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Torre Squillace, Legambiente “rigenererà” L’area Circostante
Da corrieresalentino.it del 31 agosto 2021

L’area intorno a Torre Squillace sarà “rigenerata” grazie a un intervento che ne consentirà la rinaturalizzazione, la realizzazione di staccionate in legno, l’installazione di tabelle descrittive della storia del monumento e delle caratteristiche del contesto ambientale, la sistemazione di arredi e attrezzature (compreso un sistema di illuminazione architetturale) per favorire l’aggregazione nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Sarà Legambiente a occuparsene, fornendo al Comune di Nardò il progetto esecutivo di ripristino e miglioramento ecologico dell’area, affidando l’esecuzione e la definizione dell’intervento, finanziando lo stesso con 30 mila euro. Si tratta di risorse messe a disposizione grazie al progetto “RigeneriAMO la Natura” di Intesa Sanpaolo e Legambiente, finalizzato a valorizzare quattro oasi del sud Italia (tra cui, appunto, Torre Squillace) attraverso una raccolta fondi partita in occasione della ventiduesima edizione del festival “La Notte della Taranta”, nell’agosto 2019.

Nei giorni scorsi la giunta guidata dal sindaco Pippi Mellone ha accolto la proposta di Legambiente e ha approvato la proposta di convenzione, che sancisce e regola la collaborazione tra la storica associazione ambientalista italiana e l’ente comunale. L’accordo prevede, dunque, che Legambiente individui un professionista per la progettazione dell’intervento, affidi i lavori a un soggetto qualificato, vigili sulla compatibilità paesaggistica e ambientale degli stessi.

Torre Squillace segna il confine nord della costa del comune di Nardò. Si staglia in un’ampia zona pianeggiante, a pochi passi da una piccola baia sabbiosa e circondata da vegetazione mediterranea. La sua costruzione rientra nel più vasto progetto, pianificato da Carlo V, per la realizzazione di un sistema difensivo lungo i 1500 chilometri di costa del Regno di Napoli. Secondo alcune fonti, la costruzione della torre, allora denominata Scianuri o Scianuli, risale al 1567.

“Questa è una torre preziosa da un punto di vista storico, culturale e ambientale – spiega l’assessore all’Ambiente Mino Natalizio – e siamo molto contenti che diventi anche motivo di fruizione dell’area circostante. Grazie a Legambiente per questo progetto che dimostra grande sensibilità e una squisita attenzione ai territori, in linea con quello che è il lunghissimo impegno dell’associazione nel nostro Paese. Questo intervento precede di poco un intervento di conservazione dell’immobile, finanziato dalla Regione Puglia, che consentirà anche la fruizione interna del bene, a completamento della totale trasformazione di questa porzione di territorio con l’obiettivo di preservare la torre dal degrado e di valorizzarla a fini turistici e culturali, sempre nel pieno rispetto dei paradigmi ambientali e paesaggistici”.

La Regione Puglia, infatti, ha finanziato con 25 mila euro un intervento di conservazione dell’immobile, nell’ambito delle risorse della legge regionale n. 44/2018 sulla tutela e fruibilità delle torri costiere pugliesi. Intervento cui il Comune di Nardò contribuirà con altri cinque mila euro di cofinanziamento. Il progetto destinatario del finanziamento prevede l’asportazione della vegetazione erbacea le cui radici sono un rischio per la struttura muraria, la sostituzione degli elementi esterni in pietra che sono degradati, la raschiatura di graffiti, scritte e segni vandalici, il ripristino delle parti d’intonaco mancanti, l’installazione di porte e finestre, il ripristino del muretto a secco di recinzione. Negli anni scorsi la torre è stata già interessata da interventi di consolidamento e poi “attrezzata” con telecamere di videosorveglianza per l’ispezione continuativa della zona circostante.

 

I 4 sacrari uniti da un percorso di 200 km: rinasce l'Alta via della Grande Guerra
Da ilgazzettino.it del 31 agosto 2021

Di Roberto Cervellin

VICENZA - Lavori in corso sulle Prealpi vicentine. Sentieri alpini, vecchie fortezze, musei all'aperto, muri e recinzioni. Lungo i i 4 Sacrari miltari della provincia - Pasubio, Cimone, Asiago e Grappa - è in fase di recupero l'Alta via della Grande guerra, ovvero il percorso di 200 km che attraversa i luoghi dove si è combattuta la prima guerra mondiale.
Un progetto da 1 milione di euro, in gran parte finanziato dalla Regione, destinato a risistemare territori ricchi di storia. «Sono tante le componenti del progetto - sottolinea Valter Orsi, consigliere provinciale delegato e sindaco di Schio - A partire da quella ambientale, visto che interessa luoghi incontaminati, a quella turistica, dedicata a chi vuole vivere la montagna, passando per quella economica e sociale. Che vuol dire prodotti locali, ricettività, ristorazione slow, con la riqualificazione del tessuto economico e sociale di paesi, contrade, rifugi e baite».
Cinque le zone di intervento: Pasubio e Novegno, Tonezza, Asiago e i sette comuni, Grappa e Pedemontana. Tra gli interventi, la messa in sicurezza di costruzioni come i forti Corbin, Campolongo, Interrotto, Verena e Lisser. In corso lavori al museo all'aperto di Monte Zebio, sul sentiero Cai del Cimone e su quello da Malga Pozze e Monte Forno fino a Monte Chiesa. A breve si passerà al Monte Cengio e in particolare al sentiero di arroccamento noto come “la granatiera”.

 

Inaugurano i sentieri storici sui monti Campeon e Faeit
Da ilfriuli.it del 31 agosto 2021

Sabato 4 settembre appuntamento a Roccolo di Montenars. Domenica 5 escursione a Sella Carnizza

Sabato 4 settembre, alle 9:30, presso località Roccolo, a Montenars, lungo la strada fra Sant'Elena e Flaipano, è in programma l'inaugurazione del ripristino dei sentieri storici sul monte Campeon e monte Faeit.

Consigliata la prenotazione inviando una mail a info=grandeguerra-ragogna.it@turbosmtp.info.

Domenica 5 settembre, alle 9.30 presso Sella Carnizza, in Comune di Resia, lungo la strada che dal fondovalle Resia porta ad Uccea, è in programma un'escursione storico-culturale Sella Carnizza, un viaggio nella storia: gli stavoli tradizionali, la chiesetta di sant'Anna, le fortificazioni della prima guerra mondiale, la pista d'atterraggio e le opere del "Vallo alpino littorio", le fortificazioni della Guerra Fredda.

Prenotazione obbligatoria per partecipare inviando una mail a info=grandeguerra- agogna.it@turbo-smtp.info o via WhatsApp al 347 3059719.

 

Vogogna, una vista guidata alla mostra dedicata ai castelli e alle fortificazioni
Da ossola24.it del 30 agosto 2021

VOGOGNA - 30-08-2021 - Nella giornata di ieri, domenica 29 agosto nel centro storico di Vogogna, in occasione della chiusura della mostra “Difendersi dall’Alto” l'Associazione Musei d'Ossola ha organizzato una visita guidata con il curatore Giorgio Caione. La mostra en plein air fa parte del progetto Interreg Italia - Svizzera " Di-segnare il territorio" il cui tema si sviluppa intorno a storie di torri, castelli, fortificazioni, dal medioevo all'età moderna. La relazione tra le strutture difensive create dall'uomo per poter difendersi e la loro rappresentazione ha stimolato la creatività di artisti e illustratori contemporanei che hanno accettato la sfida di ritrarre una selezione di torri, castelli, e fortificazioni tra Cusio, Ossola, e Vallese. 28 le opere in mostra (collage, incisioni, inserti fotografici, stampe d'arte) a cui si affiancano i disegni di Luigi Arioli che dalla metà del secolo scorso realizzò un' impressionante collezione di opere sulle architetture tradizionali dell'Ossola. Opere di artisti contemporanei hanno caratterizzato l'esposizione vogognese, mentre le tavole del padre rosminiano Luigi Arioli, erano protagoniste presso la torre di Battiggio ( Vanzone con San Carlo) e nel centro storico di Ceppo Morelli. Le sezioni si riuniranno a settembre sul lago d'Orta a Orta San Giulio e a Pella per poi approdare in Svizzera a Naters, comune partner del progetto itinerante. Al termine della visita i partecipanti sono stati omaggiati del catalogo della mostra e di un goloso cadeau della pasticceria Valentino.

"Il bilancio è decisamente positivo. Abbiamo avuto un bel feedback anche dal punto di vista mediatico. Gli artisti, come per la mostra Herbarium dell'anno scorso sono provenienti da tutta Europa e anche est Europa. Quest'anno abbiamo una prevalenza di artisti svizzeri. È un progetto Interreg Italia Svizzera realizzato con il contributo di Fondazione Comunitaria VCO in collaborazione con Asilo Bianco" ha spiegato Paolo Lampugnani, presidente dell' Associazione Musei d'Ossola, che pensa già anche ad un nuovo inedito progetto :"Tra fine settembre e primi d' ottobre verrà organizzata una mostra con Riccardo Monte, un architetto di Ornavasso, il quale era stato nostro ospite nella mostra dell'anno scorso, Herbarium Vagans, dove aveva presentato un lavoro. Oltre ad essere un artista lui è anche un designer d'interni e ha una produzione molto interessante di oggetti d'arredamento che vende soprattutto in America e presenterà una serie di suoi lavori artistici abbinati alla sua produzione di oggetti d'arredamento. Sempre a Vogogna si chiudeva ieri anche "L'estate d'arte a Vogogna", una mostra internazionale diffusa nel centro storico, di cui ci occuperemo nel prossimo servizio.

Elisa Pozzoli

 

Il museo diffuso dell’architettura militare austriaca
Da verona-in.it.it del 30 agosto 2021

I bastioni a difesa di Verona voluti da Radetzky potrebbero diventare una delle tappe di un percorso all’interno del parco urbano.

Di Giorgio Massignan

Verona possiede uno tra i più importanti patrimoni di architettura asburgica d’Europa. Si tratta di un vero e proprio museo diffuso, che andrebbe inserito nella pianificazione urbanistica del territorio. I bastioni, che il feldmaresciallo Josef Radetzky fece trasformare e rinforzare dall’ingegnere militare Franz von Scholl, potrebbero essere una tappa di un percorso museale all’interno di un parco urbano, il Parco delle Mura, collegato con quello dell’Adige.
A nord, sulla collina attorno alla città, i forti Sofia, San Leonardo (ora santuario della Madonna di Lourdes) e San Mattia, con le quattro torri Massimiliane, e forte San Felice, potrebbero rappresentare una seconda tappa, all’interno del Parco della Collina. Le antiche fortificazioni collinari e le lasagne, percorsi scavati nel tufo per collegare i diversi forti,  rappresentano un sistema storico-culturale all’interno di un ambito paesaggisticamente prezioso.

I 12 forti realizzati dopo i moti del 1848, all’esterno della cinta fortificata: forte Chievo, forte Croce Bianca, forte San Zeno, forte San Massimo, forte Santa Lucia, forte San Michele e forte Santa Caterina; potrebbero essere la terza tappa. Questo sistema di forti, che inizia ad ovest e finisce ad est della sponda sinistra del fiume, si trova in una fascia verde che circonda la città, e potrebbe rappresentare: un collegamento tra le due porzioni del Parco dell’Adige; il limite tra il tessuto urbano e la campagna; e il punto di partenza dei vari percorsi pedonali e ciclabili che collegano i diversi parchi.

La fortuna di avere conservato: i bastioni, un’ampia cintura verde non edificata a ridosso del centro della città; la Spianà, una grande area spianata e libera da edifici, tra San Massimo, Chievo e Borgo Milano; la rete di fortificazioni collinari; e il Primo Campo Trincerato, all’interno di una fascia verde che riunisce i forti esterni alle mura magistrali; offre l’occasione per progettare una reale riqualificazione ambientale e culturale del nostro territorio. Pianificando i sistemi difensivi austriaci, organicamente alla progettazione urbanistica della città, sarebbe possibile realizzare e mettere in relazione il parco dell’Adige, con il Primo Campo Trincerato e con gli ipotetici Parco delle Mura e della Collina. Inoltre, coordinando il sistema del verde e delle strutture fortificate, alle costruzioni realizzate dagli austroungarici tra il 1847 e il 1865, tra cui: Castel San Pietro, l’Arsenale di artiglieria, l’Ospedale di Santo Spirito e la provianda di Santa Marta, si avrebbe la possibilità di predisporre un vero e proprio museo diffuso dell’architettura austriaca; e sarebbe la quarta tappa.

Ovviamente, le destinazioni d’uso dei vari manufatti storici andrebbero definite sulla base del contesto in cui sono inseriti; rispettando l’ambiente, la storia e le tipologie architettoniche; evitando di valutare gli edifici austriaci solo sull’utilizzo della loro volumetria.

Giorgio Massignan è nato a Verona nel 1952. Nel 1977 si è laureato in Architettura e Urbanistica allo IUAV. È stato segretario del Consiglio regionale di Italia Nostra e per molti anni presidente della sezione veronese. A Verona ha svolto gli incarichi di assessore alla Pianificazione e di presidente dell’Ordine degli Architetti. È il responsabile dell’Osservatorio VeronaPolis e autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Ha scritto quattro romanzi a tema ambientale: "Il Respiro del bosco", "La luna e la memoria", "Anche stanotte torneranno le stelle" e "I fantasmi della memoria". Altri volumi pubblicati: "La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona", "La Verona che vorrei", "Verona, il sogno di una città" e "L’Adige ra cconta Verona ". giorgio.massignan@massignan.com

 

Una mostra appesa alle Mura Aureliane. Ora c’è il libro
Da artribune.com del 29 agosto 2021

A distanza di alcuni mesi dalla mostra organizzata alla fine del 2020, una pubblicazione ripercorre il progetto espositivo ideato dall’artista Gianni Politi a Roma.

Di Saverio Verini

AA. VV. – Insieme (Quodlibet, Macerata 2021)

Un tratto breve, qualche decina di metri dei circa dodici chilometri di lunghezza complessivi ancora rimasti in piedi. È la porzione di Mura Aureliane che l’artista Gianni Politi osserva quotidianamente recandosi al suo studio nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Deve averle scrutate a lungo, negli oltre tre anni da quando ha stabilito il proprio studio in via dei Rutoli, un piccolo vicolo a senso unico che termina proprio a pochi passi dalla cinta muraria meglio conservata della città.

“Per noi contemporanei, che abitiamo e viviamo la città di Roma, quelle mura non devono difendere più da nulla, da nessuno, e sono addirittura diventate qualcosa che ci abbraccia anche se le guardiamo da fuori […]. Ho desiderato possederle, usarle, allestirci una mostra”: è questo il pensiero che – come lui stesso spiega nel catalogo – ha spinto Politi a immaginare Insieme, progetto espositivo che, tra ottobre e novembre 2020, ha visto l’allestimento di diversi interventi ancorati (o nell’immediata prossimità) al segmento di mura che corre lungo via Labicana.

INSIEME: DALLA MOSTRA AL CATALOGO

Politi ha agito da artista, presentando una propria opera, e da curatore, invitando una nutrita schiera di autori, tutti di base a Roma: Maurizio Altieri, José Angelino, Micol Assaël, Elisabetta Benassi, Joanne Burke, Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Rä di Martino, Giuseppe Gallo, Vostok Lake, Emiliano Maggi, Marta Mancini, Andrea Mauti, Nunzio, Lulù Nuti, Alessandro Piangiamore, Pietro Ruffo, Delfina Scarpa. Ne è nata una mostra eterogenea, in cui, al di là delle singole opere, a saltare agli occhi è il valore simbolico dell’operazione, nel nome di una ritrovata unità tra gli artisti a margine dell’inaspettata diffusione del virus. A distanza di alcuni mesi, un bel libro edito da Quodlibet (in collaborazione con lo sponsor Ghella, impresa specializzata nella realizzazione di grandi infrastrutture pubbliche) offre l’occasione per ripercorrere il progetto. Disegnato da Filippo Nostri, il libro presenta una ricca documentazione fotografica e una serie di contributi che inquadrano Insieme da un punto di vista storico e delle intenzioni artistiche. Gli scatti (di Alessandro Dandini de Sylva) restituiscono la complessità dell’allestimento (a cura di Matteo d’Aloja): opere installate ad alta quota, spesso sostenute da poderosi tiranti che, in rapporto alla mole delle mura, somigliano quasi a delle catenelle per appendere dipinti di piccolo formato. E in effetti la scala monumentale è stata sicuramente una delle cifre della mostra, unita all’eccezionalità di vedere esposte all’aperto – e dunque alle intemperie, illuminate direttamente dalla luce del sole o dai lampioni – opere per lo più destinate a spazi interni.

