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Linea Cadorna, la Maginot italiana
Da iltorinese.it del 31 marzo 2021

Il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale

“Linea Cadorna ” è il nome con cui è conosciuto il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale. Un’opera fortemente voluta dal generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito (originario di Pallanza, sul lago Maggiore), con lo scopo di contrastare una eventuale invasione austro-tedesca proveniente dalla Svizzera.

Lo scoppio della guerra – il 23 luglio del 1914 – e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio. Così, una volta che l’Italia entrò in guerra contro l’Austria – il 24 maggio 1915 – , il generale Cadorna, per non incorrere in amare sorprese, ordinò di avviare i lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore, e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo, intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare i punti nevralgici. Un’impresa mastodontica.

Basta scorrere, in sintesi, la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche. La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.

Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio) uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e prevedeva dalle 6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra. Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra, le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e , negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” – rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni belliche, se si escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9novembre 1989.

Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una vera e propria “Maginot italiana”, un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano – alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.
Marco Travaglini

 

Passirano e il castello che vi si cela in un non detto
Da popolis.it del 31 marzo 2021

Passirano (Brescia) – Sarà anche bene conservato ma, al medesimo tempo, sembra che tutto quanto lo riguardi concorra a tenerlo bene distanziato dall’eventuale e curiosa prossimità di un contatto ravvicinato.Con tanto di muraglia, intorno al proprio esteso spazio circostante, il castello di Passirano non lo si può che cogliere meglio in una media lontananza. Una distanza, a colpo d’occhio, del tipo di quella che piace, probabilmente, anche alla sua proprietà privata ed alla consuetudine generale, vigente sul posto, che pare non faccia nulla perchè, ordinariamente, tale vetusta struttura possa essere vissuta nei suoi pressi più immediati, con una qualche pur minima comodità, magari funzionale ad offrire un ulteriore risalto a questa attrattiva locale, oltremodo datata. L’unico breve tratto, direttamente su strada, dove questa costruzione può essere sfiorata, è da percorrere in fretta, tanto a piedi che alla guida di un qualsiasi mezzo, stante il doppio senso di marcia di una strada tangente che pregiudica, per altro, in una curva con tanto di dislivello, l’intera carreggiata, proporzionandola nel modo in cui non c’è spazio, in sicurezza, per una sosta improvvisata.

Occorre infilarsi in strade strette, spesso a mura rasenti, dedalo di pregresse percorrenze, con tanto di rotaie ferroviarie nelle adiacenze, fra curve, buche e salti, in un transito, senza scampo, spesso, aderente alle densità di prospicienze disomogenee, innanzi alle quali, naturalmente, la circolazione è, come altrove, caratterizzata da quella frenesia sostenuta in un’incalzante manifestazione che non ammette deroghe a chi cerca, in questo scampolo di sbandierata Franciacorta tanto decantata, di poter solo capire il dove ed il come questo castello possa, forse, esprimere la compiacenza di meglio approssimarsi al desiderio legittimo e culturalmente inteso per una sua più facile ricognizione.
In un modo o nell’altro, arrangiandosi, e sperando bene, ci si infila nei paraggi, comprendendo, però, che, forse, fra i vitigni ed i pianori delineati fra i loro filari, qualche discutibile libertà se la si sia incautamente presa, essendo che la cura enologica, in una dominante vocazione agricola, non sembra abbia qui previsto, come, pure spesso, anche altrove, passaggi tracciati a tollerante sfogo di visitatori intemerati e, forse, sfaccendati. Qui, vige il lavoro ed impera una austera capitalizzazione, fino ai minimi termini, lasciando al caso residuo quanto meno possibile gli si possa, magari anche distrattamente, riservare, mentre, per il resto, è la proprietà privata a poter fare rivendicare ogni possibile espulsione di quegli intrusi nei confronti dei quali farla rispettare.
In queste condizioni, tale maniero lo si può vedere da lontano, più che da vicino, in una congrua misura da buon vicinato, tranne che nelle rare giornate nelle quali, invece, per un sorprendente richiamo ad una forma di bene comune, pervaso dall’idea passeggera che possa essere oggetto di una sensibilità collettiva, il castello apre addirittura le sue porte ai visitatori, reo confesso di quel debito storico che gli deriva dagli antichi annali di questa località franciacortina dove pare che in epoca medioevale i castelli, in questo territorio, fossero due.
Questo di ponente, a differenza dell’altro, presuntivamente “a mattina”, è sopravvissuto al tempo, portandosi appresso anche la leggenda di quello stile architettonico pregresso, rispetto al tempo del proprio effettivo materializzarsi sul posto, nella fattispecie da “castrum” romano, ovvero di quelle funzionali fortificazioni rettangolari, utilizzate dalle Legioni di Roma per il presidio dei territori occupati, in modo da reggere l’urto del trovarsi a difesa delle proprie posizioni, anche a contenimento dei nemici più inaspettati. Da tale vocazione difensiva sembra che questo castello, nei secoli, non si sia in alcun modo dissociato, se non per gli inevitabili adattamenti derivati, anche e non solo, dell’ospitare chi aveva scelto di andarvi ad abitare, fra le altre sue proprietà, installandovi, in un dato caso, un osservatorio astronomico, vezzo intellettuale di un aristocratico illuminato del Settecento, nella figura di Bartolomeo Fenaroli (1723 – 1788) con lo sguardo rivolto fra i pianeti e le stelle, poi, per così dire, assimilatosi al medesimo spazio cosmico da lui osservato, come pare sia percepibile tale epilogo nel riflesso della vaga memoria rivoltagli da una posterità che, per questo castello, ha scelto il più prosaico indirizzo a sede di azienda agricola, senza che, a tutta evidenza, ne compaia, però, il titolo di una qualche traccia produttiva, pittoresca o comunque evocativa, del maniero stesso, rilevabile, ad esempio, nel circuito enogastronomico locale o in una rivendicazione, invece, lanciata, insieme a quanto, appunto, qui viene prodotto, anche per un mercato lontano, dove il castello è tale quale nella sua immagine esportabile, senza che si sappia che non ci sono, qui, fino a prova contraria, né fantasmi, né imprese epiche o leggendarie sulle quali, in pia memoria, poter indugiare.

Eppure, in una società come quella odierna, cioè nelle tendenze che più la adornano, il “qui ed ora” di questo castello, spoglio, essenziale, senza tanti ricami né sfronzoli, sarebbe di moda. C’è e basta. La sola sua immagine paga per le tante parole che qualcuno, forse, vorrebbe scrivere, ma che poco si infilano in uno scritto, se non, a patto del convertirsi in un noioso discettare tecnico e statistico. Lo abbia, così com’è, la gente, questo castello. Lo viva nelle sue fredde pietre ed, in certo senso, cupe e spente, nel senso che, questo insediamento, per un subentrato intervento, merlato alla ghibellina, pare parente stretto del tanto riconsiderato castello di Brescia, ovvero assimilabile al suo colore dominante, molto simile, nel materiale di costruzione, a quello di Passirano, esprimendo totalità biancastre, in parte, corrispondenti a quello troneggiante, in modo severo ed arcigno, checchè se ne dica, sulla città di Brescia.

Sia nell’uno che nell’altro caso, siamo innanzi ad un confronto differente rispetto ai castelli dove, invece, prevale il caldo colore dei mattoni, dell’argilla modellata nel cotto, della terra lavorata, a differenza della pietra sommariamente sgrezzata e forse nemmeno troppo adattata, presa dal posto e nobilitata a divenire materia portante per un solido discorso architettonico monocorde, riscontrabile nella sua tonalità caratterizzante che deriva da una originale scelta di campo, propria di una contestuale fonte di rifornimento materiale, diffusamente comprovata e rivelata.

Espressione stretta del suo territorio, anche a motivo delle pietre del posto che seguitano a dargli volto, il castello di Passirano pare perdersi nell’atipica distrazione di una “Franciacorta” bastevole a sé stessa che appare sazia delle glorie acquisite nel mercato del buon vino, ma che, per il resto, sembra restare a sonnecchiare in una sorta di quella latifondista fissità “meridionale” che ne “Il Gattopardo” di Guseppe Tomasi di Lampedusa ispirava il noto adagio che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Il rimanere com’è, fra altri aspetti, nella tradizione di una Franciacorta imbellettata da indiscusse eccellenze, nelle sue cantine, nei suoi castelli più o meno vissuti ed accreditati, nelle prestigiose referenze vitivinicole che, a Brescia, possono, però, in generale, apparire come il mare del Belpaese, di cui la geografia ne traccia una egemonica misura, ma che raramente, a cifra davvero nazionale, si sente nominare, in un riscontro veramente famigliare, secondo quello stretto connubio insulare e peninsulare, presente nella realtà, come, invece, dovrebbe, pur essere, in una praticata eco consequenziale, se davvero trattasi di quello “Stivale” che, nel suo mediterraneo profilo marittimo, emerge in una dominante caratterizzazione dove sembra vacante la voce della vita in confidenza con il mare.

Luca Quaresemini

 

'La Linea Gotica: iniziati i lavori per un trekking di 175 chilometri
Da trekking.it del 30 marzo 2021

Il trekking della Linea Gotica è un percorso di 175 chilometri che attraversa l'Appennino bolognese, ripercorrendo le vette e i sentieri su cui truppe alleate e nazi-fascisti si sono scontrati nel corso della seconda guerra mondiale. Un progetto per valorizzare il territorio e conservare la memoria delle battaglie che hanno segnato questi territori.

Sull’Appennino bolognese i volontari del C.A.I., insieme all’Unione Appennino Bolognese, un gruppo di 24 comuni dell’area metropolitana di Bologna, stanno realizzando un trekking di ben 175 chilometri che ripercorre il fronte della Linea Gotica che attraversava proprio queste montagne.
Una linea fortificata costruita nella seconda guerra mondiale dai tedeschi durante la ritirata verso nord, quando decisero di utilizzare queste vette appenniniche come naturale barriera per bloccare l’avanzata degli alleati.  Dieci tappe che congiungono il Lago Scaffaiolo, nel parco regionale del Corno delle Scale, con Borgo Tossignano, piccolo paese nell’imolese. Un lungo trekking che, attraverso le aree Naturali del Corno delle Scale, della Vena del Gesso e delle vette dell’Appennino, consentirà di immergersi nella storia che ha segnato queste vallate.
Un progetto finanziato dal G.A.L. Appennino Bolognese, che vede la luce dopo più di vent’anni dalla sua ideazione. La fase operativa prevede la realizzazione di segnaletica dedicata, di collegamenti tra gli itinerari esistenti e di bretelle di raccordo con i comuni che si trovano a valle. Infatti sono già molti i percorsi che seguono le trincee e le linee di fortificazione nell’Appennino, da molti anni infatti i sentieri della pace richiamano turisti e viaggiatori da tutta Italia, ma ancora mancava il progetto di un grande trekking che unisse tutti i territori attraversati dalla Linea Gotica. La Linea Gotica: in cammino sul fronte della battaglia Quando gli Alleati prendono Roma nel 1943 e iniziano la loro marcia di liberazione dell’Italia, le truppe naziste arretrano verso nord, perdendo sempre più terreno. Gli ordini sono però di resistere all’avanzata, ma è impossibile farlo in campo aperto.
L’unica possibilità è sfruttare quella barriera di montagne che parte dalle Alpi Apuane, in Toscana, prosegue con l’Appennino Tosco-Emiliano e si conclude in prossimità dell’Adriatico, nell’Appennino Bolognese.

Su queste vette vengono scavate trincee, costruite fortificazioni, bunker e installate postazioni di artiglieria. Una lunga linea che taglia in due l’Italia e diventa il cuore della battaglia tra Alleati e nazi-fascisti, una frattura che dal Tirreno arriva fino all’Adriatico, in cui si concentrano gli scontri per lunghi mesi.
In questo periodo i soldati di entrambi gli schieramenti creano centinaia di sentieri per raggiungere le fortificazioni e le linee di combattimento, sentieri di battaglia che oggi sono testimonianze di un passato da non ripetere. I mesi di logoranti battaglie rendono le truppe in ritirata ancora più violente, decine sono stati gli episodi di sangue che hanno segnato queste vallate, culminati in veri e propri eccidi che ancora oggi risuonano nella memoria delle popolazioni: Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto e molti altri episodi di atroce violenza.

Un trekking della memoria

L’importanza di non dimenticare quel passato ha motivato le comunità locali a valorizzare tutti quegli itinerari che seguono le orme dei soldati che li hanno calpestati ottant’anni fa.
Un ruolo essenziale nell’ideazione e realizzazione del progetto lo ha Vito Paticchia, socio C.A.I. e promotore dell’iniziativa, che al Resto del Carlino ha dichiarato “gran parte del percorso segue gli itinerari che già sono stati valorizzati negli anni passati, il lavoro adesso sta nel collegamento di questi tracciati e nella installazione di una segnaletica dedicata.”
Sulle tempistiche per la fine dei lavori ha poi aggiunto “Considerati i ritardi per il Covid, penso che riusciremo a inaugurarlo ufficialmente il prossimo anno con un cammino collettivo di dieci giorni”. Il trekking della Linea Gotica diventerà un importante presidio di memoria storica, un sentiero che attraversa delle aree naturalistiche di grande valore paesaggistico, ma che permetterà di riscoprire i segni di una guerra che tanto ha ferito queste località e l’Italia intera.

 

La memoria dell’acqua e delle fortificazioni nella Mantova anfibia
Da gazzettadimantova.it del 29 marzo 2021

Di Giovanni Rodella

Persi torrioni, porte e mura, resistono le tracce dell’identità insulare. L’area del Te? Nel Medioevo era la grande discarica cittadina

MANTOVA. Mantova ha ormai perso da tempo gran parte di quel poderoso sistema di architetture difensive costituitesi attraverso i secoli e che ebbe definitiva conclusione solo nei primi decenni dell’Ottocento. Dopo l’annessione della città al Regno d’Italia (1866), di lì a pochi anni iniziò un processo inverso, durato alcuni decenni, che portò alla dismissione e al conseguente quasi totale abbattimento di quel grandioso complesso, che si estendeva a  largo raggio anche al di là dei laghi, fatto di mura, spalti, terrapieni, camminamenti, bastioni, porte, torrioni, rivellini, piazzeforti, polveriere, e quant’altro attenesse all’ingegneria delle fortificazioni.

Per suo fortunato destino, Mantova è riuscita però a mantenere, in buona parte, la sua identità storica originaria, di città insulare e nello stesso tempo di città fortificata dagli stessi suoi elementi “naturali” rappresentati dai laghi. La grande barriera d’acqua dei laghi Superiore, di Mezzo e Inferiore era stata regolamentata a partire dalla fine del XII secolo su progetto dell’ingegnere Alberto Pitentino ed era allora completata dall’ampio invaso del lago Paiolo delimitante l’area urbana sud-occidentale.

Nel corso del tempo, tale ampio bacino fu oggetto di interventi di progressiva bonifica che videro la formazione di un canale collettore principale. In epoca napoleonica furono comunque realizzate, a scopo militare, altre importanti opere di regolamentazione idraulica, per permettere soprattutto, in caso di necessità difensiva, l’inondazione dell’intero territorio del Paiolo, ad esclusione della vasta area adiacente, più elevata, corrispondente all’originaria cosiddetta “isola del Te”.

Questa venne “trincerata”, a partire dal 1808, da un lungo recinto, spezzato in linee murate di contenimento, con piattaforme di camminamenti, a loro volta congiunte dalle sporgenze angolari di fronti bastionati, che la resero una sorta di amplissima piazzaforte ad avamposto difensivo del lato meridionale della città.
La grande isola del Te fu sempre ritenuta di grande importanza a partire dal Medioevo, in quanto costituiva il principale luogo deputato alla discarica cittadina, dove depositare l’immondizia, specie quella proveniente dalla piazza del mercato, che servì per fertilizzare e innalzare il terreno paludoso. Ma il toponimo Te, attestato fin dai tempi medievali nella forma latinizzata di teiteum, pare derivare dal termine tilietum, ossia luogo caratterizzato dalla presenza di tigli. A questa originaria vocazione arborea, sembra ricondursi, in epoca gonzaghesca, la destinazione successiva dell’area, che a ridosso della grande villa del Te, si trasformò in un ampio luogo destinato agli svaghi privilegiati della corte, con giardini, lunghi viali alberati e spazi liberi, da utilizzare per le attività venatorie e le gare equestri. Buona parte dell’isola del Te, tra i secoli XVI e XVIII, fu anche oggetto di varie attività agricole, comprendenti la pratica di diverse colture orticole e arboree, tra cui gelsi, pioppi e salici.

Il prosciugamento progressivo dell’adiacente valle del Paiolo, motivato anche da ragioni di sanità pubblica, comportò un utilizzo che vide sovente, pure in quest’area, la piantagione di numerose piante, come avvenne nel 1810, quando l’amministrazione napoleonica dispose per la messa a dimora di centoseimila alberi, il cui legname avrebbe potuto servire alla piazzaforte dell’attiguo campo trincerato, in caso di necessità belliche.
Questo, in estrema sintesi, il quadro dell’evoluzione storica dei due territori del Paiolo e dell’isola del Te, che furono sempre vincolati da un rapporto di stretta interdipendenza. Solo nel secondo dopoguerra le due grandi aree suburbane furono interessate, anche se solo parzialmente, dai primi interventi di grande espansione edilizia della città, coincidenti con la costruzione dei quartieri di valletta Paiolo e Te Brunetti.
La vocazione di assoluto privilegio che la storia ha voluto da sempre assegnare a questi territori, per ragioni che vanno dalla difesa della città all’amenità di una natura che si volle creare e conservare per molto tempo, si riflette chiaramente anche nella ricchissima documentazione cartografica sulla città. A riguardo ci è parso significativo scegliere alcune delle testimonianze più note (per ragioni di spazio ne vengono proposte due, ndr), come nel caso della splendida pianta prospettica stampata a Colonia nel 1575, che fornisce un’immagine sufficientemente realistica della conformazione urbana e dei laghi, compreso quello del Paiolo (a sinistra), che cinge la grande isola del Te.

Anche nella pianta francese del 1704 di Pierre Mortier, derivata dalla ben più celebre pianta di Gabriele Bertazzolo del 1628, emergono all’attenzione (in alto a sinistra) gran parte del lago del Paiolo e l’isola del Te, con alcuni dei tanto celebrati giardini dei Gonzaga che facevano da sfondo alla villa extra-urbana posta su di un’area anch’essa tutta cinta da canali.—

 

'Palmanova vuole la lettera in cui Napoleone ordina di ingrandire la fortezza, domani l'asta
Da telefriuli.it del 29 marzo 2021

La missiva, indirizzata al viceré d'Italia, è datata 18 maggio 1808. All'interno, l'imperatore non solo ordina di erigere le lunette napoleoniche della terza linea difensiva, ma spiega anche in che modo costruirle

Il periodo napoleonico a Palmanova è un ricordo ancora forte. Le polveriere presenti in città e la terza cinta fortificata, iniziata a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, ne sono una prova tangibile. Proprio per ravvivare quel legame così forte e così lontano, domani il Comune della città stellata proverà a comperare una lettera di Napoleone Bonaparte che sarà battuta all'asta online organizzata da Finarte, nota casa di cimeli e opere d'arte.
La missiva, indirizzata al viceré d'Italia, il Principe Eugène de Beauharnais, è datata 18 maggio 1808. Al suo interno l'imperatore spiega e ordina come costruire le lunette napoleoniche, funzionali per l'erezione della terza cinta fortificata, e a chi assegnare i lavori, ovvero a François Chasselooup-Laubat, comandante in capo del Genio della Grande Armée. "Io do importanza a questi lavori - scrive Bonaparte -. Metteranno questa opera perfettamente al riparo da colpi di mano".

Questa mattina, appena avuta notizia dell'imminente vendita, la giunta di Palmanova si è subito messa all'opera per emanare una delibera urgente finalizzata all'acquisto della preziosa testimonianza autografa. Il prezzo del reperto è tutt'altro che impossibile. E' valutato tra i 2.500-3mila euro. "Domani parteciperemo all’asta - ha spiegato a Telefriuli il sindaco Francesco Martines -. La nostra speranza è di portare a casa il documento". Se tutto dovesse andare bene, la lettera potrebbe essere esposta, 213 anni dopo, all'interno del museo civico della città fortezza".

La descrizione del lotto

"Importante documento avente ad oggetto i lavori delle fortificazioni di “Palma Nova", in particolare delle famose "lunette" napoleoniche che a partire dal 1805 vennero erette all'esterno delle antiche fortificazioni venete per consolidare maggiormente la celebre città-fortezza.

Il documento dimostra l'importanza che l'Imperatore annelleva a questa struttura, gemma dell'architettura militare di tutti i tempi, quale punto chiave del sistema difensivo del suo impero, ma anche la cura quasi maniacale di ogni dettaglio che Napoleone dimostrava per i più remoti lembi del suo dominio e la perfetta conoscenza dei termini e dettagli tecnici delle varie discipline. Napoleone detta personalmente al figlio adottivo Eugenio una serie di disposizioni molto particolareggiate per la finitura delle strutture difensive di Palmanova.

"Figlio mio, riflettendo sui lavori da compiere quest'anno a Palma Nova, sono giunto alla seguente idea"... dispone infatti nella lettera che: "si terminerà di rivestire le controscarpe delle lunette, come si era deciso, ma non si faranno le scarpe se non di due lunette", e "i 250.000 franchi stanziati per la scarpa della terza lunetta vengano invece utilizzati per costruire quattordici ridotti in muratura", oppure quattordici passaggi che fiancheggino i camminamenti coperti delle lunette, in modo che "entro al fine dell'anno la struttura abbia conseguito un ulteriore grado di forza". Ordina inoltre al Vicerè di scrivere a tale proposito al Generale Chasseloup [Gen. François Chasselooup-Laubat, Comandante in capo del Genio della Grande Armée dal 1806 e direttore generale dei lavori delle piazzeforti in Italia dal 1808] "fategli sapere che io do importanza a questi lavori che metteranno questa opera perfettamente al riparo da colpi di mano". Un grande documento storico, della massima importanza per capire come si costruiva anche sui minimi particolari la strategia militare napoleonica".

