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ANNO 2023

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I superbi castelli rivolti al mare
Da lanuovasardegna.it del 28 luglio 2023

di Mauro Tedde

L’Anglona è ricca di fortificazioni costruite dai Doria e Malaspina a Osilo e Chiaramonti

Oltre al grandioso castello dei Doria che dal promontorio di Castelsardo su cui si erge domina il golfo dell’Asinara, l’Anglona va fiera anche di altre rocche e castelli medievali che sorgono nella parte più interna del territorio. Ad iniziare dal castello dei Malaspina ad Osilo, fortezza costruita intorno al XII secolo dalla nobile famiglia italica di origine longobarda che gli dette il nome. Posto sulla sommità del monte Tuffudesu (650 m.s.l.) a guardia del centro abitato che si estende ai suoi piedi e a presidio delle frontiere fra l’Anglona, la Gallura e la Nurra il castello in seguito entrò in possesso degli Aragonesi e vi rimase sino al 1365, anno in cui esso venne espugnato dal giudice Mariano d’Arborea.

La rocca di Osilo fu ancora al centro di aspre contese, fin verso la metà del 1400, quando iniziò il suo lento declino e nel 1720 passò, con tutta la Sardegna, sotto Casa Savoia. Assolta la sua funzione militare il castello venne abbandonato e andò in quasi totale rovina, finché nei primi anni ’60 del ’900 non subì un parziale restauro. Pur trovandosi in una importantissima posizione strategica, il castello non era di grandi dimensioni con una superficie interna di circa mille metri quadri. Della originaria fortezza restano oggi le due torri e la cinta muraria. Il castello si raggiunge attraverso le strette viuzze del centro storico di Osilo ancora in acciottolato. Dalla grande terrazza si gode di una straordinaria vista su larga parte della Sardegna Nord-Occidentale e del golfo dell’Asinara. Un altro antichissimo castello svetta in cima al colle San Matteo che domina l’abitato di Chiaramonti. Fatta edificare intorno al 1100 dalla famiglia genovese dei Doria la rocca venne conquistata dagli aragonesi nel 1348 da Rambaldo di Corbera ma poi nel 1350 venne restituita a Brancaleone e Matteo Doria dal re d’Aragona.

Assegnata successivamente all’arcivescovo di Arborea fu poi ceduta probabilmente nel 1443 al sassarese Angelo Cano dal quale fu abbandonata e lasciata cadere in rovina. Sui suoi ruderi venne edificata la parrocchiale di San Matteo. Anche per raggiungere questo castello bisogna attraversare il centro storico del paese e le sue anguste stradine che ricordano per la loro struttura i carrugi genovesi, tanto che una di esse viene ancora chiamata dagli abitanti del paese Carruzzu longu. Una volta raggiunta la cima si può godere di un vasto panorama che spazia dal monte Sassu al Limbara, da monte Ruju a monte Alma e alle fertili vallate di Martis, Laerru, Perfugas e Nulvi e che, nelle giornate chiare, lascia intravedere i monti della Corsica. Un’altra fortificazione medievale di grande fascino è la rocca di Casteldoria che sorge in territorio di Santa Maria Coghinas, anche questa al centro delle vicende che riguardano Genova, la Corona d’Aragona, gli Arborea, i Malaspina e le guerre dei giudicati sardi. Come richiama il nome è stata edificata intorno al XII secolo dalla famiglia Doria che aveva forti interessi nel nord della Sardegna, tra cui anche l’importante Castelsardo. Dalla metà del XIV secolo la fortezza, insieme a quella di Chiaramonti cadde in mani aragonesi, occupata da Rambaldo de Corbera per conto di re Pietro IV di Aragona nel 1354.

Il castello passerà poi ad Eleonora d’Arborea fino ai primi anni del 1400 ma nei secoli successivi passerà per molte mani e molti sovrani subendo però un lento declino che lo porterà agli inizi del 1700 ad essere saccheggiato, demolito e danneggiato dai piemontesi insediatisi nell’isola. La fortificazione di carattere fortemente genovese oggi è in stato di semi abbandono ed è situata in cima ad una rupe denominata Monti di lu Casteddu o anche Monti Urtigiu, a circa 220 m s.l.m. Ci si arriva dalla provinciale che collega Santa Maria Coghinas a Perfugas imboccando un strada sterrata a sinistra. La torre con la sua forma pentagonale supera i 20 metri di altezza. Insieme ad essa e alle mura perimetrali sono visibili altri materiali e soprattutto i resti che rimandano al borgo antico sorto, molto probabilmente, in contemporanea col castello nella seconda metà del 1200. «La presenza dei castelli in Anglona è senza dubbio uno degli aspetti che stanno a significare l’importanza di questo territorio da sempre – spiega Giovanni Ligios, presidente dell’Unione dei Comuni Anglona e bassa valle del Coghinas – e tra gli obiettivi del nostro ente c’è sicuramente quello di metterli in rete e renderli fruibili. Già ad agosto sarà possibile attraverso il patrocinio dell’Unione dei Comuni».

