RASSEGNA STAMPA/WEB

 2020 2019 2018 2017 2016 2015 2014 2013 2012 2011 2010  2009  2008 2007 2006 2005 2004 2003 2002 2001 Archivio  

ANNO 2021

gennaio febbraio marzo aprile maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre

Cliccare sulle immagini per ingrandirle

 

Castelli di Puglia: Gli scomparsi Casale fortificato e Castello di Balsignano
Da corrieresalentino.it del 31 gennaio 2021

Di Cosimo Enrico Marseglia

Suggestivo come tutti gli abitati ormai scomparsi ma di cui restano le vestigia diroccate, il casale di Balsignano, insieme al suo castello ed alle chiese rimaste, rappresenta un gioiello di inestimabile valore storico ed artistico. Situato a metà strada fra Modugno e Bitritto, il casale risale all’epoca della dominazione bizantina, precisamente a cavallo fra il X e l’XI secolo, ed il primo atto in cui è citato è una pergamena conservata negli archivi della Basilica di San Nicola a Bari e datata 962. Con ogni probabilità ospitò anche una comunità di monaci basiliani al suo interno
Da originario centro agricolo e rurale il casale si trasformò in piazza fortificata, probabilmente dopo una prima devastazione subita nel988, a causa di una violenta incursione saracena. Ricostruito, con l’arrivo dei Normanni venne concesso dal Duca di Puglia e Calabria Ruggero ai monaci benedettini di San Lorenzo di Aversa. Sotto il dominio dei re normanni venne sicuramente eretto un primo nucleo del castello, successivamente ampliato in epoca sveva.
Nel mese di settembre del 1349 il casale ed il suo maniero furono testimoni di un nuovo scontro bellico, durante la guerra dinastica per il trono del Regno di Napoli fra i d’Angiò ed i d’Angiò – Durazzo, dopo la morte del sovrano Roberto d’Angiò. Ancora una volta, agli inizi del XVI secolo, Balsignano si trovò coinvolto nella disputa fra Spagnoli e Francesi, sempre per il suddetto trono e, questa volta, venne distrutto.

Oggi del casale fortificato restano una parte della cinta muraria, munita di feritoie, un muro a secco, le chiese dedicate a San Felice, risalente all’XI secolo, e Santa Maria di Costantinopoli,del XIV, ed infine i resti del castello. Questo si compone di due alte torri a pianta quadrangolare in parte dirute, forse di origine sveva, unite da un corpo di fabbrica centrale che si sviluppa su due livelli. Il tutto è inserito in una cinta sulla quale si apre un portale di epoca posteriore. La parte posteriore del maniero presenta un tratto munito di un contrafforte a scarpa.

 

Sulla spiaggia di Sabaudia riemerge un “tobruk” della seconda guerra mondiale
Da latina24ore.it del 29 gennaio 2021

Le forti mareggiate degli ultimi giorni hanno riportato alla luce un “tobruk“, un piccolo bunker militare risalente alla seconda Guerra mondiale, costruito sulla spiaggia di Sabaudia, in località La Bufalara.
Per i sabaudiani non è certo una novità visto che periodicamente quella struttura “riemerge” dalla sabbia, in base alla forza del mare. Questa volta l’impatto delle onde è stato particolarmente forte, tanto da isolare completamente il “bunkerino” creando una ripida barriera di sabbia sulle dune.

Il fenomeno dell’erosione preoccupa non poco, anche se le mareggiate sono frequenti in questo periodo e, dopo l’avanzamento, il mare “restituisce” la spiaggia inghiottita dalle onde. Il tobruk riemerso appartiene a un gruppo di tre strutture, come si vede nell’immagine satellitare, una delle quali si trova a pochi metri di distanza, quasi sulla strada, coperta dalla vegetazione. Le postazioni difensive sono sparse sul litorale a Sud di Anzio e furono realizzate per contrastare gli attacchi dal mare.

PICCOLI BUNKER.

Un tobruk è una fortificazione militare difensiva di piccole dimensioni, comparabile con un piccolo bunker. Questo particolare tipo di fortificazione fu costruito per la prima volta, durante la seconda guerra mondiale, dagli italiani, e in seguito ulteriormente migliorato dai tedeschi, che lo adottarono su vari fronti di guerra. La struttura consiste in una camera corazzata, data inizialmente un semplice bidone di ferro immerso nel terreno, con una bocca sul tetto da cui sporgeva un mitragliere.

 

La nuova vita del Trattato di Architettura militare di Francesco Pifferi
Da lanazione.it del 29 gennaio 2021

Ecco l’ultima opera dello storico Salvatore La Lota Di Blasi

Firenze, 29 gennaio 2020 - Un manoscritto inedito del 1602 rinasce attraverso l’ultima opera dello storico toscano di origine ragusana Salvatore La Lota Di Blasi dal titolo “Franceso Pifferi, monaco camaldolese. Un aspirante precettore alla corte dei Medici". E proprio il Trattato di Architettura Militare sul quale La Lota di Blasi ha studiato per due anni, è diventato il fulcro di una serie di ricerche d’archivio effettuate tra Firenze, il monastero di Camaldoli e Monte San Savino. Il Trattato, scritto nel 1602, fu dedicato dal suo autore, il Pifferi, al futuro Granduca di Toscana, Cosimo II, con l’intendo probabile di ingraziarsene la benevolenza e farsi nominare precettore di corte.
Il prezioso manoscritto rappresenta un tassello mancante nel più ampio panorama della trattatistica del settore che da Vitruvio prosegue in epoca moderna con Leon Battista Alberti, Sebastiano Serlio e Galileo Galilei. Del manoscritto se n’erano perse le tracce finché la Fondazione Maria Luisa de Medici, rappresentata dalla presidente Alexia Redini e dal medico pisano Nicola Molea, proprietario dell’enorme collezione medicea oggi in gran parte esposta presso il Museo de Medici di Firenze, ne è divenuta la nuova legittima proprietaria. Salvatore La Lota Di Blasi, oggi docente di storia e filosofia presso il liceo Scientifico S. Caterina di Pisa, già vincitore del Premio Spadolini Nuova Antologia nel 2015 e autore di varie opere, ha quindi ricostruito il profilo biografico e scientifico pressoché inesistente del monaco Pifferi.
Il libro di La Lota Di Blasi sarà presentato prossimamente al Museo de Medici di Firenze oltre che a Pisa e Monte San Savino, città natale del Pifferi.

 

Rocca ripulita tra le polemiche
Da ilrestodelcarlino.it del 29 gennaio 2021

L’intervento al monumento forsempronese non piace a Renzo Savelli: "Era meglio farlo in estate"

"Ottima cosa la pulizia fatta intorno alla rocca malatestiana, ma perché adesso e non a primavera, quando ci sarebbero potuti essere dei turisti a visitarla?". È una delle domande che si pone Renzo Savelli intorno alla Rocca che domina la città a Nord, praticamente in faccia all’altro complesso distintivo di Fossombrone, ovvero la croce e il convento dei cappuccini, anche loro dominanti, ma dall’altra parte del Metauro.

Scrive Savelli in proposito: "Testimonianza di architettura militare a firma del senese Francesco di Giorgio Martini, la decisione di...

 

Il Forte di Fenestrelle e le teorie neoborboniche smentite dal prof. Barbero"
Da vocepinerolese.it del 28 gennaio 2021

Il Forte di Fenestrelle. "La grande muraglia pinerolese e le teorie neoborboniche smentite dal prof. Barbero"

di Dario Poggio

Il Forte di Fenestrelle è stato, sicuramente, la più imponente opera fortificata alpina mai edificata dai Savoia, un’opera creata allo scopo precipuo di sbarrare l’accesso della val Chisone e del pinerolese agli eserciti invasori.
Il luogo scelto per l’edificazione, tra gli speroni di roccia dell’Orsiera e del monte Albergian, era davvero eccezionale, non esistendo punto migliore ed adatto per bloccare la valle. Chiamato la “grande muraglia piemontese” l’immenso gigante armato del forte di Fenestrelle è una costruzione incredibile e possente, vera meraviglia dell’arte edificatoria militare e dell’ingegno umano (1.300.000 mq. di superficie che si inerpicano sul costone dell’Orsiera per635 metridi dislivello).
Così la descrisse Edmondo de Amicis quando la vide per la prima volta : “ Uno dei più straordinari edifizi che possa mai aver immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica che dalla cima di un monte alto quasi duemila metri vien giù fin nella valle …un ammasso gigantesco e triste di costruzioni , che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico , come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa , innalzata per arrestare un ‘invasione di popoli , o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero.” Per secoli il “Forte” è stato il muto guardiano e difensore delle nostre contrade, ma anche una grande caserma e purtroppo un “carcere” di rigore, un luogo di sofferenza e di dolore per quanti vi furono imprigionati e deportati.
Oggi, Fenestrelle, persa la sua valenza preminente di sentinella armata e di duro carcere, è diventato un museo, un luogo di cultura, un luogo di memoria, un grande contenitore di storia e di vicende umane.
La sua lunga storia inizia nel 1692 quando, il generale francese Catinat, intuendo la grande importanza strategica del luogo, diede inizio ai lavori per edificare un imponente opera difensiva: il Fort Mutin (progetto dell’architetto militare francese Laparà de Fieux). Questo forte, a pianta stellare, presidiava prevalentemente il fondo della valle Chisone (sul risalto dell’Andour) ma era dominato dalle cime circostanti e lasciava quindi la possibilità, ad un eventuale assediante, di bombardarlo dall’alto.
Il forte divenne operativo nel 1705 e, durante la guerra per la successione al trono di Spagna, subì l’assedio delle truppe piemontesi guidate dal Duca Vittorio Amedeo. Dopo quindici giorni di assedio, il forte Mutin, pesantemente bombardato dai piemontesi capitolò all’alba del 31 agosto del 1708.
Passato di mano, Vittorio Amedeo II , affidò nel 1728 all’architetto Ignazio Bertola ( a cui seguirono negli anni Amedeo Varino deLa Marche, quindi il Rana, il Pinto e Nicolis di Robilant) la ricostruzione del forte che fu ampliato enormemente trasferendo tutte le difese lungo l’impervia dorsale dell’ Orsiera con un sistema di più forti ( forte delle Valli , forte Tre Denti e forte San Carlo ) collegati tra loro dalla scala coperta , un opera unica e suggestiva lunga oltre 4000 gradini che s’inerpica sulla montagna in una galleria artificiale dotata di moltissime ridotte e possenti cannoniere di difesa .
I lavori di ampliamento ed edificazione continuarono sostanzialmente fino alla fine del XVIII secolo, rappresentando un cantiere di lavoro per migliaia di valligiani.
Nel 1836 venne realizzato l’ultimo “forte” dell’imponente complesso di Fenestrelle il “Carlo Alberto”, edificato per sbarrare la strada del colle del Sestriere e per dominare con i suoi pezzi d’artiglieria il fondovalle.
(Il “Carlo Alberto” nel 1944, ormai disarmato, venne fatto saltare parzialmente in aria dai partigiani della divisione "A. Serafino" che lo minarono allo scopo di rallentare l'avanzata delle truppe tedesche che avevano lanciato una operazione antipartigiana nella zona).
A lavori completamente ultimati il forte di Fenestrelle risulterà un immenso “Gigante armato” una fortezza assolutamente inespugnabile: “La Grande Muraglia Piemontese”. Nella sua lunga storia, il “Forte” svolgerà la sua funzione “dissuasiva e difensiva “con grande efficacia, infatti nessun esercito oserà mai saggiarne la potenza e la resistenza.
Il “Fenestrelle” rappresenterà per tutti gli invasori un vero ostacolo insuperabile costringendoli a rinunciare ad attaccarlo ed assediarlo per l’estrema difficoltà dell’impresa (a titolo di esempio riportiamo l’imponente armamento in dotazione del forte intorno all’anno 1785: 84 cannoni di bronzo a lunga gittata, 18 mortai, 49722 palle da cannone, 3429 bombe, 13730 granate, 15857 rubbi di polvere da sparo e 1800 uomini di guarnigione).
La grande muraglia “Piemontese “, per la sua incredibile forza di invincibile baluardo, non assistette quindi, nella sua lunga storia, ad assedi o battaglie ma godette, anzi, di lunghi periodi di tranquillità e sicurezza tanto che divenne il triste luogo, in alcuni momenti storici, di prigionia per criminali comuni, prigione di stato per reati politici e, durante il Risorgimento, per i prigionieri borbonici delle guerre d’indipendenza.
La segregazione a Fenestrelle incuteva, a quei tempi (dai primi del ‘700 alla metà del ‘900), tanto timore da esser paragonato alla tristemente famosa “Siberia”.
E’ molto nota la lunga e toccante testimonianza (oltre 40 pagine del suo diario) del primo illustre recluso alle “Fenestrelle “.
Si tratta del segretario particolare del Pontefice Pio VII, il cardinale Borromeo Pacca, che fu recluso dai francesi dal 6 agosto del 1809 al 5 febbraio del 1813 (a seguito della diatriba tra l ‘Imperatore francese ed il Papa che portò, per un certo periodo, al sequestro dei beni ecclesiastici ed all’arresto in fortezza dell’élite religiosa romana).
Scrive il cardinale: “Penose ivi riescono le notti d’ inverno per la loro lunghezza …ed il tristo silenzio …non è interrotto che dai fischi de’ venti impetuosi o talvolta dallo scroscio spaventevole cagionato dalla caduta di grandi massi di neve …dagli urli di animali feroci che spinti dalla fame si accostano alle mura del forte…” ed ancora descrivendo la sua prigione “le mura nere ed affumicate …e dal pavimento fino all’altezza ove suole terminare il fregio di pittura detto zoccolo erano imbrattate e sporche di ributtanti avanzi di cose fetide e stomachevoli…. Il pavimento, poi, era di tavole mezzo fradice coperte di untume, e proprie ed esser tane di topi, come erano di fatto…”.
Dopo il cardinale Pacca furono molti i personaggi , anche illustri, che furono rinchiusi per cospirazione o per motivi ideologici per periodi più o meno lunghi nel forte, ne citiamo, a titolo di esempio, solo alcuni : I conti Andrea Bacili, Cassini, Trastmara, il cavaliere Antonio Vargas, il nipote del Pacca monsignor Tiberio, il vescovo Mancini , il canonico Barrera, lo studioso riformatore Carlo Pasero, il canonico pinerolese Camillo Tegas, il mazziniano Giuseppe Bersani , Vincenzo Gioberti , Giuseppe Thappaz, l’avvocato Francesco Guglielmi ( eletto poi senatore nel 1870) , il colonnello De Andreis, Cristoforo Maja ( eletto successivamente deputato subalpino ) , i torinesi Vallino ( medico) , Bronzini ( avvocato) e Ducco ( proprietario del caffè San Carlo ) , monsignor Luigi Frasoni, il tenente colonnello Giacinto Bruzzesi ( valoroso garibaldino) , il maggiore Cattabeni ed il maggiore Clemente Corte (valoroso ufficiale d’artiglieria sabauda e garibaldino), Enrico Guastalla ( diplomatico) , Francesco Nullo e Guicciardi.
Ma le pagine di storia che riguardarono la “Fortezza di Fenestrelle” furono anche quelle relative al periodo Risorgimentale con la segregazione, quale bagno penale dei militari (prevalentemente ex borbonici e papalini) che si rifiutarono di aderire, mantenendo fede al loro giuramento di fedeltà, al nuovo stato sabaudo.
Una descrizione dell’epoca recita:” Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. Tuttavia, lo storico prof. Alessandro Barbero, contro queste teorie neoborboniche di attuale moda ha recentemente dimostrato che si è cercato di manipolare i fatti storici sia per quanto riguarda il numero di detenuti sia per quanto riguarda il numero dei soldati che sarebbero deceduti durante la detenzione a Fenestrelle.
Lo storico avvalendosi di inconfutabile documentazione storica tra cui il registro parrocchiale del carcere di Fenestrelle oltre che gli Archivi di Stato, ha smentito le pessime condizioni in cui si sarebbero trovati i soldati borbonici, ai quali vennero addirittura prestate le necessarie cure ospedaliere al loro arrivo a Fenestrelle e durante la detenzione.
Con l’ausilio di documenti certificati il prof. Barbero arriva a stabilire che i morti a Fenestrelle furono solamente cinque, quindi annullando taluna falsa propaganda storica secondo la quale le vittime sarebbero state addirittura migliaia!

Durante la grande guerra vennero rinchiusi a Fenestrelle anche alcuni prigionieri austroungarici, e soldati e civili italiani condannati agli arresti di fortezza per reati commessi durante la guerra. Tra questi anche il generale Giulio Dahuet: colpevole di essere contrario alle strategie del capo di Stato Maggiore Cadorna (le tragiche “spallate” che tanti morti causarono tra i nostri soldati). Le sue teorie sull'uso dell'aviazione in guerra sono ancora ricordate ed oggetto di studio nelle Accademie militari americane.
Tra le due guerre mondiali il Forte avendo perso importanza strategica venne usato come enorme deposito militare.
Alla fine degli anni ‘40, persa ogni funzione militare, venne completamente smilitarizzato ed abbandonato dall’Esercito Italiano.
Seguirono anni di totale abbandono, degrado ed incuria, ma nei primi anni ’90 un gruppo di volontari riunitosi nell’ Associazione Progetto San Carlo ONLUS iniziò un progressivo ed ambizioso progetto di recupero strutturale e di valorizzazione turistica del sito.
Oggi il “Forte di Fenestrelle “grazie a questi volontari e grazie al contributo della Regione Piemonte e della ex Provincia di Torino e di molti altri Enti ha riacquistato l’antica dignità ed è uno dei più interessanti siti storico-culturali piemontesi.
La più grande fortezza d’ Europa, unico forte piemontese a conservare ancora integralmente la sua struttura originale, il Forte di Fenestrelle è oggi diventato il Monumento simbolo della ex Provincia di Torino (oggi Città Metropolitana).

 

La belva volante sovietica progettata da un italiano
Da ildomaniditalia.eu del 28 gennaio 2021

Il Bartini-Beriev VVA-14 fu un rivoluzionario velivolo ibrido, militare e multiruolo, sviluppato in Unione Sovietica durante gli anni settanta su progetto dell’italiano naturalizzato sovietico Roberto Bartini e rimasto allo stadio di prototipo.

Definito come aereo anfibio a decollo verticale, fu concepito per volare sia ad elevate altitudini a grande velocità sia poco al di sopra del livello del mare, sfruttando l’effetto suolo sulla superficie acquatica: per questa sua innovativa e rivoluzionaria caratteristica, il VVA-14 rappresenta il primo esempio di aereo ad incorporare le caratteristiche e le capacità di un ekranoplano.
Progettato negli anni ’60, l’aereo era una risposta ai missili balistici Polaris. Gli Stati Uniti li introdussero nel 1961 sulla loro flotta sottomarina come parte del loro deterrente nucleare. Nella mente del suo progettista, Robert Bartini, l’anfibio VVA-14 sarebbe la macchina perfetta per cercare e distruggere i sottomarini missilistici.
Dopo la morte di Bartini, nel 1974, il progetto rallentò e successivamente venne interrotto dopo aver effettuato 107 voli con un totale di 103 ore di volo. L’unico VVA-14 rimasto, il No. 19172, venne ritirato al Museo dell’aviazione russa di Monino nel 1987. L’aereo è ancora situato al museo in condizioni di smantellamento, dove è presente e visibile il numero ‘10687’ e la scritta della compagnia aerea Aeroflot con la quale venne immatricolato ed utilizzato per le prove.