IL SIGNIFICATO DI INSIEME

Da questo punto di vista Insieme rivela un’ambizione quasi d’altri tempi, che rimanda a iniziative che hanno segnato la storia recente dell’arte contemporanea, a Roma e non solo. Un’affiliazione dichiarata esplicitamente nel catalogo, sia attraverso una veste grafica dal sapore vagamente Anni Settanta, sia attraverso la conversazione che vede protagonista Achille Bonito Oliva, chiamato in causa da Politi e d’Aloja proprio a partire da esperienze espositive come Contemporanea (1973) e Avanguardia Transavanguardia (1982), rispettivamente allestite nel parcheggio di Villa Borghese e – appunto – su un tratto delle Mura Aureliane (allora la mise en scène fu curata dall’architetto Costantino Dardi).
Tra i testi in catalogo si segnalano anche i contributi di Maria Vittoria Marini Clarelli, Maria Gabriella Cimino, Paola Chini, Lorenzo Fornaciari – incentrati sul ruolo e le vicende legate alle Mura Aureliane nella storia di Roma – e quello di Salvatore Lacagnina (ex responsabile artistico dell’Istituto Svizzero di Roma), che chiude la pubblicazione con una lunga lettera-testo rivolta a Politi sul ruolo dell’artista nella società, sulla dimensione collettiva della creazione artistica, sulla fuoriuscita dell’arte dai luoghi deputati – di cui lo strappo di Courbet con la creazione nel 1855 del Padiglione del Realismo, contrapposto al Salon ufficiale, rappresenta uno dei momenti più significativi. E, a proposito di strappi, si è parlato di Insieme come di una specie di “contro- uadriennale” degli artisti romani, delusi dalla scarsa rappresentanza all’interno della rassegna ospitata al Palazzo delle Esposizioni. Al di là di eventuali intenti polemici – aspetto poco interessante da discutere in quest’occasione e a distanza di così tanto tempo –, ben vengano iniziative come questa, basate sul fare, su rilanci e reazioni nel segno della creazione artistica, non della schermaglia dialettica. Il catalogo di Insieme ricostruisce le premesse e gli esiti di un’esperienza che merita di essere ricordata e – perché no? – estesa, con il coinvolgimento di altri artisti e di altri luoghi così magnetici.

AA. VV. – Insieme
Quodlibet, Macerata 2021
Pagg. 144, € 22
ISBN 9788822906335
www.quodlibet.it

 

Pulizia straordinaria da sterpaglie ed erbacce alle mura magistrali di Verona
Da veronasera.it del 28 agosto 2021

Interventi ai bastioni San Francesco e delle Boccare. È stato tolto tutto ciò che impedisce di rendere queste aree non solo decorose, ma anche fruibili e visitabili da veronesi e turisti

Bastione delle Boccare

Pulizia straordinaria sui bastioni San Francesco e delle Boccare, rispettivamente sulla cinta magistrale tra Via Faccio e Via dell'Autiere e in Via Madonna del Terraglio, tra Santo Stefano e Valdonega. Erbacce, sterpaglie, rifiuti, detriti lasciati dal maltempo, è stato tolto tutto ciò che impedisce di rendere queste aree non solo decorose, ma anche fruibili e visitabili da veronesi e turisti.
Meticolose le operazioni sulle murature della cinta, realizzate con appositi strumenti. Al Bastione di San Francesco, dopo le prime demolizioni degli edifici abusivi costruiti dal secondo dopoguerra, iniziate un anno e mezzo fa, ne seguiranno a breve delle altre, per restituire decoro all’area demaniale tra il bastione e il fiume Adige. In parallelo si interverrà anche sulla vegetazione lasciata al degrado, che ora verrà sistemata nel rispetto del sito in cui trova.
Il Bastione della Boccare, grazie all'intervento del Comune, verrà invece dotato di un ingresso indipendente, che permetterà una maggiore conoscenza e valorizzazione del sito. Fino ad oggi, infatti, vi si accedeva solo attraverso l'ingresso di una scuola superiore.

È in corso una pulizia approfondita dell'area della cinta, che riguarda sia la parte a verde che la parte muraria. Ed è di 80mila euro la spesa sostenuta per questi due progetti specifici, a cui si aggiungono i 300mila euro approvati nei giorni scorsi alla giunta per una decina di interventi da realizzarsi l'anno prossimo.

(Bastione delle Boccare)

Nello specifico, si interverrà nel Vallo di Cangrande in Via Caroto, nell’area da Porta Vescovo alla Salita San Sepolcro, al parco di Castel San Pietro, al Bastione di San Procolo da porta San Zeno a Via Tomaso da Vico, al Bastione di Spagna da Porta Fura a Via Tomaso da Vico, a Castel San Felice, sulla Rondella di San Zeno in Monte e in zona Raggio di Sole. Le operazioni riguardano la rimozione di rifiuti abbandonati, la raccolta di frammenti di legno a terra, di ceppaie e radici morte, la rimozione di detriti dovuti agli smottamenti di terreno, il taglio delle erbe e degli arbusti infestanti, il diserbo e sfalcio delle specie vegetative che periodicamente si sviluppano in modo naturale e lo sgombero di tutti i materiali di risulta in apposite discariche.

L'obiettivo del Comune è far sì che dallo straordinario di passi all’ordinario, cioè ad una manutenzione regolare, con pulizie costanti e programmate. Un modus operandi che non solo garantisce il decoro e la bellezza di questi luoghi patrimonio dell’Unesco, ma consente di razionalizzare le spese a carico del Comune.

«Cominciamo a vedere i frutti dell'imponente attività avviata per tutelare e valorizzare il patrimonio della cinta muraria - ha detto l'assessore ai Rapporti Unesco Francesca Toffali - Nel caso del Bastione di San Francesco, la pulizia procede in parallelo con le demolizioni degli edifici abusivi presenti nell’area, uno scempio a ridosso del fiume e a pochi metri dal centro storico. Alle Boccare, invece, riusciamo finalmente a dotare il bastione di un ingresso indipendente, per poterlo visitare in massima libertà. Si tratta di interventi straordinari che vogliamo diventino di ordinaria manutenzione, purtroppo paghiamo anni di lavori a spot, senza programmazione e progettualità».

«L'impegno economico la dice lunga non solo sulla qualità dei lavori, ma anche sulla volontà valorizzare al meglio questo straordinario patrimonio verde – ha aggiunto l'assessore ai giardini Marco Padovani - Abbiamo già in calendario una decina di importanti manutenzioni straordinarie in diverse zone della città, molte delle quali frequentate dai turisti oltre che dai veronesi».

 

L’Ortogonale 1: la linea difensiva della Grande Guerra fra Leogra e Agno
Da ecovicentino.it del 22 agosto 2021

Da Mirko Cocco

Durante la Prima Guerra Mondiale sulle colline che separano la Valle dell’Agno dalla Val Leogra si trovava la linea difensiva italiana dell’Ortogonale 1, la quale collegava il Passo di Campogrosso con il campo trincerato di Vicenza.
Essa non venne interessata da scontri bellici, ma fu teatro della vita delle retrovie; lungo il suo sviluppo vennero create mulattiere, postazioni di mitragliatrici, trincee e alcuni campi di aviazione. Dato il valevole interesse storico, alcuni anni fa l’Ortogonale 1 è stata interessata da un progetto di recupero e valorizzazione che ha portato alla realizzazione di uno splendido itinerario dove scoprire le opere e la storia che gravano sulla dorsale della Destra Leogra. Ad un’apposita segnaletica sono accompagnati pannelli illustrativi dei punti più interessanti.

Il percorso ideato ha inizio dal Passo di Campogrosso e termina nei pressi di Villa Zileri a Monteviale, non molto distante da Vicenza. Conta di 54 chilometri che si sviluppano prevalentemente su sentieri, mulattiere e strade militari ed oltre a presentare molti punti di interesse storico consiste in una lunga cavalcata tra splendidi monti dove godere di ottimi panorami, di ambienti rurali e naturali.
Il punto di partenza del percorso si trova nei pressi del Rifugio T. Giuriolo al Passo di Campogrosso, ai piedi della parete della Sisilla. Da qui si prende la Strada del Re per scendere poi lungo il sentiero della Casaretta che conduce fino a Staro Mille, dove in tempo di guerra vi si trovavano altre carrettabili che servivano alle truppe per portarsi verso il Pasubio.

Si scende ancora passando per le contrade Rive e Zulpi fino al Passo Xon. Questa prima parte è piuttosto veloce perché completamente in discesa; più avanti invece l’itinerario si fa più ondulato. Dal passo in breve si raggiunge Contrada Busellati, poi si sale verso l’ex caposaldo de La Locchetta, dove ancora oggi si notano le piazzole per l’artiglieria, camminamenti e ricoveri.
Seguendo la cresta si superano il Passo dei Branchi e il Passo della Camonda per aggirare quindi il Monte Civillina, altro importante caposaldo dove si incrociavano le due linee difensive dell’Ortogonale 1 e 2. Quest’ultima collegava l’Alpe di Campobrun con il Monte Campetto, il Monte Spitz e Cima Bocchese per risalire il Civillina e toccare il Monte Cengio e il Novegno.
Il percorso dell’Ortogonale 1 continua poi per il Passo del Colombo e aggira il Monte Scandolara passando per la Contrada Castrazzano e il Passo Zovo. Da qui alcuni sentieri collegano ai vicini Passo del Mucchione e Passo Cima, dal quale si abbandona lo spartiacque per seguire la strada asfaltata e transitare per la località Massignani sopra a Valdagno e proseguire in quota per la Contrada Crestani e quindi risalire per Roccolo Rossato al piccolo altopiano di Faedo. Anche qui la viabilità è ancora quella realizzata durante la Grande Guerra, come testimonia ad esempio la Strada delle Lore che si incontra nei pressi della Contrada Milani.

Da Faedo si scende lungo la strada sterrata che porta a Campipiani e poi a Priabona, da dove si sale fino a Montepulgo e la Contrada Carletti di Castelgomberto. In quest’ultimo paese vi si trovava un campo d’aviazione nei parti vicino a Villa Piovene-Da Schio. È da ricordare che durante il Primo Conflitto erano presenti altri due campi d’aviazione, uno a Trissino e un altro nella campagna di Sovizzo, non molto distante dal corso del Torrente Onte. Tornando al percorso dell’Ortogonale 1, questa scende per la mulattiera Carletti-Valdilonte che vanta tre ponti a volta in pietra e dei tratti parzialmente scavati in roccia. Successivamente si sale a Torreselle di Isola Vicentina per poi continuare fino a Ignago. Da qui con un bel tratto panoramico già in vista della città di Vicenza si prosegue per Madonna delle Grazie e la Strada dei francesi, carrozzabile sterrata ancora ben conservata che conduce alle porte di Monteviale.

Con un ultimo tratto in discesa si percorre un segmento del campo trincerato che era deputato alla difesa di Vicenza per scendere in pianura e percorrere gli ultimi chilometri che separano da Villa Zileri, splendida villa con affreschi del Tiepolo dove termina il percorso dell’Ortogonale 1.
I modi migliori per percorrere e apprezzare appieno questo itinerario sono sicuramente a piedi in un paio di giorni oppure in mountain bike; se si ha la possibilità vale la pena effettuare le deviazioni che conducono ai punti di interesse storici lungo il percorso, come il Monte Civillina e il Cengio, il Monte Pian e i vecchi campi di aviazione di Castelgomberto e Sovizzo. Le stagioni da preferire sono sicuramente la primavera e l’autunno dove si potranno godere meglio dei colori delle stagioni e non si soffrirà troppo il caldo.
Sul sito ortogonale1.com   si possono trovare maggiori informazioni riguardo al progetto e alla storia.

 

Le antiche fortificazioni a Trapani
Da primapaginatrapani.it del 22 agosto 2021

Tra il 1848 e il 1860 la città era munita di un’ottima difesa

Trapani ‘invittissima’ come recita il titolo concesso da Ferdinando il Cattolico nel 1478, in onore delle resistenze fatte ai nemici del regno. In tale direzione, oggi, tratteremo di Trapani e le sue fortificazioni. Gran parte di queste notizie le riporta Marco Augugliaro nella sua "Guida di Trapani": da levante, tra il Castello Reale fino all' Impossibile compreso il Cavaliere, vi erano più di 200 pezzi di artiglieria. Dal lato di mezzogiorno per difendere il porto e le saline c'era il baluardo dell'Epifania attaccato all'Impossibile che disponeva di quattro cannoni; dal bastione del comune dove si trovavano dieci cannoni e dodici erano situati a S.Francesco d'Assisi.

Tutto il lato della marina veniva invece difeso dal forte della Colombaia. A ponente la città era difesa dal bastione Imperiale o Sant'Anna con dieci cannoni e da Torre di Ligny con tre cannoni. A tramontana sorgeva forte della Conca, situato dove ora c'è piazza del pesce. Tutte queste ‘mura’ contro il nemico rimasero fino al 1862 quando Trapani fu dichiarata non essere più piazza d'armi.

 

Forte Belvedere, procede il lavoro per la candidatura al patrimonio Unesco
Da ladige.it del 20 agosto 2021

Da qualche tempo sta avanzando il progetto per la costituzione di un "Club Unesco" dedicato alla promozione dell'opera militare austro-ungarica che fu realizzata tra il 1908 e il 1912 su uno sperone di roccia

ALTIPIANI CIMBRI. Ormai da diversi anni, con vari articoli, l'Adige ha lanciato la proposta di inserire la linea fortificata degli Altipiani Cimbri (sette fortificazioni) in un contesto internazionale sotto l'egida dell'Unesco.
L'idea, dopo un lungo tempo d'incubazione, sembra oggi poter camminare da sola: è in atto, infatti, un progetto di costituzione di un "Club Unesco" per forte Gschwent/Belvedere e l'Alpe Cimbra.
Per sancire il tutto sono stati organizzati degli incontri on-line.
«Nel corso del 2021 è stato costituito un comitato promotore (dal quale sono stati esclusi persone con incarichi politici, ndr) scelto fra alcune personalità. Il comitato ha prodotto un documento programmatico e una bozza di statuto che sono stati inviati alla Federazione italiana dei club e centri per l'Unesco e alla Commissione nazionale italiana per l'Unesco per richiedere l'autorizzazione alla costituzione del "Club Unesco di Lavarone Forte Belvedere-Gschwent e Alpe Cimbra", spiegano i membri del comitato. Il risultato di questa domanda troverà, presumibilmente, risposta entro il 2022.
Il progetto è stato presentato all'incontroo "Cultura, ambiente educazione. L'Alpe Cimbra tra progetti europei e UNesco", proposto dalla Fondazione Belvedere-Gschwent in collaborazione con il Comune di Lavarone e la biblioteca "S. Freud" con lo scopo appunto di illustrare sia gli attuali progressi riguardanti la richiesta di candidatura e costituzione del club Unesco, sia la presentazione delle nuove proposte multimediali di prossima realizzazione ambientate nel nostro forte con il titolo "The Rude Awakening". Hanno partecipato il regista Renzo Carbonera, Claudio Ricci, presidente onorario dell'Associazione dei beni italiani patrimonio mondiale (siti Unesco) e, per l'università di Trento, Roberta Cuel, (che è inoltre referente di territorio della Cassa Rurale della Vallagarina), Sara Favargiotti, docente associato del Dipartimento di ingegneria civile ambientale e meccanica e Marco Ferrari architetto».

Werk Gschwent di Lavarone (Forte Belvedere) fu realizzato tra il 1908 e il 1912 su uno sperone di roccia calcarea (a quota 1177 metri) che sporge a strapiombo sulla Val d'Astico, che all'epoca sanciva il confine fra Regno d'Italia e Austria-Ungheria. Concepito, come le altre fortezze degli Altipiani, per resistere in assoluta autonomia a bombardamenti che potevano durare per giorni e giorni, disponeva di ampi depositi, di un acquedotto, una centrale elettrica, un pronto soccorso, una centrale telefonica e una stanza di telegrafia ottica.
La guarnigione era composta da centosessanta Landsschützen supportati da sessanta territoriali.
L'armamento era invece costituito da tre obici da 10 cm situati in cupole corazzate e da ventidue postazioni di mitragliatrice.
Nel corso del primo anno di guerra subì pesanti bombardamenti ed ebbe numerose perdite, ma non fu investito dalla furia di ferro e fuoco che nel settore di Passo Vézzena e Luserna mise a durissima prova Forte Cima Vézzena, Forte Busa Verle e Forte Lusérn e, anche grazie alla sua posizione dominante sulla Val d'Astico, non ricevette mai un assalto diretto da parte delle fanterie italiane. T. D.

