|
|
RASSEGNA STAMPA/WEB 2025 2024 2023 2022 2021 2020 2019 2018 2017 2016 2015 2014 2013 2012 2011 2010 2009 2008 2007 2006 2005 2004 2003 2002 2001 Archivio |
ANNO 2026
gennaio febbraio marzo aprile maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre
| Patrimonio: Callari, trasferiti immobili demanio militare a 7 Comuni |
| Da regione.fvg.it del 29 marzo 2026 |
|
Udine, 29 mar - "Con il trasferimento a titolo gratuito di questi asset ex militari permettiamo ai Comuni di avviare nuovi percorsi di valorizzazione pubblica su beni che per decenni sono stati sottratti all'uso civile, garantendone al contempo la conservazione e la pubblica fruizione". L'assessore regionale al Patrimonio, Sebastiano Callari, ha illustrato così l'approvazione da parte della Giunta di sette delibere che autorizzano l'acquisizione dallo Stato e il contestuale trasferimento in proprietà a titolo non oneroso di immobili del demanio militare ai Comuni di Pontebba, Cavazzo Carnico, Bordano, Verzegnis, Fagagna, Malborghetto Valbruna e Tarvisio. L'operazione è resa possibile dalle norme di attuazione dello Statuto speciale, in particolare dal decreto legislativo 114 del 2025, che disciplina il passaggio alla Regione di beni del ramo difesa per la loro successiva cessione agli enti locali richiedenti. Il pacchetto di provvedimenti riguarda una pluralità di infrastrutture che hanno perso la loro originaria funzione difensiva, come il fortino di Camporosso a Tarvisio, l'area dell'ex sito missilistico "Hawk" a Fagagna e l'ex deposito munizioni di San Leopoldo a Pontebba. Di particolare rilievo è anche il trasferimento di numerosi tratti di ex strade militari e fortificazioni storiche situate nei territori di Verzegnis e Cavazzo Carnico, incluse le opere difensive di Cesclans e della fortificazione di Palude Vuarbis. In base ai provvedimenti approvati, le amministrazioni comunali subentrano nella proprietà e in tutti i rapporti giuridici relativi ai beni, assumendo l'impegno di destinarli ad attività di interesse pubblico e di sostenerne le spese di gestione e manutenzione, nel rispetto dei vincoli storici, artistici e ambientali. La formalizzazione del passaggio di proprietà avverrà tramite la sottoscrizione di verbali di consegna tra i rappresentanti dell'Agenzia del Demanio, dell'Amministrazione regionale e dei singoli Comuni interessati, atti che costituiranno titolo ufficiale per la trascrizione e la voltura catastale. ARC/EP/pph |
| La storia del bunker antiatomico Greenbrier rimasto segreto sotto terra per 30 anni in USA |
| Da regione.fvg.it del 28 marzo 2026 |
|
Immagine modificata con AI Negli USA durante la Guerra Fredda fu realizzato un bunker antiatomico come rifugio d'emergenza per i membri del Congresso sotto un hotel di lusso: ecco com'era fatto e come è stato scoperto. Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti realizzarono sotto a un hotel di lusso un grande bunker antiatomico capace di accogliere tutti e 535 membri del Congresso di allora. La struttura scelta fu il Greenbrier Hotel e si stima che il progetto, ultimato nel 1962, costò circa 14 milioni di dollari – equivalenti a circa 150 milioni attuali! L'aspetto davvero interessante di questa storia è che il bunker restò del tutto segreto alla popolazione nazionale per circa trent'anni: venne "smascherato" solamente nel 1992 grazie all'articolo The Ultimate Congressional Hideaway scritto dal reporter Ted Gup per il Washington Post. La costruzione del rifugio nucleare Originariamente soprannominato Project Greek Island, il bunker fu pensato per ospitare tutte le principale cariche del governo in caso di attacco nucleare. La scelta di realizzarlo proprio a White Sulphur Springs, in West Virginia, non fu casuale: si trattava di una località sufficientemente lontana per riuscire a sopravvivere ad un eventuale esplosione a Washington ma, allo stesso tempo, abbastanza vicina per essere raggiungibile in poche ore di viaggio dalla capitale. Chiaramente se fosse stata attaccata direttamente non avrebbe avuto scampo: stando a quanto riportato dal portale dell'Atomic Heritage Foundation, sarebbe stato in grado di resistere a un'esplosione ad almeno 25-50 km. Per questo motivo la sua segretezza era di primaria importanza e quando i lavori iniziarono nel 1957 il Governo si impegnò per camuffare i propri intenti, dichiarando che quelli erano solo i lavori per realizzare una nuova ala dell'hotel, la West Virginia Wing. Gli abitanti della zona in realtà iniziarono immediatamente ad insospettirsi: considerate che gli scavi erano profondi più di 200 metri e tutta la zona era sorvegliata da guardie di sicurezza. Allo stesso tempo, però, erano altri tempi e in quel periodo la paura per un eventuale attacco sovietico era tale da non portare la gente a porsi troppe domande in merito.
Falso muro
all’interno dell’hotel. Credit: Z22, CC BY–SA 4.0, via Wikimedia
Commons L'edificio si sviluppava su due diversi piani, ciascuno dei quali con una superficie pari all'incirca a quella di un campo da football. Per accedere a questa struttura erano presenti 4 blast-door da almeno 20 tonnellate l'una le quali, una volta sigillate, avrebbero garantito una quantità di aria sufficiente per 72 ore. Dopo questo tempo, sarebbe entrato in funzione il sistema di filtrazione dell'aria dall'esterno. I dormitori erano distribuiti su 18 stanze, ciascuna in grado di ospitare 60 persone all'interno di letti a castello. Era inoltre presente una mensa da 400 coperti, un ospedale, una sala operatoria, una farmacia e, al piano superiore, una serie di magazzini e uffici per i leader del Congresso. Tra i vari locali presenti, è interessante sottolineare la presenza di un "inceneritore di rifiuti patologici", progettato per cremare i corpi, oltre che ad una piccola collezioni di armi antisommossa come fucili, pistole, manganelli ed elmetti. La scoperta del Greenbrier bunker Il bunker restò completamente segreto agli occhi dell'opinione pubblica per trent'anni. In tutto questo tempo ogni letto fu assegnato a qualcuno – come confermato anche Bob Conte, storico di Greenbrier. Inoltre la struttura non fu abbandonata a sé stessa, visto che in questi tre decenni bisognava assicurarsi che tutti i filtri fossero sostituiti, che tutti i farmaci fossero aggiornati e che tutto il cibo fosse pronto all’uso. Le cose cambiarono solamente nel 1992, quando il giornalista del Washington Post Ted Gup ne rivelò l’esistenza nel suo articolo intitolato «The Ultimate Congressional Hideaway». Dal momento che la sicurezza di questo luogo era legata unicamente alla suo anonimato, il rifugio fu presto dismesso. Tuttavia una struttura del genere, per via della sua stessa natura, attirò fin da subito molti curiosi, tanto da spingere i proprietari del resort a offrire visite guidate private, aprendole poi al pubblico generalista nel 2006. |
| Un bunker di Brescia un tempo rifugio antiaereo diventa spazio per l’arte contemporanea |
| Da artribune.com del 27 marzo 2026 |
|
Di Caterina Angelucci Il progetto culturale Bunkervik a Brescia E il progetto curatoriale prende le mosse proprio dalla natura originaria dello spazio. Costruito per resistere e proteggere, il bunker viene reinterpretato come luogo di riflessione sul presente. Le sue stanze sotterranee (tra corridoi, camere blindate, passaggi stretti e superfici grezze) diventano un dispositivo espositivo capace di amplificare ricerche artistiche che interrogano il rapporto tra sopravvivenza, trasformazione e memoria. La programmazione si concentrerà in particolare su pratiche emergenti che affrontano temi come eco-ansia, estinzione, postumanesimo, rigenerazione materiale e riuso degli scarti industriali. Bunkervik a Brescia: una collaborazione tra pubblico e privato Il Comune di Brescia partecipa al progetto concedendo gratuitamente l’utilizzo dello spazio e delle attrezzature presenti, oltre a sostenere i costi delle utenze e delle manutenzioni straordinarie. L’amministrazione si riserva inoltre la possibilità di destinare occasionalmente il bunker ad altre iniziative culturali, in coordinamento con l’associazione che ne cura la programmazione. Per sostenere le attività previste, l’Associazione Culturale Palazzo Monti potrà ricevere un contributo annuale fino a 5mila euro a rimborso delle spese organizzative, mentre resteranno a suo carico la gestione ordinaria degli ambienti e la costruzione della rete di collaborazioni con il territorio. L’inaugurazione di Bunkervik a Brescia L’inaugurazione sarà mercoledì 29 aprile 2026, data della prima apertura pubblica del bunker rinnovato con una mostra personale dell’artista Caterina Gobbi (Six Zero Eight Eight One), primo intervento site-specific pensato per confrontarsi con l’architettura del rifugio. |
| L’AEROPORTO MILITARE DI CAMERI APRE LE SUE PORTE AL PUBBLICO SABATO 23 MAGGIO |
| Da buongiornonovara.it del 27 marzo 2026 |
|
L’evento offrirà la possibilità di visitare due macro-aree, collegate con servizio navetta interno, quella storica e quella operativa. Il percorso storico consentirà l’accesso all’area espositiva con il parco velivoli storici ed uno spazio museale arricchito con cimeli e reperti aeronautici cha hanno fatto la storia dell’Arma Azzurra, nonché uno spazio dedicato ai prodotti editoriali della Forza Armata. Nell’area operativa, i visitatori avranno la possibilità di esplorare le infrastrutture aeroportuali attraverso percorsi guidati e momenti dimostrativi. Particolare interesse sarà riservato all’esposizione statica dei principali velivoli della linea aerotattica dell’Aeronautica Militare (Tornado, Typhoon,…) con la possibilità di apprezzarne caratteristiche tecniche e peculiarità operative. Inoltre, un ricco programma di attrazioni pensate per coinvolgere un pubblico di tutte le età. Tra queste, simulatori di volo che permetteranno di vivere un’esperienza immersiva ai comandi di un aeromobile e un’area dedicata agli aeromodelli, con dimostrazioni e attività interattive. Non mancheranno spazi informativi, gadget ed articoli militari e momenti di incontro con il personale, che sarà a disposizione per illustrare le proprie attività e rispondere alle curiosità dei visitatori. La partecipazione all’evento sarà subordinata a registrazione obbligatoria, attiva a partire dal 1° aprile 2026, attraverso una piattaforma dedicata accessibile tramite QR code. Per ragioni organizzative il numero degli accessi sarà contingentato: una volta raggiunto il limite massimo di iscrizioni, non sarà possibile accogliere ulteriori richieste. Per agevolare l’afflusso e la permanenza in base saranno previste delle aree ristoro e sarà consentito l’accesso e il parcheggio all’interno della base con mezzi privati, secondo le indicazioni che verranno fornite in fase di registrazione. L’evento sarà associato ad una raccolta fondi per l’iniziativa benefica “UN DONO DAL CIELO”, per l’acquisto di apparecchiature e strumenti sanitari indispensabili per i reparti di tre eccellenze pediatriche italiane: la Fondazione Buzzi di Milano, l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e l’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari. Il Comando Aeroporto di Cameri, costituito in data 27 luglio 1999, fornisce il supporto tecnico-logistico ed amministrativo a tutti gli Enti dell’Aeronautica Militare insistenti in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Il Reparto inoltre, assicura in modo continuativo il supporto operativo alla componente industriale (FACO) per l’attività di volo, essenziale al fine di consentire il completamento delle linee produttive del sistema d’arma F-35 con la conseguente effettuazione dei voli di collaudo ed al 1° Reparto Manutenzione Velivoli per i voli collaudo dei velivoli Tornado ed Eurofighter che escono dalla linea manutentiva. A tali attività si aggiunge il supporto che il Reparto normalmente fornisce in occasioni di attività di volo per esercitazioni A.M., interforze ed inter-agenzia, voli per campagna antincendio e per i voli in occasione delle visite istituzionali. Il 1° Reparto Manutenzione Velivoli di Cameri rappresenta il principale polo ingegneristico-manutentivo e logistico dell’Aeronautica Militare per velivoli di elevate prestazioni, deputato alla gestione tecnicologistica e manutentiva dei sistemi d’arma Tornado, Typhoon e Lightning II (F-35). La missione del Reparto è quella di garantire la massima operatività dei sistemi d’arma di competenza nel pieno rispetto delle normative vigenti e delle migliori pratiche ingegneristiche. A tal fine attua una gestione agile dei processi organizzativi, orientata all’impiego responsabile, razionale e sostenibile delle risorse disponibili allo scopo di assicurare un’efficace attività di supporto alla capacità operativa della Forza Armata in sinergica integrazione con gli Stormi, gli Enti centrali, le Agenzie e la realtà industriale italiana e internazionale. Il 1° Gruppo Ricezione e Smistamento è inserito nel sistema dei Servizi di Supporto del Comando Logistico, alle dirette dipendenze del Centro Tecnico Rifornimenti di Fiumicino, con compiti di ricezione, spedizione, distribuzione e svincolo doganale del materiale e dei programmi militari acquisiti all’estero. Il 4° Servizio Tecnico Distaccato è responsabile delle attività di Assicurazione Qualità Governativa sui processi industriali che si sviluppano presso lo stabilimento della ditta Leonardo, meglio conosciuto come FACO F-35 (Final Assembly and Check Out). |
| Un giorno da umarell sui bastioni della Rocca con le visite guidate al cantiere |
| Da sabatosera.it del 26 marzo 2026 |
|
La partecipazione è gratuita, ma la prenotazione obbligatoria e occorre avere almeno 14 anni (i minori devono essere accompagnati da un adulto; niente passeggini o carrozzine). I turni di visita sono ore 9.30, 11 e 12.30. Per informazioni e prenotazioni: https://imolamusei.it/eventi/open-day-della-rocca/. «L’obiettivo è rendere la Rocca sempre più accessibile e polifunzionale, capace di accogliere cultura, eventi e nuove opportunità di fruizione. Sappiamo che gli imolesi si stanno chiedendo quali siano i tempi dei lavori, come saranno gli spazi, quali attività verranno ospitate e quali tipologie di restauro sono previste: questa è l’occasione per scoprirlo», sottolineano il sindaco Marco Panieri e l’assessore alla Cultura Giacomo Gambi. |
| Primavera 2026 alla scoperta di castelli e fortezze con le visite guidate di Sigeric |
| Da ecodellalunigiana.it del 26 marzo 2026 |
|
Per la stagione 2026 ripartono le visite guidate a cura di Sigeric – Servizi per il Turismo alla scoperta dei più suggestivi castelli e fortezze della Lunigiana, antica terra di confine attraversata dalla Via Francigena e plasmata dalla storia della famiglia Malaspina. Il calendario si arricchisce di aperture straordinarie e visite speciali. Sei le dimore: Castello del Piagnaro, Fortezza della Brunella, Castello di Lusuolo, Castello Malaspina di Monti, Castello di Bastia e Castello di Castiglione del Terziere. Qui di seguito indicati i periodi di apertura e le modalità di visita: Castello del Piagnaro – Pontremoli (MS) Imponente struttura difensiva che
domina il centro storico del borgo di Pontremoli. All’interno delle sue
sale ospita il Museo delle Statue Stele Lunigianesi, sculture
antropomorfe risalenti all’età del Bronzo che rappresentano la più
importante testimonianza della lunga e affascinante storia culturale
della Lunigiana Fortezza della Brunella – Aulla (MS) Imponente e misteriosa, la
fortificazione rinascimentale domina Aulla da uno sperone roccioso e
custodisce al suo interno il Museo di Storia Naturale della Lunigiana,
con quattro sale dedicate alla biodiversità del territorio. Castello di Lusuolo – Mulazzo (MS) Affacciato sul fiume Magra, al
Castello di Lusuolo sarà possibile scoprire la storia della famiglia
Malaspina dello Spino Secco e della loro fortificazione che si erge
ancora a controllo del guado del fiume e della Via Francigena. Castello Malaspina di Monti – Licciana Nardi (MS) Lo splendido maniero, ancora oggi
proprietà dei discendenti dei Marchesi Malaspina, è una dimora
completamente arredata che conserva camini monumentali e che vanta una
vista mozzafiato sull’intera Lunigiana. Castello di Bastia – Licciana Nardi (MS) Storica dimora privata arroccata
sul colle di Bastia, che con la sua posizione strategica ed estremamente
panoramica domina la vallata del torrente Taverone. Castello di Castiglione del Terziere – Bagnone (MS) Nel cuore del borgo medievale di
Castiglione del Terziere, riapre l’affascinante castello restaurato da
Loris Jacopo Bononi, custode dell’identità culturale lunigianese. Per maggiori informazioni, date e orari di apertura e prenotazioni è possibile consultare il sito www.sigeric.it, scrivere a info@sigeric.it o chiamare ai seguenti numeri +39 331 8866241 e +39 366 3712808. |
| Fortificazioni di confine: il Colle di Tenda |
| Da areeprotettealpimarittime.it del 26 marzo 2026 |
|
Lunedì 15 giugno la Guida Parco Roberto Pockaj vi accompagna sul panoramico crinale tra la Val Vermenagna e la Val Roya alla scoperta delle imponenti fortificazioni ottocentesche costruite per difendere i confini del neonato Regno d'Italia. Si toccherà il Forte Colle Alto e il Forte Pernante, cercando di comprendere il ruolo e l'architettura di queste antiche opere di ingegneria militare. Le Aree Protette Alpi Marittime propongono un ciclo di escursioni tra le Alpi al confine tra Italia e Francia, su antichi sentieri militari che offrono panorami spettacolari e testimonianze in pietra e cemento. Sei camminate condotte da guide parco attraverso la storia e lungo la sottile linea che un tempo separava regni e poi stati e oggi unisce i territori dell'Europa. L'iniziativa è organizzata nell'ambito del progetto Interreg-ALCOTRA Cognitio-Fort. Sulle Alpi meridionali è presente un gran numero di opere militari, testimoni della storia che raccontano come i confini si sono modificati fino a oggi. Cognitio-Fort si propone di valorizzare e sviluppare la conoscenza scientifica delle strutture fortificate franco-italiane su scala transfrontaliera, per strutturare un'offerta culturale di qualità e consentire di trasmettere questo patrimonio alle generazioni future, rendendolo accessibile e fruibile a tutti i tipi di pubblico. Informazioni tecniche Ritrovo: ore 10.00 al
posteggio presso il bar Le Marmotte al Colle di Tenda. Contatti e prenotazioni Prenotazione: obbligatoria
solo via mail con almeno due giorni di anticipo all'indirizzo
roberto.pockaj@gmail.com. Nella prenotazione vanno indicati nome,
cognome e telefono. Non saranno prese in considerazione prenotazioni
arrivate via SMS o a voce. Per qualunque altra informazione (no
prenotazioni, no SMS: 338 7185495. Cognitio-Fort è realizzato grazie al contributo dell'Unione Europea nell'ambito del programma Interreg VI-A Francia-Italia ALCOTRA 2021-2027 ed è finanziato all'80% con il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e al 20% con Contropartite Pubbliche Nazionali. Il partenariato è composto da: •Département des Alpes-maritimes
(capofila) |
| L’UE ha dato quasi €200 milioni per costruire bunker in 6 Paesi. E in Italia? |
| Da money.it del 24 marzo 2026 |
|
Gli aiuti dell’Ue hanno permesso a questi 6 Paesi di costruire rifugi per quasi 200 milioni di euro, ecco come funziona e perché gli altri Paesi sono rimasti esclusi. Dall’Ucraina al Medio Oriente, l’Europa ha dovuto fare i conti con la guerra in un modo che da tempo aveva dimenticato. È scattata la rincorsa per adeguarsi, quantomeno a scopo difensivo, in caso di potenziali escalation. Chiaramente, alcuni Stati si trovano in posizioni più delicate di altri, sia a livello geografico che strategico. Così, soltanto 6 Paesi hanno ricevuto aiuto per la costruzione di rifugi d’emergenza da parte dell’Ue, che ha investito quasi 200 milioni di euro. Parliamo di Paesi particolarmente a rischio, anche solo per l’incapacità nazionale di offrire strumenti di protezione civile adeguati, che possono appoggiarsi alla rete di sicurezza RescEU per far fronte alle esigenze della popolazione. 200 milioni di euro dall’Ue per i rifugi, ma non sono bunker RescEU è stato creato nell’ambito del Meccanismo di protezione civile dell’Ue, interamente finanziato da Bruxelles, come riserva strategica di capacità e scorte indispensabili in caso di disastri di vario genere. Le riserve di RescEU sono ospitate da 22 Stati membri e Stati partecipanti, ma comprendono svariati rifugi temporanei distribuiti sul territorio di 6 Paesi. Proprio questi rifugi, costati 196 milioni di euro per il periodo 2021-2027, servono per offrire una concreta risposta alle emergenze (in questo caso belliche, ma non necessariamente) alla comunità internazionale. Bisogna sapere, infatti, che l’Unione europea non ha competenza sulla protezione civile, la quale spetta alla sovranità dei singoli Stati membri secondo l’articolo 196 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Bruxelles non può obbligare la costruzione di bunker, ma nemmeno stabilirne i requisiti tecnici o finanziarli. D’altra parte, può fornire assistenza e coordinamento attraverso la predisposizione di riserve strategiche, le quali comprendono i rifugi temporanei da mobilitare all’occorrenza. Non si tratta di bunker resistenti a bombe o missili, bensì di infrastrutture utili a gestire le evacuazioni, il soccorso sanitario, la fornitura di pasti e coperte e così via. Sono rifugi civili a tutti gli effetti, mentre i bunker antiguerra continuano a essere competenza delle singole iniziative nazionali o, sempre di più, private dei cittadini. Dove sono i rifugi civili (e i bunker) I rifugi civili finanziati dall’Ue si trovano principalmente in Svezia, per un valore di 40,4 milioni di euro di scorte. Il complesso svedese può ospitare fino a 36.000 persone e comprende unità riparate dal freddo, servizi igienici e docce, gestite interamente dall’Agenzia svedese per le emergenze civili. Altri 35,5 milioni di euro di RescEU sono in Polonia, dove sono in costruzione 6 “città container” assemblabili in meno di 2 settimane. Seguono Croazia, Slovenia, Spagna e Romania. Gli altri membri europei attualmente non ospitano rifugi civili, ma la maggior parte ha comunque a disposizione altre scorte del progetto, che comprende anche: •aerei ed elicotteri antincendio; Non è tutto, tutti gli Stati membri, inclusa l’Italia, possono fare richiesta a Bruxelles per ospitare le riserve del Meccanismo di protezione civile dell’Ue, che copre il 100% dei costi di trasporto e logistica e il rifornimento di unità modulari, tende e campi prefabbricati; il fondo di prevenzione è preparazione dispone di 1,26 miliardi di euro. I bunker sono però un’altra cosa e l’Italia ne ospita svariati, come pure la Svezia, anche se il primato europeo resta del Regno Unito. Ad oggi nessuna Difesa nazionale non coinvolta nei conflitti ha ritenuto opportuno investire sui bunker antiatomici, che invece stanno affollando i sotterranei europei, italiani compresi, sotto forma di iniziative private. La stragrande maggioranza di queste strutture, rifugi protettivi che spesso hanno ogni comfort immaginabile, sono destinate per l’appunto al proprietario. Non si tratta dunque di strutture messe a disposizione della popolazione, per quanto in casi emergenziali potrebbero servire, atteso che al momento non ci sono rischi in tal senso. Urgono maggiormente i rifugi civili per l’accoglienza, sui quali il divario in Europa è particolarmente elevato. |
| LIMES, il progetto che unisce castelli e fortificazioni: nasce una nuova rete culturale tra 32 comuni |
| Da gazzettadellaspezia.com del 23 marzo 2026 |
|
