SAGGI

Il Forte Verena e le sue tragiche vicende belliche.

 Il problema della difesa verso la frontiera orientale era stato affrontato sin dal 1882 quando il generale Ricotti Magnani ministro della guerra dal 1870 al 1876 e dal 1884 al 1887, alla Commissione per lo studio della sistemazione a difesa del teatro della guerra Nord – Est, presentò una serie di proposte tendenti ad organizzare la radunata e lo schieramento iniziale dell’esercito in caso di guerra contro l’Austria – Ungheria (1).

Un notevole passo in avanti in materia di difesa dei confini alla frontiera con l’Austria-Ungheria avvenne nei primi anni del 1900, quando il Capo di Stato Maggiore dell’esercito generale Tancredi Saletta, nel 1904, dopo aver effettuato un viaggio nel settore Nord-Est, evidenziava la necessità di poter disporre di un robusto sistema difensivo che poteva permettere di arrestare il nemico per un tempo non inferiore ai 20-25 giorni, tempo che occorreva alle truppe per radunarsi e completarsi(2).

Il generale Tancredi Saletta diede un notevole impulso al rafforzamento dei confini, ottenendo, peraltro, che le opere straordinarie per l’approntamento di forti di sbarramento e lavori di difesa dello stato passassero dalle 800.000 lire del bilancio 1906 – 1907 ai 3.300.000 di quello 1907 – 1908, mentre la spesa per l’armamento delle fortificazioni passava nello stesso periodo da 2.000.000 a 3.700.000 lire (3).

In questa sua opera, il Capo di Stato Maggiore, Alberto Pollio, trovò nel ministro della guerra Paolo Spingardi, nominato nel febbraio1909, un prezioso alleato che, non solo sostenne in Parlamento l’indispensabilità di nuovi stanziamenti, ma costituì un pungolo continuo per l’accelerazione dei lavori emanando, con una circolare del 7 luglio 1909, apposite direttive nelle quali si sottolineava la necessità di un’intensificazione dei lavori stessi.

A partire dagli anni 1911 – 1912 iniziarono i lavori per la costruzione del forte di m. Verena, sull’altipiano di Asiago diretti dal capitano del genio Angelo Abbate Daga, questi era fino dal 1905 alla direzione di Verona, e prima di tale data aveva diretti i lavori di costruzione del Punta Corbin.

Il compito strategico affidato al Verena, che era considerato la maggiore opera fortificata italiana, data la sua collocazione a 2019 m. dalla quale poteva agilmente battere le opere corazzate avversarie di Spitz Verle, Busa Verle e Luserna.

L’opera, dal punto di vista architettonico, seguiva i dettami tecnici delineati dal generale Enrico Rocchi, valeva a dire, il forte era uno stretto banco di calcestruzzo rettangolare, lungo 60 – 80 metri, a due piani, il primo ospitava la batteria composta da 4 cannoni da 149 mm in cupola corazzata girevole Schneider, disposte in linea, ad interasse di 10 metri e all’estrema destra sorgeva la cupola corazzata osservatorio con il compito di controllare il terreno circostante. Al pianterreno sorgevano i vari servizi del forte, magazzini, ricoveri per il presidio, cucine, infermieria.

Il forte tutt’intorno era circondato da un fossato e per la difesa ravvicinata si avvaleva di 4 mitragliatrici in casamatta e di due batterie da 75 mm a est ed ovest. In posizione defilata, non visibile dall’avversario si trovava la polveriera e la caserma in grado di ospitare circa 200 uomini.

 

La guerra iniziò nella notte sul 24 maggio, secondo il diario dello sbarramento Agno-Assa Agno-Posina, fu aperto il fuoco contro i bersagli stabiliti il giorno prima, mentre secondo la testimonianza del colonnello Fabbri,

“alle ore 3.55 del 24 maggio, il forte Verena, con due colpi squillanti, metallici, laceranti, che attraversarono il cielo azzurro, intona l’inno di guerra. A distanza di pochi secondi, rispondono, da lontano, i cannoni di Campolongo e Cima Corbin” (4).

