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Germania: guerra fredda, in un libro di Ann-Kathrin Reichardt la storia della lotta dei servizi segreti al contrabbando di Bibbie verso l’Unione Sovietica
Da agensir.it del 9 gennaio 2021

La storia della guerra fredda ha tramandato molte situazioni nelle quali la lotta dell’ateismo di Stato in Germania dell’Est raggiunse vertici inimmaginabili. Un libro presenta un capitolo inaspettato di questa storia del conflitto Est-Ovest: la lotta dei servizi segreti della Ddr, la Stasi, e dell’Unione Sovietica, il Kgb, per impedire il contrabbando di Bibbie nei Paesi del Patto di Varsavia, da parte delle società missionarie occidentali. Ann-Kathrin Reichardt, che lavora presso l’archivio che conserva i documenti della sicurezza statale della Germania dell’Est. è l’autrice dell’indagine “Contrabbandieri, informatori e chekisti. Come la Stasi e il Kgb hanno combattuto il contrabbando biblico nell’Unione Sovietica”.

In una intervista rilasciata a kathoisch.de ha raccontato che si è imbattuta nei documenti della lotta al contrabbando di Bibbie studiando i “processi operativi che erano stati creati quando le persone venivano osservate e spiate” e la maggior parte dei libri confiscati venivano bruciati: “Lo scopo dei governanti sovietici era quello di sopprimere la vita spirituale e religiosa. Le comunità cristiane – soprattutto se non appartenevano alla Chiesa ortodossa – erano spiritualmente affamate. Per contrastare questa situazione, intorno alla metà degli anni ’60 sono comparse società missionarie occidentali, in particolare della Repubblica Federale e degli Stati Uniti. Si sentirono chiamate a inviare pubblicazioni cristiane ai loro compagni di fede dietro la cortina di ferro”. Per i regimi socialisti, ha spiegato Reichardt, il cristianesimo era l’ideologia del nemico: c’era il terrore dell’infiltrazione e del contro-potenziale ideologico della religione e per questo “furono creati dipartimenti speciali nei servizi segreti dell’Europa orientale responsabili solo dell’osservazione delle Chiese e delle comunità religiose”.

 

Forte La Carnale: al via lavori di manutenzione e pulizia
Da zerottonove.it del 8 gennaio 2021

Immagine da Google Maps

In stato di abbandono Forte La Carnale di Torrione, a Salerno: in corso interventi di manutenzione e pulizia da parte dell’Ept

Al via, a Salerno, i lavori per la manutenzione e la pulizia di Forte La Carnale di Torrione, struttura chiusa al pubblico ormai da tempo. A riportare la notizia è il quotidiano “Le Cronache”.

Gli interventi realizzati dall’Ept di Salerno sono finalizzati a restituire un minimo di decoro all’area che versa in uno stato di abbandono.

 

Pasdaran svelano base missilistica sotterranea vicino alla costa del Golfo Persico
Da sputniknews.com del 8 gennaio 2021

L'inaugurazione della base arriva in mezzo alle tensioni tra la Repubblica islamica e l'alleanza USA-Israele, con l'Iran che incolpa Tel Aviv per l'omicidio nel novembre 2020 di un importante scienziato nucleare e Washington che rafforza la sua presenza militare in Medio Oriente.

Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC) ha rivelato l'esistenza di una nuova base missilistica sotterranea appartenente alla Marina dell'IRGC. Le foto e il video della nuova base pubblicate dai media iraniani mostrano alti ufficiali che visitano la struttura, camminando lungo file di missili di varie classi e gittate. Il filmato mostra tunnel lunghi abbastanza larghi da consentire il traffico bidirezionale da parte di lanciamissili mobili, basati su camion, e veicoli di rifornimento.
L'IRGC non ha tentato di nascondere a chi era rivolto il messaggio all'inaugurazione della base missilistica, con il video che mostrava gli ufficiali che camminavano sulle bandiere degli Stati Uniti e di Israele dipinte sul pavimento mentre entravano nella base. Il comandante in capo dell'IRGC, il generale Hossein Salami, presente all'inaugurazione della nuova struttura, ha detto che la base è "una delle numerose basi che ospitano i missili strategici della marina", suggerendo che aiuterebbe "a rafforzare il potere di deterrenza del paese", e proteggere l'integrità territoriale e l'indipendenza del paese e le conquiste della rivoluzione islamica "contro ogni potenziale "demone" che minaccia l'aggressione. Il comandante ha aggiunto che i missili alloggiati nella base hanno una portata di centinaia di chilometri e hanno un alto livello di precisione e potere distruttivo, comprese capacità di guerra anti-elettronica. Secondo Salami, i missili navali dell'IRGC sono tra i migliori al mondo tra i sistemi missilistici antinave costieri, da superficie a superficie, aria-mare e mare-aria.
Tra le armi viste nelle foto e nei video ci sono i missili da crociera anti-nave Noor, che hanno un raggio operativo compreso tra 30 e 170 km, a seconda del modello, e il Qader, un missile da crociera anti-nave a medio raggio con un'autonomia di 300 km.
Salami ha visitato la struttura con l'ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante della Marina dell'IRGC. L'ubicazione della nuova struttura non è stata rivelata. L'Iran ha una costa di oltre 2.400 km, di cui circa 1.700 km nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Ciò include lo Stretto di Hormuz, un'arteria strategica attraverso la quale passa ogni giorno circa il 20% del petrolio mondiale.

