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ANNO 2003

Gli antichi forti, i perchè di una scelta
Dail Corriere delle Alpi — 24 ottobre 2003 pagina 22 sezione: PROVINCIA

I Quaderni Trimestrali del Consorzio Venezia Nuova, n° 3/4, luglio/dicembre 2003 dedicano un lungo articolo al restauro della Torre Massimiliana (vedi articolo che segue sulla sua inaugurazione). Ampio spazio alla parte storica e molte belle foto che mostrano le varie fasi dei lavori. Sempre nello stesso numero dei quaderni è presente un interessante articolo riguardante l'Arsenale di Venezia.

Il Giornale Economico, periodico della Camera di Commercio di Venezia, n° 3/III trimestre del 2003, dedica la sua copertina ad una bella foto aerea del Forte San Felice mentre, all'interno è presente un articolo sui forti del campo trincerato di Mestre scritto da Andrea Grigoletto.

AGORDO. Ad iniziativa della Comunità Montana Agordina, oggi alle 18 (nella sala della biblioteca civica dello stesso ente presieduto da Rizieri Ongaro, in via 27 Aprile ad Agordo), l’assessore comunitario Tiziano De Col cura la presentazione del volume del vicentino (di Zugliano) Leonardo Malatesta, laureato in storia con una tesi sulle fortificazioni “La guerra dei forti. Dal 1870 alla Grande Guerra le fortificazioni italiane e austriache negli archivi privati e militari”. La pubblicazione è edita da Nordpress editrice. E’ assicurata la presenza dell’autore. L’assessore De Col ha anticipato per il Corriere delle Alpi alcune considerazioni sull’opera. «In questo primo lavoro, Malatesta analizza, attraverso precise fonti archivistiche militari e civili, italiane ed asburgiche, tutte le tappe politiche e militari che portarono, seppur in un periodo di pace, alla corsa fortificatoria da entrambe le parti confinanti». Nel libro, che contiene anche precisi disegni dei forti italiani redatti dallo spionaggio asburgico, l’autore sviscera, forse per la prima volta, i risvolti di carattere economico e politico che motivarono le scelte dei tipi di fortificazione sia italiana e sia asburgica. «Viene trattata molto ampiamente», prosegue De Col, «anche la grande influenza che i militari avevano nell’assetto del Regno d’Italia e dell’Impero Asburgico e delle battaglie interne tra le gerarchie militari stesse per imporre diversi sistemi di difesa delle frontiere. Talvolta, anzi spesso, succedeva che lo sviluppo tecnologico delle artiglierie e dei proiettili fosse così veloce che le fortificazioni erano già obsolete ancor prima di essere ultimate e che all’inizio della guerra molte di esse non servissero più a niente, tanto da essere usate come magazzini e venire quindi completamente disarmate. Lo sviluppo della tecnologia in artiglieria, dal 1850 al 1890 rendeva quasi inutili tali opere, le stesse che montavano pezzi d’artiglieria d’avanguardia non riuscivano però a resistere all’artiglieria nemica. Le strutture murarie, seppur rinforzate dal calcestruzzo, nulla potevano contro i grandi proiettili ogivali sparati dagli obici da 210, 305 e 420 mm di diametro. Ma ora quel che resta di questi forti», conclude l’assessore comunitario, «trasmette non tanto il messaggio dell’inutilità e crudeltà della guerra ma un esempio di architettura e tattica militare, quindi di storia e cultura, che giunto fino a noi merita di essere considerato per quel che è; e cioè un chiaro esempio delle capacità ingegneristiche del tempo inserite in un contesto naturale di rara bellezza. Un bene culturale, quindi, incastonato in un bene ambientale di indubbio valore anche internazionale». Roberto Bona


 

All'assalto di Forte Marghera
Dal Gazzettino di Padova del 29 settembre 2003

Mestrini all'assalto di Forte Marghera tra soldati austriaci e francesi, cannonate e fucilate. Più che un "semplice" forte infatti tra sabato e domenica Forte Marghera s'è trasformato in una sorte di macchina del tempo che, grazie alle fedelissime rievocazioni di soldati e artiglieri in divisa e armi dell'epoca ha offerto ai tanti visitatori uno spaccato di quella che poteva essere la vita del soldato e la battaglia sul campo nel 1800.

E così tra la fanteria napoleonica della 9a Demi-brigade d'Infanterie Legere e quella austriaca del I° rg. Jager bataillon è stata guerra a fragorosi colpi di salve, per rievocare lo storico assedio austriaco del 1809. Tra le iniziative che sabato e domenica hanno fatto da corollario alla riapertura del forte il convegno di sabato al Candiani su "Mestre e Venezia tra le dominazioni napoleonica e austriaca", incontro durante il quale è stato presentato anche il diario di guerra del comandante che difese il forte nel 1809, fortunosamente recuperato a Parigi.

Tra le iniziative di ieri, che si ripeteranno ogni ultima domenica del mese fino a novembre, l'apertura del museo militare e la mostra fotografica sulla spedizione degli italiani in Russia "Nikolajewka 1943".

 

Forte Marghera rivive tra vecchie divise e diari
Da la Nuova di Venezia — 29 settembre 2003 pagina 22 sezione: GIORNO/NOTTE

700 persone hanno assistito alle rievocazioni storiche di forte Marghera, riaperto al pubblico dopo 4 anni. Un successo per «Vivi il forte 2003», la manifestazione organizzata da Marco Polo System nell’ambito del programma comunitario «Interreg Italia -Slovenia», in collaborazione con Comune di Venezia, Comune di Chioggia, Comune di Bovec (Slovenia) e Associazione nazionale del turismo di Lubiana. Ieri, oltre 600 cittadini si sono recati a forte Marghera, aperto per le visite. Alle 10 è stato aperto il museo storico militare e alle 11.30, è stata rievocata la consegna del forte alle autorità austriache. Alle 15, invece, le esibizioni di tiri con armi da fuoco ad avancarica e gli addestramenti delle fanterie ottocentesche. Sabato, l’allestimento di un campo militare napoleonico è stato ammirato da 100 studenti provenienti da tre scuole superiori e due medie di Venezia. I ragazzi hanno avuto la possibilità di ascoltare la lettura teatrale di alcuni passi di «Note sulla difesa di Marghera durante la campagna del 1809», diario inedito del direttore delle fortificazioni di Venezia, Marion, sull’assedio austriaco di forte Marghera dell’inizio del XIX secolo. (Michele Bugliari)

