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La Piazzaforte di Venezia |
Da secoli l’Alto Adriatico è stato sotto il dominio di Venezia fino al 1798, quando gli austriaci iniziarono il loro primo periodo di occupazione che doveva durare sino al 1805. Da questa data in poi, la città di Venezia e le zone limitrofe subirono un susseguirsi di “Nuovi padroni”.
Le varie fasi di occupazione si possono così suddividere:
dal 1798 al 1805 rappresenta il periodo della prima dominazione austriaca,
dal 1806 al 1814 periodo della dominazione francese,
dal 1814 al 1848 ritorno degli austriaci ( seconda dominazione ),
dal 1848 al 1849 anno di transizione dovuto alla perdita di autorità degli austriaci che portò al governo provvisorio,
dal 1849 al 1866 rappresenta il periodo della terza dominazione austriaca.
E’ da notare, che ognuno di questi periodi ha segnato la zona con opere di fortificazione sempre più evolute, ma caratterizzate dalla ricerca architettonica nei particolari costruttivi.
I lavori di fortificazione eseguiti dagli austriaci sono stati notevoli è
si sono interrotti solo nel 1860, con i lavori di rifacimento delle strutture
del Forte
Marghera . Tale opera era stata
bombardata dagli stessi austriaci nel periodo 1848-49 ( come
ricordato in precedenza, il periodo in cui ci fu la perdita di autorità
degli austriaci ), dopo la sua presa da parte della popolazione veneziana
insorta avvenuta nel 1848.
Solo nel 1881 ci fu un censimento delle opere fortificate della piazzaforte di Venezia. Tale lavoro servì per rendersi conto che la maggior parte delle opere risultavano antiquate o bisognose di lavori di ammodernamento. Partendo da questi presupposti, l’anno successivo iniziarono i lavori di costruzione di quattro nuovi forti: Tessera, Carpenedo, Tron e Brendole con il compito di supportare l’azione del forte Marghera.
Malgrado tutto, queste nuove costruzioni erano ancora troppo ottocentesche e non potevano garantire una protezione adeguata alle nuove tecnologie degli armamenti, che subivano sviluppi continui. Tali opere ricalcavano lo stile austriaco già visto nella piazza di Verona ed altre. La pianta era pentagonale, un largo fossato la circondava e le bocche da fuoco spuntavano da cannoniere laterali.
Non passarono molti anni (1908 - 1910 ) per capire che bisognava porre mano a queste opere e venne inserito un traversone centrale dove trovarono posto in pozzo le batterie.
Nello stesso periodo iniziarono i lavori per la nuova cintura di fortificazioni che portarono nel 1912 ad avere delle opere moderne in calcestruzzo nelle quali non ci fu più spazio per inutili decorazioni o parti non essenziali.
Nel 1908, dopo la demolizione del Forte Tessera, si avviarono i lavori per la costruzione del forte Rossarol, opera rimasta unica nel suo genere, armata con quattro cupole corazzate.
Le opere costruite nella fase successiva, erano simili a quelle che stavano sorgendo nelle diverse Piazzeforti del Friuli ( basso e medio Tagliamento ecc. ) e ne condivisero poi le sorti.
Tutte queste opere furono pronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale per fronteggiare una eventuale ma non auspicabile avanzata da parte dell’Esercito Austro-Ungarico. Tuttavia, il fronte si posizionò subito sull’Isonzo ed ebbe inizio la guerra di posizione, dove i materiali e gli uomini erano sottoposti ad un logorio impensabile.
Fu chiaro dopo poco tempo, che la
vittoria finale sarebbe stata procurata dall’abbondanza di mezzi; a tale
proposito, quasi tutte le opere della piazzaforte di Venezia furono disarmate e
le loro artiglierie portate nella linea del fronte.
Dopo questa introduzione passo ad elencare le opere facenti parte della
piazzaforte:
in questo elenco è stata volutamente omessa l’elencazione delle opere
del litorale del Cavallino e di quelle situate nel Lido di Venezia ( per
maggiori informazioni puoi vedere le singole pagine nell'indice delle
Fortificazioni
del Veneto ).
La suddivisione adottata nell’elenco, raggruppa ed identifica le particolarità costruttive di queste opere ed il periodo in cui furono costruite.
