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Salento, le mura dell'antica Acaya si sbriciolano: l'allarme del consigliere Pagliaro
Da gazzettadelsud.it del 28 giugno 2022

Le mura dell'antica città fortificata salentina di Acaya continuano a sbriciolarsi. L’ultimo crollo ha lasciato un grosso vuoto nella parte sud est della fortificazione medievale. Atri cedimenti sono occultati dalla fitta vegetazione, soprattutto edera e alberi di fico.

A segnalare la grave situazione è il consigliere regionale Paolo Pagliaro. "Dal sopralluogo che ho compiuto oggi ad Acaya emerge una situazione grave di abbandono e pericolo che richiede interventi immediati di puntellamento per scongiurare lo sgretolamento della cinta muraria e rischi per l’incolumità delle persone - ha detto - Ho presentato un’interrogazione urgente, rivolta al presidente Michele Emiliano, per invocare azioni che sono già prescritte nella mia mozione approvata all’unanimità il 5 aprile scorso dal Consiglio regionale, che impegna la Giunta ad attivarsi subito presso il Ministero della Cultura, per individuare e mettere in atto un percorso di esproprio delle porzioni in rovina e abbandono delle mura di Acaya di proprietà di privati, in modo da consentire l’avvio delle necessarie azioni di messa in sicurezza e consolidamento, prima di un’azione complessiva di recupero e valorizzazione non solo della cinta muraria, ma dell’intera cittadella.

Azione che speravamo potesse essere finanziata con il bando nazionale sui borghi da ben 20 milioni di euro. Così non è stato, perché tra i quindici borghi selezionati è risultato vincitore quello di Accadia, ma voglio ricordare che nell’audizione da me richiesta fu dichiarata la volontà dell’assessorato alla cultura di stanziare risorse regionali per la cura di tutti i borghi meritevoli, e chiedo sia dato seguito a questo impegno.

Acaya - conclude Pagliaro - non può più aspettare i tempi lumaca della burocrazia. È uno scempio e un dolore veder franare questo immenso patrimonio che lascia i turisti a bocca aperta per lo stupore ma anche per l’incredulità di fronte all’abbandono di un monumento così importante, unico esempio di cittadella fortificata medievale del sud Italia. La Regione Puglia non può continuare ad ignorare questa situazione sulla quale ho acceso un faro d’interesse sin da maggio 2021, con la mia richiesta di audizione.

È un patrimonio che non possiamo lasciar franare, sarebbe un delitto contro la bellezza e contro la storia. In altri luoghi d’Italia e d’Europa, intorno a monumenti simili, si è realizzato un sistema di accoglienza e promozione straordinario e fiorente. È inconcepibile che tutti proclamino impegno ma nessuno muova un dito per Acaya. La maledizione che grava su questa terra vede un lassismo inaccettabile da parte delle istituzioni, tutto sembra muoversi alla moviola, ammesso che si muova. Chiedo invece fatti: risposte celeri alla mia interrogazione, e interventi ad horas”.

 

Genova, Claudio Priarone presenta la guida “In cammino tra castelli e fortezze dell’Imperiese”
Da genova24.it del 28 giugno 2022

Genova. Martedì 28 giugno alle ore 18 alla Libreria Coop del Porto Antico Claudio Priarone presenterà la guida polisensoriale “In cammino tra castelli e fortezze dell’Imperiese”, pubblicato da Erga Edizioni.

Nove itinerari tra storia e leggenda da Cervo ad Imperia, Sanremo, Ventimiglia, Dolceacqua, Rezzo al Colle di Nava.

Presenterà Sebastiano Lopes, responsabile nazionale area Montagna UISP. Il volume illustra i percorsi che si sviluppano lungo i sentieri del Ponente ligure.

Si parte dalle località che si affacciano sul mare (Cervo, Imperia, Civezza, San Lorenzo al Mare, Cipressa, Santo Stefano al Mare, Pompeiana, Terzorio, Riva Ligure, Taggia, Bussana Vecchia, Sanremo e Ventimiglia), per poi spostarsi nell’entroterra in Val Nervia (Dolceacqua, Perinaldo, Apricale e Isolabona) e finire in Valle Arroscia (Rezzo e Colle di Nava).

Antichi castelli, torri di avvistamento, fortificazioni militari, pittoreschi borghi medievali, luoghi di culto con la loro storia e le loro leggende, muretti a secco e terrazzamenti, uliveti e coltivazioni di fiori rendono questi cammini tra mari e monti ancor più interessanti e suggestivi.

 

 

Bunker di Affi, l’ex presidio militare vuol diventare un’attrazione turistica
Da giornaletrentino.it del 27 giugno 2022

Comune di Affi e Università di Firenze pronti a dare il via ad un progetto di riqualificazione per trasformarlo in un vero e proprio museo della Guerra Fredda

AFFI. Negli anni della “Guerra Fredda” si era creata una linea difensiva – offensiva che partiva da Montichiari, per passare da Affi e Bovolone, per concludersi a Zevio. L’unica base italiana era quella di Montichiari, mentre Affi era sede Nato e Bovolone e Zevio erano basi miste condivise tra l’aviazione italiana e la Nato. Montichiari a parte, le altre erano base missilistiche anche con testate nucleari. Oggi è tutto disattivato, tranne Affi che col suo West Star, bunker segreto più grande d’Europa è prossimo ad essere trasformato in museo della Guerra Fredda grazie ad una convenzione tra l’Università di Firenze ed il Comune di Affi che daranno vita al progetto di riqualificazione.

Su questa base, West Star che si trova sotto il monte Moscal ad Affi, entro un anno diverrà un museo storico interattivo. Verrà così riqualificato e valorizzato il bunker operativo dagli anni Sessanta al 2007, diventato di proprietà del Comune di Affi nel 2018. Alla pari di molte altre basi presenti nel raggio di qualche centinaio di chilometri – come Base Tuono a Folgaria - anche West Star diverrà una testimonianza della Guerra Fredda: 13 mila metri quadrati di superficie interrata alla quale si accede con un chilometro di tunnel dove potevano trovare ospitalità 500 persone: aveva la funzione di comando nel caso di attacchi nucleari, chimici o batteriologici da parte della Russia. La prima parte del progetto sarà dedicata alla ricostruzione storica con una serie di interviste ai militari che negli anni hanno lavorato al suo interno; poi partirà l’iter burocratico per far diventare West Star un monumento storico nazionale. Nel frattempo gli interventi di ristrutturazione interessano la creazione di un impianto di ricircolo dell’aria e la messa a norma di quello elettrico. Non ancora stimati i costi, ma che comunque hanno già la copertura tramite i fondi statali che potranno essere richiesti a vario titolo.