 

Moruzzo, sarà recuperato il forte Ospiterà un centro polifunzionale
Da Messaggero Veneto — 28 settembre 2003 pagina 13 sezione: UDINE

MORUZZO. Il Comune di Moruzzo ha avviato un interessante progetto di recupero del forte di Santa Margherita del Gruagno, avvalendosi di un contributo regionale di 568 mila euro e del lavoro svolto dagli studenti dell'Istituto Tecnico Marinoni di Udine. Sarà trasformato in un centro polifunzionale: Al piano terra saranno ricavate sale a disposizione delle associazioni, aule per usi specifici tra cui un laboratorio fotografico, una camera oscura e uno spazio multifunzionale. Il piano superiore verrà adattato in gran parte a spazio espositivo, un open-space per installazioni e mostre. Nell'area esterna, usando fondi propri, il Comune intende poi realizzare una superficie per uso sportivo-ricreativo.Così facendo, si risolverà un problema che riguarda diversi comuni della nostra regione, tra cui Moruzzo, quello cioè delle strutture e aree militari smesse dall'esercito per le quali ci si interroga su cosa sia preferibile farne. In Friuli fu programmata all'inizio del '900 la costruzione di una serie di piazzeforti per formare una linea difensiva lungo il Tagliamento atta a fermare i possibili attacchi delle truppe nemiche: Latisana, Codroipo, la Testa di Ponte di Pinzano e il Ridotto Carnico. Numerosi anche gli apprestamenti per batterie permanenti allo scoperto come Pinzano, Ragogna, Monte San Simeone e Monte Sflincis in Val Resia. Tra questi, appunto, il forte di Santa Margherita del Gruagno, frazione di Moruzzo, ubicato sulla prosecuzione orientale del colle omonimo.La struttura, che a differenza di altre fortezze è stata utilizzata fino in tempi recenti per esercitazioni militari, è formata da due piani fuori terra a pianta rettangolare originariamente dotata di quattro cupole corazzate, caratterizzata al piano terra da tre ingressi e quattro finestre nel blocco centrale e al piano superiore da un terrazzo senza protezione, si trova su un'area di circa 10 mila metri quadri ed è passata di proprietà dell'ente locale un paio di anni fa. Avuta la disponibilità dell'area soggetta a tutela da parte della Soprintendenza, il Comune l'ha resa fruibile offrendone l'uso alla locale Pro Loco per l'organizzazione di manifestazioni estive. I volontari della Pro Loco, presieduti da Ido Driussi, hanno provveduto alla pulizia del sito disboscando le rive e il pianoro e ripulendo gli spazi utilizzabili. «Quando abbiamo avuto la disponibilità della fortezza - spiega il sindaco Luciano Aita - abbiamo pensato a un suo utilizzo polifunzionale tenendo conto che non può essere modificata nell'impianto ma solo riadattata per nuovi usi previo il nulla osta della Soprintendenza. Grazie all'impegno della Pro Loco e al coinvolgimento del Marinoni di Udine, abbiamo potuto avviare un progetto che ha trovato il finanziamento regionale e che andrà a completare il progetto generale di valorizzazione dell'intera area di Santa Margherita del Gruagno che riguarda il borgo e le zone limitrofe».Guidati dal docente di topografia, Maurizio Bosa, con l'aiuto dei docenti di scienza delle costruzioni, Antonio Nonino, e di estimo, Luigi Pravisani, gli studenti hanno dapprima effettuato il rilevamento topografico dell'area e poi promosso un concorso di idee da cui sono scaturite quelle che hanno trovato spazio nel progetto definitivo che l'amministrazione comunale ora realizzerà.Raffaella Sialino


 

Strada per il monte Festa: stanziati dalla Regione 125 mila euro per il recupero a fini turistici
Da Messaggero Veneto — 23 settembre 2003 pagina 11 sezione: UDINE

CAVAZZO CARNICO. Stanziati dalla Direzione delle foreste del Friuli Venezia Giulia 125 mila euro per il recupero della strada per il monte Festa. Grazie a questa iniziativa si è potuto dar inizio ai lavori, il cui termine è previsto per la prossima primavera, che porteranno sino alle fortificazioni militari della montagna. Finora infatti è possibile raggiungere la zona solamente lungo una strada militare che parte da Interneppo e seguendo il sentiero del Cai che passa per Borgo Mena. Vista la vetusità e la non sicurezza della strada militare, oramai in disuso, che presenta alcuni cedimenti strutturali in prossimità di alcuni ghiaioni, oltre che essere invasa da massi caduti dalle pendici e con molta vegetazione che ne limita la percorribilità, la nuova strada permetterebbe il recupero, questa volta a fini turistici, della fortezza del Monte Festa, ove si pensa di creare anche un museo all’aperto. Tutti gli avvenimenti bellici che hanno interessato questa zona, ricollegabili alle fasi del contenimento del nemico durante la disfatta di Caporetto, secondo un progetto del Comune, si potranno avere utilizzando pure un apposito sito internet. (g.g.)