 

Svolta sul bunker di Camorino
Da rsi.ch del 19 agosto 2021

Il cantone vuole chiudere il prima possibile la struttura sotterranea - Emesso un bando per cercare soluzioni alternative

Il canton Ticino cambia passo e decide di chiudere il controverso bunker di Camorino: la struttura sotterranea che alloggia richiedenti l'asilo la cui domanda è già stata respinta o neppure presa in considerazione, ovvero i cosiddetti casi "NEM". Il Consiglio di Stato ha indetto una raccolta di proposte per cercare soluzioni alternative.
In sostanza, il Governo chiede a privati o enti pubblici - via foglio ufficiale - di proporre strutture idonee ad accogliere richiedenti l'asilo. Il bando scade venerdì. "L'obiettivo è uscire il prima possibile", spiega Gabriele Fattorini, direttore della Divisione dell'azione sociale e delle famiglie. "È chiaro che questo dipende anche dalla quantità di offerte che arrivano. Se non dovessero arrivarne bisognerà chinarsi ancora  una volta sul tema e riaprire una riflessione. Il prima possibile credo che sia la risposta più corretta", afferma.
Negli anni ci sono state manifestazioni, petizioni, appelli. Nel 2019, un centinaio di medici ha messo nero su bianco che "le condizioni in cui vivono i richiedenti l'asilo a Camorino sono disumane". L'ultima petizione in ordine di tempo è del Forum Alternativo che in queste settimane ha raccolto 1'600 firme.
"È da diverso tempo che si sta cercando una soluzione alternativa, ma non è facile individuare una nuova sede, perché anzitutto richiede un consenso da parte delle autorità comunali, ma anche un consenso della popolazione", osserva Fattorini. In un rapporto del 2019, la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura aveva scritto, in termini generali, che nessuno dovrebbe vivere in una struttura sotterranea per più di 3 mesi, perché manca luce e non circola aria. A Camorino si può rimanere anche un anno o più. Nonostante le critiche, il Cantone ha sempre dichiarato che la situazione era - secondo quanto si legge in una risposta del Consiglio di Stato a un'interpellanza dell'anno scorso - "modesta, ma idonea e in linea con quanto stabilito dal quadro normativo vigente per le persone che sono tenute a lasciare la Svizzera".
Cos'è cambiato? "Siamo in un contesto di grande movimento. Innanzitutto c'è anche la costruzione che dovrebbe partire a breve che obbligherà la partenza da questa struttura di Camorino e in tutto questo ambito di pianificazione generale della migrazione, la ricerca di altre soluzioni fuori terra è sicuramente ritenuta più adeguata". Oggi, nella struttura sotterranea alloggiano 23 persone, tutte con statuto di NEM: dovrebbero lasciare il Paese perché la loro domanda d'asilo è stata respinta o neppure presa in considerazione, ma non possono essere rimpatriate contro la loro volontà perché con i loro Paesi d'origine la Confederazione non ha accordi di riammissione.

 

Inghilterra, ritrovato un bunker utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale
Da sputniknews.com del 13 agosto 2021

Il rifugio probabilmente è servito agli addestramenti per il D-Day. Il Devon County Council ha annunciato che il sito appena scoperto sarà aggiunto al registro storico dell'ambiente.

Un bunker della seconda guerra mondiale è stato scoperto in Inghilterra, sulla costa del North Devon, da David Etheridge, un archeologo dello Strode College. La notizia del ritrovamento è stata riportata dal sito web dell'istituto.

Etheridge è responsabile del programma per il Foundation Degree (FdA) in Storia, Patrimonio e Archeologia del College. Mentre si trovava in vacanza sulla spiaggia, ha notato una struttura in cemento ai piedi delle scogliere. Partito in esplorazione si è presto reso conto che si trattava di un bunker risalente al secondo conflitto mondiale.

"Sapevo che Saunton Sands era stato utilizzato dall'esercito americano in preparazione per il D-Day e ho immediatamente sospettato che facesse parte del loro campo di addestramento" ha raccontato l'archeologo. "Se non l'avessi trovato - ha aggiunto - in pochi anni sarebbe caduto in mare e nessuno se ne sarebbe accorto, sono molto contento di averlo trovato!".

Il Devon County Council ha già confermato che il sito trovato da David sarà aggiunto al loro Historic Environment Record, insieme alle foto scattate dall'archeologo.

 

I 300 uomini dello Chaberton
Da iltorinese.it del 13 agosto 2021

Sospesi a 3130 metri di altitudine, nel silenzio più totale, i 300 uomini della 515esima batteria dello Chaberton ascoltano via radio le parole di Mussolini provenienti dal balcone di piazza Venezia a Roma: “…la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna..”.

Era il 10 giugno 1940. La guerra con i francesi si avvicina, sono attimi di grande tensione e incertezza. Al forte Chaberton, fra il valico del Monginevro e il Colle del Sestriere, tra l’alta Val Susa e la valle di Briancon, a strapiombo sui paesi di Cesana e Claviere, la guarnigione è comandata dal giovane capitano Spartaco Bevilacqua mentre sul versante opposto i mortai francesi sono pronti ad aprire il fuoco per distruggere l’odiato Chaberton. Fa freddo lassù e la nebbia è fitta. I primi giorni trascorrono in una relativa calma interrotta solo da scariche di fucileria e di armi automatiche. I cannoni del forte aprirono il fuoco alcune volte verso obiettivi militari francesi ma con scarso successo. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno suonò l’allarme per l’arrivo di alcuni aerei nemici che sorvolarono il forte e raggiunsero Torino che verrà pesantemente bombardata. Nei giorni successivi il nostro presidio militare assistette a duelli di artiglieria a distanza tra il forte italiano Jafferau, sopra Bardonecchia e il forte francese de l’Olive. Niente di più, l’artiglieria francese, per il momento, ignorò lo Chaberton e si concentrò contro la fanteria italiana in valle. Ma il 21 giugno fu una giornata drammatica: un inferno di fuoco si scatenò ai 3130 metri del monte Chaberton. L’imponente figura della montagna fu teatro di una delle tante battaglie della II Guerra mondiale. I francesi decisero di fare sul serio: l’ordine impartito ai comandi militari fu di demolire lo Chaberton. I mortai francesi cominciarono a martellare la vetta distruggendo sei delle otto torri del forte e la stessa teleferica, nove uomini dello Chaberton morirono sotto le bombe, una cinquantina tra ustionati e feriti, di cui alcuni gravi e notevoli furono i danni alle strutture.

Ci fu poca gloria per il forte alpino più alto e più famoso d’Europa costruito a fine Ottocento, ai tempi di Umberto I, proprio per la sua notevole importanza strategica, una fortificazione nota come la batteria dello Chaberton. Costituiva una grave minaccia per il fondovalle e in particolare per la conca di Briancon e quindi i francesi non vedevano l’ora di metterlo fuori uso. Ma restò sempre una postazione militare di assoluta rilevanza a tal punto che lo stesso De Gaulle nel 1947 pretese e ottenne la vecchia fortezza. In quel momento il monte Chaberton passò alla Francia, nel territorio del comune di Nevache. Le rovine della batteria sono visitabili ma bisogna pur sempre arrivare fino in vetta dove è possibile osservare non solo i resti delle torri ma anche le gallerie sotto il forte che si snodano per centinaia di metri nelle viscere della montagna. È quindi necessario attrezzarsi in maniera adeguata e informarsi bene prima di partire. Il monte è diventato una classica meta per escursionisti e scialpinisti. Il forte è raggiungibile a piedi o in mountain bike percorrendo la vecchia strada militare da Fenils (frazione di Cesana) o, a piedi, partendo dal paese di Claviere. Non solo vediamo chiaramente il monte salendo in auto in alta Valle di Susa, lassù ad oltre tremila metri, con quella cima dentellata dalle torri della fortezza ma, ogni volta che lo guardiamo, ci domandiamo a cosa serviva e seè servito a qualcosa a quell’altitudine il forte Chaberton.

Per saperne di più si può leggere il sempre attuale libro “Distruggete lo Chaberton!” scritto dal colonnello di artiglieria Edoardo Castellano, edizioni Il Capitello, Torino. Un vecchio libro assai utile per scoprire i segreti militari dello Chaberton nel quale la tragica giornata del 21 giugno 1940 è documentata nei minimi particolari dall’autore, ufficiale di artiglieria e gran conoscitore della montagna. Un volume che ci parla di cannoni, di traiettorie, di mortai, di guerra, di sangue e soprattutto di 300 valorosi soldati e del loro forte. Filippo Re

 

Tour dei bunker e viaggio nella Marina Storica, un successo che continua nel weekend
Da ravennawebtv.it del 12 agosto 2021

Tra bunker e storia, grande riscontro per i tour di Ravenna Welcome sui lidi: ultimi appuntamenti a Marina di Ravenna nel weekend “Molto soddisfatti del successo dell’iniziativa che dimostra quanto sia importante investire anche sulla storia del litorale”

Un grande successo ha contraddistinto nelle ultime settimane le visite guidate sul litorale organizzate da Ravenna Welcome insieme alla Pro Loco di Marina di Ravenna e quella di Punta Marina. In particolare la scorsa settimana una trentina di persone ha partecipato al tour della “Marina Storica”, una passeggiata con partenza il faro alla scoperta dei segreti della località balneare che stregò montale. Molta curiosità destano anche le visite ai bunker di Marina di Ravenna e a quelli di Punta Marina, questi ultimi racchiusi in poche centinaia di metri.

“Siamo molto soddisfatti di questo primo anno di collaborazione con le Pro Loco – dice Claudia Spiniello di Ravenna Welcome – che dimostrano quanto sia fondamentale andare alla scoperta di lidi così ricchi di storia. Vedremo il prossimo anno come proseguire la collaborazione, adottando i necessari correttivi dopo questo esordio sperimentale e magari inserendo nuovi tour”.
Per chi fosse interessato, questo weekend (venerdì 13 e sabato 14 agosto) sono in programma le ultime due esperienze a Marina di Ravenna. Venerdì a partire dalle 19 tour dei bunker a Marina di Ravenna, sabato visita alla Marina Storica. Per saperne di più, Ravenna Welcome ha un punto informativo presso gli stand gastronomici (ex stabulario, via delle Nazioni 8) alla Festa del Mare e dello Sport in svolgimento in questi giorni a Marina di Ravenna.

Partirà invece dallo Iat di Punta Marina Terme il tour dei bunker in quella località balneare in programma alle 16. Per il tour di Punta sono in programma altri appuntamenti.

Per info e prenotazioni: www.ravennawelcome.comoppure scrivendo una mail a booking@ravennawelcome.com o telefonando al 351 6072377.

 

Un bunker sotterraneo sulle isole Svalbard custodirà il patrimonio musicale dell’umanità
Da lavocedeltrentino.it del 11 agosto 2021

Esiste un territorio che è considerato una terra neutrale da quasi tutte le nazioni del mondo ed è il luogo dove si stanno realizzando enormi bunker a prova di attacco nucleare ed esplosioni elettromagnetiche.
Si tratta delle isole dello Svalbard, l’arcipelago tra Polo Nord e Norvegia.
Qui si sta per costruire un rifugio per la salvaguardia del patrimonio musicale dell’umanità. Un comitato sceglierà quali opere saranno destinate a essere salvate in caso di disastro nucleare o di dissesto idrogeologico del mondo. Un compito che si rivela “titanico”.

A trecento metri di profondità, nascosto sotto una collina di neve e di ghiacci, in una delle isole più sperdute nel nord del pianeta – una delle isole dello Svalbard – verrà realizzatoun bunker per la protezione del patrimonio musicale mondiale.
Il progetto è del tutto simile al Global Seed Vault il bunker in cui sono state custodite la biodiversità del pianeta e che vedete nella foto. Questi immensi forzieri costruiti in un clima incredibilmente rigido sono pensati per resistere ad attacchi atomici ed elettromagnetici in modo da preservare il contenuto per decenni.
Naturalmente ci si chiede chi siano gli esperti incaricati di decidere quale musica archiviare per i prossimi 500/1000 anni.
La Elire Management Group di Oslo che sta lavorando a questo ambizioso progetto ha invitato l’International Music Council a creare un comitato tecnico globale di musicisti e critici musicali.
Il loro compito? Tramandare la memoria delle nostre generazioni a quelle che sopravviveranno a una possibile apocalisse militare o ecologica.
Ma, mentre la catalogazione e la raccolta delle fonti di biodiversità la scelta si è imposta secondo criteri di catalogazione semplici, tutt’altra cosa sarà stabilire quali opere debbano essere considerate “universali”.
Del resto, scegliere cosa conservare di tutta la produzione musicale di tutti i tempi per tutte le nazioni della terra, non appare un compito semplicissimo. Si tratta di organizzare una enorme storia della musica mondiale in cui ogni paese propone dei rappresentanti per ogni periodo storico. Un’impresa titanica per conservare in modo indelebile uno dei linguaggi primari dell’uomo: la voce della sua anima.

 

Kh-95, ecco il nuovo missile ipersonico della Russia
Da formiche.net del 11 agosto 2021

Di Stefano Pioppi

In modo un po’ sommesso rispetto al solito, la Russia ha svelato al mondo il suo nuovo missile ipersonico, Kh-95. Si inserirà in un arsenale già corposo, ma con una gittata più ampia per penetrare al meglio le difese avversarie

La Russia ha un nuovo missile ipersonico in fase di sviluppo, già testato e destinato ad aumentare le potenzialità dei suoi bombardieri strategici. La notizia l’ha data il generale Vladimir Zarudnitsky, comandante dell’Accademia militare dello Stato maggiore della Difesa, firmando un articolo sul numero di agosto di Pensiero militare, rivista dedicata al settore dipendente dal dicastero della Difesa. Il riferimento al nuovo missile non è stato messo in evidenza sulla testata, quasi fosse sfuggito al generale, salvo poi essere stato particolarmente stressato dalle agenzie Tass e Ria Novosti.

LA NOTIZIA…

“Oggi la supremazia nell’aerospazio è una condizione vitale per permette alle forze di terra e navali di condurre operazioni di combattimento con successo”, ha scritto Zarudnitsky. “Per questo, la Russia sta sviluppando e introducendo armamenti, assetti e hardware speciali così avanzati e aggiornati all’interno delle proprie forze aerospaziali, come il bombardiere strategico Tu-160M, il missile ipersonico aereo Kinzhal e le armi di precisione a lungo raggio aviolanciate, in particolare il missile ipersonico Kh- 5”.

…E LA CONFERMA

Nessuno aveva mai parlato prima del Kh-95. La testata di Stato Ria Novosti ha però offerto ulteriori dettagli riportando una fonte del settore “industrialemilitare” che ha confermato l’esistenza del programma e affermato che il missile è compatibile con i velivoli Tu-23M, Tu-160M (entrambi sono bombardieri strategici supersonici) e con il futuro Pak-Da, il bombardiere di nuova generazione su cui è al lavoro la Tupolev. Di più: prototipi del Kh-95 sarebbero già stati testati da piattaforme aeree.

L’ARSENALE IPERSONICO

Il missile si inserisce in un arsenale ipersonico già rilevante. Nel 2018 ha debuttato il missile da crociera Kinzhal (letteralmente “pugnale”), allora definito da Vladimir Putin “invincibile” che, a detta della Difesa di Mosca, sarebbe in grado di superare tutte le difese aeree esistenti e future, volando dieci volte la velocità del suono e trasportando testate convenzionali e nucleari in un range di oltre duemila chilometri. Sempre al 2018 risale il test dell’Avangard, missile a planata ipersonica, capace di superare l’atmosfera come un missile balistico in fase ascendente, per poi rientrarvi a velocità ipersonica, cambiando traiettoria e aumentando di imprevedibilità. Anche in quell’occasione, Putin intervenne in prima persona per il test, annunciando l’ingresso in servizio entro il 2019. E poi c’è il missile da crociera Zircon, testato a fine luglio per la terza volta con il lancio dalla fregata Admiral Gorshkov, dislocata nel Mar Bianco. Il missile avrebbe con successo colpito l’obiettivo collocato a 350 chilometri di distanza, raggiungendo Mach 9, nove volte la velocità del suono (oltre tre chilometri al secondo), per una gittata dichiarata di mille chilometri. Dovrebbe entrare in servizio il prossimo anno.

UNA QUESTIONE DI RAGGIO

Ma a che serve allora il Kh-95? Ha risposto tramite il sito russo Gazeta.ru (ripreso dal National Interest) l’esperto militare Mikhail Khodarenok, notando che la differenza sta tutta nel “long-range”, la lunga gittata. Gran parte delle capacità dei bombardieri russi sarebbero al momento “sprecate” a causa di missili ormai “irrilevanti” a fronte di scenari operativi “ad alta intensità”, pieni di difesa aeree, soprattutto caccia intercettori che hanno aumentato il range di operazione. Per questo serve il Kh-95, capace di partire quando il bombardiere è ben distante dall’obiettivo e dalle strutture che lo proteggono. Il raggio operativo in questione sarebbe “non meno di 5.500 chilometri”. Solo in questo modo, spiega Khodarenok, si potranno colpire con efficacia gli obiettivi avversari.

 

Erice, presentazione della pubblicazione sul Castello della Colombaia
Da tp24.it del 11 agosto 2021

Giovedì 12 Agosto, alle ore 17.30, negli spazi della sala conferenze di palazzo Sales a Erice, nell’ambito della rassegna culturale “I Giovedì di Agosto”, organizzata dal Gruppo Archeologico Erykinon, l’architetto Giovanni Vultaggio presenterà la sua recente pubblicazione sul Castello della Colombaia di Trapani.