Le prime visite guidate saranno a maggio del prossimo anno per un progetto che andrà avanti a step fino alla completa ristrutturazione che porterà West Star ad avere un ruolo fondamentale nel quadro economico dell’area di Affi perché che di certo sarà di grande richiamo turistico internazionale e siccome sognare è lecito, ci sarebbe anche l’aspirazione di farlo diventare Patrimonio Unesco. Dopo dieci anni di discussioni che a nulla hanno portato, oggi non mancano idee e volontà che rispettano lo spirito del manufatto la cui trasformazione – come era stato paventato – in hotel, casinò, ma anche luogo per la stagionatura di formaggi e salumi, oltre che in un centro di ricerca o in un recovering data, non avrebbe avuto alcun senso.

A Roma il museo diffuso è già realtà nelle gallerie del Monte Soratte ed il successo di visitatori è indiretta conferma della validità del progetto. West Star quando è nato era un segreto militare, altamente strategico e non solo con un ruolo difensivo. Dal 2007 anno della sua dismissione fino al 2018 è stato gestito dal V° Reparto Infrastrutture della Difesa Italiana con sede a Padova, ma di fatto non è più stato utilizzato. Al suo interno anche un bar, una palestra, stanze, mensa e cucina, ma West Star ha una particolarità: nulla può distruggerlo, nemmeno una bomba atomica. L’ultima esercitazione nel 2004, poi la progressiva dismissione col trasferimento di macchinari, degli strumenti per la comunicazione, casseforti ed archivi, ma quello che è rimasto è in ottimo stato di conservazione. Un patrimonio militare pronto a trasformarsi in un patrimonio turistico e culturale.

 

Un "nuovo" bunker a Firenze, ma per l’arte!
Da buildingcue.it del 27 giugno 2022

A Firenze l’ex rifugio antiaereo diventa galleria d’arte e spazio espositivo interattivo per architettura, arte e design.

Il vecchio rifugio-bunker antiaereo di via della Fornace diventa spazio espositivo altamente tecnologico; gli spazi possono ospitare mostre d’arte, architettura, design, fotografia, cinema, letteratura, insomma un luogo dove l’importante è essere creativi. I luoghi suggestivi caricano di un fascino senza tempo gli spazi espositivi. La realizzazione è di circa ottanta anni fa quando i bombardamenti erano all’ordine del giorno ed il rifugio-bunker scavato sotto la collina di Piazzale Michelangelo necessario a protezione di una parte dei cittadini fiorentini. I 165 mq totali denotano uno spazio angusto, freddo, spartano ma funzionale alla sua attività di riparo. Studio Archea firma il progetto e con un intervento davvero minuzioso e valorizzante riesce a dare vita ad uno spazio della memoria rimasto oramai in disuso.

Da bunker ad attrattore culturale, gli spazi

Il concetto di intervento degli architetti dello studio Archea ha visto due fasi di intervento; in prima battuta, l’azione è stata di intervenire sugli elementi strutturali e restaurarli; la seconda fase è stata la valorizzazione degli spazi ridando una nuova vita con un carattere deciso e di impronta culturale. L’ingresso è molto particolare, l’area esterna è di dimensioni ristrette, con un’apertura rivestita in acciaio corten si accede al rifugio-bunker. La terracotta rimanda ad un’idea di calore, riconoscibile e ben visibile dall’esterno dato che i mattoni sono faccia a vista e si contrappongono con la leggerezza e trasparenza del vetro che fa da contrasto.

L’interno come ogni spazio espositivo presenta per tutta la lunghezza pareti di esposizione, nonostante l’irregolarità data dal percorso. Gli schermi, che rendono il tutto un ambiente molto dinamico, innovativo ed interattivo, proiettano arti connettendo il visitatore con le opere; l’esperienza coinvolge l’utente durante la visita accompagnandolo per tutto il percorso. Sul retro sono posizionati i servizi, bagni con un corridoio separatorio. La scala elicoidale che al suo tempo serviva al controllo dell’esterno, rapido e fugace, taglia il terreno in verticale infilandosi verso l’esterno permettendo anche un ricircolo dell’aria, di vitale importanza.

Le linee pulite dettate dall’essenzialità dei materiali

Grazie alla scelta dei materiali semplici ma innovativi; alla posizione delle luci artificiali con un’illuminotecnica studiata; ai colori idonei alla funzionalità e spazialità degli interni, gli ambienti vengono trasformati e modernizzati. Le pareti creano una certa continuità in accordo con mattonelle ceramiche rettangolari, cangianti, con tonalità tra il verde ed il grigio donando movimento e vibrazioni di colore. I visitatori attraversano lungo il loro percorso una vera e propria grotta-bunker; lo spostamento lungo tutto il percorso è dettato anche da una pavimentazione sopraelevata che dona quella patina di carattere intrigante di un ambiente sotterraneo.

La funzione nascosta dei pavimenti è lo spazio tecnico necessario a tutti gli impianti di poter manovrare cablaggi e tubazioni; rendendo ancora più pulito e lineare lo spazio fruibile ai visitatori, lasciando liberi gli ambienti alla creatività ed atmosfera culturale. La ventilazione è meccanica, gli ambienti sono privi di aperture o finestre essendo ipogei. Il progetto dell’illuminazione è ben studiato, le fonti luminose sono posizionate lungo tutta la camminata in corrispondenza degli schermi ad evidenziare la posizione degli elementi attrattivi. Nel fondo, il punto focale riprodotto con dei pannelli lucidi di colore blu acceso con il contrasto del bianco, allungano gli spazi e li dilatano, inoltre la visuale è accentuata dagli specchi che creano un gioco di riproduzione degli ambienti, facendo si che lo stiramento dei luoghi si amplifichi.

La progettazione e restauro di questi luoghi della memoria denota una sempre maggiore attenzione alla storicità del patrimonio urbano e culturale. Questo percorso di valorizzazione dei luoghi storici ha visto praticità anche in altri luoghi d’Italia; con la speranza che aumentino gli esempi da seguire, Studio Archea traccia la rotta fornendo un pratico esempio di come agire intelligentemente sulle tracce storiche e culturali del nostro immenso patrimonio.

 

Passo avanti per il recupero dell’ex bunker
Da larena.it del 26 giugno 2022

È stata approvata in consiglio comunale la convenzione, tra il Comune e il Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze, per il progetto di musealizzazione e riuso dell'ex bunker West Star scavata nelle viscere del Monte Moscal. La ricerca coordinata dal professor Michelangelo Pivetta durerà un anno. Pivetta ha affermato che tra gli obiettivi c'è anche quello di inserire l'ex base nato di Affi, che rappresenta un unicum nel suo genere, nel novero del patrimonio Unesco. La valorizzazione di questo sito dovrà avere come base anche istituzione di un vincolo monumentale da parte della Sovrintendenza. Per Pivetta, già a febbraio potrà essere presentato un progetto di fattibilità per il recupero e la valorizzazione di West Star. «Tra le priorità da raggiungere», ha sottolineato il professor Pivetta, «è rendere fruibile al pubblico questa particolarissima costruzione militare ben conservata».