Nei giorni successivi il forte Verena fu sottoposto al tiro di una batteria ad ovest del Busa Verle, 6 o 7 colpi caddero sull’opera; uno di questi colpì la cupola n. 3, vi produsse un’ammaccatura di circa 3 cm. Si ebbero anche delle rotture di vetri e di fili telefonici.

Il 12 giugno dopo che alcuni giorni prima gli austriaci avevano portato nelle vicinanze del confine italiano un obice da 305 mm per colpire l’opera italiana, alle 14.40, il forte Verena fu colpito da un proiettile dell’obice nemico, il quale penetrò tra la terza cupola e il muro anteriore dell’opera, andando  a scoppiare in corrispondenza di questa parte dell’opera, demolendo e proiettando nell’interno il muro contro un terrapieno di resistenza, insufficiente, sia per la struttura che era di semplici muratura di pietrame, diviso da intercapedine, facendo rovinare anche il muro interno

opposto, mentre rimanevano integri  o quasi i muri o piedritti laterali e la rispettiva volta su cui posava la terza installazione (5).

Rimasero uccisi tre ufficiali: il comandante del forte, Carlo Trucchetti, i sottotenenti Pietro Pace e Mario Colletti e 32 soldati. La causa della morte di tutte queste persone era stato l’ammassamento di tutti gli uomini presenti all’interno dell’opera che si erano ritirati nel locale deposito  dei proiettili; durante il bombardamento il proiettile entrò nell’opera sotto la terza cupola,  facendo crollare la volta del locale e uccidendo così i militari.

Il sergente Giovanni Sperotto, nativo di Fara Vicentina, apparteneva al 6º reggimento artiglieria da fortezza, 15ª compagnia, dislocata al forte Verena, fu uno dei pochi soldati non coinvolti dal disastro, perché circa mezz’ora prima del tragico evento, ebbe un colloquio con il capitano Trucchetti, il quale gli ordinò di effettuare un’ispezione all’esterno dell’opera, per individuare da dove veniva il tiro avversario, temendo che il forte potesse essere colpito. Così si esprimeva Trucchetti;

“è da quasi un’ora che questo bombardamento è in fase crescente e temo che lo scopo sia quello di far salire sulla montagna reparti di truppa per circondarci, distruggerci i cannoni e farci prigionieri” (6).

Lo Sperotto, convinto di andare a morire, eseguì l’ordine prendendo con sè altri 3 artiglieri. Dopo un quarto d’ora dalla loro uscita dal forte, udirono alle loro spalle un’enorme botto e videro che dalla cima del monte saliva in alto un densa colonna di fumo nera, capirono che il Verena era stato colpito. In poco tempo raggiunsero il luogo dove trovarono alcuni artiglieri feriti, i quali coadiuvarono la pattuglia guidata da Sperotto, per sgomberare i morti e dare un aiuto ai feriti. 

Venne subito inviato sul posto il capitano d’artiglieria Luigi Grill, della sezione di Asiago,  su sua espressa richiesta, per fare in modo che la batteria potesse riaprire il fuoco. Verso sera giunsero ad Asiago 17 feriti, mentre le squadre inviate sul posto lavorarono tutta la notte per estrarre i corpi sotto il fuoco avversario.

Il giorno successivo, il comando del V corpo d’armata, a seguito del disastro del forte Verena, autorizzò a far sgomberare i forti quando si trovavano soggetti al tiro dei mortai da 305 mm, salvo che il personale rientrasse immediatamente dopo cessato il fuoco (7).

Il 13 giugno, il Verena venne nuovamente bombardato dall’obice austriaco, il quale provocò dei danni al cancello dell’opera ed ai locali della mensa; il giorno successivo incassò 15 granate da 305 mm, delle quali una danneggiò nuovamente il cancello d’entrata e la strada d’accesso, un altro distrusse la massa di calcestruzzo posteriore all’opera, una terza granata cadde sulla cucina della truppa senza esplodere; in quei giorni il forte non aveva ancora riaperto il fuoco.

