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ANNO 2012

Un ostello per la gioventù nel futuro di Forte Ardietti

Da La Gazzetta di Mantova - 14 novembre 2012

PONTI SUL MINCIO. Un sopralluogo positivo sul Forte Ardietti, che potrebbe portare a un doppio risultato per il rilancio in chiave turistica di Ponti sul Mincio. Ieri pomeriggio, una commissione composta da Antonella Caputo per l’Agenzia del Demanio, Daniela Lattanzi per la Direzione regionale dei Beni culturali e Gianantonio Mazzeri per la soprintendenza di Brescia, ha visitato con la giunta comunale di Ponti la struttura che il Comune intende acquisire e valorizzare. Il sindaco Roberto Amicabile ha illustrato il progetto che prevede l’investimento di 650mila euro in cinque anni per fare del Forte costruito dagli austriaci a partire dal 1853 un punto di attrazione turistica, approfittando anche della vicinanza del Garda, del Mincio e della pista ciclabile Mantova-Peschiera. Amicabile si è detto fiducioso circa un possibile via libera al progetto: «Ci hanno assicurato una risposta in tempi brevi, si parla di circa due settimane» spiega il primo cittadino.

E se la risposta sarà affermativa, partirà la seconda fase del progetto. «Anzitutto, dovremo accatastare l’area - afferma Amicabile - per un costo stimato di 10-15mila euro. Poi, una volta acquisita la proprietà in via gratuita, dovremo recuperare i 650mila euro necessari per la messa in sicurezza e il recupero. Anche se saranno spalmati su 5 anni, per un piccolo Comune è comunque un impegno significativo».

Ed è a questo punto che scatterebbe una seconda, significativa iniziativa: la trasformazione della caserma dismessa che sorge sull’area adiacente il Forte in un Ostello per la Gioventù. «Lanceremmo un bando europeo - spiega il sindaco - per assegnare in concessione l’ex caserma a un operatore interessato, magari tedesco o austriaco». Questo in quanto i giovani dal Nord Europa frequentano molto il Garda, e in zona le strutture simili certo non abbondano. «I giovani - continua Amicabile - praticano un turismo “dolce”, usano la bicicletta e possono arrivare per tutto l’anno».(l.g.)

 

Radar, Paolucci: “Serve confronto con i militari”

Da cronachemaceratesi.it del 11 novembre 2012

di Stefano Palanca

Sul radar di Porto Potenza ognuno va avanti per la propria strada: il sindaco Paolucci è soddisfatto per la disponibilità dell’Aeronautica a discuterne mentre Marabini di Città prestata rilancia il convegno con gli scienziati come evento chiarificatore. Dopo la lettera del primo cittadino di Potenza Picena Sergio Paolucci che il 2 novembre aveva richiesto chiarimenti all’Aeronautica Militare e all’Arpam sull’eventualità di emissioni elettromagnetiche nocive alla salute dell’uomo da parte del radar e le risposte “tranquillizzanti” dei due enti, sindaco e presidente dell’associazione culturale commentano le risposte. “Prendo atto della precisazione dell’Aeronautica anche se devo ammettere non ci ha detto niente di nuovo e ha fatto riferimento ai risultati dell’Arpam” spiega il sindaco Paolucci “Sono però contento della loro disponibilità a un eventuale confronto se necessario e spero che ci possa davvero essere vista la loro assenza durante l’assemblea pubblica”. In quell’occasione, infatti, c’erano dai 250 ai 300 cittadini che, al teatro Divina Provvidenza, avevano assistito alla conferenza e analizzato, chiedendo chiarimenti ai relatori chiarimenti di ogni genere. In merito invece all’Arpam, il sindaco Paolucci va dritto al punto pur evitando toni da diatriba. “Non voglio entrare in polemica con l’Arpam, ma in merito all’assemblea cittadina e al mio mancato invito ai vertici dell’azienda, devo purtroppo specificare che l’incontro non era organizzato dal Comune e dunque non potevo certo mandare inviti. Il sottoscritto, in qualità di cittadino, di ascoltatore e poi di sindaco si è presentato alla serata e, quando l’amministrazione è stata chiamata in causa, ho creduto opportuno intervenire chiarendone la posizione supportato dalla documentazione in mio possesso, tra cui quella dell’Arpam comprensiva di risultati e dati”. Insoddisfatti delle risposte dell’Arpam e dell’Aeronautica, come era immaginabile, i responsabili dell’Associazione culturale Città prestata che il 26 ottobre avevano organizzato un’assemblea pubblica alla quale aveva partecipato come relatore lo scienziato Fiorenzo Marinelli, ricercatore dell’Istituto di Genetica Molecolare-CNR di Bologna, il quale aveva evidenziato la pericolosità del campo elettromagnetico del radar. “Noi confermiamo quello che abbiamo detto durante l’assemblea pubblica, vogliamo capire e approfondire la questione col convegno dell’aprile 2013 che stiamo organizzando – dice Edoardo Marabini, presidente dell’associazione – e per ora ci rifacciamo a quello che ha stabilito lo Iarc-International Agency for Research on Cancer che classifica i campi elettromagnetici come possibili cancerogeni. Ci interroghiamo sul problema e crediamo che uno dei momenti fondamentali sia proprio un dibattito con relatori di calibro internazionale super partes”. L’idea del convegno era stata lanciata proprio durante l’ultimo incontro di fine ottobre, ma non sarà facile organizzarlo per ovvi motivi di denaro. Per questo Città prestata ha iniziato una raccolta fondi con l’intento di scoprire la verità e poi agire di conseguenza. “Noi non siamo certo i depositari della verità e la ricerchiamo nel modo che crediamo più opportuno interpellando scienziati e esperti, e quello che vogliamo organizzare dovrà essere proprio questo: un momento di confronto con delle conclusioni certe per quanto possibile” conclude Marabini.

 

Malatesta:"I forti sono abbandonati"

Da il Gazzettino - 25 ottobre 2012

Di Egidio Bergamo. "Non capisco le ragioni dell'assoluta mancanza d'interesse e di salvaguardia per le fortificazioni di Cavallino-Treporti, che restano nel più totale abbandono e degrado. Ma ancor di più, mi risulta singolare e vergognosa la situazione di occupazione abusiva che ho notato in molte di queste opere". Non usa mezzi termini il dottor Leonardo Malatesta, direttore del Museo Storico del Nastro Azzurro di Salò e presidente dell'associazione Sperre Valsugana, che ha guidato una delegazione interregionale di studiosi del settore, in visita alle fortificazioni dismesse di Cavallino-Treporti. Il gruppo, accolto e guidato da Furio Lazzarini, si è soffermato sulle batterie Vettor Pisani, Amalfi, San Marco, Radaelli e Forte Treporti, torri telemetriche e bunker. I visitatori sono rimasti stupiti delle moltissime e importanti testimonianze storiche risalenti sia alla Prima che alla Seconda Guerra Mondiale, qui in stato di abbandono e degrado."In vista del Centenario della Grande Guerra - dice Malatesta - mi meraviglio del completo disinteresse del Demanio e delle varie amministrazioni pubbliche per la valorizzazione di questi manufatti bellici che, dopo oltre un secolo dalla costruzione sono tuttavia ancora in discrete condizioni". Malatesta, ha rilevato che numerose fortificazioni montane stanno per essere fruibili per l'intervento delle Regioni Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, e che, pur situate su luoghi impervi, sono già visitate da migliaia di appassionati. "Rispetto a ciò - ha rilevato - non capisco proprio le ragioni di questo insensato e colpevole disinteresse per le importantissime strutture ci Cavallino-Treporti".

Pronto il dossier Unesco La Fortezza cala i suoi assi

di Alfredo Moretti wPALMANOVA Candidatura di Palmanova all’Unesco, presentato il primo volume del dossier scientifico. Il team composto dagli architetti Quendolo, Pessina, Biasutti, ha consegnato un approfondito studio sulla fortezza alla società “Siti”, che coordina la candidatura seriale transnazionale. Il primo passo operativo verso la candidatura Unesco è compiuto. Il rapporto “Le opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo” è stato presentato ieri in municipio, illustrato dagli architetti Alessandra Quendolo, Barbara Pessina e Giulia Biasutti, che compongono il team a cui l’amministrazione ha affidato l’incarico di seguire la stesura della documentazione necessaria alla presentazione della candidatura, con il coordinamento dell’associazione “Siti” che fa capo al Politecnico di Torino. Il dossier vuole dimostrare che la fortezza risponde ai requisiti di “integrità” e “autenticità” necessari alla corsa per la candidatura. Un importante contributo è giunto dal personale dell’amministrazione comunale, in particolare da Gabriella del Frate, direttrice del Civico museo storico, e da Michela Lorenzon, responsabile Area tecnica. Alla stesura hanno collaborato gli architetti Nicola Badan e Daniela Omenetto. Il lavoro ha comportato una sistematica ricerca, raccolta ed elaborazione di dati: la cartografia e documentazione bibliografico-archivistica sulla storia della città, la descrizione dello stato attuale sia come esito delle diverse fasi di trasformazione e come stato di conservazione materica, l’individuazione dei soggetti che hanno gestito il bene, i vincoli che oggi interessano Palmanova. Un approfondimento è riservato alla storia e allo sviluppo di Palmanova, dai progetti iniziali alle fasi costruttive succedutesi dalla fondazione nel 1593, allo sviluppo impresso da Napoleone, fino alla fase austriaca e italiana. L’analisi scatta anche una fotografia dello stato di conservazione dei bastioni, resa più evidente con gli interventi di pulizia della vegetazione avviati nel novembre 2011. Ne emerge che, nonostante le condizioni di degrado di alcune parti delle fortificazioni, il sistema difensivo è interamente leggibile e ne fa un unicum a livello internazionale. «La ricerca ha comportato il confronto di diverse fonti documentarie sulla storia della genesi costruttiva di Palmanova e delle fasi di trasformazione che hanno portato il bene ad assumere l’attuale configurazione - hanno precisato i tre professionisti -. Molto interessante è stato il confronto tra i documenti grafici e scritti che evidenziano come la città attuale sia conforme a quella pensata e progettata sia alla fine del XVI secolo, sia nelle fasi di trasformazione successive. Particolare attenzione è stata posta alla descrizione degli elementi costitutivi il sistema fortificato come cinta difensiva e come tessuto urbano». La “Siti” ha espresso un giudizio molto positivo sottolineando la ricchezza dei dati raccolti.

 

NISCEMI SI TRASFORMA IN STAR WARS PRONTO IL MUOS DEGLI USA

Da comedonchisciotte.org del 22 settembre 2012

Dalla Sicilia l’esercito americano governerà le guerre climatiche e nucleari attraverso comandi satellitari e telematici. Si chiama Muos ed è un sistema militare di ultima generazione.  La Sicilia sarà il cuore pulsante dell’esercito Americano. Come in star wars la nostra Isola governerà le guerre climatiche e nucleari attraverso comandi satellitari e telematici . A Niscemi, proprio nel cuore della riserva naturale “Sugherata”, sta per vedere la luce il Muos. La struttura verrà edificata nell’antico feudo niscemese ‘Ulmo’ dove, dal 1991, è operativa una delle piu’ grandi centrali di telecomunicazioni della marina Usa esistente nel Mediterraneo. Questa centrale, con le sue 41 antenne, collega il nostro mare con l’Asia sud-occidentale, l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico. La base ‘Ulmo’ è sotto il controllo della ‘U.S. Naval Computer and Telecommunication Station Sicily’ che ha sede a Sigonella, la base militare americana dislocata tra gli agrumeti della piana di Catania.

La centrale militare statunitense assicura la comunicazione top secret e non di alleati Nato e Stati Uniti. Questo, per grandi linee, il quadro generale dell’egemonia militare a stelle e strisce in Sicilia. Troppo poco, a quanto pare, per gli Usa che, a breve, amplieranno la loro forza militare tramite il Muos (Mobile user objective system). Questo sistema satellitare è un’infrastruttura militare di ultima generazione. Sono quattro, oggi, le strutture tipo Muos presenti nel mondo. Tutte dislocate in zone desertiche. Solo quella che sta per essere realizzate in Sicilia, chissà perché, vedrà la luce in un’area vicinissima ai centri abitati. Da qui la ragionevole e giustificata paura delle popolazioni che si ‘scipperanno’ le radiazioni con effetti sulla loro salute ancora tutti da capire. L’impianto presenta due torri radio e tre antenne del diametro di 18,4 metri e dell’altezza pari a 149 metri. Il sofisticato sistema di comunicazione ad altissima frequenza integrerà comandi, centri d’intelligence, radar, cacciabombardieri, missili da crociera, velivoli senza pilota e altri strumenti di morte. Insomma dalla nostra Isola gli Stati Uniti, con un solo click ,potrebbero immedesimarsi nel generale dell’esercito romano, Massimo Decimo Meridio, e dire: “Al mio segnale scatenate l’inferno”. Tutto questo con un solo unico obiettivo: aumentare l’offensiva militare.

Come si è arrivati al Muos di Niscemi. Tutto comincia nel 2001, quando viene siglato un accordo bilaterale tra gli Usa e l’Italia. I vertici della base militare di Sigonella inviano la documentazione dell’impianto alla Regione Siciliana il 24 gennaio 2007. La documentazione, inoltrata dall’Aeronautica militare italiana agli uffici della Regione, rimane nei cassetti dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente sino al 3 aprile 2008, quando viene trasmessa al Comune di Niscemi. Per la cronaca, quando si verificano questi fatti sulla plancia di comando dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente c’è Rossana Interlandi che, guarda caso, è nativa proprio di Niscemi. L’allora assessore Interlandi non sembra abbia opposto particolari resistenze al progetto. Almeno ufficialmente. Dice la stessa Interlandi: “Io non ho firmato nulla, non mi sono occupata di questa faccenda. La pratica è stata seguita dai tecnici di allora”. Dopo un mese e mezzo arriva al Comune di Niscemi una relazione paesaggistica e la valutazione d’incidenza predisposta dai militari di Sigonella. Mentre l’assessorato regionale al Territorio e Ambiente si limita a convocare una ‘conferenza di servizi’. I funzionari del Comune di Niscemi, che hanno un pò più di coraggio degli ‘autonomisti’ dell’ex governo regionale, dopo le opportune verifiche ambientali sul progetto Muos, danno un parere contrario alla realizzazione della struttura militare. Il “no” del Comune è servito a poco, però. Nella base Ulmo, infatti, inizia l’ opera di edificazione vera e propria.

La Telecom, per esempio, posiziona i cavi per la stazione internet. Il resto è un susseguirsi di manifestazioni e opposizioni dell’ex sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, e dei Comuni del Nisseno e a nulla valgono i tentativi di persuasione operati dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, favorevoli alla “centrale da guerra”. Il 28 giugno 2011 dagli uffici del Territorio e Ambiente della Regione siciliana arriva il “sì” definitivo per il proseguimento dei lavori. “L’Arpa Sicilia – diice l’ex commissario Salvatore Cocina – ha fatto delle misurazioni elettromagnetiche vicino alla base di Niscemi riscontrando dei valori nella norma. Non la pensa allo stesso modo il dott. Massimo Zucchetti e Massimo Curaddu del politecnico di Torino. I due fisici pensano che il Muos puo’ causare grave rischi per la salute dei cittadini. ““Si tratta di effetti acuti, legati a esposizioni brevi, a campi di elevata intensità; e di effetti dovuti a esposizioni prolungate a campi di intensità inferiore”, spiegano nella loro documentazione i due fisici, Zucchetti e Coraddu. Intanto la questione Muos sta diventando di ordine nazionale. Settimane fa una delegazione del comitato No Muos ha preso parte a due audizioni alla Commissione Difesa della Camera e alla Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito del Senato . In audizione i delegati hanno spiegato, fornendo una vasta documentazione, le ragioni di quanti si oppongono fermamente alla costruzione della stazione di terra del sistema Muos all’interno della Riserva Naturale Sughereta di Niscemi. Hanno altresì denunciato i pericoli rappresentati dalle radiazioni elettromagnetiche e il processo di militarizzazione che i territori e i cittadini siciliani sono costretti a subire. La Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito ha ritenuto che sussistono le basi per una moratoria, sia per quanto riguarda la costruzione del Muos, sia per il sistema di antenne già presente nella
riserva. Maurizio Zoppi Fonte: www.ilmanifesto.it

 

Università, riflettori sul castello

Da il Messaggero Veneto - 15 settembre 2012

GRADISCA. Il recupero completo rimane una chimera, ma qualcosa si muove nella lunga e difficile operazione di rilancio del castello. L’ultima novità in tal senso è il contatto avvenuto fra il Comune e l’Università di Udine. La “scintilla” è scoccata grazie al convegno itinerante “Giornate di studi Sanmicheliani. Securitas veneta e architettura fortificata sanmicheliana: conoscenza, restauro, valorizzazione e recupero”, che ha fatto tappa in primavera nella cittadina isontina. La giunta Tommasini ha incontrato Gian Camillo Custoza, docente del corso di laurea specialistica in scienze dell’architettura per discutere dell’idea, da concretizzare con apposita convenzione, di promuovere corsi di laurea in architettura con oggetto di studio proprio lo storico maniero di Gradisca. Per far decollare il progetto servono anche risorse, quantificate in 7-8 mila euro, che il Comune proverà a reperire fra le pieghe del suo bilancio. Gli studenti universitari si occuperebbero di ricerche, rilievi e conferenze. «I dati emersi dal corso di laurea circa la possibile destinazione d’uso del castello - spiega l’assessore ai lavori pubblici, Enea Giuliani – verrebbero girati alla Marco Polo System di Venezia, gruppo che si occupa di valorizzare il patrimonio storico-culturale relativo alla fortificazioni veneziane presenti nel Mediterraneo». Il gruppo opera come soggetto di diritto pubblico in quanto equiparato al “public equivalent body”, e in questo modo può accedere ai programmi di finanziamento europei. Fra le iniziative legate al rilancio del castello ricordiamo anche la convenzione stipulata con l’Agenzia del demanio per le visite guidate alle scolaresche isontine e il primo lotto dell’operazione di messa in sicurezza, già approvata dalla Sovrintendenza.Giuseppe Pisano

 

Monte Grappa: la ex base NATO dimenticata

Dal Forum dei Movimenti per la terra e il paesaggio - 7 settembre 2012

Il Monte Grappa è una montagna delle Alpi alta 1775 m.s.l.m., facente parte delle Prealpi Venete e suddivisa fra le province di Vicenza, Treviso e Belluno. Sull’origine del nome, si sa solo che era chiamata Alpe Madre. 

Il Monte è celebre per le varie battaglie decisive nel corso della Prima Guerra Mondiale (1915-1918) e per alcuni avvenimenti durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) in quanto rifugio delle formazioni partigiane. Nella sua Cima si erge il Sacrario Militare o Ossario che contiene resti di soldati italiani e  austroungarici, che è pure simbolo della Provincia di Vicenza. Dal primo dopoguerra Cima Grappa divenne meta di frequenti pellegrinaggi alla Madonnina, ai vari cimiteri militari e in seguito al grande ossario che, come già detto,  raduna i resti dei caduti italiani e stranieri. La panoramica dal Grappa è eccezionale: si può godere della vista di una buona parte della pianura padana e delle Dolomiti. Se la giornata è particolarmente limpida, si può vedere anche la laguna di Venezia.

LA EX BASE NATO

Nei pressi del Sacrario sono presenti i fatiscenti resti di una ex Base Radar-Missilistica della Nato, che ospitava un centro per la sorveglianza delle telecomunicazioni e ora reperto di archeologia contemporanea,  testimonianza spettrale del periodo della Guerra Fredda. Le pessime condizioni in cui versa lo stabile si possono vedere anche dalle  seguenti fotografie (non le pubblichiamo in questa rassegna n.d.r.).

Di recente il destino della base è tornato alle cronache perché citata in una inchiesta sugli scempi ambientali in Veneto, a firma Giorgio Sbrissa sull’Espresso:

“… sulla cima del Grappa si combatte da 20 anni un’altra guerra contro la burocrazia ottusa e sprecona: quella contro i ruderi, che deturpano un’area di oltre trentamila metri quadri, di una base radar per il puntamento dei missili dislocati nel Nordest ai tempi della Guerra fredda. Base passata all’Enav e da quasi 30 anni inutilizzata ma mai dismessa, nonostante le comunità montane chiedano il rilascio e il ripristino dei percorsi e delle trincee della grande guerra che un’alta recinzione metallica interrompe assieme al flusso dei turisti di genere”.

Andando a spulciare in un PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) della Provincia di Treviso del 2011 alla voce ” Progetto N. 10 ” si legge: ” Su Cima Grappa, in prossimità dell’ossario è presente la zona logistica di una ex base missili. Tale zona ha un edificio di adeguate dimensioni che potrebbe essere recuperato e destinato a Museo della Grande Guerra, in particolare per la zona collegata alla montagna. Attualmente tale area, in completo stato di abbandono, presenta un’immagine decadente dell’ambiente locale e quindi, o viene demolita o trova una destinazione consona per la sacralità del luogo”.

Ad oggi non abbiamo ancora notizie certe sul destino dell’ex base Nato, sito certamente che sarebbe utile recuperare e riqualificare nel rispetto del paesaggio e per l’utilità del territorio.

 

Meeting europeo delle città fortificate nel 2014 in Friuli

Da il Messaggero Veneto - 06 settembre 2012

L’idea è emersa a Karlovac, città fortificata croata, dove si è svolto un incontro, promosso dalla società Eccofort di Berlino (European Cooperation Centre of Fortified Heritage), al quale erano presenti diversi delegati europei, fra cui anche una delegazione palmarina, guidata dalla vicesindaco Adriana Danielis. Il tutto era avvenuto all’interno del progetto europeo “Defending Harmony European network of Fortified Ideal Cities”. In quell’occasione era stata discussa la necessità di creare una rete di rapporti tra le diverse città fortificate, per riuscire, anche attraverso la ricerca di finanziamenti europei, a promuovere, sia dal punto di vista culturale sia economico, il patrimonio fortificato che le caratterizza. Da qui la proposta di organizzare incontri annuali nelle diverse nazioni. E così Palmanova si candida a ospitare il meeting 2014: il sindaco Francesco Martines ha inviato una lettera al primo cittadino di Karlovac per l’avvio del partenariato. (m.d.m.)

 

Via gli alberi in più per dare visibilità ai monumenti

Da il Corriere delle Alpi - 06 settembre 2012

PIEVE DI CADORE. E’ iniziata, a Pieve, l’operazione “visibilità”. Sarà realizzata grazie al taglio degli alberi e dei cespugli che da anni ostacolano la visione panoramica delle frazioni, delle opere d’arte e delle montagne. L’operazione si dividerà in tre momenti ben definiti, «al termine dei quali», ha affermato il sindaco Maria Antonia Ciotti, «l’aspetto dell’intero Comune di Pieve sarà completamente cambiato, consentendo, a chi transita in auto o percorre a piedi le strade, quella visione dei panorami dolomitici che da troppi anni è preclusa o limitata dalla vegetazione troppo fitta».

Sono almeno 5 anni che l’Amministrazione ha elaborato un progetto per eliminare la vegetazione superflua; e riguarda l’intero territorio: dal ponte Cadore, all’ abitato di Tai, alla riva sinistra del lago di Pieve, al parco del Roccolo, al forte di monte Ricco, a tutte le strade comunali, comprese quelle all’interno delle frazioni di Pieve, Tai, Nebbiù, Sottocastello e Pozzale. La fascia libera ricavata con il taglio lungo le strade sarà molto ampia: dov’è possibile, sarà profonda fino a 20 metri. La prima parte dell’operazione, con il taglio della parte di bosco non sottoposta a vincoli ambientali, nel parco del Roccolo, è già iniziata lunedì. La seconda parte del programma, che riguarda l’area circostante il forte di monte Ricco, sarà attuata nei prossimi giorni, alla conclusione dei lavori al Roccolo. Questa parte dell’operazione è particolarmente delicata, perché andrà a toccare le adiacenze del forte recentemente restaurato: sarà quindi sottoposta alla sorveglianza della Soprintendenza. Per questo il taglio degli alberi sarà sorvegliato di persona dal soprintendente per i beni architettonici e per il paesaggio, architetto Luigi Girardini, che è anche il progettista del restauro».(v.d.)

 

Centro restauro a Forte Marghera

Da La Nuova Venezia - 01 settembre 2012

Un centro regionale di restauro a forte Marghera. Il progetto da 3 milioni di euro è stato approvato ieri d’urgenza dalla giunta Orsoni. Si deve fare in fretta per inviare le carte in Regione per ottenere un finanziamento che porterà, in uno dei capannoni del forte, uno dei primi progetti voluti dalla giunta Orsoni. «E che rientra tra le finalità del piano di recupero a cui stiamo lavorando», spiega l’assessore Gianfranco Bettin. «Stiamo per presentare il piano, che avrà una fortissima impronta pubblica», aggiunge il collega Alessandro Maggioni. Intanto il forte è laboratorio di tante esperienze.

Il verde di Forte Marghera ha riportato la speranza a quattro giovani provenienti dal Nord Africa. Erano giardinieri alle prime armi nei loro Paesi, ma qui sono diventati dei veri e propri esperti nel domare le selvagge edere che in alcuni punti hanno trasformato l’isola in una specie di giungla. Durante l’estate Djibrilla, Ibrahima, Drissa e Abba hanno concluso il lavoro di pulizia di quattro postazioni di artiglieria con relativi depositi di proiettili risalenti al 1909. Il risultato è stato altamente apprezzato dalla cooperativa sociale Villaggio Globale e dalla Marco Polo System (la società che gestisce il Forte per conto del Comune), insieme nella sperimentazione di un progetto che ha incluso da un lato l’inserimento dei giovani immigrati e, dall’altro, la valorizzazione del Forte. Il gruppo si è dimostrato così unito e capace nella gestione del verde che adesso, la sola idea che se ne possano andare, mette un po’ di tristezza a tutti.

La loro storia inizia a giugno dell’anno scorso. I quattro, di età compresa tra i 20 e i 26 anni, sono arrivati in Italia a bordo di uno dei tanti gommoni che sono approdati a Lampedusa, nel tentativo disperato di fuggire dalla Nigeria, dal Mali e dalla Burkina Faso. In seguito sono stati ospitati dalla cooperativa Villaggio Globale di Mirano in attesa di sapere se la loro richiesta di asilo politico verrà accettata o meno, risposta che si saprà soltanto a dicembre. Nel frattempo vivono tutti insieme a Mestre, in una casa della cooperativa. «Le piante sono diverse dalle nostre», racconta Abba, con un cappello di paglia su cui è inciso il suo nome in stampatello, «e non abbiamo i macchinari sofisticati che ci sono qui, ma è bello poter continuare il proprio lavoro».

Seduti sotto le chiome dei pioppi del Forte raccontano delle recenti riprese di «Tutto tutto e niente niente» con Antonio Albanese dove sono stati reclutati come comparse: «Abbiamo girato le stesse scene tantissime volte», racconta Djibrilla, «non pensavamo di far parte di un film un giorno». «All’inizio», afferma Pasquale Nunziata, operatore della cooperativa, «non eravamo convinti perché loro stanno scappando dalla guerra, ma poi ne abbiamo parlato e alla fine si sono divertiti». I quattro conoscono così bene l'isola che c’è tutta l’intenzione di assumerli con un vero contratto di manutenzione, dato che adesso ricevono un contributo di 300 euro dato da Marco Polo System e Villaggio Globale (4 ore al giorno per 4 giorni). Entusiasta anche il responsabile del giardinaggio, Massimo Mangherini: «Ho molta esperienza come capo squadra e il gruppo funziona. Io li ho osservati anche fuori dal lavoro per vedere se ci sono screzi, ma sono davvero una bella squadra». Per adesso si procede, questa volta alla realizzazione di un sentiero e, nel tempo libero, si frequenta il Forte dove si spera di rimanere oltre dicembre. di Vera Mantengoli

 

Site Pluto, da Schneck, Variati e Fontana lamento a tre
Da archivio.vicenzapiu.com del 30 agosto 2012

Di Marco Milioni

È triste dover sapere dell'ammodernamento del sito militare americano Pluto di Longare dalla stampa. È grave che il governo non abbia voluto condividere con le autorità locali una notizia della quale senz'altro era a parte. Ruota attorno a questi concetti il senso del briefing, con annesso cahier de che questo pomeriggio è stato organizzato a palazzo Nievo. A fare gli onori di casa il commissario alla presidenza della provincia Attilio Schneck. Con lui il sindaco berico Achille Variati e quello di Longare Gaetano Fontana.

Sul tavolo della discussione c'è ovviamente la notizia che da giorni tiene banco sui media vicentini. Quella relativa ad un riutilizzo, probabilmente come centro di addestramento, del sito Pluto che dal tempo della «guerra fredda» è controllato de facto dall'esercito Usa anche se sotto la tutela del demanio militare italiano.

Schneck parla di Vicenza trattata dal governo romano «alla stregua di una colonia». Un giudizio condiviso da Variati il quale chiede lumi al ministero della difesa per sapere se la cosa avrà ripercussioni sul territorio cittadino, a partire dalla viabilità. «Vogliamo capire - spiega il primo cittadino berico - se ci saranno inferenze di qualche tipo visto che la Ederle e la Ederle bis ricadono sotto il comune di Vicenza. Vorremmo conoscere, tanto per cominciare, se esistono previsioni relative al traffico veicolare».
Dal canto suo Fontana spiega di non avere preclusioni di natura politica o ideologica verso la presenza armata Usa in Italia. Si dice anzi per cultura politica e storia «filoamericano» ma al contempo si dice molto amereggiato per la mancanza di informazioni che addebita proprio al comando americano a Vicenza. Quest'ultimo recentemente sulla stampa locale aveva precisato di avere già inviato le carte del caso al comune di Longare (per quella che secondo i militari rimane comunque solo un ipotesi da realizzarsi comunque in futuro). Circostanza però che è stata seccamente smentita dal sindaco del piccolo comune dell'area berica.

Di seguito il comunicato ufficiale della Provincia di Vicenza

"Non siamo una colonia di Roma": Schneck, Variati e Fontana si rivolgono a Napolitano perché si faccia garante delle autonomie locali
Il messaggio che parte da Vicenza è chiaro: "Non siamo una colonia di Roma". Ad inviarlo, direttamente dalla sala giunta della Provincia di Vicenza, sono il Commissario Straordinario della Provincia Attilio Schneck, il Sindaco del Comune di Vicenza Achille Variati e il Sindaco del Comune di Longare Gaetano Fontana. A scatenare la loro rabbia è la base militare americana di Longare, conosciuta come Sito Pluto. Meglio, non la base in sé, ma il progetto di ampliamento di cui hanno saputo solamente dalla stampa locale, in sfregio non solo ad ogni regola di cortesia, ma anche alla dignità delle autonomie locali. Un affronto che ha spinto i tre a rivolgersi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per esternargli delusione e rammarico nei confronti di un Governo che non rispetta democrazia, trasparenza e ruolo delle istituzioni locali.

"Siamo in area di demanio militare -premette Schneck- per cui sappiamo bene che la giurisdizione spetta al Governo e che gli accordi vengono fatti a Roma, ma visto che le ripercussioni cadono poi sul territorio che noi siamo chiamati a governare, è nostro diritto essere messi a conoscenza ed essere coinvolti, visto anche che la competenza urbanistica è nostra. Non è solo questione di democrazia e trasparenza, ma anche di contemperare le esigenze dei militari con quelle dei cittadini, prima fra tutte la viabilità, ma anche il rispetto di un territorio che il nostro Ptcp ha qualificato come Sic, quindi sottoposto a tutela ambientale. E poi c'è il capitolo compensazioni: se un privato vuole costruire deve versare gli oneri, perché la stessa regola non vale per tutti? E' questione di equità. Se il Governo ha il potere di imporre una infrastruttura militare, a noi deve essere dato il diritto di riceverne un equo compenso, che possa essere utilizzato per le strade piuttosto che per altre infrastrutture. Qui corriamo il rischio che succeda come al Dal Molin." Sulla stessa linea anche il Sindaco del Comune di Vicenza Achille Variati.

"Basta con i silenzi e l'omertà. Esprimo avversione verso questo progetto che nasce dalla totale mancanza di rispetto per la comunità ospitante e provo grande irritazione per il trattamento da colonia che ci riserva un Governo sordo alle esigenze delle autonomie locali. Così non va -prosegue il Sindaco- ancora una volta gli americani, e chi consiglia gli americani, sbagliano come è successo con la base all'ex Dal Molin. La Pluto è una base su cui non c'è mai stata chiarezza e si continua in questo modo. Dovremmo sentirci rassicurati dal comunicato dell'ufficio stampa degli americani che dice che i finanziamenti per il progetto non ci sono ancora? Ci stanno prendendo in giro. Stiamo parlando di una base di cui nessuno ha mai visto documenti chiari, dove c'erano bunker di stoccaggio di non si sa bene cosa, dove è previsto un muro di contenimento di 350 metri contro attacchi terroristici. E dovremmo essere rassicurati? Per non parlare dell'impatto del nuovo progetto sulla viabilità del territorio con implicazioni gravi per il capoluogo. Ce lo dicano se vogliono militarizzare tutto il Veneto calpestando le comunità locali, perché è quello che stanno facendo a Vicenza nell'indifferenza totale a livello nazionale. Il progetto, che il Governo conosce di sicuro, deve essere reso noto alle autonomie locali perché le autonomie locali hanno la stessa dignità dello Stato nella Repubblica. Scriveremo al Presidente Napolitano per chiedergli di difendere le istituzioni locali da questo sopruso. Lo ripeto, questo modo di procedere basato su vecchi accordi e memorandum che non hanno più nulla di attuale, non va bene: le servitù locali sono in deroga a tutte le normative, anche quelle che tutelano la salute dei cittadini, e questo non è accettabile".
Appoggio incondizionato ai colleghi anche da parte di Fontana, il quale premette di essere filo-americano, ma si dichiara molto rammaricato per non avere ricevuto nessuna comunicazione in merito al progetto di ampliamento della base, pure avendo un tavolo tecnico aperto con gli americani per risolvere la questione del nuovo ingresso da via Martinelli. "C'è sempre stato un buon dialogo tra la base Pluto e il Comune -afferma il Sindaco di Longare- grazie al quale la convivenza è sempre stata pacifica e collaborativa. Per questo il silenzio sull'ampliamento mi stupisce ancora di più."

 

Più di cento le antiche “vedette sul mare”

di Pier Giorgio Pinna SASSARI È una straordinaria storia che si snoda fra mare, natura, antiche battaglie e moderne chance di sviluppo culturali e turistiche, questa dei baluardi contro le incursioni saracene. Oggi le torri costiere d'avvistamento in Sardegna sono appena un centinaio, molte ridotte a cumuli di ruderi. Per l’esattezza, nel secondo dopoguerra, ne erano state censite 105. Ma col passare degli anni alcune si sono sbriciolate, erose dai venti e dall'acqua. Mentre altre, già compromesse nella stabilità, non sono state "curate" in tempo _ come sottolineano parecchi addetti ai lavori _ con adeguate misure di supporto. Comunque nei secoli, a partire dalla fase terminale del Medioevo, le storie di questi punti di osservazione voluti da catalani e aragonesi lungo i litorali dell'isola a scopi difensivi hanno accompagnato tanti avvenimenti, non sempre derivanti da guerre. Agli ultimi decenni, invece, risalgono le iniziative per il restauro e la valorizzazione, con sconfinamenti persino nel multimediale. Provvedimenti a ogni modo non sempre garantiti con la tempestività richiesta. Anzi. Calati nel paesaggio dell'isola fino a costituirne ormai parti integranti, nel tempo questi storici baluardi contro “moros y turcos” sono stati studiati, esaminati e descritti in diverse pubblicazioni specialistiche. E sono almeno due i saggi mirati sull'argomento che vanno ricordati. Il primo è «La guida alle torri costiere della Sardegna», realizzato da Edoardo Altara per le edizioni Calosci. Il secondo - ricchissimo d'immagini, disegni, schede – è stato scritto dall'ingegnere cagliaritano Gianni Montaldo. Pubblicato da Carlo Delfino, ha un titolo quasi identico: «Le torri costiere della Sardegna». «Il mio lavoro parte dalla convinzione che della Sardegna ci sia ancora molto da scoprire: attraverso un’indagine che abbraccia un periodo di circa trecento anni ho tentato di dare un contributo alla conoscenza della nostra storia», spiega in premessa illustrando gli affascinanti presìdi antinvasioni lo stesso Montaldo, che è anche docente nell’università del capoluogo di regione. Naturalmente l'esigenza di una difesa contro i nemici che arrivavano dal mare si è posta nell'isola in momenti che precedono di parecchio lo sbarco degli aragonesi. Ma - fortificazioni di altra natura e nuraghi costieri a parte - pur nei rifacimenti successivi oggi i monumenti sopravvissuti lungo i litorali risalgono in larga misura all'epoca della dominazione spagnola. E spesso rappresentano "rivisitazioni" di strutture preesistenti sulla base dell'evoluzione delle tecniche militari. «Dal XIV secolo», chiariscono gli storici, «re Alfonso IV stabilì che a farsi carico della loro costruzione lungo le coste avrebbero dovuto essere i feudatari e i villaggi direttamente interessati a evitare gli assalti di pirati e le scorrerie saracene o turche». In seguito, come puntualizza il professore dell'ateneo sassarese Antonello Mattone nel volume sulla «Storia dei Sardi e della Sardegna» dedicato alla «età moderna», «l'insidia barbaresca, gli interessi strategici francesi (e poi i corsari inglesi e olandesi), la minaccia alle navi e al commercio si tramutano in un pericolo incombente non solo di razzia ma di conquista». Da qui, nel XVI secolo, l'intensificarsi del rafforzamento di tutte le linee di contrasto lungo i litorali che trovavano i punti-chiave di allarme e resistenza proprio nelle torri di vedetta. Successivamente, informano ancora gli specialisti, le diverse aree regionali sulle coste vennero divise in 15 distretti. E le torri ancor più potenziati durante il periodo piemontese, fra l'altro con l'istituzione di una rete di segnalazioni basate sull'accensione in successione di fuochi nei casi di emergenza. In epoca moderna, abbandonati da tempo assetti difensivi non più efficaci a causa dei mutamenti di tecnologie e tattiche belliche (a iniziare dall'uso massiccio dell'aviazione militare), l'attenzione attuale nei confronti di queste antiche sentinelle di pietra a picco sul mare è stata interamente assorbita dallo studio, oltre che dalle possibilità di un rilancio a scopi culturali. Qualche anno fa, lungo questa direttrice, si è sviluppata una ricerca scientifica che ha coinvolto l'Isem-Cnr. Con il via a un paio di osservatori multimediali, collegati a internet in torri "riallestite" per visite guidate: quasi finestre aperte sul tempo che dal passato richiamano il futuro

 

Raccontare la Grande Guerra Serata al Circolo S.Giorgio

ALTO GARDA Si avvicinano celebrazioni e manifestazioni per il prossimo centenario dalla lunga trincea che tra il 1914 ed il 1918 ha attraversato l'Europa intera e sconvolto popoli e nazioni. Anche l'Alto Garda si è trovato in prima linea. Raccontare e ricordare anche la Grande Guerra attraverso i suoi resti, i suoi protagonisti, le sue vittime, è uno degli obbiettivi del gruppo di ricerca «Storia&Territorio», associazione culturale diffusa in tutto il Triveneto con vari progetti, ma solidamente attiva in zona anche per il fatto di essere presieduta dal rivano Elvio Pederzolli, già autore di varie ricerche quali «Saxa Fracta (storia ed itinerari tra le fortificazioni altogardesane)», due volumi sui rivani nella Seconda Guerra Mondiale ed una Guida ai Sacrari della Grande Guerra. Necessario fare rete tra appassionati, artisti, ricercatori per raccontare al meglio tanta tragedia. L'appuntamento per chiunque voglia portare il proprio contributo di idee ed iniziative è domani al Circolo S.Giorgio, nell’omonima frazione di Arco, alle 20.30. Per informazioni Elvio Pederzolli 338.1323045, storiaterritorio@gmail.com

 

Tenna, il forte restaurato pronto a diventare museo

di Gianluca Filippi TENNA Se il buongiorno si vede dal mattino, il Forte di Tenna “risorge” con i migliori auspici. All’inaugurazione dei lavori di restauro del manufatto austro-ungarico, il promontorio su cui poggia si è riempito di una folla che è andata ben oltre le attese. Testimone ne è stata la piccola stanza dove si è svolta la cerimonia, che non ha saputo accogliere tutti i convenuti. Una grande soddisfazione per la Provincia, che ha inserito il Forte di Tenna nel novero delle opere meritevoli di restauro, finanziate con il fondo previsto nell’ambito del “Progetto Grande Guerra”, che l’anno prossimo compie 10 anni. Gli altri sono quelli di Pozzacchio, Dossaccio e Col delle Benne. «Lo scopo di questo progetto - ha ricordato Sandro Flaim, dirigente della Soprintendenza per i beni architettonici - è quello del recupero dei beni storici, di conoscere e ricordare la storia della guerra e di mettere a valore questi beni, anche sotto un profilo turistico». Raggiante l’assessore provinciale Panizza, anch’egli sorpreso per la forte partecipazione della popolazione (e della frotta di amministratori della Valsugana): «Lavori di recupero come questo devono diventare delle testimonianze che raggiungano i giovani, affinché non si disperda una storia che ha segnato la nostra terra». Il recupero dei forti consentirà di valorizzare il patrimonio trentino, che vanta ben un quinto dei forti dell’impero austro-ungarico. La finalità è quella di inserire questi forti nella lista propositiva del patrimonio dell’Unesco: sarebbe un grande colpo anche e soprattutto turistico. La gestione pertanto rappresenta la strategia su cui investire prossimamente. Già anticipato dal Trentino, lo ricorda il sindaco di Tenna Antonio Valentini: «Con i comuni di Calceranica e Caldonazzo abbiamo attivato una sinergia che metterà a base comune il nostro forte, la Torre dei Sicconi di Caldonazzo e la miniera di Calceranica». Ad illustrare i lavori realizzati dalla ditta Ediltione, l’architetto Cinzia Broll. «Non si è voluto fare un restauro integrativo, ma un riuso della rovina», ha premesso. L’effetto è notevole: dei 1700 metri quadri disposti su tre piani, molti sono stati recuperati e quindi resi visitabili: sono state fatte opere di drenaggio e impermeabilizzazione per eliminare le infiltrazioni d’acqua, ripristinate le scalinate in posizione originaria, recuperate le pavimentazioni. «Ora si sta progettando il recupero dell’area esterna di circa 9 mila metri, che diventerà un parco tematico: saranno ripristinate le vecchie trincee, i camminamenti e realizzati alcuni punti panoramici». Ha concluso Nicola Fontana del Museo della Guerra di Rovereto, ripercorrendo la storia del manufatto.

