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Fortificazioni: una ricchezza in funzione del turismo
Da lavoce.hr del 29 ottobre 2022

Dopo due anni è calato il sipario sul progetto «Pola Fort Center», promosso dalla Città in collaborazione con la Pro loco e il Museo storico e navale dell’Istria

Autore: Marko Mrđenović

È arrivato alla conclusione dopo due anni di lavoro il progetto “Pola Fort Center”, promosso dalla Città (in collaborazione con la Pro loco e il Museo storico e navale dell’Istria) e finanziato tramite i contributi del meccanismo europeo degli Investimenti Territoriali Integrati. A darne notizia sono gli stessi responsabili dell’iniziativa, che tengono a ricordare come il programma abbia contribuito alla valorizzazione e la trasformazione del vecchio sistema delle fortificazioni di Pola in un nuovo prodotto culturale fruibile da turisti e residenti. Il progetto ha infatti permesso di migliorare la qualità della fruizione di uno dei siti storico-culturali più affascinanti del principale centro urbano dell’Istria: il Castello, oggi facilmente accessibile anche ai disabili grazie a un ascensore che collega la Zerostrasse al Museo archeologico e poi al Castello, sede del Museo storico e navale dell’Istria.

Naturalmente, gli interventi effettuati grazie allo strumento degli Investimenti Territoriali Integrati non si sono limitati all’installazione di un ascensore. I responsabili del progetto hanno provveduto alla messa in sicurezza di tutte le aree, sia interne che esterne, del Castello e hanno inoltre completato la ristrutturazione del negozio di souvenir a articoli da regolo. Numerosi sono stati poi gli interventi e le attività di promozione e marketing, culminati con il lancio del sito web www.pulafortcenter.com (riprodotto in quattro lingue), l’ideazione di nuovi e originali souvenir e la stampa di materiali promozionali e volantini informativi per i turisti.

L’identità di Pola

I risultati del progetto “Pola Fort Center” sono stati commentati dal sindaco, Filip Zoričić, soffermatosi soprattutto sull’importanza della conservazione e della valorizzazione del patrimonio architettonico e culturale, testimonianza di vita e storia di Pola. “Il patrimonio architettonico e la tradizione culturale sono la base sulla quale poggiano le fondamenta della nostra città, la base che ha contribuito a forgiare l’identità di Pola”, ha detto Zoričić, aggiungendo che il progetto “Pola Fort Center” dimostra che Pola tiene al proprio passato e sa come tutelarlo, valorizzarlo, promuoverlo e adeguarlo ai tempi moderni. Come rilevato sia dal sindaco che dagli altri responsabili del programma, “Por Fort Center” ha posto l’accento non soltanto sulla conservazione del patrimonio storico-architettonico-culturale, ma anche sul suo ruolo educativo. Tra le molte attività promosse grazie al progetto non sono mancati nemmeno i laboratori e i corsi di aggiornamento per guide turistiche, i quali oltre che a Pola sono stati organizzati a Zagabria, Trieste, Lubiana e Abbazia, dove il nuovo prodotto turistico-culturale è stato presentato ai “ciceroni” locali. Inoltre, a Pola sono stati ospitati giornalisti e blogger di viaggi, ai quali sono stati presentati il progetto “Pola Fort Center” e le nuove offerte turistiche della città.

Restaurato il vecchio ponte

A sottolineare la bontà dell’iniziativa pure la direttrice dell’Ente per il turismo della Città di Pola, Sanja Cinkopan Korotaj, la quale ha rilevato che il progetto ha già dato ottimi risultati. In effetti, quest’estate è lievitato e non di poco sia il numero dei visitatori del Castello che l’interesse per l’ascensore che collega la Zerostrasse al Museo archeologico e a quello storico navale. “Sebbene il progetto sia ormai giunto a conclusione, la Pro loco continuerà a promuovere questo nuovo prodotto”, ha assicurato la responsabile del turismo polese. Gracijano Kešac, direttore del Museo storico e navale dell’Istria, ha infine aggiunto che i benefici del progetto sono stati molteplici. “Abbiamo risolto diversi problemi strutturali e infrastrutturali”, ha dichiarato il responsabile, il quale ha ricordato che accanto agli interventi elencati in precedenza “Pola Fort Center” ha consentito il restauro del vecchio ponte all’entrata del Castello e la ristrutturazione di diverse sale, oggi trasformate in moderni spazi espositivi. E ancora è stato ristrutturato il tetto del muro di cortina orientale del Castello. È stato poi completamente rivisitato il punto di ristoro, così come sono stati ampliati i servizi igienici. Tutti accorgimenti che secondo Kešac hanno contribuito ad aumentare il numero di visitatori del Museo storico e navale, che dal primo gennaio a settembre sono stati oltre 166mila.

 

L’AREA 51, UN MISTERO CHE RESISTE NEL TEMPO, NON È BASTATA L’AMMISSIONE DELL’EX PRESIDENTE USA, BILL CLINTON, NEL 1995
Da rtl.it del 29 ottobre 2022

Di Sergio Gadda

NEL 1995 L’ALLORA PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI, BILL CLINTON SVELÒ PER LA PRIMA VOLTA AL MONDO L’ESISTENZA DELLA BASE SEGRETA MILITARE DENOMINATA AREA 51, I SUOI MISTERI RESTANO, COSÌ COME I SUOI SEGRETI

Nella fantasia della collettività è sempre esistita, così come le voci sui segreti che conteneva la base militare nota come “Nevada Test Site – 51”, ovvero “Area 51”, una zona off-limits utilizzata una zona di ben 26000 chilometri quadrati situata nei pressi del villaggio di Rachel, una località a circa 150 km a nordovest di Las Vegas, nel Nevada. Il 29 settembre del 1995, l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton ammise, per la prima volta, l’esistenza di questo luogo segreto. Sino ad allora la sua esistenza era stata solo vagamente ammessa dal governo di Washington. L’Area 51 si trova al confine con la regione Yucca Flat del Nevada Test Site. Si tratta di un sito utilizzato per realizzare test, soprattutto nucleari: ben 739. Un luogo, questo, spesso al centro delle teorie del complotto, ma anche degli “esperti” di UFO che sostengono che al suo interno ci siano resti di un Oggetto Volante non Identificato e forse i corpi di alcuni extraterrestri. Quattordici anni dopo l’ammissione di Clinton, nel 2009, alcuni ex funzionari che avevano prestato servizio nella suddetta base militare affermarono che questa area segreta era stata utilizzata (e forse lo è ancora) per lo sviluppo di apparecchiature all’avanguardia e soprattutto testate nella massima segretezza.

IL LUOGO

Area 51 è un nome che appare in alcune vecchie mappe dell’ NTS, ma anche per altre zone del Nevada Nevada Test Site. È connessa con la rete stradale interna dell’NTS, con viali che si dirigono verso Mercury (a Sud) e verso Yucca Flat (a Ovest), mentre a nordest la strada attraversa un passo nelle Jumbled Hills. Un checkpoint di sicurezza vieta alle persone di avvicinarsi alla zona, che tra l’altro, comprende la strada che portava alle miniere del bacino Groom. L’ingresso principale della base militare è segnato da uno sterrato che si stacca dalla Extraterrestrial Highway, ovvero la statale 375. Questo è anche il punto di ritrovo di tutti gli appassionati di Ufo. La base aerea di Groom Lake viene utilizzata come sede per testare nuovi velivoli militari della United States Air Force o da altre agenzie come la CIA.

LE FOTO SATELLITARI

Durante la guerra fredda, i satelliti spia sovietici hanno tenuto sotto controllo l’Area 51, mentre più recentemente, anche satelliti ad uso civili hanno scattato immagini della base e mostrano una base, delle lunghe piste di decollo e atterraggio degli aerei, gli hangar e il lago. Ovviamente le strutture sotterranee non si vedono.

GLI UFO

Questa dell’Area 51 è quella che, secondo la tesi degli ufologi, il governo degli Stati Uniti avrebbe auto contatti con extraterrestri. Tesi diffusa dopo il cosiddetto incidente di Roswell del 1947, ovvero, quando un pallone sonda di un progetto militare denominato “Mogul” precipitò al suolo, generando la leggenda metropolitana sullo schianto di un'astronave aliena. I resti di questo oggetto volante non identificato e il suo equipaggio sarebbero stati trasportati all’interno della base. Leggenda o meno, il segreto militare non permette di conoscere cosa succeda effettivamente all’interno dell’Area 51. L’esistenza di questa zona militare off-limits è però nota dal 29 settembre 1995, dal giorno in cui l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ammise la sua esistenza.

 

DA BUNKER A OASI VERDE SUI TETTI DI AMBURGO: È UNA DELLE PIÙ GRANDI OPERAZIONI DI RESTAURO ARCHITETTONICO MAI REALIZZATI IN GERMANIA
Da turismoitalianews.it del 28 ottobre 2022

E’ una delle più grandi operazioni di ristrutturazione edilizia e restauro architettonico mai realizzati in Germania. Quello che era un bunker antiaereo, in grado di ospitare 18.000 persone, diventerà a breve un’oasi verde e verrà nominato il Bunker Verde di St. Pauli.

Il rifugio, che già all’epoca era uno dei più alti della Germania, è stato elevato di 5 piani, con una forma a piramide, fino a un’altezza di 58 metri. Grazie a 4.700 piante, verranno creati oltre 7.600 metri quadrati di verde, altri 1.400 metri quadrati saranno disposti sulla facciata, in verticale, e verrà disegnato un percorso di 300 metri alla stregua di un "sentiero di montagna". Oltre a spazi per eventi sportivi e culturali, ad alloggi, ad un nightclub e a un hotel, il Grüner Bunker St. Pauli accoglierà un monumento commemorativo. Il motivo principale di attrazione, tuttavia, sarà il giardino pensile, liberamente accessibile, con magnifica vista sui tetti della capitale anseatica.

E c'è anche un'altra novità interessante in tema di architettura e recupero. Ex prigione femminile di Charlottenburg, nel cuore di Berlino, oggi il Wilmina è un raffinato ensemble storico a gestione famigliare votato alla sostenibilità: il design hotel con 44 camere e suite luminose e arredate con gusto, penthouse e terrazza sul tetto dispone di biblioteca, spa e palestra. Il ristorante gourmet Lovis (http://lovisrestaurant.com/) offre specialità della miglior cucina tedesca contemporanea a km 0, mentre le aule del vecchio tribunale ospitano gli eventi del centro artistico-culturale fra giardini e cortili racchiusi da alte mura, in un’oasi di quiete a due passi dalla vita pulsante della capitale.

 

Gian Giacomo dell’Acaya architetto del Castello di Lecce
Da corrieresalentino.it del 23 ottobre 2022

ACAYA/LECCE – Il castello di Lecce, così come oggi lo conosciamo, deve il suo aspetto all’architetto rinascimentale Gian Giacomo dell’Acaya. Nacque a Napoli nel 1500 da una famiglia di origini francesi e, forse, antecedentemente proveniente dalla Grecia, stanziatasi nel Salento verso la fine del XIII secolo, ricevendo da Carlo I d’Angiò i feudi di Segine, Galugnano e San Cesario. Grazie all’appoggio del padre, il barone Alfonso, attivo prima alla corte aragonese e successivamente a quella spagnola, Gian Giacomo riuscì agevolmente ad inserirsi nei circoli culturali della capitale, dove pare si distinguesse per le sue conoscenze matematiche ed architettoniche.

Le sue prime opere, sulle orme già tracciate dal padre, consistono nella ristrutturazione di Segine,che viene trasformato in una poderosa piazzaforte con mura di cinta e torrioni, circondati da un profondo fossato, nonché dotato di un castello pressoché inespugnabile. In suo onore Segine cambia nome e diventa Acaya.

In seguito a quanto realizzato nel suo feudo e per le sue capacità di abile architetto militare, acquisite studiando le fortificazioni e le tecniche belliche rinascimentali, nonché per la fedeltà dimostrata all’Imperatore Carlo V, opponendo una fiera resistenza, nel 1528, all’avanzata francese in Terra d’Otranto, ottenne l’incarico di ispezionare i castelli e le mura delle varie città del Regno di Napoli, al fine di fortificarli secondo i nuovi precetti dell’architettura rinascimentale, rendendoli inespugnabili. In tale compito collaborò con Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino.

Grazie alla fama acquisita di esperto architetto militare ottenne l’onorificenza di “Ingegnere Generale del Regno” e, nel 1537, ebbe dal viceré di Napoli, Don Pedro de Toledo, preoccupato dalle incursioni ottomane nel Salento, l’incarico di fortificarne le coste. In seguito a tale consegna vennero costruiti il castello e le mura di Castro, la fortezza di Barletta e le opere fortificate di Copertino, Galatina, Gallipoli, Molfetta, Mola e Parabita. Tre anni più tardi, nel 1539, Gian Giacomo fu incaricato di ricostruire le mura ed il castello di Lecce, poiché sia la cinta, sia il maschio, risalenti all’epoca angioina, sembravano ormai facilmente espugnabili. I lavori a Lecce si protrassero per ventiquattro anni ed alla fine il castello e le mura di Lecce assunsero l’aspetto che ancora oggi è possibile vedere.

Dopo la morte di don Pedro, Gian Giacomo si ritirò in Puglia deciso a trascorrere gli ultimi anni della sua vita ad Acaya, tuttavia nel 1570 venne arrestato per aver garantito per un debitore insolvente. Tutti i suoi beni gli vennero tolti e fu incarcerato, ironia della sorte, nelle prigioni del castello di Lecce da lui stesso costruite, dove morì nello stesso anno.

Di Cosimo Enrico Marseglia

Cosimo Enrico Marseglia nato a Lecce, città in cui vive. Ha frequentato i corsi regolari dell’Accademia Militare dell’Esercito Italiano in Modena e della Scuola di Applicazione dell’Arma TRAMAT presso la cittadella militare Cecchignola in Roma, ed ha prestato servizio come ufficiale dell’Esercito presso il 3° Battaglione Logistico di Manovra in Milano, il Distretto Militare di Lecce ed il Battaglione Logistico della Brigata Pinerolo in Bari. Dopo otto anni in servizio permanente effettivo, ha lasciato la carriera militare, dedicandosi alla musica jazz ed al teatro. Ha collaborato con il Dipartimento di Studi Storici dell’Università del Salento, come esperto di Storia Militare, e dal 2009 è ufficiale commissario del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. Scrive per L’Autiere, organo ufficiale dell’ANAI (Associazione Nazionale Autieri d’Italia), Sallentina Tellus (Rivista dell’Ordine del Santo Sepolcro), per L’Idomeneo (Rivista dell’Associazione di Storia Patria) e per altre testate. Ha già pubblicato Les Enfants de la
Patrie. La Rivoluzione Francese ed il Primo Impero vissuti sui campi di battaglia (2007), Il Flagello Militare. L’Arte della Guerra in Giovan Battista Martena, artigliere del XVII secolo (2009), Battaglie e fatti d’arme in Puglia. La regione come teatro di scontro dall’antichità all’età

 

San Gimignano, nuova vita per il Torrione di Mangiapecore
Da valdelsa.net del 22 ottobre 2022

Oggi, 22 ottobre, dalle 16 il taglio del nastro del sindaco Andrea Marrucci, alle 17 un momento di approfondimento per scoprire quanto emerso dai lavori

Torna a splendere un simbolo della storia e del Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco a San Gimignano. Sarà aperto al pubblico sabato 22 ottobre alle 16 (Rocca di Montestaffoli), il Torrione di Mangiapecore dopo i lavori di consolidamento.

A tagliare il nastro sarà il sindaco Andrea Marrucci. Dalle 17 poi in Sala Tamagni di via San Giovanni un momento di approfondimento per scoprire quanto emerso dai lavori di consolidamento, per ringraziare tutti coloro che hanno lavorato al restauro (il progetto, infatti, è iniziato ed è stato finanziato nella passata legislatura grazie anche al finanziamento del Gal Leader Siena) e per conoscere tutte le azioni che il Comune ha messo in campo per il patrimonio pubblico.

Torna così a nuova vita il prezioso manufatto di sorveglianza che, assieme agli altri cinque torrioni della città di San Gimignano, rappresenta una delle testimonianze della storia e dell'architettura sangimignanese che dal 1990 è patrimonio mondiale.

 

Capua, conclusa manutenzione del parco delle Fortificazioni
Da ilmattino.it del 22 ottobre 2022

Il luogo aveva bisogno di un intervento sulla vegetazione spontanea per renderlo di nuovo agibile.

Il sito fu costruito durante il viceregno spagnolo e, per la cittadina casertana, è sempre stato un polmone verde: l'inutilizzo aveva generato non poche polemiche.

Si è reso necessario intervenire e Sma, società in house della regione Campania, ha inviato le squadre di lavoro che, in poco più di un mese, hanno restituito ai residenti il parco delle Fortificazioni di Capua.

 

Allarme bomba alla base militare di Aviano
Da telefriuli.it del 21 ottobre 2022

A lanciare il segnale di pericolo un cane poliziotto

Allarme bomba, oggi pomeriggio, alla base militare di Aviano. Oggi pomeriggio un cane poliziotto, preposto al controllo dei mezzi in entrata, ha fiutato in un mezzo agricolo qualcosa di apparentemente esplosivo. Sono immediatamente scattate tutte le misure di sicurezza previste dal protocollo dell'anti terrorismo, che prevedono, tra l'altro, la chiusura immediata della circolazione lungo le vie limitrofe l'entrata della base dov'è stata segnalata la presenza del mezzo sospetto.

Sul posto, oltre ai carabinieri e a personale militare in servizio alla base, la polizia di stato e gli artificieri da Trieste. Dopo gli accertamenti del caso, è stato constatato come si trattasse di un falso allarme.

Il cane sarebbe stato tradito dall'odore lasciato nel mezzo agricolo da un fertilizzante.

 

Sottomarina, Batteria Forte Penzo diventerà un museo
Da ilnuovoterraglio.it del 21 ottobre 2022

“Una notizia che mi riempie di orgoglio, la Commissione Regionale per il Patrimonio culturale del Veneto ha accolto la mia richiesta del 2 febbraio scorso di dichiarare Batteria Forte Penzo sito di interesse culturale”. È raggiante Mauro Armelao, sindaco di Chioggia, che ha ricevuto la comunicazione ufficiale direttamente da Venezia solo qualche giorno fa.

“Era doveroso pensarci – sottolinea il sindaco, primo sindaco a firmare la richiesta – considerata l’origine del luogo (era una costruzione difensiva realizzata nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale”.

Il Comune di Chioggia, proprietario della struttura, ora procederà per gradi: dopo questa prima certificazione, la prossima mossa sarà l’incontro tra l’Amministrazione e gli stessi professionisti che hanno seguito il restauro delle Batterie Amalfi e Vettor Pisani di Cavallino Treporti.

“La loro esperienza – prosegue il sindaco Armelao – potrebbe essere molto utile dato che la struttura di Sottomarina è molto simile alle due già ristrutturate a Cavallino Treporti. Inoltre questi stessi professionisti conoscono già tutto l’iter per interfacciarsi anche con la Soprintendenza”.

Già con la Marina Militare il Comune ha stretto un patto di collaborazione anche per i prossimi anni organizzando altri eventi in città e riproponendo l’evento “I Sette mari”.

Insomma, Mauro Armelao non nasconde la gioia per la notizia e rivela che l’ipotesi più accreditata è che la Batteria, una volta ristrutturata, possa diventare un museo della I Guerra Mondiale, dopo, naturalmente, che le due associazioni che oggi hanno la loro sede nella struttura, Protezione Civile e U.I.L.D.M. avranno trovato altra collocazione grazie all’intervento del Comune.

“L’obiettivo è valorizzare tutti i siti storici che abbiamo in città – sottolinea il sindaco di Chioggia – e dopo che avremo concluso il progetto della Batteria Forte Penzo, come amministrazione ci dedicheremo alla Torre di Bebe, antico punto di osservazione eretto nell’anno 750 circa ai confini tra Chioggia e Cavarzere, la più antica testimonianza della Repubblica Veneta in terra clodiense e poi al Monastero benedettino a Brondolo”.

La Batteria Forte Penzo ricade nel sito denominato “Venezia e la sua laguna” inserito nel Patrimonio dell’Unesco dal 1987. “Motivo di più – conclude il sindaco – per valorizzarlo e farlo rientrare in un circuito culturale e storico di particolare pregio, come già in Veneto ce ne sono in altri comuni. Una leva importante per il turismo, certo, ma anche per conservare e tramandare alle nuove generazioni la storia fondante del nostro territorio”.

Cenni storici e architettonici sulla struttura

L’area oggetto della presente relazione è sita nel Comune di Chioggia in località Sottomarina; è delimitata a nord dai giardini pubblici di Viale Umbria, ad ovest da Via del Boschetto, a sud dal complesso scolastico elementare e medie e ad est dall’area comunale sede dell’Arena “Duse”.

Dai documenti cartografici conservati, dal Seicento all’Ottocento, si nota come le terre dove sorge la batteria sono emerse in epoca recente (XIX sec.). Nel Seicento il cordone dunoso aveva ristrette dimensioni, una lingua di terra, da Ravenna a Grado, e separava il mare dalle lagune interne.

I forti realizzati dalla Serenissima nella prima età moderna seguono questi assi. Nella zona di Chioggia, la difesa militare marittima della zona del litorale lagunare di Sottomarina era controllata, al tempo della Repubblica di Venezia, da Forte di San Felice a nord e Forte di Brondolo a sud.

Il periodo compreso tra il 1797 e il 1866 vede ampliare le difese di Venezia verso l’entroterra. Durante il periodo napoleonico vengono rafforzati e rimaneggiati gli antichi forti, modificando i loro connotati originari; la rete fortificatoria viene potenziata con nuove strutture, che acquisiscono notevole importanza nella linea costiera.

Il passaggio del Veneto al regno dei Savoia porta il governo a riorganizzare il sistema difensivo lagunare e di terraferma, realizzando una nuova cintura difensiva nell’entroterra. Una nuova fase di potenziamento avviene in preparazione della Prima Guerra Mondiale.
Il fronte di mare viene rinforzato con la costruzione di una linea di moderne batterie costiere distribuite lungo il litorale, da Cavallino Treporti a Chioggia. Dei forti (detti di seconda generazione) furono realizzati tra il 1907 e il 1912 secondo il tipo Rocchi; la tecnica costruttiva è caratterizzata da un largo ricorso al cemento armato; i forti sono dotati di postazioni in torri corazzate girevoli, con torri telemetriche necessarie per l’osservazione a distanza nell’area costiera, piatta, che segnano ancora oggi in modo significativo il panorama delle coste veneziane. Alla primavera del 1913, tra fronte a terra e fronte a mare, si vengono a contare 37 forti e batterie principali operative, tra cui Forte Penzo, il quale continuerà a funzionare come deposito anche durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si registra un sistematico processo di dismissione delle strutture militari; molti forti e batterie vengono destinati ad alloggi temporanei per sfollati.

La Batteria Penzo fu realizzata all’inizio del Novecento, a Sottomarina, in prossimità della linea di arenile. Le postazioni difensive della linea litoranea, fra le quali la Batteria Penzo,erano dirette verso il mare.
Nel XX secolo, per effetto dell’accelerata sedimentazione fino agli anni Ottanta del Novecento, la linea dell’arenile avanzò progressivamente di centinaia di metri verso est, inglobando superfici marine, pertanto la topografia della zona si presenta oggi molto alterata rispetto agli inizi del Novecento. Bisogna anche sottolineare che il sistema delle dune, fino agli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, era molto più pronunciato nelle altrimetrie rispetto all’assetto odierno. Alla fine degli anni Trenta del Novecento iniziarono vasti spianamenti della spiaggia, con la realizzazione degli orti da parte degli abitanti di Sottomarina, fenomeno poi accentuato dalla realizzazione del Lungomare Adriatico.

La Batteria Penzo, nota anche come Forte Penzo, dedicata alla memoria di Vincenzo Penzo (Chioggia 1819-Venezia 1894), illustre animatore dei moti risorgimentali e delle imprese garibaldine, faceva parte della linea di difesa militare lungo la costiera adriatica, con la finalità di controbattere i bombardamenti aerei e di controllare l’area di spiaggia e il possibile sbarco di nemici.

Nel suo ruolo e nella topografia dei luoghi, la Batteria Penzo era simile alle batterie militari di Vettor Pisani in località Cavallino Treporti e di Ca’ Morosini tra Malamocco e Alberoni. Agli albori della Prima Guerra Mondiale, la batteria faceva parte del Gruppo San Felice; nel 1914 vi vedeva dislocata la 3a Compagnia del 5° Reggimento. L’armamento della Batteria Penzo era costituito da sei obici da 280/L in barbetta, con gittata massima di 10.700 m.
Come già detto, si trattava di uno dei forti detti “di seconda generazione”, caratterizzati dall’uso del calcestruzzo armato e dotati di postazioni in torri corazzate girevoli.