Il 15 giugno, il forte Verena venne visitato dal maggiore Bonizzi del gruppo di batterie del Verena, il quale diresse l’opera di sgombero a seguito del bombardamento e dei danni causati. Il 14 giugno, il comandante del forte, capitano Grill, iniziò lo sgombero delle macerie mentre i cannoni sparavano delle salve contro la posizione del mortaio da 305. Nel pomeriggio il Verena fu bombardato da cannoni di medio calibro e dalla batteria da 305 mm, ragione per cui fu fatto sgomberare, per evitare un nuovo disastro (8).

Il maggiore rilevò i seguenti danni:

1º Un foro del diametro di circa 2 metri e mezzo nel calcestruzzo di protezione del corridoio di manovra;

2º Un foro del diametro di circa 1 m nel calcestruzzo di protezione della riservetta nella quale trovarono la morte gli ufficiali e i soldati;

3º Due altri colpi caduti quasi nello stesso posto in vicinanza della 4ª cupola hanno rovesciato enormi parti di calcestruzzo nel cortiletto prossimo alla cucina della truppa;

4º Un colpo ha rovesciato e spezzato il pilastro dell’ingresso del forte;

5º La maga di calcestruzzo dell’opera è stata colpita in pieno successivamente da non meno di 20 granate  da 305 le quali hanno variamente danneggiato l’opera a seconda del punto. L’avancorazza della 3ª cupola è stata spezzata o divelta dal posto, lasciando allo scoperto la corazza (9).

Il maggiore concludeva,

il forte nello stato attuale non solo non trovasi in condizioni da poter resistere al tiro del mortaio da 305, ma neanche a quello del tiro di bocche da fuoco di medio calibro.

Stamane è stato trovato un pezzo di fondello di un proietto da 305. Trattasi evidentemente di una granata torpedine, come lo dimostra il sottile spessore del fondello. Conseguentemente il nemico dopo aver tirato con granate perforate, ora batte il forte già lesionato con granate torpedini (10).

L’episodio del Verena scosse profondamente la gente vicentina, come testimoniò il giornalista Giuseppe De Mori, il quale scriveva:

Né colse a scuotere gli animi, pur ferendoli atrocemente, la disgrazia del Verena, che commosse tutto il Vicentino, perché le vittime appartenevano quasi tutte alla nostra Provincia. Fatalità volle che il 12 giugno 1915 un proiettile da 305 sparato dal campo di Luserna e precisamente da Costa Alta, imboccasse il vano dell’ascensore di forte Verena e andasse a scoppiare nella casamatta, uccidendovi il capitano Carlo Umberto Trucchetti e 40 soldati. Quelle salme furono portate a seppellire nel cimitero di Rotzo, fra un’indicibile commozione. E ciò dava pretesto al Corrispondent Bureau del 30 giugno di affermare che le artiglierie austriache hanno distrutto le fortificazioni di Campolongo e Campomolon.

L’agenzia ufficiale austriaca divulgava una menzogna, ma pur troppo per molto tempo la voce del Verena fu costretta al silenzio (11).

Il generale Oro nelle sue memorie parlò della vicenda del forte italiano in questo modo:

però le cupole resistevano, quando verso le 15 un proiettile trovò modo di infiltrarsi nella massicciata interna alla cupola del Comando attraversò tutto il corridoio di batteria ammazzando tutti gli Ufficiali e producendo gravissime perdite (se ben ricordo 26 uomini tra morti e feriti). La batteria dovette sospendere il fuoco, ma però come sempre avviene trovarono volenterosi fra Ufficiali e soldati, un capitano di artiglieria del quale mi dispiace non ricordare il nome, si offrì di portarsi alla batteria, ad assumerne il Comando e procedendo fra i rottami ed i proiettili nemici che non cessavano il tiro sempre gogliardo riuscirono a rimettere in ordine la batteria” (12).

