Ne è un esempio il forte del Pizzo di Levico - Valsugana. Struttura costruita con scopi esclusivamente d’osservazione a 1900 metri di quota venne pesantemente bombardata dall’artiglieria italiana; i danni, seppur cospicui, non sortirono l’effetto desiderato e la fortezza rimase in funzione per tutto il periodo della guerra.

I forti italiani, invece, avevano una finalità diversa. Pensati come supporto per l’avanzata, vennero armati pesantemente. Al loro interno obici e cannoni dai calibri importanti, due o tre volte quelli dei piccoli calibri che armavano i forti austro-ungarici. D’altro canto, però, quelli italiani presentavano dei difetti. Il più importante è probabilmente la relativa debolezza delle loro strutture.

Ne è un esempio il forte Verena che, a venti giorni dall’inizio del conflitto, fu bombardato dagli austriaci. Un colpo particolarmente fortunato penetrò nella Santa Barbara - la zona dedicata allo stoccaggio delle munizioni - e distrusse il forte, uccidendo oltre 40 soldati. Ma anche i possenti forti austro-ungarici si rivelarono inadeguati allo scopo prefissato.

Molti furono distrutti o pesantemente danneggiati, ma soprattutto mancarono nella loro funzione originaria. Secondo Conrad, infatti, i forti del Trentino dovevano servire da avanzata verso l’Italia. Sfruttando la struttura geografica della regione - un saliente che penetra nel territorio italiano - dovevano essere la base per una presa del fronte orientale italiano. Una volta penetrati nella Pianura Padana dal Trentino, sarebbe stato più semplice per gli austriaci attaccare alle spalle truppe tricolori schierate lungo l’Isonzo.

Ma ciò non avvenne mai. In primo luogo perché gli alleati dell’Austria-Ungheria non diedero particolare importanza al forte meridionale in genere. L’Italia non era considerata una grande avversaria soprattutto dai tedeschi, che preferirono concentrare le loro forze al confine con la Francia o con la Russia. 

Ben presto, quindi, il ruolo di queste fortezze venne ridotto a baluardi del confine. Pochi violenti attacchi dell’artiglieria italiana causarono danni non sufficienti ad un arretramento del fronte, anche perché i conseguenti attacchi di fanteria non produssero risultati. Come racconta bene Fritz Weber nel suo noto romanzo autobiografico Tappe della disfatta, gli attacchi degli italiani non inflissero mai perdite eccessive all’esercito austro-ungarico ben riparato dietro alle cupole corazzate dei forti dell’Altipiano. di Elisa Corni

 

Povera Fortezza invasa dalle erbacce

Da iltirreno.it del 4 settembre 2015

PISTOIA. “Molto bella!! Peccato che la natura stia prevalendo troppo”. Così la pensavano Sandro e Mary di Asti, che il 3 gennaio scorso hanno visitato la Fortezza Santa Barbara, lasciando le loro impressioni nel grande quaderno all’ingresso.

Difficile dar loro torto: entrando nella Fortezza oggi, infatti, si ha proprio l’impressione che erbe e rampicanti stiano vincendo una guerra senza quartiere contro i vecchi mattoni della fortezza medicea, che offre di sé un’immagine di desolazione e abbandono ai pochi turisti che approfittano dell’orario di apertura (per la cronaca: dalle 8,15 alle 13,30, escluso il lunedì, ingresso libero) per visitarla. E pensare che si tratta di una delle pochissime fortezze medicee completamente intatte e complete di tutti e quattro i bastioni. Il problema è che la proprietà del grande edificio è dello Stato e la Sovrintendenza, che teoricamente dovrebbe occuparsene, ha da dividere le magre risorse con le richieste di Prato e, soprattutto, di una città d’arte internazionale come Firenze.

I periodici appuntamenti organizzati negli anni scorsi (basti ricordare la splendida rassegna organizzata dai fornai pistoiesi) e l’utilizzo (fino a due anni fa) come sede dell’arena cinematografica estiva da parte del Comune ne avevano garantito finora un minimo di manutenzione. Ma da qualche tempo a questa parte la situazione è precipitata.

Le uniche informazioni sulla Fortezza i visitatori le possono trovare su un cartello bilingue e piuttosto sbiadito all’ingresso. Dentro, non ci sono indicazioni che spieghino quello che si sta vedendo, né cartelli per guidare la visita. Il vasto cortile interno, dove fino a due anni fa d’estate si potevano vedere i film, è completamente invaso da erbacce alte fino al ginocchio. Farsi strada fino all’unica porta aperta sul cortile, quella della cappellina affrescata, è impresa ardua. Chi entra a visitare la Fortezza decide anche per questo, di solito, di prendere la strada delle mura, salendo sul lungo camminamento. Ma anche qui le erbacce la fanno da padrone: spuntano dappertutto tra i mattoni degli splendidi impiantiti della fortezza, alte e rigogliose. Gli stessi camminamenti sono in cattive condizioni di pulizia, tra foglie morte e detriti che disseminano il percorso. Un tratto di una delle balaustre è addirittura mancante ed è stato sostituito da alcune transenne e un po’ di nastro bianco e rosso. Proseguendo la camminata, in prossimità dell’angolo sud est dell’edificio, si arriva nei pressi del monumento ai caduti del sommergibile Scirè: ma il cannoncino del bastimento svetta (per il momento) su un mare di erbacce che quasi nasconde il basamento. Anche perché scendere dalla scaletta metallica che conduce sul prato dove si trova il monumento è una bella impresa, visto che per metà la scaletta stessa è stata ingoiata dall’invadenza dei rampicanti.

Insomma, una breve visita alla Fortezza è sufficiente a capire che il monumento è in condizioni di abbandono. Anche così, comunque, riesce a stappare commenti di meraviglia ai visitatori. Figurarsi cosa potrebbe rappresentare per Pistoia una struttura del genere debitamente valorizzata. Ma quanto ci sarà ancora da attendere? di Fabio Calamati

 

Il grande italiano di oggi: Francesco di Giorgio Martini

Da  leggotenerife.com del 2 settembre 2015

Celeberrimo per le sue straordinarie capacità creative… non solo nel campo dell’architettura, ma anche nei settori della scultura e della pittura. A quel tempo l’ingegniarius aveva un campo di azione molto più vasto rispetto ad oggi ed era principalmente un umanista ed un ricercatore, che spesso assumeva le vesti anche dell’inventore e del trattatista.

Nelle Marche il Martini realizzò soprattutto eccezionali opere di architettura militare: si tratta di magnifiche fortificazioni, vere e proprie macchine belliche dall’inconfondibile funzionalità.

vedi anche Francesco di Giorgio Martini


https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_di_Giorgio_Martini

 

Falsa bonifica di fortificazioni della guerra fredda: 4 indagati

Da ilgazzettino.it del 1 settembre 2015

di Paola Treppo


UDINE - Truffa aggravata a danno dello Stato e turbativa d’asta sono i reati accertati al termine di un’articolata attività investigativa coordinata dal Procuratore della Repubblica Aggiunto di Udine, Raffaele Tito, nei confronti di un funzionario già in servizio presso la Direzione Regionale dell’Agenzia del Demanio di Udine, e di tre imprenditori, uno cittadino italiano e due fratelli di nazionalità romena. L’indagine, del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Gorizia, ha permesso di riscontrare l’esistenza di lavori di messa in sicurezza e bonifica di alcune opere di fortificazione permanente, realizzate per scopi difensivi nel periodo post-bellico a ridosso della linea di confine, ricollocabili nel contesto della guerra fredda. In particolare, le Fiamme Gialle goriziane hanno rilevato come tali lavori fossero stati svolti in maniera superficiale e apparentemente finalizzati all’esclusiva asportazione delle cupole blindate in metallo del peso di alcune tonnellate l’una, successivamente cedute/consegnate ai centri per il recupero del metallo, e non anche alla messa in sicurezza delle strutture che le ospitavano. Proprio nel corso degli accertamenti avviati per chiarire gli aspetti di tali attività di “bonifica”, eseguiti anche monitorando alcuni siti web e forum frequentati da appassionati di fortificazioni militari ed in parte anche sulla scorta di alcune notizie apparse sulla stampa locale, i finanzieri hanno riscontrato l’esistenza di un’unica gara d’appalto indetta nell’anno 2012 dalla Direzione Regionale dell’Agenzia del Demanio per il Fvg con sede a Udine, finalizzata alla cessione di 30 cupole/torrette metalliche ubicate su altrettante fortificazioni.
tutt’altro che favorevole alle casse dello Stato nonostante l’elevatissimo business economico derivante dal recupero di tali pregiati materiali (trattasi di acciaio balistico). Infatti, non solo è emerso che la gara indetta è stata un maldestro tentativo di spostare l’attenzione degli investigatori dalle pregresse numerose cessioni gratuite dei medesimi materiali, ma la stessa è stata “pilotata” per far si che, alla fine, i bunker metallici venissero di fatto acquistati dalle medesime imprese che sino ad allora si erano accaparrate tonnellate di acciaio balistico, del valore di centinaia di migliaia di euro, senza alcun introito per l’Erario. Ciò è stato possibile mediante la partecipazione alla gara di una ditta “amica” che, dopo essersi illegalmente aggiudicata la licitazione – per un importo di denaro assolutamente inadeguato rispetto al reale valore del metallo in vendita - peraltro senza essere stata ufficialmente invitata a parteciparvi e senza avere la benché minima competenza. Tuttavia, ancorché inadeguato, nemmeno l’importo di aggiudicazione della gara (37.550 euro) è stato incamerato dallo Stato poiché, con la complicità del funzionario del Demanio, sono state prodotte false attestazioni di avvenuto pagamento dell’importo di gara, di fatto mai effettuato. Ora il Funzionario pubblico ed i tre imprenditori dovranno rispondere davanti alla Giustizia delle ipotesi di truffa aggravata a danno dello Stato e turbativa d’asta. Per il pubblico dirigente si prospetta anche l’assoggettamento ad una procedura di accertamento e recupero dell’importo di denaro non incassato dallo Stato per la gara esperita. Gli investigatori del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Gorizia stanno ora ricostruendo, in collaborazione con l’Esercito Italiano e con l’attuale Direttore Regionale dell’Agenzia del Demanio per il Friuli Venezia Giulia, quante siano state le cessioni “gratuite” delle cupole/torrette metalliche dei bunker, avvenute tra il 2010 ed il 2012, al fine di determinare il corrispondente danno Erariale.

 

IL MITO DI UNA “MINACCIA” RUSSA

Da comedonchisciotte.org del 29 agosto 2015

Non passa settimana senza che il Pentagono si lamenti di una lesiva “minaccia” russa 

Il responsabile dei Capi dello Staff Martin Dempsey è entrato nel territorio di marca Donald “conosciuto sconosciuto” Rumsfeld quando di recente ha tentato di concettualizzare la “minaccia”: “Le minacce sono una combinazione, o l’unione, di capacità ed intenzioni. Mettiamo da parte temporaneamente le intenzioni, perché non so quali siano quelle russe”. Quindi Dempsey ammette che non sa di cosa sta parlando. Quello che pare sapere è che la Russia è una “minaccia” in ogni caso – nello spazio, nello spazio cibernetico, nelle basi missilistiche, nei sottomarini.

Più di tutto, una minaccia per la NATO “Una delle cose che la Russia sembra fare è screditare, o ancora più subdolamente, creare le condizioni per un fallimento della NATO”. Quindi la Russia “sembra” screditare una NATO che ci ha già pensato da sola. Non è una grande “minaccia”. Tutti questi giochetti di retorica vengono messi in piedi mentre la NATO “sembra” prepararsi per un confronto diretto con la Russia. Non cadete in errore: Mosca vede l’atteggiamento bellicoso della NATO come una minaccia concreta.

PGS vs. S-500

Il presentarsi della “minaccia” avviene ogni volta che i centri di pensiero USA ricaricano la nozione di contenimento della Russia. Il famoso Stratford, facente capo alla CIA, ha sciorinato una propaganda che elogia la mente della Guerra Fredda George Kennan come autore della strategia di “contenimento della Russia”. L’apparato dell’intelligence statunitense non scherza: prima della sua morte, Kennan aveva detto che era il momento che gli USA andassero contenuti, non la Russia. Il contenimento della Russia – attraverso l’espansione di UE e NATO – è sempre stato un obiettivo in corso, perché l’imperativo geopolitico è sempre stato lo stesso: come il dottor Zbigniew “Grande Scacchiera” Brzezinsky non si è mai stancato di ripetere, prevenire la – minacciosa – crescita del potere eurasiatico, in grado di competere con quello statunitense. Di recente il concetto di “contenimento” può essere spiegato con lo smantellamento della Russia stessa. Ci si porta dietro anche il paradosso che l’infinita espansione della NATO verso est ha reso l’Europa dell’est meno sicura. Partendo dal presupposto che ci possa essere un confronto letale tra Russia e NATO, le armi tattiche nucleari russe distruggerebbero tutti gli aeroporti della NATO in meno di 20 minuti. Dempsey – in maniera criptica – lo ammette. Ciò che non può assolutamente ammettere è che se fosse stata presa una decisione a Washington, molto tempo fa, per prevenire l’espansione infinita della NATO, le mosse russe per migliorare il proprio arsenale nucleare sarebbero state inutili.

Geopoliticamente il Pentagono ha capito in che direzione il vento – della partnership strategica – sta soffiando: verso Cina e Russia. Questo cambio di equilibri di potere fondamentale si traduce anche nel fatto che le potenze militari di Cina e Russia messe assieme sovrastano quella della NATO.