Di Francesca Tarantino Un portale innovativo per scoprire il territorio attraverso le sue architetture difensive: storia, turismo e identità in un'unica piattaforma digitale. Il progetto LIMES, presentato durante l’inaugurazione della BITESP, rappresenta una delle iniziative più ambiziose degli ultimi anni per la valorizzazione del patrimonio culturale del territorio spezzino e dei comuni limitrofi. Finanziato dal Ministero del Turismo, il progetto mette in rete 32 comuni, con la possibilità di estendere ulteriormente la partecipazione, creando un sistema integrato dedicato a castelli, fortificazioni e percorsi storici. LIMES nasce con un obiettivo chiaro: offrire ai visitatori uno strumento digitale che permetta di esplorare il territorio attraverso le sue architetture difensive, dalle fortificazioni costiere ai castelli dell’entroterra. Il portale, pensato come una vera e propria mappa narrativa, consente di scoprire luoghi spesso poco conosciuti ma ricchi di storia, collegandoli in un itinerario coerente e affascinante. Non si tratta solo di un elenco di siti: LIMES propone percorsi tematici, approfondimenti storici, contenuti multimediali e suggerimenti di viaggio, trasformando la visita in un’esperienza immersiva. Uno degli elementi più innovativi del progetto è la capacità di superare i confini istituzionali, mettendo in dialogo territori che, pur vicini, non avevano mai collaborato in modo così strutturato. L’onorevole Frijia, presentando l’iniziativa, ha sottolineato come LIMES rappresenti un modello replicabile, capace di unire realtà diverse attorno a un patrimonio comune. La rete dei 32 comuni coinvolti permette di costruire un’offerta turistica ampia e diversificata, che va dalle coste del Golfo ai borghi collinari, fino alle vallate interne. Un mosaico di identità che trova nella storia militare e difensiva un filo conduttore forte e riconoscibile. LIMES si inserisce perfettamente nella strategia di sviluppo turistico sostenibile promossa dal territorio. Il turismo culturale permette di destagionalizzare i flussi, valorizzare aree meno conosciute, rafforzare il senso di identità locale e promuovere un turismo lento, fatto di cammini, esplorazioni e scoperte. Il progetto risponde così alla crescente domanda di esperienze autentiche e di qualità, lontane dai circuiti più congestionati. Il territorio coinvolto nel progetto LIMES è ricchissimo di testimonianze storiche: castelli medievali, torri costiere, mura difensive, fortificazioni ottocentesche e strutture militari più recenti. Molti di questi luoghi, pur suggestivi, non erano mai stati inseriti in un sistema unitario di fruizione. LIMES permette di mettere ordine in un patrimonio vasto e frammentato, creare itinerari tematici, offrire contenuti accessibili anche a chi non conosce la storia locale e favorire la tutela attraverso una maggiore visibilità. Uno degli aspetti più interessanti è la natura aperta ed espandibile del progetto. I 32 comuni attualmente coinvolti rappresentano solo il primo nucleo di una rete che potrà ampliarsi, includendo nuove realtà e nuovi percorsi. LIMES non è quindi un progetto chiuso, ma un ecosistema in evoluzione, destinato a diventare un punto di riferimento per il turismo culturale dell’area vasta. LIMES non è soltanto un portale turistico: è un modo nuovo di raccontare il territorio, di riscoprirne la storia e di costruire un’identità condivisa. In un momento in cui il turismo richiede qualità, autenticità e sostenibilità, il progetto rappresenta una risposta concreta e lungimirante. La rete dei castelli e delle fortificazioni diventa così un ponte tra passato e futuro, capace di unire comunità diverse e di offrire ai visitatori un’esperienza culturale ricca, profonda e coinvolgente. |
| Gorizia, il Sabotino verso il restauro. Parte il bando del GECT GO per la progettazione |
| Da ilgoriziano.it del 21 marzo 2026 |
|
L’iniziativa, inerente al lato italiano del Monte Sabotino, fa parte del progetto “Beyond Walk of Peace – BeWoP”, finanziato dall’Unione europea attraverso il Programma Interreg Italia- Slovenia VI-A 2021-2027. Capofila è la Fundacija Poti miru di Caporetto, mentre il GECT GO è uno dei partner e dispone di circa 194mila euro per tutte le attività progettuali. L’incarico oggetto dell’avviso del GECT, pubblicato il 18 marzo e aperto fino al 2 aprile, prevede la redazione di un progetto esecutivo basato sullo studio di fattibilità redatto dal dott. Marco Pascoli, presentato lo scorso anno alla stampa e ai portatori di interesse locali. Il progetto dovrà consentire una definizione completa degli interventi, necessaria per l’avvio dell’iter approvativo e per la successiva realizzazione delle opere. Nel dettaglio, la progettazione riguarderà il restauro di manufatti epigrafici e monumentali relativi alla Grande Guerra e alla Guerra Fredda (monumenti, cippi, iscrizioni, fortificazioni, gallerie), l’adeguamento della strada militare esistente in chiave cicloturistica ed escursionistica (con sistemazione del verde adiacente), l’allestimento e l’adeguamento delle aree di parcheggio (con relativa viabilità dedicata) sull’anello della strada di ronda parallela alla “Strada di Osimo” e la realizzazione di un sistema coordinato di segnaletica dell’itinerario e cartellonistica dedicata. Il sistema includerà anche questo anello mancante negli oltre 500km di itinerari di Walk of Peace, utilizzando il modello di tutela e promozione del patrimonio della Grande Guerra già diffuso nel resto dell’area transfrontaliera. La direttrice del GECT GO, Romina Kocina, evidenzia che «le attività oggetto dell’avviso si inseriscono all’interno di un più ampio insieme di progettualità finalizzate alla promozione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale transfrontaliero, con particolare attenzione allo sviluppo del cicloturismo e dell’escursionismo». Il project manager Ezio Benedetti, responsabile del progetto BeWoP all’interno del GECT GO, sottolinea: «L’intervento riguarda esclusivamente il versante italiano del Sabotino, in quanto la parte slovena risulta già adeguatamente valorizzata. L’iniziativa si colloca inoltre nel quadro delle azioni di rafforzamento e promozione dell’itinerario Walk of Peace, contribuendo a consolidarne l’attrattività e la fruibilità in chiave sostenibile». Il lavoro dovrà essere svolto in stretto dialogo con il GECT GO, con il Comune di Gorizia, con le Autorità militari e con l’autore dello studio di fattibilità, così da garantire il rispetto del valore storico e simbolico dei luoghi, oltre che delle necessarie condizioni di sicurezza. L’importo complessivo stimato per l’affidamento è pari a 20mila euro, comprensivi di IVA e oneri. Allo stato attuale, le risorse disponibili coprono esclusivamente la fase di progettazione. Gli operatori economici interessati potranno presentare il proprio preventivo entro le ore 12 del prossimo 2 aprile, esclusivamente tramite posta elettronica o PEC, secondo le modalità indicate nell’avviso. Con questa iniziativa, il GECT GO prosegue il proprio impegno nella valorizzazione condivisa del patrimonio storico e paesaggistico transfrontaliero, rafforzando il legame tra memoria, territorio, turismo culturale e sviluppo sostenibile. Il progetto «BeWoP – Beyond Walk of Peace» è cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del Programma Interreg VI-A Italia- Slovenia 2021-2027. |
| «Concrete Albania», il racconto del cemento |
| Da ilmanifesto.it del 20 marzo 2026 |
|
Scaffale L'ultimo libro fotografico di Fabrizio Bellomo: «Concrete Albania», per Onufri editore All’onnipresenza planetaria del cemento armato non c’è alternativa. Da quando, circa un secolo e mezzo fa, l’ingegnere francese François Hennebique ne fece comprendere le qualità di durabilità e facilità d’uso il cemento armato ha disegnato ogni porzione della superficie terrestre abitata. Le poetiche dell’architettura moderna ne hanno esaltate le proprietà per sostenere i loro ideali di bellezza e i fotografi da sempre ne hanno documentate le forme a corredo iconografico di testi: da Vers une architecture (1925) di Le Corbusier a Bunker archéologie (1975) di Paul Virilio fino al Concrete Atlantis (1986) di Reyner Banham nel quale gli scatti di Patricia Layman Bazelon raccontano l’architettura industriale abbandonata di Buffalo. Concrete Albania, l’ultimo libro fotografico di Fabrizio Bellomo (Onufri, grafica di Graziana Di Santo, pp. 148, euro 25), ci porta a riflettere ancora sulla pervasività del cemento nel paese dove questo, come evidenzia nella prefazione Elton Koritari è «l’unico vero prodotto nazionale», anzi ne è il «regno» e una voce importante del Pil con il 12,5% prodotto dal settore delle costruzioni. NELLE ISTANTANEE a colori di Bellomo, raccolte dal 2010 lungo un viaggio indicato in una mappa alla fine del libro, si narra della singolare presenza del cemento non solo sotto forma del «sogno di Dubai», l’edificazione in formato glamour della costa albanese reclamizzato dalle imprese del real estate in grandi cartelloni, ma anche sotto forma di edifici abbandonati o mai finiti: «cellule paranoiche nel corpo del Paese» secondo la definizione in catalogo dell’artista Ardian Isufi. Sono queste rovine cementizie, disseminate ovunque che nessuno rimuove, a comporre la serie dei paesaggi incongrui fotografati da Bellomo e dentro i quali solo un manipolo di artisti sa dare loro dei nuovi significati. Gli autori anonimi che li hanno costruiti sono per il fotografo e filmmaker barese un «Popolo di artisti», il quale, costituito da una massa di poveri, ha sostituito gli «Artisti del popolo» della dittatura comunista di Enver Hoxa. La loro presenza è data dall’autocostruzione di condomini e villette con pilastri a forma di colonne ioniche, giacché il canone classico è garanzia di autorità e bellezza, insieme al recupero di ciò che è abbandonato ma in qualche modo ancora utile. Un esempio è l’autobus incidentato e trasformato in un ponte pedonale dopo averlo disposto trasversalmente su un canale, oppure il nuovo impiego degli «elementi simbolici del regime»: quali le ciminiere e i bunker, le prime convertite in minareti, i secondi in chiese ortodosse. GLI SCATTI di Bellomo colgono la «vitalità creativa» degli albanesi dentro le contraddizioni sociali del turbocapitalismo balcanico che nel loro paese assume aspetti tragici e paradossali. È singolare, tuttavia, come in Albania la transizione verso il neoliberismo abbia conservato solo il cemento a stabilire la continuità con il regime ex-comunista, con la sola differenza che non è più «povero, grezzo, inodore», ma adesso «ricco, lucido, verticale» come fa notare Koritari: ora «è cemento ’visionario’, che si finge cultura, arte, urbanistica». Di fronte a questa estetizzazione fuori misura nella quale convive la «testardaggine dell’abusivo» con i condomini extralusso di Tirana, Bellomo sceglie inquadrature fulminee e dissonanti. I dettagli e i panorami sono ripresi in maniera accidentale e indefinita, non c’è spazio, infatti, per correggere la prospettiva e curare la composizione. L’immagine fotografica si dà così disturbata giacché è la restituzione empatica alla cacofonia della realtà, sulle tracce del cemento un palinsesto di memorie, conflitti e sorprese. |
| Cittanova. Tra fortezze imperiali e antiche capitali |
| Da lavoce.hr del 18 marzo 2026 |
|
Autore: Nicole Mišon La Comunità degli Italiani di Cittanova ha recentemente promosso un’affascinante escursione dedicata alla riscoperta della storia dell’Istria meridionale, coinvolgendo un gruppo di circa trenta partecipanti. A guidare la comitiva con il suo spirito energico e frizzante è stata Serena Telloli Kekeš, segretaria del sodalizio cittanovese, che ha coordinato una giornata all’insegna della cultura e della convivialità. Accompagnati dalla guida Martina Dagostini, i visitatori hanno iniziato il loro percorso presso Forte Punta Cristo, la fortezza più imponente del sistema difensivo marittimo dell’area. Qui il gruppo ha potuto approfondire le quattro fasi costruttive delle fortificazioni austro-ungariche, esplorando corridoi e passaggi che conservano elementitipici dell’architettura militare dell’epoca, come la caponiera e la casamatta. Dal punto di vista storico, è interessante notare che Forte Punta Cristo, completato intorno al 1859, faceva parte di un importante piano strategico per proteggere l’Arsenale di Pola, uno dei principali porti militari della Monarchia austro-ungarica. Dalla sommità della fortezza, i partecipanti hanno goduto di un panorama mozzafiato sulle Isole Brioni e sul Canale di Fasana, ammirando sul lato opposto la grande diga del porto di Pola, una delle opere d’ingegneria più imponenti del Mediterraneo nel XIX secolo. L’itinerario è proseguito verso la Fortezza di San Giorgio (Monte Ghiro), situata in una posizione dominante sopra il porto. Questa struttura circolare, eretta tra il 1852 e il 1854, costituiva un anello vitale della rete difensiva, permettendo un controllo visivo capillare sia della costa che dell’entroterra, garantendo che ogni accesso fosse protetto dal fuoco incrociato dell’artiglieria. Per arricchire ulteriormente l’esperienza, la comitiva si è concessa una sosta rigenerante per il pranzo nei pressi di Pola, dove i trenta soci hanno potuto gustare un ottimo pasto in un’atmosfera di grande allegria e condivisione. Nel pomeriggio, il gruppo ha fatto un salto indietro nel tempo di oltre duemila anni visitando il sito archeologico di Nesazio, l’antica capitale degli Istri. Questo luogo riveste un’importanza storica eccezionale: fu qui che nel 177 a.C. si consumò l’ultimo atto della resistenza del popolo istriano contro le legioni romane, culminato con il sacrificio del re Epulo. I partecipanti hanno esplorato i resti delle necropoli e del foro romano, testimonianze della lunga continuità di vita del sito anche dopo la conquista romana. Dopo il grande successo di questa uscita, che ha lasciato i partecipanti entusiasti e desiderosi di nuove scoperte, la Comunità degli Italiani di Cittanova guarda già al futuro. Per il mese di aprile, il sodalizio sarebbe lieto di organizzare un’escursione di due giorni che toccherà le storiche località di Aquileia, Grado e Chioggia, continuando così il percorso di valorizzazione delle radici culturali e storiche comuni |
| Torri e cavalleggeri: la Maremma segreta apre con le Giornate Fai di primavera 2026, ecco come partecipare |
| Da corrieredimaremma.it del 18 marzo 2026 |
|
Un viaggio nel Cinquecento, tra avvistamenti di pirati, antiche dogane e sentieri a picco sul mare. Il tema scelto dalla delegazione Fai di Grosseto per quest'anno è affascinante: “Torri lungo la via dei Cavalleggeri, già della Dogana”. Due gli itinerari principali che nelle Giornate di Primavera del Fai sabato 21 e domenica 22 marzo, permetteranno di ammirare (esternamente) due gioielli di proprietà privata, eccezionalmente fruibili per l'occasione: la Rocca Pisana a Castiglione della Pescaia e il Forte di Troia Nuova (Castello di Balbo) a Punta Ala. I due percorsi nel dettaglio 1.Itinerario Castiglione della Pescaia: Un cammino che parte da Porta San Giovanni per toccare l'omonima chiesa, l'Orto dei Frati e, per la prima volta, i giardini privati della Rocca Pisana. Il tour proseguirà tra i vicoli del borgo, toccando Piazza Solti, Palazzo Camaiori e Palazzo Centurioni. Orari: Partenze ogni ora, dalle 09:30 alle 16:30 (orario continuato). 2.Itinerario Punta Ala: Un focus sul Forte di Troia Nuova (odierno Castello di Balbo), baluardo difensivo incastonato in una natura mozzafiato. Orari: Visite alle ore 12:00, 13:00, 14:00, 15:00 e 16:00. La Storia: difesa e dogana «Racconteremo come il Granduca Cosimo I de' Medici creò una rete costiera per contrastare pirati e contrabbandieri», spiega Maria Pia Vecchi, capodelegazione FAI. La via dei Cavalleggeri era l'arteria vitale di questo sistema: pattugliata da giovani aristocratici a cavallo, collegava le torri che fungevano sia da punto di avvistamento che da dogana. La sindaca Elena Nappi ha espresso grande orgoglio: «Queste giornate sono fondamentali per educare alla tutela dei nostri beni. Invitiamo tutti a scoprire la storia del nostro territorio, ricordando di indossare scarpe comode per esplorare al meglio questi percorsi». Cosa serve per partecipare •Accreditamento: Obbligatorio
presso il banchino FAI situato in via Caduti in Guerra (parcheggio del
cimitero comunale di Castiglione della Pescaia). Per ogni ulteriore dettaglio, è possibile consultare la pagina ufficiale dedicata sul sito del Fondo Ambiente Italiano. |
| Opicina: scoperta una stanza segreta nel bunker del Generatore dopo 70 anni di oblio |
| Da scintilena.com del 18 marzo 2026 |
|
La scoperta nel bunker del Generatore di Opicina Sotto il campeggio dell’Obelisco di Opicina, sul Carso triestino, un gruppo di volontari ha portato alla luce una stanza sotterranea rimasta chiusa per circa settant’anni. La scoperta è avvenuta il 15 marzo 2026, al termine di una settimana di scavi e lavori di pulizia all’interno del bunker del Generatore, il secondo dei due complessi sotterranei che compongono il sistema di fortificazioni tedesche costruite tra il 1943 e il 1945 lungo il Litorale Adriatico.[1][2][3] A coordinare le operazioni sono stati Furio Alessi del GAAST — Gruppo Artistico Ambientale Storico Triestino — e Fulvio Benci del gruppo Facebook “Cose e posti abbandonati”, con il supporto di Gianni, Marco, Daniele e Sofia. Il vano, ostruito da una quantità consistente di detriti e immondizia accumulati nei decenni, è stato liberato progressivamente nel corso di più sessioni di lavoro volontario. Una prima fase di scavo era già avvenuta nel novembre 2025, quando erano emersi oggetti di matrice tedesca: borracce datate 1940, munizioni e persino prodotti alimentari e cosmetici. [3][1] Il contesto storico: il sistema difensivo dell’Obelisco sul Carso Il bunker del Generatore fa parte del sistema difensivo tedesco del Litorale Adriatico, attivo tra il 1943 e il 1945. Il complesso è diviso in due strutture principali: il bunker ad “H” o Fortificazione A1 e il bunker del Generatore, detto anche Fortificazione B, che ospitava al suo interno un generatore elettrico per alimentare la zona circostante. Entrambe le strutture sorgono sotto il campeggio dell’Obelisco, nell’area del quadrivio di Opicina.[2][4] Queste gallerie sono legate direttamente alla battaglia di Opicina, svoltasi tra il 29 aprile e il 3 maggio 1945 tra le forze partigiane jugoslave e le truppe tedesche attestate proprio su questo sistema di bunker. La battaglia è considerata
l’ultima importante azione militare combattuta sul suolo italiano
durante la Seconda Guerra Mondiale. I soldati tedeschi vi rimasero
asserragliati per cinque giorni prima di capitolare.[5][6] Le operazioni di scavo e il recupero dei reperti bellici Il lavoro del GAAST nel comprensorio dei bunker di Opicina va avanti da circa un decennio. Nel corso delle attività di pulizia bimestrali, i volontari hanno ripetutamente rimosso rifiuti di vario genere lasciati da visitatori poco rispettosi, tra cui bottiglie, ferro e materiali di plastica. La scoperta della stanza segreta rappresenta il risultato più rilevante di questo impegno continuativo.[3][8] ll’interno del vano appena liberato sono stati trovati numerosi reperti tedeschi risalenti all’epoca bellica. Secondo Furio Alessi, molti oggetti erano stati abbandonati lì dai soldati tedeschi circa ottant’anni fa. Si tratta di materiali di diversa natura che documentano la vita militare all’interno del bunker durante gli ultimi mesi della guerra. I reperti saranno oggetto di ulteriori studi e verranno esposti in future iniziative pubbliche del GAAST.[7][9][3] Possibile connessione con una grotta naturale carsica Tra gli aspetti più rilevanti
emersi dall’esplorazione vi è la possibilità che la stanza appena
scoperta non sia un ambiente isolato. Secondo le prime valutazioni dei
volontari, il vano potrebbe rappresentare l’accesso a ulteriori passaggi
sotterranei o addirittura collegarsi a una grotta naturale di origine
carsica.[1] Il GAAST e la valorizzazione del patrimonio storico-bellico di Trieste Il GAAST opera da anni nel recupero e nella valorizzazione dei siti storici del territorio triestino, con particolare attenzione ai bunker e alle strutture militari del secondo conflitto mondiale. Il gruppo organizza visite guidate al comprensorio dei bunker dell’Obelisco e collabora con altri soggetti locali per la tutela e la fruizione pubblica di questi luoghi.[2][8][11] L’obiettivo dichiarato è duplice: rendere i bunker accessibili a un pubblico sempre più ampio e mettere in sicurezza gli ambienti per future visite. La scoperta del 15 marzo 2026 aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza delle strutture sotterranee dell’altopiano triestino, un patrimonio di archeologia bellica ancora in parte inesplorato e poco documentato. Leesplorazioni nel bunker del Generatore di Opicina continueranno nelle prossime settimane.[1] [3] Fonti |
| Da Hit*er a Putin: in un ex bunker nazista di Berlino ora c’è una mostra sulla guerra in Ucraina |
| Da lindipendente.online del 18 marzo 2026 |
|
A Berlino, all’interno del Berlin Story Bunker – un ex rifugio antiaereo della Seconda guerra mondiale trasformato in museo da Wieland Giebel ed Enno Lenze – è stata inaugurata la prima mostra sulla guerra in Ucraina. L’idea alla sua base è dialogare direttamente con gli spazi storici preesistenti e dimostrare come la storia si stia drammaticamente ripetendo. Nello stesso edificio, infatti, è ospitata un’ampia mostra permanente che pone ai visitatori una domanda: “Hitler, com’è potuto succedere?”. Attraversando la nuova esposizione temporanea sull’Ucraina – aperta al pubblico il 24 febbraio nel quarto anniversario dell’invasione russa – il curatore Giebel fornisce una risposta a quel quesito: è potuto accadere in passato e sta succedendo di nuovo oggi, perché Vladimir Putin è a tutti gli effetti il nuovo Hitler. Il parallelismo tra le due mostre evidenzia come il presidente russo aggredisce i Paesi vicini, manipola la propaganda di Stato e utilizza la lingua come arma da guerra per assimilare popoli a cui attribuisce un destino ontologico comune, esattamente come fece la Germania nazista con le popolazioni germanofone. Giebel ci spiega che non c’è nulla di diverso dalle tattiche del passato, che lo spingono a definire Putin come “un Hitler senza Olocausto”. Proprio per documentare questa brutale continuità, l’Ukraine Museum è concepito come uno spazio in costante aggiornamento, con i curatori che si recano regolarmente nelle zone di conflitto per raccogliere oggetti, testimonianze e materiali da presentare senza filtri al pubblico tedesco. Wieland Giebel, il curatore della mostra Nato nel 1950 a Berlino Est, Wieland Giebel si trasferì con la famiglia a Kassel, nella Berlino Ovest, quando aveva appena due anni. Qui frequentò l’Humanistisches Gymnasium, dove conseguì il diploma nel 1970. Da quel momento iniziò il suo percorso professionale: lavorò come editore, operatore di cooperazione allo sviluppo in Ruanda, giornalista freelance e consulente del Parlamento Europeo. La collaborazione con Enno Lenze ebbe inizio nel 2006 in occasione del festival di storia “Historiale”. Dal 2008 si trasferirono al Berlin Story Bunker, dove diedero vita al polo museale ancora visitabile. Nel presentare la nuova mostra dedicata alla guerra in Ucraina, Giebel ha espresso una posizione molto netta. A suo avviso, il leader russo segue una logica di potenza che richiama quella dei regimi del XX secolo. Passato e presente si intrecciano Vladimir Putin non starebbe
semplicemente conducendo un conflitto regionale, ma perseguendo un
obiettivo più ampio: la ricostruzione di un ordine geopolitico perduto,
quello dell’ex Unione Sovietica. La mostra si propone così non solo come
uno spazio espositivo, ma anche come luogo di riflessione sul presente.