Assieme ad altre opere di supporto tattico-militare (polveriere, stazioni goniostadiometriche ecc.), tracciavano la linea difensiva del gruppo “San Felice” disposta lungo il litorale adriatico, tra bocca di porto degli Alberoni, Pellestrina, Caroman, Chioggia e Sottomarina, Brondolo. Il Forte Batteria Penzo era costituito da tre edifici, uno centrale e due posti alle estremità laterali della batteria, muniti ciascuno di una postazione telemetrica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il forte ha subito delle trasformazioni, legate alla conversione ad altri usi.
Nel decennio 1950 ha funzionato qui un distaccamento della Marina Militare Italiana, con un presidio di monitoraggio, controllo e difesa dell’attività a mare. Alla metà degli anni 1970 avvenne la cessione del fabbricato dal Demanio Militare alla Croce Rossa Italiana, comitato di Padova, che realizzò una colonia marina. In questa fase furono operate molte trasformazioni. Sono state inserite delle sopraelevazioni sui corpi laterali e sul corpo centrale. Inoltre, sono stati eretti nuovi fabbricati a sud della batteria, con l’obiettivo di organizzare il funzionamento della colonia: i dormitori, il refettorio, la cucina e la dispensa, l’alloggio del custode, gli uffici, le varie zone servizi e igienico sanitarie, l’infermeria e i locali per le religiose alle quali era affidata la conduzione della colonia. Nelle vicinanze del locale refettorio sono stati realizzati i fabbricati esagonali ad uso palestra e sala giochi. A sud-est di questi fabbricati, nell’estesa zona verde prospiciente la sala refettorio, è stata eretta una piccola chiesa a forma circolare con porticato sostenuto da colonne in calcestruzzo, oggi data in uso al vicino istituto scolastico G. Galilei.

Tra il 1979 e 1980 la colonia, ormai dimessa, fu sottoposta a lavori di adeguamento ad attività socio assistenziali. Fino agli anni *90 la struttura, ancora proprietà della C.R.I., è stata concessa in affitto, successivamente ceduta in proprietà al Comune di Chioggia; fu destinata ad alloggi sociali e, in parte, a sede per l’istituto anziani.
Praticamente inalterata è rimasta la zona bunker, a causa dell’ubicazione semi-interrata nella duna, realizzata a difesa della batteria, e delle spesse murature in cemento armato. Dell’impianto originario sono conservate importanti porzioni al piano terra, oltreché nel seminterrato; le strutture sono state parzialmente inglobate in altre strutture, più recenti. Accedendo dalle scale poste ai lati del corpo centrale, si possono ancora vedere le due caratteristiche postazioni sopraelevate. Quella ad ovest è pressoché interrata, mentre in quella ad est sono visibili, oltre alla copertura, alcuni elementi della torretta metallica munita di feritoie. All’interno si conservano le scale circolari e il collegamento con il piano interrato del corpo centrale, adibito a magazzini e depositi».
Si ritiene che, all’interno del compendio, presentano interesse culturale le porzioni conservate della fortificazione, ancora leggibili, ma non le superfetazioni del secondo Novecento, che sono prive di qualità architettoniche e – in parte – comunque risultano più recenti di 70 anni, pertanto non sottoponibili a verifica dell’interesse culturale.

Considerazioni archeologiche

L’edificio oggetto della presente verifica ricade all’esterno della perimetrazione della zona di interesse archeologico denominata Venezia e laguna, tutelata per legge a livello paesaggistico ai sensi dell’art. 142, c. 1, lett. m) del D. Lgs. 42/2004 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, in qualità di ampio comprensorio popolato fin dalla preistoria, caratterizzato dalle specificità degli spazi acquei, di gronda, delle isole e costiero e comprendente importanti centri preromani, romani e medievali.
L’edificio si colloca nello specifico all’esterno del nucleo storico di Sottomarina, lato mare, su un sedime litoraneo di formazione relativamente recente, accresciutosi in tempi rapidi grazie agli apporti solidi dei fiumi Po, Adige e Brenta. Tramite la cartografia storica è possibile seguire il progressivo avanzamento della linea di costa. Nel primo quarto dell’Ottocento l’areale interessato dall’immobile in esame era ancora occupato dal mare?, mentre alla fine del medesimo secolo risulta emerso e occupato dall’ arenile.

Il processo di accrescimento della spiaggia di Sottomarina si intensificò infatti solo alla fine dell’Ottocento, dapprima a seguito della deviazione del corso del Brenta-Bacchiglione, immessi definitivamente nel taglio artificiale del Brenta Nuovo nel 1896, e successivamente con la costruzione delle dighe di porto di Chioggia, avvenuta tra il 1911 e il 1933.

Sulla base di tali aspetti geomorfologici, per il manufatto in oggetto si propone l’insussistenza dell’interesse archeologico ai sensi degli artt. 10 e 12 del D.Lgs. 42/2004. Il sedime può inoltre considerarsi a rischio archeologico solo in ragione a precedenti fasi di costruzione del complesso militare, data la formazione relativamente recente, collocabile nel corso del XIX secolo.

Considerato che la Batteria Penzo rappresenta una testimonianza della linea di difesa adriatica all’alba della Grande Guerra, con continuità di uso bellico anche durante il secondo conflitto mondiale, vista la conservazione di testimonianze materiali di architettura militare, anche se inglobate in strutture più recenti e prive di rilevanza culturale, si ritiene che la Batteria Forte Penzo rivesta l’interesse culturale di cui all’art. 10 e 12 D.lgs 42/2004.

 

‘Torrione della polveriera’, entro l’anno i lavori
Da ilrestodelcarlino.it del 21 ottobre 2022

Per il recupero e la conservazione del tratto murario di via don Minzoni. Si tratta di un intervento di oltre 100mila euro

Partiranno entro l’anno i lavori il recupero e la conservazione del ‘torrione della polveriera’, in via don Minzoni. Si tratta di un intervento di oltre 100mila euro, rientranti negli investimenti per riqualificare le antiche mura cittadine. Oggi, la commissione consiliare 5 "Bilancio, partecipate, personale, patrimonio", presieduta dal consigliere Giacomo Ercolani, esaminerà la proposta di delibera che prevede il passaggio al patrimonio culturale dello Stato a quello del Comune dell’area circostante il manufatto. Martedì prossimo sarà il Consiglio comunale a dare il via libera.

Ogni anno l’amministrazione comunale investe circa 100mila euro per il restauro di porzioni di mura. Si tratta di opere di consolidamento e restauro degli apparati decorativi dei paramenti murari e della loro messa in sicurezza. Gli uffici comunali hanno predisposto il progetto per recuperare la cosiddetta ’Polveriera’, e annesso Torrione, di via don Minzoni.

"Con l’acquisizione dell’area esterna del torrione – commenta l’assessore Federica Del Conte – possiamo procedere al progetto complessivo di riqualificazione di un tratto di mura cittadine molto interessanti. I lavori partiranno entro la fine dell’anno". In questo caso l’investimento è di 120 mila euro. Altri due progetti che verranno messi in cantiere riguardano il tratto di mura da via Trento a via di Roma e in adiacenza alla Porta San Mama. I privati che riqualificheranno l’ex Amga, all’inizio di via di Roma in angolo con via Venezia, sistemeranno anche il tracciato delle antiche mura storiche che attraversano l’area, con un progetto di interventi in connessione con porta Serrata e con il complessivo sistema murario, e la realizzazione di un percorso ciclo pedonale che sarà accompagnato da una serie di grandi immagini che testimonieranno l’esistenza delle antiche mura. Ravenna presenta un perimetro murario di quasi cinque chilometri, delimitante una superficie di 180 ettari, già nel V-VI secolo d.c. La cinta muraria si dimostrerà più che sufficiente al contenimento della popolazione fino al XIX secolo. Da allora ne vennero abbattuti diversi tratti per far posto a infrastrutture e abitazioni. Attualmente restano circa 2.500 metri di antiche mura e sei porte

 

Esercito USA attiva l’ennesima base militare alla Hawaii, ecco il motivo
Da tecnoandroid.it del 20 ottobre 2022

L'esercito ha inaugurato alle Hawaii una nuova base operativa, capitanata da una nuova task force in grado di gestire diversi tipi di situazioni

Da Simone Paciocco

L’esercito degli Stati Uniti ha attivato la sua terza task force venerdì alle Hawaii.

“Oggi abbiamo assistito all’attivazione e alla presentazione di un’organizzazione che sarà essenziale e parte integrante dell’esercito e della forza congiunta nell’Indo-Pacifico“, ha affermato il generale Charles Flynn, comandante dell’esercito americano del Pacifico durante una cerimonia a Fort Shafter.

“Anche se potrebbero non avere ancora una storia illustre e leggendaria, questa unità è piuttosto speciale e unica“, ha detto Flynn. “Questa regione del mondo, il teatro indo-pacifico, è quella più importante per il futuro degli Stati Uniti. È qui che riposa il peso geostrategico del mondo in questo periodo storico”.

I membri della task force sono stati selezionati dai vari ranghi dell’esercito per le loro varie abilità. La task force avrà sede a Fort Shafter e dovrebbe raggiungere la piena capacità operativa entro la fine del 2023.

Ci saranno altri base operative

La prima task force dell’esercito è diventata operativa nel 2017 e ha sede nella base congiunta Lewis-McChord, nello stato di Washington. La seconda ha sede in Germania ed è allineata con l’esercito americano in Europa e in Africa.

L’esercito prevede di istituire altre due unità di questo tipo, una nell’Artico e la quinta “allineata per la risposta globale“, secondo un rapporto del 31 maggio del Servizio di ricerca del Congresso.
Il colonnello David Zinn, comandante della terza task force dell’esercito, ha detto al pubblico che i soldati “hanno abilità che abbracciano diverse funzioni: intelligence, spazio, cyber, incendi, sostegno e altro. Tutti lavorano insieme per sincronizzare le capacità per fornire una risposta congiunta contro gli avversari della nostra nazione”.

Flynn ha affermato che il concetto di Multi-Domain Task Force è “l’esempio perfetto” di come l’esercito aiuti la forza congiunta a mantenere un vantaggio sugli avversari.

 

In Europa c’è il più grande castello del mondo in mattoni
Da siviaggia.it del 20 ottobre 2022

Una delle fortezze più affascinanti al mondo e il più grande palazzo in mattoni costruito dall'uomo: una perla di rara bellezza tutta da scoprire e da cui farsi conquistare

È la fortezza più imponente di tutta Europa ed è anche stata riconosciuta come la più grande costruzione in mattoni realizzata dall’uomo. Il Castello Medievale di Malbork, in Polonia, è una vera perla architettonica da scoprire. Un complesso immenso, scenografico, dal fascino senza tempo e che rappresenta una delle massime testimonianze di un’epoca passata ma che ha segnato profondamente la nostra storia. Si tratta, infatti, di una costruzione del XII secolo, appartenuta in origine all’ordine teutonico, tanto da essere chiamato anche “Castello dell’ordine teutonico di Malbork”.

Un edificio che si affaccia sul versante orientale del fiume Nogat e che, nel corso degli anni, ha modificato la sua struttura allargandosi durante il XIV e XV secolo e aumentando la sua imponenza, acquisendo il titolo di castello più grande al mondo per superficie. Insomma, una vera opera dal valore inestimabile sia per il Paese che lo ospita, la Polonia, sia per il mondo intero, tanto da essere stato inserito a pieno titolo nella lista dei beni patrimonio dell’umanità UNESCO.

La storia

Il palazzo, che in origine doveva essere un convento, venne costruito a partire dal 1270, su richiesta del Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici, Siegfried von Feuchtwange, e solo in seguito divenne una vera e propria fortezza. Un cambiamento d’uso che si può vedere ancora oggi visitando il castello, suddiviso in ben quattro piani e in tre zone distinte: la parte più antica, ovvero quella dell’ex monastero o Castello Alto, il Castello di Mezzo, dove sorgono le abitazioni e che nel periodo del suo massimo splendore ospitava circa 3000 unità, e il Palazzo dei Gran Maestri, costruito intorno al 1328.

Un maniero che racconta il susseguirsi della storia e che, proprio per poter sopravvivere a questa, è stato sottoposto a delle imponenti ristrutturazioni avvenute dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il sito, infatti, oltre ad essere stato utilizzato per un periodo come base operativa nazista, subì violenti attacchi e bombardamenti, fattori che lo danneggiarono in molti punti ma che grazie alle opere di ristrutturazione eseguite è tornato alla sua originaria bellezza.

Le bellezze del Castello di Malbork

Qui, oltre alla struttura stessa della fortezza, potrete ammirare una serie di luoghi davvero incantevoli e dal fascino unico. Dei veri gioielli dell’architettura medievale e di ciò che resta di un periodo storico denso di vicende e bellezze tangibili.
Come, per esempio, la Porta d’Oro costruita nel XIII secolo e caratterizzata da una serie di archi a sesto acuto o il refettorio di epoca tardo gotica. Ma anche la Cappella di Sant’Anna, che racchiude in sé le tombe di ben undici Gran Maestri, il museo del Castello di Mezzo, dove sono custodite le armature storiche dei cavalieri del tempo, le monete e tantissimi reperti e manufatti in ambra, e il bellissimo cortile porticato del Castello Alto con le sue stupende volte triangolari.

Una vera e propria opera d’arte da cui frasi conquistare e da ammirare in ogni singolo angolo. Un luogo carico di storia, significati, testimonianze, reperti del passato e di atmosfere da cui lasciarsi travolgere per vivere un’esperienza dal valore eccezionale e che non vorrete più dimenticare

 

La torre di Centora, un pezzo di storia (quasi) sconosciuto
Da casertanews.it del 20 ottobre 2022

Abbandonata circa 500 anni fa, affonda le origini addirittura nel IX Secolo

Una torre storica, conosciuta da tutti i cittadini e che meriterebbe di certo un futuro con qualche progetto di riqualificazione. Stiamo parlando della torre di Centora (o Centore), nelle campagne al confine tra Trentola Ducenta, Giugliano e Parete. Ma da dove arriva questo nome? Il toponimo “Centora” deriverebbe dalla centuriazione romana antica e quindi dalla tecnica utilizzata per la lottizzazione dei terreni agricoli nel periodo classico.

Spesso infatti venivano assegnati a coloni o veterani di campagne militari gli appezzamenti di terreno bonificati o conquistati ai nemici sconfitti. Da studi recenti si è infatti dimostrata la presenza tra Giugliano, Parete e Trentola-Ducenta di un reticolo ortogonale di strade, canali e appezzamenti agricoli che doveva appartenere all’organizzazione dell’antico “Ager Campanus”.

La nascita affonda nel IX Secolo

Nell’819 compare la dicitura “Terra de hominibus de Centora” in un diploma dell’imperatore Ludovico il Pio, con il quale il sovrano confermava alcune donazioni fatte dai longobardi al monastero benedettino di San Vincenzo al Volturno. Un altro codice diplomatico benedettino, il Codice di San Biagio, riporta Centora come esistente nel 1113 quando Riccardo Mosca, un milite di Aversa, donò alcune terre “in villa Centure” al monastero di San Biagio per l’anima di un suo congiunto, Rainaldo Mosca.

I resti di 3 edifici religiosi

Oggi nelle campagne è ancora possibile scorgere i ruderi di almeno tre edifici religiosi: le antiche chiese di San Pietro Apostolo, San Giovanni Apostolo e Evangelista e San Nicola di Bari (o di Myra). Le tre chiese erano dedicate a tre santi cari ai normanni, basti pensare al corpo di San Nicola che fu recuperato proprio da una spedizione normanna e portato nella città di Bari. Delle chiese di San Pietro e di San Giovanni restano poche tracce mentre di quella di San Nicola è ancora visibile la struttura, di epoca rinascimentale, in pietra tufacea. Resta sull’ingresso della chiesa, ormai diruta, un affresco rappresentante il Santo vescovo ed è possibile notare ancora alcune tracce pittoriche nell’interno (purtroppo gravemente rovinate).

L’abbandono già nel 1550

La struttura attuale però risale al XVI secolo, questa infatti rientrò presto in un sistema di fortificazioni del territorio che fu continuato dagli Aragonesi e proseguì anche durante il periodo vicereale. La Torre Centore è testimonianza e monito del villaggio di Centora. Dopo un’iniziale fioritura nel periodo angioino, Centora visse un momento di crescita, come testimoniato dalla vicina chiesa di San Nicola, tra il XIV e XV secolo per poi sparire quasi del tutto già nel secolo successivo. Nel 1550 infatti, secondo Gaetano Corrado, Centora sarebbe già citato come “casale disabitato”. La sua crescita e la sua repentina decadenza vanno collegate allo sviluppo della Via Antiqua che passava per il villaggio e collegava le grandi città antiche di Atella e Liternum incrociando la Strada Consolare campana.

 

Guerra nucleare, bunker anti-atomici: boom acquisti tra ricchi russi. Cosa sta succedendo a Mosca
Da ilmessaggero.it del 19 ottobre 2022

Secondo i rapporti citati dai media britannici lo stesso Putin avrebbe un elenco di persone pronte a unirsi a lui nel suo rifugio

Da un lato la minaccia velata di Putin di utilizzare il nucleare. Dall'altro l'impasse russa nella guerra Ucraina. I timori di una escalation atomica del conflitto colpisce anche in Russia. Tanto che nell'elite di Mosca, tra gli oligarchi dello Zar, sarebbe partita la corsa all'acquisto a alla costruzione di bunker antiatomici. Rifugi nucleari che - stando ai rapporti riportati dai media britannici - potrebbero ospitare fino a un totale di 100.000 persone.

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BUNKER ANTI-ATOMICI, CORSA ALL'AQUISTO IN RUSSIA

Secondo il canale Telegram Ntv il presidente russo avrebbe anche un elenco di persone pronte a unirsi a lui nel suo bunker. Pgni settimana - recitano i rapporti russi - vengono acquistati da 20 a 30 bunker a Mosca. E la tendenza sarebbe in aumento.

LA DOMANDA DI RIFUGI E LA PUBBLICITA'

I media inglesi citano Vitaly Ustinov, responsabile della vendita dei rifugi già pronti, che avrebbe riferito al canale che la domanda è aumentata negli ultimi tempi. E cresce anche la pubblicità, con tanto di segnalazione delle caratteristiche: «Sono sepolti per oltre due metri e mezzo sottoterra, possono resistere a cinque tonnellate di pressione e a scosse fino a otto o nove magnitudo sulla scala Richter», dicono le descrizioni. Le pubblicità, rivolte principalmente alle persone nella Russia occidentale, offrono «rifugi sia di fascia alta che a basso costo, nonché complessi abitativi sotterranei».
Le strutture, le cui opzioni più economiche hanno  due letti, un bagno e un angolo cottura, hanno un prezzo di partenza di circa 28mila sterline. Vengono vendute anche con un corso di sopravvivenza gratuito annesso.

IL RIFUGIO DI PUTIN

Lo stesso Putin, si crede, possiede una serie di rifugi sotterranei da utilizzare in caso di guerra nucleare, incluso uno in Siberia. Non è chiaro esattamente chi si unirebbe a lui nel suo bunker in caso di attacco nucleare su vasta scala, ma il canale General SVR Telegram ha affermato che includerebbe sicureamente la sua partner Alina Kabaeva, i loro figli insieme e quelli di precedenti relazioni.

Altri funzionari inclusi nella lista potrebbero essere il primo ministro Mikhail Mishustin e il presidente del parlamento Vyacheslav Volodin. Esclusi invece l'ex presidente e vice del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev o senatori russi.

 

Un fine settimana con i rievocatori di Forte Ardietti
Da veronasera.it del 19 ottobre 2022

Nelle giornate di sabato 22 e domenica 23 ottobre 2022 appuntamento da non perdere a Peschiera del Garda presso il Forte Ardietti, in occasione di un fine settimana ricco di eventi unici:

Sabato 22 ottobre

•Cena con i rievocatori (25 EURO PER PERSONA BEVANDE ESCLUSE)
•Prenotazioni obbligatoria presso Infopoint di Ponti sul Mincio - Tel. 3518968121.

Domenica 23 ottobre

•Visite Guidate al Forte con i rievocatori (5 euro per persona dalle 10 alle 16)
•Aperitivo al Forte dalle 17 alle 20 con musica dal vivo e food truck (ingresso libero)

La visita guidata a Forte Ardietti con i rievocatori del 23 ottobre è unicamente con prenotazione anticipata al costo di 5 euro per persona. A questo link potete trovare il dettaglio completo dell’esperienza, la scheda per prenotare il vostro orario di visita tra quelli ancora disponibili ed un trailer d’autore dell’evento: https://www.gardavisit.it/rievocazione-storica-ponti-sul-mincio/.

È possibile prenotare le visite guidate del 23 ottobre anche presso il Tourism Peschiera Infopoint di Piazzale Betteloni 15 - aperto tutti i giorni dell’anno.

Per maggiori informazioni ed assistenza: •tel. +39 3460001549 •Mail: info@gardalanding.it

 

Mostra dedicata all’aeroporto militare inglese di Milano Marittima
Da comunecervia.it del 19 ottobre 2022

In occasione della ricorrenza del 78° anniversario della liberazione di Cervia, apre una mostra archeologica militare inedita dedicata all’aeroporto militare inglese.
Curata dall’associazione CRB 360° Centro Ricerche Belliche, la mostra intende far conoscere un aspetto del tutto nuovo della nostra storia.
A seguito della liberazione della città, il 22 ottobre 1944, al centro della secolare pineta, ritenuta evidentemente strategica per nasconderne I lavori, gli inglesi costruirono un aeroporto militare dotato di una pista di almeno 1500 metri e composta da strisce di acciaio traforato di matrice inglese, ancora oggi visibili come supporto di alcuni cancelli delle case della zona.

L’associazione CRB 360°, già impegnata nell’opera di restauro del bunker Regelbau di Milano Marittima e di altre costruzioni che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale, mette a disposizione il proprio materiale di archeoligia bellica per l’organizzazione di un’esposizione unica nel suo genere. Per l’occasione saranno visibile documenti d’epoca, pezzi di aeroplano, oggetti ritrovati all’ex colonia Varese appartenenti a piloti e soldati.
La mostra sarà aperta anche alle scolaresche interessate, che saranno accolte dai volonatri dell’associazione per ogni spiegazione e dettaglio aggiuntivo e potranno anche assistere alla spiegazione di sminamento delle spiagge.
Grazie a questa mostra prosegue il lavoro di collaborazione con il Comune di Cervia, avviato con l’esperienza di Visit Bunker in cui si ha la possibilità di ingresso nel bunker Regelbau interamente allestito con equipaggiamenti d’epoca.

L’ingresso è a offerta libera e i reperti sono visitabili tutti i giorni alla Sala Rubicone dal 21 al 30 ottobre dalle 10,00 alle 11,30 e dalle 16,30 alle 18,00.

 

Arsenale, finito il progetto. Ma ora mancano 20 milioni
Da larena.it del 19 ottobre 2022

Lavori in corso Conclusa l’opera di bonifica prosegue, ora, l’intervento sui tetti degli edifici dell’ex caserma FOTO MARCHIORI

La stima precedente era di 53 ma adesso sarebbe lievitata a quota 62. Conclusa l'opera di bonifica, prosegue l'intervento sui tetti degli edifici

Un progetto definitivo stimato in circa 53 milioni di euro – nel dettaglio, 52 milioni e 800mila – ad oggi già lievitati a circa 62 milioni. E una copertura economica ancora da definire per una parte rilevante dell’opera. La riqualificazione dell’Arsenale, pianificata sulla carta in ogni suo dettaglio o quasi, è ancora parzialmente scoperta dal punto di vista finanziario.

La cifra mancante

A conti fatti, mancano oggi all’appello oltre 20 milioni di euro. Ma la cifra potrebbe aumentare ulteriormente nei prossimi mesi, complici i rincari delle materie prime e dei costi di lavorazione. La buona notizia è che il progetto è ultimato. La cattiva è che, in parte, i fondi necessari per avanzare con i lavori mancano.
Si tratta, delle risorse per mettere mano alla Corte Est – quella più vicina all’abitato di Borgo Trento e alla vicina chiesa – e realizzare l’annunciata area mercatale, con annessi servizi e spazi logistici.