In termini di potenza militare la Russia ha missili offensivi e difensivi migliori di quelli statunitensi, con il nuovo sistema missilistico terra-aria S-500 in grado di intercettare obiettivi supersonici e di proteggere in toto lo spazio aereo russo. Per di più, nonostante la breve turbolenza finanziaria, la strategia sino-russa per l’Eurasia – un’interconnessione delle Nuove Vie della Seta e l’Unione Economica Eurasiatica (EEU) – è destinata a sviluppare le loro economie e la regione fino ad un livello che potrebbe nel 2030 superare quella di USA e UE congiunte. Cosa resta alla NATO è mostrare la propria telegenica potenza militare come “Risoluzione Atlantica” per “mettere in sicurezza la regione”, specialmente la Polonia e le Repubbliche Baltiche, stati facili alla paranoia. Mosca, nel frattempo, ha reso noto che le nazioni che dispiegano sistemi missilistici di proprietà degli USA sul loro territorio saranno obiettivi dei loro sistemi di allerta di Kaliningrad. Il Gen. Magg. Kirill Makarov, il vice comandante delle Forze di Difesa Aerospaziali russe, ha già dichiarato che Mosca sta implementando le proprie capacità di difesa aeree e missilistiche per distruggere ogni – reale – minaccia proveniente dal Prompt Global Strike (PGS) statunitense. A dicembre 2014 nella dottrina militare russa, le infrastrutture militari della NATO e il PGS sono listati come le maggiori minacce per la sicurezza della Russia. Il Viceministro della Difesa Yuri Borisov ha dichiarato “LA Russia è in grado e sarà costretta a sviluppare un sistema come PGS”.

Dov’è il nostro bottino?

I giochetti retorici del Pentagono servono anche a mascherare un processo di grande valore: di base una guerra energetica – basata sul controllo del petrolio, del gas naturale e delle risorse minerali della Russia e dell’Asia centrale. Tutta questa ricchezza sarà sotto il controllo di oligarchi burattini “supervisionati” dai loro capi a New York e Londra o dalla Russia e dai suoi partner asiatici? Da qui l’incessante guerra della propaganda. Può essere d’esempio il fatto che i Padroni dell’Universo abbiano resuscitato il vecchio alibi del contenimento/della minaccia geopolitica – diffuso da quella che potremmo chiamare la connessione  Brzezinsky/Stratfor – per coprire, o camuffare, un altro evento estremo.

Il fatto è che la vera ragione per la Guerra Fredda 2.0 è che il potere finanziario di New York/Londra ha accusato una perdita di più di 3 trilioni di dollari, quando il Presidente Putin ha tirato fuori la Russia dai loro piani di lucro.

Lo stesso si può applicare anche al colpo di stato di Kiev – messo in atto dagli stessi poteri finanziari di Londra e New/York per impedire a Putin di rovinare le loro speculazioni in Ucraina (le quali, tra l’altro, proseguono senza sosta, almeno dal punto di vista agricolo). Il contenimento/la minaccia viene ribadita ad alto volume per prevenire con tutte le forze una partnership strategica tra Germania e Russia – che la dottrina Brzezinsky/Stratfo vede come una minaccia per l’esistenza degli USA. Il sogno erotico di questi – condiviso, guarda caso, dai neo-con – sarebbe un glorioso ritorno al saccheggio della Russia degli anni ’90, quando il complesso industriale/militare era collassato e l’occidente si prendeva le risorse naturali nel Regno a Venire. Non succederà mai più. Quindi quale sarebbe il piano B del Pentagono? Creare le condizioni per trasformare l’Europa in un potenziale portatore di una minaccia di guerra nucleare. Questa è una vera minaccia, sempre che ce ne fosse una prima. Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com. Fonte: http://sputniknews.com/ Link: http://sputniknews.com/columnists/20150825/1026161727/myth-of- ussian-threat.html

 

Bunker tedesco sulla spiaggia di Fondi

Da h24notizie.com del 27 agosto 2015

Echi di guerra dalla spiaggia di Fondi. Mercoledì, nel bel mezzo del tratto sinistro dell’arenile di Sant’Anastasia, all’altezza dell’area antistante l’omonimo campeggio, sono ricomparsi i resti di un fortino del secondo conflitto mondiale, che periodicamente tornano alla luce grazie all’azione delle maree.

Una base esagonale in muratura a fil di sabbia, appartenente ad uno dei tanti bunker tedeschi tirati su lungo il litorale locale tra il ’42 e il ’43.

Presenza nota: dal Reich avevano ipotizzato che gli Alleati, poi sbarcati nel gennaio ’44 ad Anzio, fossero pronti ad aggirare la linea Gustav proprio approdando sulle coste fondane. di Mirko Macaro

 

Torri Costiere Leccesi, un bando per salvarle prima che sia troppo tardi

Da lecceprima.it del 24 agosto 2015

LECCE – Giunge da Gabriele Molendini di Lecce Bene Comune il grido d’allarme per salvare le tre torri costiere di avvistamento presenti nel territorio di Lecce (una delle quali, Torre Veneri, in zona militare). Le torri sono, infatti, gravemente danneggiate e, in mancanza di interventi conservativi vedranno ulteriormente peggiorare il già precario e residuo stato di conservazione. La settimana scorsa è stato pubblicato un bando dalla Regione Puglia, nell’ambito del Fondo di sviluppo e coesione 2007/2013 per “Interventi di recupero, di restauro e valorizzazione dei beni architettonici ed artistici” con contributi finanziari agli enti locali proprietari o comunque detentori dei beni, che potrebbe essere utilizzato proprio per il recupero e la valorizzazione delle nostre torri costiere.
A rendere complessa la vicenda, oltre la scadenza del bando, prevista per il 15 settembre, la proprietà dei beni. Risultato difficile stabilire se costituiscono demanio di pertinenza del Comune, della Provincia ovvero dello Stato: la stessa Soprintendenza, interpellata dallo stesso Molendini, ha bisogno di fare delle verifiche. Per questo Lecce Bene Comune rivolge un appello a tutti gli enti potenzialmente interessati perché non venga persa questa opportunità così preziosa per la storia e l’identità di un territorio, specialmente nell’anno in cui Lecce è insignita del titolo di capitale italiana della cultura.

Incredibilmente nessuna delle torri ha neppure un cartello indicatore che ne rammenti il nome, l’anno di costruzione e i relativi cenni storici. Si tratta di manufatti storico-architettonici di notevole importanza. Realizzati nel XVI secolo, sotto la dominazione spagnola, erano funzionali ad un’interconnessione con tutte le altre torri dislocate sulla costa e guarnigioni castelli e fortilizi dislocati nel territorio per la difesa dalle frequenti incursioni piratesche. A quel tempo non era affatto insolito che pirati saraceni si avventurassero fino alle coste salentine per approdarvi e fare razzia delle ricchezze prodotte dal territorio e detenute da popolazioni, manieri e strutture masserizie. Purtroppo questa splendida testimonianza della storia e mirabile esempio architettonico rischia inesorabilmente di scomparire per mancanza di manutenzione e restauri conservativi.

 

Torri costiere leccesi, un bando regionale per salvarle prima che si troppo tardi
Torri costiere leccesi, un bando per salvarle prima che sia troppo tardi



 

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Torri costiere leccesi, un bando regionale per salvarle prima che si troppo tardi
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Ventimiglia: l'ASVAL vuole il recupero dei bunker del vallo Alpino, "Vogliamo farne musei per incrementare il turismo"

Da sanremonews.it del 23 agosto 2015

Dopo più di settant'anni un gruppo di giovani imperiesi sta cercando di far tornare alla luce una delle pagine meno conosciute dell'impegno bellico italiano nella seconda guerra mondiale. E lo fa con il sostegno dei nemici di allora: i francesi.

"Noi abbiamo l'obiettivo di far tornare alla luce alcune fortificazioni del Vallo Alpino - spiega Antonio Fiore - per renderle fruibili come musei e reperti di una storia recente, ma poco conosciuta. Non abbiamo alcun intento nostalgico, ma semmai l'obiettivo di incrementare una forma di turismo, simile a quella che attira migliaia di visitatori nella restaurata Linea Maginot, in Francia"

Fiore vive a Vallebona, ha un'impresa di video produzioni sportive,conosciuta in tutta Italia. Insieme a pochi suoi amici, che avevano le sue stesse competenze sulla storia dell'Italia nella seconda guerra mondiale, nel 1992 costituì l' Associazione per lo studio del Vallo Alpino "ASVAL", gemellata con l'analoga istituzione francese EO3.

Lo spazio grigio verde dell'ASVAL è stata una delle attrazioni della giornata del libro che si è svolta a Triora. Una serie d tavole "didattiche" che spiegano la connotazione di un delle più gigantesche opere di architettura militare italiana, introduce allo spazio espositivo in cui facevano bella mostra alcuni rari reperti, scovati in tutt'Italia dal sodalizio imperiese.

"Questa è un'uniforme autentica di un tenente della Gaf, la Guardia alla frontiera. Era il reparto che nel Regno d'Italia si occupava di sorvegliare i confini- spiega il cicerone Fiore- quest'altro è un rarissimo telefono da campo utilizzato nella guerra di Spagna e poi assegnato anche ai reparti del Regio Esercito. Lì c'è un raro mortaio da 80 ovviamente disattivato che ha fatto tutta la guerra. Questi reperti scovati in giro per l'Italia sono rigorosamente compatibili con la vita che si svolgeva nel Vallo Alpino"

Il Vallo è un'opera poderosa di ingegneria militare messa in campo dagli italiani prima della guerra. "Era la nostra Maginot. Si tratta di un insieme organico di 2500 bunker realizzati lungo tutta la cerchia delle Alpi che doveva servire a difendere i confini italiani, e analogamente era stato fatto nelle colonie africane - dice Antonio Fiore - Noi, dopo anni di lavoro sottratto al nostro tempo libero, entro l'estate del 2016 renderemo visitabile il bunker 261 che si trova nella zona di Vievola nel territorio, ora francese, del comune di Tenda. I francesi ci hanno dato una grossa mano. Il comune d'oltralpe ha compreso la nostra idea ed ha speso 20 mila euro per portare nell'ex insediamento militare la corrente elettrica. Eppoi c'è stato l'aiuto materiale dell'associazione francese EO3 con cui siamo gemellati. Loro sanno quale impulso turistico abbia avuto l'area in cui è stata restaurata la linea Maginot"

Parallelamente va avanti, ma con molta difficoltà, per le procedure burocratiche frapposte dall'amministrazione italiana, il recupero di un altro bunker del vallo che si trova a Roverino nel comune di Ventimiglia. "Comunque ora abbiamo avuto un incontro con il sindaco Ioculano - conclude il presidente dell'Asval - si tratta di un giovane che comprende l'importanza del nostro sforzo e dell'incremento che potrebbe derivare all'economia della zona".

Intanto l'associazione che ora conta venti soci da continua l'opera divulgativa. Uno di loro Davide Bagnaschino, ha scritto due piccole pubblicazioni che con dovizia di particolari riaprono con documenti alla mano, il capitolo, semi sconosciuto, di una guerra persa, in cui comunque l'ingegneria militare italiana fece la sua parte con grande impegno."Noi italiani dovremmo essere meno autolesionisti, come ci insegnano i francesi" È il commento di un turista dopo aver visionato con attenzione le tavole che hanno fatto "rivivere" il Vallo dimenticato su un antico muro in pietra di Triora. Per ora. 

 

Lucerna: finiti i lavori di restauro delle fortificazioni

Da cdt.ch del 21 agosto 2015

LUCERNA - I lavori di restauro delle fortificazioni della città vecchia di Lucerna sono terminati. La fattura ammonta a 12 milioni di franchi, pagati dai contribuenti e da privati, e il cantiere è durato dieci anni.

Le mura del Musegg (in tedesco Museggmauer), terminate nel 1408, è un'opera lunga 870 metri e comprendente nove torri. Sono state riconosciute come parte del patrimonio architettonico nazionale.

All'inizio del 2000 le fortificazioni erano notevolmente degradate e rischiavano di crollare a causa di infiltrazioni d'acqua e di radici di alberi. Un comitato si è mobilitato per salvarle creando una fondazione assieme a Città e Cantone.

Sono state restaurate tutte le mura di cinta, che in media misura 9 metri di altezza e 1,5 metri di spessore, e sei delle nove torri.

 

 

“Le Fortezze di Sarzana” sono online. E il Castello della Brina si amplia

Da cittàdellaspezia.com del 21 agosto 2015

Sarzana - Dopo la messa in rete delle due Fortezze sarzanesi, che grazie ad una gestione unificata sono oggi entrambe aperte e visitabili tutto l’anno con un biglietto cumulativo, si compie un nuovo importante passo per il consolidamento del marchio “Le Fortezze di Sarzana”.


È infatti online il sito www.lefortezzedisarzana.com che unisce ulteriormente le due strutture, con l’intenzione di implementare e migliorare i servizi a disposizione di turisti, curiosi ed appassionati alla ricerca di informazioni sulle attrazioni turistiche della città di Sarzana.

Dalla pagina di apertura è possibile ricevere le prime nozioni riguardanti le due opere fortificate, per poi scegliere quale sito specifico visitare. Nei prossimi mesi, inoltre, verrà introdotta una nuova sezione dedicata al Castello della Brina.

Proprio all’interno della Fortezza di Sarzanello è in fase di ultimazione l’allestimento della sala espositiva dedicata al sito archeologico. La “sala della Brina” ospiterà i reperti trovati durante gli scavi archeologici effettuati dove, un tempo, sorgeva il castello e dove, ancora oggi, è possibile ammirare i resti dell’antica torre.

La promozione del marchio “Le Fortezze di Sarzana”, come la gestione delle due strutture, è al momento affidata alla cooperativa Earth che, in collaborazione con il Comune di Sarzana, sta effettuando, da un anno a questa parte, una campagna di comunicazione volta a valorizzare le due fortificazioni, creando i presupposti per lanciare un vero e proprio brand turistico (con tanto di logo) per promuovere al meglio le bellezze cittadine.

Oltre al sito internet, che unisce le due Fortezze, in questi giorni sono in distribuzione, per tutta la provincia, brochure e volantini informativi delle due Fortezze. L’attività è sostenuta grazie anche al sostegno della locale Banca della Versilia Lunigiana e Garfagnana.

 

Cosa vedere in Francia: i bunker del Vallo atlantico della Gironda

Da travelblog.it del 20 agosto 2015

Tra il 1940 e il 1944 Soulac-sur-Mer – comune francese di poco meno tremila abitanti nella Francia centro-occidentale – è stata un anello della maglia di acciaio e cemento dell'Atlantikwall, il Vallo atlantico, il sistema di fortificazioni costiere costruito dal Terzo reich: una serie di poderose fortificazioni lungo tutte le coste dell'Europa nord-occidentale, dalla Norvegia alla Francia, per difendere le posizioni tedesche dagli sbarchi alleati.