Giovanni Vultaggio si occupa del Castello della Colombaia dal 1993, anno in cui ha collaborato al restauro della torre ottagonale e per la prima volta in Sicilia, ne ha effettuato l'analisi stratigrafico muraria secondo le tecniche proprie dell’archeologia dell'architettura. La conferenza permetterà di delineare con evidenza scientifica l'evoluzione del monumento e comprendere l'importanza di alcuni elementi come la grande torre ottagonale o la singolare cinta muraria ellittica, ponendo una particolare attenzione alla sua trasformazione nei secoli.

Sarà anche l’occasione per riflettere sulle ricerche in corso, da parte dell'autore, per l'individuazione della cartaginese Torre Peliade. Un focus sullo sviluppo del contesto medievale del complesso monumentale del Castello della Colombaia e su quelle attività di valorizzazione, studio e ricerca che andrebbero svolte, prima dei restauri previsti con i fondi del Recovery Plan.

 

Nelle rocche di Francesco di Giorgio Martini, l'archistar del '400
Da gds.it del 10 agosto 2021

PESARO - Sassocorvaro, Cagli, Mondavio, Fossombrone: una manciata di cittadine preziose e borghi fortificati, adagiati nelle pieghe dolci del territorio, in una geografia minore spesso scavalcata dalle autostrade. Se oggi la provincia di Pesaro - Urbino è disseminata di fortezze incuranti dei secoli il merito è Francesco di Giorgio Martini, senese, classe 1439, pittore, scultore e archistar ante-litteram, sul cui Trattato di Architettura militare e civile studiò persino un gigante come Leonardo da Vinci. E di un condottiero - mecenate come Federico da Montefeltro, che inondò Martini di commesse per oltre 10 anni, tramutando in architettura il programma politico del ducato. Alle opere di questo asso del Rinascimento Confcommercio Pesaro- Urbino/Marche Nord, associazione di categoria da tempo impegnata nella promozione del territorio, dedica un percorso ad hoc, per valorizzare un patrimonio imponente ma poco conosciuto.

Quello delle Rocche è un percorso spin-off, inserito nel più vasto Itinerario della Bellezza, tragitto da noi ideato con 13 comuni della provincia, per condurre turisti curiosi negli angoli più suggestivi del territorio , spiega Amerigo Varotti, direttore dell associazione. E una sorta di contenitore, dal quale periodicamente estraiamo proposte.

Perché le Rocche martiniane? In Italia c è un grande interesse turistico per i castelli: solo Gradara, il sito più visitato delle Marche, ha registrato 230mila presenze nel 2019. Da qui l idea di valorizzare le nostre fortezze . Fascinose e possenti, distanti al massimo 50 km da Urbino, ogni fortezza ha una sua storia unica da raccontare. Perché se Sassocorvaro sfoggia un impianto tondeggiante e compatto, simile al carapace di una tartaruga, ingentilito da cornici concentriche (che pare ispirarono Frank Wight nel realizzare il museo Guggenheim a New York), Cagli vanta uno splendido torrione ellittico di cinque piani, proprio nel cuore della cittadina moderna: sotto il quale si diparte uno spettacolare cunicolo sotterraneo di 360 gradini, il cosiddetto soccorso coverto, antica via di collegamento con la fortezza (ancora in via di recupero) sovrastante la città. Da pochi giorni il percorso è di nuovo perfettamente percorribile, permettendo di sbucare, superando un dislivello di 80 metri, su quella che doveva essere l antica piazza d armi della rocca. Che probabilmente sarebbe ancora in piedi se Guidobaldo, figlio di Federico, nel 1502 non l avesse fatta saltare in aria pur di non cederla all invasore Cesare Borgia, il terribile Valentino.

Mondavio, più a sud, a metà strada tra Urbino, Fano e Senigallia, lungo la valle del Cesano, rappresenta invece la fortezza perfetta. Perché qui Di Giorgio nel 1482, esaltando il concetto di pianta poligonale, tira su un monumento dell arte fortificatoria: dominato da un poderoso mastio a dieci facce, spigolose, sfuggenti, quasi avvolgentisi su se stesse. Realizzata in mattoni (assai elastici nel respingere i colpi) la rocca è arrivata intatta fino a noi, perfettamente fusa con il centro abitato del quale non è più difesa ma parte integrante. Trasformando Mondavio, grazie al suo fascino, in Borgo più bello d Italia.

A dominare la deliziosa Fossombrone, la romana Forum Sempronii, rimangono invece solo i resti un altra rocca, fatta saltare anch essa da Guidobaldo con orrendo fragore nel 1501. Ma vale la pena arrampicarsi sulla collina di Sant Aldebrando per ammirarne le mura carenate: e godere di una vista a 360° sulla cittadina, snodo nevralgico della via Flaminia, e sul fiume Metauro, antico confine del Ducato.
Insomma, un percorso storico-artistico quello delle Rocche. Ma anche un tragitto lungo i rilievi pettinati dalla mezzadria, così tipici di questo angolo della Marche, cittadine nascoste, ambienti incontaminati e tipicità agroalimentari. Perché questa è terra di vini, come il Bianchello del Metauro o il Sangiovese dei Colli Pesaresi, di tartufi 365 giorni l anno, come il bianco pregiato o lo scorzone estivo di Pergola, e di formaggi storici: valga per tutti la Casciotta di Urbino dop.
Le Rocche martiniane sono inserite in un contesto ambientale ancora integro ,spiega Amerigo Varotti, in gran parte simile a quello in cui furono realizzate oltre 500 anni fa. Non a caso, a pochi chilometri da qui, i paesaggi sono quelli che ispirarono Leonardo, Raffaello e Piero della Francesca. Visitarle significa vivere un turismo sostenibile, lontano dai grandi circuiti, in territori scarsamente antropizzati ma di grande fascino .
La Confcommercio di Pesaro e Urbino/Marche Nord, nata il 31 luglio 1945, è la principale associazione provinciale di Confcommercio Marche, con 5000 associati, ed è la prima per numero di sedi territoriali nel mondo associativo regionale. Negli ultimi anni ha sviluppato un intensa attività nel settore della formazione professionale ed in quello del turismo. Prima in Italia a dotarsi nel 1987 di un proprio tour operator, impegnato nella promozione e commercializzazione dell offerta turistica marchigiana, è anche l unica associazione di Confcommercio a gestire servizi museali e attività culturali. Dirige infatti gli uffici IAT (Informazione e Accoglienza turistica) di Mondavio, Fossombrone e Pergola e, tra gli altri, il Museo dei Bronzi Dorati di quest ultima città: dove è custodito uno spettacolare, e unico, gruppo di statue in bronzo dorato di età romana giunto fino a noi. Ha anche costituito, unica in Italia, un fondazione finalizzata a sostenere l Istituto Superiore ITS Turismo Cultura Marche, realizzando corsi ad alta specializzazione in campo turistico e culturale.

www.lemarchediurbino.it; www.ascompesaro.it; www.facebook.com/itinerariodellerocche; www.facebook.com/itinerariodellabellezza
Instagram: itinerario_della_bellezza

 

Ex Polveriera di Reggio, l’Esercito ha riavviato la bonifica
Da gazzettadelsud.it del 10 agosto 2021

di Eleonora Delfino

L’intervento iniziato nel 2018 riprende in maniera capillare e riaccende le speranze della comunità

Si lavora anche ad agosto. L’opera di bonifica dell’area dell’ex Polveriera prosegue. I nucleo dell’Esercito che arriva da Palermo ha ripulito l’area che dal cancello arriva fino a via Ciccarello. Un lavoro silenzioso in cui sono stati smontati i tetti de ghetto, una squadra speciale è intervenuta anche per lo smaltimento dell’amianto contenuto nell’eternit. E per evitare che tutto il lavoro prodotto di giorno venga poi cancellato da nuovi sversamenti di rifiuti la notte, ogni sera il cancello viene chiuso con catene e lucchetti e davanti vengono posizionati anche i dissuasori in cemento. Dopo lo sgombero di altre famiglie che vivevano nell’area anche l’ulteriore ostacolo della viabilità alternativa è venuto meno e le operazioni potranno abbracciare una vasta area.
Come dire pare che la bonifica avviata e poi interrotta nel 2018 stia continuando in maniera capillare. Attività realizzate dall’Esercito su un’area del demanio che stanno cancellando la più vasta discarica a cielo aperto della città, quella che i cittadini residenti nella zona avevano ribattezzato la terra dei fuochi reggina. Assieme al decoro torna di nuovo la speranza. Da decenni l’intera zona era diventata una sorta di terreno franco in cui le leggi dello Stato sembravano non valere. Anche in pieno giorno arrivavano mezzi a scaricare rifiuti, dagli ingombranti ai rifiuti speciali in alcuni casi. Rifiuti che poi la notte venivano bruciati. E sui luoghi dei roghi sono state rinvenute anche delle vetture rubate. Sarà la volta buona?

 

“Il fantasma della Val Cismon”, lo storico Luca Girotto racconta: “Lo Schenèr e la tagliata del Covolo di Sant'Antonio e la Battaglia per Fonzaso
Da lavocedelnordest.eu del 8 agosto 2021

NordEst – Il libro dello storico trentino, Luca Girotto racconta come l’abbandono delle fortezze sia stato un errore divenuto evidente dopo Caporetto. la nuova opera ricostruisce con precisione antefatti, vicende e protagonisti indagando in modo particolare, e sempre con fonti primarie, il fronte italo-austriaco fra Trentino e Veneto. L’autore, di Borgo Valsugana, ha ripescato dall’oblio una storia cancellata non solo nelle tracce materiali sul terreno, ma anche nel ricordo degli abitanti. Il fantasma della Val Cismon non è un personaggio, ma una fortezza, costruita dagli italiani per sbarrare all’esercito asburgico il basso corso della Val Cismon, la gola bagnata dal torrente omonimo che dal Primiero scende alla piana di Fonzaso.

Nelle scorse settimane, dello stesso argomento, si era occupato anche il nostro collaboratore, lo storico Ervino Filippi Gilli rivelando in anteprima un forte poco conosciuto anche a livello locale, con opere difensive italiane in destra Cismon all’altezza della galleria Sass Taià, che meriterebbe una reale valorizzazione da parte delle amministrazioni locali, con tutta l’area interessata.  La tagliata del Covolo di S. Antonio e la battaglia per Fonzaso, di Luca Girotto, tratta dettagliatamente delle vicende di guerra svoltesi lungo la val Cismon tra il 1915 ed il 1918 in particolare durante la ritirata del novembre 1917, nonchè della storia della scomparsa fortezza del Covolo di S. Antonio tra Fonzaso e Ponte Serra. E vi è dettagliatamente trattata, con svariate immagini d’epoca e mappe, anche la questione dello “sbarramento di San Silvestro in località Sass Taià “.

La pubblicazione

Narra la storia della fortezza costruita dagli italiani a sbarramento della bassa Val Cismon contro una possibile invasione austriaca. Quella stessa invasione effettivamente verificatasi nel novembre 1917, quando l’esercito italiano, in ripiegamento a seguito della rotta di Caporetto, finì per attestarsi sul monte Grappa.
La fortezza venne distrutta, facendola esplodere, dal genio militare italiano e gliù austriaci, ai quali necessitava riaprire il transito sulla rotabile del Primiero, ne cancellarono le residue vestigia ancora nell’autunno del 1917. Al punto che se ne persero non solo le tracce materiali sul terreno ma persino il ricordo nell’immaginario collettivo delle genti di quell’area del bellunese compresa tra Fonzaso-Lamon-Sovramonte e Arten.
Un’oscura vita prebellica, nella quale assumevano importanza anche i lavori idroelettrici dei vicini impianti di Ponte Serra e persino le diatribe circa l’uso dei liquami periodicamente rimossi dalle latrine del forte, fu seguita da un primo biennio “bellico” altrettanto anonimo: l’avanzata italiana avvenuta ad inizio conflitto aveva infatti posto fuori gioco la fortezza (come tutte le altre appartenenti allo “Sbarramento Brenta-Cismon”) spostando il fronte in Valsugana e sul crinale principale del Lagorai centro- rientale. I locali comandi italiani colsero così l’occasione per “prelevare” dalle inoperose ed arretrate fortezze le armi (artiglierie e mitragliatrici) nonché molti degli equipaggiamenti. Non fece eccezione il forte S. Antonio, il cui già modesto armamento venne praticamente azzerato a fine 1916.
Fu solo nell’autunno del 1917, quando le vecchie opere fortificate sarebbero tornate utili per arrestare o rallentare l’avanzata austriaca seguita alla battaglia di Caporetto, che agli strateghi del regio esercito apparve in tutta la sua gravità l’imprudenza commessa con il disarmo delle fortezze. Le “battaglie della ritirata ” degli italiani lungo la Val Cismon in corso d’evacuazione, culminarono così in quello scontro per Fonzaso che la sera dell’11 novembre obbligò il capitano Candoni, comandante della 153ª compagnia del battaglione Monte Arvenis che difendeva l’opera, a distruggerla con potente carica esplosiva. Nella battaglia vennero coinvolte anche le moderne opere idroelettriche collegate allo sbarramento di Ponte Serra ed alla centrale di Pedesalto.
Si aprivano così agli austriaci la strada per Feltre e quella per Arsiè-Primolano, nonché le valli settentrionali del massiccio del Grappa, ma gli errori strategici del Comando supremo austriaco e l’accanita resistenza italiana lungo il corso del Cismon e del Vanoi impedirono alle armate austrogermaniche di cogliere l’attimo fuggente e scardinare il nuovo e non ancora assestato schieramento italiano.

La tagliata del Covolo di Sant’Antonio

Riemerge dalla storia e dall’oblìo con un volume di oltre 350 pagine e di quasi 300 tra foto, schizzi e cartine, nel quale vengono organicamente inquadrate memorie diaristiche personali di militari delle due parti, ricordi di reduci, relazioni e rapporti ufficiali ripescati da polverosi archivi a Roma, Vienna e Berlino.
A illustrare la narrazione, un possente apparato iconografico si avvale di immagini d’epoca scattate sia dagli italiani che dagli austriaci (tra le prime, le uniche sette fotografie a tutt’oggi note della fortezza, scattate precedentemente alla sua distruzione) e le planimetrie approntate dal progettista italiano Giulio Aldrini nonché quelle, quasi più dettagliate, redatte dallo spionaggio austroungarico già a fine ‘800.
Dalle raccolte della biblioteca Villa Valle provengono ben tre delle sette rarissime immagini dell’opera fortificata, concesse dall’amm. ne comunale di Valdagno nel segno di una perdurante collaborazione (datata 2013 per il suo esordio) con l’omologa amministrazione di Borgo Valsuga e con il museo della Grande Guerra ivi operante, Enti con i quali condivide il patrocinio dell’opera.

In breve

San Martino di Castrozza, un’epigrafe della Prima guerra mondiale creduta persa, poi ritrovata, restaurata e riconsegnata alla comunità locale per la sua custodia e valorizzazione. Nelle scorse settimane, è stata affidata alla Mostra della Grande Guerra di San Martino di Castrozza, in via Laghetto. L’epigrafe, di forma rettangolare ad angoli smussati e realizzata in malta, proviene da Cima Tognola, luogo che fu terreno di scontro tra gli eserciti italiano e austroungarico. Il 24 giugno 1916 cadde in mano ai bersaglieri del 13° reggimento e, fino alla ritirata in seguito alla disfatta di Caporetto, Cima Tognola divenne prima linea italiana. Qui il Genio militare e la 206a Centuria lavoratori realizzarono trinceramenti, caverne, piazzole per i pezzi d’artiglieria e postazioni per mitragliatrici, abbandonate in fretta nella notte tra il 4 e 5 novembre 2017 in occasione proprio della battaglia di Caporetto. L’epigrafe della 206a Centuria rimase così affissa alla parete fino a qualche anno fa quando, a causa probabilmente delle infiltrazioni di acqua e delle gelate invernali, cadde al suolo assieme a parte della roccia. Creduta persa, è stata recuperata nel 2018. La complessa operazione di restauro dell’epigrafe si è completata con la consegna del reperto da parte dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza ai beni culturali della Provincia alla Mostra della Grande Guerra.

 

«Si metta un vincolo sulle Mura per evitare lo scempio di Pediatria»
Da mattinopadova.it del 8 agosto 2021

L’ultima lettera di geometri, architetti e politici: «Si impone la tutela del paesaggio come per il Catajo»

Di  Roberto Rafaschieri

«Se si sceglie di tutelare il paesaggio del Castello del Catajo, lo stesso principio vale anche per le Mura di Padova, dove va ridimensionata la costruzione della nuova Pediatria». Questa l’estrema sintesi della richiesta avanzata dal Collegio degli ingegneri di Padova – e in particolare dalla redazione della rivista “Galileo” – al Soprintendente Fabrizio Magani, in una lettera che ribadisce tutte le perplessità e le critiche che negli anni sono state fatte al progetto Pediatria, e che chiede alla Soprintendenza di apporre un vincolo indiretto sulla cinta muraria cinquecentesca di Padova.