 

Forte San Felice: Riprendono i lavori di restauro, non si fermano le visite
Da radioclodia.it del 28 luglio 2023

Il comitato del Forte San Felice ha reso noto che sono confermate le visite al Forte di sabato 5 agosto e pertanto sono aperte le iscrizioni con le medesime modalità. “Le recinzioni dei cantieri che si stanno attivando sul Castello e sulla blockhaus costringeranno a limitare ancor più il percorso di visita, ma in compenso potremo vedere già i primi risultati del lavoro di pulizia dalla vegetazione sul Castello, potendone così maggiormente apprezzare la struttura” spiegano.

“Per noi – affermano dal Comitato – è importante che i cittadini scoprano il Forte e vedano che si sta lavorando per il suo recupero”.

 

 

Fortini di Pentimele, Castorina: “Consegnati i lavori con un impegno di oltre un milione di euro”
Da reggiotoday.it del 27 luglio 2023

Per il consigliere comunale la nuova sfida dell'amministrazione dovrà essere quella di sbloccare l’iter relativo ai lavori da fare nell’ex Fiera

“Avevo chiesto in Commissione di approfondire e sollecitare il piano di intervento previsto per i Fortini Pentimele nella necessità collettiva di concretizzare un idea di Giuseppe Falcomatà ed un impegno assunto durante la campagna elettorale e riferibile ai Fortini di Pentimele”. Ad affermarlo è Antonino Castorina, consigliere comunale a Palazzo San Giorgio.
“Finalmente – prosegue Castorina – questi intendimenti diventano realtà tanto che per la riqualificazione della strada di accesso alle fortificazioni c’è adesso la proposta di delibera n.3542 del settore Lavori pubblici “Pisu – piano di azione e coesione 2007/2013 (Pac) valorizzazione area collina di Pentimele” un intervento di straordinaria importanza che ha nei suoi obiettivi quello di valorizzare l’intera zona Nord di Reggio rendendo accessibile il panorama mozza-fiato dello stretto che dalla collina di Pentimele si può vedere”.
L’atto che ha preso forma con la deliberazione di Giunta Comunale n. N. 262 del 24 novembre 2022 è stato approvato con allegato un progetto definitivo-esecutivo afferente l’intervento denominato “Valorizzazione area collina di pentimele – Riqualificazione della strada di accesso ai fortini” dell’importo di complessivo di 2.400.000 euro che poi ha visto destinatario dopo una gara indetta sul Mepa il “consorzio stabile san Pietro Scarl” quale soggetto attuatore di tale intervento.
"Nell’atto viene - afferma Castorina - reso noto che per l’esecuzione dell’appalto sarà speso un importo netto di 1.220.024,07 euro oltre oneri di sicurezza pari a 30.798,87 euro, corrispondente ad un ribasso del 33.1856% rispetto alla base d’asta, pari ad un importo contrattuale di € 1.250.822,94 oltre IVA per legge, una spesa che di fatto non va a gravare sulle casse comunali ma che è frutto di una programmazione mirata con l’utilizzo dei fondi Pac”.
“La sfida ora – prosegue il consigliere comunale – sarà sbloccare l’iter relativo ai lavori da fare nell’ex Fiera e per i quali è stata depositata da tempo un interrogazione che merita la massima attenzione”.
“Riteniamo necessario – prosegue Castorina – lavorare senza sosta per tenere alta l’attenzione sui servizi essenziali ma allo stesso tempo sbloccare i cantieri, fare partire e concludere le opere iniziate e dare un volto alla nostra città”.