 

1861: stretti intorno alla Cittadella senza sparare un colpo
Da alessandraoggi.info del 29 marzo 2021

Le fortificazioni di Alessandria. La storia dei forti Bormida, Acqui, Ferrovia giunge da lontano. Probabilmente da quando gli Austriaci scacciano i Francesi dalla Cittadella nel 1799. Ma vengono costruiti dopo la I Guerra d’Indipendenza e, incredibilmente, mai utilizzati. Un destino che ancora oggi sembrano subire. La storia dei 100 cannoni donati alla città da tutt’Italia

di Piercarlo Fabbio – Siamo nel 1861, anno dell’Unità italiana, dichiarata a Torino il 17 marzo. Alessandria è una città uscita paradossalmente rafforzata dal tracollo dei piemontesi nella I Guerra d’Indipendenza del 1848. Per quale ragione? Perché le inefficienze militari che avevano portato alle sconfitte di Custoza e Novara avrebbero potuto travolgere le piazzeforti come Alessandria. La città invece resisteva al momento bellico, ma, firmato l’armistizio di Vignale da Vittorio Emanuele II, sarebbe però stata occupata da 20 mila austriaci in armi fino alla pace di Milano del 1849. Tra l’altro Alessandria era stata fatta segno di un grande errore interpretativo da parte del generale del Regno di Sardegna Gerolamo Ramorino. L’ufficiale pensava che gli austriaci, anziché passare il Ticino ed entrare nel Regno all’altezza di Pavia, mirassero a conquistare Alessandria e la sua fortezza. Cosa che regolarmente non fecero, mentre la testa di ponte, costituita in Lomellina attraversando il Ticino, permise di aprire la strada a tutto l’esercito austriaco. Ovviamente Ramorino, colpevole di quest’interpretazione fu prontamente passato per le armi. Come d’abitudine dopo una sonora sconfitta militare.

In realtà si stava ormai comprendendo che le grandi fortezze, pensate e costruite circa 120 anni prima di questi fatti, al fine di difendere il potenziale ingresso di uno Stato, si erano rivelate aggirabili e quindi non garantivano la sicurezza che promettevano di fornire ai territori da difendere. La mobilità delle truppe sullo scacchiere bellico avrebbe facilmente superato tali baluardi. La Cittadella, intesa come impianto difensivo, era peraltro già stata profanata da un violento cannoneggiamento nel 1799, quando i francesi erano stati spazzati via dagli austriaci. Si sarebbero rifatti il 14 giugno 1800 con Napoleone a Marengo, ma la fortezza sarebbe servita solo da ricovero dei vincitori alla fine della giornata di battaglia e da sede per la firma dell’armistizio. Certo che il trofeo era ambito, ma non del tutto utile alle nuove impostazioni della guerra e, soprattutto, del massiccio uso dell’artiglieria di nuova costruzione.

Sentite cosa racconta il notaio Andrea Bestoso da Pontestura:

“9 luglio 1799: in tutti i giorni e le notti si sente il cannone di Alessandria. Li francesi della Cittadella provano con il cannone ad impedire le operazioni intorno alla cittadella. […] 1799 18 luglio: gli è incredibile il modo con cui si sente il cannonamento e bombardamento della cittadella di Alessandria: principiò questa mattina e durò fino alle dieci e mezzo… sembra il tuono quando vi è un gran temporale: reca spavento fino da queste parti e si sente tremolare la terra sotto i piedi. […] 23 luglio 1799: nel giorno 21 alle ore 22 si è resa la cittadella di Alessandria dopo sei ore di cannonamento e bombardamento […].”

Per cui, sloggiati gli austriaci con la battaglia di Marengo, i francesi già nei primi anni del 1800, si posero il problema di come fortificare meglio non solo la Cittadella, ma l’intero campo militare urbano. I cannoni avevano migliorato in precisione e in gittata e la grande fortezza appariva incredibilmente inerme o almeno poco difendibile. Fu incaricato il generale di divisione Francois-Charles-Louis de Chasseloup- Laubat, che, oltre a potenziare la Cittadella (sono suoi i bastioni casamattati, in luogo di quelli originali del Bertola, che erano invece terrapienati), incominciò a progettare quello che poi andrà sotto il nome di campo trincerato, costituito da forti distaccati e dalle opere a mezzacorona di Valenza e di Solero, atte a consentire l’allagamento del fossato della Cittadella in caso di necessità.

Tramontata la stella di Napoleone ed Alessandria passata sotto il giogo della Restaurazione, furono i Savoia a riprendere il progetto di Chasseloup-Laubat, ma come detto, gli errori della disastrosa I Guerra d’Indipendenza del 1848 stavano a testimoniare come si fosse progettato molto e realizzato nulla. Del resto quei progetti, secondo gli esperti balistici e militari, nascevano già vecchi e incredibilmente, una volta realizzati entro il 1859, non vennero mai utilizzati.
Il progetto era del 1856 ed aveva come titolo: “Piano topografico d’Alessandria col progetto di campo trincerato”. Era stato redatto dal maggiore Candido Sobrero.
I forti, che avrebbero dovuto rompere l’attacco senza farlo giungere alla fortezza principale oltre Tanaro, sarebbero stati otto e avrebbero dovuto tutti avere il fronte bastionato. Ne vennero però costruiti solo tre, ma con una certa sollecitudine: il forte Bormida, il forte Ferrovia e il forte Acqui. Il primo sulla strada verso Milano, il secondo a corredo della strada ferrata verso Genova da poco inaugurata e il terzo ugualmente orientato a Sud a protezione della strada reale per il capoluogo della Liguria.
Era stato lo stesso Sobrero a variare il suo progetto. Praticamente si dava un ruolo ancora più centrale alla Cittadella, difendendola solo da una direzione. Alle spalle, dalla parte di Asti e del territorio del Regno di Sardegna con buona probabilità non si riteneva possibile un attacco.
Occorreva però armare questo nuovo campo trincerato con moderni e solidi cannoni. Il Regno poteva fare questo sforzo? Ci pensò Norberto Rosa, poeta, musicista, giornalista della Val di Susa, che scriveva per “La Gazzetta del Popolo”, ideando una sottoscrizione popolare che in pochi mesi portò ad Alessandria oltre 100 Cannoni. Mauro Remotti ci racconta questo fatto: “L’iniziativa ha un successo immediato, e grazie anche alle donazioni di numerosi patrioti residenti all’estero si raccolgono in breve tempo ben 151.914 lire e 21 centesimi, tanto che i cannoni fusi risulteranno più di cento: centoventotto, per la precisione. La raccolta di offerte ha un’evidente connotazione provocatoria nei confronti dell’Impero asburgico e il palese intento di inasprire i già tesi rapporti diplomatici tra i due Stati che, di lì poco, sfoceranno nella Seconda guerra d’indipendenza.
La Francia è alleata del Regno di Sardegna, e già nei primi giorni del conflitto, esattamente il 14 maggio 1859, per mezzo di un treno speciale partito da Genova, Napoleone III arriva ad Alessandria per sovrintendere alle operazioni militari.”
Ironia della sorte i cento (e più) cannoni non spareranno neppure un colpo, visto che il fronte della II  Guerra d’Indipendenza si allontanerà non poco da Alessandria, così come rimarrà inutilizzato il campo trincerato. Non a caso i forti, inattivi a fini militari e ricoperti da una folta vegetazione, sono ancora oggi visibili e usufruibili, pur se necessiterebbero di un progetto e di un conseguente intervento, in modo da sfruttarli a nuovi fini sociali.

Ma in Alessandria non si pensa solo alla difesa, nonostante il suo inconfondibile carattere militare. La borghesia di fatto chiede una città nuova, molto diversa da quella di settecentesca memoria e ciò si incomincia proprio a vedere nel decennio immediatamente precedente l’unità d’Italia. E sarà, in parte, la tecnologia a fornire le armi per questa trasformazione.
Non a caso nel 1849 vengono illuminate a gas le vie principali, mentre nel 1850, cioè un anno dopo, è possibile comunicare con il mondo tramite il telegrafo.
Ma è la ferrovia a mutare completamente l’importanza della città. Si inaugura nel 1850 la tratta Torino-Novi Ligure. Presto si giungerà a Genova con il treno attraverso la galleria dei Giovi, all’epoca la più lunga d’Italia, ma intanto Alessandria diventa un nodo ferroviario di notevole importanza.
La ferrovia si dotava di un nuovo ponte sul Tanaro e di un reticolo di collegamenti minori che partivano proprio da Alessandria.
Anche la stazione è innovativa. Alessandro Mazzucchetti, il suo progettista, utilizza concetti d’avanguardia e in conseguenza anche le tecniche costruttive devono necessariamente essere inconsuete per l’epoca.

 

Manca il bando, i bunker di Villa Ada e Villa Torlonia restano chiusi
Da romah24.com del 28 marzo 2021

Manca il bando e i bunker di Mussolini a Villa Torlonia e quello dei Savoia a Villa Ada chiudono. A lanciare l’allarme è il consigliere capitolino Pd Giovanni Zannola: “Nonostante il successo delle visite e nonostante il gran lavoro di recupero e valorizzazione dell’associazione Roma Sotterranea il Comune non ha pubblicato il bando per la gestione dei bunker, con il rischio che rimarranno inaccessibili a lungo” spiega Zannola.

Per questo il consigliere, che è anche membro della commissione Cultura, ha annunciato di aver “predisposto un’interrogazione urgente per conoscere i motivi della mancata pubblicazione del bando e per capire come la giunta abbia intenzione di rimediare al più presto, procedendo con un nuovo affidamento”.
Il timore, infatti, è che, anche quando si potranno tornare a visitare i musei e i luoghi di cultura (attualmente non è possibile né in zona arancione né in zona rossa), i bunker restino comunque chiusi al pubblico nonostante il successo di visitatori sempre ottenuto. E che rimangano abbandonati.

La storia del bunker di Villa Ada

Il bunker fu realizzato fra il 1940 e il 1942, durante la Seconda guerra mondiale. Ad oggi non esistono documenti ufficiali relativi alla sua realizzazione. Alla fine del conflitto, con la partenza in esilio dell’ultimo re d’Italia, Umberto II, il bunker viene abbandonato. Nel 2010 venne soprannominato “Il bunker del Diavolo”, poiché frequentato da alcune sette sataniche. Dopo un’intensa operazione di restauro, a cura dell’associazione Roma Sotterranea, con il sostegno della Sovrintendenza capitolina ai Beni culturali, la struttura è stata riaperta al pubblico il 24 marzo 2016.

 

La storia che riaffiora dal «bunker» di Obino
Da .it del 27 marzo 2021

CASTEL SAN PIETRO / A quasi due anni dall’appello lanciato è stata ricostruita la storia del fortino «al Rocùl» - Fu edificato tra l’agosto e il settembre del 1939, a cavallo della prima mobilitazione generale in Svizzera - Ora è protagonista di una pubblicazione, nell’attesa che l’area dove è ubicato possa diventare fruibile a tutti

Di Stefano Lippmann

Una mitragliatrice modello 1911, un piccolo gruppo di militi agli ordini del caporale Crivelli e una missione: quella di costruire un fortino ad Obino. Il tutto a cavallo della prima mobilitazione generale avvenuta in Svizzera, il 2 settembre del 1939. Una vicenda arrivata ai giorni nostri quasi sbiadita, con poche memorie. Ora, però, molto più nitida grazie all’intraprendenza del municipale di Castel San Pietro Giorgio Cereghetti e di chi, al suo fianco, ha potuto riportare alla luce un pezzo di storia militare che, va detto, anche il Mendrisiotto ha vissuto (vedi CdT del 4 settembre 2019). Ed ecco che, in località «al Roccolo» – dopo aver deviato dalla strada che porta a Campora ed essere passati tra i filari un vigneto – si arriva alla piccola fortificazione, che oggi si posiziona su di...

 

Restauro e messa in sicurezza delle Mura, al via i lavori per completare il cerchio esterno
Da noitv.it del 27 marzo 2021

LUCCA - Saranno ultimati entro il prossimo anno i percorsi ciclopedonali attorno alla cerchia muraria. I lavori riguarderanno non solo la realizzazione della pavimentazione in asfalto natura, ma anche l'abbattimento di alberi malati e la piantumazione di nuove piante in sostituzione.

Prenderanno il via in autunno i lavori al percorso ciclopedonale esterno fra la circonvallazione e gli spalti delle Mura. L’intervento, che interesserà il tratto compreso tra Porta San Donato e Porta Elisa e il tratto tra viale Carlo Del Prete, piazzale Martiri della Libertà, viale Agostino Marti e viale Guglielmo Marconi, rientra nel complessivo progetto di restauro e messa in sicurezza delle Mura urbane, per il quale il Ministero dei Beni Culturali ha stanziato un finanziamento pari a 2 milioni di euro.

Nel dettaglio, entro il prossimo anno, sarà realizzata una pista di asfalto natura di circa 2 Km di lunghezza; marciapiedi, arredi e attraversamenti verranno restaurati e sarà garantita la rimozione delle barriere architettoniche; infine verrà valutato lo stato del patrimonio arboreo lungo il percorso – circa 70 piante – provvedendo al reimpianto, ove possibile, degli eventuali alberi morti o eliminati per motivi di sicurezza.
I dettagli dell’intervento sono stati presentati questa mattina in una video conferenza stampa a cui ha preso parte il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, assieme all’assessora all’urbanistica Serena Mammini, alla dirigente del settore lavori pubblici Antonella Giannini e ad Andrea Biggi, responsabile della progettazione.
Tambellini ha colto l’occasione per ricordare la filosofia che sta dietro ai lavori di restauro e valorizzazione della cinta muraria, interventi dal basso impatto visivo necessari ad aumentare la sicurezza del monumento soprattutto per i visitatori che non conoscono i pericoli del complesso di architettura militare. Nei prossimi mesi, come approvato dalla Soprintendenza già lo scorso 4 gennaio – ricorda Tambellini – inizierà, da una parte, l’intervento al parapetto esterno di baluardi e cortine, che consisterà in un semplice restauro e riprofilatura delle barriere erbose in terra battuta che non muterà la visione generale del monumento, dall’altra, sul lato interno, l’estensione delle ringhiere in ferro già esistenti in molti punti della passeggiata.

 

Rilanciare le fortezze Appiani Siglato il protocollo tra Comuni
Da iltirreno.it del 27 marzo 2021

PIOMBINO. Presentazione e la sottoscrizione del protocollo d’intesa che sancisce la nascita della rete del “Sistema difensivo degli Appiani per lo Stato di Piombino”. Ieri mattina in diretta streaming dalla sala consiliare del Comune. Il protocollo è il primo risultato di un progetto messo in campo dal Comune di Piombino e dalla Fondazione Aglaia. Diritto al patrimonio culturale, che, nei prossimi due anni, metterà in rete tutti i Comuni che, nel 1399, facevano parte del territorio dell’antico Stato di Piombino fondato dagli Appiani e che conservano testimonianze monumentali di questo periodo così prospero.

«L’obiettivo – spiega il vicesindaco Giuliano Parodi, assessore alla cultura – è accendere i riflettori su un periodo storico che ha reso grande il nostro territorio e ci ha lasciato importanti testimonianze distribuite su un’area vasta. Vogliamo ricostruire la memoria di quella rete, rimettere in collegamento quel sistema difensivo e riportare alla memoria la grandezza dello Stato di Piombino e le personalità autorevoli che ne erano protagoniste».

Il progetto metterà in rete molti Comuni facenti parte di tre ambiti turistici diversi: Piombino, Scarlino, Follonica, Castiglione della Pescaia, Campo nell’Elba, Marciana, Marciana Marina, Portoferraio e Rio oltre al Parco archeologico tecnologico delle Colline metallifere Grossetane.
Le fortificazioni interessate saranno il Castello di Piombino, il Rivellino, le Mura leonardesche, il Castello di Populonia e la Rocca degli Appiani, la Torre di Baratti, la Torre di San Leonardo, Torre Mozza, il borgo di Suvereto e il Belvedere, i Castelli di Montioni e Valli nel Comune di Follonica, la rocca di Scarlino e la Torre delle Civette, la Torre dello Sparviero e la Rocca di Buriano nel Comune di Castiglione della Pescaia, le fortificazioni dell’Isola d’Elba, La Torre di Palmaiola e la Torre di Cerboli.

Tutto per avviare processi di conoscenza, tutela e valorizzazione dei luoghi mirando a unire tutto l’ambito in un ulteriore attrattore turistico. Il progetto si svilupperà su più livelli: prima di tutto sul piano della conoscenza che prevede una ricognizione sullo stato dei monumenti interessati attraverso l’elaborazione e la compilazione di schede di titolarità e vulnerabilità secondo i modelli approvati dall’Unesco; la verifica dei vincoli di fatto e delle dichiarazioni di interesse culturale; la ricerca storica, archeologica e architettonica in vista della creazione di contenuti scientifici e divulgativi per i vari pubblici coinvolti; e, infine, il coinvolgimento del mondo della ricerca e della tutela dei beni culturali. A seguire, il progetto si svilupperà sul piano della comunicazione con l’elaborazione di un logo e la progettazione dell’immagine coordinata per il progetto, la realizzazione di un’app che si chiamerà “APP-IANI”, tramite la quale saranno possibili tour virtuali che includeranno contenuti dedicati sia alla storia che all’accoglienza. Sul piano della divulgazione scientifica, saranno realizzati una mappa del sistema difensivo che includerà le informazioni sui monumenti e come visitarli, l’installazione di pannelli didattico-illustrativi in prossimità di ogni monumento, la creazione di disegni ricostruttivi che illustrano il monumento inserito nel suo contesto originario e la realizzazione di un audio-tour multilingua.
Sul piano commerciale si prevede la realizzazione di merchandising dedicato al progetto, la creazione di itinerari guidati, tour, cammini ed esperienze che mettano in rete i vari nodi del Sistema e il coinvolgimento di tour operator e agenzie di viaggio. Infine, la formazione degli operatori turistici e culturali e degli stakeholders economici del territorio e la pubblicazione di una guida divulgativa e di una pubblicazione scientifica. Un programma definito che per il quale il lavoro è già iniziato e che vedrà la conclusione entro dicembre 2022. –

 

Il vecchio poligono ormai abbandonato regno dell’incuria
Da laprovinciapavese.it del 26 marzo 2021

Avvolto dai rovi e dall’incuria, a lato della provinciale per Confienza, giace abbandonato il vecchio tiro a segno. Un retaggio dell’epoca bellica del ’900, dove si addestravano a sparare i militari. Oltre 9mila metri quadri, una radura che si staglia nella piatta campagna di quest’angolo tra Lomellina e Piemonte all’esatto confine tra Robbio e Confienza ma formalmente in territorio di Robbio. «Un peccato vederlo così, era un patrimonio pubblico della nostra zona che ora sta decadendo - spiega il sindaco di Confienza e appassionato di tiro sportivo Michele Zanotti -. Qualche tempo fa ero andato anche a vederlo con un armiere di Novara, ipotizzarne il recupero però ad oggi è difficile».

Di quando al campo di tiro ancora si sparava nessuno ormai se lo ricorda più. La storia recente delle struttura racconta dell’ultimo passaggio di proprietà avvenuto nel luglio del 1998 . Ovvero quando il ministero della Difesa individuò, insieme a decine di altri siti militari in Lombardia, il poligono di Robbio come ormai fuori uso da tempo. E ne passò «la piena proprietà» al Demanio dello Stato. Insomma da un’amministrazione pubblica ad un’altra.
Avventurandosi nell’area ci sono ancora cartelli che recano la scritta “strada militare”. Ma anche avvisi di pericolo. Restano in piedi la struttura d’ingresso, tre archi a vista, e l’imponente paracolpi finale. Costruzioni ormai dimenticate da Dio e dagli uomini in mezzo ai campi che si apprestano ad essere allagati per la semina del riso.
Un valore all’ex poligono ha provato a darglielo (invano) 12 anni fa l’agenzia per il Demanio della Lombardia. Poco più di 24mila euro per comprarsi tutta l’area. Risultato: asta deserta. Anche perché nei mappali risultano ancora due altri edifici, tra cui una piccola polveriera «di cui però non c’è più traccia» spiega l’avviso del Demanio regionale. — della nostra zona che ora sta decadendo - spiega il sindaco di Confienza e appassionato di tiro sportivo Michele Zanotti -. Qualche tempo fa ero andato anche a vederlo con un armiere di Novara, ipotizzarne il recupero però ad oggi è difficile».

 

''Guerra fredda'': convegno a Torino
Da cybernaua.it del 25 marzo 2021

Relatore della conferenza organizzata in modalità on line dalla Scuola di Applicazione dell'Esercito il collega Paolo Valpolini

25-03-2021 - Il 24 marzo scorso, presso il Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, si è svolta, in modalità on line, la conferenza dal titolo “La Guerra Fredda” con relatore il giornalista Paolo Valpolini. Il generale di Divisione Salvatore Cuoci, comandante dell’Istituto di Formazione, ha sottolineato il carattere non bellico della situazione di conflitto che venne a crearsi tra due blocchi internazionali, gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l'ultimo decennio del Novecento.
Tale tensione non si concretizzò mai in un conflitto militare vero e proprio, tale da comportare una contrapposizione bellica, ma utilizzò invece le armi della politica, dell’economia e della propaganda.
Valpolini ha effettuato una panoramica sull’ultimo decennio della Guerra Fredda, con gli occhi di chi ha vissuto in prima persona il delicato momento storico, prendendo parte in qualità di inviato a diverse missioni che hanno coinvolto le Forze Armate italiane. L’evento si colloca nel più ampio progetto educativo rivolto principalmente agli Ufficiali frequentatori e rappresenta un tradizionale strumento formativo della Scuola di Applicazione dell’Esercito.

Valpolini dal 1984 si occupa a tempo pieno di pubblicistica militare, collaborando con diverse riviste italiane e straniere. Attualmente è direttore di EDR Magazine e di EDR On- Line (www.edrmagazine.eu), ha realizzato numerosi libri sulle Unità dell'Esercito Italiano, seguendo le attività delle Forze Armate italiane nel corso delle missioni in Somalia, Bosnia-Herzegovina, Albania, Kosovo, Iraq e Afghanistan.

 

Crosato guida il viaggio alla scoperta delle antiche mura di Pordenone
Da messaggeroveneto.it del 25 marzo 2021

Nuovo incontro pomeridiano on line a cura dell’associazione Norberto Bobbio, oggi alle 17.30, promosso in collaborazione con l’Utle di Porcia e Fiume Veneto e patrocinato dal Comune. Angelo Crosato, storico e già conservatore al Museo Ricchieri di Pordenone tratterrà il tema “Pordenone città murata”.

Sarà offerto un percorso attorno al nucleo storico alla ricerca di tracce delle antiche mura civiche, la cui esistenza è documentata sin dal XIII secolo. Tramite libri, mappe, documenti d’archivio e vecchie foto sono stati riuniti alcuni ricordi di luoghi e di momenti storici legati alla presenza di resti dell’antica cinta muraria.