La testimonianza del generale, comandante la 34ª divisione, era molto interessante, perché era il primo che non parlava di cause imponderabili, come un pertugio o il vano dell’ascensore, ma sosteneva che il colpo era entrato nell’opera; il capitano di cui non ricordava il nome era Luigi Grill, il quale il 16 giugno ricevette l’encomio solenne per il suo contegno in occasione dell’episodio del Verena, da parte del generale Brusati, con la seguente motivazione:

Assunto improvvisamente il comando di una batteria corazzata duramente provata dal fuoco nemico che ne aveva ucciso tutti gli ufficiali e parecchi soldati, sotto il tiro aggiustato dell’avversario, ha, soprattutto con prontezza, calma ed energia, riaperto brillantemente il fuoco e continuarlo efficacemente e con tutti i pezzi (13).

Weber, a riguardo del Verena, si esprimeva così;

“Verena, quella dannata bestia , non è più che un ammasso di rovine. Sui spalti nessuna sentinella camminerà più” (14).

Questa constatazione di Weber derivava dall’importanza del forte italiano, il quale data la sua posizione dominante interdiva i collegamenti tra i forti e bombardava soprattutto le opere di Vezzena e Luserna.

In quei giorni venne arrestato il campanaro di Rotzo, Vincenzo Slaviero, accusato di disfattismo. Aveva dichiarato pubblicamente che l’Austria-Ungheria avrebbe vinto la guerra e così gli italiani sarebbero tornati a lavorare colà e in Germania a capo chino.  

La verità, come sostiene Pieropan, era che,

“il loquace sacrestano aveva diffuso una notizia destinata a rimanere segreta, cioè quella del disastro accaduto al Verena, il 18 luglio fu dunque tradotto davanti ad un tribunale di guerra, che però lo assolse” (15).

Il tenente Luigi Gasparotto che nel dopoguerra divenne ministro della Guerra, fece una considerazione in merito alla vicenda di Slaviero, sostenendo che il sacrestano era stato troppo chiacchierone diceva:

è soltanto, per un solo colpo nemico da 305, il possente forte Verena, il nostro maggior presidio, seppellendo sotto le macerie quarantacinque soldati e ufficiali. Prima di cercare la responsabilità nei costruttori e nei collaudatori del forte, l’autorità cominciò a prendersela col suonatore di campane di Rotzo. Fu assolto (16).

Le due relazioni ufficiali, italiane ed austriaca non parlarono dell’avvenimento, delineando in generale i primi combattimenti sugli altipiani.

Il 17 giugno, il comando del V corpo d’armata, retto dal generale Fiorenzo Aliprindi, disponeva che fosse fatta una scrupolosa inchiesta, cui dovevano prender parte il colonnello Tartagliozzi, il tenente colonnello Ragusa e il capitano Lastrico, comandante del genio di Asiago, i quali dovevano poi riferire al comando del corpo d’armata le proposte per mantenere l’opera nelle migliori condizioni di efficienza.

Il comando dello sbarramento inviò al V corpo d’armata i provvedimenti che si ritenevano necessari cioè:

1º intasare l’intercapedine arcata nel muro esterno con sacchi da terra o anche con tronconi di legname forte che abbonda nella località adottando pei tronconi stessi una lunghezza di circa 2 m perché siano facilmente maneggevoli;

2º intasare in egual modo parte di tutti i locali sotteranei esistenti all’estremità sinistra della batteria, in modo che ripetendosi in caso del colpo fatale, l’esplosione non si propaghi, o si propaghi debolmente, ai locali sotto la batteria;

3º puntellare con adatte e robuste armature la bolca del corridoio di batteria (17).

