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Alla scoperta delle antiche torri d’avvistamento del trapanese
Da primapaginatrapani.it del 16 gennaio 2022

Di Pietro Vultaggio

Nel XIV secolo inizia un processo di costruzione difensiva in tutte le coste della Sicilia

Tra il 1313 ed 1345 Federico III re di Sicilia fece costruire un sistema di 40 torri costiere di avvistamento e difesa, per lo più di forma cilindrica. Nel 1405 il re aragonese Martino I di Sicilia, detto il Giovane, diede ordine di restaurare le 40 torri esistenti e di costruirne di nuove. Ma anche l’impero spagnolo di Carlo V investì ingenti risorse nella difesa delle coste mediterranee.

Nel trapanese ritroviamo molte testimonianze di questo passato difensivo: lungo il litorale di Marausa si trova una torre di guardia del XVI secolo, la cui denominazione è “Torre di Santo Stefano di Alcagrossa”, perché sovrasta i bassi fondali marini, anche detta “Torre di Mezzo”, per la sua posizione geografica che la vede situata tra la torre di Nubia e quella di San Teodoro a Marsala; la torre di Nubia costruita nel secolo XVI; la Torre della Colombaia o Torre Peliade risalente al periodo di Amilcare Barca; Torre di Ligny tra i due mari, Tirreno e Mediterraneo; la Torre della Tonnara di San Giuliano; la Torre di Martognella e la Torre di Pizzolungo che si trovano sul litorale nord in direzione Bonagia; anche all’interno della tonnara di Bonagia si trova una torre d’avvistamento e che adesso invece ospita il museo della Tonnara; la torre della Tonnara di Cofano, che si trova già sul golfo di Macari ma ricade nel territorio del comune di Custonaci, ha una pianta quadrata stellare a quattro punte e rappresenta un impianto unico per la Sicilia per le sue pareti concave, che servivano a fare rimbalzare le palle dei cannoni durante gli attacchi; sul Golfo di Castelluzzo-Macari si può ammirare la Torre Isulidda, da poco restaurata, mentre andando verso lo Zingaro si incontrano la torre ‘Mpisu (o ‘Impisu, impiccato) e la Torre dell’Uzzo.

 

Crema, le fortificazioni veneziane come «volano» per i turisti
Da laprovinciacr.it del 15 gennaio 2022

È via libera dalla Sovrintendenza alla seconda fase del recupero.Ora è caccia ai fondi regionali

CREMA - Scatta la fase due del restauro conservativo delle mura venete. Dopo aver completato a dicembre i lavori di recupero di oltre 1.600 metri quadrati dell’antica cinta, nel tratto tra Porta Serio e l’omonimo parco, l’amministrazione comunale punta ora sui fondi regionali destinati alla «valorizzazione del  patrimonio pubblico lombardo a fini culturali». Il progetto per candidare Crema al bando è pronto. Prevede di intervenire su tre parti diverse: il tratto di via Stazione partendo dal Torrion Castello ma escludendo il Torrion Foscolo di proprietà privata. Quindi, la porzione affacciata sul parcheggio del complesso residenziale «Mura venete». Infine il tratto del Campo di Marte, uno dei meglio conservati della città, tanto da mantenere ancora il fossato. Tutto già approvato dalla Sovrintendenza, dunque senza ulteriori passaggi legati ad autorizzazioni. Un restauro conservativo che significa l’eliminazione della vegetazione spontanea e la sistemazione delle fughe dove mancano piccole parti in muratura. Insomma, interventi che non vanno certo a modificare l’esistente, ma sono stati pensati nell’ottica di un consolidamento delle impronte veneziane per far guadagnare bellezza estetica e salute a questi tratti. E rappresentare un ulteriore punto di atrrattiva da offrire ai visitatori.

Il Comune chiede dunque alla Regione un cofinanziamento di 364 mila euro. «Il recupero — chiariscono i progettisti — è l’occasione di liberare la potenzialità di una componente fondamentale del patrimonio storicoarchitettonico distribuito a contorno della città, mediante il quale possono essere incentivati i servizi, il turismo e l’economia».

L’assessore ai Lavori pubblici Fabio Bergamaschi (https://www.facebook.com/fabio.bergamaschi.85) aggiunge: «Il restauro e la valorizzazione delle mura rappresentano per Crema una grande opportunità: la cinta caratterizza la città, la nobilita. Contribuisce a renderla affascinante e attrattiva.

