RASSEGNA STAMPA/WEB

 2020 2019 2018 2017 2016 2015 2014 2013 2012 2011 2010  2009  2008 2007 2006 2005 2004 2003 2002 2001 Archivio  

ANNO 2021

gennaio febbraio marzo aprile maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre

Cliccare sulle immagini per ingrandirle

 

First use. L'arma (nucleare) di Biden per far tremare la Cina
Da formiche.net del 31 ottobre 2021

La dottrina nucleare first-use degli Stati Uniti è davvero cosi minacciosa come denunciano gli ultras liberaldemocratici del Congresso? Joe Biden sta facendo un assist a Putin e Xi, o sta imboccando l’unica strada credibile per la deterrenza? Il commento del generale Mario Arpino

Di Mario Arpino |

La Cina cresce con costante inesorabilità. Cresce, si estende e si arma. Ciò le consente spunti di arroganza che sono una sgradevole novità per chi si era ormai abituato ad una sorta di gentile soft power che allarmava, certo, ma non così tanto da “spaventare”.
Sono due verbi così distanti l’uno dall’altro che c’è di mezzo il mare. Che non è solo Indo-Pacifico, ma anche qualcos’altro, molto più vicino a noi. È per questo che gli Alleati vicini e lontani degli Stati Uniti cominciano a “spaventarsi”, probabilmente molto più per il timore di essere costretti a nuovi esborsi piuttosto che per paura della Cina. Senza, per ora, arrivare al “panico” che potrebbe subentrare qualora il Congresso, ormai a maggioranza liberalrepubblicana riuscisse a convincere il presidente Joe Biden contagiando il suo entourage più spinto con l’idea che la dottrina nucleare degli Stati Uniti sia eccessivamente minacciosa per rimanere, senza modifiche, nella panoplia di un Paese così deliziosamente democratico come si sono autoconvinti di essere. Ma la dottrina nucleare degli Stati Uniti è davvero cosi minacciosa come denunciano gli ultras liberaldemocratici del Congresso? E le modifiche rassicuranti che propongono lo sono davvero cosi tanto da incontrare la disapprovazione degli stessi militari Usa ed “allarmare “ gli Alleati vicini e lontani?

I dubbi ci sono, perché, alla fin fine, potremmo anche scoprire che si tratta di mero esercizio di semantica. Tanto più che l’attuale dottrina è così ricca di sfumature da impedirne ogni seria valutazione in materia di “livello di minaccia” apportata. Cosa che, a sua volta, è assai diversa, ma comunque compresa, nel più noto (ma anche più volatile) concetto di “deterrenza”. Alle origini del nucleare, ma perfino nei lunghi anni di Guerra Fredda, era tutto più semplice e lineare. C’era una guerra in bilico che non riuscivano a sbloccare? “First Use” ad Hiroshima e Nagasaki, e l’hanno subito vinta. Ma solo perché ancora non c’era nessuno in grado di replicare. Condizione felice, oseremmo dire, che non si ripeterà mai più: oggi, infatti, di queste bombe ce ne sono in giro per il mondo diverse migliaia.

Nel corso della Guerra fredda, per scoraggiare un’aggressione era nato il concetto di “dissuasione”, il quale, come spiega la Treccani, costituisce “… l’impalcatura concettuale e la giustificazione ideologica” della corsa a questi armamenti iniziata nel primissimo dopoguerra. Nel 1948, durante il blocco sovietico di Berlino, Gli Usa avevano già predisposto in Gran Bretagna un aeroporto che rendeva possibile colpire l’Urss con bombe nucleari, ormai principale strumento strategico dell’amministrazione democratica di Truman. Nel 1949 anche i sovietici avevano già sperimentato il loro ordigno, seguiti da UK (1952), Francia (1960) e, già allora, dalla Cina (1964). Parlando dell’evoluzione della dottrina nucleare, già nel 1952 la presidenza Eisenhower (repubblicana) lanciava la strategia della “rappresaglia massiccia”, seguita dalla dottrina cosi detta MAD (da tradursi letteralmente con “folle”, ma invece acronimo di mutual assured destruction).

Questa rincorsa era destinata a durare vari anni, fino a quando, per limitare l’aumento delle potenze nucleari e degli arsenali, nel decennio dopo la fine degli anni ’60 vennero sottoscritti tra le parti vari trattati di non proliferazione. Una nuova fase della deterrenza, appositamente studiata dalla presidenza repubblicana di Ronald Reagan per anemizzare economicamente l’Urss, si fece strada dopo un’altra decina d’anni, con l’installazione degli euromissili ed il progetto dello Scudo Spaziale. Un percorso che ha portato ai nuovi trattati START I (1991) e START 2 (1993), firmati da Gorbacev e Bush sr. Con questo arriviamo alle turbolenze dottrinali dei giorni nostri, quando diversi trattati, e quindi anche le rispettive dottrine di sostegno, sono state invalidate unilateralmente, e non a torto, da Donald Trump. L’impossibilità di coinvolgere la Cina, infatti, li stava trasformando in lacci e lacciuoli che legavano ai contendenti le mani in modo inaccettabilmente asimmetrico. Riletta un po’ la storia, possiamo ritornare ai quesiti che ci eravamo posti all’inizio: la dottrina nucleare Usa (il first use non viene mai esplicitamente escluso) è davvero così scandalosa per uno Stato democratico? I liberaldemocratici del Congresso, promotori di una nuclear posture review, stanno davvero minando la credibilità della deterrenza quando spingono per una dichiarazione esplicita di “no first use “ da parte del Presidente?

Quest’ultimo compirebbe davvero un grave errore se, pur negando l’eventualità di usare per primo l’arma nucleare, accettasse di prendere in esame, e poi dichiarare, una dottrina del tipo “sole use” (ovvero, restringendo il campo al solo utilizzo dell’arma in circostanze uniche e ben identificate)? Hanno ragione gli Alleati che si “allarmano” (Francia, Gran Bretagna e Germania in Europa, con Giappone ed Australia nell’altro emisfero)? Sarebbe davvero un “grosso regalo a Cina e Russia, tale da renderli baldanzosi e ancora più arroganti”? La lobby contraria ad un’attenuazione della minaccia dell’uso del nucleare, ci spiega il Financial Times, è stata particolarmente attiva nel corso della visita del segretario Usa per la Difesa Lloyd Austin nel corso della visita al Quartier Generale della Nato all’inizio di ottobre.

A nostro modestissimo avviso, considerato che, come ci insegna la Storia, una dottrina davvero vincolante sull’uso del nucleare non c’è mai stata, qualsiasi sia, la decisione (o la non decisione) di Joe Biden è irrilevante. In caso di pericolo immediato, sarà sempre e solo il CINC, il Comandante in Capo, a decidere. E, a prescindere da lacci o lacciuoli, negli Stati Uniti il Comandante in Capo è il Presidente: deciderà, ed entro sei mesi riferirà al Congresso. Concordiamo quindi con James Risch, il senior repubblicano alla Commissione Esteri del Senato, quando afferma che “…sole purpose altro non è che no first use con un altro nome”. Ed anche con Richard Fontaine, presidente del “Centro per una nuova sicurezza americana”, quando si dice convinto che, con la crescita dell’arroganza russa, nordcoreana e cinese, “…questo non è il momento di impegnarsi con un no first use”.

 

Passeggiata al Forte del Pozzarello alla scoperta delle gallerie
Da lanazione.it del 30 ottobre 2021

Iniziativa della Misericordia dopo gli interventi di pulizia e recupero dell’antico baluardo

Mentre prosegue l’opera di pulizia e risanamento da parte dei volontari, la Confraternita di Misericordia di Porto S. Stefano ha organizzato per domenica, 31 ottobre, una passeggiata-escursione al Forte del Pozzarello per ammirare i notevoli risultati ottenuti in poche settimane di lavori. L’escursione è aperta a tutti, grandi e piccoli, con partenza alle ore 11,30 dal piazzale della Chiesa della Trinità fino al Forte militare del Pozzarello che il Demanio ha dato appunto in concessione alla Confraternita di Misericordia.

E’ previsto il pranzo al sacco (la Misericordia e la Parrocchia offriranno però il primo piatto), una visita guidata delle gallerie e dei locali interni con i loro camminamenti, secrete e curiosità. Infine sarà benedetta un’immagine sacra all’ingresso del Forte dove un tempo c’era la statua di Santa Barbara. L’invito è per tutti (con norme covid). "Voglio ringraziare i nostri volontari – commenta il Governatore Roberto Cerulli – per l’entusiasmo con cui si sono adoperati per pulire e mettere in sicurezza uno dei luoghi più suggestivi e panoramici dell’Argentario. Un grazie sentito va anche alla ditta Sirio Rosi che ci ha fornito i materiali per eseguire i lavori in tempi più brevi del previsto. Adesso – conclude – sta al senso di responsabilità di ognuno di noi mantenere in buone condizioni questo Forte".

 

Il missile ipersonico della Cina preoccupa gli Usa: "E' un nuovo Momento Sputnik"
Da corriere.it del 28 ottobre 2021

Di Guido Santevecchi

Il generale americano Mark Milley, in un’intervista, ha paragonato il nuovo supermissile testato dai cinesi con un momento topico della Guerra Fredda, quando l’Urss mandò in orbita Sputnik, il primo satellite artificiale

Ha riesumato la suggestione dello Sputnik sovietico che sorprese e sconvolse gli americani il generale Mark Milley per catturare meglio l’attenzione dell’opinione pubblica di Washington. «Il test cinese con un missile ipersonico è molto preoccupante», ha detto ieri il capo dei Comandi militari riuniti americani alla Bloomberg tv e ha concluso: «Non so se sia esattamente un “Momento Sputnik”, ma penso che ci si sia avvicinato parecchio».
I più giovani dovranno ricorrere a ricerche su Google per capire bene il significato del monito, gli anziani ricorderanno bene invece che nel 1957, durante la Guerra fredda, con la paura della «Bomba», l’Unione Sovietica fu la prima potenza al mondo a lanciare un satellite artificiale in orbita, lo Sputnik, dando un duro colpo alla presunzione americana di essere anni luce avanti rispetto all’avversario comunista per la tecnologia spaziale. Di fronte allo choc nazionale, mentre i bambini americani si esercitavano a nascondersi sotto i banchi di scuola in caso di attacco sovietico, il presidente Kennedy si impegnò a vincere la corsa spaziale e portare un astronauta americano sulla Luna prima dei russi.

La Cina dunque, sperimentando la scorsa estate un missile ipersonico, ha ricordato al comandante dello US Joint Chiefs of Staff lo choc dello Sputnik con falce e martello. Il generale Milley è il primo ufficiale americano con nome e cognome a parlare del test cinese: finora le informazioni erano venute solo fonti anonime dell’intelligence, che qualche giorno fa si erano dette «sorprese e allarmate».
Pechino ha negato di aver lanciato un ordigno ipersonico e sostiene che la scorsa estate i suoi scienziati si sono dedicati unicamente a test di veicoli spaziali a uso civile, affinandone la capacità di rientrare intatti a terra e di essere riutilizzati. In più, secondo le rivelazioni dell’intelligence Usa, il test ipersonico cinese non è stato un grande successo: il missile avrebbe mancato il bersaglio di 30 chilometri. Gli esperti di questioni militari aggiungono che un missile ipersonico non cambierebbe la situazione strategica: americani, cinesi e russi hanno comunque un tale numero di missili balistici e da crociera che nessun «Ballistic Defence System» potrebbe fermarli tutti, da una parte e dall’altra della barricata celeste.

La caratteristica del missile ipersonico non è tanto la sua velocità strabiliante (circa 6.200 chilometri all’ora) quanto la capacità di volare ad altitudini inferiori rispetto a un missile balistico e di raggiungere il bersaglio nemico più rapidamente, cambiando anche rotta. In sostanza, attaccando con un missile ipersonico, i cinesi potrebbero perforare la difesa americana, ma lo potrebbero fare anche (e con maggiore efficacia) lanciando simultaneamente una serie di missili balistici. Il test quindi, non sarebbe un «game changer», come si dice in linguaggio tecnico. A Washington non sono convinti, indicano la crescente minaccia cinese, anche se al momento negli arsenali di Pechino ci sono 350 testate nucleari, un terzo delle quali montate su missili a lungo raggio, a fronte di 3.750 testate Usa, di cui 1.373 a lungo raggio.

Ai giornali americani negli ultimi mesi sono state passate soffiate su centinaia di silos sotterranei disseminati dai cinesi nel deserto del Gobi, ora il missile ipersonico capace di volare cinque volte più della velocità del suono. Si usano espressioni tecniche inquietanti per i profani: «C’è la possibilità che i cinesi attacchino dallo spazio usando il “Fractional Orbital Bombardment System”, un sistema d’arma che praticamente va in orbita e poi rientra nell’atmosfera terrestre per colpire il bersaglio», ha detto il segretario alla US Air Force Frank Kendall. I militari americani (come i militari di tutto il mondo, compresi i cinesi) puntano a indicare la forza dell’avversario per ottenere più fondi e non perdere la corsa alle armi. Un gioco molto costoso. Sempre ieri, Gregory Hayes ha detto che gli Stati Uniti sono «anni in ritardo rispetto alla Cina per le armi ipersoniche, che rappresentano la minaccia più destabilizzante al territorio americano». Chi è Gregory Hayes? L’amministratore delegato di Raytheon Technologies, grande azienda che lavora per la Difesa Usa e sta sviluppando un missile cruise ipersonico per le forze armate di Washington

 

Torri costiere nella storia A lezione con Maestri
Da lanuovaferrara.it del 28 ottobre 2021

VOLANO. Le torri costiere e i porti ferraresi nei secoli XVI-XIX è il tema della conferenza che Diego Maestri terrà lunedì, alle 10, alla Torre della Finanza a Volano, frazione di Codigoro. Dopo il saluto di benvenuto del sindaco e l’introduzione di Marco Ruffato, presidente del Comitato Volano Borgo Antico, prenderà la parola l’architetto Diego Maestri, ricercatore e professore ordinario, nonché direttore di dipartimento alle Facoltà di ingegneria dell’Aquila e di Roma. Lo studioso, nativo di Goro e profondamente legato a Volano, parlerà delle torri e dei porti che, sul territorio ferrarese, fra il XVI e il XIX secolo hanno esercitato un ruolo strategico. A conclusione della mostra “Torre e Porto di Volano: come navigare nella storia” allestita, ai primi di settembre, proprio alla Torre della Finanza in occasione dell’inaugurazione del quinto Festival della Natura, l’architetto Maestri riserverà al pubblico un focus sugli studi compiuti attorno alla ricca cartografia dell’epoca presa in esame. L’ingresso è gratuito, nel rispetto delle disposizioni antiCovid-19 in vigore.

IL PERSONAGGIO

Diego Maestri, professore universitario in pensione da sempre legato al suo territorio di nascita, la settimana scorsa ha aperto anche il nuovo ciclo di incontri letterari a Comacchio. Studioso e appassionato di storia locale, Maestri, ha da poco compiuto 84 anni. È stato professore di ruolo di prima fascia nella facoltà di Architettura dell’Università di Roma Tre, dove ha insegnato dall’anno accademico 1995-’96. Dal 1991, per vari anni, Maestri è stato coordinatore di un dottorato di ricerca in “Disegno e rilievo del patrimonio edilizio” e responsabile nazionale di due ricerche finanziate dal Ministero dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica. Nel corso della carriera ha svolto conferenze su specifici temi legati al rilevamento architettonico ed urbano, alla cartografia storica e all’archeologia architettonica.

 

Proseguono i lavori di recupero delle fortificazioni all’alpe Paione
Da ossolanews.it del 28 ottobre 2021

Furono costruite tra la due guerre per difendere la valle in caso di invasione

Il gruppo Alpini di Bognanco, con la collaborazione dell'unità di Protezione Civile della Sezione Alpini di Domodossola, prosegue il lavoro di recupero delle storiche postazioni militari situate fra la Costa del Dosso e l’alpe Paione.

Le fortificazioni, realizzate presumibilmente fra le due guerre mondiali, sarebbero dovuto essere utilizzate in caso di necessità bellica.

Destinatari all’uso, gli alpini del Battaglione Intra. Un'antica opera di difesa ben concepita e oggi meritevole di essere valorizzata.

 

Si abbatte l'ex base Nato, per Cima Grappa è cominciato il futuro
Da ilgiornaledivicenza.it del 27 ottobre 2021

La guerra fredda sul Grappa è finita ieri alle 11,15 quando il primo colpo di ruspa ha dato il via alla demolizione dell'ex base Nato a nord del Sacrario di Cima Grappa, retaggio di un'epoca ormai chiusa da decenni, quando l'Europa era attraversata da una cortina che separava due blocchi contrapposti che si fronteggiavano a livello planetario agitando lo spettro di un conflitto nucleare. Poche settimane e quassù regnerà solo la solennità del Sacrario, nel silenzio che impone il rispetto per i Caduti.

Nei pressi dell'area sacra, ieri, era evidente la soddisfazione fra gli amministratori locali convenuti, i sindaci di Pieve del Grappa Annalisa Rampin, di Valbrenta Luca Ferazzoli e di Seren Dario Scopel. Ma anche fra i militari chiamati ad effettuare la demolizione, appartenenti al 2° Reggimento del Genio guastatori della Brigata alpina Julia, ai comandi del col. Michele Quarto, presente ieri con il responsabile del progetto, il col. Gianpaolo Franchi e il progettista e direttore dei lavori, il ten. col. Giuseppe Annecca, entrambi del Genio. Prima base statunitense, poi affidata all'Aeronautica militare che vi aveva installato una batteria appartenente al 64° Gruppo intercettori teleguidati del Forcelletto, il cui comando era nella caserma Fincato a Bassano, l'installazione era stata dismessa nel 1976. Da allora l'ex base Nato era stata affidata all'Enav, l'Ente nazionale per l'assistenza al volo. Lo scorso dicembre è stato siglato l'accordo fra il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti e la Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la demolizione della ex base, degli edifici annessi e del traliccio di Cima Grappa. Questo per il passato. «Le operazioni di demolizione e di bonifica dell'area sacra di Cima Grappa - ha spiegato il generale di divisione Gualtiero Mario De Cicco, Commissario generale per le Onoranze ai Caduti, ieri al momento delle demolizione affiancato dal maggiore Marco Arancio, direttore del Sacrario - rientra nell'ambito dei protocolli d'intesa del 2014 tra la Difesa e la Presidenza del Consiglio dei ministri per le celebrazioni del Centenario della Grande guerra. È un'attività di sinergia fra Segretariato per le onoranze dei Caduti, Presidenza del Consiglio struttura di missione per la valorizzazione degli anniversari nazionali, la Regione Veneto e le comunità locali. Un lungo percorso che ha avuto un'accelerazione grazie all'interessamento del ministro della Difesa Guerini».

La demolizione sarà suddivisa in due fasi, ha illustrato il gen. De Cicco: la prima, iniziata ieri, durerà una decina di giorni e si sostanzierà nella distruzione dell'edificio e degli annessi, compreso il traliccio più a nord. Sul Grappa sono presenti una dozzina di genieri, gli stessi che operarono in Afghanistan nel corso del 2020 e che un decennio fa intervennero in aiuto della popolazione haitiana colpita dal sisma. La seconda vedrà una ditta vicentina, la Fratelli Fava, occuparsi della rimozione e del conferimento dei detriti per circa una ventina di giorni. «Nella primavera del prossimo anno - ha concluso il generale De Cicco - sarà portato sul posto terreno vegetale per cancellare i resti della demolizione e restituire all'area sacra l'aspetto originale. È il primo passo del recupero di tutti i complessi monumentali di Cima Grappa, comprese la caserma Milano e la Galleria Vittorio Emanuele III, auspichiamo entro la fine del 2022».«La priorità, il prossimo anno - ha sottolineato dal canto suo il sindaco di Pieve del Grappa Annalisa Rampin - sarà il restauro del Sacrario di Cima Grappa con la Via Eroica, la Caserma Milano e la Galleria per i quali ci sono già i finanziamenti e si può andare velocemente in appalto. Per l'utilizzo della cubatura dell'ex base Nato il discorso è più complesso. Parliamo di progetti risalenti nel tempo con partnership pubblico-privato che oggi sono difficilmente proponibili. L'importante è vedere realizzato questo primo passo per ridare dignità alla nostra montagna. Il futuro è tutto da costruire ma siamo soddisfatti. Noi ci siamo e continueremo nella stretta collaborazione con Roma. Questi luoghi lo meritano». «La demolizione dell'ex base acquista un significato ulteriore se la colleghiamo al risultato ottenuto dal Grappa quale biosfera Unesco - ha rimarcato il sindaco di Valbrenta Luca Ferazzoli - La possibilità che possano essere intercettati fondi internazionali potrebbe rilanciare l'ipotesi di valorizzazione di Cima Grappa sviluppate nel 2014. I progetti di strutture di accoglienza e museali che ora sembrano difficilmente realizzabili potrebbero invece concretizzarsi nell'ambito di un progetto di riqualificazione sostenibile e di rilancio di tutto il Massiccio».

Carlo Barbieri

 

Procede il programma LTAMDS del US Army
Da aresdifesa.it del 27 ottobre 2021

Di Aurelio Giansiracusa

Raytheon Technology ha recentemente sviluppato un sensore di difesa aerea e missilistica di livello inferiore (LTAMDS), noto anche come “Ghost Eye” in grado di rilevare potenziali minacce missilistiche.

Infatti, l’US Army ha identificato diverse minacce in rapida evoluzione tra cui contromisure avanzate, veicoli di rientro manovrabili, jamming di attacchi elettronici e missili da crociera a lungo raggio. Tali minacce sono state identificate in un rapporto pubblicato nel 2019 intitolato “Army Air and Missile Defense 2028″.
Il Ghost Eye è progettato sovrapponendo array a 120 gradi destinati a tracciare senza problemi le minacce in avvicinamento attraverso un involucro di protezione a 360 gradi. Il sistema fornirà capacità di rilevamento notevolmente migliorate e sarà in gradi di affrontare complessi attacchi integrati oltre a massimizzare l’impiego dei missili PAC-3 MSE.

Per quanto riguarda la tempistica, l’US Army prevede di iniziare a testare il prototipo del LTAMDS o Lower Tier Air and Missile Defense Sensor con l’IBCS (Integrated Battle Command System) abbinati a sistemi missilistici Patriot e PAC-3 MSE all’inizio del FY-22, con l’obiettivo di mettere in campo quattro sensori per un battaglione durante il prossimo anno solare.
Raytheon, da parte sua, prevede di consegnare i primi tre radar Ghost Eye LTAMDS al US Army entro la fine di quest’anno.
Queste tre unità radar saranno impiegate per test e valutazione del sensore e per test di integrazione con IBCS e PAC-3 MSE.
Altri sei radar Ghost Eye LTAMDS saranno consegnati da Raytheon al Esercito Statunitense nel 2022 con quattro sistemi assegnati ad un’unità operativa e due sistemi per prove ed addestramento. La Capacità Operativa Inziale sarà ottenuto nel 2023 in due fasi che includono la sorveglianza a 360° e l’impegno nel settore primario e secondario.

La fase 1 consiste nella sorveglianza a 360° e nell’impegno del sistema missilistico PAC-3 MSE nel settore primario (120°), e nell’impegno del GEM-T nel secondo settore.

La Fase 2 aggiunge la piena capacità di coinvolgimento MSE e GEM-T a 360° che si è conclusa con un test eseguito dal US Army nel terzo trimestre di quest’anno.
Da notare che l’US Army ha assegnato a Lockheed Martin un contratto del valore di 79 milioni di dollari per lo sviluppo di componenti per il controllo del fuoco ed il supporto per i test di volo per l’integrazione del IAMD-BCS, PAC-3 e PAC-3 MSE con il sensore di difesa missilistica e aerea di livello inferiore LTAMDS. I lavori relativi tale commessa saranno completati entro la fine del dicembre 2023.

Immagine Raytheon

 

ESCURSIONE SUI COLLI A FORTE CAMPONE
Da tempostretto.it del 26 ottobre 2021

Forte Campone, ancora in discrete condizioni, che si trova a 510m s.l.m., fa parte delle fortificazioni umbertine

Sabato 30 Ottobre 2021 l’Associazione PFM propone un’escursione naturalistico-storica all’interno dei boschi alberati dei Colli S.Rizzo. Il sentiero ci condurrà al Forte Campone, uno dei forti Umbertini maggiormente conservato.

Programma

Ore 9:30 – Ritrovo partecipanti presso il Chiosco dei Colli.
Ore 10:00 – Inizio escursione al Forte Campone. Partenza a piedi dall’area attrezzata Musolino in direzione Forte Campone. Il percorso è immerso nei boschi e solo per alcuni tratti scoperto alternando dei punti panoramici sulla valle e sulla costa tirrenica con la vista sulle splendide isole Eolie e su Capo Milazzo. Forte Campone, ancora in discrete condizioni, che si trova a 510m s.l.m., fa parte delle fortificazioni umbertine ed è di modeste dimensioni.
Conosciuto per la tragica vicenda legata alla giovane Graziella Campagna.
16:30. Fine escursione

Caratteristiche

Lunghezza: circa 13 km
Dislivello: 200 m
Altitudine max: 631 m s.l.m.
Durata: circa 6-7 ore, comprensive di soste e pranzo al sacco
Difficoltà: Facile – Medio

Come prenotare

Per informazioni e prenotazioni contattare il 3202281888

 

Leonidas high power microwave a bordo degli Stryker 8×8
Da aresdifesa.it del 26 ottobre 2021

Di Aurelio Giansiracusa

General Dynamics Land Systems ha annunciato di aver stipulato un accordo di team strategico con Epirus, Inc., una società tecnologica ad alta crescita che sviluppa sistemi energetici diretti.

GDLS ed Epirus collaboreranno per integrare il sistema energetico diretto Leonidas e la più ampia tecnologia a microonde ad alta potenza (High Power Microwave) sul veicolo da combattimento Stryker 8×8 del US Army e su altri veicoli da combattimento terrestri con equipaggio ed autonomi, per migliorare le capacità mobili di difesa aerea a corto raggio (SHORAD).
Infatti, oltre gli aggiornamenti per la piattaforma Stryker, GDLS sta anche sviluppando una classe di veicoli da combattimento robotici che presentano un’architettura modulare per massimizzare la scalabilità e supportare le future esigenze di missione.

