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Il bunker antiaereo nei sotterranei della stazione Centrale di Reggio: la Storia del Novecento riemersa dall'oblio
Da ilreggino.it del 28 febbraio 2026

Gli ambienti adibiti a riparo per il personale delle ferrovie, costruiti tra il 1936-1938, furono murati dopo gli anni Settanta. Restaurati nel 2019, oggi sono visitabili grazie all'associazione Ferrovie in Calabria. Tra le occasioni di apertura, la recente tappa del Treno del Ricordo

 

A Reggio, si conserva ancora oggi un bunker antiaereo risalente alla Seconda guerra mondiale.

Possenti porte metalliche con possibilità di apertura solo dall'interno . Sui soffitti, tubi di un impianto di filtraggio e rigenerazione dell'aria . Su una delle pareti di una stanza la scritta “Impianto antigas Universale” per 50 persone.

Scorre anche sui binari delle stazioni la Storia del Novecento. E anche sotto di essi . In occasione dei lavori dell'imponente restauro eseguito tra il 2019 e il 2020 nella stazione Centrale di Reggio Calabria , in particolare durante il r ifacimento della pavimentazione della grande sala d'attesa eseguito da Rete Ferroviaria Italiana, tornato alla luce dopo decenni di oblio il bunker antiaereo costruito tra il 1936 e il 1938 per assicurare una protezione al personale delle Ferrovie in tempo di Guerra e in caso di emergenza.

«Ad attirare l’attenzione – spiega Roberto Galati, presidente dell’associazione Ferrovie in Calabria - fu un’insolita copertura costituita da rotaie e da una spessa gabbia di acciaio. Al di là di esse il bunker. Nel corso dei decenni murato nei suoi due accessi, uno adiacente al sottopassaggio e l’altro in diretto collegamento con gli uffici soprastanti la biglietteria, solo tra il 2019 ed il 2020 fu rimesso in sicurezza e riaperto. Furono necessari una bonifica e il restauro conservativo degli ambienti. Al loro interno, gli impianti di aerazione e di autoproduzione di energia elettrica, pavimentazione e portoni a chiusura stagna risalenti agli anni ’30, perfettamente conservati e oggi mostrati nel loro stato originario. Diverse stanze e dentro anche qualche attrezzature di sopravvivenza risalenti alla Seconda guerra mondiale.

Adesso il Bunker antiaereo, con un percorso circolare, è visitabile dal pubblico grazie alla sinergia tra l’associazione di promozione sociale Ferrovie in Calabria e RfI, per la quale ringrazio lo station manager Antonio Polimeni. Le visite sono possibili in occasione delle tappe a Reggio Calabria Centrale dei treni turistici nell’ambito per esempio dei progetti Rail Tour Viaggia in treno e scopri la Calabria e Treno degli Dei. Il bunker è tra le mete che proponiamo unitamente al Museo archeologico nazionale e al museo del Bergamotto di Reggio nel tour del Treno della Magna Grecia.

Il bunker è, altresì, aperto in occasioni speciali, come la recente prima tappa a Reggio e in Calabria del Treno del Ricordo in memoria dell’esodo Giuliano-Dalmata e delle vittime delle Foibe. Molte le scuole che lo hanno visitato. Auspichiamo che possa essere sempre più fruibile», ha spiegato ancora Roberto Galati, presidente dell’associazione Ferrovie in Calabria.

Nel 2021 il bunker aprì al pubblico dopo il suo recupero conservativo, ospitando la mostra ‘Station to station‘, organizzata da Techné Contemporary Art in collaborazione del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. Un’importante occasione di riscoperta della storia del periodo bellico, custodita nei sotterranei della stazione Centrale a piazza Garibaldi a Reggio.

La stazione ferroviaria di Reggio Calabra , eretta su un solo livello, sopravvisse al devastante terremoto del 28 dicembre 1908 , anche se un intervento di ristrutturazione si rese necessario per il pieno e sicuro funzionamento . I lavori, disposti dal ministro delle comunicazioni Galeazzo Ciano già nel 1925, furono realizzati nel 1936. L'inaugurazione ebbe luogo nell'aprile del 1938 . Quei binari della nuova stazione accolsero il Duce in occasione della sua visita a Reggio nel marzo del 1939 in occasione dell'inaugurazione della casa del Fascio , nel palazzo dove oggi ha sede la sezione staccata del Tribunale Amministrativo Regionale.

Il progetto razionalista, perfettamente rispondente ai canoni dell'estetica Fascista, della nuova stazione ferroviaria di Reggio di Calabria Centrale e, dunque ricostruita negli anni Trenta, recava la firma dell' architetto futurista Angiolo Mazzoni (che curò analogo intervento anche per la stazione di Messina).

Nel secondo dopoguerra la stazione continuò a funzionare come fulcro delle linee Jonica e Tirrenica e oggi è il principale snodo ferroviario della Calabria, con treni anche di lunga percorrenza .

Il bunker rimase accessibile ben oltre la fine della Guerra, almeno fino agli anni Settanta . Durante i moti, un gruppo di giovani reggini aveva occupato la stazione bloccando i binari in segno di protesta contro la decisione di eleggere a Catanzaro il capoluogo di Regione . Quei giovani entrarono anche nel bunker.

« Ricordo quando entrammo nel bunker, pochi giorni dopo subito il ritrovamento nel 2019 . Era pieno di terra, tutto buio e abbandonato. Sul muro, dopo l'ingresso, all'inizio dello stretto corridoio, vi era la scritta “Boia chi molla” », racconta Roberto Galati, presidente dell'associazione Ferrovie in Calabria. Adesso quei muri sono stati imbiancati ma resta la storia di quei luoghi che dopo il Settanta caddero nell'oblio. Poi nuova luce.

 

Base militare statunitense in Sicilia, Italia, in "lockdown", personale incaricato di "rifugiarsi sul posto"
Da telegrafi.com del 26 febbraio 2026

 

Una base militare utilizzata dalla Marina statunitense nel Mediterraneo è stata chiusa questa mattina a causa di una "situazione emergente". Secondo quanto riportato dal Telegraph, al personale della base aeronavale italiana di Sigonella, nei pressi dell'Etna in Sicilia, è stato ordinato di rifugiarsi sul posto".

"A causa della situazione in corso al posto di controllo all'ingresso della NAS Sigonella, resta in vigore un lockdown/rifugio", ha affermato la NAS Sigonella.

"Tutto il personale a bordo della NAS 2 è tenuto a seguire le istruzioni delle Forze di Sicurezza Marittima e a monitorare gli aggiornamenti. Il traffico in entrata e in uscita dai posti di blocco della base NAS 2 è protetto. Il traffico è stato deviato verso l'ingresso est dell'ITAF. Il personale dovrebbe evitare di viaggiare sulla strada statale SP105 tra il complesso residenziale Marinai e la NAS 2", si legge, tra le altre cose.

Non si sa ancora cosa sia successo all'ingresso del posto di blocco della base militare.

L'allarme è stato lanciato intorno alle 08:00, innescando misure di emergenza. /Telegraph/

 

Tra le torri e i fossati del Castello dei Conti di Fiandra, una delle fortezze meglio conservate in Europa
Da siviaggia.it del 14 febbraio 2026

Una fortezza di pietra nel centro di Gand nata per affermare autorità. Oggi è teatro di storia cruda, torri aggettanti e panorami fiamminghi in grado di emozionare

Di Serena Proietti Colonna

Le mura grigie si alzano imponenti proprio nel cuore della città: siamo a Gand (Gent in lingua locale), nelle Fiandre orientali, dove tra canali e biciclette svetta nei cieli un maniero che, in passato, ha rappresentato il cuore politico della zona. Il suo nome è Castello dei Conti di Fiandra e sorge su un banco di sabbia tra i rami del fiume Leie.

L’impatto è istantaneamente sorprendente, perché si presenta come una mole di pietra calcarea che pare scaturire direttamente da acque scure. Chiamato dai locali Gravensteen, “pietra dei conti”, si mostra con ben 24 torrette che scandiscono la cinta esterna e una mastio centrale che sfiora i 30 metri di altezza.

Questa struttura può essere considerata (quasi) un unicum architettonico mondiale in quanto prende vita proprio nel centro urbano, circondata da case fiamminghe dai tetti a punta. Il visitatore decide di entrare per curiosità, per poi uscirne con addosso il peso di secoli di conflitti, processi, punizioni esemplari e trasformazioni inattese (ma anche con la sensazione di aver appena visitato un qualcosa di profondamente maestoso).

Indice
• Breve storia del Castello dei Conti di Fiandra
• Cosa vedere all’interno del Gravensteen
• Dove si trova e come arrivare

Breve storia del Castello dei Conti di Fiandra

Fu Filippo d’Alsazia a volere la sua costruzione nel 1180, e c’è anche un’iscrizione latina sopra l’ingresso a ricordarlo. Il conte si ispirò alle imponenti strutture osservate in Siria durante le spedizioni in Terra Santa. Prima della sua ascesa, però, sul sito sorgeva un mastio in pietra, circondato da edifici ausiliari e da una palizzata, facili prede per gli incendi o gli attacchi nemici.