 

INAUGURATO IL FORTE DI TENNA

Dall'Ufficio Stampa della provincia di Trento - 18 agosto 2012

Alla presenza dell'assessore provinciale alla cultura Franco Panizza e' stato inaugurato questa mattina il Forte di Tenna, restituito alla comunità dopo circa due anni di lavori di restauro. Grande soddisfazione e' stata espressa dall'assessore Panizza che ha sottolineato come " Si sia trattato di un grande lavoro di squadra, corale, quello che ha permesso il recupero e ora la valorizzazione del manufatto". Alla cerimonia hanno partecipato anche il sindaco di Tenna Antonio Valentini, il dirigente della Soprintendenza provinciale per i beni architettonici, che ha seguito il restauro, Sandro Flaim, lo storico Nicola Fontana del Museo della guerra di Rovereto e l'architetto Cinzia Broll, progettista e direttore dei lavori per conto della Provincia autonoma di Trento. A dimostrazione di quanto fosse sentito e atteso dalla popolazione questo momento, si e' registrata una notevole partecipazione di pubblico che ha affollato le sale interne del forte ammirando il lavoro di recupero che e' stato realizzato.


" La grande attenzione e disponibilità dimostrate dalle istituzioni e dalle realtà espressione della comunità - ha detto l'assessore Panizza- al lavoro di recupero del forte, dimostra quanto sia ancora sentito il tema della Grande Guerra in Trentino. Questo fatto si spiega in molteplici modi: sia per l'impatto avuto dalla guerra sul territorio, con il suo carico di distruzione, sia per i drammi che ha portato nelle case, nelle famiglie, nei paesi. Per questo vogliamo che tutti questi interventi, che rientrano in un disegno ampio, servano sia per recuperare un patrimonio culturale e materiale ma soprattutto per valorizzare il patrimonio più grande rappresentato dall'identità del Trentino, soprattutto in questo momento in cui si stanno ridisegnando i rapporti tra gli stati e le istituzioni europee.
Vogliamo che le vestigia della Grande Guerra siano visibili e leggibili chiaramente, inserite in un contesto che ne valorizzi le potenzialità sia nel campo formativo, con una grande attenzione ai giovani e al mondo della scuola, sia in quello culturale e turistico. Vogliamo che questi luoghi siano vissuti appieno dalle comunità anche con modelli gestionali che mettano in stretta relazione e collaborazione le istituzioni e le espressioni della societa' e del volontariato. Stiamo lavorando perché il grande investimento che stiamo facendo nel recupero, valorizzazione e messa in rete delle vestigia della Grande Guerra possa approdare ad un riconoscimento in sede UNESCO. Lo slogan scelto per il centenario della Grande Guerra è proprio - Dalla guerra alla pace - per evidenziare anche che non era scontato che manufatti come questo forte potessero essere nel tempo adibiti a funzioni sociali e culturali". "La Grande Guerra, che ha visto un cambio di appartenenza nazionale per il Trentino - ha concluso Panizza - deve essere per noi l'occasione per rimarcare la diversità storica della nostra regione e quindi motivare le ragioni dell'autonomia speciale attualmente riconosciuta al nostro territorio anche a livello internazionale".
Una conferenza storica sulla funzione del forte ha anticipato la visita guidata al manufatto. Consolidamento della struttura e, ove necessario, ricostruzione di alcune parti come le scale interne e del fossato, e inoltre rimozione dei detriti e della vegetazione: questi sono stati i principali interventi. E' in fase di progettazione un parco a tema, nelle immediate adiacenze. E' stato un lavoro particolare, e' stato sottolineato, e si e' fatto tanto anche dal punto di vista culturale, per il recupero della storia del manufatto. L'intervento si inserisce nel progetto "Grande Guerra" che vuole mettere al centro la storia del territorio trentino anche attraverso la valorizzazione di strutture come quella di Tenna, con risvolti sul piano culturale e scientifico ma con ricadute anche in ambito economico e turistico. Il forte si candida ora, per la comunita' di Tenna ma non solo, ad essere un elemento culturale significativo che sarà completato con la prossima realizzazione del parco tematico e valorizzato all'interno delle proposte culturali della valle. (lr)

Scheda descrittiva Lavori di recupero e restauro FORTE TENNA

PROPRIETA’: Provincia Autonoma di Trento
COMMITTENTE DEL PROGETTODI RESTAURO:Soprintendenza per i Beni Architettonici
PROGETTO E DIREZIONE LAVORI arch. Cinzia Broll – Pergine Valsugana
COORDINATORE PER LA SICUREZZA : Ing. Matteo Tomaselli -Trento
ISPETTORE DI CANTIERE :arch. Enza Coser

DITTA ESECUTRICE DEI LAVORI : Impresa Ediltione di Tione di Trento
Importo complessivo dei lavori: 1.100.000 euro
OBBIETTIVI : coniugare la funzionale razionalità della macchina bellica al necessario senso insediativo paesaggistico e territoriale. Considerata l'importanza storica del manufatto e la sua posizione (sul colle di Tenna, lungo un tracciato di particolare interesse storico-paesaggistico che raggiunge la Chiesa di San Valentino), la Soprintendenza per i beni architettonici di Trento ha ritenuto opportuno subentrare nella proprietà del forte il cui stato di conservazione, di fatto era ormai a rudere, mediante un intervento di restauro conservativo al fine della salvaguardia e conservazione del manufatto storico.

RESTAURO:
Gli interventi di recupero hanno avuto come obbiettivo principale la salvaguardia non solo della storia del manufatto bellico, ma anche le successive “stratigrafie” e vicende che lo hanno portato fino ai giorni nostri, comprese le varie demolizioni operate negli anni ‘30 per il recupero del ferro e lo spoglio dei materiali da costruzione .
Non si tratta quindi di un restauro integrativo o di ricomposizione filologica, ma un riuso della rovina che rispetta il carattere singolare del luogo, la funzione e tipologia costruttiva originaria, permettendo la rilettura di alcune ambientazioni e la conservazione del bene e della sua istanza storica.
Sono state consolidate delle volte, ricostruite parti di solaio in legno, consolidate delle porzioni murarie. Si è operato un massiccio intervento di rimozione dei detriti e della vegetazione incolta.
I lavori si sono appena conclusi, tranne alcuni marginali interventi, relativi alla segnaletica, che sono in fase di ultimazione. Il Forte trasformato in luogo della memoria da visitare sarà ceduto in gestione al Comune di Tenna e aperto e visitabile quale imponente macchina bellica, con percorsi di visita strutturati per turisti/visitatori, nonché la possibilità di usufruire di questi ampi spazi per attività culturali o mostre temporanee.
Traguardo finale sarà integrare la vasta area a verde dell’intorno, circa 9000 mq , per creare un’area panoramica a parco, valorizzando e rafforzando la funzione paesaggistica. E’ in corso di redazione il progetto definitivo a cura dell’architetto Cinzia Broll su incarico della Soprintendenza.

 

I forti restaurati della Grande Guerra

Da il Corriere delle Alpi - 18 agosto 2012

PIEVE DI CADORE. Dietro la concezione e soprattutto la costruzione di una fortificazione non c’è solo una cultura architettonica che condensa il sapere e la tecnologia di un’epoca, ma pure il suo rapporto con il luogo in cui è stata incastonata, e, ancor più, il saper fare delle tante maestranze che han tradotto teorie strategiche e tattiche in pietre sagomate, allineate, fugate.

Un forte da una parte sublima le migliori risorse dello sviluppo tecnologico contemporaneo, ma nel suo stesso invecchiamento, spesso precoce, illustra ottimamente le ragioni dell’ineludibilità del progresso scientifico, dell’evoluzione sociale e politica consumatasi. Un progetto di restauro non deve limitarsi quindi ad un’azione passiva di tutela, ma proporsi come processo di riscatto e rigenerazione per un’intera collettività, come occasione di confronto, di riflessione, al di là di ogni celebrazione o mera funzione didascalica. Tali convinzioni animano la filosofia di tutti coloro, amministratori ed architetti, che da anni lavorano affinché il forte di Monte Ricco possa divenire spazio di conoscenza e di confronto, di fruizione sostenibile dell’ambiente montano. Tutto questo e molto altro è contenuto e ben illustrato nel libro “La memoria del dolore – Metodologia nel restauro dei forti della Grande Guerra” curato da Fernando Fiorino per la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso (ed. MIBAC, stampa DBS, 2011). La pubblicazione di 164 pagine spiega tra l’altro dettagliatamente il restauro, avvenuto o in corso, di tre importanti forti: il forte Leone a Cima Campo (Arsiè), il forte Tre Sassi in Valparola (Cortina) e il forte Monte Ricco a Pieve di Cadore. Di ogni intervento vengono illustrate problematiche incontrate, soluzioni adottate e risultati raggiunti, con ampio corredo di foto moderne e d’epoca, di piantine, disegni e documenti vari.

E sarà proprio l’architetto Luigi Girardini, coordinatore, progettista e direttore dei lavori a Monte Ricco, nonché autore del capitolo nella stessa pubblicazione, a presentarla a Pieve, in Magnifica, il 23 agosto, alle 18. In un momento in cui l’economia, anche turistica, del Cadore si interroga, con molti timori, sul suo futuro, crediamo che un bilancio su quanto è stato fatto e resta da fare a Monte Ricco, culla etimologica e storica dei “Catubrini”, sarà oltremodo coinvolgente per l’intera popolazione. Tenuto conto anche del fatto che s’avvicina a grandi passi il Centenario della Grande Guerra 2015-18, che offrirà ulteriori stimoli per scelte importanti, capaci di trasformare in opportunità di crescita culturale ed economica ciò che una guerra preparata, seppur mai combattuta, ci ha la lasciato in eredità. Walter Musizza

 

Progetto “Rotte veneziane”: la Fortezza entra in Europa

Da il Messaggero Veneto - 09 agosto 2012

PALMANOVA. Palmanova entra a far parte del progetto europeo “VeRoTour - Rotte veneziane”, ovvero il “Venetian routes: enhancing a shared European multicultural sustainable tourism”. Il progetto, proposto dall’ufficio del Consiglio d’Europa di Venezia, punta a migliorare la competitività e la sostenibilità del turismo europeo e a favorire la cooperazione tra i vari Stati in ambito turistico.

Il tutto è partito a fine giugno, con una visita in fortezza dell’europarlamentare Debora Serracchiani e del responsabile dell’ufficio italiano del Consiglio d’Europa a Venezia, Alberto D'Alessandro. Scopo dell’incontro era proprio quello di trovare nuove opportunità turistiche per la città stellata a livello transnazionale. Da qui l’inserimento a pieno titolo della figlia della Seerenissima in un itinerario europeo dedicato alle rotte veneziane, un progetto capitanato dalla Regione Veneto e che vedrà, nel 2013, Palmanova impegnata in due attività. Si tratta dell’organizzazione di un convegno sul tema delle fortificazioni e della proposta (in occasione della prossima Pasquetta sui Bastioni) di itinerari culturali e turistici, in chiave ecosostenibile, alla scoperta dei bastioni attraverso visite guidate in bicicletta, a piedi o a cavallo.

«Aderire a questo progetto - commenta l’assessore a turismo e cultura, Adriana Danielis - significa inserire Palmanova all’interno di un programma culturale di respiro europeo che interessa un’area transnazionale più vasta. Un ringraziamento, pertanto, va all’Ufficio del Consiglio d’Europa di Venezia e all’onorevole Serracchiani che si sono attivati rapidamente, cogliendo il grande valore aggiunto che una città come la nostra può assicurare alle strategie turistiche europee». (m.d.m.)

 

Forte Tomba ai privati diventa un supermercato

Da l'Arena - 09 agosto 2012

L'area che comprende Forte Tomba, costruito dagli austriaci, è stata acquistata da una società privata e verrà riqualificata. All'interno troverà posto anche un supermercato FOTO MARCHIORI

Gli operai sono sulle tracce di reperti e ritrovamenti storici da catalogare in accordo con la Soprintendenza. Dopodiché l'area a ridosso dell'imbocco della tangenziale Sud, su cui si affaccia una porzione di quel che rimane di Forte Tomba, costruito dagli austriaci, (tranciato in due dalla statale 12 e in parte interno all'area militare di fronte), potrà iniziare la sua trasformazione per diventare sede di attività commerciali: con tutta probabilità un supermercato. I VINCOLI, a detta del presidente della quinta circoscrizione Fabio Venturi, sono già stati imposti dall'ente che tutela il patrimonio del territorio, compreso l'obbligo di mantenere una fetta di verde intorno alla struttura militare di metà Ottocento per riservarle lo spazio utile a valorizzarla e, oltre a ristrutturare il forte, realizzare parcheggi interrati e pochi stalli a raso. L'INTERO ITER, per quanto suoni strano e anomalo che l'area su cui spunta un forte austriaco sia di proprietà privata, rientra nel nuovo piano degli interventi, che ha già accolto la manifestazione di interesse del privato. «Il terreno è stato acquistato anni fa a un'asta demaniale dall'immobiliare Turbina», riferisce il presidente della circoscrizione Venturi, «che ha comprato anche il pezzo di terra subito dopo l'ingresso alla tangenziale dove c'era un distributore ora demolito. La manifestazione di interesse farà riversare nelle casse pubbliche circa un milione e 300mila euro da utilizzare per intervenire sulla viabilità». I PUNTI ESATTI a cui metter mano non sono ancora definiti, in attesa che dagli uffici tecnici del Comune esca un piano complessivo sulla viabilità del sud della città che tenga conto delle molteplici movimentazioni in corso, compresa quella, imponente, dettata dallo sbarco di Ikea sul territorio scaligero. «L'impegno del privato va in due direzioni», precisa ancora il presidente del parlamentino di Borgo Roma. «Da un lato gli sarà imposto il recupero e la sistemazione del forte che, con tutta probabilità, viste le condizioni precarie, resterà inagibile ma illuminato e valorizzato come opera monumentale. Dall'altro il finanziamento sarà con tutta probabilità utilizzato per togliere i due semafori in via Pasteur e all'incrocio con la tangenziale, per rimpiazzarli con una rotonda». IPOTESI quest'ultima, che pur restando la più probabile, sarà definita solo più avanti. «Il piano per la viabilità voluto dalla giunta su mia richiesta dovrebbe essere pronto per fine settembre», riprende Venturi. «Se l'eliminazione dei due semafori non si rivelerà necessaria, i fondi del privato potrebbero essere utilizzati per riqualificare via Pasteur, dove il settore strade del Comune ha già in programma una bitumatura complessiva con una spesa prevista di settecentomila euro». GLI INTERVENTI da fare, del resto, non mancano, compresa la sistemazione del marciapiede già esistente, per migliorarne la viabilità ciclistica, e una possibile rotonda anche all'incrocio con via Flavio Gioia all'altezza delle vetrine di Arduini. «L'estate prossima potremmo già essere al lavoro per risolvere finalmente il nodo della viabilità intorno a Forte Tomba», confida Venturi, «e la nuova rotonda a ridosso della tangenziale, insieme a una corsia dedicata per chi ne esce, permetterebbe una scorrevolezza più fluida delle automobili». NELL'AREA dell'ex distributore, invece, sorgeranno con tutta probabilità ulteriori parcheggi e un'area verde, collegati magari alla zona del forte con un sottopassaggio. «Escludo la realizzazione di parchi gioco per i bambini sulla statale 12», conclude il presidente leghista. «Piuttosto potremmo richiedere aree dedicate ai cani. La presenza del verde contribuirà comunque a migliorare la vivibilità di tutta quella zona del quartiere».Chiara Bazzanella

 

 

Via alle visite guidate per i Forti Corno e Larino

VALLE DEL CHIESE L’Associazione di promozione sociale filodrammatica “La Busier” promuove l’apertura estiva di forte Corno e forte Larino. Le visite guidate all’interno delle fortificazioni sono previste con gli orari seguenti: ore 10, 11, 14, 15 e 16. Nelle giornate di seguito elencate non è necessaria la prenotazione: oggi e domani, sabato 11, domenica 12, lunedì 13 martedì 14, mercoledì 15, giovedì 16, venerdì 17, sabato 18, domenica 19, sabato 25, domenica 26 sempre d’agosto; sabato 1 e domenica 2 settembre. (f.s.)

 

Viaggio dentro i bunker antiatomici

Da il Piccolo - 01 agosto 2012 - Archivio

di Jan Mozetic w

NOVA GORICA Se a Nova Gorica si chiede dei rifugi antiatomici, la gente reagisce sbigottita, sorpresa. Eppure le viscere di Nova Gorica sono completamente bucate da molteplici bunker, testimoni di un passato definitivamente tramontato nella mente della maggior parte della gente. Precauzioni Dagli anni Sessanta in poi, nonostante la pesantezza del clima internazionale, la Jugoslavia ha mantenuto con i Paesi confinari un rapporto di buon vicinato, ma era sempre pronta in caso di attacco. È in questo contesto che va interpretato l'investimento massiccio per finanziare i rifuggi antiaerei. In Slovenia essi svolsero un piccolo ruolo durante la guerra di indipendenza che nel 1991 durò appena dieci giorni. Ben altra portata essi ebbero in Bosnia e in Serbia durante le guerre che fecero crollare la Jugoslavia. Pensati per difendere la popolazione da aggressioni esterne, trovarono il loro ruolo nella guerra civile e infine in quella del Kosovo. Nova Gorica essendo città di frontiera, quella che nei piani iniziali doveva essere addirittura un modello del socialismo da contrapporre all'occidente, ovviamente fu da subito dotata di rifugi antiaerei. In proporzione agli abitanti, Nova Gorica è la terza città slovena per numero di rifugi, circa sessanta, per una capienza variabile, ma che si aggira intorno ai duecento posti a rifugio. Fino al 1991, quando la Slovenia divenne indipendente, ogni costruzione (tranne le case private) doveva esserne munita. A tale proposito fu stanziato un fondo alimentato dal quattro per cento del costo totale della costruzione. Due tipi Ci sono due tipi di rifugi: quelli, più costosi, idonei in caso di attacco atomico, di contaminazione radioattiva; gli altri più semplici e meno costosi. I rifugi antiatomici dovevano avere una pressione più alta dell'aria. A ciò erano adibite delle attrezzature apposite in grado di filtrare l'aria con sabbia e carbone.

Ancora oggi si continua a costruire i rifugi. In ogni edifico pubblico dedicato all'istruzione, alla sanità, all'esercito ubicato in aree di densità superiore ai 5000 abitanti, sono obbligatori per legge, e ovviamente lo Stato pretende che quelli già esistenti che hanno le stesse caratteristiche, siano mantenuti in buono stato. A Nova Gorica Il Comune di Nova Gorica gestisce ancora sei rifugi pubblici, alcuni dei quali sono a Salcano e a Kromberk. La maggior parte dei rifugi ubicati sotto i palazzi sono invece abbandonati a se stessi. Qualcuno è utilizzato come magazzino. Teoricamente dovrebbero poter essere riconvertiti in rifugio entro un mese. Tra gli ultimi rifugi costruiti ci sono sono due che non sono sottoterra. Sono stati posti nel 1986 uno di fianco all'altro verso la fine di via Cankar. Già due anni dopo erano adibiti l'uno a supermarket l'altro a macelleria, perché sin dall'inizio il progetto prevedeva l'uso molteplice di questi spazi. Ancora oggi i luoghi sono tenuti perfettamente e nel giro di 15 minuti possono trasformarsi in due rifugi antiatomici. Durante i dieci giorni della guerra slovena, i rifugi sono stati utilizzati complessivamente tre volte. La prima per una esercitazione, le altre due per il rischio concreto dell'attacco. All'epoca tutto si svolse ordinatamente. La gente fu efficacemente avvertita, tutti sapevano cosa fare. Bogdan Zoratti lavora al Comune di Nova Gorica come consigliere per la sicurezza. Ha svolto il corso di sopravvivenza dentro il rifugio, racconta delle difficoltà a sopravvivere con tante persone dentro un ambiente isolato, senza la luce del sole. La sua esperienza si è protratta per soli due giorni. «Non oso pensare come resistere lì dentro un mese. Le persone perdono la testa, vanno in stato confusionale». Renzo Obidic, faceva parte della guardia civile ed era il diretto responsabile di due bunker. All'epoca ogni rifugio era sotto il controllo, la responsabilità di una persona. Ancora oggi molti di loro, pur non avendo più un incarico ufficiale, hanno le chiavi e spesso gestiscono direttamente le questioni che riguardano il loro rifugio. In uno dei rifugi di Renzo, poco prima dell'aggressione del 1991, la Croce rossa sistemo tutti i suoi materiali: lettini, coperte e strumenti vari.

Durante l'attacco tutto il materiale fu trasportato nel bosco di Trnovo, dove allestirono un ospedale da campo per poter intervenire soprattutto in caso ci fossero militari jugoslavi feriti. Nel bosco infatti era più difficile scappare e i militari erano facilmente controllabili. Al momento dell'attacco la maggioranza delle persone corse nei rifugi. L'atmosfera però non era troppo tesa. I bambini si portavano i cagnolini, i gatti, i pesci rossi, il giocattolo preferito. Non c'erano scene di isteria. Anzi, per i vecchi era un bella opportunità perché così erano tutti riuniti, in un luogo oltretutto fresco (eravamo in piena estate), nel quale potevano chiacchierare tranquillamente. Anche dopo il cessato allarme alcuni vecchi rimasero sotto a giocare a briscola e chiacchierare. Renzo doveva premurarsi soprattutto che alcuni anziani con difficoltà nello spostarsi, raggiungessero comunque in tempo i rifugi. «Essendo vicini al confine - ricorda Renzo - gli aerei avrebbero avuto difficoltà nel manovrare senza sconfinare in Italia. ma lo stesso il rombo degli aerei, creò comunque terrore». L'oblio I ragazzi della Teritorialna obramba pattugliavano costantemente il territorio. Prima che ci fosse l'autostrada, la strada principale che collegava Nova Gorica con l'entroterra sloveno era quella che passa per Aiševica. Da lì i membri della Teritorialna obramba avevano preso i carri armati e li avevano sistemati vicino all'unica chiesa di Nova Gorica, vicino alla stazione di polizia all'ingesso ovest della città. Al contempo altri portavano, tra le altre cose, informazioni fresche alla persone su ciò che accadeva a Rožna Dolina, la zona più calda, dove gli spari giungevano più di frequente. Ora la maggior parte dei rifugi sono praticamente abbandonati. Forse non è bene dimenticarsene ma la cosa più importante è che non tornino mai ad essere utilizzati come rifugi antiatomici.

 

I bimbi giocano alla guerra sotto l' egida della Regione

QUESTO non è uno sport per bambini, e forse nemmeno uno sport, come invece lo pubblicizza il Distretto Turistico dei Laghi, emanazione della Regione Piemonte per il territorio del Verbano Cusio Ossola. Il «Laser Tag» è un "gioco" di simulazione bellica che sta conoscendo una larga diffusione non solo su scala locale, ma anche in Italia,e consiste nell' inscenare una finta battaglia all' aria aperta con finti mitra, fucili a precisione, mitragliette e puntatori laser, cui possono partecipare anche i ragazzini. Un' attività ludica? Il Distretto Turistico dei Laghi e Monti si spinge addirittura a definirla educativa, e lo fa pubblicando sul sito della propria community, "Neveazzurra", un ampio reportage fotografico della prima giornata di Laser Tag che si è tenuta a Ornavasso, paese dell' Ossola guidato dal sindaco nonché presidente del Distretto, Antonio Longo Dorni, il 22 luglio scorso presso l' Antica Cava, dove in un grande parco lungo la Linea Cadorna - fra resti di fortificazioni militari, mulattiere, trincee e punti di avvistamento - un nutrito gruppo di persone, fra cui diversi genitori con figli, ha giocato a fare la guerra. Eppure il fenomeno sta diventando un' attrazione turistica, e per tutta l' estate l' Antica Cava di Ornavasso resta aperta e a disposizione di chi voglia passare qualche ora della giornata fingendo di sparare o di uccidere il proprio avversario, anche perché - si legge sul sito Lago Maggiore Family - «quando un giocatore viene colpito potrà raggiungere la base per "ricaricare" una nuova vita, e non esiste una limitazione di vite o di colpi». Insomma, il divertimento sarebbe assicurato se non ci fosse da rattristarsi per la tipologia del gioco, e per un' infelice coincidenza: la notizia acquista un sapore più amaro e una luce sinistra, se si considera che la giornata tanto decantata sui siti turistici del Distretto, è avvenuta appena 48 ore dopo la strage di Denver, dove James Holmes ha sparato all' impazzata con tanto di puntatori laser e abbigliamento paramilitare. In questa area "giochi" per adulti e ragazzi, e purtroppo anche per bambini (c' è una zona di action games cui si può accedere dai cinque anni in su, dove si usano dei «raggi di luce, più leggeri e adatti a bambini» (anche se «al momento del ritiro si potrà scegliere se usare le repliche delle armi laser tag oppure i raggi come nel fantasy»), si paga un biglietto e si ritira tutto l' armamentario per simulare veri combattimenti nei bunker della prima guerra mondiale, anche con bersagli elettronici. L ' annuncio che accompagna la pagina delle prenotazioni on line, cui si accede anche dai siti istituzionali, suona come un maldestro tentativo di camuffare le regole e i contenuti del gioco: «Divertiti con i tuoi amici o famigliari a provare l' emozione di un vero gioco d' azione, non violento (è vietato il contatto fisico e l' uso di qualsiasi arma o oggetto che potrebbe recare danno all' avversario) - recita il sito - e totalmente innocuo (nessun pallino o colpo, solo raggi infrarossi). Potrai esercitarti con dei bersagli elettronici e sfidare in abilitàe destrezzai tuoi amici per espugnare il bunker. Che aspetti a divertirti con noi?». GUIDO ANDRUETTO

 

La storia torna indietro a Pian dell’Antro

Da il Corriere delle Alpi - 17 luglio 2012

VALLE. Applausi a scena aperta per i ragazzi della Pro Loco di Venas, che hanno regalato un momento di storia e di allegria a tutti i partecipanti alla loro iniziativa.

Un grande successo per la rievocazione storica che si è svolta a Venas, ai forti di Pian dell'Antro, che ha portato il pubblico indietro nel tempo fino alla prima guerra mondiale. Il gruppo, presieduto da Daniel Da Corte (e composto da Fabio Agnoli, Bruno Ghedini, Emilio Dall’Asta, Diego Dall’Asta, Stefano De Luca, Marco Agnoli, Nicola De Lorenzo, Nicola Sacchet e Dennis Soravia) ha lavorato per settimane per ripulire l'area, le antiche gallerie che sono state illuminate, per montare il tendone, le cucine e organizzare una giornata dove nulla è stato lasciato al caso. Applauditissimo anche il gruppo “Sentinelle del Lagazuoi” di Conegliano che, con i suoi rievocatori vestiti con abiti e oggetti d’epoca, ha “disegnato” una pagina di storia vivente ricordando gli anni dal 1915 al 1918. All’interno del forte sono stati ricreati con grande maestria alcuni ambienti: un comando con telefono da campo funzionante collegato ad una postazione attrezzata con un cannoncino a ed un’infermeria da campo con le crocerossine, oltre che ad una postazione da mitragliatrice. La rievocazione storica 1915-1918 è stata anche una manifestazione didattica.

Nello spazio di Pian dell’Antro tre aree sono state dedicate dai figuranti proprio alla didattica; qui era possibile fare ogni tipo di domanda sulla vita, sulle attrezzature, sull’armamento dei militari italiani durante la Grande Guerra. Un momento per incontrare la storia. Terminata la rievocazione la festa è continuata sotto il capannone dove la Pro Loco aveva aperto uno stand enogastronomico, con tanto di gelato proposto da Gabriele Soravia e musica dal vivo cantata da Armando. (a.s.)

 

Treno e Scale, il turismo corre

CISMON. Presentati a Primolano due ambiziosi progetti finanziati con risorse pubbliche per 3,4 milioni di euro - Ferrovia turistica con museo tematico e riqualificazione del sistema delle fortificazioni

Da il Giornale di Vicenza - 16 luglio 2012

La zona del Forte Tombion, oggetto di due progetti di rilancio turistico

Le Scale di Primolano sono pronte a risorgere, e con loro tutto il territorio della Valbrenta. Questo grazie a due grandi progetti: la ferrovia turistica della Valbrenta, che comprenderà anche il Museo ferroviario di Primolano, e la riqualificazione del sistema fortificato. Lo scopo generale è di ricucire culturalmente il territorio, secondo il principio del "museo diffuso", mettendo in comunicazione opere di pregio con interventi sostenibili dal punto di vista tecnico ed economico. La conservazione dei beni architettonici è sia l'occasione per restituire dignità e memoria ai luoghi, che una spinta fondamentale per il recupero del paesaggio, l'incremento della sua fruizione, con l'obiettivo finale di valorizzare il territorio, incentivare le attività economiche che vi operano e creare nuovi posti di lavoro. Alla presentazione, tenutasi alle ex scuole elementari di Primolano, erano presenti gli assessori regionali Roberto Ciambetti e Elena Donazzan, insieme al sindaco di Cismon, Luca Ferazzoli. «Questa non è l'occasione per ostentare i finanziamenti ottenuti - esordisce Ferazzoli - ma il momento di dire e dimostrare che c'è un Piano d'area che è pronto a collegare le realtà del nostro territorio con quelle trentine. Il fine comune è quello di promuovere il turismo e creare nuovi posti di lavoro. Bisogna creare rete, e un marchio d'area che possa identificare gli sforzi fatti. Dalla Regione stessa ci è arrivata la linea guida che ci spinge a lavorare insieme, per fare rete affinchè le collaborazioni incentivino le risorse». Il finanziamento per realizzare la ferrovia turistica è stato concesso a maggio dal fondo Odi, soppresso nei giorni scorsi in seguito a tagli previsti dalla spending rewiew; il contributo di 1.880.000 euro ora dovrebbe essere elargito dalle Provincie autonome di Trento e Bolzano, alle quali sono passate le funzioni dell'organo. Il progetto di riqualificazione delle Scale di Primolano è finanziato dalla Regione Veneto: il quadro economico generale è pari a 1.498.977 euro; il primo stralcio, in fase di avvio, prevede la ristrutturazione di Forte Fontanelle e Fuciliera Coperta, di proprietà di Attilio Gheller attuatore dell'intervento. L'opera avrà un costo complessivo di 579.470 euro, finanziate per l'80% dalla Regione, con tempi di realizzazione previsti in circa 40 mesi. Questo progetto, sebbene di iniziativa privata, è stato riconosciuto meritevole di approvazione da parte degli Enti pubblici a fronte dei vantaggi sociali ed economici che porterà al territorio. L'intera operazione, infatti, è finalizzata a ottenere un duplice beneficio: il recupero di elementi di archeologia militare, anche in vista del centenario della Grande guerra, e l'espansione turistica delle realtà comunali coinvolte. F.C.

 

Joint Force Headquarters Italiano (ITA-JFHQ)

Da difesa.it del 9 luglio 2012

L’Italian Joint Force Headquarters (ITA-JFHQ) è un Comando interforze permanentemente attivato, ad alta prontezza operativa, rapidamente schierabile, in grado di immettersi con breve preavviso nelle aree di crisi in tutto il mondo, e di assumere le funzioni di comando e controllo degli assetti terrestri, marittimi ed aerei resi disponibili per l’assolvimento di una missione.

Dotato di personale altamente specializzato e contraddistinto da una struttura organizzativa flessibile e snella, si è costituito nel febbraio del 2007 al fine di concretizzare gli obiettivi postulati dal Concetto Strategico della Difesa in tema di valenza interforze e capacità expeditionary, ed è una delle nuove realtà della Difesa italiana. La sua istituzione, in linea con le iniziative intraprese dai Paesi leader della NATO e dell’Unione Europea dotati di organizzazioni simili, ha contribuito a collocare l’Italia in una posizione di primo piano nell’ambito dello scenario internazionale.

Il Comando è in grado di pianificare e condurre small scale operations operando sia a terra che dal mare, imbarcato su vascelli della marina, alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa oppure, in caso di operazioni congiunte con forze armate di altri Paesi, sotto il controllo dell’autorità militare, di altra nazione o multinazionale, designata. È stato impiegato in occasione della crisi in Georgia nel 2008, del sisma che ha colpito l’Abruzzo nel 2009, delle emergenze di Haiti nel 2010, della Costa d’Avorio e della Libia nel 2011 e nelle Filippine nel 2013.

Ha inoltre effettuato attività di evacuazione di connazionali dal Sud Sudan (2013), Libia (2014 e 2015) e Nepal (2015); è stato infine impiegato nelle fasi iniziali della missione “Prima Parthica” in Iraq (2014/15).

 

 

Sentieri e fortificazioni: procedono bene i restauri

ALTOGARDA Anche l'alto Garda si sta preparando a celebrare in pompa magna il centesimo anniversario dello scoppio della Grande Guerra, in anticipo di un anno – come d'altronde in tutto il Trentino – rispetto al resto d'Italia. Da qui al 2014 i preparativi si rincorreranno freneticamente affinché non si giunga impreparati all'appuntamento con la storia. In Busa è attivo un coordinamento, capeggiato da Marco Ischia, che fa riferimento alla Comunità di valle e in particolare all'assessore alla cultura Luca Giuliani. Nei mesi scorsi lo stesso assessore ha pianificato il lavoro da svolgere nel prossimo biennio, in accordo con i comuni e con la Provincia, che ha la regia complessiva sulle iniziative. Operativamente sono state individuate tre fasi: riqualificazione dei sentieri, restauro dei manufatti militari ed organizzazione degli eventi culturali. «I primi due step sono già a buon punto – spiega l'assessore Giuliani – in quanto le nostre richieste di sistemazione delle trincee e dei camminamenti sono state prese favorevolmente in considerazione dalla Soprintendenza per i beni architettonici, dal Museo Storico della Guerra e dal Servizio Conservazione della natura e valorizzazione ambientale». Sarà la stessa Provincia a pagare e quindi a realizzare – tramite il proprio Servizio – gli interventi di ripristino del Sentiero della Pace sul monte Brione, già in fase di esecuzione, la messa in sicurezza del sentiero di guerra che da Costa di Salò sale a Cima Oro, la pulizia dell'area circostante Forte S.Alessandro sul Brione, l'allestimento di un percorso di visita delle opere presso Busa dei Capitani sopra Nago e il recupero della Strada dei Serbi sullo Stivo. Interventi che andranno a valorizzare siti storici di grande importanza ma che implementeranno l'offerta turistica della nostra zona. Il secondo passo ha riguardato il finanziamento delle opere di restauro di manufatti militari. Il Comune di Riva ha portato a casa 800 mila euro di contributo (su di una spesa di 1 milione di euro) per la valorizzazione architettonica dei quattro forti presenti sul monte Brione (di cui abbiamo dato notizia nei giorni scorsi). «La notizia ci ha fatto molto piacere - commenta Giuliani - visto che come coordinamento ci siamo spesi non poco affinché la richiesta del comune di Riva riuscisse ad entrare fra le tre ammesse a contributo. A tutti i Comuni dell'ambito, comunque, avevamo fatto presente l'opportunità di presentare domanda di finanziamento. Riva ha colto al volo l'occasione». Ora manca l'ultima fase. Giuliani, a breve, contatterà le associazioni storico-culturali della zona per definire i possibili eventi da inserire nelle celebrazioni del 2014 e per i quali si dovrà chiedere le necessarie risorse alla Provincia. (gl.m.)

 

Guida in sei lingue per la promozione del Carso isontino

Da il Messaggero Veneto - 06 luglio 2012

GRADISCA. Le impareggiabili suggestioni del Carso, con i suoi colori, i suoi sapori e il suo patrimonio storico, sono fotografate in un nuovo depliant realizzato dall’associazione Juliaest e presentato ufficialmente all’hostaria Mulin vecio alla presenza di autorità e imprenditori locali. Realizzata in sei lingue (italiano, tedesco, sloveno, inglese, ungherese e francese), la pubblicazione, che gode di un contributo di Turismo Fvg, si rivolge soprattutto agli utenti stranieri che intendono scoprire il territorio carsico. «Non intende essere una guida – ha spiegato il presidente di Juliaest, Mauro Gaddi – bensì uno stimolo per il turismo nella nostra regione. Nel 2012 investiamo quasi tutto il nostro budget per la il marketing, potenzieremo il sito internet con pacchetti turistici offerti dagli operatori e promuoveremo il cicloturismo per gli amanti della mountain bike, sul modello del Trentino. Investiremo inoltre sul centro visite di San Martino». Si strizza l’occhio anche alle scuole, attraverso convenzioni per tirocini formativi con l’Università di Udine. Previste conferenze annuali di grande spessore culturale sino al 2018: quest’anno si parlerà di fortificazioni. «Accanto alle iniziative forti dei privati come questa, il pubblico fa la sua parte – ha affermato la vicepresidente della Provincia di Gorizia, Mara Cernic – e Carso 2014 è il nostro progetto di punta come volano per lo sviluppo del territorio». Elisabetta Pian, sindaco di Sagrado, ha confermato il sostegno «a progetti sostenibili per il collegamento di storia, cultura e imprenditoria», mentre la sua omologa del Comune di Savogna, Alenka Florenin, ha ribadito l’importanza di «camminare insieme in vista di Carso 2014». A fare gli onori di casa il vicesindaco, Paolo Bressan: «Il progetto è valido, Gradisca è strettamente connessa col territorio carsico, che promuoviamo insieme alle altre eccellenze storico-paesaggistico di cui disponiamo». (g.p.)

 

Il progetto “Mantovafortezza” adesso è on line

Cliccate www.mantovafortezza.it, adesso in rete: non più turisti per caso, in casa nostra ma con la disponibilità di uno strumento che prima non c'era, un libro senza carta da poter sfogliare e continuamente incrementabile, nel progresso della ricerca. Pagine poco praticate ma estremamente importanti della storia, come quelle dell'architettura ed edilizia militare, legate in particolare alle presenze dominanti prima francesi quindi asburgiche Il fascino del racconto viene dalle schede scritte e dalle immagini: fotografiche dell'esistente, ma ancor più dalle ricostruzioni. Possiamo così "vedere" quello che, della Mantova fortezza, non c'è più, proposto sulla base dei documenti d'archivio e dei progetti: fortificazioni, mura, bastioni, lunette, rivelini. Termini tecnici, troppo difficili? Tranquilli, si clicca il glossario, in appendice, incontrando anche architetti dei quali ignoravamo l'importanza nella storia mantovana, come François de Chasseloup-Laubat o Paul Ferdinand de Bohn. Progetto web partito dalla Società per il Palazzo Ducale, supporto dei Comuni di Mantova e di Virgilio, contributo della Fondazione Cariplo. Il percorso (due anni di lavoro): idea di Giuseppe Calciolari, autore delle straordinarie ricostruzioni, affiancato da Claudia Bonora e Francesco Rondelli per la parte storico-scientifica, coordinamento di Danilo Cavallero. Sito web realizzato dal Master Studio di Bagnolo San Vito, con Emmanuel Hee e Cesare Ponchiroli. Contributi di ricerca da Anna Maria Mortari (Archivio Storico del Comune), Elena Ronconi, Carlo Togliani. Valore aggiunto: tutti hanno lavorato nello spirito del volontariato, insomma gratis. (rda)

 

Turismo culturale, tre giorni di dibattiti a Pula

PULA Il turismo culturale nello scenario del Mediterraneo. Itinerari e progetti per il futuro. E’ il tema di un convegno che si svilupperà in due giornate di lavori il 5 e 6 luglio presso l’hotel Baia di Nora. E’ prevista un’appendice il giorno 7, dedicata ad un promotional tour riservato alla stampa. L’iniziativa si propone di far conoscere il progetto For- Access P.O. , Marittimo, finanziato dall’Unione Europea. Parteciperanno studiosi del settore , uomini di cultura, imprenditori e rappresentanti delle diverse istituzioni politiche regionali. Gli argomenti trattati saranno tantissimi, ma tutti riconducibili ad una nuova visione del mercato delle vacanze, sempre più orientato verso una fruizione consapevole dei beni ambientali e culturali di un territorio. Saranno illustrate le diverse esperienze maturate a livello regionale e nazionale nel settore. Accanto alle strategie di mercato , dunque, ci sarà spazio per le riflessioni sulle tecniche di comunicazione, sui progetti di valorizzazione dei beni culturali, sulla storia della Sardegna. Sarà presentato il progetto della Costiera Sulcitana sul circuito delle fortificazioni e delle torri costiere , comprese le prospettive economiche legate al progetto. Questa iniziativa ha dei punti di riferimento importanti , come l’itinerario delle fortificazioni lungo la valle del Serchio ( Toscana ) . Esistono già diversi pacchetti turistici, legati all’iniziativa , predisposti dai consorzi della Garfagnana, Naturalmente Toscana, Sarzana e dintorni. Da poco tempo quello della Costiera Sulcitana . Se nella prima giornata del convegno si parlerà soprattutto di strategie di marketing, itinerari e progetti , la seconda giornata sarà dedicata alla gestione dei beni culturali e alle opportunità di valorizzazione in chiave turistica. Riflettori accessi sui rispolverati parchi archeologici ; sul patrimonio gestuale che, se utilizzato in modo sinergico, incrementa l’indotto e la cultura. Si riscopre la cosiddetta “Rotta dei Fenici” , cioè un progetto di valorizzazione dei beni culturali in chiave mediterranea. Ma ci sono limiti ed opportunità. Parlarne, ma soprattutto realizzare i progetti, è diventato indispensabile per un nuovo concetto di turismo. Le soluzioni per la fruibilità passano attraverso la conoscenza del territorio e della sua gente . Enrico Cambedda

 

CESSA IL 34° GRUPPO RADAR SOSTITUITO DAL DISTACCAMENTO E DALLA SQUADRIGLIA RADAR – Celebrata la soppressione del 34° Gruppo Radar e la nascita del Distaccamento Aeronautico di Siracusa e della 137^ Squadriglia Radar Remota – Mezzogregorio.