Si accennerà anche ad alcuni intenti di conservazione o ampliamento della cerchia muraria. Crosato ha esaminato un cammino lungo il perimetro dell’antico nucleo urbano, riscoprendo frammenti di mura, di porte, di torri difensive e di rogge.

 

'Lecce, il Castello di Carlo V
Da laterradipuglia.it del 25 marzo 2021

Addentrandoci nella città di Lecce, il Castello è sicuramente uno degli edifici storici che spicca maggiormente per imponenza ed ampiezza. Il castello di Carlo V è una fortezza medioevale. Fu edificato dall’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya, che se ne occupò nel lasso di tempo che intercorre tra il 1539 e il 1549. A volerne l’edificazione fu, come il nome stesso del castello suggerisce, Calo V. Obiettivo del castello fu quello di respingere le invasioni turche che come sappiamo erano frequenti e culminarono con la conquista e assedio di Otranto del 1480. (https://www.laterradipuglia.it/gli-itinerari/le-aree-della-puglia/ilsalento/ otranto/la-storia-dei-martiri-dotranto)

Lecce il castello: origini e struttura

Il maniero non fu edificato da zero, bensì Carlo V fece perfezionare ed ampliare un maniero preesistente, che probabilmente risaliva ai secoli XIII – XIV. L’intervento eseguito dall’architetto dell’Acaya diede alla struttura una forma trapezoidale e la dotò di un fossato, oggi non apprezzabile, in quanto fu colmato nel 1870. Le porte di accesso del castello sono 2, una rivolta verso la città e l’altra alle spalle del castello, che un tempo era rivolta alla campagna. Il piano nobile spicca per il bellissimo salone di Maria d’Enghien, mentre oggi è possibile visitare anche i sotterranei situati nel lato sud del palazzo.

Altre precauzioni messe in atto da Carlo V a difesa del territorio contro i Turchi

Anche la città fortificata di Acaya fu edificata per volere di Carlo V, così come le innumerevoli torri costiere che punteggiano la costa del Salento. Torri pensate per avvistare il nemico già in lontananza, collocate le une piuttosto vicine alle altre, in modo che le vedette potessero sempre vedersi ed avvisarsi tra di loro in caso di presenze sospette in avvicinamento.

 

Accordo fra Comune e alpini per la cura del forte di Beano
Da messaggeroveneto.it del 24 marzo 2021

Il forte di Beano, sistemato dagli alpini e riconsegnato fruibile alla comunità appena due anni fa dopo un lungo e complesso intervento, rischia di essere di nuovo invaso dalla vegetazione.

Perciò l’amministrazione del sindaco Fabio Marchetti sta per convenzionarsi con il gruppo Ana locale per una manutenzione regolare. Il sito, che si trova prossimo alla base delle Frecce tricolori e alla statale 13 Pontebbana, ospita al centro di un grande parco una fortificazione risalente al primo decennio del Novecento (non fu mai teatro di guerra, in tempi recenti usata come polveriera).

Dopo la bonifica sarebbe stato avviato alla valorizzazione turistica, ma l’emergenza sanitaria e quanto ne è conseguito ha bloccato ogni prospettiva. Dopo l’inaugurazione del ripristino, svoltasi nell’aprile 2019 alla presenza di autorità e cittadini, si pensava di creare, vista la presenza dell’ampio fossato, un ambiente adatto per la pesca sportiva e a organizzare un calendario di eventi, come spiega l’assessore alla cultura, Tiziana Cividini, fra cui un concerto di cori alpini che sarebbe stato suggestivo sullo sfondo del poderoso manufatto militare con le sue sei postazioni per cannoni.

Ma nulla di ciò si è realizzato, nemmeno il previsto parco giochi per bambini e il trenino in miniatura costruito da un ex ferroviere: pare che l’attrazione, trasferita da Gemona, sia migrata in un altro Comune.
Ora appunto si corre ai ripari, anche per non vanificare lo sforzo di seimila ore di lavoro dedicate in un quinquennio dagli alpini di Codroipo, coordinati dal capogruppo Giorgio Della Longa, in collaborazione con i gruppi Ana di Beano, Bertiolo, Gradiscutta di Varmo e Grions di Sedegliano nell’ambito delle iniziative per il centenario della Prima guerra mondiale. Era stata anche rifatta la recinzione e ripristinato il ponte sul fossato che circonda la fortificazione.

Nei giorni scorsi Della Longa e due associati, Cividini e l’assessore Graziano Ganzit hanno svolto un sopralluogo per verificare l’intervento finalizzato a mantenere agibile il luogo. Gli uffici sono al lavoro per perfezionare l’accordo Comune-alpini.
«C’è la volontà di valorizzare lo splendido esempio di architettura militare – osserva l’assessore Cividini –: cessata l’emergenza sanitaria, coinvolgeremo le associazioni del territorio per raccoglierne le proposte. Ringrazio gli alpini per la loro generosità».

 

I castelli di Brindisi
Da laterradipuglia.it del 24 marzo 2021

Brindisi vanta due castelli! Scopriamo dunque la storia dei castelli di Brindisi, le loro caratteristiche ed i loro aspetti più interessanti.

Il castello Svevo

E’ noto con il nome di Castello di Terra, per distinguerlo da quello di Mare, ovvero quello Aragonese. Ancora, è anche noto con il nome di castello Svevo – Aragonese, per essere stato edificato dagli Svevi e rimaneggiato in epoca Aragonese. Fu voluto come potrete immaginare da Federico II nel 1227. Gli aragonesi aggiunsero un antemurale e imponenti torri angolari alla costruzione originaria. Siamo nel pieno del centro storico ed una parte di questo castello affaccia verso il porto. Il cortile interno è a forma di trapezio ed è circondato da una muraglia piuttosto alta e da sei torri di forme differenti.

Queste sono le caratteristiche originali. Carlo I D’Angiò si occupò poi di restaurarlo e decise di sopraelevare le torri e di inserirvi un vero e proprio palazzo reale. Ferdinando I di Napoli ampliò definitivamente la struttura, in virtù delle nuove necessità dovute all’evoluzione dell’industria bellica dei tempi ed in particolare dalla nascita delle armi da fuoco. La modifica maggiormente evidente frutto di questa nuova necessità è l’aggiunta di una seconda cinta muraria, più bassa dell’originaria ma ben più spessa. Il fossato originale venne chiuso e vennero creati in quegli spazi degli ambienti da usare dai soldati in caso di combattimento ma anche per ospitare la popolazione in caso di situazioni d’emergenza. Siamo nel 1496 quando il castello entra a far parte del Protettorato della Repubblica di Venezia. Seguirono altre modifiche nei secoli immediatamente successivi. Nel Settecento e Ottocento il castello fu un penitenziario, mentre oggi ospita il Comando della Marina Militare.

Il castello Aragonese o Alfonsino

Il castello Aragonese è anche noto con i nomi di Castello di Mare o Forte a Mare, o ancora castel Rosso. Si trova sull’isola di Sant’Andrea, proprio dove il porto trova la sua naturale imboccatura. Fu voluto da Ferdinando I d’Aragona nel 1445 dunque è più tardo di quello svevo. Include un piccolo porto interno al quale si accede grazie ad una particolare imboccatura. Dovete sapere che l’isola di Sant’Andrea ospitava, prima del castello, da un’abbazia benedettina. Il nome Alfonsino deriva dal fatto che Alfonso V d’Aragona vi fece costruire una torre proprio perchè il castello svolgesse le opportune funzioni difensive. Una torre che venne poi prolungata trasformando l’edificio in un vero e proprio castello fortificato. Nei secoli tuttavia il castello è stato dismesso, utilizzato come lazzaretto, poi come sede della Marina Militare e infine dismesso, nel 1984, a seguito di una mareggiata particolarmente violenta. Ogni tanto la struttura è usata per allestire mostre o ospitare eventi culturali.

 

Trova l’ingresso di un rifugio antiatomico sotto un mobile: il video virale su TikTok
Da fanpage.it del 23 marzo 2021

In una serie di filmati pubblicati sulla piattaforma di condivisione cinese, Jennifer Little mostra come sotto a uno dei mobili presenti nella sua camera da letto fosse presente una botola nascosta che una volta aperta ha rivelato l’ingresso a un rifugio antiatomico.

Di Marco Paretti

Una donna californiana è diventata virale su TikTok per aver scoperto l'ingresso di un bunker antiatomico sotto un mobile della sua camera da letto e per i successivi video di esplorazione. In una serie di filmati pubblicati sulla piattaforma di condivisione cinese, Jennifer Little mostra come sotto a uno dei mobili presenti nella sua camera da letto fosse presente una botola nascosta che una volta aperta ha rivelato l'ingresso a un rifugio antiatomico. Come spiega la stessa Little, era comune costruire rifugi di questo tipo nel 1951 (quando è stata eretta la casa, in piena Guerra Fredda) per via della paura che un'esplosione nucleare potesse avvenire in California.

Nella serie di video, la donna mostra l'ingresso e gli ambienti del rifugio, anticipata dal marito perché lei ha paura degli "enormi ragni". Una volta scese le scale si accede alla dispensa, uno spazio dove tenere le scorte posizionato prima dell'ingresso del rifugio. "Non so perché lo hanno costruito così" si chiede Little. "Per accedere alla dispenda devi uscire dal bunker". All'interno del rifugio vero e proprio, invece, sono presenti due letti a castello, un bagno e diversi barattoli di vetro. Tutto, ovviamente, impolverato dal tempo: chiaramente il bunker era chiuso e inutilizzato da ormai diverso tempo.

"Dopo 50 anni non era sigillato, ma abbiamo comunque trovato qualche tesoro" ha spiegato Little. In uno dei video si vede un vigile del fuoco esplorare lo spazio impolverato, che negli ultimi giorni ha raccolto diversi milioni di visualizzazioni: solo il video iniziale ne conta quasi 9 milioni. "La mia claustrofobia è schizzata alle stelle" commenta un utente. "Se ci fosse un'apocalisse zombie almeno sareste al sicuro" scherza un altro. Le stranezze degli appartamenti su TikTok sembrano l'ultimo grande trend della piattaforma: proprio qualche giorno fa era diventato virale il video di una donna che, dietro allo specchio del bagno, ha trovato un altro appartamento.

 

Online il sito “Mantova Fortezza”
Da vocedimantova.it del 23 marzo 2021

MANTOVA – E’ online il sito “Mantova Fortezza”, realizzato dalla società di Palazzo Ducale con il contributo di Comune di Mantova, Fondazione Cariplo, Comuni di Borgo Virgilio, Curtatone, Motteggiana e Roncoferraro.

Si tratta di un progetto articolato e completo che documenta storicamente lo sviluppo del sistema difensivo e l’architettura delle fortificazioni della città, supportato da una serie di disegni, documenti e immagini d’epoca.

I contenuti del sito sono frutto di un approfondito lavoro curato da una qualificata équipe di studiosi: Guglielmo Calciolari, Danilo Cavallero, Claudia Bonora Previdi e Francesco Rondelli in collaborazione con Lucia Cavallero, Maurizio Ottorino Ghizzi, Elena Ronconi e Carlo Togliani.

Oltre ai contributi di diverse istituzioni locali, nazionali e internazionali, il sito contiene molte immagini storiche della Mantova che fu, dalla Cittadella di Porto alle tante caserme, dal forte di Pietole a quello di Fossamana. Mantova Fortezza, realizzata su design MasterStudio, è accessibile dai siti web di Comune di Mantova e Società di Palazzo Ducale, o direttamente all’indirizzo www.mantovafortezza.com

 

Consorzio franco-italiano Eurosam per lo sviluppo del sistema di difesa aerea SAMP / T
Da buzznews.it del 22 marzo 2021

Di Emanuele Schiavone

Il consorzio franco-italiano Eurosom firma un accordo per costruire una base missilistica terra-aria di prossima generazioneTerrain (SAMP / T) Air Defense System (ADS) per Francia e Italia.
L’accordo è stato firmato con l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Congiunta (OCCAR) alla presenza di personale dell’Aeronautica Militare e Spaziale Francese (FASF), personale militare italiano e rappresentanti OCCAR della DGA francese e SGD italiano.
Il consorzio Eurosom MBDA ha tre partner, Francia, MBDA Italia e Thales.
L’ultimo accordo è un complemento al primo accordo firmato nel 2016 finalizzato al miglioramento dei sistemi SAMP / T operanti nel FASF e nell’esercito italiano.
Sarà visto come un missile avanzato per espandere la famiglia ASTER, con la nuova tecnologia ASTER Block 1 (NT) che fornisce miglioramenti al sistema SAMP / T come un nuovo cercatore e computer per “affrontare nuove minacce emergenti”.
Inoltre, un lanciatore potenziato che incorpora nuove apparecchiature elettroniche e un rotatore multifunzione che fornisce radar AESA (array a scansione elettronica) attivo.

Verrà fornito un modulo di comando e controllo basato su “Advanced Open Command and Control Software Framework” e sul collegamento avanzato.
Queste capacità avanzate di SAMP / T NG consentiranno alla Francia, all’Italia e ad altri potenziali clienti di “garantire la sovranità aerea”.
Queste capacità consentiranno ai paesi di difendere il proprio territorio e le proprie truppe operative.
SAMP / T NG è un sistema di difesa missilistica “terra-aria” a lungo raggio progettato per svolgere missioni avanzate di difesa aerea terrestre (GPAT).
Fornisce un “ambiente aereo civile denso”, “in collaborazione con aerei militari amici e completamente integrato nelle reti di difesa aerea” e fornisce sicurezza a 360 gradi per le forze armate.
Il sistema SAMP / T NG offre la doppia capacità di sconfiggere bersagli di qualsiasi combinazione e tipo.

 

Crevari, in vendita un bunker corazzato (vista mare) della Seconda Guerra Mondiale
Da liguriaoggi.it del 22 marzo 2021

Genova – Bunker corazzato della seconda guerra mondiale in vendita a Crevari per 110mila euro. La proposta, decisamente molto particolare, è comparsa in queste ore su un noto sito di annunci immobiliari e i dati forniti corrispondono effettivamente ad una fortificazione storica, di proprietà privata, presente nelle  vicinanze della via Aurelia, nella zona di Crevari.

Per la non certo modica cifra di 110mila euro è possibile (???) acquistare 52 metri quadri di superficie totale interna, difficilmente modificabile viste le pareti in cemento anti esplosione di qualche metro di spessore ma con una invidiabile vista mare e con un pò di terreno attorno. L’annuncio presenta anche alcune proposte di progettazione per trasformare con molta fantasia e un buon investimento in termini di denaro, la fortificazione della seconda guerra mondiale in un mini appartamento dotato di tutti i confort. Il tetto della struttura, decisamente robusto, potrebbe ospitare anche il parcheggio per una vettura.
Non è ancora chiaro se si tratti di uno scherzo goliardico molto ben studiato ma, di certo, la proposta sta scatenando molto clamore, specie nella zona di Voltri e del Ponente genovese proprio per le caratteristiche inusuali dell’immobile in vendita. A incuriosire è anche il fatto che il bunker risulti di proprietà privata e che sia rimasto per decenni completamente inutilizzato anche se sul web si trovano tracce di numerose visite di “curiosi” più o meno autorizzati e che hanno scattato immagini fuori e dentro il fortino.
Qualche sito specializzato avanza l’ipotesi – non confermata al momento – che il bunker sia collegato con un cunicolo sotterraneo ad un’altra fortificazione presente sulla scogliera, a pochi metri dal mare.
Se davvero fosse così la “villetta” potrebbe avere persino uno “sbocco al mare”.
Su Facebook ci si interroga anche sulla possibilità che tale costruzione non possa essere modificata in alcun modo poiché “residuato bellico” di importanza storica. La Soprintendenza, insomma, secondo alcuni bloccherebbe qualunque progetto di stravolgimento dell’attuale situazione costruttiva e conservativa.

Si potrebbe certamente ripulire e ristrutturare ma sempre e solo conservando le caratteristiche del bunker. Il “caso” del bunker della seconda guerra mondiale in vendita potrebbe anche essere un “apripista” poiché nella zona del ponente genovese, sono numerosi i bunker abbandonati presenti tra la boscaglia e meta di appassionati che certamente non li trasformerebbero in abitazioni.

 

Rocca San Giovanni: cosa vedere nell’antica fortezza sul mare
Da chietitoday.it del 22 marzo 2021

Situata su un colle roccioso, a 154 sul mare, Rocca San Giovanni era un’antica fortezza medievale situata nella provincia di Chieti. La sua fondazione, stando al diploma firmato all’imperatore Enrico III indirizzato al monastero di San Giovanni in Venere, risale al 1047, ma le prime tracce del nucleo abitato appartengono al 1076.

È completamente circondata da campi coltivati e nel Medioevo vantava una imponente cinta muraria e tre torri quadrangolari. Lo scopo era dare rifugio ai monaci dell’abbazia di San Giovanni in Venere. Delle mura ormai restano solamente alcuni resti, mentre le torri merlate sono ben rappresentate nello stemma municipale. L’ultima torre è stata distrutta nel 1943 durante un attacco bellico.

Cosa vedere a Rocca San Giovanni

A Rocca San Giovanni, uno dei borghi più belli di Italia, è possibile ammirare splendidi capolavori storici e assaporare ottime specialità culinarie, oltre che lasciarsi incantare dallo splendido paese e dalla natura circostante. La chiesa di San Matteo Apostolo è assolutamente da visitare per godere della vista delle navate in stile romanico.
Il palazzo municipale conserva una raccolta di opere d’arte, tra sculture, incisioni e pitture.
Il centro storico del paese e la terrazza panoramica meritano una passeggiata così come Vallevò, contrada di Rocca San Giovanni, da cui ammirare i magnetici e affascinanti trabocchi e lo spettacolo della costa abruzzese.

 

Mura cittadine di Ravenna. Proseguono i lavori nel tratto da Porta Gaza al Torrione dei Preti
Da ravennanotizie.it del 22 marzo 2021

Proseguono i lavori per la riqualificazione delle mura cittadine di Ravenna. A metà febbraio è iniziato l’intervento nel tratto murario tra Porta Gaza e il Torrione dei Preti, con interventi di consolidamento.

Dopo la rimozione delle erbe infestanti, di arbusti e alberi, lungo il tratto di mura di via Mura di Porta Gaza, alle spalle del Monumento commemorativo Ponte degli Allocchi, i lavori proseguono con il consolidamento delle mura che presentavano lesioni e cedimenti e con la ricostruzione delle parti crollate. I lavori prevedono anche il restauro degli elementi decorativi e murari e la messa in sicurezza della parete.

In questi giorni la ditta incaricata sta procedendo con iniezioni di calce idraulica nelle fondazioni per riempire gli spazi vuoti. Saranno eseguiti chiodature e tiranti che consentiranno di riportare la struttura allo stato di continuità iniziale oltre ad aggiungere rinforzi laddove necessari.
Una volta terminato l’intervento strutturale di consolidamento, si potrà procedere al restauro delle parti decorative e della muratura attraverso impacchi di sostanze pulenti, rimozione di incrostazioni, trattamenti anticorrosivi. L’intervento ammonta circa 60mila euro.
“L’intervento sulle mura di via Porta Gaza rientra tra i lavori messi in campo dall’amministrazione comunale per riqualificare mura cittadine – ha affermato l’assessore ai Lavori pubblici Roberto Fagnani –. Si tratta del generale progetto di riqualificazione della cinta muraria cittadina e del patrimonio storico di Ravenna, iniziato nel 2007, e che sarà portato avanti anche nei prossimi anni”.

 

Dalla Badiazza a Forte Ogliastri, Laimo: più cura per i beni storici di Messina
Da normanno.com del 22 marzo 2021

La V Municipalità di Messina ha scritto alla Soprintenza ai beni culturali e all’Amministrazione per richiedere più tutela e valorizzazione dei beni storici presenti sul territorio circoscrizionale. A comunicarlo, in una nota, il Consigliere della V Circoscrizione Franco Laimo, presidente della III Commissione “Politiche Culturali” V Municipalità.
«Insieme ai colleghi consiglieri – scrive Laimo – abbiamo trattato tali tematiche nei lavori di commissione, stilando un vero e proprio elenco di siti di valenza storico culturale presenti sul nostro territorio, e all’unanimità abbiamo convenuto che tali luoghi necessitano di maggiore attenzione, poiché possono rappresentare siti di ampia e meritata attrazione turistica con relativa valenza storico-culturale».

I siti di interesse storico – culturale della V Circoscrizione di Messina

La V Circoscrizione di Messina, denominata “Antonello da Messina”, comprende i quartieri:
• Villaggio Svizzero;
• Giostra;
• Basile;
• Ritiro;
• Scala Ritiro;
• San Licandro;
• Regina Elena;
• San Michele;
• SS. Annunziata;
• Paradiso.

All’interno della V Municipalità di Messina è possibile quindi visitare:
• Tomba di Antonello da Messina Villaggio Ritiro (in foto) – Monastero di Santa Maria di Gesù Superiore;
• Antica badia (Badiazza) – Chiesa di Santa Maria della Valle;
• Villa De Gregorio – Parco Magnolia;
• Antico lavatoio Villaggio di Epoca Fascista, Villaggio Matteotti;
• Antico Borgo Marinaro Case Basse Paradiso;
• Eremo di San Nicola o San Niccolò, Viale dei Tigli;
• Eremo di San Nicandro, San Licandro;
• Casa natale di Santa Eustochia, Salita Caprera SS Annunziata;
• Antico lavatoio Badiazza;
• Palazzo del formento e Chiesa del Ringo, Viale della Libertà;
• Forti Ogliastri e San Jachiddu.

La creazione di un circuito turistico per valorizzare i beni storici di Messina

Per il consigliere Laimo sarebbe utile creare un circuito turistico per far conoscere le bellezze della V Munciipalità di Messina, con percorsi mirati e curati dagli addetti ai lavori.

«Premesso che – continua Laimo – il territorio nel quale viviamo è il risultato dell’interazione tra le attività umane e il territorio naturale, molti elementi storici sono divenuti col passare degli anni, dei testimoni di una storia passata; a volte questi elementi cadono nell’oblio, vengono demoliti o eliminati, cadono in rovina a causa dell’incuria e/o dell’azione degli anni, portando purtroppo ad una perdita di memoria territoriale e ad un impoverimento culturale.
La città di Messina dispone di un immenso patrimonio culturale che, tuttavia, non riesce ad esprimere appieno il proprio potenziale storico ma anche economico, ossia la possibilità di concorrere direttamente o indirettamente alla creazione di ricchezza e, più in generale, al miglioramento delle condizioni di benessere della stessa comunità cittadina.
“Mettere in valore” il patrimonio culturale della nostra città costituisce, dunque, una priorità assoluta; un obiettivo dunque dal quale non si può e non si deve prescindere, ove si voglia rilanciare la nostra economia e riprendere la strada dello sviluppo, recuperando competitività e prestigio locale, e allo stesso tempo rimettendo in luce ciò che il nostro passato storico ci ha lasciato.