Il sovrano desiderava un simbolo di dominio assoluto sopra i cittadini di Gand, spesso ribelli e fieri della propria indipendenza economica legata al commercio della lana. Il castello divenne quindi un monito fisico, una dichiarazione di sovranità scolpita nel calcare.

Nel corso dei secoli, la destinazione d’uso mutò drasticamente: dopo aver ospitato la corte nobile, si trasformò in zecca, poi in prigione e persino in un tribunale temuto. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, la rivoluzione industriale lo ridusse a un opificio tessile, con le ampie sale occupate da telai rumorosi e operai affaticati.

Soltanto un restauro filologico accurato alla fine dell’Ottocento restituì alla cittadinanza questo gioiello, ripulendolo dalle superfetazioni moderne per riportare alla luce la severa eleganza della sua linea originaria.

Cosa vedere all’interno del Gravensteen

È una delle tappe da fare assolutamente se si sceglie di visitare questa città del Belgio, perché varcare la sua soglia equivale a entrare in un labirinto di suggestioni tattili e visive, ma anche attraversare più secoli in pochi passi. È impossibile non notare che le pareti sono spesse diversi metri, mentre tutto è avvolto da un silenzio assordante, di quelli che amplificano il rumore dei propri passi.

Il mastio e gli appartamenti dei conti

Il cuore della fortezza si identifica con il mastio, la torre principale alta diversi piani. Salendo i gradini di pietra stretti e ripidi, la fatica scompare non appena si raggiunge la piattaforma sommitale. Da qui, la vista domina l’intero skyline di Gand. Da queste parti, tra le altre cose, si trovavano gli appartamenti del conte, la sala delle udienze e gli spazi di rappresentanza.

La cinta muraria con le 24 torrette

A disposizione dei viaggiatori c’è il cammino di ronda grazie al quale poter osservare da vicino le torri aggettanti, soluzione architettonica particolare che sfruttava la posizione insulare del complesso. L’acqua del fossato riduceva il rischio di attacchi con arieti o mine, consentendo una costruzione più ardita.

Le torrette punteggiano il perimetro e regalano scorci inattesi sui quartieri circostanti. Vi basti pensare che dalle dalle torri più alte si distingue il profilo della cattedrale di San Bavone, il campanile gotico patrimonio dell’umanità e persino un murale contemporaneo dedicato al “Ritratto di uomo con turbante rosso”, attribuito a Jan Van Eyck.

Il museo degli strumenti di tortura

Negli ambienti che un tempo fungevano da dispensa e tribunale trova posto una collezione impressionante di strumenti giudiziari. Ruote, collari di ferro, ceppi, lame e meccanismi destinati a estorcere confessioni raccontano un capitolo oscuro della giustizia medievale e moderna.
Inevitabilmente, l’atmosfera in queste sale diventa cupa, ma le audioguide sono spesso narrate con una punta di ironia dark, tanto da riuscire a spiegare la funzione di tali oggetti senza cadere nel macabro gratuito, preferendo invece contestualizzare il rigore morale e penale dei secoli scorsi.

La sala del Consiglio e la Zecca

Scendendo verso le zone di rappresentanza, si arriva in vece nel salone cerimoniale che accoglie con un camino monumentale: si narra che, quando veniva utilizzato, era in grado di ospitare persino dei tronchi interi utili a riscaldare i nobili. Le pareti sono nude e lasciano quindi spazio alla fantasia, poiché un tempo erano sicuramente adornate da arazzi colorati e armi lucenti.
Questa era la zona dei banchetti, in cui si stringevano alleanze e si firmavano decreti che avrebbero cambiato il destino della regione. La risonanza acustica della sala è perfetta, e per questo ancora oggi si svolgono piccoli concerti o eventi culturali che sfruttano la magia naturale del luogo.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello dei Conti di Fiandra sorge in Sint-Veerleplein, nel centro storico di Gand, nella provincia delle Fiandre Orientali in Belgio. Come vi abbiamo già accennato, risulta impossibile mancare la destinazione dato che le torri si innalzano sopra il centro storico pedonale.
Per chi arriva dall’estero, l’aeroporto di Bruxelles-National rappresenta lo scalo principale. Da lì, partono treni diretti con cadenza frequente che conducono alla stazione di Gent-Sint-Pieters in circa un’ora. Una volta giunti allo scalo ferroviario, il tram numero 1 porta direttamente ai piedi del ponte di fronte all’ingresso del maniero.

 

Torre Guaceto, l’ex postazione dell’Aeronautica verrà abbattuta: l’area tornerà alla natura
Da brindisireport.it del 12 febbraio 2026

La Regione Puglia ha ammesso a finanziamento il progetto Repair con il quale il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto abbatterà l’ex distaccamento dell’Aeronautica

 

CAROVIGNO - La Regione Puglia ha ammesso a finanziamento il progetto Repair con il quale il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto abbatterà l’ex distaccamento dell’Aeronautica e ripristinerà la naturalità dell’area. Il Piano di intervento redatto dall’ente è quello che ha ottenuto il punteggio più alto tra le proposte al vaglio dell’Autorità.

“Con questo progetto segneremo una svolta epocale per la riserva di Torre Guaceto – ha dichiarato il presidente del Consorzio di Gestione dell’area protetta, Rocky Malatesta -, ringraziamo chi ci ha permesso di arrivare a questo traguardo tanto agognato. L’Aeronautica Militare, che ha sin dall’inizio approvato e sostenuto questa iniziativa, la Regione Puglia che ha messo a disposizione risorse dedicate al recupero del territorio in ambito ambientale e gli esperti che hanno elaborato la proposta che ha ottenuto questo risultato straordinario. Restituiremo presto quella bellissima spiaggia alla natura e alla libera fruizione dei nostri concittadini e visitatori”.

La situazione attuale

La struttura militare, costruita intorno agli anni ‘70 nella fascia di costa posta all’estremo nord dell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, istituita nel 1991, ha causato l’alterazione del sistema dunale. La realizzazione di alcune opere di difesa costiera (scogliera di massi calcarei e blocchi di calcestruzzo posti a protezione della spiaggia), anziché tutelare la stessa, ne ha causato una fortissima erosione.
A causa dei fenomeni erosivi progressivi, oggi la linea di riva risulta oggi molto prossima alle strutture esistenti, aumentando la vulnerabilità del sito all’azione del mare e del vento. Dal punto di vista ecologico, l’area risulta priva della vegetazione e degli habitat che costituiscono gli elementi distintivi della naturalità del sistema dunale della riserva. Inoltre, il sito è interessato dalle nidificazioni delle tartarughe marine Caretta caretta, dato che aumenta ulteriormente la necessità di ripristino della naturalità del luogo.

 

Il progetto Repair

Il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto eliminerà le infrastrutture dismesse ed  i relativi detrattori paesaggistici. Sgombrata l’area, lavorerà per ristabilire e le dinamiche ecologiche originarie e rafforzare i cicli naturali del suolo, dell’acqua e della biodiversità paesaggistici, con l’obiettivo di restituire continuità visiva e funzionale al paesaggio e migliorare la qualità percettiva e ambientale della riserva, la rinaturalizzazione della fascia costiera. L’obbiettivo sarà raggiunto con il ripristino del cordone dunale, mediante l’impiego di accumuli compattati di foglie di posidonia spiaggiate e la piantumazione di ginepri.

Il finanziamento

Il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto ha redatto il progetto Repair e lo ha  candidato all’Avviso pubblico per la selezione di proposte progettuali di riqualificazione ecologica della fascia costiera a valere sull’ Azione 2.13 sub Azione 2.13.1 del Pr Puglia Fesr-Fse+2021-2027. Nelle ultime ore, il Dipartimento Ambiente, Paesaggio e Qualità Urbana della Regione bPuglia ha appena determinato all’ammissione a finanziamento del progetto del Consorzio assegnandogli il punteggio più alto rispetto alle numerose proposte avanzate da altrettanti enti regionali. Ora sarà dato avvio alle procedure burocratiche del caso che porteranno alla realizzazione degli interventi.

Il sostegno dell’Aereonautica Militare

Il primo passo per la rinaturalizzazione dell’area è stato il confronto con lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare che, ascoltata la proposta del Consorzio, ha dato la disponibilità dell’area all’ente, al fine di riportare il sito alla natura

 

Il tunnel della Seconda Guerra Mondiale: un viaggio nel cuore segreto della Rocca
Da conoscimilano.it del 11 febbraio 2026

 

Tra i luoghi meno conosciuti ma più affascinanti di Gibilterra ci sono i tunnel della Seconda Guerra Mondiale, un intricato sistema di gallerie scavate nella Rocca. Questi tunnel rappresentano un vero e proprio viaggio nella storia militare europea, offrendo una prospettiva unica su come la strategia, l’ingegno e la geografia abbiano plasmato la difesa di Gibilterra.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Gibilterra aveva un ruolo strategico cruciale per il controllo del Mediterraneo. La Rocca fu trasformata in una fortificazione impenetrabile, con tunnel, postazioni di artiglieria e depositi sotterranei per armi e rifornimenti. L’obiettivo era proteggere il territorio dalle forze dell’Asse e garantire il passaggio sicuro delle flotte alleate. Oggi, i tunnel aperti al pubblico permettono di esplorare questi passaggi sotterranei e comprendere la complessità dell’opera. L’architettura militare è sorprendente: alcune gallerie si estendono per chilometri, con corridoi, sale di comando, ospedali e magazzini. Camminare al loro interno significa immedesimarsi nella vita dei soldati, nelle difficoltà quotidiane e nelle scelte strategiche che segnarono il destino della città.