L’integrazione del Leonidas con lo Stryker consente una soluzione controelettronica e controsciami di uav/loitering munitions senza precedenti, completamente mobile, e dimostra l’interfaccia API (Application Programming Interface) flessibile del sistema e la capacità di integrarsi con i sistemi terrestri, aerei e marittimi esistenti per il funzionamento in tutti i domini. L’architettura aperta del sistema API consente la massima interoperabilità per soddisfare le esigenze di missione dei clienti.
Leonidas è l’unica arma ad energia diretta con una comprovata capacità di contrastare i droni ed eseguire attacchi di precisione a distanza.

Il prodotto di punta di Epirus, il Leonidas, costituisce un’arma tattica contro-UAS a microonde di nuova generazione; è basato su un amplificatore o generatore a stato solido al nitruro di gallio. Epirus ha scelto il nitruro di gallio (GaN) per la sua capacità di operare ad alte tensioni con basse temperature, alta densità di potenza, per ridurre le dimensioni (S), il peso (W) e la potenza (P) dei suoi prodotti.
Il sistema messo a punto da Epirus è molto compatto ed è integrabile su tutta una serie di piattaforme che ne esalta la mobilità e rapidità di messa in batteria con tempi ridottissimi per la completa operatività.

Grazie al “beamforming”, una particolare tecnologia che consente di “direzionare” e concentrare il segnale, Leonidas è in grado di attuare un fascio molto preciso di microonde nell’ordine delle migliaia al secondo, dimostrando eccellenti capacità nell’abbattimento dei droni, avendo ingaggiato ed abbattuto ben 66 su 66 droni nei test ai cui è stato sottoposto, comprovando la sua capacità di poter contrastare la singola minaccia o lo “sciame” di droni/loitering munitions sempre più diffusi sui campi di battaglia.

Fonte General Dynamics Land Systems

Immagini Epyrus

 

I bunker del Vallo Alpino diventano i musei delle guerre di confine
Da ilpiccolo.it del 26 ottobre 2021

Firmato un protocollo tra tanti enti per valorizzare le oltre mille strutture difensive ormai in disuso

Di Benedetta Moro

TRIESTE. I bunker, costruiti nel periodo che va dal regime fascista fino alla Guerra fredda, in totale 1550 strutture difensive, rimaste in disuso sul confine orientale, ora diventano in parte oggetto di recupero grazie a un protocollo, di durata triennale e rinnovabile, siglato lunedì 25 ottobre nel palazzo della Regione. A firmare il documento sono stati l’assessore regionale al Demanio Sebastiano Callari, il direttore regionale dell’Agenzia del Demanio Alessio Casci, il direttore del Segretariato regionale del Fvg Roberto Cassanelli, per la Difesa il direttore della Direzione dei lavori e del demanio, il generale ispettore Giancarlo Gambardella e i rettori Roberto Pinton e Roberto Di Lenarda per le Università di Udine e di Trieste.

 

General Atomics e Boeing per un laser da 300 kW per l’U.S Army
Da aresdifesa.it del 26 ottobre 2021

Di Aurelio Giansiracusa

Un team formato da General Atomics Electromagnetic Systems (GAEMS) e Boeing [NYSE: BA] si è aggiudicato un contratto da parte dell’US Army Rapid Capabilities and Critical Technologies Office (RCCTO) per lo sviluppo di un Distributed Gain High Energy Laser Weapon System nella classe 300kW.
“Il prototipo del sottosistema di armi laser compatto e ad alta potenza che GA-EMS fornirà in base a questo contratto produrrà un output letale maggiore di qualsiasi altro messo in campo fino ad oggi”, ha affermato Scott Forney, presidente di GA-EMS. “Questa tecnologia rappresenta un balzo in avanti per la difesa aerea e missilistica necessaria per supportare gli sforzi di modernizzazione dell’esercito e sconfiggere le minacce di nuova generazione in uno spazio di battaglia multidominio”.

La partnership combina l’esperienza di entrambe le società nell’Energia Diretta per fornire una soluzione pronta al combattimento con velocità, prestazioni, sicurezza e convenienza senza pari. Nello specifico, il sistema sfrutterà la tecnologia scalabile Distributed Gain Laser di GA-EMS con il beam director di Boeing e il software di acquisizione, tracciamento e puntamento di precisione per fornire un dimostratore completo con un sofisticato controllo del raggio e del laser.
Il Dr. Michael Perry, vicepresidente per laser e sensori avanzati presso GA-EMS, descrive il laser come “una versione confezionata della settima generazione del nostro design già dimostrato. Il sistema laser utilizza due testine laser Gen 7 in un pacchetto molto compatto e leggero. I recenti miglioramenti dell’architettura hanno permesso ai nostri laser DG a raggio singolo di ottenere una qualità del raggio paragonabile a quella dei laser a fibra in un design molto semplice senza la necessità di una combinazione di raggi.”
“Siamo entusiasti di fare il passo successivo nel fornire questa capacità fondamentale all’esercito”, ha affermato Cindy Gruensfelder, vicepresidente e direttore generale della divisione Missile and Weapon Systems di Boeing. “La nostra offerta sfrutterà tecnologie collaudate e implementate per fornire una soluzione leader del settore in tempi rapidi”.

 

Le Antiche Mura di Asti e il Bastione della Maddalena: un sito archeologico abbandonato all’incuria
Da lanuovaprovincia.it del 26 ottobre 2021

Il ricercatore di storia e sigillografia medievale Luca Campini ripercorre i fasti di una delle opere urbanistiche più importanti di Asti e spiega perché è ora di intervenire per riportarla al suo antico splendore

La costruzione della prima cerchia muraria di Asti a protezione della parte più antica dell’abitato e degli spazi del potere – il cosiddetto “Recinto dei nobili” – prese le mosse nel periodo comunale e fu compiuta, secondo le indicazioni tratte dalla Cronaca di Ogerio Alfieri, tra il 1190 quando la città era ancora semplicemente de sepis clausa e il 1280, anno in cui sappiamo che la città è dotata di mura clausa bonis muris et novis.

In merito alla cerchia urbana che, fino a due secoli fa, circondava il centro storico di Asti, va premesso che purtroppo non conosciamo nel dettaglio quanto vorremmo; la nostra conoscenza si basa molto sulle fonti documentarie, in particolare sulla la cartografia storica. L’immagine che abbiamo è di un circuito murario coronato da una merlatura a “coda di rondine” il quale, presumibilmente, in conformità ad analoghe strutture fortificate duecentesche tutt’oggi esistenti, un tempo si elevava dal piano di campagna forse per una decina di metri d’altezza, ed era intervallato lungo tutto il suo sviluppo da torri perimetrali la cui altezza, seguendo canoni piuttosto usuali per quell’epoca, poteva anche essere all’incirca il doppio dell’alzato della cortina, dunque tra 15 e 20 metri.

All’esterno delle mura era addossato un massiccio terrapieno a forte pendenza, imponente anch’esso, realizzato con materiale di riporto dell’ampio scavo del fossato che correva tutt’attorno ad esse. Entrambi erano parte dell’opera difensiva com’era di consuetudine farsi a quel tempo. Per capirci, stiamo parlando di una cerchia interamente in laterizio che si estendeva all’incirca per 3 km, circoscrivendo una superficie che si aggirava sui 60 ettari. Per dare un ordine di grandezza come metro di paragone: la vicina città di Alba si sviluppava su 35 ettari circoscritti da poco più di 2 km di mura. Per Asti, a nota, stiamo parlando solo della prima cerchia, perché il secondo giro di mura, il cosiddetto “Recinto dei borghigiani”, si spiegava per oltre 6 km e raddoppiava la superficie!

Negli anni dell’occupazione spagnola del primo ’500, le mura medievali di Asti furono aggetto di alcuni lavori per l’adeguamento “alla moderna” della sua struttura difensiva. Tuttavia la sua struttura rimase sostanzialmente quella dell’epoca medievale dal momento che, come mostra un disegno del 1547 dell’ing. G.M. Olgiati che rappresenta in pianta la cinta muraria astigiana, i lavori in quel frangente storico si limitarono alla realizzazione di tre bastioni di rinforzo, addossati alla cinta urbana.

Frutto di quell’ammodernamento è il superstite “Bastione della Maddalena”, che prendeva il nome dal vicino convento duecentesco dei Domenicani, – anch’esso caduto vittima degli spregiudicati abbattimenti ottocenteschi – e di cui ancora restano, seppur malconci, apprezzabili resti in via Testa. Malgrado la scomparsa dei parapetti e di gran parte del rivestimento, il bastione della Maddalena rappresenta comunque una rara testimonianza cinquecentesca della fase fortificatoria “alla moderna” in Piemonte e, ricordiamo, che tra le varie destinazioni d’uso della sua piattaforma, prima di essere adattata a Circolo del Tennis dagli anni ’50, in epoca napoleonica l’ampia terrazza del nostro baluardo fu anche adibita a Cimitero Urbano, dal 1805 al 1835. Giunta pressoché indenne fino al XIX secolo, verso la metà dell’Ottocento per esigenze urbanistiche iniziò l’opera di smantellamento della cerchia muraria condotto senza la benché minima sensibilità verso il patrimonio storico-architettonico cittadino. In seguito alle barbare demolizioni ottocentesche, in epoca fascista si decise di valorizzare quanto rimaneva delle mura e fu creata la cosiddetta “passeggiata archeologica” tra via Antiche Mura ed il “Bosco del Littorio” e, a tal fine, fu altresì previsto l’acquisto di terreni posti lungo il tratto che corre parallelo all’odierno viale dei Partigiani per creare tra le mura ed il viale una sorta di “fascia di tutela”, in teoria, inedificabile.

Con delibera podestarile firmata verso la fine del 1932 da Vincenzo Buronzo, il podestà astigiano approvava l’acquisto da parte del comune della fascia di terreno antistante le mura, dall’attuale piazza Lugano sino al cinquecentesco bastione della Maddalena, con questa precisa motivazione: “L’acquisto del terreno è motivato dalla presenza delle mura, le quali restano così conservate alla amministrazione dei posteri e contribuiscono a dare pittoresco aspetto ad una zona dove la città si va ogni giorno abbellendo ed è meta preferita come pubblica passeggiata”.
Evidentemente però, come scrisse negli anni ’80 Giovanni Butrico: “ai posteri non interessò ammirare né la conservazione delle mura né il pittoresco aspetto che esse davano alla zona; anzi essi preferirono “abbellire” l’area con una serie di avvilenti costruzioni che resero la “passeggiata” alle mura una delle più sgradevoli mete possibili”. L’intento era sì quello di valorizzare le mura, ma il risultato finale è oggettivamente sotto gli occhi di tutti!
Nonostante gli abbattimenti e lo sbancamento pressoché totale del terrapieno avvenuti ad inizio ’900, le mura astesi superstiti (1,5 km circa) rendono bene l’idea della maestosità del complesso, in particolare nel tratto conservato da piazza Lugano a piazza Santa Caterina. Nel 2001 fu avviato dal Comune di Asti un cantiere di restauro delle antiche mura, ed in tale circostanza furono anche condotti sondaggi archeologici da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. In particolare, nel corso dell’indagine, in un tratto ubicato tra il Bastione della Maddalena e piazza Lugano gli scavi archeologici condotti tra 2006 e 2007 hanno rivelato i resti di una struttura muraria difensiva di origine altomedievale, pertanto più antica del circuito medievale duecentesco tutt’oggi visibile.

Apparentemente insignificante, questo manufatto – ormai da oltre un decennio alle intemperie – ai più dice sicuramente poco o nulla. Ma la scoperta per la storia della città è assolutamente rilevante poiché, sebbene citato dalle fonti (e pertanto da sempre se ne sospettasse la presenza) tracce concrete che suffragassero l’ipotesi dell’esistenza di una fortificazione muraria della città, o di parte di essa, precedente a quella duecentesca, sinora non erano archeologicamente mai emerse. Ora, in attesa del completamento dei sondaggi archeologici e dei conseguenti studi, stabilire il quadro completo dei rinvenimenti è azzardato per chiunque. Tuttavia, alla luce di quanto esposto, è verosimile che in epoca altomedievale la città di Asti fosse quantomeno parzialmente fortificata, sicuramente nell’antica zona di comando, ovvero nell’area della residenza vescovile di Castelvecchio.

Sull’odierna situazione è impossibile tacere. Se un tempo più di qualsiasi altra struttura pubblica la cinta fortificata era un simbolo, motivo grande prestigio per il Comune, una vetrina ad esaltazione dell’indipendenza e della superbia della Città; beh, per essere delicati diciamo che oggi l’immagine che trasmettono è decisamente più “triste”, dal momento che tutta l’area interessata dal tracciato delle antiche mura è oggettivamente vittima da anni di un forte degrado. L’auspicio è pertanto che in un prossimo futuro si possa degnamente concludere il progetto di riqualificazione e valorizzazione delle mura medievali, rendendo finalmente l’area di via Antiche Mura e del Bosco dei Partigiani una reale “passeggiata archeologica” restituendo così alla comunità e ai turisti uno dei luoghi storici più suggestivi e belli di Asti.

Luca Campini, ricercatore di storia e sigillografia medievale

 

Il Pakistan commissiona il sistema missilistico superficie-aria cinese HQ-9/P
Da aresdifesa.it del 26 ottobre 2021

L’Esercito Pakistano ha immesso in servizio ufficialmente il sistema missilistico superficie-aria cinese HQ-9/P (Pakistan) presso il centro di difesa aerea di Karachi.

Di Aurelio Giansiracusa

La cerimonia si è svolta alla presenza del Capo di Stato Maggiore del Esercito di Islamabad e di importanti funzionari di Pechino.
La versione immessa in servizio dal Pakistan è la FD-2000, variante del HQ-9 per il mercato dell’esportazione.

Il sistema FD-2000/HQ-9 ha capacità sovrapponibili a quelle del sistema russo S-300 al quale si sarebbe largamente inspirato.
Lo FD-2000/HQ-9 è accreditato di poter coprire un’area vasta circa 50.000 km e sarebbe in grado di intercettare un bersaglio aereo fino a 125 km di distanza dal punto di lancio.
Nei confronti dei missili cruise è in grado di ingaggiarli ad una distanza compresa tra i 7 ed i 15 km ad un’altezza superiore i 25 mt.
L’HIMADS (High to Medium Air Defence System) incrementerà e migliorerà le capacità di difesa aerea integrata del Pakistan grazie alla sua architettura digitalizzata.
Lo FD-2000 a detta delle autorità pakistane sarebbe capace di intercettare bersagli aerei multipli tra cui aerei, missili da crociera oltre il raggio visivo a distanza superiore a 100 chilometri con probabilità di abbattimento al primo missile lanciato.

La batteria è articolata su veicolo posto comando e controllo con radar di guida in grado di inseguire sino a 48 bersagli consecutivamente, dal veicolo radar d’acquisizione e dai veicoli da trasporto/lancio dei missili FD-2000/HQ-9 (con due- quattro lanciatori per veicolo) schierabili fino ad un massimo di otto.
Il sistema missilistico FD-2000/HQ-9 è prodotto dalla China Precision Machinery Import-Export Corporation (CPMIEC).

L’HQ-9 e la versione da esportazione è in servizio attualmente in Cina, Turkmenistan, Uzbekistan, Algeria e Marocco. Era stato anche selezionato dalla Turchia ma l’acquisto non si è successivamente formalizzato.

 

Sono oltre mille le strutture difensive in regione da salvare e valorizzare
Da rainews.it del 26 ottobre 2021

Risalenti al Ventennio ma soprattutto agli anni della Cortina di ferro, rappresentano un patrimonio storico di valenza internazionale

Di Armando Mucchino

Un patrimonio immenso. Sono infatti 1550 le strutture difensive in Friuli Venezia Giulia da preservare e valorizzare. Risalenti al Ventennio ma soprattutto agli anni della Cortina di ferro, rappresentano un patrimonio storico di valenza internazionale. L'estensione di queste strutture è imponente: solo nella zona della Carnia e del Tarvisiano sono collocati 46 sbarramenti (per un totale di circa 400 opere) 300 dei quali originariamente del Vallo Alpino del Littorio. A queste opere vanno aggiunte le oltre 1000 strutture militari realizzate sulla linea del Tagliamento, nella piana di Gorizia e sulla linea del Torre. A partire dai primi anni Novanta gran parte di queste strutture sono state dismesse e la loro proprietà trasferita dal Demanio militare al Demanio civile.

Un piano di interventi per la loro tutela e valorizzare in ottica turistico- culturale e sociale è stato siglato a Trieste tra Regione, Demanio, Ministero della Cultura e le università di Trieste e di Udine. Si tratta di coinvolgere anche il partenariato pubblico- rivato, per sistematizzare un ampio lavoro di studio, conservazione e valorizzazione di questo patrimonio pubblico nazionale.
Nel corso della guerra fredda la zona di confine è stata infatti tra le più militarizzate d'Italia: oltre il 50 per cento del territorio regionale era interessato da servitù militari, opere di difesa che dopo la caduta del Muro di Berlino sono in molti casi state dismesse dalla loro originaria funzione e che oggi possono essere recuperate e riconvertite a nuovi utilizzi con progetti che, oltre a preservare la valenza storica di questi beni, possano attivare crescita e sviluppo sul territorio.

 

Demanio:tutelare 1550 strutture difensive Fvg,siglata intesa
Da ansa.it del 25 ottobre 2021

Risalenti a conflitti 900. Attivato Comitato per loro recupero

(ANSA) - TRIESTE, 25 OTT - Fortificazioni e bunker costruiti nel periodo che va dal regime fascista fino alla Guerra fredda.
In totale sono 1.550 le strutture difensive risalenti ai conflitti del '900, rimaste in disuso sul territorio del Friuli Venezia Giulia, sul confine orientale, e ora oggetto di recupero attraverso un protocollo di valorizzazione del patrimonio, siglato oggi nel palazzo della Regione Fvg.

L'ente è risultato firmatario assieme ad Agenzia del Demanio, Direzione dei lavori e del demanio della Difesa, Ministero della Cultura e Università di Trieste e Udine. Si tratta del primo passo per la promozione di un ampio lavoro di studio, conservazione e tutela in chiave turistica e culturale con l'incentivazione del partenariato pubblico-privato, sul modello di pratiche virtuose già sperimentate in altri contesti dell'Unione Europea. Per l'attuazione dell'intesa è stato attivato un Comitato operativo. Le due università si occuperanno di supportare il progetto sotto il profilo di "ricerca e progettazione urbanistica per fornire delle proposte di utilizzo che siano coerenti, non uno spezzatino, su cui lavorare e vedere le compatibilità economiche che si possono attivare anche in prospettiva del Pnrr", ha sottolineato il rettore dell'ateneo giuliano Roberto Di Lenarda.
"Grazie a questo protocollo - ha spiegato l'assessore Fvg al Demanio, Sebastiano Callari - iniziamo un percorso per recuperare delle strutture in disuso che dobbiamo rivitalizzare, trasformandole in una straordinaria occasione di sviluppo. I giovani devono sapere che non si tratta di ruderi da abbandonare ma testimoni della nostra storia". (ANSA).

 

Bastione Sangallo: 1,2 milioni di euro per restaurare copertura e mura esterne del Torrione
Da pisanews.net del 25 ottobre 2021

PISA - Il Comune di Pisa ha approvato il progetto esecutivo per la riqualificazione del Bastione Sangallo, al Giardino Scotto.

L’intervento prevede il restauro della copertura e delle pareti perimetrali esterne del torrione del Bastione, da dove si verificano infiltrazioni di acqua piovana anche a seguito di eventi atmosferici di media intensità. L’intervento è finanziato con 1,2 milioni di euro, di cui 900 mila provenienti dalla Fondazione Pisa e 300 mila euro di risorse comunali. Entro la fine di ottobre sarà pubblicata la gara per l’assegnazione dei lavori, il cui inizio è previsto entro la fine del 2021 per una durata complessiva di circa un anno e mezzo. I locali interni del Bastione Sangallo sono già stati oggetto di un intervento di riqualificazione terminato nel 2013.
«Con questo intervento – dichiara il sindaco di Pisa Michele Conti – andiamo a completare il restauro del Bastione Sangallo per aumentarne l’attrattività come contenitore di eventi e cerimonie e renderlo utilizzabile sempre, in ogni periodo dell’anno. Questa riqualificazione si inserisce inoltre in un progetto complessivo che vuole dare ulteriore valore ad un’area della città, quella di Giardino Scotto, di particolare pregio monumentale e paesaggistico e che sarà interessata nei prossimi mesi anche dai lavori per il recupero del tratto di Mura urbane compreso tra la Torre di Sant’Antonio, in prossimità del Ponte della Fortezza, e il Bastione Sangallo per circa 800 mila euro».

«Il progetto prevede un intervento di restauro conservativo della copertura e delle pareti perimetrali esterne del torrione – dichiara l’assessore ai lavori pubblici Raffaele Latrofa – spesso interessate da fenomeni di infiltrazioni di acqua anche a seguito di piogge di intensità media. E’ inoltre prevista la ripiantumazione sulla copertura del torrione di 4 piante di lecci, per riprendere la memoria storica ottocentesca e ridare alla struttura l’aspetto che aveva fino a pochi anni fa. Sempre sul tetto verrà infine realizzata una nuova pavimentazione in cotto». Nel dettaglio la riqualificazione Bastione Sangallo prevede i seguenti interventi: bonifica delle erbe infestanti della struttura muraria della cimasa per tutto il perimetro della copertura piana del Bastione Sangallo; fornitura e posa in opera di geotessile non tessuto sulle cimase della muratura perimetrale copertura piana; fornitura e posa in opera di argilla espansa per la formazione delle pendenze e dei piani di quota della copertura piana del quadrilatero centrale del bastione; realizzazione di massetto in calcestruzzo alleggerito di spessore 5 cm. con rete elettrosaldata ø 10 maglia 10x10cmm; realizzazione di quattro vasche in muratura tradizionale a faccia vista, tipo San Marco, per la posa di quattro lecci (ilex crenata) come richiamo alla memoria ottocentesca; fornitura e posa in opera di guaina impermeabile da posare sul massetto sopra citato per l’allontanamento delle acque meteoriche dagli attuali fori d’uscita verso l’esterno; fornitura e posa in opera di pavimentazione in cotto. Per quanto riguarda le pareti esterne perimetrali del torrione il progetto prevede l’analisi della patologia del degrado dei materiali lapidei dei paramenti murari e il loro successivo restauro.

Cenni storici. Il Bastione San Gallo fa parte della Cittadella Nuova, oggi conosciuto come Giardino Scotto, una grande opera di difesa costruita dai Fiorentini in seguito alla loro seconda conquista di Pisa, nel XVI secolo; la storia del Giardino è, quindi, intimamente legata al luogo dove è sorto. "La Fortezza forse esisteva già in epoca Precedente al medioevo e quando i Fiorentini se ne impadronirono, non fecero altro che aumentarne le difese." (R.Gaggini, Il giardino del Principe. San Martino, primi piani, 1987). E benché già dopo la prima occupazione di Pisa, nel 1406, i Fiorentini cominciassero a "trasformare e ad adeguare alle loro esigenze militari le fortificazioni della nostra città." (S. Sodi, Il quartiere di San Martino in Kinzica dopo la conquista fiorentina), è subito dopo il 1509 che essi adeguarono la Cittadella Nuova alle più innovative tecniche di difesa chiedendo l’ausilio a colui che era considerato il massimo esperto dell’epoca su tali tecniche: l’architetto Giuliano da San Gallo. Quando tutto il complesso, alla fine del secolo XVIII, non ebbe più ragion d’essere perché non più utile agli scopi militari, esso fu Venduto alla famiglia Chiesa e poi, "alla famiglia livornese degli Scotto che costruirono sulle mura un corridoio coperto per le passeggiate, cominciandone così la trasformazione in giardino delle delizie" (G. Martinelli. I quartieri storici di Pisa. San Martino, 1988); trasformazione continuata in seguito dagli eredi Scotto Corsini.
"…Il giardino del Principe Scotto Corsini era tutto pieno di alberi e di terrazze verdi, di camminamenti che arrivavano al suo palazzo in Lungarno Galilei, davanti alla discesa del Ponte della Fortezza” (R. Gaggini, op.cit.). La realizzazione della parte nord del giardino con i suoi boschetti e siepi di alloro “Laurus nobilis” e con gli alberi di alto fusto che li sovrastano è tipico del XVIII secolo; mentre la parte sud ha visto il susseguirsi di vari eventi e cambiamenti, dalla fortezza-giardino al rudere tardo gotico che si collega alla parte nord del giardino mediante il percorso romantico. Da qui il Principe ammirava il paesaggio della sua città e passeggiava pensieroso sul suo cavallo tra i grandi alberi ricolmi di foglie sempreverdi.

 

Confine orientale, 1.550 strutture difensive del Vallo Alpino del Littorio saranno recuperate e preservate
Da messaggeroveneto.it del 25 ottobre 2021

Le strutture difensive realizzate sul confine orientale (il cosiddetto Vallo Alpino del Littorio) rappresentano un patrimonio storico unico di valenza internazionale. L’estensione di queste strutture è imponente: solo nella zona della Carnia e del Tarvisiano sono collocati 46 sbarramenti (per un totale di circa 400 opere) degli oltre 300 dei quali era originariamente composto il Vallo Alpino del Littorio

TRIESTE. Circa 1550 strutture difensive presenti sul territorio del Friuli Venezia Giulia sono oggetto di una intesa istituzionale e di un piano di interventi volto alla tutela, alla valorizzazione turistica e culturale e al riuso sociale di questo patrimonio storico unico a livello europeo. L’accordo, firmato lunedì 25 ottobre a Trieste nel Palazzo della Regione, coinvolge la Regione Friuli Venezia Giulia, la direzione regionale dell’Agenzia del Demanio, la Direzione dei lavori e del demanio della Difesa, il Ministero della Cultura e le università di Trieste e di Udine.
Alla firma del protocollo, di durata triennale e rinnovabile, sono intervenuti: per la Regione, l’assessore al patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi, Sebastiano Callari, e il direttore generale, Franco Milan; il direttore regionale dell’Agenzia del Demanio, Alessio Casci; per il Ministero della Cultura, il direttore del Segretariato regionale del Friuli Venezia Giulia, Roberto Cassanelli; per la Difesa il direttore della Direzione dei lavori e del demanio, generale ispettore Giancarlo Gambardella; per le Università di Udine e di Trieste, i rettori Roberto Pinton e Roberto Di Lenarda.