All’interno della nostra Municipalità possediamo una grande ricchezza che mi preme rimarcare ed al contempo valorizzare, potenziare, sviluppare e ottimizzare al meglio. Rivalutare e circoscrivere i nostri luoghi storici, effettuare dei tour conoscitivi alla scoperta della conoscenza storica, arricchire con attività ludico ricreative interne, quali biblioteche, mostre pittoriche e poetiche, riscoprendo la bellezza filosofica, evidenziando la bellezza della dimensione dialogica, ovvero la disponibilità ad ascoltare le ragioni dell’altro e di avviare con lui un confronto razionalmente fondato, sia anche costitutiva del “far filosofia”, al di là delle diverse accezioni che lo stesso concetto di “filosofia” ha assunto nel corso dei secoli. Tutto questo dietro, chiaramente, progetti di attività. I benefici sono davvero molteplici e le attività costruttive, attraverso il valorizzare le nostre strutture storiche, hanno davvero motivo di rendere la nostra città ancora più affascinante». (in foto, il lavatoio Matteotti)

 

 

Casematte da salvare per cultura e turismo
Da ilgiorno.it del 21 marzo 2021

Impermeabilizzare le casematte e creare una casamatta tipo. Nonostante il mancato finanziamento, il progetto rimane. "Oggi speriamo che ci possano finanziare con il bando dei borghi storici, più selettivo" spiega il sindaco Luca Moggi. Il progetto per l’impermeabilizzazione delle antiche mura, lato nord, prevede una spesa di 300mila euro.

"In bilancio è inserita anche la realizzazione di una casamatta tipo, ma la prima cosa da fare è l’impermeabilizzazione. Anche su via Boneschi si può pensare ad un progetto del genere.

Noi abbiamo tracciato il solco, chiunque si occupi di mura deve pensare ad interventi conservativi" continua il primo cittadino. "Va poi considerata la valenza turistica e commerciale delle mura lato nord, ci sono grandissime potenzialità". D.R.

 

Altro week end di pulizie per i volontari. «Una signora voleva darci la mancia»
Da larena.it del 21 marzo 2021

Ad ingrossare i sacchi del pattume nelle grandi pulizie di Primavera dei cacciatori di rifiuti ci pensano le mascherine. Il più usa e getta dei beni nati con il coronavirus viene abbandonato in ogni angolo della città. È il prodotto di quella stanchezza snervante con cui il Covid -19 riesce a colpire quando fallisce nel contagio. Quando sventola sulle reti divisorie è un brutto stendardo. Sono state raccolte insieme a plastica, mozziconi di sigarette, cartine, bottigliette e altro materiale più ingombrante abbandonati per terra, dai soliti volontari ecologisti che si affannano ogni weekend, aderenti a plasticfree, Cittadinanza attiva, Borgo Venezia più pulita o Wwf, e che non disdegnano nemmeno le uscite nei giorni feriali; in zona rossa ligi alle limitazioni si sono mossi nei pressi di casa in solitaria.
Ogni racconto è una tessera di puzzle che compone il quadro finale. C'è chi ha raccolto alla Palazzina, chi a Marchesino dove a bordo dei campi o nelle canalette vengono abbandonati lattine e bottiglie di plastica, chi a Cadidavid ripulendo la piazza da mozziconi di sigarette gettati a terra, o dai sacchetti dei detriti animali lasciati sui muretti della scuola.

«Forte Azzano è uno scempio», avverte Greta, sottolineando che la zona si trova in un contesto storico da valorizzare. Hanno affinato il fiuto questi cacciatori green, e alla Grezzanella scovano i rifiuti nascosti dall'erba. Silvia è andata al Pestrino, Giovanni al Forte San Mattia, tutti rientrano con sacchi di rifiuti. Li lasciano negli angoli indicati da Amia che passa a ritirare. Non mancano le belle notizie. «Una signora voleva lasciare una piccola mancia come contributo». «Sulla ciclabile vicino a Boscomantico una coppia nel ringraziare di quello che facciamo ha promesso che si unirà». Le adesioni aumentano, ma il lavoro per cambiare le brutte abitudini è ancora lungo. Anna Perlini

 

Genova, i forti riscoperti e il progetto di recupero e rilancio da 70 milioni
Da primocanale.it del 21 marzo 2021

Di Andrea Popolano

A Primocanale l'assessore alla Sviluppo economico di Genova Stefano Garassino parla dei forti di Genova e dei progetti di recupero e rilancio. Presentato al ministero dei beni culturali un progetto da circa 70 milioni. "Noi non potremmo mai essere competitivi a livello di strutture ricettive come la Riviera romagnola ma dobbiamo puntare sulle nostre peculiarità, in modo che chi voglia ammirarle sia obbligato a venire a Genova" precisa Garassino.

GENOVA - Con lo scattare della zona arancione nei fine settimana diventano meta non più solo di appassionati di storia, natura ed escursionismo. I forti di Genova sono stati già dalla scorsa primavera riscoperti da molti genovesi che non potendo più varcare i confini cittadini hanno scelto le strade sterrate e le camminate in salita per passare delle ore all'aperto, in compagnia e a distanza. "C'è un progetto con il ministero per i beni e le attività culturali di circa 70 milioni per il recupero di tutto il sistema dei forti genovesi - racconta a Primocanale l'assessore alla Sviluppo economico del Comune di Genova Stefano Garassino - speriamo che il ministero dia l'ok perché potrebbe davvero attirare quattro volte i turisti di quelli che abbiamo". Si ragiona già per il dopo Covid. Ma i forti costruiti come barriera difensiva della città tra il Settecento e l'Ottocento e passati attraverso le guerre mondiali presentano non pochi problemi. Pochissimi quelli visitabili all'interno, e tutti con massima attenzione. L'obiettivo però è chiaro: recuperare i forti e rendere chiari e sicuri i percorsi per raggiungerli. "E' allo studio una progettazione dei sentieri - precisa ancora Garassino -. Da una parte la cabinovia che li possa collegare direttamente al porto e quindi al mare, dall'altra un percorso che permetta di collegarli tra loro”. Il sogno nemmeno tanto nascosto dell'assessore è che un giorno al loro interno si possano svolgere eventi e manifestazioni. Ma gli investimenti necessari per mettere in sicurezza le strutture abbandonate da tempo non sono pochi. In questo senso il via libera del progetto da parte del ministero potrebbe imprimere una svolta importante. E allora si progetta anche per il breve periodo. Un primo passo per il recupero delle fortificazioni potrebbe essere quello di concedere in gestione i singoli forti ad associazioni specifiche in modo che possano curarli e valorizzarli. E le realtà interessate non mancano. Già adesso alcuni gruppi di occupano della pulizia dei percorsi e organizzano escursioni per appassionati e non. "Noi non potremmo mai essere competitivi a livello di strutture ricettive come la Riviera romagnola ma dobbiamo puntare sulle nostre peculiarità, in modo che chi voglia ammirarle sia obbligato a venire a Genova" precisa Garassino.

Corre di pari passo con il progetto di recupero dei forti un altro progetto, quello della cabinovia. Mezzo di trasporto considerato strategico che permetterebbe un più facile raggiungimento delle alture genovesi. Una prima bozza è stata visionata dalla sopraintendenza che ha sollevato delle osservazioni, piccoli aspetto assicura l'assessore. Il progetto cabinovia è inoltre stato inserito nella lunga lista delle opere da realizzare per la città da finanziare attraverso i fondi che arriveranno dal Recovery fund. I costi si aggirano intorno ai 25 milioni di euro. "Sarebbe un punto essenziale, perché non possiamo pensare di portare 5-6 mila persone con la macchina in strade strette e prive di via di fuga" precisa Garassino. I progetti ci sono. I fondi necessari per realizzarli ancora no, si attende il via libera da Roma per dare la svolta.

 

Chiereghin ritrova a Pila i resti delle antenne ideate da Guglielmo Marconi
Da venetoreport.it del 20 marzo 2021

Luciano Chiereghin, noto in tutto il Polesine come “cacciatore di tesori”, è riuscito a riportare alla luce a Pila, una frazione di Porto Tolle, i resti delle antenne della linea radio-telegrafica ideata da Guglielmo Marconi, durante la Grande Guerra. Si tratta dei basamenti che sorreggevano le vecchie antenne usate dai militari italiani per trasmettere i segnali in onde medie, in maniera tale da non poter essere intercettati dal nemico.

Durante la Prima Guerra Mondiale, infatti, Guglielmo Marconi venne richiamato in Italia per riordinare tutto il sistema Radio-telegrafico delle Forze Armate .“Nel 1915, quando l’Italia entrò in guerra, Marconi si trovava negli Stati Uniti per sperimentare in tutta segretezza un nuovo sistema di comunicazione radio. Rientrato in Patria, venne arruolato come ufficiale del Genio Militare proprio con il compito di riordinare il sistema radio terra-mare-aria. Il Genio Militare che aveva anche il compito di coordinare la costruzione di tutte infrastrutture, si era insediato anche ad Adria e a Loreo. Dai documenti e dalle foto dell’epoca, si nota che già nel 1916 una stazione radiotelegrafica era stata piantata dalla ditta Marconi di Genova, una branca della Marconi Wireless britannica: ed era proprio nelle vicinanze del faro di Punta Maestra a Pila”, ha spiegato Chiereghin, che per questa sua ricerca ha ottenuto anche l’avvallo della Soprintendenza.

Per l’aviazione italiana fu la svolta, perché oltre a trasmettere informazioni e ordini durante le azioni di guerra, il sistema permetteva di irradiare segnali, che captati da aerei,navi e dirigibili davano la possibilità di orientarsi anche al buio. La grande antenna della stazione di Pila si reggeva su dei pali di legno alti circa venti metri e fissati su grandi basamenti di calcestruzzo, ma a distanza di oltre un secolo sembrava che tutto fosse perduto, anche perché all’epoca, come mostrano alcune foto, il paesaggio era pressoché disabitato, mentre oggi, nella stessa area in cui sorgeva la stazione radiotelegrafica, insistono case e negozi. Ma Chiereghin non s’era dato per vinto e aveva continuato le sue ricerche attraverso documenti di oltre un secolo fa, fino ad arrivare ad individuare il punto esatto in cui si trovava l’impianto, riuscendo a trovare i vecchi basamenti, inglobati tra le recinzioni di due case. Ora, come si augura “il cacciatore di tesori”, bisogna solo escogitare il modo di proteggerla e valorizzarla.

 

ANDIAMO ALLA SCOPERTA DEL BUNKER DOVE HITLER VISSE I SUOI ULTIMI MESI DI VITA
Da evereye.it del 20 marzo 2021

Di Alice Fortino

Il Führerbunker, "Il bunker del Führer", divenne il quartier generale sotterraneo dove Adolf Hitler, nei suoi ultimi mesi di vita (prima di suicidarsi), diresse tutte le manovre militari e visse la sua quotidianità. Oggi, in occasione di una ricostruzione in mappa del complesso, possiamo raccontarvene la storia.
Nel 1936 la Cancelleria del Reich aveva costruito sottoterra un edificio anti-aereo che permettesse ai maggiori esponenti politici di dirigere gli affari interni ed esteri avvolti da un complesso sicuro. Questo primo bunker nazista venne chiamato "Vorbunker" (una parola traducibile con "il bunker superiore"). Tuttavia, con l'evolversi del secondo conflitto mondiale il complesso iniziò a risultare sempre meno sufficiente. Per questo, ad esso si annesse il Führerbunker, uno spazio posto ancora più in profondità.
Per renderlo il luogo più sicuro dove il Führer potesse soggiornare, si usarono delle massicce pareti di calcestruzzo, dallo spessore di circa 4 metri. Inoltre, si decise di rendere la disponibilità delle stanze ancora più amplia, arrivando a costruirne circa 30 - tutte poste sotto il giardino della Reichkanzlei (la Cancelleria del Reich nella Voßstraße numero 6). I lavori iniziarono nel 1943 e, alla quasi-conclusione della Seconda Guerra Mondiale, il bunker divenne una vera e propria casa, ammobiliata con mobili di altissima qualità e persino quadri ad olio.

Questa maestosità nella decorazione fu necessaria perché, nel gennaio del 1945, Hitler si vide costretto a trasferirvisi dentro con le persone a lui più fidate (per esempio, Eva Braun) alcuni ministri come Joseph Goebbels (insieme alla consorte e i 6 figli) e vario personale - tra medici, camerieri, cuochi, etc...

Il 19 Aprile dello stesso anno l'Armata Rossa dell'Unione Sovietica cominciò le sue operazioni offensive per circondare la città di Berlino. Hitler, nel mentre, fece la sua ultima apparizione dal vivo, in occasione del suo 56esimo compleanno il 20 Aprile. Dopo la battaglia di Berlino, la Germania venne ufficialmente sconfitta. 10 giorni dopo il suo compleanno, il generale Helmuth Weidling avvisò il Führer dell'imminente arrivo dei sovietici presso la Cancelleria del Reich. Con l'Armata Rossa alle porte del suo bunker e con l'uccisione di Mussolini, Hitler capì che l'unica possibilità per lui di fuggire da un'umiliazione tale come quella di una sconfitta fosse quella di togliersi la vita.
Subito l'inizio del secondo dopoguerra, le truppe di Stalin e i tedeschi della parte orientale cercarono di distruggere, o perlomeno nascondere, tutto ciò che fosse stato il Führerbunker, per evitare eventuali manifestazioni da parte dei nazisti rimasti. Infatti, la Cancelleria del Reich venne distrutta subito dopo la sua presa, nel 1945, mentre il bunker rimase quasi intoccato.
Seguì un tentativo di distruzione del complesso nel 1959, sotto il governo della Germania dell'Est, ma fu fallimentare. Tuttavia, si riuscì a far dimenticare il luogo preciso alle persone, rendendo l'area completamente desolata.
Alla fine degli anni '80, invece, alcune sezioni vennero riportate alla luce in seguito alla costruzione di alcuni appartamenti residenziali. Seguirono altre per tutti gli anni '90, ma vennero sempre ignorate. Dal 2006, invece, è possibile trovare un pannello commemorativo, per ricordare il valore storico di quel luogo - seppur oggi sia sovrastato da un semplice parcheggio.

 

Paura dell'Apocalisse? In Montana quattro bunker diventati case
Da corrieredellosport.it del 20 marzo 2021

Rifugi sono stati messi a disposizione di chi sogna una abitazione diversa dal normale

MONTANA (STATI UNITI) - Negli Stati Uniti si può comprare un bunker sotterraneo, studiato per sopravvivere all'Apocalisse, con belle cucine e una sala giochi per 1,24 milioni di sterline. Tutto questo a Doomsday, in Montana, nella Paradise Valley, vicino al Parco Nazionale di Yellowstone. Il bunker è diviso in quattro appartamenti e sono sul mercato per chiunque abbia voglia di una casa leggermente diversa situata in uno scenario mozzafiato. La proprietà, si legge nell'annuncio pubblicato dal Mirror, era originariamente costruita come rifugio antiatomico e dispone di quattro rifugi, trattati come appartamenti separati ciascuno con camere da letto, bagni una cucina e spazi comuni di vita.

Bunker dotati di riscaldamento e aria condizionata

Un appartamento ha la fortuna di essere dotato di una sala giochi, completa di tavolo da biliardo e biliardino per gli appassionati di sport. Tre dei quattro rifugi misurano circa 2.500 piedi quadrati, mentre il quarto è più grande. Ogni rifugio separato ha un seminterrato dove si possono conservare cibo e altre cose essenziali. Nessun problema con il riscaldamento. I bunker sono in grado di mantenere temperature comprese tra 10 ° C e 12 ° C, ma sono dotati di riscaldamento, ventilazione e aria condizionata integrati per assicurare ai padroni di casa di trovare la temperatura perfetta.

 

Genova sotterranea: visita al bunker di Campi
Da genovatoday.it del 19 marzo 2021

My Trekking propone, sabato 20 marzo 2021 alle ore 9, un'escursione alternativa per visitare i rifugi antiaerei che venivano utilizzati nella seconda guerra mondiale per mettere al riparo il personale dell’Ansaldo durante i bombardamenti.

La visita avverrà in collaborazione con il Centro Studi Sotterranei di Genova, autorizzati dalla proprietà ad accompagnare gruppi di visitatori. Il CSS, oltre a descrivere le peculiarità del bunker, fornirà anche i caschi protettivi ai partecipanti. Il numero massimo di partecipanti è limitato a 15 per ragioni di sicurezza. La visita non presenta particolari difficoltà.

La visita al Rifugio sarà alla fine del trekking alle ore 16.30. Prima è previsto un trekking esplorativo leggero sulla collina di Coronata.

La stima del percorso (8 Km di lunghezza e 300 m di dislivello) si riferisce al percorso sulla collina.

La visita al bunker è di circa 1 km e sostanzialmente pianeggiante.

Il contributo associativo è di 15 euro, per prenotarsi e iscriversi, scaricare l'app MyTrekking.

 

Carroarmato sbaglia mira e centra allevamento di galline a Vivaro
Da telefriuli.it del 18 marzo 2021

Ingenti i danni. Morti diversi polli. Aperta un'inchiesta per capire come mai il mezzo militare ha sparato in direzione del centro abitato

Un allevamento di galline posto alla periferia di Vivaro è stato cannoneggiato per errore a Vivaro. A sbagliare inavvertitamente la mira è stato un carro armato dell'Esercito Italiano, impegnato in un'esercitazione notturna in un poligono militare posizionato vicino al torrente Cellina.
L'incidente balistico si è verificato nel pomeriggio di ieri, ma i titolari dell'azienda agricola si sono accorti degli ingenti danni provocati dal colpo soltanto questa mattina, appena entrati nel capannone per lavoro. Decine di galline sono morte con lo scoppio e a seguito del crollo di una parte del manufatto.
La Procura di Pordenone, riferisce l'Ansa, ha aperto un'inchiesta. Le indagini sono state affidate ai Carabinieri di Spilmergo. Tutti i 4 carri armati impegnati nell'esercitazione del Genova Cavalleria e dei Lagunari di Venezia sono stati posti sotto sequestro. Da quanto riferito dall'ANSA, i soldati non si sarebbero accorti immediatamente dell'errore perché il colpo non ha innescato alcun incendio. Le indagini della Procura di Pordenone dovranno chiarire perché il "Blindo centauro" ha sparato in direzione del centro abitato, visto che l'area riservata ai tiri si trova in direzione opposta.

Dalla Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli" in serata è arrivata la comunizione che è stata avviata un’indagine interna per conoscere con esattezza la dinamica dei fatti e garantire la massima collaborazione e trasparenza agli organi inquirenti.

I commenti

«Grande preoccupazione per un fatto che non ha nessuna giustificazione». La esprime in una nota il capogruppo del Patto per l’Autonomia Massimo Moretuzzo. «E se in quell’allevamento ci fossero stati dei lavoratori? Ci avrebbero potuto rimettere la vita, oltre agli animali, fatto in sé già grave, degli esseri umani. Rabbrividiamo al solo pensiero – continua Moretuzzo –.Chiediamo che venga fatta piena luce su quanto avvenuto e che la Regione si attivi immediatamente con le autorità militari per capire le ragioni di quanto accaduto e soprattutto per evitare che in futuro si ripetano situazioni simili. Il Friuli-Venezia Giulia è stato troppo a lungo la regione italiana con il più alto numero di servitù militari e l’impatto del cosiddetto “confine orientale” sulla nostra terra è stato molto pesante da molteplici punti di vista. Ci sembra incomprensibile che ancora oggi parti del nostro territorio debbano subire le conseguenze negative delle attività militari. Soltanto pochi mesi fa, in un momento di profonda crisi economica dovuta alla pandemia, nella zona del Monte Bivera è stato impedito l’accesso ai turisti per diverse settimane a causa dello svolgimento di esercitazioni militari», ricorda il capogruppo del Patto per l’Autonomia, che con il collega Giampaolo Bidoli aveva insistito affinché la Giunta regionale impostasse un ragionamento con il Ministero della Difesa per sospendere tutte le attività militari nei pressi di località turistiche e siti di interesse naturalistico in Friuli-Venezia Giulia. «Crediamo che il clamoroso incidente di Vivaro dimostri che è decisamente tempo di cambiare rotta».

“È inammissibile che delle manovre di natura militare arrechino rischi o pericoli per i nostri cittadini, operazioni di questo tipo devono svolgersi in totale sicurezza ed è davvero una fortuna che non ci siano state vittime o feriti civili. Le perdite di bestiame rappresentano però un grosso danno per l’azienda agricola colpita, ecco perché oltre a chiedere al ministero della Difesa che venga fatta luce sulle dinamiche dell’incidente, ritengo necessario che vengano chiarite nel più breve tempo possibile le tempistiche affinché gli agricoltori coinvolti ricevano un adeguato e giusto risarcimento.”, prosegue De Carlo, che conclude: “Un doveroso ringraziamento va alla Procura di Pordenone che ha avviato l’indagine e ai Carabinieri di Spilimbergo che hanno avuto la prontezza di collegare il danno all’esercitazione in corso”.

 

Iran, pubblicate immagini satellitari di presunte nuove basi lancio missili balistici
Da sputniknews.com del 18 marzo 2021

Nuove posizioni di lancio di missili balistici sarebbero in fase finale di costruzione nel sud-ovest dell’Iran, a circa 800 chilometri dal Kuwait, dove sono di stanza più di 13mila soldati statunitensi,riferiscono i media americani mostrando foto satellitari.

Un rapporto della Fox News sostiene, argomentando con foto satellitari fornite dalla Maxar Technologies, che l’Iran starebbe per ultimare la costruzione di una nuova base missilistica nel sud-ovest del Paese.

Le foto scattate dall’azienda di tecnologia satellitare con sede in Colorado, mostrano quattro pozzi che, sostiene il media statunitense che cita un rapporto del The Intel Lab (azienda di consulenze che si autodefinisce una ‘open source intelligence’), sarebbero "posizioni di lancio verticali rinforzate" nella fase finale di costruzione.

"Considerando la posizione geografica e la topografia esistente, una volta che questo complesso raggiungerà la piena capacità operativa, non sarà un compito facile neutralizzarlo con mezzi convenzionali", ha affermato Itay Bar-Lev, il capo della Intel Lab.
L'Intel Lab ha precedentemente pubblicato un video che descrive in dettaglio il sito del missile balistico, che, secondo il gruppo di intelligence, è stato aumentato in modo significativo dal 2018. Secondo quanto riferito, le posizioni di lancio potranno schierare due missili balistici ciascuna.