Attraverso oggetti provenienti dal fronte, testimonianze dirette e
installazioni immersive (come il drone che punta i visitatori non appena
entrano nella mostra), il Berlin Story Bunker invita i visitatori a
confrontarsi con la realtà della guerra e con le sue conseguenze
sull’Europa di oggi. In un bunker costruito per sopravvivere ai
bombardamenti della Seconda guerra mondiale, il passato e il presente si
intrecciano, ricordando quanto fragile possa essere la pace. |
| Giornate Fai: per poche ore puoi visitare un bunker antiaereo perfettamente conservato a Milano |
| Da domusweb.it del 18 marzo 2026 |
|
In ogni città esistono edifici pubblici che, pur essendo quotidianamente sotto i nostri occhi, ci restano in buona parte sconosciuti. Sono visibili, certo, se non addirittura monumentali – travertino, colonne, facciate che dichiarano la propria esistenza con una certa solennità – eppure rimangono ai margini della percezione comune, come se la natura della loro identità contribuisse a oscurarli per eccesso di presenza. Sono i luoghi della burocrazia, dove il rapporto tra Stato e cittadino si consuma nella sua forma più ordinaria e funzionale. Il Palazzo delle Finanze di Milano, all’incrocio tra via Manin e via della Moscova, è forse uno di questi casi. Sede principale di importanti uffici tributari, oggi lo si riconosce se ci si passa davanti — e chiunque abbia attraversato i giardini di Porta Venezia lo ha fatto — ma, se in pochi sanno cosa si celi dietro la sua facciata severa, quasi nessuno ha mai avuto accesso a ciò che, intatto da decenni, è rimasto chiuso al pubblico: il suo rifugio antiaereo. In occasione delle Giornate FAI di Primavera, il 21 e il 22 marzo 2026 il palazzo aprirà le sue porte per un percorso di visita che per la prima volta includerà non solo il caveau — dove sono esposti alcuni cimeli della storia finanziaria milanese — e gli spazi monumentali interni, ma anche il bunker sotterraneo. Sarà un’apertura storica e, al contempo, l’ultima prima dell’avvio di una più ampia ristrutturazione dell’edificio a cura di Asti Architetti. Costruito negli anni Trenta del Novecento dal Genio Civile in collaborazione con l’architetto Eugenio Morelli, il palazzo nasce dall’esigenza di razionalizzare la burocrazia tributaria, concentrando in un unico edificio gli uffici finanziari cittadini fino ad allora distribuiti in diversi immobili. La sua architettura riflette il linguaggio e i canoni istituzionali dell’epoca: volumi compatti, uso di materiali durevoli, un impianto pensato per trasmettere solidità e autorevolezza. Anche gli elementi decorativi, con le sculture allegoriche di Finanza, Lavoro, Stato e Legge, contribuiscono a rafforzare l'impalcatura simbolica di questo spazio deputato alla gestione finanziaria. Parallelamente alla costruzione dell’edificio, cambia però il quadro storico e normativo. Negli anni Trenta, con l’organizzazione della difesa passiva e la diffusione delle politiche dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), entra in vigore l’obbligo di dotare gli edifici pubblici e privati – in particolare di nuova costruzione – di rifugi antiaerei. Non si tratta di un dettaglio secondario, ma di una trasformazione profonda nel modo di progettare la città, che deve iniziare a considerare la minaccia di attacchi dall’alto come una variabile progettuale concreta. A partire dal 1940 Milano viene infatti colpita da ripetuti bombardamenti alleati che tra il 1942 e il 1943 causarono danni estesi al tessuto urbano e costrinsero la popolazione a un uso sistematico dei rifugi. In questo scenario, anche il rifugio del Palazzo delle Finanze si inserisce in una rete più ampia di spazi destinati alla protezione civile, spesso non accessibili ma fondamentali testimonianze della vita quotidiana di quegli anni. La riapertura del bunker in occasione delle Giornate FAI offre quindi l’opportunità di ricostruire la storia del palazzo nella sua interezza, mettendo in relazione la sua dimensione rappresentativa – quella visibile e istituzionale – con quella più nascosta, funzionale e spesso trascurata nel racconto dell’evoluzione urbana della Milano contemporanea. Immagine di apertura: Palazzo delle Finanze, Milano. ©Roberto Morelli |
| Mura di Treviso: «Restauro nei tempi del Pnrr, saranno candidate a patrimonio Unesco» |
| Da trevisotoday del 18 marzo 2026 |
|
Sono passati quasi due anni dall'inizio dei lavori di riqualificazione delle Mura storiche di Treviso e la scadenza legata ai fondi del PNRR si avvicina inesorabile. Mercoledì 18 marzo l'assessore alle Opere pubbliche, Sandro Zampese, ha fatto il punto sullo stato del cantiere confermando la piena volontà del Comune di Treviso di candidare le Mura a patrimonio dell'Umanità. «I 35 cantieri PNRR in città saranno completati entro la scadenza di giugno 2026, non ci saranno ulteriori ritardi per il restauro delle Mura storiche. I fondi del PNRR - precisa Zampese - sono bastati per il restauro del tratto Nord e di una piccola parte del tratto Est, la nostra intenzione rimane quella di presentare la candidatura Unesco per intercettare ulteriori fondi da investire sulla completa riqualificazione della cinta muraria» ha detto l’assessore. CANDIDATURA UNESCO Treviso punta a ottenere il riconoscimento Unesco inserendo il suo sistema bastionato nel circuito delle difese veneziane del XVI-XVII secolo. Mura trevigiane e sistema idraulico di Fra Giocondo entrerebbero così a far parte del sito Unesco seriale “Opere di Difesa Veneziane tra XVI e XVII secolo” che già include città storiche come Palmanova e Peschiera del Garda. Le Mura di Treviso sono state costruite in un periodo antecedente a quelle veneziane ma il Comune vuole comunque candidarle per la loro unicità. Si tratta infatti di uno dei pochi casi di cinta muraria storica con bastioni circolari, insieme a quelle di Padova. L'altro aspetto su cui il Comune vuole puntare è la difesa idraulica data dal Botteniga e dal Sile. L'architetto Giovanni Giocondo aveva progettato il sollevamento delle paratoie e delle macchine idrauliche che isolavano Treviso in caso di invasione nemica. |
| Vicenza, la protesta contro la guerra blocca la base militare americana |
| Da lindipendente.online del 18 marzo 2026 |
|
«Abbiamo deciso di agire presso una delle principali strutture statunitensi per denunciare ancora una volta i rischi a cui la complicità con l’imperialismo americano ci espone, rendendoci attivi partecipanti dei conflitti scatenati da due tra i governi più sanguinari della storia». Con queste parole gli attivisti vicentini hanno annunciato la protesta a Camp Del Din, bloccando per due ore l’accesso alla base USA. Centinaia di persone si sono riversate in strada a Vicenza per protestare contro la presenza americana sul territorio, che lo espone e rende complice dell’escalation bellica globale, a partire dall’ultimo conflitto scatenato in Asia Occidentale. Durante la protesta sono state rilanciate le giornate del No Kings, in programma a Roma il 27 e 28 marzo contro guerre e imperialismo. Sabato pomeriggio centinaia di persone si sono riunite in via Prati, dirigendosi verso la rotatoria di viale Ferrarin, nei pressi di Camp Del Din. «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra» sono le due scritte lasciate dai manifestanti sulla rotonda, mentre l’accesso alla base militare USA veniva bloccato per due ore. Quello di Camp Del Din è uno dei principali snodi statunitensi presenti sul territorio, al pari di Ederle, Miotto e Tormeno, le altre tre infrastrutture militari aperte a Vicenza da Washington. I quattro capisaldi USA —scrive il Centro Sociale Bocciodromo, tra i promotori della protesta — «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori. Oggi abbiamo ribadito che Vicenza non vuole essere complice; non accetteremo che le nostre città diventino avamposti militari mentre guerre e crisi vengono decise sopra le nostre teste». La mobilitazione vicentina si inserisce in un più ampio movimento contro guerra e militarizzazione, che per il 27 e 28 marzo ha organizzato due giornate a Roma al grido di “No Kings“. In programma una manifestazione «contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei governi», che si svolgerà in contemporanea con le proteste di Londra e degli Stati Uniti. Il fermento è alto: proprio in questi giorni centinaia di manifestanti hanno bloccato per ore la stazione ferroviaria di Pisa e impedito a un convoglio carico di armi di arrivare a destinazione. Ha fatto invece indignare cittadini e amministratori locali l’esercitazione militare tenuta dagli USA, a quanto pare senza alcuna autorizzazione, nel Parco delle Madonie, area naturale protetta del palermitano. |
| Lagopesole, il castello di Federico II rivive con il progetto "Fantastico Medioevo": firmato l'accordo per la valorizzazione |
| Da giornalepartiteiva.it del 17 marzo 2026 |
|
Potenza – Un patto a quattro per restituire splendore a una delle fortezze più suggestive del Mezzogiorno. Il castello di Lagopesole, l'antica dimora federiciana che domina l'altopiano di Avigliano, si prepara a vivere una nuova stagione di rinascita culturale grazie a un accordo di valorizzazione senza precedenti. La Giunta regionale della Basilicata, con la deliberazione n. 37 del 10 marzo 2026, ha ufficializzato l'intesa che vede coinvolti la Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, i Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, la Regione Basilicata e la Fondazione Matera-Basilicata 2019. L'obiettivo è ambizioso: trasformare il maniero svevo in un polo d'attrazione di respiro nazionale, capace di raccontare secoli di storia attraverso il linguaggio dell'innovazione tecnologica. Il cuore del progetto si chiama "Fantastico Medioevo" e prenderà vita negli spazi nobili del castello, tra il Quarto dell'Imperatore e il Quarto della Regina. Al primo piano della fortezza sarà allestito un percorso polimediale permanente che guiderà i visitatori alla scoperta delle dominazioni che hanno plasmato l'identità di queste terre: dai longobardi ai normanno-svevi, fino agli aragonesi. Un viaggio immersivo nella storia, reso possibile dalle più moderne tecnologie digitali. Ma la vera novità è destinata a illuminare il Cortile Maggiore. Qui, sotto il cielo stellato dell'altopiano lucano, prenderà vita una proiezione di videomapping site-specific. Le antiche pietre del castello diventeranno uno schermo vivente per una narrazione identitaria che saprà incantare i visitatori, trasformando la visita in un'esperienza emozionale capace di coniugare la maestosità dell'architettura medievale con la magia delle nuove frontiere della comunicazione visiva. Soddisfatto il governatore lucano Vito Bardi, che ha voluto sottolineare la portata strategica dell'intesa. «Con questa firma – ha dichiarato il Presidente della Regione – mettiamo a sistema le migliori energie per restituire al castello di Lagopesole il ruolo che merita. Non è solo un atto burocratico, ma una visione strategica che unisce conservazione e innovazione, puntando a incrementare la capacità attrattiva di una delle aree più suggestive della nostra Basilicata». Parole che richiamano la necessità di superare la frammentazione che finora ha caratterizzato le politiche di promozione del Vulture-Melfese, mettendo finalmente a sistema risorse e competenze. L'accordo prevede una chiara suddivisione dei compiti. L'Istituto Museale si farà carico del recupero funzionale del Cortile Minore e della riapertura dell'Antiquarium archeologico situato al piano terra del castello, spazi che torneranno così fruibili al pubblico dopo anni di parziale oblio. Alla Regione Basilicata e alla Fondazione Matera-Basilicata 2019, forte dell'esperienza maturata con l'anno da Capitale europea della cultura, spetterà invece il compito di curare l'allestimento dedicato al mondo normanno, integrando e aggiornando il precedente lavoro multimediale incentrato sulla figura di Federico II di Svevia. Per il momento, l'istituzione di un biglietto d'ingresso unico è stata rinviata a una fase successiva. Una scelta che testimonia come la priorità sia quella di far ripartire rapidamente la "macchina" della fruizione, restituendo il castello alla comunità e ai visitatori, per poi ragionare in un secondo momento su strategie di gestione integrata. L'accordo avrà una durata triennale, con possibilità di rinnovo, e si fonda su un principio di invarianza finanziaria: si lavorerà con le risorse già disponibili nei bilanci dei singoli enti, ma l'effetto moltiplicatore della sinergia promette di trasformare la somma degli sforzi individuali in un valore collettivo di ben altra portata. Lagopesole, la "sentinella di pietra" della Basilicata, cessa così di essere un monumento statico e si appresta a diventare un palcoscenico dinamico della storia. Un Medioevo che, lungi dall'essere "buio", si illumina di nuove tecnologie e si carica di speranze turistiche per un territorio che punta a ritagliarsi uno spazio di primo piano nel panorama culturale del Mezzogiorno |
| Giornate FAI 2026: apre il Castello medievale di Mineo |
| Da lagazzettadelcalatino.it del 17 marzo 2026 |
|
Il 21 e 22 marzo 2026, le Giornate FAI con l'iniziativa del FAI Terre del Calatino, offrono un’occasione d’eccezione: l’apertura al pubblico del Castello di Serravalle, a Mineo. Arroccato su Poggio Pizzuto a difesa della Valle dei Margi, il maniero del XIII secolo è un punto di riferimento iconico del paesaggio siciliano. Di proprietà dell'Avv. Orsola Sedati, la struttura appartiene alla famiglia Grimaldi dal 1513. I visitatori potranno varcare il portone d’ingresso, attraversare una suggestiva galleria scavata nella roccia e risalire le ripide scale lungo la cinta muraria originale per raggiungere la torre medievale. Nata come fortezza militare sulla via per Caltagirone, la costruzione è divenuta nel XVI secolo una raffinata dimora, mantenendo intatto il fascino delle sue stratificazioni storiche. Partecipare alle visite con una donazione significa sostenere attivamente la missione di tutela della Fondazione. Si ricorda che, in caso di grande affluenza, l’ingresso potrebbe non essere garantito; tuttavia, gli iscritti FAI (o chi si tessererà in loco) godranno dell'accesso prioritario. Un'opportunità rara per scoprire un tesoro privato solitamente inaccessibile. |
| IL FUTURO DI IERI | Carte e vedute di città italiane tra il XV e il XVIIII secolo |
| Da smart.comune.genova.it del 17 marzo 2026 |
|
Di Claudio Tosi La storia della città può essere letta anche attraverso le immagini con cui essa è stata rappresentata. Mappe, piante e vedute urbane non costituiscono soltanto documenti tecnici o strumenti di orientamento: sono fonti fondamentali per comprendere il modo in cui le società del passato hanno percepito, organizzato e trasformato lo spazio urbano. La riflessione sulla rappresentazione cartografica della città tra età moderna e XIX secolo permette infatti di cogliere il passaggio da una cultura della descrizione urbana a una cultura della pianificazione. Nel corso dell’Antico Regime, tra XV e XVIII secolo, le città europee furono oggetto di una ricca produzione di immagini cartografiche. Vedute prospettiche, rappresentazioni “a volo d’uccello” e prime piante geometriche restituivano l’aspetto dell’abitato mettendo in evidenza mura, fortificazioni, chiese, palazzi pubblici e spazi della vita civile. Queste immagini non erano mai neutrali: selezionavano ciò che doveva essere visibile e significativo, contribuendo a costruire una narrazione visiva della città. La cartografia urbana diventava così uno strumento attraverso cui le istituzioni politiche e le élite civiche rappresentavano il proprio potere, organizzavano il territorio e affermavano l’identità della comunità urbana. Nel corso del XIX secolo questo rapporto tra rappresentazione e trasformazione dello spazio urbano assume nuove forme. Lo sviluppo di tecniche di rilievo sempre più precise e la diffusione di strumenti scientifici di misurazione rendono la cartografia un dispositivo fondamentale per la progettazione della città moderna. Le mappe non servono più soltanto a descrivere la città esistente, ma diventano il punto di partenza per immaginare e pianificare interventi di rinnovamento urbano. Il caso di Genova offre un esempio particolarmente significativo di questo passaggio. All’inizio dell’Ottocento la città è al centro di importanti trasformazioni urbanistiche, sostenute da nuove pratiche di rappresentazione e conoscenza del territorio. Il piano urbanistico elaborato nel 1825 da Carlo Barabino, così come i rilievi topografici realizzati negli stessi anni nell’ambito della modernizzazione amministrativa e catastale, testimoniano l’emergere di una concezione della città come spazio misurabile, analizzabile e trasformabile attraverso strumenti cartografici sempre più accurati. Le mappe diventano dunque il luogo in cui si incontrano conoscenza tecnica, ambizioni politiche e visioni del futuro urbano. Attraverso la loro analisi è possibile seguire la lunga transizione che conduce dalla città rappresentata nelle immagini dell’età moderna alla città progettata dall’urbanistica contemporanea. La cartografia urbana appare così non solo come uno strumento di descrizione, ma come uno dei principali dispositivi attraverso cui le società europee hanno immaginato e costruito la città moderna. Mappa: Giacomo Brusco, Genova - nel solo giro delle sue mura vecchie con l'esposizione delle chiese e luoghi principali, Centro DocSAI, Collezione Topografica e Cartografica, Comune di Genova |
| Il Bunker di Villa Ada a Roma |
| Da lazioeventi.com del 17 marzo 2026 |
|
In questo articolo, esploreremo la storia, l’architettura e l’esperienza di visita di questo gioiello sotterraneo, fornendo tutte le informazioni logistiche necessarie per pianificare il vostro viaggio nel tempo.