 

Volontari rimuovono 5 tonnellate di filo spinato della Seconda guerra mondiale nelle Alpi
Da greenme.it del 27 luglio 2023

Di Francesca Capozzi

Nel territorio alpino, tra Francia e Italia, i volontari hanno rimosso tonnellate di filo spinato a difesa dei confini nel corso della Seconda guerra mondiale. L'operazione è stata complessa, ma non è terminata. Si prevedono altri progetti per portare avanti la missione

Sono ben 5 le tonnellate di filo spinato a protezione del confine italo-francese nel corso del Secondo conflitto mondiale smantellate. Un’impresa davvero ardua, ma portata a termine grazie alla forza di volontà e alle braccia di 40 volontari dell’associazione Mountain Wilderness. Provengono da diverse regioni della Francia e dell’Italia e si sono dati appuntamento a inizio mese nella Vallée Étroite. Da qui, con un sorriso e uno scopo che accomuna ogni generazione presente, si sono incamminati nell’area montana raggiungendo Col de l’Échelle, valico alpino che un tempo apparteneva al nostro Paese.

C’è chi ha deciso di vivere l’esperienza con la propria dolce metà, chi con un familiare e chi, invece, ha trovato nuovi amici proprio grazie a questa iniziativa. Una volta giunti a destinazione, i volontari hanno esplorato il territorio che conserva le testimonianze belliche di un tempo: fortificazioni difensive, casematte e naturalmente filo spinato.

Obiettivo: seguire il percorso lungo cui corre il filo spinato, spesso nascosto dalla lussureggiante vegetazione, tagliarlo in pezzo e raggrupparlo in fasci per poterlo trasportare più facilmente e smaltirlo nei punti di raccolta. Questo non solo non ha più alcuna utilità, ma rappresenta un serio pericolo per persone e animali. I volontari sono stati divisi in gruppi mentre è stato montano uno stand per spiegare agli escursionisti cosa si stesse facendo in situ. Il lavoro è stato immenso. Il primo cassonetto in zona è stato riempito completamente e consegnato a un rottamaio del posto che si occuperà di fondere il materiale e dargli una nuova funzione.

5 tonnellate di filo spinato non è certo poca roba, ma c’è ancora tantissimo da fare. Mountain Wilderness sta pensando di organizzare nuovamente la campagna il prossimo anno perché a Col de l’Échelle il filo spinato non è mica finito. Il progetto nelle Hautes-Alpes è stato apprezzato non solo dalle amministrazioni locali, ma anche anche da altri enti per il profondo significato simbolico della missione che punta anche idealmente ad abbattere ogni confine fisico, riscrivendo una nuova storia per i paesaggi alpini.

 

Augusta, “ritorno” al Forte Vittoria. Ecco le date
Da lagazzettaaugustana.it del 27 luglio 2023

AUGUSTA – Come lo scorso anno, ripartono a metà stagione estiva le visite al Forte Vittoria organizzate dall’associazione “Icob“, su concessione dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia orientale, ente competente per il manufatto. Il titolo del programma 2023 è “Ritorno al Forte”.

Ci si imbarca nel pomeriggio, alle ore 17, dalla nuova darsena nell’Isola, grazie al servizio in collaborazione con il Gruppo Barcaioli, e in pochi minuti si raggiunge, al centro del porto Megarese, la fortificazione federiciana-spagnola che è stata restaurata e restituita alla collettività nel 2009. Mentre il il contiguo Forte Garcia non è mai stato recuperato alla fruibilità pubblica. Il rientro è previsto alle ore 20, pochi minuti prima del tramonto.

L’associazione “Icob”, presieduta da Alessandro D’Oscini, cura all’interno delle mura del forte rievocazioni storiche in costume (vedi foto di repertorio in copertina), ambientazioni d’epoca e, a ogni edizione, nuovi allestimenti e sorprese.

Sono in programma la proiezione di un docufilm sulle fortificazioni esistenti nella rada megarese, tre mostre all’interno dei locali. A esporre le proprie opere saranno: Domenico Blandino con una mostra fotografica dal titolo  “Figure in movimento“, Giuseppe Garilli con i  plastici che riproducono in miniatura alcune vie del centro storico di Augusta, Fiorenzo Fiorenza con una mostra fotografica dal titolo “Acqua e sale”.

Le date programmate per il “Ritorno al Forte” sono: giovedì 10, venerdì 11, domenica 20, venerdì 25 agosto; domenica 3 settembre.

È possibile ottenere informazioni consultando la pagina social dell’associazione “Icob”, oppure recandosi nella sede dell’associazione filantropica “Umberto I” insistente sulla piazza Duomo.