Obiettivo del protocollo

Si tratta del primo passo per la promozione di un ampio lavoro di studio, conservazione e valorizzazione di questo patrimonio pubblico nazionale. L’obiettivo è coniugare turismo, cultura, ambiente e mobilità dolce con l’incentivazione del partenariato pubblicoprivato, sul modello di pratiche virtuose già sperimentate in altri contesti dell’Unione europea.

Il patrimonio

Le strutture difensive realizzate sul confine orientale (il cosiddetto Vallo Alpino del Littorio) rappresentano un patrimonio storico unico di valenza internazionale. L’estensione di queste strutture è imponente: solo nella zona della Carnia e del Tarvisiano sono collocati 46 sbarramenti (per un totale di circa 400 opere) degli oltre 300 dei quali era originariamente composto il Vallo Alpino del Littorio. A queste opere vanno aggiunte le oltre 1000 strutture militari realizzate sulla linea del Tagliamento, nella piana di Gorizia e sulla linea del Torre. Nel corso della guerra fredda la zona di confine è stata tra le più militarizzate d’Italia: oltre il 50 per cento del territorio regionale è stato infatti interessato da servitù militari.

Dopo la caduta del Muro di Berlino

A partire dai primi anni Novanta gran parte di queste strutture sono state dismesse e la loro proprietà trasferita dal Demanio militare al Demanio civile. Per effetto delle modifiche confinarie intervenute a conclusione della Seconda guerra mondiale, inoltre, una parte considerevole delle opere difensive del cosiddetto Vallo Alpino del Littorio si trova oggi in Slovenia e in Croazia.

La situazione attuale

Fino ad oggi, in assenza di un piano volto alla conservazione e valorizzazione di questo patrimonio storico, la cura e il recupero delle strutture sono stati in capo all’iniziativa delle amministrazioni comunali o di associazioni private. Negli anni sono state recuperate a uso turistico e didattico quattro strutture da parte di altrettante associazioni: una struttura del Vallo alpino del Littorio (opere 2 e 3 dello sbarramento Invillino Ovest in Comune di Villa Santina), due strutture del Vallo Alpino riadattate dalla Nato negli anni ’50 (opera 4 dello sbarramento di Ugovizza-Nebria in Comune di Malborghetto-Valbruna; opere 1 e 2 dello sbarramento di Passo monte Croce Carnico in comune di Paluzza) e una struttura “particolare”, il bunker San Michele in Comune di Savogna d'Isonzo.

Il Comitato operativo

Per l’attuazione dell’intesa è stato costituito un Comitato operativo. Lo compongono, il colonnello Pasqualino Iannotti, della Direzione dei lavori e del demanio della Difesa; per il Ministero della Cultura, la Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, Simonetta Bonomi; per la Regione Friuli Venezia Giulia, Francesco Forte, direttore centrale Patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi; per l’Agenzia del Demanio, il direttore regionale, Alessio Casci; per le Università di Trieste e di Udine, rispettivamente, i professori Elena Marchigiani e Tommaso Piffer.
«L’intesa – ha detto l’assessore regionale patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi, Sebastiano Callari – rappresenta un momento di estrema importanza. Oggi le amministrazioni pubbliche sanno operare in modo sinergico per sviluppare il nostro territorio. Grazie a questo protocollo – ha ricordato – iniziamo un percorso per recuperare delle strutture in disuso che dobbiamo rivitalizzare, trasformandole in una straordinaria occasione di sviluppo. I giovani devono sapere che non si tratta di ruderi da abbandonare, ma testimoni della nostra storia».
Portando i saluti del presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, Callari ha espresso la convinzione che «il Friuli Venezia Giulia possa trarre enormi benefici dalla sua identità, dalla sua storia e dalla sua cultura. Per i nostri cittadini e i nostri giovani queste strutture devono rappresentare una nuova idea di crescita del nostro territorio».

Per il direttore della Direzione dei Lavori e del Demanio, generale ispettore Giancarlo Gambardella, «la collaborazione, oggi avviata, rappresenta un esempio virtuoso di sinergia tra istituzioni che mettono a sistema le proprie risorse per studiare e individuare soluzioni a favore della salvaguardia, della tutela, della conservazione, della valorizzazione e del riuso sociale, culturale e turistico delle strutture difensive presenti sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia.
La sottoscrizione dell’Accordo vuole essere solo l’inizio di un lungo percorso, ci auguriamo, ricco di risultati concreti e tangibili, con l’auspicio che l’ambito di applicazione della partnership possa essere esteso anche ad altre infrastrutture militari presenti sul territorio regionale. Ora come non mai anche nel settore infrastrutturale la Difesa è al servizio del Paese».
«Da anni l’Agenzia del Demanio – ha detto il direttore del Friuli Venezia Giulia, Alessio Casci – è impegnata nell’attività di mappatura e acquisizione al patrimonio disponibile dello Stato di questi beni, con l’obiettivo di recuperarli per destinarli a nuovi usi, anche tramite gli strumenti della concessione e della locazione a Enti pubblici o privati. Oltre allo sviluppo di studi per la completa conoscenza di questi manufatti, e delle loro intrinseche valenze militari e storiche, i percorsi di valorizzazione condivisi con tutte le altre amministrazioni coinvolte mirano a un recupero che ne garantisca la tutela, la salvaguardia e la conservazione».
Il direttore del Segretariato regionale del Ministero della Cultura, Roberto Cassanelli, ha sottolineato come «la sottoscrizione del protocollo d’intesa, che vede coinvolti oltre alle Università di Trieste e Udine e alla Regione, ben tre Ministeri, il Ministero dell’economia e delle finanze attraverso l’Agenzia del Demanio, la Difesa e infine la Cultura, costituisce anche per il Segretariato, che rappresenta il Ministero della cultura a livello regionale, un atto fondamentale in vista dell’avvio di un processo condiviso di tutela e valorizzazione del sistema di strutture difensive lungo il confine orientale della regione. Si tratta di strutture realizzate dal periodo fascista agli anni della Guerra fredda, che in questo territorio determinò momenti di alta tensione.
Una valenza storica degna quindi di essere conosciuta, preservata e resa fruibile. Il soggetto attuatore individuato dal Ministero per l’applicazione dell’accordo è la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, responsabile della tutela in ambito regionale».

«L’Università di Trieste – ha detto il rettore, Roberto Di Lenarda – contribuirà a questo ambizioso progetto con le sue competenze multidisciplinari. La nostra Regione è il territorio ideale per realizzare progetti che coniugano in maniera costruttiva e innovativa turismo, cultura e ambiente. Trovo anche particolarmente significativo che si agisca su strutture che sono memoria di un passato difficile e triste della nostra storia, dando loro nuova vita e soprattutto nuovi significati».Per il rettore dell’Università di Udine, Roberto Pinton, «grazie a questo importante protocollo potranno prendere avvio attività di studio, tutela e valorizzazione di un patrimonio storico unico a livello nazionale ed europeo. La realizzazione di questo progetto rappresenta una straordinaria opportunità di crescita per il territorio, a cui l’Università di Udine è fortemente legata, di proficua collaborazione tra Istituzioni e di coinvolgimento attivo delle Amministrazioni locali».

 

In orbita il primo Syracuse 4 della Difesa Francese
Da aresdifesa.it del 25 ottobre 2021

Di Aurelio Giansiracusa

Domenica 24 ottobre è stato lanciato dal Guiana Space Center di Kourou con successo il primo satellite militare per telecomunicazioni protette del programma Syracuse 4.

Dopo il lancio del satellite Syracuse 4A, entro il 2030 è previsto il lancio dei satelliti Syracuse 4B e 4C destinati a completare la relativa costellazione. Il segmento terrestre sarà gestito da Thales e Airbus Defence and Space con l’operatore Actia Telecom, mentre il segmento spaziale sarà in carico a Thales Alenia Space ed Airbus Defence and Space che agiranno in coordinazione con il CNES o Centre National d’Etudes Spatiales.

Il programma lanciato nel 2015, coordinato dalla DGA o Direzione Generale degli Armamenti francese, è frutto della collaborazione tra la Difesa Francese ed il comparto industriale formato da Arianespace, Thales Alenia Space, Airbus Defence and Space e Thales SIX.

Con questo sistema, che aumenterà la capacità di comunicare in modo sicuro a distanze molto lunghe in completa autonomia, la Francia riafferma le sue ambizioni strategiche nello Spazio, un luogo di confronto sempre più militarizzato. I precedenti satelliti Syracuse 3A e 3B sono stati lanciati rispettivamente nel 2005 e nel 2006 e sono giunti, pertanto, alla fine della vita operativa.
Il lancio è stato eseguito da Arianespace che ha impiegato come vettore un razzo Ariane 5 per portare in orbita il Syracuse 4A del peso di 3.853 kg (peso utile 3,5 tonnellate).

Le comunicazioni saranno più efficienti e più sicure, offrendo la possibilità di collegare più utenti contemporaneamente, sfruttando appieno la capacità dual-band dei nuovi satelliti. I satelliti Syracuse 4 sono caratterizzati dal aumento consistente delle capacità disponibili (fino a 3Gb/sec); lavorano in banda X e Ka Mil. A differenza dei precedenti Syracuse, la nuova generazione di satelliti renderà possibile le comunicazioni satellitari per aeromobili. Saranno pienamente interoperabili con le procedure di comunicazione NATO ed avranno protezione rinforzata contro lo jamming, l’intercettazione dei segnali, attacchi cyber ed elettromagnetici.

I Syracuse saranno dotati, inoltre, di sistemi di sorveglianza perimetrale per individuare detriti spaziali in arrivo e satelliti.
In termini concreti, le stazioni di terra consentiranno alle unità in funzione di stabilire collegamenti sicuri e affidabili tra loro e con i loro livelli di comando. In totale, più di 400 stazioni di terra saranno consegnate alla Difesa Francese per equipaggiare forze terrestri, veicoli, navi, sottomarini e velivoli. Tutte le apparecchiature saranno interconnesse.
Syracuse 4A sarà pienamente operativo alla fine del 2022. E’ previsto un periodo di 7 mesi per raggiungere la sua orbita geostazionaria a 36.000 km. Durante questo periodo, i propulsori elettrici spingeranno il satellite in modo fluido ed efficiente nella sua orbita target, consumando quasi sei volte meno massa di carburante rispetto a un satellite a propulsione chimica. I Syracuse 4 saranno i primi satelliti europei a propulsione elettrica.

Una volta posizionato, sarà sottoposto a una serie di test per altri 2 mesi. Potrà, quindi, iniziare a ospitare i primi collegamenti a beneficio delle stazioni di terra degli utenti ed essere dichiarato operativo. Syracuse 4A ha una vita operativa minima stimata di 15 anni.

Fonte ed immagini Ministère des Armées

 

Base militare del monte Venda, ultimo atto: entro dicembre l'Aeronautica consegna le chiavi
Da ilgazzettino.it del 24 ottobre 2021

Di Lucio Piva

TEOLO - Base militare del Venda, ultimo atto. Cesseranno infatti entro il prossimo 31 dicembre le operazioni dell'Aeronautica militare in quella che fu la sede del famigerato bunker dei veleni, dentro il quale maturarono, a causa dello sprigionarsi delle micidiali esalazioni di radon ed amianto, le condizioni che nel giro di quache anno condussero alla morte per mesotelioma pleurico almeno una cinquantina di ufficiali e sottufficiali. 

SGOMBERO IN CORSO

I militari stanno concludendo le operazioni di sgombero di ciò che resta all'interno delle palazzine un tempo sede dei comandi operativi. Si tratta più che altro di rivestimenti e qualche arredo residuo, vale a dire il poco che si è salvato dalle incursioni di ladri e vandali nel corso degli anni. In via di completamento è anche la muratura del bunker, un'operazione che ha lasciato l'amaro in bocca alle famiglie dei militari deceduti proprio in ragione dei veleni che vi respirarono. «Ci saremmo aspettati ha detto Giovanni Amato, rappresentante dei Famigliari delle Vittime un cippo a ricordo dei tanti militari che vi lavorarono in tempo di pace e di coloro che pagarono con la vita la dedizione al dovere e all'uniforme dell'Aeronautica. Un muro non può chiudere per sempre un passato di dolore ancora vivo in tante famiglie». Con l'anno nuovo il comando dell'Aeronautica consegnerà la chiavi della struttura, ormai in avanzato stato di degrado, al Demanio civile che ne deciderà la sorti. Resterà operativo soltanto il teleposto a monte della base, al di sotto delle antenne del Venda. Ma sarà comandato da remoto dalla postazione aeronautica di Istrana (Treviso).

LA STORIA

La base del Venda era rimasta in funzione sino al 1999, prima della chiusura. Gli ultimi militari in servizio rimasero sulla sommità più alta dei colli per lavorare al teleposto. Ma la scoperta delle esalazioni di radon ed amianto portò nel 2004 allo sgombero anche del presidio più a monte. Quale potrà ora essere il futuro dell'ormai ex complesso militare non è facile saperlo. Il Venda infatti resta un polo strategico per la presenza delle strutture rice trasmittenti e la funzionalità dei ponti radio, che interessano oltre all'Aeronautica militare, l'Arma dei Carabinieri, l'Ente Nazionale per l'assistenza al volo (Enav) e soprattutto la Rai. Proprio per questo il Comune di Teolo nei giorni scorsi ha voluto mettere attorno ad un tavolo i rappresentanti delle istituzioni e dell'azienda televisiva di Stato per ottenere il loro coinvolgimento nella costosa manutenzione della strada che conduce alle antenne. Il percorso, un tempo militare era stato affidato in gestione al municipio collinare nel 2009 dietro la promessa di una compartecipazione economia degli altri Enti. Ma il Comune di Teolo non vide mai un euro, al punto che il sindaco nel 2015 restituì la strada al Demanio. «Per riprenderla ha detto Moreno Valdisolo ho chiesto a tutti i soggetti interessati a raggiungere il Venda un concorso nella manutenzione. Altrimenti la strada continuerà ad andare in rovina. Sistemarla costa qualcosa come 250 mila euro, che sono troppi per le poche famiglie che vivono in quella zona. Ho chiesto nero su bianco un accordo per il finanziamento della percorribilità. Altrimenti fra qualche anno sulla cima del Venda non ci si arriverà più».

 

"La valorizzazione delle fortificazioni alla Spezia sia un passaggio da seguire in tutto il golfo"
Da cittadellaspezia.com del 22 ottobre 2021

Nelle prossime ore vi sarà l’apertura alla libera fruibilità delle mura della città Spezia, recuperate e ripulite, un progetto che auspicavamo si potesse realizzare da dieci anni, da quando presentammo, per primi, un’idea di recupero e valorizzazione delle fortificazioni del Golfo della Spezia. Finalmente, dopo anni di gestazione e di proposte, oggi vediamo andare a compimento un qualcosa che riteniamo sia “un’idea vincente” e di questo non possiamo che esserne contenti complimentandoci per ciò che è stato realizzato. Questo risultato, raggiunto dal Comune della Spezia, lo valutiamo con positività, grande interesse e per noi è un qualcosa su cui riporre forti aspettative. Un progetto importante che riprende ciò che la nostra associazione, da oltre un decennio, propone quale concetto di recupero e valorizzazione di questi beni. Non solo a Spezia, ma anche nel resto del golfo perché, quando vennero realizzate, nella fine dell’800, erano parte di un unico apparato che partiva dalle isole Tino e Palmaria ed arrivava sino a Punta Bianca, un concetto di urbanistica legata alla presenza dell’Arsenale che è l’immagine iconografica della nostra storia, ma anche un’occasione per fare un turismo sostenibile e di qualità, senza snaturare i luoghi ed il loro valore architettonico.

Oggi non possiamo che rallegrarci del fatto che alla Spezia, a differenza di altri Comuni, ci sia chi ha compreso l’importanza di questi concetti e che il segnale precursore della nostra idea di recupero e valorizzazione, anche a fini turistici, ma senza snaturane il valore storico delle fortificazioni ottocentesche e delle opere più recenti, abbia trovato chi lo ha trasformato in realtà. Noi presentammo un primo progetto nel dicembre 2011 a tutti i Comuni del golfo, Spezia lo mise nel piano regolatore ed oggi il Comune spezzino, con un investimento importante, ha raggiunto un risultato storico unico in linea con quanto proprio la nostra associazione aveva proposto in tempi in cui parlare del recupero delle fortificazioni era visto da molti come assurdo ed impossibile. Lo stesso progetto lo portammo in giro per l’Italia, come all’importante convegno di architettura FortMed a Firenze. Trovando interesse da parte di urbanisti ed addetti ai lavori. Ma una associazione si può limitare a proporre, farne argomento di dibattito, poi sono gli enti locali che hanno la forza, e per noi il dovere, di sposare le idee e renderle concrete. Oggi questo a Spezia è un passaggio fondamentale, la chiusura di un percorso, la concretizzazione di un’idea che condividiamo.

Come associazione culturale “DALLA PARTE DEI FORTI ONLUS” abbiamo storicamente acceso, nel contesto del territorio spezzino, per primi e da tempo, una luce sulla necessità di recuperare e valorizzare nel giusto modo questi luoghi cha hanno grande dignità storica, culturale e architettonica nel nostro recente passato. Oggi vediamo che questo messaggio che abbiamo portato alla pubblica attenzione, discusso nei centri studio, motivato ai giovani tecnici, spiegato nelle scuole e promosso verso il mondo politico ha trovato attenzione e sviluppo nel programma di un Comune importante e di riferimento come quello spezzino. L’associazione, formalmente fondata nel 2011 dopo alcuni anni segnati da esperienze minori, sin dall’inizio del nuovo secolo ha lavorato per tutelare, valorizzare e diffondere nella provincia della Spezia la riscoperta delle antiche fortificazioni, delle opere fortificate e delle costruzioni storiche, anche con riferimento alle tradizioni, ai contesti storico/culturali e architettonici legati all’intervento dell’uomo sulla natura in questo particolare settore. Lo abbiamo fatto stimolando gli enti pubblici, collaborando con studenti e ricercatori, partecipando ad attività di valorizzazione urbanistica ed organizzando eventi, come la riapertura della Galleria Antiaerea Quintino Sella nel 2013, in cui abbiamo organizzato una mostra sui bombardamenti cittadini visitata da oltre 50mila persone. Questo presentato e sviluppato alla Spezia, ci auguriamo, possa diventare così un esempio da seguire per le altre Pubbliche Amministrazioni Locali che hanno sul proprio territorio altrettanti beni storici legati alle antiche fortificazioni che si possono recuperare ed utilizzare, pubblicamente, senza snaturane il significato e senza privatizzarli o perderli. La strada è aperta, noi lo diciamo da anni, lo abbiamo scritto e proposto, oggi c’è un qualcosa di concreto e fruibile da cui prendere spunto ed esempio.

 

Testato missile 'Bulava' da sottomarino nucleare russo nel Mar Bianco
Da sputniknews.com del 22 ottobre 2021

Il sottomarino nucleare 'Knyaz Oleg' ha lanciato un missile 'Bulava' nel Mar Bianco.
Il sottomarino nucleare del Progetto 955-A Borei-A, Knyaz Oleg, ha lanciato un missile balistico Bulava nel Mar Bianco, ha affermato il ministero della Difesa russo.
"Il sottomarino missilistico strategico Knyaz Oleg, nell'ambito  del programma di test statali, ha lanciato il missile balistico Bulava nel Mar Bianco. Il missile balistico è stato lanciato dalla posizione sommersa verso il campo di addestramento di Kura

in Kamchatka", si legge in un comunicato del dicastero militare russo.

Hanno chiarito che, "secondo i dati confermati del controllo oggettivo, le testate missilistiche sono arrivate con successo nell'area specificata all'ora stimata". Il sottomarino nucleare Knyaz Oleg dovrebbe essere consegnato alle forze di combattimento della Marina russa entro la fine dell'anno. Il sottomarino diventerà il quinto di questa classe nella Marina: tre sottomarini del progetto base 955 Borey e il sottomarino principale del 955A migliorato sono già in servizio.
Gli incrociatori sottomarini missilistici strategici di classe Borey sono stati progettati presso l'Ufficio di Progettazione per la Marina Rubin a San Pietroburgo. Durante la costruzione, sono stati sfruttati i nuovi progressi delle apparecchiature radio- lettroniche navali e strumentazioni per la riduzione del rumore. Il missile Bulava è l'arma principale.

 

Pucciarelli (Difesa): verrà finalmente abbattuto ciò che resta dell’ex base NATO di Cima Grappa da tempo inutilizzata
Da emiliaromagnanews24.it del 21 ottobre 2021

Di Roberto Di Biase

ROMA – “Si è concluso in questi giorni l’articolato e complesso iter tecnicoamministrativo che ha visto il Ministero della Difesa prodigarsi per la demolizione degli edifici militari in disuso di Cima Grappa, ex base missilistica per la difesa aerea ai tempi della Guerra Fredda.
Il 26 ottobre prossimo inizieranno i lavori di abbattimento di ciò che resta del fabbricato principale e di alcuni edifici annessi, programmati per concludersi in breve tempo, entro il successivo mese di novembre, e con una sistemazione conclusiva dell’area in coerenza con le esigenze paesaggistiche di questa suggestiva vetta.” – ha reso noto ieri il Sottosegretario alla Difesa, Stefania Pucciarelli.

“Parliamo di un programma che è stato ed è oggetto di grande attenzione delle comunità locali, interessate dalla presenza di questo fabbricato militare sin dagli anni sessanta ed ormai in rovina.

Si tratta, infatti, di un risultato di grande valore simbolico – ha proseguito Pucciarelli – che è frutto di impegno corale, rispetto al quale ringrazio il nostro Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti ed anche la Regione Veneto per la fattiva collaborazione e per il tempestivo rilascio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale per la Valutazione di Impatto Ambientale connessa alla demolizione.” “Per completare la rivalutazione dell’intero luogo sarà contestualmente realizzato il connesso progetto di restauro conservativo del Sacrario Militare di Cima Grappa e la valorizzazione delle aree adiacenti. Una progettualità che nasce nell’ambito del programma per gli interventi commemorativi del centenario della grande guerra, e che proprio quest’anno si colloca in un momento celebrativo di solenne importanza come il Centenario del Milite Ignoto.” – ha concluso il Sottosegretario Pucciarelli.

 

Nuovi missili nucleari, Washington studia la reale capacità offensiva di Pechino
Da panorama.it del 21 ottobre 2021

Di Sergio Barlocchetti

Il test del missile ipersonico spaziale cinese compiuto nell'agosto scorso probabilmente non innescherà una corsa agli armamenti, ma potrebbe influenzare lo sforzo della Casa Bianca e del Dipartimento della Difesa Usa per creare nuove strategie di difesa missilistica nucleare. All'inizio dell'autunno gli alti funzionari militari hanno fornito indizi sul fatto che sapevano che questo evento, riportato per la prima volta dal Financial Times la scorsa settimana, stesse per accadere. Il generale Glen Van Herck, capo del Comando settentrionale degli Stati Uniti, in un discorso al Simposio di difesa spaziale e missilistica a Huntsville, in Alabama, in agosto aveva detto che la Cina aveva appena dimostrato un vettore ipersonico. Disse che non poteva fornire maggiori dettagli, ma anche che la dimostrazione avrebbe messo in discussione gli attuali sistemi d'allarme sulle minacce spaziali. Il nuovo segretario dell'aviazione Frank Kendall, il mese scorso aveva dichiarato ai giornalisti che la Cina ha la capacità di condurre attacchi globali dallo spazio.

Di fatto, sulla base delle notizie raccolte finora, i cinesi sembrano aver realizzato un sistema di bombardamento orbitale con un'arma ipersonica. La combinazione di queste tecnologie crea due problemi per le capacità americane di rilevamento e tracciamento: il primo è che gli Usa possono rilevare la maggior parte dei lanci di razzi e missili di grandi dimensioni, ma potrebbero non essere in grado di tracciare un veicolo planante o addirittura non vedere che il sistema orbitale cinese è armato con qualcosa come un'arma nucleare ipersonica. Il secondo problema è che una volta che l'arma "deorbita", gli Usa devono occuparsi del tracciamento di un'arma ipersonica che vola a basse altitudini ma a velocità molto elevate e può manovrare verso il suo obiettivo, rendendo molto difficile il tracciamento. Tuttavia anche se la Cina dichiara di non star sviluppando una strategia di attacco preventivo, il test di agosto suggerisce che Pechino sta pensando a questa possibilità proprio perché sta sperimentando una capacità in grado di eludere i radar di preallarme del nemico. Attualmente il Pentagono è impegnato in diversi programmi per armi ipersoniche e nello sviluppo della relativa difesa, ma non risultano essere stati condotti altri test dal marzo 2020. Il Dipartimento della Difesa avrebbe dovuto condurre nuove prove nel terzo trimestre 2021, ma si sono verificati ritardi e queste prove saranno fatte entro la fine dell'anno.

Washington smentisce di avere programmi esplicitamente considerati "anti-satellite", sebbene il missile SM-3 Block I sia stato dimostrato contro un satellite nel 2008 come parte dell'operazione Burnt Frost. Oggi annunciare una modernizzazione della capacità nucleari e anti missile servirebbe agli Usa per scoraggiare la Cina, che secondo quanto riportato da fonti occidentali starebbe costruendo nuovi silos nucleari in diverse province. C'è da aspettarsi che la Nuclear Posture Review, relazione che sarà pubblicata a breve come parte della strategia di difesa nazionale dalla nuova amministrazione Biden, insieme con una revisione del piano di difesa missilistica dovrebbe spiegare quale sia oggi, realmente, la minaccia nucleare cinese.

 

La trevigiana Linea Light Group illumina i castelli dell’Albania
Da noedesteconomia.it del 21 ottobre 2021

Castello di Croia

In particolar modo Llg è stata coinvolta in due progetti di illuminazione interna ed esterna, entrambi firmati dal designer Fulvio Baldeschi: il Castello di Croia a Kruge e il Castello di Rozafa a Scutari. Per Croia, importante roccaforte simbolo storico della lunga resistenza locale contro i turchi ottomani e che oggi custodisce all’interno della cinta muraria ristoranti e abitazioni private, Llg ha fatto un restyling con l’obiettivo di stabilire una sorta di “gerarchia della luce” nel contesto storico

Di Federico Piazza

TREVISO. Ci sono anche le fortezze medievali dell’Albania tra i beni culturali illuminati da Linea Light Group (LLG), azienda trevigiana pioniera nella tecnologia Led. Sono stati infatti inaugurati nel 2021 i progetti illuminotecnici per la valorizzazione dei quattro castelli delle città di Argirocastro, Berat, Kruge e Scutari, siti archeologici importanti nella storia del Paese delle aquile, una nazione che sta fortemente investendo sul turismo. In particolar modo LLG è stata coinvolta in due progetti di illuminazione interna ed esterna, entrambi firmati dal designer Fulvio Baldeschi: il Castello di Croia a Kruge e il Castello di Rozafa a Scutari. Per Croia, importante roccaforte simbolo storico della lunga resistenza locale contro i turchi ottomani e che oggi custodisce all’interno della cinta muraria ristoranti e abitazioni private, LLG ha fatto un restyling con l’obiettivo di stabilire una sorta di “gerarchia della luce” nel contesto storico.