 

«San Felice, il nuovo piano può avere effetti devastanti»
Da la Nuova di Venezia — 12 settembre 2003 pagina 28 sezione: PROVINCIA

CHIOGGIA. Ancora critiche per il porticciolo turistico di San Felice. A riproporre una riflessione sull’opportunità di costruire una darsena turistica nei pressi dell’oasi naturalistica di San Felice, prevista dal piano particolarregiato approvato dalla Giunta comunale con la delibera del 5 agosto scorso, sono i Verdi di Chioggia in una lettera aperta inviata al ministero per i Beni culturali, alla Soprintendenza e alla Commissione di Salvaguardia di Venezia. «Il nuovo piano, che prevede la costruzione di 403 posti barca sull’ansa di San Felice, potrà avere effetti devastanti dal punto di vista ambientale, paesaggistico e storico-culturale sull’area complessiva di San Felice - si legge nella lettera - la zona in questione va inquadrata nell’ambito sistemico più generale delle fortificazioni realizzate dalla civiltà veneziana tra laguna e terraferma». L’appello dei Verdi agli organi competenti, perché sottopongano il nuovo piano particolareggiato ad una valutazione di impatto ambientale, richiama in causa il veto espresso dalla Soprintendenza e il parere negativo del ministero dei Beni culturali in relazione al primo piano particolareggiato proposto nel 2001, che prevedeva un numero maggiore di posti barca. Le osservazioni presentate dai Verdi, ispirate alla compatibilità tra sviluppo turistico e tutela dell’ambiente, propongono alla Giunta comunale di rivedere le linee guida del piano, riducendo in modo drastico il perimetro della darsena, che andrebbe limitata a 150 posti e solo per imbarcazioni di piccola stazza, garantendo il libero accesso e la fruizione di tutta l’area che potrebbe essere collegata in un unico percorso naturalistico alla passeggiata sul Lusenzo e ai Murazzi. «Chiediamo la rettifica della delibera - si legge ancora nella lettera - con l’abrogazione del riferimento vincolante ad un’avvenuta concertazione tra società Porto San Felice, Ministero e Soprintendenza, non documentata in modo trasparente e pubblico e anomala dal punto di vista procedurale, in netto contrasto con i criteri di tutela e salvaguardia dell’ambiente, alla base dei veti posti per il piano precedente». (e.b.a.)
 

 

In visita al forte di Caroman
Da la Nuova di Venezia — 02 agosto 2003 pagina 29 sezione: PROVINCIA

CHIOGGIA. Una giornata alla scoperta delle fortificazioni militari. Il Comitato per il Forte di San Felice, che aderisce alla tradizionale giornata di apertura al pubblico delle fortificazioni veneziane che si terrà domani, in concomitanza con la conclusione dei campi di lavoro internazionali per il recupero delle strutture, propone due visite guidate al forte di Caroman e alle emergenze storiche e naturalistiche che lo circondano. Il ritrovo sul pontile Actv di Caroman per le due escursioni è fissato alle 10 e alle 16,10. Per chi parte da Chioggia le partenze dei vaporetti da piazza Vigo sono rispettivamente alle 9,45 e alle 15,55. La partecipazione alla visita (si consiglia un abbigliamento comodo con scarpe da tennis) è gratuita e non necessita di prenotazione. Il Forte di Caroman, comunemente noto come Forte Barbarigo, risale all’Ottocento ed è formato da un corpo ottagonale a tracciato irregolare. La giornata dedicata alle visite guidate sarà anche un’ottima occasione per far apprezzare ai turisti e ai residenti alcune risorse archeologiche del territorio spesso dimenticate e sui cui pende un destino incerto. Il Comitato continua, infatti, a battersi perché venga realizzato un parco delle fortificazioni, a carattere storico naturalistico, che comprenda il forte di San Felice, del 1300, l’area verde circostante con la flora litoranea, i Murazzi del 1700 e l’ex Batteria ottocentesca, che potrebbe anche estendersi oltre la bocca di porto con il forte Caroman, l’oasi naturale e l’Ottagono. Rimane ancora nebuloso il destino sul forte di S.Felice per il quale la Regione ha dato il via alla progettazione per il recupero, ma non è ancora stata accolta la richiesta di acquisizione del Comune. (Elisabetta B. Anzoletti)

 

Alla scoperta di Venezia fortificata
Da la Nuova di Venezia — 31 luglio 2003 pagina 39 sezione: ALTRE

Esiste una Venezia fortificata che pochi conoscono. O, meglio dire, esisteva, perché oggi del vasto e complesso sistema difensivo della città sopravvive una parte solamente, un prezioso gruppo di edifici che, destinati da decenni all’utilizzo esclusivamente militare, erano rimasti quasi sconosciuti. Ora che buona parte di queste strutture sono state cedute dalle autorità militari, è stato possibile riconvertirle in aree dedicate alla cultura e al turismo. Si tratta di interessantissimi nuovi itinerari storico-naturalistici tra laguna ed entroterra che si snodano su un percorso suggestivo e molto esteso. La passeggiata, di straordinario interesse architettonico, naturalistico e archeologico, ha inizio a Forte Marghera, il più antico e imponente tra quelli del Campo trincerato di Mestre; occupa, infatti, più di quaranta ettari. A pianta stellata, fu la prima opera fortificata costruita per la difesa di Venezia e del suo arsenale dagli attacchi di terra e ne rappresenta il baricento. Da qui, proseguendo per Forte Manin si arriva a Forte Bazzera, dove troviamo le polveriere, le uniche rimaste dell’intera struttura, della prima guerra mondiale. Tra scavi archeologici, foci di fiumi e torri di avvistamento, arriviamo a Forte Carpenedo, dove sono perfettamente ricostruiti gli ambienti militari di fine Ottocento con le infermerie, le camerate e le scuderie. Ma gli edifici che incontriamo sul nostro insolito cammino sono tanti e diversi: possiamo persino imbatterci nei bei mulini del Marzenego. Insomma, ancor prima di arrivare a Venezia e in laguna, abbiamo già visitato buona parte di quel sistema difensivo che arriva all’Arsenale, gigantesco complesso dalle cui officine uscì la potente flotta mercantile e da guerra veneziana che facilitò la grandezza della città. Ma è arrivato il momento di prendere il largo e visitare i forti della laguna. Tra un’isola e l’altra, ecco quella strategica di Sant’Andrea all’ingresso della laguna con il suo forte e poi il Lazzaretto Nuovo, il Forte San Felice a Chioggia, la Torre Massimiliana a Sant’Erasmo, la Tenuta Scarpa-Volo a Mazzorbo o il Forte Ca’ Roman sul litorale di Pellestrina. Insomma, vale la pena ripercorrere il fastoso passato di Venezia passando proprio per quelle difese che hanno permesso alla città di giungere fino a noi. Fra le sorprese che riservano i fortini aperti al pubblico ci sarà anche il teatro e la gastronomia: è infatti prevista una lunga serie di «degustazioni teatralizzate dei prodotti agricoli e architettonici della provincia di Venezia». Ossia una forma di conoscenza del territorio e della sua storia, del suo ambiente e della cucina attraverso forme di spettacolo che variano a seconda del luogo visitato. Il periodo di animazione delle antiche fortificazioni di terraferma e di laguna va dall’8 giugno al 7 dicembre.