Le batterie dell’altipiano di Tonezza, in quel periodo continuarono la loro opera distruttiva verso i forti austriaci di Folgaria e Lavarone, che reagirono, il forte Punta Corbin e le batterie vicine batterono il forte Luserna, che il 17 giugno ebbe dei danni sopra la casamatta, tre bombe entrarono nel medesimo punto (neppure 500 sacchi di sabbia riuscivano a chiudere il buco), data la sua grandezza (18).

Il generale Mirandoli, comandante del genio della 1ª armata, inviava al comandante dello sbarramento, una relazione sui lavori da eseguirsi al forte Verena, dopo una sua visita, nella quale sosteneva:

di essere pienamente persuaso della necessità di mantenere il forte in azione anche sotto la minaccia di nuovi tiri del 305 austriaco; e della possibilità di ciò ottenere con sicurezza sufficiente pel personale. Trattasi perciò di ricorrere a provvedimenti di diverso carattere.  

1º) Provvedimenti intesi a ridurre il personale ufficiali e truppa in servizio all’opera al minimo assoluto;

2º) Provvedimenti di sgombero dei locali da ogni materiale pericoloso (suscettibile di esplodere, ricorrendo al caso ad impianti leggeri esterni;

3º) Provvedimenti atti a rinforzare laddove è possibile le masse murarie esposte al tiro;

4º) Riparazione dell’avancorazza della 3ª cupola (19).

Il generale sosteneva che non potevano essere modificate le dimensioni della copertura che erano risultate inefficaci. Si poteva peraltro diminuire assai la struttura cellulare, causa certa di debolezza, con alcuni riempimenti cementizi, sopprimendo così tutte le riservette al piano del corridoio ed il locale dell’impianto elettrogeno al terreno, riducendo inoltre a metà la profondità dei locali del piano inferiore. Così facendo si sarebbe resa più difficile la penetrazione di grossi proietti e si sarebbero diminuiti i danni da essi arrecati. Questi provvedimenti dovevano essere eseguiti su ordine del generale Brusati.

Nel caso del Verena, dopo le sollecitazioni fatte al Comando dello sbarramento per rimetterlo in efficienza e segnalare i provvedimenti che non erano di sua competenza, non pervenne nessuna proposta, dovettero recarsi sul luogo i comandanti dell’Artiglieria e del Genio dell’armata, per poter rilevare i danni subiti e proporre i provvedimenti per il restauro dell’opera, senza che,. come accusa Brusati,

“nessun ufficiale di gradi superiore a quello di gruppo aveva sentito il bisogno di una visita all’opera estremamente doverosa nei riguardi materiali e morali” (20).

Il giorno 23, il forte Verena fu visitato dal comando dell’artiglieria del V corpo d’armata, generale Marciani, il quale elogiò il comportamento dei soldati e del capitano Grill nel periodo di bombardamento. L’opera, secondo il giudizio del generale,

“era in grado di resistere ed i suoi quattro pezzi sono tuttora in piena efficienza” (21).

Secondo Marciani, i danni subiti dal forte, erano dipesi dalla potenza delle artiglieria e da due cause particolari:

“1º) – Ad un malintesa economia, per la quale si ebbe insufficienza di scavo nella roccia ed insufficiente spessore nella massa di calcestruzzo. Quindi punti deboli contro i quali malauguratamente ebbero ad urtare i due proiettili che penetrarono nell’interno.

2º) – Alla frode. – Qualunque profano osservando la struttura di blocchi di calcestruzzo staccati dalla violenta esplosione, ben comprende come se verso la superficie esterna (quella esposta al collaudo) la massa si presenta compatta, nell’interno invece è costituita da un agglomerato di piccole e grosse pietre di ben poca consistenza” (22).

Il 26 giugno, il Verena fu bombardato pesantemente, che subì la perforazione della 2ª cupola, il 2º pezzo fu messo fuori combattimento, un altro colpo provocò un foro nella volta del corridoio di manovra, un altro ancora penetrò nel corridoio di manovra un’po a destra della 3ª cupola, forando la volta e scoppiando nella riservetta vuota. Ci furono inoltre dei danni nel cortiletto dietro il corridoio di manovra, nella copertura di calcestruzzo della camerata del forte.