Castello di Rozafa

Per Rozafa, fortezza che nel XV secolo fu strenuamente difesa e poi persa contri i turchi dai veneziani e che è oggi testimonianza delle culture islamica, cattolica, italiana e turca, gli apparecchi di LLG creano importanti scenografie luminose. “al pari di un’aurora boreale”. In ambito artistico-culturale le realizzazioni in Albania di LLG si aggiungono, per citarne alcune, a quelle della Sharjah Mosque negli Emirati Arabi Uniti, del Musèe Les Arts Décoratifs di Parigi, della Cappella dei Magi di Palazzo Medici- iccardi a Firenze, della Collezione di opere d’arte della Fondazione Cariverona, dell’Oratorio di San Giovani Battista di Urbino. “E nuovi progetti prestigiosi stanno arrivando”, commenta Gianluca Salciccia, direttore commerciale di LLG. “Abbiamo lanciato tra fine 2020 e inizio 2021 una collezione di prodotti dedicata proprio al mondo dell’arte e della cultura, con un responso da parte degli addetti ai lavori estremamente positivo”. I prodotti per l’illuminazione delle opere d’arte nei musei devono avere specifiche caratteristiche qualitative, con diodi studiati appositamente per enfatizzare tutti i colori dello spettro luminoso, soddisfacendo al contempo particolari esigenze illuminotecniche. “Il nostro reparto di R&D ha sviluppato ottiche specifiche capaci di illuminare in modo uniforme superfici di grandi dimensioni senza mai interferire o disturbare il visitatore, fino a sagomatori altamente performanti in grado di disegnare con la luce l’esatto profilo delle opere esposte qualunque forma esse abbiano”, spiega Salciccia. “Fra l’altro i nostri prodotti sono stati utilizzati per illuminare la sezione delle arti decorative del Louvre di Parigi e gli splendidi affreschi del Benozzo Gozzoli di Palazzo Medici a Firenze”. LLG sviluppa inoltre sistemi dinamici abbinati a componenti elettronici di nuova generazione sviluppati in-house per la gestione flessibile degli impianti dei musei, e prodotti non invasivi per gli ambienti storici degli edifici.

Nel frattempo, per velocizzare la gestione della componentistica per le forniture in espansione al canale progettuale, LLG ha recentemente raddoppiato lo stabilimento di Vazzola adibito a produzione e logistica che ospita il nuovo magazzino automatizzato di 600 mq. Oggi LLG opera su quattro poli produttivi, due in Veneto e due all’estero, e 15 filiali estere, con 550 addetti di cui 85 in R&D.

Fatturato per il 60% extra Italia: mercati principali Medio Oriente, Usa, Francia, Uk, Spagna, Germania, Grecia, Russia. “Le performance dell’azienda nel 2021 sono a settembre molto positive e prevediamo una crescita nell’ordinato superiore al 15% rispetto al 2019”, commenta Salciccia, nonostante le incertezze per mancanza di componenti e aumento del costo di materie prime e trasporti. “Il nostro business plan prevede un rafforzamento puntuale in ogni area dove già siamo presenti, a partire dall’Italia con le nuove filiali di Milano e Roma, ma anche nuovi avamposti in Europa e America dove prevediamo grandi potenzialità di crescita”, conclude Salciccia.

 

Il missile ipersonico è il segreto della Cina che allerta gli Usa
Da libero.it del 20 ottobre 2021

Il test di un razzo capace di passare sopra il Polo Nord, arrivando in America da una nuova tratta. Un nuovo missile ipersonico: il segreto della Cina fa paura agli Usa.

"Non abbiamo idea di come siano riusciti a compiere un test del genere". Le parole di una fonte del Financial Times interrogata sul nuovo razzo ipersonico cinese bastano da sole a dare la misura di un inaspettato, quanto preoccupante, progresso del gigante asiatico nel campo dei veicoli spaziali. Perché, se l’obiettivo è andare in orbita, la tecnologia cinese spaventa? Come insegna anche la storia della Guerra Fredda, gli strumenti per la conquista dello spazio possono essere convertiti a un uso bellico con facilità. Da qui l’allerta dei servizi segreti di Oltreoceano.

Che cos’è un razzo ipersonico e perché è un’arma micidiale in guerra

Il razzo cinese, denominato Lunga Marcia, ha fatto un giro della Terra in orbita bassa, poi ha mancato l’obiettivo di circa una trentina di chilometri. I missili ipersonici sono cinque o sei volte più veloci rispetto ai razzi della precedente tecnologia. Tale rapidità può essere impiegata per eludere le difese antimissile, così come allo stesso obiettivo concorre la capacità dei razzi ipersonici di modificare la propria rotta e quella di disegnare una curva, da dentro a fuori l’orbita terreste e di nuovo dentro, più bassa rispetto alla traiettoria dei missili balistici.
In poche parole, si parla della nuova generazione di armi strategiche. In questo campo tecnologico – militare, la Cina ha quindi appena segnato un gol.

Perché gli Stati Uniti sono preoccupati e guardano all’Antartide

"Siamo preoccupati dalle capacità militari di Pechino che aggravano le tensioni in Asia e nel mondo, questo è il motivo per il quale abbiamo definito la Cina la nostra sfida numero uno", ha detto John Kirby, portavoce del Pentagono, il ministero dell’interno Usa. "Non si è trattato di un missile ipersonico, ma di un veicolo spaziale. Una prova di routine per verificare la tecnologia riutilizzabile del veicolo spaziale. Questo è di grande significato per ottenere una riduzione dei costi delle missioni pacifiche nello spazio", sono state invece le parole del portavoce del ministro degli Esteri a Pechino.
Ciò che accresce ulteriormente le preoccupazioni della prima potenza mondiale è la possibilità che, grazie a una simile tecnologia, Beijing possa far passare eventuali ordigni sopra il Polo Sud. Al contrario, la sorveglianza americana si concentra sull’Artico. Se ne deduce che il quadro strategico potrebbe essere stravolto dal razzo ipersonico della Repubblica Popolare. Per limitarsi al campo tecnologico, i progressi della Cina sono stupefacenti: Pechino sta infatti vuole costruire un’astronave grande quanto una città e trivellare la Luna per alimentare la Terra.

Giuseppe Giordano

 

Torre del Sasso da recuperare, fondi in arrivo. Si parte con il puntellamento
Da lecceprima.it del 20 ottobre 2021

L’amministrazione di Tricase ha ottenuto i finanziamenti per avviare il programma di recupero della torre costiera cinquecentesca che da anni versa in stato di degrado. L’Agenzia del demanio ha dato in concessione il bene per favorire l’accesso ai contributi regionali

TRICASE - Un pezzo di storia e di architettura costiera da salvaguardare e che presto sarà puntellata e messa in sicurezza. Il tutto grazie al finanziamento garantito della Regione Puglia nell’ambito del programma di tutela e valorizzazione delle torri costiere. Le buone nuove riguardano l’avamposto cinquecentesco della Torre del Sasso (o Torre del Mito) sul litorale di Tricase porto per la quale l’amministrazione comunale del sindaco Antonio De Donno ha ottenuto il via libera per il finanziamento per il progetto di puntellamento che farà da apripista per il futuro recupero del bene.

La giunta comunale tricasina, aveva infatti conferito incarico al responsabile del settore dei lavori pubblici di predisporre l’istanza di finanziamento alla Regione Puglia per l’esecuzione degli interventi di messa in sicurezza della Torre del Sasso, includendo anche la richiesta relativa alla sistemazione per l’accesso e per la visibilità anche della Torre Palane di Marina Serra. L’obiettivo era ottenere la disponibilità di fondi regionali per almeno 25mila euro.
Proprio per poter intervenire sul grave stato di dissesto della Torre del Sasso l’amministrazione comunale aveva contattato l’Agenzia del Demanio, proprietaria del bene, per metterla al correnete della possibilità di accedere ai fondi regionali per gli interventi urgenti di messa in sicurezza. A tal fine l’agenzia ha disposto di dare in concessione la torre costiera al Comune proprio per di poter formalizzare la richiesta di finanziamenti destinati agli enti per tali interventi sulle custruzioni costiere. La torre, situata sulla cresta della Serra del Mito, a 116 metri sul livello del mare, è una delle più alte fra le torri costiere, ergendosi su uno sperone roccioso a picco sulla macchia mediterranea sottostante. Il tutto all'interno del parco naturale regionale “Costa Otranto Santa Maria di Leuca-Bosco di Tricase”.
Come annunciato dal primo cittadino De Donno e anche dall’associazione sportiva Mountain Bike Racing Team di Tricase, impegnata anche in diverse campagne di recupero e di salvaguardia del patrimonio ambientale locale, per la Torre del Sasso “è stato compiuto un piccolo, ma importantissimo primo passo per un intervento che permetterà di conservare il bene nello stato attuale in attesa di un bel progetto di recupero definitivo”. Un campagna di sensibilizzazione e di supporto alla quale hanno contribuito gli enti interessati e anche il sindaco di Andrano, Salvatore Musarò.

 

Le migliaia di bombe inesplose sulle quali viviamo
Da ilpost.it del 19 ottobre 2021

Sono circa 25mila quelle risalenti alla Seconda guerra mondiale che si trovano a qualche metro di profondità nei suoli di tutta Italia

I guastatori del Reggimento Genio della brigata Taurinense disinnescano un ordigno della Seconda Guerra Mondiale. (Foto Ujetto/Lapresse).

Il 17 ottobre è stata disinnescata una bomba d’aereo di 220 chili, risalente alla Seconda guerra mondiale, trovata in un campo di Granarolo Faentino, in provincia di Ravenna. A fine settembre 50 famiglie di Sasso Marconi, in provincia di Bologna, erano state evacuate per poter far brillare un ordigno, anch’esso d’aereo, trovato accanto al fiume Reno. Pochi giorni prima era accaduto a Monterotondo, in provincia di Roma: 5.000 persone erano state evacuate dopo il ritrovamento di una bomba contenente 120 chili di esplosivo. In Italia ci sono 25.000 bombe d’aereo inesplose risalenti al periodo tra il 1940 e il 1945. Si trovano sottoterra, solitamente tra i cinque e gli otto metri di profondità. Sono ciò che resta del milione di ordigni che le forze alleate, soprattutto la Royal Air Force inglese e la United States Air Force americana, sganciarono sul paese durante la guerra. Molte non esplosero del tutto, ma solo parzialmente: erano difettose oppure semplicemente le condizioni ambientali non erano favorevoli. Sono tuttora armate, non pericolose finché restano dove sono, finite in profondità per la loro configurazione e per il peso. Ma sono potenzialmente capaci di provocare danni alle cose e alle persone se vengono smosse, toccate, maneggiate senza attenzione e professionalità. Si possono trovare ovunque, lungo la costa tirrenica tra Anzio e Salerno o in corrispondenza delle linee di difesa tedesche nel Centro Italia, o ancora vicino alle strade che le divisioni naziste percorsero lasciando da sconfitte l’Italia. E si trovano anche nelle periferie delle grandi città, attorno a quelle che negli anni Quaranta erano le zone industriali di Milano, Torino, Genova. Non esistono in Italia grandi aree dove si possa dire con certezza che non ci siano bombe inesplose. E agli ordigni di aereo si aggiungono mine, granate e bombe a mano inesplose, le munizioni di armi pesanti sepolte dalle truppe naziste in ritirata per non farle cadere in mano nemica. Nelle zone alpine si trovano ancora le bombe chimiche caricate con gas asfissianti della Prima guerra mondiale. «Ogni anno vengono rinvenuti circa 60.000 ordigni bellici di diverso tipo» dice Roberto Serio, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale Vittime di Guerra, «dal proiettile d’artiglieria alla bomba d’aereo. Sono ordigni tuttora pericolosi, anzi sempre più pericolosi. C’è una sola cosa infatti che viene deteriorata dal tempo ed è la spoletta: questo rende l’ordigno più instabile». Gli iscritti all’Associazione Nazionale Vittime di Guerra sono in larga parte vittime di ordigni bellici inesplosi: «Per capire quanto sia ancora pericolosa la situazione», dice Roberto Serio, «basta guardare la storia di alcuni nostri iscritti. Il più giovane, che ha 22 anni, ha perso la vista e una mano a causa di una bomba a mano dell’Esercito italiano risalente alla Seconda guerra mondiale. Certo, le cose sono migliorate rispetto agli anni Settanta e Ottanta ma ripeto, ci sono ancora molti pericoli». Gli ordigni vengono solitamente rinvenuti negli scavi in profondità delle metropolitane, nei campi delle industrie agricole, durante i lavori per porre le fondamenta di nuovi edifici. Una legge del 2012, la 177, sancisce come obbligatoria la valutazione dei rischi da possibile rinvenimento di ordigni bellici inesplosi nei cantieri interessati da scavi. È la valutazione a determinare, sulla base dei risultati, se sia necessario effettuare la “bonifica sistematica”.

L’esplosione di una bomba d’aereo fatta brillare a Segrate, nel maggio scorso (Foto Ansa/Anvrea Canali).

Matteo Bassi, riconosciuto dal ministero della Difesa come tecnico BCM, Bonifica Campi Minati, spiega: «vengo chiamato da aziende, amministratori, enti pubblici per fare valutazioni preventive di un determinato luogo. Significa che effettuo indagini storiche sui fatti bellici, valuto la vicinanza a quelli che durante la guerra erano obiettivi sensibili, analizzo il terreno e opero con un metal detector. Quindi fornisco a chi mi ha commissionato il lavoro una valutazione del rischio. In base alle risultanze verrà richiesta o meno una bonifica sistematica che verrà fatta poi dall’Esercito». Le aziende che possono fare questo genere di lavoro devono essere iscritte a un albo del ministero della Difesa. «Noi non possiamo rimuovere né maneggiare gli ordigni», dice Francesco Zivolo, titolare della Zivolo Cavalier Francesco che si occupa di bonifica terrestre e subacquea, «interveniamo in una fase precedente, ci occupiamo della ricerca di eventuali ordigni. Lavoriamo con magnetometri per le ricerche in profondità o con altri strumenti se la ricerca avviene in superficie. Poi però deve intervenire l’Esercito». A effettuare la bonifica vera e propria infatti sono poi gli operatori EOD (Explosive Ordnance Disposal) addestrati nel Centro di Eccellenza C-IED (Counter Improvised Explosives Devices) di Roma e dislocati in 12 reggimenti del Genio in tutta Italia.

Che a distanza di 76 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia faccia ancora i conti con pericolosi residuati di quegli eventi lo testimoniano le cronache locali. Il 21 settembre, in un terreno agricolo tra i comuni di Comiso, Gulfi e Chiaramonte, in Sicilia, è stato trovato in pessime condizioni un proiettile perforante d’artiglieria di grandi dimensioni. È stato fatto brillare il 18 ottobre dagli artificieri del genio guastatori di Palermo. Sempre a fine settembre una mina navale tedesca con 300 chili di esplosivo è stata rinvenuta in mare a 100 metri dalla spiaggia di Seccagrande, nell’agrigentino. Negli stessi giorni sono state evacuate mille persone a Segrate, in provincia di Milano, per disinnescare due bombe d’aereo mentre a Schivenoglia, nel mantovano, una famiglia ha trovato un ordigno nel proprio giardino. Quando i ritrovamenti avvengono in città le cose si complicano: a Brindisi nel dicembre 2019 vennero evacuate oltre 50.000 persone per disinnescare una bomba d’aereo trovata nei pressi di un cinema multisala. Sempre nel dicembre 2019 a Torino fu resa inoffensiva una bomba rinvenuta durante gli scavi per realizzare il teleriscaldamento, tra via Nizza e via Valperga. Come in altri casi simili nelle città, la zona era stata divisa in zona rossa, con evacuazione obbligatoria, e zona gialla dove la gente aveva potuto rimanere in casa seguendo però istruzioni precise. Le operazioni di evacuazione e disinnesco vengono solitamente chiamate “bomba day”: costano qualche migliaio di euro, qualche decina se avvengono nelle città. In base al contesto, se si tratta cioè di un ritrovamento in campagna o in una zona abitata, viene deciso di volta in volta se distruggere sul luogo la bomba o trasportarla altrove. Generalmente viene fatta esplodere all’interno di una buca oppure vengono realizzate strutture che svolgono la stessa funzione, con l’obiettivo di contenere gli effetti dell’esplosione dell’ordigno.

«Esistono due tipi di bonifica», dice ancora Roberto Serio, «quella occasionale, e cioè quella che avviene quando un cittadino si imbatte in un ordigno, e la bonifica sistematica cioè quando, dopo studi di una determinata area interessata da lavori pubblici o privati, si pensa che lì si trovino uno o più ordigni. Il problema è che la bonifica bellica non viene considerata onere per la sicurezza e quindi si possono effettuare appalti al ribasso. Crediamo che debba esserci un intervento a livello legislativo, non può esserci il ribasso quando si parla di sicurezza».

Una fase del disinnesco di un ordigno (Foto Esercito)

Il primo bombardamento in Italia fu condotto su Genova da parte della RAF nella notte tra l’11 e il 12 giugno 1940 il giorno dopo la dichiarazione di guerra, da parte di Benito Mussolini, alla Francia e all’Inghilterra. L’ultimo avvenne il 4 maggio 1945 sulle colonne tedesche in fuga verso la Germania. Secondo i dati ufficiali delle forze alleate, solo recentemente declassificati (a cui cioè è stato tolto il segreto di Stato), sull’Italia vennero sganciate 378.891 tonnellate di ordigni pari al 13,7% del totale sganciato sull’Europa, corrispondenti appunto, secondo le stime, a circa un milione di bombe. I centri industriali del Nord come Genova, Milano e Torino subirono più di 50 attacchi ciascuno. Alle città portuali come Messina o Napoli andò peggio: oltre 100 incursioni aeree ciascuna. Alcune città più piccole furono quasi completamente distrutte: Foggia perse il 75% degli edifici residenziali, Rimini fu bombardata per molti mesi consecutivi perché si trovava sulla linea del fronte. I primi obiettivi, al Nord e al Sud, furono militari e industriali. A Torino, l’11 giugno 1940, gli aerei della RAF avevano come obiettivo lo stabilimento FIAT di Mirafiori ma sbagliarono, e le bombe caddero sulla città uccidendo 17 abitanti. Nei giorni seguenti, altri obiettivi furono i depositi di petrolio nei porti di Genova e Savona, le raffinerie di Porto Marghera, i porti di Livorno e Cagliari, le fabbriche dell’Ansaldo e della Piaggio a Genova. Milano fu attaccata per la prima volta il 15 giugno 1940. Lo scopo del raid era colpire le fabbriche aeronautiche Caproni, Macchi e Savoia Marchetti, ma le bombe caddero invece sulla città. «All’inizio», spiega Claudia Baldoli, professoressa associata di Storia contemporanea nel Dipartimento di studi storici all’Università statale di Milano, «i bombardamenti si concentrarono sulle aree industriali e sui porti. Genova per esempio era sia città industriale sia porto e si trovava anche lungo una importante via di comunicazione verso la Francia. Al sud furono colpiti soprattutto Napoli e i porti siciliani da cui partivano i rifornimenti per le truppe italiane in Africa. Dal dicembre 1942 i bombardamenti divennero progressivamente a tappeto (Area Bombing) per attaccare le zone industriali e colpire allo stesso tempo il morale delle popolazioni». Gli attacchi divennero intensi anche al Sud per preparare lo sbarco in Sicilia degli Alleati e poi nel Centro Italia, nella zona tra la linea Gustav e linea Gotica, le due linee di difesa tedesche. La prima partiva dal confine tra Lazio e Campania, nella zona di Frosinone e arrivava a Ortona, a sud di Pescara passando per Cassino. La seconda, più a Nord, andava dal fiume Magra, tra La Spezia e Massa Carrara, fino a Pesaro. Era lunga 320 chilometri, lungo il tracciato erano stati piazzati 479 cannoni, 2.375 mitragliatrici, circa 4.000 casematte e 16 mila postazioni per cecchini. Erano stati stesi centinaia di chilometri di filo spinato e scavate innumerevoli trincee anticarro. In quelle zone, alla fine della guerra, tra il 1946 e il 1948, vennero effettuate numerose operazioni di bonifica. Ma molti ordigni restano ancora sepolti. Così come se ne trovano più a nord dove i bombardamenti continuarono intorno ai nodi ferroviari, alle linee stradali e ferroviarie, ai ponti.

La mina trovata nel mare davanti alla spiaggia di Seccagrande, nell’agrigentino

Non sono però solo le bombe d’aereo a essere sepolte nel sottosuolo italiano. Ci sono granate, esplosivi, colpi d’artiglieria inesplosi, grandi quantitativi di munizioni abbandonati sul fondo di fiumi. E mine: immediatamente dopo la guerra ne furono trovate e disinnescate due milioni. L’opera di bonifica fu imponente, ma fu impossibile precisare l’estensione dei campi minati, molti dei quali posati senza una successiva registrazione, altri manomessi nel corso della guerra. Vennero classificati 60 tipi di mine diverse, tutte pericolose ma in particolare le schrapnellmine, le cosiddette “mine saltellanti” (gli americani le ribattezzarono Bouncing Betty, dal nome di un cartone animato, Betty Pop) o quelle “a farfalla”, lanciate dagli americani soprattutto in Sicilia e Veneto. Le “fortezze volanti”, come erano soprannominati i bombardieri americani Boeing B-17, sganciavano contenitori che in prossimità dell’impatto si aprivano disseminando intorno centinaia di piccole bombe, che scendevano con moto rotatorio. Erano ordigni micidiali e proibiti, e li utilizzarono anche i tedeschi sull’Inghilterra. In Italia le zone a più alta concentrazione di mine erano quelle lungo la linea Gustav, la zona intorno a Cassino e quella di Anzio. Lungo la linea Gotica furono posate almeno 100.000 mine antiuomo. Intorno ad Anzio, dove avvenne lo sbarco delle truppe alleate, su un perimetro di una quarantina di chilometri quadrati furono poste 200.000 mine tra anticarro e antiuomo. «La bonifica avvenne subito dopo la guerra con i mezzi che si aveva a disposizione, spesso le cose vennero fatte con faciloneria», dice Serio, «per esempio le bombe trovate in prossimità delle zone portuali vennero semplicemente gettate in mare. A volte i pescatori venivano pagati per portare gli ordigni al largo e buttarli in acqua». Anche il fondo del mare è quindi pieno di ordigni risalenti alla Seconda guerra mondiale. Una relazione del 1999 dell’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al mare affermava che nel basso Adriatico erano presenti circa 20.000 residuati bellici a carica chimica. Nel porto di Bari, il 2 dicembre 1943, un bombardamento tedesco affondò 20 navi alleate: molte di loro avevano le stive piene di bombe caricate con varie sostanze chimiche. Alla fine della guerra, inoltre, l’esercito americano abbandonò nei mari italiani quantità mai specificate di armamenti tra cui ordigni contenenti fosgene, cloruro di cianuro e cianuro idrato. Era indicato nei rapporti resi pubblici durante la presidenza di Bill Clinton e poi nuovamente secretati. Bombe che ogni tanto tornano a galla come è successo a luglio a Comacchio, quando un ordigno americano al fosforo è rimasto impigliato nella rete di un pescatore.

 

La Cina ha segretamente testato un nuovo missile nucleare ipersonico orbitale. Cosa significa?
Da astrospace.it del 18 ottobre 2021

Un render del Falcon Hypersonic Technology Vehicle 2 (HTV-2) americano. Credits: AFP

Di Nicolò Bagno

La Cina ha testato con successo un nuovo missile ipersonico capace di portare testate nucleari in qualsiasi parte del mondo passando dall’orbita terrestre. Questo è stato dichiarato da diverse fonti dell’intelligence americana al Financial Times sabato. Il lancio, avvenuto ad agosto, avrebbe impiegato un razzo di classe orbitale per portare un cosiddetto Hypersonic Glider, ossia un veicolo dotato di propulsione autonoma che viaggia a regime ipersonico (oltre mach 5, pari a 6125 km/h). A differenza dei normali missili balistici intercontinentali, i missili ipersonici non seguono una normale traiettoria parabolica ma una più bassa e con caratteristiche orbitali, che permette al missile di utilizzare la propria propulsione per eludere le possibili contromisure.

In base a quanto dichiarato dalle fonti del Financial Times, il missile ha mancato il bersaglio di circa due decine di miglia (poco meno di 60 km). Tuttavia sempre le stesse fonti e diversi analisti ritengono il risultato ottenuto dalla Cina sia molto importante, tanto da parlare di un sostanziale errore di sottostima del potenziale tecnologico cinese da parte delle autorità americane. Un possibile luogo di rientro è stato suggerito anche dai NOTAM pubblicati ad agosto in Cina. Tra questi figura una zona compatibile come aerea di rientro nel mare cinese meridionale il 7 agosto 2021, non molto distante dall’isola di Hainan.

Una possibile zona di rientro dell’Hypersonic Glider testato ad Agosto dalla Cina. Credits: Duan Dang

Ritorna l’incubo FOBS

Lo sviluppo di missili ipersonici non è affatto una novità, quasi tutte le grandi potenze militari hanno almeno un programma di ricerca e sviluppo in merito. Tra queste figurano: Stati Uniti, Russia, Cina e India. La principale novità del test cinese è l’utilizzo di un lanciatore che ha la potenzialità di portare in orbita delle testate nucleari. In questo caso si sta quindi parlando di tecnologia FOBS (Fractional Orbital Bombardment System) associata a un mezzo in grado di muoversi a velocità ipersoniche.
La tecnologia FOBS venne sviluppata a partire dall’inizio degli anni ’60 dall’Unione Sovietica e prevedeva il lancio di missili balistici modificati (dei veri e propri razzi) in grado di portare in orbita una testata nucleare. In questo modo sarebbe poi stato possibile sganciarla in ogni punto sorvolato dall’orbita. Negli anni ’60 e ’70 l’URSS eseguì diversi test, senza mai armare nessun missile. Nel 1967 venne poi redatto il famoso Trattato sullo spazio extra-atmosferico (Outer Space Treaty), che vieta categoricamente di portare in orbita degli armamenti nucleari.