 

Terracina, a Torre di Badino diventerà una struttura turistica
Da ilcaffe.tv del 27 luglio 2023

ALa Torre di Badino di Terracina, storico edificio di avvistamento e difesa della costa laziale, è stata affidata dall’Agenzia del Demanio per i prossimi 32 anni all’imprenditrice Lisa Conti, nell’ambito delle iniziative di recupero e riuso del patrimonio immobiliare dello Stato. L’imprenditrice pagherà un canone annuo di 4.800 euro a fronte di un investimento di riqualificazione di circa 400 mila euro, oltre ai lavori di manutenzione straordinaria programmati.

L’imprenditrice ha presentato una proposta di rifunzionalizzazione e rivalutazione dell’immobile di Terracina che contribuirà a potenziare l’offerta turistica della costa laziale, garantendo una serie di servizi e la creazione di un luogo di incontro e condivisione di informazioni sul territorio.

L’idea è quella di realizzare una struttura ricettiva turistica, punto focale di tour culturali, esperienze gastronomiche e attività naturalistiche e sportive. Grazie anche alla posizione strategica vicina al mare, ai numerosi luoghi di interesse e alle aziende locali, Torre di Badino potrà divenire punto di partenza per itinerari che coinvolgono i turisti a 360°.

 

Bonifica dell’ex Polveriera. Doccia fredda sui fondi
Da ciociariaoggi.it del 26 luglio 2023

Anagni - Persi i finanziamenti già stanziati per l’operazione. Alessandro Cardinali denuncia: colpa del disinteresse del Comune

Bonifica della ex Polveriera, il Comune perde i fondi già stanziati. Chiamarla doccia fredda è riduttivo, trattandosi di una vera e propria debacle. Mentre comuni vicini festeggiano l'avvio delle operazioni di bonifica dei siti inseriti nel Sin della Valle del Sacco, la città dei papi segna il passo.Nella lista dei siti da bonificare, con costi a carico dello Stato per circa 3 milioni di euro, l'ex Polveriera viene descritta così: "il sito presenta una superficie di circa 187 ettari, posto alla sinistra del fiume Sacco. Era originariamente dedicato alla produzione di ordigni bellici, poi polveriera. Il prolungato abbandono dell'area ha consentito alla vegetazione di proliferare inglobando le strutture esistenti, alcune delle quali risultano fatiscenti e pericolanti, con la presenza di rifiuti incontrollati. Molte coperture, per una superficie di 16.000 metri quadrati, contengono amianto". Alessandro Cardinali, consigliere comunale e provinciale con delega al bilancio, coglie l'occasione per dissotterrare l'ascia di guerra, mettendo fine a quella che sembrava un'inedita luna di miele col sindaco Daniele Natalia; e mostra il documento che blocca la bonifica recitando: "il Comune di Anagni non ha offerto alcun contributo istruttorio, lasciando totalmente inevase le richieste della Provincia (note del 16.6.22, 2.8.22 e 23.9.22)". Ed il no definitivo: "l'architetto D'Isidoro chiarisce che, in merito al sito di Anagni, la Regione ha agli atti una corrispondenza con il Comune a seguito di un incendio verificatosi, e nel 2020 è stata formalmente richiesta al Comune la documentazione necessaria a ricostruire la proprietà del sito, cui il Comune non ha riscontrato".
Da qui l'affondo da parte del capogruppo del gruppo misto: «Inizialmente c'era l'interesse particolare un po' di tutti, dal sindaco all'assessore ed al resto della maggioranza. Dopo che la Regione ha deciso di pensarci direttamente, togliendo la gestione dell'intervento al Comune, l'interesse è venuto meno. Una brutta pagina per la nostra città».

 

La sentinella di pietra sul lago d’Orta
Da iltorinese.it del 25 luglio 2023

Grigia e serissima, la Torre di Buccione – che non ha, evidentemente, un’anima – non può sapere che la sua citazione più conosciuta è contenuta in uno dei libri più belli e più ironici di Gianni Rodari, quel “C’era due volte il barone Lamberto ”, ambientato lì attorno