Il Comune per questa ricerca verserà all'Università di Firenze 40mila euro. Il rifugio antiatomico West Star di Affi dispone di una superficie di circa 13 mila metri quadrati ed è una struttura unica nel territorio italiano ed europeo. Per questo motivo la sua musealizzazione è un'opera di primaria importanza. L'approccio proposto dai docenti e ricercatori fiorentini e quello del restauro conservativo, nella sua accezione più generica di rimessa in funzione senza alcuna alterazione delle caratteristiche tipologiche, formali, estetiche e materiche. Procedere in questa direzione significa ridurre il ripristino dell'intera opera a poche ed essenziali operazioni e soprattutto preservarne il carattere che ne definisce l'identità che lo può far ambire a diventare monumento. «Così resterà inalterato lo stato dei luoghi come sono stati lasciati nel 2006», ha spiegato Pivetta, «con l'intento progettuale di lavorare su addizioni puntuali, che, come corpi estranei, si inseriscano all'interno del bunker senza necessità di modifiche al suo stato. Questo permetterà, in un'ottica di valorizzazione, di trasmettere al visitatore un trasporto emotivo quanto più vicino alla realtà di quest'architettura bellica pensata e realizzata durante la Guerra Fredda in modo da costruire una narrazione necessaria per le future generazioni.

La musealizzazione del complesso sotterraneo», ha aggiunto il docente, «non può prescindere da una coordinata proposta progettuale in ambito urbano e territoriale del contesto paesaggistico del Monte Moscal che per caratteri ambientali e geografici rappresenta un’eccezione, ancora poco conosciuta, dell'entroterra lacustre veronese». Potranno essere individuati e ripensati percorsi di varia natura, aree di sosta per i visitatori e ulteriori soluzioni finalizzate al miglior accesso ai luoghi. Ulteriore ambito indagato nella ricerca e proposto al Comune di Affi è la possibile realizzazione di un archivio fisico-analogico, basato su dati digitalizzati: un qualsiasi documento digitale potrà essere inciso su una lamina di nichel tramite un laser, che traccerà in maniera permanente la superficie metallica ad altissima risoluzione in dimensioni microscopiche. Questo sistema offre la possibilità di depositare enormi quantità di informazioni in uno spazio minimo e per un tempo lunghissimo. •. Luca Belligoli

 

Il Forte di Exilles resta chiuso nonostante le promesse
Da corriere.it del 23 giugno 2022

Di Gabriele Ferraris

La Regione aveva annunciato un accordo per riaprilo.

Non è stato ancora firmato Per bene che vada, quella del Forte di Exilles sarà un’estate a metà. Eppure sembrava la volta buona, dopo anni di speranze, appelli e inutili tentativi di riaprire ai visitatori la fortezza, passata nel 2019 dal Demanio alla piena proprietà della Regione. «Dovremmo essere pronti entro giugno», dichiarava lo scorso 9 aprile al Corriere Torino l’assessore alla Cultura Poggio. Mancava soltanto un passaggio formale, di competenza dell’assessore al Patrimonio Tronzano: la concessione del Forte al Comune di Exilles, «che a sua volta affiderà la gestione a un’associazione locale». Una cinquantina di giorni dopo, il 31 maggio, eravamo al punto di partenza: Tronzano, in risposta a un’interpellanza in Consiglio regionale, scriveva, nel linguaggio curialesco della sonnacchiosa burocrazia, che «si procederà alla formalizzazione di apposito accordo di collaborazione fra la Regione e il Comune, previa adozione di apposita deliberazione autorizzativa d’iniziativa della giunta regionale e previo rilascio da parte del segretariato regionale del ministero della Cultura (ovvero la Soprintendenza, ndr ) dell’autorizzazione di cui al decreto legislativo 42/2004, la cui richiesta è stata inoltrata dal settore Patrimonio».

Rispetto alle dichiarazioni di Poggio dell’8 aprile, la risposta di Tronzano aggiungeva un unico elemento nuovo: per le attività al Forte — precisava — il Comune di Exilles (o l’associazione affidataria) riceverà un sostegno dalla Compagnia di San Paolo. Tale sostegno dovrebbe aggirarsi sui 40 mila euro. Dalla Compagnia mi confermano che loro sono pronti a pagare: ma a chi pagano, se ufficialmente non esiste ancora un beneficiario? Non è tutto. Tre progetti per svolgere attività di spettacolo al Forte sono già finanziati e pronti a partire: l’associazione Borgate dal Vivo ha ottenuto fondi dal Ministero, Tangram Teatro dal bando Not&Sipari di Fondazione Crt, il Centro Culturale Diocesano di Susa dal bando InLuce di Compagnia di San Paolo; e anche Piemonte dal Vivo è pronto a intervenire con una serie di spettacoli a proprio carico. Ma nulla si muove senza la sospirata delibera regionale. La quale, a sua volta, attende il via libera della Soprintendenza. Via libera che – si spera potrebbe arrivare oggi, 23 giugno. Forse.

Di sicuro l’altro ieri il sindaco di Exilles Michelangelo Castellano non aveva ancora ricevuto nessun atto dalla Regione. Interlocuzioni sì, papiri no. Il pragmatico sindaco si è portato avanti con il lavoro: lo scorso 20 giugno ha pubblicato un prudentissimo «avviso esplorativo per manifestazione d’interesse» rivolto alle associazioni culturali interessate alla gestione del Forte. «Solo a seguito di un accordo fra Regione e Comune», puntualizza l’avviso con montanara cautela. Per aderire c’è tempo fino al 5 luglio. Dopodiché una pur minima procedura per l’assegnazione sarà necessaria — la burocrazia non fa sconti — e intanto si dovrà trovare il personale, quantomeno un guardiano, e il Forte andrà riportato all’onor del mondo con le pulizie e lo sfalcio dell’erba. Ammesso e non concesso che l’«apposito accordo di collaborazione fra la Regione e il Comune» venga formalizzato a tambur battente, pare impossibile che il Forte riapra prima del 15-20 luglio. Quando mezza stagione turistica sarà già sfumata.

 

Recoaro Terme, progetto per un ecomuseo diffuso dei bunker nazisti
Da corrieredelveneto.it del 22 giugno 2022

I lavori a una rotatoria hanno riportato alla luce uno dei 27 rifugi del paese, murato negli anni Sessanta. «Pensiamo a un percorso che parli di pace»

Di CAMILLA BERTONI di Camilla Bertoni Recoaro Terme, il bunker venuto alla luce dopo i lavori a una rotatoria Del cosiddetto bunker di Recoaro Terme, contro cui è andata a «sbattere», sembrerebbe quasi casualmente, una ruspa, si conosceva esattamente l’esistenza. Lo conferma Paolo Asnicar, consigliere comunale di Recoaro con delega al Turismo e membro dell’Associazione Bunker 1940-1945. «Abbiamo “scoperto” un bunker che era già in mappa — commenta ironizzando sull’accaduto —. Anche perché i tedeschi, autori dell’opera che doveva servire da rifugio antiaereo, il più grande tra i 27 che abbiamo a Recoaro, hanno lasciato le mappe e le localizzazioni geografiche di tutti i rifugi. Il più importante fu il Kesserling dove si firmò la resa dei tedeschi visto che ospitava il comando delle truppe tedesche in Italia».