Una Storia Scavata nel Silenzio Per comprendere l’importanza del Bunker di Villa Ada, dobbiamo tornare ai primi anni ’40. L’Italia è in guerra e i bombardamenti alleati sulle città iniziano a farsi frequenti e devastanti. Mentre Benito Mussolini faceva scavare i suoi rifugi a Villa Torlonia e a Palazzo Venezia, il Re Vittorio Emanuele III non poteva essere da meno. Villa Ada non era solo un parco pubblico ante litteram, ma la residenza privata dei Savoia. La costruzione del bunker di Villa Ada iniziò tra il 1940 e il 1942. A differenza di molti altri rifugi romani, ricavati adattando cantine o antiche cave di tufo, questo fu progettato e costruito ex novo con le più avanzate tecnologie militari dell’epoca. Il suo scopo era chiaro: proteggere la famiglia reale non solo dalle bombe esplosive, ma anche dalla minaccia, allora molto temuta, dei gas tossici. Dopo la fuga del Re da Roma nel 1943 e la successiva caduta della monarchia nel 1946, il bunker cadde nell’oblio. Per decenni è rimasto abbandonato, preda di vandali, tombaroli e dell’incuria del tempo, trasformandosi in un luogo spettrale ricoperto di graffiti e detriti. Solo grazie all’instancabile lavoro dell’associazione Roma Sotterranea, il sito è stato recuperato, ripulito e restituito al pubblico in tutto il suo austero splendore. Bunker di Villa Ada: Cosa c’è dentro? Il Bunker di Villa Ada non è una semplice “cantina rinforzata”. Si tratta di una struttura ipogea imponente, scavata all’interno di una collina artificiale e protetta da uno spessore di cemento armato che supera i due metri in alcuni punti. L’Ingresso “a prova di bomba” L’accesso principale era stato progettato per permettere alle auto della famiglia reale di entrare direttamente all’interno della struttura, minimizzando l’esposizione all’aperto durante un allarme aereo. Una rampa conduce a un monumentale portone blindato, ancora oggi funzionante, che dà il senso immediato della protezione che questo luogo doveva offrire. La Struttura Circolare Una delle caratteristiche più distintive del bunker di Villa Ada è la sua pianta circolare. Questa scelta architettonica non era estetica: la forma curva permetteva una migliore distribuzione dell’onda d’urto in caso di esplosione ravvicinata, rendendo la struttura incredibilmente resistente. All’interno, i corridoi si snodano intorno a un nucleo centrale, creando un ambiente quasi labirintico ma estremamente funzionale. Tecnologia e Comfort (Reale) Il bunker era dotato di sistemi all’avanguardia per l’epoca: •Filtri anti-gas: Grandi
contenitori di carbone attivo, ancora visibili durante la visita,
servivano a depurare l’aria esterna prima di immetterla negli ambienti
abitativi. L’Esperienza della Visita: Un’Immersione Emozionale Visitare il Bunker di Villa Ada non è solo una lezione di storia, ma un’esperienza sensoriale. Una volta varcata la soglia, la temperatura scende bruscamente e il rumore della città scompare, sostituito da un silenzio ovattato. Le guide di Roma Sotterranea non si limitano a descrivere i dati tecnici, ma narrano la vita quotidiana durante l’emergenza. Si può quasi immaginare la Regina Elena e il Re, insieme ai loro collaboratori più stretti, nell’attesa angosciante del segnale di “fine allarme”. Il restauro è stato filologico: i macchinari sono stati ripuliti, la segnaletica interna ripristinata el’illuminazione studiata per esaltare le forme brutaliste del cemento. Il percorso include anche la visione di filmati d’epoca e documenti che contestualizzano il periodo dei bombardamenti su Roma (come quello del quartiere San Lorenzo del 19 luglio 1943), rendendo la visita educativa per gli adulti e affascinante per i più giovani. Informazioni Logistiche e Consigli Pratici Se avete deciso di esplorare questo pezzo di storia segreta, ecco tutto quello che dovete sapere per organizzare la visita. Sito Ufficiale e Prenotazioni La prenotazione è obbligatoria. Le visite del Bunker di Villa Ada sono gestite dall’Associazione Roma Sotterranea. •Sito web: www.bunkervillaada.it Come Arrivare Il bunker si trova all’interno di Villa Ada Savoia, nel quartiere Trieste/Salario. Il punto di incontro per le visite è solitamente presso l’ingresso di Via Salaria 267/273. •In Autobus: Diverse linee servono
la zona della Salaria. Le più comode sono la 63, 92, 83 e 310. Scendete
alla fermata “Salaria/Villa Ada”. Orari e Tariffe Le visite si svolgono prevalentemente il sabato e la domenica. Il tour dura circa 90 minuti. •Costo: Il biglietto ha solitamente un costo che si aggira intorno ai 10-12 euro (con riduzioni per bambini e soci). È inclusa la guida professionale. Consigli Utili per la Visita 1.Abbigliamento: Anche in piena estate, all’interno del bunker la temperatura è costante intorno ai 14-16 gradi con un alto tasso di umidità. Portate sempre una felpa o una giacca leggera. 2.Calzature: Il percorso è pianeggiante ma il terreno può essere umido. Indossate scarpe comode e chiuse. 3.Accessibilità: A causa della natura storica e ipogea del sito, l’accesso potrebbe risultare difficoltoso per persone con gravi problemi di deambulazione o su sedia a rotelle (è presente una rampa, ma ci sono passaggi stretti e scale per l’uscita di emergenza). Si consiglia di contattare l’organizzazione in anticipo per esigenze specifiche. 4.Fotografie: Di norma è permesso scattare foto senza flash, ideale per catturare l’atmosfera suggestiva delle sale macchine. Il Bunker di Villa Ada è molto più di una costruzione militare; è un monito silenzioso sulla fragilità della pace e un tributo alla capacità di recupero del patrimonio storico romano. Inserire questa tappa nel vostro itinerario turistico vi permetterà di scoprire una Roma diversa, lontana dai fasti del Barocco e dai marmi del Foro, ma altrettanto intensa e necessaria per comprendere il secolo scorso. Dopo la visita, potrete godervi una passeggiata rigenerante nel parco di Villa Ada, magari raggiungendo il laghetto, per tornare alla luce del sole con la consapevolezza di aver toccato con mano un segreto custodito per settant’anni sotto le radici dei pini marittimi. |
|
Real Cittadella di Messina: torna la gente e adesso si spera nel
recupero |
| Da ilroma.net del 16 marzo 2026 |
|
Di Maurizio Dente MESSINA. Dopo tre anni, la gente è potuta tornare tra i resti della Real Cittadella di Messina, che era stata dichiarata “zona rossa” a marzo 2023 in attesa della bonifica dei suoli. Domenica 15 marzo l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto di Messina, presieduta da ottobre dall’avvocato Francesco Rizzo, ha autorizzato una visita al bastione Santo Stefano della fortezza, affacciato sul mare dello Stretto, e ai cortili interni già ripuliti. Per la fortezza, teatro della resistenza borbonica all’assedio piemontese del 1860-61 e nei secoli precedenti delle vicende militari più importanti della Storia della Sicilia e del Sud, è un segnale di speranza. Diventa concreta, dopo anni di denunce dello storico e archeologo Franz Riccobono, scomparso nel 2022, e la mobilitazione delle associazioni culturali e identitarie, che sono riuscite a trascinare la politica, la prospettiva di un recupero della Real Cittadella e della bellissima zona della Falce in cui sorge. Un Convegno organizzato dalla “Associazione Amici del Museo-Franz Riccobono” nella sede dell'Istituto di istruzione superiore "Verona Trento" ha riunito studiosi, esponenti delle associazioni, appassionati di Storia e gli alunni della scuola che, nel 1996, realizzarono un fedele modello in scala della fortezza a forma di stella esposto nell’Istituto. «I messinesi sono sempre stati vicini nella loro Storia al mare e alla Zona Falcata», ha detto il neopresidente degli “Amici del Museo" Guglielmo Labruto. «La Cittadella e la zona della falce – ha aggiunto il presidente emerito Luigi Montalbano - sono un pezzo dell’identità di Messina. Lo dico ai giovani, devono cancellare la vergogna dell’inceneritore che vi fu collocato negli anni ‘70». Fu il punto più basso nella vicenda di degrado e abbandono del monumento, un importante esempio di architettura militare realizzato nel XVII secolo dall’ingegnere fiammingo Carlos de Grünenbergh per la Corona di Spagna, ridotto a non luogo e mortificato insieme all’intera zona della Falce dalla collocazione di industrie inquinanti, dai rifiuti e dalle auto rottamate della Polizia di Stato. Le diapositive in bianco e nero mostrate dal prof. Biagio Ricciardi hanno documentato una vicenda incredibile, purtroppo non unica al Sud, di odio verso il passato (dopo l’unità fu chiesta la demolizione del monumento-simbolo), di violenza al territorio e di indifferenza della classe politica. «Il recupero della Real Cittadella – ha detto il presidente di Archeoclub dell’Area Integrata dello Stretto Rosanna Trovato – è una montagna ancora da scalare, ma c’è l’impegno positivo di Rizzo».
«Quella di procedere per aperture progressive del monumento per restituirlo alla città – ha detto il prof. Marco Grassi, che ha coordinato i lavori del convegno - era la sua idea. Cominciamo ad aprire un piccolo Museo nelle parti recuperate». Gli ex alunni dell’Istituto Verona Trento, autori del plastico dorato del monumento sulla base di una pianta custodita a Napoli, si si sono alzati tra gli applausi. Francesco Rizzo presidente dell’Autorità Portuale dello Stretto, proprietaria dei suoli da bonificare su cui sorge la fortezza ha confermato: «si procederà con aperture graduali. Intanto, i cortili interni sono stati integralmente ripuliti dall'ADSP e il bastione Santo Stefano (uno dei due superstiti, ndr) sarà parzialmente accessibile. È un primo passo per rendere fruibile in tutta la sua bellezza la zona Falcata e la Cittadella». Rizzo ha annunciato «un calendario di iniziative da stabilire in collaborazione con tutte le associazioni interessate, a questo grande progetto di recupero e di fruizione. Voglio portare avanti questa missione - aggiunge - fino all’ultimo minuto del mio mandato». «La bonifica dei suoli è stata affidata a Invitalia - dice al ROMA il presidente dell’ ADSP dello Stretto - perché è la stazione appaltante migliore». Certo occorreranno altri fondi, oltre ai 23 milioni di euro recuperati dal sottosegretario Matilde Siracusano nel 2023, ma intanto si comincia. I fantasmi di Bagnoli aleggiano sul mare azzurrissimo dello Stretto. Ma qui non dovrebbe andare a finire allo stesso modo. «Stiamo pensando a dare alle nuove generazioni questo testimone, e mia figlia per la scuola sta preparando una tesina sulla Real Cittadella», conclude Rizzo |
| Batteria di Scarpa: apre ai veronesi uno dei gioielli meno conosciuti della città |
| Da larena.it del 15 marzo 202 |
|
Di Ilaria Noro Lavori cofinanziati da Fondazione Cariverona e Comune di Verona Barriere architettoniche abbattute e nuovi servizi igienici: la Batteria di Scarpa si apre alla città. La sala dell’imponente struttura asburgica èora a disposizione dei cittadini, di gruppi e associazioni per iniziative culturali, riunioni e incontri. La fortificazione, a pochi passi da Alto San Nazaro , che si affaccia al Parco delle Mura, sarà visitabile i sabato pomeriggio grazie al Comitatoper il Verde che, insieme a Legambiente, è attivo qui da molti anni. Inoltre, potrà essere meta per studenti, studiosi ed appassionati: ècustodito qui, infatti, il Centro documentale del Parco delle Mura, formato da volumi, libri e lavori curati negli anni da Legambiente sul verde esulle strutture fortificate e monumentali della cinta muraria che abbraccia la città. L’intervento sulla Batteria di Scarpa, che risale al 1840, progettata dal militare Franz Von Scholl, è stato cofinanziato da FondazioneCariverona e Comune di Verona e conclude il lungo iter di restauro e ripristino della fortificazione che ancora oltre una decina di anni faaveva portato al recupero della sala principale. Ora lo step aggiuntivo, costato circa 35mila euro, e la piena fruibilità grazie ai bagni. I nuovi lavori sono stati presentati dall’assessora alla Cultura e ai Rapporti con l’Unesco Marta Ugolini insieme al presidente della Prima circoscrizione Lorenzo Dalai, Ettore Napione, storico dell’arte e dirigente dell’Ufficio Unesco del Comune e Andrea Bernardelli, architetto progettista dei nuovi interventi alla Batteria di Scarpa. |
| L’ex base Nato di Bagnoli per gli sfollati dei Campi Flegrei |
| Da larena.it del 15 marzo 202 |
|
Dopo l'ultimo terremoto molte persone hanno sfondato i cancelli e l'hanno occupata, convincendo la Regione a farne una struttura di accoglienza permanente Dopo il terremoto avvenuto nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 marzo nell’area dei Campi Flegrei, nella zona nord occidentale di Napoli, nel quartiere di Bagnoli molte persone che erano scese per strada sono andate a cercare rifugio in una ex base della Nato, che ha ampi viali, giardini ed edifici antisismici. Hanno trovato i cancelli chiusi e li hanno sfondati, occupando la struttura per tutta la notte. Il pomeriggio dopo hanno organizzato un’assemblea all’interno della struttura per chiedere che quegli edifici abbandonati siano riconvertiti in strutture per ospitare gli sfollati in caso di emergenza e assistere le vittime del bradisismo, cioè il sollevamento o l’abbassamento del terreno provocato dall’attività vulcanica nella «caldera» dei Campi Flegrei. «Non è più possibile considerare quello che sta succedendo come un’eccezionalità: c’è bisogno di strutture attrezzate accessibili ventiquattr’ore su ventiquattro, di personale civile e medico per supportare la popolazione in un momento complesso», ha detto Walter Iannuzzi, uno psicologo che ha partecipato alla riunione pubblica. Le persone presenti hanno chiesto anche maggiori informazioni sui percorsi di fuga in caso di emergenze, sostegno economico e psicologico per gli sfollati e interventi domiciliari tempestivi nel caso di terremoti per le persone in difficoltà. Gli occupanti hanno ricevuto sostegno sia dalla Regione che dal comune di Napoli. In una diretta Facebook, il presidente della Regione Vincenzo De Luca,del Partito Democratico, ha detto che «abbiamo visto immagini francamente inaccettabili dei cittadini che di sera, di notte, rimanevano fuori dall’ex Nato e non avevano centri di accoglienza adeguati». La Regione ha poi deciso con la Protezione civile di costruire una struttura di accoglienza, mentre l’Azienda sanitaria locale Napoli 1 ha messo a disposizione un servizio di consulenza psicologica. «I cittadini devono sapere dove andare e avere un luogo protetto dove ritrovarsi, servizi igienici, servizi sanitari. Inoltre, sarà presente un’ambulanza con il personale relativo», ha detto De Luca. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, anche lui del Partito Democratico, ha spiegato che la struttura sarà «permanente», anche perché il bradisismo è ancora in corso e non si sa quanto tempo durerà. La ex base militare è il luogo ideale per offrire servizi e accogliere un grannumero di persone nel caso di una catastrofe. È grande 300mila metri quadratie all’interno ha ampi viali e grandi edifici con molti spazi verdi intorno. Dagli anni Cinquanta fino al 2013 fu la sede del comando della Nato per il sud dell’Europa. Oltre alle strutture militari, con un numero imprecisato di missili,un radar e un bunker antiatomico, all’interno c’era una vera e propria cittadella,con una scuola, una banca, tre mense, campi sportivi, palestre, spazi ricreativi, bar, negozi e una pista d’atterraggio per elicotteri. Dopo la dismissione, fu acquistata dalla Fondazione Banco di Napoli per l’assistenza all’infanzia, che la diede in gestione alla Regione. Da allora, alcuni edifici sono stati risistemati e ospitano uffici pubblici, altri sono ancora abbandonati. |
| Pisa, affidati i lavori di restauro del Bastione di San Giorgio |
| Da corrieredelveneto.it del 17 marzo 202 |
|
Il Comune di Pisa ha affidato i lavori di restauro e recupero del Bastione di San Giorgio e del tratto adiacente delle mura urbane, nell’area della Cittadella. L’intervento, del valore complessivo di 622 mila euro, è finanziato in parte con risorse comunali e in parte dalla Regione Toscana attraverso un bando dedicato alle città murate e alle fortificazioni storiche. Ha scritto il Comune di Pisa. Il Comune di Pisa ha affidato i lavori per il restauro e il recupero del Bastione di San Giorgio e del tratto adiacente delle Mura urbane. L’intervento, del valore complessivo di 622mila euro, è finanziato con risorse del bilancio comunale per 322mila euro e per la parte restante dalla Regione Toscana con il bando “Interventi di sostegno per le città murate e le fortificazioni della Toscana”. I lavori prenderanno il via nelle prossime settimane e si concluderanno entro la fine del 2026. «L’intervento - dichiara il Sindaco di Pisa, Michele Conti - fa parte del più ampio progetto di rigenerazione urbana dell’area della Cittadella, dove sono ormai nella fase conclusiva i lavori finanziati interamente con fondi PNRR per 7 milioni di euro. Un intervento che consentirà di realizzare uno dei parchi urbani più grandi della città, con diverse funzioni e servizi. Con questo nuovo recupero sarà ulteriormente valorizzata una zona dal forte valore storico e identitario per Pisa, dove un tempo sorgevano gli antichi arsenali navali della Repubblica. Grazie al restauro, il Bastione di San Giorgio diventerà una nuova porta di accesso al Parco della Cittadella, mentre gli spazi interni saranno destinati a una sala polivalente a disposizione della città. La nuova porta, che si trova in un’area baricentrica rispetto al Parco della Cittadella, tra l’Arsenale Repubblicano e il complesso dei Vecchi Macelli e delle ex Stallette, rappresenta un nuovo tassello del progetto di riqualificazione delle mura storiche e di valorizzazione dell’antica area della Terzana, un luogo fondamentale per la storia di Pisa che tornerà a nuova vita». Il progetto. L’intervento prevede il recupero e la rifunzionalizzazione delle strutture del Bastione di San Giorgio attraverso interventi di restauro conservativo e di rifunzionalizzazione di spazi attualmente inaccessibili, nonché la pulizia del tratto delle Mura lungo via Bonanno Pisano, lato interno. Nel dettaglio i lavori previsti sono i seguenti: bonifica degli spazi interni da materiali impropri depositati ed eliminazione della vegetazione infestante; eliminazione di pavimentazioni interne improprie, con la demolizione di strutture in ccalcestruzzo e riporti di terreno per la ricostruzione di un piano uniforme; sistemazione delle aree esterne adiacenti al Bastione con pavimentazioni idonee in mattoni pieni e calcestruzzo architettonico; restauro e consolidamento delle cortine murarie interne, previa eliminazione della vegetazione infestante e di elementi impropri; realizzazione di pavimentazione dei vani interni; installazione di un portone di accesso e infissi all’interno del Bastione; consolidamento delle volte con interventi sulla copertura per eliminare le cause delle lesioni attuali presenti; realizzazione di un impianto di illuminazione realizzato con faretti ad incasso e riflettori, posizionati nei vari ambienti del Bastione.
