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Evoluzione delle fortificazioni Italiane ( dal 1866 ) |
Successivamente al 1866, uno dei problemi dell’Italia, fu quello di rivedere tutti i piani riguardanti le fortificazioni. I motivi principali furono: la nuova frontiera con l’Austria (il pericoloso saliente trentino si incuneava pericolosamente verso la pianura padana) e l’evoluzione delle artiglierie con l’adozione delle nuove granate torpedini.
Nei decenni precedenti le fortificazioni avevano la funzione di difendere le valli, erano infatti costruite nei punti ritenuti strategici e il loro compito principale era un azione frontale per bloccare l'avversario prima che potesse avvicinarsi alle città.
In tutta Europa, ci si stava rendendo conto che le fortificazioni di pietra e terra non avevano nessuna possibilità di resistere ai nuovi proiettili torpedine. Di conseguenza, due erano i problemi che si ponevano: il primo era quello già citato della resistenza delle strutture, il secondo ma non meno importante, era quello di posizionare al riparo le artiglierie (c’é da ricordare che le artiglierie erano posizionate in barbetta o in cannoniere non blindate).
Al primo problema, si pose rimedio usando del conglomerato cementizio (assieme di pietrisco o ghiaia, sabbia, acqua e cemento) al posto della copertura in terra sopra le opere murarie.
Il secondo problema, si cercò di risolverlo installando scudi blindati sui fori cannonieri (vedi il tentativo effettuato nel forte di Vinadio in Valle Stura con l’adozione di un affusto a sfera) o con l’adozione di casamatte corazzate (vedi il forte Fenil in Val di Susa e forte Maso nel Vicentino). Tale soluzione era prodotta dalla ditta Gruson ma, non mancavano i lati negativi; infatti, il campo di tiro era molto limitato (veniva chiamata cannoniera minima), malgrado tutto, era una soluzione ottima.
L’evoluzione delle artiglierie non si fermava, e nel caso delle opere in fase di costruzione, si assistette ad un continuo inserimento di variazioni nei progetti originali. Si trattava infatti , delle cosiddette opere di transizione.Specialmente verso la frontiera francese, si possono trovare degli esempi: il forte Bramafan, il forte Combe, il forte del Colle delle Finestre ecc.
In queste realizzazioni, si cominciò ad usare in maniera massiccia il conglomerato cementizio, ma la struttura principale era sempre di pietra; si installarono le prime cupole corazzate in pozzo.
Le prime furono la torretta a scomparsa per cannone da 57 mm Gruson e il cannone da 120/21 in cupola corazzata Gruson.
Naturalmente, i problemi citati all’inizio, non furono risolti completamente ma, ci si rese conto che la stessa architettura delle fortificazioni andava cambiate ed adeguata alle nuove esigenze militari.
Fino ad allora tutte le costruzioni erano bersagli in vista (il motivo di tale visibilità era dovuto alla mancanza di pericolo di essere colpiti dall’avversario) e la cura dei particolari architettonici era ancora uno dei punti fissi dei progettisti. Si pensò quindi, di costruire in maniera più defilata, offrendo al nemico minor possibilità di colpire l’opera con pochi colpi, e di sfruttare forme più rispondenti alle nuove tecniche costruttive.
In Italia, si dovette arrivare ad un compromesso tra la necessità di difendere le frontiere e la mancanza dei fondi necessari per farlo. Verso la fine del 1800, le opere in costruzione erano posizionate verso la frontiera francese (l’Italia era all’epoca alleata dell’Austria), ma all’inizio del novecento, i rapporti con l’Impero Austro-Ungarico si stavano incrinando.
Il Comitato di Artiglieria e Genio rivolse quindi le sue attenzioni alla frontiera orientale (malgrado questa decisione, furono comunque costruite altre quattro opere lungo la frontiera occidentale1), e in pochi anni, spuntarono molti cantieri per realizzare una serie di nuove opere entro il 1913-14 (all’inizio della Prima guerra mondiale, alcune opere non erano ultimate, ed alcune rimasero incomplete).
Il modello adottato in tutte queste nuove opere fu quello del generale E. Rocchi, seguace della teoria della Scuola dei forti corazzati ridotti. Tale modello era composto da un blocco principale in calcestruzzo alla prova di forma rettangolare, ad uno o due piani. Tale blocco di calcestruzzo era sempre addossato alla roccia, da cui sporgeva.
Naturalmente, la forma del blocco poteva variare in base alle problematiche del sito dove sarebbe sorta l’opera. Si possono incontrare variazioni sul tema in molte opere2 .
La particolarità comune a tutte queste nuove opere era l’installazione di quattro o sei cupole corazzate3 in pozzo circolari, distanti tra loro 10 - 12 metri. Tra un pozzo e l’altro erano alloggiate le riservette delle munizioni dei pezzi.