Le visite guidate ai tunnel offrono dettagli storici, raccontando le vicende dell’assedio e le innovazioni ingegneristiche necessarie per scavarli in condizioni difficili. L’umidità, la roccia viva e i corridoi stretti creano un’esperienza immersiva, che consente di percepire l’intensità del periodo bellico. Alcune gallerie ospitano anche mostre fotografiche e reperti originali, che completano la narrazione storica.

Un elemento particolarmente interessante è la connessione tra i tunnel e le batterie di artiglieria posizionate sulla Rocca. Attraverso passaggi nascosti, era possibile muovere armi e rifornimenti in sicurezza, proteggendoli dai bombardamenti. Questo sistema di collegamenti sotterranei dimostra l’ingegno militare britannico e l’importanza strategica di Gibilterra durante il conflitto.

Per i visitatori, l’esperienza dei tunnel è sia educativa che emozionante. La sensazione di camminare sotto la roccia, accompagnati da racconti di guerra, rende tangibile la storia, lontana dalla semplice lettura di un libro. Inoltre, la visita può essere combinata con i percorsi panoramici sulla Rocca, offrendo un contrasto tra la serenità dei panorami esterni e l’intensità delle gallerie sotterranee.

La conservazione dei tunnel è stata curata negli anni per permettere un turismo sostenibile e sicuro. Segnaletica, illuminazione e guide esperte garantiscono che ogni visitatore possa godere della visita senza rischi, rispettando al contempo la memoria storica del luogo. Alcuni tunnel minori sono ancora inaccessibili, preservando così la loro autenticità e il valore storico. In conclusione, i tunnel della Seconda Guerra Mondiale di Gibilterra sono una tappa imperdibile per chi vuole scoprire la città oltre il turismo tradizionale. Offrono una prospettiva unica sulla strategia, l’ingegno e la vita dei soldati che difesero lo stretto durante il conflitto, rendendo la Rocca non solo un simbolo naturale, ma anche un custode di storia e memoria

 

Denti di drago e silenzi di ghiaccio: trekking alla scoperta del segreto militare custodito dal Pian dei Morti
Da sportoutdoor24.it del 11 febbraio 2026

Foto Llorenzi

 

Di Serena Proietti Colonna

Tra le vette della Val Venosta resiste una barriera militare d'alta quota fatta di sbarramenti anticarro rari e bunker sotterranei, un percorso storico che unisce Italia e Austria sopra il Lago di Resia

A circa 2400 metri di altitudine, la sella naturale che sovrasta la Val Venosta ospita una delle strutture difensive più singolari della Seconda Guerra Mondiale. Parliamo delle opere fortificate del Pian dei Morti, sistema voluto da Mussolini per proteggere i confini settentrionali. Questi blocchi di calcestruzzo, parzialmente interrati o mimetizzati tra le rocce, formavano una barriera anticarro composta da centinaia di tronchi di larice conficcati nel terreno e ricoperti di cemento. Una linea che aveva l’obiettivo di ostacolare l’eventuale avanzata di mezzi pesanti attraverso i valichi alpini.

Chiamati anche “denti di drago” perché descrivono perfettamente le file di ostacoli che spuntano dal terreno, facevano parte dell’intero Vallo Alpino del Littorio, che i soldati italiani avevano soprannominato scherzosamente la linea “Non-mi-fido” (sì, l’alleanza con la Germania nazista appariva già allora fragile). Molte delle strutture rimasero incomplete o inutilizzate, trasformandosi col tempo in giganti grigi avvolti dal silenzio della montagna.

Oggi queste protuberanze grigie sfoggiano una conservazione sorprendente grazie al clima rigido che ha mantenuto intatti i profili delle feritoie e i camminamenti interni. E visitarli consente di osservare da vicino l’ingegneria militare d’altri tempi, situata in un punto strategico che domina visivamente l’intero bacino di Resia.

La vita segreta dei bunker nel granito

Le strutture dello sbarramento comprendono 9 casermette e diverse opere modellate nella roccia. L’Opera 20 costituisce l’esempio più impressionante di architettura sotterranea. Si tratta di un sistema di gallerie provviste di feritoie rivolte verso la sella alpina, progettato per ospitare truppe della Guardia alla Frontiera. All’interno ci sono ancora i resti dei locali tecnici e dei ricoveri in cui i fanti vivevano in condizioni di isolamento estremo.

Queste fortezze silenziose mantengono una temperatura costante e rigida che consente di proteggere le cupole in acciaio che emergono dal prato. Con un po’ di attenzione, si possono notare i segni lasciati dai fulmini che negli anni hanno colpito le vette.

Tra le vette della Val Venosta resiste una barriera militare d'alta quota fatta di sbarramenti anticarro rari e bunker sotterranei, un percorso storico che unisce Italia e Austria sopra il Lago di Resia

Un biotopo d’alta quota protetto

Ma non è di certo tutto, perché la particolarità geografica del pianoro ha permesso lo sviluppo di una torbiera alpina di sella, un ecosistema rarissimo a tale altitudine. Il terreno, infatti, accumula umidità creando piccoli specchi d’acqua scura e profonda che ospitano la “Drosera rotundifolia“, una pianta carnivora tipica delle zone paludose. Il contrasto tra la rigidità delle linee militari e la delicatezza dei pennacchi bianchi (Eriophorum) che oscillano al vento rende l’atmosfera surreale.
Tale area gode di una tutela speciale per via della biodiversità vegetale. La conservazione del sito dipende dal fragile equilibrio idrico del suolo, che rimane intatto nonostante la presenza delle massicce fondamenta in calcestruzzo. Camminando lungo il perimetro delle difese, si nota la riappropriazione della natura: i muschi e i licheni ricoprono lentamente le feritoie, trasformando strumenti di morte in sculture organiche integrate nel fianco della montagna.

Coordinate per l’esplorazione e la Triplice Frontiera

Per raggiungere questo particolare altopiano, il punto di partenza ideale si trova presso la stazione a monte della cabinovia Bergkastel, sopra il borgo tirolese di Nauders. Da quel versante il percorso si sviluppa in falsopiano, rendendo la visita accessibile anche a chi possiede un allenamento moderato. In alternativa, dal lato italiano, la salita inizia da Curon Vecchia, l’abitato noto per il campanile che spunta dal lago (attenzione perché il dislivello è maggiore e servono gambe ben allenate).

Il culmine del tragitto coincide con il cippo confinario numero 1. Questo monumento in pietra indica l’esatta intersezione tra i confini di Stato di Italia, Austria e Svizzera. Guardando verso sud, lo sguardo abbraccia l’intero bacino idrico di Resia e le cime perennemente innevate del Gruppo dell’Ortles-Cevedale. La posizione strategica permetteva ai soldati di sorvegliare l’intera valle, mentre oggi regala agli escursionisti un panorama a 360 gradi che spazia dalle vette della Valle Engadina fino alle Dolomiti di Sesto.

 

Cavallino Treporti, Forte Vecchio, parte il confronto tra Comune e Demanio
Da voitg.net del 10 febbraio 2026

L’amministrazione comunale di Cavallino-Treporti ha avviato un tavolo di confronto con l’Agenzia del Demanio per definire in modo chiaro e condiviso il futuro dei beni demaniali presenti sul territorio, a partire dal Forte Vecchio. Un passaggio istituzionale rilevante che si inserisce in una progettualità già avviata, legata alla valorizzazione del patrimonio storico della Grande Guerra e della “Via dei Forti”.

L’incontro, promosso dalla sindaca Roberta Nesto, ha aperto un dialogo costruttivo per chiarire lo stato dei beni, approfondire le iniziative in corso e impostare un percorso condiviso. In particolare, è stato attivato un tavolo operativo dedicato al Forte Vecchio, con l’obiettivo di affrontare in modo strutturato le fasi di studio, progettazione e reperimento delle risorse necessarie.

Durante il confronto, l’amministrazione ha ribadito la propria visione, maturata attraverso l’esperienza del restauro e della gestione di Batteria Pisani, un modello che unisce tutela storica, funzione culturale e piena fruibilità pubblica. Un approccio che si intende estendere alle altre fortificazioni, inserendole in un sistema di museo diffuso all’aperto, coerente con l’identità storica e territoriale di Cavallino-Treporti.

«Il Forte Vecchio è un bene storico vincolato e deve rimanere pubblico e accessibile – sottolinea la sindaca Nesto –. Il nostro territorio è nato attorno alla funzione difensiva di Venezia e queste strutture devono continuare a raccontare la nostra storia, senza essere snaturate». Esclusa, quindi, qualsiasi ipotesi di destinazione a strutture turistiche private.