C’è chi, nel lento trascorrere del tempo, vigila. Infatti, d’inverno , quando il lago è velato, a pelo d’acqua, dalla nebbia, sembra che stia lì, sentinella di pietra sul colle, a difesa del silenzio e della pace di questa terra cusiana, sulla sponda orientale del lago d’Orta.Grigia e serissima, la Torre di Buccione – che non ha, evidentemente, un’anima – non può sapere che la sua citazione più conosciuta è contenuta in uno dei libri più belli e più ironici di Gianni Rodari, quel “C’era due volte il barone Lamberto”, ambientato lì attorno. Nel racconto del grande scrittore omegnese, dopo l’invasione dell’isola di S.Giulio da parte dei banditi che sequestrarono il barone, i giornalisti di mezzo mondo si disputarono gli “osservatori “migliori per seguire le varie fasi della vicenda. E se i giapponesi ( i più sistematici.. ) occuparono i punti più alti, cioè l’Alpe Quaggione e la vetta del Mottarone, scrutando il lago da nord a sud, da Omegna a Gozzano, l’unico punto altrettanto alto e panoramico per guardare il lago da sud a nord era proprio la Torre di Buccione, “occupata in forze dalla Tv messicana”.

Non male come “utilizzo” nel XX secolo. Ma , riposta la fantasia e ripristinando la storia per com’è stata, bisogna dire che il primo documento che cita la fortificazione risale al 1200: il castello di Buccione fu teatro di un accordo stipulato alla presenza del vescovo Pietro IV tra i feudatari locali ed i rappresentanti del comune di Novara. Incontratisi nel prato sotto la Torre, che svettava con i suoi quasi trenta metri d’altezza sul colle, cercarono un’intesa per mettere fine alle dispute sulle questioni territoriali della Riviera. Nel 1205 il castello venne indicato come dimora del Vescovo e trent’anni dopo, in un altro documento, si ribadiva che la Torre e le fortificazioni di Buccione erano “indiscussa proprietà vescovile”. Il filo che lega questi documenti non solo testimonia la “presenza” della fortificazione di Buccione ma rappresenta tre momenti della originale evoluzione della Riviera di S.Giulio sotto il profilo istituzionale ed amministrativo, con i passaggi – nell’arco di trecento anni , dal Mille al XIII secolo – da signoria di “possesso territoriale” a signoria di “potere giurisdizionale” del vescovo di Novara, tant’è che per sbrogliare la complessa matassa fu persino necessario l’intervento degli arbitri dell’Imperatore.

Una mediazione non proprio pacifica visto che il Comune di Novara – impegnato ad espandere i suoi possedimenti – aveva creato ex-novo un suo avamposto tra il castello di Mesma e la Torre di Buccione ( il “borgo” della Mesmella ), insinuandosi come un cuneo nei possediemnti del vescovo così che , di conseguenza, gli arbitri imperiali dovettero ordinare la distruzione del borgo, restituendo all’autorità vescovile i castelli ed i villaggi posti a nord della Baraggia di Briga, con tutti gli annessi e connessi, cioè i diritti ed i poteri. Ma l’origine della Torre, secondo alcuni studiosi, ha radici ben più antiche dei cenni documentali già citati: radici che affondano nelle ombre e nei chiaroscuri dell’alto medioevo. Uno studioso che ha minuziosamente “rivisitato” la storia dell’imponente fortificazione – il Marzi – scrisse che “ si estendeva fino a coprire la vetta del colle”, identificandone due fasi di costruzione: “l’erezione della cortina e delle stanze del presidio sono da collocarsi intorno agli anni 1150-1175” mentre risultavano “troppo esigui gli elementi per datare i recinti successivi e il ridotto avanzato”. Resta il fatto che a rivelare le due fasi si possono citare almeno un paio di elementi: i parametri murari e la disposizione delle buche per il ponteggio. Le opinioni di carattere storiografico sono disparate: c’è chi giura si tratti di un manufatto di epoca romana, chi lo giudica invece opera dei Longobardi e chi ancora frutto di scelte ed indicazioni dei vescovi novaresi. Secondo il Marzi, nel suo “ Sulle origini del castello di Buccione “, edito dal comune di Orta S.Giulio nel 1984, gli autori vanno ricercati invece nei signori locali, legati da vincoli feudali al vescovo, forse i da Castello di Crusinallo.