Cenni storici. Il Bastione di San Giorgio è situato nell'angolo Ovest delle mura cittadine che cingono l'antica area della Terzana (oggi in parte scomparsa e nota come Cittadella Vecchia). Durante il Medioevo quest'area ospitava gli arsenali dove venivano costruite e riparate le galee repubblicane; a partire dal periodo mediceo la zona divenne successivamente area militare e così rimase fino alla seconda guerra mondiale, periodo durante il quale subì intensi bombardamenti. Dopo la guerra l'area, in una prima fase destinata su progetto di Michelucci a diventare parco scientifico galileiano, ha subito un progressivo abbandono e solo negli ultimi anni sono state recuperate molte delle strutture architettoniche principali. Quest’ultime sono gli arsenali repubblicani e - poste ai vertici del perimetro delle mura che cingono l'area - le torri Guelfa e Ghibellina, la torre di Sant'Agnese e il Bastione di San Giorgio. Il Bastione di San Giorgio venne costruito nei primi decenni del 1400 dai fiorentini, dopo che conquistarono la città e decisero di fortificare l’area della cittadella rendendola zona militare. Il bastione San Giorgio costituiva l’angolo difensivo Nord-Ovest del perimetro murario e venne costruito intorno alla torre medioevale risalente al XIII secolo detta “Torre del Canto”. La fortezza, di forma quadrangolare (di dimensioni 22 m x 15 m) in parte voltata, è da considerarsi un’opera dotata di una eccezionale potenza di fuoco per l’epoca per la presenza di bombardiere poste su due livelli e dotata di ponte levatoio a contrappeso, di cui oggi restano solo gli alloggiamenti di manovra. |
| 3 Castelli da visitare nella provincia di Roma questa settimana |
| Da viaggiando-italia.it del 14 marzo 202 |
|
Rocca dei Colonna La provincia di Roma custodisce alcuni castelli affascinanti, ideali per una visita che unisce cultura, storia e paesaggio. Oltre alla bellezza delle fortificazioni, questi luoghi offrono la possibilità di scoprire borghi e paesaggi incantevoli nei dintorni. Uno dei castelli più suggestivi è il Castello di Santa Severa, affacciato sul Mar Tirreno. Qui, storia e natura si fondono in un’atmosfera unica. La visita permette di esplorare il museo all’interno, che racconta la storia del castello e dell’antico insediamento etrusco di Pyrgi. Dopo la visita, una passeggiata lungo la spiaggia regala scorci spettacolari, perfetti per gli amanti della fotografia e della natura. Spostandosi nell’entroterra, il Castello Orsini-Cesi-Borghese, situato a Sant’Angelo Romano, domina il paesaggio con la sua imponente struttura. La sua storia è legata a importanti famiglie nobiliari e oggi ospita un museo archeologico con reperti della zona. Dal castello si gode di una vista panoramica sui Monti Lucretili, perfetta per chi ama i paesaggi collinari e le escursioni nei dintorni. Infine, la Rocca dei Colonna, oggi sede del MUDI (Museo Diffuso), sorge a Castel San Pietro Romano. Questo borgo arroccato conserva ancora l’atmosfera medievale e offre un viaggio nella storia tra antiche mura e vicoli suggestivi. Nei pressi si possono visitare i resti di Praeneste (l’attuale Palestrina), un sito archeologico di grande fascino. Questi castelli rappresentano tappe imperdibili per chi desidera unire arte, storia e bellezze naturali in un’unica esperienza. |
| Licenziamenti alla base americana di Vicenza: Europa Verde chiede l'intervento della Regione |
| Da lapiazzaweb.it del 14 marzo 202 |
|
I consiglieri di Europa Verde Masolo e Zanoni chiedono chiarimenti e azioni a tutela dei dipendenti civili itaimpiegati nella base militare vicentina Di Adamo Chiesa "Elon Musk non è solo l’uomo più ricco del mondo, con mire che spaziano dalla Terra a Marte, ma anche uno dei principali responsabili di licenziamenti più significativi del XXI secolo". Così iniziano i consiglieri regionali di Europa Verde, Renzo Masolo e Andrea Zanoni, nel commentare la situazione che sta coinvolgendo i lavoratori civili delle basi militari americane in Italia, con particolare attenzione alla Caserma Ederle di Vicenza. La situazione ha preso piede dopo
le recenti richieste del Department of Government Efficiency (DOGE)
degli Stati Uniti, che ha chiesto a dipendenti civili, compresi i
lavoratori italiani, di fornire un resoconto dettagliato delle loro
attività lavorative nelle settimane precedenti. Una mossa che ha
suscitato non poca preoccupazione tra i dipendenti, temendo che la
mancata risposta potesse portare a pesanti consegue tra cui il
licenziamento. Sebbene il Segretario della Difesa degli Stati Uniti
abbia successivamente minimizzato la questione parlando di una
"revisione" e smentendo le minacce di licenziamento, il timore tra i
lavoratori è rimasto. Alcuni, non obbligati a rispondere, hanno comunque
scelto di farlo per paura di perdere il posto di lavoro. Di fronte a questa situazione, i consiglieri Masolo e Zanoni non sono rimasti inermi e hanno presentato una interrogazione in Consiglio regionale per chiedere alla Regione Veneto di intervenire a tutela dei dipendenti civili italiani. "Poiché questi lavoratori restano cittadini italiani riteniamo fondamentale che la Regione prenda posizione e attivi le necessarie interlocuzioni con le autorità competenti per garantire la loro protezione", concludono i due esponenti di Europa Verde. La questione, che coinvolge direttamente centinaia di lavoratori in Veneto, non è solo una questione di diritto del lavoro, ma tocca anche aspetti politici e diplomatici, dato l'importante legame tra l'Italia e gli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda le basi militari sul territorio prossimi sviluppi della situazione potrebbero avere implicazioni non solo per i lavoratori, ma anche per le relazioni internazionali e le politiche sul lavoro in Italia. |
| Come hanno fatto a scavare un bunkernel ghiaccio della Groenlandia? Lastoria di Camp Century |
| Da geopop.it del 12 marzo 202 |
|
Camp
Century, una base militare segreta costruita dagli USAnei ghiacci della
Groenlandia durante la Guerra Fredda, aveval'obiettivo di lanciare
missili verso l'URSS. Alimentata da unreattore nucleare, fu abbandonata
nel 1967 e al suo internosono presenti ancora oggi rifiuti tossici e
radioattivi. Di Stefano rdi ci furono all’epoca tra USA e Danimarca in merito, ma fatto stache all’interno della base sono presenti ancora grandi quantità di rifiuti. Come confermato da uno studio pubblicato nel 2016, al suo interno sono presenti 9000 tonnellate di rifiuti fisici, come resti di edifici e di rotaie, 200 mila litri di gasolio e 24 milioni di litri di acque reflue. A tutto questosi aggiunge anche una quantità non conosciuta di rifiuti radioattivi derivanti dal fluido rigenerante del reattore. Insomma, si tratta di una situazione non certo trascurabile, soprattuttoconsiderando il fatto che la fusione dei ghiacci è sempre più rapida, e siteme che tra meno di un secolo questi rifiuti possano disperdersi inambiente, causando disastri negli ecosistemi dell’area. E di chi è l’onere di evitare tutto questo? Come dicevamo, gli accordi presi tra USA e Danimarca negli anni ‘60 inmerito non sono chiarissimi, e dunque vedremo nei prossimi decenni quale dei due Paesi deciderà di prendersi la responsabilità. |
| Forte San Felice, ripartono i lavori |
| Da chioggianotizie.it del 12 marzo 2026 |
|
Di Biolcati Marco SOTTOMARINA - Sono ufficialmente ripartiti i lavori per il rifacimento del tetto del portale progettato da Andrea Tirali all’ingresso del Forte San Felice. Da alcuni giorni è ben visibile la nuova travatura, che servirà come base per ricostruire la copertura dell’antico accesso ormai in condizioni critiche. Il cantiere, rimasto fermo per oltre quattro anni, è tornato operativo da qualche mese e l’obiettivo è di completare l’intervento entro l’estate. “Sopra il portale settecentesco è già stata montata la struttura lignea che sosterrà il nuovo tetto”, spiega Erminio Boscolo Bibi, presidente del comitato Forte San Felice. “Il vecchio tetto, ormai sfondato e pericolante, era stato rimosso più di cinque anni fa, ma subito dopo i lavori erano stati sospesi per un lungo periodo. Nel frattempo il solaio scoperto è stato protetto con una guaina impermeabile, sulla quale già la scorsa estate avevamo notato crescere qualche ciuffo di vegetazione”. Ora però la situazione è cambiata: la travatura è completamente installata e gli interventi procedono. “Due settimane fa il direttore dei lavori ci aveva anticipato che il rifacimento del tetto sarebbe iniziato a breve, e così è stato”, aggiunge Boscolo Bibi. “Ci ha anche aggiornati sul restauro del portone originale rivolto verso il mare e sulla futura pavimentazione interna in masegni, che conferirà un aspetto molto suggestivo all’ambiente. Attendiamo l’estate per vedere l’opera conclusa”. |
| La memoria di Torino in un rifugio antiaereo: oltre 300 firme per salvare il bunker di via Giordano Bruno |
| Da virgilio.it del 12 marzo 202 |
|
La proposta è di trasformare il sito in un museo diffuso per il quartiere: "Nascondere il rifugio non è una scelta utile" Il rifugio antiaereo di via Giordano Bruno è un vero e proprio pezzo di storia che oggi rischia di andare perduto, ma i residenti di Borgo Filadelfia hanno deciso di mobilitarsi per impedirlo. E' stata sottoscritta infatti da ben 308 persona la petizione che chiede alla Città di ristrutturare e rivalorizzare il rifugio. Sito abbandonato da quasi 40 anni Abbandonato da quasi quarant'anni, questo luogo potrebbe diventare un importante punto di riferimento per ricordare la storia di Torino. Infatti, la richiesta dei firmatari, si inserisce in un più ampio progetto di tutela della memoria storica del quartiere Borgo Filadelfia, evidenziando il ruolo cruciale che questi spazi hanno avuto durante la Seconda guerra mondiale. Far nascere un museo diffuso L’idea dei promotori non si limita alla sola riqualificazione del rifugio, ma punta alla creazione di un vero e proprio museo diffuso capace di collegare diversi luoghi iconici e storici del quartiere. Il percorso proposto includerebbe lo Stadio Filadelfia, con la possibilità di trasferirvi il Museo del Grande Torino, l’ex Laboratorio del Chinino, fino ad arrivare al rifugio antiaereo e alle arcate dell’ex MOI, il mercato ortofrutticolo dismesso nel 2001. "L'idea di questa petizione, nasce dalla volontà di recuperare un monumento storico per poter dare la possibilità al pubblico di visitare il rifugio antiaereo – ha spiegato uno dei firmatari, Marco Allemandi – Non crediamo che tenere nascosta o non rendere visitabile il rifugio possa essere una scelta utile per la comunità. Inoltre si vocifera la costruzione di un nuovo palazzo proprio in questi spazi, pensiamo che vadano bene nuove case ma non possiamo ignorare la storia di questo posto". "Già nel 2012, con oltre 2mila firme, provammo a chiedere un recupero del posto dove purtroppo non avevamo ottenuto le risposte che speravamo di ricevere – ha commentato una firmataria, la storica residente del borgo Graziella Grasso – Quello che vorremmo fare ora, sarebbe di far partire un museo diffuso per il quartiere Filadelfia capace di raccontare la storia del nostro territorio. Forse sarà un progetto ambizioso, ma la comunità ci crede fortemente". No alla costruzione di nuove abitazioni Ma non sembrano esserci solo problemi di recupero, ciò che continua a preoccupare maggiormente residenti e Circoscrizione 8 è la possibilità che alcuni privati possano costruirci sopra nuove abitazioni. Una situazione che non sembra essere nuova, infatti già in passato la Circoscrizione aveva chiesto un arretramento delle palazzine in fase di costruzione, riuscendo così a salvare il rifugio. Ora la proposta della Circoscrizione sarà di attirare i privati per il recupero del sito e, grazie ai fondi di urbanizzazione, di poter restituire il luogo al quartiere. "Inizialmente, quando c'era
ancora la giunta dell'ex sindaco Fassino, la città di Torino mise in
vendita quest'area che fu acquistata dalla società Gefim – racconta il
presidente della Circoscrizione 8, Massimiliano Miano – Nel frattempo si
era aperto un contenzioso, per motivi probabilmente economici, tra la
società e la Città. Successivamente, i progetti che interessavano questi
spazi, avrebbero previsto l'abbattimento del rifugio. Quindi tramite la
Circoscrizione riuscimmo a salvaguardare il rifugio,facendo arretrare le
palazzine. La stessa volontà di recupero l'abbiamoora, dove l'obiettivo
sarà di utilizzare, grazie agli oneri di urbanizzazione, i privati per
il recupero del sito restituendolo definitivamente alla collettività". Una curiosità, recentemente scoperta da alcuni firmatari, anche se non sene hanno ancora le prove storiche, è che il rifugio probabilmente venivautilizzato dalla squadra del Grande Torino, durante la Seconda guerra mondiale. Pare infatti che i giocatori e gli spettatori, durante i bombardamenti, si nascondevano proprio nel rifugio di via Giordano Bruno. Solamente quando il pericolo passava e gli allarmi antiaerei non suonavano più, i giocatori uscivano e riprendevano la partita, facendo durare gli incontri addirittura fino a cinque ore. Il rifugio di via Giordano Bruno è uno dei 45 costruiti a Torino tra il 1942e il 1944 e rappresenta un’importante testimonianza dell’impatto del conflitto sulla città. Situato a 14 metri di profondità, si estende per circa 60 metri con tre gallerie larghe 4,3 metri e pareti spesse 15 cm, realizzate in cemento armato per resistere agli attacchi aerei. Progettato per ospitare cinquemila persone Un luogo progettato per ospitare fino a cinquemila persone, con unastruttura interna dotata di panche in legno, bagni, impianti di illuminazione e ventilazione . Proprio sulla superficie del rifugio, ancora oggi, è possibile notare una presa d'aria, in cemento armato, che serviva per il condotto di areazione. Insomma una storia notevole che ora vuole essere recuperata. L'iter della petizione intanto proseguirà dentro il Municipio, dando così la possibilità ai firmatari di poter dialogare con i consiglieri comunali individuando tutte le possibilità disponibili per mantenere e valorizzare il luogo. Il prossimo appuntamento è
previsto per mercoledì 26 marzo alle ore13, in piazza Palazzo di Città |
| Alberi abbattuti nell’area verde di San Felice, il comitato del Forte chiede un incontro pubblico |
| Da chioggiatv.it del 12 marzo 202 |
|
Erminio Boscolo Bibi presidente del comitato Forte San Felice chiede all’amministrazione comunale di organizzare un INCONTRO PUBBLICO per discutere del progetto in corso nell’area San Felice dove nella giornata di ieri sono stati abbattuti alcuni alberi. Scrive Erminio Boscolo in una nota: “Cosa si sta facendo? Come si sta operando? Queste sono le domande che si pongono sbigottiti in questi giorni tantissimi cittadini che vanno alla diga per la strada che costeggia l’area verde e vedono operai che abbattono alberi non comprendendone la ragione. Ancora tre mesi fa, appena iniziati i lavori per il progetto di recupero di questa vasta area, abbiamo espresso preoccupazioni, specie per le modalità operative, e chiesto all’Amministrazione comunale di aprire una pubblica discussione sul progetto di Oasi che sta realizzando il Consorzio Venezia Nuova. Nonostante solleciti vari, non abbiamo avuto finora riscontri dal Comune”. Continua il presidente del Comitato Forte San felice: “Al direttore lavori dell’intervento abbiamo a più riprese chiesto che venissero messi cartelli con le indicazioni su cosa si sta facendo, in modo che la gente avesse un minimo di informazione, da installare uno verso la diga e uno dalla parte dei Murazzi: anche questo non ha avuto finora riscontro. C’è un esperto naturalista che sovrintende ai lavori: gli abbiamo scritto manifestando tutte le nostre preoccupazioni e chiedendo se possibile di essere presenti a un suo sopralluogo: risposta negativa. Dopo i lavori nella parte interna dell’area, non visibili dalla gente, si è ora cominciato ad intervenire anche sulla duna di confine verso la strada. Anche noi abbiamo visto con rammarico che sono stati abbattuti anche vecchi tamerici. Ci pare impossibile che il progetto esecutivo (che non conosciamo) preveda che siano abbattuti questi esemplari che sono ciò che resta dei filari di tamerici piantati più di 80 anni fa, a costituire quel cordone di duna (che arrivava fino all’ex-colonia Turati) al cui riparo è cresciuta l’area verde. Significa eliminare la radice storica dello sviluppo naturale di questo ambiente particolare”. |
| Porta San Tommaso, elegante e maestosa |
| Da ilnuovoterraglio.it del 12 marzo 202 |
|
La più |
| Giornate FAI di Primavera 2026. Alla scoperta dei tesori di Tirano |
| Da altarezianews.it del 12 marzo 2026 |
|
La Delegazione FAI di Sondrio è lieta di annunciare le aperture straordinarie previste per le prossime Giornate FAI di Primavera, che si terranno a Tirano nei giorni 21 e 22 marzo 2026. Questo evento rappresenta un'occasione unica per scoprire luoghi inediti, poco conosciuti o da riscoprire del nostro territorio. Le aperture saranno visitabili grazie alle visite condotte dagli Apprendisti Ciceroni dell’Istituto di Istruzione Superiore “Balilla - Pinchetti” di Tirano e dai volontari della Delegazione. Luoghi aperti al pubblico: Orari di apertura: Domenica 22 marzo: dalle 10:00
alle 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00 Sabato 21 marzo: dalle 14:00 alle 16:00 Domenica 22 marzo: dalle 10:00
alle 13:00 e dalle 14:00 alle 16:00 Sabato 21 marzo: dalle 14:00 alle
16:00 PER PATECIPARE A TUTTE LE VISITE È NECESSARIO PASSARE PRIMA DAL BANCO FAI. Durante entrambe le giornate sarà inoltre possibile visitare anche Castello Grumello, bene FAI sul territorio, che offrirà ai visitatori un'esperienza immersiva nella storia locale. Gli aggiornamenti e le modalità di visita per tutte le aperture previste sono disponibili sul sito www.giornatefai.it o su www.fondoambiente.it e sui nostri canali Instagram (@delegazionefaisondrio) e Facebook. L’evento è organizzato in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Tirano. Vi invitiamo a partecipare numerosi a queste giornate dedicate alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale, per riscoprire insieme le meraviglie che Tirano ha da offrire. Le Giornate FAI di Primavera si inquadrano nell’ambito delle iniziative di raccolta pubblica di fondi occasionale (Art 143, c 3, lett a), DPR 917/86 e art 2, c 2, D Lgs 460/97). A coloro che decideranno di partecipare verrà suggerito un contributo libero a partire da 3€ utile a sostenere la missione di cura e tutela del patrimonio culturale italiano della Fondazione. “Con l’Assessore Tancini, desideriamo esprimere grande soddisfazione per il ritorno delle Giornate FAI a Tirano, che rappresentano un’occasione preziosa per valorizzare e riscoprire il patrimonio storico, artistico e paesaggistico della nostra città, offrendo a cittadini e visitatori un’opportunità unica di conoscenza e approfondimento. La collaborazione tra il Comune di Tirano e la Delegazione FAI di Sondrio e la partecipazione dell’Istituto Pinchetti, testimonia l’impegno condiviso nella promozione della cultura. Siamo certi che questa edizione saprà coinvolgere un pubblico numeroso e attento, contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità e a promuovere Tirano come punto di riferimento culturale del territorio. Ringraziamo fin d’ora tutti coloro che, con passione e dedizione, rendono possibile la realizzazione di questa importante iniziativa.” Isabella Ciapponi Landi, Assessore
alla Cultura e Istruzione del Comune di Tirano. |
| “Belluno sotterranea”: con il FAI si aprono luoghi nascosti della città |
| Da newsinquota.it del 11 marzo 2026 |
|
Con il patrocinio del Comune e la collaborazione del Gruppo comunale di Protezione civile, i visitatori potranno accedere a due siti di particolare interesse: l’ex Albergo Diurno di piazzale Cesare Battisti e il rifugio antiaereo di via Lambioi, parte di un sistema di gallerie realizzato durante la Seconda guerra mondiale. L’Albergo Diurno, costruito nei primi anni Cinquanta e gestito all’epoca da AGIP, era un servizio pubblico molto utilizzato in un periodo in cui molte abitazioni non disponevano ancora di bagno. Situato sotto Piazzale Cesare Battisti, il complesso conserva ancora gli ambienti originari: l’ingresso, la stanza del barbiere, i servizi separati e le sale con docce e vasche da bagno. Oggi, tra arredi rimasti e tracce di abbandono, rappresenta una testimonianza autentica della vita quotidiana del Novecento. L’altro percorso condurrà invece nel rifugio antiaereo di via Lambioi, scavato nella roccia e capace di ospitare fino a tremila persone. Le gallerie, progettate nel 1944 durante l’occupazione nazista nell’ambito dell’operazione Operationszone Alpenvorland, attraversano il sottosuolo del centro storico collegando l’area di Piazza dei Martiri con quella del Duomo di Belluno. Sulle pareti sono ancora visibili le scritte originali che invitavano la popolazione a mantenere “calma” e “silenzio” durante i bombardamenti. Le visite saranno accompagnate dagli studenti del Liceo scientifico Umberto Follador di Agordo, impegnati nel ruolo di “Apprendisti Ciceroni”. Le Giornate FAI coinvolgeranno anche il territorio feltrino. Il gruppo FAI di Feltre aprirà infatti alcuni luoghi del borgo di Paderno di San Gregorio nelle Alpi, ai piedi delle Dolomiti Bellunesi, all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. ra le tappe principali figurano la chiesa di San Lucano, che conserva opere d’arte dal Medioevo al Novecento, e il castello di Pisocco, edificio fortificato legato alla tradizione di un cavaliere partito nel 1096 per la Prima Crociata. Le visite permetteranno di scoprire la storia di un borgo dove architettura, spiritualità e memoria storica si intrecciano tra ville venete, edifici rurali e antiche fortificazioni. Un fine settimana che offrirà