RESIDUA PERCEPIBILITA'

Un progetto, quello della nuova Pediatria, che «determinerebbe l’alterazione irrimediabile della residua percepibilità di uno dei beni più rilevanti della città». Diverse le considerazioni a supporto dell’istanza, tra cui un richiamo alla valutazione di impatto ambientale per il progetto del tram per Voltabarozzo, che transiterà proprio davanti all’Ospedale. In quell’occasione la Soprintendenza avrebbe espresso preoccupazioni per le «profonde interferenze visuali e prospettiche» sul complesso murario che dovrebbero valere in maniera molto più forte per un’opera come la nuova Pediatria. Soprattutto, la lettera fa leva sul recente stop definitivo al progetto dello shopping center di Due Carrare, che sarebbe sorto in prossimità del Castello del Catajo. Il consiglio di Stato – si fa notare nella lettera alla Soprintendenza – ha ribadito che «l’avvenuta edificazione di un’area non costituisce ragione sufficiente per recedere dall’intento di proteggere i valori estetici o paesaggistici ad essa legati». Lo stesso, quindi, dovrebbe valere anche per le mura adiacenti all’attuale complesso ospedaliero.

SOTTOSCRIZIONI ILLUSTRI

A firmare la lettera, oltre al direttore della rivista “Galileo”, Enzo Siviero, sono anche, tra gli altri, la presidente dell’Ordine degli architetti di Padova, Giovanna Osti, l’ex sindaco Ivo Rossi e l’ex assessora Marina Mancin, l’ex presidente di Ascom e Camera di Commercio Fernando Zilio. La Soprintendenza si è espressa definitivamente sulla realizzazione della nuova Pediatria lo scorso agosto, dopo anni di discussioni, accertando il rispetto dei vincoli di distanza dalle mura e dal canale tombinato San Massimo.
Decisamente irrealistico pensare a un cambio di rotta: a oggi il progetto esecutivo è già stato definito, ed è aperta la gara d’appalto per l’assegnazione dei lavori. Entro l’anno dovrebbe partire il cantiere, con una prima fase di scavi che potrebbe richiamare in causa proprio la Soprintendenza, nel caso in cui emergessero nuovi interessi archeologici. Nulla che faccia desistere i contrari: «La giurisprudenza ha stabilito che “in ogni tempo l’autorità statale può disporre il vincolo sull’area meritevole della dichiarazione di notevole interesse pubblico”», scrivono. Volendo, insomma, si fa sempre in tempo.

 

Finanziati gli interventi per Fortezza e camminamenti
Da iltirreno.it del 8 agosto 2021

Quasi 400mila euro per sostenere i progetti che hanno passato l’esame contenuto nel bando destinato a città murate e fortificazioni della Toscana

Di Luigi Cignoni

PORTOFERRAIO. All’Elba arriveranno 392mila dalla Regione Toscana destinati al finanziamento di opere di recupero di monumenti storici nei comuni di Portoferraio (restauro dei camminamenti delle fortificazioni della città tra il Forte Stella e la reggia napoleonica de’Mulini) e in quello di Marciana (Fortezza Pisana).

Sono gli unici due progetti che hanno ottenuto il finanziamento nella provincia di Livorno, avendo partecipato al bando “Interventi di sostegno per le città murate e le fortificazioni della Toscana” emesso il 3 marzo 2021.
È la stessa Regione a darne notizia attraverso un comunicato nel quale si precisa che sono nel complesso 36 gli interventi di recupero e promozione di edifici culturali di pregio e grande valore storico finanziati attraverso il bando’Città murate’, fortemente voluto dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani fino da quando rivestiva l’incarico di presidente del Consiglio regionale. «Città murate – esordisce Giani nella nota – rappresenta uno dei principali obiettivi del mio mandato amministrativo, cioè tutelare, valorizzare e rendere ancora più bella e apprezzata nel mondo quella che chiamo “Toscana diffusa”. La Toscana è fatta da grandi città d’arte ma anche da una quantità impressionante di tesori erroneamente considerati minori, che devono essere recuperati e portati al centro dell’attenzione per diventare a loro volta volano di sviluppo, sia culturale che economico».
Il presidente spiega quindi che grazie al bando “Città murate” «assegniamo 6 milioni d  euro in tre anni a 36 Comuni toscani che hanno presentato altrettanti progetti qualitativamente eccellenti per il recupero di palazzi storici cinte murarie, opere architettoniche di pregio che senza un intervento mirato rischiano il degrado, o semplicemente una scarsa valorizzazione. L’intento di questo bando è offrire nuovi spazi di bellezza, nuovi spazi da cui ogni cittadino può attingere un’emozione di bellezza per ciò che la Toscana offre grazie alla sua storia e alla sua cultura.
Gianni sottolinea anche che i Comuni che hanno presentato progetti ammissibili al finanziamento «sono stati in realtà 46, ma purtroppo dieci interventi, pur riguardando opere di notevole valore e interesse, sono rimasti esclusi dal finanziamento. Sarà mia cura fare tutto il possibile per trovare nuove risorse e con esse rifinanziare il bando, per consentire uno scorrimento ulteriore della graduatoria».

Per quanto riguarda Portoferraio è stato presentato un progetto redatto dall’Ufficio tecnico comunale che prevede il restauro e la valorizzazione della batteria, dei camminamenti e degli accessi alle fortificazioni della piazzaforte della città situati tra la muraglia del Forte Stella e la residenza napoleonica. (Finanziamento regionale di 200mila euro, a fronte di un intervento dal valore complessivo di 350mila euro). Invece per il comune di Marciana si parla di un finanziamento richiesto per la valorizzazione e il miglioramento della fruibilità della Fortezza Pisana di Marciana. (finanziamento regionale di 192mila euro a fronte di un intervento dal valore complessivo di 240mila euro; la restante cifra sarà a cura dall’amministrazione comunale). «Il nostro progetto elaborato dagli Uffici comunali – dice il sindaco Simone Barbi – si è avvalso del contributo del Dsdra di Roma. Oltre a recuperare architettonicamente gli ambienti, si provvederà anche a rendere agibili percorsi esplorativi per i portatori di handicap oltre a posizionare cartelli illustrativi nei punti più interessanti del forte, in diverse lingue».

 

Via libera ai lavori per il torrione Quelli per le centraline aspettano
Da messaggeroveneto.it del 8 agosto 2021

Torrione dietro al duomo in restauro e tre cantieri sul Livenza: scatta la priorità per l’antica fortificazione, che è un rudere aggredito dalla vegetazione.

«Lavori programmati per il torrione – confermano i tecnici comunali –. Poi il rifacimento della passerella sul fiume e il terzo cantiere sarà quello della riattivazione delle centraline idroelettriche».
Prima il torrione delle centraline: per recuperare le tracce della città storica e segreta, con la spesa prevista a oltre 670 mila euro.
«Dalla cantina della parrocchia duomo partono i sotterranei di collegamento di tre torrioni». Il Circolo della cultura del Bello ha recuperato la mappa dei cunicoli militari e di fuga dalla città: quella sottoterra con un dedalo di 1,7 chilometri tra largo Salvadorini, Foro Boario e retro del Duomo. «Dal torrione di Prà Castelvecchio a quello dietro al duomo e al terzo in piazzale Salvadorini i cunicoli veneziani risalgono probabilmente al XV e XVI secolo – ricordano all’associazione CdB –. Vale la pena recuperare i tracciati anche in previsione del recupero del torrione fatiscente dietro al tempio di San Nicolò».
L’idea lanciata cinque anni fa era di bloccare le colate di cemento che potrebbero tamponare i tunnel antichi dove, nell’età d’oro della Serenissima e del suo Giardino affacciato sul fiume, transitavano anche i cavalli dei soldati nei turni di ronda tra i torrioni. «Sacile ha sotterranei da salvaguardare – era stato l’appello –. L’idea è quella di dare nuova vita, nei lavori di cantiere per il recupero del torrione dietro il duomo, alla galleria che lo collega a Prà Castelvecchio». Claudia Andreazza, appassionata di storie liventine, e Vincenzo Dell’Utri, presidente del Circolo della cultura del bello, hanno rilanciato il valore della Sacile sottoterra: nei tunnel antichi ci sono, forse, 600 anni di storia. Più recente è il rifugio antiaereo sotterraneo in piazzetta Manin, cioè il bunker dimenticato dopo la sistemazione, circa 14 anni fa, della pavimentazione di piazza del Popolo.

 

Ferragosto nell’ex Polveria di Solaro: l’iniziativa del Parco delle Groane
Da ilcittadinomb.it del 8 agosto 2021

Di Diego Marturano

Visite guidate ed eventi là dove nel Natale del 1944 una fortissima esplosione, dovuta ai bombardamenti alleati, fece saltare i vetri delle finestre tra Ceriano, Solaro e Limbiate. Oggi è lì che si trova la sede del Parco

Proseguono senza sosta le visite all’ex polveriera di Solaro, oggi sede del Parco delle Groane. La struttura militare divenne tristemente famosa la sera del Natale del 1944, quando le forze alleate la bombardarono per tagliare i rifornimenti agli occupanti del territorio. I boati delle prime esplosioni sconquassarono tutta la zona, il più potente addirittura fece saltare i vetri delle finestre tra Ceriano, Solaro e Limbiate. I colpi di mortaio vennero sparsi in tutta l’area circostante. «Quello che era un deposito di munizioni, ora è un tempio della natura», raccontano dal Parco delle Groane. «L’area ha sempre avuto una certa vocazione bellica, fin dai tempi del Regno d’Italia quando era utilizzata per le esercitazioni delle truppe austriache. Nella seconda Guerra Mondiale si insediarono le forze armate tedesche.

Ora ospita la sede del Parco delle Groane e della Brughiera Briantea, mentre dove c’era la Polveriera il bosco ha preso il sopravvento rispetto alle postazioni militari che comunque permangono a memoria futura. Custodisce gli ambienti più preziosi delle Groane sia a livello di flora che di fauna». E nessuno più delle Guardie Ecologiche Volontarie conosce il sito, tanto da accompagnare i partecipanti in un viaggio senza eguali all’interno del bosco, tra i magazzini di un tempo e le bellezze naturali che ormai li avvolgono. Il prossimo appuntamento sarà proprio a ferragosto, nel mezzo dell’estate, per trascorrere qualche ora immersi nella natura prima di tuffarsi nei festeggiamenti della ricorrenza.

Per prenotarsi è sufficiente visitare il sito del Parco entro le 11 del venerdì precedente e, attraverso i moduli disposti online, inserire i propri dati.

 

Inaugurata la mostra “Difendersi dall’Alto”
Da ossolanews.it del 8 agosto 2021

È divisa in tre sezioni a Vogogna, Vanzone e Ceppo Morelli

È stata inaugurata la Mostra “Difendersi dall’Alto”, la rassegna itinerante di Di-Se. Divisa in tre segmenti: Vogogna con le opere di artisti contemporanei; alla Torre di Battiggio a Vanzone; nel centro storico di Ceppo Morelli. Nei due paesi anzaschini sono presentate le riproduzioni delle opere realizzate a partire dagli anni ’50 dal padre rosminiano Luigi Arioli, grande studioso di fortificazioni locali, i cui originali realizzati in bianco e nero o acquerelli, sono conservati al Collegio Rosmini di Domodossola.

I disegni di don Luigi Arioli sono accompagnati dalle descrizioni dei luoghi rappresentati, a cura di Associazione Musei d’Ossola. La mostra sarà visitabile fino al 29 agosto.

 

Giornate nazionali dei castelli anche in Valle
Da gazzettadisondrio.it del 7 agosto 2021

Il 17 a Grosio, il 18 a Chiuro - Gratis ma occorre prenotarsi

Dopo la pausa per il covid, l’Istituto Italiano dei Castelli, con sede in Castel Sant’Angelo a Roma, organizza il prossimo settembre le Giornate nazionali dei castelli, scegliendo in ogni regione, dov’è presente con una propria sezione, alcune testimonianze fortificate da visitare e valorizzare, con ingresso gratuito per tutti. Anche quest’anno la manifestazione si tiene con il patrocinio del Ministero della cultura.
Per la Lombardia sono previste quattro mete: le prime due riguardano la Valtellina, a cui seguiranno il 25 settembre il castello di Pavia e il giorno dopo la Rocca di Sirmione.
Per la Valtellina il primo appuntamento sarà venerdì 17 settembre a Grosio al Parco delle incisioni rupestri e ai castelli. Si comincerà alle 10 con la premiazione della scuola secondaria di Grosio, vincitrice del concorso, indetto dallo stesso Istituto, sul tema “I castelli raccontano” attraverso una serie di fotografie che documentano il castello di San Faustino dell’XI secolo e quello cosiddetto nuovo, voluto dai Visconti di Milano a metà del XIV secolo. Vi parteciperanno le due classi terze della scuola secondaria (ex media). In quell’occasione la prof. Giusi Villari, presidente della sezione Lombardia, e il prof. Guido Scaramellini, già presidente per dieci anni e oggi proboviro nazionale, parleranno del significato delle fortificazioni, in particolare di quelle di Grosio, dove esiste anche la “Rupe magna”, la roccia scolpita nei secoli avanti Cristo più grande delle Alpi. Nel pomeriggio, a partire dalle 14, le guide del Parco e personale dell’Istituto guideranno alla visita chi si prenoterà allo 346 333 1405. Il secondo appuntamento valtellinese è per il giorno dopo, sabato 18 settembre, alla Torre di Castionetto di Chiuro. Sono previste visite di gruppi di 10 persone alle 10, 11, 14, 15, 16, accompagnate dalle guide locali “Il viale della formica” e da personale dell’Istituto. La casa vinicola Nera di Chiuro offrirà un rinfresco ai partecipanti. Contemporaneamente alle 11 e alle 15 Giorgio Baruta guiderà alla visita delle case fortificate nel centro di Chiuro. Sarà disponibile un servizio navetta, pure gratuito, da Chiuro alla torre e viceversa a cura dell’amministrazione comunale.

Le prenotazioni obbligatorie si ricevono alla Biblioteca di Chiuro (tel. 0342 484213; email: biblioteca@comunechiuro.gov.it).

 

Allarme al castello di Brunico, esce del fumo da un vecchio bunker. Intervengono i vigili del fuoco
Da ildolomiti.it del 6 agosto 2021

Il fumo è stato notato da un passante, che ha prontamente lanciato l'allarme alla centrale operativa

BRUNICO. Intervento particolare nella mattina di ieri, 5 agosto, per i vigili del fuoco di Brunico entrati in azione dopo la segnalazione di una fuoriuscita di fumo dal vecchio bunker che si trova sotto il castello di Brunico.
Il fumo è stato notato da un passante, che ha prontamente lanciato l'allarme alla centrale operativa. Una volta giunti sul posto, i vigili del fuoco hanno individuato un incendio di piccola entità, che hanno provveduto a spegnere subito.

Un gruppo di vigili invece, con l’ausilio degli autorespiratori, si è introdotto nel bunker alla ricerca di eventuali persone rimaste intrappolate dal denso fumo che aveva ormai invaso l’intera struttura. Fortunatamente non è stato trovato nessuno.

 

Recupero di San Felice all’ultimo atto formale Accordo con il Demanio
Da nuovavenezia.it del 5 agosto 2021

CHIOGGIA Accordo siglato per il recupero di Forte San Felice. Ministero della Difesa, ministero delle Infrastrutture, ministero della Cultura, Agenzia del Demanio e Comune di Chioggia hanno individuato le linee guida per la valorizzazione del compendio che consentirà di rendere fruibile un importante sito delle fortificazioni lagunari e di integrarlo al contesto circostante, promuovendo visite e itinerari storici e esperienziali.

I percorsi di valorizzazione saranno due: l’87% dell’area, passata al ministero delle Infrastrutture, sarà destinata a uso pubblico con la creazione di un museo, iniziative culturali e turistiche, visto anche il grande potenziale di ampi spazi all’aperto e dell’area verde di grande interesse naturalistico e l’intervento di restauro sarà finanziato dai fondi delle opere di compensazione del Mose; il restante 13% sarà affidato dalla Difesa tramite bando ai privati per realizzare strutture ricettive e commerciali. Il recupero degli edifici spetterà agli imprenditori. —

 

Forte Bramafam, il baluardo delle Alpi Cozie
Da iltorinese.it del 5 agosto 2021

Non solo il forte di Exilles: poco più su, in alta Val Susa, svetta il Bramafam, la fortezza delle Alpi Cozie. Dallo sperone roccioso del monte Bramafam si controllavano Bardonecchia e le valli della Rho e del Fréjus.

Sul costone, a 1450 metri di altezza, cannoni e mitragliatrici tenevano sotto tiro il traforo ferroviario da eventuali assalti francesi mentre altre bocche da fuoco puntavano il Melezet e la Valle Stretta. Costruito per difendere il tunnel del Fréjus e la ferrovia Torino-Modane, il forte Bramafam era, alla fine dell’Ottocento, la più importante fortificazione delle Alpi Cozie. Al termine della II guerra mondiale le bombe e i saccheggi lo devastarono in gran parte lasciandolo in uno stato di totale abbandono. Verso la fine dell’Ottocento venne dotato di diversi tipi di artiglieria e durante la Prima guerra mondiale fu utilizzato come campo di prigionia per gli austriaci. Nel giugno del 1940 sette aerei francesi sganciarono decine di bombe ma i danni furono limitati. Nel settembre del 1943 venne occupato dai tedeschi che, in ritirata, lo abbandonarono nell’aprile 1945. Finita la guerra il forte fu dismesso dall’esercito e abbandonato al suo destino. Oggi il Forte Bramafam è un museo diretto dall’Associazione per gli Studi di storia e architettura militare di Torino ed è sede di mostre e rievocazioni storiche.