 

Un arsenale in garage
Da  Il Giornale di Vicenza — 11 luglio 2003

Blitz fra Creazzo e Valdagno. Arrestati due collezionisti

Le armi e le munizioni ritrovate a Creazzo

Un arsenale fra casa, solaio e garage. Secondo la polizia, detenuto illegalmente. Secondo la proprietaria, e l'amico che era con lei, una collezione di alto valore simbolico ed affettivo. Morale: due persone e un migliaio di reperti della Prima e Seconda Guerra mondiale sotto sequestro. Ma, dopo una notte in questura, sono stati rilasciati. Non si tratta certo di criminali, ma la legge è legge.

Il caso scoppia domenica sera, quando la squadra mobile di Pavia piomba a Creazzo. Con i colleghi lombardi intervengono anche gli investigatori berici, guidati dal commissario capo Marco Calì. Il blitz sarebbe dovuto ad una segnalazione, dettata da indagini compiute nel Pavese nelle scorse settimane. Quando gli agenti piombano in casa, Carla Gianello, 44 anni, che vive in piazza Roma 12, stava chiaccherando di armi e munizioni con l'amico Bruno Bevilacqua, 58 anni, che vive a Valdagno in via Villaggio Fanfani 16.

Quest'ultimo aveva in mano un sacchetto con dei bossoli. Nelle varie stanze è stato ritrovato un vero e proprio arsenale: cartucce austriache, alcune con esplosivo, bossoli di ogiva, cartucce di cannoncino, bombe a mano del tipo "ballerina con elica", bombe "palla", "ananas", fucili, pistole, mitragliatrici. Complessivamente, circa un migliaio di pezzi che farebbero gola a qualsiasi collezionista. E infatti facevano parte della riserva personale di Nevio Mantoan, noto esperto d'armi e di guerra, che aveva trovato tutto in anni di ricerche come "recuperante". Zaino in spalla, era andato con la moglie alla ricerca di quanto rimasto dalle due guerre sulle Prealpi vicentine. Mantoan è scomparso nel maggio 2000, è la moglie ha ereditato tutto.

"La legge 895 del 1967 prevede l'arresto - precisa il commissario Calì - per detenzione illegale di armi e munizionamento. A Bevilacqua contestiamo anche il trasporto" Sentito il PM Paolo Pecori gli agenti li hanno portati in questura, dove sono rimasti durante la notte. Al mattino, il sostituto procuratore ha convalidato il provvedimento e li ha rimessi in libertà. Ieri, gli agenti hanno compiuto due lunghe perquisizioni a Creazzo e Valdagno, coadiuvati dagli artificieri di Padova. In casa Gianello, oltre alle armi, c'erano anche molte divise militari degli eserciti in guerra fra il 1915 e il 1918. Reperti perfettamente conservati in alcune sale dell'abitazione, blindate e con un dispositivo d'allarme. L'ispettore Zi Antoni ha lavorato alcune ore per compilare un inventario completo. Secondo la polizia il problema da un lato riguarda la denuncia di alcuni di questi resti, e dall'altro il fatto che c'erano armi potenzialmente pericolose, in quanto non rese inerti. Avevano dell'esplosivo all'interno, e avrebbero potuto scoppiare, con possibili rischi per i famigliari e per tutto il vicinato. Gli artificieri, nei prossimi giorni, faranno brillare alcune bombe.

Anche nell'auto, una Nissan Micra, e nell'abitazione di Bevilacqua gli agenti hanno recuperato parecchio materiale. Si va da una bomba di fucile "Benalia" a una spoletta, da caricatori calibro 91 a cartucce per pistole "Glisenti". Tutti pezzi da collezione. Tanto che alcune associazioni, attraverso il Comune di Montecchio Maggiore che quello di Lusiana, si erano offerte per rilevare tutto il materiale e attrezzare delle sale-museo sulla Prima guerra Mondiale.

L'appassionata dichiara:"Non sapevo di doverle denunciare". "Ho portato più armi io nello zaino che tutto l'esercito italiano. Se non le tormenti, non ti fanno male". Carla Gianello, vedova del collezionista Nevio Mantoan, non ha problemi a raccontare una passione travolgente. D'altronde, non la nasconde certo. Appena si arriva nel cortile di piazza Roma è difficile non notare il campanello ricavato su una bomba a mano, le piante succulente in vasi che in realtà sono elmetti, lo "stemma araldico" della famiglia ricavato con resti della Prima Guerra mondiale.

"Non avrei mai pensato ad una perquisizione di questo genere - continua. Fin che era vivo mio marito, si occupava lui di sbrigare le formalità burocratiche. Sono andata in questura per denunciare le armi. Non credevo che bisognasse fare altrettanto per le munizioni . Spero mi reestituiscano il materiale, per il valore affettivo ma anche perchè lo utilizzavamo per mostre e musei".

Carla Gianello ripercorre poi gli anni da "recuperante" col marito. "Quando ci siamo conosciuti mi ha detto che non aveva vizi come le donne o l'alcol. Però, se avessi sposato lui avrei sposato anche questa passione, che mi ha entusiasmato. Per quasi trent'anni ogni momento libero lo trascorrevamo in montagna, sul Grappa, sul Cimone, sul Pasubio". Fino all'arrivo degli agenti. "Ho passato la notte in questura. Sono stati molto gentili, mi hanno offerto il cappuccino, sono andati perfino a comprarmi le medicine in farmacia". Per quanto riguarda lsa pericolosità, Gianello e con lei Bevilacqua, non hanno dubbi. !Seguiamo corsi specifici per imparare ad estrarre armi e munizioni senza farsi male". Anche i vicini sono dello stesso parere. "Mai avuto paura - afferma - Giancarlo Caffoni, che vive sopra il garage della Gianello, mi hanno sempre detto che è materiale innocuo. E, francamente, è proprio una bella collezione".