C’è però una scappatoia a questo trattato. Innanzitutto i test sovietici non raggiunsero mai l’orbita completa, ma solo frazioni di essa, per arrivare in un punto preciso prima di completare un giro della Terra. In questo modo i test FOBS non vennero considerati come violazione del Outer Space Treaty. Inoltre, non venne mai portata veramente una testata nucleare a bordo. Questi due aspetti, che sono stati discussi molte volte lo scorso secolo, forniscono un chiaro precedente per affermare che la Cina, con il test di agosto, non ha violato il Outer Space Treaty.

Differenza di traiettoria fra un missile balistico e un hypersonic glider. Credits: © DLR / Astrospace.it

Una nuova corsa agli armamenti?

Il ritorno sul campo di sistemi FOBS è di notevole rilevanza, in quanto renderà molti dei sistemi utilizzati per rilevazione e intercettazione degli ICBM obsoleti. Questi sono impiegati per respingere missili che sono intrinsecamente diversi da traiettorie libere di provenienza orbitale. Gli ICBM effettuano infatti una traiettoria parabolica suborbitale il cui apogeo è sì nello spazio, ma decade rapidamente nel bersaglio, con relativa prevedibilità.
Con un volo orbitale, la traiettoria di rientro di un Hypersonic glider diventa quasi imprevedibile e potenzialmente potrebbe raggiungere qualunque punto sulla terra. Secondo due delle fonti del Financial Times, il missile cinese potrebbe passare al di sopra del Polo Sud eludendo buona parte dei sistemi di difesa americani posti in Alaska. Questi sono stati installati qui per controllare le traiettorie di sorvolo del Polo Nord, cioè quelle che prevedono la minima distanza fra Cina e USA. Passando da Sud la Cina potrebbe quindi superare senza problemi lo scudo antimissile degli USA. La tecnologia FOBS, in aggiunta a un Hypersonics Glider non rappresenta ovviamente la morte nera delle tecnologie militari. Ci sono dei palesi limiti, in primis la poca precisione nel colpire il bersaglio, dovuta all’alta velocità del mezzo. È fondamentale però capire quanto sia stato importante che la Cina sia riuscita in questo test in modo completamente imprevisto e riuscendo a nasconderlo all’intelligence USA. Frank Kendall, segretario dell’Air Force, in una presentazione pubblica del 20 settembre spiegava quanto la Cina sia competitiva nella corsa agli armamenti, sia nello spazio che a Terra. In un passaggio del suo intervento affermava che non ci sono prove che la Cina stesse sviluppando sistemi FOBS, ma disse “it could be possible”. Alla sua affermazione alcuni osservatori ritennero addirittura ridicolo il ritorno alla discussione sui sistemi FOBS, giudicandoli progetti da guerra fredda.

L’utillizzo dei Lunga Marcia

Secondo degli esperti, il glider ipersonico sarebbe stato sviluppato dalla CAAA (China Academy of Aerospace Aerodynamics) una divisione del grande colosso statale cinese CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation). Non si hanno però ancora informazioni sul tipo di mezzo, sul suo design e le sue caratteristiche tecniche. Sempre della CASC (con la divisione CALT) sarebbe anche il lanciatore, ossia un Lunga Marcia 2, presumibilmente la variante C o D. Esiste anche una curiosa discrepanza sull’annuncio del calendario lanci da parte delle autorità cinesi sui Social media. Infatti il 19 luglio la CALT rivelava la partenza di un Lunga Marcia 2C come il lancio numero 77 del vettore. Tuttavia il 24 agosto, sempre la stessa agenzia, annunciava un nuovo lancio del LM-2 ma come numero 79 saltando il 78.

 

La Difesa statunitense vuole abbassare i costi dei missili ipersonici
Da aresdifesa.it del 18 ottobre 2021

Di Gianaurelio Siracusa

Il Pentagono vuole che il costo finale delle nuove armi ipersoniche sia drasticamente ridotto dalle industria. Attualmente, il costo di ogni unità, peraltro ancora in fase di sviluppo, si aggira su svariate decine di milioni di dollari.

I missili da crociera oggi in servizio con le Forze Armate degli Stati Uniti hanno un costo inferiore ai 5 milioni di dollari, anche grazie agli enormi numeri prodotti nel corso di quarant’anni; peraltro, i missili “cruise” sono nettamente inferiori come prestazioni alla nuova generazione di missili ipersonici che aumentano la gittata e la rapidità di lanciare attacchi devastanti contro obiettivi anche protetti di valore strategico.
Le industrie interessate ai programmi ipersonici del Pentagono sono Lockheed Martin e Raytheon; nel nel budget federale 2021 approvato sono stati stanziati 3,2 mld di dollari per la fase di ricerca e sviluppo, cifra che sale a 3.8 mld per il bilancio richiesto per il Fiscal Year 2022.

Gli Stati Uniti nel settore delle armi ipersoniche sono in ritardo rispetto alla Russia ed alla Cina che hanno iniziato a dispiegare i primi sistemi missilistici operativi; Mosca ha iniziato a schierare lo Zyrcon imbarcato sulle principali unutà di superficie della Marina. Recentemente, è stato consegnato al US Army il prototipo della batteria di missili ipersonici lanciabili da terra, con un centro comando/controllo del fuoco, quattro lanciatori e tutta una serie di autocarri modificati per le operazioni di trasporto, lancio e rifornimento. Il programma del US Army tra quelli statunitensi è quello che ha registrato i maggiori progressi, essendo partito nel 2018 e con la capacità operativa iniziale (IOC) prevista per il 2023 per i Reggimenti d’Artiglieria campale che transiteranno sulle nuove armi. Più travagliati i programmi ipersonici dell’US Navy e, soprattutto, dell’USAF le cui prove iniziali di rilascio del sistema AGM-183 ARRW o Air-Launched Rapid Response Weaponsono ha registrato risultati fin qui in “chiaro-oscuro”.

Altri Paesi che hanno lanciato programmi di sviluppo sono la Corea del Nord, il Giappone mentre in Europa, sono Francia e Gran Bretagna ad avere iniziato studi in proposito. Anche Australia, India e Corea del Sud hanno studi in essere nel settore ipersonico.

 

Il missile ipersonico cinese coglie di sorpresa l'America
Da huffingtonpost.it del 17 ottobre 2021

L'intelligence Usa non si aspettava il salto di qualità. Pechino vuole diventare potenza militare entro il 2050

In this photo released by China's Xinhua News Agency, a Long March 7 rocket carrying the Tianzhou-2 spacecraft lifts off from the Wenchang Space Launch Center in Wenchang in southern China's Hainan Province, Saturday, May 29, 2021. A rocket carrying supplies for China's new space station blasted off Saturday from an island in the South China Sea. (Guo Wenbin/Xinhua via AP)

Un missile ipersonico balistico a lungo raggio, in grado di circumnavigare il globo, portando armamenti convenzionali o atomici. Le ultime rivelazione dell’autorevole Financial Times parlano di una vera e propria “arma letale” alla quale la Cina starebbe lavorando da tempo. E lo sviluppo e i test di questa nuova arma sarebbero totalmente sconosciuti all’intelligence Usa, colta totalmente di sorpresa dalla notizia. Uno scenario non certo tranquillizzante, e non solo per gli Stati Uniti, ma potenzialmente per il mondo intero, che vedrebbe un aumento esponenziale del potenziale deterrente – e di quello aggressivo – di Pechino.
Il rapporto di FT, che si basa su diverse fonti che hanno familiarità con il test, afferma che Pechino ad agosto ha lanciato un missile nucleare che ha orbitato intorno alla Terra in orbita bassa prima di scendere verso il suo obiettivo: tre di queste fonti hanno dichiarato al quotidiano economico che il vettore cinese ha mancato il bersaglio di oltre 20 miglia (32 chilometri). Il missile ipersonico è stato trasportato da un razzo Long March – Lunga Marcia, di cui di solito Pechino annuncia con largo anticipo e con compiaciuta eco propagandistica i lanci, ma in questo caso il test di agosto è stato tenuto accuratamente segreto.
Il portavoce del Pentagono John Kirby, si è rifiutato di commentare il rapporto pubblicato dal Financial Times, ma ha aggiunto: “Abbiamo già chiarito da tempo le nostre preoccupazioni sulle capacità militari che la Cina continua a perseguire, capacità che non fanno altro che aumentare le tensioni nella regione e non solo. Questo è uno dei motivi per cui consideriamo la Cina la nostra sfida numero uno”.
La tecnologia ipersonica per gli armamenti non è certamente una novità, visto che, oltre alla Cina, anche Stati Uniti, Russia e almeno altri cinque paesi stanno lavorando da tempo al suo sviluppo, ma il test cinese ha colto tutti di sorpresa, perché gli analisti di intelligence non pensavano che Pechino fosse così avanti nello sviluppo di questa tecnologia offensiva. I missili ipersonici, così come i missili balistici tradizionali che possono trasportare armi nucleari, sono in grado di volare a più di cinque volte la velocità del suono, ma mentre quelli tradizionali volano in alto nello spazio, descrivendo un arco per raggiungere il loro bersaglio, quelli ipersonici volano seguendo una traiettoria bassa nell’atmosfera, e sono quindi in grado di raggiungere l’obiettivo molto più rapidamente. Ma non è solo questo a rendere un missile ipersonico così pericoloso: il problema sta anche nel fatto che, mentre paesi come gli Stati Uniti hanno ormai sviluppato sistemi anti-missile estremamente efficaci per difendersi dai missili da crociera e tradizionali, la capacità di rintracciare e abbattere un missile ipersonico rimane, per ora, fuori questione.


Che la Cina stesse procedendo a ritmo serrato verso una vera e propria cosa agli armamenti – incentivata dal crescere delle tensioni attorno all’isola contesa di Taiwan – era del resto cosa ben nota da tempo. Il 6 agosto scorso, intervenendo al Forum regionale dell’Asean, nel corso di una riunione speciale dei ministri degli esteri, il Segretario di Stato americano Antony Blinken aveva espresso la sua forte preoccupazione per la “rapida crescita” dell’arsenale nucleare cinese, affermando che questa drammatica espansione indicherebbe una netta deviazione dalla “strategia nucleare decennale basata sulla deterrenza minima” di Pechino. L’ammiraglio Charles Richard, comandante del Comando strategico degli Stati Uniti, ha definito lo sviluppo dell’arsenale di Pechino una “svolta strategica” da parte della Cina: “La crescita esplosiva e la modernizzazione delle sue forze nucleari e convenzionali si possono descrivere solo con una parola, mozzafiato e, francamente, la parola “mozzafiato” potrebbe non essere sufficiente”, ha detto intervenendo allo Space & Missile Defense Symposium a Huntsville, lo scorso 12 agosto.
Il governo di Pechino deve ancora rispondere ufficialmente alla comunità internazionale di due nuovi siti di silos missilistici (strutture sotterranee progettata per ospitare e lanciare missili balistici, con testate tradizionali o nucleari) a Yumen e Hami nella Cina nordoccidentale, scoperti a giugno, e di un potenziale terzo sito nella Mongolia interna, di cui si è saputo a luglio. Il 30 luglio, il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato all’Associated Press che, per quanto riguarda le notizie sul sito di Hami, non era a conoscenza della situazione.
Si stima che, attualmente, la Cina possa contare su 20 silos per missili balistici intercontinentali (ICBM) a propellente liquido, anche se le sue scorte nucleari resterebbero significativamente più ridotte di quelle di altri Paesi, come Stati Uniti e Russia. Secondo un rapporto del giugno 2021 dello Stockholm International Peace Research Institute, infatti, le scorte nucleari della Cina sono cresciute solo di circa 30 testate, tra il 2020 e il 2021, raggiungendo quota 350, contro le 4.000 testate ciascuno attribuite appunto a Mosca e Washington. Ma secondo Mike Turner, membro di rango del sottocomitato per le forze strategiche dei servizi armati della Camera Usa, la Cina sta “dispiegando armi nucleari per minacciare gli Stati Uniti e i nostri alleati” e l’accumulo nucleare di Pechino avrebbe raggiunto livelli “senza precedenti”. E la scoperta dei nuovi impianti missilistici cinesi fornirebbe prove a sostegno di quanto affermato da Turner.

Nei nuovi campi missilistici di Yumen e Hami, che si trovano a circa 236 miglia di distanza l’uno dall’altro, Pechino ha in costruzione 229 impianti missilistici. Ogni sito presenta rampe posizionate a circa due miglia di distanza l’una dall’altra, in uno schema a griglia, che copre un’area di quasi 800 km quadrati. Il James Martin Center for Nonproliferation Studies presso il Middlebury Institute for International Studies ha identificato per la prima volta la costruzione di circa 119 silos nel sito di Yumen, come rivelato dal Washington Post il 30 giugno scorso. Il 26 luglio, la Federation of American Scientists ha annunciato la scoperta di altri 110 silos missilistici al di fuori di Hami, la cui costruzione era iniziata nel marzo 2021. “La costruzione degli impianti a Yumen e Hami costituisce l’espansione più significativa dell’arsenale nucleare cinese di sempre ”, hanno scritto Matt Korda e Hans Kristensen. Un potenziale terzo sito, a Hanggin Banner, nella Mongolia interna, è stato rivelato da un rapporto del 12 agosto. Secondo il China Aerospace Studies Institute dell’Air University, un istituto dell’aeronautica statunitense che ne ha reso pubblica la posizione, le immagini satellitari indicano la costruzione di almeno 29 nuovi silos, 13 dei quali con ripari a cupola (le cupole servono a mantenere la temperatura sottostante stabile, ma anche ad evitare sguardi indiscreti dall’alto…). Gli esperti suggeriscono che il DF-41 cinese, un missile balistico intercontinentale a combustibile solido in grado di trasportare più testate nucleari, potrebbe essere destinato proprio ai silos di questi nuovi siti.
Una proliferazione militare con capacità nucleari da parte della Cina che preoccupa molto, anche se – in teoria – Pechino ha da tempo affermato di aderire a una “politica di non primo utilizzo”, il che significa che utilizzerebbe armi nucleari solo come rappresaglia per un primo attacco, secondo una posizione ufficiale che è sempre stata quella della cosiddetta “deterrenza nucleare minima”, volta a mantenere un arsenale piccolo ma tecnicamente sofisticato, in grado comunque di mettere in atto un secondo attacco devastante. Ma la verità starebbe nelle evidenti ambizioni da grande potenza di Xi Jinping, ben riassunte in un documento del luglio 2019, “La Difesa nazionale della Cina nella nuova era”, una cinquantina di pagine scritte – non a caso - in inglese (perché venissero lette da chi le doveva leggere…) che riportano un obiettivo molto chiaro: “avanzare in modo completo nella modernizzazione di tutti i segmenti delle Forze armate” entro il 2035, così da raggiungere una potenza militare di primo livello nel mondo, entro il 2050. Ambizioni confermate dal budget militare 2021, che ha stanziato per la difesa e gli armamenti del Dragone ben 209 miliardi di dollari, il 6,8% in più rispetto allo scorso anno, ovvero una capacità di acquisto che secondo gli esperti equivale ormai ai due terzi del budget militare americano. Intervenendo in videoconferenza all’Assemblea generale dell’Onu, il 21 settembre, Xi Jinping ha detto che “la Cina non invaderà né prevaricherà mai gli altri, né cercherà l’egemonia”, ma invece “si è sempre sforzata di perseguire la pace, l’amicizia e l’armonia tra i popoli”. Ma solo pochi mesi prima, all’inizio di luglio, parlando dal palco di Piazza Tienanmen in occasione delle solenni celebrazioni per il centenario del Partito Comunista Cinese, di fonte a 70.000 persone aveva detto: “chi minaccia la Cina, verserà molto sangue”.

Ora, di fronte alle nuove rivelazioni sull’escalation militare nucleare di Pechino, a quale di questi “due Xi” bisognerà credere?

Marco Lupis Journalist – Correspondent – Author

 

TYPHOON: una batteria di Tomahawk ed SM-6 per l’US Army
Da rid.it del 15 ottobre 2021

Di Gabriele Molinelli

L’US Army ha rivelato la composizione della batteria “TYPHOON”, precedentemente nota come Mid Range Capability, una componente essenziale dei piani per il potenziamento dell’artiglieria a lungo raggio.
Ogni batteria potrà contare su 4 lanciatori quadrinati per varie combinazioni di missili TOMAHAWK ed SM-6, supportate da un posto comando mobile e veicoli di appoggio e di trasporto missili per la ricarica.
La Mid Range Capability rappresenta una capacità offensiva “ a medio raggio” completamente nuova per l’US Army e particolarmente flessibile, poiché combina missili subsonici TOMAHAWK (potenzialmente anche per uso antinave) con missili STANDARD SM-6, dalla gittata inferiore ma capaci di strike anti-superficie a velocità super ed ipersoniche. La scelta di adottare missili già maturi ed impiegati dalla US Navy consente sia ovvi risparmi, sia una tabella di marcia molto accelerata che dovrebbe vedere la prima batteria operativa a Settembre 2023.

In precedenza, l’US Army aveva tentato, con la budget request per il Fiscal Year 2020, di avviare un programma per un nuovo missile lanciato da terra e con gittate fino a 3.000 km, il Mobile Intermediate-Range Missile, ma questo aveva trovato forte opposizione in Congresso e nella richiesta per il Fiscal Year 2021 non appariva già più, rimpiazzato da questa nuova iniziativa.

Il 6 novembre 2020, lo sviluppo del sistema era stato affidato a Lockheed Martin con un contratto, comprensivo di opzioni, del valore di 339.3 millioni di dollari.
Ora sappiamo che i lanciatori quadrinati, che impiegheranno i missili contenuti negli stessi canister-lanciatori usati sulle navi, saranno stivati in posizione orizzontale all’interno di container, probabilmente di dimensioni standard e quindi potenzialmente “anonimi” e di facile occultamento.

Una volta eretto, il lanciatore a 4 celle si presenta come una struttura metallica piuttosto semplice e decisamente diversa dal tradizionale modulo MK41 navale, che unisce 2 file di 4 celle ad un condotto centrale che consente lo sfogo verso l’alto di fiamme e fumo al lancio.
Nel nuovo lanciatore, lo sfogo della vampa avviene grazie a due condotti che risalgono dal fondo della struttura e si sfogano a mezza altezza, sotto la “pancia” del blocco a 4 celle. Di grande interesse è il fatto che questo stesso lanciatore è già stato usato in mare dalla US Navy nel settembre scorso: in quell’occasione,
installato a poppa del dimostratore di nave senza-equipaggio RANGER, aveva lanciato un missile SM-6.  Ancora, lo stesso identico lanciatore potrebbe trovare fortuna anche presso l’US Marine Corps, visto che i Marines hanno già ordinato 48 TOMAHAWK con l’intenzione di acquisire la capacità di lanciarli da terra. Il nuovo lanciatore, presumibilmente, potrebbe essere impiegato per lanciare qualunque arma qualificata per il sistema MK41, con potenziali applicazioni che spaziano quindi dallo strike alla difesa antiaerea ed antimissile.

Il TOMAHAWK adottato sarà probabilmente nella versione TLAM Block Va Maritime Strike Tomahawk, ovvero quella dotata di seeker radar e capacità incrementate contro bersagli mobili e navi. Subsonico ma con un raggio d’azione di 2.000 o più chilometri, il TOMAHAWK è anche molto più economico rispetto all’SM-6. Quanto all’SM-6, quest’ultimo nasce come missile superficie-aria a lunghissimo raggio, Fire and Forget, ma include anche una “secondaria” capacità di strike anti-superficie che, per l’US Army, diventa prioritaria. L’attuale SM-6 è accreditato di velocità pari a Mach 3,5 con gittate che, per quanto mai rivelate, si stimano attorno ai 450 – 500 km, ma la Marina sta già lavorando ad una versione evoluta Block 1B che impiegherà lo stesso booster dell’antibalistico SM-3. L’effetto previsto è un aumento della velocità fino a Mach 5 e un aumento di gittata verso la soglia delle 1.000 miglia od oltre. Questa versione è, presumibilmente, quella che interessa di più all’US Army.

I container-lanciatori saranno trasportati su rimorchi trainati da motrici Oskhosh Heavy Expanded Mobility Tactical Truck (HEMTT) M983A4. Le stesse motrici sono impiegate per le batterie PATRIOT e sono destinate anche alle nuove batterie di missili ipersonici DARK EAGLE. Anche il posto comando di batteria - Battery Operations Center (BOC) – sarà installato in container e trainato da HEMTT. La BOC potrà interfacciarsi con e acquisire dati sui bersagli da vari network già esistenti, fra cui ovviamente il circuito Advanced Field Artillery Tactical Data System (AFATDS) dell’Artiglieria dell’Esercito ma anche il Joint Automated Deep Operations Coordination System (JDOCS).

Per quanto sia nato per connettere in rete le batterie contraeree, anche il nuovo sistema Integrated Battle Command System (IBCS) si aggiungerà alla lista poiché sta evolvendosi verso un’architettura multi-missione. Veicoli supporto Humvee e rimorchi per il trasporto di ricariche (almeno 4 canister su ognuno) completano la batteria. Il rimorchio per il rifornimento di munizioni include anche un sistema di sollevamento per manovrare i pesanti canister in posizione.
La prima batteria TYPHOON seguirà la prima batteria DARK EAGLE all’interno dello Strategic Fires Battalion della 1st Multi Domain Task Force della base di Lewis-McChord, da cui potrà operare in tutto il Comando del Pacifico grazie ai C-17 dell’USAF di stanza sulla stessa base.

Ulteriori informazioni su RID 12/21

 

Disinnesco bomba da 227 chili, evacueranno in 400
Da gardapost.it del 10 ottobre 2021

ALTO GARDA - Al via le operazioni per neutralizzare la bomba della Seconda guerra mondiale trovata a Brenzone. Il disinnesco mercoledì 13. Oggi protezione civile di Brenzone e Malcesine passerà casa per casa gli edifici inseriti nell'area di evacuazione. In caso di esplosione gravi conseguenze fino a una distanza di 826 metri.

A Brenzone sembra di essere in guerra. Camion, militari, artificieri, trasporti eccezionali… Alto Garda col fiato sospeso per le operazioni di disinnesco di un ordigno di 227 chilogrammi, una bomba d’aereo che è stata trovata sui fondali del lago di Garda, presso l’isola di Trimelone, e che sarà disinnescata mercoledì 13 ottobre da parte del Genio Pontieri e del Genio Guastatori. Si tratta di uno degli ordigni bellici inesplosi più potenti ritrovati nel lago di Garda. In caso di esplosione causerebbe gravi conseguenze fino a una distanza di 826 metri dal sito di neutralizzazione.

«Intervento complesso – ha scritto in un post il sindaco di Brenzone, Davide Benedetti – che prevede il lavoro in perfetta sinergia e organizzazione da parte di diverse specialità dell’esercito. In particolare il 2° Reggimento Genio Pontieri di Piacenza ha gestito la realizzazione del “PGM” (ponte galleggiante mobile), fondamentale per trasportare in sicurezza i mezzi dell’8° Reggimento Genio Guastatori di Legnago(VR). I Guastatori sono i “custodi” dell’ordigno e avranno il compito di mettere in sicurezza la bomba d’aereo. Dobbiamo ringraziare questi professionisti che, fortunatamente in tempo di pace, sono al nostro fianco per rendere sicuro il nostro territorio». Per il sindaco Benedetti «è senza dubbio l’operazione più imponente e più complessa che sia mai stata pianificata nel nostro comprensorio».

L’avviso alla popolazione di Brenzone e Malcesine

Sui fondali del lago prospicienti Brenzone sul Garda è stata ritrovata una bomba della Seconda guerra mondiale. In caso di esplosione, ci sarebbero gravi conseguenze fino a una distanza di 826 metri dal sito di neutralizzazione.
Gli artificieri dell’Esercito Italiano procederanno alle operazioni di disinnesco della bomba a partire dalle ore 9 di mercoledì 13 ottobre 2021.
Dovranno essere evacuati tutti gli edifici e tutte le strade entro un raggio di 826 metri dal punto di neutralizzazione della bomba, presso l’isola di Trimelone.
E’ obbligatorio per tutti essere fuori dall’area da evacuare entro e non oltre le ore 8 del mattino.Dalle 8 del mattino le Forze dell’Ordine controlleranno che nessuna persona si trovi all’interno dell’area da evacuare. Dato il potenziale pericolo legato al disinnesco, chiunque non rispetterà l’ordine di evacuazione verrà allontanato, ai sensi di legge.

Per informazioni e segnalazioni chiamare il numero 045-6589523 (lunedì 11/10 e martedì 12/10 dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00 – mercoledì 13/10 dalle 9.00 alle 16.00). Persone non autosufficienti, con fragilità e malati gravi. Le persone non autosufficienti, con fragilità e i malati gravi, bisognosi di particolare assistenza nell’evacuazione, verranno contattati direttamente dagli uffici comunali per indicazioni dettagliate relative all’evacuazione. Qualora all’interno dei nuclei famigliari vi fossero situazioni di questo tipo, ma non a conoscenza degli uffici comunali, occorre segnalare al più presto ai seguenti numeri (o mail) la presenza di tali criticità: • per Malcesine: tel. 339/8039109 (gruppo.pc@comunemalcesine.it)

• per Brenzone: tel. 045/6589523 (gruppo.pc@comunemalcesine.it)
Chi desidera essere ospitato, durante le operazioni di disinnesco, nei centri di accoglienza organizzati, deve prenotarsi telefonando entro le ore 17.00 del 12 ottobre 2021.