Le tensioni Iran-USA

La regione ha assistito all'aumento delle tensioni dopo l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo nucleare iraniano nel 2018. Nel 2019, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato il dispiegamento di un gruppo d'attacco di portaerei in Medio Oriente, citando una "minaccia dell'Iran" non specificata, il Golfo Persico ha visto molteplici incidenti di sabotaggio di petroliere che Washington ha attribuito a Teheran. L'Iran ha negato la responsabilità. Nel giugno 2019, l'IRGC ha abbattuto un drone spia statunitense avanzato che operava sullo spazio aereo iraniano nello Stretto di Hormuz, spingendo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a considerare attacchi aerei contro l'Iran prima di abbandonare l'idea.

Nel dicembre 2020, le tensioni sono aumentate di nuovo dopo che gli Stati Uniti hanno schierato un sottomarino missilistico con un massimo di 154 missili da crociera Tomahawk nel Golfo Persico in risposta al presunto attacco missilistico dell'Iran contro il complesso dell'ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Teheran ha negato con veemenza le accuse di coinvolgimento e ha accusato Washington di cercare un pretesto per iniziare una guerra negli ultimi giorni della presidenza Trump.
Le tensioni tra l'Iran e l'alleanza USA-Israele sono state ulteriormente aggravate dall'assassinio da parte degli Stati Uniti del comandante della forza Quds dell'IRGC Qasem Soleimani nel gennaio 2020, nonché dall'uccisione nel novembre 2020 di Mohsen Fakhrizadeh, uno scienziato nucleare iraniano di alto livello e missilistico. L'Iran ha incolpato Israele per quest'ultimo incidente. I funzionari israeliani non hanno rilasciato alcuna dichiarazione formale per confermare o negare la responsabilità dell'assassinio.

 

Il Castello di Torrechiara vicino a Parma
Da rivistanatura.com del 5 gennaio 2021

Richard Donner, il regista del film cult del 1985 Ladyhawke, conosce bene le bellezze d’Italia. Già ho avuto modo di parlarvi dei ruderi di Rocca Calascio, in Abruzzo, ora vi propongo l’imponente Castello di Torrechiara, in provincia di Parma che, come il primo, è servito da ambientazione per alcune scene del film in questione.

Torrechiara è l’esempio classico del castello medioevale, così come ce lo siamo immaginati sin da bambini. Si erge austero e un po’ minaccioso su di una collina terrazzata a 278 m s.l.m., un poco discosto dal suo paese di riferimento. La mole massiccia è caratterizzata dalla presenza di numerosi torrioni che ne rendono inconfondibile il profilo.

Vicende storiche

L’originario fortilizio di Torchiara fu costruito in epoca medievale. Le prime note storiche risalgono al 1259, quando il podestà di Parma ne ordinò la distruzione per mettere fine ai moti di ribellione contro la sua città. Ricostruito dalla famiglia Scorza, fu in seguito demolito altre tre volte.

Nel maggio del 1448, sulle rovine dell’antico fortilizio, Pier Maria II de’ Rossi diede avvio al cantiere di costruzione del grande castello. I possedimenti dei Rossi si estendevano su un quinto del territorio parmense e il castello, grazie alla sua eccezionale visibilità in tutta la vallata, doveva celebrare la potenza della famiglia.
Caratterizzato da una tripla cinta muraria e da quattro torrioni angolari, il castello aveva un aspetto fortemente difensivo ma in realtà era stato voluto dallo stesso Pier Maria anche come elegante dimora isolata ove poter incontrare l’amante Bianca Pellegrini di Arluno; per questo il Conte si rivolse ai più importanti artisti della zona che furono chiamati a decorare le sale interne, tra i quali Benedetto Bembo, che affrescò in stile gotico la Camera d’Oro. I lavori di edificazione furono completati nel 1460.