La polveriera non subì danni, tre pezzi potevano ancora funzionare e non ci fu nessun ferito. Un dato importante fu che di 25 proiettili  sparati dal nemico, 12 caddero sul forte. Lo stesso giorno, il Comando del V corpo d’armata inviò al Comando dell’armata una relazione riguardante il forte Verena, cui il generale Aliprindi, sottolineava che durante il suo sopralluogo all’opera:

aveva avuto campo di rilevare la gravissima deficienza nella costruzione sia nei riguardi dello spessore della massa di calcestruzzo, sia quel che peggio, sotto il punto di vista della qualità del materiale. –Osservando la costituzione del cemento si ha nitida l’impressione che sia stata colpa da parte di chi aveva l’impresa e la sovraintendenza dei lavori ed esprimo la speranza che possono ancora inesorabilmente essere colpiti coloro che, per proprio interesse od altro insano sentimento hanno potuto venir meno al loro sacro dovere” (23).

Il 27 giugno, il generale Aliprindi lasciò il Comando del V corpo d’armata e fu sostituto dal generale Gaetano Zoppi.

In seguito ai danni subiti dal forte Verena, il comando dello sbarramento dava ordine  di dare la precedenza assoluta ai lavori di consolidamento del forte Campolongo, per il quale il Comando del genio dell’armata aveva ordinato si eseguissero gli stessi lavori riconosciuti necessari per il Verena (24).

Date le prove di efficienza che avevano dato i forti italiani, in special modo il Verena, di fronte ai bombardamenti del pezzo da 305 mm, il generale Cadorna inviò al Comando dell’armata un telegramma, nel quale consigliava lo studio della convenienza o il modo di portare all’esterno delle opere maggiormente battute i cannoni, in modo da rendere meno pericolosi i tiri dei mortai e consentire di battere i forti austriaci con maggiore efficacia.

Il 2 luglio, il Comando del V corpo d’armata dispose mediante un telegramma il disarmo dei forti Campolongo e Verena, installando i pezzi in prossimità dell’opera. Il 4 luglio, il già martoriato Verena subì ancora danni causati dal bombardamento avversario con cannoni da 152 mm e da 305 mm: fu forata l’avancorazza del secondo pezzo, scoppiando nell’interno senza danneggiare il cannone, un colpo cadde tra la 2ª e la 3ª cupola, attraversò il calcestruzzo e scoppiò nelle macchine rendendole completamente inservibili, infine un altro colpo entrò nel corridoio di manovra ingrandendo la breccia già esistente, rovinando la gradinata di accesso al forte. Un colpo cadde pure sull’infermiera, distruggendola quasi completamente (25).

Il 3 luglio, era iniziato il lavoro di una Commissione d’inchiesta voluta dal Comando del genio della 1ª armata, per appurare le responsabilità del disastro del forte Verena. Tale Commissione era formata dal generale Angelozzi, dal colonnello Strazzeri e dal capitano Lastrico.

Dopo un’ispezione all’opera eseguita  in modo molto approfondito, si iniziò la ricerca dei responsabili della costruzione dell’opera, iniziata assieme al Campolongo nel 1911. In quel periodo il comandante del genio di Verona era il generale Botteoni, mentre il comandante territoriale  era colonnello Antonio Polleschi, il direttore dei lavori Abbate Daga. Il generale Botteoni e il colonnello Polleschi, non furono sottoposti all’inchiesta, perché non più in servizio attivo, ma in posizione ausiliaria, per cui l’unica persona inquisita fu il capitano Abbate Daga, che era rimasto al Verena fino al 1913, quando venne trasferito alla direzione di Novara.

Il capitano fu accusato di non aver ottemperato alle direttive sulla costruzione delle opere fortificate emanate nel 1907 dal Comando generale del genio, perché dall’ispezione si era visto che la facciata del forte, dove era entrato il proiettile da 305, mm era costituita da pietrisco minuto e da cemento non adatto a tale impiego. L’impresa costruttrice di Bergamo aveva utilizzato un cemento non adatto, quindi Abbate Daga fu accusato di frode.