Il gruppo di volontari che lo gestisce dal 1995, guidato da Pier Giorgio Corino e Giorgio Ponzio, ha raccolto negli anni materiale storico di ogni genere tra cui uniformi, fotografie, lettere, dispacci, diari, oggetti e materiale logistico per mettere in salvo le memorie storiche tra 800 e 900 relative alle fortificazioni, alle artiglierie e agli oggetti militari usati ogni giorno. Ciò che vediamo è un museo sulla storia del Regio Esercito nel quale, oltre ad armi e cannoni, si trovano più di settanta pezzi di artiglieria di diverse epoche, decine di manichini che indossano uniformi originali dal 1885 al 1943, il restauro di una ventina di ambienti di fine Ottocento e degli anni Quaranta del Novecento e di una trincea della Grande Guerra oltre a 2000 reperti storici che illustrano la storia militare dell’Italia dal 1890 al 1945.

Collocati sui due piani del forte vi erano gli alloggi per la guarnigione oltre a cucine, magazzini e riservette. “Molto materiale, spiegano i gestori della struttura militare, è giunto al forte Bramafam in donazione da amici, soci e sostenitori che hanno voluto che conservassimo le memorie militari di famiglia. Qualora foste in possesso di materiale storico che non volete vada disperso, anche piccoli ricordi del passato, contattateci..”. Arrivare alla fortezza delle Alpi Cozie è facile. Per visitare il forte dell’alta Valle di Susa bisogna percorrere la strada provinciale Oulx-Bardonecchia e poco prima di entrare a Bardo, un’indicazione con la scritta “Museo-Forte Bramafam” segnala una svolta a sinistra dove si transita sotto il sottopasso ferroviario e si imbocca il ponte sulla destra. A questo punto bisogna risalire la strada sterrata per due chilometri fino al bivio della cappella di Sant’Anna. Qui si lascia l’auto e si prosegue a piedi per 500 metri fino al forte, visitabile ad agosto tutti i giorni dalle 10.00 alle 18,30 (ultimo ingresso ore 17.00)

Filippo Re

 

Il panzer in giardino. L’arsenale nazista del pensionato
Da quotidiano.net del 5 agosto 2021

Lo usava come spazzaneve, condannato 84enne. Aveva anche un cannone antiaereo e armi delle SS

di RICCARDO JANNELLO

C’è chi nel proprio garage colleziona auto di lusso e sportive e c’è chi invece predilige i carri armati. Un pensionato tedesco di 84 anni ne aveva uno e lo usava come spazzaneve nel vialetto della propria villa suscitando la curiosità dei vicini che consideravano quell’uomo un po’ matto, ma in fondo inoffensivo. Meno male, infatti, che non ha mai usato il cannone antiaereo, anche quello custodito gelosamente come residuo di guerra assieme ad altre armi leggere (pistole e fucili), in una nostalgica riedizione dell’ideale nazista. Forse la compensazione al fatto che lui durante la guerra non poteva essere in prima linea.

La scoperta dell’equipaggiamento bellico è del 2015, ieri il tribunale – dopo una lunga causa e molti tentativi di patteggiamento da parte della difesa - ha condannato l’uomo, con la condizionale, a 14 mesi di carcere e 250mila euro di multa. Inoltre il pensionato ha l’obbligo entro due anni di disfarsi dei due cimeli (le armi leggere sono già state sequestrate) e consegnare carro armato e cannone o a un museo di cose militari o a un collezionista autorizzato. Sembra che si siano già fatti avanti un museo americano e altri appassionati. La vicenda ha come sfondo la cittadina di Heikendorf, ottomila abitanti nello Schleswig-Holstein, 110 chilometri a nord di Amburgo, affacciata sul braccio di mare che divide Germania e Danimarca. Il pensionato-collezionista fino al 2015 viveva la sua vita tranquilla, ma il suo passato deve essere stato ben vagliato dalla procura di Berlino tanto da convincerla a inviare nella casa la polizia alla ricerca di opere d’arte trafugate dai nazisti, dipinti e libri. Di questi non ha trovato traccia, in compenso ha scoperto Panzer V Panther e cannone. Si tratta di un esemplare fra i seimila circa che vennero commissionati nel 1941 dalla Heer, la forza di terra della Wehrmacht, per essere impiegati sul campo centroeuropeo da luglio 1943. Un mezzo veloce ed efficiente per sostituire i Panzer III e IV. Realizzato da tre aziende tedesche – Man, Daimler-Benz e Mnh - ebbe una buona riuscita grazie alla sua duttilità. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ne rimasero in servizio alcuni presso l’esercito della Romania, che li dismise nel 1954. Ma un esemplare, chissà come e quando e a che prezzo (l’originale costava 117,100 reichmarks), è arrivato a Heikendorf. Le autorità non fanno trapelare al momento nulla sull’identità dell’uomo. Il suo avvocato afferma che quelli nel garage erano "rottami che non rappresentavano più alcun pericolo", mentre l’accusa ha insistito sul fatto che si trattasse di armi ancora efficienti. Nel 2015 il carro armato venne estratto dal garage grazie all’Esercito e furono tolti i cingoli. Ma come spazzaneve funzionava ancora.

 

Una stagione estiva in fumo: il Forte di Exilles è ancora chiuso e non aprirà
Da torinotoday.it del 5 agosto 2021

La stagione estiva è entrata nel vivo da un po', ma ad oggi - 5 agosto - in quello che dovrebbe essere il mese più turistico, il Forte di Exilles, in Val di Susa, è ancora chiuso. E non aprirà, come emerge da un comunicato dell'Associazione Amici del Forte, che già prima di Natale, su richiesta delle istituzioni, aveva presentato un progetto per l'estate 2021.
"A marzo sono arrivate richieste, da parte di enti turistici dell’Alta Valle e di alcuni alberghi, per inserire il Forte nei pacchetti turistici estivi - spiegano - Cosa che si auspicava da anni. Ad aprile i tour operators ci contattavano per fissare date per le visite e a maggio le riviste del settore turistico ci chiamavano per inserire il Forte nei calendari delle manifestazioni estive".

Una stagione in fumo

È invece niente di fatto. Il tempo è passato e i programmi abbozzati dal progetto, tra cui lo spettacolo del trasformista Arturo Brachetti per inaugurare la stagione, sono andati in fumo. Le associazioni che erano state contattate e che avevano dato la loro disponibilità, si sono ritirate e lo stesso Brachetti, non avendo garanzie di alcun tipo, ha annullato l'evento. Senza contare le decine di telefonate di prenotazione respinte che arrivano tutt'oggi all'associazione, da tutta Italia e dalla Francia del sud, e le richieste di tre produzioni cinetelevisive, di cui una francese, per poter effettuare riprese nella fortezza, rifiutate . "Inutile rimarcare la nostra frustrazione - scrive l'associazione nel comunicato - nell’essere costretti a rispondere negativamente ad ogni chiamata poiché non eravamo in possesso di nessuna informazione circa l’apertura. Nel nostro territorio la stagione turistica va da giugno a metà agosto e a tutt’oggi non ci è ancora pervenuta nessuna comunicazione in merito. Proprio nell’anno del “rilancio” del turismo regionale".

Posti di lavoro perduti

Normalmente il Forte di Exilles garantiva un’occupazione stagionale di circa dieci persone, senza contare l’indotto costituito da esercizi commerciali, ristoranti, bar e tutta l'accoglienza turistica.
Colpa della burocrazia lenta? Può darsi, visto l'andazzo ormai noto nel nostro paese. In ogni caso, perché non iniziare a gennaio con l'iter, anziché a maggio? E sicuramente un altro punto dolente è la mancanza di risorse economiche :" Noi come Associazione Amici del Forte di Exilles, siamo costantemente alla ricerca di partnership, bandi privati e pubblici, sponsor piccoli e grandi. Che ci piaccia o no tra una quindicina di anni Exilles sarà un paese fantasma. Gli anziani muoiono e i pochi giovani emigrano". E affondano: "Se la nostra chiusura mentale non ci permette di capire che l’unica soluzione per sopravvivere è quella gallina dalle uova d’oro che sovrasta il paese, allora rassegnamoci. E questo dipende, sì, da noi ma soprattutto dalle istituzioni, poiché l’inerzia che spesso ha caratterizzato questi anni non è più giustificabile".

 

Il Forte dello Chaberton rivive fedelmente nel plastico di Ottavio Zetta in esposizione a Bardonecchia nel Palazzo delle Feste
Da lagendanews.com del 4 agosto 2021

BARDONECCHIA – Da anni Ottavio Zetta, insieme a Mauro Minola, si occupa delle difese militari dell’alta Valsusa. In particolare, con un’attenzione quasi maniacale, del formidabile Forte che sorge sulla vetta del Monte Chaberton. Il più alto forte d’Europa, realizzato ad oltre 3000 metri di quota a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, quando la motorizzazione muoveva i suoi primi passi in pianura. Dopo aver dato alle stampe il libro “Il mito dello Chaberton” (edizioni Susalibri), scritto insieme all’inseparabile Mauro Minola, ha deciso di completare i suoi studi con la costruzione di un modello in scala della batteria Chaberton. Ora è possibile ammirare il diorama al Palazzo delle Feste di Bardonecchia. Zetta con fotografie e ricostruzioni porta al grande pubblico informazioni relative alle opere militari in alta montagna.

LA STORIA

“Si tratta di un percorso maturato lentamente nel tempo, quando, a cavallo degli anni 60/70 del secolo scorso, mio padre mi svegliava nel cuore della notte per andare a fare escursioni in quota nelle Valli di Lanzo” Spiega Zetta. “Con il tempo, sconfinando oltre valle, incontrando le opere militari. Chiedevo continuamente informazioni sulla loro presenza, la funzione, perché fossero tutte abbandonate e così via. Senza tuttavia avere risposte esaustive. Da quel momento ho lasciato la passione per le cime per  dedicarmi allo studio delle fortificazioni del Vallo alpino“. Il Forte dello Chaberton che stupisce. “Prima di dedicarmi allo studio delle opere fortificate delle Alpi occidentali, ho studiato negli anni Ottanta la linea fortificata del Nord Est ho colto diverse analogie con le vicende belliche della 515° Batteria Chaberton. Due montagne simbolo del territorio che rappresentano e vicende umane e atti di eroismo che si intrecciano nel rapporto montagna-territorio“.

IL DIORAMA

Poi ecco l’arte e manualità che si fa dedizione. Spiega Zetta. “Prima dell’inizio della Pandemia era normale tenere conferenze in valle, sia per promuovere i libri, che per divulgare informazioni sulle opere. Il pubblico, sempre molto attento. Ho iniziato a presentare i modellini delle opere del Vallo Alpino. I più giovani, al termine delle conferenze, si avvicinavano al modello realizzato appositamente per scopi didattici, ponendo diverse domande. Questo mi ha spinto a realizzare l’opera maggiore: il Forte dello Chaberton. Ho dedicato due salite in quota per misurare completamente le opere murarie, comprese porte, finestre e torri. Un secondo problema è legato alla scala di realizzazione. Inizialmente ho optato per la classica 1/72, ma il modello sarebbe risultato lungo due metri. Decisamente difficile da trasportare. Quindi ho scelto la scala 1/100 e già così il modellino è risultato lungo 160 centimetri“.

I TRUCCHI DEL MODELLISTA

“Anche la scelta dei materiali di costruzione non è stata semplice. Inizialmente pensavo di fabbricarlo in legno, tradizionale materiale utilizzato dalla maggior parte dei modellisti ma non mi esaltava il risultato finale, perché mancava di realismo. Avendo a disposizione una piccola stampante 3D, ho provato ad effettuare la stampa di una camerata. La soluzione migliore in termini di tempo e risultato finale. Teniamo presente che la batteria dello Chaberton presenta otto torri cilindriche, due corridoi e una serie di camerate ripetitive: lavoro ideale per una stampa in 3D. Per aumentare il realismo, una volta assemblata la struttura di base, sia gli esterni che gli interni sono stati completamente stuccati con stucco a grana grossa e successivamente carteggiati per risaltare la struttura in calcestruzzo. Quindi il materiale plastico della stampa ha funzionato come scheletro di supporto“. Zetta spiega l’evoluzione dei lavori, già pensando al prossimo diorama. Quale sarà?

 

Forte San Felice a Chioggia va valorizzato: i dettagli del progetto
Da veneziatoday.it del 4 agosto 2021

Un’area molto estesa sarà destinata ad uso pubblico con iniziative culturali e turistiche, un’altra area rimarrà in uso al Ministero della Difesa che si occuperà della sua valorizzazione

Il Forte San Felice a Chioggia sarà al centro di un progetto di recupero e restauro capace di valorizzarne i significati culturali, urbanistici e paesaggistici attraverso la definizione di due diversi percorsi: un’area molto estesa sarà destinata ad uso pubblico con iniziative culturali e turistiche, visto anche il grande potenziale di ampi spazi all’aperto e dell’area verde di notevole interesse naturalistico; e un’altra area che rimarrà in uso al Ministero della Difesa che si occuperà della sua valorizzazione. Questo è in sintesi il contenuto dell’accordo firmato da Ministero della Difesa, Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Ministero della Cultura, Agenzia del Demanio e Comune di Chioggia. Nell’accordo sono definite le attività da mettere in atto per realizzare il  programma di valorizzazione che consentirà di rendere nuovamente fruibile un importante sito delle fortificazioni lagunari e di integrarlo al contesto circostante, promuovendo visite e itinerari storici ed esperienziali.

Forte San Felice, il cui nucleo originario risale al 1385, venne infatti costruito in posizione strategica sull'isolotto naturale all'ingresso della laguna dopo la Guerra di Chioggia che aveva visto la Repubblica di Venezia attaccata da quella di Genova. Grazie a successive riedificazioni fino alla caduta della Repubblica (1797), si giunse all'attuale configurazione del forte che, con la sua struttura a punte, sul modello di altre fortificazioni veneziane, diventò esempio di ingegneria difensiva della Serenissima. Nel corso dei secoli il Forte venne costantemente rinforzato contro le mareggiate ma la progressiva diminuzione della presenza di militari nell’area ha determinato negli anni più recenti l’esigenza di programmare interventi di salvaguardia sugli immobili. L’intesa prevede infatti per ogni edificio del compendio storico uno specifico intervento di restauro. In particolare è prevista con l’ausilio del Ministero della Cultura l’apertura di un apposito Museo da inserire nel Sistema museale nazionale.

 

Demanio, accordo per valorizzare Forte San Felice a Chioggia (VE)
Da agcult.it del 4 agosto 2021

Il Forte San Felice a Chioggia sarà al centro di un progetto di recupero e restauro capace di valorizzarne i significati culturali, urbanistici e paesaggistici attraverso la definizione di due diversi percorsi: un’area molto estesa sarà destinata ad uso pubblico con iniziative culturali e turistiche, visto anche il grande potenziale di ampi spazi all’aperto e dell’area verde di notevole...

 

A Fossano il castello degli Acaja è simbolo di storia
Da laguida.it del 3 agosto 2021

Di Paolo Riberi

Fossano – “Liceat facere et habere castrum et fortalicias”, “si autorizza la costruzione e il mantenimento di un castello e di alcune fortificazioni”. È con queste parole latine che, nel 1314, la città di Fossano autorizzava il principe Filippo I del casato degli Acaja a edificare quello che nel corso dei secoli sarebbe diventato il cuore e il simbolo della città di Fossano. La forma burocratica della concessione, in realtà, nascondeva il forte interesse della comunità fossanese a godere della protezione di una famiglia nobile di spicco, così da non doversi sobbarcare in via diretta i costi di fortificazione e protezione dell’insediamento. Da parte loro, gli Acaja colsero volentieri l’opportunità di fruire dell’ospitalità fossanese, che consentiva loro di sfruttare i benefici della fiorente economia cittadina. È da questo “matrimonio d’interesse” che, tra il 1324 e il 1332 venne alla luce un castello a pianta centrale, circondato da quattro torrioni a base quadrata e cinto da un profondo fossato. La struttura fu edificata su una piccola fortezza difensiva del Duecento, conosciuta come “la Bicocca”. Per un secolo e mezzo il castello rivestì una funzione strategico-militare e a metà Quattrocento venne rivisitato per adeguarlo all’introduzione della polvere da sparo, con modifiche al fossato, ai merli e alla muratura perimetrale.