Di mano in mano

Nel 1482 Pier Maria II de Rossi avviò una guerra dall’esito disastroso contro le truppe ducali di Ludovico il Moro e il primo settembre dello stesso anno morì proprio nel castello di Torrechiara. Questo, insieme alle rocche di Felino e San Secondo, passò nelle mani del figlio di Ludovico il Moro e, dopo l’arrivo dei francesi a Milano, in quelle del re di Francia.
Tra varie vicende il Castello di Torrechiara e quello di Felino furono acquistati dal Marchese Galeazzo Pallavicino da Busseto, per poi passare agli Sforza, dopo il matrimonio tra Sforza I Sforza e Luisa Pallavicino. Negli anni successivi, il conte Sforza, per dare al castello un aspetto meno militare, fece realizzare le due grandi logge panoramiche verso la Val Parma, abbassare le mura del borgo e demolire parte della terza cerchia muraria della fortezza, mentre gli spalti divennero frutteti e giardini pensili. Il conte e soprattutto suo figlio Francesco diedero incarico a Cesare Baglioni e ad altri importanti artisti di affrescare molte sale del castello.

 

Fortificazioni alpine: news! - FINALMENTE LA REGIONE NE APPROVA LA VALORIZZAZIONE E LA DIFESA!
Da piemontealps.it del 4 gennaio 2021

Forte Vinadio

Di Erika Ambrogio

Finalmente una buona notizia: il Consiglio Regionale del Piemonte ha votato all’unanimità l’Ordine del Giorno (29 dicembre 2020) sulla valorizzazione delle fortificazioni alpine piemontesi.

Come alcuni di voi sapranno, sono appassionata delle opere del Vallo Alpino e dei forti, e scoprire che, oltre alle varie associazioni, anche la Regione ha finalmente capito l’importanza di questa nostro patrimonio, è un grande passo avanti.

Si dovrà quindi eseguire un censimento per valutare le varie infrastrutture del Piemonte e provvedere, successivamente, ad un’eventuale ristrutturazione e rivalutazione turistica.

Forte di Fenestrelle

Molti sono i forti in Piemonte, tra cui i più famosi il Bramafam, il Forte di Vinadio, il Forte di Fenestrelle, lo Chaberton e tanti altri ancora.

La nostra Storia può esserci d’aiuto, non soltanto per imparare dagli errori passati, ma anche per ripartire dopo un’anno che ci ha colpiti duramente sotto tutti i punti di vista.

Il turismo culturale è un’opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire!

 

 

Desecretati i documenti del 1990: la Svizzera si apre a Est
Da laregione.ch del 4 gennaio 2021

Sessantadue dei molti documenti diplomatici risalenti atrent'anni fa, ora ‘liberi‘ come da legge federalesull'archiviazione, pubblicati in un volume

di Ats/Red

La fine della guerra fredda, la ricostruzione europea, l'invasione irachena del Kuwait: nel 1990 laSvizzera è stata spinta a ridefinire la sua politica estera, in particolare per quanto riguarda il suogoverno doveva far fronte allo scandalo delle schedature, scoppiato verso la fine del 1989. Conformemente alla legge federale sull'archiviazione, i documenti diplomatici svizzeri del 1990 sono stati declassificati dal primo di gennaio, trent'anni dopo. Sessantadue di essi sono raccolti in un volume pubblicato dal gruppo di ricerca indipendente sulla storia delle relazioni internazionali Documenti diplomatici svizzeri (Dodis, che si occupa della storia della politica estera e delle relazioni internazionali della Svizzera a partire dalla fondazione dello Stato federale nel 1848). Arnold Koller, ex consigliere federale e presidente della Confederazione nel 1990, ha dichiarato che è stato un anno “speciale” con molte “novità”, tanto più che è stato il suo primo anno presidenziale, mettendo in rilevo tre temi importanti nel 1990, a partire dall'inizio delle discussioni sull'adesione allo Spazio economico europeo (See). “La posizione dell'Associazione europea di libero scambio (Aels/Efta) era indebolita”, ha spiegato. Per il governo, sembrava escluso che la Svizzera restasse fuori dal mercato comune. La via del See sembrava essere a metà strada tra l'adesione alla allora Comunità economica europea (Cee) e la posizione di "cavaliere solitario". Ma il popolo respinse poi il progetto nella votazione federale del 6 dicembre 1992, con una risicata maggioranza del 50,3 per cento. L'ex presidente della Confederazione ha poi rilevato che i Paesi neutrali e non-allineati hanno visto il loro tradizionale ruolo di mediatori perdere d'importanza dopo la caduta della cortina di ferro. Inoltre, la neutralità della Svizzera doveva essere rivista. Per la prima volta in assoluto, Berna ha partecipato a sanzioni dell'Onu, provocate dall'occupazione del Kuwait da parte dell'Iraq nell'agosto del 1990, cui è poi seguita la prima guerra contro Saddam Hussein nel gennaio 1991. Il governo elvetico ha invece mantenuto le relazioni economiche con il regime sudafricano dell'apartheid, nonostante le sanzioni dell'Onu. Koller ha poi menzionato anche la firma della Carta di Parigi per una nuova Europa, nel novembre del 1990: “È stato un lavoro congiunto tra Occidente e Oriente per un'Europa unita”, ha sottolineato.