Il tema è stato affrontato ieri pomeriggio dalla commissione quarta, presieduta da Pietro Giovanni Trincanato, focalizzata sul progetto definitivo Ars District: «Il Parco dell’Arsenale – Interventi per il recupero e la riqualificazione del complesso di epoca austriaca e interventi in corso». Il punto lo ha fatto nel dettaglio la dirigente dell’Edilizia monumentale Raffaella Gianello, responsabile di tutti i procedimenti che interessano il sito dell’Arsenale che ha illustrato ai consiglieri comunali progetto, destinazioni d’uso previste per ciascun segmento del grande compendio, stato degli interventi già iniziati.

I lotti del progetto

Il progetto, che negli anni scorsi è proseguito lungo diversi binari, è stato suddiviso in lotti. A disposizione ci sono i 18 milioni e 280mila euro del Pnrr che serviranno per sistemare la palazzina di Comando (a destinazione museale con estensione museo di Castelvecchio, depositi visitabili del museo di Storia Naturale, aule studio e biblioteca): un intervento che dovrà necessariamente avviarsi a luglio 2023 e chiudersi nel 2026. Inoltre, il primo è stato finanziato e in parte avviato.

Sono state abbattute le costruzioni incongrue, non sottoposte ai vincoli della Soprintendenza come il resto degli edifici, ed è stata eseguita la bonifica ambientale: nel terreno, infatti, era stata riscontrata una leggera contaminazione da metalli pesanti. Qui sono intervenuti Comune, con 4 milioni e 500mila euro, e Regione, con 995mila euro. «La bonifica si è conclusa a luglio e con ottobre si è chiuso anche l’iter della valutazione impatto ambientale. Da questo mese diciamo che gli approfondimenti necessari per sbloccare il lotto si sono risolti. E il progetto definitivo ha avuto i parerei esterni di Ulss, Soprintendenza e vigili del fuoco», ha elencato Gianello.

Parallelamente, sta proseguendo l’intervento sulle coperture degli edifici: a tal fine sono stati stanziati 9 milioni di cui 6 milioni e 700mila con Art bonus Agsm-Aim e Comune: conclusione prevista entro inizio estate. «Bene la progettazione unitaria degli uffici su tutta l’area che ci fa immaginare un futuro – che ahimè tende ad allontanarsi – un Arsenale tutto riqualificato. Male che ci sia una parte ancora da finanziare compreso il mercato coperto di cui si è fatto un gran parlare, con tanto di gite a Modena per vedere come si fa, che ancora manca di copertura finanziaria. Inoltre, manca in toto un documento riguardante la sostenibilità del progetto», commenta Trincanato che a breve tornerà sull’argomento con un’ulteriore commissione.

Ilaria Noro

 

Restaurato il dipinto nel bunker Regelbau
Da ilrestodelcarlino.it del 19 ottobre 2022

Il dipinto, risalente alla guerra, riporta una frase del poeta tedesco Schiller

È stato restaurato il dipinto del bunker Regelbau 668, nel lungomare di Milano Marittima, in fondo a via Mascagni. L’intervento effettuato sull’opera verrà presentato venerdì alle 15. Il murales, con una frase del poeta tedesco Schiller, è stato restaurato da Camillo Tarozzi che da anni lavora con sovrintendenze, musei, gallerie e il suo laboratorio è all’avanguardia nella ricerca sul restauro pittorico contemporaneo. Impossibile risalire a chi lo abbia dipinto, ma è sicuramente una struttura straordinaria nel suo genere dove, oltre all’affascinante simbologia, i versi poetici si mescolano ai terribili momenti del conflitto.

Gli interventi di restauro hanno interessato i legni affioranti attorno alla pittura, impregnati di umidità di contatto e di manifestazioni fungine, e la superficie pittorica, che è stata rafforzata nel suo ancoraggio di base di calce sull’intonaco e ripulita dalle incrostazioni che vi si sono formate nel tempo. L’intervento è stato fatto seguendo un procedimento calibrato nei tempi e nei modi, tecnicamente misurati e impostati scientificamente. A tal fine sono stati sistemati all’interno del bunker dei misuratori di temperatura e di umidità, per una buona sanificazione ambientale che, insieme al lavoro di pulitura e consolidamento, consentano al dipinto di mantenersi nel tempo. Il restauro ha avuto un costo di quasi 4.000 euro, finanziato interamente dall’amministrazione comunale. Il bunker Regelbau 668 è stato riqualificato già dallo scorso anno grazie anche al lavoro dei volontari dell’associazione Crb 360°. Si è proceduto al consolidamento della muratura, delle lastre in metallo dei soffitti e delle parti lignee, oltre all’allestimento degli interni con arredi e attrezzature d’epoca che mettono in evidenza alcuni momenti della vita quotidiana all’interno del bunker come l’area bagno e l’area stufa. È stato dotato inoltre di illuminazione.

 

Dentro al vero cuore delle Mura Fra storia, emozioni e ricordi
Da lanazione.it del 18 ottobre 2022

I corridoi oggi inaccessibili hanno difeso i grossetani dai bombardamenti. I progetti per restituirli alla città

Di Luca Mantiglioni
Entrare nel cuore delle Mura medicee, quella parte ancora invisibile agli occhi di tutti, è un po’ come camminare in mezzo alla nostra storia. Non solo quella della cinta muraria in sé, che è sicuramente affascinante, ma anche quella legata ad un passato più recente e con ricordi meno dolci, ma non per questo meno significativi. Anzi. Ad esempio, nei "sentieri" custoditi nei sotterranei sovrastati dal baluardo "Mulino a Vento" – che per i grossetani è quello del "Cinghialino" – c’è l’antica galleria utilizzata nella seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo con particolare riferimento al tragico bombardamento del Lunedì di Pasqua del 1943. Gallerie che ospitarono centinaia di grossetani, molti dei quali feriti in gravissime condizioni. Anche queste aree fanno parte del vasto progetto di recupero che l’Istituzione Le Mura presieduta da Alessandro Capitani sta progressivamente portando avanti.

"Oggi – dice Arturo Bernardini, responsabile amministrativo dell’Istituzione Le Mura – le gallerie conosciute con il termine di troniere si presentano da un lato affascinanti, dall’altro manifestano la necessità di interventi importanti che, comunque, hanno suscitato attenzione da parte di numerosi operatori economici e culturali, che in più occasioni hanno manifestato interesse, grazie soprattutto alla posizione strategica che vede un accesso sul fianco di Porta Corsica e gli ulteriori due ingressi posti sull’entrata pedonale del baluardo".

Del resto proprio il baluardo "Mulino a vento" è già stato oggetto negli anni di ripetute manifestazioni enogastronomiche come mercatini o eventi di street food che nel 2018 e 2019 hanno visto decine di migliaia di visitatori tornare sulla mura. "Adesso – continua Bernardini – il baluardo si presenta come il giardino delle mura, particolarmente curato e gradevole grazie anche alla concessione in essere del bar posto nella parte soprastante del baluardo stesso. In corso ad oggi anche le operazione di apposizione dei parapetti posti sui limiti delle mura medicee.

Ma il baluardo non è solo la parte superficiale: recentemente tornata alla fruibilità pubblica la piccola galleria a destra del percorso pedonale di ingresso al baluardo che oggi, grazie alla concessione in capo all’Associazione Clan, offre continue mostre d’arte e manifestazioni culturali. Uno spazio finalmente recuperato e fruito, peraltro insieme alla cannoniera nord fino a qualche tempo fa completamente abbandonata ed oggi invece tornata ad ospitare manifestazioni realizzate appunto dall’Associazione Clan. Mentre la parte sotterranea dell’antica cannoniera nord è attualmente concessa al Circolo tennis Maremma, discorso a parte merita la cannoniera sud che oggi è oggetto di cura ed attenzione di alcuni volontari che con costante impegno curano il verde del giardino".

 

Scavati sulle montagne del Maniva Ecco i bunker degli alpini in guerra
Da ilgiorno.it del 18 ottobre 2022

Collio, continua incessante il lavoro volontario delle penne nere per riportare alla luce le vecchie trincee

Nuove, eccezionali, scoperte dei membri dell’Ana di Brescia, con il supporto logistico degli alpini della Valle Trompia e di apprezzati storici e professionisti, col lavoro di tutti i gruppi della provincia e la consulenza degli studiosi del Museo degli Alpini dell’Ana di Brescia: tra i più apprezzati d’Italia. Le penne nere, da anni, lavorano per restituire alla memoria una serie di installazioni e postazioni che nel sito Ana si legge essere posizionate sulla seconda linea delle Giudicarie, durante la Grande Guerra. Dopo avere riportato alla luce un primo bunker con casamatta, percorsi in trincea e gallerie, tutti siti tra i 1800 e i 1900 metri nella zona di Monte e passo Maniva, i volontari guidati da Gianbattista Turrini, a capo della sezione, stanno rendendo visitabili 2 nuove strutture: solo una piccola parte di quelle esistenti: dato che le montagne risultano essere state scavate e ospitare un vero reticolo di passaggi e stanzoni.

"Stiamo riportando alla luce un vero tesoro anche grazie alla supervisione dell’ingegnere Fabio Lazzari – spiega Daniele Nicolini, coordinatore dei gruppi dell’alta Valle – i lavori procedono abbastanza spediti, basati solo sul volontariato". La tecnica è la stessa che si usava per scavare miniere. "Per entrare nei bunker è necessario metterli in sicurezza – spiega lo storico Giovanni Cometti – i volontari, che fanno un lavoro eccezionale, stanno utilizzando la tecnica della “marcia avanti“, ovvero puntellando i soffitti poco alla volta e usando travi e ferro appositamente disegnati e misurati per quel punto specifico". I due bunker, uno più grande e uno più piccolo si trovano lungo il sentiero che va al Dosso Alto. In quello più grande, visitato nelle scorse ore alla presenza di Gianni Molinari del Rotary di Valletrompia si vedono i 2 collegamenti con l’esterno, mentre quello più piccolo è una chicca, poiché lo storico Angelo Dolzanelli ha voluto ricostruire una scena d’epoca. "Ho studiato a lungo come dovevano esser arredati i bunker – spiega Dolzanelli- e così ho ricostruito le brande e realizzato materassi con sacchi di iuta del tempo. Ho aggiunto un tavolino, dove i gli alpini probabilmente cenavano e pranzavano durante le lunghe nevicate". Presto i bunker saranno aperti al pubblico. A breve potrebbe essere portata alla luce una scoperta a dir poco eccezionale. L’unico bunker visitabile è gestito dalla società miniereskimine.

La visita deve essere prenotata miniereskimine@gmail.com Milla Prandelli

 

Completati i lavori al Bastione di Santa Fine ed alla Batteria degli Spagnoli nel complesso delle FORTEZZE MEDICEE
Da elbareport.it del 17 ottobre 2022

Con i lavori di sistemazione delle aree del ‘Bastione di Santa Fine’ e della ‘Batteria degli Spagnoli’ è stato completato il progetto di recupero, restauro e valorizzazione delle mura storiche della città del costo complessivo di 327.000 euro realizzato dall’amministrazione comunale di Portoferraio attingendo in parte a fondi regionali erogati attraverso il bando “Città murate della Toscana”. L’intervento di recupero e restauro della parte delle Fortezze Medicee che guarda verso la spiaggia delle Ghiaie segue quello portato a termine nell’ambito dello stesso progetto relativo al restauro ed al recupero delle facciate lato terra della Torre della Linguella.

L’intervento per il restauro e la conservazione del bastione di Santa Fine e della batteria Spagnoli, in precedenza fortemente ammalorati ed invasi da vegetazione spontanea, è stato effettuato per permettere la lettura delle muraglie settecentesche che fanno parte del “fronte d’attacco verso terra” della città fortificata di Portoferraio. Il tutto con lo scopo di consentire la fruibilità pubblica in sicurezza di zone in precedenza interdette.

Nel dettaglio è stato effettuato un intervento di pulizia e sfalcio della vegetazione per rintracciare il piano di calpestio ed il basolato originari dei bastioni nella zona d’ingresso della Batteria degli Spagnoli e rimettere in luce le “panchiere” ancora presenti tra le “troniere” dei bastioni; è stato ripristinato e dotato di un apposito cancello il “passaggio segreto” presente nel bastione; è stato rimosso l’intonaco distaccato e restaurato quello esistente con apposite velature per la tonalizzazione; sono state “risarcite” le lesioni presenti sia nella volta di copertura del “passaggio segreto” che nella scala di accesso alle troniere della batteria degli Spagnoli; è stata sostituita con gradini pavimentati la ripida rampa presente nella zona limitrofa all’ingresso dei bastioni; sono state posizionate ringhiere e recinzioni metalliche per delimitare le aree aperte al pubblico. Per consentire un’agevole accessibilità pubblica. Il Belvedere del ‘Gronchetto’, al quale si accede da via Ninci, è stato infine fatto oggetto di un radicale intervento di riqualificazione teso non solo a valorizzare un’area in precedenza fortemente degradata dal punto di vista paesaggistico ed ambientale, ma anche a garantirne la fruizione in completa sicurezza.

Questi interventi – dice il sindaco Angelo Zini – rientrano nell’ambito del piano di recupero dei beni storico-architettonici della città finora non accessibili al pubblico che la nostra amministrazione sta portano avanti nell’ottica di consentire la loro fruibilità in piena sicurezza ai cittadini di Portoferraio ed ai nostri ospiti”.

 

Tour culturale tra i castelli della Valtellina
Da italiavola.com del 17 ottobre 2022

La stagione autunnale è da poco iniziata, portando con sé temperature miti e suggestivi paesaggi naturalistici, caratterizzati da colori spettacolari con sfumature che vanno dal rosso al giallo.La Valtellina, grazie alla magia dei suoi panorami e alla ricchezza storica del suo territorio, è sicuramente la meta ideale in cui gli amanti della natura possono recarsi durante i weekend d’autunno organizzando gite fuori porta.

Tra i simboli per eccellenza del territorio valtellinese troviamo numerosi castelli, torri e palazzi storici che testimoniano il passaggio di antiche popolazioni e sono oggi tappe imperdibili nel viaggio alla scoperta della Valtellina. In particolare, nei pressi di Tirano e Sondrio si possono visitare diverse fortezze mentre ci si immerge in uno scenario naturalistico mozzafiato.

Il sentiero dei castelli in media Valtellina

Cominciando il viaggio attraverso il patrimonio storico della Valtellina, il Sentiero dei Castelli è un itinerario ricco di storia che, partendo da Tirano, attraversa otto comuni della Media Valtellina (Tirano, Sernio, Lovero, Tovo di S. Agata, Vervio, Mazzo di Valtellina, Grosotto, Grosio), creando il mix perfetto tra natura e cultura, adatto a ogni tipo di escursionista. Il percorso, che si snoda lungo i versanti del fondovalle attraversando vigneti e terrazzamenti, offre ai viaggiatori la possibilità di ammirare scorci paesaggistici da sogno, oltre a visitare numerosi reperti archeologici che permettono di dare uno sguardo storico al territorio.

Per maggiori informazioni: https://tirano-mediavaltellina.it/cosa-fare-a- tirano-media-valtellina/ilrilassante-sentiero-dei-castelli/

L’archeologico parco delle incisioni rupestri in Grosio e Grosotto

Giungendo nei pressi del comune di Grosio, passeggiando attraverso il Parco delle Incisioni Rupestri, rinomato sito archeologico valtellinese, sulla sommità del colle che sovrasta il parco si possono notare due fortezze di grande interesse storico per il territorio: il Castello di San Faustino, detto anche Castello Vecchio, e il Castello Visconteo, conosciuto come Castello Nuovo. Il Castello di San Faustino, che prende il nome dal martire romano al quale venne dedicato, è stato realizzato attorno al X-XI secolo e i resti murari permettono di riconoscere il perimetro del castello e ammirare il campaniletto romanico e la cappella che conserva due sepolcri medievali scavati nella roccia. Il Castello Visconteo, invece, costruito nel XIV secolo per necessità difensive e caratterizzato da una doppia cinta muraria, costituisce tutt’oggi la fortificazione che ha resistito meglio al passare del tempo, sebbene ormai si trovi allo stato di rudere.

Per maggiori informazioni: https://www.valtellina.it/it/approfondimenti/ castelli/castelli-di-grosio

Il circuito dei castelli Grumello e Mancapane a Sondrio

Proseguendo il viaggio alla scoperta dei castelli valtellinesi, nei pressi di Sondrio si può percorrere la cosiddetta Strada Panoramica dei Castelli, che conduce alle rovine di due suggestivi castelli medievali: il Castello de Piro al Grumello e il Castello di Mancapane, situati nel comune di Montagna in Valtellina.
Il Castello de Piro al Grumello fu costruito tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo e sorge su un dosso roccioso terrazzato in una posizione strategica, a pochi chilometri da Sondrio. Nel 1990 il castello venne donato al Fondo Ambiente Italiano (FAI) che lo restaurò e nel 2001 aprì al pubblico.
Il Castello di Mancapane, costruito nel XII secolo e situato a 900 metri di altitudine nei pressi del torrente Davaglione, è una delle strutture bassomedievali valtellinesi più interessanti, costituita da due elementi principali – la rinomata torre e la cinta muraria.
La Torre di Mancapane, invece, è alta 21 metri e regala una vista suggestiva su Sondrio e la valle.
La presenza di feritoie sui lati fanno pensare che la torre servisse soprattutto per guardia e vigilanza sul Castello Grumello, posto più a valle rispetto alla torre.

Per maggiori informazioni: https://www.valtellina.it/it/attivita/castelli/ sondrio-e-dintorni

Castel Masegra a Sondrio

Tra i simboli di Sondrio, e oggi sede del museo narrante CAST, troviamo inoltre Castel Masegra, che domina la città e lo si può raggiungere con una piacevole passeggiata dal centro di Sondrio. Castel Masegra è tra i pochi castelli ad essere sopravvissuti allo smantellamento delle fortificazioni valtellinesi disposto dai Grigioni nel corso del 1600 e l’unico rimasto attivo fino ai giorni nostri. Una particolarità degna di nota del castello è indubbiamente la preziosa camera picta rinascimentale custodita nella torre colombaia, che presenta una volta a ombrello decorata con un ciclo di affreschi che raffigurano l’Orlando Furioso. All’interno del Castello Maestra i turisti potranno scoprire il CAST, ovvero il CAstello delle STorie di montagna. Si tratta di un “museo errante” che mira a promuovere la cultura alpina attraverso video, proiezioni, dispositivi immersivi e narrazioni che si susseguono nei tre livelli del circuito museale. Entrare al CAST significa scoprire la montagna in una maniera del tutto innovativa, dove natura e ambiente si fondono con la tecnologia per dare vita a uno autentico polo narrante.

Per maggiori informazioni:https://www.valtellina.it/it/approfondimenti/ castelli/castello-masegra

Questi sono solo alcuni degli importanti castelli ed edifici storici valtellinesi. Il territorio della Valtellina, infatti, permette ai turisti più curiosi di addentrarsi nella storia lombarda tramite le visite ad altri prestigiosi e affascinanti edifici che raccontano le vicende del passato.
In Media Valtellina, per esempio, nel comune di Teglio troviamo la Torre De Li Beli Miri, simbolo di questa località e posta in una posizione dominante sul dosso a sud del paese. La maestosa torre offre una vista panoramica ineguagliabile sulla Valtellina ed è quello che rimane del castello medievale a cui apparteneva.
Nel territorio della Bassa Valtellina, invece, e più precisamente a Morbegno, si possono visitare i resti del Castello di Domofole, che è stato distrutto nel 1524. Una possente torre in pietra grigia, una parte della cinta muraria del castello e i resti delle mura delle chiese edificate nelle vicinanze sono quello che rimane di un castello che è protagonista di numerose leggende riguardanti le diverse guerre che contrassegnarono la vita di questo territorio meraviglioso.

Per maggiori informazioni: https://www.valtellina.it/it/attivita/castelli

 

Escursione Camminaparchi "I castelli del sale"
Da parks.it del 17 ottobre 2022

Partendo da Scipione Ponte, dopo aver percorso un breve tratto di asfalto, ci inoltreremo nel Parco dello Stirone e del Piacenziano attraverso un sentiero che passa davanti ad un mistadello (piccola cappella votiva), procederemo su sterrato pianeggiante non prima di aver raccontato la leggenda della vecchina e della sua casa abbandonata; saliremo su una collina, attraverseremo una radura poi un boschetto per raggiungere Salsominore e visitarne la chiesa; riprenderemo il sentiero nel bosco e la carraia per salire sulla collina opposta, dove osserveremo un ampio panorama; saliremo a Scipione Castello e torneremo nel parco attraversando un bosco.

Non mancheranno approfondimenti sulla Flora: si racconteranno curiosità legate a fiori ed arbusti di stagione, e sulla Fauna: si cercheranno le tracce degli animali più comuni a terra e in cielo, anche ascoltando il canto degli uccelli. Parleremo dei "mistadelli" e della loro storia, dell castagno e delle fortificazioni nel Medioevo.

Grado di difficoltà: Turistico - Dislivelli complessivi: 250 m ; Tempo di percorrenza: 3 ore

Ritrovo: Domenica 23 ottobre ore 14.00 c/o Parcheggio del Panificio Cavallo, Località Scipione Ponte, Salsomaggiore Terme PR). Termine escursione ore 18.00

Attrezzatura richiesta: Scarpe da trekking, k-way, acqua, cappellino, crema solare, merenda, occhiali da sole, felpa, bastoncini da trekking

Organizzatore e Guida: Rossana Rossi (Guida Ambientale Escursionistica e Accompagnatrice Turistica)

Costo di partecipazione: 10 euro adulti-bimbi fino a 14 anni gratis

Prenotazione obbligatoria: Cell: 347-7892185 e-mail: rossana.rossi72@yahoo.it https://www.facebook.com/evaescursioni facebook: eva gruppo esploratori val d'arda, @evaescursioni
Possibilità di visitare il Castello di Scipione con visita guidata. Biglietto da acquistare a parte (chiedere info alla Guida al momento della prenotazione)

 

Esercito e Polo, tra il fascino del mito e il mistero della leggenda
Da ilpiacenza.it del 17 ottobre 2022

Giornate europee del patrimonio 2022: visita di Italia Nostra al Polo di Mantenimento Pesante Nord

Si è tenuta nei giorni scorsi la visita al Polo di Mantenimento Pesante Nord, Ente dipendente dal Comando Logistico dell’Esercito per il tramite del Comando Trasporti e Materiali, da parte dell’Associazione Nazionale per la Tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione “Italia nostra”.

In particolare, nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2022, il Polo ha aperto le sue porte a un numeroso gruppo di appassionati e preparati cultori delle Mura Farnesiane che hanno potuto apprezzare una “città nella città”, custode di antiche testimonianze storiche. La vastissima area conosciuta dai piacentini come "Ex Arsenale” ha mostrato il suo patrimonio storico-culturale partendo dall'ingresso con i suoi ampi viali alberati, su cui prospettano edifici di archeologia industriale che ospitano uffici tecnici, officine e padiglioni in cui da oltre un secolo si lavora il metallo e si effettuano lavorazioni meccaniche di alta specializzazione. Un viaggio proseguito nella storia rinascimentale entrando nelle fortificazioni dell’antico Castello Farnesiano e visitando porta S. Antonio: evidenze di una Piacenza fortificata che le recenti trasformazioni urbane rendono altrimenti difficile immaginare.

Il luogo ha una forte rilevanza storica e architettonica, in quanto sorge sulle ceneri dell'antica fortezza, di cui restano ben conservati ed estremamente curati tre bastioni, con tanto di sotterranei ancora accessibili. In tale contesto, tuttavia, non possiamo dimenticare le attività tecnico-ingegneristiche di pregio svoltesi nei decenni tra le mura dell’Arsenale. Grazie alle capacità professionali dei suoi tecnici e degli operai, dal dopoguerra in poi l’Ente è stato chiamato, in numerose occasioni, al recupero e al restauro di opere d'arte e monumenti, segno concreto delle abilità degli operatori e dell'avanzata qualità delle attrezzature disponibili nelle officine di viale Malta. D'intesa con la Sovraintendenza alle Belle Arti, sono stati realizzati numerosi lavori di recupero e restauro tra i quali si ricordano: i Cavalli del Mochi, l'Angil dal Dom, la cancellata in ferro di Palazzo Farnese, Cristo Redentore e tanti altri.

 

Le fortificazioni del Seicento, risposta alle mire spagnole sulla Lunigiana
Da cittadellaspezia.com del 16 ottobre 2022

Non si può non ricordare l’influenza che Madrid, capitale dal 1561, ebbe sulla Spezia che faceva parte della Repubblica di Genova che degli Asburgo iberici era alleata. Stati amici ma uno ricco e debole, l’altro forte in ogni senso.