Il generale Angelozzi interrogò personalmente il capitano, anche per pressioni che venivano sia dal comandante del genio dell’armata, sia dal comandante del V corpo d’armata, per punire il responsabile.

L’inchiesta terminò a metà luglio con il deferimento al tribunale militare di Verona del capitano Abbate Daga.

Dall’inchiesta emerse nettamente che i forti italiani erano stati progettati e costruiti per poter resistere ai cannoni da 150 mm e questo secondo la mia opinione fu un grosso errore di valutazione da parte italiana.

A causa di questo avvenimento clamoroso successo al forte Verena, il Comando supremo decise di rimuovere le artiglierie dai forti per utilizzarle in posizione occultata nei pressi dell’opera di trasportarle in posizione più avanzata.

Pertanto, a partire dal luglio 1915 e nell’arco di alcuni mesi furono disarmati gran parte dei forti della valle dell’Adda, del Tonale, delle Giudicarie, della fortezza di Verona, dell’Agno – Posina e Agno - Assa, del Brenta – Cismon, della fortezza Cadore – Maè, medio e basso Tagliamento e della piazza di Venezia.

In una relazione, il colonnello Dal Fabbro, comandante del genio dello sbarramento Brenta-Cismon e della 15ª divisione, spiegò i motivi del disarmo dei forti, adducendo innanzitutto la deficienza di artiglierie all’inizio del conflitto. Essendo venuta a mancare la loro funzione principale, vale a dire il fuoco d’artiglieria, molte di queste opere vennero lasciate senza presidio e abbandonate. Il provvedimento di disarmo, secondo l’opinione condivisibile di Flocchini,

fu oggetto di critiche che andrebbero considerate con molta attenzione. Infatti gettò il discredito sulle opere anche più moderne e scompagnò l’assetto difensivo, svalutando l’importanza delle opere di sbarramento, riducendoli a semplici punti d’appoggio per il combattimento ravvicinato, creando nel sistema difensivo contrapposto uno squilibrio a nostro danno”  (27).

Gli avvenimenti bellici successivi, sia l’offensiva del 1916 che la rotta di Caporetto, confermarono la validità delle critiche in merito al disarmo dei forti la loro funzione di sbarramento, mentre solo il forte di m. Festa nel ridotto Carnico, fu protagonista di una  valida resistenza, mentre le altre opere compreso il forte Verena già abbandonate vennero distrutte dalle potenti artiglierie austriache e successivamente catturate dalle truppe imperiali.

In conclusione, il forte Verena una delle maggiori opere fortificate italiane durante la grande guerra, evidenziò tutti gli errori commessi nella progettazione e costruzione delle opere permanenti, valeva a dire:

-         interasse fra i pezzi troppo breve (m. 1 a 12) in tal modo un colpo di grosso calibro caduto fra le due cupole le poteva mettere fuori uso entrambe;

-         spessore delle coperture di calcestruzzo e delle cupole studiato solo per resistere ai medi calibri, non in grado di resistere quindi ai potenti obici moderni;

-         eccessiva rigidità dell’opera muraria in cemento che tendeva a sgretolarsi sotto forti colpi;

-         scarsa protezione garantita dall’avancorazza, che affondava solamente per un metro circa nel calcestruzzo;

-          eccessiva rigidità della installazione per cui i colpi ricevuti si ripercuotevano su tutti gli elementi del congegno di rotazione e sui sostegni.

Per tutti questi motivi, il “Dominatore degli altipiani”, così come veniva definito il forte Verena fu il protagonista di uno dei più famosi episodi occorsi alle fortificazioni italiane durante il 1° conflitto mondiale.

 

 

 

 

Note.