Lo spostamento dell'interesse della politica dell'Europa occidentale verso l'Est si è riflesso anche in quella della Confederazione. In quell'anno, l'allora presidente polacco Wojciech Jaruzelski venne in Svizzera in febbraio e, in autunno, il Consiglio federale ricevette l'ultimo capo del governo della Ddr, Lothar de Maizière; e ci fu anche un incontro con Václav Havel, l'icona della ‘Rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia. Berna ha inoltre sostenuto i processi di trasformazione nell'Europa dell'Est con un credito quadro iniziale di 250 milioni di franchi. La Polonia e l'Ungheria sono state le prime a beneficiarne, essendo i Paesi più avanzati in materia di riforme. Berna è invece stata prudente nel riconoscimento dell'indipendenza degli Stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania per motivi di neutralità. L'allora il ministro degli esteri René Felber ha convenuto che era giunto il momento di smettere di considerare la Svizzera come un "Sonderfall" ("caso particolare"). Una rimessa in questione rafforzata dall'adesione del Liechtenstein all'ONU nel settembre del 1990. Solo Svizzera, Palestina e Vaticano rimanevano Stati osservatori. La Confederazione aderirà alle Nazioni Unite nel 2002. Fra i ruoli del suo Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Felber vedeva anche quello "illuminista" per una popolazione che non doveva più considerare il Paese solo all'interno dei suoi confini.

 

Il museo della guerra fredda punta sull’etere Radioamatori: "Disponibili i nostri reperti"
Da lanazione.it del 3 gennaio 2021

Apparati d’epoca, già oggetto di una donazione alla sezione spezzina dell’Ari, fruibili per l’esposizione nel bunker sui Colli

L’associazione dei radioamatori spezzini plaude al progetto del Comune della Spezia di realizzare – in un bunker sulla sommità de colle di Cappuccini, collegato al Parco delle Mura - una sala espositiva che racconti la storia delle comunicazioni-radio all’epoca della guerra fredda, proprio lì dove, dagli anni 50 alla fine degli anni 80, esisteva il presidiosentinella sull’etere della Marina militare.

"Siamo in grado di dare gambe all’idea mettendo a disposizione reperti e professionalità" lo ha detto ieri il presidente dell’associazione Roberto Mascolo al sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini e all’assessore ai lavori pubblico Luca Piaggi che, più direttamente, coltiva il progetto della sala espositiva - tutta da attrezzare.

 

Turismo del domani, torna in “gioco” la Fortezza Nuova
Da telegranducato.it del 3 gennaio 2021

LIVORNO - Un 2021 che prende il via guardando a nuove potenzialità da mettere in gioco per creare nuove economie per la città, parlando di turismo, ritorna la Fortezza Nuova. Un capitolo importante della storia cittadina e che insieme alla “vecchia” vede le due fortezze essere un elemento di non poco conto per promuovere il turismo a livello locale. Al di là dei nomi, ben noti, che emergono dall’affido dell’intero complesso alla sua migliore gestione ecco la immediata presenza dei contrari, degli scettici, delle resistenze e della opposizione che fa il suo lavoro, ciò fa emergere un particolare che testimonia l’importanza di questo tasto nuovamente premuto.
Parliamo di tasto premuto perché la storia della città, quella recente, ha visto tanti passaggi sulla Fortezza Nuova nel corso del tempo.
Passaggi che potremmo indicare “a singhiozzo” cioè senza una linea di programmazione dedicata con esito se non a lungo tempo magari con tempi medi. La Fortezza Nuova ha conosciuto momenti molto bassi di abbandono, diventando un luogo di ritrovo per tossici, per animali randagi, in uno stato di inerzia che ha allargato i danni che l’intero complesso aveva già subito nel corso della seconda guerra mondiale.

Poco più in la, con il crescere dell’evento di Effetto Venezia, la Fortezza Nuova ha allargato i limiti dell’evento ed è stata organizzata per ospitare uno, due, più iniziative nel corso di quei giorni. Un allargamento reso utilizzabile nel rigoroso rispetto delle leggi sulla sicurezza, sulla capienza, ma solo per quella settimana estiva che è diventata un elemento di forte richiamo per il turista che gravita in Toscana alla fine di luglio.

Ora però le cose stanno cambiando e proprio in virtù di una crisi economica complessa e dalla quale i tempi della burocrazia politica non sembrano portarne rispetto, la città perde pezzi e come quella Fortezza ha raggiunto un fondo dal quale deve rialzarsi. Certo l’economia dettata dal comparto portuale rimane una voce prioritaria ma la dimostrazione che la trasformazione di un quadrante di quel porto in area di ricezione delle grandi navi da crociera ha messo in mostra l’enorme quantità di turismo che si muove, raggiunge Livorno, porta a mare della regione e diffonde l’utenza di tutto il mondo verso le mete scelte aiuta a pensare.
Livorno città di passaggio, raccoglie poco di quel flusso numeroso. Il Turismo che il Covid ha zittito completamente non si è consumato, anzi, è pronto a ripartire e in dosi più accentuate, specialmente con l’arrivo di una nuova utenza che si muove dall'Asia.