Di Alberto Scaramuccia

Non si può non ricordare l’influenza che Madrid, capitale dal 1561, ebbe sulla Spezia che faceva parte della Repubblica di Genova che degli Asburgo iberici era alleata.
Stati amici ma uno ricco e debole, l’altro forte in ogni senso.Anche prima che Madrid acquisisse Milano nel 1561, la Lunigiana era appetita perché consentiva il rapido passaggio di milizie su e giù per lo Stivale.
Come vuole legge di mercato, la richiesta aumenta il valore di un bene, cosa che consiglia Genova a rinforzare il Golfo fino a quel momento negletto ché nessuno lo concupiva. Gli investimenti su cui la Lanterna prima sparagnina adesso nonlesina, sono veloci.
Si rinforza la difesa all’ingresso del Golfo: dopo Santa Maria che incrocia il tiro con il dirimpettaio castello dell’Ocapelata; si ergono torri a Cadimare, a Panigaglia, alla Scola; si disseminano batterie nei litorali e alla Palmaria. Ultimo si erige il lazzaretto: baluardo per le infezioni ma anche contro ospiti sgraditi grazie alle sue batterie.

Pure la città rientra nell’attività difensiva.

Il giro delle mura è ampliato. Scrivendo dell’antica cinta Mazzini ci dice che l’allargamento iniziò “all’angolo occidentale presso porta Biassa”, ma l’operazione più cospicua si ebbe spostando a via degli aranci il braccio meridionale che fino ad allora (siamo nel biennio 1607-8) si fermava “a tergo della case che fiancheggiano a monte la via San Carlo che ora si dice via Sapri”.

Il nuovo muro di cui ancor oggi vediamo un lungo tratto in via Cavallotti, il nome moderno dell’antica via degli aranci, è a scarpa: non scende, cioè, rettilineo ma è obliquo. Questa cosa induce l’Ubaldo a credere “ch’esse furono piantate sulla spiaggia del mare le cui acque dovevano bagnarle”.
Fu questo un cambiamento non da poco, non solo da un punto di vista difensivo ma anche sotto il profilo demografico: il paesone che quello era la Spezia, stava stretto e cercava nuovi spazi per meglio vivere.

Sotto il profilo strettamente militare, è al Castello che si opera di più.

Nello stesso biennio l’antica fortificazione conosce dopo più di 230 anni “l’addizione seicentesca”, l’innalzamento del secondo piano. Per di più, la fortificazione viene munita di sei cannoni che hanno come munizioni 180 palle di ferro e 124 di pietra ed ha una guarnigione fissa composta da un capo, due bombardieri, un tamburo e 16 soldati. Li comanda un castellano che, pena la morte, non può lasciare la fortezza a meno che non sia sostituito dal Capitano di Spezia.

Però, furono presi tutti gli accorgimenti perché, dice Falconi, fosse “provveduto il necessario per la messa noi giorni di precetto”.

 

Fortificazioni di Como transennate. Un concorso internazionale per il recupero di Torre San Vitale
Da espansione.tv del 15 ottobre 2022

Di Vittoria Dolci

Fortificazioni di Como transennate, stop al bando per il restauro di Torre San Vitale. Il Comune prepara un concorso internazionale ma si allungano i tempi. Le fortificazioni sono transennate da ormai sei lunghi mesi. Uno dei luoghi simbolo e un’attrazione della città sono inavvicinabili per turisti e cittadini.

 l passaggio da Porta Torre – in particolare – è stato limitato in seguito agli ultimi crolli risalenti all’ aprile scorso. In quell’occasione- dopo il posizionamento delle barriere– l’allora assessore ai Lavori Pubblici Pierangelo Gervasoni aveva assicurato che le transenne sarebbero state temporanee. Oggi però le fortificazioni di Como sono ancora osservate speciali. Inoltre la manutenzione delle torri è diventata una parte della scomoda eredità passata alla nuova amministrazione.

Proprio per questo motivo la giunta cittadina ha accantonato l’idea iniziale di una gara da circa un milione di euro – 900mila per la precisione – per il restauro lapideo e la liberazione dagli infestanti di Torre San Vitale. Anche in questo caso si era verificato un episodio analogo a quanto accaduto per Porta Torre. Nel 2021 una pietra di poco meno di un chilo si è staccata dalla Torre San Vitale ed è finita sul parabrezza del furgone di un ambulante distruggendolo.

“La gara non esiste più – spiega l’assessore alla Cultura di Palazzo Cernezzi Enrico Colombo – Abbiamo deciso di scartare l’ipotesi del bando perché l’intervento di messa in sicurezza e pulizia della Torre San Vitale avrebbe comportato nel tempo una serie di manutenzioni onerose e frequenti”. Per questo motivo, aggiunge ancora Colobo “abbiamo ridotto la spesa a circa 150mila euro per rimettere subito in ordine la parte bassa della Torre mentre il resto dei fondi sono stati inseriti per il restauro di spazi culturali della città, ad esempio palazzo Natta”.

A breve invece “bandiremo un concorso internazionale per il recupero funzionale della Torre – spiega l’assessore – Si tratta di un progetto più ampio che prevede il recupero anche dei giardini di via Balestra e i musei”. L’obiettivo è infatti collegare la Torre San Vitale al Museo archeologico Paolo Giovio passando per il giardino, chiuso oramai da decenni per motivi di sicurezza.

Diversa infine la situazione per Torre Gattoni e Porta Torre. La prima è stata messa in sicurezza mentre la seconda è in attesa di interventi.

 

Guerra nucleare? Niente bunker a Milano: la situazione
Da mitomorrow.it del 15 ottobre 2022

Di Giovanni Seu

Cosa succede in casi di guerra atomica o nucleare? Dove potremmo proteggerci? Sono domande inquietanti che da qualche settimana, complici le minacce di ricorso alle armi atomiche, campeggiano qua e là senza una risposta. Si cerca di esorcizzarle sperando che arrivi prima o poi una soluzione pacifica ma nel frattempo resta il terribile quesito. La risposta immediata si chiama bunker. Ovviamente dev’essere adeguato a reggere l’impatto di un ordigno di questo tipo e, in modo particolare, a renderci incolumi dalle radiazioni.

Guerra nucleare, Milano senza bunker in caso di attacco atomico: la situazione

Che a Milano esistano strutture di questo tipo è dubbio, una serie di telefonate presso il Ministero della Difesa o lo Stato Maggiore non hanno portato risultati. A portare un po’ di luce è lo storico presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici che spiega come il tema non sia del tutto nuovo: «Se ne discusse quando accadde il disastro di Chernobyl – ricorda – ma poi non ci fu seguito per cui non sono a conoscenza di bunker edificati nella città di Milano.

Se si guarda il regolamento edilizio si osserva che la costruzione di un bunker sotterraneo è prevista in deroga per edifici di interesse pubblico: ci sarebbe quindi la possibilità di realizzarli ma non so se questa norma sia mai stata applicata». Diverso è il caso degli edifici privati: «In questo caso – prosegue – non c’è nessuna deroga per cui se esistono sono abusivi: francamente trovo altamente improbabile che esistano nel sottosuolo di qualche palazzo».

Di bunker in città, dunque, nessuna traccia ma non è da escludere che possano essercene in luoghi cosiddetti sensibili ovvero caserme, palazzi in cui si trovano autorità politiche come la prefettura o la questura. Potrebbero anche esistere in aree fuori città dove, accanto alla villetta, ci sono gli spazi per scavare strutture in profondità. Il condizionale è d’obbligo, non ci sono prove che qualcuno li possieda. L’unica certezza riguarda l’esistenza dei rifugi antiaerei costruiti prima e durante la seconda guerra mondiale.

In città ce n’erano ben 500 ma perlopiù si trattava di scantinati, situati sotto le abitazioni, dove riparare in caso di attacco aereo che significava un bombardamento sulla città. Poi c’erano i rifugi veri e propri, costruiti su aree pubbliche a disposizione di coloro che si trovavano per strada e non avevano tempo per raggiungere la propria abitazione. Tra questi c’è quello di Piazza Giuseppe Grandi, situato al di sotto della fontana: è stato restaurato 8 anni fa ed è visitabile.

A questo punto resta una domanda: è possibile riadattare i vecchi rifugi per un eventuale attacco atomico? La risposta è no, già allora servivano solo per proteggersi dalle schegge e detriti provocati dalle esplosioni che schizzavano nelle strade, se le bombe avessero colpito i rifugi non ci sarebbe stato niente da fare per gli ospiti. Oggi gli ordigni dispongono di una potenza di gran lunga superiore rispetto a 80 anni fa, per non parlare delle radiazioni e degli effetti che possono produrre. E allora concludiamo rinnovando l’auspicio che questa guerra possa essere risolta in fretta.

Guerra nucleare, l’esperienza del giornalista Patrick Trancu, ora a Lugano: «In Svizzera sono comuni come i garage»

Giornalista italiano operativo a Milano, esperto di gestione e comunicazione di crisi, Patrick Trancu da dieci anni risiede a Lugano, in Svizzera. Per Mi-Tomorrow spiega cos’è la realtà dei rifugi antiatomici e in che modo la vivono gli svizzeri.

Dove si trovano i bunker?
«Sono di due tipi: quelli che si trovano nelle case private e nei condomini e quelli in prossimità dei luoghi di incontro come le scuole e gli ospedali».

Partiamo dai primi: come sono?
«Conosco quello di mio suocero, che abita a 50 metri da metri da me: è uno spazio per 4 persone».

Com’è organizzato?
«C’è un’apposita porta molto spessa, un servizio igienico e un sistema di ventilazione di cui vanno sempre curati i filtri».

A chi spetta la manutenzione?
«Al proprietario della casa».

Anche costruire il bunker è un obbligo del proprietario?
«Sì, è come costruire un garage anche se sono previste delle eccezioni checomportano comunque il pagamento di un contributo al Cantone».

Lo Stato ti offre qualche contributo?
«No».

Chi si occupa di gestire i bunker pubblici?
«La Protezione Civile».

Si fanno simulazioni di attacchi?
«Una volta all’anno vi è una simulazione di attivazione delle sirene che rappresentano un allarme generale di potenziale pericolo. In caso di allarme reale la popolazione è tenuta a sintonizzarsi su radio e tv per seguire le istruzioni».

Come stanno vivendo gli svizzeri questo momento?
«Con tranquillità».

E’ una questione di carattere?
«Direi che è innanzitutto una questione culturale. In secondo luogo gli svizzeri sono meno esposti all’isterismo mediatico che purtroppo permea la società italiana».

 

La Giunta approva il progetto per il restauro della Tesa all’Isolotto sud e dell’edificio Artigliere all’Arsenale
Da comune.venezia.it del 14 ottobre 2022

La Giunta comunale, riunitasi ieri, ha approvato il progetto definitivo, comprensivo del progetto di fattibilità tecnica ed economica relativa agli interventi di restauro della Tesa all’Isolotto sud e la porzione nord dell’edificio Artiglierie all’Arsenale. Un investimento di 6,6 milioni di euro di fondi del PNRR che vede come soggetto attuatore la Biennale di Venezia e che fanno parte di uno stanziamento complessivo di 170 milioni di euro, sottoscritto da Comune di Venezia, Ministero della Cultura e Ministero della Difesa, dei quali, quasi 105 milioni, saranno proprio destinati per il recupero dell’area dell’Arsenale in concessione alla Fondazione e gli altri 65 milioni per altri interventi in Città tra cui al Lido, a Forte Marghera, al Parco Bissuola e in altri luoghi che necessitano di importanti lavori di sistemazione e manutenzione. Un piano votato dal Consiglio comunale di Venezia.

Intento del complesso progetto sarà la completa riqualificazione e conservazione dell’intero edificio dell’Isolotto, comprendendo anche la porzione di edificio “triangolo”, per un uso espositivo che pone questo edificio come nodo centrale del percorso di Mostra durante le manifestazioni. Per l’edificio delle Artiglierie sono previsti interventi di restauro e conservazione del paramento murario lato ovest e un intervento di carattere strutturale necessario per sostenere in modo diffuso il tratto di muratura di circa 50 metri collocato nella porzione finale dell’edificio Artiglierie che attualmente presenta un fuori piombo fino a 37cm.

“Nello specifico - spiega l'assessore ai Lavori Pubblici Francesca Zaccariotto - grazie all'accordo raggiunto tra il sindaco Luigi Brugnaro e i due Ministeri, riusciremo a intervenire per recuperare e riqualificare l’intero edificio Tesa all’Isolotto sud, a ripristinare il soppalco lato darsena con inserimento della nuova scala di accesso e ascensore, a sistemare degli infissi metallici e dei portoni con rivestimento in legno per le nuove uscite di sicurezza previste sul lato della darsena, a restaurare in modo conservativo le superfici interne ed esterne, a realizzare una nuova struttura di rinforzo nel prospetto sud e a dotare le strutture di nuovi impianti elettrici e meccanici. Per quanto riguarda invece l’edificio Artiglierie è previsto l’inserimento di elementi di rinforzo della struttura metallica posta a sostegno della facciata lato ovest porzione nord e revisione della copertura. Si procederà quindi con una serie di interventi di restauro e consolidamento della facciata esterna ovest porzione nord e la messa a norma del sistema antincendio. Una serie di lavori che permetteranno di continuare quel lavoro di valorizzazione e recupero dell’intera area dell’Arsenale di Venezia, luogo simbolo della potenza militare di Venezia e della Repubblica Serenissima e che anche oggi vogliamo dimostrare di avere a cuore e di voler consegnare alle future generazioni in tutto il suo splendore”.

 

La Rocca Orsini di Scurcola Marsicana si illumina di rosa per sostenere Europa Donna Italia
Da terremarsicane.it del 13 ottobre 2022

di Maria Tortora

La Rocca Orsini di  Scurcola Marsicana, importante esempio di architettura militare medievalerinascimentale, tra i più importanti della Marsica, si è illuminata di rosa.

Si tratta di uno dei tanti monumenti italiani che, in questo periodo, si colorano di rosa in segno di supporto alle iniziative di sensibilizzazione affinché si attuino norme per facilitare la prevenzione e la cura del tumore al seno.

La decisione degli amministratori viene spiegata in una breve nota: “In occasione della seconda giornata nazionale contro il tumore al seno metastatico, l’amministrazione comunale ha aderito all’appello di Europa Donna Italia e Europa donna Abruzzo per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di eguagliare i diritti sanitari delle 45000 donne affette da tumore al seno metastatico. Una voce per tutte“.

 

Antonio Russo, l’uomo che insegna la pace dentro ai bunker
Da corriere.it del 12 ottobre 2022

di Luca Bergamin

Tra il 1930 e il 1940 fu costruito (e mai completato) il Vallo Alpino, che contava oltre 300 bunker solo in Alto Adige, cinque dei quali si trovano a Fortezza. Alcuni sono stati riattivati durante la guerra fredda e ampliati in caso di invasione dall’Est

Le sirene della bomba atomica ancora non suonano ma il timore di udirle è forte a causa della minaccia ordita dalla Russia e della manovre missilistiche della Sud Corea. Eppure dal passato arriva un monito, in particolare dall’Alto Adige dove furono scavati e costruiti un migliaio di bunker, durante la Seconda Guerra Mondiale di cui un centinaio vennero rimessi in grado di funzionare nel periodo della Guerra Fredda, sino agli anni ’90 del secolo scorso. Proprio in questo periodo a sensibilizzare l’opinione pubblica, in particolare gli studenti sull’importanza imprescindibile della pace e i rischi che il genere umano sta correndo a causa di questa escalation militare, provvede la mostra «Bunkerizzato» in corso nella ex struttura militare a pochi chilometri da Bressanone, e ora sede espositiva di Fortezza. In essa viene spiegato in cosa consistette quella  linea difensiva, pianificata ma non completata, chiamata il Vallo Alpino, narrate le motivazioni strategico-militari e storico-politiche che portarono alla necessità di scavare nella roccia caverne e postazioni adibite alla difesa.

La guida nei bunker

Tra i più esperti conoscitori dei bunker vi è Antonio Russo ( nella foto di Luca Bergamin ), che ha dedicato molti anni folla sua vita alla riscoperta di tali spazi angusti e celati alla vista nonché alla divulgazione della loro storia. Egli accompagna direttamente sin dentro queste nicchie poste fuori dalla terra e poi mimetizzate con la vegetazione oppure ricavate all’interno di cunicoli ottenuti perforando il suolo o la roccia. «Vogliamo con la mostra alla Fortezza e le visite guidate far capire alle persone che la logica del conflitto armato non può e deve prevalere, spiegando e facendo vedere quali possono essere le conseguenze di un attacco che ci lascerebbe tutti senza possibilità di una sopravvivenza - spiega Russo - Nessuna ragione geopolitica, infatti, può permettere ad alcuno di usare armi distruttive. Certo, potremmo riparare nei bunker, ma non vivremmo a lungo. Alcuni bunker si trovano proprio nei pressi di questa struttura militare, il loro valore ingegneristico è indiscutibile, così come il lavoro compiuto per crearli è stato assai notevole. Quando si temeva un’invasione dall’Est nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale prima della svolta verso la distensione messa in atto da Michail Gorbačëv, erano tornati di attualità. Noi cerchiamo di dare loro il giusto posto nella storia, specialmente adesso che la paura di un conflitto mondiale è tanta. Vanno fatti vedere per non doverli usare mai più».

 

Movimento NO BASE a Coltano: l’Arma accontenta tutti fuorchè i cittadini
Da umanitanova.org del 12 ottobre 2022

di Claudio Strambi

Dopo la determinata e variopinta manifestazione del 2 giugno (10 mila in corteo), il Movimento No Base a Coltano (Pisa) non si è fermato praticamente mai nella sua mobilitazione contro questo ennesimo progetto di militarizzazione del territorio pisano e livornese. Nato dall’incontro di diverse aree antimilitariste e/o anticapitaliste (pisane e livornesi) con il comitato di cittadini coltanesi, il Movimento No Base ha saputo tenere alta l’attenzione su una questione, che si inscrive, per altro, nel drammatico contesto della sanguinosa guerra in Ucraina. Il progetto governativo, lo ricordiamo, è quello di utilizzare 73 ettari di terreno a Coltano, all’interno del Parco di San Rossore, per ricollocare il Gruppo di Intervento Speciale del reggimento paracadutisti Tuscania e del Reparto Centro Cinofili. Una struttura che ha un costo stimato di 190 milioni di euro (presi al sociale naturalmente), e che sarebbe in stretta connessione con le molteplici e pesantissime strutture militari presenti nei 20 chilometri tra Pisa e Livorno, a cominciare dalla nota e famigerata base USA di Camp Darby. Contro il progetto governativo il Movimento No Base ha sempre detto parole chiarissime e cioè che l’unica base buona è quella che non esiste e quindi non va fatta né a Coltano né altrove.

Incassato il successo del grande corteo a Coltano, gli attivisti No Base hanno subito dato continuità alla propria azione l’8 giugno con un presidio di oltre 200 persone sotto il palazzo del Comune di Pisa, in occasione del tavolo interistituzionale convocato nel municipio pisano per discutere il futuro della base militare. Diversi gli attori presenti a quel tavolo: dal Comune di Pisa (Lega), alla Regione Toscana (PD), all’Ente Parco, al Ministero della Difesa. Attori tutti concordi e determinati nel volere la base, ma divisi da appetiti configgenti riguardo alla torta di denaro pubblico che è in ballo. In particolare, l’8 giugno emersero la posizione del Sindaco di Pisa, favorevole ad una divisione della base in vari siti sparsi sul territorio comunale, e la posizione del Presidente della Regione Toscana, invece favorevole all’opzione di Pontedera in alternativa a Coltano. Proprio per rispondere a quest’ultima ipotesi, il 9 giugno il Movimento organizzò una assemblea pubblica a Pontedera per sensibilizzare anche il territorio pontederese contro il progetto della base. Nel frattempo il Movimento No Base comincia a prendere contatti con altre realtà di lotta contro la militarizzazione e la devastazione ambientale del territorio e a questo proposito il 2 luglio vengono presentati pubblicamente i vari campeggi estivi che caratterizzeranno l’estate in varie parti d’Italia: dal Campeggio “Climate Social Camp” a Torino, a quello NO MUOS in Sicilia, ad altri ancora. A questi campeggi gli attivisti NO BASE parteciperanno, invitati a parlare. L’8 luglio si svolge un’affollata assemblea si tiene nel centro di Pisa, per informare la cittadinanza e fare il punto della situazione dopo il tavolo interistituzionale che si era tenuto il giorno prima a Roma, per altro senza novità di rilievo. Il 20 luglio in località La Vettola (prossima al CISAM di San Piero e alla base di Camp Darby) si tiene un’assemblea NO BASE incentrata sull’ipotesi, ventilata, di costruire la base presso il sito del CISAM. Poi altri appuntamenti estivi: il 22 luglio a Livorno, il 27 a Ospedaletto, il 21 agosto a La Spezia.

A settembre si riparte con la tre giorni di Coltano organizzata dal Movimento No Base (9-11 settembre) per dare impulso alla ripresa autunnale. Tre giorni di dibattiti, gruppi di lavoro e proiezioni che ha visto una grande partecipazione e voglia di protagonismo di una realtà di movimento certamente composita e articolata. In particolare è stata estremamente positiva l’assemblea conclusiva (quasi 150 persone) che ha visto confrontarsi realtà di movimento provenienti da vari territori (Empoli, Piombino, Amiata, ecc.) che lottano contro la militarizzazione e la devastazione del territorio. Seguono i tre ultimi presidi sotto il Comune di Pisa del 13, 19 e 28 settembre. In particolare, il presidio del 28 era convocato in occasione dell’ennesimo tavolo interistituzionale sul progetto di base militare. Dal tavolo sarebbe emersa l’insidiosa proposta dell’Arma dei Carabinieri – prima interessata al progetto – di realizzare a Coltano la sola parte residenziale della base e a Pontedera la parte dell’addestramento militare. Il tutto per mezzo anche di espropri a privati con relativi lucrosi indennizzi. Anche il CISAM di San Piero dovrebbe essere coinvolto nel progetto. In questo modo sarebbe assicurato un consenso ampio alla realizzazione della base, cointeressando sia la Regione Toscana, sia il Comune di Pisa, sia l’Ente Parco, tramite la ripartizione e la moltiplicazione del flusso di denaro pubblico a questa ennesima opera di occupazione militare del territorio. Per altro, il Sindaco leghista Conti ha rilanciato anche la sede di Ospedaletto (località limitrofa a Pisa e a Coltano), anche lì con l’uso degli espropri. Si prospetta, dunque, una gara delle varie istituzioni ad accaparrarsi la torta che avrà l’inevitabile conseguenza di moltiplicare la spesa pubblica per l’opera, andando molto più in là dei 190 milioni previsti. Tra un mese lor signori si rivedranno a Roma. E’ auspicabile che il Movimento NO BASE intensifichi la sua mobilitazione allargandola a tutti i territori interessati e ponendosi sempre più come momento di autorganizzazione popolare orizzontale, fuori e contro il quadro istituzionale sempre più asservito alla logica del militarismo e della guerra. E’ auspicabile anche che il Movimento divenga uno dei punti di riferimento per le prossime mobilitazioni contro la guerra in Ucraina, intrecciando il suo percorso con quello del sindacalismo conflittuale e alternativo.

 

Vicenza, 26 milioni di dollari per ristrutturare la caserma Site Pluto: «Qui addestreremo l’intelligence»
Da corrieredelveneto.it del 12 ottobre 2022

La base americana di Longare, i vecchi bunker sono stati demoliti o trasformati. Il colonnello Gomlak: «Non nascondiamo nulla», costruita nel 1954 è stata trasformata in centro di addestramento negli anni Novanta

di ELISA SANTUCCI

Ventisei milioni di dollari di lavori per dare un nuovo volto alla Pluto. L’intervento che sta interessando la base americana di Longare ha un obiettivo preciso: una riqualificazione generale per rendere la struttura adeguata alla sua nuova e diversa destinazione. Archiviato un passato fatto di bunker e testate atomiche, l’installazione ospiterà infatti la brigata di Intelligence del comando di viale della Pace, con compiti di addestramento. LA COSTRUZIONE IN GUERRA FREDDA Costruita a partire dal 1954, in piena Guerra Fredda, sfruttando una rete di grotte carsiche che si dipanano sotto i Colli Berici, la Pluto era stata pensata come parte integrante e fondamentale della struttura avanzata difensiva Nato ed era utilizzata come deposito di munizioni nucleari. Missili, che in quegli anni si favoleggiava uscissero dal sottosuolo attraverso un sistema di rampe, che erano in effetti sulla sommità della collina, ma come una batteria di contraerea dell’esercito italiano. Site Pluto venne ufficialmente dismesso ad inizio degli anni ’90 a seguito degli accordi bilaterali tra Usa e Russia, per la riduzione degli armamenti nucleari in Europa. La Pluto è stata quindi convertita e destinata a divenire centro di addestramento.