quindi l’occasione di guardare il territorio da una prospettiva
insolita: sotto la città e dentro la sua storia. |
| Esercitazione “Prometeo” |
| Da esercito.difesa.it del 11 marzo 2026 |
|
Nei giorni scorsi si è conclusa l’esercitazione pluriarma “Prometeo 2026”, a guida 62° reggimento fanteria “Sicilia”, condotta per circa cinque settimane presso il poligono militare di Monte Romano finalizzata alla cooperazione e al coordinamento tra le varie armi e specialità della Brigata “Aosta”. Con oltre 400 militari impiegati, sono state testate le capacità al combattimento, la pianificazione, l’organizzazione e la condotta di attività sia offensive, sia difensive in uno scenario warfighting in un contesto pluriarma, ricorrendo anche alla realizzazione di trincee da utilizzare quali fortificazioni campali. Inoltre, sono state condotte attività specifiche individuali, tese a sviluppare il pensiero tattico autonomo dei Comandanti ai minimi livelli. La fase finale della “Prometeo”, svolta alla presenza del Comandante della Brigata “Aosta”, Generale di Brigata Pasquale Spanò, ha visto schierati sul terreno un complesso pluriarma composto da una compagnia del 62° reggimento, un plotone esplorante del reggimento Cavalleggeri “Guide” (19°), un plotone guastatori del 4° reggimento Genio, una sezione d’artiglieria del 24° reggimento “Peloritani”, assetti specialistici del 3° reggimento di Supporto al Targeting “Bondone” e dell’11° reggimento Trasmissioni. L’addestramento risulta essere un elemento fondamentale per le unità dell’Esercito Italiano che unitamente all’elemento valoriale e all’elemento tecnologico, rappresenta uno degli assi portanti della Forza Armata. COMFOTER |
| Ad Alessandria esiste una delle fortezze più grandi d’Europa e pochi italiani lo sanno |
| Da alessandria.today del 11 marzo 2026 |
|
Alessandria possiede un patrimonio storico spesso sottovalutato, e la Cittadella ne è forse l’esempio più emblematico. Costruita nel XVIII secolo dai Savoia per rafforzare la difesa del Regno di Sardegna, la fortezza rappresentava un punto strategico fondamentale nel controllo delle vie tra la Pianura Padanae il Mar Ligure. Pier Carlo Lava La costruzione della Cittadella iniziò nel 1728 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia, che voleva creare una grande struttura difensiva capace di proteggere il territorio da possibili invasioni. Il progetto seguiva i principi dell’architettura militare dell’epoca, con bastioni, terrapieni e fossati progettati per resistere agli assedi e alle artiglierie. La fortezza sorge sulla riva sinistra del fiume Tanaro e si sviluppa su una superficie enorme. La sua pianta a stella a sei punte è uno degli esempi più spettacolari di architettura militare del Settecento, pensata per garantire una difesa efficace da ogni direzione. Nel corso della sua storia la Cittadella ha attraversato momenti cruciali della storia europea. Durante le guerre napoleoniche la fortezza fu occupata dalle truppe francesi, che riconobbero immediatamente il valore strategico della struttura. Nei secoli successivi continuò a essere utilizzata come presidio militare e deposito dell’esercito. Oggi la Cittadella rappresenta uno dei monumenti storici più importanti del Piemonte. Le sue mura, i lunghi corridoi sotterranei e i grandi spazi interni raccontano un passato fatto di soldati, strategie militari e trasformazioni politiche. Ma la fortezza non è soltanto un luogo di memoria. Negli ultimi anni la Cittadella è diventata anche uno spazio culturale e turistico, utilizzato per eventi, visite guidate e iniziative dedicate alla valorizzazione del patrimonio storico della città. Visitare questo luogo significa fare un viaggio nel tempo. Passeggiando tra i bastioni e i ponti della fortezza si percepisce ancora la grandezza di un’opera pensata per dominare il territorio, ma che oggi invita piuttosto alla scoperta e alla contemplazione. La Cittadella di Alessandria rimane così uno dei tesori più affascinanti e meno conosciuti del Nord Italia, un monumento che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato molto di più anche a livello nazionale. Geo. Alessandria today è una testata culturale e informativa online con sede ad Alessandria, in Piemonte. Attraverso articoli, approfondimenti e racconti dedicati alla storia, alla cultura e alla società, il sito promuove la valorizzazione del territorio alessandrino e delle sue eccellenze storiche e culturali, offrendo ai lettori uno sguardo attento sulle trasformazioni della città e del suo patrimonio. |
| Giornate FAI di Primavera 2026 |
| Da visitpistoia.eu del 10 marzo 2026 |
Sabato 21 e domenica 22 marzo 2026 scoprite Villa Forteguerri a Spazzavento, un’elegante dimora situata lungo l’antica strada tra Pistoia e Lucca, immersa nel verde e circondata da suggestivi viali di platani. La villa fu costruita nel 1679 per volontà di Carlo Bernardo Forteguerri, probabilmente su progetto di Giuseppe Forteguerri. L’edificio presenta pianta rettangolare con quattro torri angolari, che richiamano l’architettura militare. La facciata principale è caratterizzata da una scenografica scala in pietra a doppia rampa, che conduce al portone d’ingresso sormontato dallo stemma di famiglia. Gli interni conservano decorazioni con scene allegoriche e mitologiche, attribuite al pittore pistoiese Ippolito Matteini. Il parco, con suggestivi viali di platani secolari, offre un grande impatto scenografico ed è stato scelto come set per alcune scene del film La pazza gioia di Paolo Virzì. Visite Partenze visite: 9.30, 10.30,
11.30, 12.30, 14.30, 15.30, 16.30, 17.30 Dettagli Parzialmente accessibile. Per entrare nella villa bisogna salire un ampio scalone. Per accedere al primo piano è presente una scala a chiocciola leggermente stretta. Info FAI – Fondo per l’Ambiente
Italiano ETS |
| “Regione verifichi se la concessione dell’ex Polveriera è coerente con finalità ambientali” |
| Da chiamamicitta.it del 10 marzo 2026 |
|
“Regione verifichi se la concessione dell’ex Polveriera di Riccione sia coerente con le finalità ambientali”. “Di recente alcune associazioni ambientaliste hanno segnalato che l’area ‘ex Polveriera’ è già da tempo rinaturalizzata e meritevole di essere inserita nel progetto di rafforzamento della rete ecologica del torrente Marano. Utilizzare l’area per grandi eventi musicali e spettacoli potrebbe essere incompatibile con le finalità di tutela ambientale”. Verificare, attraverso gli uffici regionali competenti, se la scelta del Comune di Riccione, di concedere l’area “ex Polveriera” per eventi e festival sia coerente con le finalità del progetto ambientale del bando Recore, è quanto chiede, con un’interpellanza in aula, è il consigliere di Fratelli d’Italia, Nicola Marcello. |
| Ha 1000 anni ed è incastonato nella roccia: il castello del mistero che domina questa valle ligure |
| Da paesionline.it del 8 marzo 2026 |
|
Ci sono luoghi che sembrano usciti da una leggenda o un libro fiabesco, sospesi tra storia e natura. Il Castello della Pietra di Vobbia è uno di questi. Incastonato tra due imponenti torrioni di roccia, si erge maestoso sulla stretta valle sottostante, sprigionando un’aura di mistero e grandezza. Nel cuore del Parco dell’Antola, questa costruzione medievale non è solo il simbolo della Valle Scrivia, ma una delle fortificazioni più suggestive di tutta la Liguria. Il luogo in cui sorge lascia sorpresi ed estasiati tutti i visitatori, perché sembra quasi che il castello sia una naturale estensionedellamontagna;pertalemotivo, per secoli ha costituito uno strategico punto di controllo sulle antiche vie di comunicazione che attraversavano l’Appennino ligure. Ancora oggi, il suo fascino è intatto e attraversandone le mura si viene catapultati indietro nel tempo, nelle epoche di cavalieri, assedi e storie passionali. Il Castello della Pietra: un guardiano silenzioso avvolto nel mistero Il Castello della Pietra affonda le radici nel Medioevo, quando rivestiva un ruolo indispensabile per la sicurezza e la salvaguardia dell’intera area circostante. Citato per la prima volta negli Annali di Caffaro nel 1252, era considerato inespugnabile grazie alle sue mura e alle scorte di cibo e acqua, che permettevano all’edificio resistere senza timore a lunghi assedi. La fortezza, però, non fu spesso teatro di battaglie, ma rimase principalmente un avamposto difensivo e un punto di riscossione dei dazi per chi attraversava la valle. Nei secoli, il castello passò tra le mani di diverse famiglie nobiliari, dai Della Pietra agli Spinola, fino agli Adorno, mentre nel 1579 venne occupato da un gruppo di banditi, cacciati poi dall'esercito della Repubblica di Genova. La sua decadenza iniziò nel 1620, quando perse l’indipendenza ed entrò a far parte dei domini dei Pallavicino; nel 1797, con l'arrivo di Napoleone, la fortezza fu definitivamente abbandonata. Dopo un devastante incendio, divenne un rudere dimenticato. Solo nel 1979, il Castello della Pietra fu donato al Comune di Vobbia e venne restauro, per poter essere finalmente riaperto al pubblico nel 1994. Oggi, i visitatori hanno l’opportunità di riscoprire un pezzo di storia ligure e ammirare un luogo sospeso tra passato e presente, dove il fascino del Medioevo continua a vivere. Un viaggio tra le mura del Castello della Pietra L'attuale percorso guidato permette di attraversare gli ambienti interni della fortezza e ammirare cisterne, segrete, camini, scale, posti di guardia, camminamenti di ronda e la vasta sala centrale che, spesso, ospita spettacoli teatrali, concerti e mostre. Si può anche percorrere il corridoio di guardia del torrione inferiore, un passaggio che egala una vista spettacolare sulla Val Vobbia. Per il 2026, il castello sarà visitabile tutte le domeniche e i festivi, dal 6 aprile al 25 ottobre, con visite nei seguenti orari: 10:30, 11:30, 12:30, 13:30, 14:30, 15:30 e 16:30. Per tutte le informazioni, invitiamo a consultare il sito ufficiale. Ma il Castello della Pietra è noto anche perché le sue pareti di roccia, verticali e imponenti, in passato erano un luogo prediletto dagli scalatori, che amavano arrampicarsi proprio su tale struttura. Oggi, tuttavia, questa attività non è più consentita, per tutelare l’integrità e garantire la sicurezza dell’edificio. Come raggiungere il Castello della Pietra Dopo essere usciti al casello autostradale di Isola del Cantone, la strada conduce dolcemente verso Vobbia. Poco dopo il Ponte di Zan, emergono i primi ruderi della fortezza tra le rocce e i torrioni fanno capolino all'orizzonte, quasi a sorvegliare la valle. Un parcheggio ben segnalato sulla sinistra è il punto di partenza per l'ultimo tratto dell'itinerario; da qui, si prosegue a piedi lungo la strada asfaltata per qualche centinaio di metri, fino all'imbocco del sentiero segnalato da un pallino giallo. Il percorso si snoda tra boschi e rocce, risale una piccola valle e giunge nei pressi di una costruzione in legno che ospita un bar, luogo perfetto per una breve sosta prima della salita finale. |
| Tulou del Fujian | le fortezze circolari dove vivevano 800 persone in un unico edificio |
| Da zazoom.it del 8 marzo 2026 |
|
Nelle montagne del Fujian, nella Cina sudorientale, si ergono monumenti architettonici che sembrano usciti da un sogno fantastico: i Tulou, imponenti strutture circolari e quadrate costruite in terra battuta che per secoli hanno ospitato intere comunità. Queste “città fortificate” in miniatura, riconosciute dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità nel 2008, rappresentano una delle espressioni più straordinarie dell’architettura difensiva e comunitaria al mondo, capaci di accogliere fino a 800 persone in un unico edificio. Costruiti principalmente tra il XII e il XX secolo dal popolo Hakka, una minoranza etnica Han cinese con una storia di continue migrazioni, i Tulou incarnano la risposta ingegnosa di una comunità alla necessità di protezione e coesione sociale. |
| Alla Minelliana la presentazione di Linea Gotica di Massimo Turchi |
| Da rovigo.news del 7 marzo 2026 |
|
ROVIGO – Mercoledì 11 marzo 2026 alle ore 17, presso la sede dell’Associazione culturale Minelliana, nel primo chiostro del Monastero di San Bartolomeo in piazza San Bortolo a Rovigo, sarà presentata l’opera Linea Gotica dello storico Massimo Turchi, pubblicata dall’editore Diarkos tra il 2024 e il 2025. Il lavoro, articolato in tre volumi (L’attacco. Agosto–ottobre 1944; Il lungo autunno. Ottobre 1944–marzo 1945; L’offensiva finale. Aprile 1945), rappresenta una delle più ampie ricostruzioni storiografiche dedicate all’ultimo grande fronte della Seconda guerra mondiale in Italia. Frutto di cinque anni di ricerca, oltre 2400 pagine di studio, migliaia di fonti bibliografiche e indagini in archivi italiani ed esteri, l’opera ricostruisce con rigore e ampiezza le vicende militari, politiche e sociali che tra il 1944 e il 1945 attraversarono la penisola lungo la linea difensiva predisposta dall’esercito tedesco per arrestare l’avanzata alleata.La cosiddetta Linea Gotica non fu soltanto un sistema di fortificazioni militari: fu un territorio attraversato dalla guerra totale, dove si intrecciarono battaglie tra eserciti, azioni partigiane, bombardamenti, eccidi di civili e la presenza di soldati provenienti da decine di paesi. Dalle creste dell’Appennino alla pianura Padana, città e campagne furono coinvolte in un conflitto che lasciò segni profondi nelle comunità locali.Durante l’incontro dialogheranno con il pubblico Massimo Turchi, autore dell’opera e presidente dell’Associazione Linea Gotica, e Paolo Pezzino, storico e già presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri di Milano. L’iniziativa promossa dalla Minelliana e dall’Anpi provinciale intende offrire non solo la presentazione di un’importante ricerca storica, ma anche un momento di riflessione pubblica sul significato della memoria della guerra nel nostro tempo. A oltre ottant’anni dagli eventi, la storia della Linea Gotica continua infatti a interrogare il presente: racconta le conseguenze dei conflitti sulle popolazioni civili, la complessità delle scelte individuali e collettive, il valore della libertà e della democrazia conquistate nel dopoguerra. In un contesto internazionale segnato ancora oggi da guerre e tensioni geopolitiche, lo studio della storia e delle sue testimonianze rappresenta uno strumento essenziale per comprendere il passato e rafforzare una cultura della pace e della responsabilità civile. La ricostruzione proposta da Turchi – che intreccia documentazione militare, fonti d’archivio e memorie individuali – restituisce così non solo il quadro delle operazioni belliche, ma anche le voci e le esperienze delle persone che furono travolte dalla guerra. L’ampiezza del lavoro consentirà inoltre di collocare anche le vicende del territorio polesano nel più ampio contesto della storia militare e civile della Seconda guerra mondiale in Italia. |
| Bunker di Crema: svelata la planimetria completa della struttura risalente agli anni '40 |
| Da rainews.it del 6 marzo 2026 |
|
Il Bunker di Crema, risalente alla Seconda Guerra Mondiale, è stato perlustrato a fondo, scoprendone la sua grandezza. Lo scopo è quello di utilizzarlo a fine didattico Dopo essere riaffiorato dall’oblio grazie ad un sopralluogo dello scorso gennaio, il Bunker di Crema, situato nell’area degli Stalloni, è stato completamente perlustrato in ogni angolo dai due storici e appassionati cremaschi Alberto Tuzza e Italo Blesi, che insieme hanno potuto sviluppare la planimetria completa. La struttura, risalente ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, è costituita da due stanze gemelle di superficie pari a 15 mq ciascuna, che consentivano un capienza massima di sessanta persone all’interno dei due vani, in quanto le disposizioni dell’epoca consentivano fino a due individui a metro quadro in piedi. Oltre alle due camere, anche altri spazi edili accessori, per un totale di circa 40mq calpestabili. La struttura (l’unica in Crema costruita e concepita per questo scopo) era però riservata al personale militare; mentre la cittadinanza doveva adattarsi ad utilizzare rifugi di fortuna ricavati da cantine riadattate, vani all’interno delle antiche mura o trincee. Sul carteggio riservato dell’epoca, tra l’amministrazione comunale di allora e le autorità competenti, non figuravano rifugi adeguati. La motivazione fu piuttosto lapidaria: viste le piccole dimensioni della città conveniva scappare nei campi appena fuori le mura. Soltanto le grandi fabbriche avevano organizzato dei rifugi a loro spese. Considerato in numero di incursioni aeree subite dalla città e la vicinanza al centro dell’obiettivo principale, il ponte ferroviario, il numero delle vittime fu relativamente basso. La vicenda intorno al bunker cremasco, dunque, comincia a diventare più chiara e formativa: lo scopo dei due storici cremaschi è quello di renderlo un luogo storico accessibile ai cittadini e agli studenti per fini meramente didattici. |
| Dove sono le sette basi USA in Italia. Scali, porti e 13mila militari. I droni da Sigonella |
| Da rainews.it del 6 marzo 2026 |
|
Dagli aeroporti passando per le torri radar fino ai porti, sono diverse le infrastrutture militari americane nel territorio italiano mentre sono tredicimila, tra reclute e ufficiali, gli statunitensi di stanza nel nostro Paese. I droni e gli aerei americani che decollano da Sigonella In questi giorni sotto i riflettori è finito lo scalo militare di Sigonella in Sicilia dove si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea. Secondo gli accordi, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano invece utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l'ok del governo italiano. Nell'ambito dell'attuale crisi, l'Esecutivo ha comunque annunciato che condividerà con il Parlamento eventuali decisioni sulla concessione di basi Usa. I primi patti che ne regolamentano l'utilizzo risalgono al primo dopoguerra: il Nato Sofa del 1951, poi il Bilateral infrastructure agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995. Aviano, e Ghedi che ospiterebbe testate nucleari Oltre a quello di Sigonella, ci sono anche gli aeroporti militari di Aviano in Friuli Venezia Giulia - da cui una dozzina di F16 sarebbero già stati trasferiti - e Ghedi (che ospiterebbe testate nucleari) in Lombardia. I porti sono quelli di Napoli e Gaeta, mentre le due basi sono Camp Darby in Toscana e Camp Ederle in Veneto. Esistono poi presidi minori e dislocazioni riservate. Oltre ai 13 mila militari americani nelle basi, altri 21mila fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Ci sono poi i porti di Napoli e Gaeta (c'è la sesta flotta americana) e le basi di Camp Darby (il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa), in Toscana, e di Camp Ederle e Caserma Del Din, in Veneto. Dislocati per il Paese ci sono poi sistemi di sorveglianza come il sistema Muos (Mobile user objective system) a Niscemi, che monitora anche la situazione in Medioriente attraverso radar e satellite. |
| Cos'è il Muos: le parabole in Sicilia che guidano droni, missili e sottomarini all'attacco in Iran |
| Da adnkronos.com del 6 marzo 2026 |
|
Nel cuore della Sicilia, a pochi chilometri da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si erge una delle installazioni militari più strategiche (e meno conosciute) d'Europa. Si chiama Muos, acronimo di Mobile User Objective System, ed è il grande sistema di comunicazioni satellitari della Marina militare statunitense. Per anni si è parlato del movimento “no Muos”, che si opponeva allo sviluppo militare della zona e per la paura di un potenziale inquinamento elettromagnetico. Negli ultimi mesi Niscemi è stata al centro della cronaca per la frana che ha fatto precipitare un pezzo di città. Ora, con gli attacchi congiunti di Usa e Israele contro l'Iran, quella struttura è tornata di colpo al centro del dibattito politico e del risiko mediterraneo. Cos'è il Muos Il Muos è un sistema di comunicazioni satellitari a banda ultra-alta frequenza (Uhf) di nuova generazione, progettato e costruito da Lockheed Martin per la Marina degli Stati Uniti e dichiarato pienamente operativo nel 2019. In termini tecnici, si tratta di un sistema che adatta l'architettura delle reti cellulari commerciali di terza generazione (Wcdma, Wideband Code Division Multiple Access) a un contesto militare, utilizzando satelliti geostazionari al posto delle tradizionali torri cellulari terrestri. L'architettura del Muos è composta da sei segmenti principali: un segmento spaziale costituito da quattro satelliti operativi (e uno di riserva), più i terminali terrestri distribuiti in quattro siti globali. Ogni satellite copre un'area geografica specifica del pianeta, garantendo continuità e ridondanza alle comunicazioni militari americane in ogni angolo del mondo. Operando nella banda Uhf, ma a frequenze più basse rispetto alle reti cellulari terrestri convenzionali e ai sistemi satellitari Ka-band, il Muos garantisce ai militari la capacità di comunicare in ambienti "svantaggiati": il segnale riesce a penetrare sotto la volta forestale, in zone urbane dense e in condizioni atmosferiche avverse dove i sistemi a frequenza più alta fallirebbero. Il segnale è protetto da crittografia Type 1 tramite dispositivi Haipe (High Assurance IP Encryptor) e Scip (Secure Communication Interoperability Protocol), garantendo, almeno negli obiettivi, comunicazioni sicure anche in scenari di guerra elettronica. La stazione di Niscemi
La struttura siciliana ospitata all'interno della
Naval Radio Transmitter Facility (Nrtf) di Niscemi, un impianto della
Marina americana gestito dalla divisione N92 del Naval Computer and
Telecommunications Station Sicily. La stazione è un impianto misto