Si tratta di un patrimonio storico di inestimabile valore, di cui non sempre siamo riusciti a cogliere pienamente il significato ed il potenziale. Ma la prospettiva sta cambiando: da alcuni anni la consapevolezza è diffusa e il Comune ha avviato una serie di interventi di valorizzazione».

 

Da tempo alcuni tratti, come quelli di Campo di Marte e via Stazione, sono stati messi in risalto da un’illuminazione artistica.

«Ora la prospettiva si allarga — conclude l’assessore —: abbiamo elaborato un progetto di recupero complessivo, concentrandoci sui tratti di proprietà pubblica.

Confidiamo molto nel buon esito della candidatura al bando regionale per proseguire in quest’opera. Finora — la precisazione — abbiamo fatto ricorso a risorse comunali e a un contributo del ministero della Cultura.

 Spero che anche la Regione possa sostenere un impegno che la città avverte come importante, sia per onorare la propria storia, sia per dare slancio al proprio futuro e a una vocazione turistica».

 

Romolo Ercolino a un mese dalla scomparsa e il libro sulle Torri Costiere
Da positanonews.it del 15 gennaio 2022

Di Lucio Esposito

Un mese fa ci lasciava l’architetto Romolo Ercolino, grande è il senso di vuoto nell’animo , non solo dei positanesi, ma anche in tutti quelli che appassionati di cultura e storia del territorio, hanno visto nelle sue pubblicazioni un faro. Lo ricordiamo con l’editore Nicola Longobardi, il quale nell’ultimo anno di vita di Ercolino è stato con lui , insieme a lui a fotografare tutte le Torri Costiere da Vietri allo Scoglio del Rovigliano, per completare e arricchire un volume già pronto, meticoloso e puntuale come nello stile dell’ingegnere. Con un sistema iconografico innovativo, immagini dall’alto. Lavoro di grande pregio che speriamo di poter editare al più presto, cercando di coinvolgere amministrazioni comunali. Volume che, il prof Ercolino, ha avuto la possibilità di vedere sul letto di morte , dice Nicola Longobardi nella cortese intervista rilasciata in anteprima esclusiva agli inviati di Positanonews. Facciamo nostro l’augurio di Longobardi e invitiamo tutti quelli che possono fare qualche cosa ad attivarsi ,per la pubblicazione di questo libro di Romolo Ercolino sulle torri costiere.

 

Tre forti uniti da 452 gradini: la Fortezza che custodì l’oro della Banca d’Italia
Da corriere.it del 13 gennaio 2022

Di Luca Bergamin

L’opera di architettura militare, chiamata Franzensfeste in onore di Francesco, permette di ammirare panoramici mozzafiato lungo i camminamenti. Oggi ospita mostre temporanee di arte contemporanea

Si trova proprio laddove la Valle Isarco si incrocia con la Val Pusteria, a pochissimi chilometri dal confine con l’Austria. Rappresenta una possente e mirabolante opera di architettura militare posta su tre livelli di altitudine: in pratica vi sono tre forti in una superficie di 16 ettari, con altrettanti accessi. La sua costruzione avvenne tra il 1833 e il 1838 e vi abitarono centocinquanta soldati. Non potette mai realizzare le finalità militari che avevano indotto gli austriaci a costruirlo, però quello di Fortezza resta un Forte bellissimo e pieno di meraviglie tali da stregare anche chi non è appassionato di bunker e strutture belliche.

La sua posizione, infatti, sopra un lago artificiale, è davvero scenografica e la sua vicinanza a molti bunker, alcuni dei quali creati anche in previsione di quella guerra fredda che poi fortunatamente non si verificò, acuiscono la curiosità di scoprirlo. Fatto di blocchi massicci di granito, chiamato Franzensfeste in onore di Francesco I, dopo la firma del concordato tra Germania, Austria e Italia, vide svanire la sua funzione di proteggere l’Impero Austroungarico dalle invasioni provenienti da sud. Oggi è sede di installazioni artistiche permanenti, ospita mostre temporanee di arte contemporanea che interessano anche il cortile e la chiesa, mentre un camminamento spettacolare proprio sopra il lago artificiale permette di goderne la silhouette anche da una prospettiva davvero ardita.