I LAVORI PER LA ROTATORIA L’occasione della «scoperta» è stata data dai lavori per la rotatoria con pista ciclabile sulla provinciale 246 che va da Recoaro a Valdagno. «Un rifugio che era stato murato negli anni ’60 dopo un incidente — continua Asnicar — accaduto a un bambino che aveva trovato un proiettile e aveva perso due dita. Proprio per la loro potenziale pericolosità i 27 bunker nel territorio comunale sono stati tutti puliti e chiusi». Ma tutta la vicenda non avrà un grande seguito secondo il consigliere comunale. «Si trova fuori dalla sede stradale e dunque non impedisce il proseguimento e la conclusione dei lavori in uno snodo importante e pericoloso, che va assolutamente sistemato. Il bunker verrà chiuso con un cancello per evitare incidenti».

IL PROGETTO DELL’ECOMUSEO Quanto alla sua valorizzazione, Asnicar esclude che possa essere inserito in un percorso di visita, per la sua posizione troppo a ridosso della strada. «Ma ci sono sei bunker a Recoaro su cui la nostra associazione ha già fatto un progetto per un ecomuseo diffuso — spiega —, progetto che è stato accolto dal Comune che ne vede le potenzialità culturali. Per i primi tre è già stato fatto un bando che vede un percorso snodarsi dal centro verso le terme. Si tratta di un progetto per parlare di pace che va inserito nell’ambito delle ricchezze del territorio che sono state coinvolte negli episodi bellici, dai sentieri alle montagne».

 

La postazione militare in località Ficarazzi al Km. 249+300
Da cefalunews.org del 20 giugno 2022

Di Giuseppe Longo

La postazione militare, sita in Ficarazzi (PA) lungo la statale 113 e adiacente alla riva del fiume Eleuterio, è assimilabile verosimilmente a una postazione di sbarramento stradale e forse servì anche da controllo fluviale. In realtà la costruzione in calcestruzzo dalla superba veste architettonica, come tutte le eterogenee postazioni pluriarma e monoarma, furono edificate nei posti strategici: cavalcavia, strade, torrenti, caselli, ponti ferroviari, ecc. Pertanto, il suddetto fabbricato svolse anch’esso, probabilmente, un duplice compito di sorveglianza. La struttura si erge su tre elevazioni e presenta nei prospetti nord, est e ovest un numero variabile di feritoie più o meno grandi per armi automatiche, e ancora, aperture non solo di forma circolare, ma anche dal contorno rettangolare, queste ultime tuttavia murate.

Sia la postazione sull’Eleuterio e sia quelle ubicate in località “Gattarello”, ambedue distanti in linea d’aria circa 500 m. furono le classiche postazioni dell’entroterra costruite su una “linea di contenimento”. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, nel corso dell’Operazione Husky (9 luglio-17 agosto) a difesa di tutta fascia litorale siciliana erano posizionate cinque divisioni costiere, due brigate e un reggimento autonomo costiero. Il territorio litoraneo di Ficarazzi era di competenza del 136° Reggimento Territoriale Mobile (Autonomo), inquadrato nella 208^ Divisione Costiera, dipendente dal XII Corpo d’Armata.

Abbiamo chiesto al Dott. Geol. Donaldo Di Cristofalo (1) del “Comitato spontaneo per lo studio delle fortificazioni militari” di descriverci l’interessante postazione militare situata lungo la Strada statale 113 Settentrionale Sicula, in località Ficarazzi. «La postazione in questione si trova nei pressi dell’ingresso orientale dell’abitato di Ficarazzi (Pa), al bordo lato mare della SS.113, al Km.249+300, in corrispondenza dell’attraversamento (ponte) del fiume Eleuterio, rispetto al quale ricade in sponda idraulica sinistra. Coordinate geografiche: 38° 05’30”N – 13°28’40”E.

Si tratta di un bunker con evidenti funzioni di “blocco stradale”, in posizione ottimale per controllare la strada sulle due direttrici, nonché il tratto di piana costiera verso Nord. La costruzione in cemento armato è di pregevole fattura architettonica, non mancando elementi che richiamano ai tratti tipici delle costruzioni, specie pubbliche, degli anni 30 del 900 (la similitudine di alcune forme con quelle dell’idrovora di Sassu, ad Arborea, Sardegna, è stupefacente). Alle feritoie per armi, si affiancano elementi puramente estetici, come il montante reggi pennone/antenna, sullo spigolo sud-orientale dell’edificio, ma anche le due sfinestrature circolari, con verosimile funzione di aerazione. Tre i livelli su cui si sviluppa, due fuori terra rispetto alla sede stradale, e uno, sottostante, sul piano di fondazione, alla base della spalla del ponte.

Le condizioni generali sono buone in virtù dei materiali di costruzione, ma tutte le superfici, esterne ed interne, versano in cattivo stato. Sul tetto è visibile, caduta ma ancora vincolata da cavi e fili, un’antenna, che il Gen.le (R) Mario Piraino riconosce come di origine statunitense, nella frequenza dei 432 Mhz, utilizzate dall’ANAS nel periodo postbellico. Infatti l’edificio mostra ancora, in alto sulla porta di accesso stradale la scritta ANAS, chiarendo l’utilizzo che se ne fece, probabilmente fino agli anni 70 – 80 del secolo scorso. E’ nostra modesta convinzione che l’edificio, per le sue caratteristiche architettoniche e storiche, meriti una particolare attenzione, laddove un intervento di restauro, non particolarmente oneroso, porterebbe ad una sua sicura valorizzazione, di cui potrebbe avvantaggiarsi il territorio locale».

Note:

(1) Geologo, già funzionario presso il Comune di Termini Imerese (PA), appassionato di storia militare e membro del “Comitato spontaneo per lo studio delle fortificazioni militari”.

Bibliografia e sitografia

Carlo Clerici, Le difese costiere italiane nelle due guerre mondiali, Storia Militare, 1996.

Giuseppe Longo, “Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel distretto di Termini Imerese”, Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici (I.S.P.E.), Palermo, 2021.

Giuseppe Longo, 2022 “Le postazioni militari di Ficarazzi (PA) in località “Gattarello”, Cefalùnews, 30 maggio. Giuseppe Longo, 2022, “Seconda Guerra Mondiale. La galleria ferroviaria dismessa di Termini Imerese (PA)”, 16 Maggio 2022.

Giuseppe Longo, 2022, “L’epopea del Treno Armato di Termini Imerese (T.A. IV 152/1/T)”, Cefalùnews, 17 giugno.