Fase di evacuazione del 13/10/2021
• Ore 7.00 Altoparlanti / avviso per ricordare alla cittadinanza di abbandonare l’area interessata;
• Ore 7.15 Chiusura delle strade di accesso all’area. Sarà vietato l’ingresso, si potrà solo uscire dall’area di evacuazione;
• Ore 8.00 Termine delle operazioni di evacuazione e inizio del controllo dell’area da parte delle Forze dell’Ordine. Dopo le ore 8.00 chiunque verrà trovato all’interno dell’area da evacuare sarà allontanato. Il rispetto degli orari è fondamentale per  consentire di terminare le operazioni nei tempi previsti.
Inizio operazione di disinnesco 13/10/2021
Ore 9.00: Ultimate le operazioni di evacuazione della popolazione inizierà il lavoro degli artificieri sull’isola. Le operazioni dureranno circa 5/6 ore, salvo imprevisti.
Termine delle operazioni. Il termine delle operazioni, e quindi la possibilità di rientrare nelle abitazioni, sarà segnalato:

• attraverso il personale della protezione civile presente nei posti di blocco e nei centri di accoglienza;
• attraverso il sito internet istituzionale di Brenzone e Malcesine e sulle pagine “social”;
• attraverso siti di testate giornalistiche, radio e televisioni locali.
L’evacuazione potrà essere rinviata solo in caso di imprevisti, che saranno comunicati tempestivamente alla popolazione.

Modalità di sgombero L’area di sgombero sarà delimitata da blocchi stradali che entreranno in funzione alle 8.00 del 13/10. Chiunque al mattino di mercoledì 13 ottobre dovesse entrare nella zona da evacuare per prelevare parenti o amici, dovrà farlo entro e non oltre le 7.15. Dopo tale orario sarà consentita solo l’uscita dall’area. Si invitano i cittadini a limitare l’uso del cellulare poiché le linee telefoniche potrebbero avere problemi di sovraccarico. Non dimentichiamo che la rete di telefonia mobile è utilizzata anche dai servizi di soccorso pubblico.

In caso di esito negativo. Fallimento operazione di disinnesco (esplosione):
• l’area evacuata rimarrà chiusa: è necessario lasciare libere le strade di accesso all’area evacuata per i mezzi di soccorso e non avvicinarsi ai posti di blocco;
• saranno emanate necessarie disposizioni per affrontare la situazione di crisi tramite sito web e canali social dei Comune, siti di testate giornalistiche, tv, radio, ecc.
Avvertenze generali. Divieto di sosta: per non ostacolare l’accesso dei mezzi di soccorso in caso di esplosione è vietata la sosta dei veicoli lungo le strade all’interno dell’area evacuata; per evitare il danneggiamento dei veicoli a seguito di un’eventuale esplosione è consigliato parcheggiare le auto all’esterno dell’area da evacuare. Si consiglia, se possibile, di spostare l’auto il giorno prima.

La storia dell’isolotto bunker

L’isolotto del Garda veronese, lungo 220 metri, situato a 300 metri dalla riva, quasi di fronte alla località Assenza, nel 1909 venne adibito a deposito munizioni. Poi, a partire dagli anni Trenta, le strutture sull’isolotto vennero utilizzate da un’impresa privata per lo scaricamento di materiale esplosivo di origine bellica.
Quest’isola è stata per molti decenni militarizzata ed adibita a polveriera naturale.
La notte del 5 ottobre 1954 un’esplosione uccise il guardiano e provocò la dispersione in acqua di tonnellate di pericoloso materiale bellico. Il botto fu così violento da proiettare rocce e manufatti del peso di oltre 15 tonnellate nel lago, depositando su tutto il fondale attorno all’isola migliaia di ordigni e casse di esplosivo di ogni tipo.
Venne quindi emesso un divieto di accesso, navigazione, balneazione, immersione e pesca che riguarda l’isola e l’immediato circondario. Ma non tutti rispettano il divieto di approdo. C’è chi, a proprio rischio, va alla collezione di reperti.
Attualmente le operazioni di bonifica sono completate per quanto riguarda la superficie ed i fondali fino ad una decina di metri di profondità ed hanno portato al ritrovamento di migliaia di ordigni, fra cui alcuni proiettili a caricamento speciale. Ora si dovrebbe rimediare in via definitiva alla situazione.
La questione della pericolosità di questo luogo torna periodicamente alla ribalta. Da anni il Comune di Brenzone ne chiede la bonifica (particolarmente costosa), ma le istituzioni si rimpallano la questione.

Una volta ultimati i lavori, potrebbe riprendere sostanza il progetto dell’amministrazione comunale di adibire l’isola a museo sulla Grande Guerra.

La curiosità: sul Trimelone l’ultima intervista al duce

Il 20 marzo 1945, quaranta giorni prima di piazzale Loreto, il duce si fece intervistare dal giornalista di regime Ivanoe Fossani.
Non è dato sapere perché, ma per quella che poi si rivelerà l’ultima intervista Mussolini scelse l’isolotto del Trimelone, al largo di Assenza di Brenzone, sul Garda veronese, a pochi minuti di motoscafo da Villa Feltrinelli, la residenza privata di Mussolini durante i 600 giorni della Rsi.
Il discorso fatto da un duce irriconoscibile venne pubblicato qualche anno dopo, nel 1952 dalla Casa editrice Latinità, nel libro di Fossani intitolato “Mussolini si confessa alle stelle: straordinaria avventura all’isola Trimellone”.

 

Le Torri difensive del Principato di Piombino
Da quinewsvaldicornia.it del 10 ottobre 2021

Torre dela Troja

PIOMBINO — Il Principato di Piombino poteva godere di un notevole sistema difensivo composto da fortificazioni urbane e da laghi, acquitrini e paludi circostanti, che impedivano il transito di eserciti organizzati. Un sistema difensivo inespugnabile, che poteva contare anche sulle Torri lungo il litorale, dalla Torraccia a Nord, fino all’Isola della Troja a Sud, veri e propri limiti di confine tra Signora di Piombino e Granducato di Toscana. Proviamo a fare un elenco, con l’aiuto di Mauro Carrara e del suo indispensabile Torri e difese costiere del Principato di Piombino: Torraccia, Torre Nuova, Torre di Baratti, Torre di Populonia, Ridotto di Rio Fanale, Torre del Falcone, Torre e Forte di Piombino, Torre di Falesia, Torre del Sale, Torre Mozza, Torre e Forte di Follonica, Torre del Puntone, Torre dei Portiglioni, Ridotto di Punta Martina, Torre delle Civette, Torre del Barbiere (Hidalgo), Torre e Forte di Capo Troja, Torre dell’Isola della Troja (detta anche dello Sparviero). E poi c’era la Rocchetta a Piombino, estrema punta del promontorio, come c’era il Semaforo, nella zona Tolla, non determinanti per il controllo del territorio, perché il Castello era un presidio militare collegato visivamente con la Torre del Falcone e di Falesia. Tutto l’apparato difensivo faceva capo alla Città di Piombino, che concentrava le sue forze armate nel Cassero (Castello), deputate a difendere l’intero territorio.

Le Torri costiere erano di tipologie diverse: fortini, posti armati, ridotti militari, casotti, batterie. Scopo difensivo principale era quello di avvistare flotte e navi nemiche, passando il messaggio di torre in torre, sino ad arrivare al Cassero. Si avvisava il vicino fortino del pericolo, tutta la costa si preparava a difendere la Città fortificata, i battaglioni armati si preparavano a combattere. Il metodo più consueto per passare informazioni e comunicare pericoli era quello del fuoco da torre a torre, un vero e proprio percorso di allarme che giungeva alle fortificazioni armate e faceva scattare lo stato di pericolo. Le Torri non servivano solo da difesa, erano un posto di dogana per riscuotere tributi e gabelle di passaggio, per combattere il contrabbando, per controlli sanitari sui battelli, per reprimere contagi e malattie infettive. Le Torri costiere avevano il potere di disporre quarantene in caso di pericolo sanitario, controllavano emigrazioni e immigrazioni, si occupavano di fughe di galeotti e di catturare i ricercati che vagavano per i mari.

Torre Mozza

Le Isole dell’Arcipelago facevano parte del sistema difensivo, perché alcune Torri erano posizionate a Montecristo, Pianosa, Isola d’Elba, Cerboli (sempre visibili i ruderi) e Palmaiola. Il compito era identico: avvistare il pericolo e comunicarlo al sistema di vigilanza e difesa del territorio. Le Isole del Granducato di Toscana (Capraia, Gorgona, Giglio e Giannutri) avevano un loro sistema difensivo a base di Torri, ancora visibile. Elba, Pianosa e Montecristo facevano parte del Principato di Piombino: solo a Montecristo restano ancora i ruderi delle fortificazioni fatte costruire dagli Appiani (secolo XV), mentre a Pianosa le Torri sono state inglobate in edifici ottocenteschi. A Cerboli la Torre fu costruita nel 1566, con i proventi della tassa di ancoraggio, mentre la Torre di Palmaiola risale al 1530, eretta al posto del vecchio eremo dei monaci agostiniani. L’Isola d’Elba poteva contare su molte Torri fortificate, nelle varie località, da Portoferraio (Cosmopolis, Volterraio) a Marciana Marina (Torre del Porto e Torre del Cotone) e Marciana (Forte Appiani), passando per Rio Marina (Torre del Porto) e Rio nell’Elba (fortino), Capoliveri (Forte Focardo), San Piero, Marina di Campo (Torre del Porto) e Porto Azzurro (Forte San Giacomo, Longone - Stato dei Presidi - ora penitenziario).

La Toscana era divisa in tre parti: Granducato, Principato di Piombino, Stato dei Presidi. A volta capita che ci sia confusione tra Presidi e Piombino e che alcuni commentatori considerino la nostra antica città come compresa nello Stato dei Presidi. Non è così. I Presidi nascono il 3 luglio 1557 con il trattato di Firenze tra il re di Spagna e Cosimo I dei Medici, comprendono: Porto Ercole, Argentario, Porto Santo Stefano e Talamone. Il Granduca annette lo Stato di Siena e lascia lo Stato dei Presidi sotto l’influenza spagnola. L’equivoco piombinese nasce nel 1603, quando il Forte di Porto Longone (odierna Porto Azzurro) viene annesso da Filippo II re di Spagna allo Stato dei Presidi, togliendolo alla Principessa di Piombino.

Si può dire che una città costiera dell’Isola d’Elba (Porto Longone) era come un’enclave spagnola all’interno del Principato di Piombino, tra l’altro di grande utilità per il controllo del territorio, strategica per il re di Spagna per contrastare le mire espansionistiche del Granduca di Toscana. Lo Stato dei Presidi finisce nel 1801, quando il Trattato di Madrid lo annette al Regno di Etruria.

Torre del barbiere

Il sistema di Torri e fortificazioni del Principato di Piombino era buono, quel che difettava erano le forze militari che presidiavano i luoghi e non facevano una bella vita, vivendo in luoghi isolati, malsani e paludosi, acquitrini dove le zanzare e gli insetti diffondevano malattie e infezioni. Sembra che le guarnigioni fossero composte da soldati non sempre scelti e neppure troppo motivati, se si presta fede alle cronache del tempo, perché pare che prestassero servizio con disinvoltura, assentandosi dai posti di guardia.

Le nostre Torri furono edificate in periodi diversi, una parte nei secoli XII - XIII dalla Repubblica di Pisa, un’altra dal secolo XVI in poi dai Medici e dai Lorena, con la partecipazione del Principato di Piombino. Tra il 1847 e il 1850 furono disarmate le prime Torri (tra queste Torre del Sale, Cala Martina, Barbiere, Torre Mozza, Civette, Capo Troja). Dopo l’Unità d’Italia una parte fu venduta ai privati, altre restarono di proprietà demaniale, finendo spesso in stato di degrado. Sono state recuperate molto bene Torre Nuova, Torre di Populonia, Torre Mozza e Torre del Barbiere (Hidalgo). In tempi recenti (13 settembre 2016), Torre del Sale, è stata venduta per 566 mila euro, al termine di un’asta pubblica, alla società San Nicola srl di Reggio Emilia, partecipata dall’austriaca Gb Invest Holding Ag, interessata all’acquisto della vicina centrale Enel (in disuso). Torre del Sale è disabitata dal 1967 e il suo futuro sarà quello di entrare a far parte di una struttura alberghiero - ricettiva.

Le foto a corredo dell'articolo sono tratte dal libro di Mauro Carrara Torri e difese costiere del Principato di Piombino. Gordiano Lupi

 

Il Comune vende l’ex base militare regalo del Demanio
Da larena.it del 9 ottobre 2021

«Ex base dell’aeronautica vendesi». Ad Isola Rizza il Comune ha avviato le procedure per l’alienazione dell’area di 56mila metri quadrati che, fino al 2010, ha ospitato il comando e la parte logistica del 72° Gruppo intercettori teleguidati «Franco Cappa». Il geometra Gilberto Zidetti, responsabile dell’ufficio Edilizia pubblica del municipio, ha firmato l’avviso nel quale si informa che entro le 12 di giovedì venerdì 29 ottobre verranno raccolte, attraverso l’indirizzo Pec ragioneria.isolarizza@legalmail.it, le manifestazioni d’interesse degli aspiranti acquirenti dell’ex lotto militare, ceduto gratuitamente dal Demanio al Comune nel 2019. L’invito a protocollare le richieste è la prima fase della procedura che culminerà con la trattativa privata a cui saranno invitati esclusivamente i soggetti aderenti alla manifestazione di interesse. Nella seconda fase, il Comune procederà all’assegnazione dell’area che comprende una serie di edifici ex militari che occupano una superficie di 7.880 metri quadri, a chi offrirà il miglior importo al rialzo, rispetto al valore di partenza di 1,6 milioni di euro, indicato dalla competente commissione dell’Agenzia del demanio.

I funzionari municipali, nell’avviso, hanno puntualizzato: «Le manifestazioni d’interesse che verranno presentate dagli interessati, non comporteranno alcun obbligo od impegno di alienazione da parte del Comune e non determineranno, quindi, alcun diritto da parte degli stessi di pretendere la prosecuzione della procedura di alienazione». In base alle previsioni urbanistiche vigenti, il lotto municipale è contraddistinto come «F6- Ex zona militare», destinata a servizi di interesse comune di maggior rilevanza. La zona potrà quindi essere sfruttata per iniziative pubbliche o di pubblica utilità. La Giunta del sindaco uscente Silvano Boninsegna ha ritenuto di vendere l’ex base, fatta eccezione della relativa pertinenza stradale, ritenendo che fosse la soluzione più vantaggiosa per l’ente, rispetto al suo mantenimento nel patrimonio comunale. Il 25 per cento delle risorse nette derivanti dalla vendita dell’ex base militare dovrà essere riservato al Demanio dello Stato, mentre il resto verrà incassato dal municipio. L’acquisizione del compendio immobiliare di via Merle è stata votata dal Consiglio comunale il 24 ottobre 2018. Dopo aver ottenuto gratuitamente l’area, il Comune ha iniziato le procedure della sua alienazione che, in conformità alle disposizioni del decreto demaniale, dovrà concretizzarsi entro il 20 marzo 2022. Prima di poter mettere in vendita il lotto, gli uffici municipali hanno dovuto attendere la necessaria «attestazione di congruità» da parte dell’Agenzia del Demanio. L’iter per ottenere tale certificazione è stato avviato lo scorso marzo e si è concluso il 22 giugno, ovvero, in tempi di lungaggini burocratiche, in soli tre mesi.•.

Di Fabio Tomelleri

 

“Sguardi sulla guerra fredda”: al via il ciclo di presentazioni organizzato dall’Isgrec
Da grossetonotizie.com del 7 ottobre 2021

Lunedì 11 ottobre, alle 17.30, sarà presentato on line nelle pagine Facebook degli Istituti storici toscani della Resistenza e nel portale della rete www.toscananovecento.it il volume di Federico Tenca Montini “La Jugoslavia e la questione di Trieste, 1945- 954″ (Il Mulino, 2020).

È il primo incontro di “Sguardi sulla guerra fredda”, ciclo di presentazioni ideato dalla rete toscana degli Istituti storici della Resistenza. Questa prima presentazione, alla quale seguiranno quelle di “Gorbacev e la riunificazione della Germania” di Andrea Borelli (Viella 2021) e “I comunisti italiani e gli altri” di Silvio Pons (Einaudi 2021), è stata curata dall’Istituto della Resistenza di Grosseto. Il volume di Tenca Montini analizza gli obiettivi della diplomazia
jugoslava nella gestione della questione di Trieste, decennale
disputa territoriale che ha costituito una delle principali controversie di politica estera europea nel secondo dopoguerra. Frutto di approfondite ricerche nei principali archivi dell’ex Jugoslavia, chiarisce aspetti che le numerose ricostruzioni finora esistenti hanno potuto soltanto ipotizzare. Il lavoro, che oltre all’ampia mole di documenti inediti si giova di una ricca bibliografia, prende le mosse dai momenti di principale discontinuità della storia jugoslava nel periodo di riferimento: la liberazione di Trieste nel maggio 1945, l’espulsione dal Cominform nel 1948 e l’emanazione, l’8 ottobre 1953, della Nota bipartita, la decisione angloamericana di sciogliere il Territorio Libero di Trieste ripartendo le due Zone di cui era composto tra Roma e Belgrado. Discutono con l’autore Anna Di Gianantonio (Irsrec-Friuli Venezia Giulia) e Raoul Pupo (Università di Trieste). Modera: Luciana Rocchi.

Informazioni: tel. 0564.415219, e-mail segreteria@isgrec.it

 

L’ex base militare per le emergenze: ecco 900mila euro
Da gazzettadimantova.it del 6 ottobre 2021

In questi mesi Cavriana guida la protezione civile intercomunale, ma ora, con questo finanziamento, avrà la possibilità di avere un centro attrezzato per affrontare emergenze gravi per l’Alto Mantovano

CAVRIANA. Il Comune incassa 900 mila euro per far rivivere l’ex base militare Scatter come centro provinciale emergenza (Cpe). Non solo, dunque, in questi mesi Cavriana guida la protezione civile intercomunale, ma ora, con questo finanziamento, avrà la possibilità di avere un centro attrezzato per affrontare emergenze gravi per l’Alto Mantovano, e non solo.

Il finanziamento, spiega il sindaco Giorgio Cauzzi, «nasce a fronte di una richiesta, arrivata alcuni mesi fa, da parte della Regione. Anche a noi, come ad altri Comuni, veniva chiesto se c’erano spazi, sul territorio, per allestire questo centro. Noi abbiamo pensato all’ex base Scatter. Anche se, in questi anni, è stata aperta dal Fai, e in molti hanno potuto conoscere questo luogo, si era intenzionati a vendere quest’area per ricavare risorse da investire sul paese. Tuttavia, quella zona è in collina e ci sono molti vincoli, oltre a problemi di viabilità nel caso ci sia un’attività commerciale».
L’ex base Nato, dunque, diventerà ora – ai 900 mila euro della Regione se ne aggiungeranno 100mila del Comune – un centro per l’emergenza che vedrà, fra il 2021 e il 2023, recuperare alcuni magazzini e una palazzina.

«L’accordo – aggiunge il sindaco – prevede che la struttura, una volta restaurata, resti in carico al Comune e, dunque, alla comunità di Cavriana che può utilizzarla come meglio crede. Ovviamente, in caso di grave emergenza – e ci auguriamo che non succeda mai – lo spazio deve essere libero e messo a disposizione delle forze di soccorso che devono gestire l’eventuale situazione di crisi. La segnalazione della Regione c’è stata, ora siamo in attesa della comunicazione ufficiale anche se c’è già un decreto che vede assegnati questi fondi alla nostra comunità».L.C.

 

Passeggiate Patrimoniali a Forte Marghera il 13 e 20 ottobre
Da veneziaradiotv.it del 6 ottobre 2021

Successo per le Passeggiate Patrimoniali a Forte Marghera: due nuovi appuntamenti all'insegna della cultura per il 13 e il 20 ottobre

Successo oltre le aspettative delle Passeggiate Patrimoniali alla scoperta di Forte Marghera. E’ frutto della collaborazione tra Comune di Venezia, Fondazione Forte Marghera, Vela ed Europe Direct. L’iniziativa, promossa dal Consiglio d’Europa per le Giornate Europee del Patrimonio, ha riscosso il gradimento di un gran numero di persone.

Passeggiate Patrimoniali a Forte Marghera

Una così significativa adesione ha indotto gli organizzatori a replicare la passeggiata a Forte Marghera con tre ulteriori appuntamenti nelle giornate di mercoledì 13 ottobre e mercoledì 20 ottobre.

“Queste occasioni trovano il crescente riscontro di molti cittadini che desiderano essere sempre più consapevoli della storia del proprio territorio anche esplorando percorsi finora non abituali o inesplorati”, racconta con soddisfazione l’Assessore alla Promozione del Territorio Paola Mar.
Accompagneranno i visitatori in ciascuna passeggiata la dottoressa Arianna Gambirasi, storica dell’arte e guida ufficiale e la già citata Elena Busani, interprete della lingua italiana dei segni.

Date ed orari
• Mercoledì 13 ottobre: 1° turno ore 10.30 – 2° turno ore 15
• Mercoledi 20 ottobre: turno unico ore 15
Iscrizioni aperte da venerdì 8 ottobre a domenica 10 ottobre.
Gratuite sino ad esaurimento dei posti disponibili.
• Luogo d’incontro: Mestre, Forte Marghera, parcheggio auto posto davanti all’ingresso del Forte
• Durata: 1h30 Partecipanti: massimo 25 persone per ciascuna passeggiata.
Tutti i partecipanti dovranno essere muniti di mascherina. Ognuno avrà un’audioguida, preventivamente sanificata, con auricolari nuovi.
Le passeggiate si svolgeranno all’aperto e pertanto non è richiesto il green-pass.
Per partecipare inviare una mail
a: servizio.produzioni.culturali@comune.venezia.it specificando se c’è necessità dell’ausilio dell’interprete della lingua dei segni, indicando nome, cognome, email e cellulare di ogni persona che partecipa alla passeggiata.

 

Bari, nel faro di San Cataldo un museo della radio e delle torri costiere
Da telebari.it del 6 ottobre 2021

Di Italo Cinquepalmi

Il faro di San Cataldo diventerà un luogo destinato ad attività di esposizione e di animazione culturale. Un progetto importante, dell’importo complessivo di 510mila euro, che prevede di destinare gli ambienti del piano terra a “Museo dei fari e delle torri costiere della Puglia” e a “Museo della radio”, in ricordo del primo collegamento radiotelegrafico via etere con il Montenegro realizzato il 1 settembre 1904 da Guglielmo Marconi proprio dal faro di San Cataldo.

Una vera e propria riqualificazione che interesserà anche la struttura esterna del faro, attraverso lavori di valorizzazione che interesseranno l’edificio a due piani collegati tra loro da un corpo scala in pietra (che funge anche da accesso alla lanterna del faro), costituito da un fabbricato in muratura. Le facciate esterne saranno oggetto di un intervento di manutenzione straordinaria che prevede la rimozione delle tinte attuali e il ripristino dell’intonaco con uno nuovo dalle caratteristiche identiche all’esistente. All’interno, invece, si procederà al ripristino degli ambienti originari, così come anche la biglietteria sarà completamente riqualificata.

Per quanto riguarda “Museo della radio” sarà composto da una stanza dedicata alla storia della radio, una che esporrà pezzi storici e cimeli, e un’altra dedicata alla prima trasmissione radio nonché alla figura di Guglielmo Marconi. Le stanze dall’altro lato, destinate ad accogliere il “Museo dei fari e delle torri costiere della Puglia”, esporranno invece materiali relativi alla storia del faro di San Cataldo, al cammino dei fari di Puglia e all’itinerario delle torri in terra di Bari.
“La valorizzazione del faro è un progetto strategico che si inserisce nel più ampio programma della riqualificazione dei quartieri Marconi – San Girolamo – Fesca e San Cataldo – ha detto l’assessore ai Lavori Pubblici Giuseppe Galasso – L’immobile, di evidente pregio, ben si presta ad accogliere iniziative ed eventi che possono fungere da attrattore turistico per la città oltre che aiutare il quartiere a ritrovare un elemento di forte identità intorno al quale costruire un nuovo modello di sviluppo. Parallelamente – conclude – sta andando avanti il progetto di riqualificazione del lungomare e del parco su cui il faro si affaccia, per cui la giunta ha già approvato i diversi livelli di progettazione e per cui si stanno attendendo tutti i pareri prima di terminare la procedura e indire la gara dei lavori”.

 

Cortona e Malta celebrano insieme l’architetto militare Francesco Laparelli
Da osservatoriolibero.it del 5 ottobre 2021

Da sin. i sindaci di Valletta Alfred Zammit e di Cortona Luciano Meoni con l’ambasciatore di Malta in Italia Carmel Vassallo al convegno “Laparelli 500” a Cortona

Di Sandro Addario

SCORTONA (Ar) – Malta e Cortona sono da oggi ancora più vicine nel nome di Francesco Laparelli. È la sintesi della celebrazione del 500° anniversario della nascita dell’architetto militare cortonese (1521-1570), figura di spicco del XVI secolo nel campo dell’ingegneria, urbanistica e fortificazioni militari. Tra le sue significative realizzazioni, le fortificazioni a Cortona e Civitavecchia, l’attività presso la fabbrica di San Pietro a Roma su designazione dello stesso Michelangelo, la progettazione e l’avvio della costruzione della città La Valletta a Malta, completata poi dall’ingegnere maltese Girolamo Cassar.

I disegni originali di Francesco Laparelli per la realizzazione di Valletta sono oggi conservati presso il Maec di Cortona, donati nel 2008 all’Accademia Etrusca dalla contessa Costanza Laparelli Pitti, ultima discendente del ramo di Francesco scomparsa nel 2009, perché fossero esposti ai visitatori del museo cortonese.

«La Valletta è onorata di essere stata progettata da Francesco Laparelli» ha detto Alfred Zammit, sindaco della capitale di Malta intervenuto a Cortona al convegno «Laparelli 500» promosso dal Comune e dall’Accademia Etrusca di Cortona nei giorni 1 e 2 ottobre 2021. «La Valletta – ha aggiunto Zammit – è ancora oggi un grande successo e una città unica. Le sue strade ben pianificate e le sue fortificazioni l’hanno resa una città di cui essere orgogliosi. Una città, tra le poche al mondo, interamente riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità».
Alla manifestazione, nella suggestiva sede del Centro Convegni Sant’Agostino, era presente tra gli altri l’ambasciatore di Malta a Roma Carmel Vassallo, accolto dal sindaco di Cortona Luciano Meoni e dal vice sindaco e assessore al turismo e cultura Francesco Attesti. «La celebrazione di questo importante anniversario – ha detto Meoni – non vuole essere solo organizzare un importante seminario di studi sulla figura di Francesco Laparelli, nostro illustre concittadino, ma un’opportunità per valorizzare ancora di più le relazioni tra Cortona e Malta. Questo è l’intento del Comune di Cortona. Puntiamo anche a sviluppare una collaborazione con l’università di Malta».