Come già accennato nella parte introduttiva, i forti Tron, Brendole e Carpenedo (assieme al Tessera ), furono i primi ad essere costruiti dal Regno d’Italia. Tale esigenza derivò dal fatto che, la fortezza di Palmanova non assicurava più la protezione di Venezia, la quale era ancora compressa dall’Impero Austro-Ungarico, sia dalla parte carnica che dalla parte trentina.
Le tecniche costruttive usate all’epoca erano conformi ai dettami moderni e vennero abbandonate le tecniche del Vauban, del Montalembert e di tutti gli altri esperti in fortificazioni, che ancora progettavano fronti bastionati.
Uno dei problemi iniziali, fu quello delle fondazioni delle opere, visto che la zona era vicina al mare e non si poteva agire come in altri casi. A quel tempo non esisteva la minaccia aerea e il largo fossato perimetrale garantiva una buona protezione contro un’attacco frontale da parte delle fanterie.
Le artiglieria dell’epoca erano ancora limitate e fu sufficiente lo spessore delle murature e la copertura di parte di esse con abbondanti riporti di terra battuta a garantire un buon grado di sicurezza. Quattro caponiere provvedevano alla difesa del fossato:
la prima si incontra alla sinistra del ponte sul fossato e provvedeva alla difesa dei suoi fianchi fino ai due angoli acuti del pentagono;
altre due caponiere sono posizionate nei due angoli ottusi dell’opera ed incrociavano il tiro con la precedente;
una quarta è posizionata al culmine del pentagono e proteggeva i suoi fianchi ( lati minori del pentagono ).
Le canoniere erano armate con pezzi a retrocarica e canna liscia.
Queste tre opere sono rimaste in discrete condizioni e sono visitabili
esternamente, mentre il forte Carpenedo è possibile visitarlo anche
all’interno ogni prima domenica del mese.
Il forte Rossarol non è similare ad altre opere e merita un discorso per conto suo. Venne decisa la demolizione del vecchio forte Tessera ed al suo posto fu costruita un opera più moderna. Tale decisione derivò dai progressi ottenuti dalle tecnologie, sia per quel che riguarda l’evoluzione degli esplosivi e delle artiglierie. Tali progressi fecero diventare obsoleti i forti costruiti da meno di tre decenni. Anche questa prima opera non fu certo esente da difetti sostanziali, quali l’altezza eccessiva per un forte di pianura e dalla complessità della realizzazione.
La costruzione si articola su due piani fuori terra e su di una ulteriore costruzione posizionata sotto al parziale terrapieno presente nel lato dell’opera esposto al tiro. I locali ricavati sono collegati alla struttura principale tramite delle gallerie parzialmente sotterranee.
Il suo armamento era composto da quattro cupole corazzate girevoli da 149 e quattro cannoni da 75 mm. su due batterie laterali protetti da una saracinesca corazzata ( tale soluzione è presente solo sulle opere della piazzaforte di Venezia ). Un fossato pieno d’acqua circondava totalmente l’opera.
I piani prevedevano la costruzione di un opera gemella, ma i difetti
riscontrati ne sconsigliarono la
costruzione.
Il forte Rossarol è stato usato dall’esercito italiano fino a pochi
anni orsono come polveriera e ciò ha reso possibile che giungesse ai
nostri giorni praticamente intatto. Naturalmente sono state asportate da
tempo le cupole e i cannoni laterali mentre parte degli infissi originali sono
tuttora presenti. Ora si trova all’interno di una zona in uso ad una comunità
terapeutica e resta circondato dal reticolato con i cartelli indicanti Zona
Militare.
Il gruppo successivo, costituito dai forti Mezzacapo, Pepe e Poerio riunisce le opere di maggiori dimensioni. Sono strutturate su di un unico piano in calcestruzzo non armato, circondate da un fossato pieno d’acqua dove l’attraversamento era possibile tramite un ponte fisso ed erano dotati di terrapieno. Il loro armamento era formato da sei cupole girevoli corazzate da 149 A e quattro cannoni da 75 mm. su due batterie laterali protetti da una saracinesca corazzata, oltre a quattro torrette per mitragliatrice. La tipologia di queste opere si ritrova nel forte di Rivolto ( Piazza di Codroipo ).