Resta un fatto, abbastanza chiaro: il castello divenne una piazzaforte vescovile, in stretto contatto con il castello dell’isola di S.Giulio – eretto nel V secolo – di cui costituiva, insieme ad altre “torri” edificate sulle sponde del Cusio, una delle “teste di ponte” di un fitto ed articolato sistema di fortificazioni poste a guardia dello stato episcopale, una sorta di “enclave” indipendente nell’ambito dell’Italia del nord, nell’arco di ben sei secoli, dal 1219 al 1817. In cima alla torre, come si usava dire “..sospesa tra terra e cielo”, era posta la campana con cui si annunciavano gli imminenti pericoli: l’ultimo, prezioso, esemplare – fatto fondere nel 1610 – è tutt’oggi custodito nel giardino della sede del municipio di Orta. Il “castello di strada” e la torre, nei fatti, rappresentavano un’unica turrita fortezza alta, per l’esattezza, ventitre metri, con funzioni di segnalazione, suddivisa al suo interno in tre impalcati di legno che ne consentivano l’abitazione da parte della guarnigione . Il piano inferiore ( dove si apre l’ingresso attuale, risalente al 1800, mentre l’antico ingresso si trovava a circa sette metri da terra ) serviva da “caneva”, cioè da magazzino per i viveri e per l’acqua, necessari in caso d’assedio. Al secondo ed al terzo piano erano situate le latrine, con condotte convogliate verso il cortile per lo scarico dei liquami.

Al piano alto si trovava la cella – con la volta a crociera – munita di una bertesca organizzata su mensole, dalla quale si potevano spiare e combattere i nemici che minacciavano l’ingresso inviando loro dei “gentili omaggi” a base di pietre e, nei casi più ostinati, calderoni d’olio bollente. La fortificazione si completava di una cortina muraria esterna con camminamenti, feritoie, merli, ancora visibili all’inizio del ‘700 quando vennero descritte dallo storico rivierasco Lazzaro Agostino Cotta. Le mura, al loro interno, ospitavano un cortile rettangolare che includeva la “nostra” torre, mentre – in epoca successiva – venne edificato sul lato a nord un altro recinto che, stando ai resoconti del Cotta, poteva contenere fino a cinquecento soldati, ed un ridotto avanzato – situato sul crinale verso il lago – studiato come punto di controllo sulla strada che veniva percorsa da merci e viandanti. Oggi la Torre, impavida ed altera costruzione che domina il Cusio meridionale, dopo aver subito – in passato- le offese di vandali e teppisti, merita le cure di chi – per generazioni – è nato e cresciuto alla sua ombra. E la Riserva Regionale che oggi la tutela è stata pensata proprio per questo. Un nobile scopo per la nobile causa di unanobile ed ardita costruzione medioevale.

Marco Travaglini

 

Il rebus del rinnovo dell’arsenale nucleare Usa in Italia
Da true-news.it del 24 luglio 2023
Il nucleare Usa in Italia è oggetto di discussione. Se ne parla in Commissione Difesa. E il governo approva il rinnovo delle atomiche

dI Andrea Muratore

Gli Stati Uniti aggiornano il deterrente nucleare in Europa e in Italia e Roma prende atto della svolta Usa, senza però essere la parte in causa avente l’ultima parola. Questo quello che si può intendere dal dibattito andato in scena alla IV Commissione permanente Difesa della Camera nella giornata di mercoledì 12 luglio. Ove un’interrogazione presentata dagli onorevoli del Pd Stefano Graziano e Laura Boldrini ha chiesto conto al governo Meloni del processo di aggiornamento dell’arsenale atomico americano in Italia. Esso sta venendo compiuto ai sensi dell’aggiornamento della Nuclear Posture Review, la strategia di Washington sulle armi nucleari promosso nel 2022 in risposta alla crisi russo-ucraina.

Rauti risponde sul nucleare Usa in Italia

Presente in aula della Commissione a Montecitorio, la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti, esponente di Fratelli d’Italia, ha promosso l’attenzione sul fatto che il Ministero della difesa è sempre al corrente di ogni aggiornamento riguardante l’arsenale nucleare americano presente nelle basi site in Italia. Esse sono in particolare quella bresciana di Ghedi e quella friulana di Aviano, ove militari italiani e commilitoni americani collaborano secondo l’accordo del nuclear sharing. Tramite questo patto, le forze italiane hanno la cogestione di una quota di atomiche che in caso di conflitto sarebbero assegnate all’Aeronautica, in particolare per essere imbarcate sui cacciabombardieri Tornado o F-35. Rauti ha sottolineato che il ministero guidato dal collega di partito Guido Crosetto opera “svolgendo un costante monitoraggio”. Ma – va ricordato – le armi dell’arsenale nucleare americano in Italia restano di proprietà del governo di Washington.