L’INTERVENTO DI DUE AMBASCIATORI

«Oggi è come se una piccola parte di Malta – ha detto l’ambasciatore Vassallo – si fosse trasferita a Cortona. La bandiera maltese esposta in questa sala lo testimonia». «Auspichiamo – ha aggiunto – di aumentare lo scambio di cultura tra Cortona e Malta. Perché esportare ed importare cultura e conoscenza del passato è altrettanto importante quanto l’interscambio commerciale. Le merci sono indispensabili ma durano poco nel tempo. La cultura è destinata ad andare avanti per secoli ed è alla base del nostro futuro». In collegamento da Valletta è intervenuto l’ambasciatore d’Italia a Malta Fabrizio Romano, che da tempo aveva seguito i lavori preparatori dell’iniziativa di Cortona. Romano ha sottolineato come Laparelli sia davvero «una figura ponte tra i nostri due paesi». «Come lo sono stati nel corso della storia – ha aggiunto – artisti come Mattia Preti e Caravaggio, nonché il compositore maltese Girolamo Abos, che hanno contribuito a consolidare la nostra storia comune». «Se è vero – ha aggiunto l’ambasciatore italiano – che i rapporti internazionali vengono normalmente ricondotti alle figure dei rappresentanti istituzionali, è altrettanto vero che la storia tra due paesi è fatta dall’apporto di tante personalità che costruiscono un ponte tra le due comunità. Quello tra Italia e Malta è già solidissimo e può soltanto essere solo ottimizzato. Al riguardo sarei molto felice se la presenza di rappresentanti di Cortona qui a Valletta per celebrare ulteriormente la figura di Laparelli diventasse presto realtà».  Tramite l’ambasciata italiana di Malta è anche arrivato a Cortona anche un video messaggio di José A. Herrera, ministro del patrimonio nazionale della Repubblica di Malta, che – ricordando le opere architettoniche di Laparelli per la costruzione della nuova capitale Valletta avviate nel 1566 – si è congratulato con la Città di Cortona per l’iniziativa celebrativa a 500 anni dalla sua nascita.

CONVEGNO DI STUDI “LAPARELLI 500”

Due intense giornate di studio sulla figura di Francesco Laparelli e sul contesto storico e artistico in cui ha vissuto, quelle che si sono svolte al Centro Convegni Sant’Agostino. I lavori sono stati aperti venerdì 1° ottobre dal sindaco Luciano Meoni e, per l’Accademia Etrusca, dal vice Lucumone Paolo Bruschetti. Indirizzi di saluto sono stati rivolti dal presidente del Lions Club Cortona Valdichiana Host Riccardo Rigutto e, per il Distretto Rotary 2071, dal past governor Alessandro Vignani con il presidente del Rotary Club Cortona Valdichiana Franco Caloni. Per il Distretto Lions 108 La Toscana si è collegato da Lucca il governatore Giuseppe Guerra e da Malta Mary Anne Abela, presidente dell’Associazione Internazionale delle Città Murate – Lions Club. Il saluto del Sovrano Militare Ordine di Malta è stato portato dal Delegato di Firenze Francesco d’Ayala Valva. Collegato da Malta anche il Rotary Club Malta presieduto da Robert Ghirlando.
Numerose le relazioni illustrate da studiosi e docenti universitari italiani e maltesi. Dalla storia della Toscana al tempo di Laparelli del professor Giovanni Cipriani, a quella della dinastia Laparelli della dottoressa Patrizia Rocchini. Il generale Pietro Tornabene, comandante dell’Istituto Geografico Militare dell’Esercito, ha trattato il tema dell’evoluzione dell’architettura militare dal tempo di Laparelli («fu il primo a concepire la città-fortezza») fino ai giorni nostri. È seguita una trattazione della professoressa Emanuela Ferretti sulle possibili origini della reggia medicea a Firenze attraverso un disegno preso dalla prospettiva di palazzo Laparelli in piazza Pitti.

STUDENTI DELL’ISTITUTO LAPARELLI

Momento particolare è stata poi la presentazione di lavori multimediali su Francesco Laparelli realizzata dagli studenti della III B (anno 2020-21) dell’omonimo Istituto Tecnico Economico di Cortona che quest’anno festeggia il 50° della propria autonomia scolastica. Si tratta di un video dove gli stessi studenti fanno da guida nei luoghi cortonesi di Laparelli, cominciando proprio dalla loro scuola. Realizzato anche un e-book sulla vita dell’architetto e della sua famiglia. Presto saranno disponibili sul sito dell’Istituto.
Dopo il saluto dell’assessore alla pubblica istruzione Silvia Spensierati e della professoressa Beatrice Capecchi dirigente scolastica dell’IIS Luca Signorelli (che include l’Istituto Laparelli) è stata anche consegnata la borsa di studio «Catia Ridolfi», giunta alla sua terza edizione in memoria di una indimenticata insegnante dell’Istituto. Il marito della professoressa Ridolfi, Alessandro Palmerini, lo ha consegnato alla studentessa Alice Ghezzi (ora universitaria a Economia e commercio a Siena) che ha conseguito la più alta media in matematica nel quinquennio concluso nel 2021. «Anche se – ammette Alice con un sorriso – nel primo compito con la professoressa Ridolfi presi solo 6 e mezzo. Mi servì per impegnarmi e migliorare, tanto da appassionarmi a questa materia».

Uno dei disegni originali di Francesco Laparelli per la costruzione di La Valletta

LAPARELLI A CORTONA E ROMA

Nella sessione pomeridiana di «Laparelli 500» il professor Pietro Matracchi ha svolto un approfondimento sulle realizzazioni di Laparelli a Cortona: dal campanile del Duomo ai bastioni della panoramicissima Fortezza del Girifalco, dove, al termine della serata, un gruppo di convegnisti ha effettuato una visita guidata dallo stesso Matracchi. Hanno completato il ciclo delle relazioni quella della professoressa Nicoletta Marconi sulle attività dell’architetto Laparelli a Roma chiamato dal papa Pio IV, seguita dall’intervento del professor Oronzo Brunetti, che ha delineato le figure di architetto e ingegnere militare nel XVI secolo. Ha chiuso gli eventi della prima giornata del convegno l’inaugurazione di una nuova targa sul viale Francesco Laparelli, la panoramica che conduce al piazzale del Santuario di Santa Margherita. Presenti alla cerimonia, tra gli altri, il sindaco Meoni, l’ambasciatore Vassallo e il generale Tornabene.

LAPARELLI A MALTA

La seconda e ultima giornata di lavori di «Laparelli 500», sabato 2 ottobre, ha visto numerosi interventi sulle attività di Francesco Laparelli a Malta, inviato dal papa Pio V per realizzare la costruzione di una nuova capitale. Tra gli ospiti in sala il vice prefetto vicario di Arezzo Roberto Caiati, il colonnello Ruggero Capodivento vice comandante della Legione Carabinieri Toscana, il vicario del questore di Arezzo Paola Liaci.
Dopo gli interventi, citati all’inizio di questo articolo, degli ambasciatori Vassallo e Romano nonché del sindaco di Valletta Zammit, sono seguiti collegamenti con Malta. Il professor Keith Sciberras, direttore del Dipartimento di Arte e Storia dell’Arte, ha portato il saluto dell’Università di Malta. Gli ha fatto seguito il professor Conrad Thake dello stesso dipartimento che ha descritto i vari passaggi seguiti da Laparelli nella progettazione urbanistica e nella fortificazione di Valletta.

Ultimo collegamento con l’Australia, dove da Perth il professor Roger Vella Bonavita ha trattato l’inedito tema dei rapporti tra gli storici e Laparelli, dimenticato dalla storiografia per quasi due secoli ma successivamente «riabilitato» nonostante numerosi tentativi di metterne in ombra l’operato. Ha chiuso «Laparelli 500» il professor Bruschetti, che, a nome dell’Accademia Etrusca, ha ringraziato i partecipanti al seminario, annunciandone la pubblicazione degli atti nel minor tempo possibile. Bruschetti si è altresì augurato che, dopo questo convegno, le relazioni culturali tra Cortona e Malta possano divenire più organiche ed estese a tutte le testimonianze artistiche dei rispettivi territori.

I DUE SINDACI AL PALAZZO COMUNALE DI CORTONA

Prima di ripartire per La Valletta lunedì 4 ottobre, il sindaco della capitale maltese Zammit si è congedato dal sindaco Meoni con una visita al Palazzo comunale di Cortona. Presenti il vice sindaco Francesco Attesti e l’assessore Paolo Rossi, Meoni e Zammit hanno rinnovato l’impegno per un ulteriore rafforzamento dei contatti tra Valletta e Cortona sul piano dell’interscambio culturale, educativo, economico e sociale. Da entrambi i sindaci è stata espressa la volontà anche di esaminare la possibilità di arrivare ad un gemellaggio ufficiale tra le due città, proprio in virtù del legame che le unisce da cinque secoli nel nome di Francesco Laparelli.
Il sindaco Zammit è stato quindi accompagnato a visitare gli uffici comunali dove ha salutato il personale, tra cui il segretario generale Roberto Dottori e la dirigente dell’area economico-finanziaria Paola Riccucci. Foto di rito nella storica sala del Consiglio comunale e partenza per l’aeroporto di Perugia, da dove un comodo volo di linea raggiunge Malta in poco più di un’ora.

 

Quando vicino ad Andria c’era una base USA con bombe nucleari pronte a distruggere Mosca in caso di Terza Guerra Mondiale, per non dimenticare il pericolo della Guerra Fredda
Da videoandria.com del 4 ottobre 2021

Il missile PGM-19 Jupiter

Oggi viviamo tutti in un mondo libero dalla Guerra, eppure, sino a poche decine d’anni fa, anche l‘Alta Murgia ha rischiato di subire il diretto coinvolgimento di una guerra nucleare.

Anche se la terza guerra mondiale tra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica – fortunatamente – non si è mai verificata, la cosiddetta Guerra Fredda tra le due superpotenze portò gli alleati ad intensificare l’estensione delle basi con bombe nucleari. E’ il caso della base missilistica Jupiter, situata a pochi chilometri di distanza da Andria.

La base – situata all’epoca in località Ponte Impiso, nel territorio del comune di Spinazzola – rappresentava una delle 9 basi dislocate sul territorio della murgia Barese e Materana in cui negli anni 60 sono stati dislocati sotto “rigoroso segreto militare” i missili atomici Jupiter.

La nascita del missile ebbe luogo, concettualmente, nel 1954, presso l’arsenale di Redstone, su richiesta della Ballistic Missile Agency dell’esercito statunitense. Alla realizzazione del missile si doveva porre la massima cura nell’aerodinamica, in quanto era previsto il rientro nell’atmosfera sarebbe avvenuto ad alta velocità. Ciascuno missile era 100 volte più potente della bomba di Hyroshima con una gittata di 2500 km capaci di colpire Mosca o Leningrado.

Situata con coordinate 40° 57’43.24″N 16°10’54.53″E, la base del 2° Reparto I.S. – 109° Gruppo di Spinazzola fu operativa dal 1° novembre del 1960.

Schema esempio base Jupiter

La minaccia portata all’Unione Sovietica dallo schieramento in Europa del missili PGM-19A Jupiter e PGM-17 Thor, arrivò a provocare la Crisi dei missili di Cuba del 1962. In risposta a tale schieramento il leader sovietico Chruščёv diede il via all’Operazione Anady, che portò al posizionamento dei missili SS-3 e SS-4 sull’Isola di Cuba.

La crisi che ne seguì portò ad un accordo tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica che stabiliva l’immediato ritiro dei missili sovietici da Cuba, cui sarebbe seguito lo smantellamento delle postazioni americane in Turchia, Italia e Gran Bretagna. I missili Jupiter vennero così ritirati dal servizio nel 1963, quando il deterrente a medio raggio passò ai missili balistici Polaris sublanciati.

Dal missile Jupiter derivò il razzo vettore Juno II, utilizzato dal 1958 al 1961 per il lancio di satelliti artificiali. Una pagina paurosa della nostra Storia conclusasi con una speranza in più per il genere umano:

Se ci fosse stata una guerra nucleare, molto probabilmente, a causa degli effetti devastati di un simile conflitto, nessuno di noi avrebbe avuto la possibilità di essere qui oggi e di poter raccontare quanto accaduto negli anni ’60.

Come si presentano oggi le basi viste dall'alto

Quella di Spinazzola non era l’unica base Jupiter del territorio. In zona vi erano altre basi simili, come quella situata in territorio di Altamura e a Gravina in Puglia. A tal proposito, consigliamo la visione del documentario “Murge, il fronte della guerra fredda“.
 

 

Un libro racconta il Forte di San Michele
Da tgverona.telenuovo.it del 4 ottobre 2021

Si è studiato i documenti degli archivi di Stato di Vienna e di Verona, ha intrecciato le fonti storiche con le testimonianze letterarie, ha ripercorso a ritroso più di un secolo di vicissitudini veronesi. Il tutto per raccontare il forte di San Michele e ciò che esso ha rappresentato per la zona ad est di Verona. Davide Peccantini, presidente dell'associazione Quartiere Attivo, ha appena pubblicato 'Il Forte di San Michele', che segue i precedenti volumi e lavori realizzati dall'autore sulla storia di diversi quartieri cittadini. Il volume "Il Forte di San Michele" è la seconda opera scritta da Peccantini su un quartiere che, secondo l'autore, ha molta storia da raccontare e da restituire ai veronesi.

Il testo, realizzato con il contributo della settima Circoscrizione, è stato presentato oggi in municipio dall'assessore al Decentramento Marco Padovani insieme al presidente della settima Circoscrizione Carlo Pozzerle e all'autore Davide Peccantini. Presenti anche i consiglieri comunali Daniele Perbellini e Paolo Rossi e il coordinatore della commissione cultura della circoscrizione Alessio Carbon.

"Prosegue l'opera di Peccantini per raccontare la storia dei nostri quartieri, rivelando aneddoti interessanti e utili a capire l'origine del nostro territorio - ha detto Padovani-. Il volume è corredato di immagini storiche, mappe geografiche che raccontano com'era il quartiere più di un secolo fa, un lavoro davvero meticoloso e preciso".

"Il Forte San Michele". Il forte fu costruito tra il 1854 e il 1856, facente parte del campo trincerato di Verona. Grazie al reperimento dei documenti dall’archivio di Stato di Vienna e di Verona insieme ai documenti dell'archivio comunale, l'autore ha potuto ricostruire la storia della zona prima della costruzione del forte, durante il suo utilizzo e fino alla distruzione avvenuta nella prima metà del Novecento. All'interno del libro si trovano mappe e foto che riguardano i progetti del forte, un'analisi sulla storia del quartiere durante l'Ottocento e il racconto di una giornata storica per la città di Verona, il 16 ottobre 1866. In questa data le truppe dell'esercito italiano con il generale Medici aspettarono l'arrivo della delegazione comunale di Verona per entrare in città e far così entrare la città scaligera all'interno del Regno d'Italia, grazie alle dinamiche avvenute nella 3° guerra d'indipendenza. Non è la prima opera scritta dall'autore sul quartiere di San Michele, nel 2018 ha pubblicato il libro: "Il Risorgimento a San Michele" – analisi sulla transizione del quartiere tra l'impero austriaco e il Regno d'Italia tra il 1866 e il 1874.

 

Mura magistrali, Pulizia straordinaria al Bastione san Francesco: sarà meta di visite guidate
Da tgverona.telenuovo.it del 4 ottobre 2021

Sui bastioni San Francesco, tra via Faccio e via dell’Autiere, è in corso il più importante intervento di pulizia straordinaria dal Dopoguerra, che conferirà all'area un aspetto completamente diverso da quello noto fino ad oggi. Erbacce, sterpaglie, rifiuti, detriti lasciati dal maltempo, si toglie tutto ciò che impedisce di rendere quest'area non solo decorosa, ma anche fruibile e visitabile da veronesi e turisti. Meticolose le operazioni sulle murature della Cinta, realizzate con appositi strumenti, così come la rimozione di vere e proprie discariche a cielo aperto, nascoste dalla vegetazione selvaggia.

I lavori, iniziati qualche settimana fa, sono eseguiti dal Comune attraverso l'assessorato ai Giardini, con l'ausilio di Amia per il recupero del materiale e, in particolare, dei rifiuti di vario genere abbandonati nell'area. E fanno seguito a quello già realizzato durante l'estate sul bastione delle Boccare, in via Madonna del Terraglio, tra Santo Stefano e Valdonega.

E’ infatti di 80 mila euro la spesa sostenuta per questi due progetti specifici, a cui si aggiungono i 300 mila euro approvati di recente dalla giunta per una decina di interventi da realizzarsi l’anno prossimo. Nello specifico, si interverrà nel Vallo di Cangrande in via Caroto, nell’area da Porta Vescovo alla salita San Sepolcro, al parco di Castel San Pietro, al Bastione di San Procolo da porta San Zeno a via Tomaso da Vico, al Bastione di Spagna da Porta Fura a via Tomaso da Vico, a Castel San Felice, sulla Rondella di San Zeno in Monte e in zona Raggio di Sole.

Bastione di San Francesco. Dopo le prime demolizioni degli edifici abusivi costruiti dal secondo Dopoguerra, iniziate un anno e mezzo fa per restituire decoro all’area demaniale tra il bastione e il fiume Adige, adesso si interviene anche sulla vegetazione lasciata al degrado, che ora è stata sistemata nel rispetto del sito in cui trova. Le operazioni riguardano la rimozione di rifiuti abbandonati, raccolta di frammenti di legno a terra, di ceppaie e radici morte, rimozione di materiale detritico dovuto agli smottamenti di terreno, taglio delle erbe e degli arbusti infestanti, diserbo e sfalcio delle specie vegetative che periodicamente si sviluppano in modo naturale e lo sgombero di tutti i materiali di risulta in apposite discariche.

L’obiettivo del Comune è far sì che dallo straordinario si passi all’ordinario, cioè ad una manutenzione regolare, con pulizie costanti e programmate. Un modus operandi che non solo garantisce il decoro e la bellezza di questi luoghi patrimonio dell’Unesco, ma consente di razionalizzare le spese a carico del Comune. Questa mattina, per verificare l'andamento delle operazioni, si sono recati sul posto gli assessori ai Rapporti Unesco Francesca Toffali e ai Giardini Marco Padovani. Presenti anche il presidente di Amia Bruno Tacchella con il vice presidente Alberto Padovani.

“Cominciamo a vedere i frutti dell’imponente attività avviata dall’Amministrazione Sboarina per tutelare e valorizzare il patrimonio della Cinta Muraria – ha detto Toffali -. Nel caso del Bastione di San Francesco, la pulizia procede in parallelo con le demolizioni degli edifici abusivi presenti nell’area, uno scempio a ridosso del fiume e a pochi metri dal centro storico. Come per il bastione delle Boccare, siamo di fronte ad interventi straordinari che vogliamo diventino di ordinaria manutenzione, purtroppo paghiamo anni di lavori a spot, senza programmazione e progettualità. Entro l'autunno saranno programmate delle visite guidate per invitare i veronesi a riappropriarsi di luoghi ricchi di storia e natura".

“L’impegno economico la dice lunga non solo sulla qualità dei lavori, ma anche sulla volontà dell’Amministrazione di valorizzare al meglio questo straordinario patrimonio verde – ha aggiunto Padovani-. Nello specifico del Bastione San Francesco, è in corso una rigenerazione urbana importante in un luogo significativo della città, che grazie alla costante collaborazione che abbiamo con Amia riusciamo a portare a termine in tempi brevi".

 

Visita guidata a Castel Ivano, tra passato e contemporaneità
Da lavocedeltrentino.it del 4 ottobre 2021

Di Maria Cristina Betzu

Fin dall’epoca romana con la via Claudia Augusta Altinate, la Valsugana insieme alla Valle dell’Adige è stata una delle più battute vie di transito verso il nord, nel collegare leterre dell’Adriatico a quelle danubiane.
Sul versante soleggiato della valle sono sorte torri di guardia e punti d’osservazione, che nei secoli si sono trasformati in castelli, creando una linea di congiunzione e comunicazione a scopo difensivo e di controllo del territorio.
Dalla panoramica terrazza di Castel Ivano è particolarmente evidente l’ampia visuale sulla Valsugana, un tempo fortificata da circa una ventina di castelli se consideriamo l’Alta e Bassa Valsugana.

Nel sito “Castelli del Trentino” è interessante scoprire anche i castelli noti attraverso le fonti antiche, ma oggi “scomparsi” o difficilmente rintracciabili nel paesaggio moderno. A rafforzare tale sistema di fortificazioni medioevali interveniva il potere del Principato vescovile di Trento per l’alta Valsugana e il potere del vescovo conte di Feltre per la Bassa Valsugana; il confine tra le giurisdizioni di Castel Selva e Castel Telvana si trovava presso la chiesetta del maso-fortezza di San Desiderio a Novaledo. All’interno della rassegna “Palazzi Aperti” domenica 26 settembre 2021 si è svolta la visita guidata a Castel Ivano, spazi esterni e alcune sale interne che rivelano le intricate vicende storiche del grande maniero.

Sorge imponente sul promontorio del Monte Lefre a ridosso dell’abitato di Ivano Fracena; un legame forte e indissolubile si è creato nei secoli tra i due piccoli paesi e il castello di proprietà della famiglia Staudacher. Nella prefazione della pregevole pubblicazione del prof. Vittorio Fabris “Ivano Fracena – Il paese e il suo castello”, Carlo Staudacher scrive:

“A Castel Ivano dove sono nato durante la seconda guerra mondiale, e nel paese ho vissuto lunghi periodi della mia infanzia e gioventù condividendo con i miei coetanei e con persone più grandi giorni di giochi ma anche di lavoro estivo. Da questa convivenza ho imparato molto, tante sono le esperienze che ancora mi appartengono e che custodisco dentro di me. Lavoro nei campi, alpeggio, cura degli animali. Dignità, onestà, emigrazioni piene di speranza, deferente rispetto per gli anziani e condivisione di tutti i momenti della giornata nelle famiglie sempre numerose. I cori attorno al fuoco verso sera quando si accompagnavano le mucche sul monte Lefre. Le vendemmie e la raccolta di frutti, la condivisione di una fatica gioiosa. L’angoscia per la disgrazia di una persona del paese era vissuta da tutti.. Non si poteva parlare di povertà, ma piuttosto di essenzialità”.

In un documento del 1187 si cita per la prima volta il signore di Ivano, all’epoca delegato del vescovo di Feltre a cui apparteneva la Bassa Valsugana. Ma con il tempo si consolidarono Signorie sempre più autonome che hanno lasciato il segno del loro passaggio.
Dalle Signorie del Trevisano ai della Scala di Verona, da Carrara, Visconti, Veneziani e i duchi d’Austria. Con la giurisdizione del castello affidata al Capitano Trapp iniziano importanti lavori di ristrutturazione, per poi arrivare ai conti Wolkenstein-Trotsburg che nel 1750 ricevono da Maria Teresa d’Austria a titolo perpetuo il castello che poi verrà completamente restaurato.
Tra fine ‘800 e la vigilia della Grande Guerra Castel Ivano si trasforma in un raffinato salotto mondano e culturale, frequentato da grandi personalità dell’arte, della cultura e della politica europea (la regina di Prussia Augusta Vittoria, Richard Wagner, Eleonora Duse).
Ma durante la Prima Guerra Mondiale diventa sede del Comando militare italiano e subisce danni e devastazioni per i ripetuti bombardamenti.
Nel 1923 i Conti Wolkenstein cedono Castel Ivano alla famiglia Staudacher che compie un accurato e paziente restauro, in particolare ad opera di Vittorio Staudacher (1913-2005) medico chirurgo, pioniere della chirurgia d’urgenza e della sperimentazione sui trapianti.
Dal 1982 oltre che abitazione privata Castel Ivano è Centro Internazionale di Cultura e sede di importanti manifestazioni artistiche; congressi internazionali, mostre e tanti altri eventi promossi dall’Associazione Castel Ivano Incontri (dal 1986).
Nel 1987 il regista Ermanno Olmi gira a Castel Ivano il film Lunga vita alla signora! premiato con il Leone d’Argento al Festival di Venezia.
Tour con la guida e manifestazioni culturali, matrimoni, degustazioni ed eventi aziendali caratterizzano da tempo l’antico maniero privato, le cui cantine storiche sono diventate le cantine di ‘Terre del Lagorai’.

Visitando Castel Ivano, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di percorrere il viale che si snoda nel parco tra piante secolari, ortensie e fontane fino a raggiungere l’ingresso attuale (XVIII sec.) con lo stemma Wolkenstein-Trotsburg.
Ma dal XIV sec. l’antico ingresso medioevale era collocato sul versante a strapiombo che degrada verso l’abitato di Ivano. Una porta-torre merlata con stemmi dei conti Trapp e insegne Austriache costituiva un’angusta entrata con fossato e una seconda porta immetteva nella corte.
Ad un primo nucleo del castello con mastio e mura dell’XI sec. è seguito un ampliamento nel XIII sec. e un’ulteriore cinta bastionata nel XIV-XV sec.
Dal cortile esterno si accede alla grande sala del vecchio fienile e alla terrazza in posizione sopraelevata, visitiamo l’antica cappella di San Giovanni Battista e quindi entriamo nel corpo centrale della residenza di gusto rinascimentale, con arcate e loggiati
sovrapposti.
Colonnine e capitelli sono stati realizzati con pietra oolitica di colore giallo proveniente dalla vicina cava del monte Lefre.

Una lunga scala di accesso porta alle sale espositive; la Sala di Eleonora Duse che ha ospitato la famosa attrice, con una bella vista sul borgo di Fracena e monte Lefre.