È emersa anche la complessità dell’intervento, con una riqualificazione del Forte Vecchio che richiede un investimento stimato in oltre 20 milioni di euro, non sostenibile dal solo Comune. Per questo l’amministrazione chiede l’inserimento dell’opera tra le compensazioni legate al Mose e valuta l’accesso a bandi specifici per la rigenerazione dei siti storici.

 

Nuova luce per un simbolo della Valcanale: Fort Hensel ora è illuminato
Da friulioggi.it del 10 febbraio 2026

Di Alessia Pilotto

 

Da presidio bellico a riferimento storico “illuminato” per l’intera vallata: Fort Hensel, l’imponente sentinella progettata dal capitano del Genio Friedrich Hensel sul promontorio dello Tschalawài in epoca napoleonica, è tornato a essere protagonista del paesaggio notturno della Valcanale. Dopo oltre un secolo dalla sua capitolazione, le rovine del forte — segnate dai duemila colpi di grosso calibro ricevuti nell’estate del 1915 — sono ora visibili a grande distanza grazie a un nuovo impianto di illuminazione.

L’operazione, portata avanti dal Comune di Malborghetto Valbruna, ha richiesto un investimento complessivo di 345 mila euro. La quota principale, pari a 264 mila euro, è stata garantita dalla Regione Friuli Venezia Giulia tramite i fondi di concertazione. Il resto della spesa è stato coperto da fondi comunali (20 mila euro) e da un contributo di 59 mila euro della Comunità di Montagna, derivante dai fondi destinati alla minoranza slovena.

L’intervento non è stato privo di ostacoli burocratici. Per procedere, l’amministrazione comunale ha dovuto gestire il rinnovo della concessione del forte con l’Agenzia del Demanio e ottenere il via libera dalla Soprintendenza (Ministero delle Attività Culturali). Una condizione necessaria per lo sblocco dei fondi regionali è stata inoltre la collaborazione progettuale con un Comune limitrofo.

Il recupero dell’area

Prima di installare i punti luce, si è reso necessario un massiccio intervento di pulizia. Le mura del forte erano state negli anni coperte da una fitta vegetazione spontanea: il diradamento di arbusti e cespugli è stato eseguito dai volontari della squadra “Boscadors” della Protezione Civile dell’ANA, coordinati dall’assessorato competente.

I lavori.

Il progetto illuminotecnico è stato curato dallo Studio Tea di Stefano Toscani e dallo studio veneziano TA srl dell’architetto Alberto Torsello, professionisti con esperienza nel trattamento di beni storici. I lavori sono stati affidati all’impresa Friulana Costruzioni di Sedegliano.

Con l’accensione dell’impianto, le rovine del forte — testimonianza della capitolazione avvenuta 110 anni fa sotto i tiri dell’artiglieria italiana — diventano un elemento fisso nel panorama notturno della valle, sottraendo il sito al buio e all’abbandono in cui versava dal primo dopoguerra

 

Castello Svevo di Barletta: guida al “Gigante di Pietra” affacciato sull’Adriatico
Da viaggiando-italia.it del 10 febbraio 2026

C’è un momento preciso, quando si cammina lungo la litoranea di Barletta, in cui l’azzurro del mare Adriatico cede il passo al bianco abbacinante della pietra calcarea. È qui che si erge, maestoso e quasi solenne, il Castello Svevo di Barletta. Non è solo una fortezza; è un libro di storia a cielo aperto, un guardiano silenzioso che da secoli osserva l’orizzonte, raccontando storie di imperatori, cavalieri e leggendarie sfide.

Se state cercando il cuore pulsante della Puglia Imperiale, siete nel posto giusto. Preparatevi a perdere la cognizione del tempo tra bastioni a punta di diamante e cortili che sembrano sospesi in un’altra epoca.

Un Viaggio nel Tempo: Dagli Svevi agli Spagnoli

Entrare nel Castello Svevo di Barletta significa attraversare stratificazioni di secoli. Sebbene il nome richiami immediatamente la figura leggendaria di Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, la struttura che ammiriamo oggi è il risultato di continue evoluzioni. Originariamente nucleo normanno, fu Federico II a trasformarlo in una dimora imperiale durante il XIII secolo. Ma furono gli spagnoli, sotto Carlo V, a conferirgli l’attuale aspetto di fortezza inespugnabile, aggiungendo i quattro imponenti bastioni angolari che lo rendono uno dei migliori esempi di architettura militare in Italia. Passeggiando lungo il fossato – oggi trasformato in un curatissimo giardino – si percepisce tutta la potenza difensiva di questo colosso.

Cosa vedere assolutamente

•Il Busto di Federico II: All’interno del Museo Civico ospitato nel castello, potrete ammirare l’unico ritratto scultoreo superstite (e autentico) dell’Imperatore. Uno sguardo fiero che sembra ancora governare le terre di Puglia.
•Il Lapidarium: Una collezione di stemmi, iscrizioni e frammenti architettonici che narrano la vita quotidiana della città nei secoli passati.
•I Sotterranei: Luoghi carichi di mistero dove un tempo venivano stipate le munizioni e dove, si dice, il respiro della storia sia più forte che altrove.

Informazioni Utili per la Visita

Organizzare una visita al Castello Svevo di Barletta è semplicissimo, poiché la struttura si trova a pochi passi dal centro storico e dalla celebre statua del Colosso (Eraclio).

•Orari: Solitamente aperto dal martedì alla domenica (09:00 – 19:00 nel periodo estivo, con chiusura anticipata in inverno). Vi consiglio di visitarlo al tramonto: la pietra si tinge di rosa, regalando scatti fotografici indimenticabili.
•Biglietti: Il costo è contenuto (circa 6€), ma esistono riduzioni per studenti e over 65.
•Sito Ufficiale: Per aggiornamenti su mostre temporanee o eventi speciali, consultate il portale del Comune di Barletta, dove troverete le ultime novità istituzionali.

Curiosità e Leggende: La Disfida e non solo

Non si può parlare di Barletta senza citare la Disfida del 1503. Sebbene lo scontro epico tra 13 cavalieri italiani e 13 francesi si sia svolto nelle campagne vicine, il Castello fu il quartier generale e lo scenario dei preparativi. Ogni anno, a settembre, la città rievoca l’evento con sfilate in costume che partono proprio dal ponte levatoio della fortezza.

Sapevate che…? Molti visitatori giurano di sentire echi di antiche battaglie nei pressi del bastione di San Vito. Che sia suggestione o memoria delle pietre, l’atmosfera è elettrizzante.

Perché visitare il Castello Svevo di Barletta oggi?

In un mondo che corre veloce, il Castello di Barletta invita alla lentezza. È il luogo ideale per chi ama la fotografia, per le famiglie che vogliono far vivere ai bambini un’avventura da cavalieri e per i viaggiatori solitari in cerca di ispirazione. La vista dal camminamento di ronda, con il porto da un lato e i tetti della città vecchia dall’altro, è un’esperienza che riconnette con la bellezza autentica dell’Italia del Sud.
Il Castello Svevo di Barletta non è solo un monumento; è un’emozione di pietra che aspetta solo di essere vissuta.

 

Cina. Le isole artificiali del Mar Cinese Meridionale
Da notiziegeopolitiche.net del 10 febbraio 2026

Le isole artificiali del Mar Cinese Meridionale una nuova sovranità silenziosa.

Foto: Depositphotos

Di Elena Tempestini

Nel cuore del Mar Cinese Meridionale esiste una geografia che non nasce dalla lentezza della natura ma dalla volontà strategica dalla capacità industriale e da una visione militare di lunghissimo periodo ed è una geografia che cresce senza clamore lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica globale ma capace di ridisegnare l’equilibrio navale del pianeta perché le isole artificiali costruite dalla Cina non sono infrastrutture isolate bensì elementi di un sistema militare integrato che unisce superficie sottosuolo mare profondo e spazio aereo.

L’arcipelago più emblematico resta quello delle “Spratly Islands” un insieme di scogli e barriere che per secoli non avevano alcun valore strategico reale e che oggi costituiscono una rete avanzata di basi aeronavali capaci di sostenere operazioni continue grazie a piste di atterraggio lunghe quanto quelle delle basi continentali depositi sotterranei di carburante installazioni radar a lungo raggio e sistemi missilistici che coprono gran parte del Mar Cinese Meridionale trasformando un’area teoricamente aperta in uno spazio costantemente osservato e potenzialmente negabile a qualunque forza avversaria.

La nascita di queste isole è un atto militare prima ancora che ingegneristico perché il dragaggio dei fondali e la deposizione di sedimenti su reef sommersi non serve solo a creare terra emersa, ma a generare piattaforme stabili per sensori armi e logistica, ogni metro quadrato sottratto al mare diventa immediatamente profondità strategica avanzata riducendo la distanza operativa tra la costa cinese e le rotte internazionali.

Accanto alle Spratly ci sono le Paracel Islands che rappresentano il livello già consolidato di questa strategia un laboratorio precedente dove la militarizzazione è ormai normalizzata e dove le basi funzionano come nodi di comando e controllo collegati in tempo reale con il continente e con le forze navali in pattugliamento continuo.