LE NUOVE OPERE REALIZZATE E I BUNKER DEMOLITI Oggi la base conserva ben poco del suo originale aspetto e destinazione: un nuovo ingresso realizzato ad hoc, una nuova rete di viabilità interna, qualche vecchio edificio in mattoni, che risale proprio agli anni di costruzione, gli altri ristrutturati o costruiti ex novo assomigliano più ad uffici governativi che a strutture militari, i bunker sotterranei sono stati in gran parte demoliti o riqualificati e quel poco che è stato mantenuto servirà a ben altro. Ne è un esempio chiave la caverna che si perde all’interno della collina: «Ospiterà i mezzi in manutenzione», spiega Colonnello Matthew Gomlak, comandante della guarnigione di Vicenza, responsabile anche di Camp Darby, in provincia di Pisa. Una sorta di grande autofficina, per intenderci. «L’esercito è cambiato molto da quando questa installazione è stata costruita - conferma l’ufficiale -. Parte del mio compito, come comandante della guarnigione, è assicurare qualità e infrastrutture alle unità in servizio qui».

L’UNITÀ CINOFILA MILITARE

Tra queste anche l’unità cinofila militare che non solo «alloggia» alla Pluto, ma ha un vero e proprio campo di addestramento dove i cani vengono preparati a compiti che vanno dall’individuazione di esplosivi, a protezione e ricerca di persone scomparse. Il resto del personale è stato momentaneamente dislocato alla Ederle per consentire gli interventi di sistemazione agli edifici e alla viabilità, in modo da rendere l’installazione più rispondente alle mutate esigenze. Esigenze che hanno portato anche alla realizzazione di un nuovo ingresso alla base: l’accesso originale, sulla trafficatissima Riviera Berica, rappresentava un problema significativo non solo per il personale americano, ma anche per la viabilità generale. In accordo con gli enti locali, quindi, il comando americano ha progettato e spostato l’entrata in fondo a via Martinelli, realizzando un ingresso nuovo, con tanto di viabilità di collegamento.

I «MISTERI» DELLA PLUTO «Voglio sottolineare – evidenzia ancora il colonnello Gomlak - che c’è stato, e continua ad esserci, uno stretto rapporto di collaborazione, per questo progetto, con il Comune di Longare, in particolare con il sindaco Matteo Zennaro. Quando i militari torneranno in servizio qui, sarà un miglioramento per loro, ma non solo. Credo che ci saranno benefici per tutti». Quanto ai «misteri» della Pluto, l’ufficiale chiosa: «I luoghi circondati da cancelli e reticolati hanno sempre un che di misterioso. Tutto ciò che posso dire è: parlate con chi ha avuto l’occasione di venire qui. È una base militare, certo. Ma i lavori in corso non rispondono altro che alla necessità di ammodernare o addirittura eliminare vecchie strutture. Alcuni sindaci sono venuti già in visita, vedremmo di creare occasioni grazie alle quali i cittadini possano vedere con i loro occhi che cosa c’è realmente qui, perché, davvero non abbiamo e non c’è nulla da nascondere».

 

"Nel bunker a Leopoli per sfuggire alle bombe"
Da ilrestodelcarlino.it del 11 ottobre 2022

Ore di paura per il riminese Edoardo Crisafulli, funzionario in Ucraina "Fino a ieri questa era stata una delle città meno coinvolte dal conflitto"

Di Manuel Spadazzi

Un boato. Poi gli altri. E’ tornata la paura ieri a Leopoli, una delle città che erano stato fin qui meno coinvolte dalla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Invece ieri è tornata la paura nella città ucraina ai confini con la Polonia. Leopoli è stata tra gli obiettivi del raid di missili (oltre 80) lanciati ieri dalla Russia, che hanno colpito anche la capitale Kiev, Kharkiv e e Odessa. "Appena abbiamo sentito i primi bombardamenti siamo corsi di sotto per rifugiarci nel bunker sotterraneo del palazzo. Con noi ci sono anche diversi bambini", racconta il riminese Edoardo Crisafulli. Direttore dell’istituto di cultura italiana a Kiev, Crisafulli insieme ai colleghi aveva lasciato la capitale appena scoppiata la guerra, tornando a Rimini dopo un lungo e rocambolesco viaggio. "Sono rimasto in Italia per alcuni mesi. A fine estate sono tornato in Ucraina, a Leopoli, dove si trovano gli uffici e la sede temporanei dell’istituto". A Crisafulli e agli altri funzionari è stata assegnata la scorta, formata da alcuni carabinieri che hanno già operato in territori di guerra. In questi mesi la situazione a Leopoli "è sempre rimasta tutto sommato tranquilla. Fino a ieri. Abbiamo sentito i primi bombardamenti, e siamo andati subito nel bunker. I missili hanno colpito anche una centrale elettrica, la città è rimasta priva di luce e internet per parecchie ore".

La paura di chi si trova in questo momento a Leopoli è tanta, perché "fino a ieri la città, tutto sommato, era stata tra le più sicure da quando è iniziato il conflitto". Poi il terrore è piombato anche nella città ai confini con la Polonia. "I bombardamenti sono iniziati al mattino. Ieri pomeriggio ho avuto l’autorizzazione per tornare nel mio appartamento, per prendere alcune cose: si vedevano ancora alte colonne di fumo che salivano dai luoghi bombardati". Crisafulli dovrebbe rientrare presto in Italia. "Era già previsto – spiega – Tra l’altro il 28 ottobre dovrei presentare a Rimini il libro che ho scritto sulla mia esperienza, 33 ore. Diario di viaggio dall’Ucraina in guerra. il programma è tornare in Italia, e visto com’è la situazione qui a Leopoli ci auguriamo che avvenga al più presto".

 

I bunker di Mussolini a Roma sono ancora chiusi un anno e mezzo dopo la nostra prima denuncia
Da fanpage.it del 11 ottobre 2022

Nonostante il successo di pubblico, con decine di migliaia di partecipanti alle visite guidate, i bunker di Benito Mussolini e dei Savoia a Villa Torlonia e Villa Ada rimangono chiusi e rischiano di tornare in stato di abbandono. Un anno e mezzo dopo la prima denuncia di Fanpage.it non è cambiato niente e il Campidoglio ancora non ha deciso come e quando riaprirli.

A cura di Lorenzo Sassi

Lo scorso anno avevamo già parlato della chiusura dei bunker di Villa Ada e di Villa Torlonia, appartenuti rispettivamente ai Savoia e a Benito Mussolini. Le due strutture erano state affidate in gestione alle associazioni Roma Sotterranea e Sotterranei di Roma, e le visite guidate tra stanze e sotterranei avevano riscosso un grande successo in termini di visitatori e di prenotazioni. Un'operazione dunque quella dell'apertura al pubblico dei due siti di interesse storico che stava funzionando alla grande, con la valorizzazione di un bene prima abbandonato. Poi cosa è successo?

Semplice, il bando è scaduto e il Campidoglio non è riuscito a farne uno nuovo.

“Adesso è un anno e mezzo che queste strutture sono chiuse e sono strutture che hanno sono state sottoposte a dei restauri particolari. Ad esempio le attrezzature per il filtraggio dell'aria. Insomma, sono strutture che non possono essere abbandonate a sé stesse”, spiega a Fanpage.it Lorenzo Grassi, del Netowrk Italiano Bunker e Rifugi Antiaerei (nonché membro dell’associazione Sotterranei di Roma). “Ci sono stati cinque anni con due bandi, bandi che, è bene ricordare, erano a costo zero per il Campidoglio. Le associazioni si sono fatte carico di tutte le spese di sistemazione delle strutture. Quindi ci hanno guadagnato tutti. – prosegue – Le associazioni si sono fatte conoscere a costo zero. Il Campidoglio ha riaperto delle strutture abbandonate senza metterci un euro. Abbiamo avuto decine di migliaia di visitatori. Alla fine si è arrivati alla scadenza nel marzo 2021. E questo bando, che era semplicemente da riproporre perché già scritto già pronto, è sparito nei cassetti dell'amministrazione comunale”.
La risposta della Sovrintendenza: "Stiamo valutando modalità riapertura"

Secondo Grassi il successo di pubblico avrebbe portato il Campidoglio a pensare di gestire direttamente i due siti, cambiando il modello che finora ha garantito l'apertura grazie all'affidamento alle associazioni. Ma per ora non c'è nessuna proposta sul piatto, ne tantomeno un nuovo bando all'orizzonte. Alla richiesta di spiegazioni sul futuro dei due siti la Sovrintendenza ci ha risposto con una breve nota scritta che recita: “I bunker di Villa Ada e Villa Torlonia necessitano di interventi di manutenzione, parte dei quali sono stati ultimati mentre i restanti sono in via di completamento. L’Amministrazione sta valutando le modalità più idonee per consentire l’apertura degli spazi e l’accessibilità per i visitatori”.

 

Le fortificazioni urbane sono un patrimonio identitario: per tutelarle si crei una ‘Carta delle mura’
Da ilfattoquotidiano.it del 10 ottobre 2022

di Massimo Bottini

Mai come oggi ragionare sull’identità culturale del nostro Paese e trovare risposte capaci di far coesistere il passato con il futuro può aiutare a dare sostenibilità al Patrimonio culturale del nostro Paese. Partendo da questo presupposto, Italia Nostra ha lanciato in questi giorni una campagna per la conservazione, tutela e valorizzazione delle mura urbiche e delle fortificazioni presenti su tutto il territorio italiano. Oltre alle consuete attività sui territori, con manifestazioni un po’ dovunque da nord a sud, si è svolto il 1° ottobre a Santarcangelo di Romagna un convegno dal titolo “Mura, limes e urbe. Tutela e valorizzazione delle mura urbiche” cui hanno partecipato esperti del settore, ingegneri, architetti, responsabili delle pubbliche amministrazioni e delle associazioni di tutela del patrimonio culturale. È stato un momento di riflessione che Italia Nostra ha promosso con l’idea di proporre una “Carta delle mura” che possa dare semplici ma essenziali indicazioni su come tutelare l’enorme patrimonio rappresentato dalle mura urbiche e dalle fortificazioni.

Cinte murarie cingevano le poleis fin dall’antichità, ma si sono imposte come soluzione di vitale importanza nel tardo Impero Romano-Alto Medioevo e da allora sono state un elemento imprescindibile del paesaggio urbano, fino all’Unità d’Italia. Per millenni sono stati il limes che definiva l’urbe e allo stesso tempo stabiliva lo status delle persone. Non meno importante l’impatto sulla percezione della città, cui si accedeva superando non solo le mura ma anche un terrapieno, oppure un fossato con un ponte levatoio. Culture e architetture che hanno lasciato traccia nella toponomastica dei luoghi e, infatti, le Porte con i loro nomi – Porta Romana, Porta Fiorentina, Porta Ticinese – orientano ancora adesso il cittadino e il forestiero. Con il progredire delle tecniche militari, per reggere l’urto dei cannoni, le mura divennero sempre più complesse, “alla moderna”, assumendo forme affascinanti come a Palmanova o imponenti come a Lucca. Le diverse cinte murarie di una stessa città sono anche testimonianza del suo sviluppo demografico, con evidenze di varie cinte e lacerti presenti nel tessuto urbano.

Ancora oggi le mura continuano a definire l’urbe, stabilendo il confine tra centro e periferia, tra borgo e agro, tra antico e moderno, nonostante siano venute meno le loro funzioni difensive e, addirittura, nella seconda metà del secolo scorso, fossero percepite come limite allo sviluppo. A partire dagli anni post-unitari e soprattutto poi durante il boom economico, le mura delle grandi città sono state demolite, in parte o totalmente, lasciando a testimonianza della loro esistenza le antiche porte, ridotte ormai a spartitraffico o rotatorie per le circonvallazioni che hanno sostituito le fortificazioni. Nelle città arroccate sulla cima delle colline o dei monti, le cinte hanno continuato ad esistere e a svolgere una fondamentale funzione di contenimento e consolidamento delle pendici, essenziale per la stabilità degli edifici cittadini. Proprio perché il tema delle mura è molto sentito, il convegno è stato patrocinato da moltissimi enti: Ministero della Cultura, Ministero del Turismo, Consiglio d’Europa, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Associazione Dimore Storiche Italiane – ASDI, Associazione internazionale Città Murate Lions, Associazione Borghi Autentici d’Italia, Regione Emilia-Romagna, Provincia di Rimini, Comune di Santarcangelo di Romagna e la Fondazione Rete Professioni Tecniche Rimini. I relatori convenuti a Santarcangelo – professori delle più prestigiose facoltà di ingegneria e di restauro architettonico d’Italia – hanno sottolineato la necessità di risolvere alcune criticità e quindi dato la loro disponibilità a partecipare al tavolo per la redazione della “Carta delle mura”.

Concordemente si ritiene che per tutelare le mura si debba prevedere, ove necessario, la dichiarazione d’interesse pubblico. Quando le cinte murarie non sono vincolate, diventa molto difficile impedire che vengano modificate dai privati o dalle amministrazioni locali. I vincoli rappresentano un’opportunità, non una limitazione al diritto di proprietà: lo Stato riconosce finanziamenti a fronte della dichiarazione di interesse pubblico, questo facilita la conservazione del bene tutelato e ne aumenta il valore. La tutela non deve riguardare solo i manufatti ma anche le aree di rispetto. Si tratta di difendere aree che possono essere definite, di volta in volta, pomario, rocca, giardino, parco lineare, etc. La crescita delle periferie al di fuori delle mura ha teso a riempire i vuoti, senza rispettare quello che un tempo era considerato terreno sacro (perché vi si seppellivano i morti) o area strategica (perché totalmente sgombera consentiva di individuare l’assalitore da lontano). Il valore paesaggistico di queste aree là dove si sono conservate è, però, indiscutibile e indispensabile per comprendere la dimensione spaziale delle mura, non solo con lo sguardo ma anche nella fruizione dinamica dello spazio.

Non si può pensare di tutelare le mura senza prevedere adeguata manutenzione, opportunamente finanziata con un fondo specifico. È un principio elementare ma quando si parla di mura non si riesce ad uscire dalla logica emergenziale. Eppure, l’intervento in emergenza costa sempre molto di più della normale manutenzione. La soluzione esiste: basterebbe redigere e poi rispettare rigorosamente un Piano di gestione e di manutenzione programmata… basterebbe, appunto!

Questi pochi accenni sono le basi da cui partire per la redazione di una “Carta delle mura”, un obiettivo realizzabile perché le mura sono una tipologia di bene culturale specifico che è presente su tutto il territorio nazionale ed è bene comune riconosciuto dalla Comunità Patrimoniali come identitario. Allo stesso tempo presenta caratteristiche, tipologie e materiali simili da nord a sud e ha problematiche di conservazione e tutela paragonabili.

*Italia Nostra Valmarecchia

 

Le fortificazioni militari in città Esposizione all’Archivio di Stato
Da lanazione.it del 9 ottobre 2022

L’Archivio di Stato di La Spezia aderisce oggi all’evento ‘Domenica di Carta 2022’ con una mostra (dalle 14 alle 18, ingresso libero) dal titolo ‘Le fortificazioni militari a difesa della città’, che illustra la presenza di alcune fortificazioni militari nella provincia spezzina attraverso materiale cartaceo dal 1862 al 1976. Si tratta di piante, planimetrie, piani, avvisi d’asta che mostrano gli ampliamenti, le costruzioni, le variazioni delle strutture difensive del territorio spezzino avvenuti nel tempo.

Il visitatore potrà trovare di particolare interesse una perizia relativa all’occupazione di terreni privati per lavori militari e per opere di ampliamento nell’isola Palmaria, per far luogo alla costruzione della Batteria ‘La Scuola’; un piano della località adiacente allo stabilimento metallurgico di Pertusola, con il progetto di ampliamento della banchina a mare dello stabilimento.

Informazioni: 0187 506360.

 

Polveriera Garzoni. Fino al 13 novembre la mostra fotografica “Palmanova creativa"
Da friulsera.it del 9 ottobre 2022

Fino al 13 novembre, negli spazi della Polveriera Napoleonica di Contrada Garzoni, si aprono le porte della mostra fotografica “Palmanova Creativa” inserita nella rassegna collettiva internazionale Photo Days Tour 2022. L’esposizione è visitabile gratuitamente il venerdì dalle 15 alle 18, il sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18. In mostra un’ampia selezione di foto creative, sperimentali, astratte e concettuali, a colori e in bianco e nero, tratte da quattro progetti ideati dalle associazioni dotART e Exhibit Around APS di Trieste, WOW – Worlds of Women, Mythography vol.2, URBAN Photo Awards 2022, inclusa un’ampia sezione di trenta autori del territorio dedicata alla città di Palmanova, con foto tratte da PixAround FVG 2022, e in particolare dalla 24ORE di Fotografia tenuta in città lo scorso maggio. Ad una di queste foto verrà assegnato il premio “Palmanova creativa”.

Il Premio “Palmanova Creativa” è stato assegnato a Giovanna Lunazzi con la fotografia “The Game l’Arrocco”, selezionata tra quelle della sezione palmarina. Silvia Savi, assessore comunale alla cultura: “Abbiamo scelto per questa, e per le prossime esposizioni, di dare spazio alla fotografia. La creatività espressa con questo mezzo artistico permette infatti di raccontare la città stellata in modo inedito, creando visioni innovative come quelle avute dagli ingegneri veneziani al momento di progettare la Fortezza. La fotografia interpreta la realtà e supera la tradizionale visione storico paesaggistica a cui siamo abituati”. L’evento espositivo è realizzato dalle associazioni dotART e Exhibit Around APS in collaborazione con Comune di Palmanova – Assessorato alla Cultura, Circolo fotografico Palmarino e la partecipazione di Alvise Rampini, direttore del CRAF Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia.

 

Droni e studi per scoprire tutti i segreti del Castello di Rovato
Da giornaledibrescia.it del 9 ottobre 2022

Di Daniele Piacentini

Droni, rilievi hi-tech e le migliori eccellenze nel campo dell’architettura militare castrense: il Comune di Rovato rilancia la tutela e la valorizzazione del Castello cittadino,sottoposto nel corso dei secoli a molti interventi, tante quante sono state le dominazioni che si sono contese la ricca terra di Franciacorta.

L’impronta più marcata è stata quella veneziana, tanto che ancora oggi lo stemma del Comune reca in bella mostra il leone di San Marco.

Sotto la lente

Per riportare in auge le mura cittadine, anche in vista delle iniziative di Brescia Bergamo Capitale della cultura 2023, nelle ultime settimane l’Amministrazione rovatese e il Dicatam dell’Università di Brescia hanno fatto un check up al Castello, mettendo in campo le prime risposte immediate. I docenti Carlotta Coccoli e Giovanni Metelli hanno aperto un doppio fronte.

Da un lato, tra archivi e biblioteche, per fare una ricognizione di documenti e materiali storici utili a capire la genesi e lo sviluppo del Castello rovatese. Dall’altro, invece, si è passati ai rilievi dall’alto, tramite appositi droni, capaci di individuare altezza e spessore dei singoli tratti, oltre alle porzioni in maggiore sofferenza, su cui concentrare le indagini di stabilità.

In campo

Da questo lavoro sono scaturiti sei cantieri pilota, sotto l’egida dell’architetto Stefano Barbò. L’intervento ha visto delle prove di pulitura, di stilatura dei giunti e di sistemazione delle porzioni di mura mancanti. A preoccupare maggiormente è stata la mancanza di fondazioni nel tratto settentrionale, tanto che sarà necessario capire come garantire la sicurezza strutturale senza modificare l’aspetto della struttura originaria. Qualche problema riguarda poi la presenza, insistente, di rampicanti e la presenza di terra sulla sommità, con il rischio di un possibile degrado biologico.

Nelle prossime settimane proseguiranno le valutazioni e si stileranno diverse linee d’intervento per i prossimi mesi. «L’obiettivo è chiaro - fa sapere il primo cittadino di Rovato, Tiziano Belotti -: mettere mano, una volta per tutte, a questo gioiello franciacortino, dargli sicurezza e restituirlo a tutta la cittadinanza, oltre a quelle persone che vorranno venire a visitarlo».

 

Scoprire il bunker di Mairano con la Società di artiglieria
Da laregione.ch del 9 ottobre 2022

Appuntamento sabato 15 ottobre a Iragna

Di Red Bellinzona

Sabato 15 ottobre, dalle 11 alle 16, sarà possibile visitare il bunker militare di Mairano, in località Iragna. L’opera risale agli anni 40 e chiudeva l’accesso alle Alpi da nord di Bellinzona. Il bunker, armato di un obice di 10,5 cm, faceva parte delle opere della Linea Lona. Ristrutturato e riattivato dalla Società ticinese di artiglieria, è situato sulla Via della Pietra, itinerario turistico e d’interesse storico e naturalistico.

L’opera fortificata, nome in codice A8154, operava nel contesto della difesa del fronte Sud e sviluppata su 23 fortini di fanteria e di artiglieria oltre che allo sbarramento anticarro a forma di V. Il dispositivo era completato da una linea di opere di artiglieria lungo la trasversale Mairano-Mondascia. Il sistema difensivo, tra l’altro, venne potenziato dopo la Seconda guerra mondiale. In concomitanza dell’apertura del bunker sarà attiva una bancarella che proporrà il miele prodotto dalle arnie di Mairano.

Info 079 641 75 09 o art.fort9@gmail.com 

Iscrizione obbligatoria.

 

"Si è rinchiuso nel bunker"
Da gamegurus.it del 9 ottobre 2022

Di Carlo Nicolato

Adolf Hitler si rifugiò nel bunker di Berlino nel gennaio del 1945, quando le truppe russe circondavano la capitale tedesca e il suo destino, nonché quello della sua nazione, era ormai segnato. Hitler in una parte recondita di sé lo sapeva, ma la sua solitudine e la sua corazza di follia lo avevano convinto che ancora i suoi formidabili generali potessero ribaltare le sorti della guerra, respingere il nemico e salvare la Germania.

Putin vive in uno dei suoi tanti bunker almeno dall’inizio della pandemia, in un isolamento umano e psicologico che lo ha convinto a credere in un mondo esterno che non esiste, costituito da una Russia granitica, militarmente invincibile, minacciata dalla corrotta superbia dell’Occidente e di tutto quello che rappresenta.

Dobbiamo cercare di immaginarlo nella solitudine di quelle gelide stanze senza finestre, circondato da gente preoccupata solo di ossequiarlo e di non ferire la sua suscettibilità, che teme di dirgli la verità nuda e cruda; possiamo vederlo torvo di fronte a grandi pannelli lcd che gli mostrano senza pietà l’arretramento dei suoi soldati nel Donbass, le sue mille telefonate agli inadeguati generali al fronte, i suoi ordini perentori…

 

Castelli e fortificazioni: da Lauria a Caccuri (e nel paese delle streghe)
Da corriere.it del 8 ottobre 2022

Di Paola D’Amico

Svelate le 62 architetture, protagoniste della 23esima edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli. Fino al 16 ottobre con la onlus Istituto Nazionale Castelli si tengono visite guidate, convegni e dibattiti. Obiettivo è far conoscere le architetture fortificate che in tutta Italia sono oggi anche un volano per il turismo.

Castello Ruggero a Lauria (Pz)

Il tema della 23esima edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli è la sostenibilità di queste architetture e del loro paesaggio, declinata a partire dal restauro e dall’accessibilità. Quest’anno sono stati aperti 62 siti, alcuni dei quali mai accessibili né valorizzati.

Tra questi, in Basilicata, il Castello Ruggero a Lauria (Pz). Di proprietà pubblica e risalente all’età Normanna, secondo gli studiosi è un ampliamento di una precedente fortificazione, probabilmente del IX-X sec. d.C. Ed è anche un esempio lungimirante di best practice territoriale. Il Castello Ruggero (nella foto di Franco Fittipaldi) - la cui proprietà è passata solo negli Anni 90 al Comune di Lauria, che ha avviato i lavori di messa in sicurezza - è un rudere nuovamente al centro degli interessi della comunità locale e di privati cittadini che ne promuovono la tutela e la valorizzazione, ed è emblematico per il ruolo nello sviluppo urbano e per il rapporto con il paesaggio della Valle del Noce.