Sala delle Statue, Sala della Musica, Sala dell’archivio, Sala dell’orologio del Loggiato Benedettino e Cappella Gotica fino al Mastio che s’innalza per 15 metri, al suo interno era ricavata l’antica prigione delle donne, molto meno tetra di quella degli uomini.
Sulla facciata del Mastio campeggia il grande stemma dei Carraresi (il carro rosso a quattro ruote) tra due finestre romaniche.
E’ possibile scorgere il camminamento di ronda coperto lungo la grande muraglia del castello, nell’ultimo tratto è situato il “pozzo della morte”, una profonda botola dotata di lance acuminate, dove alla fine del XVI sec. fu gettato un certo Antonio Bertizzolo da Enego.
Il Castello racconta anche storie di streghe, di cavalieri e battaglie tra cui spiccano le vicende del conte Biagio delle Castellare, che depredò ripetutamente i Tesini nella seconda metà del XIV secolo.
Da allora per le vie di Castello Tesino si svolge nel periodo di carnevale la rievocazione storica dei fatti del 1365, solamente ogni cinque anni (rinviata nel 2020 causa pandemia).
Oltre al Castello, si consiglia una visita ai centri abitati di Ivano e Fracena che offrono elementi di interesse in edifici storici e religiosi, come la Cappella della Madonna di Caravaggio, la chiesa parrocchiale di San Giuseppe Operaio e la chiesa di San Vendemiano sul colle omonimo, raggiungibile con una passeggiata panoramica.

 

Restauro alla polveriera Via libera al cantiere
Da ilgiorno.it del 3 ottobre 2021

Dopo lo stop al cantiere e la variante al progetto, il Comune di Bergamo ha ricevuto il primo via libero informale dalla Sovrintendenza e a breve potranno quindi ripartire i lavori di restauro alla polveriera, futuro spazio multifunzionale dell’orto botanico di Colle Aperto, in Città Alta.

Spiega l’assessore al Verde pubblico Marzia Marchesi: "Durante i lavori abbiamo scoperto che mancavano delle pietre originali. Abbiamo condiviso una soluzione con la Sovrintendenza: useremo le vecchie pietre della pavimentazione davanti alla polveriera".

 

Piccola storia di Torre del Sale
Da quinewsvaldicornia.it del 3 ottobre 2021

Foto di Mauro Carrara

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "Piccola storia di Torre del sale" di Gordiano Lupi. Foto di archivio di Mauro Carrara e Franco Bozzano

PIOMBINO — Torre del Sale si trova nei pressi dell’argine sinistro del fiume Cornia, nella nuova foce costruita nel 1958, sulla spiaggia accanto al porto della centrale elettrica ormai in abbandono. Torre del Sale deve il suo nome alle antiche saline di Piombino, un tempo numerose in tutta la pianura dove era situata la Torre. Si tratta di un antico posto di sorveglianza del litorale, chiamato un tempo Casa del Sale, trasformato - tra il 1700 e il 1800 - nella forma che oggi possiamo vedere. Secondo lo storico Mauro Carrara (Torri e difese costiere del Principato di Piombino - La Tarsinata, Bandecchi e Vivaldi, 2000) uno dei primi documenti che riguardano la Torre, datato 22 agosto 1568, firmato dal Luogotenente di Piombino, stabilisce provvedimenti disciplinari contro le guardie che di notte abbandonano la vigilanza della Casa del Sale e delle altre saline del territorio. Tralascio per il lettore non avvezzo a studi storici l’abbondanza di carte e documenti che dal 1094 fino al 1679 citano l’esistenza delle saline, date in affitto a signori e religiosi, conventi, monache, principi e chi più ne ha più ne metta. Il documento più interessante è del 2 febbraio 1679 con i piombinesi che rivendicavano nei confronti dell’affittuario della Casa del Sale il pagamento a prezzo di costo, che il principe Ludovisi concesse. Ricordiamo che il luogo, così popolare per noi piombinesi, già alla metà del XVII secolo veniva denominato Torre del Sale e non più Casa. Sgombriamo il campo da una leggenda, dunque, che spesso si sente in ambienti giornalistici e non storici: Torre del Sale non è stata mai una torre difensiva degli Appiani per proteggere le coste dai pirati. Il suo ruolo era quello di una salina, perché tutto intorno c’era una pianura paludosa composta dai laghi di Rimigliano, Piombino e Scarlino, fonte di lavoro, perché ci venivano impiantate peschiere e saline.

Le saline servivano per la trasformazione del pescato, soprattutto tonno, al tempo catturato in buona quantità, come ricorda lo storico romano Strabone (63 a.C. - 20 d.C.) nei suoi libri, dopo aver visitato Populonia e aver visto un buon numero di tonnare operative. Le saline a Piombino, per conservare il tonno, ci sono state anche in epoca antica, di sicuro in età romana, inoltre abbiamo documentazione scritta dal 1094 in poi, periodo in cui la produzione del sale era così abbondante da permettere esportazioni anche verso Firenze e Siena. La Torre del Sale si trovava proprio su quel tombolo che divideva l’acquitrino dal mare, era un posto malsano, dove la vita non era facile neppure per chi era costretto a fare la guardia e spesso si ammalava. Nella prima metà del 1700, quando la Torre passò sotto il Granducato di Toscana, retto dai Lorena, si cominciò la bonifica. Non solo, si decise anche di potenziare la costa, fu in tale occasione che la vecchia Casa del Sale - ormai Torre del Sale - perse le vecchie funzioni di salina e fu trasformata in un bastione militare. I Lorena costruirono una vera e propria fortificazione al posto della casa in mezzo all’acquitrino, un posto armato, dotato di caserma e scuderie, casa di sanità e cisterna sotterranea, un luogo bonificato, vivibile senza timore. Torre del Sale divenne un forte inespugnabile con una batteria dotata di cannone, composta da un vero e proprio fortino separato dal bastione da un fossato con ponte levatoio, il tutto controllato da guardie armate. Tutta la zona fu bonificata dai Lorena, che proseguirono i lavori nei primi anni del 1800, colmando le parti paludose, ampliando la Torre e collegandola al bastione per costruire un palazzo di quattro piani che doveva ospitare l’amministrazione e la direzione dei lavori. A Piombino c’erano i Boncompagni - Ludovisi a reggere le sorti del Principato, ma i nuovi Signori non badavano molto a quella terra affacciata sul mare, che sentivano come una sorta di fastidio. Se i Lorena volevano fortificare, bonificare paludi, rendere sicure le coste era affar loro, che facessero pure! In realtà i Lorena non facevano beneficienza, perché togliere malaria e paludi infestate da insetti nocivi, oltre a rendere le coste più sicure era un beneficio per la Maremma e per l’intera Toscana. Di fatto il controllo costiero - armato, doganale e sanitario - era stato dato in appalto gratuito al Granduca di Toscana. Per quel che riguarda il modo in cui venivano tenute le nostre fortificazioni costiere si registra una storica disparità di vedute, ché se si sentiva la campana del Granduca Leopoldo II tutto andava bene, le torri erano in ottimo stato, i soldati erano sani e ben vestiti, i cavalleggeri pure; invece i piombinesi dicevano che l’era tutto sbagliato, che l’era tutto da rifare, in una parola tutto era mal custodito e poco armato. Forse la verità sta (come sempre) nel mezzo.

Torre del Sale fu disarmata nel 1847, quando non aveva più senso una fortificazione costiera nel mutato contesto storico. Adesso la palazzina rettangolare è in stato di degrado, le stanze dei piani elevati sono state usate fino al 1960 dalla guardia di finanza, come abitazioni e uffici; si può ancora notare una scala interna che collega le parti della torre e la mangiatoia per i cavalli. Il bastione è semicircolare, collegato con il forte, mentre il terreno adiacente è occupato da folta vegetazione e delimitato da un muretto. Ricordiamo una testimonianza di Don Lombardi in merito a un delitto commesso nel 1849 da otto banditi corsari il cui capo si chiamava Martino. Tra La Spezia e Livorno i corsari assalirono un navicello sardo detto La Madonna delle Vigne, carico di prodotti coloniali e una somma (piuttosto alta per i tempi) di 60.000 franchi. Tutti i marinai furono uccisi, a parte due fanciulli, i banditi si appropriarono del navicello e approdarono a Montecristo, dove nascosero il bottino in una cava, vicino al promontorio, poi chiamata Punta dei fanciulli, perché i due ragazzi rapiti furono sgozzati dai banditi, legati con pietre e gettati in mare. I corsari caricarono su una scialuppa una parte della refurtiva e la portarono a Torre del Sale per tentare di venderla. Approdarono vicino alla fortificazione dove si accamparono, in attesa che facesse giorno, ma vennero sorpresi dai gendarmi e arrestati. Un pescatore dette l’allarme dopo aver visto tre uomini sospetti a Montecristo, così i gendarmi catturarono il resto della banda, recuperando parte del bottino. Un caso storico che conferma l’utilità di una Torre fortificata sul mare…

 

Quando il Forte Albertino di Vinadio era utilizzato come campo di prigionia
Da cuneodice.it del 2 ottobre 2021

Nel 1862 vi furono rinchiusi un migliaio di garibaldini, mentre durante la Prima Guerra Mondiale toccò ai prigionieri austriaci: le cronache del tempo, tra racconti "edulcorati" e tentativi di fuga

Dopo un abbandono durato anni, oggi il Forte di Vinadio è tornato a rivivere e risplendere: la fortezza, posta nel cuore della valle Stura, ospita eventi culturali, fiere e iniziative di vario genere grazie alla volontà e all’impegno del Comune di Vinadio, dell’associazione culturale Marcovaldo (fino al 2016) e della Fondazione Artea, subentrata nel 2017, che negli anni si sono spesi per la valorizzazione e la promozione di uno dei più importanti esempi di architettura militare delle Alpi occidentali. I lavori di costruzione della fortezza, voluta dal Re Carlo Alberto, iniziarono nel 1834 e terminarono nel 1847, con un’interruzione tra il 1837 e il 1839: per la sua realizzazione in alcuni momenti furono impegnate fino a 4 mila persone. La fortificazione, che fiancheggia a ponente l’abitato di Vinadio, ha una lunghezza in linea d’aria di circa 1.200 metri che si sviluppa dalla roccia del fortino al fiume Stura. Il percorso si snoda su tre livelli di camminamento ed è suddiviso in tre fronti: Fronte Superiore, Fronte d’Attacco e Fronte Inferiore, per un totale di circa 10 chilometri. Nel corso degli anni i rapporti politici instabili con la vicina Francia suggerirono di integrare al Forte nuove strutture, i Forti Piroat, Sarziera, Sources e Neghino. Malgrado sia, come detto, un vero e proprio gioiello di architettura e ingegneria militare, il Forte di Vinadio non è mai stato teatro di scontri ed eventi bellici.

La fortezza fu però a più riprese utilizzata, oltre che come deposito di materiali militari, come campo di prigionia. A Vinadio furono per esempio rinchiusi circa un migliaio di garibaldini fatti prigionieri nella Battaglia di Aspromonte (agosto 1862), quando l'Esercito Regio fermò il tentativo di Giuseppe Garibaldi e dei suoi volontari di completare una marcia dalla Sicilia verso Roma e scacciare papa Pio IX. Scrive a questo proposito lo storico cuneese Maurizio Ristorto: “Nel 1862 passano in paese sotto scorta militare, i garibaldini di Aspromonte, dove il 2 agosto viene stroncata la marcia su Roma iniziata da Garibaldi e da alcune migliaia di suoi seguaci; il Regio Governo la giudica per il momento inopportuna e provocatrice di gravi complicazioni. I Garibaldini sono arrestati e per un migliaio di essi viene fissato come luogo di prigionia il Forte di Vinadio. Provenienti da Genova con la scorta di un battaglione del 67° Fanteria agli ordini del capitano di Stato Maggiore Giuria, essi giungono a Cuneo la mattina del 18 settembre; benché il ministro abbia dato ordine che siano provveduti di tutto il necessario per il viaggio, la grande maggioranza dei prigionieri si trova in cattive condizioni; abiti pressoché a brandelli e scarpe rotte, molti a capo nudo o coperto da un misero cencio; piove a dirotto e si deve compiere il cammino a piedi da Cuneo a Vinadio. Non manca la prova di simpatia da parte della gente: a Borgo San Dalmazzo si fa una colletta per l’acquisto di sigari che sono accettati assai di buon grado e si noleggiano carrozze per il trasporto almeno fino a Demonte dei meno atti a proseguire a piedi, ma il capitano Giuria, interpretando con estremo rigore l’ordine avuto d’un trattamento uguale per tutti ricusa l’offerta”. I Garibaldini rimasero prigionieri per 24 giorni a Vinadio, con ogni probabilità nella parte bassa della fortezza, più vicina al corso del fiume Stura. Essi (e con loro lo stesso Garibaldi) vennero amnistiati alla prima occasione possibile: il matrimonio di Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, con il re del Portogallo il 5 ottobre 1862. Vennero poi liberati alla spicciolata fino al 7 novembre, salvo i più “pericolosi” che furono accompagnati a domicilio sotto scorta.

Nel corso della Prima guerra Mondiale, poi, il Forte di Vinadio fu “spogliato” delle armi: destino comune a tutte le opere delle Alpi occidentali, in quanto le artiglierie furono inviate a rimpinguare lo scarso parco armamenti sul fronte austriaco. Durante il conflitto la fortezza della valle Stura fu ancora una volta adibita a campo di prigionia, questa volta per i prigionieri austro-ungarici. Degli anni della Grande Guerra si parla nel volume "I prigionieri di guerra in provincia di Cuneo, 1915-1919", pubblicato da Nerosubianco nel 2018, nel quale l'autore Roberto Martelli ha inserito un corposo capitolo dedicato al Forte di Vinadio. Secondo una pubblicazione dello storico Lodovico Tavernini in Piemonte i campi di prigionia e di lavoro per prigionieri di guerra erano ben 35, dei quali cinque nella Granda: oltre a Vinadio c’erano quelli di Cuneo, Fossano, Lagnasco e del Colle di Tenda. Le vicende di quegli anni sono ripercorse in maniera molto dettagliata nel libro “Cuneo e la Grande Guerra”, dello storico cuneese Gerardo Unia, pubblicato da Nerosubianco Edizione nel 2014. In particolare, Unia ricostruisce - attraverso le cronache dell’epoca - i ripetuti tentativi di fuga, con esiti alterni, da parte dei prigionieri. Uno dei primi avvenne all’inizio di agosto del 1915 al forte del Colle di Tenda, ma a causa delle restrizioni imposte dalla censura la stampa locale aveva potuto darne notizia solamente a fine mese: un tenente di vascello boemo e un guardiamarina istriano erano riusciti ad uscire dalla sala da pranzo del forte senza essere visti, nascondendosi nei servizi per poi fuggire attraverso una finestra. Il tentativo andò però a vuoto: i due furono arrestati dai Carabinieri di Limone alla stazione ferroviaria di Robilante, con addosso i biglietti già perforati per il controllo. La storia avrebbe poi avuto risvolti da romanzo giallo, con una donna che pochi giorni dopo sarebbe poi stata arrestata a Limone, accusata di essere complice della fuga dei due ufficiali: tra conferme e smentite, la vicenda tenne banco per diversi giorni sui giornali locali, su tutti “La Sentinella delle Alpi” e il “Corriere Subalpino”. Uno dei due ufficiali austriaci, restìo ad arrendersi, avrebbe poi nuovamente tentato la fuga, venendo fermato a Isola dai gendarmi francesi.

Le notizie sulla vita dei prigionieri nei campi cuneesi, in ogni caso, non erano infrequenti sulle pagine delle cronache locali. Nel 1916 i giornali presero anche a pubblicare le lettere inviate dai prigionieri austriaci alle loro famiglie, selezionandole accuratamente in modo da esaltare il trattamento riservato loro dai carcerieri italiani: non sempre questo corrispondeva alla realtà, ma era semplicemente un tentativo dei prigionieri di rassicurare le famiglie sulle loro condizioni di prigionia. Una testimonianza della vita in prigionia a Vinadio, riportata da Alessandro Tortato in “La prigionia di guerra in Italia”, pubblicato nel 2011 da Ugo Mursia Editore, è proprio quella di Wenzel Wosecek, il tenente di vascello boemo citato poche righe fa: “Dopo pochi giorni potei rendermi conto che la vita di un prigioniero a Vinadio era cosa abbastanza misera. - scrisse nelle sue memorie l’irrequieto prigioniero - Tutte le piccole comodità che ci avevano reso un po’ migliore la vita al Colle di Tenda, qui non esistevano. La cosa più dolorosa era di non avere la possibilità di muoversi. Ci si doveva accontentare ognuno di due ore di passeggiata prima e dopo mezzogiorno in cortili piccoli, polverosi e sporchi, per muovere un po’ le gambe. Le altre ore del giorno le trascorrevamo nella nostra stanza attendendo senza appetito di recarci in spoglie sale da pranzo. La stanza era in una casamatta diroccata. Una fessura sul muro costituiva la finestra, per terra un tavolaccio di travi mal segate, due letti, due cassettiere, due sgabelli, un armadio e due catini. Questi oggetti arredavano una grossa stanza in modo veramente poco accogliente”. La propaganda, in questo senso, era molto insistente: i racconti sugli “agi” (veri o presunti) concessi agli austriaci nei campi di detenzione italiani si contrapponevano a quelli sugli stenti e le sofferenze patiti dai prigionieri italiani nei campi austro ungarici (questi sì, pienamente corrispondenti al vero) utilizzati anche per scoraggiare possibili rese dei nostri soldati in battaglia.

Nel mese di aprile del 1916 “Lo Stendardo” diede risalto alla visita del Vescovo di Cuneo, monsignor Moriondo, al forte di Vinadio, dov’erano detenuti in quel momento circa 300 austriaci: “I prigionieri godono tutti di ottima salute, e si sono apertamente dichiarati soddisfatti dei trattamenti che ricevono”, concludeva l’articolo. Un nuovo rocambolesco tentativo di fuga dal forte della valle Stura si verificò poi a luglio dello stesso anno: il giorno 6 cinque prigionieri riuscirono a scappare, imboccando il vallone di Neraissa e arrivando a nascondersi alla testata della Val d’Arma passando per il Colle del Mulo. Lì furono però visti da alcune persone, che ne segnalarono la presenza: in tre furono immediatamente catturati da Alpini e Carabinieri. Gli altri due furono invece arrestati alcuni giorni più tardi: erano riusciti ad arrivare fino a Prali, in val Germanasca, dove però erano stati notati per il loro aspetto trasandato, segnato dalle faticose peregrinazioni successive alla fuga da Vinadio. All’inizio di agosto del 1917 un altro tentativo di fuga riportato dai giornali locali: in cinque riuscirono a fuoriuscire dalla fortificazione tramite una feritoia, per poi essere ripresi quasi immediatamente dalle guardie. Quattro di loro si arresero senza opporre resistenza, il quinto si gettò nel fiume nel tentativo di sfuggire alla cattura. Sopraffatto dalla piena del fiume, sarebbe poi stato ritrovato senza vita all’altezza di Aisone. Episodi di questo genere, insomma, erano all’ordine del giorno e venivano puntualmente riportati - talvolta con i tempi e le modalità imposti dalla censura - dalle testate locali. Quella relativa al trattamento dei prigionieri fu una delle questioni principali durante la Grande Guerra: in teoria i loro diritti dovevano essere garantiti dalla Seconda Convenzione dell'Aja, un accordo entrato in vigore poco prima del 1914 e firmato da 44 Stati. Nella pratica però le cose andarono diversamente. Nel documento, ad esempio, venne stabilito come i prigionieri dovessero ricevere la stessa razione di cibo di quella destinata ai soldati dell'esercito che li aveva catturati. Le contingenze del momento portarono poi alla sistematica violazione di questo diritto: col passare del tempo i prigionieri aumentavano e, parallelamente, le risorse diminuivano. Coloro che furono catturati ebbero quindi un trattamento decisamente peggiore rispetto a quanto era stato deciso pochi anni prima. Secondo la relazione italiana gli austriaci morti durante la detenzione in Italia nel corso della Prima Guerra Mondiale furono 40.917.

Anche al termine del conflitto la stampa cuneese non perse però occasione per ribadire la grande “ospitalità” concessa ai prigionieri austriaci, anche a quelli rimasti in provincia dopo essere stati liberati. L’11 gennaio 1919, per esempio, “La Sentinella delle Alpi” riportò di un prigioniero che balbettava alcune parole in italiano e aveva riferito: “Quando tornare a Vienna dire molto bene di Cuneo”. Quello come campo di prigionia, ad ogni modo, non fu l’unico utilizzo del Forte Albertino di Vinadio.

Dalla fine dell’Ottocento al 1943 il Forte ospitò infatti una colombaia militare, una delle tante disseminate sul territorio italiano. Oggi gli ambienti che ospitarono questa struttura sono però difficilmente riconoscibili a seguito della destinazione degli stessi ad altro uso. La storia militare del Forte si concluse il 25 aprile del 1945, quando le truppe tedesche in ritirata minarono la struttura in vari punti. L’impegno della popolazione e cause fortuite riuscirono fortunatamente ad impedirne la totale devastazione, fatta eccezione per la polveriera centrale che venne ridotta a un cumulo di macerie.

Negli anni successivi le macerie vennero utilizzate per arginare in vari punti il fiume Stura. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Forte Albertino di Vinadio venne dismesso.

 

Castello Svevo di Trani: la storia e le curiosità
Da viaggiamo.it del 2 ottobre 2021

Lo storico edificio voluto da Federico II a Trani è ricco di storia e curiosità: ecco tutto sul Castello Svevo di Trani.

Il Castello Svevo di Trani fu iniziato nel 1233, per ordine del re Federico II di Svevia, e completato nel 1249, anno nel quale furono terminate le imponenti opere di fortificazione. La fortezza venne edificata su un banco roccioso, situato al centro della rada di Trani.
La location era profondamente strategica: tra il X e l’XI secolo vi era già stata innalzata una torre, con funzioni difensive, poi inglobata nel Castello Svevo. Siamo in una zona di basso fondale e le fortificazioni dovevano servire a preservare i territori retrostanti in caso di invasioni dal mare.
Federico II ne fece uso come prigione e vi giustiziò avversari politici, come ad esempio Pietro, figlio del doge veneziano Jacopo Tiepolo, che fu impiccato a una torre del castello dopo la disfatta di Cortenova, nel 1237.
Manfredi, figlio di Federico, vi soggiornò spesso e lì si sposò in seconde nozze. Passato di mano varie volte dopo il periodo svevo, divenne proprietà di Carlo V sotto il dominio spagnolo; in seguito carcere centrale provinciale nel 1832. Per un centinaio di anni scarsi, la fortezza fu regio tribunale per la provincia della Terra di Bari, tra il 1586 e il 1677.

Nel 1936 è stato dichiarato Monumento Nazionale.

L’evoluzione nell’architettura del Castello Svevo

Originariamente di forma quadrangolare, presentava agli angoli delle torri quadrate e un cortile centrale. Un muro di cinta ricopriva i tre lati verso terra, per intero. Tra castello e terraferma era situato un fossato, forse di origine naturale.
Quando nel 1533 passò agli spagnola, Carlo V lo modificò profondamente poiché, nel frattempo, la tecnologia si era evoluta ed era necessario proteggersi dalle cannonate. La struttura sveva non aveva certo tenuto conto della polvere da sparo. Furono realizzati due bastioni, per fortificare due delle torri angolari, e fu rafforzato il lato meridionale verso la terraferma.

Il suo stato attuale si deve alle ristrutturazioni che subì nell’800, prima di divenire un carcere.

Castello Svevo: cosa lo rende speciale

Adagiato per tre quarti sull’acqua, il Castello Svevo è una meraviglia nel favoloso scrigno della città di Trani. Il modello ispiratore è quello dei castelli crociati in Terra Santa e lo scopo della fortezza era quello di proteggere il Regno di Sicilia.

C’è una curiosità presso il Castello Svevo di Trani: il mistero del fantasma di Armida – forse la contessa di Caserta, Sifridina, prigioniera nella fortezza per undici anni e probabilmente deceduta al suo interno – adultera che tradì con un cavaliere suo marito e quest’ultimo, accecato dalla gelosia, la pugnalò lasciandola morire in una delle segrete del Castello. Dal giorno della morte in avanti, lo spettro della donna, caratterizzato da lunghi capelli corvini e penetranti occhi azzurri, si aggirerebbe per il castello ricercando il suo amante. La leggenda attrasse nel 2013 un gruppo di Ghost Hunter, i quali soggiornarono alcune notti presso il Castello Svevo. Le loro ricerche rimasero però infruttuose.

 

Il bunker ha fatto boom. Aperto un mese in più
Da ilgiornaledivicenza.it del 1 ottobre 2021

Il bunker di Kesselring fa il boom di visite, nonostante le polemiche (o grazie a quelle). A oggi sono 1.700 e, per questo motivo, la Regione ha deciso inaspettatamente di posticipare la chiusura del compendio termale di un mese. I cancelli si sarebbero dovuti chiudere ieri, alla fine di settembre, invece rimarranno aperti per altri 30 giorni. La struttura, adibita a sede museale, sarà aperto come di consueto il sabato e la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 14.30 alle 16.30. Il vicepresidente Tiziano Bonato conferma «ampia soddisfazione a dimostrazione che quando siamo messi nelle condizioni di fare qualcosa sappiamo farlo bene. Lo dicono i numeri - ribadisce - che ci premiano». Anche la polemica sorta per le divise naziste - indossate dalle guide che accompagnano i visitatori e i turisti all'interno della struttura - tra il presidente della Regione Luca Zaia e l'Anpi regionale, pare abbia tirato la volata a questa iniziativa ideata, nelle intenzioni degli organizzatori, come volano turistico.

Ora il 3 novembre il compendio termale dovrebbe tornare nelle mani della Regione che deciderà, a quel punto, se e come poter affidare la gestione. Il vicepresidente Bonato si augura che «entro quella data ci possa essere la possibilità di incontrarsi con i vertici regionali per capire cosa si intenda fare per il futuro. Ci aspettiamo - afferma - che la politica batta un colpo per il bene del paese». Per la società Terme di Recoaro Spa «un eventuale nuovo bando sarebbe deleterio con tempi che si prolungherebbero perché una volta individuato il gestore si dovrebbe procede con i lavori che non è detto che verrebbero conclusi per la prossima stagione estiva».
La soluzione migliore sarebbe quella di trovare un accordo con la Regione almeno per poter procedere fin da subito a interventi per poter sistemare il reparto inalatorio, quello idropinico, la balneoterapia e la fangoterapia. Per tutti questi lavori è stato stimata una cifra pari a 130 mila euro. Poi bisognerà intervenire sulla linea gas, sulle caldaie e sui piani interrati dove la società vuole creare il centro benessere, e per questo dice di essere pronta a investire un milione di euro. Nelle intenzioni, c'è anche la volontà di convocare un'assemblea dei soci.