Ma questa espansione non è solo militare perché è anche giuridica o meglio giuridicamente ambigua poiché il diritto internazionale del mare non era stato concepito per un’epoca in cui uno Stato potesse fabbricare territorio dal nulla e farlo su scala industriale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare distingue infatti tra isole naturali e strutture artificiali attribuendo solo alle prime la possibilità di generare zone economiche esclusive e diritti marittimi estesi ma nella pratica la presenza fisica permanente di queste isole artificiali crea fatti compiuti che nel tempo tendono a essere normalizzati soprattutto quando sono sostenuti da capacità militari tali da rendere ogni contestazione puramente teorica. Il diritto viene così superato non frontalmente ma lateralmente perché nessuna norma viene formalmente abolita ma viene svuotata dalla realtà sul terreno o meglio sul mare e ciò che nasce come struttura artificiale finisce per comportarsi come un’isola sovrana con porti piste difese e continuità operativa producendo una zona grigia giuridica che paralizza le reazioni internazionali e rende inefficace qualsiasi arbitrato. Il vero cuore oscuro di questo sistema non è visibile dalle immagini satellitari delle isole artificiali bensì si trova più a nord sull’isola di Hainan che non è artificiale ma è stata trasformata in una delle più sofisticate piattaforme militari marittime del mondo perché lungo la sua costa meridionale si trova il complesso navale di Yulin un sistema di basi sotterranee scavate nella roccia con accessi diretti al mare attraverso grotte sottomarine dalle quali i sottomarini nucleari lanciamissili balistici possono entrare e uscire senza essere individuati. Queste caverne rappresentano un salto qualitativo decisivo, consentendo alla Cina di garantire la sopravvivenza della propria forza nucleare sottomarina e collegando le isole artificiali avanzate a una retrovia strategica invisibile protetta e profondamente integrata con la deterrenza nucleare nazionale. Le isole artificiali non sono avamposti isolati ma estensioni periferiche di un sistema che parte da Hainan si proietta verso sud attraverso Spratly e Paracel e crea una sorta di bastione marittimo continuo all’interno del quale le unità navali e sottomarine possono operare sotto copertura radar aerea e missilistica riducendo drasticamente la libertà di manovra delle flotte avversarie.

Dal punto di vista militare il valore di queste isole risiede nella loro funzione di moltiplicatore di presenza perché non servono a lanciare un attacco immediato ma a rendere costosa rischiosa e incerta qualunque operazione ostile creando una zona grigia permanente in cui la superiorità tecnologica occidentale perde parte del suo vantaggio. Il tempo gioca a favore di questa strategia, ogni anno che passa le basi vengono rafforzate normalizzate e integrate mentre la comunità internazionale continua a discuterne come se fossero anomalie temporanee quando in realtà sono elementi strutturali destinati a restare e a plasmare il futuro della competizione navale globale.iò che rende questo modello particolarmente efficace è la sua natura non spettacolare perché non occupa città non rovescia governi non produce immagini di guerra ma costruisce lentamente una architettura militare e giuridica che controlla spazi enormi senza dichiararli apertamente come zone di esclusione ed è proprio questa discrezione a renderla strategicamente devastante.

Le isole artificiali del Mar Cinese Meridionale insieme alla base sottomarina di Hainan mostrano come la potenza militare contemporanea non abbia più bisogno di avanzare frontalmente ma possa crescere lateralmente dal mare verso il mare creando territori funzionali che non esistono sulle mappe tradizionali ma che determinano chi può muoversi chi può osservare chi può contestare e chi invece deve arretrare. E proprio qui prende forma una guerra che non assomiglia più alla guerra perché non dichiara ostilità non mobilita eserciti di massa non produce shock immediati ma accumula lentamente sovranità fino a rendere irrilevante ogni possibile opposizione una guerra che non conquista ma sedimenta e che trasforma il tempo in un’arma strategica.

La sovranità in questo contesto non viene proclamata ma esercitata quotidianamente attraverso la presenza continua l’uso operativo dello spazio marittimo e la protezione armata di ciò che è stato costruito trasformando il mare da spazio comune in spazio funzionalmente posseduto. È una guerra senza battaglie e senza vincitori immediati che avanza per accumulazione silenziosa sfruttando il fatto che il sistema internazionale reagisce agli eventi ma fatica a riconoscere i processi e che ciò che cresce lentamente tende a essere tollerato fino a diventare irreversibile. In questo senso le isole artificiali del Mar Cinese Meridionale non sono solo basi ma strumenti di una nuovaforma di dominio che non impone ma stabilizza che non invade ma resta e che dimostra come in quest’epoca il controllo globale passi sempre più spesso da ciò che nessuno decide di fermare in tempo. E così il mare, il grande velo blu che per secoli è stato simbolo di libertà di movimento diventa il luogo ideale di una conquista che non fa rumore non produce rovine ma ridisegna il mondo un metro cubo di sabbia alla volta.

* Articolo in mediapartnership con Nuovo Giornale Nazionale.

 

Ordigno bellico ritrovato in centro a Treviso, intervengono gli artificieri
Da rainews.it del 10 febbraio 2026

La bomba, probabilmente risalente alla Seconda Guerra Mondiale, è stata ritrovata a ridosso della cinta muraria nei pressi del ponte della Pria

La scoperta

Un ordigno, risalente con tutta probabilità alla Seconda Guerra Mondiale, è stato ritrovato nella mattinata di martedì 10 febbraio alla base di uno dei ponti storici del centro di Treviso.
La bomba è stata scoperta a ridosso della cinta muraria, nei pressi del ponte della Pria, a pochi passi dall'area in cui si svolge il consueto mercato del martedì. Sul posto sono intervenute alcune pattuglie della sezione Volanti della Questura di Treviso e degli esperti artificieri da Venezia.
A loro spetta il compito di decidere se far evacuare i residenti della zona, in un raggio abbastanza ristretto, per il tempo necessario alla rimozione dell'ogiva.

Il bombardamento del 7 aprile 1944

Nel 1944, Treviso è stata oggetto di pesanti bombardamenti angloamericani, il più distruttivo dei quali avvenne il 7 aprile, provocando la morte di circa 1600 civili.

 

“Torri e fortificazioni tra Marche e Abruzzo”, a Centobuchi il convegno di Alchimie d’Arte
Da ilgraffio.online del 9 febbraio 2026

Interverranno gli studiosi Luigi Rossi, Furio Cappelli, Stefania Pompeo, Gino Troli, Vincenzo Mascaretti e Carminio Spinucci, che offriranno un’analisi approfondita delle torri costiere e dei sistemi di difesa anticorsara tra Adriatico centrale e meridionale –

MONTEPRANDONE – Riprende con un appuntamento di grande spessore culturale l’attività storico-artistica dell’associazione Alchimie d’Arte. Sabato 21 febbraio, alle ore 17, presso il Teatro del Centro Pacetti di Centobuchi, si terrà il convegno dal titolo “Torri e fortificazioni costiere e anticorsare tra Marche e Abruzzo”, dedicato allo studio e alla valorizzazione del patrimonio difensivo delle due regioni. L’evento si avvale del patrocinio del Comune di Monteprandone, della Regione Marche, della Regione Abruzzo e della Deputazione di Storia Patria per le Marche, a testimonianza dell’alto valore storico e divulgativo dell’iniziativa. La serata sarà presentata da Domenico Parlamenti, presidente di Alchimie d’Arte, insieme a Enrica Consorti, responsabile artistica dell’associazione. Interverranno numerosi e autorevoli studiosi: Luigi Rossi, Furio Cappelli, Stefania Pompeo, Gino Troli, Vincenzo Mascaretti e Carminio Spinucci, che offriranno un’analisi approfondita delle torri costiere e dei sistemi di difesa anticorsara tra Adriatico centrale e meridionale. Arricchirà il pomeriggio anche un momento musicale con la presenza di Marco Pietrzela, musicista, scrittore e autore del volume “I musicisti Piceni tra il XVIII e il XXI secolo”, che eseguirà brani medievali, creando un suggestivo dialogo tra musica e storia. Durante l’evento esporrà l’artista Tiziana Marchionni, con una selezione di dipinti a tema sulle torri, mentre la Biblioteca “Filippo Ascenzi – Antonio Ciccarese” della Fondazione Hispano-Latina di Colli del Tronto collaborerà con una mostra filatelica a tema, ampliando ulteriormente il percorso culturale proposto al pubblico. L’iniziativa si avvale inoltre della collaborazione di Avis Monteprandone e Auser Insieme Monteprandone, con il sostegno degli sponsor Farmacia San Giacomo di Fabrizio Roncarolo e Code Service di Lino Damiani. L’ingresso è libero e gratuito. Per informazioni: 328 5546583 (anche WhatsApp).

Luigi Rossi: Laureato in Lettere all’Università di Urbino con specializzazione in Storia Moderna ha insegnato negli Istituti d’istruzione secondaria. É stato “cultore della materia” e coadiutore didattico di Storia Economica presso la Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche di Ancona e ricercatore presso il Centro Sammarinese di Studi Storici dell’Università di San Marino. É componente fin dalla sua costituzione del Centro Studi sul Folklore Piceno. Si occupa di ricerca storica a livello locale e nazionale, soprattutto nell’ambito economico e sociale. E’ Socio della Deputazione di Storia Patria per le Marche, collabora a numerose riviste e fa parte della direzione della rivista “Marca/Marche”.