 

Un sentiero d'alta quota sul Rite
16 giugno 2003

Un anno dopo l'apertura del Museo delle Nuvole si arricchisce l'offerta per un turismo di qualità

Cibiana - A un anno dall'apertura del "Museo nelle nuvole" - che richiama un numero crescente di visitatori - si è inaugurato ieri il sentiero naturalistico del Monte Rite (2181 metri), fiore all'occhiello nel contesto paesaggistico di Cibiana, in provincia di Belluno. L'interesse dell'itinerario, che è una rivisitazione in chiave didattico-escursionistica delle mulattiere, sentieri e carrarecce, concepiti e realizzati tra il 1911 e il 1915, è dato dalla varietà di ambienti: pascoli e boschi di quota con formazioni arbustive e pioniere, fino a tratti di ghiaioni e rocce, eccezionalmente panoramici.

Un sentiero di alta quota, dai 1900 ai 2200 metri, lungo circa 6 chilometri, con la peculiarità di essere panoramico, storico e naturalistico. E al taglio del nastro erano in molti soddisfatti della realizzazione, "in primis" proprio l'ideatore, l'europarlamentare Reinhold Messner, il "re degli Ottomila", mosso dall'intento di "far rivivere la vallata, perchè la montagna non può essere dimenticata, ma se non ci rimane l'uomo essa non avrà altro destino che ergersi spopolata". Sviluppa turistico, ripopolamento montano, progetti buoni e soprattutto realizzabili sono le moventi per un efficace rilancio delle nostre Dolomiti. Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto, ha tratto un bilancio molto superiore alle attese, dicendosi soddisfatto soprattutto per il buon utilizzo dei fondi europei spesi - ha detto scherzando - per "un idea folle di tre folli uomini: Messner, Pra ed io", che ha dato ottimi risultati. Il riferimento è alla "verifica" svolta durante l'anno, di una buona e costante presenza di turisti che hanno confermato la riuscita dell'idea. L'assessore regionale al Turismo, Floriano Pra, orgoglioso di aver avuto il presidente del Veneto sia per l'inaugurazione, sabato, delle Terme di Valgrande, sia ieri, per il Sentiero Naturalistico del Rite, è un vulcano di entusiasmo e già parla di un sentiero della prima guerra mondiale, dalla Valle Imperina fino al Rite.

L'inaugurazione del sentiero, destinato a richiamare turisti di qualità, esperti, autentici appassionati della montagna, si è svolta in vetta, ariosa e "tra le nuvole"; ma il tempo è stato propizio e prima del taglio del nastro i sindaci di Cibiana e di Valle Cadorina hanno ringraziato chi ha permesso questo traguardo e hanno sottolineato l'impegno al mantenimento e al perfezionamento del museo e del sentiero. Dopo la benedizione del sentiero, per opera di mons. Marinello, arcidiacono del Cadore,,, il sindaco di Cibiana, Guido De Zordo, ha annunciato progetti per un parcheggio che tolga le auto dai lati della strada e che non sia visibile dal Monte Rite, e per il recupero della Caserma Bassa, adiacente alla strada per il rifugio del Rite.

Matteo Toscani ha ricordato come le aspettative si siano tradotte in realtà; dopodichè, i due primi cittadini hanno sostenuto i capi del nastro per il taglio, affidato al presidente Galan, il quale però ha delegato a compiere questo atto simbolico una piccola turista, la bambina veneziana Giulia Biral. Quinbdi, la visita guidata al museo e una festosa braciolata.

 

Assalto al forte per ridarlo alla città
3 giugno 2003

Costruito nel 1535 è lasciato all’abbandono

Chiunque arrivi a Venezia dal mare, dalla bocca di porto di Lido, non può non notare le possenti strutture del Forte di Sant’Andrea, erette a partire dal 1535 da Michele Sanmicheli per difendere la città.

Si tratta del primo monumentale biglietto da visita di Venezia, di fatto mai utilizzato militarmente se non nel 1797, proprio alla caduta della Repubblica, quando una nave francese tentò di forzare l’accesso e fu affondata, Napoleone o non Napoleone, dal fuoco dei 40 cannoni a pelo d’acqua.

Il Forte è tutto re Demanio Militare, anche se ormai di fatto abbandonato, è proprio per sollecitarne la restituzione alla città il Comitato Certosa ha imbastito ieri una manifestazione acquea di protesta, che avrebbe dovuto culminare nell’”occupazione” simbolica delle antiche strutture, esternamente restaurate da qualche anno ma internamente lasciate all’abbandono e al degrado.

In realtà, la manifestazione era stata abbondantemente annunciata, è il Forte era dunque presidiato dalle Forze dell’ordine che hanno impedito a chiunque di sbarcare a terra. E siccome gli aderenti al Comitato Certosa non sono dei Black bloc, non è successo nulla di particolare da segnalare, se non la concentrazione di barche e un festoso sventolio di bandiere.

Del resto, Comitato Certosa e militari sono vecchie conoscenze reciproche. Il Comitato, infatti, è nato per recuperare a uso parco urbano la verdissima isola della Certosa, anch’essa militare fino a qualche anno fa e poi lasciata nell’abbandono.

Il Comitato tanto ha protestato e tanto ha protestato e tanto ha fatto che il recupero della Certosa è diventato un progetto finanziato dalla Comunità europea, vi sono stati spesi oltre 20 miliardi delle vecchie lire e presto diventerà la porta d’accesso del Parco della Laguna Nord che il Comune sta per istituire.

E ora, dopo la Certosa, il Comitato ha messo gli occhi su Sant’Andrea. “Il Forte - ha spiegato il presidente, Cesare Scarpa - deve essere gestito come un unicum assieme alle Vignole e alla Certosa per visite guidate, percorsi didattici, manifestazioni culturali, concerti”.