Oggi è una nota stazione balneare, ma perché la memoria non vada perduta, Jean-Paul Lescore, appassionato di Storia nato a Soulac e testimone diretto della costruzione dei bunker durante l'occupazione tedesca, organizza visite guidate all'interno di queste postazioni, figlie di un passato sempre più remoto, per evitare che cadano nell'oblio.

Nel corso delle visite l’uomo spiega anche il codice cifrato dei bunker tedeschi:

Quando organizzo le visite guidate colgo lo stupore e la gioia di quanti mi seguono e sono contento di trasmettere loro la mia passione.

 

Venezia. modesta proposta per gli antichi cannoni ricuperati per il Mose

Da ilsole24ore.com del 19 agosto 2015

Alle bocche di porto che mettono in collegamento la laguna di Venezia con il golfo di Venezia (le bocche di porto sono tre: Lido, Malamocco e Chioggia) da molti secoli ci sono fortificazioni. Questi forti servivano a proteggere Venezia da aggressioni via mare. Ci sono “i due castelli” di San Niccolò alla bocca di porto del lido, di origine medievale; il forte degli Alberoni a Malamocco; il forte san Felice a Chioggia, e poi altre fortificazioni (il cinquecentesco forte di Sant’Andrea, la Torre Massimilianea di Sant’Erasmo, gli Ottagoni e così via).
Alcune fortezze sono della serenissima, altre sono state costruite dopo il 1815 dagli austriaci. Ci sono infine fortificazioni più recenti, bunker e residui di batterie costiere.

Per la costruzione delle dighe ottocentesche all’imbocco della laguna (i progetti e le realizzazioni cominciate per esempio da Paleocapa), i vecchi cannoni ad avancarica delle batterie furono dismessi e riutilizzati come bitte d’ormeggio. I colossali cannoni costieri ad avancarica dei forti sono stati cementati a mo’ di bitte nel corpo delle dighe d’accesso. Le “culatte” dei cannoni sporgono ogni centinaio di metri dal piano di calpestio delle dighe di Alberoni, Pellestrina, San Niccoletto, Punta Sabbioni. I cantieri del Mose hanno smantellato lunghi tratti delle dighe per potervi costruire la grande opera contro le acque alte. Alcuni antichi e preziosi cannoni, nei tratti non toccati dal lavori, sono ancora al loro posto; ma molti di questi manufatti pregiati sono stati estratti insieme con lo smantellamento delle dighe per realizzare le opere del Mose. ho fotografato uno di questi cannoni che il Consorzio Venezia Nuova non ha estratto dalle dighe. molti altri invece sono stati tolti.

Domande.

Dove sono stati messi i cannoni estratti dalle dighe? In che condizioni erano? Che destinazione ha dato loro la sovrintendenza? Che programmi di riutilizzo degli antichi splendidi cannoni prevede il progetto Mose? 

La mia modesta proposta per il Consorzio Venezia Nuova. Quanto rimane di queste preziose e rare testimonianze storiche estratte dal Consorzio Venezia Nuova potrebbero essere disposte allineate, a ricordo delle batterie costiere dei secoli scorsi, a mo’ di batteria su basamenti di calcestruzzo a fianco di uno degli edifici tecnici di servizio del Mose alle bocche di porto di Venezia. Secondo il loro numero, potrebbero essere un solo allestimento di diversi cannoni, oppure più allestimenti alle diverse bocche di porto. Per analogia, questi cannoni allestiti su una spalla di calcestruzzo sarebbero un completamento del paio di cannoni veneziani contro l’assedio austriaco del 1849 che sono stati montati sul bastione a metà del ponte ferroviario translagunare, le cui bocche da fuoco sono rivolte verso Marghera. Mi farebbe piacere se il Consorzio Venezia Nuova rispondesse alle mie domande. di Jacopo Gilberto

 

 

I segreti della Guerra Fredda sepolti nella nostra regione - Tra il 1945 e il 1990 il Friuli Venezia Giulia è stato l’utima barriera tra Occidente e Oriente

Da ilfriuli.it del 15 agosto 2015

Il Friuli Venezia Giulia è, fin dall’alba dei tempi, un crocevia fondamentale per chi viaggia verso l’Italia e il Mediterraneo venendo da Nord e da Est. Le sue montagne basse e i valichi facili in tutte le stagioni lo hanno esposto nei secoli a ripetute invasioni provenienti da Oriente. Unni, Goti, Avari, Ungari, Turchi sono sempre entrati nella Penisola attraverso la stessa porta, la cosiddetta ‘soglia di Gorizia’, dove le cime vanno smussandosi e l’Isonzo è ovunque guadabile. Da qui inizia un corridoio pianeggiante che si addentra nel cuore della regione, attraverso un asse viario antichissimo, la famosa ‘Stradalta’ o via ‘Ungheresca’, oggi chiamata più comunemente ‘Napoleonica’.

Prove sotto copertura
La difesa della ‘soglia di Gorizia’ fu la causa delle famose 11 battaglie dell’Isonzo, durante la Grande Guerra, e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’inizio di quel periodo di tregua armata noto come ‘Guerra Fredda’, che si protrasse dal 1945 al 1990, il motivo per la realizzazione di un complesso ed articolatissimo teorema di difese e installazioni militari oggi definitivamente dismesso.
Fino alla caduta dell’Urss, la nostra regione era il primo bastione del Patto Atlantico e del mondo occidentale, un segmento fondamentale di quella ‘cortina di ferro’, che dal Mare del Nord alla Turchia, passando per il muro di Berlino, tagliava in due l’Europa e il mondo. Qui erano dislocati, in uno stato di perenne allerta, i due terzi delle nostre Forze Armate. Due generazioni di soldati italiani si sono succedute ai confini orientali, aspettando che il nemico si materializzasse da un momento all’altro sui bassi crinali delle Alpi Giulie, come la guarnigione della mitica fortezza Bastiani del ‘Deserto dei Tartari’ di Dino Buzzati.
All’insaputa dell’opinione pubblica e della maggioranza dei cittadini, il Friuli Venezia Giulia era puntinato di istallazioni segrete, mentre i piani di arresto di una ipotetica invasione erano provati periodicamente proprio qui, sul nostro territorio.
Oggi lo scacchiere internazionale è completamente cambiato, il baricentro si è spostato verso il Mediterraneo e l’area mediorientale, così le istallazioni sono state abbandonate (nella nostra regione siamo passati nel giro di vent’anni da 150 a 12 caserme operative) e molte informazioni desecretate. “La difesa territoriale  - spiega Eligio Grizzo, ufficiale dell’Esercito in congedo e studioso di storia militare -   si esprimeva attraverso reparti mobili corazzati e di fanteria con il forte ausilio di fortificazioni permanenti, dette ‘opere’, arredate principalmente da cannoni controcarro, mitragliatrici, posti di osservazione e comando”. Alcune, molto semplici, erano costituite da torrette di carro armato interrate; altre erano molto più elaborate.  Le ‘opere’ si estendevano principalmente a ridosso del confine della Ex Jugoslavia e, secondo le direttrici Nord-Sud, lungo le rive destre dei fiumi maggiori: Isonzo, Judrio, But, Torre-Fella, fino al Tagliamento, che costituiva l’ultima linea di difesa fissa.
Altre fortificazioni erano costruite in prossimità degli assi stradali principali. Spesso si trattava di postazioni con cannoni celate dentro magazzini di materiale dell’Anas. Altre opere, dotate di armi automatiche, erano mascherate da covoni. Un espediente piuttosto ingenuo, soprattutto per le collocazioni spesso improbabili. Per esempio è ancora visibile un ‘covone’ su una piazzola dell’autostrada A4, a un chilometro e mezzo circa dall’uscita di Villesse. Ma non solo: sul greto del Tagliamento, tra Venzone e l’uscita dell’autostrada ‘Carnia’, c’è ancora il ‘fornello’ per l’inserimento di una mina nucleare tattica, l’extrema ratio in caso di sfondamento delle linee, per contaminare l’intera area e ritardare l’avanzata del nemico lungo quella direttrice. Il ‘fornello’ si presenta come un gigantesco sasso, completamente cavo al suo interno, al quale si accede attraverso un piccolo pertugio. Altri fornelli atomici pare siano presenti anche nel territorio della ‘Soglia di Gorizia’. L’invasione titina In realtà, lo stato d’allerta delle nostre truppe non superò mai il livello ‘Verde’, quello dell’addestramento normale, se non in una occasione, nel 1953, quando sembrava imminente un’invasione del Friuli Venezia Giulia da parte dell’esercito Titino.  Per il resto, salvo le periodiche manovre Nato, le cosiddette Display Determination, e qualche  innocua scaramuccia sulla linea del confine per lo spostamento dei cippi, la vita sul fronte orientale scorse piuttosto tranquilla. Almeno questo è quello che ci è dato sapere.

 

Apertura bunker: a ferragosto nuovi orari

Da ilgiornaledivicenza.it del 13 agosto 2015

In occasione di ferragosto, sabato 15 agosto 2015, il bunker di Kesserling alle terme di Recoaro sarà visitabile il mattino dalle 10 alle 11 e il pomeriggio dalle 14 alle 18.

Domenica 16 sarà aperto sempre dalle 14 alle 18. Inoltre per gruppi di una decina di persone è possibile, rivolgendosi allo IAT di via Roma, ottenere un'apertura straordinaria.

L'attività è curata dalla Pro Loco di Recoaro.

 

Collio, la guerra fredda vista dal Dosso dei Galli

Da bresciaoggi.it del 12 agosto 2015

È uno straordinario viaggio nella storia e nella memoria quello in cartellone per questa sera dalle 20,30 nel Centro congressi di Collio. Si parlerà della vecchia base Nato del Dosso dei Galli; delle grandi antenne paraboliche che dal 1969 al 1995 hanno sorvegliato la «Cortina di ferro». A raccontare quell'epoca, col patrocinio del Comune e per l'organizzazione della associazione culturale locale «Vivere la nostra storia», saranno gli ex operatori del centro di ascolto: gli amici del gruppo «Idgz Ace High team», proprio i militari che si occupavano di un compito segreto e delicatissimo. Sarà un «amarcord» anche per i vecchi scialpinisti che negli anni '70 giravano di cresta in cresta sul Maniva con ai piedi gli sci di legno con le lamine fissate con le viti. Diretti ai Setteventi, salivano sempre il Dosso dei Galli, e una volta davanti piegando a destra, e aggirando la base militare, scendevano dalla parte opposta evitando di tagliare la parete verticale a Nordovest. Sul piazzale delle antenne il personale militare riconosceva da lontano gli appassionati, e le sentinelle si facevano avanti invitandoli a bere un caffè. Non c'erano molti satelliti in orbita all'epoca, e lassù c'era una delle 49 stazioni Troposcatter Nato (Idgz in codice) divenuta di primaria importanza dopo l'uscita della Francia dall'Alleanza atlantica. Utilizzava un sistema ritenuto affidabile anche in condizioni meteo avverse: il segnale radio a microonde in fascio stretto lanciato verso la troposfera superava gli ostacoli, scendeva, era intercettato e rilanciato dalle diverse stazioni a «balzi» (quello del Dosso sparava verso Malta, Grecia e Turchia), e poteva far scattare un allarme in tempo reale su una linea di 12 mila chilometri. Poi arrivò un esercito di satelliti; nel 1995 la Nato lasciò la base e offri agli enti pubblici la possibilità di acquistarne gli edifici. Si parlò di un grande rifugio in quota ma tutto finì in niente. Stasera si racconterà questa storia e ci sarà anche un annuncio: gli ex operatori e Vivere la nostra storia vogliono creare un museo permanente. oE.BERT.

 

I castelli catari candidati a Patrimonio dell’Unesco

Da fidelityhouse.eu del 12 agosto 2015

I castelli catari sono tra le attrazioni turistiche più gettonate della regione francese della Linguadoca. Risalenti al secolo XII, i castelli catari sono delle imponenti fortificazioni arroccate sulle cime più alte delle montagne, molto difficili anche da raggiungere e per questo affascinanti e pieni di mistero. I castelli catari sono stati i protagonisti della Crociata albigese e hanno svolto un ruolo molto importante nella regione Midi-Pirenei per favorire l’espansione della Chiesa catara e per proteggere i numerosi cristiani perseguitati.

I castelli in verità sono dei villaggi fortificati a cui centro si trova un torrione: qui viveva il signore locale e per la sua importanza storica i castelli catari sono candidati all’inserimento nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Tra questi si distinguono le rocche catare di Montségur, di Lastours/Cabaret, Peyrepertuse, Puivert, Puilaurens, Queribus, Termes, Aguilar e Roquefixade. Ogni anno le rocche catare attirano circa 400mila turisti che da ogni parte del mondo vengono qui per  ammirarne la bellezza e l’originalità.

Se i castelli catari entrassero nel patrimonio dell’Umanità dell’Unesco il numero di visitatori potrebbe crescere enormemente durante l’anno e favorire la presenza di turisti provenienti dai paesi asiatici. Il sindaco di Duilhac, sede della rocca di Peyrepertuse, ha commentato così la scelta di candidare i castelli catari all’Unesco:”I catari non erano dei costruttori, loro non hanno mai costruito nulla. Queste sono delle fortezze medievali edificate su antichi castrum che appartenevano ai signori occitani e che furono conquistate durante le crociate”. 

Le rocche catare presto quindi potranno essere conosciute in tutto il mondo da un punto di vista diverso, come monumenti preziosi da salvaguardare per la loro testimonianza di un mondo ormai passato che non tornerà più ma che affascina anche dal punto vista storico religioso. Una importante decisione che senza dubbio attirerà nuovi visitatori e permetterà alle fortificazioni di essere protette dall’usura del tempo che corre.

 

Saseno, l'isola bunker dell'Albania comunista apre ai turisti

Da askanews.it del 10 agosto 2015

Roma, (askanews) - È stata la base militare più segreta dell'Albania comunista nonché postazione di vedetta alle porte dell'Adriatico: oggi l'isola di Saseno apre ai visitatori i suoi bunker e tunnel anti-atomici, immersi in una natura selvaggia, con le autorità che sperano di farne un'attrazione turistica.

Il direttore dell'Agenzia nazionale della costa albanese, Auron Tare: "Questa - dice - è un'isola che può riflettere l'Albania comunista, una zona bellissima circondata da filo spinato, installazioni militari, completamente isolata dal resto del mondo e convinta che sarà attaccata, ma così non è mai stato. In un certo modo rappresenta il passato dell'Albania".