Le politiche avviate (http://www.comune.livorno.it) negli ultimi anni puntano a “trattenere” questo flusso, anche un solo giorno e poi due, offrendo un miglior sviluppo d’ambito museale, due fortezze, quella Vecchia e quella Nuova, un intero quartiere, quello della Venezia, la passeggiata a mare e magari anche le Terme del Corallo.
Tempo al tempo, ma se si levano alte anche le voci di chi vede le sfumature di grigio è indice che il tasto premuto è corretto, altrimenti tutto finirebbe al termine della lettura dell’ultima riga del consueto articolo sull’argomento, già pronto ad essere dimenticato.
Ne parliamo anche nei nostri notiziari che possono essere seguiti in contemporanea su cellulare e smartphone con la diretta di Live TV. (https://www.telegranducato.it/live-tv/)

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Aragonese o Castel Sant’Angelo di Taranto
Da corrieresalentino.it del 3 gennaio 2021

Di Cosimo Enrico Marseglia

TARANTO – Già in epoca bizantina, intorno al 780 d.C., fu iniziata, sull’angolo estremo dell’isola su cui sorge l’antico borgo della città di Taranto, l’edificazione di una rocca destinata a proteggere la città dai ripetuti attacchi condotti dai Saraceni e dalla flotta della Serenissima Repubblica di Venezia. Si trattava in realtà di un complesso di torri alte e strette, atte, secondo la tattica medioevale, al lancio di pietre, frecce, dardi e acqua bollente, non olio come erroneamente si crede, questo infatti era un bene troppo prezioso per essere sprecato. In epoca aragonese, precisamente nel 1481, venne realizzata una prima versione del canale navigabile, meno largo di quello attuale, col duplice scopo di consentire il transito di piccoli navigli e di aumentare la difendibilità del maniero. Cinque anni più tardi il Re di Napoli Ferdinando d’Aragona dette l’incarico all’architetto militare Francesco Martini di ampliare e rinforzare il castello, in linea con le nuove esigenze tattiche dettate dalla comparsa ed evoluzione delle armi da fuoco. La difesa contro i nuovi pezzi di artiglieria da assedio richiedeva delle torri più larghe e più basse a pianta circolare, capaci di resistere meglio all’urto delle palle e dotate di ampi parapetti, muniti di aperture per l’alloggio dei cannoni nonché di scivoli per lo spostamento dei pezzi stessi da un torrione all’altro. In tale periodo la fortezza assunse la sua attuale forma a pianta quadrangolare con un ampio cortile centrale, e comprendeva un complesso di sette torri, quattro delle quali unite in modo da conferire una forma appunto quadrangolare, mentre le rimanenti tre restavano allineate lungo il fossato. Le suddette quattro torri furono denominate di San Cristofalo, di San Lorenzo, della Bandiera e della Vergine Annunziata.

In un secondo tempo il castello fu ampliato collegandolo ad una torre, detta di Sant’Angelo, fatta costruire a spese dell’Università cittadina. Nel 1491, sul lato rivolto in direzione del Mar Grande, fra le torri di San Cristofalo e della Bandiera, fu edificato un rivellino a pianta triangolare e l’anno successivo, secondo quanto riportato da un’epigrafe presente sulla Porta Paterna, accanto al blasone recante le armi inquartate di Aragonesi ed Angioini, terminavano i lavori di consolidamento dell’intera opera.
La fortezza si presenta con quattro torri angolari rotonde e possenti, alte una ventina di metri, collegate da cortine lunghe 40 metri e con quattro ordini di fuoco. Due erano le porte, alle quali corrispondevano due ponti levatoi. Il fossato era scavalcato da due ponti: quello detto dell’Avanzata, che collegava il castello con il borgo, e quello del Soccorso, diametralmente opposto che si riversava in quella che una volta era campagna.
Successivamente, sotto la dominazione spagnola, si provvide a rinforzare la struttura con l’edificazione di una nuova fortezza difensiva imperniata su tre torri e con l’allargamento del fossato. Sotto il dominio austriaco, iniziato nel 1707 e terminato nel 1734 con l’ascesa al trono di Napoli di Carlo di Borbone, il Castello di Taranto fu adibito a prigione ma con l’arrivo delle forze francesi nel 1799 ritornò alla sua originaria funzione di carattere militare.