Da lanota7.it del 29 giugno 2012

(CS) Siracusa, 29 giugno 2012 – Presso la sede logistica del 34° Gruppo Radar di Via Elorina, ha avuto luogo la cerimonia di riorganizzazione del 34° Gruppo Radar, presieduta dal generale di divisione aerea Mirco Zuliani, comandante del Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico (Ferrara). Alla presenza delle massime autorità civili, militare e religiose della provincia, il tenente colonnello Salvatore Gissara ha lasciato il comando del 34° Gruppo Radar Aeronautica Militare che, dal giorno 30 giugno, sarà ufficialmente soppresso per essere rimpiazzato dal “Distaccamento Aeronautico” di Siracusa, del quale ha assunto il comando il tenente colonnello Paolo Tredici, e la 137^ Squadriglia Radar Remota della quale ha assunto il comando il maggiore Giuseppe Canto. Si è così conclusa, dopo poco più di 52 anni, l’attività del 34° Gruppo Radar la cui sala operativa ha garantito, senza soluzione di continuità, la sorveglianza di un’ampia porzione di spazio aereo nazionale e Nato ed il controllo dei caccia intercettori che, 24 ore su 24, assicurano la Difesa Aerea dei cieli italiani. La soppressione del Gruppo Radar è stata resa possibile grazie allo sviluppo tecnologico che oggi consente di far confluire i segnali provenienti da tutte le antenne radar dislocate sul territorio nazionale, presso un’unica “centrale di controllo”, nella quale sarà accentrato tutto il personale qualificato “controllore difesa aerea”. Un processo che ha richiesto alcuni anni di lavoro, al fine di garantire che il passaggio delle funzioni di controllo dalla sala operativa di Mezzogegorio alle sale operative che ne hanno rilevato l’area di competenza, potesse avvenire con la massima sicurezza, cioè, senza riduzione delle capacità di sorveglianza dello spazio aereo.

 
«Jupiter», Murgia in prima linea con i suoi missili nucleari
Da lagazzettadelmezzogiorno.it del 25 giugno 2012

di COSIMO FORINA


SPINAZZOLA. La storia degli “Jupiter” sulla Murgia, i missili a testata nucleare cento volte più potenti della bomba sganciata su Hiroshima e Nagasaki, puntati all’inizio degli anni Sessanta dagli americani contro i Paesi del blocco sovietico, tre quelli nella base di Spinazzola, è ora racchiusa in un film documentario della Zenit Arti Audiovisive di Torino: «Murge il fronte della guerra», regia di Fabrizio Galatea. Anteprima a Bari il 6 luglio, alle 18, nel Cineporto di Puglia-Fiera del Levante, Lungomare Starita. La vicenda del tutto ignorata dalle nuove generazioni, ripercorre i momenti di quando quegli strumenti di offesa incalcolabile furono posti pronti al lancio ed il mondo fu ad un passo dalla terza guerra mondiale. «Nel I962 - la ricostruzione fatta dalla produzione - con la crisi di Cuba il mondo vive il più drammatico momento della storia recente: l’incubo di una guerra atomica. Inaspettatamente il fronte della guerra fredda si sposta nelle Murge. Sulle aspre colline argillose di Puglia e Basilicata, i profili dei missili nucleari Jupiter minacciano un paesaggio popolato da inconsapevoli pastori e braccianti. Questa terra dimenticata diventa teatro degli scontri tra Stati Uniti e Unione Sovietica». Nel film spiega Nichi Vendola: «il '900 è stato il terreno in cui in forme tragiche, in forme eroiche, talvolta in forme comiche la grande e la piccola storia si sono incontrate». «Murge, il fronte della guerra fredda» racconta questo straordinario incontro: da una parte la Murgia, terra arida popolata da braccianti poveri e rassegnati, paesi disseminati nei quali l’unica possibilità di riscatto è nella lotta per le proprie terre e nell’adesione al partito comunista; dall’altra lo scenario della grande politica internazionale, teatro della guerra fredda, nella quale l’Italia cercò di ritagliarsi un ruolo da protagonista. Ed ancora: «vettori di questo incontro i giovani militari italiani inviati nelle basi per i quali i sentimenti si mescolano in una soluzione catartica: il sogno americano accarezzato durante il corso di formazione in Nevada, l’orgoglio per essere i custodi dello scudo contro la minaccia sovietica, la coscienza di essere i potenziali esecutori materiali di una catastrofe planetaria. Il momento culminante di questo incontro è la crisi di Cuba nella quale, grazie alla preziosa testimonianza di Ettore Bernabei scopriamo il decisivo ruolo che ebbe l’Italia nella risoluzione del momento più drammatico del secolo scorso. Bernabei, che nei giorni della crisi si trovò casualmente a Washington ricorda: «Fanfani rispose subito con una lettera in cui faceva una proposta: la proposta italiana era che gli Stati Uniti si impegnavano a ritirare dalla Puglia i missili con testata atomica, l’Unione Sovietica smantellava le postazioni missilistiche che a Cuba l’Unione Sovietica aveva messo contro gli Stati Uniti. Se il presidente Kennedy avesse accettato questa proposta probabilmente c'era la possibilità di evitare il peggio».

 

 

Garitte dal terreno carsico, testimoni del rischio di una catastrofe nucleare
Da lagazzettadelmezzogiorno.it del 25 giugno 2012

SPINAZZOLA - Ancora oggi percorrendo la Sp230 che da Spinazzola porta verso Gravina, li dove la strada si incrocia con la Sp138 detta del Cavone a confine del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, è possibile notare le garitte della base militare dove furono piazzati i missili Jupiter. Con “Google maps” si può addirittura guardare dall’alto la composizione dell’area, una struttura rimasta quasi integra, come i punti dove i vettori di morte erano stati collocati. Per oltre quarant’anni, i terreni sono rimasti incolti ed hanno mantenuto vincolo di servitù per poi essere ceduti dal demanio pare ad agricoltori locali. Sono passati cinquant’anni da questa storia dimenticata che ora torna attuale con il film documentario “Murge il fronte della guerra”. Per il regista Fabrizio Galatea che questa vicenda ha voluto raccontare, essenziale è stato l’incontro con gli ultimi testimoni di quei giorni, con quanti ne hanno parlato, scritto, raccolto prove. Tra il 1960 e il 1963 Spinazzola ospita tre delle trenta testate nucleari istallate in Puglia, di potenza distruttiva cento volte superiori a quelle che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki, puntate durante la guerra fredda contro i paesi satelliti dell’Unione Sovietica: Albania, Romania e Bulgaria. Una potenza distruttiva, quelle delle bombe H, montate su missili Jupiter ognuna paragonabile a 50 milioni di tonnellate di tritolo.

Le trattative per la loro istallazione, riporta il prof. Giorgio Nebbia in un suo saggio: «Furono rigorosamente segrete tra il governo Americano presidente Eisenhawer e il governo italiano e durarono a lungo, non certo per ottenere garanzie sulla sicurezza per il popolo italiano, ma per cercare di spillare più quattrini dagli americani in cambio di questa nuova servitù». Le città coinvolte: Gioia del Colle, dove fu istallato il quartier generale e poi Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura, Irsina, Matera, Laterza, Mottola. I dettagli di come si sfiorò l’apocalisse con quegli ordigni nei documenti segreti militari, resi disponibili e raccontati dal prof. Leopoldo Nuti, dell’Università Roma Tre, in vari articoli. Utilizzati nel libro di Philip Nash “Missili di ottobre ”pubblicato dall’Università della North Caroline. In quelle basi, si legge nei documenti dello JCAE (il comitato congiunto per l’energia nucleare, Joint Committee on Atmic Energy) vi fu il rischio concreto di esplosione nucleare accidentale. Gli scienziati americani dello JCAE in una loro ispezione rimasero esterrefatti per la trascuratezza dei sistemi di sicurezza tanto che il 15 febbraio del 1961 veniva inviato al presidente degli Stati Uniti John Kennedy un resoconto segreto delle ispezioni e il 5 luglio 1962 il presidente stanziava 23,3 milioni di dollari (una cifra esorbitante a quei tempi) per creare maggiore sicurezza. Fu messo a punto, il sistema PAL (Permissive Action Link, adottato per i sottomarini nucleari solo nel 1997), allo scopo di evitare esplosioni accidentali o non autorizzate. Quattro gli incidenti quando i missili furono colpiti da fulmini.

Ma il parlamento italiano non ne è mai stato informato, come del resto la popolazione pugliese. La crisi nell’ottobre del 1962 segnò la fine delle basi, quando gli americani scoprirono che navi sovietiche stavano trasportando dei missili nucleari a Cuba e Kennedy minacciò la guerra contro l’Urss se le navi fossero arrivate nell’isola caraibica. Si giunse ad un passo dalla terza guerra mondiale che non avrebbe escluso l’uso delle armi nucleari. Frenetici i contatti tra Kennedy e Krusciov, poi l’intervento di Papa Giovanni XXIII: alla fine le navi sovietiche tornarono indietro e l’America si impegnò a ritirare i trenta missili Jupiter dalla Puglia e gli altri quindici installati in Turchia che scomparvero così come giunsero in assoluta “segretezza”. In seguito a questi avvenimenti Papa Giovanni XXIII nell’aprile del 1963 consegnò al mondo la sua enciclica “Pacem in Terris” monito e indirizzo morale per la convivenza tra i popoli. Nei più giovani di Spinazzola non vi è traccia di un racconto tramandato dai propri padri, probabilmente perché non vi è mai stata coscienza e conoscenza nella popolazione del pericolo. [c.for.]

 

Valcanale, camminare con la storia

Da il Messaggero Veneto - 21 giugno 2012

TARVISIO. In tutto il comprensorio del Tarvisiano e di Sella Nevea, in comune di Chiusaforte e la Val Dogna abbondano i resti di fortificazioni della Grande Guerra. Che il Canale del Ferro e la Valcanale abbiano da sempre avuto una funzione strategica lo evidenziano anche i resti archeologici d’epoca romana per arrivare alle testimonianze della presenza della repubblica di Venezia e del passaggio delle truppe napoleoniche con relative battaglie. Ecco che per gli utili approfondimenti, gli ospiti della montagna hanno la possibilità di partecipare a visite guidate ai sentieri del primo conflitto mondiale e ai resti di trincee e fortificazioni di quella che era la prima linea difensiva austroungarica.

Infatti, oggi, alle 14 è in programma l’uscita che porta al forte del lago del Predil (ritrovo allo chalet del lago) e domani, ritrovo al Rio Argento a Ugovizza alle 9, la visita al Forte Hensel (uno dei capisaldi austriaci delle guerre napoleoniche).

Per gli ospiti anche anche la prerogativa di partecipare a escursioni e passeggiate naturalistiche, giochi a tema, attività di speleologia e percorsi culturali per conoscere le chiese della Valcanale, il tutto compreso nelle offerte del programma “Vivi la Natura della Alpi Giulie” che riserva anche un settore al “Leggere, sentire e vivere nel bosco”. In questa settimana, ieri si sono svolte le “Passaggiate Naturalistiche” in notturna all’Alpe del Lago. E oggi, raduno alle 9 all’Ufficio Turismo Fvg di Tarvisio, si va all’”Orrido dello Slizza”. E domani alle 9, la gita ai Laghi di Fusine. Sono cominciate anche le giornate dedicate ai giochi e alle arrampicate (per ragazzi dai 6 ai 14 anni) che saranno accompagnati ogni mercoledì sulla palestra in Val Bartolo. Ed hanno preso il via (si svolgono pure ogni mercoledì) anche la serie dei percorsi culturali che portano alle visite nelle chiese della Valcanale. Venerdì 22, l’escursione al Fontanone di Goriuda per l’escursione di speleologia nelle acque sotterranee del Canin.

E domenica, nel campo della “pedagogia del bosco”, appuntamento per famiglie e bambini che possono imparare giocando i segreti del “leggere, sentire e vivere il bosco”. Il ritrovo per questa uscita, alle 9, presso l’Ufficio Fvg di Tarvisio, dove si può avere ogni informazione al riguardo della partecipazione alle iniziative del programma “Vivi la natura delle Alpi Giulie”. Prenotazioni, allo 0428 - 2135. info.tarvisio@.turismo.fvg.it.di Giancarlo Martina

 

Automobili e moto storiche sui luoghi della Grande guerra

Da il Messaggero Veneto - 10 giugno 2012

Si terrà sabato 16 e domenica 17 il secondo raduno intitolato “Sui sentieri della grande guerra” e organizzato dal Club Gorizia automoto storiche (Gas club). Parteciperanno alla manifestazione una cinquantina di veicoli tra fuoristrada, sidecar, moto e jeep militari, con intere famiglie – in alcuni casi - dotate di divise dell’epoca. Giungeranno per l’occasione nella nostra città anche dei club provenienti da fuori regione e, in particolare, dalla Lombardia. Il programma prevede il ritrovo, alle 8 di sabato 16, al Parco della Rimembranza per le iscrizioni e l’esposizione degli automezzi. Alle 10.30 i veicoli partiranno in colonna per sfilare nel centro cittadino, dopodiché entreranno in Slovenia attraverso il valico di Merna. Nella località di Pivka, sull’altipiano carsico sloveno, si visiterà il Park of Military History, situato nel complesso di una caserma italiana del 1930 oggi utilizzato a fini museali (sono esposti carri e blindati, un sottomarino “tascabile” della Marina jugoslava e vari armamenti). Sarà poi effettuata una visita guidata alle fortificazioni italiane degli anni 30 nel vicino monte Primoz (oltre 500 metri di gallerie e manufatti logistici). In alternativa è prevista una visita alle grotte di Postumia, località dove, in ogni caso, ci sarà il pernottamento. Il giorno successivo, domenica 17, la colonna punterà verso Montenero d’Idria e, chi lo vorrà, potrà effettuare un bagno nelle limpide acque del torrente Bela. Il tour proseguirà attraverso i boschi della Selva di Tarnova e il ritorno a Gorizia è previsto per le 13. Dopo il pranzo, il raduno terminerà con i ringraziamenti e i saluti. Gli organizzatori del Club Automoto Storiche saranno accompagnati, nelle due giornate, dal Gruppo di ricerca storica dell’associazione Isonzo, i quali – in alcuni punti del tragitto – illustreranno le vicende belliche.

 

Il bunker militare è diventato un «alloggio» clandestino

Da l'Arena - 08 giugno 2012
 
L'esterno dell'ex bunker dell'areonautica militare in via degli Alpini

Castel d'Azzano. Il bunker di via degli Alpini, costruzione militare dei tempi della guerra fredda, ora in abbandono, anche se protetto da una rete, è diventato nuovamente dimora clandestina, questa volta però non di extracomunitari ma molto probabilmente di un gruppo di ragazzi.  Ad accorgersi lo stesso proprietario, Luca Formigoni, che nei giorni scorsi facendo un sopraluogo si è accorto che la rete di recinzione era stata in parte divelta. «Preoccupato», racconta, «sono entrato, ho fatto il giro e non ho trovato nulla di particolare se non segni evidenti del passaggio di qualcuno. Allora, sono sceso nella stanza principale e qui ho avuto la sorpresa: l'ambiente era stato trasformato in una specie di sala incontri». «Infatti», continua sorridendo Formigoni, «per terra era stata distesa una moquette di colore verde e sopra costruita una tavola con dei mattoni come supporto, come superficie assi larghi da muratura tenuti insieme da nastro per pacchi e attorno delle panche artigianali, poggiate su casse o mattoni sovrapposti. La tavola era sgombra e pulita, attorno, per terra, tanti mozziconi di sigaretta, bottigliette vuote di bibite e altra spazzatura. Certamente», continua il proprietario, «protagonisti sono dei ragazzi che hanno trasformato il bunker nel loro luogo segreto di incontro. Anni fa», ricorda, «avevo scoperto che questo ambiente era dimora abituale di un clandestino; sono intervenute le forze dell'ordine e tutto è tornato regolare. Dopo quel fatto, per mettere in sicurezza l'ambiente, ho costruito un muro di protezione a fronte strada, circondato la proprietà con una rete, fatti i dovuti allacciamenti per acqua e corrente elettrica, messi i cancelli con tanto di lucchetto, ma tutto è stato inutile. Si vede che questa costruzione suscita un particolare fascino per la sua aria di mistero. Mi spiace per i danni provocati: la rete divelta, il quadro della luce rotto e buttato per terra, i fili staccati, i rifiuti sparsi, le scritte sui muri. Non è una cosa simpatica. Ora rimetterò di nuovo tutto a posto». La soluzione del problema sarebbe la trasformazione con bonifica della struttura: «C'è un progetto di riqualificazione», conclude Formigoni, «ma è fermo perché comprende tutta la zona a sud di via Alpini e via Europa. E questo periodo persistente di crisi non aiuta ad accelerare tempi di progettazione e realizzazione». Il bunker di via degli Alpini, a poche decine di metri dal Municipio-castello-villa Nogarola, è un residuo, documento della guerra fredda. L'aeronautica militare italiana infatti nel 1959, ritenendo la zona di Castel d'Azzano di rilevanza strategica nel sistema difensivo dell'Italia settentrionale, aveva acquistato l'area e costruito una piccola ma possente struttura in cemento armato di un metro di spessore con copertura curva tipica delle fortificazioni militari con compiti di difesa antiaerea. Due gli edifici: il primo costituito da un bunker per l'alloggio ed il ricovero dei militari con annessi servizi igienici e due vie di accesso; il secondo, a una decina di metri, una costruzione rettangolare per il generatore per l'alimentazione elettrica. L'intera struttura non è mai stata utilizzata né dall'aeronautica militare né da altri, ma abbandonata e lasciata all'incuria, priva di manutenzione e oggetto di atti vandalici. Nei primi anni '90, l'amministrazione comunale ha realizzato nella stessa zona un piano di edilizia popolare Peep di un centinaio di appartamenti e per far posto alla relativa strada di lottizzazione (l'attuale via Alpini), è stata demolita la parte nord del bunker. Giorgio Guzzetti

 

Weekend di feste e musica Gli eventi di forte Marghera

Da La Nuova Venezia - 7 giugno 2012

Forte Marghera da domani, venerdì, ospita una serie di eventi. Si inizia dalle 15.30 con la festa conclusiva dei corsi di italiano per donne migranti organizzati dal servizio Immigrazione del Comune, con la consegna dei diplomi. Alle 19 sul palco de La Dispensa, Marco Polo System presenta il libro “Le Ragazze del Rock”, la storia del rock femminile italiano. Ne parlano l’autrice Jessica Dianese e la giornalista Monica Zornetta. Sullo stesso palco alle 21 concerto della band vicentina Sarah Schuster.Sabato 9 e domenica 10 giugno la cooperativa sociale “La Città del Sole” festeggia i suoi primi 15 anni di attività con l’esposizione degli elaborati degli alunni delle scuole partecipanti alle attività del Centro di Educazione Ambientale. Previsti laboratori didattici per bambini con visita e rievocazione storica nella polveriera austriaca e nel prato antistante. Sempre sabato si svolge la prima sagra dell’incisione con laboratorio e festa tra maestri, artisti e non addetti ai lavori, spettacoli di burattini e dimostrazione di stampe d’arte; musiche della Mosh Martini Gypsy Band. Alle 21.30 al Gatto Rosso concerto dei Mr. Lov-A @ Blues’s Ahead.

 

Visita guidata “Dai murazzi a San Felice”

Da La Nuova Venezia - 3 giugno 2012

SOTTOMARINA. Un itinerario turistico sotto le stelle dedicato a Sottomarina. Da martedì 5 giugno, per due volte alla settimana, verrà proposta una visita guidata attraverso il centro storico di Sottomarina, a partire dai murazzi, fino al forte “San Felice”. Tutto è nato da un'idea di Alessia Boscolo Nata, laureata in architettura per la conservazione allo Iuav di Venezia e autrice del libro “Il forte San Felice e le fortificazioni della laguna meridionale di Venezia”. Obiettivo: approfondire la storia di Sottomarina. Il percorso si articola in cinque tappe, con partenza dai murazzi. Verrà approfondita la conformazione urbanistica del centro storico, la storia dell'isola del Buon Castello, quella dei capitelli, verrà illustrata la vecchia collocazione dei murazzi e, quindi, verranno ripercorsi i cambiamenti di Sottomarina, dalle origini ai tempi attuali.Non mancheranno accenni ai vecchi insediamenti militari e, in particolare, alla storia del forte “San Felice”. Una volta giunti sulla diga, ai partecipanti verrà spiegato come orientarsi con le stelle e come riconoscere la Luna e i pianeti visibili. Primo appuntamento martedì alle 21. Info: 328.6934213. (a.var.)

 

Mostra ricorda la tragedia della Prima guerra mondiale

Da il Messaggero Veneto - 1 giugno 2012

GRADO. “Voci di guerra in tempo di pace” è la rassegna ospitata nella sala mostre all’ingresso principale della spiaggia di Grado. La mostra, che rimarrà aperta sino al 17 giugno, è promossa dal Gruppo culturale e sportivo Ajser 2000 insieme al Gruppo Ermada. Nel ricordare il Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia il pensiero scorre inevitabilmente ai fatti di guerra riferiti al primo conflitto mondiale. La mostra “Voci di Guerra in Tempo di Pace”si propone di far conoscere meglio questa pagina di storia, attraverso le vicende del particolare territorio del Friuli Venezia Giulia e dei suoi abitanti. Sono esposte immagini dell’epoca strettamente legate a Duino-Aurisina: le fortificazioni sull’Ermada, i lavori di ripristino ad opera della Società Alpina delle Giulie, i luoghi di sepoltura dei soldati caduti sull’Ermada nella Provincia di Trieste. Inoltre sono visibili reperti rinvenuti durante gli scavi sull’Ermada in parte riferiti alla vita quotidiana del soldato, come gavette e stoviglie, in parte strumenti di guerra come armi e bombe e attrezzature di protezione come gli elmetti. (l.t.)

 
Pakistan: lancio prova missile nucleare
Da lagazzettadelmezzogiorno.it del 29 maggio 2012

(ANSA) - ISLAMABAD, 29 Maggio

 

Il Pakistan ha sperimentato un nuovo missile terra terra a corto raggio in grado di portare testate nucleari. 

Lo riferisce un comunicato dell'ufficio stampa dell'esercito Ispr.

Il lancio del razzo, chiamato Haft IX (Nasr) e con un raggio di azione di 60 chilometri, ha avuto successo secondo quanto hanno detto i responsabili dell'esercito che hanno assistito al test da una localita' segreta.

 

«I resti del Forte devono essere vincolati»

Da La Nuova Venezia - 21 maggio 2012

Il comitato AltroLido e l’istituto veneto dei Castelli scrivono al ministero e alla Soprintendenza

Il vincolo sui resti del Forte austriaco delle Quattro Fontane. Per evitare che fallito il progetto del Palacinema, reinterrando il grande «buco» sul piazzale siano persi per sempre anche i resti archeologici venuti alla luce durante gli scavi. Il Comitato AltroLido torna alla carica. E ha inviato al ministero dei Beni culturali e alla Soprintendenza una richiesta formale di applicare ai resti del Forte ottocentesco la procedura di vincolo prevista dal decreto 42 del 2004, meglio noto come «Codice dei Beni culturali». Alla richiesta del Comitato si è aggiunta anche la domanda firmata dal presidente veneto dell’Istituto italiano dei Castelli Maurizio Sammartini. Che ha scritto alla soprintendente Renata Codello chiedendo l’applicazione del vincolo. «In questi giorni sentiamo parlare di accordi tra il sindaco Orsoni, il commissario Spaziante e l’impresa Sacaim per la ripresa dei lavori», dice il portavoce Salvatore Lihard, «accordi che prevedono di ricoprire la voragine aperta da oltre un anno per arrivare preparati alla prossima Mostra del Cinema di settembre». «Giusto ridare dignità a quegli spazi del piazzale, dopo l’ingiustificato taglio degli alberi e il fallimento del grande progetto del palazzo del Cinema», continua Lihard, «ma quei resti vanno salvaguardati». A mettere in luce l’importanza storica dei resti del Forte era stata qualche mese fa la storica del Lido Daniela Milani Vianello, che aveva prodotto studi e documentazione sul manufatto. Resti che fanno parte di un sistema di fortificazioni antico, sviluppato poi nell’Ottocento lungo tutta la linea del litorale. Da Sant’Erasmo al Forte delle Quatro Fontane, fino a Malamocco, aglli Alberoni, agli ottagoni della Repubblica. Non soltanto resti archeologici ma una grande opportunità culturale. «perché rimettere sotto terra questi resti invece di valorizzarli e renderli visitabili come si fa nel resto del mondo», dice il comitato. La protesta riguarda anche il progetto alternativo che adesso sarà realizzato nell’area del Palacinema. Il comitato ricorda che la scelta deve essere pubblica e trasparente, condivisa dai cittadini. «Abbiamo proposte progettuali concrete, contributi del rettore dell’Iuav Amerigo restucci e il preside Carnevale», dice Lihard, «chiediamo di essere ascoltati». L’appello lanciato dalle associazioni è che prima di prendere qualsivogkia decisione il sindaco ascolti il Consiglio comunale e le proposte dei cittadini e dei comitati. Svanito nel nulla il grandioso progetto da 130 milioni di euro (il «Sasso» che doveva modernizzare la Mostra con le nuove sale e il nuovo centro congressi) adesso si tratta di limitare i danni. 37 milioni di euro già spesi (solo per lo scavo e per smaltire l’amianto) e un’area semidistrutta.  Alberto Vitucci

 

La Grande guerra tra i luoghi bellunesi

BELLUNO Ci sarà anche il Bellunese, con le sue istituzioni, i suoi studiosi e le sue cospicue testimonianze storiche, nel grande progetto che si sta avviando per preparare degnamente il 100° della Grande Guerra, che ricorrerà nel 2015-18. È sorto già un Comitato Regionale, di cui fanno parte la Regione Veneto, le Province di Belluno, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Padova e Rovigo, il Ministero e il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, e che ha pubblicato sul sito www.regione.veneto.it un protocollo d’intesa, coll’intento di definire i molti problemi sul tappeto, primi fra tutti quelli del reperimento delle risorse necessarie e del coordinamento delle varie iniziative. Venerdì a Bassano del Grappa si è tenuto un incontro di presentazione dell'iniziativa, intitolata ufficialmente “Grande Guerra - Luoghi e Memorie”. Ricordiamo che del Comitato scientifico fa parte pure Cristina Busatta, direttrice del Museo del 7° Alpini di Sedico, nominata dalla Provincia di Belluno. Nel convegno sono state gettate le basi del cosiddetto “Comitato di soci partecipanti”, un organismo che avrà il compito di riunire tutti i soggetti, pubblici e privati, che desiderino contribuire alla causa. Nel documento programmatico messo in rete le linee di lavoro presentano finora tre ambiti di azione: la creazione di un vero ecomuseo regionale, la ricerca storico-scientifica e gli eventi da programmare per il Centenario. Il “master plan” avanzato prevede che in provincia di Belluno, il racconto del 1915-18 resti affidato a 5 grandi settori narratologici: 1) l’anello settentrionale del Grappa; 2) il percorso di un alpino dalle retrovie alla Marmolada e al Col di Lana; 3) l’attraversamento delle linee dal Tirolo all’Italia attraverso il passo di Valparola e il Lagazuoi, 4) il fronte dolomitico orientale (Monte Piana, Tre Cime, Val Marzon, Passo Monte Croce Comelico) con il viatico degli scritti di Antonio Berti; 5) la Linea Gialla da Primolano al Forte di Col Vidal. L’intento è di assicurare ad ogni zona una sorta di specializzazione, al fine di evitare inutili doppioni e di fornire al turista documenti e testimonianze altrove non riscontrabili, o perlomeno una prospettiva nuova ed originale con cui guardare al conflitto e conseguenze. Ci piace sottolineare in particolare l’idea del punto 2 di presentare eventi e paesaggi seguendo il percorso di un alpino che, arrivato al centro logistico di Villa Patt di Sedico nel 1915, viene inviato in prima linea: egli percorre perciò la valle del Cordevole, passa per la Tagliata di S. Martino, sale a Forcella Serauta e passa infine sul Col di Lana, dove morirà, finendo nel sacrario di Salesei. È chiaro che con questo filo conduttore si intende far conoscere al turista il Museo del 7° Alpini di Villa Patt, i ruderi della tagliata di S. Martino e delle altre fortificazioni dell’Agordino, i campi di battaglia della Marmolada e del Col Di Lana, per arrivare infine agli ossari e ai musei esistenti in zona. È chiaro comunque che tutto va preso con beneficio d’inventario e molte cose cambieranno in corso d’opera, proprio grazie all’auspicata sinergia tra pubblico e privato. Walter Musizza

 

 

La Todt, il lavoro coatto “dimenticato”

Il Giornale di Vicenza - 14 maggio 2012

 

 Viene presentato domani sera alle 20.30 al centro socioculturale di Preara di Montecchio Precalcino il libro di Paolo Savegnago “Le organizzazioni Todt e Poll in provincia di Vicenza”, Cierre edizioni e Istrevi. Si tratta del primo dei due volumi che il ricercatore vicentino ha dedicato al tema inedito del lavoro coatto durante l'occupazione tedesca, dal novembre 1943 all' aprile 1945.
Sono migliaia i vicentini che hanno lavorato per l'organizzazione Todt, che aveva 11 presidi solo in città. Quando scatta nel Vicentino la corsa alla manodopera?
Il lavoro sotto la Todt - risponde Savegnago - attraversò due fasi: il periodo dal novembre 1943 all'agosto 1944 fu caratterizzato dall'arruolamento volontario. In quel momento la OT aveva bisogno di braccia da impiegare nella manutenzione delle reti stradale e ferroviaria. Definire i lavoratori della Todt dei volontari è però in buona misura una forzatura. Pochi si impiegavano per reale convinzione, il lavoro per i tedeschi era mal digerito, chi si arruolava lo faceva per necessità, perché era rimasto disoccupato e doveva pensare al sostentamento della famiglia. In generale i lavoratori della Todt esprimevano una adesione senza consenso. La corsa alla manodopera scattò a metà agosto '44 con la precettazione di massa della popolazione dai 16 ai 60 anni per le donne e dai 14 ai 70 per gli uomini. L'esercito tedesco aveva iniziato la realizzazione di un sistema di fortificazioni che avrebbe trasformato tutto il nord est italiano in un'enorme campo di battaglia. Lo scopo? Tenere lontano gli Alleati dai confini meridionali del Reich. Quante persone alla fine  aderirono anche, come lei scrive,  per sopravvivere?
Allo stato attuale non è possibile definire con precisione il numero dei lavoratori impiegati dalle organizzazioni tedesche del lavoro. Esistono tuttavia documenti dell'epoca, che prudenzialmente ci fanno pensare ad alcune decine di migliaia di persone.Alcuni paesi del Basso vicentino vennero letteralmente svuotati della popolazione con ricadute pesantissime sulle tutte le attività. Per la realizzazione dei fossati anticarro e delle trincee si trovarono a scavare fianco a fianco il bracciante, l'imprenditore, il sacerdote. Un testimone, allora undicenne, mi raccontò che alla fine andò anche lui a lavorare nei cantieri perché in paese non era rimasto più nessuno con cui giocare.  È vero, che nella Todt lavorarono anche molti partigiani?
Questo è un argomento che varrebbe da solo uno studio, non ultimo per le sue implicazioni psicologiche e morali. Nell'inverno del '44 il movimento resistenziale fu attraversato da una profonda crisi, una parte consistente delle formazioni dovette essere smobilitata.
L'unica soluzione ritenuta percorribile per dare sistemazione alla moltitudine dei partigiani fu quella di inserirli nella Todt.La cosa non fu affatto indolore e divenne terreno di scontro tra le due anime della Resistenza: quella inflessibile, di matrice militare, che non voleva scendere a compromessi con il nemico e l'altra che, più pragmatica ma sua volta lungi dallo scendere a patti, considerava l'inserimento dei partigiani nella Todt il male minore. I funzionari dell'organizzazione tedesca compresero presto che tra i lavoratori vi erano numerosi resistenti ma giunsero alla conclusione che è preferibile un partigiano con la pala piuttosto che con il mitra. Giocoforza si instaurò una convivenza ad orologeria. Le vicende comunque dimostrano che questa sistemazione non era affatto sicura, a causa della delazione si verificarono vari arresti di partigiani. Oltre alla manutenzione di linee e impianti, opere ritenute fondamentali furono le fortificazioni del Vallo Veneto e della Linea Blu. Cosa resta ciò nel Vicentino?
 Le opere realizzate furono molte ma essendo in gran parte di natura campale vennero smantellate a guerra conclusa o deperirono con lo scorrere del tempo. Nella nostra provincia comunque rimangono varie vestigia tuttora osservabili e visitabili. A Villaga ho localizzato sei manufatti in calcestruzzo.  Postazioni e rifugi in roccia sono visibili lungo la strada che da Sant'Antonio di Valli sale a Pian delle Fugazze, altro ancora è visibile nei rilievi di Solagna, sono solo alcuni esempi. Sarebbe interessante l'istituzione di un museo diffuso dedicato alla Seconda guerra mondiale, purtroppo tutta l'attenzione è dedicata unicamente al recupero delle opere del conflitto '15 - '18 come se quello che accadde successivamente non esistesse. Chi si occupa del recupero dovrebbe porsi il problema dato che alcune opere del primo conflitto furono riutilizzate durante il secondo.
 Quale fu l'atteggiamento delle aziende  costrette a fornire (e a pagare) fino al 10 % della manodopera per i cantieri Todt? 
Nessuna azienda vicentina ebbe modo di sottrarsi a questa misura, neppure le cosiddette "industrie protette" ovvero quegli stabilimenti le cui produzioni erano ritenute strategiche dai tedeschi. Varie ditte che non rientravano nel piano di protezione dovettero cessare le attività poiché la maggior parte del personale era stato precettato.  In che modo l'apparato repubblicano fu succube di quello tedesco?
La credibilità internazionale della RSI fu compromessa fin dalla sua nascita dalla decisione di Hitler di sospendere l'amministrazione italiana in Trentino Alto Adige, in Friuli Venezia Giulia e nella provincia di Belluno, di fatto si trattò di una sottrazione territoriale. A riprova di ciò, queste aree, vennero amministrate da due rappresentanti del partito nazionalsocialista, noti per il convinto pangermanismo e per la fedeltà al Fuherer.
Ma in realtà tutto il territorio repubblicano fu sfruttato nelle risorse industriali ed agricole. È per questo che un importante storico tedesco, Lutz Klinkhammer, ha definito la Repubblica sociale l'alleato occupato della Germania nazista. In questa relazione i tedeschi rispettavano la legislazione repubblicana o la aggiravano a seconda delle necessità. Nicoletta Martelletto

 

Cicca a terra, fiamme a Forte Marghera

Da La Nuova Venezia - 13 maggio 2012

«Pochi controlli a Forte Marghera, tutti fanno quello che vogliono e non c’è un supervisore». A lanciare l’allarme sono l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) e la Dingo, associazioni che hanno sede all’interno dell’area fortificata. A causa di una cicca gettata a terra, infatti, la sterpaglia e specialmente i tanti pollini di pioppo che in questi giorni invadono la città, hanno preso fuoco, rendendo necessario l’intervento dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine perché la situazione non degenerasse.È successo attorno alle 15.30. «Mentre le volontarie davano da mangiare ai gatti», raccontano, «due persone davanti ai loro occhi hanno gettato le cicche a terra. È stato un attimo: l’erba e la sterpaglia hanno preso fuoco e le fiamme hanno iniziato ad andare verso i capannoni del museo di barche e anche oltre, verso la collinetta. Abbiamo dovuto chiamare i pompieri e far uscire i gatti dalle cucce esterne, per farli scappare: sia i felini che i ricci hanno casa lì. Il fumo nero ha invaso molta parte del sito fortificato, senza contare la paura dei mici».«Se non c’eravamo noi, il forte avrebbe preso fuoco.Questo è il quarto incendio in una settimana», proseguono i volontari di Enpa e Dingo, «in questo periodo alcune zone devono essere recintate o deve essere trovata qualche soluzione: non è possibile che la gente entri quando trova aperto, giri, vada dove vuole e fumi in mezzo agli alberi e alla vegetazione. Il problema è che tanti non hanno rispetto per il posto nel quale si trovano e, nonostante gli si dica che non va bene, gettano a terra i mozziconi di sigarette». Concludono: «Sono stati fermati i presunti responsabili, speriamo che serva loro da lezione». Marta Artico

 

«Marcia di Radetzky», terzo atto tra le fortificazioni sulle colline

Da L'Arena - 12 maggio 2012

Verona. Continuano gli appuntamenti organizzati dal Comitato per il Verde in collaborazione con l'Assessorato all'Ecologia e Ambiente del Comune di Verona alla scoperta delle fortificazioni di Verona e del Parco dell'Adige.
Con il terzo ed ultimo appuntamento della "Marcia Radetzky", si andrà a visitare la parte collinare della città, saranno illustrati gli avvenimenti e soprattutto le caratteristiche della fortificazione veronese; in queste zone si potranno vedere resti dell'architettura militare scaligera, veneziana e asburgica. Sarà inoltre un'occasione per fare una rilassante passeggiata nel verde, in uno dei corridoi ecologici che attraversano la città. L'appuntamento è per le ore 10 presso Porta Vescovo. L'iniziativa durerà circa 3 ore e seguirà un percorso di circa 3 km. Il percorso non presenta particolari difficoltà ed è aperto a tutti. Percorso :Porta Vescovo - Batteria di Scarpa - Vallo di Cangrande - Castel S. Felice - Rondelle della Grotta e di San Zeno in Monte - Ritorno a Porta Vescovo. Le iniziative sono libere ed aperte alla cittadinanza, sono consigliate calzature adeguate

 

Regione, via libera agli interventi per «mitigare» il Mose

Da La Nuova Venezia - 12 maggio 2012

Via libera dalla Regione agli interventi di compensazione e riqualificazione ambientale legati al Mose, concepiti dal Magistrato alle Acque e dal Consorzio Venezia Nuova anche dopo la procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea e poi rientrata e ora definitivamente aggiornati. Interventi in parte già finanziati dallo Stato tramite il Cipe (il Comitato per la programmazione economica) e che dovrebbero esserlo poi interamente con l’ultima “tranche” di un miliardo e 400 milioni di euro legata al completamento del sistema di dighe mobili.

Ma tra le misure non ci sarà più la riapertura delle valli da pesca, inizialmente prevista e sostituita da altri interventi. Tra quelli direttamente collegati a quanto richiesto dall’Unione Europea, la ricostituzione di barene nell’area del Canale Cenesa e del Canale Bastia, e di velme nell’area di Valle di Millecampi, del Canale Passaora e in quella vicina dell’isola del Lazzaretto Nuovo. Già attuati i trapianti di fanerogame marine in varie aree lagunari e prevista la costituzione di nuovi habitat litoranei alle tre bocche di porto, con la prevista riqualificazione delle aree di cantiere. Ancora, interventi di valorizzazione ambientale dei litorali veneziani e delle aree costiere vicine alle bocche di porto, ampliando le aree protette a Santa Maria del Mare, presso la spiaggia di Ca’ Roman, e vicino il Bacan e la spiaggia del Cavallino.

Vi è poi una serie di interventi che non rientrano tra quelli compensativi richiesti, ma con forte valenza ambientale. Tra di essi, la riqualificazione naturalistica del Bacino del Lusenzo, il recupero del Forte di San Felice, la riqualificazione ambientale dell’area lagunare vicina a Porto Marghera, la realizzazione del parco nell’area del forte di San Pietro, gli interventi nelle aree della Laguna Sud con i sistemi di fitodepurazione di acque salmastre immesse nel bacino lagunare.