Secondo Tare è una destinazione per viaggiatori che si fanno delle domande e non certo per il turismo di massa. "È un luogo per viaggiatori che vogliono provare l'esperienza di qualcosa che assomigli a una capsula temporale - ha concluso - per viaggiare indietro nel passato e capire cosa sia l'isolamento".

Mihal Lule, ex soldato che su questa piccola isola montagnosa ha vissuto 17 anni all'epoca della dittatura comunista (1945-1990), la ricorda così: "Pensavamo alla guerra 24 ore su 24 per difenderci dal nemico, la pressione psicologica era grande", spiega. "I nostri possibili aggressori erano il blocco sovietico e la Nato, considerati minacce per l'integrità territoriale dell'Albania".

Saseno, situata all'entrata della baia di Valona, nel canale D'Otranto, è attraversata da oltre 3.600 bunker, chilometri di tunnel e installazioni sotterranee - tra cui un cinema, una scuola e un ospedale.

Fortezze Storiche un altro passo verso l'Unesco

Da l'arena.it del 8 agosto 2015

"Le opere di difesa veneziana tra XV e XVII secolo": è il nome del sito seriale transnazionale all'interno del quale anche Peschiera del Garda chiederà l'iscrizione nella Lista dei Patrimoni dell'Umanità (World Heritage List) dell'Unesco. Il progetto, avviato nel 2009, in Italia abbraccia anche Bergamo (Comune capofila), Palmanova (Udine), Venezia, Chioggia e comprende anche la Croazia con Zara, Sebenico e Curzola e il Montenegro con Castelnuovo e Cattaro.

Nel 2014 ha ottenuto un primo via libera grazie all'iscrizione nella «lista propositiva», con cui l'Unesco ha incaricato i richiedenti di produrre la parte storico documentale più corposa. Una seconda svolta è arrivata a metà luglio, quando Regione Lombardia, provincia e comune di Bergamo hanno sottoscritto il Protocollo d'intesa nazionale «per la definizione e l'attazione della parte nazionale dei dossier di candidatura e del piano di gestione del Sito». L'obiettivo, ha spiegato in quella occasione l'assessore regionale alle Culture identità e autonomie Cristina Cappellini, è fare in modo che questo sito rappresenti la candidatura italiana all'Unesco per il 2016.

Lo conferma anche l'assessore alla cultura di Peschiera Elisa Ciminelli: «Stiamo preparando il dossier per presentare la candidatura, siamo a un ottimo punto nonostante i ritardi accumulati a causa del Montenegro, che sembrava si ritraesse per carenza documentale, situazione peggiorata dal fatto che mancava un referente alla cultura», fa sapere Ciminelli, precisando che «oggi i problemi si sono risolti». A marzo di quest'anno il protocollo era stato approvato dal comune di Peschiera, che rinviava la sottoscrizione anche agli altri soggetti (Demanio dello Stato e Cassa depositi e prestiti) proprietari di parti delle mura e dei fabbricati della fortezza arilicense. I vari dossier del progetto dovranno essere presentati unitariamente entro febbraio: se il termine sarà rispettato, da quel momento l'Unesco avrà 18 mesi di tempo per decidere se inserire o meno il Sito transnazionale nella World Heritage List. Il primo riconoscimento ottenuto da Peschiera risale al 2011, quando i siti palafitticoli di località Belvedere e del laghetto del Frassino sono stati definiti Patrimonio mondiale dell'Umanità assieme a quelli di altri sei Stati europei, tutti ricompresi tra i «Siti palafitticoli preistorici attorno alle Alpi». di Katia Ferraro.

 

 

I forti di Portoferraio nell’Isola d’Elba

Da

L’Isola d’Elba è una magnifica cornice naturale che fronteggia la regione Toscana. Si tratta di un’isola speciale, che da millenni rappresenta un punto di villeggiatura per chi ricerca un mare molto bello e delle bellezze naturali particolari, un po’ selvagge e ricche di fascino. L’isola d’Elba ha infatti saputo mantenere inalterato il suo fascino originario e, anche al giorno d’oggi, si propone come un’isola ricca di bellezze naturali, di riserve e di piccoli borghi dove è possibile respirare l’aria del passato. 

Chi sceglie di visitare quest’isola e di trascorrerci le vacanze può dedicarsi al relax, alla vita di mare e alle lunghe nuotate, ma anche scoprire i tanti itinerari dell’entroterra che offrono la possibilità di fare lunghe e panoramiche passeggiate. Terra e mare si fondono, infatti, in quest’isola così bella, piccina ma ricca di attrattive storiche e culturali. Il tutto senza trascurare il relax e la vacanza, infatti oltre allo splendido paesaggio naturalistico potete trovare numerosi alberghi Elba con animazione perfetti per una vacanza in famiglia con bambini. In particolare, la località di Portoferraio si rivela ricca di fortificazioni dell’epoca medicea, che ancora oggi si stagliano nell’azzurro del mare e che rappresentano delle mete belle e alternative da visitare durante la stagione estiva. Si tratta di tre forti storici, la Torre della Linguella, il forte Stella e il forte Falcone, tre imponenti strutture che sono dislocate a poca distanza fra di loro e che possono essere visitate durante una passeggiata pomeridiana o serale, per godere del panorama magnifico che essi offrono e per conoscere un po’ di storia di questi carismatici luoghi.

La torre della Linguella

L’isola d’Elba annovera molte fortificazioni nel suo territorio e, come accade in molte isole del nostro Paese, si tratta di edifici che venivano impiegati per visionare l’orizzonte e proteggere le coste dall’arrivo delle flotte di invasori. Molte di queste fortificazioni sono rimaste inalterate nel corso del tempo e, al giorno d’oggi, rappresentano una bella attrazione da visitare. È questo il caso della torre della Linguella, un imponente edifico che si trova nella punta omonima e che si chiude con forma di ferro di cavallo nella darsena di Portoferraio. Questo edificio è accessibile percorrendo la calata, quindi si tratta di una bella passeggiata che può essere compiuta durante la giornata, per ammirare il mare da un punto di vista diverso e scoprire la storia dell’isola.

L’accesso dell’area della torre di Linguella è aperto solo nelle stagioni estive, mentre le zone interne sono spesso adibite a mostre d’arte, quindi vengono aperte in speciali occasioni e non durante tutto il corso dell’anno. Chi viaggia nell’isola d’Elba può quindi controllare se si stanno esponendo delle opere in questo edificio, in quanto si tratta di un’occasione molto bella e speciale per gustarsi una mostra in un luogo davvero unico in tutta Italia. La torre della Linguella ha una forma ottagonale e si alza per ben tre piani con soffitti costruiti a volte. Il terzo e ultimo piano è sormontato da una speciale piattaforma, che un tempo era adibita a ospitare le cannoniere. Purtroppo la torre fu pesantemente bombardata durante la Seconda guerra mondiale, quindi il suo assetto originario è stato mutato, ma una sapiente ristrutturazione ha potuto far tornare agli antichi fasti l’edificio, anche se la porta centrale al piano terra è andata a sostituire l’affascinante entrata originale, che era quella affacciata alla darsena. La forma della torre della Linguella ricorda moltissimo la bocca di un martello e, per questo motivo, essa è chiamata la torre del Martello, o anche la torre del Passanate, in quanto nell’edificio venne recluso l’attentatore del re Umberto I.

L’edificio ha un fascino molto speciale, perché la sua posizione lo fa emergere dal mare e il seminterrato si trova addirittura sotto il livello dell’acqua, un tratto che purtroppo gli fa subire frequenti allagamenti, soprattutto nel periodo delle alte maree. La struttura e la posizione sono però speciali, giacché la torre sembra un edificio immaginario e onirico, che si erge dalle maree e che sembra realmente essere costruito in mezzo al mare.

Storicamente la torre può essere considerata uno dei capolavori medicei che si trovano a Portoferraio, sia per la sua struttura così speciale, sia per i materiali che sono stati impiegati per realizzarla, un mix di mattoni e di marmo che donano alla torre un dolce e carismatico colore rosato, il quale diventa più acceso e infuocato durante i tramonti e che si associa al blu delle acque dando vita ad un paesaggio naturale e architettonico davvero “sui generis”. Si tratta del terzo caposaldo difensivo, assieme alle torri di Stella e Falcone che si trovano nella località di Portoferraio, ed è posteriore alle costruzioni di queste due roccaforti. La torre è opera esclusiva di Giovanni Camerini, successore di Giovan Battista Bellucci, considerato il primo architetto della località. Il Bellucci aveva progettato la torre della Linguella come un semplice edificio di difesa, molto semplice dal punto di vista architettonico, ma il suo successore Camerini volle dare vita ad un autentico capolavoro, quindi sviluppò un progetto più ampio e scenografico, che ebbe inizio nel lontano 1548.

Si trattò di un lavoro speciale quanto monumentale, al quale parteciparono ben 200 operanti e che richiese molti anni di lavoro. Nel 1959 la torre venne restaura in seguito ai disastrosi bombardamenti della II guerra mondiale e scavando nelle fondamenta venne alla luce una lapide che celebrava l’inizio dei lavori, la quale riportava la dicitura ‘Cosimo de’ Medici duca di Firenze a fondamento l’anno MDXLVIIII AD VIIII luglio’. Molto scenografica era anche la catena di fianco che raggiungeva la famosa località del molo del Gallo, la quale era lunga 135 metri e completamente realizzata da tavole di legno unite da massicci anelli di ferro. La torre venne rafforzata nella metà del 1600, ad opera del granduca di Toscana Ferdinando II, il quale considerava la postazione troppo poco resistente, quindi fu aggiunto un avambraccio fortificato, anch’esso purtroppo distrutto dai bombardamenti. La storia della torre della Linguella vide anche la costruzione di un piccolo ponte lavatoio e di vari edifici attigui pensati per la realizzazione di una tonnara. Nella seconda metà del ‘700 la torre di Linguella fu adibita a bagno penale e la torre portò avanti la sua funzione fino al 1942. Briganti, anarchici di inizio secolo e antifascisti furono rinchiusi in questa scenografica torre, che a causa dei bombardamenti venne chiusa e mai più riaperta se non dopo il restauro avvenuto nell’immediato dopoguerra.

Il forte Stella di Portoferraio

Il forte Stella è dislocato nella parte alta del borgo di Portoferraio e, assieme al forte Falcone e alla torre della Linguella, rappresenta una delle tre maggiori fortificazioni presenti in questo territorio. Come si può notare questa incantevole isola non è solo splendido mare, alberghi e villaggi, ma in realtà offre molto di più, borghi e forti medievali tutti da scoprire.

La vista che si gode dal forte è davvero speciale, poiché è possibile spaziare la vista sul mare e sulle terre vicine, dalla costa settentrionale fino al mare aperto e allo Scoglietto. La sua forma è particolare e il colore rosa che lo contraddistingue rappresenta un punto distintivo, in quanto esso si erge fra le case antiche del borgo con la sua struttura snella ed elegante. Il forte Stella è dislocato al culmine delle due colline che formano il dolce promontorio del borgo e si raggiunge semplicemente risalendo dalla centrale Piazza della Repubblica o percorrendo le strette gradinate della Stella. Il forte Stella è, al giorno d’oggi, una proprietà privata, ma esso può essere visitato tutto l’anno attenendosi agli orari di vista stabiliti. Il nome forte Stella deriva dalla sua forma speciale, poiché si tratta di una struttura a cinque punte costruita con mattoni di terracotta che gli donano la caratteristica tinta rosata. All’interno del forte si respira tanta storia e ogni sezione riporta alla mente battaglie lontane e un passato ricco di avvenimenti. Realizzato dall’architetto Camerini, il forte Stella presenta un ingresso davvero scenografico, mentre le stanze interne testimoniano la sua valenza militare, in quanto il forte era il centro decisionale del territorio. Il forte fu inizialmente progettato dal Bellucci e successivamente completato dall’allievo Camerini nel 1548. La storia del forte Stella si lega al Dopoguerra, in quanto dapprima fu acquistato da una grande società italiana, per poi essere smantellato in diversi lotti e al giorno d’oggi presenta diversi proprietari privati.

Il forte Falcone

Il terzo forte che compone la barriera difensiva di Portoferraio è il forte Falcone, meravigliosa costruzione che si trova sulla collina più alta della località.

Dalla sua posizione si possono scorgere dei panorami davvero speciali, soprattutto dagli spalti esterni che dominano il mare e il borgo sottostante. Il forte si raggiunge semplicemente da ogni parte del centro, soprattutto mediante delle scalinate ripide e scenografiche.

La forma del forte è irregolare e quadrata e questo edificio è forse il meno scenografico dal punto di vista architettonico, ma quello più solido e robusto, ovvero il forte che più di tutti regala un senso di protezione a chi lo ammira. L’area occupata dalla struttura è imponente, poiché la superficie della costruzione è di ben 1726 metri quadrati. Si tratta della prima costruzione fortificata progettata dal Bellucci, che diede il via ai lavori poco prima di realizzare il forte Stella. Si tratta dell’edificio che maggiormente ha conservato la sua vocazione militare, in quanto fino a tempi recenti è stato gestito dalla Marina Militare Italiana. Attualmente il forte si presenta restaurato ed è stato acquistato dal comune di Portoferraio che lo impiega per organizzare eventi legati alla stagione estiva e anche durante il resto dell’anno.

L’edificio è stato riaperto al pubblico solamente nel 2011 e anche le sue sezioni interne sono state restaurate in modo preciso. Visitare il forte è un’esperienza molto interessante, e se nel borgo vengono organizzati degli eventi serali o notturni è ideale approfittarne, per ammirare il panorama meraviglioso che si gode dalla sua posizione e fare un tuffo nella storia centenaria dell’isola d’Elba e degli scenografici borghi che costellano le sue rive.

 

Martedì visita guidata al castello arabo-normanno di Castellammare del Golfo

Da alqamah.it del 3 agosto 2015

CASTELLAMMARE DEL GOLFO – Nell’ambito della manifestazione “Un’Estate con SiciliAntica” si terrà Martedì 4 Agosto 2015 alle ore 10,00 a Castellammare del Golfo la visita guidata al Castello arabo-normanno che si erge su uno sperone roccioso prossimo al mare.