 

Malborghetto, un ristorante nell'ex forte Tarcento, centro residenziale alla Giavitto
Da Messaggero Veneto — 11 maggio 2003 pagina 08 sezione: GORIZIA

UDINE. Anche nell’Alto Friuli sono numerose le ex caserme e i beni del demanio statale in acquisizione da parte dei Comuni. E anche qui i sindaci sottolineano la necessità di contributi per il recupero degli immobili.A Malborghetto Valbruna, ad esempio, la speranza del primo cittadino, Alessandro Oman, è che lo Stato possa sostenere economicamente gli enti locali in questa operazione. Ma preannuncia che potrebbe anche cercare la compartecipazione di privati, in particolare per l’ex forte Hensel, che assieme alla Caserma D’Incau-Solideo, passerà alla proprietà del Comune.«Il Forte sarebbe un luogo perfetto per realizzare un punto di ristorazione o un vero e proprio ristorante - ha spiegato -, soprattutto per rispondere alle esigenze dei numerosi turisti, che potrebbero in tal modo godere delle bellezze del paesaggio circostante. Per questo, un progetto che permettesse di mettere in sicurezza l’edificio per poi consentirne la gestione ai privati potrebbe essere la soluzione ottimale. Sempre confidando che il trasferimento dallo Stato e poi dalla Regione sia a titolo gratuito, visto che l’ente locale, ovviamente, non dispone di tutti i finanziamenti per recuperare l’area». La caserma D’Incau, invece, potrebbe essere adibita ad attività artigianali. «Tempo addietro era sorta l’idea di utilizzare i locali per l’imbottigliamento dell’acqua minerale, vista la vicinanza con la sorgente, ma non abbiamo ancora deciso nulla e lo faremo solo quando ci sarà certezza sulle possibilità economiche». Oman fa inoltre riferimento all’ex Polveriera in val Saisera, che potrebbe invece trovare destinazione per impianti sportivi e ricreativi, sia estivi che invernali, soprattutto per necessità legate turismo, in forte crescita anche dalla vicina Austria.A Tarvisio, l’ex Forte Cave del Predil è già in fase di recupero: il progetto in questione, predisposto con un finanziamento rientrante nell’Interreg, prevede infatti la messa in rete con il museo storico militare che si trova nelle vicinanze. La visita alle sale museali potrà pertanto essere completata con quella ai fortini della zona, ai quali potrà dunque essere aggiunto quello in questione, che potrà ospitare anche mostre e convegni e sfruttare fino in fondo le potenzialità turistiche e culturali dell’area.Passando dall’Alto al Medio Friuli, da Tarcento il sindaco Tollis accetta di buon grado l’occasione offerta dalla dismissione della caserma Giavitto. Un’area di notevole estensione per cui non è ancora stato valutato un progetto definitivo, ma che potrebbe essere utilizzata anche a livello residenziale. A Cividale, invece, la Caserma Miani di Gruppignano è già entrata ufficialmente nella proprietà del Comune. «La sua destinazione sarà decisa in fase di redazione del Piano regolatore - ha affermato il sindaco Attilio Vuga -. Si tratta comunque di un’area altamente strategica, di circa due ettari e mezzo, il cui recupero e successivo utilizzo saranno decisi in quella sede». Ad essa si aggiungono anche la caserma Zucchi e quella di Purgessimo, comprese nella lunga lista di quelle in dismissione,che rientreranno senz’altro nelle previsioni progettuali dell’ente pubblico. (ch.p)

 

Nato, le basi in Italia
Da ilsole24ore.com del 3 aprile 2003
La notizia

Il segretario di Stato americano Colin Powell è giunto stamane al quartier generale della Nato per partecipare a un consiglio atlantico dell' Alleanza a livello di ministri degli Esteri e ad un pranzo di lavoro con i capi della diplomazia dei 15 paesi dell' Ue per discutere sul conflitto in Iraq. Powell all' entrata non ha rilasciato dichiarazioni. (Ansa, 3 aprile, ore 9.09)

L'approfondimento

La guerra in Kosovo, nel 1999, fu un'operazione della Nato (anche se non fu mai autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu). La guerra in Afghanistan, nel 2001, fu un'operazione autorizzata dalla Nato e dall'Onu, condotta da una coalizione a guida americana ma di cui facevano parte moltissimi Paesi. L'operazione Iraqi Freedom invece è un'operazione militare anglo-americana senza autorizzazione Onu e che non è stata preceduta da alcuna discussione specifica in sede Nato. Forse anche per questo l'Alleanza atlantica ha convocato per oggi una riunione straordinaria. Anche perché, occorre ricordarlo, molte delle basi Nato in Europa sono già, di fatto, parte integrante delle operazioni militari. Molti militari e mezzi americani sono partiti da queste basi e vi fanno ritorno per esigenze di approvvigionamento o anche di cure mediche. Jessica Lynch, la soldatessa di 19 anni data per dispersa il 23 marzo, ritrovata e tratta in salvo dai Marines due giorni fa nei pressi di Nassirya, per esempio, è atterrata ieri sera nella base Nato di Ramstein, in Germania. Ma come è organizzata la Nato e soprattutto, quanti basi o strutture Nato ci sono nel nostro Paese? Il 4 aprile del 1949 Usa, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, Islanda, Portogallo, Italia sottoscrivono a Washington il Trattato del Nord Atlantico e – soprattutto – il documento che dà vita alla North Atlantic Treaty Organization (Nato), l’organizzazione militare che sottostà al trattato e che in qualche modo ne è la spina dorsale.

Assistenza militare e sostegno politico

L’alleanza nasce in contrapposizione alla creazione del blocco sovietico (e del successivo "Patto di Varsavia") e nei 14 articoli del patto Atlantico si prevede assistenza militare reciproca e sostegno politico ed economico tra tutti i paesi firmatari. Che col passare degli anni sono aumentati: Grecia e Turchia nel 1952, Germania Occidentale nel 1955 e Spagna (1982). E dopo il crollo del muro di Berlino e del blocco sovietico, alla Nato aderiscono Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca nel 1999, mentre dal 2004 entreranno nell’organizzazione Bulgaria, Estonia, Lettonia, Romania, Slovacchia e Slovenia.

La Russia, da "nemico" a "partner strategico" La Russia, il vecchio "nemico mortale", è diventata dal 2002 un “partner strategico”, anche se non un membro a tutti gli effetti. Unica defezione la Francia, che nel 1966 ha abbandonato la struttura militare ma non quella politica.