Si ringrazia: Mario Piraino, Generale di Brigata (Aus). Giuseppe Longo giuseppelongoredazione@gmail.com @longoredazione 

 

Quei bunker costruiti dai tedeschi per paura di uno sbarco degli Alleati
Da ravennaedintorni.it del 19 giugno 2022

Riscoperti da appassionati di storia tra dune e pineta del litorale, le fortificazioni della linea Galla Placidia, ora sono meta di visite guidate

Di Andrea Alberizia

Nel cielo sopra a Punta Marina nel weekend del 18-19 giugno mostrano i muscoli alcuni dei prodotti più recenti della tecnologia militare, qualche centinaio di metri più in basso invece si trovano testimonianze di quando la guerra da quelle parti, quasi un secolo fa, si combatteva per davvero. Tra la pineta e le dune sabbiose infatti sono visibili una decina di bunker costruiti dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale come prevenzione da un eventuale sbarco degli Alleati via mare. Un sistema costiero di fortificazioni in cemento armato e strutture difensive che componevano la cosiddetta linea Galla Placidia, estesa per 130 km da Pesaro alla foce del Po. Le opere sono su terreno demaniale, quindi di proprietà dello Stato. Volontari e appassionati di storia li hanno rintracciati e recuperati nel corso del tempo, ora sono liberamente visibili dall’esterno ma, da qualche tempo, non più accessibili all’interno. «Si possono vedere bunker di due tipi che di solito venivano realizzati affiancati – spiega Serena Zecchini, guida turistica che per l’agenzia Riviera Experience accompagna i visitatori nei tour percorrendo i sentieri che un tempo erano trincee –. Il Regelbau 668 era un alloggio per sei soldati, il Tobruk è invece solo per due soldati impegnati alla mitragliatrice».

Uno dei più significativi è visibile nei pressi del ristorante Cristallo e del parco giochi: «Venne costruito dai tedeschi per farci passare il cavo del telegrafo che partiva da una vicina palazzina e arrivava fino a Pola passando sotto al mare». Altrettanto interessanti sono quelli che si trovano nelle vicinanze del bagno Bolognino: «Sono parzialmente demoliti. L’ipotesi è che gli alleati volessero smantellarli completamente per avere più spazio per le piste di atterraggio e decollo in quella zona ma non riuscirono a distruggerli completamente, a dimostrazione della buona realizzazione». Se nella zona di Punta Marina sono rimasti visibili perché in aree dove non si è edificato, diverso è lo scenario a Marina di Ravenna: «Molti bunker sono stati inglobati nelle case, diventandone le fondamenta antisismiche. Alcuni ora sono cantine di case». Ad esempio quello che si vede parzialmente nel parcheggio di piazzale Azzurra: «È un Regelbau 669, uno dei più grandi rimasti di tutta la linea Galla Placidia ed era dotato anche di cannone. Un altro di grandi dimensioni e ben conservato è in pieno centro, tra lo stabulario e il negozio Punto Vela: sarebbe meraviglioso poterlo rendere visibile ma al momento per lo Stato è ancora considerato un elemento di difesa…».

 

Il bunker atomico di Tito diventa un’attrazione per i turisti di Lagosta
Da ilpiccolo.it del 17 giugno 2022

A scavarlo sono stati anche prigionieri tedeschi che poi furono fucilati. I primi stranieri vennero ammessi all’isola solo nel 1988

Di MAURO MANZIN

TRIESTE È oramai storia che il maresciallo Tito tenesse in modo particolare alla sua incolumità. E così disseminò la sua Jugoslavia di bunker a prova di attacco nucleare dove poter sopravvivere per mesi. Uno di questi, e tra i più grandi, si trova sull’isola di Lagosta dove per decenni gli isolani dovettero mantenere il segreto pena la loro stessa vita.

Oggi, come per altre simili installazioni, si è pensato di rivederle in chiave storica e offrile ai turisti con tanto di pupazzi con uniformi originali dell’epoca per mostrare l’uso delle varie stanze in essa contenute.

 

Tracce della memoria: nuova mostra al Forte di Fortezza
Da lavocedibolzano.it del 13 giugno 2022

Che tracce hanno lasciato i soldati al Forte di Fortezza? Ce lo raccontano Petra Polli e Werner Gasser nella mostra “Tracce della memoria“, presentata sabato. Disegni, scarabocchi, numeri, segni di conteggio, lettere isolate, simboli sulle pareti scrostate, incisi nei mattoni rossi o scolpiti nella pietra – ovunque si trovano tracce del passato nel Forte di Fortezza. Si tratta in gran parte di testimonianze di ex soldati che trascorsero settimane o mesi tra queste mura, imprimendo su di esse i loro desideri più profondi, immortalando messaggi segreti. Per noia, paura o nostalgia? Cosa vogliono dirci questi segni? Come possiamo leggere, comprendere o interpretare queste tracce?

Petra Polli abbraccia il tema delle tracce fin dai suoi studi a Lipsia: raccoglie tracce dall’arte del graffitismo, le fotografa e le reinterpreta, giocando consapevolmente con i messaggi segreti e l’estetica dei graffiti e sviluppando in tal modo il proprio linguaggio visivo e la propria forma di espressione. Nella mostra presenta ad esempio l’opera  “Nolpdjlsiho/Klimagipfel“, decodificando un concetto avvalendosi di un antico metodo di crittografia e fondendolo nel cemento. Preparandosi alla mostra l’artista si è confrontata anche con i segni visibili e quelli ritenuti invisibili della vita quotidiana: con l’aiuto di un’app per biciclette ha elaborato i tragitti che le dipendenti e i dipendenti della fortezza coprono ogni giorno all’interno del forte visualizzando poi tali percorsi per mezzo di varie installazioni luminose (da vedere nell’opera “Tracce virtuali”). Nell’opera “Tracce vissute” infine l’artista dona nuovo splendore a vecchi oggetti scartati coprendo con la vernice le tracce lasciate dall’uso o dal consumo. Werner Gasser, invece, che usa mettersi alla ricerca di tracce con la sua macchina fotografica, per la mostra al Forte di Fortezza ha scelto una via diversa: ispirandosi a Daniel Liebeskind – a cui si deve la ristrutturazione del Museo Ebraico di Berlino – si è rapportato ai muri e alle sale cariche di storia della fortezza cercandovi tracce personali o, ancor più, ricordi della sua vita e della propria carriera artistica.