Furio Cappelli: storico dell’arte medievale. Si è laureato nel 1997 con il prof. Pierluigi De Vecchi presso l’Università di Macerata, e ha conseguito nel 2002 il titolo di Dottore di ricerca in Storia dell’arte presso l’Università di Perugia. A partire dal 1994, ha legato il suo nome a 12 volumi in veste di autore, collaboratore o curatore, e ha realizzato 30 contributi specialistici pubblica su riviste di settore o su opere collettanee. È deputato della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Mantiene rapporti di collaborazione con la Fondazione Federico II di Jesi, con il Centro Studi Storici Maceratesi e con l’Istituto Superiore di Studi Medievali “Cecco d’Ascoli”.

Carminio Spinucci e Vincenzo Mascaretti: Carminio Spinucci, architetto libero professionista, è nato e vive a Grottammare. Vincenzo Mascaretti, appassionato di storia locale, è nato a Ripatransone e risiede a Grottammare. Insieme hanno scritto i seguenti libri: “Grottammare nella memoria. Storia, immagini e ricordi del nuovo incasato. (1780-2002)”; “Grottammare e il Cuprae Fanum. Antichità picene romane e medievali con Opposizioni di Fra’ Cipriano”; “Grottammare e dintorni. Percorsi obbligati. Miscellanea di studi storici ed archeologici – Vol. I”; “Grottammare e dintorni. Percorsi obbligati. Miscellanea di studi storici ed archeologici – Vol. II”; “Gli Ottomani in Adriatico – Pirati e Corsari Turchi tra XV e XIX secolo. La costa adriatica nel Kitab-i Bahriye di Piri Reis”; “Sixtus V Pont Max Picenus – Storie note e meno note alla luce di nuovi documenti. Gli Incontri dell’Academia Sixtina”.

Stefania Pompeo: Laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose, è docente di Lettere e Fiduciaria, presso la Scuola Secondaria di Primo Grado di Nereto. Membro dell’Istituto Abruzzese di Ricerche Storiche Teramo e della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, nonché dell’Associazione Culturale Alchimie D’Arte, si occupa di ricerca storica locale, scrive libri ed è autrice di diversi articoli, relativi alle sue ricerche, pubblicati su Riviste di Storia Regionale, quali la “Rivista Abruzzese” di Lanciano, “Aprutium”, di Teramo, “Marca Marche”, di Fermo, Abruzzo D’Autore, Quaderni Meridionali, Contributi e Ricerche e Historica Edizioni. Il 24 maggio 2025 ha ricevuto a L’Aquila il Premio Agape, riconoscimento per la sua profondità di pensiero, l’impegno culturale e sociale, nell’ambito del III Convegno Internazionale “Il valore della poesia nella contemporaneità: tra letteratura, arti, psicoanalisi e società”, intitolato alla memoria del Prof. Mario Pazzaglia, celebre autore dell’Antologia della Letteratura italiana.

Gino Troli: È nato a San Benedetto del Tronto il 16 ottobre 1953 dove vive e risiede. Si è laureato in Lettere Moderne nel 1978 e ha subito iniziato una collaborazione con l’Università di Economia di Ancona occupandosi di storia economica; è stato nel 1983 e nel 1984 professore a contratto presso la stessa università tenendo un corso di “Storia Economica delle Marche”. Dal 1995 al 2000 entra nella Giunta Regionale con l’incarico di Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e Diritto allo Studio, Sport e Caccia, Politiche Giovanili. Dal 2004 è presidente dell’AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali) e si occupa in questo ruolo della politica teatrale nella regione Marche con particolare attenzione ai temi della programmazione, della promozione del pubblico e del rapporto tra Amat e Enti pubblici nelle Marche. Attualmente è Presidente del Circolo dei Sambenedettesi.

 

L’opaca rete globale di basi statunitensi
Da rsi.ch del 9 febbraio 2026

La potenza militare degli Stati Uniti si basa anche sulle centinaia di installazioni militari sparse per il mondo, molte delle quali costruite in gran segreto

 

Di: Cédric Guigon (RTS)/sf

 

La potenza militare degli Stati Uniti non si misura unicamente attraverso le sue forze armate. Si fonda anche su un vasto sistema di basi all’estero, la cui reale estensione rimane difficile da definire. Un rapporto del Congresso statunitense parla di 128 basi all’estero, situate in 51 Paesi.

Ma per molti esperti questa cifra è largamente sottostimata. David Vine, ex professore di antropologia alla American University di Washington, segue l’evoluzione di queste installazioni da 25 anni e stima il loro numero tra 750 e 800 siti, distribuiti in tutto il mondo.

“Le loro dimensioni variano: alcune basi sono grandi quanto città, come in Germania, Italia, Giappone e Corea del Sud, mentre altre sono molto più piccole. Inoltre la base aerea di Aviano in Italia, ad esempio, non è un’unica entità, è suddivisa in 7 o 8 siti diversi”, spiega. La più grande base statunitense all’estero è Camp Humphreys a Pyeongtaek, in Corea del Sud, e ospita oltre 40’000 residenti, con scuole, cinema e un campo da golf.

La rete globale delle basi militari statunitensi (Tout un monde, RTS, 29.01.2026)

Numerose infrastrutture militari vengono inoltre costruite in gran segreto, con radar, prigioni militari e postazioni per operazioni speciali. “Ci sono sempre più basi statunitensi nascoste o integrate all’interno delle stesse installazioni militari del Paese ospitante”, precisa Vine.

Questa strategia mira a occultarne la presenza, talvolta persino al Congresso americano o alla popolazione locale. “Una parte di questo dispositivo sfugge così al controllo democratico. È anche uno dei motivi per cui queste basi si trovano spesso in Paesi poco democratici, come quelli attorno al Golfo Persico, in alcune nazioni del Medio Oriente, dell’Africa o dell’Asia”.

Un’espansione nata dalla Guerra fredda

Il dispiegamento militare americano prende slancio dopo la Seconda guerra mondiale. Il 12 marzo 1947, il presidente Harry Truman presenta la sua dottrina davanti al Congresso. “La politica degli Stati Uniti deve mirare a sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di asservimento”, dichiara in quell’occasione.

A partire dagli anni Cinquanta, Washington costruisce centinaia di basi in tutto il mondo per contrastare l’Unione sovietica. La rete evolve poi in funzione degli eventi e dei costi del mantenimento delle truppe: si espande con le guerre del Vietnam e di Corea, si riduce con il crollo sovietico, si ridispiega in edio Oriente dopo gli attentati dell’11 settembre o nel nord dell’Europa con la guerra in Ucraina.

“Gli Stati Uniti amano considerarsi i gendarmi del mondo, con le loro basi militari che fungono da commissariati su scala internazionale. Ma queste basi hanno anche un ruolo umanitario, come durante lo tsunami del 2004 nell’Oceano indiano, quando la base navale di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, servì da punto d’appoggio per i soccorritori”, rileva David Silbey, storico militare della Cornell University.

Accordi opachi

La maggior parte delle basi ufficiali nasce da accordi bilaterali, in particolare nel quadro della NATO o di vari trattati di cooperazione militare. Ma una certa opacità circonda la reale natura di questi accordi. Così, alcuni Paesi come Giappone, Kuwait o Corea del Sud pagano per ospitare basi americane. Altri, come Gibuti, vengono invece remunerati per mettere a disposizione un sito militare in una posizione strategica nel Corno d’Africa.

“Accordi commerciali sono collegati alla presenza di basi militari statunitensi all’estero”, osserva David Vine. Spesso l’installazione di queste strutture è accompagnata da vendite di armamenti.

Questa presenza militare è stata a lungo presentata come una protezione gratuita. Una percezione in parte giustificata durante la Guerra fredda, ma spesso sopravvalutata, secondo gli esperti.

Una leva di influenza politica

Le basi funzionano come uno strumento di potere. David Vine riporta le parole di un alto funzionario americano: avere una portaerei al largo delle coste rafforza la posizione durante negoziati commerciali. “Una base militare statunitense sul territorio di un Paese conferisce un potere analogo ai responsabili del Governo americano”, spiega il ricercatore.

Quanto all’obiettivo dichiarato di basi a vocazione difensiva, il bilancio è discutibile: negli ultimi anni, alcuni siti sono stati utilizzati al contrario per lanciare operazioni offensive in Iran o nello Yemen.

“Queste basi possono anche generare profonde contraddizioni all’interno dei Paesi ospitanti”, sottolinea David Silbey. È il caso, ad esempio, del primo mandato di Barack Obama, quando ha ordinato attacchi contro terroristi pakistani a partire da una base americana situata in Pakistan. “La popolazione potrebbe così ritenere che il Governo pakistano abbia autorizzato attacchi con droni stranieri contro i propri cittadini”.

Inoltre, queste basi statunitensi possono diventare esse stesse bersaglio di attacchi o rappresaglie.