Ora questo insolito aereo ora giace fatiscente in un campo vicino a Mosca
Il padre del velivolo Roberto Oros di Bartini è stato un ingegnere italiano naturalizzato sovietico che pubblicò anche lavori di cosmologia e fisica teorica.
Espatriò in URSS nel 1923, sia per sottrarsi ad eventuali rappresaglie fasciste, sia per contribuire al rafforzamento del nuovo Stato comunista in qualità di progettista d’aeroplani. Bartini era stato infatti individuato dalla polizia come agitatore e posto sotto controllo.
Senza effettuare verifiche pratiche alla galleria del vento, Bartini pervenne in maniera del tutto autonoma alla definizione del disegno dello stesso tipo di ala a doppio delta che sarebbe stata utilizzata dal sovietico Tu-144 e dal Concorde.

 

Perché ci bombardano? Incontro on line e visita virtuale ai Bunker Breda per la Giornata della Memoria 2021
Da mentelocale.it del 27 gennaio 2021

Martedì 27 gennaio 2021, alle ore 17.00, in diretta streaming sui canali Facebook e YouTube del Parco Nord Milano, è in programma l'incontro on line dal titolo Perché ci bombardano?, nell'ambito degli eventi per il Giorno della Memoria 2021. Dopo l'introduzione del direttore del Parco Nord Milano Riccardo Gini, l'evento prevede la presentazione di Perché di bombardano? La guerra aerea in Italia 1940-1945, una raccolta di materiali didattici sul controverso tema dei bombardamenti alleati sull'Italia e la loro difficile memoria, prodotto da Laboratorio Lapsus e University of Lincoln.

A seguire è prevista una visita virtuale dei Bunker Breda a cura di Michela Bresciani dell'Ecomuseo Urbano Metropolitano Milano Nord: i Bunker Breda si raccontano in un percorso articolato in quattro sale, dove la storia trova la sua dimensione temporale nelle scritte sulle pareti, nelle brevissime descrizioni didascaliche sui fatti cruciali del racconto e nelle immagini riprodotte. Inoltre, l’accompagnamento sonoro riporta il visitatore all’epoca dei bombardamenti per un’esperienza immersiva unica.

La diretta Facebook e YouTube si conclude con i saluti di Marzio Marzorati, presidente del Parco Nord Milano.

 

La città segreta in Polonia di cui nessuno ha saputo nulla per mezzo secolo (e che oggi puoi visitare)
Da esquire.com del 27 gennaio 2021

Borne Sulinowo fino a poco tempo fa non era presente su nessuna mappa, proprio per non poter essere scoperta

Di Enrico Pitzianti

Una cittadina isolata e sconosciuta, nell’estremo nord della Polonia, era segreta fino ai primi anni novanta: nessuno ne parlava, chi viveva nell’unica strada che porta a quell’area evitava addirittura di nominarla. Sui cartelli il nome del centro abitato, “Borne Sulinowo”, non c’era, e nemmeno sulle mappe. Era un modo estremo per evitare che potesse essere bombardato o preso di mira durante gli eventuali combattimenti di una guerra con l’Occidente. Poteva accedere soltanto chi aveva un pass speciale chiamato "пропуск", in russo, cioè un documento che attestava due motivazioni possibili: o si era abitanti o militari autorizzati a lavorare all’interno dell’area, che era recintata e costantemente sorvegliata.

Di città segrete l’Unione Sovietica ne aveva molte altre. Si chiamavano ZATO, la sigla sta per “formazioni amministrativo-territoriali chiuse”, ed erano quasi sempre città costruite in pochissimo tempo per scopi militari, spesso intorno a siti per la ricerca o lo sviluppo di armamenti nucleari. Gli abitanti delle ZATO non erano iscritti ai registri dell’anagrafe, e vivevano vite estremamente isolate, con serie difficoltà a uscire dalle proprie città, che a volte contavano decine di migliaia di residenti.
Borne Sulinowo oggi è molto diversa da allora, è una specie di sito archeologico a cielo aperto, che racconta molti dettagli sulla guerra fredda che è durata fino alla fine degli anni ottanta. Al tempo dei sovietici il borgo ospitava truppe e aviazione che sarebbero servite ad attaccare verso ovest, partendo innanzitutto dalla Germania dell’ovest. Prima dei sovietici, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, la cittadina era parte del territorio tedesco ed era già considerata un centro strategico militare off limits, in cui l’accesso era consentito solamente al personale dell’esercito e da chi aveva un apposito documento per l’accesso.

C’è una foto che testimonia l’importanza che questa cittadina segreta ebbe già all’inizio del Novecento, si vede Hitler in persona marciare in una delle sue strade circondato dalle truppe che presto avrebbe condotto alla guerra.

Stando a un approfondimento di CNN quasi 12 mila militari sovietici erano di stanza nel complesso militare di Borne Sulinowo al culmine della guerra fredda, erano le truppe del Gruppo di Forze del Nord presente in Polonia a causa del Patto di Varsavia, cioè l'accordo tra Unione Sovietica e le repubbliche socialiste del blocco orientale. "Questo posto era un enorme cantiere per la costruzione di strutture militari" ha riferito a CNN Wiesław Bartoszek, oggi uno dei 5 mila residenti di Borne Sulinowo e proprietario del museo locale.
Dal reportage di CNN si scoprono anche altri dettagli sull'ormai ex città segreta, le recinzioni erano elettrificate, al tempo c'era una sola strada che entrava in città ma era presente anche una linea ferroviaria, oggi interrotta. L'aspetto più interessante però è forse quello attuale: la città, una volta abbandonata, ha cominciato a popolarsi e diventare un punto di interesse per i turisti più avventurosi. Nonostante la nomea di luogo proibito e militarizzato in molti oggi, soprattutto d'estate, vengono a visitare le strutture, anche perché il sito è interessante naturalisticamente: ci sono foreste di conifere, un lago e una natura sostanzialmente incontaminata che in più punti si è riappropriata dei grandi spazi usati decenni fa per scopi militari.
Tra le attrazioni principali, oltre ai giganteschi casolari abbandonati, i tetti cadenti e i grandi spazi dei cortili interni, c'è un tunnel che corre da sotto l'ospedale fino alla ferrovia. Non si sa a cosa servisse, Bartoszek racconta quella che forse è solo una leggenda, cioè che era un modo per trasportare altrove i cadaveri e farli sparire.
Il 22 gennaio del 2020, proprio a Borne Sulinowo, si è tenuta la più grande esercitazione militare sul suolo europeo degli ultimi 25 anni: l'operazione "Defender-Europe 20". 37 mila tra truppe e personale tecnico in supporto ai militari oltre al diretto coinvolgimento del Pentagono e delle forze armate statunitensi. L'operazione militare è stata molto discussa anche da siti e inclusa in centinaia di contenuti complottisti, ma non è stata parte di un complotto, al massimo è stata la conferma di qualcosa che si sa da almeno un secolo, e cioè che questa cittadina è al centro delle operazioni militari in Europa.

 

Castello di Milazzo, la cittadella fortificata più grande della Sicilia
Da siciliafan.it del 26 gennaio 2021

Foto: Wilson44691 (https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Wilson44691)

Castelli Siciliani: l’inespugnabile fortezza di Milazzo.

• Il castello di Milazzo è cuore dell’omonima città in provincia di Messina.
• La fortezza, e tutta l’area compresa nell’ampio recinto delle mura spagnole (città murata e borgo antico), costituisce la più estesa cittadella fortificata (https://www.siciliafan.it/murata-viva-perche-amava-un-povero-leggendadel-castello-di-milazzo/) esistente in Sicilia.
• Si estende, infatti, per una superficie di 7 ettari e oltre 12.000 m² occupati da edifici.

Il viaggio alla scoperta dei Castelli Siciliani (https://www.siciliafan.it/castellisiciliani-che-dovreste-visitare/) più belli ci porta oggi in provincia di Messina (https://www.siciliafan.it/circolo-della-borsa-messina/), per conoscere uno dei complessi fortificati più significativi d’Europa, nonché il più esteso di Sicilia.
Il Castello di Milazzo si trova in posizione strategica e si protende verso le Eolie (https://www.siciliafan.it/capodogli-alle-eolie-video/), a presidio di una rada naturale che è da sempre uno dei porti più importanti della Sicilia. Il sito non ha sempre avuto un’importanza esclusivamente militare poiché è stato anche parte di un borgo medievale.
Il castello sorge in uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ininterrottamente abitati dall’uomo da almeno 5mila anni. È il cuore della città. La possente rocca naturale di Milazzo ha visto fiorire le civiltà del neolitico, del bronzo e del ferro, e continuò ad essere fortezza di primaria importanza per il controllo della costa settentrionale della Sicilia e del suo mare sotto i Greci, i Romani e i Bizantini. La natura rocciosa del suolo, il suo declivio ed il suo sconvolgimento per la costruzione delle cinte bastionate non hanno lasciato traccia alcuna delle fortificazioni erette prima della conquista araba.

Castello di Milazzo, la fortezza

Il Mastio sorge sul punto più alto dello sperone roccioso a strapiombo sul mare e chiude un’ampia ed ariosa corte. Il suo nucleo più antico è la torre “saracena”, mentre il suo ambiente più pregevole è l’elegante salone all’interno del quale si trova un possente camino. Iniziato forse sotto gli Arabi e ampliato dai Normanni, il Mastio assunse la sua struttura attuale sotto Federico II di Svevia (https://www.siciliafan.it/foresta-birribaida-federico-ii/), come rivelano le otto torri angolare e mediane. Alcuni dei conci in pietra lavica che ornano le strutture murarie delle torri e del salone recano ancora oggi i marchi dei lapicidi, geometrici contrassegni che consentivano di riconoscere – e conseguentemente controllare e remunerare – il lavoro dei singoli maestri impegnati nel cantiere milazzese.

Successivamente, sotto gli Aragonesi, il Mastio normanno-svevo venne protetto dal tiro delle armi da fuoco attraverso la costruzione, alla fine del Quattrocento, della cinta bastionata che lo racchiude con i suoi 5 torrioni semicilindrici. Questa è la cosiddetta cinta aragonese o “barrera artillera”. Nel Cinquecento gli Spagnoli, per proteggere la città e la costa dai pirati barbareschi che avevano saccheggiato le Eolie e la Calabria e per avere un’imprendibile fortezza da cui controllare Messina, innalzarono la poderosa cinta muraria contraddistinta dalle numerose caditoie destinate alla difesa piombante.

La cinta spagnola

Con la costruzione della cortina cinquecentesca (la “cinta spagnola”) l’intero complesso fortificato assunse l’aspetto di una vera e propria città murata. Qui vi erano i palazzi del potere, cinque-sei edifici di culto, oltre alla chiesa madre innalzata alle soglie del Seicento, e le numerosissime abitazioni civili. Oggi – esclusi l’antico Duomo e la Badia seicentesca – di quel complesso di fabbricati pubblici e privati, non rimangono che i perimetri murari di base, solo in parte affioranti in superficie. La cinta spagnola, che comprende la cortina e i due bastioni ad essa affiancati (denominati rispettivamente «di Santa Maria» e «delle Isole»), è il risultato della progettazione di alcuni dei migliori ingegneri militari del tempo. Tra questi, il bergamasco Antonio Ferramolino. Sempre al Ferramolino si deve uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera città murata: la galleria di contromina del bastione delle Isole. Si tratta di un lungo e tenebroso cunicolo, ricavato nel perimetro murario dello stesso bastione, che aveva lo scopo di prevenire gli attacchi delle mine nemiche. Il complesso sistema di fortificazioni del Castello di Milazzo non venne mai espugnato. Non ci riuscirono neppure gli Spagnoli, che l’avevano eretto, quando tentarono da qui di riconquistare la Sicilia perduta. Lo stesso Garibaldi (https://www.siciliafan.it/ecco-percheesiste-il-marsala-garibaldi-superiore/) fermò la sua avanzata vittoriosa sotto le due, fino a quando l’esercito borbonico, per il collasso dello Stato napoletano, non si arrese.

 

Gregge nell’ex base aerea come «tagliaerba vivente»
Da larena.it del 25 gennaio 2021

Basso Veronese

Un migliaio di pecore, razza Brogna, nell’ex base militare come «tagliaerba» viventi. Nell’area, passata in proprietà al Comune di Bovolone, è questa la soluzione ecologica ad un problema che si era fatto pressante. Nessun macchinario inquinante e rumoroso ma uno sfalcio lento e preciso, eseguito da un enorme gregge di pecore, tra l’altro di una razza rara e protetta, la pecora Brogna, originaria della Lessinia, di cui da qualche anno è partito il recupero. L’autorizzazione a pascolare il gregge l’ha concessa il Comune: ieri mattina, sul posto, c’era Adriano Bissoli, consigliere con delega al Patrimonio.

Con la «transumanza» delle pacifiche pecore in una ex zona missilistica, si è ottenuto dunque un duplice beneficio: l’area di via Baldoni curata e ripulita a titolo gratuito e il riconoscimento dell’importanza di un ovino di cui si sta curando il ripopolamento. I proprietari del gregge hanno a disposizione una vasta area recintata, ampia circa 375 mila metri quadrati, a pochi chilometri dalla sede della loro azienda agricola, intestata a Morbi Seljvie, in Via Paluvecchio, a Roverchiara. Il gregge ha trovato nell’ex area militare erba in abbondanza e di buona qualità, priva di contaminanti da coltivazioni intensive e ha dimostrato di gradire. Unico limite, il divieto da parte degli animali di accedere al circuito destinato a pista ciclabile dove si allenano i giovani ciclisti della G.S. Luc Bovolone. Il gregge è arrivato ieri, attorno alle 10.30, dopo aver percorso - a una media di 5 chilometri all’ora - l’ultimo tratto della provinciale 20 e potrà fermarsi nello spazio comunale fino al 28 febbraio. Fino a qualche giorno fa, il grande gregge si era nutrito dalle parti di Palù.

Quindi ha preso la strada per Bovolone, guidato da due pastori e tre cani da gregge: Diana, Leo e Buki, incrociati con il pastore bergamasco. Ieri, le prime pecore che hanno varcato il cancello non hanno resistito, si sono fermate e hanno chinato la testa a brucare, impedendo alle altre di entrare, tanto l’erbetta era invitante: quei terreni infatti non hanno mai conosciuto coltivazioni intensive e sono molto fertili. Per sbloccarle, sono dovuti intervenire i tre bravi cane pastori che le hanno spinte in avanti facendo così entrare quelle rimaste sulla provinciale. A guidare il gregge domenica mattina c’era anche Luca N., bovolonese, l’unico falegname-pastore della città del mobile, che collabora con l’azienda agricola Morbi Seljvie. Luca è figlio di contadini e in famiglia hanno sempre allevato pecore, la passione gli è rimasta e da qualche anno a questa parte si dedica quando può alle razza delle Brogne. L’azienda agricola è infatti impegnata nel ripopolamento della specie, una razza autoctona, considerata patrimonio di biodiversità della Lessinia e per questo è tutelata da un’associazione impegnata a promuovere i prodotti ottenuti dal prezioso ovino. «Qui le nostre pecore sono al sicuro», ha detto Luca, «e si potranno visitare da vicino, le famiglie potranno portare i loro bambini a vedere questo spettacolo naturale».

Al seguito del gregge di pecore, anche un furgone per trasportare gli agnellini, una ventina, venuti alla luce negli ultimi giorni, appena in grado di reggersi sulle loro zampe e che, appena liberati, si sono messi subito alla ricerca della loro mamma pecora. • Roberto Massagrande

 

Linea Cadorna, la Maginot italiana
Da iltorinese.it del 24 gennaio 2021

Il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale

“Linea Cadorna” è il nome con cui è conosciuto il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale. Un’opera fortemente voluta dal generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito (originario di Pallanza, sul lago Maggiore), con lo scopo di contrastare una eventuale invasione austro-tedesca proveniente dalla Svizzera.
Lo scoppio della guerra – il 23 luglio del 1914 – e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio. Così, una volta che l’Italia entrò in guerra contro l’Austria – il 24 maggio 1915 – , il generale Cadorna, per non incorrere in amare sorprese, ordinò di avviare i lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore, e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo, intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare i punti nevralgici.

Un’impresa mastodontica.

Basta scorrere, in sintesi, la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15- 20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche. La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.
Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio) uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e prevedeva dalle 6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra.

Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra, le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e, negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” – rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni belliche, sesi escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una vera e propria “Maginot italiana”, un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano – alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.

Marco Travaglini

 

Castelli di Puglia: Il Bastione San Giacomo di Brindisi
Da corrieresalentino.it del 24 gennaio 2021

di Cosimo Enrico Marseglia

Il Bastione San Giacomo di Brindisi rientra nel dispositivo difensivo cittadino, che include anche le fortificazioni di Porta Mesagne e Porta Lecce. Questa piccola fortezza venne costruita durante la dominazione sveva, allo scopo di inserire la collina a levante della città all’interno della cinta muraria. Rimasto pressoché immutato sotto la dominazione angioina,il bastione venne totalmente ristrutturato in epoca aragonese per adibirlo all’utilizzo dei pezzi di artiglieria, in linea con le nuove tecniche costruttive militari. Così venne modificato a pianta pentagonale e dotato di parapetti, merlature, camminamenti per la ronda delle guardie e feritoie oblique per l’osservazione dell’area limitrofa.
Ulteriori modifiche di rinforzo vennero effettuate sotto il regno di Carlo V nel XVI secolo, ad opera dell’architetto militare Ferdinando de Alarcon. Fu proprio questi a progettare il dispositivo difensivo di terra brindisino, imperniato su una possente cinta muraria avvolgente la città, i cui perni fondamentali si dislocavano nel Bastione di San Giacomo per l’area meridionale, mentre per la difesa a nord vi era il Castello Svevo, o  Castello di Terra, così chiamato per distinguerlo dall’altra fortezza: il Castello Angioino – Aragonese o Forte a Mare  che invece presidiava l’ingresso al porto.

La struttura si sviluppa su due livelli, collegando la base esterna della collinetta di levante con l’area superiore. La pianta pentagonale presenta cinque prospetti differenti fra loro in altezza e su quello sud-orientale campeggiano le armi di Carlo V e dell’architetto Ferdinando de Alarcon. Un ingresso si colloca sulla collinetta, in Via Nazario Sauro, e consente l’accesso a tre ambienti con volte a botte, posti sopra altrettanti locali, cui si accede dall’ingresso principale, posto sempre sulla stessa via. Anche questi ambienti presentano una volta a botte. Accanto all’ingresso principale, una scala conduce agli ambienti ipogei, recentemente restaurati. Un’altra scala interna permette di accedere dal piano principale alla terrazza merlata.
Il bastione è attualmente di proprietà del Comune di Brindisi e viene adibito a manifestazioni o eventi culturali ed artistici.

 

Castello Mothe Chandeniers: storia e struttura
Da viaggiamo.it del 22 gennaio 2021

Il territorio francese è noto per la presenza di magnifiche fortezze antiche. Una delle strutture più suggestive della Francia è il magnifico Castello Mothe Chandeniers.

Castello Mothe Chandeniers

Nel corso di un viaggio in Francia è possibile ammirare splendidi manieri ricchi di fascino. Il magnifico Chateau de la Mothe Chandeniers è uno dei più suggestivi che si possano vedere. Si tratta di un castello che sorge all’interno del contesto della campagna della Nouvelle Aquitaine, nella zona occidentale della Francia. Il paesaggio intorno alla fortezza è caratterizzato dalla presenza di un incantevole lago, che rende l’atmosfera particolarmente suggestiva. Il castello risulta attualmente abbandonato ed è avvolto da una notevole aura di fascino. L’edificazione della fortezza risale al XIII secolo.