A rivestire un ruolo particolare nelle sue opere sono il fattore tempo, l’avanzare di quest’ultimo e i cambiamenti che accompagnano tale processo, tracce che si inscrivono nella materia come ricordi di istantanee. È questo che ci viene presentato nella sua installazione fatta di borotalco che si estende attraverso diverse sale (una nuvola di profumo avvolge chi le si avvicina). Come cambieranno queste superfici nelle prossime settimane durante l’esposizione? Immagini istantanee del qui e ora e la visualizzazione di tracce, ricordi impressi e destini umani costituiscono altri temi che percorrono le opere qui esposte. La mostra è visitabile fino a fine ottobre 2022

 

Miramare “nero”: le fortificazioni naziste del 1943-44
Da triesteallnews.it del 11 giugno 2022

Di Zeno Saracino

La galleria principale. Foto dal volume "Sotterranei della città di Trieste: catasto illustrato delle cavità artificiali", Trieste, Lint, 2001

11.06.2022 – 07.01 – La dottrina nazista “Blut und Boden” (sangue e suolo) trovò negli ultimi rantoli di vita dell’Impero di Reich espressione nella sfera delle costruzioni belliche: nonostante l’importanza della guerra nell’aria e sul mare, per il nazismo la guerra sulla terra (per la terra?) rivestì un ruolo chiave. Lo stesso concetto dello spazio vitale, del Lebensraum, era connesso a questa visione connessa all’elemento della litosfera, della terra, del sangue. Il filosofo e urbanista Paul Virilio fu il primo a connettere il Blut und Boden con l’epidemia architettonica che imperversò nei territori dominati dal Reich, costellati di un’infinita collezione di bunker e trincee, di casematte e torri antiaeree, di cunicoli e tunnel sempre più addentro alla terra, la “propria” terra. L’architetto Friedrich Tamms mutuò dalle tecniche utilizzate per le autobahn l’utilizzo pervasivo del cemento armato, perseguendo la costruzione di bunker nazisti definiti “cattedrali dell’artiglieria” dove la forma doveva prevalere sulla praticità e dove “proteggersi era pregare” (chissà cosa ne pensavano i soldati acquartierati!). Se la rimozione dell’ideologia nazista è stata perseguita nell’Europa del secondo dopoguerra con capillare accuratezza, i bunker di Tamms si sono rivelati inamovibili, “resistendo” i tentativi di sradicamento. La seconda generazione degli architetti modernisti e successivamente del brutalismo degli anni Sessanta e Settanta del novecento hanno poi tratto da questi “tumuli”, da questi “sepolcri funerari”, nella definizione di Virilio, i propri modelli. Una conseguenza involontariamente positiva dell’architettura nazista, incongruamente traslata al clima del boom economico.

Il morbo dei bunker non trascurò certo Trieste e il Litorale adriatico, inseriti nella zona di operazioni definita Adriatisches Küstenland, sotto diretto controllo tedesco. I timori di un possibile sbarco alleato incentivarono la costruzione, presso la costa, di bunker, gallerie e batterie contraeree. Trieste, già ricca di rifugi dall’inizio della guerra, si popolò di una vasta collezione di cunicoli e bunker. Il castello e il parco di Miramare, essendo posizionati in una zona altamente strategica, vennero anch’essi muniti di una batteria costiera. Si trattò di un lavoro incompleto, ma imponente: un sistema completo di gallerie e stanze connesso a un gruppo di cannoni. Il primo rilievo della fortificazione nazista di Miramare risale agli anni del conflitto, ad opera di un reparto militare e paramilitare composto da membri italiani della Commissione Grotte degli anni Quaranta. Successivamente il rilievo e la planimetria della batteria contraerea venne risistemato e pubblicato sull’Annuario del Parco di Miramare del WWF

(1975). L’argomento venne poi recuperato nuovamente, con successive esplorazioni, dalla rivista “Progressione” del 1988, ad opera di Pino Guidi. La fortificazione venne costruita tra il 1943-44 sul lato destro di Viale Miramare, sul fianco di una collina calcarea. Tutt’oggi gli sbocchi delle cannoniere, successivamente murati, sono chiaramente visibili. L’armamento consisteva in una batteria costiera e un paio di pezzi contraerei e costituiva la punta nord occidentale di un sistema costiero che risaliva fino a Salvore. In linea generale la fortificazione era composta dunque da quattro cannoniere, cioè quattro aperture per i pezzi di artiglieria, collegate tra loro con un sistema di gallerie dalla notevole estensione. Le gallerie, a propria volta, presentavano una serie di stanze adibite a osservatori, magazzini e camerate. Le gallerie erano accessibili attraverso due pozzi di aerazione e due accessi principali. La galleria dominante, scavata nell’arenaria e rivestita col cemento armato, misura 195 metri di lunghezza e due metri rispettivamente di larghezza e altezza. L’utilizzo del cemento armato ha permesso la sua conservazione, trattenendo i crolli continui della fragile arenaria. Si entra teoricamente dall’ingresso presso la portineria, dopo aver superato il varco di accesso al Parco, giungendo a cinque diramazioni. La prima e le ultime tre conducono alle rispettive cannoniere, la seconda a una sala per il deposito di materiale. Vi sono poi, dalla galleria, una serie di accessi a nove piccole stanze, probabilmente con funzione di magazzino. Vi è inoltre un secondo accesso principale, dietro gli edifici delle scuderie. Il parco presenta inoltre due pozzi di ventilazione, dal quale poter accedere alla galleria: uno di venti metri e l’altro di dodici. Come tanta architettura bellica, si trattò di costruire per distruggere: le cannoniere non vennero mai coinvolte in uno scontro a fuoco, ma i lavori di fortificazione portarono a eliminare una suggestiva torretta belvedere ottocentesca nota come Pfeifferturm, voluta dallo stesso Massimiliano d’Asburgo.

Fonti: Pino Guidi, Speleourbana: una curiosità appagata, in Progressione, 1988:

https://www.boegan.it/1988/07/gli-ipogei-del-parco-di-miramare/

Paolo Guglia, Armando Halupca, Enrico Halupca, Sotterranei della città di Trieste: catasto illustrato delle cavità artificiali, Trieste, Lint, 2001

Paul Virilio, Bunker Archaeology, New York, Princeton Architectural Press, 1994

 

Lugano, più posti letto nei bunker che abitanti
Da laregione.ch del 9 giugno 2022

Di Shila Dutly

È quanto emerso dal censimento, il primo in Svizzera, presentato dal Municipio sui rifugi pubblici e privati sul territorio comunale

Fino a qualche mese fa sapere se la propria abitazione fosse munita o meno di un bunker sarebbe stato l’ultimo dei pensieri. Ma ora che la guerra è tornata a bussare alle porte d’Europa, le cose sono cambiate. Ci si chiede quanto durerà, se mai arriverà in Svizzera e se, in quel caso, saremo pronti in caso di necessità. Queste, bene o male, le domande e i timori di molti, ma non solo. Infatti, anche il Comune di Lugano, in collaborazione con il Consorzio Protezione Civile Regione Lugano Città, ha deciso di sviluppare un progetto di raccolta, analisi e diffusione dei dati statistici relativi ai rifugi pubblici e privati disponibili in ogni quartiere della città. «Ci siamo mobilitati perché la situazione politica internazionale ha recentemente evidenziato l’importanza strategica dei bunker. Ma anche perché nelle ultime settimane abbiamo ricevuto diverse domande, da parte di chi era intenzionato a stabilirsi nel nostro comune, riguardo la presenza o meno di rifugi pubblici», racconta durante la conferenza stampa Tiziano Galeazzi, municipale e Capodicastero consulenza e gestione.