Nel 2017, in concomitanza con il decreto di vincolo, sono stati avviati importanti lavori di consolidamentofinalizzati all!accessibilità in sicurezza e alla successiva valorizzazione del castello, punto nevralgico dei Percorsi Jacobei, un itinerario di circa otto chilometri che si snoda tra i luoghi di culto e storici dei rioni Borgo e Castello di Lauria. Qui l’associazione «Amici del Castello Ruggero» è molto attiva sia sul fronte di veri e propri interventi volontari di pulitura e manutenzione del sito, sia su quello della valorizzazione attraverso la partecipazione a diversi bandi e grazie alla associazione è stato possibile ottenere un primo finanziamento del PNRR per la messa in sicurezza e gli interventi di consolidamento del castello (www.castelloruggero.com -www.facebook.com/amicidelcastelloruggero) .

 

Il Castello di Caccuri (Kr)

I soci dell’ Istituto Italiano Castelli Sezione Calabria hanno acceso i fari sul Castello di Caccuri (Kr) con un itinerario di visita, un convegno e passeggiate itineranti in collaborazione con il Premio Letterario Caccuri anche alla badia, alla chiesa Matrice e alle vie del borgo.

L’antico Castrum bizantino di Caccuri del Medioevo divenne un importante centro feudale con Cerenzia e Cariati già dal XIII sec. sotto la Signoria dei de Riso. Tra i passaggi più significativi: dal 1400 il castello fu dei Ruffo fino a metà dello stesso secolo.

I Cavalcanti detennero il feudo dal 1651 con il titolo di Duchi di Caccuri, a loro si ascrive la seicentesca cappella palatina con dipinti di scuola napoletana ed una prima trasformazione del maniero in palazzo ducale nel ‘700.

Dopo il sovvertimento della feudalità, il castello fu acquistato nel 1830 dai baroni Barracco che compirono una seconda trasformazione nel 1885 con l’architetto Adolfo Mastrilli il quale, precisano gli esperti «aggiunsero un rivellino e la torre cilindrica che ebbe funzione di serbatoio per l!acqua pubblica». Nel ‘900 la proprietà del castello passò alle famiglie Fauci e Lopez i cui restauri hanno riportato alla luce affreschi su legno, capitelli e portali. La parte visitabile del castello è oggi proprietà del Comune e della Famiglia Fauci.

 

 

 

A Ceppaloni (Bn)

Il borgo di Ceppaloni, collocato a pochi chilometri da Benevento, già durante l’Alto Medioevo faceva parte di un sistema insediativo diffuso che comprendeva vari casali e l’ex feudo di Barba.

Di quest’ultimo, antico centro strategico sulla Valle del fiume Sabato, sopravvivono i ruderi di un fortilizio posto a controllo dello stretto attraverso cui passava la via Antiqua Maiore per Avellino e Salerno che univa l’Appia con la via Capua o Brutium.

Proprio nello stretto di Barba, secondo la tradizione del luogo, avvenivano i Sabba delle janare – le streghe in dialetto locale – le quali, all’ombra dei secolari alberi di noce, usavano svolgere danze sfrenate e riti satanici fino alle luci dell’alba.

 

 

Il castello di Calendasco (Pc)

 

Il castello di Calendasco (XI Sec.) festeggia il termine dei lavori di restauro e la riconsegna al pubblico. L’imponente castello si trova nelle vicinanze del percorso della via Francigena a difesa del famoso guado di Sigerico. Il borgo di Calendasco è ubicato sulla foce del fiume Trebbia e si sviluppa lungo le lanche formate in quella zona dal Po, al confine tra le province di Lodi e Piacenza. Nel territorio circostante sono stati rivenuti i resti e le tracce di insediamenti risalenti sino all’età del ferro. E Calendasco è incluso tra i comuni sui quali il Barbarossa dichiarò la propria supremazia nella famosa Dieta di Roncaglia. Nel XIII secolo nella località di Tempio esisteva un’importante magione con fondo agricolo gestiti dall’Ordine dei Templari: un avamposto con funzioni anche militari posto a protezione delle vie percorse dai pellegrini. Il castello di Calendasco risalente al IX secolo è citato per la prima volta in un documento di Papa Urbano II. Nel 1346 fu distrutto dai piacentini e poi ricostruito nel 1372. Secondo la documentazione oggi disponibile, la famiglia gentilizia che mantenne il feudo risiedendo nel maniero per il periodo più lungo furono i Confalonieri. Le carte notarili ci mostrano la loro presenza, tra alterne vicende, per quasi duecento anni tra i secoli XV e XVI. Il castello è oggi in parte residenza privata ed in parte proprietà comunale. Durante le Giornate è stato possibile visitare il romitorio di San Corrado, antico ricovero dei pellegrini della via Francigena che nel XIV secolo ospitò anche San Corrado Confalonieri, un nobile piacentino nato nel 1290.

 

Il Castello di Macchiagodena (Is)

 

La sezione Molise dell’Istituto Italiano dei Castelli ha scelto il Castello di Macchiagodena (Is) e ne ha celebrato l’appena terminata ristrutturazione. Il Castello baronale è il principale monumento di Macchiagodena. Costruito su uno sperone di roccia calcarea, fu fondato come torre di guardia dai Longobardi e, nel 1269, donato da Carlo I d’Angiò a Barrasio, affinché lo governasse per conto del Regno di Napoli.

Fu intorno al castello che si sviluppò il paese con le case in pietra che conservano gli originari caratteri medievali.

Il borgo con il suo castello è anche chiamato la «Terrazza sul Matese», perché tutto il paesaggio circostante è dominato dal massiccio del Matese. Macchiagodena, già borgo della lettura e della cultura, ha visto arricchire la sua biblioteca in occasione delle Giornate Nazionale dei Castelli, da una corposa donazione di libri sull’architettura castellana devoluti da una socia locale dell’Istituto, divenendo così un punto di riferimento regionale per gli studiosi di argomenti castellani.

 

 

Quali sono i piani del Governo in caso di Terza Guerra Mondiale: dai bunker alle pillole di iodio
Da contocorrenteonline.it del 8 ottobre 2022

By Valentina Trogu

Scopriamo i piani del Governo in previsione di un eventuale scoppio della Terza Guerra Mondiale. Le minacce ci sono, vediamo qual è la reazione.

In caso di conflitto occorrerà seguire i piani del Governo che spaziano dal ricorso ai bunker fino all’assunzione di pillole allo iodio.

Le previsioni più pessimistiche parlano di un possibile scoppio di un nuovo conflitto che coinvolgerebbe l’intero pianeta, Italia compresa. La preoccupazione è seria e reale dato che l’uso delle armi nucleari rende il contesto ancora più pericoloso. Il mondo potrebbe sparire in un istante e la vita sopravvivere solo in remoti territori. L’incubo della Terza Guerra Mondiale non permette, dunque, di dormire sonni tranquilli soprattutto ora che le tensioni geopolitiche si percepiscono nettamente. Tanti italiani hanno cominciato da tempo a domandarsi quali sono i piani del Governo in caso di conflitto. Quali strategie verrebbero messe in atto qualora l’arma nucleare venisse realmente utilizzata. La nostra penisola è ricca di bunker costruiti soprattutto durante la seconda Guerra Mondiale. Nuove costruzioni, poi, sono state edificate dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia lo scorso 24 febbraio 2022. Insomma, i timori ci sono. Vediamo come attenuarli.

I piani del Governo in caso di conflitto mondiale

La Royal Society ha pubblicato uno studio che riporta numeri allarmanti. Nel caso in cui la Russia sganciasse una bomba a bassa resa si salverebbero solo 100 mila persone seguendo il Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche previsto dal Governo. Il “risultato” finale, in realtà, dipenderebbe dai livelli di gravità. Una bomba che ha effetti nel raggio di 200 km dai confini potrebbe essere affrontata chiudendosi in casa e ingerendo pillole di iodio. Niente aria condizionata e lockdown per evitare l’inalazione del materiale radioattivo. Tra i 200 e i mille chilometri, invece, scatterebbero unicamente controlli sulla filiera agroalimentare.

E i bunker sono una soluzione?

Come accennato, dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina tanti italiani hanno deciso di costruire dei bunker in cui rifugiarsi in caso di scoppio di una bomba atomica. Se costruiti adeguatamente possono, in effetti, rivelarsi una soluzione idonea per sopravvivere all’apocalisse anche se una volta ritornati all’aria aperta e finite le scorte alimentari è impossibile dire come continuare a vivere in un territorio devastato.

Oltre ai bunker privati in Italia ci sono tanti altri rifugi sotterranei soprattutto nel Lazio, in Veneto e in Sicilia. Naturalmente per quanto grandi non potrebbero mai riuscire ad ospitare tutta la popolazione. Fortunatamente lo scenario di una Terza Guerra Mondiale è lontano dall’essere disegnato nonostante le diatribe tra Usa e Russia, Europa e Russia/Cina. La speranza è che nel 2022 si riesca a trovare una soluzione diplomatica prima di innescare la fine del mondo come lo conosciamo oggi. Se così non fosse significherebbe che l’intelligenza umana di cui tanto ci vantiamo in realtà è fumo negli occhi.

 

Le magiche fortezze di casa nostra raccontate da chi le conosce davvero
Da gazzettadiparma.it del 8 ottobre 2022

Parte da Fontanellato il viaggio proposto da 12 Tv Parma, in collaborazione con Visit Emilia, alla scoperta di rocche e fortezze delle province di Parma, Reggio e Piacenza. Si intitola «Castelli» il nuovo format in onda da domani sera alle 21. A cura di Alberto Dallatana e con realizzazione video di Walter Perotti, «Castelli» porterà gli spettatori a scoprire (o riscoprire) la storia, l’architettura, l’arte, ma anche leggende e aneddoti legati a castelli che hanno segnato il territorio, in puntate di circa mezz’ora l’una.

Non sarà la voce di un narratore esterno a raccontare tutto ciò, ma lo faranno direttamente quelle persone che, a vario titolo, «vivono» il castello oggetto della puntata: siano discendenti di nobili famiglie, guide turistiche, storici, giornalisti o esperti. Per Fontanellato, ad esempio, saranno il sindaco Luigi Spinazzi e Ambra Raimondi, guida che da anni conduce i turisti all’interno delle sale della Rocca Sanvitale e anche nel suo caratteristico giardino pensile, e che in una delle torri circolari ospita l'unica camera ottica in funzione in Italia, all’interno della quale un sistema di specchi riflette l’immagine della piazza antistante su uno schermo.

Ma la Rocca Sanvitale, che si erge al centro del borgo con il suo fossato colmo d’acqua, è celebre anche perché contiene una perla assoluta dell’arte italiana, la saletta dipinta dal Parmigianino nel 1523, con il mito di Diana e Atteone, commissionata dai coniugi Galeazzo Sanvitale e Paola Gonzaga. Fra i tanti gioielli della Rocca c'è anche il teatrino dei nipotini di Maria Luigia, con le marionette recentemente restaurate dopo un attento lavoro di artigiani specializzati. «Castelli» è dunque un approfondimento culturale pensato per veicolare un turismo attratto da arte, storia e bellezza, che possa dare spunti e informazioni anche su altri siti di particolare interesse a pochi chilometri dal castello preso in esame.

A Fontanellato, immancabilmente, è il caso del Santuario, ma anche del Labirinto della Masone.
Senza dimenticare una piccola ma gustosa parentesi sulle eccellenze enogastronomiche del territorio, per invogliare i visitatori ad un’esperienza di turismo che permetta di non tralasciare alcuna occasione.

Un format che nelle prossime settimane andrà in onda anche su «Telereggio» e sulla piacentina «Telelibertà», in un’ottica di sinergia fra le reti tv dell’Emilia occidentale e che proporrà poi la scoperta di castelli più o meno noti: da Tabiano, con il suo incantevole borgo e la sua vitalità, a Bianello (nel comune di Quattro Castella), che tanta importanza ebbe al tempo di Matilde di Canossa.

E poi Rivalta sul Trebbia, dove tutt’ora vive il conte Orazio Zanardi Landi, discendente della famiglia che da secoli e secoli possiede il maniero e lo ha riempito di opere d’arte e oggetti ricchi di storia e ancora Castell’Arquato, dove la Rocca Viscontea svetta maestosa al culmine di uno dei borghi medievali meglio conservati del Nord Italia.

 

BUNKER: IL TRAILER DEL “FOLLE” FILM HORROR AMBIENTATO DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Da justnerd.it del 8 ottobre 2022

C'è tanto sapore di H.P. Lovecraft nel primo trailer di Bunker, il film horror ambientato nella Prima Guerra Mondiale che si presenta al grande pubblico con la tagline “questa è follia”.

Prodotto da Blue Fox Entertainment, nel film, “intrappolati in un bunker durante la Prima Guerra Mondiale, un gruppo di soldati si trova ad affrontare una presenza empia che li mette lentamente gli uni contro gli altri. Mentre la paranoia e la paura crescono tra loro, gli uomini sperimentano il vero inferno della guerra”. Una vera e propria ambientazione in stile H.P. Lovecraft, trasportata all’interno di un bunker della Grande Guerra.

Bunker è diretto da Adrian Langley (Butchers) da una sceneggiatura di Michael Huntsman, ed è interpretato da Luke Baines (Under the Silver Lake), Kayla Radomski (Once Upon a Time in Hollywood), Sean Cullen (Mindhunter), Roger Clark ( ), Julian Feder, Eddie Ramos e Patrick Moltane nel ruolo dell’instabile “Tenente Turner”.

Il film sarà presentato in anteprima mondiale oggi, 8 ottobre 2022, al Buffalo International Film Festival (BIFF) come “City Centerpiece” del festival. Il film sarà presentato poi anche all’HorrorFest e al FilmQuest, mentre altre proiezioni non sono ancora state annunciate. Blue Fox Entertainment prevede un’uscita nelle sale cinematografiche d’oltreoceano all’inizio del 2023. Da noi, probabilmente, arriverà grazie a qualche servizio VOD.

 

Il Forte Batteria Siacci rivive e si riveste di luci di memoria
Da reggiotoday.it del 7 ottobre 2022

Grazie ad un accordo di valorizzazione tra il Segretariato regionale del MiC per la Calabria, il Comune di Campo Calabro e l'Agenzia del Demanio

E' il cuore pulsante della Biennale dello Stretto, è il luogo del tempo e della memoria, è il Forte Batteria Siacci, un luogo storico che adesso rivive. Un percorso lungo, iniziato anni fa, grazie ad un accordo di valorizzazione tra il Segretariato regionale del MiC per la Calabria, il Comune di Campo Calabro e l'Agenzia del Demanio.

Il Forte è il più grande dello Stretto di Messina, sia per dimensioni che per valore architettonico, e fu costruito tra il 1884 ed il 1888 in soli quattro anni. Fa parte del sistema di fortificazioni in difesa dello Stretto costituito dalla corona dei Forti Umbertini realizzati tra il 1885 e il 1892 sulle sponde della Calabria e della Sicilia.
Imponente, sta lì, e adesso racconta un'altra storia. Il suo riuso, il recupero conservativo e la rifunzionalizzaione , sono una sfida per il Comune di Campo Calabro ma anche per il Segretariato regionale.

"Il recupero e la risignificazione dei luoghi storici può avvenire solo con la volontà che a volte è caparbietà e la professionalità delle istituzioni pubbliche e delle comunità che lo gestiscono e valorizzano", sottolinea Angelina De Salvo responsabile dell' Ufficio Stampa e Comunicazione istituzionale del Segretariato Regionale del MiC per la Calabria. "La fortificazione, insieme a molte altre in Italia ed in Calabria, - spiega De Salvo - fa parte del Piano generale di fortificazione del nuovo Stato che prevedeva la costruzione, sia sul versante peloritano che su quello aspromontano, di 24 fortezze per il posizionamento della cosiddetta “Artiglieria da costa” in difesa dello Stretto di Messina. Il forte presenta la forma di un poligono di quattro lati, trapezoidale, circondata da un profondo fossato continuo, con fronte di gola rettilineo, lungo 205 metri e alto circa 80, interrotto da un magazzino a forma di cuneo. È collegato ad altre due opere, Batteria Matiniti Inferiore e Forte Pignatelli recuperato nel 2014. Con il suo terrazzo, i magazzini e le sale interne, i sotterranei già adibiti a polveriera, situato in una splendida posizione panoramica sullo Stretto di Messina, è al centro insieme alle altre due fortezze dell’area naturale protetta ZPS – Zone di protezione speciale Costa Viola. L’area in cui si trova è stata dichiarata di notevole interesse pubblico con Decreto del ministero della Cultura ed è pertanto sottoposta a tutela paesaggistica.

L’Accordo di valorizzazione ha avviato la fase operativa che grazie ad interventi mirati da parte del Comune di Campo Calabro ha permesso la fruibilità e ha promosso la conoscenza di questo patrimonio storico attraverso eventi e rassegne culturali in un percorso di crescita che deve essere durevole.

Secondo i parametri indicati dalla Convenzione di Faro del Council of Europe ratificata nel 2020 dall’Italia, il Forte Siacci è patrimonio culturale della “comunità di eredità” proprio per il significato e il contenuto che questa le attribuisce. Ed è stato quindi restituito alla comunità con un significato diverso, con una vocazione diversa.

I luoghi si svestono a volte per noi della loro storia e si rivestono con nuovi abiti, con nuove luci, quelle della memoria immaginata, ma rimangono con lo sguardo malinconico. E vivono di attese".

 

Restauro delle antiche mura Tocca al lato fino alla torre sud
Da lanazione.it del 7 ottobre 2022

Sarà valorizzato il giardino e realizzata una seconda piazzetta vicino al varco di via Il Prato. Otto mesi di lavori

Lavori al via per il secondo lotto di restauro delle antiche mura. L’intervento prevede la sistemazione del tratto meridionale che comprende la Torre Sud e i vicini spazi esterni. I lavori avranno una durata di 8 mesi e dovrebbero concludersi entro l’estate. Il progetto porterà anche alla valorizzazione del Giardino delle Mura che sarà aperto anche per iniziative ed eventi pubblici, oltre che per il collegamento fra i percorsi pedo-ciclabili esterni e interni alle mura. "Dopo la conclusione del primo lotto proseguiamo con il progetto di valorizzazione del patrimonio storico-monumentale - ha detto il sindaco Angela Bagni (foto) - che comprende sia le antiche mura di scuola brunelleschiana che l’Antico Spedale di Sant’Antonio. Con il secondo lotto tornerà a splendere tutto il perimetro della cinta muraria che si affaccia su via Il Prato. Successivamente, grazie a un finanziamento del Pnrr, il restauro si completerà con Cascina Pinucci, che in questo momento è oggetto di un intervento di messa in sicurezza della Soprintendenza".

Nell’ambito del secondo lotto saranno realizzati anche una seconda piazzetta, in corrispondenza del varco su via Il Prato, il percorso di collegamento pedonale con quella già realizzata e la sistemazione della scaletta di accesso da via dell’Arione. Infine si prevede un sistema d’illuminazione che valorizzerà le mura e i percorsi pedonali. Il costo del secondo lotto, redatto per la fase definitiva dallo studio associato De Vita & Schulze e per quella esecutiva dall’ufficio lavori pubblici del Comune, ammonta a 450mila euro.

 

Exilles: «Il Forte va aperto tutto l'anno»
Da lunanuova.it del 6 ottobre 2022

L'appello dei sindacati alla Regione dopo il boom di ingressi di agosto

Il Forte deve essere aperto tutto l’anno, o almeno per la maggior parte dell’anno.

È quanto auspicano i sindacati confederali, che hanno messo la Regione Piemonte, proprietaria della struttura dall’ottobre 2019, di fronte alle proprie responsabilità.

Lo hanno fatto per iscritto, in un documento firmato Maurizio Poletto, Sabatino Basile e Vincenzo Francabandiera, segretario di zona di Cgil, Cisl e Uil, replicando le loro richieste in un incontro con la stampa oggi pomeriggio davanti al Forte...

 

Inaugurato sulle mura il percorso accessibile ai disabili
Da notizieplus.it del 6 ottobre 2022

Di Alvise Salice

Taglio del nastro per la passerella lungo il lato nord della cinta muraria. Collegamenti con gli stalli per disabili

È stato inaugurato ieri il percorso pedonale sulle Mura di Treviso, accessibile da parte di persone con disabilità o limitazioni nella mobilità. I lavori hanno riguardato un tratto di circa un chilometro sul lato Nord della cinta muraria di Treviso: oltre alla rampa per accedere in sicurezza al parcheggio di Piazzale Burchiellati – lunga 86,5 metri (e larga 1,50 metri) con piazzole di sosta in piano intermedie, corrimano e batti piede utile a favorire la mobilità in autonomia per persone con disabilità visive – è stato realizzato il collegamento fra gli stalli per disabili di Viale D’Alviano e le mura. In accordo con la Soprintendenza il percorso è stato realizzato con una miscela di inerti di combinazione cromatica similare alla
pavimentazione in ghiaino esistente, soluzione che rappresenta il miglior compromesso in termini di impatto ambientale e resistenza alla percorribilità da parte delle carrozzine.

«A seguito di valutazioni condivise con il Servizio Attività Produttive si è ritenuto opportuno modificare leggermente il posizionamento delle piazzole mercatali al fine aumentare gli stalli per disabili e garantire l’accessibilità in sicurezza alle mura anche durante i giorni dedicati al mercato infrasettimanale», afferma l’assessore ai Lavori Pubblici Sandro Zampese. «Vogliamo infatti che questo percorso sia fruibile e funzionale alla quotidianità delle persone».

A completamento dell’intervento sono state ristrutturate tre panchine in legno ed è stata posta nuova segnaletica tattile nell’attraversamento pedonale di Ponte Fra’ Giocondo. Inoltre, sono state posate due nuove rastrelliere portabiciclette in zona accesso alle mura viale D’Alviano e riconfigurati gli stalli di sosta al fine di realizzare un percorso pedonale sicuro per l’accesso ai plessi scolastici di Viale D’Alviano.

«E’ un sogno che si avvera e una promessa mantenuta», afferma il sindaco Mario Conte. «La passerella sulle mura, già aperta e fruibile, rappresenta per noi un importante traguardo in termini di inclusione, che si aggiunge ai numerosi interventi di abbattimento delle barriere architettoniche in centro e nei quartieri che stiamo effettuando anche grazie al prezioso contributo del Disability Manager. Quest’opera nasce dalle richieste delle persone con disabilità e dalle famiglie e rende accessibile a tutti uno dei luoghi più amati, suggestivi e storici della nostra Città».

 

I Bunker blindati e lussuosi per l’apocalisse dei super ricchi vengono dalla Svizzera
Da scenarieconomici.it del 5 ottobre 2022

Di Giuseppina Perlasca

Un’azienda svizzera che fornisce residenze sotterranee fortificate presentato i suoi nuovi bunker “Heritage”, destinati agli individui patrimonio incredibilmente elevato che vogliono superare l’apocalisse immersi nel lusso a cui sono abituati.

L’azienda Oppidum ha incaricato l’architetto francese Marc Prigent di progettare le tentacolari dimore sotterranee per “tempi senza precedenti”, esattamente come gli attuali, ognuna delle quali offre uno spazio minimo 10.000 metri quadrati.

Le residenze possono essere personalizzate in base ai gusti del proprietario possono includere servizi extra come un garage extra-large, una galleria privata, sale riunioni, un giardino interno e persino una spa con piscina secondo Robb Report.

Le residenze sono dotate di due sistemi di filtraggio dell’aria indipendenti: un’unità primaria per il funzionamento in tempo di pace che fornisce a tempo indeterminato e un sistema di filtraggio dell’aria secondario all’avanguardia in grado di proteggere dai contaminanti presenti nell’aria “siano essi di origine radioattiva, chimica, biologica o nucleare”, web.

In caso di necessità, l’esclusiva riserva d’aria ad alta pressione e la circolazione interna di Oppidum forniscono un livello sufficiente di ossigeno nell’edificio allo stesso tempo mantengono una sovrapressione per garantire l’assoluta ermeticità dell’ambiente interno.

La filtrazione dell’aria comprende un sistema di rimozione della CO2 per aria respirabile quando l’alimentazione di aria fresca nell’edificio è insufficiente o assente. Se necessario, l’alimentazione ausiliaria collegata alla rimozione CO2 fornirà un livello sufficiente di ossigeno. -Oppido

La struttura principale è un guscio di cemento armato progettato per carichi statici e dinamici, onde d’urto o di esplosione, sismicità e altri fattori; possono persino essere “progettati per il più alto livello di protezione STANAG 2280:2016”.

La sicurezza è fondamentale, dato che questi bunker sono fatti per superare un’apocalisse in condizioni di estremo lusso. A tal fine, le porte blindate controllate da un misuratore multibiometrico che scansiona il volto, l’iride, palmo della mano e le impronte digitali dei residenti. Ogni residenza è dotata di un sistema di sicurezza integrato di livello militare, oltre che (naturalmente) della capacità di sopravvivere senza rete.