Le prime notizie riguardanti il castello sono riferite dal geografo arabo Idrisi.

La costruzione del maniero si attribuisce agli arabi che lo eressero, intorno al X secolo, anche se probabilmente esistevano già delle preesistenti fortificazioni. Ampliato dai Normanni, divenne poi un’importante fortezza degli Svevi che lo cinsero di mura e vi innalzarono delle torri.

A seguito della resa a Roberto d’Angiò, nel 1316 gli Aragonesi si impadroniscono del castello, e procedono alla distruzione delle fortificazioni ed una delle torri. Successivamente il Castello fu ricostruito. Nel 1521 la struttura venne protetta da una prima cinta muraria e, eretta una terza torre, chiamata “il Baluardo”. Nel 1587 venne completata la seconda cinta muraria, munita di tre porte d’accesso.

Oggi il castello è stato restaurato e ospita al suo interno, il Polo Museale “La memoria del Mediterraneo”.

Esso è articolato in quattro sezioni: Museo dell’acqua e dei mulini, Museo delle attività produttive, Museo archeologico e Museo delle attività Marinare.

Per info tel. 091.8112571 – 339.5921182

E-mail: unestateconsiciliantica@siciliantica.it

 

Chianale: incontro storico sulle fortificazioni della Valle Varaita

Da

Venerdì 31 luglio alle ore 21,00 presso la Chiesa di San Lorenzo di Chianale un interessante incontro storico culturale dedicato a"IL VALLO ALPINO E LE FORTIFICAZIONI DELL'ALTA VALLE VARAITA TRA STORIA E CURIOSITA'".

Ospite e relatore della serata il Dr. Diego Vaschetto, scrittore, geologo e specialista in scienze e culture alpine.

La Valle Varaita venne intensamente fortificata a partire dall'inizio degli anni Trenta del secolo scorso con lavori che si protrassero fino alla fine del 1942 e che portarono alla realizzazione di opere in molti casi originali e uniche.

Una serata dedicata alla scoperta delle postazioni tutt'ora visibili dal Vallo alpino tra casermette, osservatori, batterie d'artiglieria, strade e mulattiere ubicate in prossimità del confine ed in luoghi spesso particolarmente selvaggi ed in molti casi tutt'ora poco frequentati.

 

Riapre la Rocca d'Anfo: da agosto visite guidate

Da brescia.corriere.it del 27 luglio 2015

Questione di giorni. Il presidente della Comunità Montana di Vallesabbia Giovan Maria Flocchini è in trepidante attesa. Entro la fine del mese è annunciata la conclusione dell’operazione «Rocca d’Anfo» con la concessione da parte della Regione Lombardia dello  straordinario complesso militare napoleonico alla Comunità montana. A sua volta il Pirellone lo riceverà dal Demanio per la durata di 19 anni. A partire da agosto poi fino a settembre, nei fine settimana, almeno una parte del presidio difensivo militare tornerà ad essere aperta al pubblico.

I LAVORI DI QUESTA PRIMA TRANCHE TERMINERANNO ENTRO SETTEMBRE Nella sede di Nozza di Vestone l’entusiasmo è alle stelle. «Da tempo - spiega Flocchini - aspettiamo questo momento e in tanti hanno contribuito a realizzarlo. In particolare l’assessore regionale al territorio Viviana Beccalossi che ha portato avanti tutta la partita. Piena collaborazione anche con il comune di Anfo». Sul versante politico dunque a giorni la firma ufficiale mentre alla Rocca si lavora da un paio di mesi alla messa in sicurezza del versante che si affaccia sulla strada costiera. L’appalto vinto da una ditta specializzata di Bovegno, la Stazzi Livio, indica un importo di 700 mila euro circa. Primo importante traguardo la riapertura almeno in parte della struttura dopo una frana che negli anni scorsi l’aveva danneggiata e resa insicura. L’impresa ha operato per rendere subito visibile seguendo un percorso obbligato il settore meridionale dall’ingresso fino alla sommità. Ma molto resta da fare. I lavori di questa prima tranche termineranno entro settembre.

PER LE VISITE SI COMINCIA AD AGOSTO, SABATO E DOMENICA Nei sogni del presidente Flocchini però ci sono altri finanziamenti per i quali sono state avviate le richieste: primo tra tutti quello di 500 mila euro messo a disposizione da Cariplo e Regione Lombardia. . Sarà deciso nei prossimi giorni. Saranno visite guidate, due il mattino, una il pomeriggio. È richiesta la prenotazione. Tutte le info su www.roccadanfo.eu. Un’occasione da non perdere, questa, per visitare almeno in parte, lo spettacolare sistema di fortificazioni che si affaccia sul lago d’Idro. Lo sbarramento è antico - dicono gli storici - era presente già in età carolingia. Successivamente ampliato e potenziato fino a giungere al periodo napoleonico dal 1796 al 1813. In quegli anni prende forma il progetto dell’architetto F. J. Didier Liedot, per un coerente sistema fortificato del quale rimangono diversi elementi: caserme, casematte, la lunetta, l’osservatorio. Ampliata e fortificata con baluardi e bastioni da Giuseppe Zanardelli nel 1878-1881, non venne poi utilizzata, se non come polveriera, nella Grande Guerra. Dopo il 1915-1918 la Rocca d’Anfo perse ogni importanza strategica e venne usata soltanto come deposito di munizioni. Dal 1975 non ospita più alcun contingente militare. Quella successiva è una storia di progressivo declino, seppure di tanto in tanto rivitalizzata da qualche meritevole tentativo. Da oggi però inizia una nuova era. Una nuova alba sull’Eridio. di Maria Paola Pasini.

 

 

Alla scoperta dei passaggi segreti della Fortezza Malatestiana

Da forli24ore.it del 25 luglio 2015

CESENA. Scoprire i passaggi segreti della fortezza malatestiana, attraverso racconti e letture animate ascoltate al lume di lanterna.

 

Fra letture, suoni e degustazioni di prodotti tipici, la Rocca Malatestiana torna ad illuminarsi domenica 26 luglio, dalle ore 20 alle 21.15.

 

Bambini (a partire dai 9 anni) e famiglie potranno intraprendere un suggestivo percorso, che vedrà al centro la figura di Domenico Malatesta, detto “Novello”.

Sotto la sua guida, la città di Cesena visse un periodo di notevole splendore artistico e culturale: contribuì a costruire la Biblioteca Malatestiana all’interno del Convento di San Francesco, portò a termine il restauro della cinta muraria, oltre a far costruire un ponte di pietra sul fiume Savio (distrutto da una piena nel 1684) ed altri importanti edifici.

Nel corso della visita si parlerà di com’era un tempo e di com’è oggi la città di Cesena, ricordando il Canali dei Mulini e la vasta cinta muraria che percorre la città e che tanto ha affascinato personaggi come Cesare Borgia e Leonardo da Vinci.

Il percorso che si svolgerà a lume di lanterna e alla luce del tramonto, avrà luogo nei camminamenti interni alle mura, negli spalti panoramici e nei torrioni. Costo: 12 euro a persona, 10 euro per bambini dai 9 ai 12 anni. In biglietteria occorre arrivare un quarto d’ora prima dell’inizio della visita.

 

Il fascino del Castello di Matsumoto

Del 20 luglio 2015

MATSUMOTO - Terra di filosofi, guerrieri e straordinari architetti, il Giappone del passato non è particolarmente famoso per i suoi castelli. Eppure la terra del Sol Levante ospita alcuni brillanti esempi architettonici anche in questo campo. Uno su tutti è il castello di Matsumoto, cittadina che appartiene alla prefettura di Nagano, non molto lontano da Tokyo. Si tratta di un complesso monumentale di grande bellezza, a picco su uno specchio d’acqua che lo rende ancor più affascinante.

Chiamato anche il “castello del Corvo”, a causa della sua mura nere e delle ampie tettoie che ricordano le ali spiegate di un uccello, la fortezza di Matsumoto vede la sua fondazione attorno al 1500, in piena epoca Sengoku. A costruirlo fu il clan Ogasawara, che lo intitolò castello Fukashi. Il clan cadde poi in rovina e il castello passo in mano ad altre dinastie. Ishiwaka Norimasa completò la costruzione della fortezza con l’edificazione delle torri. Attualmente, il castello copre un’area di 39 ettari: ad occuparle, principalmente, è in donyon, la struttura centrale della fortezza, attorno alla quale, insieme alle torri, si trovano i magazzini per le armi, quelli della biblioteca e degli oggetti di valore.

Più esterni, invece, si trovavano gli alloggi dei samurai che facevano parte della guardia personale dei daimyo, ovvero il signore del castello. Il donyon, con i suoi sei piani, è l’elemento di spicco del castello: dall’esterno è possibile vedere solo cinque livelli perché il terzo era un piano segreto, dove il signore poteva rifugiarsi in caso di attacco nemico.

 

Botta e risposta culturale sul passato di Siracusa. E una nuova riproduzione in 3D della fortezza spagnola di Ortigia

Del luglio 2015

Riceviamo e pubblichiamo una nota dell'ingegner Umberto di Marco, autore della restituzione grafica della Porta di Ligny che dopo aver letto le puntualizzazione da parte dei docenti della Facoltà di Architettura di Siracusa su una "primogenitura" della restituzione in 3d di plastici e disegni noti da tempo relativi alla grande fortezza spagnola di Siracusa intende esprimere alcune precisazioni.

"Premesso che sconosco le ricostruzioni in 3D effettuate dai docenti della Facoltà, tengo a precisare che le ottime ricostruzioni di Andrea Raimondo da me suggerite per puro piacere della mente, si inquadrano non in una banale “attenzione verso quei beni che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 sono stati cancellati per sempre ….”, ma in un’idea, questa sì originale, di ricostruzione virtuale della fortezza spagnola del XVI e XVII secolo, per far diventare Siracusa l’unica città del mondo in cui poter leggere l’intera storia delle fortificazioni, dal Castello Eurialo (periodo greco) al Castello Maniace (periodo medievale), alla fortezza spagnola (periodo moderno).

Le mie ricerche, che non si fermano alla sola fortezza spagnola ma proseguono con il Castello Eurialo (del quale ho fatto realizzare l’unico plastico in scala, di 2m x 1m con più di 10.000 mattoncini di pietra), Archimede, elementi di Archeologia Sperimentale e molto altro ancora, si basano esclusivamente su studi approfonditi e consulenze fondamentali come quella dell’illustre studiosa Liliane Dufour.

Sarebbe difficile, se non impossibile comprendere correttamente le peculiarità delle fortificazioni di qualsiasi periodo storico se prima non si studiano approfonditamente le armi in uso in quel determinato periodo, come ad esempio le vere catapulte greche utilizzate nel già citato Castello Eurialo, e non quelle fantasiose che qualche anno fa ho visto riprodotte da allievi architetti, vero sberleffo alla storia di un periodo straordinario, quello ellenistico, in cui nascono ad opera del nostro Archimede, la fisica-matematica e la tecnologia scientifica. Questo è il mio intendimento, questa la precisazione che devo".

 

 

Pornassio, il Comune vuole ristrutturare Forte Bellarasco: previsti interventi per 1.258.800 euro

Da riviera24.it del 21 luglio 2015

L’opera militare , che come il “Forte Centrale” è ubicato sulla vetta del Colle di Nava, è ben conservato e tuttora visitabile. Perno del sistema difensivo ( campo trincerato di Nava) è stato realizzato dal 1880 al 1888 al fine di impedire che eventuali truppe francesi, sbarcate sulla costa nei pressi di Imperia, potessero dirigersi verso il Piemonte e la Pianura Padana attraverso la strada da Oneglia a Ormea.

Secondo le parole degli stessi tecnici comunali, il recupero del forte sarà: “ conservativo del complesso edificato mediante un insieme sistematico di opere che non prevedono interventi invasivi e/o modificativi delle caratteristiche tipologiche, formali e strutturali dell’edificio ed individuano destinazioni d’uso in parte variabili, in parte fisse, tutte comunque complementari, che risultano compatibili con le caratteristiche dell’edificio non prevedendo modificazioni nelle aperture, percorsi e strutture esistenti e contemplando il ripristino di alcuni elementi architettonici quali le pavimentazioni in pietra, laddove non più presenti, caratteristiche della costruzione originaria, nella impermeabilizzazione delle volte di copertura finalizzata alla totale eliminazione delle abbondanti infiltrazioni meteoriche attualmente presenti e rappresentanti l’elemento maggiormente dannoso per le strutture e le finiture, mediante sistemi moderni ma invisibili posto che si prevede il completo ripristino della attuale terra inerbita caratteristica di tutti i forti presenti nel Colle di Nava”

All’interno della struttura, secondo il progetto preliminare, troveranno posto: un bar, un ristorante, un albergo, una palestra, spazi espositivi e zona conferenze.

Sempre il progetto preliminare verrà definito con con l’intento di accedere ad un finanziamento di competenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri attraverso il canale di contribuzione denominato “otto per mille” finalizzato appunto a sovvenzionare interventi di recupero di immobili storici e monumentali nel territorio italiano. La spesa preventivata in sede di progettazione preliminare ammonta ad 1.258.800 euro

 

Tirana underground

Da internazionale del 19 luglio 2015

Al culmine della paranoia per l’invasione da parte di un imprecisato nemico straniero, l’Albania comunista degli anni settanta si riempì di centinaia di migliaia di bunker. Costruiti in cemento armato e capaci di ospitare al loro interno tre, quattro, cinque persone si diffusero come un’epidemia in tutto il paese. Furono costruiti con l’aiuto della Cina, ai bordi delle periferie cittadine, lungo le strade e i sentieri di campagna, nei villaggi di montagna e in quelli di pianura, vicini alla costa adriatica. A quei tempi era molto nota la massima del dittatore albanese Enver Hoxha: “Tutto il mondo deve sapere che in Albania e in Cina vive un miliardo di comunisti”.