La sua gemma architettonica più sorprendente è rappresentata dalla scala interna che collega a quello dei tre forti che si trova in posizione più elevata: bisogna scalare ben 452 gradini, tutti al coperto, infatti, per arrivare in cima e poi godere la vista della Valle Isarco dalla piattaforma. Inoltre, è possibile entrare anche nel caveaux naturale che custodì le riserve auree della Banca d’Italia, fatte riparare qui dall’esercito tedesco. Una parte fu poi fatta confluire in Germania durante l’anno 1944, di cui solo una parte, a conflitto terminato, sarebbe stata riporta, con un grosso dispendio di energie per recuperarla, in Italia. Gestito dall’associazione locale Oppidum, il Forte di Fortezza pullula di iniziative non soltanto culturali: possiede un bar ristorante che riaprirà dopo la pandemia, e un negozio interno nel quale sono vendute borse realizzate riciclando i materiali plastici e cartacei impiegati per la pubblicizzazione delle mostre.

 

Bunker H, letteralmente underground
Da rock.it del 12 gennaio 2022

Di Claudia Mazziotta

Era un rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale, oggi è uno dei luoghi vitali per la cultura a Bolzano. Il racconto di un posto pazzesco che racchiude storia e geologia, musica e arte. E che potrebbe fare da sfondo al tuo prossimo videoclip

Un labirinto sotterraneo di 7000mq corre nelle viscere del Guncina, nella zona di Gries, borgo medievale inglobato nel comune di Bolzano durante il ventennio fascista: si chiama Bunker H, lo hanno scavato i soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, e oggi è un posto fighissimo preso in gestione dalle ragazze e dai ragazzi di Cooperativa Talia. Un gruppo di otto persone – il presidente Gino Bombonato e i soci Martino Bombonato, Manuel Unterkofler, Ginevra Dusini, Daniel Von Johnston, Irene Lombardi, Sebastiano La Sala, Davide Del Prete – che crea e organizza eventi culturali sia in regione, in Alto Adige, che fuori.
Attualmente, la Cooperativa Talia (che prende il nome dalla musa della commedia greca) è impegnata in un progetto: Bunker Clip, un contest di video musicali che coinvolge videomaker, band e artisti nella realizzazione di un videoclip nella cornice unica del Bunker H (il primo bando, dedicato ai musicisti, parte il 14 gennaio e si conclude il 23. Tutte le info per partecipare sulla pagina IG di @bunkerclip e in fondo a questo articolo. In palio un premio di 2500 euro).
Bunker H Siamo in via Fago 14, non lontano dal centro storico di Bolzano. Il Bunker H è un posto incredibile, basta guardare le foto e immaginare di ritrovarcisi dentro, tra stalattiti, stalagmiti, rocce laviche, coralli di grotta, cascate calcaree, specchi d'acqua dove sguazzano le anguille. Un luogo pieno di fascino che racchiude storia e geologia, vulcanologia e arte, reso vivibile e visitabile a partire dal 2013 grazie all'opera della Cooperativa, che in quell'anno fa richiesta al demanio per poter prendere in gestione il bunker. "In Alto Adige la parola 'bunker' è ben nota e crea poco stupore. Classificati come 'bunker' contiamo più di 300 luoghi", spiega Martino Bombonato, motion e graphic designer 27enne bolzanino (che ora vive a Milano) ed è il vice presidente della Cooperativa Talia. "Il Bunker H, però, è diverso. Innanzitutto, grazie alla sua area di 7000mq, è considerato uno dei più grandi. Poi, è uno dei pochi che non è stato utilizzato come rifugio antiaereo dalla popolazione di Bolzano durante la guerra, bensì solo dai militari tedeschi. Che, dopo l'armistizio, hanno invaso la regione e hanno utilizzato il bunker come riparo dai bombardamenti alleati, ma anche come deposito di munizioni, viveri e beni razziati". Sono stati i soldati tedeschi ad averlo scavato, dopo l’8 settembre 1943, a colpi di dinamite e piccone nella roccia compatta, tirando fuori il porfido di una montagna "piena". O meglio: "I soldati tedeschi hanno infilato la dinamite nella roccia (si vedono ancora i fori dei candelotti). Ma il lavoro duro, portare fuori le tonnellate di porfido sbriciolato, lo hanno fatto i prigionieri del lager di via Resia. Per sgomberare un metro cubo di materiale servivano 25 carriole. Se si fanno due calcoli, un lavoro durato almeno sei mesi, h24".