“Sono luoghi di serenità e sicurezza assoluta per i proprietari e le loro Abbiamo il privilegio di offrire ai nostri clienti i più alti livelli di servizio, creando luoghi meravigliosi che proteggeranno loro e la loro eredità per generazioni a venire”, ha dichiarato il fondatore e CEO di Oppidum Jakub Zamrazil in un comunicato.

I bunker sono disponibili negli Stati Uniti, nell’UE, nel Regno Unito e Emirati Arabi Uniti, ovviamente per chi può permettersi di estraniarsi completamente dal mondo esterno e da quello che vi accade

 

Un museo lungo mezzo chilometro nell'ex bunker della guerra fredda
Da messageroveneto.it del 5 ottobre 2022

Realizzato a Purgessimo con fondi Nato nel 1956, è stato acquistato da un privato. Ora si può visitare

Di Lucia Aviani

Si sviluppa sotto la collina di Purgessimo, secolare sentinella delle Valli del Natisone, per circa 500 metri, lunghissimo cunicolo - fra i 20 e i 40 metri di profondità - che si dirige verso il cuore dell'altura, partendo da un punto corrispondente, grossomodo, alla posizione dell'antico castello di Geonumbergo: è il bunker del Cividalese, struttura in funzione anti-chimica, anti-batteriologica e anti-atomica realizzata dallo Stato italiano, con fondi Nato, nel 1956, in piena guerra fredda.

Si colloca appunto all'imbocco del comprensorio valli....

della difesa a oltranza post Caporetto, che a sua volta ricalcava pressochè al millimetro quella del Vallum Alpium , cintura protettiva d'epoca romana. Un asse strategico, insomma, che sembrava ormai archiviato nella storia e che invece riacquisisce piena attualità alla luce degli eventi in corso; e anche per questo link inatteso fra passato e presente che la Proloco Doline, la sola realtà autorizzata all'accesso dai proprietari del bunker - una famiglia di San Giovanni al Natisone, che per interesse e passione lo acquistò all'asta dopo la dismissione del manufatto, nel 1986 -, d'intesa con.....

speciali visite guidate nel sottosuolo per permettere al pubblico di scoprire una pagina per lo più sconosciuta del passato militare del territorio.

"Un'iniziativa in memoria di Eugenio, il proprietario, che assieme alla moglie Adriana ha perfettamente risanato, con fondi propri, il bunker, rendendolo accessibile in sicurezza; hanno ripristinato pure la bella scala a chiocciola in ferro che porta alla torretta di osservazione e gli ambienti esterni, a cominciare dalla casermetta", spiega Antonio De Toni, presidente della Doline, anticipando le date:" La prima sarà domenica; i tour successivi sono in calendario

Proporremo due visite, alle 10 e alle 14, per un massimo di 30 persone a turno; l'immersione avrà una durata di circa due ore. Consigliamo la prenotazione a segreteria@nediskedoline.it o ai numeri 339-8403196 - 349-3241168.

Raro esempio di manufatto in caverna, la galleria - che i visitatori potranno percorrere interamente e la cui prima parte sembra essere stata costruita su un cunicolo preesistente, scavato durante il conflitto 1915-1918 - era in carico alla Fanteria d'Arresto dell'Esercito italiano e in tempo di guerra fredda era pienamente utilizzata; i militari assegnati alla sorveglianza vi restavano anche otto giorni, con l'obbligo appunta alla difesa a oltranza, in caso di attacco.

Per consentire la loro permanenza nell'ambiente sotterraneo, 24 ore su 24, il tunnel era stato dotato di vari locali di supporto, dalla sala di comando al centralino telefonico, fino all'infermeria, a una camerata, agli alloggi per gli ufficiali e ai servizi igenici.

Nessun angolo cucina, invece: i pasti arrivavano dall'esterno

 

CIVIDALE- APRE IL MUSEO NEL BUNKER A 40 METRI DI PROFONDITA’
Da congedatifolgore.com del 5 ottobre 2022

Un museo lungo mezzo chilometro nell’ex bunker della guerra fredda

Di Lucia Aviani

CIVIDALE Si sviluppa sotto la collina di Purgessimo, secolare sentinella delle Valli del Natisone, per circa 500 metri, lunghissimo cunicolo – fra i 20 e i 40 metri di profondità – che si dirige verso il cuore dell’altura, partendo da un punto corrispondente, grossomodo, alla posizione dell’antico castello di Gronumbergo: è il bunker del Cividalese, struttura in funzione anti-chimica, antibatteriologica e anti-atomica realizzata dallo Stato italiano, con fondi Nato, nel 1956, in piena guerra fredda.

Si colloca appunto all’imbocco del comprensorio valligiano, esattamente sulla linea della difesa a oltranza post Caporetto, che a sua volta ricalcava pressoché al millimetro quella del Vallum Alpium Iuliarium, cintura protettiva d’epoca romana. Un asse strategico, insomma, che sembrava ormai archiviato nella storia e che invece riacquisisce piena attualità alla luce degli eventi in corso: è anche per questo link inatteso fra passato e presente che la Pro loco Nediske Doline, la sola realtà autorizzata all’accesso dai proprietari del bunker – una famiglia di San Giovanni al Natisone, che per interesse e passione lo acquistò all’asta dopo la dismissione del manufatto, nel 1986 -, d’intesa con gli stessi ha organizzato tre speciali visite guidate nel sottosuolo per permettere al pubblico di scoprire una pagina per lo più sconosciuta del passato militare del territorio.

«Un’iniziativa in memoria di Eugenio, il proprietario, che assieme alla moglie Adriana ha perfettamente risanato, con fondi propri, il bunker, rendendolo accessibile in sicurezza: hanno ripristinato pure la bella scala a chiocciola in ferro che porta alla torretta di osservazione e gli ambienti esterni, a cominciare dalla casermetta», spiega Antonio De Toni, presidente delle Nediske Doline, anticipando le date: «La prima sarà domenica; i tour successivi sono in calendario il 13 novembre e il 18 dicembre. Proporremo due visite, alle 10 e alle 14, per un massimo di 30 persone a turno: l’immersione avrà una durata di circa due ore.

Consigliamo la prenotazione, a segreteria@nediskedoline.it o ai numeri 339 8403196 – 349 3241168».

Raro esempio di manufatto in caverna, la galleria – che i visitatori potranno percorrere interamente e la cui prima parte sembra essere stata costruita su un cunicolo preesistente, scavato durante il conflitto 1915 – 1918 – era in carico alla Fanteria d’arresto dell’Esercito italiano e in tempo di guerra fredda era pienamente utilizzata: i militari assegnati alla sorveglianza vi restavano anche otto giorni, con l’obbligo appunto alla difesa a oltranza, in caso di attacco. Per consentire la loro permanenza nell’ambiente sotterraneo, 24 ore su 24, il tunnel era stato dotato di vari locali di supporto, dalla sala di comando al centralino telefonico, fino all’infermeria, a una camerata, agli alloggi per gli ufficiali e ai servizi igienici. Nessun angolo cucina, invece: i pasti arrivavano dall’esterno.

 

Riviera, i fortini della linea Lona diventano un museo
Da laregione.ch del 4 ottobre 2022

Sabato 8 ottobre alle 9 rappresentanti del Municipio e del Consiglio comunale visiteranno il Bunker Grande e il Forte Chiesa

di Red.Bellinzona

Grazie al lavoro svolto dall’associazione fortificazione Lona, ora il pubblico ha la possibilità di conoscere la struttura militare sotterranea posta tra Lodrino e Osogna. Uno dei forti è infatti stato trasformato in un museo. I lavori, iniziati lo scorso ottobre, hanno visto la partecipazione di una decina di volontari: oltre all’implementazione di un concetto museografico, è stato necessario ripulire, effettuare importanti lavori di ristrutturazione e rivedere gli impianti elettrici. Sabato 8 ottobre alle 9 rappresentanti del Municipio e del Consiglio comunale di Riviera visiteranno il Bunker Grande, con un’introduzione alle mitragliatrici Mg 11 e Lmg 25, e il Forte Chiesa. Costruite tra il 1939 e il 1943, le opere fortificate di Lodrino fanno parte del complesso di fortificazioni della linea Lona che permetteva all’esercito di arrestare l’avanzamento delle truppe nemiche da Meridione verso i passi del Lucomagno e del San Gottardo.

 

Pisa: la base militare si allarga
Da cub.it del 3 ottobre 2022

La militarizzazione del territorio pisano si rafforza e si espande con la vittoria delle destre alle elezioni politiche.

Tutti insieme appassionatamente, Giunta Regionale di centro sinistra, amministrazione comunale di Pisa del centro destra e Ministero della Difesa, il progetto di costruire una nuova base sul territorio va avanti a gonfie vele.
Dal tavolo inter istituzionale sulla nuova base militare a Pisa giunge un ulteriore potenziamento che richiederà ulteriori finanziamenti oltre ai 190 milioni già previsti.
Nonostante le promesse anche dagli amministratori, una buona fetta della base sarà costruita all’interno del Parco di San Rossore con progetti di cosiddetta rigenerazione urbana, poi ci saranno le aree del Cisam e arrivano anche le offerte del Comune di Pontedera che si era proposto favorevolmente per ospitare la base.

Siamo davanti alla realizzazione degli intenti prefissati dalla Bussola europea che prevede aumento delle spese militari e dei processi di militarizzazione del territorio e già si prefigurano espropri di territori per costruire una grande base. Attorno a questo progetto si muovono colossali interessi economici e militari che pensiamo troveranno i favori dell'imminente Governo di centro destra che pare voglia scrivere la prossima manovra finanziaria con ministri del Governo precedente rispetto al quale si dicevano alternativi e antagonisti. Non siamo solo in presenza di una militarizzazione ulteriore del territorio Pisano ma al rafforzamento del progetto iniziale con ampie cementificazioni per altro che andrebbero invece scongiurate.

I soldi destinati alla base militare servirebbero per le bonifiche e per la messa in sicurezza del territorio che per noi restano le sole e incontrovertibili priorità. Sindacato di Base Cub Pisa

 

Fortificazioni sulle Alpi - I Savoia e l’edificazione di opere di difesa sulle Alpi
Da laguida.it del 3 ottobre 2022

Dalla pace di Cateau Cambrésis (1559) per il Ducato di Savoia diventa importante procedere all’edificazione di opere di difesa sulle Alpi.

La catena montuosa non costituisce affatto nella bella stagione un ostacolo insormontabile, come testimonia la prima parte della ricerca dedicata agli assedi di Torino e alle costruzioni difensive ancora oggi visibili. La seconda parte prende in esame le principali fortificazioni costruite tra il XVII e il XVIII secolo sulle Alpi sia sul versante italiano sia su quello francese.

Opere di spettacolare ingegneria militare presentate nei loro particolari tecnici e nella loro evoluzione storica.

Fortezze piemontesi di Mario Reviglio, Il Punto, 12€

 

Bunker anti atomico per paura della guerra nucleare: ecco quanto costa
Da corrierenazionale.it del 2 ottobre 2022

In Svizzera ogni casa per legge ha un rifugio anti nucleare. In Italia no, ma alcuni italiani si sono realizzati il proprio bunker: ecco a chi si sono rivolti

In Italia, se dovesse succedere un disastro nucleare, non sono stati predisposti rifugi anti nucleari. Non ci sono bunker, cioè, spazi di riparo al chiuso che proteggano da un’eventuale ondata di radiazioni. Eppure, se dovesse esserci un incidente con il nucleare, il piano nazionale per la gestione dei disastri prevede la necessità di ripari al chiuso entro il raggio di 200 chilometri.

A CHI RIVOLGERSI IN ITALIA

E se uno volesse realizzare il proprio bunker personale? Quanto costerebbe? E dove andare? In Italia c’è un’azienda che si occupa anche della costruzione di bunker anti nucleari e ne ha già realizzati diversi. È l’azienda Minus Energie di Giulio Cavicchioli e si trova a Bagnolo San Vito, in provincia di Mantova. È specializzata nel trattamento dell’aria, una funzione applicata che si può applicare a vari settori, dalle piscine alle palestre passando per gli uffici. Ma Giulio Cavicchioli ha deciso, negli anni scorsi, di avviare anche un altro business, ovvero la costruzione di bunker ma anche panic room. Proprio ai bunker, è dedicata una sezione del sito. Il modello seguito nella realizzazione è un po’ quello della Svizzera, dove ogni casa per legge ha il suo bunker e il rifugio antiatomico è proprio parte integrante della casa. “Un bunker NBC (protezione nucleare-batteriologica-chimica)- si legge sul sito dell’azienda di Cavicchioli- è in grado di soddisfare una specifica esigenza di sicurezza: consentire la propria sopravvivenza e quella dei famigliari a fronte di un evento naturale, accidentale o bellico – terroristico”.

COME È FATTO UN BUNKER

Ma come sono fatti i bunker? La ditta Cavicchioli ha una gallery di immagini, che si possono vedere qui (https://www.rifugibunker.com/bunker-nbc-2/#realizzazione). Lo stesso Cavicchioli, in alcune interviste video pubblicate sul suo sito (https://www.rifugibunker.com/video/), spiega quello che non deve mancare in un bunker: una porta di cemento armato, un’uscita di sicurezza e il sistema che garantisce la purificazione dell’aria esterna. Per quanto tempo si può vivere in un bunker? “Dipende, noi li progettiamo per una permanenza massima di 2 mesi e mezzo“, spiega ancora Cavicchioli.

CHI È INTERESSATO AD AVERE UN BUNKER?

Nella sua carriera, Cavicchioli spiega di averne costruiti alcuni in Italia (alcuni militari, alcuni civili), con richieste arrivate prevalentemente dal Nord. Da parte di chi? “Gente di estrazione sociale media, gente normalissima, ma con una particolare sensibilità o timore”. In particolare, l’aumento di attività terroristiche degli anni scorsi, con attacchi anche in Europa, ha fatto salire la richiesta. “Una famiglia mi ha confessato di aver fatto una scelta economica nel proprio bilancio: non hanno comprato la macchina ma hanno realizzato un bunker di famiglia”. Quanto alla grande riservatezza da parte di chi un bunker ha deciso di realizzarlo nella sua proprietà, ecco che idea se ne è fatto Giulio Cavicchioli “: Io credo che di ragioni ce ne siano diverse. Ma la principale è la paura di dover dire di no a chi, un domani, venisse a bussare in caso di emergenza. Conosco persone che non lo hanno detto neanche alla sorella”.

I COSTI

Ma realizzare un bunker antiatomico quanto costa? Facendo un po’ di ricerche in rete, i prezzi in media sono tra i 1.200 e i 2.000 euro al metro quadro. Ragion per cui il costo per un rifugio di piccole dimensioni (tra i 30 e i 40 metri quadrati) parte dai 30 mila euro. Ovviamente un bunker di dimensioni più elevate (sui 100 metri quadri) costa molto di più. Per costruirlo, spiega la Dire (www.dire.it (http://www.dire.it)), servono normalmente almeno due mesi di tempo.

 

Una “soluzione finale” per gli ex soldati borbonici
Da alessioporcu.it del 2 ottobre 2022
Di Fernando Riccardi

Cosa accadde dopo la caduta della piazzaforte di Gaeta. Non ci fu solo il brigantaggio con la fine del Regno delle Due Sicilie. Il destino delle migliaia di soldati borbonici che rifiutarono di passare con i Savoia. Le diverse versioni degli storici. E la soluzione finale tra Patagonia e Borneo

Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare della sorte riservata ai soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie rinchiusi nelle prigioni dell’Italia settentrionale dopo il dissolvimento dello stato borbonico e l’avvento dei piemontesi nel sud della Penisola (autunno1860).
Si è scatenata una guerra all’ultima cifra tra chi stimava in parecchie decine di migliaia i reclusi, con un numero molto elevato di decessi. E chi, invece, attenuava di molto (forse troppo) la portata del fenomeno. Luogo simbolo dello “scontro” è diventato l’imponente complesso fortificato di Fenestrelle, nell’alta Val Chisone, in provincia di Torino, realizzato dai Savoia nel corso del XVIII secolo per arrestare l’incedere degli eserciti francesi. I filo borbonici lo dipingono come un lager tetro e disumano; per gli ultras savoiardi, invece, è un lussuoso centro benessere dotato di tutti i confort.

Prigionieri di guerra

Ma, mettendo da parte l’infuocato dibattito e i roventi confronti tra i sostenitori delle diverse posizioni, è bene tornare alla realtà storica della vicenda che, ad onor del vero, non è troppo conosciuta.
Dopo il repentino collasso dell’apparato borbonico, il governo del neonato Regno d’Italia si trovò, tra le tante altre cose, a dover fare i conti con una massa ingente di militari sbandati. L’esercito napoletano non esisteva più e in tanti si erano trovati senza lavoro. Né le campagne di arruolamento si erano rivelate fruttuose: nella chiamata alle armi, infatti, si registrò sempre un altissimo numero di renitenti. E così, in breve lasso di tempo, a quei soldati che erano stati fatti prigionieri nel corso degli eventi
bellici e a quelli delle fortezze che avevano resistito all’assedio piemontese (Capua, Gaeta, Messina
e Civitella del Tronto), si aggiunsero tutti coloro che avevano tentato di sfuggire alla leva. Si trattava di un numero ingente di prigionieri, difficilmente quantificabile con matematica precisione. Di certo, però, ammontavano a parecchie decine di migliaia.

Borbonici detenuti e domiciliati

Il governo sabaudo in un primo momento si limitò a rinchiudere i prigionieri nelle carceri del sud Italia. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione (il fuoco del brigantaggio stava infiammando le province del meridione) escogitò un piano di evacuazione trasferendo via mare al nord gli ex soldati napoletani. Il porto di arrivo dei bastimenti era soprattutto Genova. Da qui i prigionieri venivano smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano, per l’appunto, Fenestrelle, ma anche San Maurizio Canavese alle porte di Torino, Alessandria, Milano e Bergamo. Qualcuno fu anche rinchiuso a Genova nel forte di San Benigno. Migliaia di altri meridionali dalla variegata composizione (ex ufficiali e soldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici o presunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati nelle isole dell’arcipelago toscano (Gorgona, Elba, Giglio, Capraia) e in quelle pontine (Ponza e Ventotene).
Più di 12.000, specialmente ufficiali e veterani borbonici che si erano rifiutati di entrare nell’esercito sabaudo, furono trasferiti in Sardegna, nelle isole napoletane o nella Maremma Toscana, sottoposti a domicilio coatto.

Colpevoli di fedeltà al loro re

Gli storici, come premesso, sono divisi sul trattamento riservato ai militari. Certo è che nei campi di raccolta e nelle prigioni vennero inviate molte più persone di quante ne potessero contenere. E questo contribuì a rendere le condizioni igieniche e sanitarie al limite di ogni decenza. L’obiettivo dei nuovi proprietari del Sud era quello di evitare rivolte: per questo i soldati rimasti fedeli al Re borbonico vennero divisi e smistati in terre che non conoscevano, fredde per loro natura, in prigioni inospitali, lontano dai loro affetti.

Le cronache riferiscono che molti non riuscivano a sopportare la disperazione e decidevano di mettere fine alla loro esistenza ricorrendo al suicidio. Ma, pur costretti a subire una prigionia atroce, i soldati meridionali nella gran parte dei casi seppero conservare grande contegno ed eccezionale dignità. In pochi decisero di entrare nell’esercito piemontese, specie per non venir meno al giuramento di fedeltà prestato al momento dell’arruolamento nelle forze armate di sua maestà borbonica. Tanti preferirono affrontare il disumano regime carcerario, gli stenti, le umiliazioni, i maltrattamenti, i morsi della fame e della sete, le malattie e, persino, la morte, pur di non chinare la testa di fronte agli “invasori” piemontesi.

Mistificazioni e pseudostoria

E così la gran parte degli ex soldati napoletani venne trasferita nelle prigioni del nord Italia. In tal modo i piemontesi speravano di aver risolto definitivamente la questione: tante migliaia di persone, infatti, erano state allontanate dai focolai della rivolta.
Non avevano considerato, però, un altro problema: i  prigionieri napoletani ammassati nelle prigioni del nord, con il trascorrere del tempo, erano diventati in numero così ingente da rendere problematico il mantenimento dell’ordine. Nelle carceri scoppiavano rivolte, sommosse, tentativi di fuga. Persino nella fortezza di Fenestrelle nel 1861 vi era stato un tentativo di ammutinamento. E più o meno la stessa cosa si era verificata nel campo di San Maurizio. La situazione, insomma, non era semplice. Stando ad alcuni autori recenti, classificati come revisionisti, nei dieci anni tra la caduta del regno delle Due Sicilie ed il 1870 nella sola fortezza di Fenestrelle sarebbero passati da un minimo di 24mila ad un massimo di 120mila soldati Borbonici che rifiutarono il passaggio nell’esercito unitario. È dalle stesse fonti che derivano le accuse sulla pessime condizioni di detenzione. A quelle fonti se ne contrappongono altre: con altrettanta convinzione smentiscono buona parte di quelle accuse; in molti casi risultano ingigantite, in alcuni addirittura inventate.

I prigionieri dei Savoia

Illuminanti sono, su questo punto, i documenti reperibili con incredibile abbondanza nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Da quei documenti d’epoca è nato dieci anni fa per i tipi dell’editore Laterza il volume I prigionieri dei Savoia. Contiene nomi e storie, individuali e collettive, di soldati borbonici.

È sulla base di quei documenti che lo storico Alessandro Barbero (https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Barbero) ha bollato la vicenda di Fenestrelle come «un’invenzione storiografica e mediatica». Dall’incrocio degli archivi storici di Roma e Torino ha ricostruito che i detenuti borbonici nel forte furono poco più di mille. Sulle condizioni di detenzione, riferisce un dato: solo quattro morirono durante la prigionia. A conferma dei numeri e dei nomi forniti dai due archivi sono stati rintracciati anche gli archivi parrocchiali. Da loro risultano le date di decesso di ciascuno e le sepolture.

L’ipotesi straniera

Non si può ignorare, poi, che in quel periodo gran parte degli effettivi dell’esercito piemontese si trovava dislocata nell’Italia meridionale, nel tentativo di soffocare la rivolta brigantesca che si faceva sempre più audace. E allora cosa ti inventa la fervida mente dei governanti sabaudi? La cosiddetta “soluzione finale”. Nel tentativo di sgombrare le prigioni del regno dalla massa pericolosa di ex soldati borbonici, renitenti alla leva, nostalgici, prigionieri politici, briganti o pseudo tali, si pensò bene di “sistemarli” in un posto dove non avrebbero dato più fastidio.

Il progetto era quello d’ottenere dal governo portoghese la concessione di un’isola disabitata nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico dove “depositare” i prigionieri togliendoseli definitivamente di torno. Il ministro degli Esteri Giacomo Durando (https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Durando) nel 1862 aveva contattato Domenico D’Apice, un esperto conoscitore delle colonie portoghesi dell’Oceania, per individuare il posto migliore. Ed egli suggerì Goa, Macao, Timor e Mozambico. C’era solo l’imbarazzo della scelta. I portoghesi, però, opposero un netto rifiuto ed il disegno non poté andare in porto.

Nel novembre del 1862 l’ambasciatore italiano a Lisbona Della Minerva, relazionando sulla pratica al ministro, così scriveva: “Penso che per il momento sarà meglio soprassedere a questo progetto per potere avere più appresso una maggiore possibilità di successo”.

Un’occhiata in Patagonia

Ma se quel progetto era “ripugnante” per l’opinione pubblica, non così stavano le cose per i piemontesi sempre intenzionati a percorrere la strada della “soluzione finale”. E così, qualche tempo dopo, il governo Minghetti affidò alla Regia Marina il compito di allestire una fregata per perlustrare i mari dell’Australia alla ricerca di un’isola dove costruire uno stabilimento penale. Anche questa iniziativa, però, fallì a causa della dura opposizione della Francia che temeva un’espansione territoriale italiana “sotto la copertura dell’istituzione di colonie penali”.

Nel 1868 il governo sabaudo tornò di nuovo alla carica. Questa volta Luigi Federico Menabrea, Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, affidò ai suoi funzionari il compito di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento penale: la Patagonia, una landa deserta e inospitale che si prestava meravigliosamente alla bisogna. La scelta non era stata operata a caso. L’Argentina aveva un debito di riconoscenza nei confronti del nostro Paese dal momento che numerosi volontari italiani avevano preso parte alla guerra civile. Senza dimenticare, poi, che Garibaldi aveva comandato la flotta di quel Paese.