Le tensioni sono alte nella regione, poiché non sono stati compiuti progressi per quanto riguarda il piano d'azione globale congiunto (PACG), noto come ‘Accordo per il nucleare iraniano’. L'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva abbandonato l'accordo nel 2018, imponendo a Teheran con dure sanzioni in linea con la cosiddetta politica di "massima pressione". L'amministrazione Biden ha segnalato il desiderio di rilanciare l'accordo, ma non sono stati compiuti passi significativi in quella direzione.
L'Iran ha ripetutamente affermato che sono stati gli Stati Uniti a lasciare l'accordo e prima di qualsiasi negoziato Washington dovrebbe revocare le sanzioni contro la nazione. Teheran ha anche respinto l'idea di rinegoziare l'accordo, insistendo sul fatto che l'accordo originale del 2015 dovrebbe essere preservato.

Nel frattempo, Israele ha segnalato l'allarme riguardo all’Iran per un presunto piano di sviluppo di armi nucleari, sebbene la stessa Tel Aviv si sospetta detenga un arsenale nucleare da circa 90 testate. Teheran ha ripetutamente affermato che il suo programma nucleare è progettato per servire scopi puramente pacifici e ha denunciato i "doppi standard" in termini di sicurezza nucleare.

Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha recentemente condiviso con Fox News l’informazione che Tel Aviv sta aggiornando i suoi piani per preparare un potenziale attacco ai siti nucleari iraniani. Ha affermato che l'esercito israeliano ha già identificato "numerosi obiettivi" all'interno dell’Iran, la cui distruzione potrebbe minare la capacità dell'Iran di sviluppare armi nucleari.
In risposta, il ministro della Difesa iraniano ha promesso di distruggere Tel Aviv e Haifa - le due più grandi città in Israele - se lo Stato ebraico tentasse di attaccare la Repubblica islamica.

 

I cinque castelli più belli del Giappone
Da staynerd.com del 17 marzo 2021

Di Federico Galdi

Viaggio tra i castelli del Giappone, tra storia, leggende e cinema

Tra le parti del mondo in cui l’essere umano ha avvertito la necessità di costruire castelli, il Giappone è tra quelle dove questa attività ha raggiunto forme artistiche uniche. Al pari delle fortificazioni europee, anche nel Sol Levante il castello nasce con necessità militari e difensive. Assistiamo a una proliferazione di queste costruzioni tra i Secoli XV e XVI, gli anni che videro il Periodo degli Stati Belligeranti e quello Azuchi-Momoyama. In questi ultimi anni avvenne il processo di unificazione del Giappone, concluso con la Battaglia di Sekigahara nel 1600 e l’affermazione di Tokugawa Ieyasu.

Se per noi occidentali l’età dei castelli venne progressivamente superata con l’introduzione della polvere da sparo, in oriente avvenne l’esatto contrario. L’arrivo delle armi da fuoco e l’età dell’incastellamento coincisero. Nel Periodo degli Stati Belligeranti, quando l’Impero Giapponese era ormai frammentato in una serie di piccole nazioni in guerra tra loro, i daimyo iniziarono a costruire rocche in posizioni strategiche, come colline, corsi d’acqua e crocevia per poter controllare al meglio gli spostamenti degli eserciti rivali e avere alcune piazzeforti sul territorio.

Castelli per tutti i gusti

Al pari dei castelli occidentali quelli sorti in Giappone erano non solo strutture belliche, ma anche gioielli architettonici e simboli di prestigio e potere. Attorno al castello vivevano i samurai del daimyo locale, il quale aveva i suoi appartamenti nell’honmaru, la parte centrale e più protetta della rocca. Ciò che li differenzia è una grande varietà e complessità di disposizione, basate in gran parte sul luogo e le finalità del castello. Per questo motivo una rocca fluviale apparirà diversa rispetto a quella collinare che, a sua volta, sarà differente rispetto a quella marittima. Tuttavia c’è un’ulteriore complicazione nella classificazione dei castelli giapponesi. La nomenclatura varia a seconda delle mura e della disposizione delle tre parti principali di cui si compone la rocca.

Il modo in cui sono disposti honmaru, ni no maru e san no maru comporta anche una definizione diversa del castello in sé. Una complessità che si manifesta non solo nel nome, ma anche nella struttura, che mostrerà una serie di ramificazioni con pochi uguali nell’architettura bellica occidentale. Adesso però mettetevi comodi: rilassatevi e lasciatevi condurre in questo viaggio alla scoperta dei cinque castelli più belli del Giappone

1 – Castello di Kochi
Dalla sua posizione sulla collina di Otakasa, il Castello di Kochi domina l’omonima città come un gigante silenzioso. La notte, la sua figura illuminata costituisce uno degli spettacoli più belli dell’isola, come ricorderanno quanti hanno amato Si sente il mare dello Studio Ghibli.

Costruito nel 1611 da Yamauchi Kazutoyo, al quale venne affidata la provincia dal nuovo shogunato, è uno dei migliori esempi di rocca antica giunta fino a noi. La sua posizione sull’isola di Shikoku lo ha reso abbastanza isolato da non farne oggetto di un assedio e risparmiargli le ben peggiori distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante questo la struttura originale andò persa in un incendio nel 1727, costringendolo a una ricostruzione. Successivamente subì ulteriori restauri, il più recente dei quali nel 1949, a causa di un’invasione di termiti.

Esempio di eleganza e bellezza che ne ha fatto un Tesoro Nazionale del Giappone, quello di Kochi è uno dei castelli più noti e riconoscibili nel panorama dell’architettura del Sol Levante, una meta turistica imperdibile per quanti giungono a Shikoku.

2 – Castello di Matsuyama
Pur essendo uno degli esempi migliori di stile hirayama, ovvero di una rocca costruita sulla cima di una collina, si potrebbe sostenere che la base del Castello di Matsuyama sia… il riso.
Le vicende che portarono alla sua realizzazione riguardano infatti da vicino i cambiamenti politici negli ultimi anni del Periodo degli Stati Belligeranti. Il costruttore della rocca, Kato Yoshiaki, aveva infatti giurato fedeltà al secondo grande unificatore del Giappone, Toyotomi Hideyoshi, che lo aveva ricompensato con una rendita pari a 60000 koku (le unità di misura, basate sul riso, che calcolavano la ricchezza di un han).

Peccato che successivamente Yoshiaki sceglierà di saltare la barricata, combattendo a favore dei Tokugawa nella Battaglia di Sekigahara, ottenendo quindi un incremento a 200000 koku. La rendita sarà ciò che gli permetterà di iniziare la costruzione del castello.
Nonostante sia stato distrutto dai bombardamenti americani e parzialmente ricostruito negli anni Sessanta, il castello di Matsuyama resta uno degli esempi migliori di architettura militare tra i castelli del Giappone. Tra i suoi simboli più riconoscibili c’è il portone privo di porta, il Tonashimon, che passava in prossimità di una costruzione fortificata da cui era possibile controllare il passaggio di eventuali invasori.

Le spesse mura, in stile Uchikomihagi (pietre levigate in cui gli spazi vuoti venivano colmati da sassi di piccole dimensioni) collegano la struttura esterna da torrione a torrione, mentre quella interna aveva alcuni corridoi per permettere la comunicazione. Da notare infine una torre dei tamburi da guerra, posta al centro della struttura.

3 – Castello di Himeji
Tra i castelli del Giappone è forse il più bello e riconoscibile. Una struttura “da cartolina” che anche il cinema occidentale ha immortalato, grazie a pellicole come 007 – Si vive solo due volte, Shōgun e L’Ultimo Samurai. Divenuto Patrimonio dell’Unesco nel 1993, è una delle strutture più visitate dai turisti nel Sol Levante. La struttura originaria risale alla fine del Periodo Kamakura, attorno al 1333.

Successivamente fu ampliata a più riprese, venendo anche ricostruita dopo essere stata danneggiata. Il castello di Himeji fu infatti al centro di diverse battaglie e desiderio di conquista per daimyo e signori della guerra. Anche per questo il suo possesso passò di mano diverse volte, fino al Secolo XIX, in piena restaurazione Meiji, quando lo stato giapponese riuscì ad assicurarsi il castello all’asta.

La rocca si presenta con una pianta ad anello che contiene un labirinto di piccole strade che convergono nella parte centrale. Tra le molte strutture militari presenti in Giappone quella di Himeji si caratterizza per il grande numero di strutture presenti al suo interno. Una immensa varietà di costruzioni difensive compone il castello, posto in una posizione strategica che, da sempre, ne ha fatto oggetto di desiderio per molti clan nel corso della storia.
Attorno al castello di Himeji sono sorte anche alcune delle più note leggende del Giappone. Tra queste ci sono storie di fantasmi (degne della storia del castello) ma anche di yokai, spiriti che animerebbero alcune delle sale più remote del palazzo e cercherebbero di sfuggire alla vista degli esseri umani.

4 – Castello di Iga Ueno
Sempre a proposito di visioni da cartolina l’immagine del Castello di Iga Ueno durante la stagione di fioritura dei ciliegi è certo una delle più belle e riconoscibili tra quelle del Sol Levante. Anche Akira Kurosawa lo utilizzò come set di una delle sue opere più famose, Kagemusha, con la quale riuscì a imporsi in diversi festival internazionali.

Noto anche come “Hakuho” o “Castello della Fenice Bianca”, la rocca occupava una posizione strategica all’interno del movimentato panorama bellico del Sol Levante di fine Secolo XVI. Il primo nucleo della struttura risale al 1585, eretto da Takigawa Katsutoshi. L’honmaru e altre strutture più interne, come il tenshu e il mastio, furono costruiti dal successore di Katsutoshi, Tsutsui Sadatsugu. Dopo Sadatsugo fu Tōdō Takatora a rinnovare l’honmaru, rendendo le mura più alte e robuste, facendo loro raggiungere i trenta metri che conservano ancora oggi. Questo fa del Castello di Iga Ueno il più alto del Giappone.

Chiusa la stagione delle ribellioni dopo la battaglia di Sekigahara, la rocca perse gran parte della sua importanza strategica. Anche per questo, quando parte delle mura esterne vennero abbattute da un uragano nel 1612, non furono ricostruite. Il restauro avvenne solo nel Secolo XX, destinando il castello a diventare un museo di storia locale.

5 – Castello di Nagoya
Concludiamo il nostro viaggio tra i castelli del Giappone con una delle strutture più ricche di storia, la rocca di Nagoya. A leggere quali grandi nomi della storia giapponese si siano succeduti tra queste mura non si può non rimanere affascinati. Il nucleo originale della costruzione risale al secolo XVI, voluta da Imagawa Ujichika, daimyo appartenente a una delle famiglie protagoniste nel Periodo degli Stati Belligeranti. Successivamente passò di mano e cadde sotto il controllo del clan Oda. Proprio qui, secondo una tradizione, sarebbe nato Oda Nobunaga, uno dei tre grandi unificatori del Giappone.

Abbandonato dopo la morte di Nobunaga, attorno al 1582, il castello tornò in auge grazie a un’altra grande figura nella storia del Sol Levante, Tokugawa Ieyasu. Quest’ultimo era ufficialmente già ritirato quando, nel 1609, diede ordine di ricostruire il castello di Nagoya. L’opera di ricostruzione durò vari anni e non si concluse mai del tutto fino al Periodo Meiji. I possessori del castello lo ampliarono, abbellirono e restaurarono più volte, l’ultima delle quali in seguito a un raid aereo americano.
Icona di questa complesso sono i tetti verdi dei due torrioni principali, sui quali spiccano i shachihoko dorati che danno al castello i suoi soprannomi, quello di Kinshachi-jo e di Kinjō. Proprio a questi due ornamenti sembra essersi ispirato Eichiro Oda per il palazzo dello shogun di Wano, all’interno dell’attuale arco narrativo di One Piece. Anche i suoi interni, che ospitano tra le altre cose una mostra permanente di armi e armature di samurai, sono una gioia per gli occhi. Una vera esplosione di colori e immagini, in cui si esprime tutta l’armonia e la delicatezza pittorica propria dell’arte giapponese.

Manca qualcosa?

Forse vi sarete accorti che in questa lista ci sono pochi riferimenti ad anime e manga. In effetti non sono quasi presenti. Ma questo come mai?
Negli anni i mangaka hanno spesso utilizzato l’epoca dei samurai e degli Stati Belligeranti come contesto per le proprie opere. Eppure le strutture utilizzate in fumetti come Dororo e Lone Wolf & Cub spesso hanno sfruttato la fantasia dell’autore piuttosto che la realtà. Non che manchino esempi di castelli presi dalla storia del Giappone. Ma esiste una certa tendenza a inventare le proprie strutture. Difficile dire perché ciò avvenga.
Una spiegazione si potrebbe trovare nella ricerca di un elemento esotico. Per un mangaka che ha respirato la cultura del Giappone sin dalla nascita i castelli più affascinanti devono essere quelli occidentali. Molto spesso nei fumetti giapponesi troviamo riferimenti alla cultura, all’arte e alla storia dell’occidente. Può esserne un esempio Berserk, dove Kentaro Miura non ha mai nascosto le ispirazioni europee.

 

Degrado sulle Torricelle: bottiglie e rifiuti al forte San Mattia
Da larena.it del 18 marzo 2021

Sporcizia e rifiuti al forte San Mattia, sulle Torricelle. Anche qui, come a Castel San Felice, il grande piazzale di fronte al forte è diventato luogo di ritrovo per tanti ragazzi. Che, quando se ne vanno, a terra lasciano bottiglie di alcolici, pacchetti di sigarette, lattine, sacchetti di plastica, dando prova di grande maleducazione (considerato che c è un grosso contenitore per l'immondizia, vuoto) e di totale disinteresse per uno dei luoghi panoramici sulla città più suggestivi.
Marzio Perbellini

 

Nuova vita per l'ex base di Monte Calvarina: diventa una scuola di alta sicurezza
Da larena.it del 17 marzo 2021

Sul cucuzzolo del Monte Calvarina, Roncà (Verona) ci sarà la palestra di alta specializzazione nel settore della sicurezza. Gli «allievi» in questa aula a cielo aperto saranno appartenenti alle forze armate ma anche civili, destinati a scenari critici e ostili in tutto il mondo legate alle loro professionalità.

Per dieci mesi, a partire dalla metà aprile (Covid permettendo), l'ex area controllo dell'Aeronautica militare sarà trasformata in spazio didattico dove fare formazione e valorizzare l’abbandono quale scenario credibile, realistico e, dunque, assolutamente funzionale.
Va in questa direzione la proposta di valorizzazione che l’associazione Safe ha avanzato al Comune di Roncà, aprendola in vari modi anche al territorio, e che al termine dei 10 mesi di test potrebbe evolvere nel progetto a lunga scadenza con cui la ex area Controllo potrebbe diventare l’unico centro di eccellenza in Italia per la formazione nel settore della sicurezza su scenario critico. In cattedra i formatori delle Forze armate italiane e «in aula» professionisti in divisa ma anche operatori di organizzazioni non governative ed umanitarie, giornalisti free lance, civili.

Su uno scenario critico, infatti, non ci finisci solo se indossi una divisa e fai parte di un’operazione di peace-keeping ma anche se porti avanti una missione umanitaria, se per mestiere devi documentare entrambi, se sei un professionista di una multinazionale determinata a radicarsi anche in quella realtà.

La parola d’ordine è sicurezza, che oggi più che mai viene declinata anche sul fronte sanitario: interessante, allora, sapere che oltre alle settimane di formazione del progetto Hoste (Hostile environment awareness training), cioè formazione sulla consapevolezza in ambiente ostile, verranno proposte, ad esempio, anche quelle del progetto Resist (finanziato dall’Unione europea con un contributo da 1,2 milioni) sul rischio Nbcr (Nucleare, biologico, chimico e radiologico), quanto mai di stretta attualità in tempo di pandemia.
Safe, guidata dal presidente Andrea D’Angelo, ha casa a Ravenna ma da un po’ ha aperto un ufficio anche a Soave ed è proprio scoprendo l’area dell’Est veronese che D’Angelo ha conosciuto Calvarina: sulla location ha costruito un progetto ed una proposta di valorizzazione che consente a Safe (da anni attivo in questo ambito) di intercettare risorse pubbliche e private ma pure di mettere a frutto la rete di parternariati costruiti nel tempo.

L’attività già calendarizzata su Roncà coinvolgerà, ad esempio, i ministeri di Difesa ed Interno, i dipartimenti nazionali di Vigili del fuoco e Protezione civile, l’università di Tor Vergata, l’Istituto affari internazionali, l’Enea. A monte di Safe, che è una Onlus, ci sono le competenze maturate dai suoi esperti in progetti internazionali di cooperazione nell’ambito della sicurezza, della difesa, della pace e della stabilità, delle libertà e dei diritti umani.

Fin qui la parafrasi della presentazione che il presidente D’Angelo fa dell’associazione: quel che questo test di dieci mesi potrebbe muovere sul paese lo ipotizza invece il sindaco Lorenzo Ruggeroni, «perché persone che si trattengono per una settimana sul nostro territorio necessitano di servizi che si traducono in indotto. Non solo», aggiunge il primo cittadino, «sono già stati presi contatti con alcune associazioni della zona e del paese che saranno coinvolte da questo progetto. Una cosa è certa», aggiunge, «la base è in abbandono e così sarà mantenuta, preservata e migliorata dopo anni di totale inattività di tutta l’area».

L’accordo con il Comune, infatti, trasforma il canone in lavori di ristrutturazione e migliorie che rimarranno comunque anche se l’esperienza dovesse cessare a fine test: e a questo, dalla rimessa in sicurezza alla bonifica, dalla pulizia alla manutenzione straordinaria degli accessi, da giorni le ditte incaricate da Safe stanno lavorando. L’investimento di partenza è di 25 mila euro, 15 mila dei quali in lavori e se il de-briefing a 10 mesi farà propendere tutti per il sì, l’investimento salirà a 150 mila euro con possibili benefici per tutta la comunità di Roncà.

LA STORIA

Da zona di lancio missili a parco fotovoltaico. Ditte private ma anche i volontari del gruppo Gauntlet, l’associazione sportiva di Castelgomberto che una volta l’anno si gode l’area Controllo col softair e, in futuro, pure gli scout: sta rinascendo anche grazie a loro quella che negli anni della guerra fredda si era guadagnata la fama di base Nato più bella d’Italia.
Era il 1954 quando l’Aeronautica militare arrivò sul Monte Calvarina. Sette anni dopo nacque «base Sparviero», questo il nome in codice dell’avamposto in Val d’Alpone del sistema di difesa Nike-Hercules. Il 1° settembre 1961 al Controllo si insediò la 67ª Squadriglia intercettori teleguidati che tre anni più tardi fu promossa a Gruppo. A 682 metri di quota, dove la vista arriva alla Laguna veneziana, entrarono in operatività radar che avevano una portata di 200 chilometri.

Nel 1967, poco più a valle, venne su l’area Lancio (con gli hangar dei missili Nike), la caserma dei carabinieri e «The rock», la base americana occupata dalla 47ª Army Def. In pianura, poco fuori dal paese, nel 1974 venne costruita la base Logistica che completò il trittico affacciato sugli 11 chilometri della strada militare di Monte Calvarina.
Le testate nucleari abbandonarono il Lancio solo nel luglio del 1995, anno in cui venne ufficializzata la dismissione delle basi: gli ultimi avieri rimasero nella sola Logistica fino al 1997, anno del definitivo giro di chiave. Da allora in almeno tre occasioni le basi sono state il teatro di attività di training militare: nel 2009 l’ex area Lancio ospitò l’European union police forces training, esercitazione che coinvolse oltre 700 appartenenti ai corpi di polizia di 20 Paesi europei.

I Ranger del 4° Reggimento Alpini paracadutisti scelsero invece l’area Controllo, nel luglio 2017, per un’attività addestrativa che ne seguiva una svoltasi solo due anni prima sempre tra le aree delle basi. Dal 2012 l’area Lancio accoglie il parco fotovoltaico del Consorzio Le Valli e di Agsm mentre la Logistica, dal 2016, ospita le strutture socio-assistenziali del Monscleda daily care.

Paola Dalli Cani

 

Il missile anticarro russo Kornet-E verrà prodotto in Giordania
Da analisidifesa.it del 17 marzo 2021

Rosoboronexport, società per l’export militare che fa parte della compagnia di stato russa Rostec e la società giordana Jadara Equipment and Defense Systems, hanno annunciato al Salone IDEX di Abu Dhabi di fine febbraio l’apertura di uno stabilimento per la produzione di missili guidati anticarro (ATGM) Kornet-E in Giordania.
L’accordo prevede l’assemblaggio di missili 9M133-1 e 9M133F-1 per il sistema ATGM Kornet-E, progettato per distruggere carri armati, veicoli da combattimento corazzati con armatura reattiva e varie fortificazioni, con un raggio di tiro massimo di 5,5 chilometri.

“Kornet-E è uno dei sistemi anticarro più efficaci e ricercati nel mercato globale degli armamenti, che ha spinto i nostri colleghi giordani a stabilire una produzione congiunta sul loro territorio”, ha affermato Viktor Kladov, Direttore per la cooperazione internazionale e la politica regionale Dipartimento di Rostec.
Non si tratta certo dei primi sistemi d’arma di tipo russo in dotazione all’Esercito Giordano che già schiera i Kornet oltre a sistemi missilistici antiaerei mobili Pantsir S1, 9K33 OSA e 9K35 Strela-10, semoventi d’artiglieria contraerea ZSU 23-4 Shilka, missili spalleggiabili terra-aria Igla-S e SA-18, lanciarazzi anticarro RPG-25, RPG-27 e RPG-32 (questi ultimi prodotti in Giordania).
Nell’ambito del Salone della difesa di Abu Dhabi, Rostec ha reso noto inoltre che 6 paesi stranieri hanno annunciato l’intenzione di acquisire il nuovissimo carro armato russo T-14 Armata.

Foto Rostec

 

Nuova vita per l’ex base militare sul monte Calvarina
Da corrierevicentino.it del 17 marzo 2021

Novità sul fronte arzignanese. Come riportato dal quotidiano Congedati Folgore, sul monte Calvarina dovrebbe nascere una zona di addestramento alla sicurezza per appartenenti alle forze armate e civili. Infatti nell’area della ex base dell’aeronautica oltre al personale militare sarà previsto l’addestramento di giornalisti, diplomatici e funzionari di aziende, che per lavoro devono operare in scenari critici e ostili in tutto il mondo.