"Dopo la fine della guerra", racconta Martino, "sappiamo che il bunker è stato riutilizzato negli anni '60 probabilmente come magazzino, per poi essere abbandonato e dimenticato come la maggior parte dei rifugi antiaereo che abbiamo in provincia. Quando l’abbiamo preso in gestione era in condizioni disastrose, distrutto e in degrado. Essendo un luogo aperto, negli anni sono entrate tantissime persone: da chi voleva semplicemente trovare una sfida di coraggio a chi lo utilizzava per riti, chi come deposito, eccetera". Il grande lavoro svolto dalla Cooperativa Talia è stato rendere vivibile e visitabile il Bunker: "Negli ultimi anni sono state fatte tante modifiche, o meglio, tanto ordine. Il prossimo passo sarà mettere un impianto elettrico", promette Martino. E chissà cosa ne uscirà fuori, se serate pazzesche di musica techno, un rave sotterraneo o un'opera sperimentale, tra installazioni e luci psichedeliche che confondono il buio. Noi ci saremo, speriamo.

Martino e gli altri soci della Cooperativa si sono occupati per diversi anni di realizzare sul territorio (e al di fuori del Bunker) mostre, principalmente di arte incisoria. Oltre a delle bellissime esposizioni di opere originali di Albrecht Dürer, realizzate in più spazi all'interno della provincia: "Avevamo anche portato una mostra di 80 opere all'ultima Expo a Milano", ricorda.
Con il Bunker H l’obiettivo è stato sin dall'inizio quello di prendere in mano un luogo che ormai aveva raggiunto il suo scopo e ridargli una vita: "Abbiamo iniziato semplicemente organizzando visite guidate per raccontare la storia del luogo, di Bolzano e della guerra", racconta Martino. "Purtroppo, spesso a scuola si studia molto frettolosamente la Seconda guerra mondiale e, per quanto riguarda il nostro territorio, non ci si sofferma mai sul fatto che la guerra sia passata anche qui. Data la natura bilingue dell'Alto Adige, il tutto ha avuto delle conseguenze anomale", dice. E il Bunker è un pretesto per riflettere e ricordare.
Dopo alcuni anni di visite e racconti nel Bunker, i ragazzi e le ragazze di Talia hanno iniziato a creare eventi, spettacoli di teatro, concerti e mostre in questo luogo straordinario che, nonostante la sua storia drammatica, è molto versatile per organizzare qualsiasi tipo di evento, soprattutto culturale. L’ultimo, è stato il Bunker Walls: "Quando abbiamo invitato, per due edizioni di fila, 20 artisti del mondo della street art e assegnato ad ognuno una stanza da dipingere". In corso, c’è il progetto Bunker Clip: un contest di video musicali che coinvolge, attraverso un bando nazionale, band/solisti e videomaker. Dopo le iscrizioni e una selezione, passeranno alla fase di realizzazione cinque gruppi, che avranno a disposizione il Bunker come location principale del videoclip musicale e che gareggeranno per il premio finale di 2500 euro.
Per partecipare è molto semplice. Dal 14 al 23 gennaio sarà aperto il bando per i musicisti: dovranno inviare un loro brano già registrato e una piccola quota di 25 euro a persona. Dopodiché, verranno selezionati da una giuria esterna 10 di questi, annunciati il 28 gennaio. Dal 1 al 13 febbraio si apre il bando per i videomaker: gruppi di ragazzi da 1 a 10 persone avranno accesso ai 10 brani selezionati per proporre la propria idea di video.

 

Bunker e batterie, il Comune cerca un gestore per rilanciare il “compendio del Monte Moro”
Da genova24.it.it del 11 gennaio 2022

Pubblicato il bando per le manifestazioni d'interesse. Tra le ipotesi sentieri, percorsi ginnici e messa in sicurezza dei ruderi ma si parla anche di recuperare l'antica hostaria Belvedere

Di G.M.

Genova. Non sarà un lavoro da poco, per chi deciderà di farsene carico, ma potrebbe portare a risultati importanti per la storia e l’ambiente cittadino. Il Comune di Genova sta cercando – con un avviso di pubblico di manifestazione d’interesse – uno o più soggetti, associazioni, imprese, onlus, comitati, che siano disposti a gestire in concessione il cosiddetto “Compendio di Monte Moro”, un complesso di bunker, batterie, ruderi e bastioni, oltre a un ex ristorante distrutto e abbandonato, con una delle viste panoramiche più spettacolari di Genova. Il Compendio del Monte Moro si trova a circa 500 metri di quota alle pendici del Monte Fasce, nel levante cittadino.