Nel corso della storia il castello subì vari incendi e fu soggetto all’incuria da parte dei proprietari. Dato lo stato di abbandono della fortezza, le pareti esterne e gli ambienti interni risultano in parte coperti dalla vegetazione. Questa caratteristica rende il castello una meta particolarmente ambita dai turisti e dagli appassionati di luoghi abbandonati.

La storia del castello

L’edificazione del castello fu fortemente voluta dalla signoria Motte de Baucay. Dopo la costruzione la fortezza finì sotto la proprietà degli inglesi e nel corso della Rivoluzione Francese fu più volte saccheggiato e poi completamente abbandonato. Durante il XIX secolo la fortezza medievale conobbe un periodo di ripresa, grazie a numerose opere di ristrutturazione. Nel corso dell’anno 1932 si verificò un incendio devastante, che causò la distruzione di gran parte dell’edificio.

Dopo il nefasto evento furono vari i tentativi di riportare il castello alla sua condizione originaria. Nonostante ciò le opere di restaurazione non furono mai portate a termine, a causa della speculazione da parte degli istituti bancari del luogo. Attualmente il castello è totalmente abbandonato e attira ogni anno moltissimi visitatori nella campagna della Nouvelle Aquitaine.

Come arrivare alla fortezza

Partendo dalla località di Angers, per raggiungere il castello occorre fare un semplice viaggio in auto. Dopo aver imboccato la strada D761 è necessario guidare per circa un’ora, fino ad arrivare presso Les Trois Moutiers. Una volta giunti nel paesino basta seguire le indicazioni stradali che portano fino al magnifico castello.

 

Le città stellari d’Europa, capolavori dell’architettura rinascimentale
Da pianetastrega.com del 21 gennaio 2021

Di Alessandro Endrizzi

Bourtange

(CNN) – È sparso in tutta Europa ma la sua perfetta bellezza geometrica può essere ammirata appieno solo se vista dall’alto. Come i fiocchi di neve visti attraverso una lente d’ingrandimento, c’è un’abbagliante qualità simile a un frattale del modo intricato e intricato in cui sono disposti – solo che non stiamo parlando di meraviglie naturali qui.

Un modo completamente nuovo e razionale di progettare gli insediamenti fortificati, le “città stellari” del XVI e XVII secolo furono il gioiello della prima età moderna e furono progettate da alcune delle menti più brillanti del loro tempo. La scienza della costruzione di forti stellari è apparsa in Italia durante il Rinascimento, quando la polvere da sparo e i cannoni rendevano obsolete le mura medievali.
L’aumento dei muri verticali lasciava il posto a bastioni più bassi, che non offrivano meno bersaglio, mentre ampie trincee, scoscesi terrapieni e intricate reti di roccaforti sporgenti avrebbero eliminato qualsiasi punto cieco e impedito agli eserciti assediati di avvicinarsi ovunque vicino alle recinzioni. Questo stile di architettura militare ha avuto il suo periodo d’oro durante il XVI e soprattutto il XVII secolo, un periodo in cui molte parti d’Europa hanno vissuto una guerra quasi continua.
Non è un caso che alcuni degli esempi migliori e più impressionanti si raggruppino in luoghi come i Paesi Bassi e la valle del Reno, le linee di frattura tra imperi in guerra.
Ingegneri militari come il francese Sebastian Le Priestre de Vauban e il suo rivale olandese Mino van Cohorn elevarono la fortificazione delle città quasi a un livello artistico.
I successivi cambiamenti nella tecnologia militare resero molte delle loro “città stellari” obsolete, ma poiché molte di loro erano diventate a quel tempo insediamenti civili, questo straordinario approccio alla pianificazione urbana non fu una perdita di tempo.
Ecco una selezione di alcune delle città più belle d’Europa. Sebbene l’elenco dei forti a forma di stella in Europa sia molto più lungo, ci siamo concentrati deliberatamente su quelli che sono diventati la casa delle comunità viventi, il tutto preservando il disegno geometrico originale.

Olanda

Nardin

I Paesi Bassi sono una destinazione privilegiata per chi è interessato all’architettura “Star City”. The Dutch Revolution (1566-1648) è il nome dato ai lunghi anni di guerra che seguirono la rivolta olandese contro il dominio spagnolo e che hanno lasciato il segno nel paesaggio urbano di una terra priva di fortificazioni naturali.
Forse la città stellare olandese più impressionante è Nardin, che si trova a circa 20 chilometri a est di Amsterdam. Nardin, completamente circondata da linee di fortificazione e due anelli d’acqua, potrebbe essere la perfetta città a forma di stella. È anche, molto appropriatamente, un sito Dutch Fort Museum.

Brill

Brielle è un porto marittimo catturato da Watergeuzen (o “Sea Beggars”). Brill ha avuto un posto di rilievo nella storia olandese dal 1572, quando la sua cattura da parte del “mare dei mendicanti”, una milizia nazionalista che opera sui mari, segnò un punto di svolta importante nella guerra d’indipendenza olandese.Sebbene ora diminuisca di fronte all’adiacente porto di Rotterdam Europort, il più grande porto commerciale d’Europa, i suoi bastioni e il fossato progettato con cura sono facili da vedere dal cielo.

Heusden

Il lavoro di Heusden fu completato nel 1597 e oggi può vantare le sue splendide roccaforti meticolosamente organizzate grazie al suo pluripremiato progetto di ricostruzione di 40 anni. Nel diciannovesimo secolo, tutte le fortificazioni originali della città del Brabante settentrionale erano crollate. Tuttavia, a partire dagli anni ’60, la gente del posto ha condotto una campagna di successo per riportare Heusden al suo antico splendore. Una mappa di 300 anni è stata utilizzata come modello per trasformare il luogo in una bellissima città pre-pandemica che ha ricevuto centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Willemstad

Sempre nella regione del Brabante settentrionale, questa piccola città è un altro ottimo esempio di città delle star olandesi. Si dice che ognuna delle sue sette roccaforti rappresenti una delle sette province che si unirono per liberare i Paesi Bassi dal dominio spagnolo nel XVI secolo, per formare uno stato olandese indipendente.

Portang

Nel nord-est dei Paesi Bassi, a pochi metri dal confine tedesco, Fort Bourtange fu costruito nel 1593 e utilizzato fino al 1851. Il castello fu poi trasformato in un villaggio, perfettamente conservato con la sua forma pentagonale e il disegno stradale geometrico, ma non fiorì mai come insediamento urbano. Oggi, l’intero complesso architettonico è aperto ai visitatori come un Museo.

Italia

Palmanova

Palmanova si trova vicino all’attuale confine tra Italia e Slovenia (da non confondere con l’omonima località maiorchina) ed è la perfetta città dell’ingegneria oltre ad essere una delle più grandi e meglio conservate. Fu costruito dai veneziani alla fine del XVI secolo per difendere i confini nordorientali della loro repubblica più tranquilla.
Il suo disegno radiale si estende da una piazza centrale esagonale (“Piazza del Duomo”) in anelli concentrici su nove lati che attraversano percorsi rettilinei che conducono a ciascuno dei suoi angoli. L’intero gruppo è circondato da un doppio perimetro esterno di fortificazioni a forma di stella.

Palmanova è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO (insieme ad altre fortificazioni veneziane della stessa epoca).

Peschiera del Garda

Se Palmanova proteggeva gli ingressi orientali di Venezia, le sue strade occidentali erano sotto l’occhio vigile di Peschiera del Garda, anch’essa patrimonio dell’umanità. Ben adatta a dove ha governato a lungo Venezia, la città fortificata non si trova sulle rive del Lago di Garda, ma al suo interno, circondata da acqua su tutti i lati, attraversata da un canale.

Portogallo

Almeida

Almeida è oggi una piccola città con una popolazione di circa 1.300 abitanti. Nel nord del Portogallo, vicino al confine spagnolo, questa città si inserisce  perfettamente tra le sue maestose mura a forma di stella. Durante la guerra peninsulare (1804-17), fu catturato dalle forze napoleoniche al comando del comandante militare francese Michel Nye (nato in un’altra città stellare, la tedesca Saarlouis) dopo l’esplosione del caricatore di polvere da sparo, uccidendo centinaia di difensori britannici e portoghesi.

Elvas

A circa 200 chilometri da Lisbona, Elvas è una roccaforte di sette fortezze e due fortezze che per secoli hanno protetto i confini orientali del Portogallo contro le incursioni spagnole. Sebbene la sua rete urbana manchi delle fresche linee geometriche di altre città stellari, le sue case imbiancate a calce e la posizione collinare rendono Elvas uno spettacolo pittoresco.

Francia

Neuf Presach

Ecco un’altra città stella con lo status di patrimonio mondiale, come parte della rete di forti creata da Sebastian Le Priestre de Vauban, il più grande ingegnere militare di Luigi XIV. Fu costruito ex novo sul lato francese del Reno, dopo che la Francia perse la città di Brissach sulla sponda opposta del fiume, da cui il prefisso “Neuf” (nuovo).
Progettato fin dall’inizio per usi misti civili e militari, seguendo le nozioni contemporanee di cosa dovrebbe essere una “città perfetta”, con un design ottagonale e strade disposte in una griglia quadrata.

Repubblica Ceca

Teresin

Questa fortezza militare era sia una prigione che un campo di concentramento.

Milan Fachal / CTK / AP

Costruita alla fine del XVIII secolo come città di guarnigione dall’imperatore degli Asburgo Giuseppe II, che la chiamò come sua madre, l’imperatrice Maria Teresa, Theresien vide poco o nessun combattimento in prima linea. Durante la prima guerra mondiale, il castello fu utilizzato come campo di concentramento politico. Morì qui nel 1918 di tubercolosi, l’uomo che ha contribuito a scatenare la guerra con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando.
Dopo che i nazisti presero il controllo della Cecoslovacchia, la Gestapo utilizzò parte delle sue strutture come prigione e l’intera città fu successivamente trasformata in un campo di concentramento e in un ghetto. Prigionieri ebrei provenienti da tutta Europa furono stipati tra le sue mura e molti furono successivamente trasportati nei campi di sterminio. Si stima che delle quasi 150.000 persone che passarono attraverso quello che i nazisti chiamarono “Theresienstadt Ghetto” durante la guerra, solo 23.000 sopravvissero. Oggi è un sito Museo del Ghetto di Theresien.

Polonia

Zamosc

Il centro storico di Zamosc, patrimonio mondiale dell’UNESCO, ha conservato la maggior parte del suo design originale risalente al XVI secolo. Gran parte della sua unicità si basa sul fatto che fonde influenze architettoniche da diverse parti d’Europa, poiché Zamosc era un avamposto commerciale che attirava mercanti dall’est e dall’ovest. Inoltre, la pianta della città è stata progettata da un architetto italiano di Padova che ha incorporato elementi architettonici del suo paese natale.

Croazia

Karlovac

Questa città a sei punte fu costruita dalla Casa degli Asburgo nel 1579 come fortezza per proteggere le loro terre dagli Ottomani. Nel secolo successivo lo assediò ben sette volte, ognuna delle quali non ebbe successo. Sebbene i sobborghi moderni si siano sviluppati in tutto il centro storico di Karlovac, l’insieme architettonico armonioso al suo centro è stato ben conservato.

 

Gli itinerari della Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia
Da triesteprima.it del 20 gennaio 2021

Sono tanti e diversi gli itinerari dedicati alla Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia, percorrendoli è possibile fare un vero e proprio viaggio alla scoperta degli avvenimenti più importanti del Novecento Ecco cosa visitare.

Parco della Trincea del Litorale
Il parco si trova a Trieste, la nostra città è il simbolo della Grande Guerra. Qui, si può vedere ancora la Trincea del Litorale costruita per il controllo dell'Alto Adriatico, costruita da Duino fino a Cittanova.

Campo di addestramento di Prosecco
Il percorso della Grande Guerra si trova nel Bosco Fornace di Prosecco, nel comune di Trieste, a poca distanza dal castello di Miramare. Qui, si possono ammirare una serie di infrastutture realizzate per l'addestramento dei soldati.

Itinerario "Vie di guerra tra San Daniele, Forgaria e il Monte Cuar"
Il percorso, che porta dal comune di Forgaria del Friuli a quello di San Daniele, è da percorrere in auto, in quanto conta 40 chilometri di lunghezza. Grazie a questo percorso, è possibile riscoprire la tracce e le testimonianze delle fortificazioni militari italiane e della battaglia dei primi giorni di novembre 1917.

Itinerario del campo trincerato austro-ungarico di Ragogna
Questo itinerario è composto da un percorso breve che porta alla scoperta delle fortificazioni difensive austro-ungariche costruite durante l'occupazione militare del Friuli Venezia Giulia.

Itinerario del complesso fortificato del Monte di Ragogna
In questo caso vengono proposti quattro itinerari diversi che portano a scoprire la storia di queste terre, dalle fortificazioni anteguerra alle costruzioni, postazioni e reperti sulla "Battaglia del Tagliamento".

Itinerario del Monte Calvario e della città di Gorizia
Anche Gorizia è stata una città simbolo della Grande Guerra, e con questo itinerario si possono scoprire la storia e le testimonianze sul Monte Calvario, dove migliaia di uomini scrissero pagine importanti di storia.

Itinerario del Monte Zermula
Su questo monte correva, una volta, una parte del fronte italo-austriaco e, qui, vennero scavate diverse trincee e gallerie, oggi visitabili.

Itinerario del Passo Volaia
Di recente, in questo passaggio alpino carnico sul confine tra Italia e Austria, sono stati riportati alla luce diversi reperti risalenti alla Grande Guerra.

Itineraio del Piccolo Miezegnot e Jof di Miezegnot
L'itinerario si trova all'interno della Val Saisera, che in passato si trovava in territorio asburgico, e che durante la Grande Guerra fu militarizzata con costruzioni militari per le retrovie e collegamenti teleferici.

Itinerario del Ponte di Pinzano e la batteria del Col Colàt
In questo percorso è possibile ammirare le fortificazioni italiane costruite negli anni precedenti la Grande Guerra e alcune testimonianze sulla battaglia per contrastare l'avanzata austro-germanica.

Itinerario della Val Dogna - Linea dei Plans
In questa vallata è possibile osservare diversi resti e testimonianze del confine pre-bellico e delle battaglie combattute per oltrepassarlo.

Itinerario di Creta di Collinetta
Questo itinerario, dedicato ai più esperti, riguarda l'ascesa alla Creta di Collinetta attraverso la Galleria del Cellon-Schulter.

Itinerario Jof di Miezegnot
Qui, si possono osservare diverse strutture militari ancora intatte e delle testimonianze della vita dei soldati ad alta quota.

Itinerario Jof di Sompdogna
Con questo itinerario si possono osservare le trincee, le barricate e gli osservatori costruiti in quota. Lo Jof di Somdogna si trova nella Val Dogna, in mezzo ad uno scenario naturale.

Museo all'aperto del Freikofel
In questa zona, che si trova sul passo di Monte Croce Carnico, si sono consumate diverse battaglie per tutta l'estate del 1915, a cui seguirono le costruzioni di varie fortificazioni.

Museo all'aperto del Kolovrat
Questo museo si trova nella Valli del Natisone, teatro di numerose battaglie durante la Grande Guerra.

Museo all'aperto del Monte Hermada
Questo museo dà la possibilità di scoprire la linea difensiva austro-ungarica fortificata nel settembre del 1916 dopo la Sesta Battaglia dell'Isonzo.

Museo all'aperto del Monte San Michele
Questo percorso offre la possibilità di percorrere un itinerario tra storia e natura ed è composto da percorsi facili e adatti a tutti.

Museo all'aperto del Pal Piccolo
Anche il Pal Piccolo carnico fu teatro di battaglie e morte durante la Grande Guerra, e conserva ancora delle testimonianze.

Museo all'aperto della Dolina del XV Bersaglieri
Inaugurato nel 2000, il museo si trova sull'area del Monte Sei Busi. L'itinerario proposto si snoda tra i comuni di Fogliano Redipuglia e Ronchi dei Legionari, ripercorrendo una linea del fronte.

Parco della Pace
Il parco del Monte Sabotino si trova a pochi chilometri da Gorizia e si tratta di un museo all'aperto transfrontaliero tra Italia e Slovenia.

Parco tematico della Grande Guerra
Il parco "Abschintt Saisera" si trova nella Val Saisera, nel comune di Malborghetto-Valbruna. Qui, si può osservare la linea difensiva Vordere Saisera.

Parco tematico di Monfalcone
Il parco conta circa 4 chilometri quadrati e offre la possibilità di osservare tutte le testimonianze di questa zona di guerra, sede di diverse battaglie.

Percorso storico del Brestovec
Il percorso si trova nel cuore del Carso Isontino e permette di visitare un punto di osservazione e controllo dell'esercito austro-ungarico e la linea di difesa italiana.

 

Pola. Alla ricerca dei segreti del torrione quadrangolare
Da lavoce.hr del 19 gennaio 2021

Il servizio igienico pubblico integrato... nella storia

Esperti museali vigilano sulla ricostruzione del servizio igienico-sanitario pubblico ai Giardini

La ricostruzione di un servizio igienico-sanitario pubblico non fa notizia. Ma, quando gli interventi edili e artigianali devono venire eseguiti all’interno di una torre quadrangolare di memoria antico-medievale, il discorso cambia eccome. C’è di nuovo lavoro per gli studiosi del Museo archeologico istriano di Pola.

Dopo che la Città ha commissionato la ristrutturazione dei servizi ubicati ai Giardini, è arrivata la licenza a procedere dell’Ufficio ministeriale per la Sovrintendenza ai beni storicomonumentali con la dovuta condizionale: non si tocca nulla senza previ controlli da parte dei professionisti della ricerca archeologica. Non solo, ma l’occasione si presenta ottima per intraprendere una piccola, capillare ricerca all’interno di questa struttura che è parte integrante della storica cinta muraria di Pola.

Gli impianti sanitari interni, le pareti divisorie e le parti in ceramica sono stati completamente smantellati perché ormai vecchi, indecenti ed inutilizzabili. Bell’e spogliato dagli interventi dell’era moderna, ora il torrione lascia entrare gli archeologi che setacceranno l’interno, scavando fino alla roccia viva. L’oggetto circondato d’attenzioni è un’architettura che fa parte della zona storico-culturale sotto tutela nel suo insieme e come tale inserita nel Registro nazionale dei beni culturali.

Le strutture architettoniche ora oggetto di studio

Che cosa ci si può aspettare?

“Esiste la possibilità di individuare reperti sotto la superficie – spiega il direttore del Museo archeologico, Darko Komšo – però anche incastonati nelle mura. I resti della cinta muraria che racchiudeva completamente Pola, in epoca romana e anche medievale sono visibili oggi unicamente nei tratti che vanno da Port’Aurea ai Giardini e quindi, dopo l’interruzione, dai Giardini a Porta Gemina. Solitamente, la costruzione di questa cinta veniva eseguita mediante blocchi di pietra, materiale da risulta e riempitivo.

Anche non trovando nulla, per la scienza archeologica è un bene poter attingere informazioni aggiuntive in merito all’architettura della città, alle tecniche di costruzione e alle fasi di realizzazione della cinta di Pola, che presenta la basi eseguite dai romani su cui poggiano gli strati architettonici aggiunti nel Medioevo, nonché diversi torrioni che nei secoli assumevano forme diverse, rotonde e quadrangolari. Non è da escludere il ritrovamento di tracce di una costruzione fortificata anteriore a quelle visibili, nel sottosuolo da scavare”. La risposta potrebbe arrivare entro una decina di giorni.