Il Magistrato alle Acque rileva la forte crescita delle aree interessate alle misure compensative sia richieste dall’Unione Europea (da circa 35 a circa 392 ettari) sia aggiunte (da circa 32 a circa 232 ettari). Un aumento che giustificherebbe - sentito anche il Ministero dell’Ambienta - la rinuncia all’apertura a sud delle valli da pesca, anche per possibili contenziosi con i proprietari, che non permetterebbero di prevederne i tempi di realizzazione. di Enrico Tantucci

 

Una Scarpa anti-guerra

ITINERARI. Vicino ad Ancona, un borgo ha una cinta difensiva unica: archi e spazi sotto le mura, oggi cantine e uffici. Tra i vigneti che producono il rosso Lacrima, c'è Morro d'Alba. A breve si celebra la questua nella cornice del Cantamaggio

Da il Giornale di Vicenza - 10 maggio 2012

Chi sarà a Morro tra il 18 e il 20 maggio incontrerà per le vie del borgo i suonatori e i cantori di una Questua di antica tradizione che viene riproposta dalla Pro loco. II rituale del Cantamaggio celebra l'avvento della primavera e della nuova stagione agricola. Affonda le radici nei riti pagani di fertilità, di augurio e di benessere per la comunità e i singoli. Viene cantato da “maggianti” che passano casa per casa in una formazione di tre elementi musicali (organetto, triangolo, cembalo) più voci maschili. Il testo del Cantamaggio, tipico tra i canti di questua delle Marche e del Centro Italia, contiene l'invito ai padroni di casa ad offrire dei doni alimentari, destinati al pranzo dei “maggianti” che conclude la festa. Invito che viene ripetuto nell'immancabile saltarello che chiude il rituale. Per il Cantamaggio i ristoranti di Morro imbandiscono menù tipici speciali a base di Lacrima.
Lacrima di Morro d'Alba: l'etichetta incuriosisce. Da dove viene questo grande “rosso”? Si va un po' in cerca sulle mappe e nelle guide ottenendo come risultato tre piccole scoperte: che l'Alba piemontese non c'entra proprio, che per trovare questo Morro diventato d'Alba solo nel 1862 bisogna percorrere le morbide colline marchigiane in vista dell'Adriatico e che lì, in paese, l'urbanistica secentesca aggiuntasi alle preesistenze militari medievali ha prodotto un unicum assoluto.
Si chiama Scarpa e chissà dove si dovrebbe viaggiare in Europa per trovarne un'altra di uguale, se mai ce n'è una. Il termine non ha a che fare con la calzoleria, ma con l'architettura bellica: designa la parte bassa delle fortificazioni, quella su cui si appoggiano le mura difensive dell'irregolare pentagono su cui s'imposta Morro. Ci fosse anche un fossato a proteggere la fortezza - un po' cittadella un po' castello - di là ci starebbe un controscarpa, secondo un modello rimasto in uso fino al Settecento nelle grandi città europee. Ma a Morro d'Alba, piccolo e perfetto borgo di cocuzzolo, la controscarpa non serviva: bastava quella che si è presa la maiuscola ed è diventata la sola Scarpa italica che dalla metà del XVII secolo regge un percorso di ronda coperto tutt'intorno all'abitato. Tra il Due e il Quattrocento a Morro si costruirono e si modificarono le mura necessarie per proteggere gli abitanti nelle guerre tra Senigallia e Jesi, tra i Malatesta di Rimini e Ancona. Passate tutte le Marche sotto il dominio papale, non ci fu più bisogno di rinnovare le difese. Ma - ed ecco il caso eccezionale - a partire dal 1654 tutta la cinta muraria divenne fascia di saturazione edilizia e il camminamento divenne un portico aperto verso la campagna sovrastato da abitazioni. Oggi come allora la Scarpa è l'insieme di questo lungo balcone aperto sui colli a vigneto - con alcuni scorci stupendi e purtroppo qualche bruttura moderna in vista - e dei sottostanti corridoi, cantine, cunicoli e grotte che formano un secondo paese sotterraneo.
Oggi come un tempo le famiglie ci conservano l'olio, i formaggi e il vino, il Lacrima festeggiato con una sagra nel primo fine-settimana di maggio (attenzione: il nome è rigorosamente maschile) ma anche il Verdicchio e il Rosso Piceno. Di nuovo ci sono alcuni preziosi riutilizzi: per attività economiche ed enogastronomiche, per sedi associative e per l'interessante Museo Utensilia.
Spingendosi dentro la Scarpa, il museo presenta una ricca raccolta di strumenti della civiltà contadina e racconta una realtà sociale ed economica tipica della storia rurale marchigiana: quella della mezzadria a lungo prevalente nella gestione dei fondi agricoli e anche attualmente ben leggibile nel territorio attraverso il disegno dei poderi e la punteggiatura delle case coloniche (da vedere i modelli nelle sale museali).
Di Morro si possono ammirare il palazzo comunale del 1763-1775 e la chiesa di San Gaudenzio, anch'essa settecentesca, che alle decorazioni tardo barocche accompagna un raro pavimento in pietra del Furlo, cavata nella zona della Gola che per secoli è stato il punto cruciale della Via Flaminia che da Roma conduceva a Rimini. Antonio Trentin

 
L'ex area Nato è svincolata: "Ora produciamo energia verde"
Da ilgiorno.it del 9 maggio 2012

Lodi, 9 maggio 2012 - Arriva il via libera allo stralcio della cava "ex area Nato", situata nel territorio comunale di San Fiorano, in provincia di Lodi. Lo ha deciso oggi la Commissione Ambiente e Protezione civile presieduta da Giosuè Frosio (Lega Nord), con il voto favorevole di PdL, Lega Nord, UdC e PD (astenuto il solo Consigliere Giuseppe Civati) e con l'astensione del gruppo Italia dei Valori. L'area occupa una superficie di quasi 150mila metri quadrati e nel 1963 era stata individuata dal Ministero della Difesa come sede di un insediamento dell'aeronautica militare: nei capannoni presenti lavoravano una decina di militari di leva impegnati in rilevazioni e osservazioni metereologiche.

La base venne successivamente utilizzata anche come radio-faro, fino alla completa dismissione avvenuta nel 1993. Nel 2003 la Provincia di Lodi, nel predisporre il nuovo Piano Cave provinciale, aveva erroneamente qualificato tale area come cava di recupero, nonostante precedentemente non fosse mai stata oggetto di attività estrattiva. Su richiesta del Comune di San Fiorano, la Provincia di Lodi ha quindi avviato lo scorso anno l'iter di stralcio della cava che ha trovato compimento con il voto di oggi in Commissione regionale.

"In questo modo - ha spiegato il presidente Giosuè Frosio - consentiamo all'amministrazione comunale di San Fiorano di poter avviare e concretizzare un importante progetto di riqualificazione e valorizzazione dell'area, dove è prevista lai realizzazione di un parco fotovoltaico". L'Amministrazione comunale di San Fiorano ha già demolito i fabbricati esistenti nell' "ex area Nato" e rimosso le cisterne contenenti a suo tempo gasolio per riscaldamento e autotrazione, e ha già aggiudicato in project financing la realizzazione dell'impianto fotovoltaico da 6 Mwp.

 
Segreti e misteri del Monte Conero, tra grotte tunnel e leggende
Da visitancona.com del 8 maggio 2012

Il Monte Conero ed il suo parco rappresenta un palcoscenico di straordinaria bellezza ed è costituiito da un tratto di costa alta e da un’ampia fascia collinare interna, caratterizzata da scorci panoramici e da tanta storia. La struttura dell’area del Monte Conero è il risultato di una storia deformativa complessa, caratterizzata dal susseguirsi di processi tettonici differenti, ma tra loro correlati e collegati allo sviluppo della catena appenninica. La sua complessa storia geologica ha sempre catturato l’attenzione di studiosi ed appassionati. E’ un rielievo calcareo che è emerso dal mare verso la fine del periodo del Miocene (tra i 25 ed i 7 milioni di anni fa) durante il processo di formazione dell’Appennino. Più o meno tra i 5-2.5 milioni di anni fa, praticamente all’inizio del Pliocene, l’area del Conero si trovò di nuovo sommersa dalle acque del Mar Mediterraneo per poi riemergere, in più periodi storici, staccandosi dalla dorsale appenninica, emersione che si completò nel Quaternario. 10mila anni fa, in corrispondenza del periodo conclusivo della glaciazione il livello del mar Mediterraneo si alzò di nuovo facendo in questo modo arretrare la linea costiera. In questo contesto il Conero ha visto passare negli anni tante civiltà. Sono infatti state ritrovate anche delle incisioni rupestri su un lastrone di roccia (di una settantina di metri quadri); secondo alcuni studi si pensa che si tratti di un antichissimo altare dove gli aruspici compivano i loro riti sacrificali, e il sangue degli animali, o degli umani, scorrendo sulla pietra indicava il destino delle genti.

Nel Monte sono presenti anche numerose grotte.

Le grotte romane

Scavate probabilmente in epoca imperiale, sono situate verso la metà della strada che va da Massignano al Poggio; erano delle cave scavate dagli schiavi. Si pensa che dalle viscere delle grotte siano usciti i blocchi di pietra con i quali è stato costruito il Poggio, Massignano ed alcuni monumenti e chiese di Ancona (forse anche San Ciriaco). Entrando nella cava che risulta essere scavata in salita – probabilmente per evitare alle piogge di entrare – si possono ancora riconoscere i segni degli scalpelli e dei picconi sulle sue pareti; essendo all’interno del Monte Conero la temperatura è maggiore rispetto a quella esterna e si percepisce parecchio il caldo.  

Sono state ritrovate anche delle scritte in greco all’interno di alcune rientranze scavate lungo il percorso riconducibili, secondo alcuni studi, ad indicazioni lasciate da chi lavorava nella cava con le quali indicare il cantiere o la costruzione a cui il blocco di pietra estratto in quella zona era destinato. In circa 10 minuti si arriva al fondo della grotta e degli scavi che terminano, dopo aver attraversato anche stretti passaggi, con una piccola “stanza” dove sono state ritrovate alcune scritte lasciate dai partigiani durante la seconda guerra mondiale. Un viaggio nella storia. Una antica leggenda racconta che le grotte scavate dagli schiavi romani nascondessero un tesoro che nessuno ha mai cercato in quanto custodito dalle anime di tutti i cavapietre morti in quel luogo. Una seconda leggenda parla di una brutale e sanguigna rivolta degli schiavi che portò alla morte ed alla sepoltura in quelle”tombe” da loro scavate dei loro aguzzini.

 

Grotta del Mortarolo

La grande grotta, un ipogeo naturale utilizzato come romitorio, è composta da un unico vano provvisto di aperture verso l’esterno.

In corrispondenza della parete di fondo si nota un rudimentale altare scavato nella viva roccia e costituito da alcuni gradini e da un piano di appoggio.

All’esterno, nella parte superiore della grotta, nascosta dalla fitta vegetazione, si nota una croce incisa nella roccia. Il luogo isolato, facilmente accessibile da un sentiero del parco del Conero, nasconde un’inquietante leggenda: sembra infatti che sul terreno si possono notare alcuni sassi disposti in modo da formare la figura di un uomo sdraiato i quali, pur se spostati, tornano nell’arco di una notte nell’originaria collocazione.

La Grotta degli Schiavi

Crollata negli anni ‘20, sopravvive nel ricordo e nelle leggende legate ai pirati.

Originariamente questa grotta marina, situata a 4 km a sud del Trave poco prima degli scogli delle Due Sorelle, presentava due aperture verso il mare, una ad est ed una a nord e sembra fosse stata parecchio lunga.

Dall’ingresso nord, quello maggiore, il mare la bagnava per una ventina di metri fino ad arrivare ad una spiaggetta ciotolosa dove si poteva giungere in barca. La grotta, ostruita da una frana nel 1920 seguiva la direzione del meridiano magnetico fino ad una vasta sala in cui si immetteva l’ingresso da est, stringendosi poi e deviando bruscamente a gomito. Secondo due testi, uno del Prof. Cumin del 1936 e l’altro dell’Ing. De Bosis del 1861, l’origine della grotta è da attribuire al moto ondoso che avrebbe allargato qualche frattura nelle roccia. (Fonte: “Monte Conero, rivista mensile della sezione di Ancona del club alpino italiano – 1974)

Le leggende raccontano che i pirati, molto attivi in questa parte dell’Adriatico, fossero soliti utilizzare tale grotta come “deposito” di schiavi, i cui lamenti potevano essere uditi da grande distanza; tra di essi, un giorno giunse una bella principessa veneta, che triste per la lunga permanenza, si consumò per il suo stesso pianto, andando a formare una sorgente di acqua purissima che ancora oggi si getta nel mar Adriatico.

 

 

La base militare del Monte Conero

Sotto il Monte Conero insistono gallerie e basi sotterranee già dalla fine dell”800, ampliate per la Prima guerra mondiale, per la Seconda guerra mondiale e successivamente anche nel periodo della guerra Fredda. Il Conero infatti, oltre ad essere un paradiso naturale, è stato sin dall’antichità oggetto di interesse strategico, come per i Greci siracusani che videro immediatamente in quella zona una posizione straordinaria.

Ancora oggi è presente, tra le località Poggio e Massignano, un ingresso di quella che era una delle basi strategiche per il predominio dell’Adriatico. La sua estensione, principalmente sotterranea, è costituita da grandi gallerie scavate nella roccia. La base militare è ancora oggi sorvegliata e quindi attiva ed in molti negli anni si sono chiesti che tipo di attività ed operatività vi venissero svolte. Naturalmente l’acceso è negato ed i misteri che racchiude il Monte Conero rimangono ancora oggi irrisolti.

Negli anni diverse testate hanno trattato l’argomento:

Il giornalista Remo Lugli de La Stampa, nel 1984, esprimeva una certezza: “Da vent’anni i tunnel della Montagna sono passati alla Marina Militare”, aggiungendo nell’articolo che “Sicuramente ci sono installazioni militari”. Il pezzo era titolato: “Un Mistero sotto il Conero“. Sempre in quell’anno, La Stampa parlava di tre arresti per spionaggio: “Procacciamento di dati riguardanti la sicurezza dello Stato”, questa la terribile accusa con cui un giudice metteva in carcere tre anconetani il 18 gennaio 1984. Anche L’Unità nel febbraio di quell’anno parlava di una seduta del consiglio comunale in cui si era discusso dell’arresto dei tre anconetani e della possibilità o meno che vi fossero armi chimiche o batteriologiche sul Conero, cosa smentita dal sindaco di allora, Guido Monina. Poi di nuovo silenzio sulla vicenda. E la base è ancora lì. Negli anni le leggende trasmesse parlano addirittura della montagna che si apriva sul mare con un accesso segreto per far uscire i sommergibili e gli aerei celati dentro di essa.

Sul web se ne parla tanto, c’è chi scrive:

“Vi è un deposito di munizioni vuoto, una serie di installazioni meteorologiche, antenne di comunicazione, un centro radar, una stazione di “ascolto” elettronico che copre un po’ tutto l’Adriatico e parte dei Balcani. La base è gestita sia dall’Aeronautica che dalla Marina, ma vi sono presenti anche operatori della NATO. Era anche predisposta per operare come centro di controllo di emergenza, poichè ritenuto sufficientemente a prova di esplosione nucleare.

Da diversi anni ormai la base non è più molto operativa, limitandosi ad assicurare il supporto logistico agli impianti di trasmissione e a quelli meteorologici (anche la RAI ha installato lì dei ripetitori).” Nella grande porta metallica che nasconde i segreti militari del Conero ancora oggi infatti si vedono entrare dei mezzi militari.

Gli avvistamenti UFO sul Conero

Come non citare gli innumerevoli avvistamenti di UFO nella zona, UFO magari catturati e studiati proprio in questa base sotterranea sopra citata e resa sempre più misteriosa con il passare degli anni. Il fenomeno UFO nelle Marche è molto antico, i primi casi documentati di avvistamenti di oggetti voltanti non identificati risalgono ai primi anni ’50 in concomitanza della grande “ondata” UFO che ha caratterizzato l’Italia in quel periodo ed il Conero è sempre stato un punto “caldo” per gli avvistamenti. Ho trovato questo interessante video, una intervista di Radio Studio 24 a Salvatore Marcelletti, Generale Pilota dell’Aeronautica Militare Italiana della Riserva, nonché Presiedente del CIFAS; nel video gira una puntata di Voyager dedicata alle sfere di luce. Nell’intervista Marcelletti parla del magnetismo del monte che potrebbe servire come “carica batterie” per questi oggetti non identificati.

Istituito nel 1987 il Parco Regionale de Conero è un’oasi ambientale nata attorno al Monte Conero, 572 metri di macchia mediterranea a picco sul mare, area protetta in cui è possibile passeggiare nei sentieri che si snodano fra i boschi, osservare il transito di uccelli migratori come il falco pellegrino e i rapaci notturni, e altra fauna selvatica: cinghiali, volpi, ghiri, tassi, lepri e ricci. È possibile anche visitare preziose testimonianze storico-artistiche, come la Torre di Guardia e la chiesetta romanica di Santa Maria nella baia di Portonovo.

 

La fortezza si racconta, due secoli di storia nel percorso espositivo

ORARIO D’APERTURA Dal 5 maggio al 31 ottobre 2012. Martedì - domenica ore 11-17. In agosto: 11 -18. Lunedì chiuso. VISITE GUIDATE Associazione Oppidum. 13.05 – 24.06.2012 Domenica ore 15.30 .Luglio e settembre mercoledì e domenica ore 15.30. Agosto tutti i giorni alle ore 15.30 (eccetto il lunedì). Durata circa 2 ore. TARIFFE 2012 Mostre + Forte Medio e Forte Basso: € 5. Bambini 7-14 anni: € 3. Studenti, over 65 e gruppi a partire da 15 persone: € 3. Biglietto famiglia (2 adulti con figli fino a 14 anni): € 10. Guida storica e visita completa del forte: € 8. Bambini da 7 a 14 anni: € 3.50. Storia della Fortezza. È il titolo della mostra permanente inaugurata ieri pomeriggio nella struttura fortificata che domina l’imbocco dell’alta valle Isarco. Il presidente della Provincia Luis Durnwalder, nel suo discorso introduttivo, ha sottolineato come il compito della Provincia, in una terra come l'Alto Adige ricca di castelli e fortificazioni, sia quello di reinterpretarli attraverso la cultura. Benché il forte sia di proprietà dello Stato la Provincia ha operato in modo tale da ridonargli vita per mezzo di varie manifestazioni. Il Forte di Fortezza secondo Durnwalder si presta a divenire punto di riferimento per la gioventù, un luogo centrale per l'Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino. Il Forte di Fortezza è considerato una tra le fortezze asburgiche più interessanti dal punto di vista architettonico. «Pare un leone in atteggiamento di sfida, eppure è di una bellezza pittorica», fu scritto nel 1838 in occasione della sua inaugurazione. Edificato in posizione strategica lungo la stretta Val d’Isarco, si rivelò opera inutile: i nemici contro i quali fu ideata non giunsero mai. Dopo la sistemazione il Forte ha ospitato varie esposizioni di rilievo quali Manifesta7, l'esposizione provinciale «Labirinto/Libertà», «50x50x50» e «Figura». Come ha sottolineato l'assessore Sabina Kasslatter Mur, con la mostra permanente costituisce la prosecuzione ideale di quanto già posto in essere, ricordando come nel giugno 2012 il Forte ospiterà «Panorama» con le opere di 33 giovani artisti altoatesini. Dal 2010 la gestione della fortezza è affidata al Museo provinciale Castel Tirolo. La mostra permanente guida il visitatore alla scoperta sotto vari punti di osservazione dell’imponente struttura fortificata. A tal fine vengono impiegate molteplici tipologie espositive che esemplificano le funzioni di «fortezza». Le sette sale, o casematte, sono state allestite in una sorta di ciclo che dal presente cattura il visitatore per portarlo nel passato alle guerre napoleoniche, alla costruzione della linea ferroviaria del Brennero, fino al leggendario tesoro in oro della Banca d’Italia nascosto nella struttura durante la Seconda guerra mondiale, per riportarlo infine nuovamente al presente attraverso la moderna rappresentazione multimediale. Tutto l'oro presente nella Cassa centrale di Bankitalia - 119 tonnellate - venne trasportato dapprima a Milano con due trasferimenti affettuati il 22 ed il 28 settembre del 1943. Dal capoluogo lombardo il carico aureo venne poi portato in treno a Fortezza il 17 dicembre successivo, per essere custodito da funzionari della Banca d'Italia e dai nazisti fino al termine della guerra, salvo i due trasferimenti verso il Reich ed uno in Svizzera. I media si interessarono insistentemente dell'oro nel 1983, anno in cui un ingegnere milanese, Luigi Cavalloni, affermò la certezza che una parte del prezioso metallo arrivato in Alto Adige si trovasse ancora a Fortezza. Il «cercatore di tesori» annunciò il 3 giugno di quell'anno di aver localizzato l'oro, inviando dei telegrammi a ministri del tempo, tra cui Lagorio e Goria e confermando che per il settembre successivo lui ed i suoi collaboratori avrebbero «portato alla luce» la massa metallica che le apparecchiature avevano scoperto. Inutile dire che dai «sondaggi» di Cavalloni non emerse neppure un grammo d'oro. Nello stesso periodo affioravano le testimonianze di altoatesini che però ricordavano naturalmente soltanto gli episodi legati all'arrivo ed alle partenze verso nord dei treni carichi di bisacce e casse piene del metallo prezioso. Tornando alla mostra, il gruppo vincitore del concorso d'idee per l'allestimento della mostra «Architekturstudio Tacus&Didonè - Gruppegut - Josef Rohrer», inoltre, fa riferimenti alle attuali forme di difesa, dallo spionaggio al controllo elettronico che accompagna il quotidiano, fino alla «fortezza Europa» ed ai controlli di frontiera più serrati anche nell'ambito dell'area Schengen. La mostra permanente e la gran parte della fortezza possono essere visitate per proprio conto. La visita guidata a cura dell'Associazione Oppidum permette tuttavia di accedere anche agli angoli più remoti di questo forte denso di misteri.

 

Grigliata al Forte per gli operai Ditec

Da La Nuova Venezia - 1 maggio 2012

ALTINO. Grigliata al Forte per i lavoratori della Ditec. Questa mattina alle 10, i dipendenti della ditta di via Pascoli controllata da Assa Abloy, la multinazionle intenzionata a spostare la produzione parte in Repubblica Ceca e parte in Cina, si ritroveranno al parcheggio di Perencin e tutti assieme con tanto bandiere si dirigeremo a forte Marghera per una grigliata.

Prima una sorta di comizio ispirato alla Festa dei Lavoratori, poi una scampagnata con pranzo al sacco e grigliata per tutti. Un momento di sensibilizzazione ulteriore, in attesa che la situazione si sblocchi e si capisca se effettivamente c’è qualcuno intenzionato a salvare la continuità della produzione. I dipendenti si preparano anche per la visita del patriarca, Francesco Moraglia, atteso il 10 maggio a Quarto d’Altino, per la marcia-veglia del Lavoro.

Oggi al Forte, saranno decise anche le iniziative da intraprendere nei prossimi giorni. Le Rsu dell’azienda, proprio al ritorno del viaggio delle due sindache, Silvia Conte e Simonetta Rubinato, da Stoccolma, hanno spiegato di non essere disposti ad accettare compromessi che prevedono lo spostamento di una parte dei dipendenti a Caronno Pertuselle. (m.a.)

 

«Marcia di Radetzky», secondo atto Si va alla riscoperta dei Bastioni

Da L'Arena - 27 aprile 2012

Verona. Continuano gli appuntamenti organizzati dal «Comitato per il verde» in collaborazione con l'assessorato all'Ecologia e ambiente del Comune di Verona alla scoperta delle mura di Verona e del Parco dell'Adige. La seconda tappa della «Marcia Radetzky» che due settimane fa ci ha portato a visitare le fortificazioni attorno a Porta San  Giorgio, ci condurrà la prossima domenica sui bastioni che il feldmaresciallo Radetzky volle ricostruire e che gli consentirono di respingere l'attacco dell'esercito piemontese nel 1848. Saranno illustrati gli avvenimenti e soprattutto le caratteristiche della fortificazione veronese, dai resti delle mura scaligere e veneziane fino agli ottocenteschi bastioni in terra e al particolare sistema con muro distaccato e sortite, adatto alla difesa attiva.
L'appuntamento è per le 10 all'ingresso del bastione di Santo Spirito (biglietteria ex zoo), in via Città di Nimes. L'iniziativa durerà circa tre ore e seguirà un percorso di circa 2,5 chilometri. Il percorso non presenta particolari difficoltà ed è aperto a tutti. Percorso : Bastione Santo Spitito - Bastione Riformati - Porta Nuova - Bastione Santo Spirito (cammino di ronda) - Porta Palio (visita sotterranea) - Bastione San Bernardino - Cavaliere San Giuseppe - ritorno a Porta Palio (bastione esterno San Bernardino) - Santo Spirito (visita sotterranea).  Il terzo ed ultimo appuntamento della marcia Radetzky è fissato per domenica 13 maggio alle ore 10 con partenza da porta Vescovo, e porterà a visitare le aree attorno a Castel San Felice. Le iniziative sono libere ed aperte alla cittadinanza, sono consigliate calzature adeguate.

 

RipafrattaAppuntamenti in programma per il 28 aprile e il 19 maggio; un itinerario nella natura tra Pisa e Lucca Dopo il successo di partecipanti dello scorso anno, le associazioni “Vado e Vedo” e “Piedi in Cammino” stanno organizzando, per il 28 aprile e il 19 maggio, la “Traversata del Monte Pisano”. L’escursione guidata si svolgerà lungo il sentiero “Pisa” o “0-0”: un percorso assiale da un capo all’altro del Monte Pisano che, in due giorni di cammino, permetterà di raggiungere, da Ripafratta, San Giovanni alla Vena. Attraversando boschi o zone brulle si potranno incontrare luoghi abitati un tempo da eremiti o avvistare resti di torri e fortificazioni. Un itinerario alla riscoperta di una natura forte e presente, a due passi da Lucca e Pisa. Il cammino è riservato ad escursionisti con pratica di trekking di più giorni. Pur faticando, si potranno godere le splendide vedute verso il mare e l’entroterra da Lucca all’Appennino, le Alpi Apuane, le isole dell’Arcipelago Toscano e la Corsica. Info e prenotazioni: www.vadoevedo.it, www.piediincammino.it, cell. 347 5870026 (Michele Colombini).

 
UFFICIO DEL VICE SINDACO COMUNICATO STAMPA DEL 16.04.2012
Da comunedibuccheri.it del 19 aprile 2012

Erette Il secondo semestre dell’anno 2011 appena trascorso, è servito per il “rodaggio”, se così lo si può definire, dell’enorme palla che troneggia nella località Padre Filippo, proprio a ridosso di Monte Lauro, sommità degli Iblei a 1002 metri di altezza dove esiste ancora oggi la bocca di un vulcano spento che ai suoi tempi eruttò tanta lava che permise di dare lavoro agli scalpellini della pietra nera, per effetto della solidificazione della lava in pietra, ove comparirono tante cave. “La palla radar, almeno così come la si vede transitando nella provinciale per Giarratana, appare come un’enorme struttura su di un traliccio, afferma il vice Sindaco Gianni Garfì, spuntata così in un battibaleno in mezzo al bosco di pini ma la struttura è stata posizionata lì, strategicamente in quel posto, ad opera del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, con innumerevoli autorizzazioni da parte di Enti locali, provinciali, regionali e nazionali; per il ritardo della sua funzionalità, ci furono diverse proteste”.

Il Doppler Weathr Radar, così è il nome tecnico scientifico della struttura in banda c, costruito dalla Selex Sistemi Integrati, una società tedesca, è fissato su di una torre alta 15 metri e il suo meteo radar tarato per la pioggia, installato appunto all’interno dell’enorme palla grigia che lo protegge dalle intemperie atmosferiche, si muove 24 ore su 24 a 360°, rilevando dei segnali che a loro volta, vengono trasmessi ogni 15 minuti al centro di Protezione Civile di Roma via satellite infatti, delle apposite parabole si vedono installate in vari punti della torre. I dati vengono poi elaborati da personale specializzato e distribuiti alle Regioni e queste ultime, li ritrasmettono in via locale, tramite i personal computer, agli Enti locali e periferici come Comuni, Province, Prefetture, Forze dell’Ordine, ecc…; avranno sempre un controllo remoto e faranno capo al Centro Funzionale della Regione Siciliana. La Commissione incaricata dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, presieduta dall’Ingegnere Paola Pagliara, Responsabile procedimento del contratto di fornitura e realizzazione rete radar nazionale del Dipartimento Nazionale Protezione Civile, era composta, oltre che della stessa Pagliara, anche da vari esperti incaricati di effettuare il collaudo tecnico, statico e amministrativo della struttura. Un’opera costata oltre 2 milioni di euro iniziata nel 2008 e terminata agli inizi del 2009, costruita in un posto strategico con una copertura ottimale dato che in zona non c’erano ostacoli; a livello sperimentale,

il radar è partito sperimentando la cenere vulcanica dell’Etna che crea problemi di pericolo per gli aerei che si servono dell’Aeroporto di Fontanarossa e quindi di appoggio e ausilio ai gestori del traffico aereo che indirizzano gli aeromobili verso rotte più sicure, esempio unico al mondo; l’integrazione di questa struttura, con le altre due esistenti nel catanese ma di piccole dimensioni perché trasportabili sui vari siti interessati, si integra con la rete nazionale, tracciando l’evoluzione dell’eventuale pennacchio di fumi e pulviscoli vulcanici, consentendo di determinare in maniera tridimensionale il campo dei venti e quindi di avere pure quel monitoraggio necessario per una previsione a breve qualora ci siano eventi parossistici; la messa in funzione è ormai partita a regime da parecchi mesi e a livello internazionale, è una delle reti più avanzate; questo radar è uno dei 6 installati a sistema fisso in Italia mentre 4 sono quelli mobili di cui uno installato a Catania; al suo interno, la struttura è dotata anche di un enorme gruppo elettrogeno capace di dare continuità alla mancanza di energia elettrica nonché di software e sistemi computerizzati che possono vedere all’istante il lavoro che sta producendo il radar; gli operatori possono eventualmente lavorare in tutta sicurezza, al coperto da eventuali fonti di radiazioni del radar in quanto tutto coibentato a norma. “Il progetto di questi enormi radar, è partito nel 2000 con la cosiddetta Legge Soverato che ha creato strumenti per dare prevenzione alle piene rapide o alle condizioni atmosferiche improvvise e avverse infatti, come stiamo assistendo da un po’ di tempo a questa parte, l’intera Penisola è investita da condizioni di maltempo improvvisi causando anche danni alle strutture e alle vite umane non per ultimo il vortice ciclonico che ci ha colpito direttamente qualche settimana fa portando Buccheri nelle statistiche regionali come uno dei centri più danneggiati; questi sistemi aiutano a prevenire e a conoscere, seppur con tempi molto ristretti, le condizioni del tempo in larghe fasce di territorio, ovviamente scelto strategicamente nella Penisola per poterlo abbracciare tutto tra cui questo di Buccheri che è di fondamentale importanza per l’intera isola di Sicilia, continua Garfì”. Esempio lampante è stata l’esercitazione Mesimex in Campania; il progetto fu presentato nel 2006 dall’allora Capo del Dipartimento Guido Bertolaso e dal Responsabile dell’ufficio prevenzione rischi della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis. Durante una delle visite di collaudo a Buccheri, l’Ingegnere Paola Pagliara ha incontrato anche una delle ditte che ha effettuato alcuni lavori con maestranze locali, l’Amministrazione Comunale in quel momento rappresentata dal vice Sindaco Gianni Garfì e gli uomini del Corpo Forestale, rappresentati dalle Guardie del locale Distaccamento che ha competenza per la zona boscata dove è installato il radar.

 

Giornata di studi sui “Paesaggi di guerra”

Il recupero del complesso e vasto sistema dei manufatti legati alle fortificazioni della Grande Guerra nei diversi aspetti della conoscenza, del restauro e della valorizzazione sia in ambito architettonico che paesaggistico, saranno al centro di un’intensa Giornata di studio in programma venerdì alle 9.15 nella sala del Conte del Castello di Gorizia. Il convegno, dal titolo “Paesaggi di guerra. Memoria e progetto”, è organizzato dall’Istituto italiano dei Castelli in collaborazione col Ministero e la Soprintendenza dei Beni architettonici. L’orizzonte geografico, in questa fase, fa riferimento ai sistemi difensivi della Lombardia, del Trentino, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia fino all’area transfrontaliera della Slovenia. La strategia espositiva della Giornata prevede la presentazione di progetti a diversa scala: progetti-pilota, interventi di recupero, restauro e valorizzazione realizzati. L’obiettivo è quello di affrontare l’aspetto della “conservazione” dei beni della Grande Guerra come occasione per mettere in luce i contributi che diversi orizzonti disciplinari possono dare alla comprensione del “senso di testimonianza” di questo particolare patrimonio dell’umanità, caratterizzato da manufatti molto complessi come tipologia costruttiva, come estensione e consistenza; manufatti che hanno profondamente inciso e segnato il nostro paesaggio e nei confronti dei quali i temi della “memoria” e della “trasmissione della testimonianza” assumono declinazioni molto complesse che necessitano di una riflessione che porti il confronto di diversi sguardi.

 

Escursione alle fortezze

CASTELNUOVO Domenica nell'ambito delle iniziative per la XIV Settimana della cultura, promossa dal ministero dei beni e attività culturali, il Cai Garfagnana ha inserito una escursione a bassa quota di carattere storico culturale. Quest'anno è stato scelto il tema delle Fortezze estensi e del loro inserimento e valore paesaggistico nell'ambito del contesto territoriale della Garfagnana. L’escursione andrà da Castelnuovo a Montalfonso, Gragnanella, Sambuca, San Romano, Verrucole e Camporgiano,  e ritorno in treno. Durante il percorso sono previste anche spiegazioni didattiche sulla Fortezza di Mont’Alfonso e il sistema delle fortificazioni estensi, il paesaggio rurale della Garfagnana, sulla Sambuca di San Romano, su San Romano e sulla Fortezza delle Verrucole. Il ritrovo è alle 8,30 in piazza Umberto a Castelnuovo e la partenza direttamente a piedi sul sentiero dell’Ariosto verso Mont’Alfonso. Si prevede un cammino di circa 5 ore. Per i soci Cai costo di 5 euro, per i non soci 10 euro per l’assicurazione e prenotazioni da effettuare entro venerdì. (l.d.)

 

Settemila visitatori alla scoperta di manieri e palazzi

MUSICA SACRA Al Conservatorio Tomadini, oggi, convegno e tavola rotonda dedicati a “Gli studi sulla musica friulana”, evento conclusivo del “Progetto Musifon”. Alle 9, si aprirà il convegno “Jacopo Tomadini e la riforma della musica sacra”. Alle 14.30 si terrà la tavola rotonda incentrata proprio su “Il progetto Musifon”, volto alla sistematizzazione degli studi sulla musica sacra locale in chiave di digitalizzazione di archivi, standardizzazione dello studio delle fonti e raccordo dei risultati raggiunti. Nell’occasione, verranno presentati i primi tre cataloghi delle opere di autori friulani previsti dal progetto, Albino Perosa, Giovanni Battista Cossetti e Carlo Rieppi, curati rispettivamente da Alba Zanini, Luca Canzian e Lucia Ludovica de Nardo ed editi da Pizzicato Edizioni Musicali di Udine, nonché il sito dell’Università dedicato al progetto, “musifon.uniudit”. Si chiudono, con oltre settemila presenze all’attivo, gli antichi portoni di Castelli aperti 2012, appuntamento del week end appena trascorso riservato alla scoperta delle residenze storiche disseminate in Friuli Venezia Giulia. Organizzato dal Consorzio per la Salvaguardia dei Castelli Storici, costituitosi in regione con lo scopo di raccogliere proprietari, possessori e detentori di castelli e altre opere fortificate (quali torri, palazzi incastellati, case fortificate, cinte, ruderi) per realizzare una comune opera di recupero, riuso e valorizzazione, l’evento è ormai tradizionale iniziativa rivolta a visitatori interessati a conoscere alcuni di quei siti architettonici più belli che per l’occasione svelano con successo i loro segreti, spalancano sale, parchi e giardini, mostrano collezioni d’arte. Sedici le dimore che hanno aderito all’iniziativa di primavera. In provincia di Udine, i castelli di Arcano, Villalta, Villafredda, Susans, Cassacco, la Rocca Bernarda la Casaforte La Brunelde (proprietà d'Arcano Grattoni e proprietà Clocchiatti), palazzo Steffaneo Roncato (Crauglio di San Vito al Torre) e palazzo Romano (Case di Manzano). In provincia di Pordenone, il castello di Cordovado, Castelcosa e i palazzi Panigai-Ovio e d’Attimis Maniago. In provincia di Gorizia il castello di Spessa di Capriva. In provincia di Trieste, il castello di Muggia. Tttu da conoscere, tutti da ammirare, tutti meritevoli di una gita fuori porta. Spiega Alessandra d’Attimis Maniago, responsabile dell’organizzazione, «Pochi altri settori dell'arco prealpino vantano tanti manieri e fortificazioni come il Friuli. Per la tutela di tali monumenti e per la promozione di corrette opere di restauro e di iniziative di valorizzazione, è nato il Consorzio, un ente sorto nel 1968 che raggruppa quasi tutti i proprietari di castelli regionali. Tra ieri e sabato scorso abbiamo avuto, nonostante il tempo piovoso, moltissime presenze che ci segnalano il grande interesse per la manifestazione. Il prossimo anno apriremo al pubblico anche due castelli fuori regione, uno in Carinzia e uno in Slovenia». Continua Alessandra Maniago: «Abbiamo appena concluso i lavori di conservazione delle mura di cinta di palazzo d’Attimis. Un intervento estremamente dispendioso, trattasi infatti di mura che racchiudono sei ettari di parco all’inglese e giardini all’italiana. Sentiamo la responsabilità di conservare il patrimonio della nostra regione e i nostri sforzi vanno tutti in questa direzione. Speriamo davvero che l’Imu non colpisca le proprietà castelliere. Significherebbe chiudere definitivamente i portoni e perdere un patrimonio di immenso valore». E in attesa di scoprire cosa accadrà nel prossimo futuro il Consorzio, che oltre a Castelli aperti organizza una serie di altri eventi culturali e promozionali, è già al lavoro per la preparazione del prossimo appuntamento: notare in agenda, il 6 e 7 ottobre prossimi. Fabiana Dallavalle

 

«Sperre Grigno», i forti dimenticati

 GRIGNO. Lo Sperre Grigno: 5 fortificazioni tra Barricata e Castello Tesino. Progettate, ma mai realizzate, causa costi eccessivi prima e lo scoppio della Grande Guerra poi, la loro storia è sconosciuta ai più. Ora uno studio le riporta alla luce. Autore è Leonardo Malatesta, 34enne storico militare di Vicenza, fondatore dell’associazione Sperre Valsugana, che ha da poco pubblicato “Lo sbarramento austriaco della Valsugana: dai forti del ’900 allo Sperre Grigno”. Un lavoro che fa parte dei quaderni della Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro a Salò, di cui è vicedirettore. Nel volume (non in vendita) focalizza l’attenzione sul misterioso sbarramento (Sperre appunto) austriaco che doveva sorgere tra la Barricata e il Tesino. Ma rimase sulla carta. «È il primo studio che se ne occupa, non esiste alcuna pubblicazione ma solo cenni», spiega, narrandoci la vicenda, ricostruita andando a scartabellare fonti austriache negli archivi di stato di Trento e Bolzano.
 Siamo nel 1905 quando il generale Conrad diventato Capo di Stato Maggiore pensò di fortificare il Trentino con sbarramenti più moderni e corazzati a ridosso del confine orientale. Forti difensivi ma anche offensivi: questa la sua tattica della guerra in montagna. Spostò i fondi in Trentino e presentò il progetto dello Sperre Grigno, 5 forti e una tagliata stradale: Cimogna (1.398 m, a est di Grigno, per controbattere Cima Campo) e Picosta (1428 m, a est di Castel Tesino, per distruggere Col Perer e Primolano) per le alture a nord del Brenta; Costa Alta (alle pendici del monte) e Col Meneghini (1597 m), sull’altipiano di Val d’Antenne, che dovevano battere Cima Campo e Forte Lisser. Infine un forte e una tagliata stradale a San Uldarico, a sud di Grigno, dove sorge l’omonima cappella, per dominare la valle e controllare strada e ferrovia. Forti con obici e mitragliatrici. Per Grigno si prevedeva una spesa di ben 6.2milioni di corone, contro le 3.4 di Lavarone e le 2.1 di Garniga. Ma il progetto di Conrad trovò la ferma opposizione della Commissione di difesa locale, guidata dapprima dal Feldmaresciallo Arcen e poi dall’ispettore generale del genio Leithner, contrari a opere in alta quota. E poi lo Sperre Grigno era troppo costoso, mancavano le finanze. Se ne tornò a parlare nel 1910 ma fu nel 1912, col passaggio da Leithner al generale Blenesi, che trovò concretezza. Si progettarono opere per 56milioni di corone e i lavori iniziarono nel 1913. Allo scoppio della Guerra, nel 1914, erano state costruite solo la strada d’accesso per i forti Picosta e Cimogna, quella “della Pertica” che porta da Grigno in Barricata. Ma nessun lavoro di fortificazione. La guerra cancellò definitivamente i progetti di Conrad. Dello Sperre Grigno restano solo alcuni schizzi e poco o nulla nei libri di storia. - Marika Caumo

 

MALCONTENTA Spettacolo al Canevon Nel corso delle iniziative dei pomeriggi musicali al Canevon, oggi nella sala grande del Centro civico di via del Cassero 4 il Laboratorio Harmonia presenta alle 16.30“Teatro/Movimento/Euritmia/Musica”, esibizione tra musica e parole. Ingresso libero fino ad esaurimento dei 50 posti disponibili. MARGHERA Aperta l’oasi di forte Tron In occasione della giornata ecologica, oggi è aperta l’oasi naturalistica di forte Tron, con apertura dei cancelli e disponibilità di utilizzo area esterna dalle 10 alle 18 e visite guidate all’interno del Forte alle 15 e alle 16. Forte Tron è inserito nel campo trincerato di Mestre, una serie di fortificazioni militari ottocentesche disposte a raggiera attorno ad un nucleo di grande valore strategico. MARGHERA Sondaggio popolare sulla torre di Cardin I socialisti di Marghera hanno iniziato ieri un sondaggio popolare per ascoltare la posizione dei residenti sull’avveniristica torre che lo stilista Pierre Cardin vuole realizzare in zona. Hanno posizionato gazebo durante il mercato rionale e ripeteranno l’iniziativa anche nei prossimi due sabati, 21 e 28 aprile. I risultati saranno disponibili lunedì 30 aprile sul sito www.partitosocialista.venezia.it. In pratica i socialisti hanno preparato un volantino nel quale vengono precisati i termini della questione e poi si chiede esplicitamente il parere, favorevole o contrario, al progetto da un miliardo e mezzo di euro. MARGHERA Giochi e pattinaggio cancellati Era prevista oggi l’invasione a Marghera di 500 bambini per il trofeo Bruno Tiezzi di pattinaggio (categorie Giovanissimi ed Esordienti) in via della Fonte e i giochi intercentri Coni al parco Emmer, a cura del Judo Club Marghera. Il previsto maltempo ha però convinto gli organizzatori a rimandare i due appuntamenti (probabilmente al 6 maggio).