La parte frontale ha una doppia rientranza e crea una forma a C dentro
l’altra ed è dotata di molte finestre e porte. Ampi locali sono presenti in
queste opere che non hanno nessuna parte interrata.
Anche queste opere sono state utilizzate dall’esercito italiano fino a pochi anni fa come polveriere e sono stati mantenuti in perfetto stato di conservazione. Nel caso dei forti Poerio e Mezzacapo non è possibile la visita anche se non più utilizzati ma ancora in Zona Militare e recintati, mentre nel forte Pepe, la mancanza di parte della recinzione e lo stato di abbandono in cui si trova permette la visita ( consigliabile nel periodo invernale vista la presenza di rovi alti e fitti ).
Per raggiungere il forte Poerio ci si porta nell’abitato di Mira, da qui si prende una strada interna e dopo un chilometro circa si individua a fatica il forte. Si trova infatti, alla fine di una stradina, dove c’e una casa e i proprietari ammoniscono di non visitare il forte a chiunque entri nella strada.
Per raggiungere il forte Mezzacapo si percorre la strada che da Mestre porta verso Treviso. Prima di arrivare a Mogliano Veneto, prima di arrivare al cartello della fine del paese si gira a sinistra in via Gatta. Dopo circa due chilometri si trova il forte sulla sinistra. E’ tuttora recintato perfettamente e tutti gli infissi sono chiusi. La visita all’interno della recinzione è a proprio rischio e pericolo (il forte si trova sulla strada ed è visibile dalle abitazioni adiacenti).
Per raggiungere il forte Pepe bisogna procedere da Mestre verso
l’aeroporto di Venezia-Tessera e dopo averlo lasciato sulla destra si continua
ancora qualche chilometro e si individua sulla sinistra (prima di un ponte) la
sagoma grigia del forte. Come già
accennato, la recinzione è in parte mancante ma, il problema maggiore è
rappresentato dai rovi, che avvolgono l’opera.
Come ultimo gruppo ci sono i forti Cosenz e Sirtori, che pur avendo qualche differenza si possono considerare simili.
Anch’essi si sviluppano su di un unico piano fuori terra e sono in calcestruzzo non armato. Il loro armamento era composto da quattro cupole corazzate girevoli da 149 e quattro cannoni da 75 mm. su due batterie laterali protetti da una saracinesca corazzata. In ambedue le opere è presente un osservatorio.
Un fossato circondava il perimetro delle opere e l’attraversamento era
possibile tramite un ponte fisso. Le differenza tra le due opere si riscontra
nelle ali, dove in una sono presenti alcune finestre in più e l’osservatorio
è posizionato nella parte opposta dell’altro.
Ambedue queste opere sono state in uso dall’esercito italiano ed ora sono dismesse e in stato di abbandono. La visita è possibile nei due casi: il forte Sirtori è vicino ad una scuola ed è “ visitato ” frequentemente da persone che operano atti di vandalismo; il forte Cosenz è in zona isolata e pur essendo dismesso, mantiene la recinzione e i cartelli di Zona Militare.
Per raggiungere il forte Sirtori ci si porta nell’abitato di Chirignago e si va verso la scuola sita in via Botticelli e si può accedere all’opera passando a fianco di alcune abitazioni private. La vegetazione rende meno agevole la visita ma è possibile accedere all’interno del forte e sulla copertura.
Per raggiungere il forte Cosenz si lascia Mestre e si raggiunge la
frazione Dese. Da qui si procede in direzione di Marcon per alcuni chilometri
fino ad incontrare sulla sinistra l’opera.
Essendo in una posizione isolata, viene usato come dimora (alcuni locali
del posto di guardia) da extra-comunitari.
Tuttavia, è possibile, attraversare la recinzione e portarsi in
prossimità del forte e all’interno di esso.
Una sorte comune sta caratterizzando queste opere, dopo essere uscite indenni da due conflitti mondiali, stanno ora subendo una punizione severa.
L’esercito italiano ha avuto la benevolenza di mantenere le strutture in perfetto stato, ma solo fino a quando sono state utili. La situazione attuale dell’esercito e la conseguente diminuzione del numero di militari, ha portato al quasi completo abbandono di tutte queste opere.
Si auspica che ci siano degli interventi da parte delle autorità locali
per far si che la destinazione d’uso cambi ma che non sia stravolta la
struttura originaria dell’opera.