Ma, ancora una volta, il progetto naufragò prima ancora di nascere. Alla fine dell’anno l’ambasciatore Della Croce comunicò a Menabrea la decisione del governo argentino di non poter venire incontro alla richiesta italiana. Un po’ per non consentire l’ingerenza di un altro Stato sul proprio territorio. E poi per non andare incontro alla generale disapprovazione dell’opinione pubblica, come già era accaduto qualche anno prima al tempo dei contatti con il governo portoghese.

Con il sultano del Brunei

Ma non è finita qui. Ad un certo punto l’attenzione si concentra nel Borneo dove si spingono due diverse iniziative. Una è classificata come ‘iniziativa privata‘ dell’esploratore Giovanni Cerruti investito con i titoli di plenipotenziario alla fine del 1869. Allo stesso periodo appartiene la spedizione militare della nave Principessa Clotilde, comandata dal capitano Carlo Alberto Racchia futuro comandante della Regia Marina e Senatore del Regno. A lui si deve l’individuazione di un’area a nord del Borneo giudicata fertile ed all’epoca libera da pretendenti tra le grandi potenze coloniali.

Partono le trattative con il sultano di Brunei. Ma intervengono le corone d’Inghilterra e d’Olanda per nulla intenzionate a trovarsi un insediamento sabaudo lungo le rotte dei loro interessi. E così, nonostante gli sforzi e i reiterati tentativi, la “soluzione finale” non andò in porto. Le migliaia di prigionieri napoletani finirono per rimanere stipati nelle carceri della Penisola. Ecco delineata, sia pure per sommi capi, una vicenda che è stata completamente rimossa dalla storiografia ufficiale. Una vicenda che merita di essere approfondita e studiata ben al di là dell’inutile e macabra operazione di contabilità che sembra appassionare tanto qualche animoso duellante dei giorni nostri.

 

Armi nucleari tattiche, cosa sono e perché preoccupano: Putin ha più testate di tutta la Nato messa insieme
Da ilgazzettino.it del 2 ottobre 2022

Il Cremlino avrebbe a disposizione un arsenale di 5.977 testate nucleari, più di qualsiasi altro Paese al mondo, più di tutte le riserve Nato messe insieme

Di Alessio Esposito

Per alcuni è una strategia di ricatto, per altri una reale minaccia. Fatto sta che l'utilizzo dell'atomica da parte della Russia non sembra più un'ipotesi così remota.
Le minacce di Putin hanno fatto alzare il livello d'allerta in Occidente, dove la Nato - attraverso il segretario generale Jens Stoltenberg - ha già fatto sapere che «qualsiasi uso di armi nucleari avrà conseguenze serie per Mosca». Ma la Russia può davvero sganciare la bomba atomica sull'Ucraina? E, soprattutto, di che arsenale dispone nel caso decidesse di farlo sul serio? Secondo le stime della Federation of American Scientists, il Cremlino avrebbe a disposizione un arsenale di 5.977 testate nucleari, più di qualsiasi altro Paese al mondo, più di tutte le riserve Nato messe insieme (anche se circa 1.500 sarebbero ormai pronte per essere smantellate perché vetuste). E almeno 1.588 bombe pronte all'uso, già montate su basi di lancio da terra, lanciamissili sottomarini e caccia.

La minaccia più credibile sarebbe costituita non dalla classica bomba atomica, ma dalle cosiddette armi nucleari tattiche. Si tratta di ordigni nucleari a "bassa intensità", con un potere distruttivo limitato ad obiettivi specifici e non su larga scala. Questa tipologia di armi viene adoperata per colpire il nemico in punti considerati "sensibili" - come un bunker, una diga, un particolare polo strategico - e non per annichilirlo totalmente. Le armi nucleari tattiche, tuttavia, ad oggi non sono mai state utilizzate, sebbene durante la Guerra Fredda sia Russia che Stati Uniti abbiano fortemente rimpinguato il proprio arsenale. La vicinanza geografica dell'Ucraina renderebbe però più semplice l'utilizzo di tali ordigni da parte di Mosca.

L'arsenale atomico di Putin: dal Poseidon al Sarmat

Secondo un'informativa della Nato, il potenziale atomico del Cremlino resta comunque da non sottovalutare. Una grave minaccia sarebbe determinata dalla presenza del K-329 Belgorod nei mari artici: un enorme sommergibile a propulsione nucleare con «compiti speciali» di ricerca, esplorazione e soccorso a grande profondità. Si tratta del più grande sottomarino dai tempi della flotta sovietica - lungo 184 metri e largo 15 - in grado anche di sparare il missile-drone Poseidon, concepito per portare testate atomiche da due megatoni a diecimila km di distanza ed esplodere nei pressi della costa, provocando uno tsunami radioattivo con onde alte fino a 500 metri che (come aveva simulato la tv di stato russa) spazzerebbero via il Regno Unito.

A comporre la minaccia atomica russa ci sono anche altre «superarmi», come le hanno ribattezzate i media di Mosca. A partire dal missile balistico intercontinentale Sarmat, considerato il fiore all'occhiello dei nuovi programmi militari. Un'arma che secondo Vladimir Putin «non ha eguali» al mondo ed è «in grado di eludere ogni sistema di difesa missilistico», trasportando 15 testate nucleari lungo una traiettoria di volo fino a 18mila chilometri.

 

Napoli Castel dell’Ovo
Da teleradio-news.it del 2 ottobre 2022

Strutture imponenti raccontano storie di guerre e di pace. Baluardi strategici, costruiti per dominare vasti territori, per difendersi da attacchi di conquistatori, ma anche utilizzati come residenze dei signori proprietari. La struttura architettonica era concepita con una robusta cinta muraria, con torri, bastioni, fossati pieni d’acqua, ponti mobili per l’accesso, case patrizie, chiese, sotterranei adibiti a prigioni, cunicoli per accedere all’esterno. Oltre al signore, il castello era abitato da una moltitudine di persone che con le loro prestazioni ne garantivano l’efficienza. Infatti, oltre agli uomini in armi, vi erano contadini, artigiani, garzoni che si occupavano dei magazzini, delle stalle, dei pozzi e cisterne, di tutto quanto era necessario per alimentarsi ed essere autosufficienti. In tutti i casi, le fortezze costituivano un centro di potere, dove i subalterni erano soggetti all’autorità del signorotto del tempo.

I luoghi privilegiati per la costruzione di queste imponenti architetture erano costituiti da paludi, alture, aree marine, potenzialmente inaccessibili a eventuali assalitori e, quindi, facilmente difendibili. I castelli sul mare, in particolare, ancora oggi costituiscono un esempio di fortificazione che eccelle per bellezza e funzionalità. Il Castel dell’Ovo è tra questi e costituisce un bene artistico ‒ architettonico di notevole valore. Miti e leggende ancora oggi raccontano la sua storia che affonda le radici nel mondo romano del I secolo a.C., anche se alcuni storici fanno risalire al periodo Magno ‒ Greco (400 a.C. circa) la sua iniziale costruzione.

Innalzato nel golfo partenopeo, sull’isolotto di Megaride, si erge, con la sua imponenza, a testimone della storia di Napoli.
Narra la leggenda che all’interno dei suoi sotterranei vi fosse custodito un uovo nascosto dal sommo Virgilio, la cui perpetua integrità assicurava il benevolo destino della città. La struttura architettonica risente delle vicende storico ‒ politiche di quei tempi e, anche per questo, è considerata una sorta di sentinella sul mondo antico.
È stata residenza del romano Lucio Licinio Lucullo, che vi fece costruire una sontuosa villa, e dell’imperatore Romolo Augusto. Soggetta a varie dominazioni fu, poi, parzialmente abbattuta poiché considerata indifendibile dagli attacchi dal mare e da terra.
Ruggiero il Normanno, nel 1139, conquistato il Ducato di Napoli, fece modificare l’esistente e iniziò la costruzione del Castello. La favorevole posizione strategica facilitava l’avvistamento di navi nemiche, per cui, nel 1154, fu costruita la “Torre Normandia”, per volere di Guglielo il Malo.
Personaggi illustri furono tenuti prigionieri in questo luogo, come Corradino di Svevia, successivamente decapitato a piazza Mercato e, poi, a seguire, fino al 1800, Carlo Poerio, LuigiSettembrini e Francesco De Sanctis.
Nel 1700, Carlo Borbone, per favorire l’artigianato locale, volle creare al suo interno una fabbrica di specchi e cristalli, mentre, all’epoca della Seconda guerra mondiale, fu adibito a fortezza militare e ospitò un reparto libico.
L’interno è costituito da suggestive sale, tra le quali la cosiddetta “Sirena”, scavata interamente nel tufo, e da tutti i servizi a supporto dei residenti, concepiti nel tempo. Ora ospita eventi che spaziano dalle mostre d’arte ai concerti ed è uno delle attrazioni più visitate dell’area napoletana, fruibile, a titolo gratuito, tutti i giorni:

-dalle ore 09,00 alle 19,00, nel periodo estivo;
-dalle ore 09,00 alle 18,00, nel periodo invernale.

 

Avanti così, verso il bunker antiatomico
Da elbareport.it del 2 ottobre 2022

Di Bartolo Misiani

Rispondendo ad Andrea Isolani
Non so chi ha sabotato i gasdotti (non escludo nulla) ma dopo un articolo del genere mi chiedo se davvero Putin abbia invaso l'Ucraina. Oppure se con un'abile messinscena non siano stati gli stessi ucraini a entrare nel suolo russo per poi tornare in patria e fare stragi e distruggere le proprie case per mostrare così al mondo quanto è cattivo Putin.
Ne deduco siano fotomontaggi anche le manifestazioni della popolazione russa che scappa per non andare al fronte, le file dei russi per entrare in Finlandia, gli aerei presi d'assalto a mosca e San Pietroburgo ecc. Sono ovviamente filmati girati a Hollywood anche le scene dei referendum per l'annessione durati alcuni giorni con i soldati russi che andavano a cercare gli abitanti casa per casa col mitra in mano (poi dici che la partecipazione è stata alta).

Non so perchè ma qualcosa mi ricorda i no vax e i no covid, quelli che negavano l'esistenza del virus sostenendo che le bare di bergamo erano vuote ed erano una messa in scena per terrorizzare la popolazione e costringerla a vaccinarsi, arricchendo le multinazionali del farmaco. Ammetto di essere disorientato. Io non sono tra quelli che considera l'Occidente e i circoli americani della Nato buoni per definizione, mentre Putin è cattivo. Io ho sempre pensato che Stati Uniti e Nato abbiano delle colpe in questa escalation della follia.
Ma quando si invade un paese sovrano, uccidendo con una guerra feroce e medievale la popolazione, se anche si avessero delle ragioni si passa direttamente dalla parte del torto e si diventa ingiustificabili e indifendibili davanti al mondo e alla coscienza di ognuno. Il sonno della ragione genera mostri, il fanatismo acceca, le prime vittime della guerra sono sempre il buon senso e anche il senso del ridicolo, perchè la propaganda invade inevitabilmente anche il campo dell'informazione.
Ma ricordiamoci che non esiste l'informazione alternativa o la controinformazione. Come diceva Montanelli le notizie o sono vere o sono false. La differenza è che in Occidente prima o poi la verità viene fuori, dalle parti di Putin ho qualche dubbio. Capisco che nella storia non c'è il bianco e il nero ma scambiare del tutto i colori non aiuta. Persino se si scoprisse che i gasdotti sono stati sabotati da Biden per vendere meglio il proprio gas e accusare ingiustamente la Russia, Putin resterebbe l'invasore dell'Ucraina (almeno agli occhi degli inguaribili filooccidentali).
PS: Chi considera Assange un eroe della verità dovrebbe farsi due domande semplici. La prima: se avesse lavorato nell'Intellingence russo, e avesse fatto uscire file scomodi per il cremlino, Putin lo avrebbe trattato bene o gli avrebbe già messo del polonio nel the? Seconda domanda: dopo tutte le rivelazioni di Assange (che per la verità non hanno rivelato nulla che già non si sapesse), il mondo è più libero, il potere è meno oscuro? Direi di no. Ce ne sarebbe una terza: come si fa a non capire che se uno lavora nei servizi è tenuto al segreto perchè se rivela ogni cosa mette a repentaglio tutto il lavoro e anche la vita di tutti i collaboratori nel mondo? Va beh ma è una domanda troppo impegnativa.
Avanti così verso il bunker antiatomico.

 

"Le fortezze medicee, un patrimonio da tutelare"
Da tenews.it del 2 ottobre 2022

Le GEP – Giornate Europee del Patrimonio, celebrate in Italia il 24 e 25 settembre u.s., costituiscono “la piu estesa e partecipata manifestazione culturale dell’intera Europa”, alle quali anche Italia Nostra nazionale ha partecipato con una serie di eventi organizzati dalle sezioni di tutta Italia che trovano poi una sintesi partecipata con il convegno, dal titolo “Mura, lime e urbe. Tutela e valorizzazione delle mura urbiche”, che si svolge a Santarcangelo di Romagna nel Castello Malatestiano, sabato 1 ottobre dalle ore 9.30 alle 13.00; trasmesso in diretta sulla pagina di Italia Nostra | Facebook, patrocinato dal Ministero della Cultura, Ministero del Turismo, Consiglio d’Europa, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani.

In tale contesto, la sezione di Italia Nostra Arcipelago Toscano, ha promosso l’iniziativa di una visita guidata alle Mura Urbiche di Portoferraio: le Fortezze Medicee della Città di Cosimo. Alla visita hanno partecipato i soci di Italia Nostra ed altri appassionati che condividono la missione dell’ associazione per la Tutela del Patrimonio Culturale ed Ambientale, uniti anche dall’interesse a conoscere meglio l’ inestimabile ricchezza del nostro Paese: un meraviglioso, immenso museo all’aperto che possiede “il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale, con oltre 3400 musei, con circa duemila aree e parchi archeologici e il maggior numero dei siti inclusi nella lista del patrimonio UNESCO” ( www.beniculturali.it).

Esemplare museo all’aperto, le mura urbiche di Portoferraio, come quelle di tante altre città italiane, hanno subíto e continuano a subire numerose minacce. L’obiettivo della visita, oltre a godere di una passeggiata culturale con spettacolari vedute sulla città fortificata e il golfo di Portoferraio, è stato quello di richiamare l’attenzione su “l’importanza di questa parte della nostra eredità culturale, affinché tutti tornino a ‘vedere’ le mura che cingono le città superando quell’indifferenza o assuefazione che le rende quasi trasparenti” ( www.italianostra.org).

La guida turistica Valerie Pizzera, fondatrice e leader del Progetto Another Elba che offre iniziative multidisciplinari, coniugando arte e natura, ha condotto i numerosi partecipanti attraverso un excursus sulla storia medicea, camminando insieme dalla Porta a Terra al Forte Falcone fino al sorprendente passaggio segreto. Grande interesse è stato espresso anche per i nuovi restauri in corso d’opera, per ora annunciati sui media e in parte completati. Siamo certi che una volta portati a compimento, permetteranno una maggiore fruizione e valorizzazione di un più esteso percorso culturale e saranno oggetto dell’attenzione di Italia Nostra Arcipelago Toscano,per favorire una sempre maggiore conoscenza della nostra città.

Gli appuntamenti per le prossime visite culturali e ambientali con Italia Nostra Arcipelago Toscano verranno annunciati sulla pagina fb e sul sito www.italianostrarcipelagotoscano.it. A presto!

 

“Se a Sigonella non avessimo fermato gli americani, saremmo saltati tutti in aria…”
Da tusciaweb.eu del 1 ottobre 2022

Giuseppe Gumina

Viterbo - Raduno degli ex avieri della Vam - Il racconto inedito dell'ufficiale Giuseppe Gumina che nell'ottobre 1985 si trovò al comando della base militare che disse no alla Delta Force circondandoli armi in pugno: "L'aereo dei terroristi era minato e abbiamo rischiato di morire tutti"

Di Daniele Camilli

Viterbo – “Se a Sigonella non avessimo fermato gli americani… saremmo saltati tutti in aria”. Un tassello in più si aggiunge alla notte di Sigonella, 37 anni, quando la notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985 nella base militare siciliana atterrò un aereo civile egiziano con a bordo i terroristi dell’Achille Lauro che erano riusciti a scappare dalla nave che avevano sequestrato in mare egiziano uccidendo un cittadino statunitense, Leon Klinghoffer, gettandolo in mare. E scatenando in tal modo le ire del governo americano e del presidente degli Usa Ronald Reagan che volevano a tutti i costi mettere le mani sui terroristi dell’Olpe in particolar modo sul loro capo, Abu Abbas. Vam, militari Usa e carabinieri, la notte di Sigonella, avrebbero quindi rischiato tutti di saltare in aria se i terroristi palestinesi fossero stati consegnati ai soldati americani. L’aereo egiziano era stato minato da cima a fondo ed era pronto a saltare in aria cambiando per sempre gli equilibri geopolitici del Mediterraneo e probabilmente dell’intera Nato.

A raccontarlo, ieri mattina nella sala dell’auditorium della scuola allievi sottufficiali dell’aeronautica militare, ex Vam, di Viterbo, nel corso del raduno degli ex avieri dell’aeroporto Fabbri lungo la Tuscanese, Giuseppe Gumina chela notte tra la mezzanotte e l’una del 10-11 ottobre 1985 era a capo della difesa della base di Sigonella, nelle vesti di ufficiale di guardia. Addestrato,come i militari che intervennero quella notte, che scatenò una delle più dure e difficili crisi diplomatiche tra Stati Uniti e Italia, nella scuola Vam di Viterbo.
“Abbiamo saputo da fonti abbastanza certe – ha detto ieri mattina Gumina – che l’aereo egiziano era stato minato. Una notizia recentissima che abbiamo saputo dopo 37 anni dai fatti. Se avessimo permesso agli americani di prelevare i terroristi – ha aggiunto – probabilmente saremmo saltati tutti in aria. I terroristi non si sarebbero consegnati e avrebbero fatto esplodere l’aereo egiziano. Un aereo civile, ma in volo di stato mandato da Mubarak. All’interno c’erano la polizia speciale, i 4 terroristi, i due intermediari, un ambasciatore. E saremmo saltati in aria anche noi Vam, i carabinieri e i soldati americani della Delta Force. Ci sarebbero stati tantissimi morti”.
“Quella di Sigonella – ha poi proseguito Gumina -. Non è stata una questione giuridica internazionale, ma è stata una fortuna. Una fortuna aver agito in quel modo, salvando la vita a tantissime persone”.

La base militare di Sigonella

Una crisi internazionale che vedeva coinvolti, nel perimetro di una delle più importanti basi militari del Mediterraneo, in un clima globale dove la guerra fredda stava vivendo i suoi ultimi pericolosi sussulti a fronte di un Urss sull’orlo del baratro, che coinvolse diversi stati. Italia, Usa, Israele ed Egitto, Palestina e Olp. E a dire “No” agli americani, bloccando tutto e tenendo tutto sul filo del rasoio, fu un giovane tenente addestrato alla Vam di Viterbo, Giuseppe Gumina,che si trovò di fronte il capo della brigata aerea Delta Force, Carl W. Stiner, che nel frattempo aveva al telefono il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan chegli aveva dato l’ordine perentorio di prelevare Abu Abbas e i suoi e portarseli via. Su suolo italiano. Il governo era quello di Bettino Craxi. Mentre sull’altra sponda del Mediterraneo c’erano Yasser Arafat e Mubarak. Quella notte io ero l’ufficiale di guardia della base – ha raccontato Gumina ieri a Viterbo -. A quel tempo non c’era l’ufficiale di ispezione, mentre il comandante della base andava ad alloggiare a Fontanarossa dove c’erano i suoi alloggi. E quando smontava dal servizio il comandante, io avevo la responsabilità di tutta la difesa della base di Sigonella. E assieme a me c’erano Vam. Senza di loro non avrei potuto fare nulla. Ragazzi formati nella scuola di Viterbo. Ragazzi di leva che venivano chiamati per servire la patria.Vam orgogliosi di esserlo. E lo dico con certezza”.

“Quella notte – ha ribadito ancora una volta Gumina – senza i Vam non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto”. fermare gli americani. “Facendo solo il nostro dovere. Quello che ci hanno insegnato nelle scuole. Seguendo le direttive. Pronti e veloci. Per salvaguardare le prerogative della nostra costituzione. Non ci siamo inventati niente abbiamo solo applicato con disciplina le regole che ci avevano insegnato”.
Protagonista in quelle ore, assieme ai Vam di Gumina, anche l’ufficiale della torre di controllo che aveva dato l’autorizzazione ad atterrare all’aereo con i terroristi, inseguito dagli uomini della Delta Force che sbarcarono a Sigonella armi in pugno. Con i Vam e i carabinieri.

La nave Achille Lauro

I caccia americani avevano quindi dirottato l’aereo egiziano sulla base aerea di Sigonella, un aeroporto militare italiano che comprende una Naval Air Station della Marina statunitense. Con il colonnello dell’aeronautica militare Ercolano Annicchiarico che la mattina dopo avrebbe dovuto lasciare il comando dell’aeroporto militare al Colonnello Carlo Lanzilli. 20 carabinieri, di stanza all’aeroporto di Sigonella, circondarono l’aereo egiziano.Pochi minuti dopo, a luci spente e senza il permesso della torre di controllo,arrivarono anche due Lockheed C-141 Starlifter americani della Delta Force al comando del generale Stiner che si diressero subito verso il Boeing egiziano con l’obiettivo di prelevare i dirottatori e Abu Abbas, secondo gli ordini ricevuti da Washington. Le luci della pista furono subito spente.
“Abbiamo svegliato tutti i Vam – ha proseguito Gumina -, armandoli tutti e senza sapere di cosa si trattasse. Gli americani tentarono di fare pressione .Prima quelli della base militare. Poi direttamente la Delta Force del generale Stiner. La base di Sigonella ospita diverse nazioni, ma il suolo è nostro, italiano,e la giurisdizione è italiana. Eravamo pronti, con tutti i Vam armati”. E il rischio di un conflitto a fuoco tra militari americani e militari italiani fu altissimo, come non era mai accaduto prima e non accadrà mai dopo.
La tensione salì poi alle stelle quando gli incursori della Delta Force, scesi dai C-141 armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri della base, ma furono a loro volta furono circondati con le armi puntate da un secondo cordone di carabinieri, che nel frattempo erano arrivati dalle caserme di Cataniae Siracusa. Il capitano Marzo ricevette inoltre dalla torre di controllo l’ordine di posteggiare un’autocisterna, una gru e i mezzi anti incendio chiusi a chiave e piantonati davanti ai veicoli militari, per impedire agli americani di muoversi dalla base. Con ognuno che si attestò sulle posizioni assegnate. In quel momento attorno all’aereo c’erano tre cerchi concentrici con avieri e carabinieri italiani che puntavano le armi contro i militari statunitensi e viceversa.

Viterbo - Aeronautica militare aeroporto Fabbri

“A quel punto – continua Gumina – il generale Stiner mi si avvicinò dicendomi che aveva l’ordine del presidente degli Stati Uniti Reagan di prelevare i terroristi. Gli risposi così: ‘No, comandante, lei non fa nulla lei non fa finché non arriva un mio diretto superiore. Solo lui può dirmi cosa fare”.
A spuntarla furono i militari italiani senza sapere, né loro né quelli della Delta Force, che intanto l’aereo egiziano sarebbe stato minato, pronto ad esplodere e uccidere tutti qualora gli americani avessero tentato di catturare i terroristi. Ad evitare la tragedia il tenente Giuseppe Gumina e soldati di leva della Vam addestrati a Viterbo che dissero No agli Stati Uniti a difesa della sovranità e della costituzione italiana. Salvando, in questo modo, vite umane.
La testimonianza di Gumina rispetto ai fatti di Sigonella è stata raccolta anche nel libro “L’ora che manca alla storia” (Officina della Stampa, Catania) di Salvo Fleres e Paolo Garofalo. “Ma dell’aereo minato – ha precisato ieri Giuseppe Gumina – lo abbiamo saputo soltanto adesso”.
“Il generale Stiner ci ha visto decisi ed è per questo che ha fermato tutto – ha concluso infine Gumina -. A quel punto ha parlato direttamente con il presidente degli Stati Uniti usando una radio campale. Reagan ha fermato tutto per parlare di seguito con Craxi”.
L’11 ottobre il comandante generale dei carabinieri Riccardo Bisogniero fece intervenire a Sigonella, su ordine del governo Craxi i blindati dell’Arma e altre unità di rinforzo. A quel punto la Delta Force ricevette l’ordine di rientrare. Il resto è storia, con un pezzo in più, raccontato ieri dal tenente Gumina a Viterbo, all’ex Vam lungo la Tuscanese.