L’associazione Safe ha richiesto al comune di Roncà di autorizzare il progetto che in dieci mesi prevede la creazione di uno scenario realistico e funzionale. La zona di addestramento diventerà un centro di eccellenza in Italia per la formazione della sicurezza su scenario critico.

L’obiettivo è la formazione su come muoversi in ambiente ostile e sul rischio Nbcr (Nucleare, biologico, chimico e radiologico). L’attività coinvolgerà i ministeri della Difesa ed Interno, i dipartimenti nazionali di Vigili del fuoco e Protezione civile, l’università di Tor Vergata, l’Istituto affari internazionali, l’Enea.

 

Isola d’Elba, un paradiso racchiuso dalle fortezze
Da valdelsa.net del 17 marzo 2021

L’Elba è un’isola dell’arcipelago Toscano. Quest’isola è famosa principalmente per il suo sistema di fortificazioni, costituite maggiormente dal Duca Cosimo I de’Medici a partire dal 1548 e continuati in seguito dagli Spagnoli e dai Viceré di Napoli

Inoltre, la struttura naturale della baia di Portoferraio, grazie allo sperone roccioso che protegge la darsena, ha contribuito a difendere la località dai numerosi attacchi soprattutto pirateschi subiti durante la storia. Anche l’ammiraglio Nelson è stato in grado di definirla come “il porto più sicuro del mondo”. Ad oggi, è possibile visitare una vera e propria città-fortezza, con resti ancora intatti.

Raggiungere l’Isola d’Elba

Si può raggiungere l’Isola d’Elba partendo da Piombino Marittima. Questa località può essere raggiunta con diversi mezzi di trasporto, come l’auto, l’autobus o il treno. Dal porto di Piombino, poi, potrai scegliere uno dei traghetti Moby per l'Elba e raggiungere la destinazione prescelta in poco più di un’ora. In alternativa, invece, si può raggiungere l’aeroporto di Marina di Campo dalle principali città europee.

Forte Falcone

Forte Falcone è, insieme a Forte Stella e alla Torre della Linguella una delle colonne portanti del sistema difensivo di Portoferraio, che fu eretto nel 1548. Per raggiungerlo, occorre partire da Via della Regina e percorrere una strada tortuosa, fino al portone di legno che riporta una lapide in marmo posta a ricordo della fondazione di Cosmopoli da parte del Granduca Cosimo I. Appena all’interno dell’edificio, superando la volta a botte, partono i corridoi che originariamente costituivano il nucleo difensivo. I bastioni, invece, sono raggiungibili attraverso una stradina in salita. È possibile ammirare anche una lapide che ricorda la prigionia dello scrittore Guerrazzi, mentre sotto il pavimento vi è una cisterna nella quale confluivano le acque piovane per un approvvigionamento in caso di assedi. Percorrendo il perimetro del forte, si arriva poi alla zona del mare, dove la scogliera costituisce una difesa del tutto naturale. Forte Falcone probabilmente diventerà una delle sedi che ospiteranno una parte del patrimonio artisticoculturale del museo degli Uffizi, per il progetto “Uffizi diffusi”, un progetto nato per esporre delle opere “nascoste” della collezione degli Uffizi in altre aree museali della Toscana, secondo un principio di valorizzazione del territorio. La fortezza in questione, fatta costruire da Cosimo I De Medici, è sicuramente la scelta giusta per diventare lo scrigno di pezzi che narrano la storia dell’Elba, come quelli della vita di Napoleone Bonaparte. Già nel 2017, il Forte era stato convertito a spazio espositivo dedicato all’esilio napoleonico del 1814.

Forte Inglese

La testimonianza degli inglesi sull’Isola è il Forte Inglese, risalente al 1700, situato sulla collina di San Rocco fuori dal centro storico di Portoferraio, dal quale si può ammirare una vista sul paesaggio. Il piccolo forte, voluto da Cosimo III Granduca di Toscana, fu realizzato per difendere la città dagli attacchi provenienti da terra, fu smantellato nel 1728 perché considerato un luogo strategico per gli attacchi da parte dei nemici, cosa che poi avvenne nel 1796 con lo sbarco degli inglesi a Portoferraio. I resti della fortezza vennero definitivamente demoliti nel 1802 per volere di Napoleone, che lo riportò in vita, poi, nel 1814.

 

Dentro l'ex bunker della Guerra Fredda dove Mosca nascondeva i suoi segreti: ora è un museo
Da lanazione.it del 16 marzo 2021

Una cassaforte 43 metri sotto terra. Siamo a Mosca e questo è il Bunker 703, un deposito segreto utilizzato durante la Guerra Fredda. E' qui che venivano custoditi i segreti inconfessabili: qualcosa come 120 tonnellate di documentazioni e materiali top secret in tema di politica estera. Il sito è stato declassificato solo nel 2018. E oggi è diventato un suggestivo museo sotterraneo.

Il suo ingresso è mascherato da un edificio grigio poco appariscente. E sebbene non sia più utilizzato dal governo, l'atmosfera da guerra fredda rimane ancora intatta. Per entrare bisogna percorrere una stretta scala, al termine della quale si trova una grande porta blindata. Qui tutto è originale: nulla è stato modificato e sebbene il Ministero degli Affari Esteri abbia rimosso ogni documento scottante, sui banconi impolverati trovano posto attrezzature di ogni tipo, equipaggiamento sovietico e altro materiale declassificato.

«Il nostro bunker è l'unico posto in città dove ogni visitatore può guardare in una vera e propria miniera profonda dei tempi di Stalin e con le proprie mani far scattare una sirena che avverte di un imminente attacco nucleare», si legge sul sito del museo.

«Offriamo una splendida atmosfera di una cupa prigione, autenticità e completa affidabilità delle informazioni. Non abbiamo fatto ristrutturazioni e non inventiamo miti sensazionali per attirare i turisti. Il nostro museo è impegnato in lavori di ricerca e raccoglie materiali storici e tecnici declassificati dell'ex Unione Sovietica. E tutto può essere toccato».

 

 

European Green Belt: cosa rimane della Guerra fredda in Friuli Venezia Giulia?
Da triesteallnews.it del 15 marzo 2021

Di Alessia Zenatelli

Il 25 marzo si è tenuta la conferenza dal titolo “La European Green Belt Initiative: dalla cortina di ferro al corridoio ecologico. Storia di un confine dall’antichità alla Guerra Fredda“, con l’intervento dell’architetto Moreno Baccichet, il quale, partendo dalla gigantesca rete ecologica sorta dove passavano le linee del fronte della guerra fredda, ha illustrato quanto rimane di quel periodo in Friuli Venezia Giulia, nonché il loro (scarso) livello di conservazione.
La cortina di ferro ha lasciato una lunga cicatrice verde lungo tutto il continente, che partendo dal confine finlandese-russo arriva a quello bulgaro-turco. Nel 2014 è nata in Repubblica Ceca la European Green Belt un’associazione che aspira a proteggere questo enorme ponte ecologico, progetto a cui la nostra regione ha poi aderito l’anno seguente in virtù del fatto che l’ex confine italo-jugoslavo è parte importante di questa enorme fascia verde.

E proprio nella nostra regione la cortina di ferro ha costituito (e costituisce tuttora) un’importante opera infrastrutturale di cui si sa pochissimo perché, nonostante tali opere siano in uno stato di degrado e abbandono ormai trentennale, rimangono coperte da segreto, con il risultato che la regione stessa ignora quante e quali opere difensive permangono nel territorio regionale. Ciò che appare evidente, è che si articolasse in tre linee difensive discontinue, la prima lungo i confini con Austria e Jugoslavia, la seconda lungo il torrente Torre e la terza lungo il Tagliamento. A cui si accompagnavano strutture aggiuntive come polveriere, caserme e poligoni.

Il dottor Baccichet ha comparato questa enorme fatica infrastrutturale con il Deserto dei Tartari: si continuò a costruire questa grande muraglia, benché, non solo il nemico non arrivò mai ma, anche qualora fosse giunto, sarebbe stata comunque una fatica pressoché inutile, in quanto i piani sia della Nato che del Patto di Varsavia prevedevano di fare terra bruciata della regione usando testate nucleari a corto raggio. Oltretutto, non solo tali strutture erano già vecchie quando furono costruite – come emerge confrontando quelle costruite negli anni ‘50 con quelle costruite negli anni ‘70 – ma è probabile che fossero anche inizialmente mal posizionate perché, come scoprì la CIA nel 1975, i piani sovietici prevedevano sì un’invasione dell’Italia passando dalla nostra regione, ma non attraverso la Val Canale come si credeva ma dall’area di Gorizia.

Ciò che appare evidente, è che questa infinita opera costruttiva e ricostruittiva ha inciso profondamente nello sviluppo della nostra regione tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni ‘90, infatti, non solo il Friuli Venezia Giulia è stato riempito di servitù militari e caserme, ma anche progetti squisitamente civili ne subirono l’influenza come, ad esempio il sincrotrone e l’autostrada di Gorizia le cui posizioni furono scelte dai militari.

Ma cosa rimane? Ruderi, di caserme, alloggi di ufficiali e soldati e polveriere, che spesso vengono distrutti in modo improprio e sono generalmente in pessimo stato di conservazione, perché pensando che non sarebbero sopravvissuti, furono costruiti con materiali scadenti cosa che rende molto più complesso e costoso un loro eventuale recupero. Secondo l’architetto Baccichet è essenziale che venga eseguito finalmente un censimento delle strutture presenti, in modo da poter capire se e quali usi possono avere e poi eventualmente recuperali, prima che molte siano ingoiate e cancellate dall’avanzare della natura o dei campi coltivati, privandoci di un pezzo della nostra memoria collettiva. Infatti, al momento esiste solo un censimento dei resti della guerra fredda solo per la provincia di Pordenone ed è stato realizzato da volontari, la regione non ha mai realizzato un simile elenco e il Ministero della Difesa, come detto precedentemente, ancora protegge i suoi dati in merito a tali strutture. Va sottolineato, che già esistono alcuni (rari) casi dove queste strutture sono già state restaurate e preservate, come a Cordovado dove il comune ha acquistato e preservato la ex base missilistica, ma il fatto stesso che siano i comuni a dover teoricamente prendersi carico di tali infrastrutture ne rende assai più arduo il recupero. In quanto molte di esse si trovano in piccoli comuni privi delle risorse necessarie e essendo posizionate spesso in aree isolate l’interessamento dei privati per esse è scarso. Ovviamente, non tutte le strutture possono essere recuperate e per alcune lo stato attuale sarebbe opportuno preservarlo per ragioni ambientali, come nel caso degli ex poligoni che hanno preservato l’ambiente della prateria offrendo rifugio alle allodole che sono in via di estinzione nella nostra regione.

Mentre, in altri casi non solo gli abbattimenti sono opportuni ma anche utili alla salute pubblica in quanto molti edifici contengono eternit che ovviamente si sta degradando e le cisterne di benzina interrate rischiano di collassare contaminando i terreni. In generale, qualunque valutazione dovrebbe essere presa in tempi prossimi perché se si decidesse di aspettare altri vent’anni la natura avrà avvolto molte strutture al punto tale da rendere sia gli abbattimenti che eventuali recuperi infinitamente più difficili e dispendiosi.

 

Fortezze di Puglia: Il Castello di Barletta
Da corrieresalentino.it del 14 marzo 2021

Il Castello di Barletta è uno splendido esempio dell’architettura militare, in cui è possibile osservare il successivo stratificarsi delle varie dominazioni che si sono susseguite nel Regno di Napoli. Il nucleo originale della fortezza risale alla dominazione normanna, infatti fu edificato intorno al 1050, incastonato fra le vecchie mura cittadine e proteso verso il mare. Fu il Sacro Romano Imperatore Federico II di Svevia ad ordinare una nuova costruzione più simmetrica in luogo di quella originale che ai suoi occhi si presentava piuttosto irregolare. Proprio nel castello di Barletta lo stesso imperatore convocò la Dieta in cui fu bandita la V Crociata e, nella stessa occasione, annunciò la nascita di suo figlio Corrado, mentre l’anno successivo vi dimorò per un paio di mesi circa. Ritornato nel 1234 istituì alcune fiere annuali che dovevano ruotare fra sette città. Durante la dominazione sveva il castello di Barletta fu ricovero per i cavalieri che partivano o tornavano dalla Terra Santa.

Subentrato Carlo I d’Angiò sul trono di Napoli, questi provvide a rivoluzionare completamente la struttura della fortezza in chiara chiave antisveva e, proprio sotto la dominazione angioina, nel 1308 furono imprigionati i Cavalieri Templari dell’Italia Meridionale precedentemente arrestati. Agli Angioini successero nel 1442 gli Aragonesi che negli anni compresi fra 1458 ed il 1481 provvidero a rinforzarlo. Nel 1459, proprio a Barletta nella cattedrale di S. Maria Maggiore Ferdinando I d’Aragona venne incoronato Re di Napoli.

Sotto la dominazione spagnola ebbero luogo diverseopere di rinforzo e di ampliamento del castello che fra il 1502 ed il 1503 ospitò il Gran Capitano e stratega spagnolo Consalvo da Cordova e gran parte del suo esercito vittorioso nelle Battaglie di Ruvo e di Cerignola. In questo periodo si tenne anche la famosa Disfida di Barletta. Nel 1532, per ordine dell’Imperatore Carlo V, venne disposto il rinforzo e l’ampliamento del castello ed i lavori furono affidati all’architetto militare Evangelista Menga, protraendosi inizialmente sino al 1537 e successivamente continuati da altri ingegneri sino al 1598. In seguito a tali opere il castello assunse l’attuale aspetto a pianta quadrangolare con quattro baluardi a pareti sfuggenti agli angoli e le cortine munite delle apposite bocche per il tiro dei pezzi di artiglieria, conformandosi ai canoni difensivi delle fortezze dell’epoca. Procedendo in senso orario dall’angolo sudoccidentale originariamente i bastioni erano chiamati di Santa Maria, di San Vincenzo, di Sant’Antonio e dell’Annunziata, tuttavia agli inizi del XIX secolo le denominazioni vennero completamente cambiate: il baluardo di Santa Maria fu chiamato di San Giacomo, quello di San Vincenzo divenne della Campana, quello di Sant’Antonio ribattezzato di Santa Maria e il bastione dell’Annunziata cambiò in di San Vincenzo. Nel corso del XVII secolo furono effettuati ulteriori lavori di consolidamento e ristrutturazione.

Allo scoppio del Primo Conflitto Mondiale, la mattina del 24 maggio 1915, il lato settentrionale del castello ed il relativo bastione nord, rivolti verso il mare, furono bombardati con sei cannonate dall’esploratore austro-ungarico Helgoland che poche ore prima aveva colpito anche Manfredonia. I danni alla struttura furono limitati grazie al tempestivo intervento del cacciatorpediniere italiano Turbine che però, dopo poco, fu affondato. Durante il Secondo Conflitto Mondiale la fortezza ospitò un presidio militare che fieramente si oppose all’occupazione tedesca della città. La strenua resistenza delle forze italiane di stanza a Barletta culmino nella battaglia del 12 settembre 1943.
Cosimo Enrico Marseglia

 

Importanti resti dell’austriaco Forte Clam, trovato, a Verona, nel cortile dell’ex Manifattura Tabacchi
Da veronaeconomia.it del 12 marzo 2021

Il forte, uno dei vari, allocati nella pianura veronese, si trovava fra l’area, oggi occupata dagli ex Magazzini Generali e dall’ex Manifattura Tabacchi.

Noto è che il Comune di Verona sta ridando vita ad aree, a zone cittadine e a edifici, da tempo in disuso ed abbandonati, per conferire un nuovo volto alla città e per porre a disposizione della cittadinanza ambienti e zone verdi. Un’iniziativa di riqualificazione-rigenerazione, che comporta incisivi lavori di ristrutturazione, d’abbattimento, di costruzione e, quindi, di scavo, messi, necessariamente, in atto, dai proprietari di tali complessi mobiliari. Importanti lavori, in tal senso, sono in via di esecuzione, presso il complesso dell’ex Manifattura Tabacchi, che si trova, per meglio intenderci, a destra, andando verso Verona-sud, degli ex Magazzini Generali. Nel corso di lavori di sterro, è stato trovato un importante resto di muro alla Carnot – dal nome dell’ufficiale francese Lazare Carnot – ben conservato, in buona parte, in conci, in pietra, a forma di esagono – opus poligonale – e, in parte, in cotto. Ha chiarito, quindi, l’architetto Fiorenzo Meneghelli, esperto in storia dell’architettura militare e incaricato del recupero dell’opera in tema: ”Un piccolo tratto di un gigante…, parte della grande fortezza, che proteggeva, sino al 1909, l’accesso alla città, per chi proveniva da sud, al crocevia fra la strada “Claudia Augusta”, la “Postumia” e quella che corrisponde all’attuale viale del Lavoro e che si sviluppava, in un’area di 22.650 metri quadrati.

La fortezza era circondata da un muro di 150 metri, alto 5 metri e circondato da un fossato, profondo 7 metri, simile a quello che circonda ancora il centro della città. Al centro, su una collina artificiale, si ergeva una torre d’artiglieria semicircolare, alta 32 metri. Questa difesa militare è entrata in disuso, quando, nel 1909, venne concepita l’idea di fare della strada d’accesso a Verona un boulevard alberato”… Il grande bastione fu costruito, fra il 1848 e il 1850, dedicato, secondo, usanza austro-ungarica del tempo, al generale dell’allora Regio ed Imperiale Esercito austro-ungarico, Eduard Clam-Gallas (1785-1891), che prese parte, fra le altre, anche alle battaglie di Santa Lucia, Verona, e di Custoza, e abbattuto, nel 1924, nel quadro della creazione di aree, da destinare all’industrializzazione della città scaligera. L’attuale ritrovamento costituisce un fatto significativo, dal punto vista storico, e, al tempo, perché l’opera ritrovata sarà dovutamente posta in luce, nella sua originaria collocazione, nell’area verde, in via di realizzazione. "Un ritrovamento che certifica quanto la nostra città sia incredibile - ha detto il sindaco, Federico Sboarina -. Trovare un reperto di questo tipo, in una zona come Verona sud, ha davvero dell'incredibile e conferma quanto questa città sia storica, in tutte le sue parti, anche fuori le mura. Un'opera, che darà lustro a questo importante intervento di riqualificazione, che si inserisce perfettamente, nella nostra visione di rigenerazione urbana, che punta al vero ecupero delle aree dismesse, per reinserirle nel tessuto urbano.

Nel caso specifico dell’ex Manifattura Tabacchi, parliamo di un’area a ridosso, non solo della fiera, ma anche dell’ex Scalo Merci, in cui sorgerà il grande parco cittadino. Si va concretamente verso la direzione di spostare a sud il baricentro della città: non è più scritto, solo sulle carte; ora ci sono i cantieri a dimostrarlo e soprattutto i tempi certi. La deadline è fissata alle Olimpiadi invernali di Cortina 2026. Tra meno di cinque anni, saranno completati i progetti per il ribaltamento del casello di Verona sud, la statale 12, il Central Park, tutti strategici, per il grande evento olimpico e che cambieranno completamente il volto di questa parte di città". "Il ritrovamento non influisce sul programma lavori, anzi, i cantieri, qui, non si sono mai fermati – ha affermato l’assessore Segala -. Sono terminati i lavori di rimozione dei rifiuti e la bonifica e, a brevissimo, si concluderanno le demolizioni: l’area risulta pertanto pronta per l’inizio della costruzione delle opere. Come da progetto, il luogo dove è stato ritrovato il forte è già destinato alla collettività, un luogo pubblico con una grande piazza e un parcheggio a cui ora si aggiunge questo importante reperto storico che valorizza sicuramente l'area e che, insieme alla ciminiera e agli esempi di archeologia industriale saranno visitabili dalla città per rimarcare il legame con il passato". "Un elemento che andrà a qualificare questo luogo di rigenerazione anche dal punto di vista culturale - ha aggiunto l'assessore Briani -. Il contesto dell'ex Manifattura Tabacchi e della zona, in cui si trova. non può essere svincolato da un percorso, legato all'identità di Verona, un processo, che punti, non solo ad una valorizzazione turistico-ricettiva del quartiere, ma che contribuisca ad alleggerire la pressione nel centro storico"."Non possiamo che condividere l'entusiasmo dell'Amministrazione per questo ritrovamento - ha aggiunto il soprintendente Vincenzo Tinè.- Finalmente, anche a Verona, un intervento di architettura contemporanea, in cui l’anima pregressa diventa un punto di forza del moderno e del contemporaneo.

Siamo di fronte ad un grande progetto di recupero, che si trasforma in occasione culturale, grazie ad una proprietà illuminata, che ha capito l'importanza di rigenerare la Manifattura, nel rispetto di ciò, che ha rappresentato per la città, lasciando riconoscibili le sue parte caratteristiche". "I lavori all’ex Manifattura Tabacchi procedono speditamente e contiamo di poterli concludere, per l’autunno del 2023 – ha evidenziato Paolo Signoretti, Paolo Signoretti, della società Ve.Re. srl., proprietaria dell’area .- Si tratta di uno degli interventi di rigenerazione urbana più importanti per la città ed abbiamo dedicato tutta la nostra professionalità ed attenzione, oltre a quella dei progettisti, per salvaguardare tutte le pertinenze storiche di questo complesso. In collaborazione, con la Soprintendenza di Verona, tutti gli elementi storico-architettonici dell’ex Manifattura saranno recuperati, messi in sicurezza, posti in evidenza, per il pubblico, affinché possano diventare patrimonio di tutta la Città. Siamo sicuri che la Galleria Mercatale, l’antica ciminiera e, adesso, anche i resti del Forte Clam diventeranno dei veri e propri punti di riferimento».

Pierantonio Braggio

 

Tornano a splendere le mura storiche di Camerino
Da etvmarche.it del 12 marzo 2021

CAMERINO – Nuova vita per le mura di Camerino che tornano a splendere grazie a un intervento di ripulitura che ha permesso di riportare la cinta muraria agli antichi splendori ridefinendo parte del perimetro del centro storico della città. Un intervento che si colloca nell’ottica di un progetto di valorizzazione delle mura, a cui seguirà un’ulteriore ripulitura dalle erbacce cresciute negli anni anche tra i mattoni, e di attenzione al decoro urbano. “Devo ringraziare tutto il servizio manutenzione, a partire dai nostri operai – ha detto l’assessore ai lavori pubblici Marco Fanelli – per il grande lavoro che hanno svolto.