Il bando dell’amministrazione pubblica – che scadrà il 28 febbraio – vuole verificare la sussistenza di eventuali operatori economici in possesso di adeguata qualificazione, interessati a presentare proposte di project financing per la riqualificazione urbanistica e ambientale rendendo gli spazi maggiormente fruibili e sicuri.
“L’area del Monte Moro, essendo punto panoramico, attrattiva turistica e memoria storica, potrebbe tornare a esprimere tutta la sua potenzialità di parco del levante genovese e, se collegata sapientemente al sistema dei forti, potrebbe costituire un’evidenza tangibile sull’evoluzione dell’ingegneria difensiva della città di Genova – si legge nel bando – il sito, privo di inquinamento luminoso, sonoro e atmosferico, è un parco di interesse naturalistico e di emergenza paesaggistica che gode anche di una vista suggestiva sul mare“.

Le proposte per la riqualificazione dovranno essere a spese dei concessionari, che potranno coprire i costi con le attività proposte. Si tratterà di ripristinare e mettere in sicurezza i sentieri, realizzare lastricati, balaustre o altre interventi di ingegneria naturalistica per migliorare il collegamento tra Monte Moro e la sentieristica dei forti.

Poi, costruire aree picnic e prevedere sistemi di trasporto sostenibili per facilitare l’accesso anche a persone con mobilità ridotta. I bunker potrebbero diventare piccoli musei o poli didattici sul tema della difesa della città durante la grande guerra.

Ma nel bando si prevede, da parte di chi otterrà il compendio in gestione, anche la riqualificazione urbanistico-edilizia dell’Antica Hostaria Belvedere con attività ricettiva in termini ambientali e storici.
L’antica osteria, uno spazio ridotto a un ammasso di detriti e rifiuti, aperta dopo la seconda guerra mondiale in una ex casa matta destinata ai soldati, era stata distrutta totalmente da un incendio nel 2009. Qui potranno essere valorizzati, venduti e degustati anche i prodotti tipici del monte Moro come i liquori di ginepro, i mieli o le marmellate. La riqualificazione delle aree libere potrà avvenire anche attraverso la creazione di aree fitness, ludiche, cinofile.

E si invitano i gestori a ipotizzare il rimboschimento delle aree degradate attraverso la messa a dimora di essenze a bassa infiammabilità, potatura del verde esistente e apertura di coni ottici attraverso la vegetazione.
La valutazione della proposta, ai fini dell’eventuale individuazione del promotore e della dichiarazione di pubblico interesse, potrà aver luogo anche in presenza di un solo operatore economico partecipante.

 

Lazzaretto Vecchio (VE) - Il primo nella storia
Da nauticareport.it.it del 11 gennaio 2022

Il Lazzaretto Vecchio di Venezia come appariva a metà del XVIII secolo, in una incisione di Francesco Zucchi

Il Lazzaretto Vecchio è un'isola della Laguna Veneta, situata molto vicino alla costa occidentale del Lido di Venezia. Ospitò un ospedale, che curava gli appestati durante le epidemie.
Fu in seguito adibita, come altre isole, a postazione militare. La sua superficie è di 2,53 ettari e conta fabbricati sviluppati per 8.400 m².

Dalle origini alla fondazione dell'ospedale

Fu abitata inizialmente dai Padri Eremitani, che vi avevano eretto una chiesa consacrata a Santa Maria di Nazareth ed un ricovero per i pellegrini che andavano o tornavano dalla Terrasanta (1249).
In seguito (1423), su consiglio di San Bernardino da Siena, il Senato della Repubblica deliberò di destinare l'isola a ricovero di persone e merci provenienti da paesi infetti e di provvedere i ricoverati di vitto, medicine e assistenza. Sembra che il termine lazzaretto derivi proprio dalla chiesa di Santa Maria di Nazareth, con sovrapposizione del nome del patrono degli appestati, San Lazzaro.

Le spese per la manutenzione dell'ospizio furono sostenute, nei primi sessant'anni, con una parte dei proventi dell'Ufficio del Sale, per passare poi sotto la gestione di un permanente Magistrato di Sanità, al quale si dovevano quei provvedimenti di precauzione, visite, controlli, quarantene. Dal 1468, l'isola ebbe il compito di ricevere gli ammalati che, sospettati di essere contagiati, erano stati visitati nella nuova costruzione del Lazzaretto Nuovo.