americano-italiano-Nato che ospita trasmettitori a bassa frequenza (LF)
e ad alta frequenza (HF), oltre al terminale terrestre Muos, costruito a
partire dal 2011. Sul campo d'antenna della base si trovano: un'antenna
LF alta 252 metri, 44 antenne HF, tre antenne paraboliche Muos Earth
Terminal e due antenne elicoidali direzionali Uhf per la localizzazione
satellitare. Queste gigantesche parabole (visibili a lunga distanza)
sono il cuore fisico del nodo terrestre: trasmettono e ricevono dati dai
satelliti in orbita geostazionaria, smistando le comunicazioni verso i
terminali mobili dislocati su navi, sottomarini, aerei e droni americani
in tutto il mondo. Cosa garantisce alle forze americane Il Muos non è semplicemente un ripetitore radio: è il sistema nervoso delle comunicazioni tattiche e strategiche della Marina Usa e, per estensione, di tutte le forze armate statunitensi che operano nelle zone di crisi. Il sistema garantisce comunicazioni voce e dati ad alta velocità e bassa latenza a oltre 18.000 terminali militari mobili, collegando in rete centri di comando e controllo, droni Global Hawk e MQ-9 Reaper, sottomarini nucleari, gruppi navali d'attacco, unità di fanteria e missili Cruise. Rispetto ai precedenti sistemi Uhf Follow-On, il Muos offre una capacità di trasmissione dati dieci volte superiore e supporta comunicazioni in mobilità estrema, essenziale per coordinare operazioni complesse e simultanee su più teatri operativi. Il ruolo nel conflitto con l'Iran Con l'avvio dei bombardamenti israelo-americani sull'Iran, il MUOS di Niscemi è diventato immediatamente uno degli snodi più sensibili del conflitto. Il funzionamento del Muos è per sua natura continuo e sistemico: a differenza di una pista di decollo o di un porto, non può essere "spento" o "sospeso" per le operazioni in un determinato teatro. Se i droni MQ-9 Reaper decollano da Sigonella per sorvolare il Golfo Persico, se i sottomarini nucleari americani nel Mediterraneo orientale ricevono ordini operativi, se gli aerei spia P-8A Poseidon trasmettono dati di sorveglianza, tutto questo transita, almeno in parte, attraverso la rete Muos e il nodo terrestre di Niscemi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato che l'utilizzo delle basi americane in Italia avviene in base a tre accordi quadro: il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 (aggiornato nel 1973) e il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995 (il cosiddetto "Shell Agreement"), precisando che nessuna richiesta formale per operazioni cinetiche è stata avanzata dagli Stati Uniti. Il governo italiano distingue tra le ordinarie attività logistiche - che non richiedono autorizzazioni specifiche - e le operazioni belliche vere e proprie, per le quali sarebbe necessario un passaggio parlamentare. La questione della sovranità italiana Il nodo politico-giuridico sollevato dalla crisi iraniana è molto complesso. Formalmente, le installazioni americane in Italia mantengono un comandante italiano che esercita la sovranità nazionale e funge da ufficiale di collegamento con la Difesa italiana. Di fatto, tuttavia, strutture come il Muos sono ingranaggi di una macchina militare globale americana che opera in maniera sostanzialmente autonoma, secondo logiche strategiche decise a Washington. Il livello di allerta delle basi Nato di Aviano e Sigonella è stato portato a “Bravo” corrispondente al Defcon 3 americano, ovvero una capacità di mobilitazione operativa entro 15 minuti. A Sigonella si registra un'intensificazione del traffico di aerei cargo militari, droni Triton in volo verso il Golfo Persico e decolli di P-8A Poseidon verso il Mediterraneo orientale. Il Dipartimento della pubblica sicurezza ha disposto un aumento della sorveglianza attorno a tutte le installazioni americane in Italia in risposta all'escalation del rischio terroristico. Niscemi, in questo contesto, è diventata simbolo di un dilemma che attraversa la politica estera italiana: il Muos è un impianto tecnicamente sempre attivo, strutturalmente inserito nell'architettura militare globale americana, la cui operatività non può essere separata dalle singole campagne militari che gli Stati Uniti scelgono di condurre. Un'infrastruttura critica nel Mediterraneo del XXI secolo Ormai tra minacce ibride e comunicazioni digitali integrate, la guerra non si combatte solo con i missili e le portaerei. Si combatte anche con antenne paraboliche nel cuore di una piana siciliana, con tecniche di codifica turbo e controllo di potenza che garantiscono l'integrità e la sicurezza delle comunicazioni militari - voce, dati e messaggi 'command and control' - tra Washington, il fondo del Mediterraneo e i cieli del Golfo Persico. |
| Torre Avalos ad Augusta: edificio chiuso, ma con una grande visuale |
| Da lurlo.news del 6 marzo 2026 |
|
La storia della Torre Avalos ad Augusta Abbiamo già visto come Augusta sia una città del tutto incantevole, ma che allo stesso tempo attende di vedere alcun monumenti tornare “in vita”. Tra questi c’è Torre Avalos, fortezza costruita nel XVI secolo dal viceré d’Avalos allo scopo di difendere l’entrata nel porto e nella piana di Terravecchia con una struttura elicoidale. Da quel momento seguirono due distruzioni, la prima da parte dei francesi nel 1678 e poi dal noto terremoto del 1693, la restaurazione nel 1858, la costruzione della lanterna, la soppressione del faro nel 1934 e l’utilizzo da parte della Marina Militare. Una fortezza costruita per difendere il porto La storia di Torre Avalos la racconta sempre la presidente della sezione di Augusta di Archeoclub Italia, Mariada Pansera, che parla soprattutto della sua struttura e della sua importanza dal punto di vista artistico. «Torre Avalos – spiega la Pansera – è di competenza della Marina Militare e fu costruita su una secca in prossimità dell’inizio della rada di Augusta. Dato che mio padre era un ufficiale della Marina Militare da ragazza con i miei amici andavamo a piedi dalla terraferma, ma oggi il luogo non è accessibile. La sua storia parla della costruzione nel 1570 per volere del viceré di Sicilia Ferdinando d’Avalos come torre di avvistamento e difesa. La secca è parzialmente affiorante nei pressi della rada di Augusta e si andarono a incrementare le difese della città contro le incursioni sia degli Ottomani che di tutti gli altri regni che avevano l’egemonia sul Mediterraneo e sull’Europa». Le distruzioni e la ricostruzione nel corso dei secoli La costruzione rappresenta uno stupefacente esempio di architettura perché «consiste in una struttura semicircolare sue due livelli. Al primo livello c’era una linea di fuoco che conteneva una novantina di cannoni, che venivano utilizzati in caso di attacco. Al secondo livello invece c’erano un faro guida e una torre di avvistamento e controllo. La posizione è strategica perché corrisponde a quella che era la politica di costruzione del periodo, che voleva un’armonia tra il paesaggio naturale e quello militare». La lanterna e il progetto dell’architetto Camillo Camigliani La posizione su una secca sul mar Ionio «portava anche ad avere una visuale molto ampia. La struttura in questo modo era in grado di far vedere molto lontano. Ha un’altra caratteristica, ovvero quella di una lanterna che distrutta un paio di volte e poi ricostruita e che fu progettata dall’architetto militare Camillo Camigliani sempre su incarico del viceré Ferdinando d’Avalos». |
| Bunker antiatomici in Italia e in Europa, come sono fatti e quanto costano |
| Da livesicilia.it del 5 marzo 2026 |
|
Immagine realizzata con IA generativa L’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha riacceso una domanda che in tanti hanno iniziato a porsi sempre più spesso: se scoppiasse una guerra su larga scala, dove potremmo rifugiarci? Tra tensioni internazionali e minacce nucleari, sempre più europei stanno trasformando l’ansia in un progetto concreto. La risposta di una parte crescente della popolazione è: costruire un bunker antiatomico. La corsa non è iniziata ieri. Una prima impennata si è registrata con la pandemia del 2020, poi con l’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni con Mosca. Ora il nuovo fronte in Medio Oriente ha alimentato ulteriormente l’interesse. Secondo le stime delle aziende del settore, la domanda di bunker in Europa è in crescita costante, con Spagna, Germania e Paesi Baltici tra i Paesi più attivi, dove molti cittadini hanno iniziato a scavare nei propri terreni per realizzare rifugi sotterranei. Non è più uno scenario da film post-apocalittico. I super ricchi stanno investendo cifre importanti in bunker sotterranei ad alta sicurezza e sempre più sofisticati. E il fenomeno non riguarda solo aree remote: anche in Italia le richieste sono in aumento, segnale di un trend che si sta diffondendo rapidamente. I dati mostrano un incremento dell’interesse per strutture di sopravvivenza evolute, progettate per garantire autonomia e protezione prolungata. La paura di un futuro instabile si sta trasformando in un investimento concreto. Come è fatto un bunker antiatomico Un bunker è progettato per resistere a macerie, attacchi chimici e contaminazioni nucleari. Generalmente viene realizzato sotto l’edificio principale o, nelle grandi proprietà, separato in giardino o in aree boschive. La profondità varia tra i 2,5 e i 4 metri, in base al livello di sicurezza richiesto e alla natura del terreno. La struttura prevede pareti in cemento armato e acciaio progettate per resistere al calore estremo e alle radiazioni, una porta blindata e stagna spessa circa 20 centimetri, un sistema di ventilazione avanzato con filtri specifici per gas bellici, cisterne e generatori per l’autosufficienza idrica ed elettrica e radio per comunicare con l’esterno e un’uscita di emergenza. Nei casi più completi è presente anche un’area di decontaminazione con doccia dedicata. I servizi igienici non sono sempre installati: talvolta si utilizzano wc “a secco” che sigillano i rifiuti in sacchetti conservati in contenitori ermetici. Per garantire la sopravvivenza di quattro persone per alcune settimane servono almeno 20-25 metri quadrati, calcolando circa cinque metri quadrati a persona. Questi rifugi dispongono di scorte adeguate di cibo, acqua e medicinali per sostenere gli occupanti per settimane o mesi. Stati Uniti, il fenomeno dei prepper Qual è la tendenza negli Stati Uniti, coinvolti direttamente nel conflitto con l’Iran? Secondo un sondaggio del 2023 riportato dal “New York Times”, già tre anni fa circa un adulto americano su tre dichiarava di prepararsi a possibili scenari apocalittici. In dodici mesi, questa tendenza ha generato una spesa complessiva di circa 11 miliardi di dollari. In America, infatti, da tempo si sta diffondendo il fenomeno dei cosiddetti prepper: persone che si organizzano in vista di possibili catastrofi globali, costruendo bunker e accumulando scorte di beni essenziali per affrontare eventuali situazioni di crisi estrema. Negli Usa, finora la costruzione di bunker è rimasta soprattutto una scelta riservata ai più facoltosi. Non a caso diversi dirigenti e imprenditori della Silicon Valley hanno investito in rifugi sotterranei altamente tecnologici. Tra gli esempi più noti c’è quello del CEO di Meta Mark Zuckerberg che, alle Hawaii, sull’isola di Kauai, sta realizzando un “ranch” sotterraneo. Il valore complessivo dell’investimento ammonta a circa 270 milioni di dollari. Anche alcune celebrità dispongono di bunker privati sotto le proprie abitazioni, tra cui Kim Kardashian, Tom Cruise e Shaquille O’Neal. La situazione in Europa In Europa esistono Paesi molto più attrezzati di altri. Svezia e Svizzera hanno le reti più capillari: oltre 60 mila rifugi in Svezia, mentre la Svizzera è in grado di proteggere l’intera popolazione con 370 mila bunker che devono rispettare specifici criteri previsti dal Governo. Una legge elvetica del 1963 prevede che sotto ogni abitazione venga costruito un rifugio in grado di accogliere tutti i residenti dell’edificio. In tempo di pace questi spazi possono essere utilizzati come cantine o taverne. In alternativa, è possibile versare una tassa che consente di assicurarsi un posto all’interno di uno dei circa 5.000 rifugi pubblici distribuiti sul territorio svizzero. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, anche la Germania ha riattivato strutture della Seconda Guerra Mondiale e avviato nuovi progetti. Attualmente può ospitare poco meno di mezzo milione di persone, contando anche gallerie e stazioni metropolitane adattabili in caso di conflitto. La Finlandia, che condivide con la Russia un confine di oltre 1.300 chilometri, ha costruito oltre 50 mila bunker capaci di accogliere l’85% della popolazione, secondo quanto riferisce la Protezione Civile tedesca. Bunker antiatomici, cresce la richiesta in Italia In Italia la situazione è diversa. Non esiste un elenco ufficiale di bunker antiatomici, anche se diversi privati si stanno muovendo, in particolare nelle aree settentrionali. L’unico rifugio costruito per esigenze belliche dopo il 1945 è il “West Star”, realizzato dalla Nato negli anni Sessanta ad Affi, vicino Verona, per ospitare 500 persone. Negli anni Duemila è stato predisposto per la dismissione. Restano inoltre vecchi rifugi oggi trasformati in musei, come quelli di Villa Torlonia e Villa Ada a Roma. A Milano è noto il Rifugio antiaereo 87, circa 200 metri quadrati vicino al Cimitero Monumentale, utilizzato durante l’ultima guerra. “Ormai famiglie e aziende ci contattano ogni giorno: vogliono capire come realizzare un bunker nel giardino o all’interno della cantina”, ha spiegato Angelo Cavalieri, ingegnere della società di costruzioni ItalBunker, in un’intervista rilasciata a “Repubblica”. Secondo quanto riferisce lo stesso quotidiano, le imprese specializzate nel settore propongono oggi servizi chiavi in mano, che comprendono i sopralluoghi tecnici, la gestione delle autorizzazioni e l’avvio dei lavori di costruzione veri e propri. Quali permessi servono per costruire un rifugio sotterraneo? Alcuni Paesi hanno normative più snelle. In Italia la procedura è più complessa, anche per la presenza diffusa di edifici storici. Secondo il Testo Unico dell’edilizia del 2001, un bunker è equiparato a un nuovo edificio. Non basta quindi una CILA o una SCIA: serve un permesso a costruire. Il progetto deve essere approvato dal Comune e redatto da tecnici abilitati (geometri, ingegneri o architetti), con parere geotecnico e calcoli strutturali dettagliati. In molti casi è necessario anche il parere del Genio Civile, in particolare per verificare la resistenza strutturale alle esplosioni, l’impermeabilità ai gas e la corretta compartimentazione degli spazi. Quanto costa un bunker antiatomico privato
Le cifre variano in base a dimensioni e dotazioni. Le ricerche sui siti
specializzati indicano una spesa di circa 60 mila euro per un bunker che
includa lo scavo. I costi cambiano in base alla capienza e alle
finiture. I primi esempi in Italia
Anche nel nostro Paese stanno nascendo progetti concreti. A Brescia è in
costruzione il primo villaggio bunker antiatomico italiano con otto
appartamenti rifugio, a partire da 180 mila euro. A Torino è stato
annunciato il primo bunker antiatomico di lusso in un condominio
italiano, nello storico palazzo Alfieri, ex sede del Banco di Napoli,
dove il caveau Nel 2012 fece molto discutere un comunicato stampa diffuso da Immobiliare.it dedicato alle abitazioni dotate di bunker, che in breve tempo divenne tra i contenuti più cercati online. L’esempio citato era una villa in vendita a Montesilvano. Oltre al doppio garage, alla vista sul mare e a un giardino privato di 3.000 metri quadrati, la proprietà disponeva anche di un bunker antiatomico sotterraneo, descritto nell’annuncio come in buone condizioni. A Riolo Terme, nel Ravennate, invece, con una cifra di 1.800.000 euro era possibile acquistare una grande villa di lusso immersa in un parco secolare, con finiture di pregio e un bunker progettato per resistere ad attacchi atomici, batteriologici e chimici |
| Il bunker di Villa Ada Savoia riapre al pubblico dopo cinque anni: Roma riscopre il rifugio dei Savoia |
| Da milanolife.it del 5 marzo 2026 |
|
I La cerimonia di riapertura del bunker di Villa Ada Savoia a Roma Il bunker di Villa Ada Savoia è tornato accessibile al pubblico dopo oltre cinque anni di chiusura. La cerimonia di inaugurazione si è tenuta il 27 febbraio 2026 alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, dell’assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti Sabrina Alfonsi, della presidente del Municipio II Francesca Del Bello, della direttrice della Direzione Patrimonio Artistico delle Ville Storiche Federica Pirani e dell’ambasciatore della Repubblica Araba d’Egitto in Italia, S.E. Bassam Essam Rady.[1][2] La riapertura è il risultato di una sinergia tra Roma Capitale e la cittadinanza attiva. Il Dipartimento Tutela Ambientale ha completato i lavori di riqualificazione dell’area e ha formalizzato un patto di collaborazione con le associazioni Roma Sotterranea e ASD Giochi di Strada per la gestione condivisa della struttura.[2] Storia del bunker sotterraneo: il rifugio antiaereo di Re Vittorio Emanuele III Il bunker di Villa Ada Savoia è un
rifugio antiaereo costruito tra il novembre 1942 e il giugno 1943, nel
pieno della Seconda guerra mondiale. Fu realizzato ad uso esclusivo
della famiglia reale, quando il timore di bombardamenti aerei su Roma si
fece concreto. Re Vittorio Emanuele III ordinò la costruzione del
rifugio a circa 350 metri dalla Palazzina Reale, oggi sede
dell’ambasciata d’Egitto.[3][4][2] La struttura fu scavata all’interno
della collina tufacea delle Cavalle Madri, in una zona caratterizzata da
una fitta vegetazione. L’ingresso era stato progettato come carrabile,
per consentire l’accesso diretto a bordo di un’autovettura. Non esistono
collegamenti sotterranei con la Palazzina Reale.[4] I lavori di riqualificazione finanziati con fondi PNRR La riapertura del bunker di Villa
Ada Savoia arriva al termine di un ampio progetto di recupero e
riqualificazione vegetazionale del parco, finanziato con 2,4 milioni di
euro di fondi PNRR. Il Dipartimento Tutela Ambientale ha eseguito lavori
di ingegneria naturalistica per consentirel’accesso in sicurezza alla
struttura.[6][2] Gestione condivisa e visite guidate al bunker di Villa Ada Savoia La gestione del bunker di Villa Ada Savoia è stata affidata attraverso un patto di collaborazione, sottoscritto nell’ottobre 2025, alle associazioni Roma Sotterranea e ASD Giochi di Strada. Roma Sotterranea si occupa della valorizzazione del sito da oltre dieci anni e ora il suo ruolo è stato formalizzato.[2] Tra le attività previste rientrano visite guidate, eventi culturali e attività artistiche, con l’obiettivo di creare un polo culturale e turistico all’interno di Villa Ada. L’associazione ASD Giochi di Strada organizzerà attività sportive negli spazi esterni, tra cui percorsi trekking. Il patto comprende anche la gestione della Torre sul Colle Roccolo, attualmente oggetto di lavori di messa in sicurezza.[2] L’assessora Alfonsi ha dichiarato che per il bunker è stata scelta la formula del patto di collaborazione, ispirato ai principi di sussidiarietà orizzontale, per consentire alla cittadinanza attiva di promuovere la scoperta di questo bene comune.[2] Come prenotare una visita al bunker di Villa Ada Savoia Chi desidera visitare il bunker di Villa Ada Savoia può prenotare attraverso il sito dell’associazione Roma Sotterranea, all’indirizzo www.visiteromasotterranea.it/bunkervilla- ada-savoia.html. Le visite guidate permettono di percorrere la galleria d’ingresso, osservare le porte blindate originali, gli ambienti restaurati, i sistemi di filtrazione dell’aria e la vasca Imhoff, oltre a visionare documentari con fotografie e filmati d’epoca sulla storia della famiglia reale e sugli anni della guerra.[7][3] Il primo recupero del bunker risale al 2015-2016, quando l’associazione Roma Sotterranea dedicò oltre 3.000 ore di lavoro all’eliminazione di graffiti, al ripristino delle parti in metallo, al restauro dell’impianto elettrico e delle porte blindate, alla ricostruzione dei bagni e alla creazione di un percorso di accesso. Dopo la chiusura legata alla scadenza delle precedenti convenzioni e al periodo pandemico, il bunker torna ora a disposizione della collettività in un contesto ambientale completamente riqualificato.[8] Fonti |
| Forti dello Stretto: le associazioni che se ne prenderanno cura |
| Da letteraemme.it del 4 marzo 2026 |
|
MESSINA. Chi custodirà i forti messinesi a fianco all’Amministrazione comunale? Le associazioni messinesi che da anni se ne prendono cura e che “hanno contribuito, a titolo volontario e con proprie risorse, al recupero, tutela e valorizzazione delle fortificazioni, sottraendole all’incuria e all’occupazione predatoria”, nonché la sezione di Messina dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana che “ha presidiato e valorizzato il Forte Puntal Ferraro”. È quanto ha stabilito l’Amministrazione del sindaco Federico Basile, che fra i suoi ultimi atti ha firmato una delibera di Giunta per approvare uno schema di protocollo d’intesa tra il Comune di Messina e le associazioni/enti operanti sui forti dello Stretto per la tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio fortificato. Quali sono queste associazioni? Il protocollo d’intesa menziona Associazione “Comunità Zancle” – O.d.V., Parco Ecologico San Jachiddu (già Amici del Fortino), Associazione Centro Studi Le Tre Torri – ONLUS, Cooperativa Giovanile “La Zagara”, Consorzio Sol.E., Parco Horcynus Horca, “Trapper Sociale” Ass. Socio Culturale ETS, Associazione Castel Gonzaga, Associazione Rocca Guelfonia e, appunto la sezione messinese dell’Azienda Foreste Demaniali.