Negli stessi anni, però, si adottò anche una scelta in controtendenza: anziché operare il passaggio da “castello verticale” a “castello orizzontale” per evitare il pericolo di crolli sotto i colpi delle palle di cannone, vennero rialzate le torri, con l’aggiunta della dentellatura. Con l’estinzione della famiglia Acaja, il castello di Fossano passò poi ai Savoia e venne convertito dal duca Amedeo d’Aosta in un palazzo residenziale di rappresentanza. La svolta investì anche il piano simbolico: vennero fatti sparire, in modo sistematico, tutti i simboli del casato Acaja, sostituiti dagli emblemi sabaudi. A inizio Cinquecento, il castello divenne la residenza della nobile Bona di Savoia, vedova del milanese Galeazzo Maria Sforza: per molti secoli, la leggenda sostenne che all’interno della fortezza fossanese si aggirasse il fantasma della duchessa, i cui resti sarebbero stati abbandonati insepolti dopo la morte. La città ha però ufficialmente perso il mito del fantasma nel 2016, quando è emerso che la duchessa sarebbe stata invece regolarmente sepolta nel vicino nucleo antico del duomo fossanese.

Miti popolari a parte, nel Cinquecento vennero anche ultimati i lavori di conversione da castello a residenza nobiliare: per rendere più ospitali gli interni, venne chiamato il pittore fiammingo Giovanni Caracca, di cui si è parzialmente conservata una pregevole volta affrescata nella sala delle Grottesche. A fine secolo, il palazzo divenne poi la residenza la Madama Reale Cristina di Francia e raggiunse il suo massimo splendore: gli interni furono addobbati con stucchi e dipinti, e su due torri vennero aggiunte gallerie porticate. Nel Seicento, il castello cambiò nuovamente volto e venne trasformato in un carcere: all’interno dei saloni vennero ricavate numerose piccole celle, e molte preziose decorazioni andarono perdute. Nel 1689 si consumò una pagina particolarmente cupa della sua storia: durante una persecuzione religiosa vennero rinchiusi nelle segrete e costretti a morire di stenti oltre 1.800 valdesi. Dopo una parentesi ottocentesca come caserma militare, il castello tornò a fiorire solo nella seconda metà del Novecento, dopo un intenso lavoro di restauro. Attualmente la struttura è aperta alle visite turistiche, e dal 1985 ospita la biblioteca cittadina, con oltre 150.000 volumi e un fondo storico di circa 20.000 testi. Il cortile interno e la sala al pianterreno sono invece regolarmente utilizzati per ospitare convegni, mostre, concerti e altre iniziative culturali. Ogni anno, inoltre, il piazzale antistante il castello ospita un evento storico di grande fascino: il Palio dei Borghi.

Attualmente, salvo restrizioni normative legate all’emergenza sanitaria Covid-19, il castello dei principi d’Acaja di Fossano è aperto alle visite nel fine settimana: il percorso guidato comprende la sala delle Grottesche, affrescata dal pittore fiammingo Giovanni Caracca e allestita con i costumi tipici del Palio dei Borghi, i camminamenti di ronda sulle mura perimetrali e l’ascesa in cima a una delle torri panoramiche. Qui, oltre a godere di una splendida vista su tutto il circondario, sul Monviso e sul resto dell’arco alpino, si può vedere un videodocumentario immersivo dedicato alla presenza dell’uomo nel basso Piemonte dal neolitico alla seconda guerra mondiale. Ai quattro angoli della torre sono anche presenti monitor che, avvalendosi della tecnologia della realtà aumentata, forniscono ulteriori informazioni turistiche sul panorama visibile dall’alto.

 

Torri costiere di Puglia: una straordinaria corona di pietra a protezione della incantevole costa pugliese e dei suoi abitanti
Da corrierepl.it del 3 agosto 2021

Le torri costiere del Regno di Napoli costituivano il sistema difensivo, di avvistamento e di comunicazione lungo la fascia costiera del regno di Napoli. Furono costruite per arginare le frequenti incursioni saracene e corsare. Da ogni torre era possibile scrutare il mare e vedere di solito le due Torri adiacenti, con la possibilità di inviare segnali luminosi e di fumo per trasmettere un messaggio o richiedere soccorso.
Le Torri costellano gran parte delle coste dell’Italia meridionale ed in particolare della Puglia e sono particolarmente interessanti dal punto di vista architettonico; si svilupparono più o meno contemporaneamente a quelle che venivano fatte costruire negli altri stati della penisola italiana, tuttavia, essendo il Regno di Napoli la parte più protesa nel Mediterraneo e la più esposta alle scorrerie, qui si trovano una enorme quantità e varietà di esempi.
Non solo pirati e corsari, le popolazioni salentine, ad esempio, vivevano sotto l’incubo del turco, e delle orde islamiche di Maometto II che funestavano il territorio (cocente è ancora la memoria dell’ eccidio di Otranto del 1480 nella cui Cattedrale, dedicata a Santa Maria Annunziata, vengono conservati in 7 grandi teche i resti degli 800 martiri trucidati dai Turchi sul colle Minerva per aver rinnegato la fede islamica).

Nel sentimento popolare il turco costituiva il male supremo, l’incarnazione del demonio e contro di esso ogni buon cristiano doveva combattere e morire per la difesa del bene e della fede.
Le genti di Terra d’Otranto erano perennemente allertate per una guerra senza tregua, e non si trattava di una guerra come le altre, poiché forte era il convincimento popolare che in gioco vi era la difesa della fede contro la crudeltà e la tracotanza islamica. Giorno e notte, lungo le coste, attraverso il sistema difensivo di torri e masserie fortificate, nei casali, nelle città, ovunque vi fosse un utile punto di osservazione, si vigilava.
La paura collettiva determinava comprensibili stati di ansia e spesso le notizie venivano esagerate; si cercava di decodificare tutto attraverso messaggi e informazioni, i movimenti delle navi avversarie, visto che ogni vela che appariva all’orizzonte poteva essere quella di un vascello nemico.
Fantasmi che si concretano in pietra, nelle centinaia di torri di difesa che si ergono fra il tavoliere salentino e le Serre. Le torri della cintura salentina conservano la fisionomia strutturale quattro-cinquecentesca ed è questo uno dei fattori che conferisce ad esse una carica di fascino salentino, l’alone romantico del rudere o, comunque, la persistenza selvatica della memoria. Il Salento è particolarmente costellato da torri di avvistamento visto che da sempre è stato oggetto di numerosi attacchi da parte di diverse popolazioni del Mediterraneo.
Non sappiamo quale fu il primo periodo in cui furono costruite <tali torri, talune potrebbero anche riferirsi all’età normanna. Per l’aspetto attuale, invece, la maggior parte delle torri costiere ancora oggi presenti sono da riferire al XV e XVI secolo. Nelle tre province di Brindisi, Taranto e Lecce ad oggi si conoscono circa un centinaio di Torri. Tra le tante spicca la Torre del Serpe che si trova ad Otranto, per una sua particolarità, non è medioevale ma di costruzione probabilmente romana e non è di avvistamento ma era un faro ad olio.

Le si avvistano dall’alto a intervalli regolari e sembrano come tanti grani di rosario. Imponenti, affacciate sul mare, alcune diroccate che sembrano emergere dagli scogli, altre solitarie come nobili in esilio. Si da per certo che un piano organico di fortificazioni difensive di fortificazione fu voluto e realizzato da Carlo V nel XVI secolo per difendere le coste del Mezzogiorno dalle sanguinarie invasioni dei predoni turchi che arrivavano dal mare. Ancora oggi per scongiurare un pericolo si esclama “mamma li turchi”.
La maggior parte delle torri di avvistamento costiere in Puglia, così come nel resto del Regno di Napoli, risale,al periodo in cui la potenza ottomana costituiva un reale pericolo per l’Occidente e per le coste italiane. Agli inizi del ‘600 le torri esistenti in tutto il regno erano circa 360, di cui ben oltre 150 si trovavano lungo le coste pugliesi. I luoghi, opportunamente scelti dagli ingegneri regi, venivano individuati tenendo presente la distanza tra le torri, la reciproca visibilità e la possibilità di comunicare col fumo, col fuoco, oppure acusticamente, con l’uso di campane o di corni, o anche per mezzo di messaggeri a cavallo.
E ancora oggi, queste straordinarie costruzioni come sentinelle del mare, scandiscono il viaggio di chi decida di cimentarsi nel giro del Tacco d’Italia costeggiando il mare, a cominciare dal Gargano fino alla punta del Capo di Leuca risalendo poi fino a Taranto. In provincia di Brindisi, tra le torri meglio conservate troviamo quella di Torre Guaceto all’interno dell’omonimo parco naturale in cui è d’obbligo fermarsi a osservare uccelli di passo e stanziali, e l’imponente Torre Santa Sabina sul litorale della cittadina di Carovigno.

Moltissime le torri sulla costa adriatica del Salento.

Meritano una sosta Torre Specchiolla al confine tra i territori di Brindisi e Lecce, Torre Sant’Andrea a Melendugno e le Torri del Serpe e dell’Orte a Otranto. Da San Foca si giunge a Roca Vecchia, già fiorente città messapica e poi attivissimo porto munito di fortezza della quale si conservano i suggestivi ruderi. La torre, anch’essa ridotta a rudere, è del 1568 e presenta il tipico impianto a piramide tronca proprio come Torre dell’Orso nell’omonima località balneare. Giunti a Otranto la prima che si
incontra è la Torre del Serpe, simbolo di Otranto.  Si tratta di una torre cilindrica della quale si è conservata solo un’alta faccia, di un bianco abbagliante. Più a sud si trovano la Masseria dell’Orte e la Torre dell’Orte, una struttura a piramide tronca ampia e bassa che dovette svolgere la funzione di fortino. Riprendendo la litoranea, ci si dirige verso Torre Sant’Emiliano dove una torre tronco-conica domina uno dei tratti più belli del litorale orientale salentino.
La litoranea conduce a Porto Badisco e a Santa Cesarea, località difese da Torre Minervino, Torre Specchia di Guardia, Torre Santa Cesarea e l’imponente Torre Miggiano con una struttura tronco-conica con toro marcapiano e corpo superiore con caditoie e cannoniere. Dalla parte ionica, tra Ugento e la marina di Nardò lungo chilometri e chilometri di splendide coste tra Torre Sant’Isidoro e Torre Inserraglio si estende la Palude del Capitano, zona umida dove si è costituito un particolare habitat paludoso. Pochi chilometri e si entra nella preistoria. A sorvegliare le grotte che furono la culla dell’uomo c’è un gigante cinquecentesco ma ormai quasi ridotto a un rudere: Torre Uluzzo, conosciuta come Porto Selvaggio.
La Torre dell’Alto è l’altro “paletto” che delimita Porto Selvaggio. Da qui il panorama è vasto e bellissimo e si affaccia su un mare infinito, limpido, spettacolare e dai colori cangianti su tutte le variazioni del blu. A Santa Maria al Bagno si può ammirare la Torre del Fiume, meglio nota come le “Quattro Colonne”, perché crollate le mura perimetrali di un antico castello, sono rimasti soltanto i ruderi dei torrioni angolari. Continuando verso Gallipoli, prima di giungere alla Torre del Pizzo, si percorre una delle zone naturalisticamente più interessanti della provincia di Lecce. Proseguendo verso sud si incontra Torre Suda ubicata sulla costa a sud di Gallipoli, mentre in territorio di Ugento si trova Torre San Giovanni, una delle località più “in” della costa, dove il paesaggio diventa ancora più suggestivo grazie a una fitta pineta con esemplari di pino d’Aleppo che si protende fin sulla spiaggia. Qui, dove nell’antichità il porto fu utilizzato dalla flotta di Annibale, il mare lascia intravedere i fondali anche fino a 40 metri di profondità. Lunghi arenili di sabbia e un mare cristallino ed invitante caratterizzano la costa fino al confine con il territorio di Taranto dove si erge Torre Colimena.

Risalendo verso il nord e Lungo tutta la splendida costa del Gargano, si possono ammirare disseminate qua è la delle maestose ed antiche torri d’avvistamento saracene, molte di esse sono ancora oggi visitabili e si sono salvate dall’incuria dell’uomo. Tutte le torri sono posizionate su delle alture, dominano un panorama mozzafiato sulla candida scogliera del litorale, su bianche distese di sabbia e sul mare. Anche sul promontorio del Gargano la funzione di queste torri era quella di difesa dal nemico che poteva venire dal mare. Grazie alla loro posizione soprelevata, consentivano di tenere sotto controllo il litorale e lo specchio di mare ad esso antistante, e di avvistare con largo anticipo le eventuali incursioni dei pirati.
Questi ultimi infatti erano allettati dalla fertilità delle terre della Puglia, e spesso durante le loro scorribande saccheggiavano raccolti e facevano dei prigionieri che trasformavano in schiavi. L’epoca di edificazione di queste torri risale attorno al 1500; la torri furono edificate con notevole maestria e collocate secondo una logica strategica; ognuna di esse infatti fu costruita in modo tale che da essa se ne potessero vedere altre due, cosi che l’eventuale allarme si diramasse velocemente lungo tutta la costa.
Il segnale di pericolo veniva comunicato tramite enormi fuochi e facendo risuonare campane e talvolta anche i corni. Le Torri costiere hanno più o meno tutte la stessa forma quadrangolare a piramide tronca, e le loro pareti sono leggermente inclinate. L’ingresso alle torri avveniva tramite scale in legno che all’occorrenza venivano ritirate, per non consentire l’accesso ad altri. Maestosa è la Torre Calarossa che si trova nel comune di San Nicandro Garganico. Fu costruita nel 1569 durante il rafforzamento di difesa delle coste dell’Adriatico meridionale ad opera del viceré spagnolo don Pedro di Toledo dopo il 1532.

Di particolare interesse la Torre Fortore situata nel comune di Lesina presso la vecchia foce del fiume Fortore. E’una delle torri costiere più grandi del Gargano, più volte rimaneggiata, ha una pianta quadrangolare a tronco di piramide. La costruzione di questa torre fu iniziata in seguito ad una concessione del 1485 con la quale re Ferdinando d’Aragona conferiva a Riccardo d’Orefice la facoltà di costruire una torre a difesa del porto e della spiaggia del Fortore. Fu iniziata però nel 1519.
Nello stesso anno Carlo V ripeté la concessione a favore di Antonio de Francesco obbligandolo a costruire la torre entro due anni. Torre Gattarella venne costruita nel 1570 ed è considerata la nona torre costiera appartenente al territorio della Capitanata; strutturalmente essa segue lo schema delle torri del tardo periodo vicereale: pianta quadrata, massicce pareti di conci di pietra inclinate a scarpa, piccolissime aperture. Fu realizzata senza apparato a sporgere, tipico elemento di difesa.
Una delle torri più note è senza dubbio Torre Mileto, oggi frequentatissima stazione balneare del comune di San Nicandro Garganico, in provincia di Foggia. Situata sulla fascia costiera tra i laghi di Lesina e Varano. Il toponimo, che impropriamente identifica anche una parte dell’istmo che separa il Lago di Lesina dal mare, è riferito ad una torre costiera di avvistamento e difesa, probabilmente una delle più grandi ed antiche della costa adriatica, nonché il punto della terraferma più vicino in assoluto alle Isole Tremiti per la distanza di sole 11 miglia.
La zona circostante la torre è di notevole interesse archeologico e naturalistico, per la presenza di insediamenti che vanno dal Neolitico al Medioevo e grazie alle rigogliose forme di macchia mediterranea e ad una scogliera ricca di specie biomarine, di anfratti e di sorgenti d’acqua dolce. La Torre Porto Greco (anticamente Torre dell’Aglio) venne costruita nel 1568 ed è la sesta torre costiera appartenente al territorio della Capitanata; si trova nel territorio di Vieste in corrispondenza con la Torre della Testa verso le Tremiti. Di dimensioni contenute è posta in altura a oltre cento metri sul livello del mare, non presentava caditoie; in discreto stato di conservazione, appartiene al complesso turistico “Pugnochiuso”.

Anche la Torre di Portonuovo venne costruita nel 1568 ed è la decima torre costiera; in origine era dotata di tre caditoie oggi scomparse dopo un crollo, segue lo schema tipico delle torri del tardo periodo vicereale: pianta quadrata, massicce pareti di conci di pietra inclinate a scarpa, piccolissime aperture. Il 4 settembre 1680, nel tratto di costa tra Peschici e Vieste, sbarcarono 160 Turchi. Giunti facilmente nella città di Vieste i predoni si diedero al saccheggio; mentre altri assaltarono la Torre di Portonuovo. Fortunatamente in poco tempo da Peschici sopraggiunsero due galee veneziane che fermarono e respinsero l’incursione.