Lazzretto Nuovo

Il Lazzaretto Vecchio - Foto da www.lazzarettovecchio.it

Il complesso del Lazzaretto

Già allora, l'isola era divisa in due da un canale, attraversato da un ponte: nella porzione più piccola vi erano un deposito di polvere da sparo ed un alloggio per i soldati di guardia (il casello); in quella maggiore, a forma di rettangolo, era situato l'ospedale vero e proprio, che aveva ormai inglobato l'insediamento monastico preesistente, inizialmente integrato con baracche e capannoni in legname, gradualmente sostituiti da edifici in muratura.

Gli edifici erano allineati sui lati di una piazzetta e di due cortili. Sulla piazzetta si trovavano le abitazioni del priore e del suo assistente, i magazzini degli attrezzi, il serbatoio dell'acqua e le gallerie dove gli uomini sospetti di contagio passavano la quarantena. Intorno al primo cortile, in origine il chiostro del convento, si trovavano le abitazioni dei provveditori generali e dei rettori veneti che tornavano in patria. Intorno al secondo cortile c'erano cento cellette per i ricoverati. Dietro ai fabbricati si trovavano dei prati e delle tettoie - separati una dall'altra da cancelli di legno - in cui si praticava l'espurgo delle merci a seconda delle varie contumace.

 

Una postazione militare sul Castello di Termini Imerese durante la Seconda Guerra Mondiale
Da cefalunews.org.it del 8 gennaio 2022

Di Giuseppe Longo

Segnaliamo qui per la prima volta un’altra postazione militare, verosimilmente adibita a “Punto di osservazione”, localizzata sui resti del Castello di Termini (da alcuni storici definito anche fortezza), a circa 80 metri dal livello del mare.

Da fonti orali attendibili, veniamo a sapere che le vedette della suddetta struttura militare, al termine del loro turno di guardia, dopo aver ricevuto il cambio, rientravano nell’edificio adiacente, oggi non più esistente (Cfr. “La postazione militare del Belvedere di Termini Imerese”), poiché smantellato, probabilmente tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso.
Nello specifico, le incursioni aeree venivano segnalate da una rete di avvistamento: posti di vedetta, centri di raccolta notizie, comandi D.I.C.A.T.; collegamenti telefonici e radiofonici tra i suddetti elementi.

La sensibilizzazione e la salvaguardia verso le postazioni militari, ossia, le cosiddette Postazioni Circolari Monoarma (P.C.M.), Posti di Osservazione Costieri (P.O.C.), Posti di Blocco Costieri (P.B.C.), Posti di osservazione, Batterie Fronte a mare (F.A.M.), Fronte a terra (F.A.T.), Postazioni scoperte a pozzo e Nuclei fissi e mobili, è stata avviata nel territorio termitano, sin dal 2013, proprio in occasione del 70° anniversario dello sbarco anglo-americano in Sicilia.
Le sopracitate strutture militari, in particolar modo le P.C.M. sparse nell’entroterra e lungo le coste meridionali d’Italia avevano il compito di rallentare un eventuale sbarco nemico, nell’attesa di rincalzi.

Abbiamo chiesto al Dott. Geol. Donaldo Di Cristofalo (1) del “Comitato spontaneo per lo studio delle fortificazioni militari”, di parlarci di ciò che rimane dell’inedita struttura architettonica ricadente nel Castello di Termini Imerese.
«Salendo i molti gradini che dall’ingresso presso la gelateria “Cicciuzzo” conducono alla parte alta del “Castello”, a circa metà del percorso, è possibile osservare i resti di una costruzione, proprio a ridosso della scalinata, sul lato meridionale che guarda verso il S. Calogero.

Si tratta di pochi resti di almeno due ambienti, una porzione di pavimento di pochi metri quadrati, i monconi di spessi muri in pietra e malta cementizia, ancora visibile una intonacatura e una coloritura sia del pavimento che delle pareti.
Antonio Chiaramonte, classe 1947, attuale Presidente dell’Associazione Nazionale della Polizia di Stato (A.N.P.S.), sezione di Termini Imerese, ricorda di passeggiate con suo padre (Filippo Chiaramonte) al Belvedere, quando da piccolo (circa 7 anni di età) lo stesso gli faceva osservare la suddetta struttura, probabilmente a quell’epoca integra.