Perché queste realtà? La delibera richiama la costituzione della “Comunità Patrimoniale Faro per i Forti dello Stretto”, sottoscritta a novembre del 2024 su proposta del Centro Studi MedFort e coordinata dall’Assessore alla Valorizzazione del Patrimonio Fortificato Vincenzo Caruso, alla quale hanno aderito il Comune di Messina (capofila), i Comuni di Reggio Calabria e Villa San Giovanni (RC), i rappresentanti delle Associazioni che da anni operano per il recupero e la valorizzazione dei Forti Cavalli, San Jachiddu, Petrazza, Serra La Croce e Monte dei Centri, nonché le Associazioni Horcynus Orca, Gonzaga, Rocca Guelfonia, oltre all’Università degli Studi di Messina, all’Università degli Studi di Reggio Calabria, alla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, all’Azienda Forestale, all’Ispettorato delle Foreste Demaniali di Messina, all’Istituto Italiano dei Castelli, al FAI Messina, al Club Alpino Italiano, al Club Unesco di Messina, all’Archeoclub dello Stretto, a Legambiente dei Peloritani, Assocea Messina APS, Amici della Terra, Museo del Novecento e Associazione Amici del Museo. Cosa prevede, nel dettaglio il documento che le parti sono state invitate a firmare? Innanzitutto, “si ritiene necessario che le associazioni, i gruppi, le cooperative e gli enti che hanno (o hanno avuto) in concessione, ovvero ne detengono a vario titolo la custodia, alcune di tali strutture, o che coordinano attività culturali su incarico dei concessionari, si colleghino opportunamente tra loro secondo un programma che, senza soffocarne le soggettività, superi la cultura del frammento e recuperi una visione sistemica, con la finalità di promuovere un progetto complessivo di valorizzazione e riutilizzo dei vari siti, utile a contribuire al rilancio dell’area dello Stretto, sotto l’egida del Comune di Messina – Assessorato alla Valorizzazione e Promozione del Sistema Fortificato”. Queste ragioni, “inducono a delineare un progetto che individua nell’idea di ‘Area Fortificata dello Stretto’ un possibile motore di salvaguardia ambientale e di sviluppo economico, turistico e socio-culturale – prosegue la delibera – dal 2007 è attiva sul territorio una struttura operativa, priva di forma giuridica, denominata ‘Coordinamento per il Recupero e la Valorizzazione dei Forti di Messina’, costituita dai rappresentanti delle associazioni che operano da oltre un ventennio per il recupero e la valorizzazione dei Forti Cavalli, Puntal Ferraro, S. Jachiddu, Petrazza, Monte dei Centri, Torre degli Inglesi, Campone e Serra La Croce, finalizzata all’organizzazione delle iniziative di conservazione, alla gestione del patrimonio fortificato e alla programmazione coordinata di eventi culturali, in linea con un piano complessivo di promozione e gestione delle risorse culturali ed ambientali”. Quindi, “il Comune di Messina, acquisendo l’intero patrimonio fortificato, intende continuare ad avvalersi del patrimonio immateriale costituito dalle esperienze e dalle azioni poste in essere dalle Associazioni e dagli Enti che, a seguito di concessione demaniale (regolare e/o da regolarizzare e/o da reiterare amministrativamente) per oltre un ventennio ne hanno favorito il recupero, la valorizzazione, il presidio e la tutela, con l’obiettivo di promuovere su larga scala il Sistema Fortificato di Messina quale attrattore turistico-culturale peculiare del territorio, nel confronto con i sistemi fortificati europei e dell’area euro-mediterranea”. Inoltre, “il Comune di Messina intende avvalersi, per la cogestione dei siti fortificati, previo opportuno accordo, delle esperienze maturate, delle azioni poste in essere e delle risorse umane messe a disposizione in modo volontario e produttivo dagli Enti e dalle Associazioni che ne hanno detenuto la custodia con continuità, garantendo il presidio, il decoro, l’apertura e la valorizzazione attraverso le numerose attività svolte in oltre un ventennio, in sinergia tra loro e con il Comune di Messina, con l’obiettivo di promuovere su larga scala il Sistema Fortificato di Messina quale attrattore turistico-culturale peculiare del territorio rispetto ai sistemi fortificati europei e dell’area euromediterranea”. D’altro canto, il Centro Studi MedFort si impegna a: “svolgere il ruolo di facilitatore, promuovendo la consapevolezza dei principi della Comunità Patrimoniale presso tutte le realtà impegnate nella gestione e valorizzazione dei Forti dello Stretto; favorire forme di partecipazione condivisa nelle scelte strategiche, volte al consolidamento di un network locale dei soggetti interessati alla valorizzazione del sistema fortificato; stimolare e raccogliere contributi finalizzati a rendere operative e sinergiche le azioni delle singole realtà, sostenendo il riconoscimento del sistema unitario dei Forti dello Stretto quale bene comune di rilevanza nazionale ed europea; svolgere, secondo modalità condivise, il ruolo di interlocutore tra le realtà locali, il Consiglio d’Europa e gli organismi nazionali ed europei che perseguono analoghi obiettivi”, si legge nella delibera. Mentre, gli Enti e le Associazioni firmatarie si impegnano: “a promuovere tutte le forme di salvaguardia e tutela del patrimonio architettonico e ambientale espresso dal circuito delle fortificazioni; a promuovere una visione unitaria del Sistema Difensivo dello Stretto, superando la logica degli interventi isolati finora adottata; a coordinare iniziative di salvaguardia, programmazione, promozione e sviluppo degli interventi, anche in ambito comunitario ed internazionale; ad interagire con altre Associazioni, Cooperative ed Enti che operano con finalità di recupero e valorizzazione culturale del patrimonio fortificato italiano ed europeo; a favorire un programma di scambi culturali rivolto alle diverse realtà di città fortificate italiane ed europee, finalizzato alla conoscenza e alla diffusione della storia delle rispettive realtà territoriali; a partecipare unitariamente a manifestazioni culturali e promozionali, nonché ad azioni di marketing turistico-culturale nazionali ed internazionali, organizzando iniziative che, a partire dalla promozione del circuito delle fortificazioni, concorrano allo sviluppo dell’immagine e delle risorse di Messina e dell’Area dello Stretto; a mettere a disposizione gli spazi interni ed esterni dei Forti, nel rispetto dei regolamenti interni di ciascun soggetto gestore, nonché le proprie competenze nei rispettivi ambiti di operatività, al fine di supportare e rendere operativo il programma promozionale concordato, con particolare riferimento alle manifestazioni culturali patrocinate dalla Pubblica Amministrazione; a definire e progettare itinerari turistico-culturali comuni, idonei a valorizzare e riproporre la conoscenza dei caratteri culturali ed ambientali relativi all’area di ubicazione dei singoli siti fortificati; a promuovere attività educative, sociali e ludiche, con particolare attenzione ai minori, ai giovani e ai soggetti svantaggiati e/o con disabilità”. Nello specifico, “l’Associazione “Comunità Zancle” – ONLUS, l’Associazione Amici del Fortino, la Cooperativa Giovanile “La Zagara”, il Consorzio Sol.E., l’Associazione Socio Culturale ETS “Trapper Sociale”, l’Associazione Rocca Guelfonia e il Consorzio Sol.E. – Parco Horcynus Orca, a far data dalla rispettiva immissione in custodia e/o qualificata detenzione, a fronte di concessioni demaniali, si sono rese fino ad oggi protagoniste, rispettivamente, del recupero e della valorizzazione delle fortificazioni e delle strutture difensive, sottraendole all’incuria e all’occupazione predatoria – evidenzia la delibera – l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana (Messina) ha, con continuità, presidiato e valorizzato il Forte Puntal Ferraro; l’Associazione Gonzaga ha operato per anni, a titolo gratuito e in forma di volontariato, su autorizzazione del Comune di Messina, per la valorizzazione del Forte Gonzaga, promuovendo visite guidate e ricerche storiche riferite alla struttura fortificata”. Quindi, il protocollo d’intesa “riconosce l’impegno profuso dalle suddette associazioni, nel corso di oltre un ventennio, anche mediante l’impiego di proprie risorse umane ed economiche, che ha consentito di mettere a sistema l’apparato fortificato riferito ai secoli XVI e XVIII”. |
| Il Viaggio della Memoria trenta metri sotto terra |
| Da liberta.it del 4 marzo 2026 |
|
Di Elisabetta Paraboschi Com’è la vita senza vedere mai la luce per tre mesi? Come si vive trenta metri sotto terra con cannoni da azionare, cucine elettriche, corridoi che diventano sale da pranzo o da concerti ma solo per dimenticarsi per un momento della guerra che c’è sopra? Lo hanno provato gli studenti delle scuole superiori Gioia, Cassinari, Raineri Marcora di Piacenza, Polo Volta di Castelsangiovanni e Polo Mattei di Fiorenzuola che stanno facendo il Viaggio della Memoria organizzato da Isrec-Istituto di storia contemporanea e Istoreco. In questo secondo giorno di cammino il gruppo si è attestato lungo l’antica linea Maginot, costruita per difendere i confini francesi: più a nord di Strasburgo sorge infatti il forte militare Four a Chaux, costruito al fianco di una fabbrica di calce. Restaurato negli anni Settanta, l’ambiente mostra chiaramente cosa fosse la vita in una specie di trincea sotterranea dove i soldati stavano tre mesi. Alla mattina invece, accompagnati dalle guide Fioralba e Valerie, i ragazzi sono andati alla scoperta della storia di Strasburgo, fondata nel 12 a. C. dai romani. Per otto secoli terra germanica, nel 1681 diventa francese, restandolo fino al 1870. Poi è ancora tedesca fino al 1918, francese fino al 1940, poi di nuovo è occupata dai tedeschi fino alla fine della guerra. Questi passaggi non restano solo scritti nella storia con la S maiuscola, ma sono impressi nelle storie piccole di chi ha abitato questi luoghi, nelle architetture, persino nei monumenti, nelle case a graticcio che ci spiegano essere smontabili, nel quartiere Petit France dove venivano confinati i malati di sifilide, nella statua dedicata ai “nostri morti” e non ai caduti per la patria perché la patria continua a cambiare. |
| Il Forte di Gavi è chiuso per importanti lavori di restauro e miglioramento |
| Da storiediterritori.com del 3 marzo 2026 |
|
Nell’attesa, un po’ di storia del Forte di Gavi L’esistenza di un castello a Gavi è attestata fin dal 973. Con un diploma imperiale datato 30 maggio 1191, Enrico VI, figlio di Federico I Barbarossa, donò in feudo alla repubblica di Genova il castello e il borgo. Nel 1418, in seguito a eventi bellici, il feudo passò sotto la signoria dei Visconti di Milano; dopo altri passaggi di proprietà, nel 1528 tornò alla repubblica di Genova, che lo detenne fino al 1815, anno in cui l’antica repubblica fu annessa al regno sabaudo. Nel corso dei secoli il castello assunse l’aspetto di una possente fortezza. I primi interventi radicali furono eseguiti nel 1540 da Giovanni Maria Olgiati, ingegnere militare al servizio della repubblica di Genova, che progettò e ricostruì completamente la cinta muraria, realizzando nuovi bastioni e consolidando la struttura originaria. Nel XVII secolo il forte fu ulteriormente ampliato con l’intervento del frate domenicano Vincenzo da Fiorenzuola, al secolo Gaspare Maculani. Questi, noto per essere stato l’inquisitore al processo contro Galileo Galilei, era, oltre che un religioso, un grande esperto di architettura militare. I lavori per la trasformazione dell’edificio in una grande fortezza furono compiuti tra il 1626 e il 1629, ma altri interventi si susseguirono fino agli albori del XIX secolo. Sul lato di levante fu costruita la “ridotta” di Monte Moro, collegata al forte da una galleria; all’interno furono edificati alloggi per militari e ufficiali, cisterne, polveriere, corpi di guardia e piazze d’armi, il tutto con l’ausilio dei più famosi ingegneri militari dell’epoca, da Stefano Scaniglia a Domenico Orsolino, da Pietro Morettini a Pierre De Cotte. Nel 1859 l’antica fortezza
genovese fu disarmata e privata della sua identità storica per essere
trasformata in reclusorio civile; durante il primo conflitto mondiale
essa diventò un carcere militare. Nel periodo tra le due guerre, in
alcuni terrapieni della fortezza, furono impiantati vitigni sperimentali
dal Consorzio Antifilosserico. Durante la seconda guerra mondiale il
forte tornò a essere luogo di detenzione; nel 1946 esso fu consegnato
alla Soprintendenza per i Beni Architettonici del Piemonte, che fin dal
1978 ha avviato una costante e progressiva opera di restauro e
salvaguardia di questo raro esempio di architettura militare |
| Castelli Aperti FVG’ torna a fine marzo: 19 tesori da scoprire tra mare, colline e borghi storici |
| Da triesteallnews.it del 3 marzo 2026 |
Di
Benedetta Marchetti
I castelli del Friuli Venezia Giulia, custodi di storie e ricchezze culturali non sempre accessibili ai visitatori, apriranno presto le porte alla bella stagione: sabato 28 e domenica 29 marzo tornerà l’edizione primaverile di “Castelli Aperti FVG”, evento che da anni rappresenta un punto di riferimento per la tutela, la valorizzazione e la promozione del patrimonio storico locale. Diciannove castelli, dimore storiche e manieri concederanno a turisti e curiosi il privilegio di varcare soglie altrimenti interdette, in un itinerario esteso che attraversa l’intero territorio regionale. L’evento, promosso dal Consorzio per la Salvaguardia dei Castelli Storici del Friuli Venezia Giulia, costituisce il primo dei due appuntamenti annuali che puntualmente richiamano migliaia di visitatori alla scoperta dei castelli della regione. Anche quest’anno sarà possibile visitare, almeno per la parentesi di un weekend, il suggestivo Castello di Muggia, fortezza trecentesca affacciata sul mare. Inoltre, il territorio isontino vedrà l’apertura della Rocca di Monfalcone e del Castello di San Floriano. In provincia di Udine, invece, saranno ben 14 i manieri che apriranno i propri portoni al grande pubblico: il Castello di Aiello (Aiello del Friuli), il Castello di Ahrensperg (Pulfero), la Casaforte di Bergum (Remanzacco), la Tenuta di Monastero – Villa Ritter de Záhony (Aquileia), il Castello di Strassoldo di Sotto e il Castello di Strassoldo di Sopra (Cervignano del Friuli), il Castello di Flambruzzo (Rivignano Teor), il Castello di Tricesimo, il Castello di Colloredo di Monte Albano – Ala Ovest (Colloredo di Monte Albano), il Castello di Arcano (Rive d’Arcano), Palazzo Romano (Manzano), la Casaforte La Brunelde (Fagagna), il Castello di Villalta (Fagagna) e Palazzo Steffaneo Roncato (San Vito al Torre). Infine, nel pordenonese aderirannoall’iniziativa il Castello di Cordovado e Palazzo Panigai Ovio (Pravisdomini). Durante l’ultimo fine settimana di marzo, i visitatori saranno accompagnati da guide turistiche professioniste o dagli stessi proprietari in un viaggio alla scoperta di fortificazioni, sale, dettagli artistici e architettonici, nonché giardini e cortili ancora inesplorati. Non mancheranno naturalmente i racconti e gli aneddoti che formano e ravvivano la memoria e l’identità di ogni dimora storica. Parallelamente alle visite guidate, molti castelli proporranno eventi collaterali tra cui rievocazioni storiche, spettacoli, concerti, mostre di artigianato locale, laboratori per ragazzi e presentazioni editoriali: in questo modo, “Castelli Aperti FVG” si trasformerà in un vero e proprio festival diffuso della cultura regionale. Il programma completo, con orari e modalità di visita, è consultabile sulla pagina web dedicata: in particolare, le visite si svolgeranno con partenze a cadenza oraria nei due giorni destinati all’evento. Alcune dimore, invece, resteranno aperte esclusivamente la domenica. A seconda della struttura scelta e delle attività proposte, il prezzo d’ingresso potrà variare dai 7 ai 10 euro, con eventuali riduzioni per i bambini dai 7 ai 12 anni e ingresso gratuito fino ai 6 anni. |
| Rocca Brancaleone, in partenza una nuova fase di restauri delle mura della fortezza |
| Da ravennatoday.it del 3 marzo 2026 |
|
I lavori di recupero e valorizzazione della Rocca Brancaleone, già avviati da diverso tempo, sono entrati nella fase conclusiva. A breve, infatti, a quanto riferisce il Comune si procederà con il restauro dei paramenti murari delle tre porte di accesso all’arce e delle bombardiere collocate alla sommità, grazie a economie riguardanti il lotto I e da somme a disposizione che non erano state impegnate, pari a un totale di 187mila euro. Il progetto esecutivo è stato approvato nei giorni scorsi dalla Giunta. "I lavori, in particolare, riguarderanno aree limitate dell’arce, in particolare le porte di accesso denominate del Soccorso, Julia e della Cappella o della Madonna nelle quali sono state riscontrate fessurazioni, tracce di infiltrazioni di acqua, pezzi di intonaco ammalorati e la presenza di depositi superficiali, oltre che a patine biologiche - spiegano dal Comune -. Si procederà alla rimozione della vegetazione superiore, dei depositi superficiali, di stuccature eseguite durante interventi precedenti che hanno perso la loro funzione conservativa o estetica e alla realizzazione di altri interventi utili alla fase successiva che riguarderà, tra gli altri, il trattamento per l’arresto dell’ossidazione degli elementi metallici, la stuccatura con malta nei casi delle fessurazioni, la revisione cromatica per eliminare gli squilibri eccessivi. All’interno degli ambienti sono stati individuati anche elementi in pietra d’Istria, di rosso di Verona e materiale di pietra naturale che verranno restaurati e protetti per rallentarne il degrado. Relativamente alle due volte a botte presenti, l’intervento prevederà iniezioni di malta e, dove necessario, l’inserimento di cunei in acciaio per ripristinare il corretto comportamento statico delle volte". Saranno oggetto di restauro anche le bombardiere casamattate che si trovano lungo il percorso sommitale della Rocca, che costituivano il secondo livello di fuoco della fortificazione. In particolare si procederà al ripristino delle pendenze funzionali al corretto deflusso delle acque. Il sistema di drenaggio esistente, che fu presumibilmente realizzato durante i lavori di restauro negli anni ’70-’80, necessiterà anch'esso di un intervento di ripristino a cause delle superfici delle bombardiere, divenute negli anni irregolari. Questo contribuisce oggi a favorire l’accumulo di acqua e di materiale organico, stimolando la crescita di vegetazione spontanea che danneggia il paramento murario della rocca. “Con questo intervento – spiega
l’assessore ai Lavori pubblici Massimo Cameliani –, a cui si
aggiungeranno quelli riguardanti le sedute, la nuova segnaletica e la
realizzazione di cancellate a protezione dei cunicoli esistenti, si
concluderanno i complessi lavori di restauro di un edificio storico e
culturale di estrema importanza per la città, a cui la cittadinanza è
molto legata e nel quale con grande piacere torneremo a partecipare a
spettacoli, a vedere film e ad assistere a rievocazioni storiche". |
| Visite al Forte Gazzera |
| Da comune.venezia.it del 2 marzo 2026 |
|
Le visite, condotte da soci esperti e preparati, non sono semplici passeggiate, ma vere e proprie immersioni nella memoria del territorio. I visitatori avranno accesso a: alle Sale Espositive del '900, dove c’è una ricca collezione di oggetti della vita quotidiana e agreste, testimonianza delle radici e delle fatiche delle popolazioni venete del secolo scorso; Memoria Bellica, vale a dire sale dedicate alla I e II Guerra Mondiale, con approfondimenti sull’evoluzione dell'armamento, dai cannoni in ghisa 149/G ai micidiali 149/A in acciaio; Curiosità e Scienza, una sezione dedicata ai minerali e un’esposizione permanente di presepi artistici. Durante l'itinerario verranno illustrati i dettagli strategici del Forte, costruito tra il 1883 e il 1887: dal profondo fossato alimentato da acque di risorgiva al sistema delle caponiere per la difesa ravvicinata. Sarà possibile osservare da vicino il corpo centrale, un tempo cuore logistico (uffici, infermeria e fureria), e comprendere il funzionamento dei montacarichi a mano utilizzati per rifornire le batterie di artiglieria. Smilitarizzato negli anni '80 e salvato dal degrado grazie alla mobilitazione popolare iniziata nel 1992, il Forte è oggi un esempio virtuoso di recupero dal basso. “Dopo immani lavori di pulizia che proseguono tutt’oggi,” spiegano i volontari, “il Forte è diventato un patrimonio dove la storia e i cittadini finalmente respirano la stessa aria”. |
| In un ex bunker nazista di Berlino è stato inaugurato il primo museo sulla guerra in Ucraina |
| Da berlinomagazine.com del 2 marzo 2026 |
|
L’Ukraine Museum apre ufficialmente le sue porte a Berlino. Nato in collaborazione con il Ministero della Difesa ucraino e il Museo Nazionale di Storia Militare dell’Ucraina, la mostra trova vita all’interno del Berlin story bunker, ex bunker della seconda guerra mondiale. La data di apertura non è casuale: il 24 febbraio ricorre infatti il quarto anniversario dello scoppio dell’invasione russa del 2022. L’iniziativa punta a raccontare al pubblico la brutalità della guerra attraverso testimonianze e storie di chi l’ha vissuta in prima persona. L’obiettivo è sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica su queste tematiche, offrendo uno sguardo diretto sulla realtà del conflitto. Se la guerra appare spesso come un evento lontano nel tempo e nello spazio, l’esposizione vuole lasciare ai visitatori la consapevolezza che questo conflitto riguarda tutta l’Europa, nessuno escluso. Il Berlin story bunker: l’esposizione sul conflitto ma non solo Il Berlin story bunker è un museo fondato da Wieland Giebel ed Enno Lenze all’interno di un imponente bunker antiaereo della Seconda guerra mondiale, risalente al 1942. La struttura ospita attualmente un’importante mostra dedicata alla storia del nazionalsocialismo, raccontata attraverso filmati e ricostruzioni storiche che si concentrano in particolare sulla figura del leader nazista Adolf Hitler. Oltre a questo percorso espositivo, è possibile visitare la mostra dedicata alla Germania dal 1945 a oggi, e la nuovissima sezione dedicata alla guerra in Ucraina. L’Ukraine Museum sarà in costante aggiornamento: i due curatori, infatti, si propongono di sostenere la popolazione ucraina attraverso le donazioni destinate all’associazione partner del museo e di arricchire l’esposizione riportando in Germania reperti e materiali raccolti nelle aree colpite dal conflitto. L’esposizione, orari e costi dei biglietti Ad oggi la mostra espone oltre venti droni russi danneggiati, frammenti di un missile da crociera stealth subsonico a lungo raggio (Kh-101) e i resti di un veicolo di evacuazione recuperato nella regione di Kherson. I reperti sono stati raccolti con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico, evidenziando la brutalità del conflitto e l’impatto fisico e psicologico che la guerra esercita sulle persone. Il percorso espositivo punta anche sull’interattività: all’ingresso, i visitatori vengono accolti dall’installazione di un drone russo, concepita per creare un forte impatto emotivo fin dal primo momento. L’intento dei curatori non è soltanto promuovere una profonda presa di coscienza, ma anche rendere omaggio a chi ha perso la vita e a quanti sono stati costretti ad abbandonare la propria casa pur di sfuggire a una guerra così devastante. L’esposizione resterà aperta fino al termine del conflitto; successivamente sorgerà al suo posto un polo museale permanente interamente dedicato a questa pagina di storia. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso alle 17.30); il costo del biglietto varia tra i 12 e i 18 euro. |
| I Castelli non si toccano: proposto emendamento per difendere nome e accesso libero |
| Da tio.ch del 2 marzo 2026 |
|
BELLINZONA - Dopo la presa di posizione che invitava alla prudenza nell’eventuale adozione del nome esclusivo di “Fortezza” in sostituzione di “Castelli” di Bellinzona, gli esponenti del Noce, Orlando Del Don e Brenno Martignoni Poli, hanno fatto una proposta di emendamento all'indirizzo delConsiglio comunale in cui vengono stabiliti tre principi fondamentali. Il primo è quello di proteggere e salvaguardare la denominazione di “Castelli” per i tre monumenti storici di Bellinzona, riconosciuti, come tali, da sempre. Il secondo è di garantire il libero accesso gratuito alle corti interne dei tre Castelli: Castel Grande, Montebello e Sasso Corbaro, così come ai relativi percorsi murari e sottomurari, «ciò, in quanto, da sempre, spazi pubblici fruibili indiscriminatamente e senza impedimenti da tutta la popolazione». E infine che le «formulazioni, sia di merito sia di espressione, di cui al Messaggio municipale n. 1019 sulla valorizzazione del patrimonio UNESCO “Tre castelli, murata e cinta muraria del borgo di Bellinzona”, sono adeguate in conseguenza a siffatte decisioni». |
| Batteria Valdilocchi più inclusiva e accessibile con il progetto europeo “Via Patrimonia Act” |
| Da cittadellaspezia.com del 2 marzo 2026 |
|
Nel dettaglio Il progetto prevede opere realizzate con tecniche di ingegneria naturalistica, “mirate a contenere l’impatto sull’ambiente e valorizzare il contesto paesaggistico” precisa la nota del Comune. Tra le principali lavorazioni sono previste la stabilizzazione delle scarpate mediante fascinate vive, palificate e graticciate integrate con vegetazione, la gestione e regimentazione delle acque tramite trincee drenanti, fossati laterali e sistemi di smaltimento; il rinforzo del fondo stradale con materiali naturali drenanti e il rinverdimento e inserimento paesaggistico attraverso la piantumazione di specie autoctone. Infine è prevista anche la protezione dall’erosione mediante geotessili biodegradabili. L’obiettivo è garantire la piena percorribilità e la carrabilità del tracciato, assicurando un accesso più agevole, sicuro e inclusivo, anche per persone con mobilità ridotta e gruppi organizzati. La Batteria Valdilocchi sarà uno dei siti inseriti nella rete transfrontaliera degli itinerari culturali di Via Patrimonia Act, dedicata in particolare al tema delle fortificazioni storiche comuni ai territori dell’area di cooperazione Italia–Francia. Il potenziamento dell’accessibilità consentirà di incrementarne la fruizione turistica e culturale, contribuendo alla valorizzazione del progetto comunale “La Spezia Forte”, il programma avviato nel 2021 per il recupero del sistema difensivo cittadino. Dal 2022 la Batteria è visitabile grazie alle aperture coordinate con la Pro Loco del Golfo, con oltre 6.400 visitatori accolti in 154 giornate di visita. Il miglioramento dell’accesso potrà favorire una crescita ulteriore delle presenze e l’organizzazione di attività didattiche, visite guidate, eventi culturali e iniziative di promozione del territorio. Il progetto prevede una durata complessiva di 15 mesi. La proprietà del sito e delle opere resterà al Comune della Spezia, che garantirà la manutenzione tramite risorse comunali. L’accesso alla Batteria continuerà a essere gratuito. |
| Percorsi Storici a Milano e in Lombardia: tutti i luoghi davedere |
| Da milanolife.it del 1 marzo 2025 |
|
ne offre una miriade di itinerari tra borghi medievali, castelli e percorsi religiosi che narrano un passato ricco e variegato. i di |