 

PULA Verso un turismo di qualità. Prende il via il Circuito Turistico delle Fortificazioni Difensive e delle Torri Costiere . L’iniziativa è dell’Agenzia Costiera Sulcitana , costituita fra i comuni di Pula, Teulada, Domusdemaria , Santadi, Sarroch, Villa San Pietro e Capoterra. Il progetto, denominato, For Acess , è in fase di attuazione e attraverso i finanziamenti del Po marittimo Italia Francia propone dei servizi di qualità a tutte le strutture che operano nel settore turistico( ricettive, di servizi, culturali, ambientali etc ). È stata proposta una convenzione alla quale stanno aderendo numerose piccole e medie aziende di un vasto territorio, identificato con la Costa Sud Occidentale della Sardegna. Le offerte vacanza saranno promosse attraverso canali distributivi italiani ed esteri per mezzo di un network di strutture che ne garantirà visibilità nazionale ed internazionale. L’idea del Circuito delle Fortificazioni Difensive, nasce dalla presenza in tutto il territorio di torri difensive costiere, risalenti al periodo aragonese. Queste assurgono, dunque, a simbolo di attrazione paesaggistica ed ambientale essendo situate tutte in posizione panoramica sul mare. Sono , in altre parole, il marchio di qualità per i professionisti del turismo. La convenzione proposta da Costiera Sulcitana, riguarda il coordinamento del circuito su scala locale e rappresentanza sulla rete nazionale; creazione di pacchetti turistici; e promozione e commercializzazione del prodotto turistico. Previsti, inoltre, tutta una serie di servizi minori, quali una news letter mensile; partecipazione a fiere e mostre in Italia e all’estero; accordi commerciali con i principali network italiani e stranieri; redazione di opuscoli cartacei; creazione di un sito internet plurilingue. Di contro, coloro che vogliono essere ammessi al circuito dovranno offrire una serie di standard di altissima qualità. Qualche esempio: la struttura deve offrire caratteristiche architettoniche di pregio ed essere situata in zone di interesse turistico, culturale, artistico ed ambientale; garantire l’accesso ai portatori di handicap; fornire prodotti tipici del territorio; accettare le carte di credito senza sovraprezzo; e organizzare corsi legati al territorio. Ancora: accesso per gli animali di piccola taglia; adeguati standard di sicurezza e di comfort; e sconto minimo del 10% sui prezzi di listino. Tutela, dunque, per il turista ed incentivazione delle vacanze in tutte le stagioni. Enrico Cambedda

 

Vandali in Fortezza Picconate in galleria

di Alfredo Moretti PALMANOVA Vandali in azione sulla cinta bastionata. Deturpato a picconate un tratto di galleria veneziana appena tornato alla luce. Il sindaco, Francesco Martines, ha sporto denuncia ai carabinieri di Palmanova contro ignoti nel pomeriggio di ieri e dal Comando della città stellata sono state garantite indagini e accertamenti. Amarezza espressa sia dall’amministrazione comunale, sia dai cittadini per questo ignobile gesto. Non si sono neppure attenuate le manifestazioni di viva soddisfazione per il lavoro prodotto sulla cinta fortificata dagli operatori della Forestale e dagli speleologi triestini, che già si deve fare i conti con l’imbecillità di qualcuno che si è portato all’interno di un manufatto, appena ripristinato e riportato alla visibilità di tutti, per deturpare la parte iniziale della galleria prendendo a picconate la parete di mattoni. Un gesto davvero grave perché, oltre a danneggiare una componente fortificata di carattere storico, rappresenta una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che si sono adoperati per la grande opera di pulizia e messa in sicurezza della cinta fortificata e per la cittadinanza intera che sta ammirando il ritorno alla luce delle peculiarità più belle di Palmanova. «Indubbiamente è un atto che lascia perplessi e che ci rende tutti un po’ arrabbiati, un po’ tristi- ha detto il sindaco Martines. Ora il problema riguarda la sicurezza soprattutto in queste gallerie. Per ora pensiamo di chiudere le entrate in via preventiva per valutare poi come procedere per evitare che succedano altri atti vandalici come questo. Si potrebbero porre dei portoncini d’accesso che richiamino altri architettonicamente adeguati alle fortificazioni, come quelli già posti in alcuni settori dai militari». Martines intanto informerà del fatto la Soprintendenza per studiare appunto rimedi e il Demanio, proprietario della cinta bastionata. La rete di gallerie sotterranee è stata riportata alla luce solo qualche settimana fa dagli speleologi della Commissione grotte Boegan della Società alpina delle Giulie del Cai di Trieste che hanno prodotto una mappatura anche di tutti i percorsi. E’ proprio la cinta bastionata con le sue gallerie a richiamare maggiormente il flusso turistico a Palmanova. Infatti, anche in occasione della Pasquetta, le visite guidate a questi camminamenti sotterranei hanno superato ogni più rosea aspettativa.

 

Nella città dimenticata più forte delle bombe

Da l'Arena - 10 aprile 2012
 
Tavoloni attrezzati per il pic nic e tanta buona volontà per confidare in un raggio di sole ieri al castello di Montorio

Negli oscuri spazi sotterranei delle fortificazioni di San Giorgio, in Borgo Trento, risuonavano rosari e giaculatorie. Difficile immaginare, oggi, centinaia di persone, perlopiù donne e bambini, strette come sardine all'interno del rivellino. Eppure, anche questa è storia. Storia veronese di cui restano gli ultimi testimoni. La sfilza di preghiere serviva per farsi coraggio, mentre fuori piovevano bombe sulla città. A poco meno di 70 anni da quei giorni di guerra e terrore, i veronesi che trovarono la salvezza nelle profondità dei bastioni - allora erano bambini - tornano a visitarle. E i loro ricordi arricchiscono la spiegazione delle guide: i volontari del gruppo scout Agesci Verona 10. C'è chi, il giorno di Pasquetta, lo trascorre così. Alla scoperta, o riscoperta, della città nascosta e dimenticata. Quel complesso di architettura militare, cioè, che in varie stratificazioni conserva l'impronta degli Scaligeri, della Serenissima e degli austriaci. Ieri, l'esplorazione ha riguardato i percorsi che si snodano sotto porta San Giorgio, tra i più lunghi e articolati. Uno spazio enorme, nell'insieme, sostenuto da muri in pietra spessi un metro e trenta centimetri e da soffitti a volta di fattura perfetta. Guardandosi intorno, i numerosi visitatori - oltre 150 in quattro gruppi - si stupiscono del patrimonio cittadino che raramente i turisti si spingono a visitare. Perché spesso i veronesi stessi non sanno di possederlo. Anzi, il complesso militare di San Giorgio, così come molti altri, sarebbe abbandonato all'incuria, se non fosse per l'opera generosa e gratuita degli scout. I ragazzi, che lì hanno la sede del loro gruppo, si sono occupati di ripulire numerose stanze da terra e detriti. E ogni seconda domenica del mese, si offrono come guide, dopo essere stati adeguatamente formati dal professor Maurizio D'Alessandro, studioso di storia veronese. Ieri, l'iniziativa ha avuto successo, complici la mattinata nuvolosa, per la quale molta gente ha rimandato la scampagnata, e anche le pagine de L'Arena sulla «Verona sotterranea», che hanno instillato curiosità in tanti cittadini. Ci fa da guida Zeno Montresor, responsabile del gruppo scout. «Le fortificazioni austriache presentano quasi tutte una struttura molto simile. Ma nessun'altra ha uno sviluppo sotterraneo come San Giorgio», spiega, mentre passiamo dalla caponiera alla galleria di controscarpa. «I soffitti a volta, che sono la caratteristica di questi complessi, avevano la funzione di scaricare sui robusti muri l'urto di eventuali colpi di cannone». Ecco perché, durante la seconda guerra mondiale, quei sotterranei tornarono buoni ai veronesi per ripararsi dalle bombe, pur molto più potenti e distruttive delle artiglierie ottocentesche. E tra i bambini di allora c'era anche lui: Luciano Rognini di Veronetta, storico dell'arte. «Avevo sei anni nell'inverno 44-45. I bombardamenti non venivano più neppure annunciati dalle sirene. Restavano le campane delle chiese a dare l'allarme, sì, ma ormai dormivamo vestiti. Pronti a scappare al primo boato. Qui, addossate contro i muri, c'era una lunga fila di panchine di legno», prosegue, indicando. «Eravamo talmente tanti, però, che si finiva per stare in piedi. A noi bambini raccomandavano di rimanere accucciati con la testa tra le mani. E le donne recitavano il rosario incessantemente, fino a quando non c'era la sicurezza che l'inferno, fuori, era finito. Ma tornando a scuola, i giorni successivi, succedeva che qualche banco restava vuoto. E anche se eravamo piccoli, sapevamo perché». A partire dal secondo mercoledì di maggio, il professor Maurizio D'Alessandro terrà a San Giorgio cinque serate sulla storia di Verona. Per quanto la manutenzione delle fortificazioni, il gruppo scout organizzerà, per fine aprile, la pulizia del fossato, cui si potrà contribuire. Lorenza Costantino

 

Colico - I due forti più famosi della Provincia di Lecco, e tra i più importanti in Europa, riaprono ai visitatori. Forte Montecchio e Forte Fuentes a Colico sono nuovamente accessibili a partire da questo sabato.

Da il Corriere di Lecco - 4 aprile 2012

RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE. Mentre Forte Montecchio già da alcuni anni è visitabile nella sua totalità, Forte Fuentes negli ultimi anni non era più aperto al pubblico; nel corso dell'inverno (dopo una prima parziale apertura la scorsa estate), è stato oggetto di eccezionali lavori di riqualificazione ambientale e pulizia. Interventi che hanno consentito di far tornare visitabili vaste aree di interesse storico e architettonico che prima erano coperte dalla vegetazione.

VIAGGIO NELLA STORIA. Visitare i due forti consente di fare un viaggio nella storia delle fortificazioni militari partendo dal Fuentes - struttura risalente al 1603 - per arrivare fino al Montecchio realizzato in vista della Prima guerra mondiale. Un principio strategico comune ha portato all'edificazione delle due strutture a Colico, sbocco di Valtellina e Valchiavenna, ma il visitatore oggi può ammirare le differenze architettoniche e le peculiarità di entrambi i forti, apprezzando le scelte stilistiche e le caratteristiche tecniche.

POLVERIERA NELLA MONTAGNA. Se Fuentes appare come una vera e propria cittadella costruita attorno alla piazza d'armi lunga oltre 90 metri, il Montecchio consente di appassionarsi a particolari unici come la polveriera scavata nella montagna (14 metri sotto la roccia e 60 all’interno di essa) e di salire sui cannoni da 149/35 che sono i pezzi d'artiglieria in postazione fissa più grandi d'Europa.

CANNONI CONTRO IL CONFINE. I due forti sono i più importanti della Provincia di Lecco e tra i più importanti in Europa. Forte Montecchio Nord, anzi, è l’unica batteria in Europa risalente alla prima guerra mondiale con i suoi cannoni in cupola corazzata ancora puntati verso i confini di Stato; Forte Fuentes è il suggestivo forte del XVII secolo che portò Colico al centro dell’attenzione dei monarchi europei a partire dal 1603 in avanti. Ricordiamo che entrambi i forti sono gestiti dal Museo della Guerra Bianca in Adamello di Temù (BS), uno dei musei più importanti in Italia per la valorizzazione del patrimonio storico legato al primo conflitto mondiale che, oltre all’esposizione di Temù, può mostrare anche questi due gioielli storici proprio nel nostro territorio.

ORARI DELLE VISITE. Forte Montecchio e Forte Fuentes saranno aperti da questo sabato, 7 aprile al 1° luglio e dall’8 settembre al 4 novembre nei week-end (sabato, domenica) e nei festivi (25 aprile, 1 maggio, ecc.) dalle 10 alle 17; dal 2 luglio al 31 luglio il solo Forte Montecchio sarà aperto eccezionalmente in visita unica dalle 14 alle 15 tutti i giorni; per tutto luglio (entrambi i forti), poi, proseguiranno le aperture il sabato, la domenica e i festivi dalle 10 alle 18. Apertura estesa dal 1 agosto al 02 settembre: tutti i giorni dalle 10 alle 18.

Nella foto: i cannoni di Forte Montecchio (foto del "Museo della guerra bianca in Adamello").

 

Vicenza, Dal Molin pronta per l'inizio del 2013

Da lettera43.it del 3 aprile 2012

La più grande base Usa in Europa. Circa 400 milioni di entrate l'anno. Vicenza è sempre più a stelle e strisce. La consegna della più grande base americana d'Europa, costruita sui terreni dell'ex aeroporto Dal Molin, è prevista per la fine di dicembre. L'ingresso dei 2 mila soldati provenienti dalla Germania e dall'Afghanistan destinati ad abitarla è invece programmato per l'inizio del 2013. Lo ha annunciato oggi a Vicenza l'ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, David Thorne, che per la prima volta ha visitato la struttura accompagnato dal presidente del Veneto Luca Zaia, dal sindaco di Vicenza Achille Variati e dal comandante della base, il colonello David Buckingam.

«GRAZIE A VICENZA». «È da oltre 60 anni che i cittadini di Vicenza accolgono con grande ospitalità gli americani. Gli Usa non dimenticheranno mai che siete così cordiali, disponibili per i soldati che vivono lontano dalla loro casa. L'Italia rimane uno degli alleati più importanti degli Stati Uniti come lo stesso presidente Obama ha recentemente riferito al premier Monti sottolineando che i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati così forti come ora. E questa struttura ne è la testimonianza in acciaio, calcestruzzo e fotovoltaico».

UNA RISORSA ECONOMICA PER IL VENETO. Thorne ha sottolineato come la Ederle2, costata circa 245 milioni di euro e che attualmente impiega circa 900 dipendenti tra operai e progettisti, sia una delle più grandi strutture americane impostata sul rispetto ambientale. «Vicenza che ha come faro architettonico Palladio dev'essere orgogliosa di essere ora divenuta la capitale italiana dell'edilizia sostenibile». Il Dal Molin è anche la più grande struttura creata dagli Usa al di fuori del Paese: un complesso di 34 edifici con luoghi ricreativi, spazi verdi e unità sotterranee. «In un periodo di generale crisi, una volta a regime garantirà, assieme alla base di Livorno entrate per circa 400 milioni di euro l'anno. In Veneto si registrerà un significativo aumento di attività immobiliare privata per acquisti e affitti di case». Zaia: «La bandiera americana è simbolo di democrazia» Soddisfatto dell'operazione anche il presidente del Veneto Luca Zaia, che ha messo in evidenza come la base sia destinata a creare nuovi posti di lavoro, quindi stipendi, gettito fiscale, movimentazione commerciale «per circa 300 milioni di euro». Zaia ha voluto rivolgere agli Stati Uniti il ringraziamento del presidente del Kurdistan iracheno, recentemente incontrato dal governatore del Veneto, per la decisiva azione militare di liberazione operata dagli americani in quel Paese proprio con i paracadutisti partiti da Vicenza.

GLI USA ISPIRATI DAL VENETO. «Il Veneto è l'unica realtà in Europa che custodisce, a Padova, un frammento delle Torri Gemelle in ricordo dell'11 settembre. La loro bandiera è il simbolo della democrazia: in virtù di questa bandiera siamo stati liberati dal nazifascismo». Per Zaia i 1.100 anni di Repubblica Veneta hanno «insegnato molto» agli Usa; «Jefferson, padre costituente americano ha copiato quasi tutto da noi: ha copiato il modello federale della repubblica Veneta e il modello di governance».

 

Forte di Pietole L’idea del museo diventa un film

Da La Gazzetta di Mantova - 30 marzo 2012 —   pagina 45   sezione: Nazionale

di Cristina del Piano Lo sguardo si perde lungo la successione di archi a sesto acuto. E la penombra che avvolge la struttura militare ottocentesca, grazie alle candele lasciate lungo il percorso, regala l’ennesima emozione. E’ forse questa l’immagine simbolo di “Ritorno al Forte”, titolo del documentario dedicato all’opera fortificata di Pietole che sarà presentato in anteprima stasera. Uno scatto suggestivo, scelto non a caso dagli organizzatori, come logo dell’incontro in programma oggi alle 21 all'Avispark di Cerese di Virgilio (via Gandhi). E proprio stasera si parlerà anche di tutela e valorizzazione di questo spazio vasto e complesso. Come pure del suo futuro: l’idea di creare al suo interno un museo permanente, ad esempio, potrebbe trovare consensi. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi perché il forte, dismesso dal 1983, attualmente è ancora di proprietà del Demanio e in concessione al Comune per quanto riguarda la custodia e sorveglianza del bene. L’obiettivo dell’amministrazione è ovviamente l’acquisizione definitiva. Il Forte fu edificato in parte dai francesi e passò agli austriaci dopo il 1894 che lo completarono per adattarlo a polveriera. «Parliamo di una struttura di 330 mila metri quadrati - osserva Francesco Rondelli, tra i relatori della serata - uno spazio enorme e di conseguenza definire ora l’utilizzo futuro non è possibile. Sicuramente ci sarà una pluralità di funzioni che saranno insediate all’interno del forte e che saranno da individuare attraverso un dialogo condiviso tra amministrazione, tecnici e cittadinanza. La destinazione che a mio avviso è d’obbligo immaginare, viste le caratteristiche dello spazio, è quella museale espositiva, un contenitore di allestimenti permanenti. Ovviamente il Comune dovrà entrare in possesso del bene e, in questo senso, i rapporti tra Demanio e amministrazione sono costanti». Di questi e altri aspetti, come si diceva, si parlerà oggi nell’ambito della serata Una "Vita Nova" per il forte di Pietole: tra passato e futuro. Chiaro l'intento dell'iniziativa che punta a divulgare la conoscenza di questo esempio di architettura militare carico di storia. Nel corso dell'inizitiva è prevista inoltre la proiezione in anteprima del documentario Ritorno al forte, alla scoperta dell'opera fortificata di Pietole. Nel corso della serata interverranno anche il sindaco di Virgilio Alessandro Beduschi, Lorenzo Jurina, professore di recupero e consolidamento del patrimonio monumentale del Politecnico di Milano, Francesco Rondelli, laureato in ingegneria con tesi sul recupero del Forte di Pietole. Tra i relatori anche Pier Giuseppe Bardi, responsabile comunale del settore gestione del territorio e l'architetto Stefano Gorni Silvestrini. Una serata che punta dunque alla riscoperta di questo complesso architettonico. «In questi anni sono stati fatti passi molto importanti per la struttura- spiega il vice sindaco Francesco Aporti - come il passaggio dal Demanio militare a quello civile. La richiesta di acquisizione era precedente la nostra amministrazione. Noi abbiamo cercato di accelerare il più possibile l’iter e un notevole passo avanti è stato fatto tra il 2009 e il 2010 quando ci è stata data la custodia e sorveglianza che, nei meccanismi del Demanio, può essere letto come il passo preliminare per la concessione definitiva». E il futuro? «Lo spazio si presta a molteplici utilizzi - aggiunge Aporti – pensiamo anche al contesto naturalistico, siamo in un sito di interesse comunitario, senza dimenticare la valorizzazione storico e quella turistico culturale. Adesso la nostra attività, come amministrazione, è quella di divulgare il più possibile la conoscenza di questo monumento di indubbio valore e, forse, sconosciuto ai più nella sua bellezza». In questo contesto si inseriscono le visite guidate con Exploring Academy, le attività che hanno coinvolto gli scout per la pulitura del sito, le conferenze e, naturalmente, questo documentario. Un viaggio che, tra immagini, notizie storiche, ricostruzioni e testimonianze cerca, almeno in parte, di restituire al pubblico l’anima del forte.

 

L’anno scorso la visita di Seamus Heaney

Il Forte di Pietole è un’opera nata a difesa di Mantova, risale agli inizi dell’Ottocento ed attualmente è in stato di abbandono. Il complesso napoleonico era nato come protezione dell’opera di chiusa a sbarramento delle acque tra il Mincio e l’ex lago Paiolo, considerato punto strategico per Mantova. Progettato e costruito in parte dai francesi agli inizi del 1800, la struttura è stata completata e potenziata dagli ingegneri austriaci negli anni dopo il 1834. Era poi arrivato nel 1917 al Regio Esercito Italiano, sempre come deposito di esplosivi. Una polveriera, insomma, che in quell'anno, in piena prima guerra mondiale, fu teatro di una violenta esplosione. All’interno del forte oggi, struttura in disuso del quale il Comune ha la custodia in vista della possibile acquisizione, sono previste visite guidate su appuntamento a cura dell’associazione Exploring Academy. Anche gli scout si sono impegnati per la pulitura dell’area. Nell’ottobre dello scorso anno, come ricorda Grazia Caleffi, coordinatrice culturale del Comune, in visita al Forte ci fu anche il poeta Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura e premio “Virgilio d'oro”.

 

Dal cantiere edile emergono gallerie e bunker della guerra

Da La Tribuna di Treviso - 29 marzo 2012

SERNAGLIA DELLA BATTAGLIA. Gli scavi effettuati in un cantiere edile a Falzè di Piave, in prossimità dell’incrocio tra le vie Bivio, Pieve di Soligo e Mercatelli Sant’Anna, avrebbero portato alla luce delle gallerie e dei bunker risalenti alla Prima guerra mondiale. Per questo il presidente del Museo del Piave, Diotisalvi Perin, chiede lumi al Comune di Sernaglia e al Corpo forestale sulla fondatezza delle recenti segnalazioni giunte all’istituto di Vas. «Non vogliamo fermare il cantiere» spiega Perin «ma solo avere la possibilità di effettuare, sul posto, un sopralluogo per fare delle foto e recuperare eventuali cimeli». Secondo il presidente del Museo del Piave, infatti, l’incrocio in questione era un passaggio militare strategico, quotidianamente bombardato dall’esercito italiano insediato sul Montello durante i conflitti del 1917-1918. «Secondo l’archivio storico di Vienna e il museo di guerra di Budapest» chiude Diotisalvi Perin «lungo l’attuale via Pieve di Soligo, dall’incrocio sino all’Antica osteria Pozzi, gli austro-ungarici avevano scavato una serie di gallerie e bunker per proteggersi». (g.z.)

 

Agli Alberoni demolito un bunker usato dai sub

Da La Nuova di Venezia e Mestre - 26 marzo 2012

In uno dei luoghi più belli del Lido, tra la spiaggia degli Alberoni e la bocca di porto di Malamocco, con l’oasi del Wwf alle spalle, c’era una volta un bunker costruito durante l’ultima guerra, dopo l’8 settembre 1943 dai tedeschi, con funzione antisbarco e anche di ricovero.

Al suo interno c’era un’ampia stanza, che rimessa a posto è stata usata per decenni e decenni dal Club San Marco come deposito di attrezzature per le immersioni e spogliatoio per i subacquei veneziani prima e dopo.

L’inserimento ambientale di questo manufatto era eccezionale, grazie anche al fatto che era stato costruito proprio per essere quasi invisibile dal mare, visto che doveva proteggere la terra italiana invasa dai tedeschi da eventuali sbarchi delle truppe alleate. La sua utilità, per una gloriosa e storica associazione sportiva come il Club San Marco, era insostituibile.

Eppure è stato eliminato per dar luogo alle opere del Mose. Ciò che fa soffrire è che nessuno, nemmeno i frequentatori abituali del molo foraneo degli Alberoni , soprattutto veneziani, pescatori e non, se ne sia accorto.

Nessuno, insomma, si è posto queste domande: che fine ha fatto il bunker degli anni Quaranta? Ma soprfattutto: che ne sarà di quell’angolo di Paradiso?

«Sembra ci sia in atto, sulla cittadinanza, un’opera di desensibilizzazione, che crea assuefazione per la perdita di un bene paesaggistico e culturale – sostiene Daniela Milani Vianello, storica dell’isola del Lido, che ha segnalato la sparizione del manufatto tedesco – In questo caso, ad esempio, il bunker, a causa dell’uso che ne veniva fatto, era diventato “luogo di vita”, eppure se n’è cancellato perfino il ricordo».

 

San Francesco, il bastione dimenticato

Da l'Arena - 25 marzo 2012
 
Il possente bastione sanmicheliano di San Francesco visto dal lato dell'Adige FOTOSERVIZIO DIENNEFOTO

Bello e dimenticato. È il bastione di San Francesco che, con il bastione di Spagna, è l'unico rimasto integro di quelli sanmicheliani sulla destra Adige. Siamo tra Basso Acquar e via dell'Autiere, in prossimità di ponte San Francesco. È stato uno degli ultimi a vedere un primo ma fondamentale intervento di pulizia, alla fine del 2009, grazie ai volontari del gruppo di Protezione civile di Legambiente che hanno ripulito la piazza bassa del bastione invasa da un groviglio di piante e alberi selvatici a cui si è aggiunto un deposito di ferri vecchi comprendente ogni sorta di scarto, dai pezzi di motorino alle televisioni alle sedie ai lampadari. In questa ricognizione ci accompagnano due volontarie di questo gruppo di volontari, Maria Rodriguez e Gaia Zuffa, e Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere» e del libro dedicato ai sotterranei delle mura magistrali. IL BASTIONE visto dall'Adige appare imponente. Siamo in riva al fiume: sulla destra si alza massiccia l'opera fortificatoria voluta dai Veneziani e realizzata da Michele Sanmicheli, di fronte si nota il resto della torre medievale di San Francesco, risalente al XIV secolo, sopra la quale gli Austriaci realizzarono due cannoniere, mentre a sinistra si staglia il ponte di San Francesco dove sono in corso i noti lavori di sistemazione. È uno scorcio straordinario e sarebbe una bellissima passeggiata lungo questo tratto del fiume se la riva non fosse invasa da erbacce e rifiuti. Appoggiate al bastione, la cui sommità, cioè la piazza superiore, è invasa da un boschetto spontaneo le cui radici rischiano di disgregare la possente struttura, ci sono delle casette con annesse baracche, non tutte abitate, eredità dell'ultimo dopoguerra. Qui vive una piccola comunità di famiglie che all'ombra della fortificazione coltiva orti e giardinetti. SI ENTRA dalla parte opposta, da via dell'Autiere, nella piazza bassa, passando per un massiccia poterna del '500 lunga una quindicina di metri. Sopra l'entrata c'è una targa in pietra che indica il numero dell'opera: NII 1843. Gli Austriaci erano noti per la loro precisione. Attraversato questo passaggio dalla volta semicircolare, sui cui lati si aprono delle specie di corte garritte, si arriva nello slargo interno. Ai lati della poterna ci sono ancora i due locali del corpo di guardia. La piazza bassa fu utilizzata in molti modi, come testimonia l'ingombrante quanto fatiscente baracca di legno sulla sinistra, ormai pericolante, e l'altrettanto vetusta struttura a destra, un'ex fattoria che servì anche come ricovero per i cavalli che facevano in servizio in Bra con le carrozzelle. Dietro a questa «casa colonica» ormai a pezzi s'intravede il muro austriaco, in opus poligonale, che andava a chiudere le postazioni di artiglieria del '500. SI SCENDE nella galleria di contromina passando da una porticina che si apre accanto al corpo di guardia di destra. Si scendono 25 scalini che a metà rampa curvano sulla sinistra, e ci si ritrova nel classico cunicolo alto circa un metro e 75 e largo un metro e mezzo. Scendendo, sul lato destro, si nota il muro medievale realizzato con i grossi sassi di fiume. Anche qui la storia si stratifica e s'intreccia con le vicende umane. Lungo queste scale scesero e salirono i veronesi che durante il secondo conflitto mondiale cercavano rifugio nella galleria di contromina, circostanza già riscontrata in molte altre parti dei sotterranei delle mura magistrali. Ma qui la permanenza era particolarmente disagiata a causa delle infiltrazioni dell'acqua dell'Adige che, in alcuni punti, creavano dei piccoli acquitrini IL TRATTO non è particolarmente lungo, una cinquantina di metri in tutto, ma con particolari interessanti, come il passaggio cieco che si trova verso il fondo sulla destra che, dopo un muro di controsoffio realizzato nella seconda guerra mondiale, portava a un'uscita di sicurezza, oggi chiusa. Anche il pavimento racconta qualcosa. Per diversi metri si deve camminare su grossi sassi. Non sono arrivati in epoca veneziana ma vennero portati qua sotto dagli ospiti temporanei della galleria negli anni della seconda guerra, per evitare di bagnarsi i piedi con l'acqua che risaliva dal fiume. La circostanza non doveva essere particolarmente comoda e fece scaturire anche qualche protesta scritta come si legge nell'articolo a fianco. LA VISITA di questa parte di bastione non è sempre possibile ma si può farne richiesta al gruppo di Protezione civile di Legambiente telefonando allo 045.8009686. Si tratta comunque di una visita parziale poichè la parte superiore del bastione di San Francesco, la piazza alta, è occupata da abitazioni e da una ditta, ormai non più, i cui titolari pagano un affitto al Demanio. Quest'area, perciò, è off limits ai visitatori e ai curiosi in genere. La questione del pagamento della concessione al Demanio è oggetto da lungo tempo di discussioni e probabilmente solo la definizione del federalismo demaniale potrà chiarire la regolarità di questi affitti che, comunque, vengono pagati da anni da chi abita e lavora in questo luogo carico di storia.Elena Cardinali

 

Palmanova. Sottoterra nella città stellata tra i misteri dell’antica fortezza

Da Il Piccolo di Trieste + 23 marzo 2012

Il cunicolo dove mi sto infilando, stretto come una tana di volpe, sicuramente non era previsto dagli ingegneri della Serenissima che, il 5 ottobre del 1593, posero la prima pietra di quella “fortezza reale di nove belloardi” che oggi conosciamo con il nome di Palmanova. Passo oltre la strettoia d’entrata strisciando fra ragnatele e ossa di piccoli di animali, mentre il fascio di luce elettrica del casco fora l’oscurità senza farmi vedere la fine del tunnel. Mi trovo nella cosiddetta Zona 9, a ovest di Porta Udine, oltre il rivellino di questa parte della cinta muraria di Plamanova, in un basso corridoio scavato su un piano elevato rispetto alla galleria di mina che porta alla lunetta napoleonica. Il sotterraneo dove mi sono ficcato non dovrebbe esserci. A differenza degli altri ipogei disposti a ragnatela lungo tutto il perimetro fortificato della città, nessuno ne conosceva l’esistenza. Finché gli speleologi della Commissione Grotte “E. Boegan” del Cai Alpina delle Giulie di Trieste, la più antica società speleologica del mondo, non l’hanno scovato seguendo il loro fiuto da segugi del sottosuolo. «Difficile capire a cosa servisse», mi dice affacciandosi al buco d’ingresso della galleria misteriosa Fabio Feresin, responsabile per la Boegan del Progetto Palmanova Sotterranea, varato nel febbraio scorso in accordo con il Comune palmarino con l’intento di realizzare la prima mappa ufficiale dei sotterranei della fortezza. Una carta non ufficiale - e forse più di una - esiste già: fu realizzata da Giovanni Vidale e Rodolfo Musuruana, allora adolescenti, che tra l’estate del 1970 e la primavera del ’71 si erano dati il compito di esplorare e mappare il reticolo di gallerie della città fortezza. Un’altra cartina disegnata a mano l’ha fornita Aldo Bobek, 75 anni, a lungo custode delle collezioni del Museo di guerra per la pace di Diego de Henriquez, e oggi presidente dell’associazione palmarina Pro Nuovo Museo. Ma un rilievo ufficiale, realizzato con tutti i crismi e soprattutto con le moderne tecnologie al laser, non c’è. E anzi non esistono nemmeno i piani di costruzione delle gallerie della cinta difensiva, sia per ovvie ragioni legate alla segretezza militare, sia perché i progetti dell’intera fortezza sono andati smarriti. Finora gli speleologi della Boegan hanno rilevato circa due chilometri di sotterranei sui quattro, e più, che si suppone compongano l’anima oscura dell’antico sistema difensivo di Palmanova. E per quanto le strutture fossero più o meno alla portata di chiunque, solo dopo i lavori di disboscamento e pulizia dei baluardi e dell’intera cinta ad opera della Protezione civile, è stato possibile liberare molti dei cinquanta accessi sotterranei nascosti dalla vegetazione. Portando alla luce qualche sorpresa, come il budello dal quale sto uscendo a fatica. «Dobbiamo ancora verificare - spiega Feresin mentre ci spostiamo verso un altro sotterraneo - se anche gli altri camminamenti delle lunette sono dotati di gallerie come questa a un livello superiore, la cui funzione è tutta da dimostrare».

Mentre camminiamo nel fossato mi rendo conto come non sia facile avere un quadro schematico del sistema difensivo di Palmanova, sopra e sotto. La città stellata appare come un frattale che moltiplica un’idea di fortezza intesa come macchina da guerra. La Serenissima concepì questo avamposto della cristianità contro i turchi e le mire arciducali austriache secondo schemi allora modernissimi. Due cerchi di protezione con cortine, baluardi, falsebraghe, fossato e rivellini a salvaguardia delle tre porte d’ingresso con il numero di bastioni, la lunghezza dei lati e l’inclinazione della mura stabiliti in funzione della gittata dei cannoni dell’epoca. Il risultato fu un ennagono con nove baluardi a punta di freccia, nove rivellini (fortificazioni a punta) e, nella terza cerchia più esterna, nove fortini anche questi a forma di punta di freccia detti lunette, aggiunti più tardi da Napoleone visto che i cannoni si erano evoluti in potenza e gittata. Nell’insieme quasi una figura cabalistica, la razionalità dei numeri al servizio della guerra. Ma qualcosa non quadra del tutto. Sottoterra si sviluppa un altro reticolo geometrico dove non mancano le sorprese.

La tipologia dei sotterranei di Palmanova in fondo è semplice: ci sono i camminamenti dei rivellini, sotto la cerchia di epoca veneta, a forma di tridente allargato, con una galleria centrale a fondo cieco in coincidenza con il vertice del rivellino. In caso di assedio questa poteva essere il punto di partenza per un ulteriore scavo con lo scopo di rompere l’accerchiamento o, se minata, poteva far saltare in aria eventuali opere degli attaccanti. Poi ci sono i camminamenti delle lunette, di epoca napoleonica, realizzati per proteggere i rinfozi diretti alla lunetta e un’eventuale ritirata da questa, con due scale che dal sottosuolo portano al piano superiore del fortino. Infine ci sono le condotte drenanti, passaggi più stretti, sempre ottocenteschi, che rappresentano un’integrazione a quel capolavoro di idraulica che fu alla base della costruzione di Palmanova.

Dopo una puntata nei cunicoli dell’antico acquedotto, un’altra nei camminamenti di una delle cinque lunette sulle nove rimaste integre, e una terza nella galleria cinquecentesca di un rivellino (dove sorprende trovare una volta a ogiva come quelle dei francesi ma costruita tre secoli dopo), con gli speleologi della Boegan raggiungo Porta Aquileia. Entriamo nelle gallerie che portano alla lunetta per effettuare il rilievo. Il pavimento lastricato e un canale di scolo sono un’ulteriore testimonianza della maestria architettonica di quel complesso sotterraneo definito dalle genti del Cinquecento “la corazza d’ogni fortezza”. Mentre avanzo nello stretto e basso passaggio sotterraneo ringraziando l’inventore del casco, chiunque egli sia, il rilevatore esperto del gruppo della Boegan, Augusto Diqual, tira fuori un apperecchio DistoX, dispostivo elettronico per il rilievo concepito apposta per gli speleologi. È composto da un telemetro laser e da una scheda d’espansione integrata con una bussola e un clinometro elettronici, più una connessione Bluetooth per la trasmissione senza fili dei dati acquisiti. «La bussola a tre assi - spiega Diqual - permette misure in qualsiasi direzione, con un orientamento qualsiasi dell’apparecchio e con la massima precisione». In pratica si può avere il disegno della cavità sullo schermo del palmare in tempo reale, man mano che si procede nell’esplorazione. «Ecco - interviene Feresin - questa parte dei sotterranei è più complessa, ci sono più diramazioni: sono le varianti a uno schema costruttivo altrimenti uguale».

Quando usciamo alla luce del sole c’è ancora il tempo per una visita alla sortita del bastione retrostante. È una galleria altissima e in pendenza, da dove era previsto uscissero i reparti a cavallo nel caso si dovesse tentare una sortita contro gli assedianti. La galleria è stata chiusa ed parzialmente ostruita da terra di riporto. Sorte, del resto, toccata anche ad altri sotterranei non completamente percorribili.

Secondo il sindaco di Palmanova, Francesco Martines, e con lui l’assessore all’Urbanistica Luca Piani, il progetto di esplorazione e rilievo dei sotterranei «avrà un profondo valore storico e scientifico, e servirà per la valorizzazione turistica dell’intera cinta: entro l’estate vorremmo aprire al pubblico almeno uno dei tratti sotterranei scoperti, e anzi già in aprile organizzeremo visite guidate nell’ambito della manifestazione Pasquetta sulle mura». D’altro canto una delle lunette, compreso il corridoio sotteraneo, è già stata restaurata e da tempo ospita il Museo Storico Militare. Ma l’obiettivo finale è il riconoscimento da parte dell’Unesco di Palmanova come patrimonio dell’umanità. L’iter è già partito e, dice Piani, «è a buon punto».di Pietro Spirito

 

Quattro progetti per forte Marghera «Si farà il bando»

Oggi il Consiglio comunale, con il voto sulla delibera che fissa i nuovi ambiti di sviluppo di San Giuliano, approva anche la nuova perimetrazione di forte Marghera, che comprenderà l’Isola delle Statue e i terreni attorno alla fortificazione.

Riflettori puntati intanto sul recupero e la gestione futura del forte. Rispetto alle 43 proposte di alcuni anni fa – quando la giunta Cacciari, con un bando, tentò la carta, poi fallita, del progetto di finanza – oggi si «riparte da zero», ha ribadito l’amministrazione Orsoni. Regia affidata alla giunta che ha già votato un atto di indirizzo e si prepara a definire le linee guida per l’utilizzo del forte con un lavoro di squadra tra assessorati. Ambiente, storia e cultura sono le funzioni che, con la definitiva approvazione del Pat – assicura l’assessore Micelli – vedranno anche tutele maggiori dal rischio cemento. E’ previsto infatti il dimezzamento degli indici di cubatura, richiesti da Municipalità e Consiglio comunale. E poi ci sono i vincoli della Soprintendenza.

Ora sono quattro le proposte di gestione e recupero di forte Marghera di cui si discute in città. Saranno tutte al centro, dal 28 marzo, delle audizioni della settima commissione consiliare. Due sono proposte di aziende private, con fondi a disposizione e volontà di edificare che rischia ora degli stop. Due le proposte che arrivano da movimenti e attuali gestori del forte, ma con scarsi fondi.

Impregilo. E’ il progetto della città dei bambini, operazione da 100 milioni di euro firmata Impregilo e società Eduka che puntava a realizzarla entro il 2015, per l’Expo. Cassato il project financing voluto da Cacciari, la cordata attende ora le scelte della giunta Orsoni ma pesa la contrarietà della città, con migliaia di firme raccolte contro il progetto. E l’atto di indirizzo della giunta Orsoni di poche settimane fa ha affermato, nella sostanza, che Impregilo non può accampare alcuna pretesa su quel percorso. Il progetto prevedeva botteghe e laboratori artigiani nelle ali napoleoniche; un museo diffuso con sei piazze tematiche con negozi, laboratori e una sezione staccata del museo di storia naturale. E una struttura alberghiera in più corpi.

Mib Ag. E’ il nome della società svizzero-tedesca che propone di dare spazio a botteghe di artigianato, uffici, gallerie d'arte, mostre e sale per conferenze, caffè, ristorante e un cinema recuperando 8 mila metri quadri. A nord, dietro l'ingresso, si prevede un albergo, su due piani, con 5 mila metri quadrati. Nell'ala esterna del forte, verso ovest, un complesso residenziale su due piani su 5.500 metri quadri. A nord invece si propongono abitazioni su 3.500 metri quadri. Le palazzine con giardini potrebbero ospitare un asilo, un negozio di generi alimentari; aree di esposizione nelle casematte del forte.

Marco Polo System. La società controllata dal Comune che in questi anni ha gestito il forte, curandone le aperture e organizzando i primi servizi, realizzando studi, andrà in commissione consiliare con un proprio progetto che coinvolge anche l’attività di ristorazione e attività culturali dell’associazione Controvento. «Noi pensiamo al forte come uno dei cardini, assieme a M9, della candidatura della città a capitale europea della cultura – dice Pierangelo Pettenò – L’Accademia di belle arti ci chiede spazio per creare qui le scenografie del Malibran. E’ un inizio importante. Con 50-100 mila euro si potrebbe già fare qualcosa, con 10 milioni si potrebbe renderlo utilizzabile in gran parte».

Decido anch’io. C’è poi la proposta del laboratorio partecipato cittadino di «Decido anch’io» che ha raccolto 300 cittadini e presentato le linee guida al Palaplip venerdì scorso. Recupero sostenibile senza edificazioni aggiuntive e recupero dell’esistente. Proposti un ostello, ristorazione, area museale e culturale, laboratori artigiani, di produzione culturale, sala e arena spettacoli, centri estivi, incubatore d’impresa per il terziario avanzato. E ancora un rifugio per gatti e un giardino botanico. Si chiede di declassare via forte Marghera per creare anche nuovi collegamenti tra forte e parco. Lo diceva già il piano Di Mambro. Costo indicato per la ristrutturazione di 22 mila metri quadri: cinque milioni di euro da reperire con fondi europei e azionariato popolare.

Verso un nuovo bando. «Daremo il quadro in cui i progetti di coloro che vogliono intervenire possono svilupparsi – spiega l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin – L’idea per ora è di un bando, ma vedremo quale sarà la soluzione migliore in tempi brevi. Il forte oggi attira l’interesse di molti. E’ un bel passo avanti rispetto a vent’anni fa, quando della tutela del campo trincerato di Mestre ci occupavamo solo noi e pochi altri volontari».