L’Europa si interroga

Le tensioni attuali all’interno dell’alleanza atlantica stanno cambiando il quadro. Le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia illustrano questa nuova realtà. Sull’isola rimane una base americana, quella di Pituffik, ma grazie al trattato firmato nel 1951 con la Danimarca, gli Stati Uniti dispongono di un ampio margine di manovra per il proprio dispiegamento.
A Bruxelles, secondo il media online Politico, sarebbero in corso discussioni private: alcuni diplomatici europei starebbero evocando la possibilità di riprendere il controllo delle basi americane presenti sul loro territorio. Il presidente dei Verdi britannici, Zack Polanski, ha apertamente chiesto l’espulsione dei soldati statunitensi dal Paese, riferisce The Guardian.
L’argomento resta estremamente sensibile. “Gli Stati Uniti non se ne andrebbero facilmente, ci sarebbero delle ritorsioni”, avverte David Silbey. Esiste però un precedente: nel 1992 le Filippine chiusero la base navale di Subic Bay. Ma Washington e Manila da allora hanno riallacciato i rapporti per contrastare la Cina. Attualmente quella stessa base è in fase di trasformazione per diventare il più grande centro di produzione e logistica di armi al mondo.

 

Fortezze della Raia, il Portogallo s’ispira a Bergamo per l’Unesco
Da primabergamo.it del 5 febbraio 2026

Il percorso di candidatura mira a valorizzare e proteggere un complesso di fortificazioni di grande valore storico e culturale

Di Irene Buccio

 

Il Portogallo, con le sue Fortezze Bastionate della Raia, ha scelto Bergamo come fonte d’ispirazione per presentare la propria candidatura alla Lista del Patrimonio Mondiale Unesco.

La città, riconosciuta come sito Unesco dal 2017 per le sue Opere di difesa veneziane, ha attirato l’attenzione da parte di una delegazione portoghese composta da tecnici, amministratori e dai sindaci Almedia, Marvão e Valença. Attualmente questi professionisti sono impegnati nel percorso di candidatura, che mira a valorizzare e proteggere un complesso di fortificazioni di grande valore storico e culturale.

Modello di riferimento internazionale

La “Città dei Mille” si distingue per la qualità tecnica e metodologica del suo lavoro di tutela e gestione del patrimonio. Il swegretario Unesco del Comune di Bergamo ha sviluppato una rete di cooperazione internazionale, promuovendo scambi operativi con altri siti iscritti o in fase di candidatura, come ad esempio le Fortezze di Vauban (Francia).

Quest’attività di confronto e collaborazione è fondamentale per l’evoluzione delle pratiche di tutela e valorizzazione, che si adattano costantemente alle nuove sfide del patrimonio mondiale.

Visita formativa e scambio d’esperienze

La visita dello scorso 26 e 27 gennaio, organizzata come workshop laboratoriale, ha permesso alla delegazione portoghese di approfondire l’esperienza delle Fortezze Veneziane, patrimonio Unesco dal 2017. L’obiettivo era favorire lo scambio di conoscenze tra amministrazioni, tecnici, istituzioni culturali e stakeholder locali.

Per il Portogallo, si tratta di un primo passo verso una candidatura seriale, che richiede un complesso lavoro di coordinamento tra più territori e una solida organizzazione tecnica.

Bergamo è stata scelta come caso di studio per analizzare le diverse fasi del processo di candidatura, dalla definizione degli Outstanding Universal Values (Ouv alla redazione del dossier e alla pianificazione della gestione sostenibile del sito.

Il percorso di candidatura e strategie di gestione

Nel pomeriggio del 26 gennaio, si è svolto un incontro tecnico con interventi di esperti come Marco Valle, che ha seguito il dossier di Bergamo nel 2016, e Claudio Cecchinelli, responsabile del Servizio Cultura e Unesco del Comune. La giornata successiva è stata dedicata a una visita guidata alle fortificazioni e al Museo delle Mura, e si è conclusa con un workshop a Palazzo Frizzoni, coinvolgendo associazioni e stakeholder del Piano di Gestione Locale, approvato nel 2024.

Questo momento di confronto ha rafforzato il dialogo tra la città e la delegazione portoghese, evidenziando l’importanza di competenze tecniche, organizzazione e continuità delle équipe di lavoro per il successo di una candidatura.

Il ruolo della città

La delegazione portoghese ha sottolineato come le Mura veneziane della città rappresentino un patrimonio sia storico sia un motore di relazioni e riconoscibilità internazionale.

La capacità di Bergamo di coordinare un sito seriale con altre città italiane, croate e montenegrine dimostra la qualità del lavoro svolto e il suo ruolo di punto di riferimento nel panorama europeo del patrimonio mondiale. La  Sindaca Elena Carnevali ha commentato: «Le nostre Mura veneziane sono un esempio d’eccellenza e capacità di dialogo internazionale. La visita della delegazione portoghese conferma il ruolo di Bergamo come laboratorio di buone pratiche, capace di condividere esperienze e rafforzare la sua presenza nella comunità mondiale del Patrimonio Unesco».

 

Torre della Polveriera a rischio collasso: l’allarme di Iniziativa Alghero
Da algheroeco.com del 4 febbraio 2026

«Struttura instabile e area senza protezioni». L'avvocato Sasso diffida il Comune: «Intervenire subito per evitare la tragedia».

 

Una ferita aperta nel cuore dei Bastioni Pigafetta e un pericolo costante per chiunque si trovi a passeggiare sul lungomare. Le condizioni della Torre della Polveriera finiscono sotto la lente di ingrandimento dell’associazione Iniziativa Alghero, che denuncia un livello di degrado ormai giunto al punto di non ritorno.

Nonostante le ripetute segnalazioni di associazioni e comitati, la storica torre versa in uno stato di abbandono che l’avvocato Francesco Sasso, presidente del movimento, definisce «non più tollerabile». I segni di un imminente cedimento strutturale sarebbero ormai evidenti e inequivocabili, frutto di una prolungata inerzia che sta mettendo a rischio uno dei simboli del patrimonio storico cittadino.

A destare particolare preoccupazione è però la sicurezza pubblica. Secondo quanto riportato da Iniziativa Alghero, l’area attorno alla torre — potenzialmente instabile — risulta tuttora liberamente accessibile. Ogni giorno cittadini e turisti transitano sotto la struttura senza alcuna misura di protezione, interdizione o messa in sicurezza.

«Ci troviamo di fronte a un rischio concreto di crollo — avverte l’avvocato Sasso —. È una situazione intollerabile che chiama direttamente in causa il Comune di Alghero. L’amministrazione ha il dovere imprescindibile di tutelare il patrimonio storico e, soprattutto, garantire l’incolumità delle persone».

L’associazione chiede dunque un’azione di forza immediata: l’avvio di opere di puntellamento non più procrastinabili e l’immediata recinzione dell’area. L’obiettivo è chiaro: scongiurare conseguenze irreparabili, sia per l’integrità del monumento sia per la sicurezza di chi frequenta i Bastioni. La palla passa ora a Porta Terra, da cui si attendono risposte concrete prima che il deterioramento diventi definitivo

 

 

Parco delle mura, la giunta di Verona approva le linee d’intervento
Da tgverona.telenuovo.it del 3 febbraio 2026

“Oggi abbiamo approvato le linee di indirizzo per la redazione del Piano Ambientale del Parco delle Mura ai sensi dell’art. 9 della Legge Regionale del Veneto n. 40/1980 - dichiara la vicesindaca e assessora alla pianificazione territoriale, beni culturali e paesaggio, Barbara Bissoli -: si tratta di un progetto ambizioso e atteso sin dalla istituzione del Parco avvenuta con il PAT vigente, che mira a conservare e valorizzare lo straordinario sistema difensivo storico della città di Verona, con uno sviluppo di oltre 9 km ed una consistenza di quasi 100 ettari, attribuendogli il ruolo di elemento chiave per lo sviluppo culturale, sociale e ambientale della città. La visione strategica è quella di fare del Parco della Mura Magistrali un parco multifunzionale, strutturante il paesaggio urbano veronese, con la funzione di cerniera tra il centro storico e i quartieri residenziali delle prime espansioni novecentesche, valorizzando e promuovendo la sua storia e i suo eccezionale valore monumentale”.

Il Piano Ambientale del Parco delle Mura, che seguirà il procedimento e avrà contenuti ed efficacia di un Piano Urbanistico Attuativo (PUA) di iniziativa pubblica, si basa sul riconoscimento dei valori da salvaguardare che emergono dalla Dichiarazione di Eccezionale Valore Universale (OUV) della fortificazione, componente essenziale del Sito UNESCO di Verona, dalle dichiarazioni di notevole interesse pubblico ministeriali del 1966 e del 1996, oltre che dai molteplici vincoli archeologici dichiarati e non dichiarati, che permettono di individuare obbiettivi strategici e strutturali che vanno oltre alla dimensione tecnica, urbanistica ed architettonica, riguardando anche la dimensione di programmazione e coordinamento
delle politiche locali.