La sistemazione dell’area, così come la vediamo oggi, risalente verosimilmente agli anni ‘60, comportò la demolizione di tale struttura, così come la sostanziale modifica di tutto il rilievo. Purtroppo non si hanno ad oggi immagini antecedenti ai lavori, in un contesto che vide anche una certa attività estrattiva della roccia carbonatica per la produzione di calce e la successiva urbanizzazione del quartiere.
Ancora meno notizie si hanno sull’utilizzo militare del sito, fermo restando l’indubbio valore del fatto che tale “alto morfologico” consentisse un controllo visivo a 360 gradi del territorio circostante la città, compreso un tratto di mare con un orizzonte più lontano rispetto ai tratti di costa vicini.
E’ invece documentata da foto, l’esistenza di un edificio presso il Belvedere, ma anche qui non ne sono certe le funzioni militari.
In tale contesto Termini Imerese è sede di Comando di una unità di difesa costiera (136° Reggimento Territoriale Mobile – 207^ Divisione di Fanteria Costiera) coadiuvata, tra l’altro, da un treno armato (T.A. 152/1/T) dipendente dalla Regia Marina, nonché da 5 batterie contraerei (4 con pezzi da 90/53 ed 1 con mitragliere da 20mm) e da una piccola unità di mitragliatrici da postazione (519^ Cp. del 105° Btg).
E’ pertanto verosimile che la zona Belvedere – Castello fosse presidiata non foss’altro che per una basilare attività di avvistamento precoce di attività nemica, in particolare dal mare e dall’aria.

Mentre dal mare non arrivarono mai azioni dirette verso la città ed il suo porto, dall’aria le cose andarono diversamente, con almeno 8 incursioni documentate, con mitragliamenti e bombardamenti aventi come obiettivi principali il porto e la stazione ferroviaria.
Le stesse incursioni su Palermo ebbero talvolta Termini Imerese coma zona di “ingresso” verso il capoluogo, come accadde il 9 maggio 1943, quando diverse centinaia di caccia e fortezze volanti si raggrupparono sul cielo termitano prima di dirigersi sulla città, provocando distruzioni e centinaia di morti e feriti.

Si deve pertanto ritenere che i resti visibili sul Castello riconducano ad un utilizzo da parte di personale territoriale dell’Esercito per attività di osservazione dello spazio aeronavale, con possibilità di trasmissione telefonica e/o radiofonica ai comandi dipendenti. Non documentata l’eventuale presenza di apparati aerofonici, comunque di scarsa efficacia, e ancor meno di apparati radar, il cui modesto utilizzo sull’Isola era comunque appannaggio dei tedeschi.
Si tenderebbe infine ad escludere la presenza di armamento antiaereo, troppo esposto alla reazione nemica, che avrebbe coinvolto le vicine abitazioni civili».

(1) Geologo, già funzionario presso il Comune di Termini Imerese (PA), appassionato di storia militare e membro del “Comitato spontaneo per lo studio delle fortificazioni militari”.

Bibliografia e sitografia

Conferenza “Le fortificazioni militari della Seconda Guerra Mondiale nel territorio di Termini Imerese nel 70° anniversario dello sbarco angloamericano in Sicilia”. Cefalù (PA) il 13 luglio 2013, Caserma “Nicola Botta”.

Giuseppe Longo, “La postazione militare del Belvedere di Termini Imerese”. In “Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel Distretto di Termini Imerese”. Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici, Palermo 20213 3 agosto 2017.

Giuseppe Longo, “Le postazioni militari costiere siciliane nel quadro delle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale”; “Un’iscrizione militare da salvaguardare nel bunker di contrada Marche a Termini Imerese”; Quando Termini Imerese negli anni Quaranta proteggeva le sue coste con il “Treno Armato”, “Una postazione contraerea in cima al Castello di Termini Imerese”, “Il campo di volo avanzato di Termini Imerese durante la 2^ Guerra Mondiale”. In “Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel Distretto di Termini Imerese”, I.S.P.E. Palermo 2021.

Giuseppe Longo 2021, “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.) – Milizia artiglieria marittima”, Cefalunews, 8 aprile.

Giuseppe Longo 2021, “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.) – Milizia Artiglieria Controaerei”, Cefalunews, 30 marzo.