I rischi quali sono? «Temo un atteggiamento che veda solo il proprio obiettivo – precisa Bettin – Il forte è talmente grande che c’è posto per tutti. Niente antagonismo a priori, quindi, e poi è bene avere la giusta attenzione, ma le speculazioni sono alquanto difficili; si tratta di un’area monumentale così vincolata che ci vorrebbero una miriade di violazioni commesse dai più diversi enti. Impossibile».

Arrivano soldi. Cinquecento mila euro dai fondi regionali di legge speciale per l’Osellino andranno alla messa in sicurezza del forte. E’ la prima volta.

 

Nei segreti del bastione delle Maddalene

Da l'Arena.it - 19 marzo 2012

Una parte del massiccio bastione delle Maddalene vicino a Porta Vescovo FOTOSERVIZIO DIENNE

Oggi gli automobilisti che sfrecciano a tutta velocità lungo via Torbido lo degnano forse di un'occhiata distratta ma il bastione delle Maddalene, a due passi da Porta Vescovo, è uno straordinario esempio di architettura militare che racchiude in sè tre epoche storiche: il medioevo scaligero, con Antonio Della Scala che nel 1280 delimita con nuove fortificazioni l'ambito di Campo Marzio, la repubblica veneta che nel 1527 costruisce il bastione delle Maddalene con un intervento innovativo grazie a Francesco Maria Della Rovere, governatore dell'Armata veneta, e la ricostruzione austriaca del 1838-40 con l'ingegnere militare Franz Von Scholl. In questa visita ci accompagnano l'architetto Lino Vittorio Bozzetto, uno dei più grandi esperti a livello nazionale ed europeo di fortificazioni e architettura militare, Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere» e del testo sui sotterranei delle mura magistrali, l'architetto Silvia Maretti dello studio Policante che ha firmato il progetto per il futuro parco pubblico che sorgerà qui, e il geometra Giuseppe Bucchi responsabile del cantiere di Santa Marta. SI ENTRA nell'ex parcheggio della Santa Marta, ora chiuso per il cantiere per i restauri dell'ex caserma, della provianda e per la realizzazione di un nuovo edificio. Attraversato l'anonimo piazzale e dando le spalle alla caserma, arriviamo sul fronte di gola del bastione dove si nota la rampa di accesso interrata. Questo bastione, che prende il nome dalla vicinanza con l'ex convento delle Maddalene, spiega l'architetto Bozzetto, «rappresenta il prototipo della fortificazione bastionata. Nel 1500 i Veneziani costruivano le rondelle ma nel 1527, qui, realizzano il primo bastione pentagonale della storia. In passato il progetto era stato attribuito a Sanmicheli. In realtà fu costruito quattro anni prima che la Serenissima desse incarico al nostro grande architetto di realizzare le sue fortificazioni». È costituito da opere murarie e di terra, cioè mura e terrapieno con delle casematte d'artigieria nei fianchi mentre a livello superiore si trovano delle postazioni d'artiglieria a cielo aperto che verranno poi coperte dagli Austriaci. SI SCENDE dalla casamatta superiore di destra il cui accesso è un portale trilitico, cioè fatto con tre monoliti di pietra, «un modo copiato dall'antichità micenea», precisa Bozzetto. Ci troviamo in un ampio e bellissimo locale con i muri alti, in parte realizzati con l'ormai noto opus poligonale, e con il soffitto con le volte a botte a sezione conica. Un'ampia apertura sulla parete ci ricorda che qui era posizionato uno dei cannoni per il tiro di fiancheggiamento in senso parallelo alla cortina. Su una parte spiccano due nomi scavati nella pietra gallina, la pietra di Avesa, qui abbondantemente utilizzata, «Matteo» e «Davide». La data è il 1941. Perchè anche questo luogo, come molti altri che abbiamo già incontrato, fu usato come rifugio nella seconda guerra mondiale. PROCEDIAMO nella seconda casamatta gemella inferiore scendendo per 25 scalini. Sul soffitto un'elegante apertura semicircolare serviva a smaltire i fumi delle cannonate. Questa parte del bastione, danneggiato dai bombardamenti dell'ultima guerra, venne restaurato su progetto dello scomparso architetto Luciano Giavoni. Passando dalla poterna, il passaggio tra i due fianchi del bastione, si nota l'accesso alle polveriere gemelle, che servivano da deposito per la polvere nera da sparo. In ogni locale ne venivano depositati 70 quintali. Sul soffitto sono appese vecchissime lampade risalenti forse alla prima guerra mondiale. Entriamo in un ampio vestibolo dotato di prese d'aria. C'è anche un doccione, un'elegante canaletta che drena l'acqua dal tetto della polveriera e la scarica in una bacinella di pietra. Proseguiamo ed entriamo nella casamatta di sinistra, la cui volta è parzialmente lesionata ma che nulla toglie al fascino di questi austeri locali rimasti intatti da cinque secoli. LA GALLERIA di contromina, cioè quel cunicolo scavato dai soldati minatori nel XVI secolo per scoprire se eventuali assalitori stessero a loro volta scavando gallerie per far saltare le torri difensive, è l'ultima parte di questa visita e va fatta con le torce elettriche perchè non c'è illuminazione. Va detto che questa è la prima costruita a Verona, precisa l'architetto Bozzetto, «prima ancora di quelle progettate da Sanmicheli il quale si ispirerà proprio a questa». Il percorso è in discesa: siamo in cunicolo largo un metro e mezzo e alto circa uno e 70. Ad un certo punto ci si deve abbassare perchè c'è un abbssamento del soffitto. Il muro qui è spesso sei metri e si notano gli sfiatatoi inclinati laterali (unici nel loro genere perchè altrove sono posti sul soffitto) per il ricambio d'aria. Percorsi 150 metri ci troviamo a un punto cieco. Da qui si torna indietro e si ripercorre la galleria fino all'uscita, dove campeggia la scritta NXXIV, la ventiquattresima opera.7-continua Elena Cardinali

 

Alghero e la guerra mondiale: manifestazioni

Da l'Alghero.it - 19 marzo 2012

ALGHERO - I fortini costruiti nel territorio algherese tra la I e II Guerra Mondiale sono l'oggetto di uno studio pubblicato nel libro dal titolo "1943 Fortini a Porto Conte".

La ricerca è il risultato di un impegno corale da parte del gruppo Ass.Fort - Associazione per lo studio delle fortificazioni costiere della Sardegna - e dal Circolo Numismatico del Modellismo e Collezionismo Algherese e il Parco di Porto Conte. Alla presentazione del libro seguirà una mostra di Militaria con uniformi, armi, documenti, diorami, cimeli, cartoline, riviste e oggettistica militare.

Farà contorno a questi due eventi il 1° Raduno Internazionale di Mezzi Militari Storici che vedrà per la prima volta in Sardegna 25 equipaggi provenienti da tutta Italia che sfileranno ad Alghero e Villanova Monteleone.

La manifestazione è promossa dal circolo algherese, in collaborazione con il Parco di Porto Conte, la Fondazione Meta, la Banca di Sassari e da alcune aziende private del territorio.

 

 

Michele Sanmicheli genio delle fortificazioni

È stato presentato ieri a palazzo Belgrado, a Udine, il triduo di incontri denominati Giornate di studi sanmicheliani (Securitas veneta e architettura fortificata sanmicheliana: conoscenza, restauro, valorizzazione e recupero. Michiel da San Michiel circa il fortificar la Città di Udine e altri luoghi della Patria del Friuli). Si terranno giovedì 22, venerdì 23 e sabato 24 marzo e coinvolgeranno Udine, Gradisca d’Isonzo, Colloredo di Monte Albano e Osoppo. Dopo l’intervento introduttivo dell’assessore provinciale Elena Lizzi, si sono succeduti i contributi dei relatori per illustrare nel dettaglio l’iniziativa che intende contribuire a far luce sulla figura dell’architetto e intendente d’arte ossidionale Michele Sanmicheli, il quale tra XV e XVI secolo si occupò, tra l’altro, del sistema fortificato friulano. Il tema riveste oggi particolare interesse, in quanto al centro di una serie di attività di ricerca, cui si ascrive quella attivata dal Marco Polo System g.e.i.e., mediante la collaborazione del Consorzio per la salvaguardia dei castelli storici del Friuli Venezia Giulia, di concerto con istituzioni scientifiche nazionali, quali: l’Unità colore e luce dello Iuav di Venezia e il Corso di laurea in architettura di Udine. Hanno aderito a vario titolo la Regione Friuli Venezia Giulia, la Regione Veneto, i Comuni di Udine, di Colloredo di Monte Albano, di Osoppo, di Gradisca di Isonzo, il Consorzio della Comunità Collinare del Friuli, la Fondazione Crup e la delegazione degli Ordini Dinastici di Casa Savoia.

 

Segreti della fortezza di Pietole

La fortezza di Pietole, domani pomeriggio al circolo La Rovere ne parlerà Francesco Rondelli Domani alle 18 al circolo La Rovere, palazzo Magnaguti, via Giulio Romano 22, prosegue con Francesco Rondelli il ciclo "L'immagine dei luoghi. Studi, tesi, progetti. La storia, il presente e il futuro di Mantova e del suo territorio tra arte, costume, società, architettura, urbanistica e tecnologia", promosso dalla Società per il Palazzo Ducale (patrocinio del Comune, collabora La Rovere). Tema: "Nei meandri di una fortezza: storia e segreti del forte di Pietole". Sarà un viaggio alla scoperta di un'opera fortificata, tanto vicina quanto poco conosciuta. Struttura vasta e complessa, fatta di ampi spazi aperti, grandi ambienti voltati e cunicoli angusti. Con cartografie e ricostruzioni, sarà analizzata la struttura disposta su molteplici livelli difensivi, ripercorrendone la storia, in due secoli tra francesi, austriaci ed italiani. L'incontro è aperto a tutti. (rda)

 

La rondella delle Boccare, gioiello militare

Da l'Arena - 11 marzo 2012 2012
 
Lo spettacolare colpo d'occhio dell'interno della rondella delle Boccare 

Un gioiello architettonico unico nel suo genere. La rondella delle Boccare è un luogo singolare della cinta magistrale di Verona, una formidabile realizzazione architettonica del XVI secolo: l'ampia casamatta a corona circolare ha il diametro di 35,49 metri; al suo centro, una colonna cilindrica, del diametro di 8,70 metri, sostiene la volta anulare su cui si aprono quattro ampie aperture ovali, le «boccare». Ma prima di entrarvi bisogna fare un singolare percorso entrando dentro una scuola. L'ACCESSO alla rondella delle Boccare è dall'istituto tecnico «Marco Polo», la cui entrata principale è in via Moschini, a due passi da Santo Stefano, nell'edificio che fino ai primi anni Sessanta ospitò la Maternità. I visitatori, di solito però, entrano dal retro, da vicolo Coeli, dopo aver preso accordi con il dirigente scolastico. Ad accompagnarci in questo giro ci sono l'architetto paesaggista Alberto Ballestriero, autore con l'architetto Lino Vittorio Bozzetto del progetto per un percorso del benessere del Terraglio, Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere» e del testo sui sotterranei delle mura magistrali, e le volontarie di Legambiente Stefania Leoni e Silvia Pernechele che qui, insieme ad un gruppo di volontari, nel 2004 lavorarono per settimane per ripulire questa parte delle mura da erbacce, piante selvatiche di ogni sorta, rifiuti e resti d'insediamenti abusivi. SI PASSA sul retro della scuola attraverso un tracciato erboso, ammirando sulla destra il terraglio, cioè il muro di rinforzo in terra realizzato dai Veneziani, appoggiato al muro scaligero. Prima di entrare nella rondella andiamo a vedere la parte superiore, attraversando un'artigianale pista di atletica lunga un centinaio di metri parallela al muro scaligero. Si arriva così sul tetto della rondella, invasa dalle sterpaglie (ma qui i volontari trovarono un boschetto che copriva anche la parte superiore delle mura) che andrebbero nuovamente eliminate. proseguendo si potrebbe arrivare alla breccia della Madonna del terraglio, attualmente coperta dalla vegetazione. Ci accontentiamo di ammirare la banchetta dei fucilieri nella parte alta del muro circolare che segue la curva della rondella. TORNIAMO di sotto ed entriamo nella gigantesca casamatta realizzata tra 1522 e 1525 dalla Serenissima. «È la più bella rondella di Verona», fa presente Carlo Furlan ricordando che quando Napoleone, nell'800, iniziò la sua opera di demolizione di parte delle fortificazioni veronesi, suscitò la fiera protesta della nobiltà veronese che si oppose duramente alla distruzione della rondella delle Boccare. E Napoleone tornò sulle sue decisioni. Entrando si resta impressionati dallo spazio e dai giochi volumetrici di questa rondella nata per ospitare cannoni per il tiro defilato, cioè parallelo al muro, e postazioni di fucileria. Lo scopo delle «boccare» sul soffitto era di far defluire i fumi delle cannonate. L'AUTORE di questo capolavoro è sconosciuto. Lo stesso Maffei, nel XVIII secolo, si dispiace «di non poter attribuire a nessuno l'opera». Certamente si trattava di un classicista, dicono gli esperti che ipotizzano nomi come Michele Leoni o Teodoro Trivulzio. Ma non è stato trovato nessun documento che possa far risalire al geniale progettista. L'alto soffitto con le volte a botte, su cui si aprono le «boccare», è in perfetta armonia con la parte centrale, la massiccia colonna che fa assomigliare l'interno della casamatta a un gigantesco fungo dove, tra l'altro, c'è un'ottima acustica. Tanto che questo luogo è già stato utilizzato per rappresentazioni teatrali. Sul soffitto, infine, si notano ancora i ganci che servivano per il movimento dei cannoni. NEL 1943 la rondella delle Boccare venne utilizzata come ospedale sotterraneo per salvare i pazienti dai bombardamenti assicurando loro una continuità assistenziale. Grazie ai dieci metri di spessore delle mura della rondella, fu possibile scavarvi una galleria che segue l'intero perimetro della rondella. Sui muri vennero infilate delle staffe per potervi appoggiare sopra le barelle con i malati, e in particolare le donne in procinto di partorire. Le staffe sono ancora visibili percorrendo la galleria sulle cui pareti si vedono ancora scritte originali dell'epoca «Non Fumare» e «Acqua potabile». Ad un certo punto si passa davanti a un localetto dove si vede ancora un forno. Più avanti si arriva ad un locale dove vennero realizzati i gabinetti. Ancora oltre si rasenta un muro di controsoffio e si accede ad un altro tratto di galleria che porta verso un'uscita di sicurezza. Sulla parete la scritta «Pericoloso sostare». ACCANTO all'entrata della rondella si trova la cosiddetta polveriera di pace, un deposito di polveri da sparo. Per tenerla asciutta gli Austriaci realizzarono intorno al muro un'intercapedine ancora visibile. L'interno è ancora in fase di sistemazione. Per visitare il monumento bisogna contattare l'istituto «Marco Polo» allo 045.8340752 e indicando in quanti si è chi guiderà il gruppo. I volontari di Legambiente possono collaborare per favorire le visite. Elena Cardinali

 

Viaggio nella fortezza sotterranea

Da il Messaggero Veneto - 5 marzo 2012

Palmanova non è solo un “impianto urbanistico” affascinante, conosciuto in tutto il mondo per la sua forma di stella nove punte. È anche una macchina perfetta, dove ciascuna componente ha la sua funzione. La rinnovata attenzione per i camminamenti sotterranei porta con sé una migliore conoscenza della complessità strutturale di una fortezza dove ogni elemento era calcolato in funzione della città e dei suoi soldati. Percorsi sotterranei compresi. L’architetto Luciano Di Sopra spiega che le gallerie si chiamano “mine” e venivano predisposte dal corpo militare dei “minatori” per migliorare la difesa o contrastare l’assedio.

Una cinta a prova di gallerie. «La prima delle tre cinte murarie – spiega l’urbanista - era stata concepita “a prova di mine”. Per i nemici era impossibile effettuare uno scavo sotterraneo e raggiungere la base dei baluardi e delle cortine per farvi brillare dell’esplosivo. Le opere murarie infatti spiccavano in elevazione a partire da 7 metri sotto il piano di campagna e quindi interagivano sia col livello della falda freatica e sia con l’acqua presente nella fossa. Ogni scavo era pertanto interdetto da un inevitabile allagamento». Le altre cinte murarie sono invece percorse da tre diverse tipologie di opere sotterranee.

I camminamenti dei rivellini. Si trovano sotto la cerchia di età veneta. Tre dei nove rivellini sono stati sventrati quando si sono create le tre strade rettilinee di accesso alla fortezza. Spiega Di Sopra che gli altri sei, in coincidenza del loro asse centrale, sono dotati di una “mina” a fondo cieco, che ha origine dalla zona protetta del fossato, si apre nel relativo muro di controscarpa e si sviluppa verso l’esterno fino a raggiungere una posizione corrispondente alla punta del manufatto. «Quasi certamente queste “mine” erano predisposte per agevolare l’opera dei minatori nel proseguire successivamente lo scavo verso l’esterno per minare con l’esplosivo eventuali opere degli attaccanti o per sorprenderli alle spalle».

I camminamenti delle lunette. Servono per proteggere i rinforzi diretti alla lunetta napoleonica e l’eventuale ritirata dalla stessa. «Ogni camminamento parte dalla strada coperta del fossato e raggiunge la lunetta a livello sotterraneo, concludendosi con due rampe laterali di scale che raggiungono la caponiera del primo piano. Questa postazione per i fucilieri è collegata con la caponiera posta al piano terra tramite una scala in legno retrattile. In tal modo la lunetta poteva essere alimentata di nuove forze che si spostavano da e per la fortezza attraverso collegamenti sotterranei del tutto protetti. Nel caso in cui gli attaccanti fossero riusciti a entrare nella caponiera del piano terra, i difensori avrebbero potuto ritirare la scala, isolarsi nella postazione superiore, scendere nel sottosuolo e ritirarsi in fortezza. Nella fase di ritiro avrebbero potuto anche minare l’intera postazione».

Le condotte drenanti. Sono percorsi di piccole dimensioni nella cerchia di età napoleonica. Di Sopra: «Essi fanno parte del sapiente sistema di gestione delle acque meteoriche interessanti la vasta superficie degli spalti. Ognuno dei nove sottosistemi fortificati presenta andamenti altimetrici configurati in modo che le acque meteoriche scorrano in superficie sgrondando dalle posizioni centrali verso l’esterno, in modo analogo a un ombrello. Le acque vengono così convogliate fino ai limiti esterni delle fortificazioni. Da qui, anziché continuare a procedere verso la campagna esterna, convergono verso le parti più basse del fossato di ciascuna lunetta e vengono convogliate in una condotta sotterranea che le riporta verso il centro della fortezza».di Monica Del Mondo

 

Riprendono dal 18 marzo le visite a Forte Tron

MARGHERA Con il ritorno della bella stagione e i primi caldi, per il terzo anno consecutivo riapre alla visite guidate la preziosa area storica e naturalistica di Forte Tron a Marghera, zona restituita agli abitanti nel 2010 dopo alcuni anni di abbandono e bonifica. A partire da metà marzo e fino a tutto ottobre, l’oasi di Forte Tron sarà aperta per le visite una domenica al mese, con apertura cancelli e disponibilità di utilizzo dell’area esterna per l’intera giornata dalle 10 alle 18 e tre visite guidate all’interno del forte, una alla mattina alle 11 e due al pomeriggio alle 15 e alle 16. L’area di Forte Tron è inserita nel campo trincerato di Mestre, una serie di fortificazioni militari ottocentesche disposte a raggiera attorno ad un nucleo di grande valore strategico, cioè Venezia, il suo porto ed il suo importante arsenale militare. La costruzione di Forte Tron iniziò nel 1887 per terminare nel 1890. In seguito, nel 1910-11 il forte fu ristrutturato per adeguarlo alle mutate concezioni difensive, dotandolo di un nuovo armamento. Tuttavia, fin dalle prime esperienze belliche, esso fu giudicato superato e privo di effettiva importanza militare e fu in seguito declassato a deposito di armi e munizioni, fino ad una ventina di anni fa, quando, per gli alti costi di manutenzione, venne abbandonato al degrado. In seguito venne lentamente ad assumere l'attuale fisionomia, caratterizzata da una fitta vegetazione interna, grazie alla quale dal giugno 1996 Forte Tron viene inserito nelle Oasi di protezione della fauna selvatica della Provincia di Venezia. Dalla primavera del 2010, dopo alcuni anni di chiusura per opere di bonifica, finalmente il Forte è stato riaperto alla cittadinanza grazie all’intervento della Cooperativa Limosa, che gestisce l'area per conto del Comune di Venezia. Oltre alle visite guidate tematiche (che partiranno il 18 marzo), la cooperativa organizza laboratori naturalistici per le scuole e per gruppi di ragazzi organizzati, attività estive per minori e manifestazioni culturali che hanno restituito alla cittadinanza il pieno uso di un’importante area storica. (ma.to.)

 

Radar NATO con licenza di uccidere

Da dioni.altervista.org  marzo 2012

Radar a militare, parco nazionale del Gargano.

“Aiutateci a non morire. Siamo assediati da un nemico invisibile e silenzioso: un super radar militare che uccide lentamente con i suoi impulsi a microonde”. Mentre l’Aeronautica si trincera dietro il segreto militare, Giovannella Maggini Mazzarella, insegnante in pensione, ha raccolto le prove del disastro.

Una vicenda che un membro della New York Academy of Sciences, Gianfranco Valsè Pantellini, ha definito “la strage degli innocenti”. I radar militari operano in deroga alle normative di protezione sanitaria ed ambientale, nonostante i rapporti scientifici dell’Istituto Superiore di Sanità che 30 anni fa segnalavano i pericoli.

Uno studioso italiano, il dottor Franco Sarto, già nel 1978 aveva documentato danni al Dna, esaminando il caso di numero radaristi militari. Tant’è che il Ministero della Difesa da allora ha inibito al medico di proseguire le sue ricerche cliniche.

Radar Potenza Picena

Sos Marche – La provincia di Macerata, in particolare Potenza Picena, registra un macabro primato italiano: un numero record di tumori, morbo di Crohn, ictus, cardiopatie ischemiche, suicidi, interruzioni di gravidanza, sterilità maschile, nascita di bambini con patologie congenite, convulsioni senza febbre, sclerosi, cataratte e disturbi psicosomatici. Nel 1982 la Circolare 69 del Ministero della Sanità avverte che «quelle dei radar sono le sorgenti elettromagnetiche più pericolose per l’organismo umano». In barba al principio di precauzione, lo Stato non prende alcuna contromisura. «Il numero dei radar attualmente impiegati è elevato ed in continuo aumento» prosegue il documento ministeriale «Non sono disponibili dati precisi, perché segreti, sui radar militari, ma è nota la continua richiesta di sempre nuovi e più sofisticati dispositivi di questo tipo». Quella marchigiana è una storia dimenticata per anni sulle scrivanie dei Ministeri della Sanità, dell’Ambiente, della Difesa, del Tesoro e delle Finanze, del Presidente della Repubblica, della Magistratura, dei Carabinieri, dell’Enea, dell’Ispesl, del Parlamento Europeo, della Prefettura, dell’Autorità Sanitaria Locale e perfino di onorevoli e governanti Verdi (Pecoraro Scanio).

Lo studio – La signora Mazzarella ha riunito anni di indagini, ricerche, dati, relazioni, denunce, lettere. La sua battaglia per il diritto alla salute comincia nel 1986, quando muore il marito per un tumore al cervelletto. Nell’87 l’Aviazione di Stato potenzia l’impianto radar presente nel territorio comunale (vincolato paesaggisticamente dal 1983). Si installa un ‘Argos 10’, sostituito nel ’99 da un dispositivo automatizzato dell’Alenia ancora più potente. Le accresciute dosi di radiofrequenza e microonde si avvertono subito: cancelli radiocomandati che si aprono e si chiudono da soli, televisori impazziti, computer e apparecchiature elettroniche in tilt, radio e impianti stereo che si accendono autonomamente, stimolatori cardiaci che si bloccano, frutta che non matura, conigli che non prolificano, neonati colpiti da palatoschisi e labbro leporino, anomali incidenti stradali. La Rai comunica che «Le interferenze sono dovute alla presenza, a poca distanza dalle abitazioni di impianti radar aventi caratteristiche tali che l’impianto ricevente di utente esce dalle condizioni di normale funzionamento». Anche l’Amministrazione delle Poste e Telecomunicazioni imputa alla postazione Nato, la causa degli inconvenienti: «Gli accertamenti tecnici hanno evidenziato l’esistenza di interferenze ai servizi di radiodiffusione dovute alle emissioni radar prodotte dalla locale base dell’Aeronautica Militare».

Il 2 febbraio 1990 si costituisce l’Ader (Associazione per la difesa dalle emissioni radar) che inizia a dar battaglia all’Arma Azzurra per conoscere i dati operativi e valutarne l’impatto sulla salute umana. Ma il segreto militare è una barriera impenetrabile. L’Ader ostacolata dall’amministrazione comunale e dall’ente pubblico Regione Marche, non potendo studiare le cause, analizza gli effetti di quei campi elettromagnetici. E riscontra un aumento sospetto di tumori e disturbi su persone, animali e piante. I cittadini si rivolgono pure all’Istituto Superiore di Sanità che si defila senza spiegazioni.

Stato latitante – Le istituzioni balbettano: Ministri e Sottosegretari dicono “che è tutto sotto controllo”. Ma la gente continua ad ammalarsi e a morire. Tutti si arrendono tranne la signora Giovannella. Lei ha raccolto età, professione, abitazione delle vittime, riportando caso per caso su una mappa topografica. Operazione che ha ripetuto per ogni patologia. Migliaia di fogli segnati con cerchietti rossi: tumori, aborti, suicidi, cataratte. E ogni disegno corrisponde a un nome: un bambino, una mamma, un papà. Andrea, Lucia, Alberto, Giuseppe, Enrica. Un piccolo nato con una malformazione; un altro con gravi complicazioni all’intestino. Centinaia di casi all’anno – su 14 mila residenti – che dovrebbero far riflettere. L’anziana donna si mette alle ricerca di tutti quei cittadini che hanno cercato le cure e sono morti a Bologna, Genova, Milano, Roma, Lione. Ottiene i certificati necroscopici e scopre che il suo paese ha sui decessi per tumore una percentuale del 36 per cento – confermata dall’Istituto Centrale di Statistica e dall’Università di Ancona – superiore di 9 punti al trend nazionale.

Alle indagini sul campo si affiancano i sostegni scientifici dell’Università di Camerino. Roberto Monti, primo ricercatore del Cnr di Bologna attesta che «certi casi si spiegano con l’abnorme intensità dei campi elettromagnetici presenti nella zona». L’Ader chiede un monitoraggio epidemiologico e sporge denuncia alla Procura della Repubblica di Macerata per “strage continuata”, ma i giudici archiviano in un baleno. L’11 febbraio 1999 il Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi certifica che «Non è possibile delocalizzare il radar di Potenza Picena perché manca una normativa di supporto. Si tratta di una zona di inquinamento elettromagnetico non regolata dalla normativa». Infatti, sia il decreto 381 del ’98 (regolamento recante norme per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana) sia la legge quadro sull’elettrosmog (numero 36 del 22 febbraio 2001) non si applicano ai radar civili e militari.

Stivale a rischio – Col pretesto del segreto bellico, il Ministero della Difesa – supino ai voleri dell’Alleanza atlantica – procede con nuove e pericolose postazioni a tutto spiano, incurante della salute collettiva. A Marsala in provincia di Trapani il radar dell’Aeronautica dista 200 metri dalle abitazioni; a San Giovanni Teatino, nel territorio di Chieti, appena 40. Su Monte Filau, lungo la costa sud occidentale della Sardegna nell’agro di Domus de Maria, lo Stato ha installato un radar tridimensionale nonostante il diniego della Regione; a Cagliari l’impianto Tlc della Marina opera sul centro abitato alla stregua delle strutture gemelle di Sassari, Olmedo, Monte Limbara e Tavolara. Infine il governo Usa si accinge ad installare illegalmente potenti radar in Sicilia, dopo aver ricoperto abusivamente l’intero Stivale. In Europa si registrano attualmente valori di campo elettromagnetico da «un milione a un miliardo di volte più alti che nel 1950», documenta l’Organizzazione mondiale della sanità. «Colpisce il silenzio attorno a questo tema e la mancanza di una normativa europea ed italiana che preservi la salute dell’essere umano e protegga l’ambiente – denuncia Greenpeace – fornendo limiti di esposizione e distanze di rispetto da queste fonti di inquinamento».

Stellette nel Belpaese - A Potenza Picena, nel 1956, lo Stato italiano impianta un sensore General Electric ‘Anf-Ps8′. Sei anni prima si era materializzato a Ferrara il primo radar (di fabbricazione canadese). L’antica Montesanto diventa Bracco: un anello della nascente catena difensiva che salda il vuoto tra la postazione ferrarese e quella di San Giovanni Teatino (CH). Radar Potenza Picena.

Radar Nato.

Nel 1962 la difesa aerea della penisola italiana viene integrata in quella Nato, entrando a far parte del Nadge (Nato Air Defence Ground Envinronment), l’ombrello statunitense che si protende dalla Norvegia alla Turchia. Il sistema ‘Argos 10’ della Selenia – oggi Alenia – Marconi Systems (azienda Finmeccanica, ovvero dello Stato in joint-venture con la britannica Gec) – viene configurato nel 1987. Quel radar aveva un’antenna che girava 5 volte al minuto, con l’emissione di un fascio elettromagnetico ottimizzato per la scoperta alle alte quote (fino a 70 mila piedi), anche se poteva intercettare bersagli mobili al di sotto dei 2 mila. Il circuito radar dell’Alleanza atlantica utilizza i segnali che arrivano da Potenza Picena, inseriti nel sistema di controllo dei due Roc (centri operativi di regione) di monte Venda e Martina Franca. Nel 1999 il sistema ‘Rat-3lSl’ dà il cambio all’‘Argos 10′. E’ un impianto che funziona automaticamente, i cui segnali arrivano al Cofa (Centro operativo del comando della Forza Armata) in un bunker a Poggio Renatico (Ferrara). Il ‘Rat-3lSl’ ha una portata di oltre 300 miglia nautiche (circa 600 chilometri), capace di intercettare oggetti volanti oltre 100 mila piedi (una trentina di chilometri)  Distingue un piccolo deltaplano di plastica su Belgrado, e se su tale deltaplano il pilota ha un bottone di metallo o un orologio al polso o una carta di credito in tasca è già scoperto. Densità di energia elettromagnetica? ‘Top secret‘ dichiara il Ministero della Difesa. Il potentissimo radar di guida (attacco e difesa) – in contatto con satelliti, aerei-spia (U-2, Awacs) e bireattori Prowler – è in grado di concentrare gli impulsi intorno al bersaglio, ed intercettare le emissioni radar avversarie, disturbandole con contromisure elettroniche. Ufficialmente nell’ex giardino d’Europa i siti radar più pericolosi assommano ad una trentina, tutti collegati tra di loro. La base Imaz, in provincia di Taranto, è uno dei centri nevralgici delle rete di comando e controllo della Nato. Le sue antenne ascoltano, commutano e rilanciano tutte le informazioni che passano per le linee collegate con i comando dell’Alleanza atlantica nel Mediterraneo. Imaz coordina anche la difesa radar di Jacotenente (nel cuore del parco nazionale del Gargano), Licola (Napoli) e Siracusa che svolgono compiti di avvistamento e guidacaccia nei cieli meridionali. Il governo italiano viola leggi e normative a protezione della vita e non risponde alle interrogazioni parlamentari. Come per gli esperimenti segreti delle scie chimiche, la popolazione è mera carne da macello. Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.com/2012/03/radar-nato-con-licenza-di-uccidere.html

 

Dalla grande guerra al turismo

 ROVERETO. Solo il turismo scolastico, legato alla Grande guerra, potrebbe portare in Trentino 30 milioni di fatturato l’anno. Questo il dato calcolato da Trentino Marketing sulle opportunità che il centenario del primo conflitto mondiale potrebbe portare in provincia. «Dobbiamo creare percorsi escursionistici e pacchetti, rivolgersi ai giovani e ai nativi digitali utilizzando bene le nuove tecnologie e il web, ma soprattutto puntare sulle scuole» ha detto Paolo Manfrini, direttore di trentino Marketing durante il Forum “Verso il centenario della Grande guerra”. Mirando a coinvolgere, nelle gite scolastiche, i ragazzi delle terze medie si potrebbero portare in Trentino 8.000 classi nuove per 5 anni, «raggiungere - ha detto Manfrini - le 600 mila presenze l’anno. Con un soggiorno medio di tre giorni si potrebbe arrivare ai 30 milioni di fatturato l’anno».
 «Occorre creare offerte preconfezionate - gli ha fatto eco Stefano Landi - e creare cataloghi dei luoghi fruibili in base a tempi e distanze». Ma al Forum - organizzato da Provincia, Museo storico del Trentino, Museo della guerra di Rovereto e da Trentino Marketing - non si è parlato solo delle opportunità turistiche del centenario. L’occasione è stata preziosa per fare il punto sulla situazione del patrimonio storico. «Dal 2000 si lavora per la rivalorizzazione - ha detto il soprintendente Sandro Flaim - con il progetto Grande guerra è stato recuperato il forte di Cadine, si lavora ai progetti pilota di restauro dei forti di Pozzacchio, Dossaccio, S.Rocco, S.Biagio e Tenna, si sono censite e catalogate centinaia di opere campali, i monumenti ai caduti, i cimiteri e i casini di bersaglio». Molte sono state sistemate e il lavoro continua.
 Al forum presentato il portale www.trentinograndeguerra.it, e Lorenzo Barater, coordinatore del progetto, ha mostrato il nuovo logo: la scritta rossa su sfondo bianco “Trentino’14-’18 dalla guerra alla pace” in tre lingue e una grande “S” che disegna quello che un tempo era il fronte del primo conflitto mondiale. «Uno slogan - ha spiegato l’assessore Panizza - che ci ricorda che oggi sui luoghi dove un tempo si è combattuto dobbiamo costruire iniziative di pace, collaborazioni con le altre regioni e riflessioni da lasciare alla nuove generazioni, per privilegiare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide»

 

La Wehrmacht costruì il bunker, oggi è un teatro

Da l'Arena 20 febbraio 2012
 
L'architetto Olivieri dentro al bunker tedesco realizzato nel '44

I soldati tedeschi capirono subito l'importanza di sfruttare un luogo strategico come le fortificazioni nella mura magistrali per installarvi le loro basi. Del resto l'avevano capito anche i veronesi che in tempo di guerra fecero dei sotterranei delle mura magistrali i loro ripari dalle bombe. Nel 1944 i Tedeschi trasformarono in breve tempo la poterna di sinistra del bastione di Santo Spirito, cioè l'ampia galleria ce collega l'interno della piazzaforte con le opere poste a livello del vallo, in un solido ma anche comodo bunker. Concessioni all'estetica nessuna. Con una brutta colata di cemento si coprì la storica struttura salvandone, per fortuna, alcune aprti interne che ancora danno l'idea dell'originale architettura. Dentro diverse sale, molto ampie, accoglievano postazioni per le comunicazioni e spazi per i soldati che qui si sottraevano alla furia dei bombardamenti. Lungo i muri si notano ancora i segni e i buchi dove erano sistemati i cavi degli impianti elettrici. C'erano anche dei rudimentali ma efficienti servizi igienici realizzati in un soppalco di cemento. Oggi l'ex bunker tedesco, diventato dopo l'abbandono delle mura un ricettacolo di vagabondi che lo avevano riempito di materassi, stracci e rifiuti di ogni genere e ripulito nel 2006 dall'opera paziente dei volontari di Legambiente che hanno portato via camion di immondizie, è diventato sede di attività culturali e di iniziative teatrali nel periodo estivo.

 

Nelle gallerie di contromina di Porta Palio

Da l'Arena - 20 febbraio 2012

L'ingresso di Porta Palio da dove comincia la visita nei sotterranei. Da questa porta si accede ai due tratti galleria di contromina di Porta Palio. Uno scorcio della galleria con il muro rifatto dagli Austriaci. Da qui l'accesso al vallo. Il tubo fognario da scavalcare. In un tratto di galleria il soffitto è rimasto lesionato.

Porta Palio è l'ultimo capolavoro di Michele Sanmicheli, non ancora terminato alla sua morte, nel 1559. Ma se il monumento fa parte integrante del paesaggio urbano, con la sua imponenza e la sua sobria eleganza, i suoi sotterranei sono altrettanto affascinanti. Li percorriamo accompagnati da Carlo Furlan, coordinatore della collana «Un parco da vivere», con l'architetto Franco Olivieri autore del progetto di recupero di Porta Palio, a parte alcune parti per le quali lavorò l'architetto Luciano Giavoni alla cui memoria oggi è intitolata una sala di Porta Palio, e con Giulio Segato, presidente della Società Mutuo Soccorso di Porta Palio.
Scendiamo nella galleria di contromina, cioè in quel tunnel sotterraneo scavato nel 1530, in epoca sanmicheliana, e poi allargato dagli Austriaci nel 1830, che aveva una precisa funzione di difesa, come spiega Carlo Furlan: «Nel 1500 la scoperta della polvere da sparo genera la cosiddetta guerra di mina. Si tratta di uno scavo fin sotto la fortificazione dove i soldatori-minatori realizzavano una grande cavità che riempivano di esplosivo e che poi, grazie a una lunga miccia, facevano saltare per far crollare la fortificazione soprastante. Per ostacolare la realizzazione di queste gallerie di mina i difensori dovevano scendere a loro volta nel sottosuolo e costruire gallerie di contromina che servivano come punto d'ascolto, per captare eventuali presenze di "minatori" nemici intenti a scavare o correnti d'aria che indicavano lo scavo già fatto, e prendere, quindi, le opportune contromisure».
Le gallerie di contromina vengono realizzate da Sanmicheli contemporaneamente ai bastioni e avranno utilizzo solo nel XVI secolo, quando le gittate dei cannoni erano relativamente corte. Già nell'800 queste realizzazioni risulteranno obsolete ma saranno utilissime durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo.
Scendendo sotto Porta Palio, la prima parte di galleria di contromina a sinistra, percorribile per circa 150 metri, è alta due metri e larga un metro e venti. Questo tratto segue il tracciato del 1300. Il muro, in sassi e mattoni, è quello del 1500. «Sono ancora visibili le bocchette nel muro utilizzate per l'illuminazione», spiega Furlan. «Qui per capire se dall'altra parte del muro erano in azione dei "minatori" si ponevano bacinelle d'acqua che vibravano in caso di picconate o campanellini che suonavano alla più piccola vibrazione». La galleria finisce con una parte interrata.
Si torna quindi indietro e si va nel tratto di destra dove si nota l'allargamento asburgico, Qui la galleria è alta circa due metri e trenta e larga un metro e mezzo. Sul muro si nota il rivestimento di pietra tagliata, l'opus poligonale, pietre tagliate a mano nel 1800, che provenivano da cave della zona di San Dionigi, tra Quinzano e Parona.
Si prosegue in fila indiana, si scavalca, grazie a una scaletta, un tratto fognario che passa giusto di lì (una realizzazione degli anni Sessanta o Settanta quando la sensibilità per la salvaguardia dei monumenti non era ancora così diffusa...) e si prosegue finchè il muro svolta, sbucando sotto al bastione di San Bernardino, dove un cancello sbarra l'accesso al vallo. Da questo varco si vede bene il muro alla Carnot all'interno del vallo. dotato di archi e postazioni di fucileria. A destra del muro si nota la scarpata di terra realizzata dagli Austriaci. Da qui si torna indietro e di torna alla base di Porta Palio. «Oggi tutto questo è visibile grazie all'opera di pulizia, che viene praticata con regolarità, dai volontari di Legambiente», precisa Carlo Furlan.
La visita di questo tratto sotterraneo è aperta al pubblico previa prenotazione. I volontari accompagnano i visitatori spiegando loro storia e peculiarità dell'area storica e fornendo anche i necessari caschetti di sicurezza. Per informazioni telefonare allo 045.59157.Elena Cardinali

 

Franz von Scholl, il genio e la tecnica a servizio della difesa di Verona

Da l'Arena - 20 febbraio 2012
 
Franz von Scholl

Non si può tralasciare una nota su Franz von Scholl, ufficiale e ingegnere tedesco che «firmò» la parte austriaca delle mura magistrali di Verona. Era nato ad Aquisgrana l'8 gennaio 1772. Iniziò la carriera militare, nel 1796, quando a soli 24 anni venne nominato cadetto del Corpo degli Ingegneri. Tra il 1796 e il 1815 fu più volte in Italia, Francia e Germania. Partecipò alle campagne del Reno, al blocco di Venezia, alla battaglia di Lipsia e ad altri importanti eventi bellici del suo tempo. A Venezia si distinse i maniera particolare per i suoi progetti di fortificazione del 1805 e nel 1814 fu nominato direttore delle fortificazioni. A Vienna insegnò nella scuola del Genio dove gli era stata assegnata la cattedra di Arte delle fortificazioni. Nel 1821 fu inviato a Milano per poi spostarsi tra il 1824 e il 1830 a Francoforte per sovraintendere alla costruzione della piazzaforte di Magonza. Nel 1833, con una risoluzione, l'Impero austriaco decretava il restauro delle fortificazioni di Verona e della linea del Mincio. In quel periodo Scholl si trovava già a Verona come direttore dell'Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni e perciò il consiglio di guerra di Vienna gli affidò la costruzione delle opere. Il principale promotore di questa risoluzione fu il feldmaresciallo Josef Radetzky. Come lo descrive l'architetto Lino Bozzetto, esperto di architettura militare e profondo conoscitore delle mura magistrali, «Von Scholl fu uno dei più geniali ed attivi architetti militari dell'Ottocento asburgico». Una genialità espressa in opere di grande complessità architettonica, inserite in un contesto difensivo militare che comprendeva anche diversi forti, come il Rivellino di San Giorgio e nel disegno dell'ampliamento della cinta magistrale adattato alle nuove esigenze belliche dell'epoca, sempre con grande rispetto del lavoro fatto dai suoi predecessori come Sanmicheli.
Franz Von Scholl morì a Verona il 3 settembre 1838, sembra di creapcuore per la morte della moglie appena il giorno prima. È sepolto al Monumentale, ricordato da una semplice lapide. Forse non sarebbe male dedicare a questo illustre personaggio che amò Verona dotandola di postazioni difensive straordinarie con un convegno ma anche con un luogo speciale dove onorarne la memoria.