 

I Magazzini della Cultura nell’area del Forte Santa Caterina
Da verona-in.it del 18 gennaio 2021

Buona l’idea dei contenitori per esporre il patrimonio artistico ora chiuso nei depositi cittadini, quello che è sbagliato è il luogo.

Forte Santa Caterina, rendering dei magazzini della cultura

Di Giorgio Massignan

Una delle ultime proposte della Giunta comunale di Verona riguarda i Magazzini della Cultura nell’area del Forte Santa Caterina al Pestrino, su un’area di 126.000 mq.
L’idea di costruire una struttura dove poter es porre, a rotazione, il patrimonio artistico chiuso nei depositi dei musei cittadini e le imponenti scenografie di Fondazione Arena, ora conservate in altri magazzini, è molto buona, ma lo è molto meno la zona scelta per realizzarla.

Il piano, che ha rappresentato un progetto bandiera del concorso per Verona Capitale della Cultura italiana, dove la nostra città è stata esclusa dalle prime dieci, oltre alle opere d’arte ed alle scenografie dell’Arena ospiterebbe parte degli archivi degli uffici comunali e circa 5.000 mq di residenziale, ricavati da immobili dismessi (ci si scorda sempre degli oltre 10.000 appartamenti non o sottoutilizzati).
Il progetto prevede una serie di edifici a forma di L proprio di fronte al forte, di cui uno alto 9 metri, su una superficie di 16.000 mq, recuperati dalle demolizione delle palazzine militari dismesse e fatiscenti. Non prevede alcun consumo di nuovo suolo.
Nonostante questo, la struttura avrà un grosso impatto paesaggistico, che impedirà il recupero naturalistico e storico del contesto ambientale in cui si vuole inserirla.

Il forte, terminato nel 1852, esprime la sapienza dell’arte fortificatoria di Franz von Scholl e si trova sulla riva destra dell’Adige. Concludeva il primo campo trincerato austriaco. Pur facendo parte di un sistema difensivo, rappresentava un caposaldo autosufficiente, in posizione dominante sul ciglione di Santa Caterina, che chiudeva a sud-ovest la grande ansa fluviale di San Pancrazio. Era la più complessa e grandiosa opera di fortificazione tra quelle del Quadrilatero.
Purtroppo, della vecchia struttura militare rimangono solo alcune porzioni, ma sufficienti per farci leggere la qualità tecnica del taglio della pietra e del tufo; oltre che dell’uso dei corsi di ciottoli reclinati, per la costruzione dei muri di controscarpa della caponiera e degli orecchioni, secondo la tradizione costruttiva scaligera .

L’a rea interessata è, paesaggisticamente fragile e naturalisticamente molto importante. Andrebbe bonificata di tutti i residui edilizi recenti e rinaturalizzata. La vicinanza al fiume ed al parco dell’Adige dovrebbero preservarla da nuove costruzioni. I Magazzini della Cultura possono trovare gli spazi adeguati ad ospitarli in altre zone, urbanisticamente e paesaggisticamente più idonee.

 

Muri d'ascolto, casematte, bunker: la Sicilia e il turismo storico-militare nascosto (e da valorizzare)
Da balarm.it del 17 gennaio 2021

La casamatta "mascherata" di Carini (foto Palermo Pillbox Finder

Ci sono associazioni che si autofinanziano pur di non lasciare all'incuria e all'oblio la nostra Storia, le nostre bellezze. La Sicilia potrebbe (e dovrebbe) vivere di turismo

Di Marta Genova

La Sicilia potrebbe (e dovrebbe) vivere e far vivere di turismo, in tutte le sue più svariate forme. Quella di cui vi raccontiamo oggi è la declinazione storico-militare. Ci sono studiosi e appassionati che portano avanti importanti progetti per riscoprire e valorizzare quelli che sono dei veri e propri beni culturali, seppur di proprietà militare. Ci sono associazioni che si autofinanziano pur di non lasciare all'incuria e all'oblio la Storia, la nostra storia e quindi le nostre bellezze.
Sono certa che moltissimi di voi, passeggiando per le zone costiere o di montagna della propria città, si siano imbatutti in strane srtutture in cemento, a cupola e con delle fessure (alcuni dicono che somiglino a dei forni a legna) non avendo idea di cosa siano. Ebbene, quelle sono le casematte e in Sicilia ce ne sono centinaia, 762 per l'esattezza quelle censite dal 2017 ad oggi.
Lo studio di queste beni è stato iniziato dall' associazione Palermo Pillbox Finders, fatta da un gruppo di ricercatori promotori del Progetto CE.R.CA.MI. (CEnsimento e Rilevamento CAsematte MIlitari) che si occupa proprio della mappatura dei siti e delle casematte della seconda guerra mondiale.

Perchè si chiamano casematte non si sa, o almeno non c'è certezza, ma qualcosa sulle prigini dle nome ce le dice Michelangelo Marino, presidente dell' associazione,
«L’etimologia si collega probabilmnete al termine spagnolo matadero\mataDéro, cioè mammatoio, dunque un luogo in cui avveniva qualcosa di brutto, di violento. E in effetti la casamatta nasceva come fortino in cui si nascondeva il militare per sparare. Sono fortificazioni statiche che avano come obbiettvo quello di difendere un punto».
Costruite per esigenze difensive da parte del Minitero della guerra del Regno d’Italia (l'attuale ministero per la Difesa, per intenderci), si calcola che in Sicilia alla data del luglio 1943 fossero quasi duemila le case matte, comprese quelle nelle isole minori, Pantelleria, Favignana, Lampedusa. Il principio era quello dell'osservazione costiera e dello sbarramento di fuoco Ad uso difensivo e militare. Cosa che poi ebbe poco effetto. «A volte si pensa che dentro ci stessero i tedeschi - chiarisce Michelangelo - ma non è così, dentro c'erano soldati italiani proprio perchè erano volute dal Regno d'Italia. La nostra associazione nasce con lo scopo di mapparle e studiarle.
Nei tre anni di attività, dal novembre 2017, abbiamo fatto ricerca sì, ma anche valorizzazione del patrimonio con manifestazioni gratuite. E nei tre anni abbiamo portato in quasi tutta la Sicilia oltre mille visitatori nei bunker costieri come quello presso il Lungomare dei Saraceni di Isola delle Femmine, nelle casematte e in tanti altri siti che abbiamo presentato lo scorso marzo durante una conferenza stampa presso l'assessorato regionale al Turismo alla presenza dell'allora assessore regionale Pappalardo».
In Francia, nella Repubblica Ceca, in Germania, in Spagna il turismo storico militare è diffusissimo e valorizzato dalle stesse istituzioni che mettono in grado le cooperative, anche quelle piccole, e le associazione di farlo. Aiuti sia economici che pratici, come ad esempio la sistemazione di semplice segnaletica che spieghi al passante cosa sta guardando.
«In Normandia fanno 5 milioni di visitatori in un anno - dice il ricercatore -. Hanno un Patrimonio molto eterogeneo e viene valorizzato. Noi purtroppo attendiamo ancora che il presidente della regione Musumeci riconosca il progetto e i percorsi. Non abbiamo più avuto alcun tipo di risposta.
Il Turismo dei luoghi dello sbarco alleato è una ricchezza per la Sicilia. La Normandia rimane al primo posto in Europa come sistema museale e di itinerari, è un museo a cielo aperto. Ma noi non siamo da meno, abbiamo oltre 1660 tra manufatti afferenti la seconda guerra mondiale e siti. Abbiamo gli aeroporti degli anni 40 in Sicilia, Boccadifalco il più note forse (per cui abbiamo anche fatto la consulenza storica) ma c'è anche l'aeroporto di Chinisia (che prende il nome dal vicino fiume)».
La foto che abbiamo inserito nell'articolo è stata scelta perchè molto rappresentativa oltre che sorprendente. È una casamatta a forma di abside bizantina. «Quando l'abbiamo vista la prima volta - racconta Michelangelo - siamo rimasti a bocca aperta. Una abside militare, costruita ex novo, per ingannare il nemico in caso di sbarco. Su questa abbiamo persino fatto una giornata di studio e informazione dal titolo "La casamatta di carini, l'arte del mascheramento nelle casematte siciliane della seconda guerra mondiale».
Ma chi c'è dietro la realizzazione di queste strutture? «C'erano i militari del genio del Regio Esercito . C’è una specialità che ancora oggi esiste e che si chiama Genio Militare - spiega ancora lo studioso - , ed è quel nucleo di cui fanno parte coloro che realizzano le trincee i ponti, le fortificazioni. Militari e soldati che avevano un'attitudine - spiega - e avevano sviluppato una capacità, conoscevano il territorio; la casamatta doveva adattarsi alle esigenze del territorio in cui veniva realizzata».

Quante cose non sappiamo della Sicilia, quanta storia da ricordare e rivivere. Pensate che esistono solo due Muri di ascolto in tutto il mondo, uno è in Grecia a Elos e l’altro a Messina. Il muro di ascolto è una struttura in cemento costituita da tre muri di forma parabolica con eguale ampiezza (i quadranti) e un centro circolare, e veniva utilizzata durante la seconda guerra mondiale per "captare" il rombo degli aerei in lontananza. In Sicilia si trova a San Placido di Calonerò, e prima si credeva fosse il rudere di un bunker. Qualcuno potrebbe dire che ne siste anche un terzo nel Mediterraneo e si trova nell'isola di Malta ma c'è da dire che è molto diverso dai due di cui abbiamo appena accennato.
Insomma, c'è un gruppo di persone, ricercatori, docenti universitari, professionisti, geologi, archeologici, ingegneri, studenti, ricercatori, volontari. Ci sono dei beni militari (e per questo sono generalmente gestiti dal demanio militare), ma di certa importanza storica, e di cui la Sovrintendenza ai beni Culturali si occupa solo se ritiene di doverli vincolare proprio per la loro importanza storica e a quel punto fa un decreto. E c'è una recente legge regionale, la n. 12 del 12 luglio 2018 che prevede il riconoscimento di tutte quelle attività indirizzate alla valorizzazione dei siti e dei beni storico-militari della Seconda Guerra Mondiale ma che purtroppo, non viene applicata perdendo di fatto una importante opportunità di sviluppo culturale ed economico per la nostra terra.
Quello che manca è quindi che il presidente della Regione Musumeci riconosca questo importantissimo progetto e dia risposte che possano finalmente dare a questi uomini e donne di buona volontà, la possibilità di proseguire. E che diano alla Sicilia la  possibilità di poter creare nuovo Turismo.

 

Il Castello Ginami, un fortilizio a strapiombo sul Serio
Da bergamonews.it del 17 gennaio 2021

Nuova puntata della rubrica domenicale di BGY che fa tappa in Valle Seriana

Di Marco Cangelli

Il Castello Ginami ha rappresentato per secoli un punto strategico per Gromo e per l’intera Valle Seriana.
Posizionata su uno sperone di roccia a strapiombo sul fiume Serio, la struttura è rimasta a lungo inespugnabile grazie ai vantaggi offerti dalla natura. La sua storia prende il via nel 1226 quando la casata ghibellina fu costretta a lasciare Bergamo e a rifugiarsi ai piedi delle Orobie a causa del ritorno al potere della fazione guelfa. Il primogenito della famiglia Ginami dei Licini realizzò quindi un fortilizio composto da un corpo longitudinale adibito a mastio, da una torre quadrata e da una cinta muraria.
Protetto da un fossato e da un ponte levatoio all’ingresso, l’edificio venne integrato nel 1492 dalla costruzione dell’ala settentrionale, distrutta nel 1919 durante i lavori per la nuova strada provinciale. A causa di un decreto della Serenissima, il castello andò incontro nel corso del Cinquecento a un ridimensionamento che portò all’eliminazione delle sezioni difensive oltre alla trasformazione dello stesso in un vero e proprio stabile residenziale.
Fra gli interventi che cambiarono l’aspetto medievale della roccaforte vi fu la sostituzione nel 1605 dell’antica porta con un più ampio portone carrabile,  mentre nello stesso anno l’edificio venne integrato con un corpo di fabbrica rivolto verso sud.
Costruita in conci di pietra grigia locale distribuiti in stile bugnato, la struttura possiede ancora parte del fascino medievale risaltato in particolare nella facciata recuperata soltanto nel corso del restauro del 1952.
All’interno del prospetto spicca inoltre un affresco di Giovanni Sirtoli raffigurante un gigantesco San Cristoforo, mentre il paesaggio attorno al complesso viene dominato dalla torre a base quadrata. Nonostante la suddivisione su sei livelli abitabili sovrapposti avvenuta nel 1625, il torrione ha sempre mantenuto le sembianze originali rappresentando l’emblema di Gromo e della vallata circostante.

Fonti

Graziella Colmuto Zanella e Flavio Conti; Castra bergomensia: castelli e architetture fortificate di Bergamo e provincia; Bergamo; Provincia di Bergamo; 2004

 

Corea del Nord, alla parata sfila il missile «più potente del mondo»
Da ilsole24ore.com del 15 gennaio 2021

Corea del Nord, parata con nuovo missile balistico, “l'arma più potente del mondo” Il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, ha presentato i nuovi missili balistici destinati ai sottomarini della sua flotta. Una spettacolare parata militare è stato il proscenio dell'evento.

Il messaggio a Biden

A pochi giorni dall'insediamento del presidente eletto Joe Biden, la Corea del Nord manda un chiaro messaggio agli Stati Uniti, definiti “il più grande nemico”.La parata militare è stata organizzata per celebrare la fine dell'Ottavo Congresso del Partito dei lavoratori e in questa occasione è stata mostrata “l'arma più potente del mondo”, secondo la Kcna, l’agenzia di stampa del Paese.
L'evento si è celebrato in piazza Kim Il Sung, dal nome del fondatore della Corea del Nord, gremita, davanti agli occhi compiaciuti del leader seduto in tribuna d'onore.Durante la precedente manifestazione militare di ottobre, il Nord aveva svelato quello che sembrava essere il suo missile balistico intercontinentale più grande. Questa volta hanno sfilato carri armati e altri missili di varia fattura, «in grado di distruggere preventivamente e completamente qualsiasi nemico al di fuori del nostro territorio».
Le immagini della tv di Stato di Pyongyang ne inquadrano almeno quattro montati su autocarri procedere lentamente tra la folla festante. In giaccone di pelle e cappello di pelo Kim, fresco di nomina alla carica di Segretario generale del partito, sorride e saluta il popolo, insieme ai vertici del Comitato centrale e delle forze armate.

Gli Usa definiti "il più grande nemico"

Solo pochi giorni fa, in pieno Congresso, aveva definito gli Stati Uniti come “il più grande nemico” della Corea del Nord e svelato il piano per il perseguimento di risorse militari più sofisticate, tra cui missili a lungo raggio in grado di colpire gli Stati Uniti in modo più affidabile, nuove armi e testate nucleari tattiche, sottomarini a propulsione nucleare, satelliti spia e armi ipersoniche anche se una valutazione dello stato di avanzamento del programma nucleare e missilistico è difficile.

 

Castello di Copertino, splendido esempio di architettura militare
Da fanpuglia.it del 14 gennaio 2021

Splendido esempio di architettura rinascimentale, il castello di Copertino si trova in Piazza Castello, nel centro di Copertino, in provincia di Lecce, ed è un edificio militare che conserva meraviglie incredibili al suo interno. Anche se nell’immaginario collettivo si pensa che la fortezza sia stata edificata per intero nel XVI secolo dall’architetto militare Evangelista Menga, il primo nucleo di questa struttura risale in realtà al XIIIXIV secolo. A testimonianza di ciò si può osservare la forma della torre, che si presenta quadrangolare e piuttosto alta. Il nucleo originario, dunque, potrebbe essere il mastio, ovvero la torre caratteristica di tipo medievale, usuale nei castelli di quel periodo.

Nel 1956 il Castello di Copertino divenne Demanio dello Stato Il Castello di Copertino potrebbe così ricollegarsi a Carlo I d’Angiò. Fu proprio lui che dichiarò Copertino sede amministrativa della contea nel 1266. Tuttavia, l’aspetto del castello per come appare oggi è proprio opera dell’architetto Menga. La trasformazione del maniero venne commissionata dal marchese Alfonso Granai Castriota che chiese a Menga di inglobare le strutture già edificate in un impianto quadrangolare con quattro bastioni angolari, circondati da un fossato ampio. Una volta modificato, il maniero passò attraverso diversi proprietari senza ulteriori trasformazioni, fino a quando non venne acquistato dalla famiglia genovese degli Squarciafico nel 1557. Nel 1885 prima il castello venne dichiarato Monumento Nazionale e divenne Demanio dello Stato nel 1956.

Caratteristiche della struttura

Nel castello di Copertino si entra attraversando un magnifico portale rinascimentale, splendidamente decorato. Nel cortile interno del maniero si possono notare numerose testimonianze delle diverse epoche e le trasformazioni che sono state effettuate. Fra le strutture particolarmente affascinanti e suggestive si possono ammirare il portico a tre basse arcate del Palazzo Pignatelli, il pozzo, la cappella dedicata a San Marco con i sarcofagi dei marchesi Squarciafico e l’ingresso al salone angioino. Si accede agli ambienti del ‘400 e del ‘500 di quello che viene definito Palazzo Vecchio tramite una scalinata coperta.

 

Cagliari, rivoluzione a Monte Urpinu: via al polo sportivo nelle vecchie servitù militari
Da castedduonline.it del 14 gennaio 2021

Di Ennio Neri

Dopo l’addio alle stellette presto, in un’area di 24mila metri quadrati tra via Is Guadazzonis e via dei Conversi, apriranno alla città nuovi spazi sportivi: un campo di calcio a 11, uno da tennis e uno da calcio a 5

Via libera della giunta regionale. Dopo l’addio alle stellette presto, in un’area di 24mila metri quadrati tra via Is Guadazzonis e via dei Conversi, apriranno alla città nuovi spazi sportivi: un campo di calcio a 11, uno da tennis e uno da calcio a 5. Nel settembre 2019 la Giunta regionale ha stabilito di istituire il Polo Ambientale Regionale nell’ex 68° Deposito Carburanti di via Is Guadazzonis a Monte Urpinu, destinando i fabbricati presenti alla futura sede del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e dell’Agenzia regionale Forestas e di rendere fruibili alla collettività le aree verdi e gli impianti sportivi.
Nel compendio ci sono infatti, nell’area sotto il colle tra via is Guadazzonis e via dei Conversi, un campo di calcio a 11 in terra battuta con aree retrostanti, un campo da tennis e uno da calcio a 5 in cemento plastificato, locali spogliatoi e servizi, per una superficie occupata di circa 24 mila metri quadrati. Un tempo erano gestiti dall’esercito, ma sono inutilizzati da oltre 10 anni ed in completo stato di incuria e di abbandono. Serve quindi una riqualificazione con un intervento di recupero manutentivo e funzionale degli impianti. Per l’intervento ci penseranno Cral e Cra regionali, le due società che hanno chiesto di gestire il nuovo polo sportivo, che abbandoneranno gli impianti di Terramaini per concentrarsi su Monte Urpinu e restituire gli spazi sportivi alla cittadinanza.