Il “processo di bunkerizzazione” voluto dallo stesso dittatore rispondeva alla “necessità prioritaria” di difendersi da un imminente attacco dell’imperialismo occidentale (in primo luogo dell’Italia, che durante il fascismo aveva occupato il paese) o del cosiddetto blocco socialimperialista, (cioè i paesi dell’Europa orientale aderenti al patto di Varsavia e legati all’Unione Sovietica). Oggi simili definizioni possono far sorridere. Ma c’è stato un periodo, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, in cui un piccolo paese balcanico fu letteralmente segregato all’interno dei suoi confini. Negli stessi anni in cui la stesura della nuova costituzione albanese sanciva l’istituzione dell’ateismo di Stato, Hoxha decise di interrompere qualsiasi relazione con l’esterno nell’intento di preservare il suo piccolo paradiso socialista dalla pur minima influenza straniera. Dopo aver rotto con l’occidente e la confinante Jugoslavia di Tito, ruppe nei primi anni sessanta anche con l’Urss di Chruščëv e i paesi dell’est perché ritenuti troppo riformisti. Dopo la breve fase maoista, alla metà degli anni settanta si affievolirono le relazioni con la stessa Cina che aveva abbandonato la “rivoluzione culturale” e si era avviata, dopo la morte del grande timoniere Mao Tse-tung, verso le riforme di Deng Xiaoping.

Ossessione a parte, il “processo di bunkerizzazione” ebbe l’effetto pratico di ricordare, ogni giorno, a un intero popolo di tre milioni di abitanti di essere finito all’interno di un immenso gulag. Dopo la caduta del regime, nel 1991, i bunker furono presi a picconate. Furono ridotti in macerie non solo per cancellare il segno più tangibile della passata oppressione, ma soprattutto per estrarre l’acciaio contenuto nelle loro pareti.

Anno dopo anno, quelle centinaia di migliaia di casupole dal tetto tondeggiante sono scomparse dalle città e dai villaggi albanesi, dalle montagne e dalle coste. In tutta la capitale se ne conserva solo uno, a futura memoria, davanti al palazzo del governo. Sorge in mezzo a un’aiuola verde e nel caos del traffico cittadino sembra essere stato scaraventato lì da un’altra galassia.

Il Grande Bunker

Se il popolo avrebbe potuto trovare riparo nei bunker lillipuziani disseminati in ogni strada o viottolo di campagna, la nomenclatura stretta intorno alla guida del partito avrebbe trovato invece la sua salvezza nel Bunker, quello con l’iniziale maiuscola. Poche cose come la storia della sua costruzione rendono l’idea dell’intreccio tra paranoia, megalomania sfrenata e terrore ideologico che ha stretto a sé l’Albania degli anni settanta. Il Bunker fu costruito tra il 1972 e il 1978. Ma non fu edificato alla luce del sole, né sarebbe stato la versione gigante dei piccoli bunker per la gente comune. Fu scavato sotto una delle ripide colline che dividono la città di Tirana dal monte Dajti alle sue spalle. A differenza di tutti gli altri, che erano sostanzialmente dei presidi difensivi a prova di bombardamento, il Bunker fu pensato come un vero rifugio antiatomico in grado di ospitare – sotto il manto verde che cinge le estreme propaggini della città – tutti membri del politburo, i deputati dell’assemblea del popolo, i vertici delle forze armate. In quei sei anni la dirigenza fece scavare una sorta di piramide egizia sotto i piedi della montagna. Tremila metri quadri di stanze, cunicoli, corridoi, sale, appartamentini divisi su cinque piani e tesi a riprodurre – in quel mondo rovesciato e asfittico – la struttura portante del potere albanese. Al vertice del Bunker, come una sorta di occhio di dio degli abissi ci sarebbe stato infatti l’appartamento riservato al dittatore Enver Hoxha. Al di sotto, quello riservato a Mehmet Shehu, il delfino. E così via, di carica in carica. L’idea non era solo quella di salvaguardare l’esistenza di un ceto dirigente, ma permettergli di continuare a operare, per mesi o per anni, lontani dal sole e dall’aria fresca, secondo le sue rigide e invariate geometrie. Una specie di Underground ante litteram, pienamente realizzato.

L’idea sarebbe stata di un gruppo di generali che avevano visitato un rifugio antiatomico costruito in Corea del Nord. Il Bunker fu inaugurato alla fine degli anni settanta, ma pare che Enver Hoxha non abbia mai dormito al suo interno. Neanche per una sola notte. Nell’arco di tredici anni, fu usato solo per alcune esercitazioni dell’esercito. Poi, alla caduta del regime nel 1991 (Hoxha era già morto nel 1985), il Bunker fu sigillato come una vecchia cantina. Chiusero la porta d’accesso in cemento armato, spessa oltre un metro, e quel sottomondo coreano a due passi dall’Adriatico piombò nell’oscurità più assoluta. Poco alla volta se ne dimenticarono tutti, anche chi aveva occupato le nuove stanze del potere negli anni della transizione postcomunista. Per oltre vent’anni il Bunker è rimasto come congelato, senza che nessuno ci mettesse piede. Ora è stato restaurato, trasformato in una sorta di monumento al totalitarismo e aperto al pubblico per un numero limitato di giorni tra il novembre e il dicembre del 2014 e durante il recente festival delle arti, Tirana Open, in attesa che l’esposizione diventi permanente. Lo hanno ribattezzato Bunk’Art. Ho potuto visitarlo nei giorni del festival che si è tenuto a maggio, insieme a un gruppo di scrittori e artisti invitati alla rassegna.

In auto ci si mette circa un quarto d’ora dal centro della città. Subito dopo le ultime case di periferia, la strada si inerpica lungo la collina. Poi comincia la zona militarizzata, l’ultimo tratto l’abbiamo percorso a piedi. Per raggiungere l’ingresso del Bunker abbiamo dovuto superare due posti di controllo dell’esercito.

Dentro il Bunker

La porta d’accesso spunta all’improvviso dietro gli alberi, aperta su una parete verticale di tufo scurito. Una volta dentro, dopo aver oltrepassato due piccole stanze in cui erano installate le docce che avrebbero dovuto purificare i membri del politiburo dalle radiazioni, si è subito risucchiati da un lungo corridoio che corre dentro la collina. Alto, stretto, illuminato da una luce innaturale. I muri sono bianchissimi. “Sono stati riportati al bianco originario”, dice la guida, un ragazzo robusto, dai capelli castani tagliati a spazzola e la voce squillante. Parla un italiano fluente. Lungo la parete del primo corridoio la scritta Bunk’Art è seguita da un logo: un mezzo cerchio che racchiude tutti i colori dell’arcobaleno con al centro una stella rossa. Più o meno a metà del corridoio, entriamo nell’appartamento di Enver Hoxha, rimasto praticamente identico a quando il Bunker fu ultimato nel 1978. Le stanze per il dittatore sembrano essere state concepite come un punto medio tra un rifugio di guerra spartano (quale effettivamente doveva essere) e un appartamentino piccoloborghese arredato nello stile della vecchia Repubblica Democratica Tedesca (a cui si rifaceva probabilmente l’immaginario dei suoi architetti). In caso di attacco termonucleare, la prima stanza sarebbe stata riservata al suo segretario personale. Si sarebbe seduto davanti a un piccolo tavolino con un enorme telefono nero, con il quale avrebbe potuto chiamare non si capisce chi, dal momento che tutto il gruppo dirigente del partito sarebbe stato interrato lungo i cinque piani sotterranei.

Subito dopo ci sono le due stanze private del dittatore. I pavimenti sono rossi. Nella prima, la più grande, spuntano due poltroncine squadrate, tappezzate di stoffa rosa, rossa e beige, davanti a un tavolino spesso di legno marrone scuro. Sopra è adagiato un posacenere di vetro dozzinale. In fondo alla stanza ci sono una scrivania dello stesso legno e dello stesso colore del tavolino, e una poltrona più o meno simile a quelle del piccolo salotto, ma più scura, quasi color vinaccia, e più imbottita. Sulla parete più vicina alle poltrone e alla scrivania è stata attaccata una cartina geografica dell’Albania alta due metri e larga uno. Davanti all’altra è stata posta una piccola libreria con le ante di vetro. Ci sono solo due volumi dalla copertina rigida che raccolgono le traduzioni in albanese delle tragedie di Shakespeare. Pur chiedendolo alla guida che ci accompagna, non sono riuscito a capire se quei libri erano stati voluti dallo stesso Hoxha o siano stati messi lì a caso. Sopra la piccola libreria è appeso un ritratto in bianco e nero del dittatore ai tempi della guerra partigiana che liberò il paese dall’occupazione nazista. La cravatta e la camicia bianca sotto la divisa militare, i capelli corti pettinati all’indietro sulla faccia rotonda, lo sguardo fisso in macchina. È ancora molto giovane. La foto è stata scattata almeno tre decenni prima dell’ideazione del Bunker, quando un Hoxha ormai invecchiato e roso da mille sospetti si avviava ai suoi ultimi anni di vita. La stanza in fondo è occupata da un letto a due piazze coperto da una trapunta rossa e da un piccolo comodino accanto al lato destro.

Le pareti dell’intero appartamento sono ricoperte da un sottile strato di legno giallognolo. In un angolo della seconda stanza lo strato è stato eliminato per permettere ai visitatori di vedere di che impasto era fatto il guscio che avrebbe dovuto proteggere il padre della nazione. “Un misto di cemento, piombo e vetro, in grado di arginare le radiazioni”, dice la guida con lo sguardo serio, come se un attacco di simili proporzioni potesse realizzarsi da lì a poco. Usciti nuovamente nel corridoio, ci addentriamo nelle viscere del Bunker. Le stanze che si susseguono, un centinaio in tutto, appaiono più piccole. Per la mostra sono state riempite di foto, cartine del paese e cimeli d’epoca che ricordano le varie fasi della storia nazionale: l’indipendenza dagli ottomani, l’occupazione fascista e nazista, la guerra di liberazione, la dittatura comunista. Nelle stanze riservate al fascismo, a parte la vecchia insegna di una strada della capitale su cui è scritto “Rruga Konti Çiano” (via Conte Ciano), ci sono alcune bandiere dell’Albania fascista: l’aquila bicipite su sfondo rosso è circondata da due fasci di combattimento.

Nelle stanze riservate alla guerra partigiana, sono invece esposte alle pareti decine di foto degli eroi della resistenza, in gran parte mandati in un gulag o davanti a un plotone d’esecuzione dallo stesso Hoxha molti anni dopo aver consolidato il suo potere, se non erano stati a loro tempo fucilati dai fascisti o dai nazisti. Tra queste spunta anche un ritratto di Nexhmije Xhuglini, la compagna e poi moglie del dittatore, e secondo molti la vera mente del regime, specie negli anni di demenza senile di Hoxha e subito dopo la sua morte avvenuta nel 1985. Ma nella foto che la ritrae alla metà degli anni quaranta è solo una bellissima ragazza dai capelli scuri, le labbra carnose e lo sguardo velato da un misto di tristezza e orgoglio, in tutto e per tutto simile a tante ragazze che come lei sono salite sui monti in Italia o in Jugoslavia durante la guerra partigiana. Dopo una serie interminabile di stanze, cunicoli e nuovi corridoi, scendiamo al piano inferiore al precedente ed entriamo in un altro piccolo appartamento identico a quello di Enver Hoxha. La prima impressione è quella di essere ritornati al punto di partenza, in un gioco di specchi in cui ogni stanza è apparentemente uguale a se stessa, salvo piccolissime differenze, come in un film di David Lynch. Le poltrone sono simili, anche se tendono al verde e sono meno imbottite. Il tavolo della scrivania marrone è lo stesso di Hoxha, e così il ritratto del dittatore che questa volta troneggia alle spalle della scrivania e non sopra l’ultimo scaffale della libreria. La camera da letto è identica. Identico il comodino, identica la spalliera. Cambia solo il colore della trapunta, questa volta è blu.

“Questo era l’appartamento di Mehmet Shehu”, tuona la guida alle mie spalle. È quasi sovrapponibile al precedente, anche se penso subito all’effetto che avrebbe potuto avere sul delfino in clausura guardare fisso negli occhi, in ogni istante, il ritratto del padre-padrone della rivoluzione. “L’unica cosa che cambia è il materiale utilizzato per proteggere le sue stanze. Le pareti dell’appartamento di Mehmet Shehu sono fatte solo di cemento. Non ci sono il piombo e il vetro.” Effettivamente mi rendo conto che sono proprio le pareti a costituire la grande differenza tra i due appartamenti: queste sono ricoperte da fascine di legno scuro verticali, mentre nell’altro un sottile strato giallognolo copre il diaframma ultraresistente a ogni radiazione. Un po’ come nella Fattoria degli animali di George Orwell, tutti i membri del politburo sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Scendiamo di un altro piano. Dopo altre stanze occupate da vecchi aggeggi radio che avrebbero dovuto stabilire le comunicazioni con l’esterno, arriviamo a una sorta di slargo interno. È la mensa del rifugio. Ci sono tavoli e panche di fòrmica e, sul lato più lungo, un bancone d’altri tempi in legno chiaro protetto da un vetro. In alto appare la scritta in stampatello, Bufe. Buffet. Tutto è scarno, semplice, austero, oltre che lievemente surreale. Ma il pezzo forte dell’esposizione, ancora più dello stesso appartamento del dittatore, è costituito dalla sala riservata all’assemblea del popolo. Vi si accede al terzo piano sotterraneo e, dopo aver percorso l’ultimo stretto corridoio, sembra maestosa. Sarà profonda una trentina di metri. Il pavimento è inclinato verso il basso, e il soffitto è alto almeno otto, nove metri. Più che un’assemblea legislativa scavata sotto la roccia, pare un teatro: le poltroncine rosse sono disposte geometricamente lungo una decina di file orizzontali. Fronteggiano un piccolo palco, sul quale avrebbero potuto prendere posto i membri della segreteria politica del Partito del lavoro.

È questo il vero cuore del Bunker. L’idea che lo sorregge è molto semplice: non occorre solo interrare i vertici del partito, dell’esercito e dell’assemblea, dargli delle stanze e un bufe dove alimentarsi; il fine ultimo è ricreare un vero e proprio parlamento sotterraneo, in cui continuare a riunirsi, sentire i discorsi pronunciati dalla tribuna posta sul palco, annuire, applaudire, unirsi agli slogan di lode al compagno Enver Hoxha o al partito, temere le conseguenze dell’ennesima purga. Una volta all’aria aperta, mi coglie un senso di liberazione. Non è solo una reazione fisica ai corridoi chiusi e alla luce artificiale. Ho come la sensazione che, stanza dopo stanza, una patina acida si sia sedimentata sui vestiti. Anche la collina verde e disabitata che copre il Bunker mi appare ora irreale, fuori dal tempo, irrimediabilmente mutata. Solo incontrando il frastuono della strada che attraversa la periferia sembra di essere tornati davvero sul pianeta Terra.