Nel 1883, la torre di Sant’Angelo, insieme ad altre torri fu demolita in seguito ai lavori di allargamento dell’attuale canale navigabile e di installazione del ponte girevole. Al termine di queste opere nel 1887, il castello divenne una caserma della Marina Militare. All’interno si può ammirare la cappella dedicata a San Leonardo che, dopo essere stata utilizzata in tempi alterni come corpo di guardia e stalla, è stata riconsacrata nel 1933.

 

Fortificazioni firenzuoline: il castello di Montegemoli
Da ilfilo.net del 3 gennaio 2021

Di Sergio Moncelli

La collina di Montegemoli vista da Cornacchiaia

Si ergeva un dì sul monte arduo maniero Terror de’ fiorentini e de’ vassalli E tra’ suoi merli come di cristalli Balenavano l’armi al balestriero. Feriva di pedoni e di cavalli Le sue pendici strepito guerriero, Mentre ghignando Maghinardo fero Gettava l’ombra sua giù per le valli. Or non vi stride più la fragorosa Saracinesca e quell’ardor si è spento Sulla vetta deserta e rovinosa. Fra le ginestre pascola l’armento E non riman che l’erta silenziosa, Fra poche querce che flagella il vento.

FIRENZUOLA – Montegemoli è una collina che sorge di fronte alla pieve di Cornacchiaia.

Fu sede di un antico castello, di vitale importanza per il controllo delle strade che da Sant’Agata arrivavano al borgo e proseguivano verso Pietramala e Bologna: una arrivava da Monte Accianico, passo della Vecchia e Corniolo; l’altra scendeva dal passo dell’Osteria Bruciata.

Casa colonica a Montegemoli, qualche decina di anni fa

La casa colonica della foto precedente,oggi.

Furono vie di comunicazione importanti, fino all’apertura della strada del Giogo, sottoposte al controllo dei potenti Ubaldini, che esigevano un pedaggio da coloro che le percorrevano.

Del castello in realtà non abbiamo molte notizie, si sa che fu conquistato e distrutto dai fiorentini nel 1273; fu poi riedificato e nel 1349 risulta nelle mani di Maghinardo di Susinana, probabilmente ripreso quando gli Ubaldini, nel 1342, distrussero una Firenzuola appena edificata.

 

 

Altro edificio abbandonato

La testimonianza più importante, sul castello di Montegemoli è quella che ci lascia Matteo Villani nella sua Cronica: “una rocca quasi inespugnabile: nella quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di franchi masnadieri, i più usciti da Firenze; ed era fuori della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: e innanzi alla torre, una tagliata in su la schiena del poggio, con forte steccato…”.

 

 

 

Croce e cappella sulla sommità del Poggio Giandolea

Avvenne in quegli anni che un membro della famiglia Accorsi, Mainardo, che tornava da Avignone, venne assalito, nei pressi di Fonte Manzina sulla strada dell’Osteria Bruciata, depredato di duemila fiorini d’oro e decapitato. Grande sdegno suscitò questo crimine, anche in Francesco Petrarca, amico dell’ucciso, che scrisse un’epistola al Comune di Firenze, esortandolo ad agire per punire i malfattori ed assicurare la possibilità di circolare liberamente sulle strade del passo appenninico.

La Repubblica Fiorentina decise di intervenire energicamente per riaffermare il suo potere sull’Alpe e deliberò di effettuare ogni anno una impresa militare finché gli Ubaldini non fossero definitivamente sconfitti, con gravi sanzioni per i Priori che si fossero rifiutati di eseguirla; a tale scopo fu istituita una magistratura di otto uomini che avrebbe dovuto sovrintendere a queste operazioni.

Deliberò anche la promessa di impunità a tutti coloro che avessero abbandonato gli Ubaldini e fossero andati ad abitare nei territori fiorentini; per chi invece avesse voluto continuare a vivre nei castelli e nelle terre da loro amministrati “ dovrebbero trattarsi come ribelli e banditi, con permesso a tutti di offenderli, derubarli od ucciderli”.

Il primo atto di guerra fu rivolto proprio al castello di Montegemoli. I soldati della Repubblica di Firenze varcarono l’Appennino e lo cinsero d’assedio; dopo varie scaramucce riuscirono a prendere la torre e ad entrare all’interno della tagliata ( che era una sorta di mura di sbarramento costruita con steccati di legno). Maghinardo si rinchiuse nella rocca con i familiari, ma visto poi inutile ogni tentativo di difesa, si arrese e passò dalla parte degli assalitori.

A Montegemoli vennero nominati, da parte del Comune di Firenze, dei castellani perlomeno fino a 1371, dopodiché a causa della perdita d’importanza della via dell’Osteria Bruciata a favore della nuova strada del Giogo, non se ne hanno più notizie.

Poggio Giandolea ( una delle due punte di Montegemoli ) – Foto di Roberto Brunelli

Oggi del castello non resta quasi più niente, salvo delle murature sul poggio Giandolea, delle fondamenta di una torre a pianta quadrata sul monte Biforco e altri pochi resti a poggio Tondo.