Di fatto, l'alleanza è guidata dagli Usa Questo vale però soprattutto per il lato politico dell’alleanza. Quello militare ha avuto uno sviluppo un po’ diverso: fino alla guerra di Corea (1950-53) ci si limitò al mantenimento delle truppe americane che si trovavano ancora sul suolo europeo a 5 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto però cambiò le carte in tavola e rese più aggressiva la politica militare dei due blocchi: la Nato nasce concretamente in quegli anni e in quel clima (il clima da "guerra fredda"), finanziata (e quindi governata) dagli Usa. Esattamente come il Patto di Varsavia fu finanziato e governato dall'Urss, finché esistette. In tutti i paesi della Nato vennero perciò create e costruite basi militari, depositi di armi, centri radar, stazioni radio e di trasmissione dati. Strutture che sono state spesso al centro anche di forti contrasti politici e di grandi proteste.

La Nato in Italia: 116 strutture in tutto

L’Italia - un po’ per la sua posizione geografica, e un po’ perché per moltissimi anni ebbe uno dei più forti partiti comunisti di tutto l’Occidente – ospita sul suo territorio tantissime basi: Aviano, Sigonella, Ederle, Ghedi sono quelle che conoscono tutti, perché sono le più grandi e le più attive in caso di conflitti. Ma sul nostro territorio le strutture riconducibili alla NATO o anche esclusivamente all’esercito statunitense sono ben 116. Si tratta soprattutto di depositi, piccoli centri di comunicazione o soltanto di antenne. In alcuni casi non esiste nessuna guarnigione, e manutenzione e sicurezza sono garantite da personale italiano.

NORD

Delle regioni settentrionali l’unica a non ospitare nessuna base è la Valle d’Aosta, mentre la concentrazione maggiore la si trova in Veneto.

Piemonte: sono due, entrambe della Nato, e si trovano a Cameri (Novara) e a Candelo-Masazza (Vercelli).

Lombardia: due in provincia di Brescia (a Ghedi e a Montichiari), una in provincia di Pavia (a Remondò), e soprattutto il comando Nato di Solbiate Olona in provincia di Varese. In una frazione di Castiglione delle Stiviere e di Cavriana (Mantova), e a Sorico (Como) si trovano delle antenne utilizzate per le telecomunicazioni.

Veneto: le truppe Nato dell’Europa Meridionale hanno il loro quartier generale presso la "Caserma Carlo Ederle" a Vicenza. Nella stesso distretto si trovano basi anche a Longare, a Tormeno e a Vicenza stessa. La provincia di Verona è “fornita” di 5 basi: Bovolone, Affi, Erbezzo, Lunghezzano e il Comando Nato delle Forze di Terra dell’Europa del Sud nella città di Giulietta e Romeo. In provincia di Padova si possono trovare truppe Usa/Nato a S.Anna di Alfaedo, a Conselve e sul Monte Venda. Numerose anche le basi in provincia di Treviso (Istrana, Ciano, Oderzo e Condogné) e Venezia (Ceggia, Scorzè, Lame di Concordia, Venezia, Boscomantivo).

Trentino-Alto Adige: due centri-radio sul Monte Paganella (Trento) e sulla Cima Gallina (Bolzano).

Friuli Venezia-Giulia: ovviamente Aviano (Pordenone), Roveredo (sempre Pordenone), Trieste e tre in provincia di Udine (Maniago, Rivolto e San Bernardo).

Liguria: a Finale Ligure a a S.Bartolomeo, in provincia di La Spezia.

Emilia-Romagna: Parma, Bologna, Rimini (due), Piacenza. Ma anche a Pisignano (Ravenna), Poggio Renatico (Ferrara)  S.Damiano (Piacenza) e sul Monte Cimone (Modena).

CENTRO

Umbria, Abruzzo e Molise non vedono la presenza di nessuna base.

Toscana: la conosciutissima Camp Darby si trova in provincia di Pisa, e anche la città della torre pendente ospita un aeroporto militare utilizzabile da velivoli a stelle e strisce. E poi Coltano (ancora Pisa), Livorno, Monte Giogo (Massa Carrara) e Poggio Ballone (Grosseto)

Marche: soltanto una, a Potenza Picena in provincia di Macerata.

Lazio: Roma, Rocca di Papa (Roma), Gaeta e Casale delle Palme (Latina). All’occorrenza può essere utilizzato come scalo militare anche l’aeroporto di Ciampino.

SUD

Basi e – soprattutto – centri di comunicazioni sono presenti in tutte le regioni di questa area a cavallo tra Balcani, Africa, Mediterraneo orientale ed Europa continentale.

Campania: il porto e l’aeroporto di Napoli hanno aree militari riservate, tanto che una portaerei americana nel golfo del capoluogo campano è uno spettacolo piuttosto abituale. In provincia di Napoli ci sono anche le basi di Bagnoli, Ischia, Nisida, Agnano, Giugliano, Monte Camaldoli e Licola. Una base anche in provincia di Avellino (Montevergine) e due in provincia di Caserta (Mondragone e Lago Patria).

Basilicata: due, a Cirigliano e a Pietraficcata, entrambe in provincia di Matera.

Puglia: Brindisi, Taranto, Otranto (Lecce), Gioia del Colle (Bari), Amendola (Foggia), Monte Iacotenente (Foggia), Punta della Contessa (Brindisi), Martina Franca (Taranto) e San Vito dei Normanni (Brindisi).

Calabria: tre stazioni di comunicazione a Crotone, Monte Mancuso e Sellia Marina (entrambi in provincia di Catanzaro).

ISOLE

Sicilia e Sardegna hanno entrambe moltissime basi. Sicilia: la notissima Sigonella in provincia di Catania, al centro di un vivacissimo scontro politicodiplomatico a metà degli anni Ottanta, è soltanto la più famosa. Sempre in provincia di Catania basi si trovano a Caltagirone, Vizzini e Motta S.Anastasia. E poi Marina di Marza (Ragusa), Monte Lauro (Siracusa), Niscemi (Caltanissetta), Trapani, Centuripe (Enna), Augusta (Siracusa). Infine tre isole: Lampedusa, Pantelleria e l’Isola delle Femmine.