Le mosse del “gigante dei cieli” Usa tra Ghedi e Aviano

Tra le due basi è schierato un reparto del 704esimo squadrone del Munss americano (Munitions Support Squadron) dedicato proprio alla gestione del munizionamento. E anche se ufficialmente nulla trapela, è chiaro da diversi indizi che un rischieramento nucleare americano in Europa è in atto e che ciò riguardi anche le basi italiane. Ad aprile i tracciatori di aerei del sito Italmilradar.com hanno individuato la partenza di un gigantesco Globemaster III Boeing C-17A dalla base tedesca di Ramstein, capitale delle forze armate americane in Europa, per raggiungere Ghedi prima eAviano poi.

L’aereo dell’Usaf portava bombe per il nucleare americano?

Il velivolo era membro del 62° Squadrone della United States Air Force ed è giunto in Europa proveniente dalla base “Lewis-McChord” di Tacoma, nelo stato di
Washington.
Il Globemaster III è l’unico aereo dell’Usaf che è attrezzato per il trasporto a fini non di impegno diretto di testate nucleari, dunque alla logistica delle atomiche a stelle e strisce. E visto i passaggi, è tutt’altro che improbabile pensare che il quadrigetto che a
pieno carico pesa circa 250 tonnellate, quanto cinquanta elefanti, potesse essere stato inviato oltre Atlantico con fini diversi dal trasporto di rinnovate testate per le forze armate stanziate a Ghedi e Aviano.

Rauti segue la strategia americana

Gli Usa stanno rinnovando pesantemente il programma nucleare in Europa. Le atomiche in arrivo in Italia sono le B61-12 dal potenziale compreso tra gli 0,5 chilotoni e i 50 chilotoni. Capaci di essere trasformate dai cacciabombardieri, di penetrare in profondità su obiettivi tattici e bunker, di mirare in forma più precisa gli obiettivi. Nelle intenzioni Usa queste bombe sostituiranno le meno duttili B61-11e e saranno gestite nella fase produttiva da Boeing.
La sostituzione delle atomiche rispecchia le regole d’ingaggio della strategia nucleare Usa, la Nuclear Deterrence Strategy che integra la Nuclear Posture Review voluta da Barack Obama per integrare il deterrente americano alle sfide del nuovo millennio.
Gli Usa si impegnano a mantenere “a safe, secure, and effective nuclear deterrent” in patria e non solo. E la Rauti, rispondendo a Graziano e Boldrini, con quest’ultima che mostrava preoccupazione per la presenza di armi “estremamente più potenti e letali” che potrebbero essere il primo obiettivo di un possibile attacco russo, sembra riprendere pari pari le parole del Pentagono.

Giochi di guerra in Europa e Italia

Rauti sottolinea infatti che “l’intendimento statunitense di sostituire l’arsenale nucleare sul suolo europeo rientra da tempo nel piano di ammodernamento volto al mantenimento di un deterrente credibile, affidabile ed efficiente”. Cita le Npr del 2010 e del 2022 come elemento che potrebbero avvalorare questa svolta. La sottosegretaria ribadisce “l’impegno statunitense per una transizione efficiente, tramite l’ammodernamento delle dotazioni di specie, funzionale alla richiamata azione di deterrenza”. Tutto, a prescindere, sopra la testa del governo italiano e degli altri organi costituzionali.

 

Isola delle Femmine, apertura straordinaria bunker II Guerra mondiale promossa da BCsicilia
Da alqamah.it del 23 luglio 2023

Nell’ambito dell’800 Anniversario dell’Operazione Husky, promossa da BCsicilia, è prevista ad Isola delle Femmine, lunedì 24 Luglio 2023 dalle ore 18,00 alle 20,00, l’apertura straordinaria del bunker II Guerra mondiale sul Lungomare dei Saraceni (dentro il posteggio “Al Fortino”).

All’esterno sarà allestita una mostra con cimeli dell’epoca, messi a disposizione da Agata Sandrone, Presidente BCsicilia di Isola delle Femmine, e dal Luogotenente dei Carabinieri Benedetto Salvino, medaglia d’oro vittima del terrorismo. Gli oggetti saranno illustrati ai visitatori da Giancarlo Equizzi.

Per informazioni: Tel. 320.9089061. Email: isoladellefemmine@bcsicilia.it