La Torre dei Preposti o dei Doganieri è un’ imponente Torre costiera situata presso la rinomata località balneare di San Menaio, nel comune di Vico del Gargano, in provincia di Foggia. Costruita nel XIV secolo la Torre, che vanta un discreto stato di conservazione, strutturalmente è costituita da un basamento tronco-piramidale sormontato da un parallelepipedo a due livelli. Il coronamento è formato da una serie di “mensoloni” sporgenti, tuttora visibili, che sorreggevano le caditoie estese a tutto il perimetro della torre.
La Torre di Rivoli (anticamente di Rigoli) è considerata la prima torre costiera appartenente al territorio della Capitanata. Costruita nel 1569, risulta nell’”Atlante delle Locazioni” di proprietà di Antonio e Nunzio di Michele; è tra le più grandi e meglio conservate torri garganiche, con cinque caditoie e proporzioni simili alla Torre Mileto.
La Torre di San Felice è situata nel comune di Vieste presso la località omonima. Venne costruita nel 1540 ed è l’ottava Torre costiera appartenente al territorio della Capitanata; è la più orientale delle Torri garganiche, innalzata per ricevere e trasmettere le segnalazioni delle torri vicine, proteggeva anche l’omonimo porticciolo; di medie dimensioni, è stata di recente restaurata, ma una sopraelevazione ne ha snaturato le proporzioni.

La Torre Saracena (anticamente di Mattinata) venne costruita nel 1569 sotto l’ordine del viceré spagnolo don Pedro di Toledo; è la terza tra le Torri costiere del Gargano. Un tempo isolata nella splendida e spaziosa campagna di Mattinata, la sua parte sommitale è oggi purtroppo compromessa da una moderna quanto insensata ed irresponsabile sopraelevazione.

La Torre Scampamorte si trova nel comune di Lesina sull’istmo che separa il Lago di Lesina dal mare Adriatico. È una torre costruita dagli Aragonesi e fa parte della fitta rete di controllo delle coste durante il dominio degli stessi. L’ubicazione di Torre Scampamorte, però, su un tratto di duna sabbiosa lunga oltre 27 km, non permetteva l’utilizzo di pietre reperibili in loco (come succedeva per la maggior parte delle torri), pertanto tutto il materiale fu reperito altrove. La torre ha pianta quadrangolare a tronco di piramide con una scarpatura che varia generalmente dai 5 ai 10 gradi. Mancano, però, molti elementi delle comuni Torri costiere tra cui la monumentale scala che permetteva l’accesso al primo livello ed alle caditoie. La torre si inserisce in un punto dell’istmo del Lago di Lesina di notevole interesse naturalistico, costituito interamente di dune sabbiose inverdite dalle più variegate forme di macchia mediterranea. Nel 1627, un maremoto colpì questo tratto di costa ma la torre grazie alla sua robustezza costruttiva riuscì a resistere alla furia del mare. Esiste una leggenda a questo proposito, dalla quale pare che ne derivi il nome. La leggenda narra di due soldati che erano a guardia della Foce Sant’Andrea quando trovarono scampo nelle mura della torre nel momento in cui lo tsunami investì l’istmo. Da qui quindi ne deriverebbe il nome “scampa morto” o “scampa morte”.

Lasciando il Gargano e la Capitanata ci addentriamo nella provincia della BAT (Barletta, Andria e Trani) e nella contigua area metropolitana di Bari sul cui territorio insistono diverse torri fortificate, molte di queste torri a seguito di lavoro di restauro hanno recuperato l’antica maestosità nel rispetto del rigore architettonico, molte sono ancora visitabili, altre sono adibite ad attività sociali-culturali, altre purtroppo sono andate distrutte ma restano le antiche vestigia dalle quali è possibile ricostruire la tipologia architettonica.

La lunga teoria di Torri dell’hinterland barese e della BAT inizia con la Torre dell’Ofanto che si trova nel territorio di Barletta a ridosso dell’omonimo fiume ed a seguire dalla Torre Lama Paterno e la Torre Olivieri.
A pochi chilometri ma in territorio della citta di Trani si trova la Torre Martinelli mentre in agro di Molfetta si può ammirare la Torre Calderina. Ancora in un buono stato di conservazione e adibita a funzioni pubblica possiamo visitare la Torre di S. Spirito che si trova nell’omonima frazione di Bari ed a u tiro di schioppo la Torre di San Bartolomeo ubicata nella frazione barese di Palese. Scendendo ancora più a sud verso la frazione di Torre a Mare possiamo visitare la Torre della Camosa; nel cuore di Torre a mare, anch’essa frazione di Bari, troviamo in bella vista e buono stato i conservazione Torre Pelosa; costruita a pochi metri dal mare in posizione leggermente collinare in modo da poter avvistare l’arrivo dal male intenzionati isolata e far partite tempestivamente la richiesta di soccorsi; nel tempo intorno alla torre sono sorte delle costruzioni civili che l’hanno inglobata, ma la Torre a dir il vero molto bella e ben conservata è oggi sede di attività culturali. Nel territorio di Polignano a mare si incontrava sull’omonima costa la Torre Ripagnola andata aimè distrutta mentre continua a mostrare tutta la sua vitalità la Torre di San Vito che si affaccia su una caletta molto naif ed intrigante, la Torre è inglobata nel complesso monastico di Santo Stefano diventato a sua volta una delle mete preferite dai turisti che ne possono apprezzare i pregi architettonici abbinando agli stessi i piatti tipici della cucina pugliese serviti in un ristorante adiacente il Monastero. Sempre nel territorio dell’incantevole Polignano a Mare insistevano le Torri costiere di Torre Cintola e San Giorgio (andate distrutte) e Torre di Incina  restaurata e fruibile; non meno interessanti e maestose le Torri Costiere di Orta e di Santo Stefano in agro di Monoplo Le Torri costiere conferiscono alla lunga costa pugliese un aspetto veramente spettacolare ed interessante sotto il profilo architettonico, queste sentinelle del mare e dei territori su cui insistono rappresentano un unicum a livello mondiale, la loro presenza ancora oggi sta a testimoniare l’importante funzione storica che le stesse hanno avuto nel tempo e rappresentano il frutto di una felice intuizione finalizzata a difendere il territorio ed a salvare le popolazioni dalle incursioni cruente e sanguinose (Duomo di Otranto docet) dei saraceni, dei turchi ma anche dei corsari, sempre alla ricerca di facili ricchezze come provento delle loro ruberie. La nostra ricerca è finalizzata a far conoscere ad un pubblico più vasto un patrimonio storico ed architettonico di grande rilevanza culturale e paesaggistica ed a richiamare l’attenzione delle istituzioni ed in particolare delle Sovrintendenze ai Beni Culturali, Architettonici e Paesaggistici affinchè adottino tutte le necessarie iniziative per sollecitare l’UNESCO a voler dichiarare questi monumenti Patrimonio mondiale dell’Unesco dell’Umanità Convogliare un gran numero di turisti italiani e stranieri ed organizzare visite guidate per far loro visitare e conoscere l’esistenza di questi beni e la loro storia può senza dubbio portare benefici economici e nuovi obiettivi per il turismo pugliese ma è anche e soprattutto un’operazione culturale che può contribuire a tenere desta l’attenzione delle Istituzioni, delle Associazioni e dei cittadini finalizzata a proteggere e preservare un patrimonio che appartiene alla storia della Puglia e dei Pugliesi e speriamo quanto prima dell’intera umanità.

Giacomo Marcario Comitato di Redazione del Corriere di Puglia e Lucania

 

Weiwu, la casa fortezza degli Hakka
Da ilmanifesto.it del 3 agosto 2021

Mostre. I luoghi di vita della Cina dalla forte tendenza migratoria rappresentati in un evento collaterale alla Biennale Architettura di Venezia

Il villaggio di Longnan, nella provincia del Jiangxi è il protagonista della mostra Hakka Earthen Houses on variation-Comunità, Arte e architettura migratoria in Cina, evento collaterale della 17/a Biennale Architettura di Venezia. Dodici artisti sono stati invitati dal direttore artistico Ying Tianqi a interpretare con il loro linguaggio la cultura degli Hakka, un popolo di circa 80 milioni di persone, attraverso le tipiche case di terra battuta, i tulou, che nella provincia del Jiangxi e del confinante Guangdong assumono caratteristiche particolari e vengono chiamate Weiwu, «case cintate», o «casa fortezza». Nel corso della storia, in seguito a diverse fasi migratorie, dalla Cina centrale, gli Hakka si sono stabiliti nelle province meridionali del Fujian, Jiangxi e Guangdong, per poi da lì trasferirsi, dalla fine del XIX secolo, in tutti i paesi. Popolo migrante e sedentario; rurale e urbano allo stesso tempo, sfugge alle etichette dicotomiche con cui si tende a descrivere la Cina contemporanea, e si espande nel mondo grazie alla forte tendenza migratoria e alla grande capacità di adattamento in ambienti nuovi.

Per difendersi pacificamente dalle condizioni ostili che spesso i nuovi migranti incontrano negli ambienti di insediamento, negli ultimi 500 anni hanno sviluppato questa forma di abitazione di terra cruda e legno, che non prevede l’utilizzo di metalli. Sono edifici alti fino a 5 piani, di forme varie: tonde, quadrate, ovali, poligonali, a forma di animale o di carattere cinese, e che al loro interno ospitano fino a 500 persone, membri della stessa famiglia. Ossia, ospitavano, perché dagli anni 90 molti sono di nuovo emigrati verso le grandi città cinesi, o all’estero, e questi maestosi Weiwu si sono svuotati e vivono la minaccia dell’abbandono e dell’oblio. Tesori preziosi, sia dal punto di vista architettonico sia culturale, come dimostra l’inserimento di alcuni di questi villaggi, quelli del Distretto di Yongding, nel Fujian occidentale, nelle liste del patrimonio Unesco. Antropologicamente sono una testimonianza di una cultura viva, in mutazione, quella degli Hakka, che vive sul binomio della solidarietà tra le persone, e dell’armonia con la natura.

La mostra offre molti spunti di riflessione, tra cui il fatto che, durante il periodo di emergenza del Covid-19, in questi villaggi, come afferma Xu Weiqun, direttrice del Centro di studi e ricerca sugli Hakka del Fujian e di Taiwan dell’Università di Longyan, non ci sono stati contagi. Segnale che la coesione e il rispetto della natura sono importanti ancore di salvataggio. La mostra, curata da Wang Lin e Angelo Maggi, è allestita negli spazi suggestivi di Forte Marghera (Padiglione 30, visitabile fino al 21 novembre). È stata inaugurata alla presenza della rettrice Tiziana Lippiello, sinologa, dell’assessore del comune di Venezia Paola Mar e della direttrice dell’Istituto Confucio di Venezia Ma Xiaowei.

 

Un bunker dalla doppia vita: prima offensivo poi difensivo
Da ilpiccolo.it del 3 agosto 2021

La galleria della Valletta del Corno abbozzata nella Grande Guerra e completata negli anni ’40

Di Stefano Bizzi

Il bunker della Valletta del Corno risale alla Prima o alla Seconda guerra mondiale? Non è univoca la risposta alla domanda nata dopo la pulizia del verde che ha riportato alla luce i tre ingressi della cavità artificiale nell’area sotto vicolo del Guado e le vie Nievo, Porta e Gozzi; la risposta ha un sapore vagamente quantistico e dovrebbe essere pressappoco questa: «Appartiene un po’ all’una e un po’ all’altra epoca. È sia questa, sia quella, ma nessuna delle due in particolare». Potrebbe sembrare un cervellotico controsenso perché da un punto di vista temporale (e quindi logico) ciò che viene prima ingloba ciò che viene dopo: quindi, dire “Risale alla Grande Guerra” dovrebbe essere un’affermazione risolutiva. Non è così. Non è così perché la struttura come oggi la conosciamo risale, in realtà, agli anni Quaranta e quindi, alla Seconda guerra mondiale. «Si tratta di un bunker per la difesa anti-aerea risalente alla Seconda guerra mondiale», assicura Pierluigi Lodi, storico esperto della materia militare, che parla di una struttura “classica”. «È “roba” dell’Unpa, l’Unione nazionale antiaerea. Non vedo grandi differenze con le caratteristiche tipiche degli altri rifugi, il principale dei quali si trovava in piazza Vittoria, alle spalle dell’attuale cinema. Anche le scritte con la vernice sono quelle classiche dell’epoca».
Per quanto certo che le caratteristiche strutturali ed estetiche “attuali” siano quelle della Seconda guerra mondiale, Lodi però lascia aperta una porta: «È in ogni caso possibile che in precedenza ci fossero trincee che andavano fino a Straccis. È verosimile immaginare che ci fosse già uno scavo nel terreno, ma di questo, personalmente, non ho evidenza».
Evidenza di questo ce l’ha il Gruppo di ricerca storica “Isonzo”. «Grazie ad una foto abbiamo certezza che scendendo la Valletta del Corno verso la Villa dei Ritter c’era una caverna scavata dopo il giugno 1915 dagli austro-ungarici per posizionare tre obici e sparare sugli italiani che si trovavano sul Calvario», ricorda Bruno Pascoli che precisa a sua volta: «Non abbiamo però certezze sulla profondità. Potrebbe quindi essere che su un impianto di dimensioni ridotte risalente alla Prima guerra mondiale sia stato poi sviluppato nel secondo conflitto un bunker in funzione anti-aerea» .
La presenza degli obici alla Valletta del Corno garantiva ai pezzi di artiglieria di rimanere “invisibili” al nemico ma di colpire anche nelle retrovie italiane. La gittata di 6 chilometri consentiva di superare il Calvario e raggiungere le postazioni avversarie di Lucinico e Mossa. La galleria, abbandonata dopo la Grande Guerra, può essere stata successivamente ampliata e adattata alle esigenze difensive della popolazione con la costruzione del muro para-schegge (che in origine non era presente). In sintesi, dunque, la galleria dovrebbe essere stata abbozzata nel corso di un conflitto in finzione offensiva e modificata nell’altro con funzione difensiva. Un po’ questo e un po’ quello. Appunto.

 

Alla Scoperta Del Salento: Le Torri Costiere
Da corrieresalentino.it del 1 agosto 2021

Di Cosimo Enrico Marseglia

Fu allo scopo di arginare gli attacchi contro le coste del regno e per evitare danni analoghi alla presa di Otranto del 1480, che tra la fine del XV° secolo e gli inizi del XVII il vice regno spagnolo di Napoli intraprese l’erezione di una linea difensiva lungo il litorale, imperniata su torri di avvistamento, in cui dislocare dei presidi aventi il compito di segnalare il pericolo di nuovi sbarchi. Le coste dell’Albania, infatti, erano piene di rifugi di corsari, e proprio da questi partivano spesso numerose incursioni dirette contro la Puglia. Ciò spiega, pertanto, la necessità strategica di disporre di una linea difensiva articolata su più livelli, composti da presidi costieri miranti alla protezione del litorale, nonché da ulteriori fortificazioni dislocate maggiormente verso l’interno con la finalità di arrestare sia eventuali penetrazioni oltre la prima linea, provenienti dal mare, ma anche possibili minacce dirette dall’interno. È il versante adriatico quello che sembra presentare il più alto numero di torri poiché, essendo più vicino all’altra sponda del Canale d’Otranto, doveva sopportare una maggiore frequenza di attacchi ed una più alta violenza d’urto. In realtà esisteva già una quantità di torri già dall’epoca normanna, il cui compito era all’incirca lo stesso, cioè di arginare eventuali assalti saraceni. Nel 1230 l’Imperatore Federico II di Svevia aveva iniziato il restauro della Torre del Serpe, a sud di Otranto. Lo stesso sovrano, una decina di anni prima, aveva fatto edificare la Torre di Leverano, al fine di arginare le ripetute incursioni corsare provenienti da Porto Cesareo, luogo molto spesso obiettivo di sbarchi. Inoltre, l’esistenza di alcune torri di avvistamento è già documentata durante la dominazione aragonese, ma sarà soltanto sotto il regno dell’Imperatore Carlo V che si provvederà ad erigere in maniera metodica e strategica la linea di difesa costiera, perché la Spagna vede nei Turchi una vera e propria minaccia costante alla stessa integrità  territoriale dell’impero. Carlo V, dunque, provvede ad edificare sulle coste del Regno di Napoli 366 torri tra le quali sono 83 quelle nella Provincia di Terra d’Otranto, 43 lungo l’Adriatico e 40 sullo Ionio, ad una distanza variabile dai due ai quattro chilometri. Tuttavia, nonostante l’erezione di tale dispositivo difensivo, la Puglia continuò ad essere esposta ad attacchi sino al XVIII secolo. Nella torre prestavano servizio normalmente tre o quattro uomini, ai quali si aggiungeva un “cavallante”, in genere dislocato al di fuori della struttura e, come dice lo stesso nome, dotato di un cavallo, cui spettava il compito di allertare gli abitati dell’interno nell’eventualità di uno sbarco. Le armi in dotazione erano esclusivamente da fuoco portatili come colubrine, falconetti ed archibugi. La prima può considerarsi un’antesignana del fucile, il secondo era analogo ma più piccolo nelle dimensioni, mentre il terzo era strutturalmente più preciso e moderno. Scopo di tali armi, però, era solo quello di ritardare l’avanzata dei corsari verso l’interno, nel caso di uno scontro ravvicinato, essendo esse insufficienti ad arrestarne la penetrazione. Del tutto mancanti erano invece le artiglierie che, al contrario, avrebbero potuto effettuare un valido fuoco di sbarramento. Un’ulteriore difesa contro l’avvicinamento o le eventuali scalate, era costituita dalle caditoie di cui le torri erano dotate, che consentivano il lancio di pietre o acqua bollente.