Sardegna: Capo Teulada (Cagliari)  Oristano, Isola della Maddalena (Sassari), Sinis di Cabras (Oristano), Perdasdefogu (Nuoro), Tempio (Sassari), Cagliari, Isola di Tavolara (Sassari), Monte Arci (Oristano), Monte Limbara (Sassari), Santulussurgiu (Oristano) e Capo Frasca (Oristano). Infine queste sono le basi in provincia di Cagliari: Elmas, Decimomannu, Capo di San Lorenzo, Monte Urpino, Salto di Quirra. giulia.crivelli@ilsole24ore.com 

 

«Obiettivo Forti», viaggio tra baluardi di pace
Da l'Alto Adige del 01 marzo 2003

Il 6 e il 7 marzo prossimi, al Museo Civico, si illustreranno presente e futuro delle molte opere belliche dell'alto Garda Un patrimonio che in parte resta da scoprire e sarà valorizzato

Alto Lago Hanno resistito alle cannonate e al passare del tempo, sono testimoni di guerra e, proprio per questo, il loro dev'essere un messaggio di pace. Le fortificazioni e le gallerie realizzati in tutto l'Alto Garda nel primo e nel secondo conflitto mondiale sono un tesoro ancora tutto da scoprire e da "sfruttare" (nel senso culturale del termine). Come? Per spiegarlo sono state organizzate due serate - il 6 e il 7 marzo - dal titolo «Obiettivo forti». A presentare i due appuntamenti, ieri, nelle sale della Rocca, c'erano Luigi Marino e Flavio Pompermaier, rispettivamente assessore alla cultura del comune di Riva e di Torbole, Adalberto Mosaner, assessore all'urbanistica di riva, Gianni Pellegrini, direttore del Museo Civico di Riva, Donato Riccadonna e Lodovico Tavernini dell'associazioni Riccardo Pinter. Nella prima delle due serate, verrà presentato il progetto di rilievo e mappatura delle gallerie che, presenti sul territorio alto gardesano, arrivano ad una lunghezza totale di diversi chilometri. Un "censimento" incompleto visto che il gruppo speleologico della Sat di Arco diretto dal dottor Marco Ischia - che si occupa dei rilievi - scopre nuovi camminamenti ad ogni escursione. Verranno poi presentate le pagine Internet del museo Civico, dedicate proprio ai forti e sarà proiettato il nuovo documentario (anch'esso "non definitivo") di Mauro Zattera dal titolo «La Tagliata del Ponale». Altrettanto intensa la seconda conferenza, quella di venerdì 7 gennaio. Lodovico Tavernini illustrerà il progetto didattico del Museo Civico per far conoscere i forti ai ragazzi delle scuole. Per illustrare quanto questo aspetto sia importante, Tavernini ha snocciolato alcuni dati sulle presenze al Museo della Guerra di Rovereto o ai forti degli altopiani di Folgaria e Lavarone. Progetto didattico che parte dal presupposto sottolineato da tutti: forti e gallerie non diventeranno musei, ma saranno luoghi da visitare e da vivere grazie a guide preparate. Già numerose le prenotazioni di scuole lombarde e venete. Nella stessa serata, Donato Riccadonna presenterà la pubblicazione «I forti austrungarici nell'Alto Garda. Che farne?» che raccoglie gli atti del convegno svoltosi lo scorso anno a Trento, durante il quale il compianto Cesare Malossini annunciò la precisa volontà del comune di restaurare il forte Garda sul Brione. Restauro che il comune di Nago-Torbole ha già avviato al forte Superiore, che sarà destinato a scopi culturali e commerciali, anche con degustazioni enogastronomiche.

 

Comune alla conquista di forte Degenfeld
Da l'Arena del 19 gennaio 2003

Interessa all’amministrazione pubblica la struttura militare che appartiene all’ente pio ricovero Il sindaco Benamati: «Potrebbe diventare uno spazio perfetto per varie attività»

Pastrengo

Non solo il telegrafo ottico è in via di ristrutturazione a Pastrengo. Tra i piani dell’amministrazione comunale c’è anche l’obiettivo di riconquistare la piazzaforte del Forte Degenfeld. «Sono quattro i forti di Pastrengo che, nel loro insieme, costituivano la testa di ponte di una linea difensiva che partiva da Castel Bel Forte in provincia di Mantova ed arrivava fino al nostro paese», esordisce il sindaco Giorgio Benamati. «Questa linea difensiva fu potenziata dopo la seconda Guerra d’Indipendenza quando il Piemonte conquistò la Lombardia e gli austriaci costruirono, nel 1861, le quattro fortificazioni presenti sul nostro territorio. Sono un’opera di ingegneria straordinaria che venne realizzata in soli cinque mesi e che però dal punto di vista militare non fu sfruttata visto che con la seconda Guerra d’Indipendenza nel 1866, il fronte fu spostato a sud verso Custoza e da Pastrengo, non si sparò mai un colpo». Così, i quattro forti «che coprivano la direttrice Pastrengo-Verona, Basso Lago-Verona e la Valdadige, quando il Veneto passò all’Italia furono acquistati dal demanio militare e poi furono privatizzati ed adibiti a funzioni prevalentemente agricole come richiedeva l’economia dell’epoca». Ora che i tempi sono cambiati anche la destinazione d’uso è mutata. «Il forte Nugent, chiamato anche Poggio Pol, fu ristrutturato ed è ora ristorante e birreria, come avvenne nel ’90 per il forte Leopold; pure di proprietà privata ma ancora utilizzato da un’azienda agricola è invece il forte Benedeck», spiega Benamati conscio che tali forti difficilmente potranno ritornare al Comune. «Però il forte Degenfeld che da tempo è stato affittato ad artigiani appartiene all’Ente Pio Ricovero e noi stiamo cercando di farcelo cedere. Se fosse del Comune si potrebbe accedere a finanziamenti per restaurarlo, anche a stralci. Potrebbe essere uno spazio perfetto per organizzarvi varie attività. Ma è troppo presto per dire quali, dato che stiamo ancora studiando come muoverci».

Barbara Bertasi

 

 

 

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