Abbiamo deciso di ripulire le mura perché oltre a un’azione di decoro si tratta della volontà di valorizzare una parte della città che costituisce un patrimonio storico, artistico e architettonico. Ciò si accompagna al valore più importante per tutti noi: valorizzare e ridare splendore a una parte della città che riteniamo non abbia avuto la giusta attenzione e non sia stata valorizzata a dovere. È, invece, un biglietto da visita importante e si tratta di un patrimonio che va restituito alla cittadinanza, prima di tutto, ma anche a tutti coloro che avremo il piacere di ospitare a Camerino, che vorranno farci visita, a chi vorrà fare una passeggiata intorno alle mura in quello che è il percorso pedonale attorno al centro storico.

A ridosso della bella stagione – continua Fanelli – sperando che la situazione determinata dall’emergenza sanitaria migliori, tra le ricchezza che la città può offrire c’è sicuramente anche uno dei simboli del suo glorioso passato che merita di essere recuperato appieno. Purtroppo le piante, se da un lato creano ombra e frescura d’estate, oltre a provocare danni con le radici nelle fessure, spesso oscurano le mura che oggi rappresentano sicuramente un elemento architettonico e paesaggistico di notevole importanza, che costituiscono caratteristica e storicità del passato” conclude Fanelli. Sono in programma ulteriori interventi alla cinta muraria per tutto l’anello cittadino.

 

Caserme, cessioni e polemiche «La città poteva avere di più»
Da tribunatreviso.it del 11 marzo 2021

Approvato in Consiglio il cambio di destinazione d’uso degli immobili dismessi I dubbi di Balliana e De Bastiani: «A qualche Comune è andata molto meglio»

Di Francesco Dal Mas

VITTORIO VENETO
A sette anni dalla firma del protocollo d’intesa tra Difesa e Comune sui beni militari della città, il Consiglio comunale ha votato per il cambio di destinazione d’uso delle ex caserme e dei palazzi. Un patrimonio da 12 milioni di euro. Solo due le astensioni, dei consiglieri Mirella Balliana e Alessandro De Bastiani, dell’opposizione. Il Comune incasserà l’aerocampo di San Giacomo di Veglia (varrebbe un milione e 465 mila euro), dove sorgerà un mega impianto sportivo, e tre quarti almeno tra proprietà e concessione dell’area della ex Caserma Gotti, tra cui la grande area verde, che resterà tale, del campo sportivo e annessi lungo via Dante.

GLI IMMOBILI
Il valore, in questo caso, sarebbe di un milione e 512 mila euro. Un valore complessivo di circa 3 milioni. Ma lo stesso Comune cederà la caserma dei carabinieri, che varrebbe quanto sopra, poco meno di 3 milioni, il Demanio si tratterrà palazzo Doro Altan, palazzo Piccin, un terzo della Caserma Gotti (da trasformare in residenziale e commerciale), la caserma Tandura e alcuni alloggi. Con l’autorizzazione municipale a valorizzarli, il Demanio militare può procedere ora alla vendita. Se il destino della Gotti pare già segnato, il Doro Altan, un complesso che era sede del Circolo ufficiali, potrebbe essere trasformato in albergo, considerata la vastità del complesso. Medesima la vocazione di palazzo Piccin, sede del V Corpo d’Armata, anche se la sua strutturazione interna è di sale molto ampie e soprattutto molto alte, quindi poco adattabili a camere d’albergo. La ben più ampia caserma Tandura potrebbe diventare il nuovo centro residenziale del quartiere di Costa, con tanto di piazza. Si inizia, comunque, dalla caserma Gotti, dove già l’Avab sta preparando la propria sede e dove gli Amici del rugby ricaveranno il proprio mini-stadio.

SOPRALLUOGO ALLA GOTTI
Nei prossimi giorni ci sarà un sopralluogo di tutti i consiglieri comunali sul sito dismesso della ex caserma, per favorire una precisa conoscenza della situazione di fatto, su suggerimento e proposta del presidente del consiglio comunale Paolo Santantonio. «In tal modo – ha detto Santantonio - proseguiremo in quello che per il nostro consiglio comunale sta diventando un metodo di lavoro, verifica sul campo dopo quelle effettuate a palazzo Torres e alla ex Area Carnielli». De Bastiani e Balliani hanno sostenuto che forse il Comune poteva ottenere di più. Dal 2013, l’Agenzia del Demanio ha ceduto più di 4000 immobili. Nervesa ha portato a casa un bel edificio che ospitava la caserma dei carabinieri mentre il Comune di Volpago del Montello ha ricevuto in dono la ex polveriera che comprende un'area di un chilometro quadrato recintato con 70 ettari di bosco oltre agli edifici. «Perché a Vittorio Veneto – si chiede De Bastiani – non si è riusciti ad ottenere tanto?». —

 

I tunnel segreti voluti dagli Sforza Lodi scopre un tesoro sottoterra
Da milano.corriere.it del 11 marzo 2021

Lunghi oltre un chilometro, i camminamenti erano la rete difensiva della città e venivano utilizzati dai soldati per spostarsi senza dare nell’occhio. Creati nel ‘400, l’obiettivo è riaprirli al pubblico nel 2022

Francesco Gastaldi

I tesori che il sottosuolo di Lodi nasconde da almeno sette secoli, finora li hanno visti in pochi. Una rete di camminamenti, cunicoli, revellini in gran parte realizzati dai genieri di Francesco Sforza e usati dai soldati dal ‘400 in poi per organizzare le difese militari, che si srotola dal Torrione del Castello fino a piazza della Vittoria. E da lì c’è almeno un altro percorso diretto ai complessi quattrocenteschi di via Fanfulla — gli ex conventi di San Cristoforo e San Domenico — stavolta però realizzato dai frati dominicani e per scopi non militari. I lavori per realizzare due itinerari della «Lodi segreta» da aprire ai turisti— quasi un milione di euro del ministero dei Beni Culturali, cantieri iniziati la scorsa estate in ritardo a causa della pandemia — ora procedono a buon ritmo e sono anche apparse le prime foto di ciò che Lodi nasconde nel suo sottosuolo: non solo i passaggi segreti, ma anche abachi, meravigliosi portali sotterranei, percorsi per le contromine. Tutto testimoniato dalle foto degli esperti dell’associazione «Lodi Murata», i primi a ricostruire il fitto labirinto di passaggi, ghiacciaie, scalinate, sale e passaggi esterni (contando i revellini) di almeno un chilometro e mezzo che dal 2022, Covid permettendo, tutti potranno finalmente vedere. Possibile che sia la punta dell’iceberg. Solo nel sottosuolo di piazza della Vittoria, ad esempio, c’è un labirinto di passaggi segreti, presumibilmente di pertinenza dei palazzi nobiliari, che si collegano al percorso principale. «Li scoprimmo per caso una ventina d’anni fa — racconta Sandro De Palma, ingegnere e uno dei tre appassionati (gli altri due sono il collega, da poco scomparso, Ernesto Carinelli e Giorgio Granati) che per primi credettero nelle potenzialità turistiche della città nascosta — quando una corriera della linea urbana sprofondò improvvisamente di oltre mezzo metro rivelando l’esistenza di un cunicolo».

I percorsi della Lodi sotterranea in realtà non vanno troppo in profondità: «Si mantengono fra i 5 12 metri sotto il piano stradale — racconta De Palma — a causa della vicinanza dell’Adda e la falda superficiale che non consentirono ai costruttori di scendere troppo». I due percorsi studiati dall’associazione e finanziati dal ministero racconteranno il sistema dei revellini difensivi (90 metri di sviluppo) e l’inizio del tracciato sotterraneo da piazza Castello verso il duomo. Tracciato che in realtà s’interrompe a metà. «Il passaggio fu murato in epoca spagnola, provare a riaprirlo è pericoloso. Abbiamo però ricostruito i tracciati con il geoscanner», racconta De Palma. Gli itinerari turistici avranno tre ingressi e i gruppi di visitatori verranno fatti entrare a turni di dieci per volta, per motivi di sicurezza. La visita alle segrete sarà resa ancora più affascinante da un sistema di totem informativi e da un’impianto di illuminazione che ne esalterà il lato misterioso. «Abbiamo iniziato a mettere a punto un piano di fattibilità, già coperto dal ministero alle Infrastrutture, per recuperare l’antica cinta muraria e le fondamenta del castello di Federico II (XIII secolo)». Poi c’è il sottosuolo di San Domenico, «con la spettacolare sala delle colonne in cui potrebbe essere stata firmata la Pace di Lodi». Di recente sono emerse ossa umane e animali. Di che epoca ancora non si sa. Nel ventre di Lodi c’è un tesoro che aspetta

 

L’ex polveriera al Comune Nel 2012 la prima richiesta
Da messaggeroveneto.it del 11 marzo 2021

TRAVESIO
Firmato ieri a Trieste il verbale che sancisce il passaggio in via definitiva e a titolo gratuito dell’ex deposito di munizioni di Usago dalla Regione al Comune di Travesio. La stiupula dell’atto è avvenuta alla presenza dell’assessore regionale Sebastiano Callari e del sindaco Francesca Cozzi, con loro il consigliere Andrea Giannini, il direttore dell’agenzia del Demanio e il dirigente della direzione patrimonio, demanio, servizi generali della Regione. «Il Comune è finalmente divenuto proprietario di quella bellissima e quasi incontaminata area verde di circa 70 ettari. che per noi è “la polveriera”» ha commentato Cozzi, la quale ha raccolto i frutti dell’azione di governo della precedente amministrazione.

Nell’estate di nove anni fa l’amministrazione allora guidata da Diego Franz, manifestò al ministero della Difesa la volontà d’acquisire l’area, dichiarata priva di interesse strategico e quindi disponibile alla cessione. Seguì un incontro fra il sindaco e l’allora caposegreteria al ministero Fausto Recchia, con l’intento di acquistare o prendere in gestione il bene – per poterlo convertire, finalizzandolo allo sviluppo economico del territorio, magari cedendone una parte a privati – quantomeno a toglierlo da un desolante stato di abbandono. Le cose non erano andate come sperato. Solamente alla fine del secondo mandato, nel luglio dello scorso anno, Franz aveva potuto vedere centrato il suo obiettivo, appresa la notizia della decisione del Consiglio dei ministri di approvare lo schema di decreto legislativo che ha portato alla cessione alla Regione, da parte del ministero, dell’ex deposito di munizioni. Ildecreto era stato reso esecutivo a settembre.
Ieri la firma nero su bianco e la conclusione della vicenda. —

 

I castelli di Bellinzona, un gioiello di valore mondiale che deve brillare
Da cdt.ch del 9 marzo 2021

I castelli di Bellinzona meritano di essere valorizzati, e devono essere rilanciati. Il Consiglio comunale cittadino, riunito stasera a Sementina per la seconda e ultima serata della seduta pre-elettorale, ha approvato come previsto il messaggio con cui il Municipio chiedeva un credito di 1,82 milioni di franchi per la progettazione degli interventi che saranno realizzati nei prossimi anni sul patrimonio Unesco. Al termine del dibattito il sostegno è stato quasi unanime con 43 voti favorevoli, tre astenuti e nessun contrario. «È ora di lanciare questa gemma a livello internazionale» ha affermato Lelia Guscio (Lega) a nome della Commissione della Gestione sottolineando che il santo vale la candela, trattandosi di un progetto lungimirante. Ha poi sottolineato l’importanza di sottolineare l’appartenenza identitaria a queste opere, e di porre attenzione alla segnaletica, al traffico e agli eventuali problemi di littering. La presidente della Gestione, e autrice della relazione sui castelli, ha inoltre ricordato l’importanza di realizzare un punto di accoglienza e ristoro alla Casa del vignaiolo presso Montebello. Da parte sua Charles Barras (Unità di sinistra) ha affermato che bisogna essere orgogliosi di avere in città un caso eccezionale tra le fortificazioni medievali a livello europeo, come l’Unesco ebbe a rimarcare vent’anni fa nel concedere il proprio riconoscimento. Tramite la valorizzazione di questo gioiello di valore mondiale, ha aggiunto, si tratta anche di rivitalizzare il tessuto economico della città e di tutta la regione.
A nome del gruppo PPD pure Ivan Ambrosini ha evidenziato che il maggiore afflusso turistico porterà nuova linfa finanziaria alla regione, ma ha tra l’altro invitato a evitare approcci dilettantistici e a non trasformare queste attrazioni turistiche in una Disneyland ticinese. Ha poi anch’egli insistito sulla necessità di recuperare la Casa del vignaiolo. Controcorrente l’indipendente Giulio Deraita che si è detto poco convinto sulla necessità di investire importi così ingenti (ha parlato di una spesa finale che potrebbe arrivare a 20 milioni) «nel bel pieno di una crisi che porterà una recessione con conseguenze anche fiscali». A replicare, per il PLR, Silvia Gada, secondo cui non bisogna farsi scoraggiare dal momento buio della pandemia, concedendosi tramite questo progetto come sprone per ricominciare a vivere culturalmente, socialmente, turisticamente e di riflesso anche economicamente: «È il momento giusto». «È un passaggio a suo modo storico per la nostra piccola realtà e costituisce un progetto strategico già previsto nell’ambito dell’aggregazione» ha affermato il sindaco Mario Branda prendendo la parola prima del voto. Ha poi aggiunto che l’Unesco non è solo un marchio nobilitante ma anche un compito di responsabilità che la Città vuole assolvere insieme agli altri attori coinvolti.

Contenuti e costi della Fortezza

Secondo le intenzioni dell’Esecutivo, ogni castello avrà la propria identità: Castelgrande farà rivivere la storia, Sasso Corbaro il territorio e Montebello si focalizzerà sulle famiglie. Tutti, insieme alla murata, con il nome di «Fortezza» saranno messi in risalto tramite le nuove tecnologie, anche facendo rivivere al visitatore l’atmosfera dell’epoca. Del totale del credito di progettazione, ricordiamo, 890.500 franchi saranno a carico del Cantone (proprietario dei castelli), mentre la parte restante sarà coperta dalla Città tramite fondi propri e il contributo aggregativo. Dopo 12 mesi di lavoro si dovrebbe poi arrivare alla richiesta del credito realizzativo di 14 milioni anche sulla base degli studi già effettuati e di concerto con l’Organizzazione turistica e dei serviti cantonali interessati dal dossier.

Dopo l’approvazione di questo importante messaggio la seduta prosegue con la trattazione di alcuni credito stradali e di quattro mozioni, dopodiché la parola passerà al Municipio per rispondere a numerose interpellanze su temi vari, tra cui quello dei sorpassi di spesa in tre opere pubbliche.

 

Da Ferrara a Palmanova, viaggio per immagini tra le città ideali
Da tgcom24.it del 9 marzo 2021

Ideate e costruite nel Quattrocento secondo i canoni vitruviani di bellezza e funzionalità, sono perfette ancora oggi

È stata l’Italia del Quattrocento, in piena epoca rinascimentale, a ragionare sul concetto di città ideale, intesa come centro di aggregazione urbana funzionale, vivibile e soprattutto ispirata ai canoni della bellezza. Le città, all’epoca, erano veri e propri centri di potere, la cui magnificenza doveva esprimere a colpo d’occhio la ricchezza e la potenza, anche culturale, del signore locale. Sono nate così, in tutta Italia, città edificate per soddisfare criteri di splendore, di equilibrio e di vivibilità, come voleva Vitruvio, il più grande teorico dell’architettura di tutti i tempi: si tratta di un’utopia? Difficile a dirsi. In ogni caso, alcune di queste città sono giunte intatte fino a noi e sono capolavori riconosciuti e tutelati come Patrimoni dell’Umanità UNESCO. Scopriamoli e ammiriamoli.

Viaggio ideale... tra le città ideali

FERRARA – Il centro storico della capitale dei duchi d’Este, ha ampie strade che si incrociano ad angolo retto. Fu Ercole I d'Este a raddoppiare la città, razionalizzandone la struttura e nello stesso tempo abbellendola e fortificandola. Con la cosiddetta “Addizione Erculea”, disegnata dall'architetto Biagio Rossetti, Ferrara si liberò del modello urbano romano e medievale, caratterizzato da vie strette e tortuose, e si trasformò secondo un modello urbano ortogonale, con strade ampie e rettilinee, in cui gli elementi prospettici confluiscono al centro, sul possente Castello. Questa struttura innovativa è valsa alla città il titolo di "prima capitale moderna d'Europa.

PALMANOVA (Udine) – Questa splendida città è caratterizzata da una pianta a stella, immaginata per scopi difensivi. Fu edificata alla fine del Cinquecento come fortezza e baluardo di Venezia contro gli attacchi dell'Impero Ottomano: i suoi bastioni a punta di freccia sono un tipico esempio delle tecniche belliche dell'epoca. Il visitatore, a livello del suolo, non riesce a percepire immediatamente la struttura straordinaria di questa città, che per essere ammirata e apprezzata appieno, richiede una visuale dall'alto. Camminando per le strade, però, se ne possono intuire le caratteristiche principali, fino a giungere alla grande piazza centrale, di grande bellezza.

PIENZA (Siena) – È una delle città ideali più belle e famose. Fu edificata per iniziativa di Papa Pio II Piccolomini, al quale deve il nome, il quale affidò all'architetto Bernardo Rossellino, collaboratore di Leon Battista Alberti, il compito di edificare una nuova città, sede di Cattedrale, Palazzo Vescovile e Palazzo Pretorio. Lo spazio "ideale" della città si limita al nucleo centrale, di inedita pianta trapezoidale, sul quale si affacciano il Duomo, Palazzo Piccolomini e altri edifici. Qui lo spazio prospettico è privo delle tradizionali "vie di fuga" e appare perfettamente rettangolare alla vista.

SABBIONETA (Mantova) - Fondata verso la metà del Cinquecento per volere e su progetto di Vespasiano I Gonzaga Colonna, è interamente racchiusa da una cinta muraria a forma di stella. La struttura interna è ortogonale e si ispira agli ideali di Vitruvio, con le strade che confluiscono ad angolo nella piazza principale. Qui si affacciano il Palazzo Ducale, residenza del signore e luogo in cui si svolgeva l'amministrazione dello Stato, e la grandiosa Galleria degli Antichi o Corridor Grande, nella quale è ospitata la collezione di marmi antichi e di trofei di caccia. Al livello della piazza, la Galleria è sorretta da un grandioso porticato a colonne.

ACAYA (Lecce) - Acaya fu fondata intorno al 1530 per iniziativa di Giangiacomo Dell'Acaya, ingegnere e urbanista alle dipendenze di Carlo V e feudatario del borgo. La città ha origini medievali, ma nel Cinquecento è stata interamente ricostruita con una pianta quadrata, circondata da mura di fortificazione e protetta da un castello come volevano le leggi dell'architettura militare dell'epoca. La città ha la consueta struttura ortogonale, dominata dai due assi principali, il cardo e il decumano, il primo orientato in direzione nord-sud, il secondo in direzione est-ovest. Le piazze sono tre piazze: la più grande è davanti al castello, la seconda è lo spazio antistante la Cattedrale, sulla terza si affaccia il convento di Sant’Antonio.

AVOLA (Siracusa) - Avola è di poco successiva, dato che la sua fondazione risale alla fine del Seicento. Voluta dal Principe Nicolò Aragona Pignatelli, Duca di Terranova, dopo il devastante terremoto che nel 1693 distrusse la città originaria. Il nuovo centro fu edificato in prossimità del mare, su progetto dell'architetto Padre Angelo Italia, il quale immaginò una pianta esagonale perfetta, con una grande piazza di forma quadrata, al centro di un crocevia. Questa struttura conferisce alla città un nobile aspetto che la contraddistingue ancora oggi.

 

Torre Squillace, una delle più antiche torri costiere del Salento: tra storia e natura
Da restoalsud.it del 8 marzo 2021

La primavera è alle porte e qui al Sud le giornate diventano sempre più lunghe e tiepide. In vista del weekend vogliamo parlarvi di un importante sito storico nel cuore del Salento, in Puglia, un’antica torre costiera nei pressi del comune di Nardò. Avete mai sentito parlare di Torre Squillace?

Scoprire e visitare nuovi luoghi che presto diventano posti del cuore da ricorda con un sorriso è la nostra missione, raccontarveli è un compito prezioso che vogliamo portare avanti. Venite con noi, virtualmente, nella bella e soleggiata Puglia. A pochi passi dal profumo del mare, tra lo sciabordio delle onde e il verde della macchia mediterranea, si erge Torre Squillace. Scopriamo insieme la sua storia.

Le torri costiere in Puglia

Le torri costiere sono costruzioni molto antiche, sentinelle silenziose del mare e testimoni della storia della nostra terra. Queste antiche costruzioni venivano erette lungo la costa a poca distanza tra loro favorendo così il collegamento visivo e la possibilità di avvisarsi a vicenda su un possibile attacco.

Nei secoli passati le torri costiere svolgevano importanti funzioni di avvistamento e difesa per prevenire e contrastare le possibili invasioni dei nemici provenienti dal mare. Molte incursioni venivano condotte dai Saraceni, temuti invasori e saccheggiatori.
In Puglia non è poi così tanto difficile trovarne alcune. Lungo la costa del Gargano, al nord della regione, tra baie, calette e grotte marine si incontrano diverse torri costiere
(https://www.foggiareporter.it/gargano-torri-costiere.html) come Torre dell’Aglio, Torre Mileto (https://www.foggiareporter.it/torre-mileto.html), Torre di Sfinale (https://www.foggiareporter.it/torre-di-sfinale-peschici.html), Torre di Rivoli (https://www.foggiareporter.it/torre-di-rivoli-zapponeta.html) e tante altre.

Torre Squillace e il mare cristallino del Salento

Conosciuta anche come Li Scianuri o Li Scianuli, Torre Squillace è un’antica torre costiera del Salento situata nell’estremità settentrionale del comune di Nardò, al confine con l’area marina protetta di Porto Cesareo. Dalla sua sommità lo sguardo si perde all’orizzonte nell’azzurro cristallino del mare. L’antica torre si affaccia sul mare, la sua posizione era infatti strategica nell’epoca in cui venne realizzata. Con una pianta quadrata e una forma tronco piramidale, Torre Squillace venne edificata da Pensino Tarantino tra il 1567 e il 1570. Il suo scopo, come quello di tutte le altre torri costiere pugliesi, era puramente difensivio.

Nel 1640 fu edificata poi la grande scala esterna in pietra per permettere l’accesso. Al suo interno vi è un pozzo e una grande stanza con una volta a botte e un grande camino. Come nel caso di tante altre torri costiere che puntellano i litorali pugliesi, anche Torre Squillace comunicava con altre torri difensive, precisamente a nord con Torre Cesarea e a sud con Torre Sant’Isidoro.