Foto a corredo dell’articolo: Postazione militare sul Castello di Termini Imerese Ph. Santo Galbo Giuseppe Longo giuseppelongoredazione@gmail.com @longo redazione

 

Fenestrelle e il suo forte usato da Napoleone come prigione
Da cronacaqui.it.it del 4 gennaio 2022

Di Giorgio Enrico Cavallo

La fortezza tra il ‘700 e l’800 era tra le più temute al mondo

«La condanna a Fenestrelle faceva in quei tempi tanto spavento in Italia, quanto sul farlo nelle parti settentrionali d’Europa la relegazione in Siberia. Penose sono le notti d’inverno per la loro lunghezza, durando in qualche tempo per sedici ore foltissime enebre: ed il tristo silenzio che regna in quella vasta solitudine non è interrotto che dai fischi de venti impetuosi, o talvolta dallo scroscio spaventevole di grandi massi di neve».

Così descriveva la fortezza di Fenestrelle il cardinale Bartolomeo Pacca, che vi fu rinchiuso per ordine di Napoleone Bonaparte dal 1809 al 1813. Napoleone, infatti, aveva valorizzato l’antica fortezza sabauda potenziando la sua funzione di bagno penale: Fenestrelle divenne, nel periodo francese, una delle più temute prigioni del mondo, specializzata nella reclusione degli oppositori del regime bonapartista. Strano destino, quello del forte di Fenestrelle, che fu – ed è ancora – la più estesa fortificazione europea, una specie di piccola muraglia cinese piazzata a cavaliere delle Alpi. Dal punto di vista strettamente architettonico, è un capolavoro dell’ingegneria alpina. Dal punto di vista militare, una fortezza inespugnata. Beninteso: inespugnata perché qui non si svolse nessun fatto d’armi degno di nota. Nessuno osò mai attaccare Fenestrelle, la cui imponenza era un deterrente sufficiente per sconsigliare gli eserciti nemici dal dare qui battaglia. Appena nel 1799 – con l’attacco dei cosacchi di Suvorov – ed alla fine della seconda guerra mondiale qui si sparò qualche colpo d’arma da fuoco, e nulla più.

Dunque, nessuno può dire come questa fortezza, capolavoro di Ignazio Bertola, avrebbe retto ad un assedio prolungato. Probabilmente, avrebbe dato filo da torcere all’eventuale esercito assediante. Un po’ come la fortezza Bastiani del capolavoro di Dino Buzzati, anche a Fenestrelle le giornate erano tutte uguali, in assenza di battaglie campali. E così, per la sua ubicazione particolare e per la sua imponenza, Fenestrelle fu destinata a prigione.
Nel Settecento i Savoia vi spedirono ciclicamente personaggi scomodi, Napoleone sfruttò notevolmente la fortezza per incarcerare i dissidenti. Ma fu specialmente nell’Ottocento che il forte divenne celebre come bagno penale, destinato in particolar modo ai cosiddetti briganti borbonici; c’è chi ha accusato per questo motivo i Savoia di aver reso Fenestrelle una specie di lager.

Nulla di ciò: Fenestrelle, prigione pur durissima, non accolse mai i numeri spaventosi di prigionieri che una certa propaganda ancora oggi denuncia. Numeri alla mano, altre fortezze sabaude ospitarono più detenuti politici di quelli che furono ospitati a Fenestrelle. Ma ormai su questa fortezza gravava una fama sinistra, che l’ha resa nota in Europa non per la superbia della sua architettura, ma per la durezza del suo carcere.

 

Mura e fortificazioni nel sestiere del Molo, visita guidata nei caruggi
Da mentelocale.it del 3 gennaio 2022

Mercoledì 5 gennaio 2022, con partenza alle ore 14.45, la Cooperativa Dafne organizza la visita guidata Mura e fortificazioni nel sestiere del Molo. Un'iniziativa del Patto di Sussidiarietà del Sestiere del Molo, nell'ambito del Progetto Caruggi del Comune di Genova.

Quante cerchia di mura aveva Genova? Ne sono rimasti resti in città?

Percorso alla scoperta delle porzioni di mura ed alle porte della Superba ancora presenti nel territorio del Sestiere: Porta Soprana, Porta Siberia, Mura del Barbarossa e molto altro. Si visita anche la Casa di Colombo, nella sua nuova veste.

Ritrovo: ore 14.45 presso l'Info Point di Piazza delle Lavandaie (Vico del Fico 84r); durata iniziativa: fino alle ore 17 circa. Costo della visita guidata: 14euro (incluso il biglietto di ingresso alle Mura del Barbarossa), pagamento in contanti direttamente all'Info Point. Difficoltà: visita adatta a tutti.
Prenotazione obbligatoria on-line entro martedi 4 gennaio ore 18; per informazioni (solo via whatsapp): tel. 3336904322 oppure e-mail Dafne.