 

Il Castello sepolto, la bellezza «mai vista da alcun riminese vivente»
Da riminiduepuntozero.it del 13 gennaio 2021

Di Giovanni Rimondini

Dino Palloni e Giovanni Maccioni, veduta virtuale di Castel Sismondo con il recupero della “Corte a mare” e del fossato

“Una riapertura del fossato consentirà di riqualificare in maniera forte tutto un quartiere di Rimini e ridisegnare la mappa cittadina. Le principali opportunità saranno costituite dalla riapertura di un terzo del castello ora scomparso e di una cinta certamente edificata 'in toto' da Sigismondo Pandolfo Malatesta e mai vista da alcun riminese vivente. Sarà certamente da sottoporre ad un ampio dibattito civico anche la possibilità di indicare in qualche modo i distrutti valori fuori terra.” Gli studi del castellologo Dino Palloni ripresi e commentati dal prof. Rimondini.

 

Veduta dall’alto del castello con le tende del soppresso mercato bisettimanale. Questa foto serve per l’elaborazione delle vedute virtuali da parte di Dino Palloni e di Giovanni Maccioni. Tutte le immagini di ricostruzione virtuale provengono dall’archivio elettronico di Dino Palloni, per gentile concessione di Mariarita Golfieri Palloni.

STUDI E RICERCHE RECENTI SUL FOSSATO DI CASTEL SISMONDO

L’eccellenza del fossato di Castel Sismondo è già stata notata dai castellologi più attenti, in particolare da Dino Palloni, che ha dedicato numerose ricerche al corpo del castello. In collaborazione con Giovanni Maccioni dell’Istituto Italiano dei Castelli, uno dei suoi “giovani”, Dino aveva impiantato un laboratorio virtuale per la ricostruzione scientifica delle parti di Castel Sismondo scomparse o nascoste sotto terra.

 

Veduta dall’alto di Castel Sismondo in corso di elaborazione virtuale ad opera di Dino Palloni e Giovanni Maccioni.

Nel corso di queste indagini, purtroppo interrotte dalla scomparsa dell’illustre castellologo, era stato preso in considerazione il problema di come poteva essere raggiunto e utilizzato un fossato asciutto. Analizzando il mare di immagini che aveva accumulato nel tempo visitando i castelli italiani ed europei, Dino Palloni aveva trovato, in parecchi fossati di castelli di epoche diverse arrivati sino a noi, la porta che permetteva alle truppe assediate di calarsi ed entrare nel fossato per affrontare gli assalitori.

Questa porta Dino l’ha chiamata “pusterla” [o posterla o postierla dal latino tardo “postierula” che significa la porta di dietro], che è il nome dato alla porta secondaria di un castello, e quindi sarebbe “la pusterla del fossato”. Quando il nostro fossato verrà riaperto è quasi certo che la troveremo, o forse ne troveremo due, una nel fossato interno e una nel fossato esterno, le due parti del fossato separate da due tratti delle mura urbane, entrambe sotto i ponti levatoi. Con il gentile permesso di Mariarita Golfieri Palloni pubblichiamo un inedito di Dino sulle pusterle in diversi castelli italiani ed europei. Sicuramente fa parte degli ultimi lavori sul fossato di Castel Sismondo, come premessa per sapere cosa ci si deve aspettare di trovare.

 

 

Dino Palloni e Giovanni Maccioni, ricostruzione a colori di Castel Sismondo – i colori araldici dei Malatesta erano il bianco [simboleggiante la Fede] il rosso [simboleggiante la Carità] e il verde [simboleggiante la Speranza]. Le scarpe del fossato per l’altezza sono quasi accettabili, mancano però le controscarpe del circuito esterno del fossato che sono apparse e misurate nel disegno di Pacifico Barilari del 1839. Dino però aveva un’immagine del disegno del Barilari e certamente non ha fatto in tempo a correggere questa parte della veduta virtuale. Giovanni Maccioni ha espresso il desiderio di aggiornare questa immagine.

DINO PALLONI: ABSTRACT RIAPERTURA FOSSATO

“Una riapertura del fossato consentirà di riqualificare in maniera forte tutto un quartiere di Rimini e ridisegnare la mappa cittadina, anche se porrà imponenti problemi soprattutto in materia di viabilità e parcheggi. Le principali opportunità saranno costituite dalla riapertura di un terzo del castello ora scomparso e di una cinta certamente edificata ‘in toto’ da Sigismondo Pandolfo Malatesta e mai vista da alcun riminese vivente. Sarà certamente da sottoporre ad un ampio dibattito civico anche la possibilità di indicare in qualche modo i distrutti valori fuori terra.”

 

Lucera, cinta della città fortezza, opera dell’imperatore Federico II di Svevia, secolo XIII. La pusterla si vede chiarissima sotto l’area di un ponte levatoio. Foto di Dino Palloni.

Helmsley, Inghilterra, pusterla sotto il ponte levatoio. Foto di Dino Palloni.

di Dino Palloni

PUSTERLE SOTTO IL PONTE LEVATOIO

PARTICOLARI DELL’ARCHITETTURA CASTELLANA

“Si incontra talvolta, nei castelli, una pusterla di accesso al fossato posta immediatamente sotto il ponte levatoio dell’ingresso principale. Gli esempi che siamo in grado di menzionare non sono moltissimi, ma l’ovvia limitatezza dei castelli presi in esame e la scomparsa o la manomissione di un’elevate percentuale di fossati consente di supporre che ve ne fossero in maggior numero.

Helmsley, Inghilterra, probabilmente del XIV secolo, a giudicare dal paramento murario disordinato. Corridoio di discesa nel fossato. Foto di Dino Palloni.

Le pusterle in generale sono comunissime nei castelli, nelle rocche e nelle cinte urbane. Da esse passavano messaggeri per comunicare con l’esterno in vista di spedizioni di soccorso o di istruzioni, talvolta portatori carichi di provviste per la ricostituzione delle scorte e, soprattutto, uscivano squadre di armati per effettuare sortite improvvise nel campo degli assedianti.

Le pusterle si aprono quasi sempre a raso sul fondo del fossato per varie ragioni: le loro ridotte dimensioni e il disagevole corridoio di accesso non consentono l’irruzione in massa ad eventuali assalitori, cosicché l’accesso ‘de plain pied’ costituisce un rischio accettabile rispetto alla loro utilità ed alla poca appariscenza; la pusterla trova uso anche nel caso di fossati acquei, come nella rocca di Ravaldino di Forlì. Possiamo supporre che il loro controllo fosse svolto dai responsabili delle porte più prossime, a meno che non vi fossero dei preposti specifici; anche in questa occasione ci troviamo a lamentare la mancanza di un sufficiente approfondimento storico, che dalle fonti documentali possa trarre maggiori informazioni sulle consuetudini dell’organizzazione difensiva.

Infatti solo dal confronto fra i documenti e le evidenze architettoniche può nascere una sempre più completa comprensione dell’architettura fortificata medievale.

 

 

Milano, Castello Sforzesco. Assai complessa è la descrizione della struttura del castello milanese, qui vediamo due livelli di ponte levatoio, quello inferiore era per un ponte levatoio riservato ai pedoni, sotto il quale si intravvede la pusterla. Foto di Dino Palloni.

Supponiamo che le pusterle qui prese in esame svolgessero le medesime funzioni e si distinguano quindi solo per la posizione, direttamente sotto il pontile dell’ingresso principale o, come a Milano, appena disassate. A prima vista sembra che l’ubicazione non sia molto felice, perché di fronte all’ingresso l’assediante pone certamente maggior cura di rinforzo e sorveglianza, per la possibilità di sortite fuoriuscenti dal ponte levatoio improvvisamente abbassato. Pensiamo quindi che il principale vantaggio di tale ubicazione fosse costituito dall’effetto coprente del battiponte, sia in termini di protezione dai proiettili dell’assediante sia di occultamento alla vista. E’ inoltre possibile che si ricercasse l’economia gestionale consentita dall’affidamento della pusterla e della sovrastante porta principale al controllo di un unico corpo di guardia.

 

 

 

 

Casale Monferrato ponte levatoio e pusterla, secolo XV. Dino Palloni aveva compiuto ricerche a Casale Monferrato chiamato per chiara fama dalle autorità comunali. La pusterla di Casale appare utilizzata e forse stravolta. Foto di Dino Palloni.

FORME E PERIODO NELLA FALSA BRAGA DELLA CINTA DI LUCERA

Montaiguillon (c. di Louan-sous-Montaiguillon, Seine et marne) “dall’androne una scala dedicata [disposta] in spessore di muro porta al fossato. E’ una posizione abbastanza caratteristica del secondo quarto del Duecento, che si trova, ad esempio, a Cracy” Mesqui, Chateaux forts et fortifications en France p.243.

Ponte levatoio dedicato [disposto, preparato per coprire una pusterla]

Due tipi: 1) accesso al fossato:
Helmsley UK
Rhuddlan UK
Lucera I
Coucy F
Villandraut F
Montaiguillon F
Bonnevillle-sur-Touques F
Casale Monferrato I
Coca E
Lonato I
2) accesso alla camera bassa del rivellino:
Beynes (Mesqui, I, p.360) F
Milano Castello Sforzesco I
Porte de Laon, Coucy (Dictionnaire, VII, p. 133).”

Gaetano Urbani, piramide sulla sorgente della fontana della Pigna, già via dei Condotti, oggi Dario Campana.

di Giovanni Rimondini

PRECISAZIONI SULLE PUSTERLE E SUL FOSSATO DI CASTEL SISMONDO: IL FONDO DEL FOSSATO FUNZIONANTE COME UNA BATTAGLIERA

Il lavoro di Dino Palloni, che avete appena letto, è rimasto incompleto nell’analisi ma preciso nella sintesi del significato complessivo di “pusterla”, un elemento tipico e ancora ignoto del ‘corpo’ dei castelli, lo status materiale dei castelli del quale Dino era un superbo indagatore e scopritore di strutture importanti mai notate prima. Mi sono ricordato da poco che mi aveva parlato delle pusterle di fossato e quindi, quando Maita mi ha mostrato l’ultimo suo file inedito, ho capito da dove l’idea mi veniva, come nell’emergere di un fiume carsico, la traduzione di una parte della descrizione del fossato di Castel Sismondo fatta da Roberto Valturio, pubblicata in questo sito Rimini 2.0, che rendeva possibile considerare il fondo del fossato un luogo di combattimento, una “battagliera”. Come il fossato della Rocca di Ravaldino di Forlì, ben più tardo, il nostro fossato poteva anche essere allagato.
Due possibili usi del fossato, asciutto e riempito d’acqua, dei quali era forse prevista un’attivazione nei due tempi di un assedio affrontato a pieno regime difensivo; cessati tentativi di forzare il castello nel fossato, il fossato era riempito d’acqua. Oppure era riempito d’acqua dall’inizio dell’assedio, se c’era un numero ridotto di difensori. Non credo poi che queste posterle fossero un segreto assoluto, perché gli “homines docti ad bellum”, gli esperti dei consigli di guerra dei principi grandi e piccoli, erano di sicuro a conoscenza della struttura del fossato di Castel Sismondo. La vera ragione è probabilmente nella linea complessiva di difesa e offesa di Castel Sismondo che risultava quadruplicata per una plurima e possibile difesa / offesa. Gli assedianti potevano essere colpiti anche all’interno del fossato se sulla scarpa vi fossero state le bombardiere, come aveva ipotizzato Dino Palloni. Le battagliere o linee di combattimento o di fuoco di Castel Sismondo potevano essere quattro: le più alte erano i posti di tiro dentro e sulle mura e le torri interne; le battagliere medie correvano sulla cima delle mura basse della falsa braga – sul “promuralis”-; le terze difese/offese erano collocate ai margini o, come ipotizzato, dentro il fossato, con numerose bombardiere al livello del terreno del promurale o sulla parte alta della scarpa; e infine la quarta linea di fuoco era nel fondo del fossato dove gli assalitori faticosamente calatesi si trovavano nella mischia con uomini armati a piedi e forse anche a cavallo.

Severino Bonora, disegno di due dei tre sfiatatoi del condotto della fontana della Pigna, in via dei Condotti, oggi Dario Campana.

Era questa assai probabilmente la conosciuta e celebrata pericolosità di Castel Sismondo, certamente destinata a diventare ben presto obsoleta a causa della progressiva forza d’urto delle artiglierie, ma era stata tale da risparmiare al castello qualsiasi tentativo di assedio in tutto il Quattrocento. Solo nei primi anni del ‘500, Cesare Borgia e i suoi ingegneri, tra i quali Leonardo da Vinci, toglievano al castello quelle caratteristiche ‘antiche’ alle quali Sigismondo non aveva rinunciato. Tutto l’apparato a sporgere o i fragilissimi beccatelli per la difesa piombante, e una parte dell’altezza delle torri. Sulla battagliera più alta, come possiamo vedere, muri e torri, il castellano del Borgia costruì dei merloni, meno fragili dei merli tradizionali e degli archetti dell’apparato a sporgere; nel corpo dei muri furono aperte cannoniere alla francese – aperture rettangolari strette con una pianta a clessidra per permettere ai pezzi di bandeggiare -.Le altre tre battagliere potevano ancora andare. Poiché un assedio e una difesa erano preparati dapprima dai contabili o tesorieri, o “depositari” che calcolavano il costo dei milites e dei pedites in attività durante un numero preciso di giorni, i Signori dovevano sapere che per l’assedio della rocca di Rimini, in previsione delle quadruplicate perdite, erano necessari guerrieri più numerosi che per assediare un castello meno attrezzato, dato che gli assedianti dovevano esporsi ai colpi di quattro linee di fuoco, e quindi ognuno di loro aveva quattro probabilità di essere colpito invece di una o due. Certamente anche la difesa di Castel Sismondo doveva risultare costosissima per il numero di guerrieri necessari per farla funzionare al suo meglio, ma non sempre era necessario che funzionasse a pieno regime. Forse l’acqua nel fossato serviva solo quando la guarnigione era ridotta o al suo minimo, e c’erano improvvise possibilità d’assedio, oppure quando si sospettava imminente una rivolta popolare; e allora venivano chiuse le paratie all’uscita della piccola fossa perennemente piena d’acqua, la cui sorgente era interna al fossato sotto la “controscarpa” orientale. Solitamente questa piccola fossa scorreva al centro del fossato castellano e si scaricava a ponente nel fossato comunale. Lo Stegani rappresenta anche dei muri radiali nel fossato, supposti contenitori d’acqua e se riempiti o svuotati singolarmente, capaci di manovre per effetti di rovesciamenti di gran quantità d’acqua nei luoghi asciutti. Non ne sappiamo niente della loro costruzione e funzione; siccome interrompono il piccolo fossato sembrano essere di epoca postmalatestiana: gli scavi ci daranno informazioni precise.

La fontana detta della Pigna, di impianto duecentesco. Forse spostata da Sigismondo Pandolfo dal centro al lato della piazza, senza i gradini che la circondavano: Come si può vedere dalla posizione delle cannelle, il parapetto esterno è stato rialzato. Venne notata e ‘ascoltata’ da Leonardo da Vinci nel 1502; al tempo di papa Paolo III Farnese fu aggiunto il tamburo superiore e sopra messa la statua di San Paolo, sostituita nell’800 dalla Pigna.

DIGRESSIONE SULL’ANTICO ACQUEDOTTO DELLA FONTANA DI PIAZZA DI RIMINI

Il primo acquedotto di Rimini collegato alla fontana della piazza del Comune o della Fontana, che dal 1860 si chiama piazza Cavour, attraversava le fosse comunali e castellane. Poiché questo acquedotto interferiva col fossato del castello, si rende necessario spiegare sinteticamente la sua situazione, prima che all’inizio del Novecento venisse abbandonato e messo in funzione un acquedotto generale per tutta la città.
Nel corso degli ultimi secoli sono stati trovati i resti degli acquedotti romani di Ariminum: tubi di piombo con in rilievo il nome del curatore dell’acquedotto dentro la città, ed elementi di pietra, come quelli scoperti dal mio studente Manuel Maioli, nei primi rilievi del Covignano dove c’erano le sorgenti. Un acquedotto in terracotta fu intercettato quando si fecero gli scavi del deviatore del fiume Marecchia, che forse in antico portava acqua a un “castrum” o accampamento romano. La presenza di questo probabile “castrum” forse aveva spaventato nel 218 a.C. Annibale che pur scendendo lungo la via pedemontana, che pochi anni dopo sarebbe diventata la via Emilia – 189 a.C -, non s’era spinto ad assediare Ariminum e scendere a Roma per la via Flaminia appena inaugurata. Se c’era, la fortificazione era situata nella stretta lingua di terra emersa tra l’Ariminus, non ancora Marecchia, e il mare, che andava dal Borgo di San Giuliano alle Celle, attraversata dalla via che sarebbe diventata l’ Emilia. Nel Medio Evo, prima che il mare si allontanasse, in quella striscia sorse il Borgo Nuovo di San Giuliano, lungo e stretto e difeso da fossi, terrapieni e palizzate, che sparì dalla metà del ‘300.

Pacifico Barilari, disegno dell’acquedotto praticabile appoggiato alla “controscarpa” del fossato, 1839

E’ considerata ‘romana’ dagli storici di Rimini la fontana di piazza Cavour, detta popolarmente “della Pigna” per la cimasa in pietra d’Istria che sostituì nell’800 la cinquecentesca statua di San Paolo, oggi conservata nel museo. L’edificio trascurato, oggi spesso senza acqua, risulta un palinsesto di diverse epoche dal XIII al XIX secolo. Com’è noto, ha la sua sorgente in via Dario Campana, dove la strada si apre davanti ad un piccolo edificio a base ottagonale coperto da una piramide, opera dell’ingegnere comunale Gaetano Urbani, autore del Kursaal, distrutto nel dopoguerra, e delle ville Baldini-Lega e Solinas, ancora esistenti, a Marina. Sotto la piramide circa 8 metri c’è la sorgente, un tempo situata sulle rive dell’“Ariminus” poi chiamato Marecchia, prima che si spostasse, la cui acqua sgorgava e si portava in alto fino alle tubazioni.

Per un chilometro la tubazione lungo via Dario Campana, non interrata, scendeva fino al fossato del castello, interrotta da tre “bottini” o piccole conserve d’acqua con sopra tre specie di pagode in sasso di San Marino che avevano delle aperture per dare aria all’acqua. Il tubo passava sotto il fossato e versava l’acqua dentro una vasca grande – detta “Casamatta piscina” – , poi risaliva dietro la controscarpa e portava l’acqua alla fontana “della Pigna” di piazza del Comune o della Fontana, oggi Cavour, al fontanone per abbeverare i cavalli, e alle quattro fontanelle della Pescheria. Dalle fontane, l’acqua di risulta scendeva lungo via Gambalunga, chiamata via del rivolo della fontana, in un fosso al centro della strada a cielo aperto, fino ad arrivare nell’area di San Cataldo dove serviva un lavatoio e poi usciva dalle mura nel fossato del comune da dove finiva nel Marecchia nei pressi della soppressa porta Galliana. Il “rivolo della fontana” nei primi anni ’60 dell’800 all’inizio dell’epoca unitaria fu la prima fogna ad essere coperta.

Dino Palloni e Giovanni Maccioni, immagine virtuale di Castel Sismondo senza la superficie cromatica araldica e con il fossato pieno d’acqua

Nel 1832 l’ingegnere comunale Matteo Crudomiglia, un formidabile disegnatore, presenta un “Piano di esecuzione dei lavori atti a migliorare ed a rinnovare l’antichissimo acquedotto della pubblica fonte ormai resosi inservibile”. Per la verità spesso l’acquedotto si rendeva inservibile e veniva riparato, tanto che le tubature a fior di terra erano un misto di tubi di legno, di latta, di terracotta incastrate una dentro l’altra, solo il piombo era usato con parsimonia e nei luoghi dove non poteva essere rubato. L’ingegnere proponeva tubature di cotto perfettamente cilindriche del diametro del doppio di quelle precedenti saldate tra loro con un mastice speciale.