Un corridoio che attraversava tutto il blocco delle artiglierie, permetteva l’accesso ai pozzi e alle riservette.
La scelta dell’armamento ricadde sui cannoni da 1494 nelle diverse configurazioni (vedi pagine specifiche sugli armamenti).
Abitualmente venivano installate delle cupole a scomparsa per mitragliatrici e per osservatori. All’interno delle opere erano presenti dei binari e dei montacarichi per favorire lo spostamento delle munizioni dalle sale di confezionamento alle riservette. Sempre all’interno dell’opera erano ricavati i locali di servizio, le camerate, la cucina ed altro. In altre opere si costruirono le caserme a parte, in posizione più defilata rispetto alla batteria possibilmente collegate da gallerie protette o da camminamenti.
Il conflitto mondiale mise a dura prova alcune di queste opere e si riscontrarono dei difetti, in parte previsti:
· L’interasse tra i pozzi era talmente corto (10-12 metri), un colpo di grosso calibro riusciva a neutralizzare due cupole contemporaneamente se fosse caduto in posizione intermedia.
· Lo spessore della copertura non era adeguato ai grossi calibri austriaci moderni (mortaio da 305); tenendo conto la mancanza di ferro all’interno del getto di calcestruzzo, la struttura risultava troppo rigida e soggetta allo sgretolamento sotto forti colpi.
· In alcuni casi lo spessore delle cupole si dimostrò insufficiente ed inadeguato allo scopo, anche la protezione delle avancorazze fu scarsa.
· La scelta esclusiva fatta a priori di utilizzare dei cannoni a tiro teso e non di adeguare l’armamento in base agli scopi di ogni singola opera5 .
Molti di questi difetti, sono ricollegabili ai problemi economici citati all’inizio. Tali problemi, arrivavano ad imporre ai costruttori, modifiche in corso d’opera anche sostanziali. In molti casi si ottennero impasti cementizi di qualità scadente e si dovettero sacrificare alcune opere accessorie (quasi sempre di protezione della truppa) per non superare i costi previsti.
Un altra grave decisione presa, direttamente collegata ai problemi economici già citati, è stata quella di disarmare le opere considerate non strategiche. Tale decisione è stata in parte la causa della veloce avanzata dell’esercito austro-germanico nella zona del Friuli. Ricordo che in tale zona, tutte le fortificazioni presenti erano integre e avrebbero potuto, se armate e rifornite di munizioni e viveri, contrastare efficacemente il nemico (tale compito venne svolto solamente dall’opera di Monte Festa).
Tutte le fortificazioni che si trovano nel territorio italiano, stanno subendo comunque un destino crudele. Molte di esse sono state gravemente colpite durante la guerra (prevalentemente quelle italiane della zona di Asiago), altre sono state semidistrutte dai recuperanti (quelle austriache per recuperare le travi di ferro); le uniche eccezioni a questa regola, sono rappresentate da tutte quelle opere che sono state sottoposte a controllo militare (uso polveriera od altro).
Anche queste ultime, dismesse dal Demanio Militare negli ultimi anni, stanno subendo l’incuria dell’uomo. Sono costantemente obiettivo di atti di vandalismo, espogliazioni di qualsiasi parte metallica o addirittura diventano dei depositi di immondizia o materiali vari.
Nel caso di queste opere si aggiunge anche il pericolo costituito dalle coperture d’amianto, di cui sono fatte le tettoie posizionate sopra ai fori dei pozzi delle artiglierie (tolte naturalmente dopo la seconda guerra mondiale).
A parte qualche caso sporadico, in cui qualche associazione o qualche privato riesce a gestire e tutelare queste opere, tutte le altre sono destinate a soccombere lentamente, sia strutturalmente visto la loro età, sia nella memoria collettiva (chi si interessa di tale argomento è spesso denominato guerrafondaio).
Buona fortuna a tutte le fortificazioni in Italia e nel mondo. g.t.
1 Il forte Chaberton sopra Cesana, il forte Pramand sopra Oulx, il Paradiso e La Court nella zona del Moncenisio.
2 La disposizione a gradoni o terrazze, venne adottata nei forti Valledrana e Corno d’Aola; quella a saetta nel Corbin e San Viola.
3 Caso a parte il Casa Ratti che aveva solo tre cupole e veniva considerato una mezza batteria.
4 Anche in questo caso ci furono delle eccezioni, vedi il forte Dossaccio o Venini, o alcune batterie costiere di Venezia.
5 Nel caso dei forti austriaci, gli obici in cupola, potevano svolgere anche compiti di difesa ravvicinata.