Il rapporto con il passato

Il fatto che il Bunker sia stato riaperto ora, dopo essere rimasto chiuso per circa venticinque anni, è il segno che qualcosa sta cambiando nel profondo della società albanese. Non è solo merito del ministero della cultura e del ministero della difesa del nuovo governo di Edi Rama, che hanno fortemente sostenuto il progetto. Solo dieci anni fa un’operazione del genere sarebbe stata letteralmente impensabile, perché ancora molto complicato, per niente pacificato, era il rapporto con il passato totalitario e soprattutto con la folta schiera di suoi rappresentati trasmigrata nelle istituzioni democratiche. L’apertura del Bunk’Art, insieme a una serie di iniziative culturali più o meno appariscenti, segna forse l’avvento di una nuova epoca. È difficile spiegare a chi non c’era come si viveva sotto il totalitarismo. Chi ha avuto la fortuna di non viverlo, difficilmente riuscirà a capire quel particolare miscuglio di repressione e sospetto, generato dalla retorica dominante, dal culto del capo, dalla politicizzazione esasperata della società e allo stesso tempo dal terrore della delazione o di un arresto, dalla paura che la propria vita e quella dei propri famigliari possano andare in fumo dall’oggi al domani… Chi c’era, d’altro canto, difficilmente troverà le parole per farlo, e per rivelare l’essenza di ciò che ha tenuto in piedi quei regimi: non solo il culto del capo e l’efficienza delle polizie segrete, ma anche il consenso della “zona grigia”, del “ventre molle” del paese, finché tutto non è venuto giù. È avvenuto nelle società postotalitarie uscite dai regimi fascisti, e nei paesi dell’Europa dell’est dopo la caduta del muro di Berlino. È accaduto anche in Albania.

Eppure il rapporto del piccolo paese balcanico con il suo passato totalitario ha assunto un carattere particolare, tale da rendere la sua transizione in parte diversa da quelle degli altri paesi dell’est. Pur nelle analogie con il panorama totalitario e postotalitario descritto da Václav Havel, Adam Michnik, Norman Manea, Herta Müller eccetera, c’è una specificità albanese che va ancora indagata. Essa nasce innanzitutto dalle peculiarità dell’ultrastalinismo albanese, un regime rimasto pressoché immobile, bloccato, fino alla fine degli anni ottanta. Come già accennato, al di là dei turbolenti rapporti con Belgrado, le strade dell’Albania e degli altri paesi allora aderenti al patto di Varsavia si separarono ai tempi della destalinizzazione e del ventesimo congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, il Pcus, nel 1956. Fu allora che Enver Hoxha e i vertici del partito decisero di rompere con l’Urss accusando Chruščëv di revisionismo e di essersi allontanato dalla strada maestra tracciata da Stalin. Tale mossa condannò il paese all’isolamento; ma oggi va forse ricordato che a tale isolamento indirettamente contribuì anche la sinistra filosovietica occidentale (e, in particolare, quella italiana) che, per fedeltà a Mosca, voltò le spalle all’Albania. L’isolamento fu quindi il prodotto di un reciproco voltarsi le spalle sullo scacchiere ideologico, più che strettamente geopolitico. Le sue conseguenze trasformarono l’Albania in un paese chiuso in sé, che trovò come unica alleata la Cina della rivoluzione culturale, prima che, verso la seconda metà degli anni settanta anche i rapporti tra Cina e Albania cominciassero a raffreddarsi, per interrompersi definitivamente dopo la morte di Mao, nel 1976.

Da allora, fino al crollo del regime nel biennio 1990-91, l’Albania fu difatti una prigione a cielo aperta edificata intorno al culto del capo, Enver Hoxha, che morì solo nel 1985. Nel film Enveri Yne, realizzato negli ultimi anni di vita della dittatura comunista è possibile osservare, oltre che i canoni estetici dell’ideologia ufficiale, le immagini dei funerali del leader: un paese intero letteralmente si blocca (o, più precisamente, è costretto a bloccarsi per ordini dall’alto) per rendere omaggio al “compagno Enver”. Sembrano immagini degli anni trenta o cinquanta del novecento: sono state girate quattro anni prima dalla caduta del muro. Intorno alla metà degli anni settanta, proprio quando era in costruzione il Bunker, si abbatterono sull’Albania (e sugli stessi vertici del partito fino allora rimasti fedeli alla guida) una serie di purghe. Non che a Tirana fosse presente una vera dissidenza come a Praga o a Danzica o a Budapest. Semplicemente Hoxha mandò al gulag, o davanti al plotone di esecuzione, coloro che in futuro avrebbero potuto minare il suo potere. Una delle rare testimonianze di quelle purghe, disponibile in lingua italiana, è il Diario di un intellettuale in un gulag albanese di Fatos Lubonja pubblicato dalla casa editrice calabrese Marco. Nel memoir di Lubonja il racconto della prigionia (dei lavori forzati, dell’annullamento delle proprie vite, della solidarietà tra detenuti politici) si mescola ai ricordi degli anni che hanno preceduto il suo arresto. Lubonja ha scontato 17 anni di carcere, di cui molti nel gulag di Spaç: oltre che essere il figlio di Todi Lubonja, direttore della tv di stato considerato troppo “liberale”, la sua unica colpa è stata quella di aver elencato nei suoi diari privati, nascosti in soffitta, alcune critiche al regime. Sono tante le vite che si sono spezzate negli anni del carcere, dei lavori forzati, del confino nei villaggi di montagna. Tanti i suicidi, tanti i crolli psicologici. Quasi sempre i “nemici del popolo” erano uomini e donne che avevano fortemente creduto nel partito. E questo, in fondo, è stato il più grave fallimento del socialismo reale: aver distrutto la stessa base che lo aveva realizzato, e aver eliminato sistematicamente tutti coloro che avrebbero potuto contribuire alla sua trasformazione.

A venticinque anni dal crollo, l’Albania contemporanea sembra costruita urbanisticamente, socialmente, culturalmente sulla totale negazione di quel passato, tanto che viene costantemente da chiedersi, ogni volta che si attraversano le strade della capitale, come sia elaborato il suo ricordo. In tv trasmettono documentari storici, sui giornali si rievocano gli eventi della lotta partigiana e del vecchio regime, spesso sulle terze pagine si parla del dittatore di ieri e dei suoi familiari con la stessa deferenza di un tempo. Ma è difficile capire quanto tutto ciò sia materia di una indagine storica accurata, capace di individuare le cause, i processi, le concatenazioni, al di là delle “colpe” di questo o di quello, spesso utilizzate strumentalmente nell’agone politico. Già all’indomani della caduta del regime (di fronte al solito dilemma tra epurazione e amnistia), Lubonja scrisse che sarebbe stato impossibile applicare alla lettera il diritto, riparando ogni torto subìto. L’Albania si sarebbe trasformata in un tribunale e le carceri si sarebbero riempite di un numero di detenuti maggiore che ai tempi di Hoxha. Ciò sarebbe stato inevitabile in un paese totalmente inglobato nella dittatura… Oggi che la politica sembra aver archiviato la stagione di Sali Berisha (l’uomo forte della transizione, il fondatore del Partito democratico), e che il paese ha ottenuto lo status di candidato all’ingresso nell’Ue, sembra cominciata una nuova stagione. Mentre la scelta tra amnistiare o emendare è rimasta sostanzialmente in sospeso, si è creata una frattura generazionale. Chi oggi ha vent’anni inevitabilmente è venuto dopo. È nato dopo l’abbattimento della statua di Enver Hoxha in piazza Skanderbeg il 20 febbraio del 1991, evento che segnò la caduta del regime. È nato dopo l’approdo della Vlora nel porto di Bari nell’agosto dello stesso anno, culmine dell’esodo verso le coste italiane rievocato nei film La nave dolce di Daniele Vicari e Anija di Roland Sejko. Per questo, nel dialogo tra chi ha vissuto il “prima” e chi è nato “dopo”, diventa cruciale imparare a maneggiare la consapevolezza storica. di Alessandro Leogrande

 

 

Parte dal passo Monte Croce la via per il bunker con vista sulle Dolomiti

Da bresciaoggi.it del 16 luglio 2015

Dolomiti di Sesto: uno dei gruppi dolomitici più famosi e frequentati al confine tra le province di Belluno e di Bolzano. L'itinerario di oggi sale in un selvaggio vallone per il versante atesino raggiungendo la Forcella Popera e salire alla panoramicissima Croce della Croda sopra i Colesei (Arzalpenkopf per i tedeschi) in una zona ricca, oltre che di bellezze naturali, di resti e trinceramenti bellici. Per esplorarli si potrebbero trascorrere lassù intere giornate senza annoiarsi. SI PARTE dal passo Monte Croce di Comelico. Salendo dal versante bellunese 250 metri dopo il valico si trova sulla destra un piccolo parcheggio non a pagamento (negli altri parcheggi le tariffe sono abbastanza esose). Si torna per un tratto verso il passo e si prende a destra una stradina (frecce) che sale entrando nel parco delle Tre Cime. Quasi subito la stradina diventa sentiero nel bosco che, salendo, si fa più rado. Raggiunto un poggio erboso, si sale per un tratto alla destra degli impianti di risalita. Al bivio si lascia a sinistra il sentiero per il Lago dell'Orso e il Rifugio Berti, si passa accanto ad un grosso masso con vie di arrampicata e si incontrano i primi ruderi di guerra. Sopra di noi, tra le cime e le torri rocciose che dominano dall'alto, si individuano numerosi altri resti bellici, soprattutto gallerie.

 A circa 1900 metri incontriamo un quadrivio: a destra si andrebbe ai Prati di Croda Rossa; a sinistra il sentiero per il Passo della Biscia. Noi andiamo diritti (ometto in pietra) dove il sentiero risale un ripido pendio ghiaioso. Si raggiunge la zona d'un bunker di guerra incassato nella roccia, una formidabile postazione difensiva dalla quale si dominava il passo con la vallata sottostante.

A sinistra un sentiero conduce al bunker, in cui però è sconsigliato e pericoloso entrare. Si attraversa un canalone e si continua la faticosa risalita del pendio (a inizio stagione da qui in poi è possibile trovare ancora neve) mentre davanti a noi la maestosa Pala di Popera (Neuner) si staglia contro l'azzurro del cielo. Si passa alla destra di alcune placche rocciose e, facendo attenzione a seguire i bolli rossi, si arrampica su facili roccette per canalini e piccoli salti. Si arriva così, a circa 2230 metri di quota, all'inizio della ferrata.La descrizione continua giovedì 23 luglio

 

Un tavolo tecnico per rilanciare i forti di Genova - Con la partecipazione dell'agenzia del Demanio

Da rsvn.it del 14 luglio 2015

Genova. L’Agenzia del Demanio ha partecipato al Tavolo Tecnico Operativo organizzato a Genova dal Segretario Regionale per la Liguria del MIBACT per l’Approvazione del Programma di Valorizzazione del “Sistema Centrale dei forti”.

La città di Genova vanta un sistema di mura e fortificazioni, costruite tra il 1500 ed il 1800, che si estende per quasi venti chilometri. I forti presenti sul territorio di Genova, inseriti nell’accordo di valorizzazione sono il Forte Puin, il Forte Crocetta, il Forte Sperone, il Forte Tenaglia, il Forte Belvedere, la Torre Granara e il Forte Begato, quest’ultimo inserito anche nel progetto Valore Paese – Dimore.

In particolare, l’accordo sottoscritto è finalizzato alla valorizzazione ed al recupero delle relazioni del sistema delle fortificazioni con la città e il territorio naturale circostante, mediante azioni di rilancio urbanistico, ambientale ed economico. Fondamentale al progetto di riqualificazione è infatti la creazione di un museo all’aperto integrato con il Parco delle Mura: l’Agenzia, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Comune di Genova si impegnano a costituire un percorso culturale e turistico di particolare interesse storico e naturalistico per la crescita del tessuto socio-economico del territorio, producendo la graduale riappropriazione da parte della città di luoghi ricchi di storia, che tornano alla vita con un significato totalmente nuovo, non più luoghi di guerra, ma spazi per il tempo libero, la cultura, il turismo.

Il Tavolo Tecnico ha sottoscritto la bozza dell’Accordo di Valorizzazione e l’Agenzia si è impegnata a procedere alla stipula degli atti di trasferimento a titolo gratuito al Comune, grazie alle procedure del federalismo demaniale, entro 180 giorni dalla sottoscrizione.

Concluso il trasferimento del sistema centrale dei forti, si procederà con la valorizzazione del sistema orientale e della Cinta Muraria seicentesca di collegamento.

 

«Sentinelle di pietra - Incontri sul futuro della memoria nei forti del Trentino»

Da

«Il Trentino – spiega il dirigente alle Attività Culturali della Provincia autonoma di Trento Claudio Martinelli, nel corso degli anni ha investito in modo significativo per il restauro delle fortificazioni della Prima Guerra Mondiale presenti sul territorio, anche in previsione delle commemorazioni per il Centenario del primo conflitto mondiale.
Non un intervento finalizzato a se stesso, ma con l’obiettivo di restituire questo patrimonio alle comunità locali affinché diventi veicolo e testimonianza di un periodo tragico della storia della nostra gente.
La Rete dei forti del Trentino rappresenta la concretizzazione di questo obiettivo. Non solo: credo che la Rete dei forti e delle fortificazioni trentine debba diventare un vero e proprio marchio, capace di coinvolgere in particolare il mondo delle scuole e dei giovani.
Ringrazio della collaborazione e sono riconoscente alle Comunità locali per la convinzione con cui hanno accompagnato questo progetto, riuscendo a predisporre un programma di iniziative di prim’ordine per valorizzare questo patrimonio.
Con questa manifestazione si amplia la proposta culturale che vede nella messa in rete del patrimonio culturale presente in Trentino il suo punto di forza e che si candida anche a diventare un elemento della proposta turistica che il nostro territorio può offrire.
Questo obiettivo vede coinvolti in questo importante gioco di squadra anche la Fondazione Museo storico del trentino, il Museo storico italiano della guerra di Rovereto e il Centro Servizi Cultuali S. Chiara.»