 

Noto Mezzogregorio, grande occhio Nato del Mediterraneo

Da agoravox.it del 18 febbraio 2012

di Antonio Mazzeo

Panorami mozzafiato, a nord l’Etna innevata, da est a sud il mare azzurro smeraldo dello Ionio e del Canale di Sicilia. Intorno, le innumerevoli cave di calcare dell’altopiano ibleo, i voli dei falchi, i carrubi, i mandorli, gli ulivi. le antichissime necropoli lambite dai letti di fiumi e ruscelli. I ruderi di eremi e chiese bizantine, i resti di quella che fu l’antica Noto spazzata dal funesto terremoto del 1693. Più a valle, la Noto nuova, città-gioiello del barocco siciliano. Su per i tornanti, ad una decina di chilometri in direzione nord-ovest, contrada Mezzogregorio, 639 metri sul livello del mare. Un balcone con vista su mezza Sicilia e il Mediterraneo. Dalla fine del 1983, ospita una delle stazioni radar più importanti e meno conosciute dell’Alleanza Atlantica. Un enorme fungo- allone bianco si erge a fianco di edifici e casermette. Più a lato, su una torretta, un radar che si muove incessante. Ad un centinaio di metri, separata da una stradina, una seconda area sottoposta a servitù militare, con sette alte antenne per le telecomunicazioni. E’ domenica, ma i camion e le ruspe si alternano all’ingresso dei cancelli della base del “34° Gruppo Radar GRAM dell’Aeronautica Militare di Siracusa”. Accanto al fungo-pallone, alcuni operai lavorano ad una nuova grande torre in cemento armato. Altri sono impegnati a scavare e posare lunghi cavi di acciaio. Le opere di ampliamento della telestazione di guerra sono iniziati qualche mese fa. “A Mezzogregorio è in atto l’ammodernamento delle strutture operative e tecniche nell’ambito del progetto Air Command and Control System (ACCS), che prevede il progressivo trasferimento delle funzioni di controllo radar presso un unico centro operativo nazionale”, spiegano i portavoce dell’Aeronautica militare. L’ACCS è uno dei più recenti programmi della Nato (2009), costo complessivo due miliardi di euro, per potenziare la rete strategica di comando e controllo alleato in Europa. Nella grande torre in costruzione verrà installato uno dei dodici sistemi Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL commissionati dal ministero della Difesa italiano a Selex Sistemi Integrati, la società fino a poco tempo fa amministrata da lady G, Marina Grossi, moglie dell’ex presidente ed ad Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. Una supercommessa da 260 milioni di euro che interessa altri undici siti radar sparsi in tutto il territorio nazionale, a cui partecipa anche la Vitrociset S.p.A. di Roma, il cui presidente è il generale in pensione Mario Arpino, capo di Stato Maggiore della difesa fino al 2001. “Il FADR costituisce la struttura portante del programma con cui l’Aeronautica militare ha avviato la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea per rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless”, ha spiegato il generale Mario Renzo Ottone, comandante del Centro per le operazioni aeree nazionali e Nato (COA-CAOC) di Poggio Renatico (Ferrara). Per i manager di Selex-Finmeccanica, il nuovo sistema radar “ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili balistici”, supportando diverse funzioni d’intelligence e guerra elettronica in ambito alleato. Il Fixed Air Defence Radar appartiene all’ultima generazione dei sistemi 3D a lungo raggio: con una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza, opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band) e con una potenza media irradiante di 2,5 kW. Il 34° GRAM concorre oggi alla sorveglianza dello spazio aereo italiano e di buona parte di quello della regione sud-europea della Nato, “funzione primaria del sistema di difesa aerea che vede operativi, 24 ore su 24, i caccia-intercettori dei gruppi di volo dell’Aeronautica ed i sistemi missilistici Spada ed Hawk”. “Il Gruppo radar di Mezzogregorio” – aggiunge il Comando dell’Aeronautica - è sottoposto ad una doppia dipendenza, una in linea gerarchica da parte del Comando di squadra aerea “Drago” di Milano, ed una operativa Nato/Nazionale, rappresentata dal CAOC 5 (per la parte Nato) e dal co-ubicato comando COFA (per la parte nazionale) di Poggio Renatico”. Al 34° GRAM convergono, per la loro elaborazione, le informazioni raccolte dalle due Squadriglie radar dell’AMI operanti in Sicilia, la 134^ di Lampedusa e la 135^ di Marsala. Il centro assicura pure l’interscambio informativo con le unità navali Usa e Nato in navigazione nel Mediterraneo. “Il 34° Gruppo radar è uno dei due siti italiani in possesso del sistema SSSB (Ship-Shore-Ship Buffer), attraverso il quale è possibile ricevere e trasmettere, in tempo reale, alle navi militari impegnate nelle attività di pattugliamento e sorveglianza marittima e dotate di particolari apparati elettronici, l’immagine della situazione aerea d’interesse”, aggiunge l’AMI. Anche l’SSSB è uno dei programmi più rilevanti dal punto di vista strategico avviati in sede Nato. La stazione nel territorio di Noto (20 ettari di terreno espropriati a partire del 1977) fu inaugurata ufficialmente l’1 gennaio 1984, assorbendo le funzioni e parte dei sistemi di rilevamento dell’allora centro radar AMI di contrada Belvedere, nel comune di Siracusa. “Per l’assolvimento della missione assegnata, il 34° Gruppo radar si avvarrà di due distinte sedi, distanti tra loro circa 40 Km, la sede operativa di Mezzogregorio e la sede logistica di Siracusa che utilizza il sedime e parte delle strutture dell’ex-idroscalo militare “Arnaldo De Filippis” e dell’adiacente idroscalo civile che a partire dal 1955 furono restaurati e riconvertiti per divenire un’unica sede di supporto logistico”, spiegò l’Aeronautica. Nella base furono installati un radar 2D del modello “Argos 10” della Selenia e le apparecchiature “semiautomatizzate” integrate nel NADGE (Nato Air Defence Ground Environment), il sistema di comando e controllo della difesa aerea che copre integralmente il territorio europeo della Nato, dalla Norvegia alla Turchia. Nella seconda metà degli anni ’90, le apparecchiature furono ulteriormente potenziate: l’Argos 10 fu sostituito dal radar 3D “multimissione e a lunga portata” AN/FPS-117 della Lockheed-Martin, in funzione in sedici paesi Nato ed extra-Nato. Nel 2003, il 34° GRAM ricevette il “Multi AEGIS Site Emulator” (M.A.S.E.), sensore Nato per l’elaborazione dati, la gestione delle operazioni di difesa e attacco e il “mantenimento della superiorità aerea”. Nonostante la potenza dei trasmettitori e dei dispositivi radar ospitati, scarsissima attenzione è stata prestata dalle autorità civili e militari ai possibili effetti dell’inquinamento elettromagnetico sulla popolazione residente nella vicinissima frazione di Testa dell’Acqua. In passato, alcuni professionisti locali avevano denunciato “il cattivo funzionamento dei sistemi d’allarme, delle apparecchiature elettriche e degli elettrodomestici”. “Mi accorsi una volta che un giocattolo di mio figlio si accendeva improvvisamente nei pressi del radar”, racconta uno di loro. “Allertammo il sindaco di Noto e chiedemmo l’intervento dell’ARPA, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Fu pure denunciato il caso di un bambino che abitava a poche centinaia di metri dalla base che si ammalò di leucemia. I vertici dell’Aeronautica militare ci assicurarono di aver preso le dovute precauzioni schermando gli impianti. Questi fatti avvennero intorno al 1996, ma ad oggi non sappiamo ancora se sono stati eseguiti controlli sull’elettromagnetismo”. Negli stessi anni, a Potenza Picena (Macerata), dove era in funzione un analogo sistema radar “Argos 10” dell’AMI, amministratori e gruppi ambientalisti denunciarono l’alta incidenza di gravissime patologie e di decessi per particolari neoplasie “con una percentuale anche di 9-10 punti alla media nazionale”. Un’interrogazione parlamentare presentata nel novembre 1998 segnalò che nella cittadina si registravano “fenomeni inspiegabili, dall’accensione e dallo spegnimento improvvisi di TV e radio alla perdita del controllo delle auto da parte degli automobilisti”. Inoltre si erano moltiplicati “i casi di tumori, le leucemie, gli aborti spontanei, i problemi al cristallino dell’occhio, i casi di vertigini, le convulsioni, le insonnie, l’ipertensione”. Il 30 aprile 1999, fu l’allora sottosegretario di Stato alla sanità, Antonino Mangiacavallo, a negare in parlamento qualsivoglia responsabilità delle onde elettromagnetiche dell’impianto militare. “In esito alle proprie indagini – riferì - sia l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro ISPESL sia l’Istituto superiore di sanità concordarono che i campi elettromagnetici irradiati a Potenza Picena non comportavano rischi per la popolazione, in quanto la loro intensità risultava, in qualunque condizione, inferiore ai limiti raccomandati dalle più autorevoli organizzazioni protezionistiche internazionali”. Due mesi prima, il diligente sottosegretario aveva preso carta e penna per rispondere al parlamentare Nicola Bono (An), che aveva ipotizzato possibili legami tra la stazione militare di Noto – Mezzogregorio e “l’aumento di neoplasie solide e liquide” in alcuni comuni della provincia di Siracusa. “I dati e le notizie raccolti dalle autorità sanitarie della regione Sicilia e, in particolare, dai competenti servizi dell’azienda USL n. 8 di Siracusa, non indicano alcun significativo aumento di patologie neoplastiche nei comuni circostanti l’area in cui è installato il radar”, scrisse Mangiacavallo. “L’USL aveva disposto un’indagine epidemiologica al fine di accertare l’eventuale relazione fra mortalità e morbosità per neoplasie ed inquinamento elettromagnetico nel territorio limitrofo al 34o Gruppo Radar dell’Aeronautica militare. Tale indagine ha contemplato un arco temporale di incidenza delle patologie di dieci anni, così da poter verificare in maniera attendibile la linea di tendenza, in incremento o decremento, dei fenomeni indagati. Nel complesso, sono state individuate undici persone ammalate o diversi tipi di cancro. Tuttavia, veniva riscontrato, fra essi, un solo caso di leucemia infantile (in una bambina di 5 anni), mentre era considerato come “sospetto” caso di leucemia lo stato patologico osservato in una paziente adulta”. Nonostante l’ammissione che “taluni studi epidemiologici e sperimentali” avevano provato l’associazione tra l’esposizione ai campi elettromagnetici a bassa frequenza e l’insorgenza di patologie tumorali e leucemia infantile, il sottosegretario alla sanità giungeva ad affermare che “il nesso di causalità non viene tuttavia dimostrato, sia per la mancanza di un chiaro meccanismo d’azione dell’eventuale cancerogenicità dei campi magnetici di frequenza industriale, sia per le stesse carenze talvolta riscontrate negli studi in questione”. Infine, il membro dell’allora governo di centrosinistra sposava le conclusioni di un rapporto appena pubblicato dallo statunitense National Research Council: “Dopo aver esaminato oltre 500 studi in tre anni, il prestigioso organismo afferma che le ricerche effettuate non hanno mostrato in alcun modo esauriente che i campi elettrici e magnetici comunemente riscontrabili negli ambienti residenziali possano causare problemi di salute”. Tutto era sotto controllo dunque, e diveniva inutile qualsivoglia studio o valutazione della portata delle emissioni del Grande occhio Nato del Mediterraneo. Adesso il 34° GRAM si fa ancora più importante e più potente. Con buona pace degli ignari abitanti di Testa dell’Acqua e Mezzogregorio.

 

Noto (SR), nuovo occhio della NATO sul Mediterraneo

Da redmilitant.eu del 17 febbraio 2012

A Mezzogregorio, frazione di Noto (SR), si trova la base del “34° Gruppo Radar GRAM dell’Aeronautica Militare di Siracusa”. Un impianto esistente dal 1984 oggi ospita antenne capaci di controllare il traffico aereo, navale e missilistico amico e nemico di tutto lo spazio aereo italiano e dell’Europa meridionale. Infatti tali strutture vengono utilizzate dalla NATO per i propri scopi di sorveglianza e controllo dei mezzi. Da notare che l’ammodernamento delle strutture in atto a Mezzogregorio rientra in un progetto della NATO (iniziato nel 2009) dal costo di 2 miliardi di euro.

“Nella grande torre in costruzione verrà installato uno dei dodici sistemi Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL commissionati dal ministero della Difesa italiano a Selex Sistemi Integrati, la società fino a poco tempo fa amministrata da lady G, Marina Grossi, moglie dell’ex presidente ed ad Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. Una supercommessa da 260 milioni di euro che interessa altri undici siti radar sparsi in tutto il territorio nazionale, a cui partecipa anche la Vitrociset S.p.A. di Roma, il cui presidente è il generale in pensione Mario Arpino, capo di Stato Maggiore della difesa fino al 2001” (A. Mazzeo “Noto Mezzogregorio, grande occhio Nato del Mediterraneo”).

Insomma, il governo e i poteri militari globali continuano a speculare con i soldi pubblici (e a far guadagnare i soliti amici e parenti) anche in un momento di crisi come questo dove si richiedono grandi ed “indispensabili” sacrifici alla popolazione. Tornando alle basi militari, quella di Mezzogregorio lavora in simbiosi con un’altra base, questa volta la sede logistica di Siracusa che utilizza parte delle strutture dell’exidroscalo militare “Arnaldo De Filippis”. Qui è presente un altro impianto, il “Multi AEGIS Site Emulator” (M.A.S.E.), sensore Nato per l’elaborazione dati, la gestione delle operazioni di difesa e attacco e il “mantenimento della superiorità aerea”. Ancora una volta la presenza di queste antenne, sparse per tutto il territorio siciliano, porta all’emissione 24 ore su 24 di onde elettromagnetiche la cui cancerogenità è stata provata nei decenni.

Tuttavia le autorità militari italiane ed americane, come sempre, negano qualsiasi correlazione tra l’anomala insorgenza di leucemie, aborti precoci, malformazioni ed altro ancora e la presenza delle potenti antenne. L’Italia è sempre al centro dei movimenti e degli sviluppi militari legati alla NATO e quindi agli USA, ogni anno centinaia di milioni di euro vengono spesi per lo sviluppo e l’installazione di impianti sempre più avanzati e letali; le conseguenze ambientali si fanno sempre più visibili con il dilagante inquinamento elettromagnetico (che le autorità tentano di tener segreto a costo della vita delle persone) e la distruzione di zone verdi sostituite con spianate di cemento e torri di trasmissione; la Sicilia viene utilizzata come centro operativo per il controllo delle missioni di guerra in Medio-oriente, Africa e parte dell’Atlantico (non scordiamo il MUOS che controllerà, appena completo, addirittura 1\4 di globo) ponendo questa regione al centro di ogni possibile conflitto tra Stati Uniti e i paesi nemici (o più semplicemente tra Stati Uniti e i paesi possessori di petrolio).

 

ECHELON ITALIA: ORECCHIO DEI SERVIZI SEGRETI

Da sulatestagiannilannes.com del 15 febbraio 2012

di Gianni Lannes Il braccio supersegreto dello spionaggio italiano: la struttura più potente mai realizzata in Italia su pressione del governo USA. Milioni di persone schedate nel Belpaese da una rete riservata sulla quale il Parlamento non ha il diritto di sapere nulla. Intercettati abusivamente dal RIS (Reparto Informazioni e Sicurezza), senza un mandato della magistratura: giudici non malleabili, giornalisti indomabili, ma anche industriali, politici, ecologisti, ambasciatori, contestatori sociali, prelati come don Gallo, chi si oppone alla guerra o all'installazione di basi militari straniere, chi combatte civilmente l’alta velocità. Non mancano poliziotti, carabinieri e finanzieri non allineati alle direttive supreme del sistema di potere. Una branca supersegreta al di sopra della legge proprio come Eurogendfor.

Ecco il grande fratello militare. «We are watching you»: “ti stiamo osservando”. Dallo spazio, infatti, qualcuno ci spia. Non si tratta di extraterrestri, ma di satelliti controllati segretamente dai governi. A confronto le intercettazioni telefoniche di spioni pubblici e privati che hanno coinvolto la Telecom dei tempi di Tronchetti Provera (Tavaroli e soci), sembrano una bazzecola. L’aria e il cielo sono intrisi di segnali elettronici. Intercettarli è facile come raccogliere la pioggia con un secchio. Numerosi cittadini con la fedina penale immacolata, a loro insaputa sono schedati elettronicamente, grazie ai prodigi di un braccio supersegreto dell’ex Sismi, specializzato in spionaggio d’ogni genere e guerra elettronica. E’ tutto documentato nei fascicoli personali: dalle credenze religiose a quelle politiche, fino alle attività professionali e del tempo libero. Siamo controllati e sorvegliati da tempo a nostra insaputa. Il presidente del Consiglio Monti, se non fosse troppo distratto dalle pressioni estere, dovrebbe informare subito le Commissioni parlamentari competenti: Affari costituzionali e Difesa.

Silenzio assordante - Oltre un anno fa, precisamente il 31 gennaio 2011, ben sei deputati (prima firmataria Elisabetta Zamparutti) hanno osato presentare al Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’atto parlamentare numero 4/10647, sulla base di una mia inchiesta giornalistica risalente al 2009, poi aggiornata. Nonostante ben sette solleciti, neppure il governo tecnico nominato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - quindi senza alcuna legittimazione del popolo sovrano - si è ancora pronunciato in materia. Signor presidente Monti, lei che ha dimestichezza con gli “alleati”, sorry, padroni nordamericani” saprebbe rivelare all’opinione pubblica sempre più inebetita, chi gestisce questa struttura, quale tipo di informazione utilizza e di quale mandato politico gode? Esistono fondati sospetti che tale sistema di spionaggio al di fuori del controllo parlamentare, possa venire utilizzato per fini difformi da quelli della sicurezza e della pace? Ma di che si tratta? Proviamo a spiegarlo, poiché il responsabile della Difesa - passato e presente - tace inspiegabilmente. Ne sa qualcosa Massimo D’Alema, presidente del Copasir? Per la cronaca: nel Comitato parlamentare per la difesa della Repubblica figura pure Fabrizio Cicchitto, tessera P2 numero 2232.

RIS - I carabinieri non c’entrano anche se hanno accumulato illegalmente decine di milioni di fascicoli e detengono illecitamente migliaia di tracce biologiche (Dna) su ignari cittadini. Allora, di che si tratta? Semplice: della struttura supersegreta e più potente mai realizzata in Italia, nata anche per intercettare - senza alcuna autorizzazione della magistratura e all’insaputa del Parlamento italiano - particolari soggetti non addomesticabili. Una rete riservata che non fa capo ad apparati pubblici dello Stato, ma al Reparto Informazioni e Sicurezza, il servizio segreto che raggruppa i tre vecchi SIOS di forza armata e che ha il compito di accedere, captare ed elaborare qualsiasi forma elettronica di comunicazione in transito nel Mediterraneo ed anche oltre. E’ un’attività così gelosamente custodita che qualche tempo fa, l’allora capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo La Rosa, interpellato da due parlamentari della commissione Difesa, negava addirittura l’esistenza, trincerandosi dietro il segreto di Stato. Rispose infatti La Rosa, in una lettera di cui siamo legalmente in possesso: «Con riferimento alla richiesta di autorizzazione alla visita avanzata dai parlamentari in oggetto, si comunica che non risultano in Cerveteri e nel territorio nazionale strutture denominate “Echelon Italia” – Conclude infine l’ammiraglio di squadra – Si soggiunge che in linea generale, quanto al regime delle autorizzazioni delle visite dei Parlamentari ai siti protetti dal segreto di cui all’art. 12 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, vige il disposto della legge 24 giugno 1988 n. 206 e relativo regolamento d’attuazione». “Echelon” o strutture simili in Italia non esistono? Il cuore dell’Intelligence fantasma – collegato a varie stazioni di ascolto distribuite capillarmente nella Penisola – è mimetizzato all’interno di una caserma dell’esercito nel territorio di Cerveteri in provincia di Roma. Un lungo recinto e poi un muro protetto all’interno da un terrapieno, filo spinato e telecamere difendono due palazzine basse, una decina fra antenne paraboliche – in collegamento col sistema satellitare Sicral – e alcune casematte per la sorveglianza. «La base viene utilizzata attualmente come orecchio elettronico per intercettare comunicazioni radio militari e civili (Sigint), segnali elettromagnetici militari (Elint), comunicazioni via satellite (Comint), trasmissioni immagini (Imint), telefonia di vario genere» attesta la documentazione riservata dello Stato Maggiore Difesa. I messaggi vengono trasferiti, trascritti e analizzati a Roma, all’aeroporto militare di Ciampino e a Forte Braschi. Ovviamente, tutto in nome della lotta al terrorismo internazionale e della sicurezza generale. Ma al servizio di chi? In Italia non si può intercettare nessuno senza l’autorizzazione della magistratura. Nel caso dei Servizi segreti occorre il nulla osta delle Procure Generali della Repubblica presso le Corti d’Appello. L’assoluta discrezionalità e l’assenza di regole democratiche sembrano essere i tratti essenziali del Reparto informazioni e Sicurezza, peraltro mai sottoposto finora ad un controllo parlamentare. Sembra un scherzo: un organo dello Stato non sottoposto a controlli, che occupa due interi edifici a 37 chilometri da Roma. Ma la faccenda diventa seria se si pensa che il RIS è la mente operativa dell’Intelligence italiana dove si concentra la massima mole di notizie riservate esistente nel Paese: informazioni particolari su aziende e privati cittadini.

Strane deroghe - Singolare coincidenza. «L’attuale normativa sulla privacy riconosce ampie deroghe proprio ed esclusivamente per i servizi di informazione e sicurezza» dichiara Antonio Martino (aspirante piduista) il 20 ottobre 2004, allora in veste di Ministro della Difesa, nel corso dell’audizione presso la Commissione Affari costituzionali. E aggiunge, a tale proposito: «In questo ambito, ho indicato soluzioni strutturali per assicurare un rapporto sempre più efficace tra il Sismi ed il reparto informazioni e sicurezza dello stato maggiore della Difesa (…) Gli ambiti di competenza del Ris sono complementari a quelli del Sismi. Il Ris realizza un sistema informativo organico ed integrato, a disposizione del capo di Stato maggiore della Difesa (…) In quanto servizio specialistico a supporto diretto dello strumento militare in tutte le sue componenti, quindi non destinatario di un controllo politico diretto». Un altro riferimento ufficiale è racchiuso in uno scarno paragrafo del Libro Bianco pubblicato dal ministero della Difesa nel 2002. A pagina 41, a proposito del “R.I.S.” si legge: «I SIOS (Servizi Informazioni Operative e Situazione) di Forza Armata sono stati sciolti e l’attività informativa è stata portata a livello interforze presso lo Stato maggiore della Difesa. Il trasferimento di competenza è stato sancito dalla direttiva del Ministro della Difesa n.1/30863/14.8/97 in data 15 maggio 1997 e l’attività, dopo una fase sperimentale, ha assunto una definitiva configurazione in data 1° settembre 2000 con la costituzione del Reparto Informazioni e Sicurezza ed i dipendenti Centro Intelligence Interforze e Scuola Interforze Intelligence/Guerra Elettronica». E ancora: «L’attività di ricerca informativa e di sicurezza s’inquadra naturalmente in quella del SISMI che, operando a più ampio raggio, è in grado di fornire l’inquadramento generale della situazione ed il sostegno di riferimento con i servizi collegati. Non va peraltro trascurata la funzione di sicurezza interna svolta a tutela delle strutture ed infrastrutture militari in Patria, in stretto collegamento, in questo caso, con l’Arma dei Carabinieri e con gli organi specializzati del servizio stesso a tutti i livelli ordinativi».

Chi controlla i controllori? - «Il Centro Interforze di Formazione Intelligence/GE è un istituto militare, dipendente dal II Reparto Informazioni e Sicurezza (RIS) dello Stato Maggiore della Difesa – spiega una nota ministeriale – In particolare il centro provvede a qualificare ed aggiornare il personale, appartenente alla Difesa, per l’impiego nel settore dell’Intelligence. In tale ottica i corsi afferiscono in maniera peculiare a tutte le discipline dell’Intelligence (IMINT, SIGINT, HUMINT, OSINT, ACINT, MSINT) e della guerra elettronica, in funzione di quelle che sono le necessità addestrative formulate dal RIS o dagli Stati maggiori di singola Forza Armata». Computer di ultima generazione sono la mente operativa. Software ultraveloci in grado di entrare nelle nostre case, ascoltare e registrare le telefonate, setacciare la posta elettronica e le altre forme di comunicazione che viaggiano su Internet, aprire e decifrare tutto quanto viene trasmesso dalle banche dati. Penetrare nel mondo della finanza, svelare i movimenti di denaro, individuare le scelte strategiche dei gruppi industriali, rivelare notizie riservate sulle indagini giudiziarie in corso, sui politici sotto inchiesta, sui boss mafiosi sotto controllo, sui giornalisti ficcanaso. Una concentrazione senza precedenti di informazioni sensibili – inaccessibile ai parlamentari della Repubblica – gestita da un ramo speciale dei servizi segreti e conservate senza limiti di tempo. Il sistema è attualmente in grado di captare e analizzare miliardi di comunicazioni private al giorno che passano attraverso il telefono, il fax, la rete internet. Creato nel 1997 dall’ammiraglio Fulvio Martini (direttore del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991) il RIS ha avuto come primo responsabile l’ammiraglio Sergio Biraghi. Il suo successore è stato un altro ufficiale di marina, l’ammiraglio Sirio Pianigiani. Le voci ben mimetizzate di spesa sui bilanci dell’ultimo decennio del ministero della Difesa ne documentano inequivocabilmente l’attività. Un esempio? La «costruzione di un inceneritore per documenti classificati a Udine», oppure la «realizzazione di impianto palazzina Tlc a Jacotenente» in piena Foresta Umbra, all’interno del Parco nazionale del Gargano. Quali satelliti utilizzano i servizi segreti? Il SICRAL (Sistema italiano per comunicazioni riservate ed allarmi) - costato 500 milioni di euro - è il primo satellite italiano per telecomunicazioni ideato completamente dalla Difesa e sviluppato dal consorzio Sitab (Alenia, Fiat Avio, Telespazio). Il 7 febbraio 2001 è stato posto in un’orbita geostazionaria. «Il sistema militare di osservazione da satellite HELIOS ed il sistema satellitare duale italiano COSMO Sky-Med, sono utilizzati da parte italiana tramite strutture risalenti alle responsabilità dello Stato Maggiore della Difesa, in collegamento con il Sismi» decreta il 6 marzo 2006, il ministro Martino. Humint e Sigint corrono insieme. Quando l’Intelligence si interessa a personaggi su cui non avrebbe titolo per indagare, usa la tecnica dei galleggianti: si apre cioè un fascicolo genericamente intestato a un certo affare, o ad una fonte, e poi si allegano ad esso i fascicoli galleggianti sul personaggio che interessa. Un calcolo preciso è impossibile farlo. E’ possibile ipotizzare che circa 1 milione di persone siano stata schedata dai nostri infaticabili 007 con la divisa. Molto in voga è l’abitudine di archiviare fascicoli particolarmente delicati non a Forte Braschi, ma in uffici di copertura dislocati in tutto il territorio nazionale. Tali operazioni non richiedono e nemmeno presumono che chi è oggetto delle intercettazioni stia violando la legge. Già nel ’95 venne alla luce un’attività informativa prestata negli anni 1989-91 al capo del Sismi, Fulvio Martini, dal colonnello Demetrio Cogliandro: in sostanza, un’illegittima raccolta di informazioni di natura personale su uomini politici, ed esponenti del mondo finanziario, sindacale ed industriale. Il Comitato parlamentare che sovrintende all’attività dei servizi aveva esaminato la documentazione concludendo il 5 marzo 1996: «Salvo qualche nota sporadica, il contenuto delle carte è del tutto estraneo alle finalità istituzionali del Servizio (…) Essi appaiono destinati ad offrire strumenti di pressione e di ricatto (…) contro soggetti politici ben individuati (…) Sono state raccolte informazioni di ogni genere, notizie relative agli intrighi che si sviluppavano nel sistema di governo». Non è cambiato nulla. Attualmente, gli archivi dei Servizi Segreti presentano un’estensione sempre più smisurata. Nonostante il trascorrere dei decenni e malgrado ripetuti segnali d’allarme che hanno rivelato l’accumulo disinvolto di milioni di fascicoli e la loro illegale e spregiudicata utilizzazione, il materiale scottante ora viene depositato in banche dati elettroniche. Il 17 novembre 1987, l’ex ministro della Difesa, Attilio Ruffini, alla «Commissione Affari Costituzionali della Camera rivelava: «Nessun governo è in grado di controllare singolarmente i milioni di fascicoli per verificare se rientrano meno nell’ambito dei compiti istituzionali dei Servizi. Ci si deve necessariamente fidare di quanto affermano i direttori dei servizi o i loro subordinati». La situazione verrà confermata dall’ammiraglio Martini alla stessa Commissione, il primo dicembre ’87: «Quando il Presidente del Consiglio mi chiese se potevo affermare in Parlamento l’inesistenza negli archivi di qualcosa che potesse prestarsi a un giudizio negativo, gli risposi che potevo dargli questa assicurazione, sottolineando come negli archivi di Forte Braschi esistessero circa 18 milioni di pratiche». Lo “zio Sam” con Echelon ha fatto scuola anche in Italia: la base di ascolto di San Vito dei Normanni (attualmente dismessa e recentemente incendiata), in provincia di Brindisi ha registrato istante per istante la strage di Ustica (27 giugno 1980) e intercettato i sequestratori dell’Achille Lauro nel 1985. Eppure, nessuno ha mai chiesto conto in sede ufficiale alle autorità Usa il chiarimento dei misteri d’Italia. Intercettare, catalogare ed archiviare la vita di chiunque è una violazione dei diritti umani. La democrazia è costruita su diritti che prevalgono su qualsiasi interesse collettivo, individuale, economico politico e di sicurezza. Il vero problema è capire se si stia sistematicamente smantellando il concetto di privacy individuale, uno dei diritti umani più basilari.

Echelon - Ideato nel 1947. E’ un sistema di sorveglianza mondiale realizzato da alcuni Stati durante la Guerra fredda. Viene gestito da Usa, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda (accordo Ukusa). L’infrastruttura spaziale è stata insediata nei primi anni ’60, lanciando in orbita un gran numero di satelliti spia. Responsabile di questi progetti è la National Security Agency (NSA), la più grande agenzia di intelligence nordamericana, in collaborazione con la Cia e la Nro. I centri elaborazione dati terrestri sono ubicati a Menwith Hill (Gran Bretagna) ed a Pine Gap (Australia). Anche l’Italia ha ospitato una struttura di questa rete spionistica – orecchio poi trasferita a Gioia del Colle – nella base di San Vito dei Normanni, dal 1964 fino al 1994. Negli Usa è nata nel 2001, la “Total information awareness”, una banca dati unica che ha lo scopo di raccogliere informazioni sui cittadini di tutto il mondo dal comportamento sospetto.

Enfopol - L’organizzazione, in collaborazione con l’Fbi americana, è nata ufficialmente il 23 novembre 1995 grazie a un accordo di cooperazione europeo per un sistema di controllo totale di tutti i mezzi di comunicazione. Le radici sono state sviluppate fin dal 1991 nell’ambito della conferenza di Trevi, dai ministri dell’Ue e si sono concretizzate nel 1993 a Madrid. Secondo l’associazione inglese per i diritti civili Statewatch esistono intese segrete sotto forma di “Memorandum of Understanding Concerning the LawfulInterception of Telecommunications” (Enfopol 112, 10037/95). L’Italia svolge un ruolo di primo piano all’interno del programma, perché ospita, in provincia de L’Aquila, la base terrestre di Iridium, la rete di satelliti per le comunicazioni cellulari. Enfopol coordina la collaborazione europea dei ministeri degli interni e della giustizia. E’ al di fuori dei controlli parlamentari europei.

 

Ancora chiuso e poco sicuro «il poligono dei soldi sprecati»

Da l'Arena - 14 febbraio 2012
 
Il poligono di tiro di Forte Azzano, già chiuso temporaneamente nel maggio 2011

È scontro sul poligono di tiro di Forte Azzano. Chiuso da quasi un anno «poiché l'attività di sparo per detto sito risulta essere pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica». Fabio Segattini, consigliere comunale del Partito democratico, spara... sul poligono chiuso appena dopo l'inaugurazione, citando un provvedimento «di rigetto» emanato dalla Questura nei confronti del Comune il 9 novembre scorso. Il poligono di strada La Rizza, lo ricordiamo, era stato chiuso dopo la segnalazioni di residenti in zona limitrofe secondo cui i pallini sparati nell'impianto arrivano fino alle loro case. «Il 12 febbraio di un anno fa alla presenza del sindaco veniva tagliato il nastro al poligono di Forte Azzano», dice Segattini, «ma da quella data è sempre rimasto chiuso. Intanto sono stati spesi la bellezza di 430mila euro, di cui 300mila per alcune postazioni di tirino a segno e opere complementari, altri 80mila per altre tre postazioni, con delibere della Giunta, più 50mila spesi dalla Quinta circoscrizione, presieduta dal leghista Venturi, per lavori di pulizia a sistemazione». Segattini non ci sta. E rincara la dose, ricordando inoltre che il sindaco Tosi e l'assessore ai lavori pubblici Di Dio hanno chiesto nell'ottobre 2010 ad Agsm e ad Amia un contributo di 162mila euro più Iva per costruire una barriera fonoassorbente. «L'opera è inutile», puntualizza Segattini, «in quanto Verona già possiede un bellissimo poligono in via Magellano, ottimamente gestito, che investe senza chiedere soldi pubblici per renderlo sempre più fruibile ai propria associati». PRONTA la replica dell'Amministrazione. «L'attività del poligono di tiro di Forte Azzano è solo sospesa temporaneamente e riprenderà non appena ultimati alcuni di lavori di miglioria», dice l'assessore Di Dio. «Il questore di Verona, infatti, a seguito di un esposto di alcuni cittadini, d'intesa con l'Amministrazione comunale, ha ordinato un controllo sul posto da parte dei tecnici esperti del Genio Militare da cui è emersa la necessità di alcuni lavori per aumentarne ulteriormente la sicurezza». Di Dio aggiunge: «Ricordo che l'attività del Centro di Addestramento polifunzionale con possibilità anche di tiro dinamico – espressamente richiesto dalle Forze dell'Ordine che precedentemente dovevano utilizzare i Poligoni di Zevio e Peschiera che permettono solo il tiro da postazione fissa – era iniziata dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione della Questura e il relativo collaudo». L'INTERVENTO, conclude Di Dio, «è costato complessivamente 316.000 euro più Iva e circa il 50 per cento della somma è servita alla riqualificazione (sistemazione, recinzione e pulizia) di un'area abbandonata a sé stessa: la Circoscrizione sta attualmente predisponendo un progetto di circa 80.000 euro per effettuare i necessari interventi di adeguamento. Forse il consigliere Segattini preferiva, a Forte Azzano, la cava trasformatasi in discarica e lasciata in abbandono dalla Giunta Zanotto».

 

A San Giorgio un labirinto nel sottosuolo

Da l'Arena - 12 febbraio 2012
 
Un tratto di fortificazione asburgica dall'esterno con le feritoie per i fucili FOTOSERVIZIO DI GIORGIO MARCHIORI

La galleria di controscarpa di San Giorgio è uno dei tratti più lunghi e complessi del nostro viaggio nella Verona sotterranea, un luogo che testimonia secoli di storia e di vicende umane. Siamo in borgo Trento, nel complesso del rivellino, un capolavoro di architettura militare del 1840 il cui progetto fu firmato da quel geniale ingegnere militare che fu Franz von Scholl che morì prima che l'opera fosse completata. Si tratta di una struttura fortificata staccata dal corpo dell'opera principale, con forma a «v» o semicerchio, più bassa della cortina e che solitamente è posta a protezione delle porte, come lo definisce il libro dedicato ai sotterranei della cinta magistrale di Verona della collana «Un parco da vivere». LA PERCORRIBILITÀ delle gallerie sottostanti, possibile da un paio d'anni, è stata resa possibile dal lavoro generoso e volontario del gruppo scout Agesci Verona 10, che ha sede nella traversa del rivellino, detto comunemente forte di San Giorgio. Il tratto sotterraneo percorribile della galleria di controscarpa, termine quest'ultimo che indica il lato verso la campagna del vallo, opposto alla scarpa, va dall'Adige fino a Porta San Giorgio. Ad accompagnarci in questa ricognizione sono il professor Maurizio D'Alessandro, curatore del gruppo scout che si occupa di questo tratto di mura, Benedetta Bianchi e Zeno Montresor, altri due volontari che coordinano visite del pubblico e altre iniziative culturali, Carlo Furlan, coordinatore del libro sulle mura magistrali e la presidente della commissione cultura del Comune Lucia Cametti. SI ENTRA dando le spalle all'Adige, dove c'è la sede scout. Qui i veronesi più anziani ritroveranno il luogo che ospitava la balera Grillo, di cui resta l'insegna, un dipinto murale sotto un'arcata. Dalla sala d'ingresso si scende giù a destra nell'ex piano di campagna del rivellino, piano che è stato interrato con la costruzione dei bastioni ma che fino a metà '800 era bagnato dall'Adige. La prima sorpresa per il visitatore è la bellissima scala elicoidale che porta a una galleria larga un metro e mezzo e alta due e mezzo. Siamo in quella che un tempo era la fucileria, come testimoniano le nicchie poste a intervalli regolari. Si cammina per un po' e si arriva fino a una sala semicircolare, dove ancora si notano gli scarichi dei gabinetti ottocenteschi utilizzati dai soldati. Da qui si torna indietro. SECONDO TRATTO. Dalla parte opposta si raggiunge la poterna, cioè l'ampia galleria che collega l'interno della piazzaforte con le opera poste a livello del vallo. La poterna si innesta perpendicolarmente alla galleria che si sviluppa sia a sinistra verso l'Adige, sia a destra lungo il fossato verso la chiesa di San Giorgio. Da qui si va alla fucileria e alla galleria di controscarpa da dove i soldati che difendevano questa zona della città potevano sparare agli assalitori penetrati nel vallo. I pavimenti sono ancora in buona parte quelli originali del 1840. Si arriva a una strettoia e si incontra il primo muro antischegge o di controsoffio. Si tratta di un semi-divisorio, realizzato nella seconda guerra mondiale, che in parte restringe la galleria per attutire l'onda d'urto dei bombardamenti. Queste gallerie, come altri tratti sotterranei delle mura magistrali, durante il secondo conflitto mondiale servirono come rifugio per i civili durante i bombardamenti. Lo ricorda ancora la scritta «Non sostare», posta all'inizio della galleria per invitare i rifugiati a scendere nelle parti più basse e sicure. LA GALLERIA a sinistra va verso l'Adige per circa 40 metri e presenta ancora moltissimi detriti portati a più riprese dalle esondazioni del fiume che qui ha depositato uno spesso strato di fango finissimo che si è cementato facendo alzare in molti punti il livello del suolo. A destra ci si può invece inoltrare nel tratto più lungo e reso percorribile, lungo un centinaio di metri. Siamo sotto i giardini di Lombroso. Si arriva a una diramazione e il bello è il soffitto di mattoni che forma un elegante angolo sinuoso. Si scende qualche scalino e ci si ritrova sulla destra la stanza della fucileria. Si prosegue e si arriva in un locale con il soffitto a botte, la stanza di sortita circondata da feritoie. Se il nemico arrivava qui riceveva fucilate da tutte le parti. SI SALE una bella scaletta a chiocciola, si passa attraverso una porticina di legno e si arriva a un'altra galleria di fucileria di controscarpa, sopra le casematte. La parte opposta, lunga 40 metri, è ancora piena di detriti ma ben visibile. Qui, in futuro, ci sarà molto lavoro da fare per i volontari. Il visitatore resta colpito dalla complessità del doppio piano di galleria, una sopra l'altra, che costituivano un formidabile sistema difensivo contro eventuali invasori intenzionati ad assaltare quel baluardo che proteggeva uno degli accessi alla città. GLI SCOUT organizzano regolari visite gratuite ai sotterranei del forte San Giorgio ogni seconda domenica del mese, alle 10 in inverno e alle 9.30 in estate. Il recapito telefonico per chiedere informazioni è il 339.3686232.2 Elena Cardinali

 

La Polveriera ospiterà il primo museo italiano dei funghi

Da l'Arena - 12 febbraio 2012

La polveriera, dove sorgerà il museo micologico

Il primo museo italiano della micologia sorgerà alla Polveriera di Rivoli. La sala al piano rialzato dell'edificio demaniale di fine Ottocento acquistato anni fa dal Comune, 250 metri quadrati sotto la sala conferenze utilizzata per concerti o incontri culturali, ora appare spoglia e fredda nonostante la travatura di legno che profuma di nuovo dopo i restauri. Attorno, pietra locale e finestre. Nient'altro. Tempo un anno, però, e questa sala si riempirà di informazioni sui padri della moderna micologia, di libri e raccolte scientifiche sul mondo dei funghi, di ricostruzioni a grandezza naturale per indagarne il rapporto con alberi, orchidee o licheni, di esempi e spiegazioni sulla commestibilità o tossicità delle specie, di immagini in grado di sfatare false credenze. «Certe persone ancora credono che tutti i funghi diventino commestibili se cotti a lungo nell'acqua bollente», afferma il micologo Paolo Cugildi, presidente del gruppo «Orto d'Europa Francesco Calzolari», con sede a Rivoli, alla Caserma Massena, ma attivo nel comprensorio della Comunità montana del Baldo, del Garda e della Valdadige. Il museo, micologico e naturalistico per indagare a fondo il rapporto tra funghi e mondo naturale in genere, è un'idea sua. Un sogno che teneva nel cassetto da 15 anni. Un progetto che non ha eguali in Italia e che ha cominciato a prender forma con la convezione stipulata tra il gruppo micologico che presiede, cui spettano creazione e gestione del museo, e l'amministrazione comunale, che cercava una destinazione culturale e turistica per la Polveriera. «Per noi è uno stimolo a investire risorse e idee in questo stabile», afferma il sindaco Mirco Campagnari, «che rischiava di rimanere senza una vocazione ben definita». In un primo momento, infatti, pareva che il museo potesse sorgere al Forte, cittadella della cultura che ospita quello della Grande Guerra. «Lì gli ambienti si sono rivelati poco adatti», spiega Campagnari. Al momento nell'ex deposito di munizioni non ci sono elettricità, gas, rete fognaria, servizi. Quando servono, si predispongono quelli provvisori; ora il sindaco assicura che il Comune provvederà nei prossimi mesi a creare i fissi e definitivi. «Per il progetto ormai ci siamo», conclude, «ma ci vorrà l'avvallo della Soprintendenza. L'obiettivo è essere pronti nel 2013 ad accogliere turisti e scolaresche». Intanto Cugildi sta pensando all'allestimento del museo insieme ai suoi collaboratori del gruppo micologico, che conta oltre 100 soci. Ha già tutto in testa. E nelle mani. Nel laboratorio sistemato in fondo alla sala passa le giornate a manipolare creta, pasta di mais o cartapesta, con cui crea modellini di funghi per i «diorami», le ricostruzioni ambientali che spiegheranno al grande pubblico la biologia dei funghi. Utilizza anche plastica da riciclo. «Così la visita potrà essere anche una lezione di ecologia», afferma. Al suo fianco ci sarà anche l'associazione micologica italiana (Amb - Associazione micologica Bresadola), che ha già sposato il progetto. In visita alla Polveriera sono venuti nei mesi scorsi il presidente nazionale Luigi Villa e il direttore del Centro studi micologici, Carlo Papetti

 

Così rinasce Forte Maso

Rivista Schio - 08 febbraio 2012

E' nata lo scorso dicembre una nuova associazione culturale valleogrina: l'Associazione Fortemaso, che ha sede nell'omonima località nei pressi di S.Antonio del Pasubio, più precisamente nell'osservatorio della storica fortificazione di origine tardo ottocentesca. A dare vita al sodalizio 16 soci, tra i quali spicca come presidente il cav. Ottorino Brunello: per il già fondatore dell'Associazione 4 Novembre, di cui era stato a lungo responsabile fino a qualche anno fa, si tratta di un ritorno sulla scena dell'associazionismo culturale locale. Nel direttivo figurano anche il vicepresidente Marco Gianesini e i consiglieri Marco Brunello, Mirco Festaro, Giancarlo Fontana, Giorgio Montagna e Ferdinando Passarin. L'Associazione Fortemaso persegue finalità di solidarietà sociale con l'obiettivo di tutelare il patrimonio culturale legato agli eventi bellici nelle Prealpi veneto-trentine nel periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la fine della 2a Guerra mondiale. Tra le attività che si prefigge vi sono il recupero di beni culturali materiali (manufatti, documenti, archivi, fotografie, con particolare interesse allo stesso Forte Maso) e immateriali (poesie, tradizioni, canti), nonché la promozione e divulgazione di una "cultura della memoria" per promuovere i valori della pace e della fratellanza umana. Intanto la nuova proprietà ha già dato il via al recupero del manufatto, con la pulizia e messa in sicurezza di alcune fra le 80 stanze dell'opera - tra gli obiettivi la creazione di biblioteca, sala riunioni, un centro studi e del MumM (Museo monte Maso) - grazie all'aiuto di volontari (alpini di Valli del Pasubio e S. Antonio, Omg di Schio, scout di Vicenza) e il sostegno finanziario della Comunità montana Leogra-Timonchio. Forte Maso, che nel 1939 passò a proprietà privata, ha subito negli anni gravi danni a causa della demolizione delle strutture metalliche e dell'asportazione di ingenti materiali a scopo di rivendita, a cominciare dai mattoni delle volte e dei pavimenti. Una parte del saccheggio venne effettuato durante l'ultima guerra, quando il forte fu gestito dall'Organizzazione Todt. Il resto l'ha fatto l'abbandono e l'inclemenza delle intemperie.