Nel 1839, l’ingegnere pesarese Pacifico Barilari, esperto matematico, disegnava e calcolava , dentro il fossato nella sua parte orientale – sotto il palazzone del notaio Pelliccioni – “la costruzione di un praticabile da cominciarsi alla piscina nuova, e proseguirsi lungo la controscarpa della Rocca Malatestiana fino al principio di quello già costruito nel 1837.”
E’ dai disegni di questo acquedotto praticabile, pubblicati in Acqua da bere acqua da vedere di P.G. Pasini e A. Bernucci che troviamo la “controscarpa” anche nella parete esterna del fossato di Castel Sismondo, definita nella sezione di un triangolo retto di m.10 di altezza e di m.4 di base.
Come già sappiamo, per Roberto Valturio la profondità del fossato, di larghezze varie era di 50 piedi romani, cioè di circa 14 metri. E’ probabile che l’altezza effettiva delle scarpe del fossato sia variabile, lo si vedrà quando verrà aperto.

 

Monte Giogo: da “cimitero” della Guerra Fredda a sito strategico per le telecomunicazioni
Da ilcorriereapuano.it del 13 gennaio 2021

Nel territorio di Comano, la ex base NATO si trova al centro della Lunigiana. Più volte vandalizzata dopo la dismissione, vi era stato allestito anche un museo Nella seconda metà degli anni Cinquanta, la NATO si trovò nella necessità di sviluppare un’allerta in caso di attacco con missili dotati di testata atomica da parte del…

 

Il castello di Lucera, gemma da salvare. Tutolo: «Fondi all'incaglio»
Da lagazzettadelmezzogiorno.it del 11 gennaio 2021

LUCERA - È corsa contro il tempo per salvare il gigante fragile di Puglia, il Castello di Lucera.

La Fortezza, di una bellezza sconvolgente, sorge su una collina da cui si domina il Tavoliere. Un luogo incantevole che offre ai visitatori un viaggio nel tempo unico: dal Neolitico, ai giorni nostri, passando per i fasti federiciani (qui Federico II fece edificare il «Palatium») e angioini. Lì dove sorgeva il ponte levatoio sull’ampio fossato tra la Torre della Leonessa e la Torre del Leone, oggi un ponte in legno e ferro consente l’accesso pedonale.
Monumento e inchieste - La Fortezza, di cui quest’anno ricorre il 150esimo  anniversario dalla dichiarazione di «Monumento nazionale», vanta una cinta muraria lunga 900 metri, trapunta di torri, bastioni, contrafforti. Un luogo magico che, purtroppo, rischia di sbriciolarsi. Le mura, puntellate in più zone, hanno tratti a rischio crolli. Come spiega Rosario Santanastasio – geologo e presidente nazionale di ArcheoClub d’Italia - la Fortificazione federiciana di Lucera, è potenzialmente minacciata da una frana. Infatti, tale Fortificazione poggia su una collina in dissesto». Santanastasio sottolinea come «la fortezza o Castello di Lucera rappresentò, in epoca federiciana, il più importante avamposto fortificato della Puglia settentrionale: osservatorio militare sull’intera distesa del Tavoliere e baluardo contro nemici provenienti dalle terre di nordovest (aree campane e molisano-abruzzesi)». «A partire dal 2016 - ricostruisce - e successivamente fino ad inizio 2019 sono stati riavviati interventi strutturali con progettazioni in corso per complessivi circa 6 milioni di euro. Nell’agosto 2020 è intervenuta la magistratura per presunte tangenti sulle opere anti dissesto idrogeologico della Regione Puglia».
«Ci sono 11 milioni di euro» - Come che si concluda l’inchiesta della Procura di Bari (le ipotesi di reato del pm Claudio Pinto sono concorso in corruzione e turbata libertà degli incanti), è chiaro che l’importanza e vastità del Monumento pugliese non consentono che si perda altro tempo: bisogna metterlo in sicurezza. Anche perché - fa notare Antonio Tutolo (ex sindaco di Lucera, eletto poi in consiglio regionale nella lista «Con Emiliano») - per salvare il gioiello federiciano, sulla carta, ci sono 11 milioni di euro. «Tre milioni - ricapitola Tutolo - sono del Cis Capitanata. Soldi gestiti da Invitalia (venne Domenico Arcuri con il presidente Giuseppe Conte, in Prefettura e firmammo i protocolli).
Sono somme che servono per il consolidamento del Palatium. Poi ci sono 2 milioni per il dissesto idrogeologico e qui siamo in esecuzione. L’abbiamo fatto noi, come Comune, con i soldi della Regione Puglia. Poi ci sono altri 5 milioni per il dissesto idrogeologico, sempre della Regione Puglia, a gestione diretta del Commissario Elio Sannicandro. La gara per questi 4 milioni si farà a breve. C’è già il progetto esecutivo (perché c’erano 750mila euro per il progetto) e mettono ora a bando i lavori che, forse, iniziano questa estate. Sempre che arrivino tutti i pareri che servono in tempo utile». «Ma poi - s’infervora Tutolo - ci sono altri 5 milioni che sono uno scandalo.

Due milioni sono per il consolidamento della cinta muraria. Sono tre anni e mezzo che queste somme sono state destinate e non si vede ancora una pietra. Sa a che punto siamo con quel finanziamento? Stanno facendo ancora la progettazione. Gli ultimi tre milioni sono per la fruizione». «Stanno» chi? «Al Ministero - attacca Tutolo - perché quei fondi sono a gestione diretta. Il finanziamento è stato riconosciuto alla Fortezza ma è il Mibact (Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; ndr) che deve spenderli, nella fattispecie la Direzione regionale del Mibact. Lì c’è stato un rimpallo tra Rup (il responsabile unico del procedimento; ndr). Ci hanno messo 2 anni e mezzo per individuarne uno. Quelli preposti alla conservazione del nostro Patrimonio dovrebbero vivere “per” quello, ma inizio a pensare che vivono “di” quello!». «Stiamo lavorando» - Tutolo, che delle lotte per salvare la Fortezza ha fatto una bandiera, anche politica (proprio per denunciare lo stato di abbandono, nel 2017, mise in atto una storica protesta che lo portò a incatenarsi), non ha tutti i torti. Effettivamente, c’è stato ritardo nell’individuazione del Rup e senza di esso, a norma dell’art. 31 del Codice dei contratti pubblici, l’opera resta all’incaglio. Il Rup è il dominus, il responsabile unico per le fasi della progettazione, dell’affidamento, dell’esecuzione dei lavori.

Per fortuna, da un pugno di settimane, la situazione s’è sbloccata e la Rup incaricata è Maria Franchini. L’architetto ha una grande esperienza e grandi responsabilità sul patrimonio pugliese (è Rup anche per la cattedrale di Bari e per altri circa 16 importanti monumenti). Si dice determinatissima a portare a termine, presto e bene, la missione di mettere in sicurezza e rilanciare la preziosa gemma lucerina. «Stiamo già lavorando in questi giorni - spiega - Si stanno svolgendo indagini diagnostiche per definire in modo più chiaro il problema del primo tratto di muro meridionale, che ha questo forte strapiombo. Poi c’è l’intervento finanziato con fondi Ue e dobbiamo definire anche il contenuto, cioè “come” si interverrà. Non siamo ancora partiti perché voglio i risultati della campagna diagnostica. È un intervento un po’ delicato e, appena avremo i risultati, i progettisti diranno “come” intervenire e avremo il quadro anche per questo secondo intervento di 3 milioni. In tutto ciò, dovrò tener conto anche di quel che si sta facendo dal Comune, per evitare sovrapposizioni. Poi è stato anche fatto un progetto generale (che vede promotore anche l’archeologo Giuliano Volpe), che è stato presentato. Insomma, ci sono una serie di progettualità di cui bisogna tener conto».

Quindi questi due milioni non sono «bloccati»?

«Ma no - dice la Rup - Quello è un intervento finanziato con fondi Mibact e stanno lavorando, stanno facendo le indagini. Gli altri tre milioni devono partire e sono per il restauro, proseguiremo su un’altra parte di cinta muraria, indicativamente, e poi ci saranno interventi per la fruizione e per migliorare la fruizione interna. La cinta muraria è enorme e ci vogliono moltissimi soldi per restaurarla tutta e dobbiamo pensare anche alla fruizione interna, perché essa sia piena di significati, quindi servizi e valorizzazione. Per quanto attiene al finanziamento di 2 milioni ci ha messo un po’ a partire. È da tre ani che sono destinati i fondi, ma sono state fatte delle gare professionisti e le gare diagnostiche. Questa l’ho fatta proprio in periodo Covid e ora stanno facendo le indagini. L’intervento richiede approfondimenti, non basta il progetto».

E il finanziamento di 3 milioni?

«La decisione del secondo finanziamento, da 3 milioni, risale a una delibera CIPE (la 73 2019; ndr), che ha rimodulato gli interventi ammessi a finanziamento, introducendo anche Lucera, oltre che Ginosa. Quindi non sono tanti anni che è fermo. Si tenga conto che, poi, ci sono stati i tempi di comunicazione dal Ministero, poi la nomina mia a Rup, qualche settimana fa. Il soggetto attuatore degli interventi di cui parliamo è il segretariato regionale del Mibact per la Puglia e ci tengo a dire che ciò che ci spinge è l’amore per i beni culturali, e parlo per tutti i dipendenti del Ministero. Ma i procedimenti di appalto sono veramente complessi, ci sono le gare, non sono speditissimi. Poi c’è bisogno anche di un tempo di ragionamento dei progettisti su interventi che lasciano il segno. Molte volte i restauri pregressi, e lo vediamo, hanno lasciato eccome il segno. Comunque, credo che entro quest’anno ci daranno il progetto di Lucera, andremo in gara e affideremo. Poi, in base a quello, rimoduleremo il secondo intervento. Posso garantire che partirò a breve».

 

Sigonella, al via i lavori per la nuova megastazione di telecomunicazioni delle forze armate USA
Da nomuos.info del 11 gennaio 2021

di Antonio Mazzeo

Entrerà in funzione a Sigonella nella primavera 2024 uno dei principali centri di comunicazione delle forze armate USA a livello mondiale. Il Pentagono ha reso noto di aver firmato il 29 settembre 2020 un contratto per la realizzazione di una nuova Stazione di telecomunicazioni satellitari all’interno della grande base aeronavale siciliana. I lavori sono stati affidati alla Wolff & Muller Government Services Italia S.r.l. di Milano e prevedono una spesa compresa tra i 39 milioni e 700 mila e i 42 milioni di dollari, quasi il 50% in meno di quanto era previsto nel progetto predisposto nel marzo 2019 dal Dipartimento di U.S. Navy e poi autorizzato dal Congresso degli Stati Uniti d’America (77 milioni e 400 mila dollari).
“La nuova infrastruttura di telecomunicazioni nella NAS – Naval Air Station di Sigonella comprenderà pure una facility per le informazioni sensibili e riservate (Sensitive Compartmented Information Facility – SCIF) e consentirà di effettuare comunicazioni – vocali e di dati – più sicure e affidabili alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, a supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”, spiega il Pentagono. “Il nuovo centro ospiterà anche un’area per le telecomunicazioni satellitari, una per le attrezzature di sicurezza criptografica e un’altra ancora per i sistemi meccanici e di generazione di energia elettrica. Questo progetto è finalizzato a rafforzare significativamente le capacità funzionali e il supporto operativo della base a favore dei sistemi strategici della Flotta USA. L’installazione di terminali multibanda della Marina militare all’interno del nuovo edificio migliorerà l’efficienza del sistema; la nuova facility consoliderà le esistenti infrastrutture per le telecomunicazioni satellitari del Comando della U.S. Naval Computer and Telecommunications Station (NCTS) Sicily”. La nuova infrastruttura di Sigonella includerà anche spazi riservati alle attività di manutenzione e all’addestramento del personale, uffici amministrativi, caveu di sicurezza e per la protezione del cablaggio, magazzini, un intero piano riservato alle aree operative, una multimedia room con capacità di video-teleconferenza e un’area protetta interna. I tralicci e le grandi antenne satellitari saranno posti sul tetto della nuova costruzione.
“L’edificio verrà protetto contro tutte le interferenze elettromagnetiche e Tempest (in gergo militare le modalità di protezione e sicurezza dei materiali e delle apparecchiature di telecomunicazioni che emettono radiazioni elettromagnetiche – EMR, NdA)”, aggiunge il Dipartimento della Difesa. “I sistemi di controllo includeranno quelli per la cybersecurity in accordo con i criteri odierni previsti dalla Difesa. I sistemi informativi comprenderanno le apparecchiature per le telefonate di sicurezza e non, per la trasmissione dei dati classificati e non, per le comunicazioni televisive via cable. Si prevedono inoltre apparecchiature per la radiofrequenza, le video-teleconferenze e la diffusione radio”. Accanto al nuovo centro di telecomunicazioni sorgerà un parcheggio per 200 veicoli circa. Complessivamente le infrastrutture occuperanno una superficie di 6.607 metri quadri, contro i 2.685 metri quadri occupati sino ad oggi a NAS Sigonlla dal Centro di telecomunicazioni di U.S. Navy. “Quando il nuovo progetto sarà completato, verranno demoliti alcuni edifici esistenti all’interno della base (si tratta di quelli identificati con i numeri 581, 585, 580, 579, 750, 580TR4, 580TR3 e 580TR2) e le funzioni che adesso vi sono ospitate saranno ricollocate nella nuova facility”, spiega il Pentagono. Imponente anche il costo delle apparecchiature elettroniche e dei sistemi di comando, controllo, comunicazione ed intelligence (C4I) che saranno installati a partire del 2023 nella nuova stazione di Sigonella: per esse è stata infatti autorizzata una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari.
“La stazione di telecomunicazione esistente a NAS Sigonella è stata costruita nel 1966”, spiegano i vertici militari USA. “L’edificio è di dimensioni assai ridotte e non soddisfa i bisogni delle odierne tecnologie. Sono stati effettuati adeguamenti negli anni nel tentativo di accrescere le capacità di telecomunicazione e ridurre i gap dei sistemi elettrici e meccanici (…) e che hanno comportato però alti costi e lo spreco di tempo utile”. A convincere della necessità di costruire una nuova installazione molto più ampia ed efficiente, ci sarebbero stati pure diverse problematiche alla sicurezza degli impianti ospitati e, incredibilmente, anche l’“invasione” di molesti felini e roditori delle aree off limits.
“Nel corso dei mesi invernali, gatti selvatici e ratti trovano ingresso nell’edificio attraverso le condotte e le tubature”, riporta il Dipartimento della Difesa. “Questi roditori strappano a morsi i cavi delle fibre ottiche, rompono gli isolanti dall’esterno e poi divorano le fibre, interrompendo così le comunicazioni. Inoltre essi diffondono germi e malattie in tutto l’edifico rendendolo insalubre. Quest’ultimo è connesso inoltre al sistema fognario dell’Aeronautica militare italiana e spesso subisce gli effetti delle eventuali perdite e le acque nere traboccano al suo interno”. Quando i lavori saranno conclusi, il personale statunitense di stanza nella grande stazione aeronavale siciliana raggiungerà le 3.322 unità contro le 3.021 unità censite il 30 settembre 2018, con un aumento dunque del 10% in meno di cinque anni.
I radar e le antenne satellitari della U.S. Naval Computer and Telecommunications Station (NCTS) Sicily sono ben visibili all’interno della grande area di NAS II. La stazione per le telecomunicazioni strategiche fu inaugurata a Sigonella nell’agosto del 1958 e venne poi più volte ampliata e potenziata. “I principali cambiamenti avvennero nell’ottobre 1991, quando fu stabilita a Niscemi la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) a cui fu attribuita la responsabilità di supportare la Marina Militare degli Stati Uniti e le forze alleate nel Mediterraneo, in Asia sud-occidentale, nell’Oceano Indiano e nell’Oceano Atlantico”, riporta la scheda del Comando di NAS Sigonella. “Nello stesso periodo, NAVCOMMSTA Sicily assunse il nome odierno di NCTS Sicily per rispondere ai continui e numerosi progressi tecnologici che si erano realizzati in quegli anni”.
“La missione di NCTS Sicily, strategicamente localizzata, è quella di fornire il supporto alle comunicazioni critiche delle forze armate USA, NATO e delle coalizioni alleate che operano nelle aree sotto la responsabilità dei comandi di AFRICOM, CENTCOM ed EUCOM”, aggiungono i vertici della Marina USA. “NCTS Sicily si rapporta ai comandi di U.S Navy e all’U.S. Cyber Command e rappresenta un centro superiore di guida e controllo in una regione mondiale vitale”.
“In qualità di unità tattica avanzata sotto il Comando dell’U.S. Navy Fleet Cyber Command e della U.S. 10th Fleet, la missione di NCTS Sicily è quella di pianificare continuamente, sincronizzare ed eseguire le azioni richieste nel campo elettromagnetico (EM) e del cyberspazio, in modo da generare le condizioni di vantaggio delle forze armate USA e di quelle dei paesi partner”, ha riferito l’1 novembre 2020 Brian Evans, comandante della U.S. Naval Computer and Telecommunications Station di Sigonella. “NCTS Sicily è un comando operativo di guerra. Il nostro scopo è quello di operare, assicurare e difendere le reti della Marina e accedere all’ampio spettro EM. Da quasi 50 anni NCTS Sicily è anche responsabile di tutti i sistemi di telecomunicazione della base di Sigonella, assicurando l’accesso alle reti internet e al sistema del Defense Switched Network (DSN) NCTS Sicily gestisce la facility di trasmissione che sorge in un’area di 600 acri a Niscemi e assicura le operazioni di uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS; assicura le comunicazioni con i velivoli per il pattugliamento marittimo e con le unità navali; opera come nodo della Defense Information System Agency per una connessione multipath resiliente tra NAS Sigonella e la rete informativa globale del Dipartimento della Difesa”.La società di costruzione chiamata alla realizzazione del nuovo centro strategico NCTS, la Wolff & Muller Government Services Italia S.r.l. di Milano, è la filiale italiana dell’omonima società tedesca Wolff & Muller Government Services, interamente controllata dal colosso delle costruzioni Wolff & Muller Group con quartier generale a Stoccarda. Wolff & Muller Government Services ha specificatamente il compito di progettare e realizzare infrastrutture e fornire servizi al governo e alle forze armate statunitensi, sia in Germania che in altri paesi esteri.
Molti dei suoi interventi hanno interessato, in particolare, la grande base aerea di Ramstein, per molti versi “sorella” di NAS Sigonella specie per quello che riguarda la presenza/gestione dei maggiori centri di comando e intelligence delle forze armate USA fuori dai confini nazionali e di controllo della flotta di velivoli senza pilota per lo spionaggio e l’attacco, schierati da U.S. Navy e U.S. Air Force in Europa, Africa e Medio oriente.

Tratto da: https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2021/01/sigonella-al-via-i-lavori-per-la-nuova.html

 

Le Forze Missilistiche Strategiche russe ricevono 70 Typhoon-M
Da aresdifesa.it del 11 gennaio 2021

Di Giacomo Cavanna

Le Forze Missilistiche Strategiche russe, la branca delle Forze Armate sotto la quale è posto il controllo dei missili balistici, hanno ricevuto 70 veicoli corazzati Typhoon-M dotati di particolari sistemi in grado di rilevare eventuali infiltrazioni di sabotatori nemici.