Scatti di Torre Squillace

Sono tantissime le fotografie di questa antica torre costiera del Salento pubblicate da fotografi, turisti e pugliesi su Instagram. Ne abbiamo selezionate alcune per voi, non è spettacolare questo luogo? A noi trasmette tanta serenità. Una torre storica abbandonata baciata dal Mediterraneo in una terra autentica e unica come quella pugliese tra la vegetazione spontanea e la salsedine.

   

 

TERZA GUERRA MONDIALE/ Nuovi missili Usa contro la Cina, Pechino a un bivio
Da ilsussidiario.net del 7 marzo 2021

int. Francesco Sisci

Gli Usa intendono installare nuovo missili a corto e medio raggio in funzione anti-cinese in Giappone, Taiwan Okinawa e Filippine. Sale la tensione in Asia-Pacifico

Nuovi missili Usa a corto e medio raggio in funzione anti-cinese. È questa la notizia rilanciata da Nikkei Asia, finora ignorata in Occidente. Il Pentagono intende installare una rete missilistica che vale 27,4 miliardi di investimenti in 6 anni in quelle che la Cina chiama – in chiave difensiva – “prima catena di isole”, ossia Taiwan, Okinawa e Filippine (la seconda catena di isole va dal Giappone sud-orientale fino a Guam e al sud dell’Indonesia). Mentre la Cina possiede un arsenale di 1.250 missili a medio raggio, gli Stati Uniti ne sono sprovvisti, con il risultato di trovarsi sguarniti su un fronte – quello della difesa degli stati alleati e perciò della proiezione offensiva verso la Cina – che appare cruciale. La nuova mossa americana comporta un cambio di strategia, perché la potenza Usa ha finora puntato sulla presenza navale e sulle forze aeree, concedendo un vantaggio strategico ai missili di Pechino che adesso la Pacific Deterrence Initiative intende colmare.

Il piano di Washington composta conseguenze politiche importanti che non appaiono del tutti chiare nelle loro possibili conseguenze, dice al Sussidiario Francesco Sisci, sinologo e giornalista, già editorialista di Asia Times, ma che pongono la Cina a un bivio.
Come giudica questo piano?
Da un punto di vista del fronte anti-cinese rivela la crescente preoccupazione degli Usa riguardo a Pechino e potrebbe imporre nei fatti una serie di scelte politiche ed economiche a questi paesi.

Potrebbe esplicitarle?
Non è chiaro come potrebbe reagire la Cina se il Giappone ufficialmente accettasse di ospitare i missili. Inoltre non è chiaro cosa farebbe la Cina se i missili fossero schierati a Taiwan, isola di fatto indipendente ma secondo Pechino parte dell’unica Cina. E le Filippine? Ritornerebbero più chiaramente in un alveo americano accettando i missili, oppure accetterebbero il rischio di restare senza difese ma più esposti alla Cina?
Il piano americano prevede come elemento centrale una rete missilistica di precisione lungo la prima catena di isole, non più soltanto una deterrenza basata su navi e aerei. Cosa può dirci?

Il sistema va ad affrontare un problema specifico. La Cina ha schierato un numero crescente di missili a medio e corto raggio, sicuramente centinaia, forse migliaia, che oggi e in futuro mettono sempre più sotto schiaffo la prima catena di isole nella regione, il Giappone o Taiwan. D’altro canto i missili americani arrivano alla fine di una moratoria del 2019 nella costruzione di missili a breve e medio raggio, più precisi ed economici dei grandi missili balistici.

Cosa farebbe la Cina con i paesi che ospitano missili?
Applicherebbe sanzioni economiche, oppure sceglierebbe di tenere le questioni politico-militari separate da quelle commerciali?
È una questione decisiva al pari delle altre, alla quale non possiamo ancora rispondere. Insomma il nuovo piano pone alla Cina problemi nuovi. Questo potrebbe portare a un aumento delle tensioni. La Cina ha viceversa bisogno di uno spazio politico di pace che aiuti la crescita e lo sviluppo economico del paese.

Qual è a suo modo di vedere il vero peso strategico della mossa americana?
Il nuovo sistema missilistico spiazza una serie di paesi vicini alla Cina che a volte avevano avuto un doppio atteggiamento verso Pechino. Da un lato guardavano alla Cina in modo meno bellicoso, dall’altro si lamentavano della Cina con gli Usa. La costruzione di un sistema missilistico crea nei fatti la base di un sistema organico di alleanze nella regione che può essere allargato e riempito di contenuti. Però va anche detto che questa operazione non ha tempi certi. In effetti non è chiaro quando arriveranno i missili anti-cinesi, e i tempi non sono indifferenti, perché non è chiaro come la Cina si muova dopo questo annuncio.

Secondo lei?
Se Pechino risponde con lo schieramento di nuovi missili comincerà una vera corsa al riarmo di cui non sappiamo la fine e che difficilmente non avrà conseguenze anche nei rapporti commerciali. In teoria la Cina potrebbe anche solo limitarsi a proteste simboliche senza poi fare nulla di concreto: questo potrebbe aiutare a trovare un nuovo equilibrio di potere nella regione, che non sarà calmo come quello di dieci anni fa, ma potrebbe non essere troppo duro e pericoloso.

Ma lo farà?
È possibile. Con l’India c’è stato un cambio di direzione importante dopo gli ultimi incidenti di confine che hanno causato oltre 40 morti. Il presidente Xi si è mosso, ha chiamato il premier indiano Modi, sono state distrutte delle fortificazioni al confine. Certo le tensioni non sono risolte ma Pechino ha fatto dei passi avanti. In futuro, con il sistema missilistico, potrebbe fare in teoria buon viso a cattivo gioco. Però non si sa. Non è chiaro il peso strategico della questione Taiwan in questa partita. È una variabile dipendente del piano americano oppure, al contrario, è il vero centro intorno a cui ruota questa operazione?

Credo ahinoi che Taiwan ormai sia solo uno dei pezzi di un puzzle molto complicato. Le tensioni cinesi ormai non riguardano solo Taiwan e anche ammesso e non concesso che la questione di Taiwan fosse risolta, i problemi fra Usa e Cina sarebbero  anche altri.
Gli Stati Uniti potrebbero fare marcia indietro? Al momento è improbabile che gli americani possano rinunciare al piano. Gli Usa e gli alleati ritengono che il riarmo degli ultimi anni della Cina abbia mutato gli equilibri strategici della regione e si stia affermando un’egemonia cinese sui paesi vicini, che infatti hanno chiesto aiuto all’America per ripristinare gli equilibri.

Pechino è pienamente avvertita dei rischi che si corrono? La Cina avrebbe forse bisogno di una strategia organica in politica estera, ma anche all’interno, soprattutto sul piano economico. C’è una spirale di tensioni che ancora non ha un vero e proprio impatto sull’economia interna del paese, ma che potrebbe all’improvviso anche soffocarla. Sta dicendo che servono riforme? Una strategia imperiale alla Cina non manca di certo, basta pensare alla Nuova via della seta. Credo che il mondo si aspetti riforme interne importanti in Cina senza le quali oggi forse manca una base solida di intesa. Però non so se e quando tali riforme arriveranno. Potrebbero non arrivare del tutto, o invece palesarsi fra sei mesi un anno. Non è chiaro.
(Marco Tedesco)

 

Bagnoli, un missile simbolo della Guerra fredda sarà esposto all’aviosuperficie
Da mattinopadova.it del 7 marzo 2021

Al centro Andrea Rossetto, dirigente dell'Historical Aircraft Group

Per decenni il Nike Hercules ha svettato all’ingresso della base dell’Aeronautica militare di San Siro. Nei prossimi mesi il restauro

Di NICOLA STIEVANO

BAGNOLI. Per decenni il missile Nike Hercules, simbolo di ciò che è stata la Guerra Fredda in questa parte della provincia, ha svettato all’ingresso della base dell’Aeronautica militare di San Siro, sede dell’Ottantesimo Gruppo “Intercettori teleguidati”.

Nell’ampia zona di lancio, immersa nella campagna, erano custoditi infatti i missili pronti ad essere lanciati in caso di un attacco da NordEst. Non a caso il simbolo del gruppo era un curioso gufo, sonnacchioso ma vigile, con un occhio sempre aperto. Il ruolo di queste basi missilistiche era, appunto, la protezione del territorio nazionale da una possibile minaccia aerea dal blocco sovietico. Il deterrente funzionò e non ci fu mai il bisogno di ricorrere a questi armamenti.

Ora uno dei missili Nike è tornato ad essere visibile, esposto insieme alla sua rampa campale davanti agli hangar dell’aviosuperficie di Bagnoli. L’Historical Aircraft Group, che gestisce il campo di volo “Dominio di Bagnoli”, dopo un paio d’anni di complesse procedure per ottenere tutte le autorizzazioni, è riuscito ad acquisire il missile, in ottimo stato, dall’Aeronautica militare.
«Il ricordo del Nike è ancora vivo» spiega Andrea Rossetto, vice presidente del gruppo di appassionati del volo «in moltissime persone che ci hanno avuto a che fare professionalmente e durante il servizio di leva sia qui a San Siro come nelle basi sparse in tutto il Triveneto. Visto che lo scopo della nostra associazione è valorizzare la storia aeronautica ci sembrava doveroso recuperare ed esporre in forma permanente un così importante testimone di un periodo così controverso della nostra storia. Anche il trasporto di un missile di queste dimensioni e peso è stato complesso e delicato, ma alla fine tutto è andato come pianificato, grazie al supporto della ditta Bettella per l’impeccabile e difficoltosa operazione, insieme a Osvaldo Notare e Pierantonio Bovo per il prezioso aiuto nello smontaggio e trasporto».

Nell’ampia zona di lancio, immersa nella campagna, erano custoditi infatti i missili pronti ad essere lanciati in caso di un attacco da NordEst. Non a caso il simbolo del gruppo era un curioso gufo, sonnacchioso ma vigile, con un occhio sempre aperto. Il ruolo di queste basi missilistiche era, appunto, la protezione del territorio nazionale da una possibile minaccia aerea dal blocco sovietico. Il deterrente funzionò e non ci fu mai il bisogno di ricorrere a questi armamenti.

Nei prossimi mesi il Nike verrà sottoposto a restauro e l’associazione lancia un appello ad appassionati o ex tecnici interessanti a prenderne parte. Intanto si leva anche una voce critica, è quella di Diego Boscarolo, ex consigliere comunale: «Il missile è un simbolo di guerra e morte che svetta a pochi metri dall’area giochi per bambini, in quel punto ci sarebbe invece l’obbligo di piantare alberi». —

 

Finiti i camminamenti La Fortezza restituisce il suo Castello alle visite
Da ilpiccolo.it del 5 marzo 2021

Gradisca
Non si ferma il sogno di restituire ai gradiscani – e ai visitatori, quando la pandemia lo concederà – il piacere di una passeggiata all’interno del Castello. Si è da poco conclusa una nuova tranche di lavori per il ripristino dei camminamenti e la messa in sicurezza delle coperture degli edifici all’interno del compendio. E a breve, annunciano gli amministratori, vi sarà un sopralluogo per svelare lo stato di avanzamento dei lavori.

L’intervento, che l’epidemia ha solo in parte rallentato, è figlio di un’operazione coordinata fra Ales Spa – l’immobiliare dello Stato che finanzia l’intervento – l’Agenzia del Demanio e il Provveditorato delle Opere pubbliche, dopo che la scorsa estate si erano rese necessarie alcune modifiche in corsa all’opera di completamento di questo primo lotto di lavori per la tutela e il recupero del bene. L’intento del Comune di Gradisca, soggetto catalizzatore fra i vari enti coinvolti, è rendere fruibili alcuni spazi alla collettività in modo che ciascun cittadino possa perlomeno godere dall’esterno della bellezza dei beni e dei notevole paesaggi che è possibile ammirare dalle mura. Un punto di vista inedito per molti gradiscani. Recentemente l’impresa esecutrice dell’intervento, Innocente e Stipanovich, ha “levato le tende” di un cantiere durato molti mesi per ripristinare la passeggiata che dal palazzo dell’Arsenale conduce lungo i camminamenti del castello, fornendo una vista unica su Isonzo, Carso, mura e Polveriera veneta.

Il Castello è stato affidato dall’Agenzia del Demanio al Provveditorato delle opere pubbliche del Fvg. L’avvio dei lavori di ripristino del camminamento e di rifacimento delle coperture è stato finanziato da Ales (allora Arcus) con 950 mila euro stanziati un decennio fa. Da parte sua il Comune dovrà osservare un doppio impegno: garantire l’apertura degli spazi alla cittadinanza e prevederne la manutenzione. Altra clausola era stata l’aggiornamento del progetto di recupero redatto a suo tempo dallo studio cittadino Bonanno-Vanello: ad occuparsene è stata l’Università di Trieste. L’opera rimette in sicurezza all’incirca il 50% della superficie totale. —

 

Escursione gratuita a Forte Richelieu, Camaldoli e Forte Santa Tecla, fino a San Martino
Da mentelocale.it del 4 marzo 2021

Escursione guidata gratuita al Forte Richelieu (metri 415), in programma sabato 6 marzo 2021, dalle ore 10.

L'evento fa pare delle Giornate delle guide AGAEL. Si scopre, da vicino, una delle fortificazioni che protessero Genova e il suo porto dagli invasori.

Si salgono le mattonate per arrivare sopra al quartiere di Borgoratti. Da qui, un ripido sentiero tra mirti e corbezzoli punta diretto al Richelieu oltre i 410 metri di altezza. Si fa merenda sul pianoro erboso da cui la vista spazia sui forti di Ponente. Un facile percorso che scende nel bosco porta poi fino ai Camaldoli da dove, in pochi minuti, raggiunto il Santa Tecla, si prende la tipica creuza che riconduce a San Martino.

Le info per partecipare all'escursione guidata:

Appuntamento sul sagrato della Chiesa di San Rocco di Vernazza in Via del Sole, 16132 Genova (Genova ) alle ore 9.40; partenza alle ore 10; rientro alle 14 alla rotonda di San Martino;

In occasione della Giornata Guida Agael l'escursione è gratuita, prenotazione obbligatoria al numero 393 0637090 entro le ore 17 di venerdì 5 marzo;

Escursione a cura di Viviana Bobbio, Guida Ambientale escursionistica Abilitata ai sensi della L.R.44/99.

Equipaggiamento indispensabile: scarpe da trekking con suola scolpita, giacca antipioggia, mascherina e gel igienizzante, merenda pranzo al sacco e borraccia con acqua, sono consigliati i bastoncini;

Durata dell'attività e durata totale circa 4 ore; livello di difficoltà (CAI). L'escursione è di difficoltà media E, Escursionistica; lunghezza del percorso: 6 km. Cani ammessi al guinzaglio.

Requisiti necessari e regole da rispettare: buon allenamento, leggere e firmare il regolamento di escursione e il regolamento anti contagio covid-19 che viene inviata via mail o whatsapp al momento della prenotazione.

 

Un bunker nucleare sotterraneo con 56 camere da letto messo all'asta per 435.000 sterline
Da leggo.it del 1 marzo 2021

Il bunker nucleare sotterraneo con 56 camere da letto sarà in vendita per 435.000 sterline. Un ex bunker nucleare sotterraneo, organizzato su due piani, è stato messo in vendita nel Devon. Il bunker, noto come Hope Cove Bunker, si trova vicino a Salcombe ed è stato costruito nel 1941 per essere utilizzato come stazione radar della seconda guerra mondiale. Tuttavia, con la minaccia di un attacco nucleare durante la Guerra Fredda, la struttura è stata riqualificata negli anni '50.

Non è la prima volta che la proprietà è stata messa sul mercato. Una precedente asta è stata fatta all'inizio di febbraio ma non era riuscita a raggiungere il suo prezzo di riserva e di conseguenza è stata rimessa sul mercato. Il custode del bunker, Christopher Howell, ha dichiarato a Sky News: «Era progettato per essere sigillato, era in funzione un sistema di aria riciclata in modo che se qualcosa di radioattivo fosse arrivato da questa parte, avrebbe offerto loro una certa protezione». Poi spiega: «L'idea era che se la bomba fosse esplosa si sarebbero tutti riuniti qui, si sarebbero chiusi dentro, all'intero ci sarebbe potuto essere abbastanza petrolio nei serbatoi da far funzionare i generatori per 35 giorni».

Diverse caratteristiche originali sono ancora oggi visibili nella struttura, come ad esempio diverse mappe che sarebbero state utilizzate per aiutare con qualsiasi risposta a un attacco. Ci sono inoltre cabine di stazioni radio insonorizzate dove le trasmissioni sarebbero state fatte per condividere con  il pubblico. Secondo il signor Howell, il bunker potrebbe essere però abitato da un fantasma, alcune voci parlano di un pilota deceduto durante la guerra che nel corso della notte salirebbe le scale. 

 

Torri costiere del Salento, il progetto del giovane Francesco Fersini (di Castro Marina) per salvarle dall’oblio
Da piazzasalento.it del 1 marzo 2021

Castro Marina – Giganti silenziosi, che hanno visto passare le epoche e i nemici con un occhio sempre vigile affacciato sul mare: sono le torri costiere che puntellano le coste salentine, opere antichissime erette a difesa contro gli attacchi di turchi, pirati e predoni.
Di queste torri, e in particolare di quelle edificate nella provincia di Lecce, nasce ora una sorta di “archivio” online: a realizzarlo è il giovane Francesco Pio Fersini, 24 anni residente a Castro Marina, che sul sito “Torri del Salento” ha raccolto un ricco patrimonio di informazioni, tra note storiche e materiale fotografico.

Un’eredità sommersa da valorizzare

“L’obbiettivo – spiega Fersini – è quello di valorizzare il patrimonio architettonico, storico, culturale e paesaggistico delle torri costiere e del territorio in cui sono collocate, diffondendo nei visitatori, locali e non, la forte consapevolezza di questa eredità sommersa, quasi dimenticata”.
“Ulteriore auspicio – prosegue – rimane quello di sollecitare una maggiore attenzione nei confronti di ricchezze culturali definite, talvolta ed ingiustamente, come ‘minori’, abbandonate, finora, a sporadiche attenzioni, ma che meriterebbero una ritrovata dignità”.
Il messaggio è chiaro: “Questa è una sfida contro l’indifferenza, il disinteresse e l’abbandono che molto spesso hanno condannato questi monumenti di inestimabile valore a svanire quasi definitivamente. Con le opportune attenzioni, le torri costiere potranno essere salvate dall’azione distruttiva del tempo, per continuare a raccontare la storia di un territorio che hanno visto crescere” si augura Fersini.

 

Torre Pentagona a Verona: prima il restauro, poi l'apertura ai turisti
Da veronasera.it del 1 marzo 2021

L'obiettivo dell'intervento, del costo di circa 540 mila euro, è quello di avere la struttura pronta per settembre 2022. «Una novità per tutti, in primis per i veronesi che, finalmente, potranno visitarla», ha detto l'assessore Zanotto

l restauro di Torre Pentagona darà vita a un nuovo camminamento turistico in altezza. Un percorso che passerà sopra i portoni della Bra, collegando il Museo Maffeiano con la Gran Guardia, regalando a veronesi e visitatori uno scorcio inedito della piazza centrale di Verona. Il progetto di consolidamento, conservazione e valorizzazione della Torre, approvato dalla Soprintendenza, è già nella fase esecutiva, fanno sapere da Palazzo Barbieri. Nei prossimi mesi si aprirà il bando di gara ed entro agosto partiranno i lavori. Obiettivo settembre 2022, per il taglio del nastro del nuovo percorso dentro la storia e le fortificazioni scaligere.

L’intervento, da 540 mila euro, prevede sia la conservazione delle superfici che il consolidamento statico della torre. Al centro dei lavori non solo il recupero dell’immobile storico, ma anche la futura apertura al pubblico. Ecco perché verrà consolidata la scala lapidea esistente, retta da travi lignee, sarà realizzato un nuovo solaio per raggiungere la copertura della torre, dove verrà creata una nuova botola elettrificata. Le merlature presenti sulla sommità verranno consolidate e ancorate con tiranti che diventeranno delle sedute per i turisti. E poi ovviamente si procederà con la pulizia delle superfici, la stuccatura delle fenditure create da cedimenti strutturali o agenti atmosferici e il consolidamento dell’intero manufatto.

Un’operazione a 360 gradi, lungo i 30 metri di altezza della torre, che dovrebbe durare esattamente 397 giorni, come previsto dal raggruppamento che si è aggiudicato la progettazione, gli studi Feiffer & Raimondi, Massimiliano Valdinoci e Francesca Piccolino Boniforti e Archiliving. Professionisti che hanno già effettuato rilievi e analisi con piattaforme mobili sia all’interno che all’esterno della torre, scoprendo anche una stanza voltata, con delle aperture verso la Gran Guardia ma non dotata di collegamenti percorribili. Già imbrigliata la sommità della torre, per i primi interventi manutentivi.

Lunedì mattina, in diretta streaming, l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto ha illustrato quello che sarà il restauro complessivo della fortificazione. Erano presenti gli architetti Anna Raimondi, Massimiliano Valdinoci e Filippo Toso.

 

“Sulla via delle Torri costiere” il 28 marzo
Da fregeneonline.com del 1 marzo 2021

L’Associazione “Vivere Fregene”, viste le restrizioni a causa del Covid 19, propone delle attività che si possono effettuare all’aperto, nel rispetto delle normative vigenti.

Pertanto domenica 28 marzo appuntamento con “Fregene: storia, mare, ambiente”, che prevede una camminata di 8 km.

Ore 9.00 Raduno a Fregene, via Tirrenia, angolo Via Sestri Levante
Ore 9.30 Partenza con visita alla Torre Primavera.

Il percorso si snoderà tra le stradine di Fregene con le storiche Ville del passato, attraversando la Pineta Monumentale con la sua storia, percorrerà la lecceta nei suoi viottoli tra Macchia Mediterranea fino a giungere al Parco Avventura, dove ci sarà il pranzo con i prodotti tipici del nostro territorio.

La camminata sarà organizzata con una guida gratuita, per un massimo di 30 partecipanti. Prenotazione entro venerdì 26 Marzo.

Per chi volesse partecipare al pranzo è previsto un contributo di 20 euro circa. Prenotazione entro Giovedì 25 Marzo. Tutte le Passeggiate organizzate nel progetto “Sulla Via delle Torri” sono Patrocinate dal Comune di Fiumicino, nel rispetto di tutte le Normativa anti Covid vigenti. Per info e prenotazioni: 333-7485088 (Angelo) – viverefregene@gmail.com