Forte Maso, unico forte corazzato esistente in Val Leogra all'inizio del secolo scorso, fu costruito (1883-1887) in posizione strategica a difesa del valico di Pian delle Fugazze, allora confine di stato. Aveva alle proprie dipendenze la Tagliata Bariola (sbarramento stradale) e la spianata del monte Castelliero (artiglierie occasionali in barbetta): l'insieme formava un blocco di sbarramento in opposizione a un'eventuale penetrazione in territorio italiano da parte austriaca. Il forte aveva il compito specifico di battere con le proprie artiglierie i tratti di strada a monte e a valle dello sbarramento: si avvaleva, nella dotazione iniziale prevista, di sei cannoni da 149mm G in casamatta corazzata verso l'alta Val Leogra (Val Canale) e quattro obici da 149 mm G in cannoniera rivolti in direzione opposta verso Valli del Pasubio. Nella 1a Guerra  mondiale, tuttavia, Forte Maso non ricevette mai il battesimo del fuoco a causa dello spostamento in avanti della prima linea. Di conseguenza fu quasi completamente disarmato e venne utilizzato come deposito d'armi ed esplosivi durante tutto il conflitto e negli anni successivi, fino alla concessione a privati alla vigilia della seconda guerra mondiale. Ora, con l'Associazione Fortemaso, per il manufatto storico è iniziata una terza vita.  Luca Valente

 

Pedro Cano, castelli immersi in ambientazioni d’incanto

Antiche mura, sparse nel territorio, bastioni rimasti ad osservare radure e valli da cui non spunteranno più schiere di assalitori, mura divenute ormai parte integrante della natura che le circonda, da cui sembrano essere spuntate. Fortificazioni non più dominanti, calate lentamente nell’oblìo insieme al romanticismo cavalleresco; architetture che, pur conservando una certa austerità, hanno assunto connotati poetici e suggeriscono visioni patinate dal tempo, testimoni a se stesse.
 I castelli altoatesini sono il tema del nuovo ciclo di opere che Pedro Cano, pittore ispanico, cittadino del mondo con residenza ad Anguillara Sabazia sulle rive del lago di Bracciano, porta a Bolzano, città che fu la prima tappa, negli anni ’70, del suo viaggio in Italia. Fu allora che conobbe Ennio Casciaro e quell’incontro segnò l’inizio di una collaborazione mai più interrotta con la galleria Goethe.
 Ultima mostra, nel 2006 con “Carte”, un’antologia di acquerelli che riassumeva i temi a lui cari: nature morte, frutti, piante, paesaggi e nudi. In questi giorni, Cano presenta una nuova serie, tutta particolare per un artista straniero ed espone “Castillos”, una rassegna dedicata ai castelli locali, da lui visitati in questi ultimi tempi e ritratti nei suoi taccuini. Un omaggio che accomuna la nostra provincia con la sua nativa Murcia: nature diverse, ma ugualmente custodi di antiche vestigia. In mostra, 22 acquerelli e 8 tele che “raccontano”, nell’inconfondibile stile del pittore, vedute di antichi manieri che costellano l’Alto Adige, dalla conca di Bolzano alle tante vallate circostanti.
 Torri, torrioni, mura merlate, architetture un tempo strategiche, che ospitarono e ripararono antiche comunità ed oggi entrate in solitaria armonia con il paesaggio mutevole al rinnovarsi di ogni stagione. Pedro Cano, per sua natura esploratore del tempo e dei luoghi, evocatore di atmosfere, si affaccia ai castelli Mareccio, Roncolo, Sarentino, Fontana, Tirolo, Firmiano, Juval, Castelbello, Castel Coira, Castello di Salorno ed altri; li ritrae, alcuni più volte, cambiando punto di vista e condizioni di luce.
 Li immerge in ambientazioni d’incanto, con particolare cura dei dintorni che fanno loro da cornice, distinguendo la morfologia dei luoghi. Visioni arcane si intrecciano tra narrazione storica e realtà contemporanea. Emozioni particolari, ritrovate nei dintorni di casa.
 Fino al 14 marzo. Galleria Goethe - Bolzano (4 febbraio-14 marzo 2012) Pedro Cano “Castillos”  - Severino Perelda

 

Via al recupero dei sentieri del “Ricco”

Da il Corriere delle Alpi - 01 febbraio 2012

PIEVE DI CADORE I sentieri che collegano il forte di Monte Ricco con il roccolo e la casetta di Babbo Natale per la prossima estate saranno ripristinati. Lo ha deciso la giunta di Pieve, che ha affidato ai Servizi Forestali regionali la manutenzione ambientale del Parco del roccolo di Sant’Alipio e del forte di Montericco.

È dall’aprile 2008 che l’amministrazione ha deciso di recuperare i forti di Monte Ricco e Batteria Castello, che si trovavano in uno stato preoccupante di degrado, tanto che i sassi che precipitavano verso la valle in basso rappresentavano un pericolo per l’intero Parco del roccolo. Grazie a un intervento della Fondazione Cariverona, l’architetto Luigi Girardini ha redatto un progetto di recupero delle due strutture, del quale è stato già realizzato il primo stralcio. Per completare l’opera, però, esiste la necessità di recuperare tutti i sentieri che collegano il parco con il forte di Monte Ricco, nel quale è prevista la realizzazione di strutture museali, di ristoro e sportive. La giunta di Pieve ha così impegnato 40mila euro per il primo stralcio del progetto: « Per assegnare il lavoro», ha spiegato il sindaco Maria Antonia Ciotti, «è stato necessaria l’autorizzazione da parte del Corpo Forestale dello Stato per l’abbatimento di alcuni alberi. Un’autorizzazione che è arrivata solo la settimana scorsa. Grazie allo sfoltimento della vegetazione, il forte di Monte Ricco sarà ancora più visibile, anche di notte dalle vallate circostanti. Inoltre il collegamento della struttura con il Parco del roccolo, farà diventare il tutto una visione straordinaria e unica nelle Dolomiti».Vittore Doro

 

LORETO – Conferenza stampa su “Ancona piazzaforte del Regno d’Italia”

Da Cronache Anconetane - 27 gennaio 2012

Domani, sabato 28 gennaio, alle 16:30,  presso la sala consiliare del Comune di Loreto il Comandante Claudio Bruschi, studioso di storia militare,  terrà una conferenza dal titolo “Ancona piazzaforte del Regno d’Italia” sul ruolo avuto dalla città nell’ambito della difesa nazionale dopo l’Unità e le conseguenze che tale funzione comportò per lo sviluppo urbanistico di Ancona.A fare gli onori di casa saranno l’Assessore alla Cultura del Comune di Loreto Maria Teresa Schiavoni e il rettore dell’Università Lauretana della Terza Età Sandro Bolognini.Con l’occasione verrà anche presentato il libro “Giuseppe Morando artefice del sistema difensivo di Ancona Piazzaforte Militare” sulla figura dell’architetto che realizzò la militarizzazione della città nel periodo 1860/1868.

 

Isola "rubata", condannato l'ex capitano dei carabinieri - Il processo si è concluso dopo ben 34 udienze. Assolti gli altri tre imputati

Da La Nazione - 26 gennaio 2012

Si tratta di un antico e incantevole isolotto fortificato della Laguna di Venezia, l’Ottagono degli Alberoni, una delle cinque piccole isole-fortificazioni costruite dalla Serenissima nella seconda metà del ‘500  

Pisa, 26 gennaio 2012 - Dopo quasi 4 anni e soprattutto ben 34 udienze - se non è un record poco ci manca - ieri mattina in Tribunale, davanti al giudice monocratico Giulio Cesare Cipolletta, si finalmente concluso, con una condanna e tre assoluzioni, il processo per l’isola ‘rubata’ che vedeva imputati sono Marco Rezzonico (ex comandante della compagnia dei carabinieri Volterra e oggi avvocato), Donato Gritti e Sabina Luin. Erano accusati di truffa, un po’ come Totò, perchè hanno venduto - o quantomeno tentato di vendere, dopo essersi impossessati di tutti i documenti del legittimo proprietario - qualcosa che non avrebbero potuto vendere (a un magnate russo per appena 300mila euro).Si tratta di un antico e incantevole isolotto fortificato della Laguna di Venezia, l’Ottagono degli Alberoni, una delle cinque piccole isole-fortificazioni costruite dalla Serenissima nella seconda metà del ‘500 lungo l’arco lagunare, a difesa della città. Il suo proprietario è a tutti gli effetti l’avvocato Ranieri Gini - 95 anni, vicedecano del Foro pisano - che in questo interminabile procedimento giudiziario è stato assistito da una sua giovane collega, l’avvocato Giulia Padovani.Il giudice Cipolletta ha assolto gli altri tre imputati mentre ha condannato Rezzonico a due anni e sei mesi di reclusione, una pena decisamente superiore a quella richiesta dal pubblico ministero (un anno e sei mesi). Sono state anche accolte le richieste di risarcimento danni avanzate dalle parti civili, la società Joeray e l’avvocato Gini. A quest’ultimo è stata immediatamente riconosciuta una provvisionale di 50mila euro.  Federico Cortesi

 

Valle d'Aosta, così rinascono i castelli

Da il Sole 24ore - 24 gennaio 2012

Torri d'avvistamento e dimore nobiliari. Ex miniere e piccoli villaggi. Restaurati e trasformati, tornano a nuova vita. Per divantare musei, palcoscenico di eventi, centri culturali. Tutti da esplorare, magari in una giornata di pausa dalle piste da sci

La chiamano restituzione. Si prendono siti archeologici, castelli medievali, antiche case rurali, si ristrutturano e si riconsegnano al pubblico sotto forma di musei, centri culturali, palcoscenici per eventi. «La Valle d'Aosta ha un patrimonio storico e culturale immenso, non basta restaurarlo, bisogna renderlo fruibile, facendo della memoria del passato materia viva», spiega Laurent Viérin, assessore all'Istruzione e alla Cultura. Così, siti che sembravano destinati a un lento degrado – come l'area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, il Teatro Romano di Aosta, alcuni dei tanti castelli disseminati in tutta la regione – sono ora visitabili. Magari (in attesa di una definitiva riapertura) anche solo per qualche iniziativa come la rassegna Châteaux ouverts, che apre i cantieri al pubblico durante i lavori di restauro. È successo negli ultimi tempi ai castelli di Aymavilles, Arnad, Quart e, lo scorso agosto, in concomitanza con la Festa del Lardo, a quello di Vallaise d'Arnad.

MOSTRE E MUSEI AL FORTE DI BARD
Simbolo di questa politica è l'imponente Forte di Bard, proprio all'imbocco della Valle d'Aosta che, da quando ha aperto nel 2006, è il nuovo polo culturale delle Alpi occidentali. Tre ascensori panoramici in vetro si arrampicano su una ripida gola: il forte se ne sta arroccato a 106 metri d'altezza e occupa 14 mila metri quadri che ospitano mostre temporanee, il Museo delle Alpi, che racconta in 29 sale multimediali l'universo alpino, Le Alpi dei Ragazzi, per scoprire la montagna giocando e l'Espace Vallée Culture, biglietto da visita virtuale (con postazioni internet in 4 lingue) della regione. A breve aprirà il nuovo Museo delle Frontiere, dedicato alla storia di Bard e delle fortificazioni alpine.

RESIDENZE REALI E FORTEZZE
Castelli e rocche costituiscono uno dei tratti salienti di questo paesaggio. Risalendo il corso della Dora si incontrano torri d'avvistamento, mura merlate, manieri ingentiliti da portali gotici ad arco carenato. Sono più di cento le sentinelle delle Alpi, nate per collegare a vista il fondovalle alle vette del Bianco e del Rosa, e tenere sotto controllo l'arteria che, superando i passi del Piccolo e del Gran San Bernardo, metteva in comunicazione Roma e la Francia. Ce ne sono di tutti i tipi. Fortezze inespugnabili come il castello di Verrès, un cubo di pietra di 30 metri per lato che domina l'ingresso della Val d'Ayas, dove tutto è sovradimensionato: le spesse mura, le caditoie, i camini, le bifore scolpite, lo scalone ad arco rampante. Manieri di rappresentanza come Fénis, voluto da Aimone di Challant a metà del XIV secolo: torri e torrette abbracciate da una doppia cinta muraria che nascondono il cortile affrescato da Giacomo Jaquerio. Poi ci sono le residenze reali come Castel Savoia – dove passava le sue estati Margherita di Savoia – che conserva intatti la camera da letto e il salottino della regina, e più estrose dimore come il Castello di Introd: a forma circolare è la ricostruzione di inizio Novecento di una fortezza duecentesca e custodisce uno splendido granaio quattrocentesco. Qui, in estate, si tiene un festival con spettacoli, concerti e degustazioni.

 

 
“Trekking nelle valli occitane”: finanziato, con risorse dedicate all’escursionismo, il progetto della Comunità montana Valli Grana e Maira

Da Cunecronaca.it - 24 gennaio 2012

 

 La Regione ha finanziato con risorse dedicate all’escursionismo dall’UE tramite il Piano di sviluppo rurale 2007-2013, il progetto della Comunità Montana Valli Grana e Maira “Trekking nelle valli occitane” per un importo di € 300.000.

L’intervento programmato è riconducibile al completamento infrastrutturale di itinerari già esistenti quali la Curnis Auta in valle Grana e il sentiero delle fortificazioni in valle Maira, al completamento infrastrutturale di altri itinerari quali il Dino Icardi e l’anello di Saretto, alla promozione della strada dei mulini e alla realizzazione di strumenti, prodotti ed attività per la promozione turistica del territorio.

 

Nell’ambito del progetto la Comunità Montana Valli Grana e Maira ha anche attivato alcune convenzioni con l’Associazione Albergatori ed Operatori Economici della Valle Maira, l’Associazione Chaliar onlus, la Pro Loco di Elva, la Pro Loco di Canosio, Pro Loco Marmora, la Pro Loco di Pradleves, l’Associazione La Cevitou, la Pro loco Valverde, la Pro Loco di Monterosso Grana e l’Azienda agricola e agrituristica Courdéto per la manutenzione e pulizia dei sentieri oggetto di intervento. 

Nelle differenti fasi dell’infrastrutturazione della rete sentieristica saranno anche coinvolte alcune realtà locali che apporteranno un contributo ciascuna secondo le proprie prerogative, quali ad esempio le Associazioni “La Cevitou”, la “Compagnia del Buon Cammino” e l’associazione “Montagne senza Frontiere”. 

“Obiettivi principali del progetto finanziato” ricorda Roberto Colombero presidente della Comunità Montana, “sono l’aumento dei pernottamenti degli escursionisti nelle valli Grana e Maira, il collegamento degli itinerari della Curnis Auta e dei Percorsi Occitani con il miglioramento dei sentieri e la sperimentazione di un nuovo itinerario tematico incentrato sulle antiche macchine ad acqua di sicuro interesse turistico.”I fondi stanziati serviranno per il ripristino di alcuni tratti di sentiero anche con opere di ingegneria naturalistica, per il posizionamento di bacheche e pannelli illustrativi, per il completamento della segnaletica direzionale ed orizzontale, per la costruzione di un bivacco fisso sotto il Colle di Feuillas nel comune di Acceglio, per la realizzazione di aree di sosta temporanea presso il Mulino Maddalena nel comune di Prazzo e presso il Mulino-segheria di San Sebastiano nel Comune di Marmora e per alcune opere di ristrutturazione interna del Bivacco Rousset nel comune di Monterosso Grana.

 

Fai Sassari: Calendario Incontri 2012, Scopri Tutto Adesso!

Da sardegna.blogosfere.it - 23 gennaio 2012

Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) è una Onlus tesa al recupero, tutela e valorizzazione dell' immenso patrimonio culturale e ambientale dell' Italia, ma non solo, sul sito ufficiale si legge (circa la propria missione): "Promuovere in concreto una cultura di rispetto della natura, dell' arte, della storia e delle tradizioni d'Italia e tutelare un patrimonio che è parte fondamentale delle nostre radici e della nostra identità".Famose, oltre alle Giornate FAI di Primavera, anche le campagne di raccolta fondi per salvaguardare e recuperare molti monumenti italiani, spesso sconosciuti ai più, ma autentici gioielli, ne 2010 anche un monumento sardo poté godere di questo intervento: Punta Don Diego e le sue Fortificazioni!

 

Città e fortezze in miniatura al Grand Palais

La Stampa - 23 gennaio 2012

Parigi espone 16 plastici di una collezione storica. Pezzi dal 1600 al 1873, tutte le piazzaforti-chiave.

La mostra La France en relief, al Grand Palais di Parigi, celebra innanzitutto l'inamovibile efficienza della pubblica amministrazione gallica. In Francia i regimi cambiano, ma lo stato resta. E così dal 1668 al 1878, attraversando l'Ancien régime, tre Repubbliche, due Imperi, un Consolato, una Restaurazione e una Monarchia Borghese, gli appositi servizi continuarono imperterriti a realizzare, conservare, aggiornare e restaurare i “plans-reliefs”, i plastici delle principali piazzeforti francesi. Risultato. Una collezione di 260 modellini di 150 fortezze, perfette riproduzioni tridimensionali in legno, carta e seta (per fare gli alberi) con tutti i minimi dettagli di bastioni, cortine, batterie ma anche della città che c'era dentro e dei campi che la circondavano. In scala 1:600, un piede per cento tese, secondo le unità di misura prerivoluzionarie. E' una Francia in miniatura ma non troppo: il “plan” del porto di Cherbourg, realizzato dal 1818 al 1819, dunque sotto Napoleone I e Luigi XVIII, attualizzato dal 1868 al 1872, fra Napoleone III e la Terza repubblica, e restaurato dal 1946 al 1948, sotto la Quarta, consiste in 46 tavole tridimensionali, è lungo 17 metri, largo nove e mezzo e copre una superficie di 160 metri quadrati. Ed è completato da quello della diga fortificata che chiude il porto: altri 15 metri quadrati.

La collezione è conservata nell'apposito museo nelle soffitte degli Invalides. Adesso però (fino al 17 febbraio) sedici dei plastici più spettacolari sono esposti in modo spettacolarissimo sotto la cupola di vetro del Grand Palais: ogni “plan-relief” si riflette in un grande specchio e i cannocchiali permettono al visitatore di scrutarne ogni dettaglio come se fosse il comandante dell'armata assediante. In effetti le origini della collezione sono militari. In un epoca in cui la cartografia era molto più incerta di oggi ma la Francia già altrettanto centralizzata, i plastici permettevano di mettere sotto gli occhi di Luigi XIV e dei suoi ministri, senza bisogno di spostarsi da Parigi, tutte le difese del Regno. E tanto erano pregiati e pregevoli che dal 1700 in poi furono ospitati nella grande galleria del Louvre, all'epoca non ancora museo ma palazzo reale.

I più spettacolari sono quelli delle fortezze sulla frontiera delle Alpi, soggette a continui passaggi di proprietà fra la Francia e il Ducato di Savoia prima e il regno di Sardegna poi.  Qui praticamente il confine si è spostato una volta a generazione almeno fino al 1947, quando Briga e tenda furono cedute alla Francia per soddisfare un capriccio del generale de Gaulle, impegnatissimo a far credere ai francesi di aver vinto una guerra che invece avevano disastrosamente perso.

Così fra Montmelian (riprodotta in rovine dopo che il maresciallo di Catinat l'aveva tolta al Duca di Savoia nel 1691), Embrum, Fort-Barraux, Mont-Dauphin, Grenoble (impressionante, con tutta la città perfettamente riprodotta com'era sotto Luigi Filippo) e Briancon, compaiono anche due forti che oggi stanno indiscutibilmente in Italia. Uno è Exilles, fatto radere al suolo da Napoleone ma ricostruito dai Savoia dopo il 1815 e, unendo al danno la beffa, con i soldi dell'indennità di guerra versata dalla Francia dopo Waterloo.  L'altro è Fenestrelle, “la muraglia delle Alpi” costruita da Ignazio Bertola, magnifica sia nell'originale che in miniatura. Per la verità, il plastico non è francese ma faceva parte della raccolta di Vittorio Amedeo III. Ma nel 1809, dice pudicamente la didascalia, “le armées francesi portarono via tutta la collezione” da Torino, insomma la rubarono. Del resto, oggi non è certo francese Lussemburgo, presa dal Re Sole nel 1684 e persa nel 1697, poi ripresa dal 1795 e ripersa nel 1814.  E men che meno Berg-op-Zoom, fortezza olandese che nel 1747 fu conquistata dal conte di Lowendal con un saccheggio che scandalizzò tutta l'Europa dei lumi. Luigi XV, come al solito indeciso, chiese al maréchal de Saxe come regolarsi con il barbaro.  Risposta:” Sire, o lo fate maresciallo di Francia o lo fate impiccare”.  Il Re lo fece maresciallo. Corsi e ricorsi storici. Il plastico di Strasburgo, eterno pomo della discordia fra francesi e tedeschi, fu “portato via” dai prussiani nel 1815, dopo Waterloo. Il plastico (72 metri quadrati, con la celebre cattedrale perfettamente riprodotta) fu rifatto sotto Napoleone III. Però nel 1870 i prussiani riportarono via Strasburgo alla francia: stavolta non la copia ma l'originale. Mentre il “plan-relief” di Brest, tuttora il principale porto militare sull'Atlantico, è prezioso per sapere com'era la città, che durante la seconda guerra mondiale fu praticamente rasa al suolo. E cos' via. Però, considerazioni storiche e artistiche a parte, qualsiasi maschio adulto che visiti questa mostra eccezionale torna immediatamente bambino. Insomma, viene subito voglia di scavalcare la balaustra e di tirare fuori i soldatini. Alberto Mattioli da Parigi

 

Ricetta del quasi gelato con tocco di genio: il sorbetto Buontalenti - Ma dove è nato il gelato e chi lo ha inventato?

Da arteesalute.blogosfere.it - 23 gennaio 2012

Leggenda vuole che il primo gelato sia nato verso la fine del 1500 ad opera di un eclettico ingeniere, tal Bernardo Buontalenti, al secolo Bernardo Timante Buonacorsi (Firenze, 1536 - Firenze, 6 giugno 1608) come ci riferisce il sito TaccuiniStorici.it che vi invito a visitare se amate questo tipo di curiosità gastronomiche tra arte, storia e cultura. Il suo, invero, non era un proprio un gelato. Diciamo un quasi gelato. Ecco come è andata.
GENIO POLIEDRICO. Bernardo Timante Buonacorsi, detto il Buontalenti, è stato un architetto, scultore, pittore, ingegnere militare e scenografo italiano. Con la sua lunga ed operosa attività presso la corte granducale fiorentina, fu uno degli artisti più importanti ed influenti della seconda metà del Cinquecento e personaggio chiave dell'epoca del manierismo fiorentino, fortemente legata alla personalità di Michelangelo ed in genere al Rinascimento toscano.


 

Bracciano senza segreti Arroccato sulla collina, il Castrum Brachiani è famoso per il suo lago ed il suo castello, ma sono tanti i segreti che questo nasconde…

Da liberonews - 22 gennaio 2012

A soli 40 chilometri da Roma, sulla sponda occidentale dell'antico Lago Sabatino dall’epoca etrusca, Bracciano è un piccolo comune arroccato su una collina, con quasi ventimila abitanti. Una piccola perla tra le terre del Lazio, ricca di natura, storia, cultura e romantici scorci da vivere.
Le origini del piccolo centro sono frammentarie, forse risalenti al X secolo. Dalla fine del IX secolo i saraceni iniziarono le loro incursioni nel territorio, diffondendo paura tra le popolazioni. I proprietari terrieri scelsero di edificare fortificazioni e castelli, e molti contadini si rifugiarono all'interno delle aree fortificate, le castrum. Da qui il nome "Castrum Brachiani", confermato da alcuni documenti del XV secolo. Poi, verso la fine dell'XI secolo la famiglia dei Prefetti di Vico trasformò la preesistente torre in una rocca, realizzando nuove fortificazioni e occupando sempre maggiori spazi. Napoleone Orsini, nel 1470, iniziò a trasformare questa rocca nel maestoso castello simbolo di Bracciano.
La storia del comune può essere ripercorsa partendo proprio da qui, dallo splendido castello Orsini Odescalchi, con i suoi saloni ed i suoi affreschi, con i suoi soffitti intarsiati e gli arredi, con le sue armi e armature. Un viaggio nella storia e nel lusso di un tempo, con una bellezza che lascia a bocca aperta ancora oggi. Proseguendo per le vie di Bracciano, all’interno del Museo Civico sono esposti reperti che vanno dall'epoca etrusca fino all'Ottocento.
A poca distanza si incontra anche la Collegiata di Santo Stefano e l'Archivio storico, sede di laboratori archeologici e artistici: ogni domenica il biglietto d'ingresso al museo include una visita del centro storico del paese su prenotazione. Dopo storia e cultura, è tempo di dedicarsi alla natura: percorrendo le caratteristiche vie del paese,tra discese e salite, arriverete sul suo famoso lago: dichiarato nel 1999 Parco Regionale e sesto in Italia per profondità, ha anche un suo emissario, il fiume Arrone.
Di origine vulcanica, ospita i paesi di Anguillara Sabazia e Trevignano Romano. Il divieto di navigazione privata a motore inoltre favorisce la popolazione ittica. E vi sono stati ritrovati anche diversi resti protostorici. Uno dei bastioni dell’antica cinta fortificata, il Belvedere della Sentinella, è un perfetto luogo di sosta ed incontro dal quale si gode un meraviglioso panorama sulla campagna circostante e sul lago.

 

Tutti i viaggi che ci hanno fatto europei

Da il sole 24ore - 22 gennaio 2012

Europa terra di viaggiatori. È così da sempre e anche oggi, nonostante la competizione globale, il nostro continente mantiene il suo primato con oltre la metà degli arrivi internazionali. Eppure dal punto di vista turistico... l'Europa non esiste. Sì, perché l'idea di un "viaggio europeo" non ha quasi contenuti, al di là delle coordinate geografiche, e ai viaggiatori si continua a proporre la somma delle attrattive dei diversi Paesi: l'arte italiana, la cucina francese, la cultura tedesca eccetera.
E anche quando gli europei si fanno visita tra di loro – sempre più spesso grazie al l'adozione dell'euro e al trattato di Schengen che hanno permesso di andare dappertutto senza controlli doganali e con una sola valuta (finché dura) – quasi ogni luogo storico o museo racconta di scontri e divisioni: Francia e Germania hanno combattuto tre guerre negli ultimi centocinquant'anni e gli infiniti monumenti che celebrano l'orgoglio nazionale certo non aiutano a creare il senso di una comune cittadinanza europea. Ma ora qualcosa sta cambiando. Dopo che il trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, ha finalmente accolto il turismo come materia di competenza europea, riconoscendone il rilievo economico ma soprattutto sociale e culturale, anche la Commissione europea si è mossa. Da qualche tempo infatti si avverte uno sforzo coerente di proporre l'Europa nel suo insieme come possibile meta di un nuovo turismo culturale, con itinerari che per la prima volta sottolineano i legami, le collaborazioni e gli scambi tra i diversi Paesi, la comune identità culturale. Un processo al quale anche i rappresentanti italiani – per una volta – hanno contribuito con efficacia e convinzione. Un primo esempio del nuovo corso può essere considerato il sito www.visiteurope.com, ma la soluzione più semplice è parsa subito quella di adottare gli itinerari culturali («Cultural Routes» www.culture-routes.lu) del Consiglio d'Europa, un'iniziativa avviata 25 anni fa, nel 1987, con il glorioso "Cammino di Santiago" e andata avanti poi tra alti (pochi) e bassi (molti). Il «Touring Club Italiano» li ha ora raccolti in un volume stampato in centinaia di migliaia di copie che è stato dato in dono agli associati per il 2012 (Alla scoperta delle radici europee. I 29 itinerari del Consiglio d'Europa, Touring editore, pagg. 192). Un passo decisivo considerando che il maggior limite di questi percorsi è sempre stato l'essere poco conosciuti dal grande pubblico.
Scorrendo l'elenco si trova di tutto: celebri vie di pellegrinaggio come la via Francigena, la rete dei siti cluniacensi o cistercensi, l'itinerario dell'arte romanica ma anche un percorso sulle tracce della cultura ebraica. Si va da nord a sud lungo la via Carolingia, che ripercorre il percorso compiuto da Carlo Magno nell'autunno dell'800 da Aquisgrana a Roma per essere incoronato imperatore, così come l'antica via Regia che dall'alto medioevo collega Occidente e Oriente attraverso l'Europa del nord; e ancora percorsi musicali mozartiani, parchi e giardini, la diffusione dell'ulivo o della vite, le vie del ferro nei Pirenei o in Europa centrale e così via. Ben 19 toccano l'Italia, in diversa misura.
Personalmente, avendo coniato su queste pagine il termine "cimiturismo", amo molto l'itinerario dei cimiteri storici: un turismo tutt'altro che macabro e anzi assai più praticato di quanto non si creda. Ho poi percorso la straordinaria «Ruta del Quijote» (l'itinerario di Don Chisciotte), che sembra disegnato dallo stesso «cavaliere dalla triste figura»: 2.500 chilometri di strade assolate attraverso la Mancia che vanno da tutte le parti e in nessun posto. A dire il vero quest'ultimo di europeo ha ben poco, se non forse per il fatto di essere smisurato e irrazionale come parecchi dei provvedimenti che ci arrivano da Bruxelles, ma è comunque occasione di scoperte e rivelazioni a ogni svolta della strada.
Alcuni itinerari sono ragionevolmente percorribili, e anzi rappresentano una bella opportunità per viaggi fuorirotta, altri come la Rotta dei fenici, che attraversa tutto il Mediterraneo, rappresentano una sfida probabilmente insuperabile per chi non voglia passare il tempo a farsi controllare e timbrare il passaporto; per non citare l'itinerario delle fortificazioni che prevede di saltare (come?) dal Lussemburgo alla Transilvania, e non aggiungo altro. Qualcuno è ben tracciato e segnalato, altri sono quasi solo sulla carta e nella mente dei loro promotori. Ma nel loro insieme queste vie di dialogo rappresentano comunque un nuovo punto di vista sul viaggio, in una stagione avara di novità. La strada ci farà europei?

 

E il sindaco non maschera la delusione: ci aiutano solo una decina di cittadini

E’ ancora “tiepida” invece la risposta dei palmarini. E il sindaco Francesco Martines (nella foto) non esita a esprimere un po’ di delusione. Se la presenza del personale operaio del Servizio gestione territorio è il frutto della disponibilità dell’assessorato all’agricoltura regionale e del lavoro dell’Amministrazione comunale, ora la palla passa anche ai cittadini. L’amministrazione ha proposto la creazione di un’associazione, “Amici dei bastioni”, il cui obiettivo è quello di riunire persone disposte a prendersi cura delle fortificazioni effettuando piccoli interventi di pulizia. Si vuole evitare che il grande lavoro effettuato durante i due week end di esercitazione delle squadre di Protezione civile regionale venga vanificato con il passare dei mesi. Commenta il primo cittadino: «Ci aspettavamo, a dire il vero, un’adesione più entusiasta a quest’iniziativa. Dopo tutto il consenso espresso in occasione della pulizia dei bastioni, pensavamo che tanti cittadini dessero con più convinzione la disponibilità a impegnarsi direttamente a mantenere il lavoro svolto. Eppure, finora, ci sono pervenute solamente una decina di adesioni. Speriamo che, passato forse il periodo un po’ particolare delle festività natalizie, arrivino in Comune altri moduli sottoscritti. I bastioni sono un bene collettivo che tante persone hanno contribuito a difendere nell’operazione di Protezione civile di novembre, pur non essendo di Palmanova, allora lo sono ancor di più per chi i bastioni li ha sempre vissuti e avuti accanto». Da qui dunque l’invito ai cittadini a dare il proprio contributo. Per farlo si può compilare il modulo presente nel bollettino comunale recapitato qualche tempo fa in tutte le case e consegnarlo in Comune, all’ufficio protocollo. In alternativa si può scaricare il modulo dal sito del Comune e rispedirlo via mail. «L’associazione – precisa Martines - sarà costituita, solo se si raggiungerà un numero minimo considerato operativo per le finalità che si intendono perseguire e per la dimensione del territorio sul quale intervenire». (m.d.m.)

 

Forestali all’opera 2 mesi per ripulire i bastioni

PALMANOVA I forestali (vale a dire gli uomini e le donne del Servizio gestione territorio rurale e irrigazione della Direzione centrale risorse rurali agroalimentari e forestali) sono tornati al lavoro sulle fortificazioni. Come avevano promesso e come la convenzione firmata il 5 dicembre prevede che accada per altri cinque anni, gli operai specializzati completeranno il lavoro iniziato durante la recente esercitazione di Protezione civile, intervenendo sulla cinta fortificata, ma non solo. «In questi giorni – riferisce l’assessore all’urbanistica, Luca Piani - sono già all’opera 6 squadre (circa una trentina di persone) per eliminare la vegetazione infestante, devitalizzazione delle ceppaie e consolidare le parti murarie più pericolanti. A propria disposizione hanno due piattaforme mobili e un mezzo meccanico per tagliare i cespugli. Si fermeranno nella nostra città per almeno un paio di mesi, a seconda delle condizioni climatiche». I dipendenti del Servizio gestione territorio, coordinati dal responsabile del servizio Sebastiano Sanna e dal referente del cantiere Luigi Berghem, si sono dati tre obiettivi. Primo: completare il lavoro di pulizia del fossato tra porta Udine e porta Cividale e tra porta Aquileia e porta Udine. Secondo: bloccare la ricrescita delle ceppaie sugli spalti erbosi. Terzo: completare la pulizia sulla cinta muraria a sinistra e a destra di porta Udine e a sinistra (per chi entra in fortezza) di porta Cividale. Il tutto con la diretta supervisione del Genio civile, in sintonia con la Soprintendenza. L’accordo quinquennale, sottoscritto dall’assessore regionale all’agricoltura Claudio Violino e dal sindaco di Palmanova Francesco Martines, prevede che questo personale specializzato, effettui lavori di manutenzione e riqualificazione ambientale della cinta bastionata: opere di sfalcio, taglio delle alberature infestanti e limitate opere di consolidamento delle parti murarie. Nell’intenzione del Servizio gestione territorio, come riferito a suo tempo dal direttore Luca Bulfone, vi è però anche la volontà di andare a riscoprire e mappare le gallerie sotterranee che percorrono la cinta bastionata rendendole, dove possibile, nuovamente percorribili. L’assessore Piani anticipa un progetto del Comune per dare visibilità al lavoro svolto dai forestali e per aumentare nel visitatore, anche di passaggio, la percezione della bellezza di Palmanova. «Vogliamo cercare le risorse – annuncia - per allargare l’illuminazione dei tre ingressi in città estendendola fino al primo orecchione dei baluardi che fiancheggiano le porte monumentali». Monica Del Mondo

 

Il sentiero della Grande Guerra è di nuovo percorribile sugli sci

SAN CASSIANO. Adesso che la neve - finalmente - è arrivata e tutte le piste sono perfette dal punto di vista dell’innevamento, diventano ancora più fascinose le lezioni di storia percorrendo, con gli sci, i luoghi che sono stati teatro della Grande Guerra nelle Dolomiti. Si va alla ricerca di testimonianze come i camminamenti nella roccia, le gallerie e le fortificazioni. È un «tour» di straordinario interesse, fra l’altro segnalato in modo ottimale. È un percorso storico affascinante lungo le trincee attorno al Col di Lana, al confine tra Veneto e Alto Adige. Si percorrono circa 40 chilometri di piste per un totale di 14 impianti diversi; si utilizza uno speciale skibus per tre spostamenti (32 chilometri in tutto) e anche un suggestivo trasporto con cavalli per una lunghezza complessiva di 91 chilometri che si può compiere in entrambi i sensi di percorrenza.
 Uno dei punti di partenza è il Passo di Campolongo da dove ci si dirige verso Arabba e le piste di Porta Vescovo. Si scende poi verso Malga Ciapela con la possibilità di salire sulle piste della Marmolada. Da qui, con lo Skibus, si arriva fino ad Alleghe sulle piste ai piedi del Civetta. Si risale sullo Skibus fino a Pescul dove si prendono gli impianti per il rifugio Fedare e da qui si va per la cima dell’Averau. Quindi si scende verso le Cinque Torri al cospetto della Cima della Tofana. Ancora si scende sotto passo Falzarego e con lo Skibus si raggiunge il passo da dove si spicca un balzo con la funivia del Lagazuoi. Da qui comincia uno dei tratti più spettacolari: la lunga discesa, oltre 7 chilometri, fino ad Armentarola, dove si raggiungono gli impianti dell’Alta Badia passando a fianco del rifugio Scotoni. Una volta arrivati alla Capanna Alpina si utilizza un singolare servizio di taxi a cavallo: gli sciatori - una fianco all’altro - si fanno trainare appunto dai cavalli fino a raggiungere l’Armentarola. Una lezione di storia dal vivo che poi potrà essere perfezionata nel corso del mesi estivi quando saranno aperti i vari musei all’aperto (in particolare sul Lagazuoi, alle Cinque Torri e a passo Valparola) che offrono mostre di straordinaria importanza proprio sulla prima guerra mondiale.
Informazioni possono essere richieste alle associazioni turistiche dell’Alta Badia. Attenzione: prima di affrontare il «raid» sciistico è opportuno informarsi sulle condizioni meterologiche.- Ezio Danieli