Il mezzo, sviluppato partendo dallo chassis del BTR-82, è equipaggiato con un sistema di visione notturna TKN-4S, un radar Kredo-1, un sistema di jamming elettronico per disturbare le comunicazioni nemiche ed anche un drone Eleron-3SV per espandere ulteriormente le capacità di sorveglianza. L’armamento principale è composto da una mitragliatrice da 7,62 mm a controllo remoto.

Il drone ha una autonomia di circa 25 km ma viene prevalentemente impiegato per pattugliare ad un massimo di 5 km per due ore trasmettendo il flusso video al BPDM. Il radar Kredo-1 è in grado di rilevare diversi obiettivi come persone, proiettili d’artiglieria, carri armati o camion fino ad un massimo di 30km di distanza.
L’equipaggio si compone infatti di un autista, comandante, mitragliere, operatore radar ed operatore del drone. E’ possibile trasportare anche quattro soldati.

Nello specifico questi mezzi sono posti a sicurezza dei lanciatori mobili RS-24 Yars ed il primo esemplare è entrato in servizio nel 2013. Il Typhoon-M è conosciuto anche come BPDM 15TM56M (индекс 15Ц56М) oppure Tajfun-M.

Per altre foto: BPDM Typhoon-M: Russian counter-sabotage combat vehicle

 

Germania: guerra fredda, in un libro di Ann-Kathrin Reichardt la storia della lotta dei servizi segreti al contrabbando di Bibbie verso l’Unione Sovietica
Da agensir.it del 9 gennaio 2021

La storia della guerra fredda ha tramandato molte situazioni nelle quali la lotta dell’ateismo di Stato in Germania dell’Est raggiunse vertici inimmaginabili. Un libro presenta un capitolo inaspettato di questa storia del conflitto Est-Ovest: la lotta dei servizi segreti della Ddr, la Stasi, e dell’Unione Sovietica, il Kgb, per impedire il contrabbando di Bibbie nei Paesi del Patto di Varsavia, da parte delle società missionarie occidentali. Ann-Kathrin Reichardt, che lavora presso l’archivio che conserva i documenti della sicurezza statale della Germania dell’Est. è l’autrice dell’indagine “Contrabbandieri, informatori e chekisti. Come la Stasi e il Kgb hanno combattuto il contrabbando biblico nell’Unione Sovietica”.

In una intervista rilasciata a kathoisch.de ha raccontato che si è imbattuta nei documenti della lotta al contrabbando di Bibbie studiando i “processi operativi che erano stati creati quando le persone venivano osservate e spiate” e la maggior parte dei libri confiscati venivano bruciati: “Lo scopo dei governanti sovietici era quello di sopprimere la vita spirituale e religiosa. Le comunità cristiane – soprattutto se non appartenevano alla Chiesa ortodossa – erano spiritualmente affamate. Per contrastare questa situazione, intorno alla metà degli anni ’60 sono comparse società missionarie occidentali, in particolare della Repubblica Federale e degli Stati Uniti. Si sentirono chiamate a inviare pubblicazioni cristiane ai loro compagni di fede dietro la cortina di ferro”. Per i regimi socialisti, ha spiegato Reichardt, il cristianesimo era l’ideologia del nemico: c’era il terrore dell’infiltrazione e del contro-potenziale ideologico della religione e per questo “furono creati dipartimenti speciali nei servizi segreti dell’Europa orientale responsabili solo dell’osservazione delle Chiese e delle comunità religiose”.

 

Forte La Carnale: al via lavori di manutenzione e pulizia
Da zerottonove.it del 8 gennaio 2021

Immagine da Google Maps

In stato di abbandono Forte La Carnale di Torrione, a Salerno: in corso interventi di manutenzione e pulizia da parte dell’Ept

Al via, a Salerno, i lavori per la manutenzione e la pulizia di Forte La Carnale di Torrione, struttura chiusa al pubblico ormai da tempo. A riportare la notizia è il quotidiano “Le Cronache”.

Gli interventi realizzati dall’Ept di Salerno sono finalizzati a restituire un minimo di decoro all’area che versa in uno stato di abbandono.

 

Pasdaran svelano base missilistica sotterranea vicino alla costa del Golfo Persico
Da sputniknews.com del 8 gennaio 2021

L'inaugurazione della base arriva in mezzo alle tensioni tra la Repubblica islamica e l'alleanza USA-Israele, con l'Iran che incolpa Tel Aviv per l'omicidio nel novembre 2020 di un importante scienziato nucleare e Washington che rafforza la sua presenza militare in Medio Oriente.

Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC) ha rivelato l'esistenza di una nuova base missilistica sotterranea appartenente alla Marina dell'IRGC. Le foto e il video della nuova base pubblicate dai media iraniani mostrano alti ufficiali che visitano la struttura, camminando lungo file di missili di varie classi e gittate. Il filmato mostra tunnel lunghi abbastanza larghi da consentire il traffico bidirezionale da parte di lanciamissili mobili, basati su camion, e veicoli di rifornimento.
L'IRGC non ha tentato di nascondere a chi era rivolto il messaggio all'inaugurazione della base missilistica, con il video che mostrava gli ufficiali che camminavano sulle bandiere degli Stati Uniti e di Israele dipinte sul pavimento mentre entravano nella base. Il comandante in capo dell'IRGC, il generale Hossein Salami, presente all'inaugurazione della nuova struttura, ha detto che la base è "una delle numerose basi che ospitano i missili strategici della marina", suggerendo che aiuterebbe "a rafforzare il potere di deterrenza del paese", e proteggere l'integrità territoriale e l'indipendenza del paese e le conquiste della rivoluzione islamica "contro ogni potenziale "demone" che minaccia l'aggressione. Il comandante ha aggiunto che i missili alloggiati nella base hanno una portata di centinaia di chilometri e hanno un alto livello di precisione e potere distruttivo, comprese capacità di guerra anti-elettronica. Secondo Salami, i missili navali dell'IRGC sono tra i migliori al mondo tra i sistemi missilistici antinave costieri, da superficie a superficie, aria-mare e mare-aria.
Tra le armi viste nelle foto e nei video ci sono i missili da crociera anti-nave Noor, che hanno un raggio operativo compreso tra 30 e 170 km, a seconda del modello, e il Qader, un missile da crociera anti-nave a medio raggio con un'autonomia di 300 km.
Salami ha visitato la struttura con l'ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante della Marina dell'IRGC. L'ubicazione della nuova struttura non è stata rivelata. L'Iran ha una costa di oltre 2.400 km, di cui circa 1.700 km nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Ciò include lo Stretto di Hormuz, un'arteria strategica attraverso la quale passa ogni giorno circa il 20% del petrolio mondiale.

Le tensioni Iran-USA

La regione ha assistito all'aumento delle tensioni dopo l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo nucleare iraniano nel 2018. Nel 2019, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato il dispiegamento di un gruppo d'attacco di portaerei in Medio Oriente, citando una "minaccia dell'Iran" non specificata, il Golfo Persico ha visto molteplici incidenti di sabotaggio di petroliere che Washington ha attribuito a Teheran. L'Iran ha negato la responsabilità. Nel giugno 2019, l'IRGC ha abbattuto un drone spia statunitense avanzato che operava sullo spazio aereo iraniano nello Stretto di Hormuz, spingendo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a considerare attacchi aerei contro l'Iran prima di abbandonare l'idea.

Nel dicembre 2020, le tensioni sono aumentate di nuovo dopo che gli Stati Uniti hanno schierato un sottomarino missilistico con un massimo di 154 missili da crociera Tomahawk nel Golfo Persico in risposta al presunto attacco missilistico dell'Iran contro il complesso dell'ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Teheran ha negato con veemenza le accuse di coinvolgimento e ha accusato Washington di cercare un pretesto per iniziare una guerra negli ultimi giorni della presidenza Trump.
Le tensioni tra l'Iran e l'alleanza USA-Israele sono state ulteriormente aggravate dall'assassinio da parte degli Stati Uniti del comandante della forza Quds dell'IRGC Qasem Soleimani nel gennaio 2020, nonché dall'uccisione nel novembre 2020 di Mohsen Fakhrizadeh, uno scienziato nucleare iraniano di alto livello e missilistico. L'Iran ha incolpato Israele per quest'ultimo incidente. I funzionari israeliani non hanno rilasciato alcuna dichiarazione formale per confermare o negare la responsabilità dell'assassinio.

 

Il Castello di Torrechiara vicino a Parma
Da rivistanatura.com del 5 gennaio 2021

Richard Donner, il regista del film cult del 1985 Ladyhawke, conosce bene le bellezze d’Italia. Già ho avuto modo di parlarvi dei ruderi di Rocca Calascio, in Abruzzo, ora vi propongo l’imponente Castello di Torrechiara, in provincia di Parma che, come il primo, è servito da ambientazione per alcune scene del film in questione.

Torrechiara è l’esempio classico del castello medioevale, così come ce lo siamo immaginati sin da bambini. Si erge austero e un po’ minaccioso su di una collina terrazzata a 278 m s.l.m., un poco discosto dal suo paese di riferimento. La mole massiccia è caratterizzata dalla presenza di numerosi torrioni che ne rendono inconfondibile il profilo.

Vicende storiche

L’originario fortilizio di Torchiara fu costruito in epoca medievale. Le prime note storiche risalgono al 1259, quando il podestà di Parma ne ordinò la distruzione per mettere fine ai moti di ribellione contro la sua città. Ricostruito dalla famiglia Scorza, fu in seguito demolito altre tre volte.

Nel maggio del 1448, sulle rovine dell’antico fortilizio, Pier Maria II de’ Rossi diede avvio al cantiere di costruzione del grande castello. I possedimenti dei Rossi si estendevano su un quinto del territorio parmense e il castello, grazie alla sua eccezionale visibilità in tutta la vallata, doveva celebrare la potenza della famiglia.
Caratterizzato da una tripla cinta muraria e da quattro torrioni angolari, il castello aveva un aspetto fortemente difensivo ma in realtà era stato voluto dallo stesso Pier Maria anche come elegante dimora isolata ove poter incontrare l’amante Bianca Pellegrini di Arluno; per questo il Conte si rivolse ai più importanti artisti della zona che furono chiamati a decorare le sale interne, tra i quali Benedetto Bembo, che affrescò in stile gotico la Camera d’Oro. I lavori di edificazione furono completati nel 1460.

Di mano in mano

Nel 1482 Pier Maria II de Rossi avviò una guerra dall’esito disastroso contro le truppe ducali di Ludovico il Moro e il primo settembre dello stesso anno morì proprio nel castello di Torrechiara. Questo, insieme alle rocche di Felino e San Secondo, passò nelle mani del figlio di Ludovico il Moro e, dopo l’arrivo dei francesi a Milano, in quelle del re di Francia.
Tra varie vicende il Castello di Torrechiara e quello di Felino furono acquistati dal Marchese Galeazzo Pallavicino da Busseto, per poi passare agli Sforza, dopo il matrimonio tra Sforza I Sforza e Luisa Pallavicino. Negli anni successivi, il conte Sforza, per dare al castello un aspetto meno militare, fece realizzare le due grandi logge panoramiche verso la Val Parma, abbassare le mura del borgo e demolire parte della terza cerchia muraria della fortezza, mentre gli spalti divennero frutteti e giardini pensili. Il conte e soprattutto suo figlio Francesco diedero incarico a Cesare Baglioni e ad altri importanti artisti di affrescare molte sale del castello.

 

Fortificazioni alpine: news! - FINALMENTE LA REGIONE NE APPROVA LA VALORIZZAZIONE E LA DIFESA!
Da piemontealps.it del 4 gennaio 2021

Forte Vinadio

Di Erika Ambrogio

Finalmente una buona notizia: il Consiglio Regionale del Piemonte ha votato all’unanimità l’Ordine del Giorno (29 dicembre 2020) sulla valorizzazione delle fortificazioni alpine piemontesi.

Come alcuni di voi sapranno, sono appassionata delle opere del Vallo Alpino e dei forti, e scoprire che, oltre alle varie associazioni, anche la Regione ha finalmente capito l’importanza di questa nostro patrimonio, è un grande passo avanti.

Si dovrà quindi eseguire un censimento per valutare le varie infrastrutture del Piemonte e provvedere, successivamente, ad un’eventuale ristrutturazione e rivalutazione turistica.

Forte di Fenestrelle

Molti sono i forti in Piemonte, tra cui i più famosi il Bramafam, il Forte di Vinadio, il Forte di Fenestrelle, lo Chaberton e tanti altri ancora.

La nostra Storia può esserci d’aiuto, non soltanto per imparare dagli errori passati, ma anche per ripartire dopo un’anno che ci ha colpiti duramente sotto tutti i punti di vista.

Il turismo culturale è un’opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire!

 

 

Desecretati i documenti del 1990: la Svizzera si apre a Est
Da laregione.ch del 4 gennaio 2021

Sessantadue dei molti documenti diplomatici risalenti atrent'anni fa, ora ‘liberi‘ come da legge federalesull'archiviazione, pubblicati in un volume

di Ats/Red

La fine della guerra fredda, la ricostruzione europea, l'invasione irachena del Kuwait: nel 1990 laSvizzera è stata spinta a ridefinire la sua politica estera, in particolare per quanto riguarda il suogoverno doveva far fronte allo scandalo delle schedature, scoppiato verso la fine del 1989. Conformemente alla legge federale sull'archiviazione, i documenti diplomatici svizzeri del 1990 sono stati declassificati dal primo di gennaio, trent'anni dopo. Sessantadue di essi sono raccolti in un volume pubblicato dal gruppo di ricerca indipendente sulla storia delle relazioni internazionali Documenti diplomatici svizzeri (Dodis, che si occupa della storia della politica estera e delle relazioni internazionali della Svizzera a partire dalla fondazione dello Stato federale nel 1848). Arnold Koller, ex consigliere federale e presidente della Confederazione nel 1990, ha dichiarato che è stato un anno “speciale” con molte “novità”, tanto più che è stato il suo primo anno presidenziale, mettendo in rilevo tre temi importanti nel 1990, a partire dall'inizio delle discussioni sull'adesione allo Spazio economico europeo (See). “La posizione dell'Associazione europea di libero scambio (Aels/Efta) era indebolita”, ha spiegato. Per il governo, sembrava escluso che la Svizzera restasse fuori dal mercato comune. La via del See sembrava essere a metà strada tra l'adesione alla allora Comunità economica europea (Cee) e la posizione di "cavaliere solitario". Ma il popolo respinse poi il progetto nella votazione federale del 6 dicembre 1992, con una risicata maggioranza del 50,3 per cento. L'ex presidente della Confederazione ha poi rilevato che i Paesi neutrali e non-allineati hanno visto il loro tradizionale ruolo di mediatori perdere d'importanza dopo la caduta della cortina di ferro. Inoltre, la neutralità della Svizzera doveva essere rivista. Per la prima volta in assoluto, Berna ha partecipato a sanzioni dell'Onu, provocate dall'occupazione del Kuwait da parte dell'Iraq nell'agosto del 1990, cui è poi seguita la prima guerra contro Saddam Hussein nel gennaio 1991. Il governo elvetico ha invece mantenuto le relazioni economiche con il regime sudafricano dell'apartheid, nonostante le sanzioni dell'Onu. Koller ha poi menzionato anche la firma della Carta di Parigi per una nuova Europa, nel novembre del 1990: “È stato un lavoro congiunto tra Occidente e Oriente per un'Europa unita”, ha sottolineato.

Lo spostamento dell'interesse della politica dell'Europa occidentale verso l'Est si è riflesso anche in quella della Confederazione. In quell'anno, l'allora presidente polacco Wojciech Jaruzelski venne in Svizzera in febbraio e, in autunno, il Consiglio federale ricevette l'ultimo capo del governo della Ddr, Lothar de Maizière; e ci fu anche un incontro con Václav Havel, l'icona della ‘Rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia. Berna ha inoltre sostenuto i processi di trasformazione nell'Europa dell'Est con un credito quadro iniziale di 250 milioni di franchi. La Polonia e l'Ungheria sono state le prime a beneficiarne, essendo i Paesi più avanzati in materia di riforme. Berna è invece stata prudente nel riconoscimento dell'indipendenza degli Stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania per motivi di neutralità. L'allora il ministro degli esteri René Felber ha convenuto che era giunto il momento di smettere di considerare la Svizzera come un "Sonderfall" ("caso particolare"). Una rimessa in questione rafforzata dall'adesione del Liechtenstein all'ONU nel settembre del 1990. Solo Svizzera, Palestina e Vaticano rimanevano Stati osservatori. La Confederazione aderirà alle Nazioni Unite nel 2002. Fra i ruoli del suo Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Felber vedeva anche quello "illuminista" per una popolazione che non doveva più considerare il Paese solo all'interno dei suoi confini.

 

Il museo della guerra fredda punta sull’etere Radioamatori: "Disponibili i nostri reperti"
Da lanazione.it del 3 gennaio 2021

Apparati d’epoca, già oggetto di una donazione alla sezione spezzina dell’Ari, fruibili per l’esposizione nel bunker sui Colli

L’associazione dei radioamatori spezzini plaude al progetto del Comune della Spezia di realizzare – in un bunker sulla sommità de colle di Cappuccini, collegato al Parco delle Mura - una sala espositiva che racconti la storia delle comunicazioni-radio all’epoca della guerra fredda, proprio lì dove, dagli anni 50 alla fine degli anni 80, esisteva il presidiosentinella sull’etere della Marina militare.

"Siamo in grado di dare gambe all’idea mettendo a disposizione reperti e professionalità" lo ha detto ieri il presidente dell’associazione Roberto Mascolo al sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini e all’assessore ai lavori pubblico Luca Piaggi che, più direttamente, coltiva il progetto della sala espositiva - tutta da attrezzare.

 

Turismo del domani, torna in “gioco” la Fortezza Nuova
Da telegranducato.it del 3 gennaio 2021

LIVORNO - Un 2021 che prende il via guardando a nuove potenzialità da mettere in gioco per creare nuove economie per la città, parlando di turismo, ritorna la Fortezza Nuova. Un capitolo importante della storia cittadina e che insieme alla “vecchia” vede le due fortezze essere un elemento di non poco conto per promuovere il turismo a livello locale. Al di là dei nomi, ben noti, che emergono dall’affido dell’intero complesso alla sua migliore gestione ecco la immediata presenza dei contrari, degli scettici, delle resistenze e della opposizione che fa il suo lavoro, ciò fa emergere un particolare che testimonia l’importanza di questo tasto nuovamente premuto.
Parliamo di tasto premuto perché la storia della città, quella recente, ha visto tanti passaggi sulla Fortezza Nuova nel corso del tempo.
Passaggi che potremmo indicare “a singhiozzo” cioè senza una linea di programmazione dedicata con esito se non a lungo tempo magari con tempi medi. La Fortezza Nuova ha conosciuto momenti molto bassi di abbandono, diventando un luogo di ritrovo per tossici, per animali randagi, in uno stato di inerzia che ha allargato i danni che l’intero complesso aveva già subito nel corso della seconda guerra mondiale.

Poco più in la, con il crescere dell’evento di Effetto Venezia, la Fortezza Nuova ha allargato i limiti dell’evento ed è stata organizzata per ospitare uno, due, più iniziative nel corso di quei giorni. Un allargamento reso utilizzabile nel rigoroso rispetto delle leggi sulla sicurezza, sulla capienza, ma solo per quella settimana estiva che è diventata un elemento di forte richiamo per il turista che gravita in Toscana alla fine di luglio.