GLI EVENTI 

Mercoledì 15 luglio, ore 18 Forte Larino e Domenica 23 agosto, ore 16 al Forte Dossaccio, La Piccionaia Prima guerra con Mario Perrotta e Paola Roscioli, musiche originali eseguite dal vivo da Mario Arcari (oboe, clarinetto, percussioni) e Maurizio Pellizzari (chitarra).
La prima guerra mondiale vista da un’angolazione particolare, con gli occhi degli italiani di confine. Prima Guerra nasce grazie al prezioso contributo del Museo della Guerra di Rovereto e della Fondazione Museo storico di Trento, dalle testimonianze raccolte nei loro archivi.
Sono testimonianze di una lacerazione profonda delle coscienze in quelle zone dell’Italia che, all’inizio del primo conflitto mondiale, si trovavano oltre confine e che lasciarono sul campo decine di migliaia di morti misconosciuti dalla storia che, come sempre, fu scritta dai vincitori.
 
Domenica 26 luglio, ore 18 a Forte di Cadine, J.Futura Orchestra Histoire du soldat / L'aventura d'en soldà, Liberamente ispirata alla «Storia da leggere, recitare e danzare» in due parti di Igor Stravinskij e Charles Ferdinand Ramuz, l’opera viene proposta nella traduzione in dialetto trentino realizzata dall’attore Denis Fontanari, che si sovrappone alla dimensione popolare della fonte originaria.
Con questa operazione si vuole recuperare in modo importante il dialetto che, pur essendo lingua del popolo, nata ed utilizzata per esprimere gesti e oggetti della quotidianità, del lavoro e dell’intimità domestica, era fino a qualche decennio fa la lingua in cui tutte le classi sociali si esprimevano, non solo fra le pareti domestiche, in una trasversalità funzionale che accomunava il colto borghese al bracciante o al contadino.
 
Mercoledì 29 luglio, ore 18 al Forte Sommo Alto e Giovedì 30 luglio, ore 21 al Forte di Cadine, La Casa degli Alfieri, Trincee, di e con Marco Baliani, Il corpo di un soldato nelle trincee della Prima guerra mondiale. Lo spettacolo di Marco Baliani è uno scavo dentro la disgregazione spirituale di quel singolo corpo. Movimento, suono, immagini, parole cercano di mostrare l'indicibile di quella guerra, la follia, la paura, la perdita di identità, la trasformazione di esseri umani in ingranaggi di un'enorme fabbrica produttrice di morte.
E su tutto la fame, di cibo, di acqua, di umanità, di relazioni. Uno spettacolo aspro, crudo, a tratti grottesco, un viaggio dentro la notte della nostra Modernità.
 
Lunedì 3 agosto, ore 21 al Forte Sommo Alto, L'angelo del soldato, opera musicale multimediale, L’Angelo del soldato è un'opera multimediale di Carlo Casillo e Mariano De Tassis con Valerio Bazzanella (voce e tastiere), Lisa Bergamo (voce), Corrado Bungaro (violino, nyckelharpa e cori), Carlo Casillo (chitarre, mandolino, armonica, campionamenti e cori), Mariano De Tassis (voce recitante e percussioni). Rivisitando note canzoni popolari di guerra, si propone una forte esperienza sensoriale sul tema, con particolare attenzione alla figura dell’uomo-soldato. La musica e i canti si combineranno con effetti speciali, sound design, documenti sonori originali, testi in italiano e tedesco, dialoghi, immagini video rielaborate.
Un visionario ed evocativo caleidoscopio percettivo sensoriale.
 
Martedì 4 agosto, ore 21 al Forte Tenna, Mercoledì 5 agosto, ore 18 alla Batteria Roncogno, Mercoledì 12 agosto, ore 21 al Forte Belvedere e Giovedì 13 agosto, ore 21 al Forte Cadine, Collettivo Clochart, Come d'autunno sugli alberi le foglie, regia di Michele Comite
Un grido, un motto, una porta dove la guerra bussa, un viaggio in quell’inferno attraverso la letteratura e l’arte figurativa.
L’Europa in guerra, attraverso D’Annunzio, Trilussa, Kafka, Agatha Christie, Otto Dix, Scalarini, Kathe Kollwitz, Raemaekers e molti altri poeti, artisti, uomini e donne che grazie ai loro diversi linguaggi artistici ci conducono in quel «tremendo festino di Moloch, stanza dell’ammazzatoio di Barbableu» come definisce la guerra Clemente Rebora.
Lo faremo unendo teatro e danza, musica popolare ed elettronica, un mix di stili, come lo era quello di George Grosz. Una restituzione della drammaticità mettendo in luce l’atteggiamento e il pensiero dell’intellettualità europea.
 
Giovedì 6 agosto, ore 21 al Forte Corno e Venerdì 14 agosto, ore 18 al Forte San Biagio, Compagnia Naturalisl Labor, La guerra granda delle donne, Uno spettacolo coinvolgente che, nel centenario della Grande Guerra, vuole ricordare il ruolo delle donne nel primo conflitto mondiale, una vicenda ancora poco nota, ma piena di conseguenze anche per il nostro presente.
Nei paesi belligeranti la guerra fu anche un’occasione di emancipazione per le donne, impegnate a rimpiazzare in molte funzioni gli uomini partiti per il Fronte, lavorando nelle fabbriche e nelle città svuotate, donne che si ritrovarono a soccorrere gli uomini come crocerossine, o a portare loro viveri, calze e munizioni con la gerla sulle spalle.
Quelle che con la seduzione potevano cambiare le sorti delle battaglie e quelle che dalle scuole educavano il popolo alla pace. Quelle donne hanno cambiato per sempre la loro immagine e il loro ruolo nella società. La regia e le coreografie dello spettacolo sono di Silvia Bertoncelli. Insieme alla giovane coreografa, i danzatori in scena saranno Chiara Guglielmi, Natascia Belsito, Jessica d’Angelo e Paolo Ottoboni.
 
Lunedì 17 agosto, ore 21 al Forte Strino, I Teatri Soffiati, Pace in guerra, di e con Giacomo Anderle e Alessio Kogoj, voce fuori campo. Barbara Bertoldi, drammaturgia e regia: Alessio Kogoj, Disegno luci: Mariano Detassis
Tanto per cominciare, questa è una storia di guerra. Ma anche una storia d’amore. Guerra combattuta in trincea, negli assalti e nelle attese, ma anche guerra raccontata dai giornali, dai manifesti, dalla propaganda, da parole simili a proiettili.
E amore; amore che non si ferma davanti agli scoppi delle bombe e che non ha bisogno di messaggi o appuntamenti. «Pace in guerra» è un caparbio dialogo d’amore dove amore non c’è.
È la voce della poesia che resiste tenace, mentre tutto sembra scivolare nella notte profonda dell’odio: uomini, corpi, pensieri, parole. In un racconto a più voci, la storia della Grande Guerra s’intreccia a quella di due giovani che non vogliono rinunciare alla loro fragile eppure straordinaria umanità, che non accettano confini e distanze, che vogliono resistere alla normale assurdità dell’odio e che, con le loro scelte, testimoniano come la pace non sia una questione di parole, slogan o bandiere, ma di azioni personali, concrete, rischiose, spesso silenziose e sconosciute.
Alla follia scellerata della guerra si può opporre solo la fragile temerarietà dell’amore.
 
Sabato 22 agosto, ore 16 al Forte Pozzacchio, Compagnia Teatrincorso, La guerra in casa, Regia e drammaturgia: Elena R. Marino, Interpreti: Silvia Furlan, Silvia Libardi, Chiara Superbi
«La guerra in casa» racconta la Grande Guerra da un punto di vista inedito, importante perché diffuso, anche se trascurato, sconosciuto: quelle delle donne di una terra di confine.
Lo racconta con le loro voci, con l’emozione che è intelligenza delle cose più profonda, visione d’insieme e nei dettagli, intuizione dei nessi. Voci femminili lottano per farsi udire, per raccontare la loro versione della Grande Guerra, lo sconvolgimento che ha segnato irrevocabilmente l’Europa e il mondo.
C’era una guerra dentro la guerra, o molte guerre che esplodono dentro quella apparente. E mentre si combatte per il territorio, e si fanno esplodere proiettili e bombe, nelle retrovie si combatte una guerra su molti più fronti: per la giustizia e la verità, per il senso d’umanità, per la dignità dell’essere umano in quanto tale. Idealmente al fronte con i loro uomini, ma nella realtà assorbite da combattimenti quotidiani per strappare allo sfacelo brandelli di vita, così le donne, mentre tentano di difendere la famiglia e se stesse dall’apocalisse, rimangono testimoni di una lotta profonda, universale, definitiva: quella per il senso delle cose, per la dignità dell’uomo.

 

Monte Legnoncino, recuperate le trincee

Da corrieredilecco.it del 13 luglio 2015

Barzio (Bàrs) - Il presidente della Comunità Montana della Valsassina, Carlo Signorelli, con l'assessore Francesco Branchini e i sindaci della Valvarrone e di Premana, ha presenziato Domenica alla inaugurazione del recupero delle fortificazioni della Linea Cadorna e della cappella di San Sfirio, sul Monte Legnoncino.

SODDISFAZIONE. Un ringraziamento agli enti che hanno collaborato al recupero tra cui la Comunità Montana e la Regione Lombardia - oltre che alle imprese e ai progettisti - è stato espresso con grande soddisfazione dal sindaco di Introzzo Luca Buzzella. L'ALTO SIGNIFICATO. Carlo Signorelli ha sottolineato l'alto significato culturale e storico del recupero delle fortificazioni di San Sfirio, nell'anno delle celebrazioni del centenario della grande guerra, oltre che l'importanza in chiave turistico-ricettiva.

La Polveriera si presenta alla città

Da la gazzettadireggio.it del 10 luglio 2015

REGGIO EMILIA. Un edificio vuoto, uno spazio abbandonato, un luogo dismesso che torna a nascere.

Ma anche uno sguardo rivolto verso il domani, che suggerisce un’idea di futuro diversa. Sta accadendo in Polveriera.

Un progetto nato dall’ interesse di voler riqualificare una parte di storia della nostra città, l’area dell’ex-polveriera, porzione superstite della vecchia Piazza d’armi di Reggio Emilia.

Venerdì 10 luglio la Polveriera aprirà il suo cantiere per far scoprire ai cittadini un progetto che è un sogno, dove pubblico e privato collaborano in modo virtuoso per far rivivere un’area storica che diventerà un luogo d’incontro e aggregazione, un laboratorio attivo di cultura sociale: caffè, aperitivi, ristoranti, negozi, sedi e uffici di aziende, cooperazione sociale, orto urbano e panchine, ma anche laboratori differenti e luoghi di accoglienza per disabili.

Per l’inaugurazione dell’evento ci sarà l’intervento di Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia Romagna.

Poi food, drink e live music accompagneranno la serata dalle 20 alle 00.30.

 

 

Museo della Guerra, alla scoperta di un inedito palazzo Santo Stefano

Da padovaoggi.it del 9 luglio 2015

"Non posso pensare che un complesso monumentale di straordinaria importanza storica come palazzo Santo Stefano sia lasciato all’incuria. Il mio impegno è recuperare le strutture originarie dell’edificio, per rendere fruibile a tutti i cittadini e ai turisti una testimonianza fondamentale per la città – dichiara e annuncia il presidente della Provincia, Enoch Soranzo - e per questo sono assolutamente determinato a trovare le risorse necessarie per realizzare tutti gli interventi necessari. Ho incaricato l’Ufficio tecnico provinciale di elaborare una proposta d’itinerario turistico che preveda il recupero dei luoghi significativi di palazzo Santo Stefano e della Prefettura, insieme all’antistante piazza Antenore, e uno studio di fattibilità per procedere alla ricerca di finanziamenti dedicati.

Ora siamo pronti a partire". L'ITINERARIO. Il percorso, di estremo interesse storico e culturale, prevede la visita alla tomba di Antenore, situata nell’area della piazza omonima di fronte a palazzo Santo Stefano e la cui costruzione risale al 1283, per continuare poi nella sala del Consiglio provinciale, risalente alla seconda metà dell’Ottocento quando venne ristrutturato l’intero Palazzo, totalmente ricoperta da stucchi, marmorini e affreschi di elevato livello qualitativo, dipinti nel 1877 e restaurati nel 2012. Questo per parlare del preesistente.

I RIFUGI ANTIGAS E IL BUNKER. "Ma la vera novità – continua Soranzo - consisterà invece nella creazione di un 'Museo della Guerra', previsto all’interno dei rifugi antigas sotterranei di palazzo Santo Stefano, cunicoli e stanze posti al di sotto dell’ala Novecentesca del complesso e che arrivano fino a piazza Antenore, corredati dalle caratteristiche porte blindate e dai condotti di ventilazione, strutture che vennero realizzate nel 1943 durante la II guerra mondiale. Nel piano di recupero dell’area è previsto inoltre il bunker antiaereo attualmente presente nel giardino della Prefettura, dalla caratteristica forma a ogiva, costruito nel 1944 interamente in calcestruzzo. Per ciò che riguarda i rifugi antigas, in particolare, è prevista la predisposizione d’interventi particolari in quanto il cunicolo che conduce alla porzione sottostante piazza Antenore è stato murato per degli sfondamenti della soffittatura, dovuti probabilmente alle radici dei due grandi cedri presenti nella piazza".

NUOVO ACCESSO TITO LIVIO E COSTI. Nello studio di fattibilità è prevista anche l’installazione di una nuova cartellonistica in più lingue, da porre in posizione visibile, con la descrizione storico-artistica del complesso, e l’organizzazione di visite guidate dedicate soprattutto alle scuole. Naturalmente tutti gli interventi verranno concordati e approvati dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e paesaggistici. Il progetto di recupero prevede inoltre la realizzazione di una nuova cancellata in ferro per l’ingresso al liceo Tito Livio, in arretrato rispetto a quello attualmente presente sulla Riviera, in modo da poter aprire un ingresso riservato soltanto alla visita del bunker, senza far passare i turisti dalla residenza prefettizia o dal corridoio della scuola. Il totale dell’investimento necessario all’intera realizzazione dell’opera ammonta a 300mila euro.