In quello che era il recinto castellano si trovano dei fabbricati colonici, di costruzione successiva in parte abbandonati. E’ visibile ancora, benché ormai diroccata, una abitazione rurale che conserva i resti di un bel portale quattrocentesco proveniente da qualche antico edificio della zona.

 

Secondo appuntamento online: Forte Monte Chaberton
Da lagendanews.com del 2 gennaio 2021

Secondo appuntamento online per scoprire i segreti del Forte dello Chaberton Iniziativa di Monte Chaberton - 515 Batteria Guardia alla Frontiera

BARDONECCHIA – Secondo appuntamento online, in diretta Facebook, con l’Associazione “Monte Chaberton-515^ batteria Gaf, martedì 05 gennaio alle ore 18. 06 gennaio 1930, 06 gennaio 2021. Sono passati ormai novantun’anni da quando lo stato maggiore dell’allora Regio Esercito emanò la circolare “200” che sanciva, di fatto, la nascita del “Vallo Alpino”. Il più esteso ed articolato complesso fortificato di alta quota mai costruito prima in Europa. Da allora numerosi libri ed innumerevoli convegni e conferenze, corredati da testimonianze, immagini d’epoca e fatti d’arme, hanno fornito al grande pubblico ed agli studiosi di fortificazioni tutto quanto è dato di sapere su queste opere difensive. Il primo appuntamento online con la storia delle fortificazioni si è tenuto lunedì 28 dicembre ed ha riscosso grande successo.

LA VITA QUOTIDIANA

Quasi nulla, però, e stato detto invece sugli aspetti di vita quotidiana degli uomini che le presidiavano. Attraverso una vera e propria avventura “pionieristica, sviluppatasi da Ventimiglia sino ai confini valdostani, Ottavio Zetta e Fabrizio Coniglio hanno intrapreso un accurata opera di ricerca basata sullo studio di fotografi, immagini, testimonianze e scritti. Allo scopo di illustrare la particolarità delle operazioni giornaliere dei presidi militari dislocati in territorio montano per la difesa dei confini. I relatori attraverso i loro interventi faranno “parlare” gli oggetti recuperati a seguito di mesi di indagini e studi. In parte ritrovati su precise indicazioni e ricerche, in parte donati da collezioni private. Ci forniranno indicazioni preziose e puntuali su tutti quegli aspetti di vita comunitaria e privata di ciascuno dei soldati chiamati a difendere i patri confini da una possibile avanzata nemica che, in molti casi davanti a loro, mai si palesò.

Per informazioni Associazione “Monte Chaberton- 515^ batteria Gaf: www.montechaberton.it info@montechaberton.it

 

Bunker e evacuazioni. Così gli ultra-ricchi sfuggono all’apartheid climatica
Da valori.it del 1 gennaio 2021

Energia, trasporti, riscaldamento globale. E gli intrecci con la finanza. Ogni settimana il punto sui cambiamenti climatici firmato da Andrea Barolini

Le conseguenze di cambiamenti climatici e pandemie vi spaventano?
Niente paura: le soluzioni ci sono. In caso di mega-incendi, come quelli che nei mesi scorsi hanno colpito l’Australia e la costa occidentale degli Stati Uniti, si potranno usare bunker dotati di sistemi in grado di purificare l’aria. Se poi la risalita del livello dei mari dovesse provocare inondazioni, aziende specializzate potranno assicurarci un piano di evacuazione per noi e per i nostri cari. E se dovessero moltiplicarsi le pandemie potremo contare su servizi sanitari gestiti da imprese private. Niente paura, insomma. A una condizione, però: per farlo dovete essere ricchi. Anzi, ultra-ricchi. A raccontare come la micro-porzione di popolazione più agiata del Pianeta si stia attrezzando per fronteggiare clima e malattie è stato il Financial Times. Secondo il quale il crescente interessi dei super-ricchi nel dotarsi di mezzi per salvare loro stessi è confermato da investimenti immobiliari, proposte di servizi medici specializzati e dalla presenza di aziende come la Global Rescue, che assicura piani di evacuazione costosissimi a chi può permetterseli. La società, in cinque mesi, ha ricevuto più richieste di quante giunte nei sedici anni precedenti.

Al contempo, un’altra azienda ha acquistato 600 vecchi bunker militari nel Dakota del Sud, negli Stati Uniti. Con l’obiettivo di trasformarli in rifugi «capaci di resistere pressoché a tutto – assicurano -. Eruzioni vulcaniche, terremoti, tsunami, pandemie, esplosioni nucleari, catastrofi biologiche o chimiche». E ai fumi degli incendi, naturalmente: «Dentro non arriva nulla», afferma al Financial Times Dantes Vicino, direttore generale della società che ha testato i filtri. Il giornale inglese sottolinea che quando gli ultra-ricchi «abbandonano un sistema» è perché questo non funziona più per l’insieme della popolazione: «Il problema è giusto il fatto che non tutti hanno i mezzi per farlo». Per quanto riguarda il clima che cambia, tutto ciò ha un nome, impiegato per la prima volta dal Consiglio dei diritti umani dalle Nazioni Unite: si chiama apartheid climatica. Che riguarderà tutti noi. Ultra-ricchi esclusi.