Ora però le cose stanno cambiando e proprio in virtù di una crisi economica complessa e dalla quale i tempi della burocrazia politica non sembrano portarne rispetto, la città perde pezzi e come quella Fortezza ha raggiunto un fondo dal quale deve rialzarsi. Certo l’economia dettata dal comparto portuale rimane una voce prioritaria ma la dimostrazione che la trasformazione di un quadrante di quel porto in area di ricezione delle grandi navi da crociera ha messo in mostra l’enorme quantità di turismo che si muove, raggiunge Livorno, porta a mare della regione e diffonde l’utenza di tutto il mondo verso le mete scelte aiuta a pensare.
Livorno città di passaggio, raccoglie poco di quel flusso numeroso. Il Turismo che il Covid ha zittito completamente non si è consumato, anzi, è pronto a ripartire e in dosi più accentuate, specialmente con l’arrivo di una nuova utenza che si muove dall'Asia.

Le politiche avviate (http://www.comune.livorno.it) negli ultimi anni puntano a “trattenere” questo flusso, anche un solo giorno e poi due, offrendo un miglior sviluppo d’ambito museale, due fortezze, quella Vecchia e quella Nuova, un intero quartiere, quello della Venezia, la passeggiata a mare e magari anche le Terme del Corallo.
Tempo al tempo, ma se si levano alte anche le voci di chi vede le sfumature di grigio è indice che il tasto premuto è corretto, altrimenti tutto finirebbe al termine della lettura dell’ultima riga del consueto articolo sull’argomento, già pronto ad essere dimenticato.
Ne parliamo anche nei nostri notiziari che possono essere seguiti in contemporanea su cellulare e smartphone con la diretta di Live TV. (https://www.telegranducato.it/live-tv/)

 

Fortezze di Puglia: Il Castello Aragonese o Castel Sant’Angelo di Taranto
Da corrieresalentino.it del 3 gennaio 2021

Di Cosimo Enrico Marseglia

TARANTO – Già in epoca bizantina, intorno al 780 d.C., fu iniziata, sull’angolo estremo dell’isola su cui sorge l’antico borgo della città di Taranto, l’edificazione di una rocca destinata a proteggere la città dai ripetuti attacchi condotti dai Saraceni e dalla flotta della Serenissima Repubblica di Venezia. Si trattava in realtà di un complesso di torri alte e strette, atte, secondo la tattica medioevale, al lancio di pietre, frecce, dardi e acqua bollente, non olio come erroneamente si crede, questo infatti era un bene troppo prezioso per essere sprecato. In epoca aragonese, precisamente nel 1481, venne realizzata una prima versione del canale navigabile, meno largo di quello attuale, col duplice scopo di consentire il transito di piccoli navigli e di aumentare la difendibilità del maniero. Cinque anni più tardi il Re di Napoli Ferdinando d’Aragona dette l’incarico all’architetto militare Francesco Martini di ampliare e rinforzare il castello, in linea con le nuove esigenze tattiche dettate dalla comparsa ed evoluzione delle armi da fuoco. La difesa contro i nuovi pezzi di artiglieria da assedio richiedeva delle torri più larghe e più basse a pianta circolare, capaci di resistere meglio all’urto delle palle e dotate di ampi parapetti, muniti di aperture per l’alloggio dei cannoni nonché di scivoli per lo spostamento dei pezzi stessi da un torrione all’altro. In tale periodo la fortezza assunse la sua attuale forma a pianta quadrangolare con un ampio cortile centrale, e comprendeva un complesso di sette torri, quattro delle quali unite in modo da conferire una forma appunto quadrangolare, mentre le rimanenti tre restavano allineate lungo il fossato. Le suddette quattro torri furono denominate di San Cristofalo, di San Lorenzo, della Bandiera e della Vergine Annunziata.

In un secondo tempo il castello fu ampliato collegandolo ad una torre, detta di Sant’Angelo, fatta costruire a spese dell’Università cittadina. Nel 1491, sul lato rivolto in direzione del Mar Grande, fra le torri di San Cristofalo e della Bandiera, fu edificato un rivellino a pianta triangolare e l’anno successivo, secondo quanto riportato da un’epigrafe presente sulla Porta Paterna, accanto al blasone recante le armi inquartate di Aragonesi ed Angioini, terminavano i lavori di consolidamento dell’intera opera.
La fortezza si presenta con quattro torri angolari rotonde e possenti, alte una ventina di metri, collegate da cortine lunghe 40 metri e con quattro ordini di fuoco. Due erano le porte, alle quali corrispondevano due ponti levatoi. Il fossato era scavalcato da due ponti: quello detto dell’Avanzata, che collegava il castello con il borgo, e quello del Soccorso, diametralmente opposto che si riversava in quella che una volta era campagna.
Successivamente, sotto la dominazione spagnola, si provvide a rinforzare la struttura con l’edificazione di una nuova fortezza difensiva imperniata su tre torri e con l’allargamento del fossato. Sotto il dominio austriaco, iniziato nel 1707 e terminato nel 1734 con l’ascesa al trono di Napoli di Carlo di Borbone, il Castello di Taranto fu adibito a prigione ma con l’arrivo delle forze francesi nel 1799 ritornò alla sua originaria funzione di carattere militare.

Nel 1883, la torre di Sant’Angelo, insieme ad altre torri fu demolita in seguito ai lavori di allargamento dell’attuale canale navigabile e di installazione del ponte girevole. Al termine di queste opere nel 1887, il castello divenne una caserma della Marina Militare. All’interno si può ammirare la cappella dedicata a San Leonardo che, dopo essere stata utilizzata in tempi alterni come corpo di guardia e stalla, è stata riconsacrata nel 1933.

 

Fortificazioni firenzuoline: il castello di Montegemoli
Da ilfilo.net del 3 gennaio 2021

Di Sergio Moncelli

La collina di Montegemoli vista da Cornacchiaia

Si ergeva un dì sul monte arduo maniero Terror de’ fiorentini e de’ vassalli E tra’ suoi merli come di cristalli Balenavano l’armi al balestriero. Feriva di pedoni e di cavalli Le sue pendici strepito guerriero, Mentre ghignando Maghinardo fero Gettava l’ombra sua giù per le valli. Or non vi stride più la fragorosa Saracinesca e quell’ardor si è spento Sulla vetta deserta e rovinosa. Fra le ginestre pascola l’armento E non riman che l’erta silenziosa, Fra poche querce che flagella il vento.

FIRENZUOLA – Montegemoli è una collina che sorge di fronte alla pieve di Cornacchiaia.

Fu sede di un antico castello, di vitale importanza per il controllo delle strade che da Sant’Agata arrivavano al borgo e proseguivano verso Pietramala e Bologna: una arrivava da Monte Accianico, passo della Vecchia e Corniolo; l’altra scendeva dal passo dell’Osteria Bruciata.

Casa colonica a Montegemoli, qualche decina di anni fa

La casa colonica della foto precedente,oggi.

Furono vie di comunicazione importanti, fino all’apertura della strada del Giogo, sottoposte al controllo dei potenti Ubaldini, che esigevano un pedaggio da coloro che le percorrevano.

Del castello in realtà non abbiamo molte notizie, si sa che fu conquistato e distrutto dai fiorentini nel 1273; fu poi riedificato e nel 1349 risulta nelle mani di Maghinardo di Susinana, probabilmente ripreso quando gli Ubaldini, nel 1342, distrussero una Firenzuola appena edificata.

 

 

Altro edificio abbandonato

La testimonianza più importante, sul castello di Montegemoli è quella che ci lascia Matteo Villani nella sua Cronica: “una rocca quasi inespugnabile: nella quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di franchi masnadieri, i più usciti da Firenze; ed era fuori della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: e innanzi alla torre, una tagliata in su la schiena del poggio, con forte steccato…”.

 

 

 

Croce e cappella sulla sommità del Poggio Giandolea

Avvenne in quegli anni che un membro della famiglia Accorsi, Mainardo, che tornava da Avignone, venne assalito, nei pressi di Fonte Manzina sulla strada dell’Osteria Bruciata, depredato di duemila fiorini d’oro e decapitato. Grande sdegno suscitò questo crimine, anche in Francesco Petrarca, amico dell’ucciso, che scrisse un’epistola al Comune di Firenze, esortandolo ad agire per punire i malfattori ed assicurare la possibilità di circolare liberamente sulle strade del passo appenninico.

La Repubblica Fiorentina decise di intervenire energicamente per riaffermare il suo potere sull’Alpe e deliberò di effettuare ogni anno una impresa militare finché gli Ubaldini non fossero definitivamente sconfitti, con gravi sanzioni per i Priori che si fossero rifiutati di eseguirla; a tale scopo fu istituita una magistratura di otto uomini che avrebbe dovuto sovrintendere a queste operazioni.

Deliberò anche la promessa di impunità a tutti coloro che avessero abbandonato gli Ubaldini e fossero andati ad abitare nei territori fiorentini; per chi invece avesse voluto continuare a vivre nei castelli e nelle terre da loro amministrati “ dovrebbero trattarsi come ribelli e banditi, con permesso a tutti di offenderli, derubarli od ucciderli”.

Il primo atto di guerra fu rivolto proprio al castello di Montegemoli. I soldati della Repubblica di Firenze varcarono l’Appennino e lo cinsero d’assedio; dopo varie scaramucce riuscirono a prendere la torre e ad entrare all’interno della tagliata ( che era una sorta di mura di sbarramento costruita con steccati di legno). Maghinardo si rinchiuse nella rocca con i familiari, ma visto poi inutile ogni tentativo di difesa, si arrese e passò dalla parte degli assalitori.

A Montegemoli vennero nominati, da parte del Comune di Firenze, dei castellani perlomeno fino a 1371, dopodiché a causa della perdita d’importanza della via dell’Osteria Bruciata a favore della nuova strada del Giogo, non se ne hanno più notizie.

Poggio Giandolea ( una delle due punte di Montegemoli ) – Foto di Roberto Brunelli

Oggi del castello non resta quasi più niente, salvo delle murature sul poggio Giandolea, delle fondamenta di una torre a pianta quadrata sul monte Biforco e altri pochi resti a poggio Tondo.

In quello che era il recinto castellano si trovano dei fabbricati colonici, di costruzione successiva in parte abbandonati. E’ visibile ancora, benché ormai diroccata, una abitazione rurale che conserva i resti di un bel portale quattrocentesco proveniente da qualche antico edificio della zona.

 

Secondo appuntamento online: Forte Monte Chaberton
Da lagendanews.com del 2 gennaio 2021

Secondo appuntamento online per scoprire i segreti del Forte dello Chaberton Iniziativa di Monte Chaberton - 515 Batteria Guardia alla Frontiera

BARDONECCHIA – Secondo appuntamento online, in diretta Facebook, con l’Associazione “Monte Chaberton-515^ batteria Gaf, martedì 05 gennaio alle ore 18. 06 gennaio 1930, 06 gennaio 2021. Sono passati ormai novantun’anni da quando lo stato maggiore dell’allora Regio Esercito emanò la circolare “200” che sanciva, di fatto, la nascita del “Vallo Alpino”. Il più esteso ed articolato complesso fortificato di alta quota mai costruito prima in Europa. Da allora numerosi libri ed innumerevoli convegni e conferenze, corredati da testimonianze, immagini d’epoca e fatti d’arme, hanno fornito al grande pubblico ed agli studiosi di fortificazioni tutto quanto è dato di sapere su queste opere difensive. Il primo appuntamento online con la storia delle fortificazioni si è tenuto lunedì 28 dicembre ed ha riscosso grande successo.

LA VITA QUOTIDIANA

Quasi nulla, però, e stato detto invece sugli aspetti di vita quotidiana degli uomini che le presidiavano. Attraverso una vera e propria avventura “pionieristica, sviluppatasi da Ventimiglia sino ai confini valdostani, Ottavio Zetta e Fabrizio Coniglio hanno intrapreso un accurata opera di ricerca basata sullo studio di fotografi, immagini, testimonianze e scritti. Allo scopo di illustrare la particolarità delle operazioni giornaliere dei presidi militari dislocati in territorio montano per la difesa dei confini. I relatori attraverso i loro interventi faranno “parlare” gli oggetti recuperati a seguito di mesi di indagini e studi. In parte ritrovati su precise indicazioni e ricerche, in parte donati da collezioni private. Ci forniranno indicazioni preziose e puntuali su tutti quegli aspetti di vita comunitaria e privata di ciascuno dei soldati chiamati a difendere i patri confini da una possibile avanzata nemica che, in molti casi davanti a loro, mai si palesò.

Per informazioni Associazione “Monte Chaberton- 515^ batteria Gaf: www.montechaberton.it info@montechaberton.it

 

Bunker e evacuazioni. Così gli ultra-ricchi sfuggono all’apartheid climatica
Da valori.it del 1 gennaio 2021

Energia, trasporti, riscaldamento globale. E gli intrecci con la finanza. Ogni settimana il punto sui cambiamenti climatici firmato da Andrea Barolini

Le conseguenze di cambiamenti climatici e pandemie vi spaventano?
Niente paura: le soluzioni ci sono. In caso di mega-incendi, come quelli che nei mesi scorsi hanno colpito l’Australia e la costa occidentale degli Stati Uniti, si potranno usare bunker dotati di sistemi in grado di purificare l’aria. Se poi la risalita del livello dei mari dovesse provocare inondazioni, aziende specializzate potranno assicurarci un piano di evacuazione per noi e per i nostri cari. E se dovessero moltiplicarsi le pandemie potremo contare su servizi sanitari gestiti da imprese private. Niente paura, insomma. A una condizione, però: per farlo dovete essere ricchi. Anzi, ultra-ricchi. A raccontare come la micro-porzione di popolazione più agiata del Pianeta si stia attrezzando per fronteggiare clima e malattie è stato il Financial Times. Secondo il quale il crescente interessi dei super-ricchi nel dotarsi di mezzi per salvare loro stessi è confermato da investimenti immobiliari, proposte di servizi medici specializzati e dalla presenza di aziende come la Global Rescue, che assicura piani di evacuazione costosissimi a chi può permetterseli. La società, in cinque mesi, ha ricevuto più richieste di quante giunte nei sedici anni precedenti.

Al contempo, un’altra azienda ha acquistato 600 vecchi bunker militari nel Dakota del Sud, negli Stati Uniti. Con l’obiettivo di trasformarli in rifugi «capaci di resistere pressoché a tutto – assicurano -. Eruzioni vulcaniche, terremoti, tsunami, pandemie, esplosioni nucleari, catastrofi biologiche o chimiche». E ai fumi degli incendi, naturalmente: «Dentro non arriva nulla», afferma al Financial Times Dantes Vicino, direttore generale della società che ha testato i filtri. Il giornale inglese sottolinea che quando gli ultra-ricchi «abbandonano un sistema» è perché questo non funziona più per l’insieme della popolazione: «Il problema è giusto il fatto che non tutti hanno i mezzi per farlo». Per quanto riguarda il clima che cambia, tutto ciò ha un nome, impiegato per la prima volta dal Consiglio dei diritti umani dalle Nazioni Unite: si chiama apartheid climatica. Che riguarderà tutti noi. Ultra-ricchi esclusi.

 

Danni al Castel dell’Ovo dopo la mareggiata: ridotto a rudere il Ramaglietto costiero
Da identitainsorgenti.com del 1 gennaio 2021

BENI CULTURALI | 1 Gennaio 2021

Oltre a provocare danni ingenti ai ristoratori e alle balaustre del lungomare di via Partenope, la terribile mareggiata dello scorso 28 dicembre ha danneggiato anche una importante porzione del Castel dell’Ovo. La forza dirompente delle onde ha difatti divelto i basoli di pietra lavica e i muri di cinta del cosiddetto “Ramaglietto”, un belvedere terrazzato utilizzato dal comune di Napoli per gli eventi programmati al castello (tra i quali – ironia della sorte – i fuochi d’artificio di fine anno). I basoli vesuviani della terrazza hanno sfondato un cancello di protezione arrivando a raggiungere anche il camminamento protetto del castello mentre altre pietre laviche sono state inghiottite dal mare in tempesta e trascinate sul fondo del mare. I danni calcolati – secondo Luigi La Rocca, sovrintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Napoli – ammonterebbero ad alcune centinaia di migliaia di euro.

Il Ramaglietto

Ridotta allo stato di rudere dalla forza degli agenti atmosferici nel corso del Novecento, restaurata dal genio civile negli anni Ottanta e parzialmente protetta da una barriera frangiflutti, il Ramaglietto rappresenta una testimonianza storico – architettonica di fondamentale importanza della difesa costiera in età moderna, oltre a costituire uno stupendo punto di osservazione panoramico del Golfo.
Fu realizzata negli anni ’90 del ‘600 per ordine del vicerè Francesco Benavides, che incaricò del progetto l’ingegnere fiammingo Ferdinando Grunemberg. L’opera occupò in parte il sito che aveva ospitato i mulini per fronteggiare le nuove unità navali dalle quali era possibile bombardare la costa. L’ingegnere fiammingo previde la realizzazione anche di altre due postazioni fisse a Posillipo ad occidente e al Ponte della Maddalena ad oriente, dove nei decenni precedenti venivano collocate in modo temporaneo le artiglierie per respingere gli attacchi navali, per realizzare tiri incrociati con gli altri presidi costieri (Torre di San Vincenzo, punta del Molo e Torrione del Carmine).

Tale idea fu ripresa negli ultimi anni del viceregno con la costruzione del forte del Vigliena. Il rogetto del Grunemberg prevedeva la costruzione di una batteria prolungata con una piazza semicircolare in posizione mediana nel punto in cui la batteria avrebbe dovuto deviare leggermente verso est –forse per adattare meglio la costruzione al fondale – e con all’estremità un corpo circolare a due piani (poi non realizzato). La batteria avrebbe potuto ospitare in totale circa 60 colubrine che potevano sparare fino a 800 metri in grado di coprire gran parte dello specchio d’acqua antistante il porto della città. Il fortino del Ramaglietto fu però realizzato, ma con forme più semplificate innanzitutto per limitare la dimensione delle fondazioni in acqua e quindi ridurre i costi.

Tra la seconda metà del XVIII ed i primi decenni del XIX secolo la batteria subì varie trasformazioni e potenziamenti, tra cui il complesso su due livelli casamattato alla punta; fu dotata di fornaci per palle infuocate e di sottoaffusti da circolare tipo Gribeauval, in grado di consentire un ampio e rapido brandeggio orizzontale delle artiglierie che potevano così tenere inquadrato costantemente il bersaglio sul mare.

La difesa costiera si avvaleva inoltre della tecnica di tiro a “rimbalzo” o “piattellante” che assicurava l’impatto dei proiettili nello scafo in legno dei vascelli da guerra. Con l’adozione del tiro a palle roventi l’efficacia del tiro delle batterie costiere fu ulteriormente esaltata, in quanto la penetrazione di proiettili incandescenti del peso di circa 10 kg all’interno di una nave era in grado di provocare gravi incendi o esplosioni. Va detto infine che una singola batteria costiera, anche dotata di pochi pezzi di artiglieria, presentava una manifesta superiorità rispetto anche ad i più grandi vascelli di linea armati con fino a cento cannoni, grazie allo straordinario vantaggio determinato dalla stabilità della piattaforma e dalla costante altezza del bersaglio sull’acqua.

(A cura dell’Istituto Italiano dei castelli – Regione Campania)