Il documento individua alcuni obiettivi strategici e strutturali fondamentali:

• Costruire una visione unitaria della funzione urbana delle architetture militari, dalla Cinta Magistrale, ai manufatti della grande “macchina” logistica militare asburgica (Arsenale Franz Josef, Provianda di Santa Marta, Stazione ferroviaria di Porta Vescovo, caserme, polveriere) ai forti distaccati della prima fase (Procolo, Gasometro, Sofia, San Mattia,Biondella, le quattro Torri Massimiliane), ripristinandone la riconoscibilità morfologica e architettonica;
• Valorizzare il patrimonio militare come motore di sviluppo locale e culturale, qualificando l’offerta culturale e turistica della città storica, potenziando l'attrattività turistica anche nelle reti territoriali (primo e secondo campo trincerato) e nelle reti di area vasta (castelli scaligeri, opere difensive veneziane, Quadrilatero);
• Gestire razionalmente un parco urbano storico-monumentale, garantendone tutela, valorizzazione, corretta percezione e libera fruizione; • Contrastare degrado urbano e fragilità sociale attraverso accessibilità, rivitalizzazione e forme di sussidiarietà;
• Perseguire l'equilibrio tra patrimonio monumentale e componente vegetale mediante manutenzione continua e restauro conservativo;
• Valorizzare le opportunità del sistema fortificato per la mitigazione e l'adattamento al cambiamento climatico.
• Promuovere un parco multifunzionale, strutturante il paesaggio urbano veronese, capace di rafforzare il patrimonio pubblico in termini culturali, economici, sociali e ambientali, contribuendo a migliorare la qualità della vita e l'attrattiva della città, con forme innovative di utilizzo degli spazi, compatibili con il contesto storico e ambientale.

Il documento delinea poi gli obiettivi tecnico-operativi generali, tra cui:

• disciplinare l’organizzazione del Parco e la sua articolazione in aree e parti caratterizzate da forme differenziate di uso, godimento e tutela, valorizzando la funzione di connessione ecologica tra i siti di interesse comunitario (fluviali e collinari) e gli spazi aperti urbani, periurbani ed il territorio aperto;
• stabilire gli indirizzi e i criteri per il restauro, il ripristino, l’uso e la manutenzione delle opere di fortificazione in muratura e in terra;
• stabilire gli indirizzi e i criteri per gli interventi sulla flora, sulla fauna, suolo e sottosuolo e sull’ambiente naturale in genere;
• disciplinare i sistemi di accessibilità veicolare e pedonale, con particolare attenzione alle persone fragili e con disabilità nel progettare i percorsi, gli accessi e le strutture di supporto, da concepire secondo i criteri del "design universale";
• disciplinare i sistemi per la gestione e la funzione sociale del Parco, quali punti di ristoro, servizi per l’infanzia, centri di aggregazione per anziani, spazi culturali o di spettacolo;
• disciplinare con particolare attenzione e cautela le condizioni per la conferma o meno degli impianti sportivi esistenti;
• disciplinare i sistemi per la promozione culturale e turistica (spazi museali, centri visite e uffici informativi);
• stabilire indirizzi e criteri per concessioni, comodati, convenzioni o patti di sussidiarietà per la gestione e la manutenzione di aree, strutture e manufatti del Parco;
• definire un'immagine coordinata ed una strategia di comunicazione, informazione e divulgazione coerente ed unitaria, sia nell'allestimento di sistemi espositivi materiali che nelle forme immateriali e multimediali.

Le linee di indirizzo delineano poi gli obiettivi tecnico-operativi specifici, tra i quali:
• ripristinare, ove possibile, i vuoti prospettici e gli spazi di pertinenza, considerandoli inedificabili;
• restituire dignità spaziale al vallo esterno ("fosso magistrale"), oggi occupato da infrastrutture incongrue;
• ripristinare i cammini di ronda perimetrali lungo il terrapieno e il cammino di ronda sommitale nel tratto collinare (Cinta Scaligera), da valorizzare come percorso panoramico sulla città;
• pianificare un efficace sistema di collegamenti e percorsi longitudinali e trasversali;
• riaprire le poterne e le "sortite offensive", integrandole nei percorsi ciclabili e pedonali, per collegare interno ed esterno delle Mura;
• ridurre l'artificializzazione dei suoli, privilegiando soluzioni infrastrutturali "green" (Nature Based Solutions);
• pianificare un efficace sistema di connessioni, sia longitudinali sia trasversali, in grado di permettere la piena accessibilità e la libera fruizione degli ambiti del Parco e una percorribilità dedicata, a pedoni e ciclisti, lungo l’intero perimetro delle Mura;
• riconnettere, attraverso il Parco delle Mura, che da cesura dovrà assumere la funzione di cerniera, il centro storico con i quartieri residenziali delle prime espansioni novecentesche, integrandosi con la rete ciclabile esistente e di progetto (Biciplan), con le zone 30 istituite e pianificate, con il sistema dei percorsi naturalistici.
• connettere il Parco con altre polarità di interesse urbano e metropolitano, quali le funzioni pubbliche insediate ed insediabili nel centro storico (università, sistema museale, poli culturali, centri amministrativi) o nelle sue immediate prossimità e gravitanti lungo la circonvallazione esterna, come le stazioni ferroviarie di Verona Porta Nuova e Porta Vescovo ed i relativi hub intermodali, o l’area dello Stadio e del Parco della Spianà.

 

Giro della Grande Guerra aperto in entrambi i sensi: sciare tra natura e storia
Da lanotizia.news del 2 febbraio 2026

Cornice paesaggistica fra le più incantevoli dell’arco alpino

Il Giro sciistico della Grande Guerra torna protagonista nelle Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO, confermandosi uno degli itinerari più affascinanti dell’arco alpino, combinando storia e sci ai piedi. Il celebre tour lungo circa 80 chilometri attorno al Col di Lana, montagna simbolo del primo conflitto mondiale, è percorribile in entrambi i sensi di marcia grazie ad un sistema integrato di impianti e collegamenti.

Il giro deve il suo nome al fatto di attraversare i luoghi che hanno visto soldati italiani e austroungarici combattere durante la Prima guerra mondiale. Lungo il tragitto si trovano ovunque reperti, trincee nelle rocce e fortini, ad aggiungere valore ad un giro già stupendo nella sua essenza. Alleghe rappresenta uno dei punti di partenza ideali per questo straordinario viaggio sugli sci che unisce sport e memoria storica.

Alleghe continuerà ad essere meta sportiva ambita, il 29 maggio, con l’arrivo a Piani di Pezzè del Giro d’Italia, un appuntamento speciale che rievoca il 1992 con la vittoria di un giovane Marco Pantani nel Giro dilettanti.Nato nel 1997 da un’idea di Silvano Rudatis con l’intenzione di sviluppare una proposta diversa rispetto al classico Giro del Sella, il Giro della Grande Guerra si propone come alternativa culturale al classico Sellaronda, valorizzando camminamenti, gallerie e fortificazioni che punteggiano le montagne teatro dei combattimenti tra il 1915 e il 1918.

Il percorso tocca luoghi iconici come il Civetta, il Pelmo, Cinque Torri, Falzarego, Lagazuoi, Alta Badia, Arabba e la Marmolada, resi ancora più suggestivi dalle abbondanti nevicate di questi giorni. Tra i momenti più affascinanti spicca la discesa dall’Armentarola verso San Cassiano e la possibilità di ammirare il Museo all’aperto della Grande Guerra nell’area del Lagazuoi e delle Cinque Torri, con postazioni storiche ancora visibili lungo le creste rocciose.

A rendere il tour ancora più spettacolare è la possibile variante sulla Marmolada con la salita a Punta Rocca, la visita al Museo della Grande Guerra e la successiva discesa sulla “Bellunese”, la pista più lunga delle Dolomiti con circa 12 chilometri e oltre 1.800 metri di dislivello fino a Malga Ciapela. Un’estensione che aggiunge chilometri al tracciato complessivo e regala un valore paesaggistico e culturale unico.

Il Giro richiede buona preparazione fisica e una partenza di primo mattino: la durata complessiva varia tra le 6 e le 8 ore. I dati tecnici parlano di oltre 80 chilometri totali, circa 31 km di piste, 18 km di impianti e, in alcuni tratti, il tradizionale e originale traino con cavalli nella zona dell’Armentarola per raggiungere la Val Badia e proseguire per Arabba, Padon e la Marmolada. Gli skibus, necessari per alcuni collegamenti, sono a pagamento: il biglietto per le tratte Pescul–Fedare e Malga Ciapela– Alleghe costa 10 euro. È inoltre consigliato verificare l’effettiva apertura del Giro sul sito di Dolomiti Superski (www.dolomitisuperski.com) prima di intraprendere il percorso. Inserito nel Dolomiti Superski, il Giro della Grande Guerra rappresenta oggi un’esperienza completa, dove la bellezza delle cime dolomitiche si intreccia con il racconto della storia. Un viaggio sugli sci che è al tempo stesso sportivo, panoramico e culturale, sulle tracce di un passato che ha segnato profondamente queste montagne. È parte del Dolomiti Superski il comprensorio sciistico Ski Civetta, che nel cuore delle Dolomiti Venete, tra i monti Pelmo e Civetta, presenta 72 km di piste pressoché totalmente aperte e interamente percorribili, immerse in paesaggi unici e scenari mozzafiato