 

Danni al Castel dell’Ovo dopo la mareggiata: ridotto a rudere il Ramaglietto costiero
Da identitainsorgenti.com del 1 gennaio 2021

BENI CULTURALI | 1 Gennaio 2021

Oltre a provocare danni ingenti ai ristoratori e alle balaustre del lungomare di via Partenope, la terribile mareggiata dello scorso 28 dicembre ha danneggiato anche una importante porzione del Castel dell’Ovo. La forza dirompente delle onde ha difatti divelto i basoli di pietra lavica e i muri di cinta del cosiddetto “Ramaglietto”, un belvedere terrazzato utilizzato dal comune di Napoli per gli eventi programmati al castello (tra i quali – ironia della sorte – i fuochi d’artificio di fine anno). I basoli vesuviani della terrazza hanno sfondato un cancello di protezione arrivando a raggiungere anche il camminamento protetto del castello mentre altre pietre laviche sono state inghiottite dal mare in tempesta e trascinate sul fondo del mare. I danni calcolati – secondo Luigi La Rocca, sovrintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Napoli – ammonterebbero ad alcune centinaia di migliaia di euro.

Il Ramaglietto

Ridotta allo stato di rudere dalla forza degli agenti atmosferici nel corso del Novecento, restaurata dal genio civile negli anni Ottanta e parzialmente protetta da una barriera frangiflutti, il Ramaglietto rappresenta una testimonianza storico – architettonica di fondamentale importanza della difesa costiera in età moderna, oltre a costituire uno stupendo punto di osservazione panoramico del Golfo.
Fu realizzata negli anni ’90 del ‘600 per ordine del vicerè Francesco Benavides, che incaricò del progetto l’ingegnere fiammingo Ferdinando Grunemberg. L’opera occupò in parte il sito che aveva ospitato i mulini per fronteggiare le nuove unità navali dalle quali era possibile bombardare la costa. L’ingegnere fiammingo previde la realizzazione anche di altre due postazioni fisse a Posillipo ad occidente e al Ponte della Maddalena ad oriente, dove nei decenni precedenti venivano collocate in modo temporaneo le artiglierie per respingere gli attacchi navali, per realizzare tiri incrociati con gli altri presidi costieri (Torre di San Vincenzo, punta del Molo e Torrione del Carmine).

Tale idea fu ripresa negli ultimi anni del viceregno con la costruzione del forte del Vigliena. Il rogetto del Grunemberg prevedeva la costruzione di una batteria prolungata con una piazza semicircolare in posizione mediana nel punto in cui la batteria avrebbe dovuto deviare leggermente verso est –forse per adattare meglio la costruzione al fondale – e con all’estremità un corpo circolare a due piani (poi non realizzato). La batteria avrebbe potuto ospitare in totale circa 60 colubrine che potevano sparare fino a 800 metri in grado di coprire gran parte dello specchio d’acqua antistante il porto della città. Il fortino del Ramaglietto fu però realizzato, ma con forme più semplificate innanzitutto per limitare la dimensione delle fondazioni in acqua e quindi ridurre i costi.

Tra la seconda metà del XVIII ed i primi decenni del XIX secolo la batteria subì varie trasformazioni e potenziamenti, tra cui il complesso su due livelli casamattato alla punta; fu dotata di fornaci per palle infuocate e di sottoaffusti da circolare tipo Gribeauval, in grado di consentire un ampio e rapido brandeggio orizzontale delle artiglierie che potevano così tenere inquadrato costantemente il bersaglio sul mare.

La difesa costiera si avvaleva inoltre della tecnica di tiro a “rimbalzo” o “piattellante” che assicurava l’impatto dei proiettili nello scafo in legno dei vascelli da guerra. Con l’adozione del tiro a palle roventi l’efficacia del tiro delle batterie costiere fu ulteriormente esaltata, in quanto la penetrazione di proiettili incandescenti del peso di circa 10 kg all’interno di una nave era in grado di provocare gravi incendi o esplosioni. Va detto infine che una singola batteria costiera, anche dotata di pochi pezzi di artiglieria, presentava una manifesta superiorità rispetto anche ad i più grandi vascelli di linea armati con fino a cento cannoni, grazie allo straordinario vantaggio determinato dalla stabilità della piattaforma e dalla costante altezza del bersaglio sull’acqua.

(A cura dell’Istituto Italiano dei castelli – Regione Campania)