I posti protetti sono oltre 70mila Nel censimento si è tenuto conto non solo dei rifugi di proprietà della Città ma anche di quelli appartenenti ai privati. Dai dati raccolti è emerso che, in tutto il territorio comunale, sono presenti ben 73’170 posti, ovvero 9’744 in più degli attuali abitanti (66’585). «Questo significa che la disponibilità di posti è largamente sufficiente a ospitare l’intera popolazione di Lugano –, spiega il municipale che continua –. Nel progetto abbiamo voluto rapportare il numero di abitanti a quello dei posti, in modo tale da determinare se ci fosse oppure no una copertura. In generale il risultato è molto, visto che abbiamo un grado di copertura del 115%». Però qualche differenza fra vari quartieri c’è. Nel Centro di Lugano, ad esempio, su 5’253 abitanti ci sono 13’190 posti, il che porta a un grado di copertura pari al 251%. Per contro, a Gandria, sebbene vi siano 278 abitanti non ci sono rifugi. Come sopperire a questo? «Nel caso di quartieri dove invece di un surplus si è registrato un deficit in caso di necessità si può pensare a trovare delle soluzioni provvisorie (nel caso la situazione non fosse di gravità elevata) oppure rivolgersi a zone limitrofe – afferma Aldo Facchini, Comandante della Protezione Civile Regione Lugano Città –. È importante sottolineare che in caso di emergenza bisogna attendere le istruzioni date dalle autorità e non fiondarsi subito nei luoghi protetti».

Un progetto pionieristico «Quando abbiamo iniziato a interrogarci sulla questione, ci siamo resi conto che a livello svizzero non esistevano dati inerenti ai rifugi. Perciò possiamo dire di essere i primi come Comune a fare queste mappature –, afferma Galeazzi, aggiungendo che –. Questo non solo è un lavoro di qualità dal punto di vista del dato statistico, ma anche della collaborazione tra Protezione civile e i vari organi comunali». Gli scopi dell’iniziativa sono molteplici, così come le persone toccate. Da una parte il lavoro offre una base di appoggio per la Protezione Civile nel valutare, pianificare e implementare le strutture esistenti dal punto di vista della qualità e delle quantità. Ma può essere un appoggio anche alle istituzioni pubbliche perché permette loro di studiare ed elaborare una linea politica in tempistiche più brevi. E poi vi è la parte divulgativa, dando alla popolazione informazioni precise, puntuali e facilmente consultabili (andando sul sito web statistica.lugano.ch, nella scheda intitolata: "Protezione Civile: rifugi e posti protetti") sullo stato dei rifugi presenti nei loro quartieri, in modo tale da accresce la loro sicurezza oggettiva.

 

LA STRADA DEI FORTI
Da turismotorino.org del 8 giugno 2022

Il progetto "Le Strade dei Forti" punta a valorizzare alcuni dei più affascinanti ed emblematici luoghi del territorio. Oltre 40 appuntamenti tra concerti, spettacoli, mostre e tour che coinvolgerà le comunità locali e i turisti nell’esplorazione di una vera e propria terra di confine, costellata di forti e fortificazioni, ideate per dividere e per difendere i territori e le comunità.

Condividere, conoscere questo esteso patrimonio locale, dai palazzi di Pinerolo alla "grande muraglia" del Forte di Fenestrelle, dalla leggendaria Strada dell’Assietta, fino agli spettacolari paesaggi della conca dei 13 laghi di Prali. Il progetto vede la Città di Pinerolo come capofila di un partenariato che comprende i Comuni di Fenestrelle, Usseaux, Prali, l’Accademia di Musica di Pinerolo, la Fondazione La Tuno e la Fondazione Centro Culturale Valdese. "Paesaggio fortificato, nell’evoluzione del rapporto storico tra il Piemonte e la Francia" è realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando «In luce. Valorizzare e raccontare le identità culturali dei territori» Programma completo degli eventi

Contatti
Via del Duomo 1 / fronte Comune, 10064, Pinerolo (TO)

 

Dal 7 giugno mostra «Un patrimonio da conoscere, un’identità da conquistare» a cura dell’I.C. Sant’Eufemia
Da reportageonline.it del 7 giugno 2022

Martedì 7 giugno 2022, con inizio alle ore 18:00, nella suggestiva cornice del Chiostro del Complesso Monumentale di S. Domenico a Nicastro, sarà inaugurata la mostra “Un patrimonio da conoscere, un’identità da conquistare” realizzata dall’Istituto Comprensivo Statale di S. Eufemia Lamezia. La manifestazione inaugurale, nella parte esplicativa e di presentazione, sarà condotta dalla giornalista Maria Scaramuzzino e introdotta dai saluti della dirigente dott.ssa Fiorella Careri che ne traccerà la sostanza valoriale ed educativa. L’evento rappresenta il momento conclusivo di un progetto finalizzato alla conoscenza dei più importanti beni culturali del territorio lametino, che ha visto coinvolti gli alunni delle classi quinte della primaria e delle classi terze della secondaria di primo grado coordinati dalle docenti Teodolinda Coltellaro e Nadia Rocchino. L’esposizione è, dunque, il risultato di un itinerario progettuale di grande valenza pedagogico-didattica che ha permesso ai ragazzi di scoprire un patrimonio artistico e archeologico poco conosciuto e ancora non valorizzato come meriterebbe.

Il lavoro di ricerca sul campo e di conoscenza si è sviluppato, nonostante gli oggettivi limiti operativi imposti dall’emergenza pandemica, attraverso attività fortemente motivanti alla cui realizzazione hanno contribuito, con apporti professionali di alto spessore formativo, esperti quali gli storici Italo e Lucio Leone, la ceramista Graziella Cantafio con i volontari dell’Associazione Aleph Arte, l’orafa Maria Antonietta Caputo che, tra l’altro, espone per l’occasione un monile realizzato da lei su progetto degli stessi alunni. Le declinazioni progettuali di cui si condividono per l’occasione le risultanze e gli elaborati prodotti, hanno avuto come sfondo etico prioritario la scoperta e la conquista della propria identità storica e culturale contemporaneamente all’acquisizione dell’identità stessa del territorio lametino, che è il risultato di una stratificazione storica e culturale di duemila e cinquecento anni di cui si individuano i segni lasciati nella lingua, nella religiosità, nella letteratura, nell’arte, nello stile di vita.