 

1.      M. Ruffo, L’Italia nella Triplice Alleanza, Roma, 1998, p. 95.

2.      Ivi, p. 99.

3.      Ivi, pp. 100 – 101.

4.      U. Fabbri, Sulle cime, 10° Reggimenti Alpini, Roma, 1925, p. 9.

5.      L’ultima ora del forte Verena, a cura di R. Federle, s.l., s.d., p. 7.

6.      Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (A.U.S.S.M.E.), fondo “Diari storici 1ª guerra mondiale”, repertorio B –1, racc. 72/D, diario del comando dello sbarramento Agno – Assa Agno – Posina, s.l., 9 maggio 1915 – 31 maggio 1916, 13 giugno 1915.

7.      Collezione Girotto (C.G.), rapporto sul bombardamento eseguito sul forte Verena, Casermette Verena, 15 giugno 1915.

8.      Ivi, p. 4.

9.      Ibidem.

10.  Ibidem.

11.  G. De Mori, Vicenza nella guerra 1915 – 1918, Rumor, Vicenza, 1997, p. 51.

12.  P. Oro, Pagine eroiche, Del Bianco, Udine, 1923, p. 27.

13.  A.U.S.S.M.E., diario del comando sbarramento, 16 giugno 1915.

14.  F. Weber, Tappe della disfatta, Mursia, Milano, 1993, p. 31.

15.  G. Pieropan, 1915. Obiettivo Trento. Dal Brenta all’Adige il primo anno della grande guerra, Mursia, Milano, 1982, p. 162.

16.  L. Gasparotto, Rapsodie (Diario di un fante), Treves, Milano, 1924, p. 2.

17.  A.U.S.S.M.E., diario del comando sbarramento, 17 giugno 1915.

18.  Archivio del Centro di Documentazione di Luserna (A.C.D.L.), diario del forte Luserna, 17 giugno 1915.

19.  A.U.S.S.M.E., diario del comando sbarramento, relazione del generale Mirandoli al comando dello sbarramento, allegato n. 22, Verona, 19 giugno 1915.

20.  Ibidem.

21.  A.U.S.S.M.E., fondo “Carteggio sussidiario armate”, repertorio E – 1, racc. 15.

22.  Ibidem.

23.  A.U.S.S.M.E., fondo “Carteggio sussidiario armate” repertorio E – 1 , racc. 15, relazione del generale Aliprindi, Vicenza, , 26 giugno 1915.

24.  A.U.S.S.M.E., diario del comando sbarramento, 27 giugno 1915.

25.  A.U.S.S.M.E., diario del comando sbarramento, 4 luglio 1915.

26.  Archivio Dal Fabbro (A.D.F.), Notizie sommarie sulle opere di fortificazione permanente esistenti nel territorio del cessato Ufficio delle fortificazioni di Belluno, Belluno, 12 febbraio 1926, p. 8.

27.  A. Flocchini, I forti della grande guerra, in Storia Militare, n. 13, Alberelli, Parma, 1994, p. 50.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia  e Fonti.

Archivio Dal Fabbro (A.D.F.);

Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito (A.US.S.M.E.):

Fondo B – 1: racc. 72/D;

Fondo E – 1: racc. 15;  

Collezione Girotto (C.G.);

Ascoli Massimo, Russo Flavio, La difesa dell’Arco alpino 1861-1940, Roma, 1999.

Cirincione Giuseppe, Considerazioni e deduzioni tratte dal comportamento delle opere permanenti sulla fronte trentina durante la grande guerra, in Rivista di Artiglieria e Genio, vol. 2, Stabilimento Tipografico, Roma, 1923.

Fabbri Umberto, Sulle Cime, 10º Reggimento Alpini, Roma, 1935.

L’ultima ora del forte Verena, a cura di Federle Riccardo, s.l., s.d.

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L’autore e Storia Militare ringraziano per la collaborazione il Museo della Guerra di Rovereto, l’Ufficio Storico dell’ Esercito, il prof. Dal Fabbro, il dott. Girotto e lo storico Massignani.