I Beni culturali territoriali, individuati e trattati seguendo un criterio cronologico che ne ha messo in risalto le vicende e i collegamenti storici tra gli stessi, son stati il Castello Normanno-Svevo di Nicastro, il Bastione di Malta, e le torri costiere, l’Abbazia Benedettina di S. Eufemia nonché la chiesa di S. Giovanni e i resti dell’abitazione del Balì a S. Eufemia Vetere. L’itinerario analitico sviluppato, oltre a essersi rivelato coinvolgente per alunni, insegnanti ed esperti, ha costituito fertile momento di riflessione sulla necessità della tutela e valorizzazione del prezioso patrimonio culturale lametino e sulla sua fondamentale funzione di matrice identitaria comune attraverso cui riconoscersi figli di questo territorio.

 

Finlandia, ecco la casa-bunker di Babbo Natale: "Pronti a utilizzarla in caso di attacco aereo"
Da repubblica.it del 5 giugno 2022

Il parco giochi di Babbo Natale di Rovaniemi, in Lapponia, è pronto per essere utilizzato in caso di attacco russo. La struttura, che ogni anno richiama decine di migliaia di visitatori, è stata infatti pensata fin dagli anni Novanta in modo che potesse diventare anche un rifugio anti bombe. L'edificio può contenere fino a 3.600 persone e al suo interno c'è tutto quello che può servire in caso di emergenza. Si tratta di uno dei 50mila rifugi all'interno della Finlandia costruiti dopo le due guerre contro l'Unione sovietica durante la seconda guerra mondiale. L'invasione dell'Ucraina da parte di Mosca e la richiesta di adesione alla Nato da parte di Helsinki, hanno riportato la guerra al centro del dibattito. Per questo, secondo molti, a strutture di questo tipo si deve accompagnare lo sviluppo militare del Paese nordico, in modo da essere pronti per ogni evenienza. Tuttavia, come ha detto Tomi Rask, ufficiale per la pianificazione delle emergenze, "credo che nessuna nazione sia pronta a una guerra in nessun momento: o la si affronta o non lo si fa"

 

Restaurata la fortezza di San Giovanni, l’antica “tanaja” che domina Sebenico
Da ilpiccolo.it del 4 giugno 2022

La costruzione del Seicento era la più grande struttura del sistema militare dell’area in epoca veneziana ed è stata protagonista de “Il Trono di Spade”

Di Andrea Marsanich

SEBENICO Ancora oggi, tre secoli dopo la sua costruzione datata 1646, i residenti di Sebenico la chiamano Tanaja, la “tanaglia” (ossia la tenaglia) in dialetto veneto, utilizzando un lascito linguistico della Serenissima che per lungo tempo dominò quest’area dalmata. La fortezza di San Giovanni, che domina la città adriatica, il suo mare e le isole di fronte, è stata finalmente restaurata e valorizzata, grazie a un progetto che ha riportato la più grande struttura militare di quest'area a una dimensione dimenticata da tempo.

 

Chioggia: Forte San Felice, tutti vogliono il recupero
Da lapiazzaweb.it del 3 giugno 2022

Chioggia, Forte San Felice. I vari attori coinvolti confermano la chiara volontà di ripartire al più presto con i lavori. Il sindaco Armelao: “Si prevede di concludere tutto entro 4-5 anni”

Lo scorso 2 maggio si è tenuta, in sala consiliare del Municipio di Chioggia, la seconda riunione del 2022 del tavolo tecnico per la razionalizzazione e la valorizzazione di Forte San Felice. Tanti gli enti coinvolti: dal Ministero della Difesa – Task Force immobili Energia Ambiente, a Difesa Servizi SpA (società in house del Ministero); dalla Marina Militare, al Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche per il Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia; dalla Direzione musei regionali Veneto, alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio; dall’Istituto italiano dei Castelli, al Comitato Forte San Felice. Presenti per l’amministrazione comunale, oltre al sindaco di Chioggia Mauro Armelao, gli assessori Elisabetta Griso (Lavori Pubblici); Massimiliano Tiozzo Caenazzo (Urbanistica e Ambiente) ed Elena Zennaro (Cultura e Demanio). Collegamento online, invece, con l’Agenzia del Demanio, con il Consorzio Venezia Nuova, da cui dipendono le ditte appaltate, e con il direttore dei lavori. A seguire, nel pomeriggio, si è svolto un sopralluogo presso l’area del Forte San Felice.

Da tutti i partecipanti al tavolo è emersa la chiara volontà di ripartire al più presto con i lavori, se possibile in parallelo, tra l’area da destinarsi ad uso pubblico (definita come area blu, in riferimento alla mappa allegata) e l’area di prevista valorizzazione da parte del Ministero della Difesa (area rossa). In questo ultimo periodo, la Soprintendenza Archeologia e belle arti ha concluso le indagini in corrispondenza del blockhouse austriaco e quelle conoscitive in relazione alla polveriera veneziana, che hanno permesso il recupero di dati utili per l’affinamento del progetto esecutivo di questi due edifici.

Il Provveditorato ha, inoltre, ricordato che sono 7 i milioni di euro che sono stati individuati per il recupero del compendio, nell’ambito del piano delle compensazioni del Mose: 2,3 milioni di lavori in corso (che comprendono anche il Portale del Tirali, già cantierizzato) e 4,7 milioni di prossima attivazione, che comprendono, ad esempio: la riqualificazione ambientale nell’oasi al di fuori del forte; le indagini, messa in sicurezza e progettazione definitiva del castello centrale (da mettere in sicurezza per la vegetazione incombente) e il piano di caratterizzazione dell’area. Il Provveditorato conta, inoltre, di incaricare a breve la realizzazione dei due pontili (sia di ingresso al compendio; che da lato portale del Tirali, danneggiato dal maltempo del 2019) perché entrambi funzionali agli accessi alle strutture.

“È stata una giornata positiva, – è il commento del sindaco Mauro Armelao – che ci ha visti impegnati, ciascuno per le proprie competenze, verso l’obiettivo condiviso di riqualificare e valorizzare il Forte San Felice. Tutti uniti per riavviare e accelerare i tempi dei restauri e per restituire questo magnifico bene alla città e ai cittadini. È stata ridefinita una programmazione, che vedrà la riapertura dei cantieri nei prossimi mesi e la riqualificazione dell’area verde dell’oasi entro il 2023. Si prevede di concludere il tutto, con la riapertura al pubblico del compendio, entro 4-5 anni, ma è parso, però, chiaro che, oltre ai 7 milioni per le opere di compensazione del Mose, ne serviranno altri 5 per portare a compimento il recupero del complesso, castello della Luppa compreso. Come è stato detto, sfrutteremo tutte le possibilità perché recupero non venga effettuato in tempi biblici, perché non possiamo deludere le attese dei cittadini. Per dare la giusta continuità ai lavori, mi chiedo se il Ministro Franceschini darà  eguito alle promesse dello scorso settembre, cioè che i fondi per il Forte San Felice ci saranno. Gli scriverò una lettera in tal senso”.